”UNBUNDLING” DEL GRUPPO CINESE ANT: VERSO LA CONTENDIBILITA’ DEL MERCATO DIGITALE GLOBALE?

La notizia che la capitalizzazione di borsa dei GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft)  ha raggiunto 9.396 miliardi di dollari rende bene l’idea di come il loro potere nel mondo sia così forte come mai fino ad ora.

E,  contemporaneamente,il Governo cinese, con una mossa inaspettata, l’ “unbundling” di ANT, ha indicato la strada per sventare questo monopolio mondiale.

Secondo l’Enciclopedia Treccani, l’”unbundling” è la “ Separazione tra le varie componenti della filiera produttiva di un’impresa verticalmente integrata finalizzata a introdurre una maggiore competitività nel mercato di riferimento. L’u. promuove l’apertura del mercato nei segmenti potenzialmente concorrenziali (produzione, approvvigionamento e vendita), separandoli dalle attività strutturalmente monopolistiche e favorendo l’accesso reale e non discriminatorio dei terzi ai servizi offerti dai proprietari delle infrastrutture (Third Party Access, TPA). Le attività caratterizzate da monopolio naturale sono tipicamente quelle legate alle infrastrutture essenziali non duplicabili (essential facilities), in quanto gravate da elevati costi fissi e costi non recuperabili (➔ sunk cost).”

Il satellite quantico Micius, progettato in Austria
e realizzato in Cina

1. Che cos’è il Complesso Informatico-Militare?

Il pericolo, da molti paventato, di una vera e propria dittatura mondiale dei GAFAM (Google, Apple,Facebook,Amazon, Microsoft), teorizzata da Eric Schmidt (amministratore delegato di Google), è tutt’ora più che mai incombente, sì che risultano particolarmente gravi le pretestuose tergiversazioni giuridiche delle autorità americane ed europee volte a dilazionare sine die le misure contro i GAFAM, annunziate da qualche decennio e mai attuate (se non sulla carta).

L’epoca storica che si apre in questi anni è stata definita, dal suo demiurgo Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google e animatore del movimento post-umanista, come l’”Era delle Macchine Spirituali”, quella in cui le macchine sono in grado, non solo di pensare, bensì perfino di creare. Lo sbocco di tale era sarebbe, secondo lui, la Singularity, vale a dire in pratica, la ricostituzione, tramite il digitale, dell’unità originaria dell’ Essere (l’Uno di Plotino, il Tikkun ha-’Olam della Kabbalah, la Biomeccanica  del Cosmismo di Lunacarskij, Bogdanov, Platonov e Gustev):”’Singolarità’ si riferisce all’ idea che, attraverso  la condivisione diretta dei miei pensieri e delle mie esperienze con gli altri (una macchina che legge i miei processi mentali può anche trasporli in un’altra mente), nasce una sfera di esperienza mentale, condivisa a livello globale, che funzionerà come una nuova forma di divinità: i miei pensieri saranno direttamente immersi in un Pensiero globale dell’ universo stesso”(Slavoj Zizek, Hegel e il cervello postumano).

In effetti, i nostri anni sono caratterizzati in tutti i loro aspetti (ontologico, filosofico, religioso, storico, geopolitico, culturale, sociale, antropologico, economico, tecnico) dall’ onnipervasività del digitale, che rientra in una deriva assolutistica della nostra cultura, legata alla tradizione dell’ apocalittica immanentistica, che percorre le eresie medievali, le filosofie hegeliane e  la religione positivistica della scienza e del progresso. Sul piano ontologico, abbiamo la fusione dell’ uomo con la rete attraverso l’ identità digitale, la bioingegneria e i social network. Su quello filosofico, notiamo il prevalere  di teorie transumaniste e postumaniste. Su quello religioso,  la confusione del linguaggio teologico con quello informatico.  Nella ricerca storica, assumono un peso sempre più determinante la genetica storica e le simulazioni digitali. La geopolitica è dominata dai diversi sistemi di  cyberguerra, e la cultura dai social, dagli e.book, dagli eventi online. La società è incardinata sull’ economia digitale, mentre, con l’ Internet delle Cose, la rete collega l’intero universo materiale, senza più l’intervento dell’ uomo.

Il potere di chi controlla questi complessi meccanismi non può che accrescersi. Infatti, l’informatica finisce per divenire lo snodo principale della cultura, della politica e dell’ economia, con le imprese digitali che fungono da “gatekeepers”. Le nuove tecnologie vengono sviluppate insieme alle forze armate, con cui si stabilisce una forma di simbiosi, e vengono applicate prima dall’industria della difesa, poi in quella civile. I detentori delle tecnologie informatiche divengono così i partners necessari di Governi e imprese commerciali. Grazie a questa simbiosi, essi sviluppano servizi in rete che poi vendono direttamente al pubblico, creando dipendenze e canali di comunicazione alternativi.  Con ciò, essi condizionano politica, finanza e intelligence. I flussi  di cassa legati alle commesse pubbliche, ai beni strumentali e di consumo e alla pubblicità permettono di controllare interi settori economici e sociali, come per esempio la finanza, il commercio, l’editoria, le elezioni…, in un regime di vero e proprio monopolio (Morozov, Zuboff). I molti che si erano spesi così tanto contro i monopoli della RAI e dell’ ENEL se ne stanno ben zitti, e giungono perfino ad esaltare i monopoli dei GAFAM come una “vittoria del mercato”.

Organizzazioni sociali con un siffatto potere non si erano mai viste nella storia, sicché le disposizioni esistenti circa il monopolio statale della forza, il pluralismo delle idee, la tutela della concorrenza e la fiscalità, nate circa un secolo fa ed esaltate come il baluardo delle libertà democratiche, risultano ormai di fatto inapplicabili. Il “mainstream” occidentale appare percorso da una “hidden agenda” che, mentre pubblizza la libertà e la pace, in realtà persegue l’omologazione e l’imposizione.

Le informazioni disponibili attraverso la rete sono più preziose per la difesa nazionale di quelle dei servizi segreti; esse possono essere raccolte aggirando le normative sulla privacy; le informazioni così diffuse dalla rete hanno un impatto, sulla psicologia delle masse, sulle elezioni e sulle strategie d’impresa, ben superiore a quello di stampa, televisione e marketing. Ciascuno dei GAFAM controlla integralmente, senza concorrenza, il proprio  segmento dell’economia (chi la rete fisica, chi il web,chi il cloud, software, chi i big data, chi l’ e.commerce, chi i social networks..), e li usa per espandersi in settori paralleli (veicolistica, trasporti, bioingegneria, spazio…). L’informatica permette di gestire scenari di guerre nucleari di sterminio della durata di pochi minuti, sostituendo così Parlamenti, servizi segreti, Capi di Stato, Stati Maggiori a proposito del potere estremo della politica.

Di fronte a queste modalità operative inaudite divengono inefficaci le disposizioni costituzionali sullo stato di guerra, sull’ inviolabilità della corrispondenza, sul controllo sulla stampa, sull’ antitrust, sull’equità fiscale…, ma ancor più le tradizionali libertà costituzionali: di pensiero, di espressione, di partecipazione politica, d’intrapresa. Questo è il motivo di fondo per cui tutti gli Stati si sono già trasformati in “democrazie illiberali”, indipendentemente dalla loro storia e dall’ ideologia professata. Il dominio del Politically Correct e della Cancel Culture non sono altro che l’espressione sovrastrutturale della Società del Controllo Totale, in quanto lo stato di guerra nucleare potenziale indotto dallo “Hair Trigger Alert” e dal “Dead Hand” digitale impongono il controllo totale della società da parte dei servizi segreti. Alla fine del suo mandato, il Presidente Eisenhower aveva denunziato alla Nazione il pericolo costituito dal “Complesso Burocratico-Militare”, quell’ insieme di poteri economici, politici, militari, spionistici, ideologici e industriali rafforzatisi a dismisura durante la IIa Guerra Mondiale, e che avrebbero portato al maccartismo. Oggi siamo di fronte a una riedizione esponenziale di quel Complesso Burocratico-Militare, che ho battezzato “Complesso Informatico-Militare”,perché, nella forma promossa da Eric Schmidt, il collante non è più l’industria della difesa (la Lockheed), bensì quella digitale.

In effetti, l’aspirazione neppure tanto nascosta della tradizione immanentistica a cui si ispira l’attuale ”Occidente” (mazdeismo, manicheismo, averroismo latino, idealismo, marxismo, attualismo, bogograditel’svo), era sempre stata quella di fare delle persone degli organi dell’Intelletto Collettivo (cfr. Slavoj Zizek, supra).Gli sviluppi attesi prossimamente sono la trasformazione degl’individui in cyborg collegati in rete, la convivenza con ogni tipo di automi e di altri soggetti artificiali autonomi, la censura e manipolazione automatica delle comunicazioni, il passaggio dalle elezioni ai sondaggi online, il monopolio dei GAFAM sul trasporto spaziale..Seguiranno l’integrazione totale delle reti dei Paesi Occidentali, lo svincolo delle stesse dai controlli statali, l’uploading nel cloud delle identità umane. A quel punto, sarà finita non soltanto ogni forma politica costituzionale (sia essa liberale, democratica, socialista o totalitaria), bensì la stessa antropologia umana quale noi la conosciamo.

Tutto ciò è semplicemente l’antitesi di quanto la Presidente von der Leyen ha sintetizzato, nel Discorso sullo Stato dell’ Unione 2021, come l’”Anima dell’ Europa”:“Volevano libertà di parola e media indipendenti. Volevano porre fine alla delazione e allo spionaggio di Stato e combattere la corruzione. Volevano la libertà di essere diversi dalla maggioranza. In altre parole, come ha sottolineato l’ex presidente ceco Vaclav Havel, volevano tutti questi ‘straordinari valori europei’. Sono quei valori che hanno le loro radici nell’eredità culturale, religiosa e umanistica dell’Europa. Fanno parte della nostra anima, sono parte di ciò che siamo oggi. Questi valori sono sanciti nei nostri trattati europei. E ci siamo tutti impegnati a rispettarli nel momento in cui, come Stati liberi e sovrani, siamo entrati a far parte dell’Unione. Abbiamo deciso di difendere questi diritti e il nostro impegno”.In realtà, le Istituzioni, nonostante i loro buoni propositi, non stanno facendo nulla per arginare la Società del Controllo Totale, quando non ne agevolano lo sviluppo. Infatti, purtroppo,  le rendite di posizione dei GAFAM hanno  dato loro una tale forza, ch’essi s’impongono automaticamente alla politica, per esempio attraverso la diffusione capillare dell’ Ideologia Californiana”, l’isolamento dei contestatori come Bill Joy, il dirottamento dei fondi pubblici, come con il Progetto Brain, l’outsourcing di funzioni pubbliche come il funzionamento di istituzioni europee e di Ministeri, ma, soprattutto, una lobby martellante che impedisce l’adozione di qualunque normativa che possa limitare il loro arbitrio.

Tutto ciò senza che cessi la retorica pseudo-liberista, secondo cui l’assenza di regole sul web testimonierebbe della grande libertà di cui godrebbero i cittadini.

E’ in corso la competizione USA-Cina sulle tecnologie

2.Il movimento normativo a favore della privacy

Non che non sia esistito quasi fin dall’ inizio, e non esista ora, un ampio movimento normativo per la regolamentazione dell’informatica, né paralleli trends in favore del divieto dei monopoli, e della tassazione delle operazioni commerciali internazionali. Anzi, buona parte di queste normative sono nate proprio negli Stati Uniti, e gli altri Paesi “occidentali”, in primo luogo l’ Unione Europea, avevano dovuto adottarli nel secolo scorso anche per effetto di un generale processo di americanizzazione del mondo avviato con la “rieducazione” di Germania e Giappone.

La Corte Suprema degli Stati Uniti aveva derivato  il diritto alla privacy  dal 1°, 3°, 4° e 5° emendamento alla Costituzione, e il Giudice Brandeis aveva pubblicato già nel 1880, sul Law Review , l’articolo “Right to Privacy”, cercando to“consider whether the existing law affords a principle which can properly be invoked to protect the privacy of the individual.”Nel 1917, era stata adottato il “Ruling on Protection of Sealed Mail”, a tutela del segreto epistolare. Tuttavia, nel secondo decennio del ‘900, l’ FBI , nelle sue indagini sull’estremismo politico, sorvegliando e leggendo la corrispondenza delle persone sospette, ma, quando aveva richiesto ufficialmente di poterlo fare il Giudice Lamar aveva negato il proprio consenso.

Nel 1995, l’Unione Europea aveva adottato a sua volta la sua Direttiva sulla Protezione dei Dati, e, nel 2018, il Regolamento sulla Protezione Generale dei Dati, che assoggetta tutt’ora a molte limitazioni il trasferimento dei dati dei cittadini europei, vietando, in particolare, ch’ essi possano fare oggetto di ri-trasferimento non autorizzato, di accesso da parte delle Autorità o di trasferimento in Paesi che non permettano le stesse garanzie. Negli ultimi anni, alcuni Stati americani, l’Inghilterra,  il Brasile, l’ India e altri Stati hanno adottato norme simili a quelle europee, cosa che aveva fatto affermare ai vertici dell’Unione che tutto il mondo stava seguendo l’esempio dell’ Unione Europea (non più quello dell’ America), cosa che, come vedremo, è vera solo parzialmente.

I GAFAM hanno una posizione dominante a livello mondiale

3.Altre norme giuridiche applicabili ai giganti del web

Si suole affermare che ciò è illegale nel mondo reale dovrebbe essere illegale anche nel web.Di conseguenza, i giganti del web sarebbero  soggetti, come tutte le altre imprese, alle normative antitrust, fiscale, di sicurezza, sulle comunicazioni e sulla fede pubblica. Anche queste normative erano nate in molti casi negli Stati Uniti, e, poi, esportate in Europa. E’ il caso, in particolare, dell’ “antitrust”, introdotto negli Stati Uniti addirittura nel 1890 (Sherman Act), e attuato rigorosamente all’ inizio  del 1900 (casi Northern Securities Company, American Tobacco Company, Standard Oil AT&T).

In effetti, anche ora le autorità di tutti i Paesi hanno avviato azioni contro i GAFAM per la violazione dei principi di tutti questi corpi di diritto, ma la capacità di questi interventi repressivi di contenere  il potere dominante dei GAFAM è risultata irrisoria. Tutti i GAFAM sono stati accusati infatti, di volta in volta, dalla FTC americana, dalla Commissione Europea e dall’ Autorità Antitrust italiana, di abuso di potere dominante; una tassazione dei redditi delle società digitali è in discussione da decenni in tutto il mondo; i GAFAM sono stati accusati allo stesso tempo di  violare le norme di sicurezza americane e di agevolare lo spionaggio americano in Europa; si sta cercando di responsabilizzare i GAFAM per i contenuti  illegali veicolati dai social, come pure per la diffusione di notizie false e tendenziose (“fake news”).

In nessuno di questi campi si sono ottenuti risultati concreti, innanzitutto  perché fino ad ora si è tentato di estendere per analogia ai comportamenti dei GAFAM misure repressive nate per colpire altri tipi di abuso e aventi una  struttura differente, ma poi anche per l’eccezionale capacità di lobby dei GAFAM. Il comportamento concreto dell’ antitrust americano, della Commissione Europea, dei legislatori nazionali e dei vari garanti della privacy dimostra inequivocabilmente che tutte queste forme di repressione sono interpretate dalle Autorità stesse come meri specchietti per le allodole per l’opinione pubblica (Morozov), mentre in realtà si vuole mantenere ed accrescere il potere dominante dei GAFAM quale ultimo baluardo del potere occidentale in un momento di crisi della sua ideologia, della sua economia, della sua forza militare e della sua credibilità diplomatica.

IL Complesso Informatico-Militare è la sintesi di tutte le distopie

4.I GAFAM e l’ “America-Mondo” (cfr.Antonio Valladao, Il XXI secolo sarà americano)

Da quando, con la caduta del Muro di Berlino, gli Stati Uniti avevano avuto l’illusione di essere divenuti “la sola superpotenza”, vi era stata una progressiva identificazione la fra politica americana e i GAFAM, in  quanto, come teorizzato da Eric Schmidt, avrebbe dovuto sostituire la Lockheed quale guida dell’ America alla conquista del mondo. Infatti, alla Guerra Fredda si stava sostituendo la “globalizzazione”, nella quale, sotto il pretesto della liberalizzazione, si sarebbe dovuto estendere ovunque il “soft power” americano, che, dell’ informatica, avrebbe fatto il “passe-partout” per inserirsi, in modo apparentemente “asettico”, nei nodi vitali di tutte le società del mondo.  

Nasceva così l’idea (espressa senza mezzi termini, per esempio, da Casaleggio), di una democrazia diretta digitale come forma di eliminazione delle differenze (“uno vale uno”), e, quindi, di rafforzamento del potere occulto della “società dell’ 1%”. Vedendo dunque l’informatica come uno strumento essenziale della politica estera degli USA, le autorità americane avevano cominciato a ignorare sistematicamente tutti i principi costituzionali o di legge (di libertà, antitrust, tassazione) tradizionali della cultura americana, ma oramai capaci d’indebolire la loro presa imperiale sul mondo,  sviluppando anzi, sotto il pretesto della lotta al terrorismo, tutta una serie di attività, legislative e tecniche, in stridente contrasto con i succitati valori, volte a realizzare il controllo totale di tutte le comunicazioni a livello mondiale, cominciando dal Patriot Act e dal CLOUD Act per passare all’hackeraggio di tutte le reti mondiali e all’ ascolto di tutte le conversazioni degli organi governativi stranieri e delle Istituzioni europee, come documentato fino nei minimi dettagli da Assange e da Snowden.

Tutto questo in cooperazione totale con gli altri Paesi anglofoni, e con una cooperazione asimmetrica e riluttante con gli Stati Europei, che ancora continua ed è la ragione vera della mancanza di politiche europee credibili di sovranità, e, in particolare, di sovranità digitale.

L’industria digitale europea è stata boicottata fin dal nascere

4.Il fallimento dell’Europa quale “Trendsetter del dibattito globale”.

Per reazione contro queste attività americane e alle rivelazioni di Assange e di Snowden, l’ Unione Europea aveva intrapreso un’azione minuziosa di carattere legislativo, ch’essa pretendeva avere addirittura  un carattere esemplare a livello mondiale (qualificandola come “Trendsetter of the Worldwide Debate”), ma con un grave handicap: la loro totale ineffettività.

Infatti:

1)le normative europee sul digitale si riferiscono ad un’attività (il web) svolta in tutto il mondo occidentale, e anche in Europa, esclusivamente dai GAFAM, che hanno sede negli Stati Uniti e sono soggetti alla legislazione militare americana, che garantisce alla “comunità dell’ intelligence” la piena disponibilità dei dati degli Americani e degli stranieri;

2)gli Stati Uniti hanno ribadito all’ infinito la loro indisponibilità a derogare alla loro legislazione in materia d’intelligence e di non rinunziare in alcun modo a spiare gli Europei e le loro autorità;

3)gli Europei sono totalmente dipendenti tecnicamente dai GAFAM dal punto di vista tecnico, che le stesse Istituzioni europee hanno delegato da sempre alla Microsoft tutte le loro attività informatiche, cosa che rende assurda ed ipocrita la retorica dell’ “indipendenza digitale e strategica” dell’ Europa;

4)nonostante che la Corte di Giustizia abbia reiteratamente dichiarato che l’attuale trasferimento in America di tutti i dati degli Europei è illegale (sentenze Schrems), la Commissione, le imprese e gli Stati continuano ad effettuarlo, senza incorrere in alcuna sanzione;

5)gli abusi dei GAFAM sono quindi come quelli della mafia: le Autorità fingono di darsi un gran daffare contro di essi, ma, in realtà, non hanno fatto neppure il minimo passo in avanti sulla strada della soluzione del problema.

Se le Istituzioni credono davvero nella “sovranità digitale europea”, debbono risolvere immediatamente i loro contratti con la Microsoft, affidando le loro attività digitali a soggetti, pubblici o privati, europei, capaci di svolgere queste semplici attività (basti pensare agli appositi servizi delle Forze Armate), e attuare rigorosamente le due Sentenze Schrems. Il fatto che, contrariamente a quanto falsamente comunicato dai Media, la Presidente von der Leyen abbia accennato, nel Discorso sullo Stato dell’ Unione, per potenziare la difesa europea, non già a un’Intelligence Europea, bensì solo a un possibile “Centro comune di conoscenza situazionale”, la dice lunga sulla sincerità della pretesa intenzione di sganciarsi dagli USA: “Se gli Stati membri attivi nella stessa regione non condividono le loro informazioni a livello europeo, siamo destinati a fallire. È essenziale quindi migliorare la cooperazione in materia di intelligence; non si tratta solo di intelligence in senso stretto, ma della necessità di accorpare le conoscenze provenienti da tutti i servizi e da tutte le fonti, dallo spazio ai formatori del personale di polizia, dall’open source alle agenzie di sviluppo. Dal loro lavoro scaturisce un patrimonio dalla portata e profondità uniche: esiste già, ma possiamo usarlo per prendere decisioni informate solo se disponiamo di un quadro completo della situazione. Al momento non è così. Abbiamo le conoscenze, ma separate. Le informazioni sono frammentarie. Per questo motivo l’UE potrebbe prendere in considerazione la creazione di un proprio ‘Centro comune di conoscenza situazionale’ per accorpare tutte le diverse informazioni”.Inoltre, la Presidentessa si è guardata bene, nel Discorso sullo Stato dell’ Unione, dal citare lo slogan dellasovranità digitale europea (che, del resto, è un calco linguistico sul cinese 数字主权, di cui non possiede certo la concretezza). Questo significa che, in pratica l’intelligence deve restare monopolio americano.

Ma c’è di più:la “Digital Decade” (2020-2030) a cui si riferisce il “Digital Compass” è sostanzialmente vuota. Mentre la Cina e gli Stati Uniti competono per il predominio in tutti i settori delle tecnologie ICT (motori di ricerca, AI, cloud, big data, quantum computing, veicoli intelligenti, IoT), l’Unione si limita a fissare obiettivi generici e non qualitativi, e a scrivere procedure di riunioni: insomma, i soliti “ludi cartacei”

Il Sogno Cinese

5.La nascita dei BATX e la “Balcanizzazione del web”

Contro l’applicazione delle norme europee, e, in particolare, delle Sentenze Schrems, la retorica dei GAFAM insiste da almeno 20 anni sul fatto che la cosiddetta “balcanizzazione del web” (cioè la creazione di ecosistemi digitali concorrenziali fra di loro (come accade in tutti gli altri settori dell’ economia, anche molto simili, come l’aerospaziale), sminuirebbe i potenziali innovativi del web, perché solo ingenti risorse finanziarie permettono la ricerca e sviluppo delle nuove tecnologie digitali.

A prescindere dal dubbio sul fatto che lo sviluppo del web, e, in particolare, questo sviluppo del web trainato dai GAFAM, abbia effettivamente aspetti positivi eccedenti gli svantaggi, resta il fatto che vi è da chiedersi perché mai le ingenti risorse richieste per questo sviluppo debbano essere gestite dai GAFAM in regime di monopolio, piuttosto che da Enti pubblici (come il DARPA che ha sostenuto i GAFAM al loro inizio, oppure l’ Esercito Europeo) .

In realtà, la cosiddetta “balcanizzazione del web” non porterebbe ad altro che a una pluralità di attori nell’ arena, prima che economica, culturale, politica e militare, ricostituendo quelle condizioni di libertà che solo il pluralismo può garantire. Invece, la creazione di un gruppo di monopoli americani, collegati fra loro da legami territoriali, politici, culturali e familiari, e strettamente interconnessi, fra di loro e con l’ “Intelligence Community” costituisce l’esempio più estremo di Stato totalitario mondiale.

D’altro canto, la nascita in Cina, nel corso di questo secolo,  di un completo ecosistema digitale  alternativo ha costituito la smentita più plateale della narrativa dei GAFAM. Anche senza i GAFAM e il loro monopolio, vi sono dunque risorse disponibili, non solo per fare nascere altri giganti del web, ma addirittura per renderli ancor più innovativi dei GAFAM, come dimostra l’attuale trend dei GAFAM stessi di copiare i BATX cinesi.

Così stando le cose, la propaganda dei GAFAM, rilanciata dalla pubblicistica “mainstream”, ha ora cambiato tattica. Essa afferma ora che, sì, è vero, i BATX sono molto efficienti, ma, essendo la longa manus del Partito Comunista Cinese, sono oppressivi e illiberali. Le recentissime misure per restringere le pratiche abusive dei BATX dimostrano invece che i tradizionali strumenti “liberali” per il controllo del potere dominante dei monopoli del web funzionano in Cina e non in Occidente, mentre invece il dibattito più recente (Rampini, L’Economist) dimostra che l’Occidente sta copiando a piene mani dalla Cina, e che tanto la destra quanto la sinistra occidentali stanno divenendo “illiberali”.

L’impero dei Zhou orientali

6.La ristrutturazione della legislazione cinese: clonazione e inveramento della legislazione europea

Dieci anni fa, si sarebbe potuto credere che il progetto della “Googleization of the World” ( la realizzazione della Singularity di Kurzweil grazie alla guida globale americana trainata dal web) si sarebbe potuta realizzare rapidamente, a causa dell’ inesistenza di qualsivoglia alternativa sostanziale. Basti pensare ai casi Echelon e Prism, e alle scadenze ravvicinate poste, da Kurzweil, alla realizzazione della Singularity (presumibilmente, per bruciare sul tempo i possibili concorrenti).

Tuttavia, proprio in quel periodo si era incominciato a parlare del web cinese, con le sue imprese Baidu, Alibaba, Ant, Tencent, Huawei, GTE (i “BATX”), le sole in grado di fare concorrenza ai GAFAM. Huawei era stata fondata nel 1987, Alibaba nel 1999 e Baidu nel 2000. Viste inizialmente solo come un sottoprodotto del “Great Chinese Firewall”, queste iniziative avevano, allora, quote di mercato piuttosto modeste. Tuttavia, le loro potenzialità di mercato erano già allora infinite, perché, da un lato, il pubblico cinese degl’internauti superava già allora quello americano, e, dall’ altro, le crescenti difficoltà dei GAFAM con le regolamentazioni e con il mercato cinesi,  facevano pensare a un rallentamento dell’ invasione digitale della Cina.

E, di fatto, le multinazionali cinesi del Web, seppure in concorrenza fra di loro, hanno conquistato in pochi anni la maggior parte del mercato cinese, riducendo a poca cosa la presenza dei giganti americani e iniziando ad espandersi all’ estero.Gli ultimi anni ci hanno permesso di assistere alle spettacolari performances, tecniche, commerciali e finanziarie, dei colossi cinesi: Alibaba, Huawei, GTE, TikTok, Wechat…, con il risultato, ben descritto da Forbes, ch’esse si stanno ora rivolgendo ai mercati esteri.A quel punto, si sono levate le voci di coloro che vogliono “frenare la politica predatrice dei Cinesi” con divieti, contingentamenti, ostracismi, in netto contrasto con la politica liberistica predicata (ma mai attuata) dagli Occidentali. Si accusano proprio i Cinesi di concorrenza sleale, come  se gli esorbitanti poteri dei GAFAM non derivassero dai soldi del DARPA e dal boicottaggio dei new entrants europei, quindi da un secolo di politiche protezionistiche e mercantilistiche americane, a cui gli altri soggetti mondiali possono rispondere solo con corrispondenti contromisure.

Di fatto, la guerra commerciale contro la Cina si è rivelata un boomerang almeno quanto quella militare contro l’Afghanistan. Se Huawei si è un po’ fermata, sono apparsi nuovi, ancor più aggressivi, marchi cinesi, come Oppo e Xiaomi; il contingentamento dei materiali strategici ha portato alla scarsità dei semiconduttori, che, a sua volta, ha prodotto una moria generalizzata di fabbriche in Occidente (com’è successo a Melfi e Pomigliano).

Così, in seguito alla reazione alla pandemia, miracolosa in Cina e catastrofica negli Stati Uniti, che detengono il record mondiale di morti di Covid, la Cina è divenuta, di fatto, un modello a cui tutti (a cominciare dagli USA) si ispirano, come spiega brillantemente Rampini nel suo ultimo libro. La Cina è oramai il Paese nettamente più avanzato nel mondo per ciò che concerne la transizione digitale ed ecologica, sicché si trova ad affrontare per primo problemi nuovi, come l’organizzazione di un enorme mercato interno con colossali conglomerati digitali, quali non hanno neppure gli USA. Basti pensare che il conglomerato Alibaba-Ant-Alipay gestisce pagamenti e prestiti digitali per un importo superiore all’ intero PIL della stessa Cina.

In tal modo, con l’abilità che le è unanimemente riconosciuta nel campo della “rivalità mimetica” (Toynbee, Girard), la Cina, dopo aver clonato, coi Taiping, il Cristianesimo; con il Kuomingtang, il nazionalismo; con Mao, il marxismo;  con Deng Xiaoping, l’America, ora, con Xi Jinping,  sta clonando la legislazione digitale europea, non già come essa è – cioè, come abbiamo visto, sostanzialmente inattuata-, bensì com’ essa pretenderebbe di essere, vale a dire il “Trendsetter of the Global Debate”. Questa “clonazione” è stata avviata una decina di anni fa, con il concetto di “Sogno Cinese” (中國夢)tratto dallo Shijing (2012) e  ricalcato sul “Sogno Europeo” coniato da Jeremy Rifkin (2005), il quale, a sua volta, voleva espressamente rifarsi al “Sogno Americano” (che, per Rifkin, sarebbe stato incarnato dalla cultura del West, e, in particolare, dalla California del ‘68).In sostanza, Rifkin (un Americano consulente dell’ Unione Europea) ipotizzava una sorta di “translatio imperii” del progressismo mondiale, dall’ ideologia californiana all’economia sociale di mercato europea.

L’idea del “Sogno Cinese” sarebbe che il “socialismo con caratteristiche cinesi” avrebbe potuto eguagliare le prestazioni del “welfare State” europeo. In realtà, il significato originario del termine riandava all’ identificazione confuciana del Datong con la Dinastia Zhou (poesia “quella primavera”). Oggi, quando i limiti  del modello europeo sono sotto gli occhi di tutti, la Cina vuole forse dimostrare la sua capacità di realizzare le promesse non mantenute dall’ Europa.

A parte il fatto che la Cina sta rendendo possibile anche la realizzazione dei progetti più avanzati della scienza e dell’imprenditoria europee soffocati dall’ angustia di nostri Stati e dei nostri mercati e dalla tutela americana (vedi i casi dell’ industria automobilistica tedesca e degli studiosi austriaci dei computer quantici), essa ha sta anche imitando con una rapidità pazzesca l’intero pacchetto della legislazione tecnologica europea, de iure condito e, soprattutto, de iure condendo. Occorre, a questo proposito, ricordare che l’Unione Europea è innanzitutto un incredibile deposito di progetti inattuati. Nata da un millenario progetto incompiuto, l’integrazione ha ereditato, di secolo in secolo, e, poi, di generazione in generazione, una massa sempre crescente di progetti incompiuti (spesso segreti o comunque riservati): il “De Recuperanda Terra Sancta”, il Trattato di Podiebrad, il Gran Dessin di Sully, il Projet di Saint Pierre e quello di Thierry, la versione russa della Santa Alleanza, Paneuropa, la costituzione italiana ed europea di Galimberti, la Dichiarazione di Ventotene, i vari progetti poi bocciati di costituzione europea e di campioni europei…

La Cina ha semplicemente messo insieme tutti i progetti europei inattuati nei settori tecnologici e li sta realizzando nel corso di un paio di anni. A titolo di curiosità, ricordo anche che, quando Rousseau aveva sottoposto a tutti i sovrani ed intellettuali il progetto di Saint-Pierre, tanto Leibniz, quanto Voltaire avevano risposto, in sostanza, che l’Europa avrebbe dovuto “copiare” la Cina (Leibniz, Novissima Sinica; Voltaire, Rescrit de l’ Empereur de la Chine).

Come base di partenza, la Cina ha adottato un codice civile e uno della proprietà intellettuale di tipo europeo. Inoltre ha concordato con il vertice europeo un Trattato UE-Cina per la protezione reciproca degl’investimenti, congelato immediatamente dopo su richiesta di Biden.  Poi, sta applicando già fin d’ora a tempo di corsa non solo questo trattato ancora sub judice, ma anche  i principi di diritto fiscale, della privacy, sulla sicurezza e sui mercati finanziari che l’Europa stava cercando di approvare ed attuare da decenni, senz’alcun  risultato, e che, per la piccola parte già adottata, non vengono però attuati.

Last but not least, essa ha attuato, contro ANT, la filiale di Alibaba che domina il mercato cinese dei pagamenti digitali, quella misura che tutti da decenni hanno inutilmente invocato in America e in Europa contro i GAFAM: l’”Unbundling”, vare a dire lo “spezzatino”, creando una pluralità d’imprese più piccole, in concorrenza fra di loro e con i terzi. Si noti che questa misura era stata ideata ed attuata in America fin dall’ Ottocento (Sherman Act), ma la politica americana si è sempre guardata bene dall’ applicarla ai GAFAM, con il pretesto che, ciò facendo, si sarebbe “fatto un regalo ai Cinesi”. Ora è chiaro che i Cinesi non hanno bisogno di questo “regalo”, perché, in Cina , la pluralità del web esiste, e questo dà ai suoi cittadini una libertà che gli Occidentali non hanno.

Certo, non si tratta ancora dello “spezzatino” a cui pensiamo noi per il mercato “europeo”, dove il monopolio dei GAFAM si tramuta in una vera e propria forma di colonialismo americano, con cui agli Europei viene praticamente impedito di creare imprese informatiche. Lo “spezzatino” di cui avremmo bisogno consisterebbe nel rimpicciolire i giganti americani per permettere ai new entrants di altri Paesi di occupare spazi di mercato, e per rendere le nostre Autorità meno dipendenti da essi. Si tratta comunque di un utile sasso nello stagno, che, o provocherà reazioni a catena, o comunque aumenterà l’appetibilità del sistema cinese e l’accettabilità all’estero dei BATX opportunamente ridimensionati, sempre utili alternative ai GAFAM.

Più in generale, la corsa normativa del Governo Cinese (che segue quella dell’ Unione dalla fine del 2019 alla primavera 2021) risponde all’ esigenza di dimostrare nei fatti che il suo sistema è meno “illiberale” di quello americano e realizza in concreto le esigenze di libertà e di trasparenza che l’Unione Europea ambirebbe a perseguire, ma che invece non persegue affatto perché impedita dalla tutela americana. Il “Trendsetter of the Global Debate” risulta  così essere oggi a tutti gli effetti la Cina, che diventa più che mai un partner obbligato dell’ Unione nell’ ambito del necessario dialogo internazionale sulla regolamentazione del Web.Le imprese cinesi potrebbero anche rappresentare partners fondamentali per cquelle europee per crescere, affrancandosi da quelle americane.

La tomba degl’imperatori Zhou a Luoyang: “Ho sognato la capitale dei Zhou”

7.Per un ecosistema digitale umanistico, poliedrico e multiculturale

L’unico modo in cui i GAFAM e i BATX potranno convivere proficuamente sul mercato mondiale del digitale è che tutti i Paesi attuino e applichino seriamente misure contro il monopolio dell’ecosistema digitale.

Le moderne tecnologie permettono perfettamente di ottenere i risultati perseguiti (privacy dei dati, accessi possibili a pagamento o per motivi di ordine pubblico), separando le diverse funzioni (abbonamenti al web, cessione di dati, accessi nell’ ambito di procedure pubbliche). Gli Stati e l’ Unione debbono poter controllare il rispetto di tali regole, nello stesso modo in cui possono controllare l’accesso alla telefonia fissa, agli abbonamenti televisivi o alle intercettazioni da parte della polizia.

Le imprese di tutti i Paesi devono poter competere senza posizioni dominanti, e gli Stati debbono supplire alle “market failures”, come quella dell’ industria digitale europea, con imprese di Stato, agevolazioni fiscali ai new entrants, preferenze nazionali, ecc…

Quello che proponiamo nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’ Europa è dunque che:

1)si svolga un dibattito a tutto tondo su digitale e società, come quello che stiamo organizzando all’ interno del Salone del Libro di Torino;

2)si studi adeguatamente il problema;

3)si crei l’Agenzia Tecnologica Europea;

4)Si renda operativa la Web Tax (già approvata da anni);

5)si vieti definitivamente l’esportazione dei dati fuori dell’ Unione (attuando finalmente le sentenze Schrems);

6)si negozi una disciplina mondiale del web;

7)si creino dei campioni europei “forti” (non delle semplici “alleanze”);

8)si ponga al centro della Politica Estera e di Difesa l’autonomia digitale dell’ Europa dagli Stati Uniti, secondo il vecchio modello “tous azimuts”;

9)Si crei, non già un anodino “centro di conoscenze situazionali”, bensì una vera “intelligence europea”.

LA RIVINCITA DELLA MITBESTIMMUNG

Battiamoci per un vero piano industriale europeo

Volkswagen in Cina

Le ormai prossime elezioni amministrative dovrebbero cvostituire (ma non lo sono) un momento di approfondito  ripensamento sul futuro dei nostri territori.

La perdita, da parte  di Torino, di quasi tutte le prerogative tradizionali che la caratterizzavano  almeno nell’ immaginario collettivo costituisce un caso estremo del più generale fenomeno di deindustrializzazione dell’Italia e dell’Europa, che non può essere metabolizzato se non mediante un radicale rovesciamento delle vocazioni economiche dei nostri territori. Contrariamente a quanto annunziato un anno fa in un eccesso di entusiasmo, il Recovery Plan non sta realizzando nulla in questo senso, dato il suo carattere d’urgenza, i limiti dei trattati europei e quelli delle culture dominanti. La politica europea si rende forse oggi conto che, subito dopo il “Recovery Plan”, insufficiente e tardivo, occorre un secondo, ben più energico, intervento (la “Strategia Industriale Europea”), ma dubitiamo che saprà veramente lanciarlo.

In questo post, vediamo in primo luogo come si possano emendare gli errori attuali, indotti dalle limitazioni culturali e antropologiche della classe dirigente, per poi arrivare a parlare di un vero e proprio “progetto economico europeo” che dovrebbe, a nostro avviso, costituire il nocciolo duro della suddetta “Strategia Industriale Decennale Europea”, già anticipata, e perfino rivista, dall’ Unione, che la Francia vorrebbe proporre energicamente nel suo semestre europeo, che inizia il 1° Gennaio 2022, ma che, a causa dei fallimenti del passato, si presenta fin dall’ inizio come troppo limitativa.

Partiamo, per fare questo, dalla situazione di Torino e del Piemonte, che consideriamo paradigmatica di quella europea, per terminare, come usiamo fare, con una visione comparativa delle diverse situazioni di Europa, USA e Cina.

I miei 4 lettori mi perdoneranno se, nel fare ciò, farò qua e là riferimento alle mie esperienze di lavoro, a Torino e in Europa, che mi hanno permesso di constatare in prima persona quali siano stati gli effettivi , trasparenti, meccanismi  attraverso i quali la situazione dei Torino, dell’ Italia e dell’ Europa si è deteriorata nel corso degli ultimi 50 anni.

  1. L’eutanasia dell’Olivetti e della Fiat

Dovrebbe stupire innanzitutto che, in tutte le analisi che vengono pubblicate sul declino del Piemonte, non si riveda mai la dinamica concreta della sua de-industrializzazione, basata sulle catastrofi parallele e complementari dell’industria metalmeccanica, di quella informatica e di quella culturale, e causata, in tutti e tre i casi, dalla mancanza di progettualità da parte delle autorità europee, e, innanzitutto, italiane. Il cosiddetto “corporativismo democratico” teorizzato da Fanfani, incarnatosi nella difesa “a pioggia” dei soggetti di fatto esistenti ha fatto sì che si gonfiassero a dismisura automotive ed occupazione operaia a scapito di altre attività produttive (per esempio, informatica, aerospaziale, cultura e servizi), molto più promettenti nella prospettiva della Quarta Rivoluzione Industriale.

A cavallo della IIa Guerra Mondiale, erano stati inventati, tra l’altro, l’energia atomica, la cibernetica, il motore a reazione, la missilistica, la televisione, tutte tecnologie decisive per la divisione internazionale del lavoro nell’ era industriale. Tuttavia, per ragioni legate essenzialmente all’ esito della guerra e alla successiva Guerra Fredda, l’applicazione in Europa di quelle tecnologie strategiche sarebbe tardata, o ben presto abortita. Si svilupparono invece le industrie destinate ai prodotti di largo consumo, fabbricate, come al Lingotto e a Mirafiori, in stabilimenti prima prevalentemente militari, e, come tali, finanziati, durante la guerra, essenzialmente dal settore capitale pubblico, e poi “ereditate” dagli imprenditori.

Questo tipo di sviluppo dell’economia europea  non aveva fin dall’ inizio la capacità di reggersi nel lungo periodo, perché fondato, essenzialmente, sulla non ripetibile situazione post-bellica, caratterizzata dall’impressionante base industriale creata dall’ Asse per fini bellici e dalla copiosa offerta di mano d’opera qualificata e sottopagata in seguito alla smobilitazione, situazione anticipata dagl’incontri durante la guerra fra la FIAT e il dipartimento americano dell’ Industria.

Nei successivi 75 anni, l’Europa, trincerandosi dietro una retorica iperliberista incompatibile con le sue dichiarate ambizioni di potenza economica subcontinentale, si è sempre rifiutata di adottare le contromisure contro questa situazione di programmato sottosviluppo tecnologico, denunziata da rari teorici come Servan Schreiber, e, anzi, ha boicottato, dietro le pressioni americane documentate come nei casi di ENI, Olivetti ed Airbus,  le proprie imprese che tentavano di uscirne. I lamentati interventi “statalisti” hanno avuto anch’essi un carattere “a pioggia”, non atti a sostenere la sovranità tecnologica delle nostre imprese, condannate ad essere eterne “followers” di quelle americane.

Ancor oggi, i documenti dell’Unione sono basati sull’ insostenibile presupposto che, per rilanciare l’economia europea, bastino una politica monetaria espansiva,  il supporto alla ricerca e sviluppo e l’incoraggiamento delle “alleanze” fra piccoli produttori europei, senz’ affatto considerare che certi tipi di attori (come le piattaforme di Internet) sono in Europa totalmente assenti, sì che il mercato (non solo digitale) è interamente dominato dai GAFAM americani. Non solo, ma questi ultimi stanno accrescendo ulteriormente il loro potere sul mercato, da un lato entrando in nuovi settori strategici come l’industria spaziale, e, dall’altro, ottenendo continui dilazionamenti, di anno in anno, delle misure già predisposte contro di essi dalle autorità americane e soprattutto europee (divieto di esportazione dei dati, web tax, fine degli abusi di posizione dominante).

Questo è particolarmente grave perché, come aveva rivelato già Milward, fin dal principio era stato chiarito al nostro mondo industriale che il boom trainato dalla conversione, in industria dei trasporti, dell’industria bellica, concentrato su vetture di bassa gamma, come consigliato dal dipartimento americano dell’Industria, non avrebbe potuto durare in eterno, proprio a causa del prevedibile successo di tale boom e della conseguente “trappola del reddito medio”. Inoltre, come dichiarato a suo tempo alla stampa dal compianto Ing. Chou dell’ Olivetti,  era stato anche soffocato il tentativo, veramente innovativo, dell’azienda di Ivrea  di entrare da leader nel mercato e nella cultura dell’informatica, la quale ultima domina oggi ogni aspetto dell’economia e della politica mondiali. Anche l’industria culturale torinese (Einaudi, Loescher, IPSOA, ISVOR)  avrebbe potuto svilupparsi solo seguendo l’approccio multidisciplinare favorito da Olivetti, mentre invece il suo ossequio ai dettati del “mainstream” politico ne aveva decretato l’insostenibilità nel lungo periodo.

Ne consegue che l’idea di cedere a un partner estero il controllo della FIAT e, di conseguenza, di disinvestire anche dal vastissimo indotto auto (cioè, in sostanza, da tutta l’economia del Piemonte), non è di oggi. Fin dagli inizi, nel 1971,  della mia vita lavorativa nell’ industria metalmeccanica cittadina, avevo assistito al prevalere di  quell’ orientamento, inaugurato dalla cessione della maggioranza italiana in  prestigiose aziende  componentistiche come RIV e Way-Assauto, per le quali avevo lavorato. Dopo di allora, a quante dismissioni avevo dovuto assistere! Sono stato perfino preposto all’ Ente “Dismissioni” della SEPIN.

Ricordo però che quando, nel 1985, si era profilato l’accordo FIAT-Ford, l’opposizione del management torinese, di cui facevo parte, era stata determinante, perché, a dispetto della retorica della “fusione fra eguali”, era chiaro a tutti già fin da allora che l’accordo avrebbe significato la subordinazione di Torino a Detroit. Cosa che, allora, la tecnostruttura FIAT giustamente rifiutava, e l’Avvocato Agnelli era restio a imporre, conscio che la vera forza della sua famiglia consisteva nel catalizzare le energie culturali, politiche, tecnologiche e professionali del Piemonte, che non era certo il caso di alienarsi :”Alla fine la Ford era pronta a cedere il controllo della nuova società alla Fiat, ma solo per un periodo transitorio da 5 a 7 anni. Ghidella avrebbe dovuto guidare la società per questo periodo o almeno per la prima parte di questi anni. Quindi la nuova società sarebbe stata posseduta al 51% dalla Fiat e al 49% dalla Ford per i primi anni e dopo il controllo sarebbe passato nelle mani degli americani”.

Il progetto era però, come dicevamo, in preparazione da tempo (forse dalla Seconda Guerra Mondiale). E infatti esso,  alla prima occasione, fu ritentato, questa volta con General Motors, nel 2000. Ma qui era stata la stessa proprietà a voler rescindere l’accordo già firmato, approfittando delle favorevoli clausole di uscita previste nel contratto:”Esso prevedeva che GM sottoscrivesse una partecipazione del 20% in Fiat Auto, in cambio di azioni della stessa GM per una quota pari a circa il 5,1% (percentuale tale da far diventare Fiat il primo azionista industriale in GM) della capitalizzazione della società di Detroit equivalente ad un valore di 2,4 miliardi di dollari (www.fiatgroup.com). L’intesa ha portato alla creazione di due joint venture paritetiche, una negli acquisti e l’altra nei motori e nei cambi. L’accordo è stato firmato per Fiat dal presidente di allora Paolo Fresco e dall’amministratore delegato Paolo Cantarella. Per GM, invece, erano presenti l’ad John Smith e il presidente Richard Wagoner. Nell’area degli acquisti Fiat Auto e GM sfrutterebbero le proprie capacità specifiche, compresi il team interfunzionale “piattaforma componenti” di Fiat Auto e i “creativity teams” di GM. Il volume totale di acquisti delle due società consentirebbe importanti possibilità di sinergie. Inoltre, Fiat Auto e GM, con il suo partner nei motori diesel Isuzu, intendono sfruttare le proprie risorse per incrementare l’offerta di motori e cambi, migliorare le prestazioni e ridurre i costi. Gli accordi prevedevano anche il riconoscimento a favore del Lingotto di un diritto d’opzione per cedere il restante 80% a General Motors, nel periodo tra il 24 gennaio 2004 (spostata poi al 2 febbraio 2005) e il 23 luglio 2009 (24 luglio 2010)”.

Del resto, era stato lo stesso Avvocato Agnelli, in un libro-intervista, a teorizzare una sorta di “nazionalismo economico” di Torino incentrato sul ruolo internazionale della FIAT. In quel libro, Agnelli usciva dal solito schema della città operaia, per includere, fra i beneficiari dell’ egemonia torinese, i fornitori, i professionisti e il ceto medio (gli “stakeholders”).

In effetti, a dispetto della retorica “mainstream” sul preteso carattere impersonale e a-nazionale delle concentrazioni industriali internazionali, queste sono rette invece da una ben “localizzata” volontà di potenza, che si manifesta attraverso i tre capisaldi del controllo unitario, della nazionalità e della politicità (basti pensare a tutta la politica attuale delle “Golden Shares”).

Nel 2012, la crisi della Chrysler (già ceduta alla Mercedes, ribattezzata Daimler, ma poi rimessa sul mercato per via giudiziaria grazie al sostanzioso supporto politico di Obama) aveva dato a qualcuno l’illusione di poter acquisire il gruppo americano mantenendo il controllo in Italia. Una’illusione infondata, visto che il precedente accordo Daimler-Chrysler era fallito proprio per la pretesa del socio americano Cerberus che la promessa di Schremp di un “merger among equals” venisse poi veramente mantenuta dai Tedeschi, che non lo potevano invece fare a causa della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa (Mitbestimmung), che non avrebbe potuto essere preservata con una fusione alla pari. La politica dell’ “America First” non aveva mai mancato, fino da allora, d’incidere pesantemente anche sulle fusioni societarie internazionali, con pesanti pressioni affinché fosse mantenuta sempre almeno una funzione di controllo americana (cosa poi realizzatasi soprattutto con la complessa legislazione  fiscale su quelle transatlantiche)

Fu così che, per prevenire le suscettibilità americane, fu necessario rendere labile e irriconoscibile, non solo la nazionalità degli Elkann, ma anche il reale centro di FCA (con una spartizione di fatto fra Dearborn, Londra e Amsterdam, e l’esclusione di Torino).

Il “Patriottismo industriale torinese” di Giovanni Agnelli
  • 2. In Stellantis, comanda la Francia

Questa dinamica “geopolitica” dei M&A (Mergers and Acquisitions) è stata confermata, nel caso della recente “fusione” tra Fiat-Chrysler (FCA) e il Gruppo Peugeot Sa (PSA), dal ruolo determinante dell’industria di Stato francese (supportata dalla “participation”, corrispettivo francese della Mitbestimmung), e dal “portage” di azioni da parte di prestanomi.

Anche qui l’illusione del “merger among equals” (alimentata questa volta dai Francesi) non si è potuta mantenere, perché in realtà c’è sempre qualcuno che, grazie ai patti parasociali, comanda, e le autorità di banca e borsa lo vogliono sapere. La risposta ufficiale è stata che comanda la “PSA”, vale a dire il Gruppo francese il cui azionista di riferimento (come anche nella Renault) è il Governo francese (unico soggetto politico ed economico smanioso di estendere il proprio controllo sull’ industria europea, mentre Stati e famiglie imprenditoriali sembrano fare a gara per cedere il controllo ad estranei).

Come da accordi, ognuno dei due gruppi ha nominato cinque membri, con l’undicesima poltrona assegnata a Carlos Tavares, già presidente del consiglio di gestione di PSA, il quale ha ottenuto la carica di amministratore delegato. Proprio questa nomina è il peso che fa pendere l’ago della bilancia dalla parte transalpina, concedendo di fatto la maggioranza assoluta, nel cda, a PSA, mentre la presidenza affidata a John Elkann è più di rappresentanza che non decisionale. Del resto, per capire chi comanda, basta vedere che Tavares guadagna 4 volte più di Elkann.E sarebbe assurdo se così non fosse, dato che la quota aggregata di John Elkann, grazie ad un sistema di scatole cinesi oggi messa in discussione dalla madre Margherita, è appena dell’ 1,75%.

Come si può vedere, nonostante tutte le retoriche ufficiali, siano esse liberistiche o statalistiche, l’industria automobilistica è sempre stata  politicamente determinante e determinata, e il controllo ultimo, la “golden share” appartiene da sempre a un Governo o qualche oligarca legato a un Governo. Con tutto quello che si dice di Cina e Russia, sono poi invece sempre i Paesi europei quelli che si riservano maggiormente il controllo (anche se discreto) delle loro grandi imprese. Solo l’Italia sembra essere un’eccezione, perché la FIAT è stata da sempre, più che sotto il controllo italiano, sotto quello di governi “amici”. Infatti, il Governo italiano  si è sempre rifiutato di influenzare direttamente le scelte strategiche delle sue grandi imprese, a tal punto che sono state spesso le imprese stesse (e perfino quelle di Stato) a dare ordini al Governo, e non viceversa, come nel caso della legge fiscale modificata in concomitanza con il trasferimento all’ estero della sede della FIAT.

Non è un caso  che, mentre le bombe alleate radevano al suolo mezza Torino, e in particolare chiese e monumenti, la FIAT, massima industria militare del Paese, per giunta  presidiata dalla Wehrmacht, fosse sopravvissuta indenne a tutta la guerra. Né che Raffaele Mattioli avesse affermato di avere pilotato egli stesso, dagli uffici della Comit di Milano, l’intera transizione da Mussolini a Badoglio,  passando niente po’ po’ di meno che attraverso la rivolta del Gran Consiglio del Fascismo, il colpo di Stato del Re, l’Armistizio di Cassibile e il Processo di Verona.

Non stupisce allora neanche che oggi, nel Consiglio di Amministrazione di  Stellantis, non sieda alcun rappresentante dei lavoratori italiani, mentre sono rappresentati quelli del gruppo PSA. Infatti, politici e sindacati italiani hanno sempre rifuggito ogni discorso sulla rappresentanza societaria degli stakeholders (oggi pressoché universale in Europa), unico (anche se misconosciuto) reale baluardo contro l’alienazione de controllo sulle imprese strategiche (come ha dimostrato la storia delle imprese tedesche e francesi, ambedue all’ avanguardia nel campo della cogestione).

Singolare il meccanismo di rappresentanza dei lavoratori che nella sostanza aggira le prescrizioni delle leggi francesi, tedesche ed europee sulla partecipazione di quelle italiane. Nel board di Stellantis non c’è alcun rappresentante dei dipendenti italiani e tedeschi mentre c’è Jacques de Saint-Exupery (che non è un sindacalista operaio) a rappresentare (ma solo formalmente) quelli francesi. Fiona Clare Cicconi, nominata da FCA quale rappresentante dei suoi lavoratori, è  invece l’ex responsabile delle risorse umane della contestatissima Astrazeneca (anglo-svedese). I sindacati italiani lamentano che: «Fca ha deciso di fare da sé nell’individuare il componente che dovrebbe, simmetricamente a quello già presente in PSA, rappresentare i lavoratori in Stellantis».

Abbiamo così il paradosso di una Stellantis che vpotrebbe essere un modello perfetto di “società europea” e invece ha lo statuto di una Naamloze Vennootschap olandese, è dominata dal Governo Francese e non ha una rappresentanza europea dei lavoratori.

Mercedes in Cina

3.Torino deliberatamente umiliata

Non può quindi infine stupire in alcun modo il drastico ridimensionamento, non solo economico, ma, anche e soprattutto, sociale e culturale, della Città di Torino, città simbolo di questa cultura “anti-partecipazione” dei Governi, dei sindacasti e degl’imprenditori.

Gli effetti di questa cultura sono eclatanti soprattutto se confrontati alla storia della capitale della Volkswagen, Wolfsburg, oggi più che mai centrale nel mondo dell’ auto anche quando la maggior parte delle auto Volkswagen viene prodotta e venduta in Cina.

Intanto, coerentemente con i piani dell’accordo messo nero su bianco lo scorso dicembre fra FCA e PSA (il “Combination agreement”), sono saliti a 800 gli esodi incentivati nell’area metropolitana. Coinvolte la Teksid di Carmagnola e l’ ex TEA di Grugliasco. Pensione anticipata anche per 350 dipendenti del settore impiegatizio. Solo cento i nuovi assunti. L’ha reso noto la FIOM dopo la firma dell’accordo alla Carrozzeria di Mirafiori per l’uscita incentivata di 160 addetti e quello per i 100 della Maserati di Grugliasco. Sin qui i circa 300 esodi volontari già comunicati per quanto riguarda il polo torinese che comprende Mirafiori e l’ex Bertone.

Agli inizi di settembre, inoltre, verrà perfezionato l’accordo per gli impiegati degli Enti Centrali, che prevede 350 uscite e un centinaio di ingressi.

Intanto, non è stata assegnata a Torino la cosiddetta “Gigafactory” della Stellantis per le batterie elettriche (la quale per altro neppure a Termoli compenserà gli attuali licenziamenti).La Maserati si trasferisce a Mirafiori e l’ex stabilimento Bertone di Grugliasco rischia di diventare presto un pezzo di archeologia industriale, con la chiusura definitiva di quello che era nato come “polo del lusso”, con la Maserati, che oggi lavora a singhiozzo, e in cui le ore di cassa integrazione superano quelle di attività.  Si tratta dell’accorpamento di tutta la produzione torinese a Mirafiori, con l’affiancamento alla Levante delle produzioni di Gran Cabrio e Gran Turismo, tutti modelli Maserati. A Grugliasco resterà un’attività residuale legata a Ghibli e Quattroporte.

Situazione ulteriormente aggravata dalla chiusura di Melfi e Pomigliano.

Tutto ciò ammesso che le politiche della transizione ecologica accelerata non portino di fatto (come alcuni paventano) alla chiusura di tutte le fabbriche europee di auto di lusso.

Tutto ciò nonostante che la FCA abbia contratto un prestito COVID-19 con lo Stato Italiano, che proteggerebbe l’occupazione dei siti italiani. Sebbene il prestito ricevuto da FCA nel 2020, erogato da Banca Intesa Sanpaolo e garantito dalla società pubblica SACE, contenga clausole legate al reinvestimento esclusivamente in Italia dei fondi ricevuti,  Stellantis da allora ha cessato le attività in ben 4 stabilimenti italiani e continua a ridurre l’occupazione.

La cogestione è attualissima anche nella società delle macchine intelligenti

4.Ci  sarebbe voluta anche in Italia la cogestione

Ribadiamo che la chiave di lettura di questa  vera e propria cancellazione del nucleo originario della FIAT va ricercata, non tanto in un processo ineluttabile di crisi del mercato automobilistico e di delocalizzazione, né in una cattiva volontà della proprietà, bensì nelle scelte autolesionistiche della politica, dei sindacati e degli stessi lavoratori.

Nella generale trasformazione del mercato veicolistico in seguito al “middle income trap” in Occidente e alla crescita dell’ Asia, l’industria veicolistica europea può essere salvata (almeno temporaneamente, in attesa di cambiamenti più radicali) proprio con la strategia adottata dai Gruppi tedeschi, basata sulla partecipazione dei lavoratori, sull’ altissima qualità, sull’ automazione e sul presidio diretto del mercato cinese, forte di 30 milioni di vetture all’ anno. Il loro contesto societario, dominato dalla cogestione dei lavoratori e dalla separazione della proprietà dal management, era stato concepito, a partire dal caso Volkswagen negli anni 50,  come una formula per evitare la cannibalizzazione dell’industria tedesca,  allora più che mai possibile per via del regime di occupazione e delle epurazioni. Ricordiamo che la Volkswagen apparteneva originariamente al sindacato nazista “Front der Arbeit”.

In Italia, gl’insostenibili miti dell’insuperabilità della lotta di classe e dell’inaccettabilità di limitazioni ai diritti della proprietà hanno prodotto una debolezza tanto delle direzioni aziendali, che dei lavoratori, di fronte alle inevitabili pressioni delle grandi potenze, dei partiti, della finanza e della concorrenza,  e allo smantellamento delle nostre imprese.

E’ ben vero che, in un’Europa unita con un miliardo di abitanti, non avrebbe probabilmente senso che tutti i Paesi abbiano tutti i tipi di produzione, e quindi l’ Europa del Sud avrebbe dovuto comunque “barattare” con il Nord e con L’Est la manifattura con la cultura, l’ecologia e i servizi,   ma ciò avrebbe dovuto essere deciso dall’ Europa e negoziato fra i Paesi, non già essere il risultato di una serie di fatti compiuti imposti dai più furbi.  In pratica, nulla vieta che le holding dei grandi gruppi siano collocate in Europa Centrale, né che le fabbriche siano in Cina, purché i centri di ricerca, gli uffici finanziari e commerciali, l’indotto del terziario, siano sparsi in tutta Europa, e che, in cambio, vengano collocati nell’ Europa mediterranea istituti e industrie culturali.

Questo per dire che la pur necessaria ristrutturazione, anche territoriale, dell’ economia europea è stata non solo iniqua, ma anche e soprattutto inadatta a combattere efficacemente la concorrenza internazionale.

In conclusione, l’infausta sorte della nostra “Città dell’Auto” era scritta da molti decenni, da quando tanto la  politica, quanto l’imprenditoria, quanto il sindacato avevano rifiutato di seguire il modello tedesco, basato sulla cogestione, sull’ alta qualità e su delocalizzazioni controllate. Oggi, le imprese tedesche, seguendo la clientela,  producono e vendono la maggior parte delle loro auto all’ estero, però la “testa” è sempre più fermamente a Wolfsburg, a Stoccarda e a  Monaco, con la partecipazione alla gestione e agli utili del Governo, del management, delle Autorità locali e dei lavoratori. Addirittura, il Governo cinese ha loro permesso nel 2020, in anticipazione del Trattato UE-Cina poi “congelato”, di acquisire il 100% della proprietà delle fabbriche cinesi loro partner. Le imprese cogestite tedesche sono più forti, non solo della loro dispersa “proprietà”, bensì dei Governi, cinese, tedesco e perfino americano.

Come risultano cocenti, alla luce di questo confronto internazionale, gli ultimi smacchi delle Autorità, managers, lavoratori, torinesi, avvezzi da decenni a prendere schiaffi da proprietà e governo, costituiscono il naturale esito dell’ autolesionismo della strategia fino ad oggi perseguita. Basti pensare al trasferimento all’ estero della sede della FIAT, poi alla scomparsa del marchio, e ora alla chiusura  (e addirittura, vendita all’asta) dello storico edificio del Lingotto, simbolo, non solo della FIAT, ma anche dell’architettura razionalistica italiana, e perfino della tradizione del movimento operaio. A parte il fatto che, contemporaneamente, si stanno vendendo anche le Cartiere Burgo, e perfino la Galleria del Romano, su cui affacciava la stanza del Nietzsche “torinese”. Infine, è stato praticamente azzerato l’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, senza che le nostre Istituzioni siano riuscite ad ottenere nulla dal Governo.

Altro che “fare squadra” per la città! Siamo di fronte a una sommatoria di carenze, errori e tradimenti che hanno portato a una sconfitta totale. Colpa di Chiamparino o di Cota, di Ghigo o della Bresso, di Fassino, dell’ Appendino o di Ghigo? In realtà, sembra che le colpe risalgano ancor più indietro, e vadano equamente condivise. La colpa è fondamentalmenten degli elettori torinesi, che hanno votato quei politici e continuano a votare gli stessi partiti.

Senza l’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, il futuro di Torino è più difficile

5.Il futuro di Torino, dell’ Italia e dell’ Europa

Fino a qualche giorno fa, tutti parlavano ancora di un futuro di Torino nel settore autoveicolistico. Perfino dopo quest’ultima doccia fredda, in piena vigilia elettorale, i politici reclamano ancora una rinegoziazione con Stellantis e con il Governo per una (o due )nuova/e “gigafactory” di batterie. Questo gran parlare è  semplicemente grottesco, per una serie di ragioni, prima fra le quali è che il ridimensionamento, in questi 50 anni, dell’industria metalmeccanica piemontese, è oramai talmente macroscopico, che ne restano solo le briciole, che riguardano al massimo qualche decina di migliaia di operai, su quasi un milione di abitanti di Torino (quando, come noto, un tempo  già soltanto i quadri della FIAT erano 40.000). E’ quest’ultima la classe sociale più penalizzata.Comunque, è oramai evidente che a Torino non vi sarà nessun’attività direzionale, né progettuale, e che anche l’occupazione operaia sarà ridotta ai minimi termini.

Il peggio è che neppure le attività alternative all’automobile sono state gestite meglio di questa. L’enorme patrimonio naturale e storico non viene valorizzato se non in minima parte. Non si studia sufficientemente la nostra storia antica e medievale, né  gli agganci con le diverse culture europee (i Poeti Provenzali, De Maistre,  Nietzsche, Michels..).Ne deriva la  mancanza di “appeal” della nostra offerta culturale e politica.

Neppure il carattere fondamentalmente “museale” della città è stato rispettato, inserendo , in un contesto  di valore architettonico unico, due banali grattacieli (di cui uno -costruito sulle macerie del mio ufficio alla gloriosa FIAT Avio- e mai terminato). Non parlamo poi dell’ industria spaziale, distrutta dallo spezzatino della FIATV AVIO e dall’ assenza dell’ Europa dai più avanzati settori dell’ industria spaziale.

Tutto questo lo scrivo a ragion veduta perché:

-da più di 50 anni ho detto e scritto che ciò sarebbe inevitabilmente avvenuto se non si fosse perseguito un progetto alternativo di città, sulle orme di Adriano Olivetti, fondato sulla sinergia fra cultura, politica, finanza ed europeizzazione programmata delle industrie di alta tecnologia;

-mi ero dedicato appositamente allo studio del lavoro comparato perché vedevo chiaramente che solo un sistema di partecipazione del lavoro a tutti i livelli sul modello tedesco avrebbe potuto ovviare (seppure parzialmente), alle catastrofiche tendenze di lingo periodo dell’”establishment” italiano;

-ancora nel 2019 avevo presentato al Salone del Libro di Torino un libro (“Il ruolo dei lavoratori nell’ era dell’ Intelligenza Artificiale”), esito di un convegno presso l’ Unione Industriale, nel quale tentavo di dimostrare che il modello tedesco di Mitbestimmung è più che mi attuale nell’ era delle Macchine Intelligenti;

-fin dal 1977, mi ero attivato, nell’ ambito del Gruppo CIR, e, più tardi, di quello FIAT, per promuovere una delocalizzazione dell’industria piemontese verso i Paesi in Via di Sviluppo ed ex socialisti basata sul mantenimento sul territorio del controllo e sull’ “upskilling” della società piemontese,   con il rafforzamento delle funzioni politiche, finanziarie e manageriali di Torino, intesa quale centro dell’ economia europea e mondiale;

-anche l’attività di promozione culturale svolta negli ultimi 16 anni da parte di Alpina è andata in questa direzione, puntando tutto sull’ europeizzazione e sul rafforzamento dell’identità della città, come nel caso del progetto di Torino Capitale Europea della Cultura;

-ho appena pubblicato, per il marchio “Alpina”, un nuovo libro bianco sull’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, che pubblicheremo al prossimo Salone del Libro (14-18 ottobre);

Purtroppo, tutti questi sforzi pluridecennali sono stati inutili, di fronte alla palese volontà di una città di suicidarsi.

6.Il velleitarismo: copertura ideologica delle responsabilità dell’establishment

Purtroppo, sta prevalendo, in quei residui di classe dirigente che ancora sopravvivono a Torino, inaudite retoriche, secondo cui il fatto di essere stata, la nostra Città, fino al 1990, il centro di un impero industriale – come si diceva un tempo, ”Terra, mare cielo”- legittimerebbe la stessa a pretendere che le Autorità europee e nazionali e perfino Stellantis  concentrino qui alcune (per altro marginali), loro attività. In particolare, a proposito di batterie, vorrei ricordare che appena 5 anni fa la FIAT (oggi Stellantis) aveva venduto ai Giapponesi una delle più importanti imprese nel settore batterie per auto: la Magneti Marelli, di cui mi onoro di essere stato, fra il 1986 e il 1988, il responsabile dei Servizi Legali. Perché allora nessuno era venuto fuori con appelli per il mantenimento in Piemonte della manifattura? Avevamo ancora il bastone di comando anche in questo campo, in un colosso presente in tutto il mondo, e ora veniamo a piatire dalla Stellantis la creazione di una fabbrica che, nella migliore delle ipotesi, ci porterebbe in 10 anni 500 posti di lavoro da operaio. Perfino Termoli, che riceverà già a prima di queste fabbriche, si è lamentata del fatto ch’essa non compenserà certo i licenziamenti in corso pure laggiù.

Esemplare (in senso negativo), l’articolo di Salvatore Tropea su “La Repubblica” dell’8 agosto, che titolava con un’ affermazione già a prima vista insostenibile:”Il rilancio di Torino si fonda sull’ eccellenza del passato”. Ma quale eccellenza, se, nel giro di 50 anni, abbiamo ceduto tutte le nostre posizioni industriali alla Silicon Valley, a Milano, alla Motor Valley emiliana,  a Roma, a Parigi, a Detroit, a Shenzhen,  a tutte le province cinesi che, producono, ciascuna, anche con marchi tedeschi, più auto delle singole nazioni europee.

L’eccellenza industriale della Torino del passato era fondata innanzitutto sulle virtù politiche e militari dei Savoia e dei sudditi sabaudi, sulla grinta del sindaco Luserna di Rorà, di Gramsci,  del Senatore e dell’ Avvocato Agnelli, così come  sulla creatività di Adriano Olivetti. Una volta finite quelle generazioni, né la politica, né la cultura, né l’imprenditoria, né il management, si sono rivelati all’altezza di un passato sempre più lontano. Hanno prevalso la ristrettezza di orizzonti, il conformismo professionale e ideologico, gl’incesti fa politica ed economia, il servilismo dei gate-keepers, la mentalità burocratica del management,  la debolezza di carattere delle nuove generazioni, un’interpretazione quietistica del “pensiero unico” che incita all’ accettazione passiva di un presunto “corso della storia”.

Non vedo poi come Tropea possa affermare, con un riferimento criptico al recentissimo ridimensionamento dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che quella sarebbe stata una “scorciatoia”, mentre invece Torino dovrebbe continuare a fare ciò che ha fatto in passato (anche se gliene sono stati tolti i mezzi). Ma si rende conto Tropea che, in questi 75 anni, nel resto del mondo le vocazioni economiche prevalenti sono cambiate molte volte, con l’avanzare trionfale, prima, del terziario, e, ora, del digitale?che le multinazionali americane “tradizionali” hanno ceduto alla Big Tech i primi posti nelle classifiche del Dow Jones? che la Cina non è più, né un Paese in via di sviluppo, né un Paese agricolo, né la “fabbrica del mondo”, bensì il “cervello del mondo”, e non importa più, bensì esporta, tecnologia? E noi invece aspiriamo solo a tornare ad essere, molto in piccolo, ciò che eravamo, in grande, nel secolo scorso?

Purtroppo, di questi grandi temi non sentiamo parlare nella campagna elettorale oggi in corso, e ci chiediamo se qualcuno abbia una qualunque, seppur misera, idea da proporre in proposito agli elettori.

Un Progetto Economico Europeo non può avere al centro se non la programmazione della transizione digitale

7.Un  Progetto Economico Europeo al di là della “Strategia Industriale Europea”

Situazioni come quelle di Torino sono presenti ovunque in Europa, anche se in modo meno drammatico. Esse dipendono dall’ assenza di un qualunque serio accenno di capacità programmatica. Come abbiamo viso, il processo di specializzazione e riqualificazione delle varie aree dell’Europa, lasciato senza “paletti” a un mercato d’ imprese sub-marginali esposte a concorrenti enormi, agguerriti e liberi di muoversi, ha portato a risultati assurdi, come il concentrarsi di fatto del controllo dei grand gruppi europei nell’Europa Centrale, il predominio nell’ Europa Meridionale di manifatture obsolete e di una pletora d’ imprese familiari nei settori commerciale e dei servizi alle persone. Non sono state presidiate le aree, oggi determinanti, della cultura, dell’informatica, dell’aerospazio, oggi completamente in mano agli USA e alla Cina.

L’attuale Unione Europea, anziché porsi, come sarebbe  nelle sue ambizioni,  quale il “Trendsetter del Dibattito Globale”, insegue faticosamente i nuovi scenari mondiali. Per esempio, la “Strategia Industriale Europea” era stata annunziata il 20 marzo 2020, vale a dire il giorno prima che l’OMS dichiarasse iniziata la pandemia di Covid. Ma la Cina aveva già fornito ben tre mesi prima le famose informazioni sul Covid, che qualcuno pretenderebbe “ritardate”. Com’è possibile che, a Bruxelles, nessuno si fosse ancora accorto che la pandemia avrebbe modificato profondamente lo scenario economico mondiale?

E, infatti, un anno dopo, la Commissione si è vista costretta a emettere una rettifica alla strategia dell’anno scorso, focalizzata sulla ricerca di rimedi contro le cosiddette “dipendenze” dell’Europa. Ma anche questa rettifica è monca: essa non tratta in alcun modo del problema più grave dell’Europa: la mancanza di  industrie digitali europee. La quale costituisce la più spettacolare fra le nostre dipendenze, in quanto lascia cultura, difesa, politica ed economia europee in balia dei GAFAM, che ci sottraggono continuamente dati, risorse, intelletti e materia imponibile, trasferendoli  fuori della UE.

I provvedimenti previsti dal documento della Commissione affrontano poi la questione in un modo così indiretto, da condannare l’iniziativa all’ insuccesso.

Innanzitutto, vi sono l’”Alliance on Processors and Semiconductor Technologies” ,l’ “Alliance for Industrial Data, Edge and Cloud “, l’”Alliance on Space Launchers” e l’”Alliance on Zero Emission Aviation”. Come si era però visto nel settore aerospaziale, queste “alleanze” sono paralizzanti, tant’è vero che tanto Arianepace, quanto Airbus, sono state poi trasformate, per renderle efficienti, in società di capitali , come avevo potuto constatare personalmente in qualità di responsabile del servizio legale della FIAT Avio, partner e fornitrice strategica di ambedue. Non per nulla era stato creato appositamente vlo strumento della “Societas Europaea”

Questa inefficienza si è vista ancora pochi giorni fa coll’annullamento, per l’opposizione spagnola, dell’ assegnazione dell’ appalto per il centro di supercomputer di Barcellona, alla ditta franco-americana ATOS (di cui il Commissario Breton era stato fino a poco fa il presidente), quando invece gli Spagnoli ritenevano più competitiva quella  di un consorzio sino-americano.

Il bello è che, mentre gli Stati Uniti godono (forse ancora per poco), di una posizione dominante a livello mondiale nei settori di alta tecnologia, ma sono riluttanti ad applicare, alle proprie imprese in posizione dominante, i principi della libera concorrenza da essi tanto decantati, e applicati così rigorosamente fino a un secolo fa (casi Standard Oil e AT&T), e l’Europa, che pur stando appena emettendo, in questo campo, i primi vagiti, pretenderebbe di costituire il modello mondiale della governance digitale, la Cina, che solo in questo secolo ha raggiunto gli Stati Uniti, non solo li sta superando industrialmente, ma sta anche applicando, con la precisione di un manuale, ai propri BATX, tutte le regolamentazioni  previste dai prolifici legislatori americani ed europei, ma completamente disapplicate dai relativi Enti regolatori. In tal modo, la Cina sa proponendo a mondo un modello di mercato digitale continentale retto sulla concorrenza perfetta fra molti produttori nazionali e controllato attentamente da regolatori di mercato retti dalle migliori norme europee  e americane (il vero “Trendsetter del Dibattito Mondiale”), togliendo all’ Europa anche questo primato.

I riferisco in particolare a:

a) l’Antitrust: L’Amministrazione Statale per la Regolamentazione del Mercato (ciò che è in USA la Federal Trade Commission), creata appena nel 2018, ha incriminato, e, in molti casi, multato, 35 aziende informatiche nazionali per fusioni non dichiarate, contratti di esclusiva vietati e tattiche commerciali non trasparenti;

b)la Protezione dei Dati:L’Amministrazione Cinese del Ciberspazio, creata nel  2014, ha sospeso la quotazione negli Stati Uniti della società cinese Didi per violazione dei protocolli di sicurezza;

3) “Espansione disordinata”.Altre imprese sono state penalizzate per altre violazioni delle regole del mercato.

Secondo alcuni commentatori, la  Cina starebbe abbandonando il modello americano, incentrato sull’ high tech, per abbracciare quello “tedesco” fondato sulla “fabbrica intelligente”, anche per controbilanciare le pressioni americane per sabotare le filiere di fornitura cinesi; secondo altri, queste misure sarebbero state adottate per venire incontro al desiderio dei cittadini cinesi di vedersi maggiormente tutelati contro le multinazionali, come promesso da tutti i Governi del mondo, ma attuato seriamente solo dalla Cina. Ambedue obiettivi assolutamente legittimi, e che a parole sarebbero comuni anche ai legislatori e regolatori europei, che però in realtà non li perseguono per nulla , lasciando  i nostri concittadini, le nostre imprese e i nostri lavoratori,  assolutamente indifesi, con i risultati che vediamo nella nostra Città.

Soprattutto, l’attuazione di quelle politiche rende  il sistema industriale cinese un modello completo e avanzato, tanto dal punto di vista strutturale che da quello dei diritti, superando dunque, nel primo caso, i monopoli tecnologici americani, e, nell’ altro, le pretese di leadership dell’ Unione Europea quale Trendsetter del Mercato Globale.

Speriamo che si possano criticare tutte queste “défaillances” nella Conferenza sul Futuro dell’Europa, con l’obiettivo di una “perestrojka” radicale del sistema economico del nostro Continente e della rinascita delle nostre Città.

CONTRO I RISCHI ESISTENZIALI DEL XXI SECOLO: COSTRUIRE UN MONDO POLIEDRICO

La costernazione generale dell’establishment per il fatto che gli Stati Uniti abbiano rimpatriato le proprie truppe dall’ Afghanistan ha fatto perdere di vista un aspetto ben più vasto e generalizzato: che, nonostante gli USA abbiano proprie basi militari in tutto il mondo, al punto da ricomprendere, appunto, il mondo intero nelle proprie regioni militari (da cui non è esclusa alcuna parte del globo), essi non coincidono affatto (come giustamente rilevato da Giovanni Paolo II), con le Nazioni Unite, bensì sono solo un “impero nascosto”(Immerwahr) non riconosciuto da nessuno, e la cui effettività è tutt’altro che assodata, ma, anzi, è contestata un po’ da tutti.

Come ha scritto giustamente Cacciari su l’Espresso, “abbiamo affrontato  le crisi medio-orientali e la tragedia afghana alla luce di un bagaglio ormai confuso di idee di democrazia, di costituzione, di procedure parlamentari, distinguendo le forze in campo in base alla  loro distanza dai nostri ’valori’”.

Peccato che poi anche il nostro filosofo dimostri una confusione ancor maggiore là dove parla di “egemonia esercitata (anche attraverso l’ URSS!) da oltre due millenni”. Ma quando mai, l’ “Occidente” ha esercitato un’egemonia sul resto del mondo   prima dell’Ottocento? Ai tempi degl’ Imperi Persiano, Maurya, Han, Tang, islamico, mongolo, ottomano, Qing? A quelli di Buddha, Confucio, Ashoka, Maometto, Averroè, Avicenna, Chinggis Khan, Marco Polo, Akbar?

La pretesa egemonia occidentale, e l’idea stessa di “Occidente” nascono solo con le violente aggressioni contro l’ Algeria, la Cina e l’ India del secolo 19°. Prima di Condorcet, Saint-Simon, Hegel, Marx, Hugo, Mazzini e Kipling, nessuno aveva mai pensato ad un’”egemonia occidentale” nel mondo, dato che gl’imperi cinese, russo e ottomano erano i più estesi, i più ricchi e i più colti, tant’è vero che il Cristianesimo, l’Islam, la Via della Seta, le scoperte tecniche e scientifiche, erano venuti dall’Oriente fino a un paio di secoli fa. D’altra parte, Kircher, Fresnais, Leibniz, Voltaire, Federico II, prendevano a modello la Cina, e Schopenhauer, Blavatskij e Guénon, l’India. Mentre gli Utopisti e Marx si sforzavano di comprendere come potesse essere fatta una società socialista, i Taiping l’avevano già realizzata.

Dirò di più. Il fatto d’ignorare l’influenza dello zoroastrismo, del buddhismo, dei popoli delle steppe, delle culture islamiche, di quelle siniche tramite i Gesuiti, del Sarmatismo e dell’ Eurasiatismo, sulla storia e sulla cultura europee (per esempio, sull’Ellenismo, su Roma, sul Cristianesimo, sul  Rinascimento e l’ Illuminismo, su concetti costituzionali come “dispotismo illuminato” e “Stato Minimo”), impedisce agl’intellettuali “mainstream” di cogliere l’essenza stessa della storia europea, che è stata da sempre parte integrante di una dialettica mondiale, e, in particolare, eurasiatica.

L’incapacità di comprendere il “Socialismo con caratteristiche cinesi”, la “Sovranità Digitale” e  gli “Stati-Civiltà” c’impedisce poi anche di capire dove stia andando la politica contemporanea.

Il periodo di egemonia occidentale non è durato neppure 200 anni. La sua fine, evidenziata in modo spettacolare dai fatti di Kabul, fa intendere anche ai più ottusi che l’enorme castello di finzioni su cui si fondava il preteso “Ordine Mondiale” era basato su un sistema quasi insuperabile di equivoci: presunta vittoria del “materialismo volgare”, quando l’informatica e la quantistica hanno dimostrato in modo plastico la dematerializzazione del mondo; presunta insuperabilità degli “Stati Nazionali”, della Costituzione americana,  dell’ordinamento europeo….

Carro da guerra della cultura di Sintashta

1.Il vero quadro geopolitico odierno

A oggi, esistono, nel mondo, almeno 11 diversi centri di aggregazione geopolitica, di cui 10 non si riconoscono nella pretesa egemonica, ma neppure nella cultura, dell’ America, e, quindi, dell’ “Occidente”.

L’importanza di questi centri tende ad accrescersi soprattutto per via dell’inaudita concentrazione di potere generata dal web, che ha fatto sì che le sorti del mondo vengano decise sempre più in soli 2-3 centri operativi, condivisi fra guru del web e servizi segreti, di  quei Paesi.

Ne consegue che le diverse civiltà del mondo sono vieppiù costrette, se non vogliono essere schiacciate, a dotarsi di organismi statali e industriali giganteschi, capaci di padroneggiare la balcanizzazione del Web. Questa è la vera ragione del fascino esercitato dalla Cina, l’unico Paese che abbia, nel contempo, una popolazione di più di un miliardo di abitanti e un’industria del web fiorente e completamente autonoma.

Tutti i sub-continenti del mondo dovrebbero organizzarsi in Stati-Civiltà come la Cina, detentori del potere culturale, digitale e militare, delegando ad Entità minori (Euroregioni, Repubbliche, Emirati), le questioni di minore impatto, come le politiche economiche e sociali. Anche la questione della democrazia  si comprende solo se si ragiona in relazione ai diversi livelli di governance. E’ chiaro che Biden e Ji Xinping non decidono democraticamente le questioni della pace e della guerra, e se ne vedono le conseguenze. Trump e  Biden non hanno consultato, sull’ Afghanistan, nemmeno gli alleati (e neppure l’opposizione americana). Certo, si possono, e si devono, decidere in modo democratico e partecipato  il bilancio, la programmazione territoriale, l’urbanistica, a livelli inferiori come quelli macroregionali, nazionali, euroregionali, regionali, provinciali, cittadino e di quartiere.

Tentiamo di riassumere  la situazione attraverso la tabella seguente:

nomi delle grandi aree del mondo e Teorici più rappresentativiNumero di abitantiCaratteristiche essenzialiMaggiori divergenze dall’ “Occidente”
1.Anglosfera (Huntington)400 milioni (USA; UK, Canzus)Materialismo Puritanesimo Democrazia Millenarismo 
2.Europa Occidentale (Koudenhove-Kalergi, Spinelli)350 milioni(Iberia, Francia,Scandinavia, Benelux,Germania DSvizzera, Austria, , Italia, Lituania)Pluralismo Elitarismo ComunitarismoMito della cultura “alta” Interventismo statale
3.Europa Orientale (Gumiliov, figlio di Anna Ahmatova)250 milioni (Slavi Orientali, “16+1”,CaucasoParticolarismo Passionalità ComunitarismoOrgoglio Gerarchia
4.Grande Medio Oriente  (Ibn Haldun)1.400 milioni (Turcofonia, mondo iranico, Lega Araba, Sahil, Corno d’Africa, Pakistan, Bangladesh, Asia Centrale, Indonesia)Religiosità Particolarismo PassionalitàAutoritarismo Machismo
5. Subcontinente indiano (Gandhi)1.400 milioni:India, Nepal, Sri LankaReligiosità Particolarismo CasteRaffinatezza Partito forte di governo
6.Cina (Zhang WeiWei, Bell)1.400 milioniSincretismo Tradizionalismo SocialismoPartito comunista Coordinamento centrale
7.Asia-Pacifico (Shiratori)700 milioni (Corea,Giappone, ASEAN,PolinesiaParticolarismo Autoritarismo Laboriosità  Pluralità di Stati  
8.Africa Subsahariana (Senghor)1.100 milioniParticolarismo Tribalismo Primitivismo“Black Privilege Tradizionalismo
9.America Latina (Urarte, inventore della “Patria Grande”)650 milioniParticolarismo Tradizionalismo SolidarismoPluralità di Stati Antimodernismo
10.Israele (Eisenstadt,autore di “Civiltà Ebraica”)10 milioniStato confessionale Costituzione parlamentare Ruolo centrale dell’ esercitoIntellettualismo Clericalismo   
11.Roccaforti comuniste200: Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Venezuela)Dittatura Di partito Coordinamento centrale Isolamento intenazionaleRifiuto democrazia parlamentare Egualitarismo

Da questo semplice schizzo, si capisce quanto siano, ancor oggi, diverse le varie società del mondo, e quanto poco realistica sia la pretesa degli Americani (e di parte degli Europei) di voler trasformare tutte le altre parti del globo per adeguarle ai gusti di un’esigua maggioranza, che non raggiunge neppure l’1/% della popolazione mondiale (la “Società dell’ 1%”), con il cosiddetto “processo di Nation Building”, sul modello degli USA, della Grecia, dell’Italia, di Israele, dell’ India, del Pakistan, che, oltre ad essere obsoleto, è anche normalmente sanguinoso).

La civiltà del Gandhara

2.L’atteggiamento autenticamente “universalistico” .

Contrariamente alla retorica “mainsteam”, un autentico universalismo non potrebbe avere la pretesa di annientare le differenze culturali, bensì dovrebbe puntare a trovare ciò che unisce, senza sacrificare ciò che divide.

A questo punto, perché mai stupirsi se la pretesa del “Nation Building” all’ americana sia stata rifiutata nel modo più reciso dall’ Afghanistan, che aveva già respinto precedenti i tentativi di annessione, prima, nel Raj anglo-indiano (la celeberrima battaglia del Khyber Pass), poi, nel blocco sovietico? Con ciò, l’ Afghanistan ha dimostrato nei fatti di essere già non solo una nazione, ma addirittura uno Stato Civiltà, con un’identità culturale, una coesione politica e una volontà di libertà molto superiore a quelle della maggior parte dei Paesi del mondo.

Inoltre, l’Afghanistan appartiene, per cultura, per organizzazione sociale e per costumi, all’area medio-orientale: Islam, alfabeto arabo, abbigliamento, tribù…Ciò che costituisce il vero anacronismo del Medio Oriente nell’attuale società globalizzata (cfr. supra), è la sua tradizionale  frammentazione  confessionale, etnica e linguistica. Questa fa sì che inevitabilmente sorgano senza sosta movimenti rivoluzionari panislamici miranti alla costituzione in Medio Oriente di uno Stato-Civiltà delle dimensioni della Cina, dell’ India o dell’ Europa. In questo senso, il movimento dei Taliban non si distingue dal panarabismo, dal panislamismo, dalle internazionali Shi’ita e Wahabita, da al-Qaida, dall’Isis e perfino  dall’idea americana del Grande Medio Oriente. E’ quindi normale che un movimento indipendentista medio-orientale sia anche sovranista ed espansionista, e che, per questa ragione, sia condannato a scontrarsi con i sovranismi americano, europeo, israeliano, indiano e cinese, con punti di attrito quali le “guerre umanitarie”, il Sahel, la Palestina, il Caucaso, il Kashmir e il XinJiang. Nello stesso modo, il latino-americanismo si scontra con l’americanismo yankee a Cuba e in Venezuela, così come il sovranismo russo si scontra con quello europeo occidentale in Ucraina. E’ infatti impossibile stabilire in modo “obiettivo” se territori “di confine”, come l’Ucraina, la Somalia o il Kashmir appartengano all’ una o all’ altra area civilizzatoria. Eppure, de non altro per banali motivi organizzativi, questa questione va decisa. Inoltre, giacché un possibile Stato Civiltà medio-orientale sarebbe grande come la Cina, e molto più grande dell’ Europa e dell’ America, è del tutto spiegabile perché le attuali grandi potenze vogliano impedirne la nascita in ogni modo.

Infine, l’ Afghanistan è una delle aree del mondo di più antica civilizzazione. Basti ricordare che questa fu l’area attraversata dalle migrazioni indoeuropee verso l’ India (la “Cultura di Sintashta”, del 2000 a.C., D. W. Anthony, The Sintashta Genesis: The Roles of Climate Change, Warfare, and Long-Distance Trade, in B. Hanks e K. Linduff (a cura di), Social Complexity in Prehistoric Eurasia: Monuments, Metals, and Mobility, Cambridge University Press, 2009, pp. 47–73), tanto che, anticamente, esso fu chiamato semplicemente “Aria”, in quanto possibile patria originaria dei popoli indoeuropei; ch’ essa fu il centro degl’imperi del Gandhara ,macedone, Maurya e dei Khushana, e un centro importante d’irradiazione, prima, del Buddhismo, e, poi, dell’ Islam, e, infine, il baricentro degl’imperi Ghaznavide e Ghuride….Perciò, nonostante che gli Afghani a noi appaiano oggi miseri ed arretrati, essi si considerano giustamente i discendenti di quegli antichi popoli guerrieri, simili ai Greci e agli Sciti delle Guerre Persiane. I quali  avevano anch’essi costumi durissimi proprio per il carattere militare delle loro società (schiavitù, “agogé”, maschilismo…).

Essi si considerano anche tutt’altro che incolti, visto che la loro stessa autodefinizione fa riferimento al loro carattere di “studiosi”. La parola persiana “Taliban”, dall’Arabo “Talibuni” (participio presente plurale di “talaba”, “cercare”), significa “ricercatori”, e, per antonomasia, ricercatori della verità attraverso lo studio della teologia islamica. Del resto, l’Afghanistan ha dato i natali a intellettuali di valore universale, come Jalal ad-Din Rumi.

Difficilmente gli Afgani avrebbero potuto, dunque,  accettare di essere assoggettati a un potere lontano e così diverso…I loro stessi costumi estremamente aspri (si pensi alla questione del burqa) si spiegano in gran parte con lo stato di guerra permanente a cui sono stati sottoposti da secoli dai loro vicini, che non hanno mai esitato, per esempio, a rapire le loro donne, come facevano per esempio in modo sistematico i Mongoli.

Su questo, perfino i vari commentatori “mainstream”, di solito così offuscati da comportamenti ideologici viscerali, sono oramai completamente allineati: la motivazione emotiva, religiosa, filosofica o anche solo patriottica dei Talibani, è risultata più forte di qualunque apparato militare burocratizzato. E, soprattutto, l’inaudita “coalition of the willing” raccolta da Bush con l’avallo dell’ ONU era incredibilmente sconclusionata: l’ONU aveva votato in spregio della sua missione; gli USA perseguivano interessi concreti inconfessabili (spirito di vendetta alla cow-boy, boicottaggio della Via della Seta); la NATO stava operando in netto contrasto con il proprio statuto; l’Europa andava in guerra solo per servilismo, e l’”esercito regolare” afghano ha  semplicemente frodato gli Occidentali spillando aiuti enormi senza fare assolutamente nulla.

In particolare, l’ Europa ha violato grossolanamente la sua pur traballante dottrina di Politica Estera e di Difesa, secondo cui, diversamente dagli Stati Uniti, l’ Europa rifiuterebbe l’idea di esportare la democrazia con le armi, come invece si è tentato di fare in Afghanistan almeno a partire dalla morte di Bin Laden, quando si è cambiata senza alcuna motivazione la giustificazione originaria dell’ invasione: dalla cattura di Bin Laden stesso, alla “costruzione di uno Stato democratico”

Era quindi impensabile che quest’enorme Armata Brancaleone potesse sostenere l’attacco del piccolo, ma motivato (e, diciamolo pure, eroico) esercito talibano.

Gli Occidentali hanno cercato di conquistare l’Afghanistan
dal 1800

3.Le incredibili oscillazioni negli atteggiamenti verso i Talibani

Le grandi potenze hanno trattato dunque l’Afghanistan come una lontana provincia da assoggettare ai loro conflitti geopolitici e ideologici, senz’alcun rispetto per la libertà di scelta di quel popolo e per l’antichità della sua civiltà.

E’ così che il fiero popolo afghano è stato in guerra da ben 40 anni contro due diversi occupanti a lor modo “occidentali”: i Sovietici e gli Americani. Fra i motivi del crollo dell’ Unione Sovietica ci fu quasi sicuramente lo smacco subito in Afghanistan, con la conseguente perdita di credibilità dell’ URSS, che si sciolse pochi anni dopo. E’possibilissimo che la stessa cosa accada ora all’ America, visto il repentino cambiamento di atteggiamento di molti politici, non solo islamici, in genere allineati con gli USA. Basti pensare ai nostri Conte e Di Maio, passati, dall’entusiasmo per la Cina ai tempi del MOU, di Geraci e di Tria, al blocco degli accordi con la Huawei, e ora nuovamente ansiosi di dialogare con Cina, Russia, Turchia e Talibani. Basti pensare alla Merkel e a Draghi, ora tutti attenti a coinvolgere Russia e Cina.

Questo zig-zag è tutt’altro che nuovo. La rivolta dei Talibani non avrebbe potuto neppure nascere senza l’appoggio della Casa reale saudita, delle grandi famiglie arabe (come i Bin Laden)  del Governo pachistano, e, soprattutto, di quello americano. Addirittura, quando i Talibani  avevano cacciato i Sovietici, gli Americani avevano sperato per molto tempo ch’essi riuscissero ad infiltrare l’Iran, le Repubbliche ex sovietiche e perfino il Xin Jiang cinese.

Fu solo quando, nel 2001, al-Qaida colpì le Torri Gemelle e diede ospitalità a Bin Laden, che improvvisamente i Taliban divennero il nemico numero uno e gli Usa attaccarono frontalmente il Paese, costringendo una ventina di Paesi (compresa l’ Italia) a partecipare a una colossale guerra di occupazione, con i pretesto di catturare Bin Laden. In realtà, come si vide molti anni dopo, Bin Laden si trovava, non già in Afghanistan, bensì in Pakistan, protetto dai servizi segreti di quel Paese, dove egli venne ucciso dagli Americani senza processo e con i suoi familiari.

Dopo di che, l’America, anziché scusarsi per l’enorme danno provocato all’ Afghanistan occupandolo senza alcun motivo, rimase ancora per un decennio nel Paese, con il nuovo pretesto del “Nation Building”, cioè di trasformare quel Paese agricolo, particolaristico e guerriero, in un Paese moderno di stampo occidentale (cosa che tra l’altro aveva già tentato inutilmente l’ Unione Sovietica).

In realtà, l’obiettivo dell’ occupazione dell’ Afghanistan era quello di avviare il “Pivot to Asia” lanciato da Obama, cioè di circondare Russia e Cina con una catena di Stati dipendenti dagli USA, come Turchia, Kurdistan, Afghanistan, Mongolia, Corea del Sud, Giappone, Taiwan e Vietnam, possibilmente aggiungendovi, grazie all’ ETIM, organizzazione terroristica uighura, anche il Xinjiang. Tra ‘altro, c’ è una singolare concomitanza fra la presa di Kabul da parte dei Taliban e lo stop della campagna mediatica anglo-americana sugli Uighuri.

Fu in quel contesto che Hilary Clinton aveva lanciato l’idea della “Nuova Via della Seta”, che avrebbe dovuto collegare tutti questi nuovi alleati, per disgregare quel blocco di Stati che s’identificano nell’ Organizzazione di Cooperazione di Shanghai.

Come si sa, quest’obiettivo non era poi riuscito proprio per il perdurare delle guerre in Kurdistan, Siria, Nagorno-Karabagh e Afghanistan, e per lo scarso impegno profuso nel progetto dall’ America, poco interessata allo sviluppo di quei territori, naturalmente parte di un mondo eurasiatico potenzialmente concorrente.

Questa contraddizione dell’ America era stata subito rilevata dalla Cina, ben più interessata allo sviluppo socio-economico di tutta l’ Eurasia, la quale ha ripreso subito, con il discorso di Xi Jinping ad Astana nel 2013, l’idea della nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), investendovi fin da subito tutto quanto necessario. Restava ancora la spina nel fianco, ora eliminata, dell’Afghanistan, così come sono cessate le ostilità In Siria, Kurdistan e Nagorno-Karabagh. La Belt and Road Initiative potrà così svilupparsi indisturbata, come avevamo previsto in un nostro post di qualche mese fa.

La città di Arkaim è la meglio conservata nella Cultura di Sintashta

4.Un nuovo generale ripensamento

Il dissolversi in pochissimi giorni dell’ esercito afghano filo-occidentale, creato e sostenuto per 20 anni dalla coalizione occidentale, e l’incapacità della NATO di portare in salvo almeno i propri cittadini e le proprie armi segrete, se non anche i collaboratori locali, ha provocato dunque un po’ in tutti un’accelerazione di quel distanziamento dagli USA che, prima, era stato solo abbozzato.

 In un mondo di opportunisti, di fronte alla debolezza degli USA, si cerca appoggio altrove. Inoltre, l’eterno, e sempre inconcludente, appello alla Politica Estera e di Difesa Comune europea si fa sempre pressante. E, tuttavia, in questi 70 anni non sono mai stati sciolti i nodi di base della Politica Europea Comune: mancanza (voluta) di un’Identità europea autentica; mancanza di un “Commander -in-Chief” per le emergenze; timore reverenziale verso gli USA, il vero “rivale sistemico” dell’ Europa; mancanza di motivazione dell’opinione pubblica, delle classi dirigenti e del ceto militare.

La realtà è che un’ Europa concepita come l’ultimo avatar del millenarismo immanentistico non è in grado di difendersi dal fondamentalismo, né da quello islamico, né da quello americano, né da quello  di altri Paesi, perché è essa stessa l’erede di correnti minoritarie fondamentalistiche (estranee al “mainstream” europeo): i Pauliciani, i Catari, gli Anabattisti, i “democratici radicali”, i cosmisti, i futuristi, i trockisti,  sempre sconfitte nella storia europea, a seconda del momento,  dalle Monarchie Nazionali, dalla Chiesa cattolica, dai Luterani, dai liberali, perfino dai bolscevichi…

Di conseguenza, quando gl’islamisti, ma anche gli Americani, rivendicano le ragioni astratte ed estremistiche delle loro lotte, le élites europee non osano opporvisi, perché condividono esse stesse lo stesso paradigma: “ritorno” attraverso la lotta politica allo stato originario di perfezione edenica (la “Fine della Storia”) e l’uso “magico” della scienza (gli Hojjatiyyeh e i Bahai).

Per me, invece, l’ Europa non è l’erede di alcun “filone” unitario. Al contrario, essa nasce dall’ incontro fra i cacciatori-raccoglitori, gli agricoltori medio-orientali, i navigatori atlantici e i popoli  nomadi delle steppe. Gli “Europaioi” erano originariamente tribù indoeuroee e semitiche sedentarizzate, indipendenti e guerriere descritte da Ippocrate, che hanno adottato religione, costituzione politica ed alfabeto   dai popoli medio-orientali (come narrato da Erodoto).

Come anticipato da Svetonio e da Tacito, essi si sono fusi con i popoli del Barbaricum, dando vita all’ Europa Cristiana, con la sua lotta per l’eredità dell’ Impero (Macedonia, Roma, Bisanzio, Norimberga, Veliko Tarnovo, Madrid, Mosca, Istanbul, San Pietroburgo, Parigi, Berlino, Bruxelles..).

L’Europa post-cristiana è stata innanzitutto aristocratica (Rochefoucauld, Saint-Pierre, Voltaire, Alessandro I, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi), poi relativista (Tilgher, Heysenberg, Pirandelo, De Finetti, Feyerabend), e, infine, elitaria (Spinelli, Galimberti, Olivetti). Nulla essa ha a che fare con l’attuale nichilismo “occidentale”, che nega ogni validità all’ eccellenza (la retorica minimalistica), alla cultura alta (cultura “mid-brow”) alle differenze (“cancel culture”). Come tale, essa non può pretendere di sostituirsi alla leadership americana delò “Progresso”semplicemente rialzando le bandiere dell’omologazione globalistica, dell’egualitarismo, del consumismo. Infatti, le sue vocazioni sono ben altre.

Tuttavia, forse, un qualche “Occidente” ha una sua ragion d’essere in quanto diverso dalle due altre grandi regioni storiche del mondo, l’ Oriente (Asu, Re Ben), con centro a Pechino), e il Sud  (Dar as-Sud, Sudan, con il suo centro intorno all’ Oceano Indiano: Chowduri) . I popoli dell’ “Occidente” hanno un grande senso della Storia, che manca, o è molto diverso, ad Est (l’eternità del mondo), e al Sud (l’infinità dei mondi). Ma, inteso in questo senso esteso, l’ Occidente va dalla Calotta Polare Artica al Mar della Cina, dalla California a Vladivostok. Il suo centro non è a New York, bensì dalle parti di Istanbul. L’Europa può aspirare a succedere nella leadership di questo “Occidente” solo se saprà incarnare questa centralità, fra il millenarismo tecnocratico americano, la religiosità medio-orientale e la “passionalità” dei Popoli delle Steppe (Gumiliov).

Perciò, ben vengano una Politica Estera di Difesa e una Autonomia Strategica dell’Europa, ma solamente se esse si fonderanno sulle premesse teoriche di cui sopra. Per poter realizzare queste premesse, è necessaria una vera rivoluzione culturale, sulla linea della Dialettica dell’ Illuminismo di Horkheimer e Adorno, che comprende tra gli altri Athanasius Kircher, Leibniz, Voltaire, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi, Guénon, Eliade…

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa avrebbe dovuto dedicarsi proprio a questo compito. Purtroppo, essa è stata deliberatamente “uccisa” da una congiura del silenzio, che ha fatto sì che non se ne parli, né nel mondo politico, né in campo mediatico, né fra gl’intellettuali, né nell’ opinione pubblica. Si teme troppo che questi temi vengano allo scoperto, sovvertendo la “grande narrazione” costruita con tanta fatica intorno all’ Unione Europea, ma che non sta in alcun modo funzionando.

Noi andiamo però avanti imperterriti, portando avanti le nostre istanze, confidenti nel fatto che, a forza d traumi sempre più profondi, l’attuale kafkiano menefreghismo generalizzato sul futuro dell’ Europa non potrà più reggere, venendo travolto dall’ ansia di trovare un significato, una risposta, una guida.

L’impero Ghaznavide

5.Studiare: la cultura europea; quelle extraeuropee; le nuove tecnologie

A causa di quella congiura del silenzio, gli Europei non sanno nulla di opere fondamentali come “Aria, acque e luoghi” di Ippocrate; “Le Costituzioni” di Aristotele; la “Germania” di Tacito; il “De Monarchia” di Dante; il “Discorso  sul Metodo” di Cartesio; “Novissima Sinica” di Leibniz; “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire; “Christenheit oder Europa” di Novalis; le “Lettere ai Buoni Europei” di Nietzsche; “Paneuropa”, di Coudenhove-Kalergi; la “Costituzione italiana ed europea di Galimberti”.

Tanto meno si preoccupano di Gilgamesh, dell’ Avesta, dei Classici Confuciani, dell’ Itivuttaka, del Bhagavad Gita, del Corano, delle Muqaddimat, del Datong Shu di Kang You Wei, dell’ Hind Swaraj di Gandhi…Come pure delle arti marziali, dello Yoga, del socialismo con caratteristiche cinesi.

Ma, soprattutto, e sorprendentemente, ancora meno sanno dell’informatica, della cibernetica, del Web, dell’Intelligenza Artificiale, della computazione quantica, del 6G, dell’ economia del web, delle criptovalute…

Come si può pensare che, con questi handicap,  gli Europei possano, non diciamo essere, come pretende la Commissione, i “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, ma almeno presenti sulla scena internazionale?

Quindi, ribadiamo, studiare, studiare e studiare, facendo dello studio e della ricerca la prima delle competenze e responsabilità  dell’ Unione Europea.

LA DEMOGRAFIA DELL’ EUROPA E DEL MONDO: decostruiti i luoghi comuni, resta il non piccolo problema di “decidere il Futuro dell’ Europa”

La fine dell’ Umanità può venire in molti modi

Il numero di “L’Express” dell’1-7 luglio, che titola in modo allarmante “Espèce en voie de disparition”, contiene vari articoli di “futurologia demografica”, che parlano di evoluzione della popolazione mondiale, di sostenibilità, di nuove tecnologie, di surriscaldamento atmosferico, di migrazioni -articoli fondati su studi di prestigiose istituzioni, che, sulla base di dati scientifici, non solo sconvolgono molte delle tesi più accreditate, ma aprono anche la strada a un dibattito serrato sui principi stessi-.

Inutile dirlo, l’ “Espèce en voi de disparition” è quella umana, minacciata, secondo la rivista, non solo dalla crisi economica, bensì anche dal calo della natalità. E, aggiungiamo noi, anche e soprattutto dal sorpasso dell’ uomo da parte delle macchine.

Questi servizi vanno per altro letti “in controluce” del fondamentale libro di Parag Khanna “Il movimento del mondo”,  il quale contribuisce anch’esso, anche se in modo troppo torrenziale e impreciso, a questa demistificazione, attraverso un’illustrazione “a 180° di questo mondo in via di movimento e di sommuovimento. Altrettanto rilevante, di Pascal Bruckner, “Un colpevole quasi perfetto”, un pamphlet che situa il dibattito sulle migrazioni sullo sfondo della “cancel culture” .

Vediamo intanto le tesi più rilevanti  contenute nel servizio de “L’Express”:

1)Dopo il 2064, la popolazione mondiale comincerà a ridursi, per via dell’incessante urbanizzazione, che porta con sé la diminuzione del tasso di fertilità(John Ibbitson)

2)l’ondata migratoria  dall’  Africa sarà  meno massiccia di quanto prevista, perché il PIL di quell’area sta aumentando, anche se non in modo sufficiente a compensare l’esplosione demografica (Clément Daniez);

3)La Cina ridurrà la propria popolazione a causa delle difficoltà incontrate dalla politica del “terzo figlio”(Cyrille Pluyette);

4)L’invecchiamento della popolazione in tutto il mondo(Clément Daniez),così come l’immigrazione negli Stati Uniti (Michel Guillot) sfavorirà le guerre, ma accrescerà i conflitti sociali;

5)Il Giappone sta già ovviando, con la produzione di automi, al suo rifiuto di accettare l’immigrazione, e alla conseguente mancanza di addetti ai servizi alla persona.

Nonostante questa dovizia d’informazioni, negli articoli in questione vengono lasciati da parte molti aspetti, collaterali ma tutt’altro che marginali, dell’argomento. Per esempio:

a)la fine dell’egemonia WASP negli Stati Uniti per la diluizione crescente della popolazione bianca (situazione già evidente nel Texas);

b)la trasformazione della Cina, da “fabbrica del mondo”, a “cervello del mondo;

c)l’accelerazione, in tutto l’Estremo Oriente, della sostituzione dell’uomo con i robot;

d)l’intensificazione, da parte della Cina, del controllo sui BATX;

e)una tensione crescente sull’ Artico, divenuto abitabile e navigabile a causa dello scioglimento dei ghiacci. Su questo aspetto si concentra Parag Khanna, che sottolinea giustamente le enormi sfide ad esso legate;

f)la crescente divaricazione fra le sempre più invasive retoriche pacifistiche, ambientalistiche, egualitarie e informatiche, e la realtà della corsa agli armamenti, dei disastri ambientali nel cuore dell’ Europa, della distruzione della dignità del lavoro e della dittatura dei GAFAM.

Il surriscaldamento atmosferico favorirà Europa, Russia e Canada

1.Contro il determinismo, il ritorno del volontarismo

Come sottolinea Khanna, più che dei fenomeni puramente naturali e deterministici, si tratta di fenomeni sociali altamente dipendenti dagli aspetti più intimi dell’umano: identità; riproduzione; egemonie; vitalità e decadenza; uomo vs. macchina; tensioni geopolitiche.

Non dipenderà dall’andamento dell’ economia, ma dalla cultura delle varie società, in quale misura e in che forme esse accetteranno il meticciato; se saranno inclinate, o meno, a fondare famiglie numerose; quali culture saranno dominanti (puritana, latinoamericana, africana,  mitteleuropea, ebraica, islamica, indica, confuciana); se  si diffonderà il nichilismo; come l’uomo s’interfaccerà con le macchine; come si relazioneranno vecchi e nuovi Stati-Civiltà; come verrà gestita l’allocazione delle risorse fra sfera politico-culturale, struttura tecnocratica e fabbisogni economici.

E, almeno a giudicare dal libro di Bruckner, questo genere di sensibilità è oramai colpito, per effetto di un crescente conformismo, da un turbinio di preconcetti ideologici  fra di loro contraddittori, che rendono sempre più difficile qualsivoglia decisione sensata. Il libro di Khanna potrebbe essere considerato un esempio di questo tipo di pregiudizi, anche se di colore differente da quelli del “politicamente corretto” bersaglio di Bruckner.

E’innanzitutto  assai discutibile che, come si afferma in vari servizi de l’ Express, le macchine non abbiano, né bisogni, né potere di acquisto. Per costruire le macchine ci vogliono energia e materie prime; per gestirle, altra energia. Come dimostrano i bitcoin e le terre rare, le macchine sono più voraci degli uomini, e quindi non risolvono la questione ecologica (che sarà risolta o per via “neo-malthusiana”, e/o con le migrazioni verso lo spazio, e/o attraverso un’ “ecologia profonda”, che incida sullo spirito delle persone prima che sulle cose).

Più in generale, le teorie ambientalistiche delle “élites”(elaborate preveggentemente sessant’anni fa a partire dal documento del Club di Roma)peccano oggi, nei suoi epigoni, di retorica, ideologia, autoreferenzialità e favori neanche troppo nascosti per le multinazionali (cfr. “Laudato sì”).

Il problema principale è probabilmente che, per gestire i fabbisogni delle macchine, si rivelano più adeguati i metodi digitali di programmazione che non quelli politici o di mercato. Per compensare questa crescente forza del “phylum macchinico”(Manuel De Landa), la sfera politico-culturale  dovrà essere più  potente di quella tecnologica (delle macchine e degli stessi uomini).In particolare, il controllo sui territori e sulle risorse naturali deve restare una questione squisitamente politica.

Più ancora di quanto avvenuto nel momento del massimo choc della Modernità, alla fine della IIa Guerra Mondiale (con la “questione della bomba” e la Shoah),  questa crisi  della Postmodernità porterà in evidenza nel modo più acuto le questioni più radicali: il nichilismo buddhista contro il pragmatismo confuciano; il “pari” pascaliano contro le “idee chiare e distinte” di Cartesio; il messianesimo occidentale contro il vitalismo delle “culture naturali”; il culto degli antenati o quello della tecnologia; quello del sangue o quello del  Libro. Per questo sarà necessario che, nelle competenti sedi internazionali, possano avere una voce (come aveva chiesto per esempio Herskovits alla fondazione dell’ ONU), tutte le grandi culture del mondo, e che comunque, sul proprio territorio, ciascuno sia libero di risolvere le questioni vitali in modo consono alle proprie tradizioni, senza ingerenza di un potere mondiale come quello occidentale attuale, in modo da poterne sperimentarne veramente l’efficacia (ecco che cosa sono le misteriore “sandboxes” citate in tanto documenti di “policy”!).

Per esempio:

-i “Paesi di immigrati” dovranno  ristabilire il giusto equilibrio, fra da un lato, ai diritti ancestrali dei nativi (le “leggi di restituzione”), e, dall’ altro,  la loro esigenza di selezionare i nuovi immigrati per mantenere l’identità del Paese (“green cards”);

-l’Europa deve rifiutare l’assimilazione azione culturale, ideologica e politica, ai “Paesi di Immigrati”, perché, essendo un “paese di emigrazione” hanno problemi opposti e speculari -colonizzazione e appropriazione culturale-, simili, sotto certi aspetti, a Medio Oriente, India e Cina;

-il “terraforming” dell’ Artico e della Siberia dovrà essere negoziata fra Russia, Canada, Europa, Cina e Sud del mondo, perchè non potrà essere fatta unilateralmente da nessuno;

-gli USA, l’India e il Giappone potranno pur dare, in coerenza con le loro tradizioni, sempre più largo spazio ai robot, ma non in modo da mettere in pericolo l’ Umanità intera …

Questo equilibrio potrà essere soltanto il prodotto  di indispensabili necessari processi nella sfera politico-culturale, soggetti alla negoziazione fra le diverse visioni del mondo,  che richiedono  la presenza di potenti Stati-Civiltà veramente autonomi.

Secondo Khanna, prevarranno ovunque migrazioni e meticciato: però, lo stesso Khanna omette di chiarire come ciò sarà possibile in una situazione in cui il tenore di vita generale tenderà (per sua stessa ammissione)  a diminuire, visto che le migrazioni hanno un costo per lo più  esorbitante in proporzione al reddito che permettono di conseguire. Basti già pensare a quanto costa (in termini di denaro, di rischi e anche di tempo) un’emigrazione clandestina attraverso il Mediterraneo (assolutamente non alla portata di una famiglia africana, non diciamo povera, ma neppure media). Oppure alle condizioni in cui vivono i giovani migranti intellettuali precari all’ interno della stessa Europa.

Il nomadismo intercontinentale di cui parla Khanna continuerà ad essere possibile solo per una ristrettissima fascia medio-alta (a cui egli appartiene) di giovani ricchi e super specializzati, che sfuggiranno alla disoccupazione in patria solo accettando perennemente lavori inferiori alla loro qualificazione, e un tenore di vita bassissimo, distruggendo perfino  a medio termine il loro patrimonio familiare.

Queste profezie (che non si autoavverano, ma che invece provocano tanti fallimenti fra giovani migranti africani ed europei) sono per altro funzionali alla strategia dei GAFAM, i quali stanno appunto tentando di sostituire il governo delle multinazionali a quello dei governi, tanto amato da Khanna. E rientrerebbero anche nelle ambizioni dei BATX, che però il Governo cinese per ora sta tenendo a bada, applicando in modo finalmente serio quelle legislazioni sulla privacy, antitrust e di banca e borsa che  la Cina ha appena “copiato” dall’Occidente, ma sta prendendo ben altrimenti sul serio.

La crisi in corso può, e deve, mettere in crisi i vecchi riflessi condizionati

3.Uno scenario assolutamente inedito.  

 Con tutti i loro limiti, gli studi  sopra menzionati ridimensionano i problemi che invece il “mainstream” considera centrali:

a. Il surriscaldamento atmosferico, che dovrebbe comunque rallentare per l’effetto congiunto delle tecnologie ecologiche e della diminuzione della popolazione, e perfino favorire, anche culturalmente,  certi Paesi, come la Russia, il Canada e l’ Europa settentrionale (quindi, in un qualche modo, anche noi);

b.La questione della “povertà assoluta”, che si sta riducendo sul piano mondiale (in Cina è stata eliminata quest’anno), mentre sta aumentando solo in Europa (confronta a questo proposito le incredibili  affermazioni della Presidentessa Von der Leyen al “Vertice Sociale di Porto”, secondo cui, in base al Piano della Commissione, alla fine  degli Anni ’20,“il 78% degli adulti dovrebbe avere un lavoro”, e “15 milioni di Europei dovrebbero essere liberati dalla povertà assoluta”).

Il guaio della crisi del “Progetto della Modernità” (oramai data da tutti come un fatto acquisito)è che, essa  non presenta più alcuna via d’uscita ”positiva”, che, come invece avevano profetizzato un po’ tutti (Giocchino da Fiore, Saint Simon, Hegel, Marx, Nietzsche, Tsiolkovski),che pensavano ch’essa fosse in grado di risolvere tutte le contraddizioni.

Nonostante l’apparente unanimismo degli obiettivi 2030 delle Nazioni Unite, quale  potrebbe essere infatti oggi un possibile obiettivo condiviso di un auspicabile “Projekt Weltethos” (Hans Kueng), capace di affrontare in modo condiviso le sfide atuali dell’ Umanità?

-Affermare ovunque e comunque la presenza della nostra specie (Specismo)?

-Prolungare comunque la vita per ottenere la “quasi eternità”(Vitalismo)?

-Il benessere economico per il più gran numero(Eudemonismo)?

-L’assenza di conflitti (Irenismo)?

-La fine della Storia (Chiliasmo)?

-La sua continuazione indefinita (l’Eterno Ritorno)?

-La fine di tutte le differenze (l’Egualitarismo assoluto)?

-Una buddistica fine del soggetto (Ego-dissolution) ?

-Il ristabilimento dell’equilibrio fra gli ex colonizzati e gli ex colonizzatori (la “Sostituzione etnica”)?

Le scelte su temi come questi sono sempre, per loro natura, parziali, contingenti, localizzate, transeunti :”Es irrt der Mensch, solange er strebt”(Goethe); purtroppo, invece, oggi troppi giurano che uno o più di questi obiettivi (fra di loro contraddittori) , “non sono negoziabili”.

Una soluzione sarebbe possibile solo partendo da un punto di vista ben più alto, che riporti tutte queste pretese alle loro giuste dimensioni.

Di questa grande conflittualità, in cui l’ Europa è immersa, dovrebbe tenersi conto innanzitutto nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, per sfuggire al rischio di lavorare prendendo le mosse da scenari ormai superati, propri del XX° secolo, e di non riuscire, così, ad affrontare i reali problemi “del Futuro d’Europa” -un futuro che va dal 2023 ai decenni che seguono, e per il quale i Paesi nostri concorrenti hanno già delineato precisi scenari, ma noi no-.

COMMENTO AL MANIFESTO DEI 16 PARTITI SOVRANISTI NEL PARLAMENTO EUROPEO

I Paesi “sovranisti” sono quelli che hanno combattuto duramente per la sovranità

La lentezza con cui in Europa si muovono tutti i processi politici costituisce la prova provata dell’inidoneità del sistema attuale a fronteggiare i problemi del XXI° secolo, dominato da colossali Stati-civiltà capaci d’ immaginare il futuro guardando al passato, di delineare politiche nuove dedicate ai problemi dell’oggi (tecnologia, geopolitica), di formare classi dirigenti “epistocratiche”, di scrivere leggi leggibili e di attuarle, e, soprattutto, di agire in pochissimi anni…

Come noto, l’esempio tipico di uno Stato-civiltà (Wénmíng guójiā) è costituito dalla Repubblica Popolare Cinese, che, nata nel 1949 dalle macerie lasciate da cent’anni di guerre, ha saputo riconquistare in 100 anni alla Cina il suo ruolo millenario di prima potenza mondiale. Invece, l’Unione Europea, nata (come Comunità Europee) più o meno negli stessi anni, non è ancora riuscita a unificare il nostro Continente, è ancora occupata da una potenza straniera, “perde continuamente  pezzi” (cfr. Brexit, Turchia) , e, infine, è divisa al suo interno ad un  punto tale che il presidente di turno, lo sloveno Janez Janša, è stato costretto ad affermare, nel suo discorso inaugurale, che il suo Paese viene trattato, dall’ Unione Europea, “come una colonia”. Il che è particolarmente grave per chi, come Janša, trent’anni fa aveva combattuto armi alla mano per una Slovenia indipendente.

Tutto quanto sopra rende più necessaria che mai una vera Conferenza sul Futuro dell’Europa, per affrontare, e, possibilmente, eliminare questi difetti della costruzione europea. Purtroppo, come risulta sempre più evidente di giorno in giorno, e come denunziato sempre più frequentemente dagli stessi federalisti europei, la Conferenza indetta dalle Istituzioni si sta rivelando, come ha scritto Virgilio Dastoli, “una farsa”.

Infatti, mentre la logica vorrebbe che si partisse da uno studio storico-filosofico comparativo, dell’Europa e degli altri Continenti, nell’era delle macchine intelligenti, per poi passare all’elaborazione,  sul piano culturale, di ipotesi politiche di trasformazione, di qui a un dibattito nel mondo politico, nell’ accademia, nella società civile, e ,solo allora, al confronto politico (e, semmai, elettorale),  qui si sta invece procedendo in un modo anodino, praticamente segreto, senz’alcun progetto, con una piattaforma digitale che sfigura, non solo nel confronto con quelle dei GAFAM e dei BATX, ma perfino con la vecchia piattaforma di Juncker, con “rappresentanti dei cittadini” scelti a sorte…

In queste condizioni, ha perfettamente ragione l’ “Appello sul Futuro dell’ Europa” dei 16 partiti “sovranisti” del Parlamento Europeo a criticare l’approccio verticistico della Conferenza, anche se poi i sovranisti stessi si comportano esattamente nello stesso modo delle Istituzioni. Tanto per cominciare, l’Appello non è stato pubblicato sul sito di nessuno dei 16 movimenti firmatari, salvo che su quello del Rassemblement National di Marine Le Pen, dove (con un trucchetto usato sistematicamente dalle Istituzioni) lo hanno collegato con un link così instabile ch’è impossibile accedervi.

Inoltre, l’elenco dei pretesi “valori dell’ Europa” per i sovranisti è altrettanto stantio quanto quello dell’ establishment, e le proposte concrete per il futuro dell’ Europa, inesistenti.

E’ chiaro che le forze politiche presenti nel Parlamento Europeo (siano esse di sinistra o di destra) hanno sempre più paura che si cominci a dibattere sui veri problemi dell’Europa del XXI secolo (che non hanno più nulla in comune con le loro vecchie ideologie), perché un siffatto dibattito, mettendo in luce la loro inconsistenza culturale, renderebbe più acuta che mai l’urgenza del ricambio integrale della classe politica.

L’eroismo oggi

1.I “VALORI”

Rémi Brague, forse l’unico teorico europeo serio nell’area conservatrice, ha giustamente rilevato che il termine “valori” non è appropriato, né per descrivere la visione del mondo classica, né per quella postmoderna.

Infatti, il termine “valori” (che fa parte evidentemente di una terminologia mercantile) è stato usato da Nietzsche proprio per sottolineare il loro carattere relativo e transeunte (“la trasmutazione di tutti i valori”), mentre, nelle culture dell’Era Assiale (fra cui il Cristianesimo), si usava il termine “virtù” (“areté”, “De”), e, in quella dell’attuale “establishment” si pretende che essi siano validi “in ogni tempo e in ogni luogo”.

I “valori” dei “populisti”, allo stesso modo di quelli dei “progressisti”, non sono “virtù”, bensì puri e semplici slogan, espressione di una società vuota e ipocrita che si dirige direttamente verso la distruzione dell’uomo, preconizzata da Asimov, Anders, von Neumann, Kurzweil, Joy, Hawking e Rees.

La sola differenza è che i primi si rifanno alle retoriche delle Chiese dell’era maccartistica,  quando la precettistica tridentina veniva usata sostanzialmente come giustificazione della repressione e del disciplinamento dei popoli sotto l’Occidente, mentre quelli dei “progressisti” ripetono semplicemente le ossessioni dell’ideologia californiana, un mix di Kabbala, marcusianesimo e postumanesimo.

Le “virtù” dell’Era Assiale (-Jaspers, Eisenstadt, Assmann-, fossero esse quelle “teologali” o quelle “cardinali”), erano quegli strumenti di educazione dell’ uomo che gli permettevano di resistere alla natura e ai conflitti umani in un’era di risorse limitate.  Le “virtù” di oggi, per essere valide,  dovrebbero permettere all’ uomo postmoderno di resistere all’ avanzata delle Macchine Intelligenti. Esempi di virtù postmoderne: il coraggio di Petrov nel rifiutarsi di scatenare la guerra nucleare; l’ingegnosità di Assange nel raccogliere e divulgare il materiale compromettente di tutti i Governi mondiali; la determinatezza di Snowden nel carpire i segreti della NSA, e nel passare indenne attraverso le più rischiose frontiere. Invece, nulla di tutto questo esiste fra i politici europei, né da una parte, né dall’ altra. Tutti mirano a rendere l’umanità di oggi sempre più disciplinata (vuoi con la repressione, vuoi con la dissoluzione delle personalità),  in  modo che gli scienziati pazzi, le macchine intelligenti, il complesso informatico-militare, i GAFAM e i BATX, possano svolgere indisturbati il loro lavoro di asservimento dell’ Umanità.

Quali diritti abbiamo oggi se tutto ciò che facciamo è spiato e se tutto ciò che diciamo è regolamentato dal “politicamente corretto”?

2.I “DIRITTI”.

La contrapposizione fra “tradizione cristiana occidentale” e “diritti umani” è anch’essa semplicemente fuori luogo in questo contesto. Il Cristianesimo occidentale (oltre che essere un’infima parte del Cristianesimo in generale, il quale comprende anche l’Ortodossia, le Chiese Orientali, le Chiese africane ed asiatiche, la Teologia della Liberazione… , ma perfino della Chiesa Cattolica, che ha, per esempio, un Papa gesuita e sudamericano), non può affatto vantare un blocco uniforme di valori sociali, spaziando esso dall’anarchismo della comunità gerosolimitana e delle eresie medievali al cesaropapismo bizantino e ortodosso; dal machismo di San Paolo alle religiosità femministe di Santa Chiara, Teresa di Avila e Teresa di Lisieux; dalla teologia gerarchica di Dionigi lo pseudo-areopagita, a quella anarchica di Gioacchino da Fiore;  dal relativismo di Tertulliano al dogmatismo di San Tommaso; dal determinismo di Lutero al volontarismo di Erasmo; dal filo-confucianesimo di Matteo Ricci al filo-buddhismo di Raimon Panikkar (ambedue gesuiti). Basti pensare che, fino a metà del Medioevo, anche i sacerdoti cattolici potevano sposarsi, come quelli orientali e protestanti, senza che ciò avesse suscitato controversie di rilievo. L’unica cosa che ha accomunato, nel tempo e nello spazio, tutta questa gente disparata è la fede in Gesù Cristo.

Nello stesso modo, le idee sui “diritti umani” nella cultura “laica” europea sono anch’esse le più varie: dall’assoluta disciplina del singolo allo Stato o al Partito, che viene espressa di Saint-Just e Mazzini, all’indiscriminato  arbitrio individuale di Stirner; dalla repressione penale dell’omosessualità in quasi tutti i Paesi europei fino agli anni ’60  del secolo scorso, all’ esaltazione della stessa nella cultura “gender”; dalla difesa a ogni costo della libertà di pensiero in Stuart Mill, all’elenco dei libri proibiti di Lukàcs.

Personalmente, non trovo che i “diritti civili” siano particolarmente ben difesi in Europa. Il fatto stesso che i documenti ufficiali li esaltino, ma poi la realtà dei fatti li neghi (con gli abusi delle multinazionali, le epurazioni, le censure, i reati di opinione; lo scioglimento di movimenti politici; le “extraordinary renditions”; la repressione di minoranze come quelle conservatrice, islamica, catalana, nord-irlandese, serba, russofona; la detenzione di Assange, le violenze nelle prigioni…), ridicolizza il concetto stesso di “Stato di Diritto”, che, a mio avviso, dovrebbe significare invece che, una volta che ci sia dati (quale che sia la procedura legislativa) una legge (costituzionale, civile o penale), poi le autorità la devono applicare in modo obiettivo e rigoroso, senza distinguere se i soggetti colpiti siano grandi potenze o comuni cittadini, di destra o di sinistra, di una o di un’altra religione, multinazionali o piccole-medie imprese. Invece, in Europa le Autorità applicano in modo sistematicamente discriminatorio le legislazioni sulla privacy, sulla cittadinanza, sul segreto di Stato, fiscale e antitrust, e perfino quella penale (pensiamo ad Abu Omar, al Cermis, all’ omicidio Meredith, per non parlare delle leggi memoriali e sui delitti d’opinione), a seconda che si tratti o no dei poteri forti, con le conseguenze aberranti che stiamo vedendo ancora recentemente nei casi  Schrems, Web Tax e antitrust.

Non mi risulta che nessuno (né di sinistra, né di destra) si sia scomodato al Parlamento Europeo per ospitare Assange o Snowden, per confermare la condanna dei sequestratori di Abu Omar, per scorporare i GAFAM, per applicare le sentenze SCHREMS  o per vietare i tax rulings.

L’identità europea non nasce 70 anni fa

3.L’”IDENTITÀ EUROPEA”.

Ambedue i fronti “contrapposti” al Parlamento Europeo pretenderebbero  di difendere la “vera identità europea”, ma, a mio avviso, sono, gli uni e gli altri, fra coloro che la stanno distruggendo. Per gli uni, la “vera identità europea” consisterebbe nel cristianesimo modernistico e chiliastico; per gli altri, nella “laicité à la Francaise”. In realtà, ambedue queste correnti sono ora, e sono state sempre nella storia, minoritarie in Europa. Basti pensare a Sant’Agostino, al Dictatus Papae, a Dante,a Matteo Ricci, a Pascal, a Kierkegaard, a Guénon, a Saint-Exupéry, a Simone Weil…, che non si possono certo inquadrare nell’una, né nell’ altra scuola.

E’ assurdo anche sostenere, come fanno i cosiddetti “sovranisti”, che gli unici difensori dell’Identità Europea siano gli Stati Membri. Per me, l’identità europea è iscritta innanzitutto nell’inconscio collettivo (Freud, Jung), poi nelle opere di Omero, Ippocrate, Erodoto, Socrate, Orazio, Dante, Machiavelli, Pascal, Rousseau, Leibniz, Voltaire, Alfieri, Foscolo, Kierkegaard, Baudelaire, Nietzsche, Freud, Jung, Wittgenstein, Coudenhove-Kalergi, Saint Exupéry, Drieu la Rochelle, Chabod, che non hanno affatto un carattere “nazionale”. Certo, vi sono anche le identità euroregionali (nordica, atlantica, mitteleuropea, eurasiatica, mediterranea, balcanica), come pure quelle nazionali, regionali e cittadine, ma sono  funzioni di una poliedrica identità europea (così come Chabod aveva illustrato mirabilmente abbinando il suo libro sulla storia dell’ idea di Europa a quello sull’ idea di nazione.

A me sembra che ambedue le fazioni siano ispirate in realtà dalla più totale ignoranza (cfr. Tinagli, la grande ignoranza;  Iacci, Sotto il segno dell’ ignoranza). Avendo dedicato decenni della mia vita a studiare l’Identità Europea, so che, per capire che cosa abbiano avuto, ed abbiano, in comune, miliardi di persone delle epoche più diverse, occorre uno studio accanito e puntiglioso, di antropologia, filosofia, filologia, storia, sociologia, economia, politica, storia della cultura. Inoltre, l’Europa è sempre stata un Paese altamente elitario, dove gl’ideali culturali sono sempre stati patrimonio di pochi (i “kaloikagathoi”, i “saggi”, i “santi”, i “chierici”, gli “iniziati”, gli “hommes d’esprit”). Come stupirsi che le tracce dell’identità europea siano così difficili a ricostruirsi?

Eppure, l’esperienza acquisita mi dice che quel poco che si trova in materia è più che sufficiente a riempire molti volumi, e comunque è troppo abbondante  per poter essere facilmente comunicato. Basti considerare che già soltanto il primo volume della mia storia dell’ Identità Europea (“10.000 anni d’identità europea”) è di quasi 400 pagine.

Molti degli aspetti di quell’ identità si riallacciano a culture ancestrali, come quelle di Jamnaja, danubiana, dei mitici Tùatha de Danann; altre, alla cultura greco-romana; altre ancora alle religioni abramitiche; alcune  ai Popoli delle Steppe; altre ancora a Paesi che oggi non sono Stati, come il sacro Romano Impero, gl’Imperi dell’ Europa Orientale e dell’ Oltremare, l’Aragona, la Provenza, la Borgogna, la Scozia, il Galles, la Prussia, la Jugoslavia…

L’educazione degli Europei dovrebbe passare attraverso quest’esercizio della memoria.

L’identità comincia dalla cultura

4. La “DIFESA DELL’ IDENTITÀ”

Se c’è qualcosa in cui i “sovranisti” hanno ragione è nel fatto che le identità (tutte le identità, personali, sessuali, familiari, locali, territoriali, religiose, cetuali, ideologiche, nazionali, etniche, continentali), vanno difese energicamente (la “Selbstbehauptung” di heideggeriana memoria), mentre troppi pretesi “europeisti” vorrebbero in realtà ch’esse sparissero, per fare luogo a un amalgama indifferenziato di “persone” ( “anthropoi”, “Menschen, “Ljudy”,”emberek”, “Nas”) senza qualità.

Sotto il punto di vista della difesa delle identità, le carte in regola le hanno più  i “sovranisti” dell’ Est, che, per difendere quelle identità, hanno combattuto tante guerre, dalle insurrezioni dell’ Ottocento, a quelle durante la IIa Guerra Mondiale, alle guerriglie del Dopoguerra, ai fatti di Berlino, Budapest, Poznan, Praga, Danzica, Vinius, …e per questo è del tutto comprensibile che i governanti ungheresi, polacchi o sloveni, si ribellino all’accusa di “illibertà” rivolta loro da molti  leaders europei occidentali, che, quando gli orientali combattevano e morivano, simpatizzavano magari per le forze dell’Asse o per il blocco comunista, e comunque non hanno mai  imbracciato un fucile in difesa della libertà, come il presidente Janša.

E, certo, fa parte della difesa dell’identità anche la gestione della demografia e dei flussi migratori, ma questa non può  essere fatta in modo aprioristico ed astorico, bensì solo tenendo conto dei legami storici con i vari Paesi, del surriscaldamento atmosferico, dei rapporti con lo slavismo, la Russia e la Siberia…

Infine, la polemica contro il preteso “Superstato” europeo è semplicemente irreale,  se si pensa che basta un viaggio in Europa di Soros, di Bannon, di Pompeo , di Biden o di Blinken per fare cambiare tutte le idee a tutti i politici europei (altro che Superstato! Piuttosto, una colonia, di cui sono complici tanto gli “europeisti” quanto i “sovranisti”).

I “sovranisti” dovrebbero intanto spiegarci come si fa a difendere la sovranità dei popoli d’Europa nell’ era dello “Hair Trigger Alert”, del CRISPR, delle  gravidanze eterologhe, dell’Intelligenza Artificiale, di Echelon, di Prism, senza Stati-potenza, capaci di una difesa nucleare, come diceva De Gaulle, “à tous les azimuts”, di un proprio Internet, dell’”unione del civile e del militare”, di servizi segreti autonomi worldwide. E ci spieghino anche se, secondo loro,  ciascuno dei 27 Stati “sovrani” dell’ Unione possa, o debba, dotarsi di tutto ciò.

Di converso, le Istituzioni ci dovrebbero spiegare come fanno a contrastare la propaganda sovranista  contro il depotenziamento degli Stati Membri,  quando, in 60 anni, non hanno neppure iniziato a discutere su come dotare l’Unione degli attributi della sovranità  come sopra. Altro che “Superstato”! L’Unione e gli Stati Membri sono dei semplici Stati-fantoccio in balia del Complesso Informatico-Militare americano. E’ovvio che, in questa situazione,l’adozione di un eventuale “regola della maggioranza” nelle istituzioni europee non cambierebbe nulla  e, anzi, renderebbe solo più facile agli emissari americani vedere eseguiti i propri ordini. Infatti, tutti i politici, di tutti i partiti e di tutti gli Stati, quando sono in gioco gl’interessi americani, sono sempre tutti d’accordo (come sulla questione delle basi e sui GAFAM). Il problema è quindi a monte: bisogna eleggere come rappresentanti dell’Europa persone non manipolabili dall’esterno.

E’ paradossale, ma l’unico difensore della sovranità europea è oggi Ji Xinping, che si è visto vede costretto a convincerne  Merkel e Macron via teleconference. Secondo la televisione cinese CNTV, il presidente ha infatti espresso ieri ad Angela Merkel ed Emmanuel Macron  l’auspicio che “gli Europei possano svolgere un ruolo più attivo negli affari internazionali e raggiungere l’indipendenza strategica”.Gli uffici stampa dei due Governi  in questione hanno confermato ufficialmente solo a metà questo scambio di  punti di vista con Xi Jinping, che comunque resta rilevante ai fini di quanto andiamo qui affermando: che cioè i leaders europei hanno purtroppo bisogno di qualcuno che gli ricordi dall’ esterno che debbono essere più indipendenti . 

L’Europa ha un’identità poliedrica

5. Una “TERZA VIA”, semplicemente… “europea”

Da quest’ analisi comparativa delle questioni più qualificanti, risulta che, né le posizione dei “sovranisti”, né quelle dell’ “establishment”, sono atte a far uscire l’Europa dall’ “empasse” cui essa si trova, e che esse, al di là delle apparenze, sono in realtà molto simili fra di loro.

Per questo motivo, abbiamo proposto, e continuiamo a proporre, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa e fuori di essa, una posizione ancora diversa:

1)L’Europa unita è necessaria al mondo quale strumento per contrastare il tentativo del Complesso Informatico-militare di eternare il proprio controllo sull’ Umanità mediante la centralizzazione del sistema digitale (la “Singularity”di von Neumann e di Kurzweil);

2)L’Europa potrà svolgere questo suo compito solo inserendosi autorevolmente nel conflitto in corso fra le grandi potenze digitali, in modo da affermarsi  quale sistema sociale e tecnico alternativo, fondato sul rilancio, contro  la decadenza e contro la tecnocrazia, dei valori dell’Età Assiale (l’”Europa Poliedrica” di cui hanno parlato i Pontefici);

3)Per divenire multipolare, l’Europa deve rendersi indipendente, prima culturalmente, poi politicamente, poi economicamente, e, infine, militarmente, dal blocco occidentale in cui oggi è inserita (la “Sovranità Strategica” vagheggiata da Macron e da Borrell, ma che, come si vede, non viene concretamente perseguita);

4)Per raggiungere veramente una siffatta sovranità, l’Europa deve rafforzare le proprie resistenze immunitarie all’omologazione tecnocratica, prima riscoprendo la propria cultura, poi dandosi un’industria digitale, e, infine, coordinando le due nell’ ambito di un nuovo sistema sociale digitale partecipato (una sorta di cogestione dell’industria digitale, ampliando e modernizzando il “diritto sociale europeo”).

Tutto ciò significa che i pensatori e le organizzazioni veramente e semplicemente “europeisti” non potranno esimersi dall’ entrare in conflitto, tanto con i “sovranisti” di facciata, quanto con un “establishment” che si pretende “europeista”, ma non fa neppure più finta di preoccuparsi del futuro dell’Europa (e dell’Umanità).

Dobbiamo creare, in sostanza, un “TERZO FRONTE”, semplicemente “europeo”, alleandoci con chiunque (in primo luogo Russia e Cina) ci possa aiutare a creare un qualche margine di libertà per il nostro Continente, e recuperando tutte le memorie eccentriche che, nel corso della Storia, hanno creato l’Identità Europea contro tutti gli arrendisti, i conformisti e, in generale, i mediocri, che non sono mancati e non mancano tutt’ora nel nostro Continente.

I 100 ANNI DEL PARTITO COMUNISTA CINESE, Un’occasione per ripensare la storia mondiale

Qin Shih Huang Di, il Primo Imperatore

“Mi svegliai sospirando, pensando alla capitale dell’ impero dei Zhou”

(da “Le memorie di uno storico” di Sima Qian)

Il 1° luglio, la Cina ha celebrato il centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese. Al di là delle diatribe ideologiche, è questo il momento di ricapitolare, per ora solo artigianalmente, un po’ di storia mondiale, per capire dove ci troviamo, in particolare noi Europei.

I Tù,: la base storica della scrittura cinese

1.Le grandi civiltà dell’Epoca Assiale

Per fare ciò, è necessario riandare alla storia del mondo, di cui tanto noi, quanto la Cina (ma non gli Stati Uniti), siamo stati fra i grandi protagonisti. Solo a fronte di questa profondità storica è possibile comprendere la natura e il destino degli “Stati-civiltà”, a cui noi apparteniamo, e, in particolare, quelli della Cina e dell’Europa.

A partire dal quinto millennio a.C., nelle grandi pianure fertili, alcuni popoli si avviavano lungo un percorso di sedentarizzazione, costruendo villaggi e creando forme embrionali di società, fra di loro comparabili:

-nel mondo proto-sinico, lungo l’alto corso del Fiume Giallo (la Cultura di Erlitou, il mondo dell’ “Imperatore Giallo”);

-la Civiltà Indo-Sarasvati, lungo il corso dell’ Indo (Mehrgarh, il mondo del Kumari Kandam);

-la civiltà mesopotamica, nella bassa valle del Tigri e dell’ Eufrate (el-Obaid, Uruk, il mondo di Utnaspishtim);

-quella egizia, lungo il Nilo (la Cultura pre-dinastica, il mondo degli “Shemsu Her”);

-quella dei Kurgan , lungo il Volga (Srednyj Stol, la “Cultura Jamnaja”).

La civiltà europea è l’erede di quelle medio-oreientali e della Cultura di Jamnaja; quella cinese, della cultura di Erlitou.

Molte di queste civiltà  ebbero loro eroi mitici, come l’Imperatore Giallo, Yu, Gilgamesh, il Re Scorpione. Da esse derivarono i primi imperi storici: quello degli Xia, quello elamita, quello sumerico, quelli dell’Alto e del Basso Egitto, oltre che le civiltà di Mohendjo Daro e danubiana.

Nel 3200 a.C. nascono le scritture cuneiforme ed egizia e si costruiscono Stonehenge e Skara Brae.Nel 2800 a.C., nasce in China la cultura di Longshan,  mentre, a Creta,  Knossos  raggiunge gli 80.000 abitanti. Intorno al 2700 a.C., viene scritta l’ Epopea di Gilgamesh, e verso il 2600 a.C., inizia la fase matura della Cultura Indo-Sarasvati; nel 2270 viene fondato l’impero di Akkad.

Nel 1800 a.C., nascono nel Sinai e a Ugarit i primi alfabeti; in Mesopotamia, vengono scritti  l’ Epopea di Gilgamesh  e il Codice di Hammurabi.

Nel 1600 a.C.,  nascono le Civiltà micenea e hittita e la Dinastia Shang , con il suo sistema di scrittura sulle ossa divinatorie (Tù), simile, sotto certi aspetti, da un lato ai simboli usati dall’ uomo preistorico, e, dall’altro, alle prime forme dei pittogrammi egizi e mesopotamici.

Come si vede, un impero centralizzato cinese esisteva fin dagli albori della civiltà, al tempo dei Cretesi e degli Ittiti.

Nel 1500 inizia la composizione del Rgveda.

Sul limitare fra il I° e il II° millennio, nascono civiltà che influenzano profondamente le culture successive: i Zhou, idealizzati da Confucio e da Sima Qian; i Popoli del Mare (Shardanas,Tursenas, Sikler, Theuker, Pelast,probabili  antenati degl’Italici); si generano i fatti narrati nell’ Esodo e la Guerra di Troia; nell’ Europa Centrale vivono  le culture di Hallstatt  e La Tène.

Le affascinanti dame dell’ Era Tang

2.Alfabeti e religioni lungo la Via della Seta

Nel corso del I°millennio a.C., si sviluppano le culture confuciana, vedica, persiana e greco-romana.

Gl’imperi Qin e Han, Maurya e Gupta, arsacide e romano  furono collegati dalle Vie della Seta e dalle spedizioni evangelizzatrici di buddhisti, nestoriani e islamici. Ad essi succedettero  i Sassanidi, il Califfato, l’Impero carolingio.

All’inizio del 7° d.C secolo, nasce la Dinastia Tang, e la Cina completa il Grande Canale che l’attraversa ancor oggi, e inventa l’arte della stampa. Mieszko I  diviene duca di Polonia, e nel sacro Romano Impero viene proclamata per la prima volta la “Trewa Dei” (“Ewiger Landtfrid”), antenata del “progetto di Pace Perpetua”).

Nascono gl’ imperi selgiuchide e Azteco.

Nel XIV secolo, si affermano ancora nuovi imperi: i Ming, i Mughal, gli Asburgo, e, in America, gl’ Inca. Nel XV, tanto i Cinesi quanto gli Europei avviano  esplorazioni oceaniche su larga scala. Gli Europei importano molte invenzioni cinesi, indiane ed arabe (algebra, bussola, polvere da sparo, stampa, carta moneta), sviluppando moderne tecnologie culturali e navali che permettono  loro di espandersi un po’ dovunque; in Estremo Oriente, fioriscono  potenti imperi come quello Qing e quello  giapponese  dell’ Era di Edo, con un livello di vita e di cultura nettamente superiore a quello europeo.

I Gesuiti si configurano quali gli agenti di un’ inedita globalizzazione culturale, che va dalla Spagna della Reconquista sl Giappone, dal Québec alla Cina, dal  Sudamerica alla Bielorussia,  spaziando fra teologia tecnologia, didattica ed economia, politica e arte, linguistica e  matematica.

Intanto, si afferma il ruolo centrale dell’America, e le tredici colonie inglesi raggiungono l’indipendenza. La Compagnia delle Indie assume il controllo dell’Asia Meridionale, e gli Occidentali impongono l’apertura commerciale a Cina e Giappone. Con il saccheggio di Delhi e di Pechino, India e Cina, che, ancora a metà Ottocento, rappresentavano più della metà del PIL mondiale, vengono ridotte ad uno stato semi-coloniale, con una corrispondente decadenza economica (i “Cento Anni di Umiliazione”). “ Il paese ha subito un’intensa umiliazione, il popolo è stato sottoposto a grande dolore e la civiltà cinese è stata fatta sprofondare nell’oscurità. Da quel momento, il ringiovanimento nazionale è stato il sogno più grande del popolo cinese e della nazione cinese.”(Xi Jinping)

Si manifestano i primi movimenti di resistenza, come quelli dei Sepoys e dei Taiping, da cui scaturiranno i primi moti d’indipendenza di India e Cina: “il Movimento del Regno Celeste di Taiping, il Movimento di riforma del 1898, il Movimento Yihetuan e la Rivoluzione del 1911 sorsero uno dopo l’altro e furono escogitati una varietà di piani per garantire la sopravvivenza nazionale , ma tutto questo si è concluso con un fallimento. La Cina aveva urgente bisogno di nuove idee per guidare il movimento per salvare la nazione e una nuova organizzazione per radunare le forze rivoluzionarie..

Qianlong, l’imperatore dell’ era illuminista

3.Il ringiovanimento  della Cina

Nella visione del Partito Comunista Cinese, la rinascita ( o ilo “ringiovanimento”) della Cina, inizia con la sua fondazione, che ha sostituito, ai 100 anni di “umiliazione”, i 100 anni di “ringiovanimento”.

Mentre Gandhi inizia il suo apostolato, Mao fonda, nel 1921, il Partito Comunista Cinese. La Seconda Guerra Mondiale non iniziava, contrariamente a quanto affermato in Occidente, con l’attacco tedesco alla Westerplatte (1939), bensì con l’Incidente al Ponte Marco Polo a Pechino, nel 1938 (Grosser). Inoltre, la maggior parte delle vittime della IIa Guerra Mondiale non fu, né israelitica, né russa, né tedesca, bensì cinese.

Ne consegue che, nel 1949, alla fine della Guerra Civile, la Cina era distrutta. Le successive campagne di Mao (“Cento Fiori”, “Grande Balzo in Avanti”, “Rivoluzione Culturale”), che, si dice in Occidente, furono sanguinarie e perfino inutili, servirono in realtà a ricostituire e consolidare uno Stato, un’economia, un partito e una società sconvolti da continue guerre, e comportarono comunque una crescita economica e tecnologica rispetto al precedente stato di totale distruzione.

Le riforme di Deng Xiaoping, così come l’apertura al commercio con l’estero e al mercato, e le Zone Economiche Speciali, segnarono poi, sfruttando anche i presupposti storici dell’era maoista, un ritorno alla gloriosa economia mista della Cina Imperiale, che permise alla Cina di divenire la ”fabbrica del mondo”.

Personalmente, avevo avuto il privilegio di visitare la Fiera di Canton nel 1978, precisamente all’ inizio delle riforme di Deng Xiaoping. La Cina di allora era ben diversa da quella di oggi. Tanto per cominciare, era protetta, anche verso Hong Kong, da una sorta di Grande Muraglia, con Shenzhen che era solo un’ enorme risaia,e con milioni di biciclette in giro per le strade anche nel cuore della notte(senza illuminazione). Che differenza dall’attuale megalopoli dell’ Area della Baia del Fiume delle Perle (Yuegangao Dàwānqū) !

Con l’inizio del nuovo secolo, la Cina ha stretto legami sofisticati con il resto del mondo, e, in particolare, con gli Stati Uniti, sviluppando autonomamente tutte le tecnologie di avanguardia (energia nucleare, treni ad alta velocità, missilistica,  stazioni spaziali,  informatica, computer quantici, ambiente), e dotandosi di una modernissima classe dirigente.

Oggi, con una popolazione di 1.400.000 abitanti e un PIL di 16,642.32 milioni di dollari, la Cina è tornata ad essere complessivamente il principale Paese del mondo, cosa che (come si vede dal rapido excursus del punto precedente) era sempre stata in tutto il corso della storia. Già come tale, essa, in un’era in cui  “uno vale uno”, è divenuta automaticamente, per definizione, il Paese inaggirabile. Inoltre, in un momento in cui la transizione all’era delle macchine intelligenti sta provocando un profondo disorientamento ideale, non solo in Occidente, ma in tante aree del mondo, a cominciare dal Medio Oriente, il fatto di riallacciarsi, seppure in forma inedita, al suo passato, fa della Cina un paese forte e interessante, anche se non necessariamente un modello per altri.

Infatti, in tutto il mondo la transizione al post-umano sta portando in evidenza la questione circa che cosa sia propriamente umano, e la conseguente urgenza dello studio delle civiltà dell’Era Assiale, di cui quelle asiatiche costituiscono un esempio vivente.

Kojève, che aveva dedicato tutta la sua attività di filosofo be di funzionario internazionale a sviluppare la teoria hegelo-marxista della Fine della Storie, era stato scioccato, alla fine della sua vita, nell’ ver dovuto constatare che il Giappone è un paese addirittura “pre-assiale” sopravvissuto fino add oggi. Tuttavia, la Cina ha superato la vecchia contraddizione est-asiatica sintetizzata dallo slogan giapponese “Wakon Yosai” (“la tecnica occidentale come mezzo, la cultura orientale come valore”). Infatti, anche la tecnica è oramai orientale. Inoltre, essa (anche a causa dell’effetto  “massa critica” dato dalle sue dimensioni e dalla sua compattezza, ma soprattutto per la sua violenta reazione ai “cento anni di umiliazione”), essa è un Paese particolarmente proiettato nel domani: è al contempo pre-assiale e post-moderna.

Questi sono gli obiettivi successi che sono stati celebrati da Xi Jinping con le cerimonie di Pechino del 1° luglio: sicurezza, tradizione, tecnologia, benessere, commerci internazionali, futuro. Essi non possono certamente essere negati, ed è per questo che gli Stati Uniti vi assistono con sgomento, senza sapere neppure che dire, perché il loro progetto di dominazione mondiale (il “Destino Manifesto”) viene implicitamente posto in dubbio stessa dall’esistenza di un Paese in grado di pretendere di essere trattato  dall’America su un piede di parità.

Questo spiazza anche l’establishment europeo, che non può certo dire lo stesso dell’Europa.

La questione deli “diritti umani”, unico argomento contro lo sviluppo attuale della Cina, è mal posto. Innanzitutto perché non è vero che tutti i Paesi del mondo vadano verso un sistema più partecipativo e permissivo, mentrteb risulta chiaro che la nuova guerra fredda, lil Pensiero Unico e la digitalizzazione portano ovunque, dove più, dove meno, alla centralizzazione del potere, sì che la Cina +è tutt’altro che un’eccezione. Poi, perché il principale accusatore della Cina, gli Stati Uniti, non si segnala certo, dal punto di vista del controllo da parte del potere, della tolleranza, del livello di repressione in patria e all’ estero, fra i Paesi più liberali.

Infine, perché non bisogna confondere i “diritti civili” (quali quelli di rappresentanza di pluralismo, ecc…), con i diritti umani, che attengono alla vita, alla salute, all’assistenza sociale, nei quali la Cina è spesso più avanzata, non solo degli Stati Uniti, ma addirittura dell’Unione Europea (che non riesce neppure, per la sua stessa ammissione, a eliminare fra i suoi cittadini la povertà assoluta).

Alla frontiera di Shenzhen nel 1978

4.Le ”Lezioni Cinesi”

In occasaione delle celebrazioni per il centenario, Xi Jinping ha fatto affermazioni molto impegnative:“La nazione cinese è una grande nazione. Con una storia di oltre 5.000 anni, la Cina ha dato un contributo indelebile al progresso della civiltà umana.” A causa di queste sue particolari caratteristiche, la essa aveva costituito per secoli un modello per i Paesi confinanti (per la Mongolia, l’Asia Centrale, la Corea, il Sud Est Asiatico, il Giappone), ma anche  la Francia di Luigi XIV(Fresnais), il Sacro Romano Impero (Leibniz), l’ Europa (Voltaire). Oggi, soprattutto per gli USA, i quali, dopo essersi illusi di manipolare la Cina, sono oggi costretti a rincorrerla,  sull’intelligenza artificiale, i 5 G, ecc…Gli stessi progetti parlamentari di campagne anticinesi, come il “Final Report” della Commissione NSCAI e la bozza della “Resolution 1169”, sono infarciti di citazioni a politiche e istituzioni cinesi, oltre che di citazioni di Xi Jinping.

Perciò, anziché parlare, come aveva fatto Italo Calvino, di “Lezioni Americane”, oggi si tende piuttosto a parlare di “Lezioni Cinesi”(Francesco Grillo).

Eravamo stati fra i primi a seguire questa strada. Infatti, nel nostro libro DA QIN, del 2017-2018, avevamo già scritto: “l’ emergere ella Cina quale nuovo player determinante su tutti gli scacchieri mondiali sta per altro fornendo, a mio avviso, all’ Europa, un “leverage” per rovesciare questa situazione di stallo, ispirandosi innanzitutto all’ inattesa crescita di quel Paese rispetto al modello americano-in tutti i settori, a cominciare dalla sua efficacia complessiva tanto sul piano dei rapporti di forza, quanto su quello culturale. “

Nella nostra visione, è chiaro che l’attuale lotta contro il controllo sull’umanità da parte delle macchine intelligenti presuppone  volontà culturali e politiche forti, capaci, da un lato, di formare e consolidare le personalità umane, e, dall’ altra, di formare un sistema legislativo e amministrativo efficiente. Tutto ciò non si ritrova nello scenario occidentale dominato da un unico centro di potere, funzionale alla strategia dei GAFAM, che sono lo strumento per l’affermazione delle macchine intelligenti, come chiaramente affermato da Eric Schmidt, Amministratore delegato della Google e presidente della Commissione NSCAI. Né si trova in un’ Europa che è l’unica area del mondo a non avere neppure tentato (come Russia, India e Corea del Sud) di limitare seriamente il potere del complesso informatico-militare americano.

Per fare  questo, sono necessari infatti grandi Stati sub-continentali, capaci, da un lato, di svolgere i compiti educativi e legislativi di cui sopra, e, dall’altro, di controbilanciare il monopolio del potere tecnocratico occidentale. Gli attuali Stati-civiltà (USA, Cina, Russia) non sono, per motivi vari, in linea con questo compito: gli USA perché sostengono addirittura i GAFAM, dando prestigiosi incarichi istituzionali ai loro dirigenti; la Cina perché tutta assorbita dal difendersi dagli USA, e la Russia perché non è tecnicamente all’ altezza. L’ Europa e l’India potrebbero fare molto di più, coniugando le loro competenze tecniche con le loro culture millenarie e il loro tradizionale orientamento a favore del pluralismo. Tuttavia, anch’esse non possono oggi contribuire in modo adeguato, perché, anziché collaborare in modo spassionato con il resto del mondo, si fanno trascinare dagli USA in un’assurda crociata anticinese, che ha come prima conseguenza l’impossibilità di collaborare con la Cina nei settori culturali e tecnologico, che sarebbero quelli da presidiare per fronteggiare l’emergenza delle macchine intelligenti, facendo anche dell’Europa e dell’India due “Stati-civiltà”.

In questa situazione complessa la Cina  svolto fino ad ora, e ancora svolge,  il ruolo comparativamente più positivo, ponendo in essere, con la propria “Sovranità digitale”(Shùzì zhǔquán), idea poi “copiata” da Macron e Borrell), il maggiore ostacolo oggi realmente esistete esistente alla realizzazione del programma di controllo mondiale  di Schmidt e Kurzweil. Essa, infatti, è riuscita a creare tecnicamente un “web cinese”, a separarlo da quello a guida americana, a creare proprie multinazionali del web, con una reale concorrenza interna, e, infine, ad abbozzare, attraverso Huawei, Alibaba e Tik Tok, una strategia di competizione internazionale con i big americani.

Questa lotta contro il monopolio americano del web  costituisce un modello per la resistenza delle altre parti del mondo (in particolare, Unione Europea, Russia e India), le quali non hanno ancora raggiunto, come la Cina, un’adeguata massa critica, né culturale, né politica, né tecnologica, né militare.

Se la Cina è contraria all’ imposizione in tutto il mondo di un unico modello culturale e politico,  è perché essa ha una sua visione per la coesistenza mondiale•         “La fondazione di un partito comunista in Cina è stato un evento epocale, che ha cambiato profondamente il corso della storia cinese nei tempi moderni, ha trasformato il futuro del popolo e della nazione cinesi e ha alterato il panorama dello sviluppo mondiale.”

Tale visione è fondata su tre pilastri:

•        „Multipolarismo”, dove  USA, Cina, Europa, Russia, e forse, India, siano su un piede di parità;.

•        „Multilateralismo“,   dove nessuno Stato indichi agli altri la direzione di marcia;

•        „ Pluralismo  Ideologico“,  dove non ci sia una sola forma di regime accettabile sullo scenario mondiale.

•        A nostro avviso, la visione del mondo che deriva dalle tradizioni culturali europee è in ultima analisi simile a quella cinese,  anche se non identica:

•        -intanto, non ha senso prescrivere un numero limitato di soggetti politici accettabili sulla scena mondiale. Per esempio, anche il Sud America e l’ Islam avrebbero  pieno titolo ad affermare un loro progetto, mentre Russia e Turchia si situerebbero forse più opportunamente all’ interno dell’ Europa;

•        -certo, non è opportuno, né giusto, che vi sia uno “Stato Guida”,  ma in più è anche logico che vi sia una competizione culturale fra le civiltà, come indicato, per esempio, nel Corano;

•        – il pluralismo è un bene prezioso da difendere, ma non lo chiamerei “ideologico”, perché le visioni del mondo, a cominciare da quelle americana e cinese,  sono piuttosto filosofiche (il  messianesimo puritano, il “Datong” e lo Xiaokang confuciani).

Lo skyline di Canton oggi

5.Le tredici ipotesi di studio per il federalismo europeo

Il nostro libro: “Da Qin”, del 2018, costituiva un tentativo di utilizzare le esperienze fatte dalla Cina sviluppandole nel senso di proposte per il federalismo europeo.

Ne erano nate 13 idee-guida, fra le quali ricordiamo:

-la“Poliedricità” dell’ Europa;

-la distinzione della stessa dall’ America;

-L’Europa quale “Stato-Civiltà”;

-l’Europa come Katechon;

-più poteri all’ Europa;

-una digitalizzazione sul modello cinese;

-no a una nuova Guerra Fredda;

-sì alla “Patria Europea”; no all’ Europa organizzazione internazionale o protettorato americano.-

Poco dopo, Francesco Grillo pubblicava il suo libro “Lezioni Cinesi”, in cui anch’egli suggeriva di assumere, proprio in concomitanza con le elezioni europee del 2019,  la Cina come modello per l’ Europa, lamentando il fatto che Macron, dopo avere adottato l’idea di una  “rifondazione euiropea” (“Renew Europe”, che corrisponde al “Zhōnghuá mínzú fùxīng” di Xi Jinping), non aveva fatto seguire alle parole dei fatti concludenti.

Grillo traeva anch’egli, dalle soluzioni cinesi, suggerimenti per una riforma dell’ Europa:

-istituzioni flessibili e pragmatismo (“non importa se i gatti siano bianchi o neri, purchè acchiappino i topi”);

-una cittadinanza europea meritocratica, sul modello dell’ “epistocrazia” cinese e del cursus honorum romano.

Non ci resta che augurare all’ Europa e alla Cina tutto il successo possibile, e adoprarci per evitare una nuova Guerra Fredda, che per l’ Europa sarebbe semplicemente autolesionistica.

PROFEZIE CHE SI AVVERANO

La battaglia di Frankenhausen, in cui gli anabattisti issarono la bandiera arcobaleno

Nei nostri ultimi post avevamo affrontato una serie di temi interconnessi (dalla visita di Biden in Europa, alle previsioni sul futuro di quest’ultima, alla Via della Seta, fino al modo di scrivere la storia). Una serie di prese di posizione  forse estreme, scoordinate ed estemporanee. Nel corso dello scorso week-end, molte delle nostre ipotesi, anche quelle appena accennate, si sono però rivelate azzeccate, dimostrando che esiste uno spazio politico e culturale per posizioni  molto personali come le nostre, le quali hanno  forse qualche chance di avere un seguito in questa confusa transizione europea.

Subito dopo la UE e la NATO, Biden ha incontrato Putin

1.La crociata incompiuta di Biden

Esattamente come prevedevamo, la crociata si è rivelata molto meno aggressiva e meno incisiva quanto previsto, visto che si è conclusa con una parziale apertura alla Russia, testimoniata  innanzitutto dall’ l’O.K. americano al North Stream 2 (ma a quale titolo gli USA avrebbero potuto continuare a impedire un rapporto commerciale così importante fra due Stati sovrani? E come potrebbe l’Europa garantirsi approvvigionamenti energetici stabili, economici, e sostanzialmente sostenibili ambientalmente se non dalla Russia? Dallo Shale gas? Dal carbone polacco? Dai gasdotti che passano dal Donbass, dal Caucaso o dal Kurdistan?)

In realtà, anche se non lo si dice, agli USA non dispiace che l’Europa riallacci il dialogo con la Russia, sperando così di isolare la Cina, come dimostrato dalla proposta del summit Europa-Russia lanciata da Merkel e da Macron. Tra l’altro, tutto il gas venduto agli Europei non è venduto alla Cina, riducendo l’interdipendenza frav quei due Paesi.

Di converso, se l’America rinunzia a interferire nel North Stream 2, a che titolo può ragionevolmente imporre un analogo boicottaggio della Via della Seta?

Non per nulla, il Ministro Wang Yi ha già telefonato a Di Maio per proporgli di ricominciare le attività comuni sulla stessa.

Nello stesso tempo, prendiamo atto che perfino un periodico tipicamente atlantista come Panorama ha dato ospitalità a un articolo, senz’altro equilibrato, ma che dice le stesse cose che diciamo noi: “Il mondo si riapre a più scenari, la storia non va più a senso unico. Ma all’ insorgenza di outsider popolari reagisce l’Apparato mondiale, l’ Establishment tecno-finanziario-multinazionale e le caste politico-culturali-finanziarie dei singoli Paesi.”

Marcello Veneziani perviene così in sostanza alla nostra stessa conclusione: “E se al ripristino dell’ Occidente si debba preferire un mondo multipolare di aree sovrane che trovano punti di accordo? E se il destino italiano ed europeo fosse quello di interagire in autonomia con l’America e la Russia, senza schiacciarsi su una delle due?”

Il North Stream è stato completato con la benedizione di Biden

2.Scontri militari e politici in Europa

Neppure la previsione che l’area europea rischi di trasformarsi in un campo di battaglia di schegge impazzite è risultata fuori luogo.

Intanto, 4 mesi fa si era concluso, con la conquista da parte asera del Nagorno Karabagh, la guerra più che trentennale fra Armenia e Azerbaidjan, la quale, insieme ai moti di Danzica e all’invasione dell’Afghanistan, era stata la scintilla che aveva provocato la fine dell’impero sovietico. Essa aveva infatti dimostrato che, se due repubbliche federate potevano impunemente farsi la guerra fra di loro, né l’Unione Sovietica era più uno Stato, né il Patto di Varsavia era più un efficiente alleanza militare.Si sta verificando così, nell’indifferenza generale, un nuovo, impressionante esodo di Armeni, simile a quell’ altro, ancora non sanato, dei Serbi dalla Krajina, e per fortuna non comparabile a quello forzato del 1914-15, il “Genocidio Armeno”.

L’armistizio era stato raggiunto grazie alla Russia, non più unilateralmente filo-armena, bensì neutrale, anche per mantenere buoni rapporti con la Turchia, vicina all’ Azerbaidjan, e la Russia sta seguendo passo passo l’attuazione degli accordi. Inoltre, si sta completando nel Nagorno-Karabagh un tratto della ferrovia turca Kars-Baku, che può essere considerata un segmento della Via della Seta, senza che nessuno protesti.

Gli Armeni fuggono bruciando le proprie case e trascinando via, con auto e furgoni, perfino gli alberi, come a suo tempo  i Serbi della Krajna. Come mai a questo esodo forzato  i media non hanno dato lo stesso spazio di quello dedicato ai richiedenti asilo? Forse perché la Russia neo-zarista si sta imponendo come una forza pacificatrice dove là dove l’ Unione Sovietica aveva fallito. Quando non è nell’ interesse propagandistico della strategia euroatlantica, fenomeni di così ampia portata vengono bellamente ignorati.

Ancor più recentemente, in controtendenza rispetto all’atteggiamento aperturista di Biden, la Marina Inglese ha tentato di affermare la propria presenza tramite crociere delle proprie navi da guerra al largo della Crimea (in parallelo a quelle nel Mar della Cina), ricevendo (forse) qualche cannonata da parte dei Russi. Alla faccia della “Pace Perpetua”, stiamo tornando alle deportazioni di popolazioni (1870-1948), alle Guerre dell’ Oppio (1839-60) e di Crimea (1853-56).

Ma è in campo politico che l’Europa si sta spaccando puntualmente in blocchi contrapposti: pro e contro il dialogo con la Russia e/o con la Cina; pro o contro l’Ungheria; Nord contro Sud; Regno Unito contro tutti.

La guerra del Nagorno Karabakh ha più di 100 anni

3.Sostanza statuale del Vaticano

Avevamo indicato, nei precedenti post, fra i soggetti attivi dal punto di vista geopolitico, il Vaticano.

Il giorno dopo, è stata presentata al Governo italiano, la nota vaticana in cui si  è fatta valere la sussistenza, nel Ddl Zan, di un profilo di violazione del Trattato del Laterano, che garantisce alla Chiesa la libertà di opinione, là dove il decreto in questione potrebbe essere interpretato nel senso ch’esso vieterebbe la critica all’ “ideologia gender”.

Il bello che, dopo poche, pallide proteste, la nota vaticana  ha dato luogo ad un intenso lavorio parlamentare per risolvere i problemi da essa sollevati. Con ciò riconoscendo la forza del Vaticano  quale Stato sovrano, quale organismo internazionale e parte contraente della Repubblica Italiana.

Contestualmente, non si è potuto verificare il preconizzato incontro con il Papa del Presidente Biden, che, come è noto, è cattolico, ma è aspramente criticato dall’ episcopato americano, in quanto “pro choice” (cioè favorevole a lasciare alle donne la libertà di abortire). Questo mancato incontro fa il paio con quello con Pompeo, inviato a Roma dal precedente presidente americano.

Senza entrare qui nel merito di queste mosse, mi limito a notare che l’ultima, da molti contestata, configura un passo in avanti, da parte del Vaticano, nel presentarsi come un soggetto geopolitico a tutto tondo, e indipendente da ogni pressione esterna. Tale pretesa è, a nostro avviso, del tutto giustificata, innanzitutto dal fatto che la Città del Vaticano è uno Stato riconosciuto da tutto il mondo e  intrattiene rapporti diplomatici con tutti i Paesi, ma, soprattutto, che la Chiesa Cattolica è l’unica chiesa avente un’organizzazione centralizzata e capillare presente a livello mondiale, sì che anche le altre religioni le riconoscimento un ruolo rappresentativo e di leadership del movimento ecumenico. Come tale, essa interviene, anche con accenti dissonanti, in tutte le grandi questioni del mondo, e, in primis, nella nascente conflittualità fra gli USA e le potenze eurasiatiche.

Se si riconosce in pratica un ruolo geopolitico, spesso centrale, ai GAFAM, ai BATX e alle ONG, che vengono consultati in sede di modifica delle norme che li riguardano, e a loro volta chiedono spesso, anche in modo aggressivo, modifiche di tali leggi, come sarebbe possibile non riconoscere questo ruolo alla Chiesa Cattolica?

Si dice che, in tal modo, la Chiesa violerebbe la laicità dello Stato. Ma quest’ultima è disciplinata (e quindi, ovviamente, delimitata) dai Patti Lateranensi (opera di Mussolini) come successivamente modificati (per opera di Craxi), e recepiti nella Costituzione (grazie a Togliatti). Fra gli Stati e le Chiese, sempre e dovunque, vige una situazione di compromesso, perché non è possibile tracciare una linea precisa là dove finisce la politica e comincia la religione. Inoltre, nel caso in questione, credo che chiunque – Stato, organizzazione o cittadino che sia-, possa appellarsi a un principio costituzionalmente riconosciuto, come la libertà di opinione, in quasi tutto il mondo, e, ciò, anche con un’azione di tipo politico, come riconosciuto a qualsiasi organizzazione e ONG.

Infine, non si capisce perché tutti i distinguo che si fanno nei confronti delle religioni “classiche” (non solo quella cristiana, ma anche quella islamica, che ha ormai in Europa milioni di aderenti), non si fanno anche nei confronti delle “nuove religioni”, quali quella di Internet e quella “dei diritti”. Con la scusa che esse non sarebbero “religioni”, non si pone ad esse alcun limite, di modo che esse possano tranquillamente soppiantare quelle “tradizionali”, ristrette da lacci e lacciuoli (cfr. Laicité à la Francaise).

Il Vaticano, erede dell’ Impero Romano

4. “Regenbogenfahne”

Nel fare ciò, il Vaticano ha toccato un altro dei punti dei nostri blog della scorsa settimana, vale a dire il peso soffocante che il “politically correct” e il “pensiero unico” stanno acquisendo nelle società occidentali, sì che attendiamo solo che qualche forza organizzata prenda l’iniziativa per avviare una sollevazione generale  contro il conformismo generalizzato nel nome delle tradizionali libertà che l’ Occidente e l’ Europa affermano affannosamente (ma poco credibilmente) di perseguire, violandole invece continuamente di fatto.

A questo proposito, può essere sembrato, a taluni, irriverente aver paragonato, nei nostri post, il sistema politico attuale alla ex DDR, con la sua “Blockpolitik” , facendo indirettamente riferimento anche al mito della Rivolta Anabattista (violentemente combattuta, non solo dai Principi Tedeschi, ma, soprattutto, da Lutero e da Zwingli, che consideravano estraneo alla Riforma il suo chiliasmo materialistico e immanentistico e i suoi risvolti terroristici), ma, invece, esaltata dal nazionalsocialismo (che dedicò a Florian Geyer una divisione di SS), e poi dalla DDR (che costruì un grandioso memoriale sullo Schlachtberg a Frankenhausen e creò una “brigata contadina”con lo stesso nome e un campo di addestramento dei “Pionieri” dedicato a Muentzer). Nel precedente post, avevamo inserito l’immagine di una bandiera della DDR incrociata con una Regenbogenfahne, la “bandiera arcobaleno”, che i più ignorano fosse stata originariamente il simbolo degli Anabattisti (come rivelato, forse casualmente, dall’ edizione del Giugno 2021 di “Geschichte”, ma che comunque appare, nel monumento di Stolberg,  nelle mani di Muenzer).

La “Bandiera arcobaleno”, come del resto tanti altri simboli politici (come ad esempio l’aquila bicipite, la stella rossa, il saluto romano), ha una storia successiva altrettanto tortuosa. Infatti, dopo essere stata assunta come simbolo del movimento italiano per la pace fondato da Lucio Capitini e dell’ opposizione alla guerra in Irak, è divenuta, rimodellata (con 6, anziché 7, strisce: chissà perché?), la bandiera del movimento LGTB, quella che si è tentato inutilmente di proiettare sullo stadio di Monaco prima della partita con l’ Ungheria.

Il movimento di Muentzer, presentato dalle storiografie comunista e nazista essenzialmente come di rivolta sociale, aveva assunto, con la presa di Muenster, i risvolti di una violenta palingenesi chiliastica, con una teocrazia sul modello veterotestamentario e un regime di condivisione di donne e beni e pratiche di purificazione degli eletti (roghi di libri, riti catartici collettivi, espulsioni, ecc.).

Gli Anabattisti avevano chiamato Muenster  Nuova Sion e se ne erano proclamati re. Avevano imposto la totale comunione dei beni, al punto di proibire la chiusura delle porte delle case perché chi era nel bisogno potesse prendere ciò che gli serviva quando lo desiderava.  Era stato abolito il denaro, ed ogni bene prezioso fu espropriato dai governanti per la causa. Ogni libro, ad eccezione della Bibbia, era stato bruciato, mentre chi si opponeva veniva eliminato. Venne imposta una poligamia forzata: nessuna aveva diritto di restare nubile. Il rifiuto della donna equivaleva alla morte sulla pubblica piazza

C’è veramente qualcosa di strano  nell’ammantarsi ,nella bandiera di Muentzer di tutta l’Europa protestante, quando i protestanti, e soprattutto i “principi della nazione tedesca” sobillati da Lutero, furono i nemici implacabili degli Anabattisti. In effetti, molte delle vicende odierne hanno ancora l’andamento tipico di una guerra di religione, dove il richiamo, ossessivo e non argomentato, ai “nostri valori”, o, per altri, ai “valori non negoziabili” (che si rivelano spesso quelli delle eresie più estreme) rivela la potente presenza di una non trasparente “teologia politica”. Tra parentesi, come ha scritto Rémi Brague, parlare di “valori” è limitativo, perché presuppone ch’essi valgano solo soggettivamente: sicché i “valori europei”, mentre pretendono di essere universali, in realtà sono quelli di un’infima setta, che è riuscita a prevalere sulle altre.  Il discorso “maistream” occidentale sta muovendosi lungo una sorprendente curvatura dei “fanatici dell’ Apocalisse” , che difficilmente avrebbero approvato, né  i fondatori della Riforma, né quelli dell’Unione Europea (come per esempio il futuro beato Schuman), e che non è, comunque, in linea con le esigenze attuali di opposizione al dominio delle macchine intelligenti, ma, anzi, lo favorisce.

Alcune, fra le controversie di cui sopra, si riallacciano a concezioni settarie del sacro, tipiche dell’era della Rivoluzione industriale e degli Stati Nazione. Guardando le cose da un’ottica ben più ampia, millenaria e mondiale, il sacro, come c’insegna Jan Assmann, è tollerante perché è pluralista. Come scrive su “La Stampa” Umberto Galimberti, esso è addirittura indifferenziato, al punto da non distinguere fra il Bene ed il Male. Tenere il sacro fuori dalla vita dei popoli è impossibile. La “religione” che ci era familiare e a cui tutti pensano costituiva in realtà un fragile compromesso, che evitava tanto il carattere tragico del sacro antico, quanto un’irruzione del sacro chiliastico, ben più violente di quelle paventate dai laicisti. Rotti gli argini delle “repressive” teologie razionali, torniamo ora al “Dio Invitto”, come descritto nell’omonimo libro di Altheim dedicato all’imperatore/dio/sacerdote Elagabalo.

Se si abbattono le religioni istituite, ritorna il sacro illimitato, come ai tempi
del Despotatus: l’Imperatore dio del Sole

5.L’attualità del nostro impegno culturale

In un momento in cui, per il pressapochismo della Conferenza sul Futuro dell’Europa, per l’indifferenza a tutti i livelli per i problemi reali, e, infine, per le prepotenze degli Stati Uniti e dei GAFAM, si potrebbe pensare che qualunque impegno serio  a favore del nostro Continente sia condannato all’insuccesso, queste piccole vittorie intellettuali nella tempestiva lettura degli eventi contemporanei ci incoraggiano a proseguire nella nostra opera di studio e informazione. Da modesti pensieri possono nascerne grandi azioni.

Tra l’altro, è in corso di pubblicazione sui temi qui trattati un profluvio di nuovi libri, sui quali vi relazioneremo sinteticamente.

CHI COMANDERA’ IN EUROPA? Risposta all’ articolo di Ezio Mauro su “La Repubblica” del 21 Giugno

Come usuale, in Europa comanderanno tutti tranne noi

L’articolo di Ezio Mauro rappresenta, a mio avviso, l’esempio più estremo di scollamento fra le capacità di comprensione della realtà del “mainstream” europeo e la realtà effettiva del mondo contemporaneo.

Infatti, mentre quest’ultimo è dominato, come tutti vedono, e vedrebbero ancor meglio se non venissero sistematicamente disinformati, dalla corsa verso le nuove tecnologie – certamente di USA e Cina, ma non soltanto (anche Vaticano, Russia, Israele, India, Corea del Sud e del Nord, Giappone)- perché queste, come ha detto Putin, “garantiscono il controllo del mondo”, il nostro ”mainstream” si diletta a disputare circa modeste questioni di bilancio.

Come scrive Mauro, il tutto mentre si svolge senz’alcuna copertura mediatica la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che dovrebbe occuparsi proprio di queste cose, e “l’Europa si trova in prima linea come stesse riscrivendo la propria costituzione materiale”.

Teilhard de Chardin, il teologo del postumanesimo

1.Teo-tecnocrazia

Il fatto è che, in Europa ancor più che altrove, il vero potere è oggi inserito nella tecnologia, una tecnologia le cui leve sono altrove.

La tecnologia nasce come fatto religioso, e, quindi, automaticamente, come supremo fatto di potere. Fare miracoli era infatti una prerogativa degli Dei;“eritis sicut Dii” è stata da sempre la grande tentazione. Basti pensare a Dedalo e Icaro, come pure al Golem.

Newton, teologo ed alchimista, aderiva a una setta secondo cui la scienza e la tecnica erano una continuazione dell’opera di Dio, che questi aveva affidato all’ uomo. Il “Primo Programma Sistemico deell’ Idealismo Tedesco”                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           patrocinava  una “nuova scienza”, con cui l’uomo avrebbe creato se stesso. I “cosmisti” russi credevano che andare nel Regno dei Cieli significasse andarvi fisicamente con delle astronavi (concetto non per nulla coniato dal loro Tsiolkowski, e ribadito nel “Gimn-Marsh Kosmonautov” di era sovietica). Ci ricordiamo della frase di Gagarin dallo spazio: “Boga niet” (“Dio non c’è”)?

Di converso, il  gesuita Teilhard de Chardin credeva che lo sviluppo dell’ informatica avrebbe costituito il ritorno di Gesù Cristo (il “Punto Omega”), mentre Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google, crede che esso permetterà la fusione fra uomo e natura (la “Singolarità Tecnologica”).

Il Vaticano ha appena creato una Fondazione RenAIssance, dedicata all’intelligenza artificiale.

L’Intelligenza Artificiale, redentrice dell’ Umanità. Come potrebbero delle superpotenze come la Russia e gli Stati Uniti, che si credono investite della missione di salvare, l’una, l’ Europa, e, l’ altra, il mondo, esimersi dalla corsa verso la Singolarità Tecnologica? Come potrebbero le Chiese astrarsi da questa competizione?

Nel soffitto della Rotonda del Congresso, dissacrata dai Trumpiani, c’è l'”Apotheosis” di Giorgo Wahington, la sua trasformazione in un dio

2.”Chi saranno i signori della Terra?”

Questa competizione apocalittica era stata anticipata da Nietzsche sotto la voce “Grande Politica”. Per questo filosofo, che ricalcava da vicino gli archetipi delle varie Apocalissi, prima dell’avvento del Superuomo, vi sarebbe stato l’ultima grande battaglia, appunto, per la “signoria della Terra”. E non dimentichiamo ch’egli pensava che questo conflitto l’avrebbe vinto l’Europa.

Ora Mauro pone la stessa domanda, ma vi dà una risposta estremamente più banale. Dove gli attori sono la Commissione, gli Stati membri, il populismo, il liberismo.

In realtà, in Europa non comandano oggi le istituzioni, né europee, né nazionali. E’ questa la ragione dell’insolubilità dei suoi problemi, e questo è l’unico, centrale, tema di riforma: la “Sovranità Europea”: solo  con essa gli Europei comanderanno in Europa e potranno discutere efficacemente con il resto del mondo

Come si può vedere in mille occasioni, dai progetti tecnologici,  alle guerre in Medio Oriente, allo spionaggio, alle sanzioni, all’ antitrust, ai paradisi fiscali,  i diktat, non solo del Presidente americano, ma perfino dei GAFAM, sono determinanti per fare cambiare politiche faticosamente concordate fra gli Europei: dall’ Eurofighter, alla Web Tax, alla Via della Seta, al Trattato con la Cina.

Le previsioni su chi comanderà in Europa non possono quindi prescindere da uno studio, seppure sommario, delle strategie delle Grandi Potenze, e, in primo luogo, degli Stati Uniti.

Questi ultimi, dopo la caduta del Muro di Berlino, erano convinti di avere oramai mano libera per il controllo del mondo intero. Giacché, però, proprio in quel momento incominciavano ad intravvedersi gl’inizi di nuovi movimenti di resistenza, potenzialmente più pericolosi del comunismo brezhneviano, come l’ Islam politico degli Ayatollah, gli USA avevano  preso in mano la strategia digitale dei guru californiani, consistente nel controllare ogni attività, umana e non, attraverso il World Wide Web, i cui nodi essenziali sono sotto controllo americano. In questo modo, la “Fine della Storia” non sarebbe più stata un vuoto slogan, bensì una realtà, perché ogni resistenza al centro teo-tecnocratico sarebbe divenuta impossibile.

A quel punto, il maggiore possibile concorrente degli Stati Uniti, la Cina, ha elaborato a sua volta una strategia alternativa, fondata su un’antichissima dottrina militare, quella di MoZi e di SunZu: la “guerra senza limiti”, che semplicemente prendeva atto dell’onnipervasività dell’elemento informatico.

Fu in quella sede che fui coniata l’idea di una “Sovranità Digitale” cinese, copiata vent’anni dopo dai leaders europei. Tale sovranità consiste nel fatto di dotarsi di una rete autonoma dal web americano e possedente le stesse caratrteristiche. Obiettivo, questo, realistico per la Cina per due motivi: la vastità del mercato cinese, superiore a quello americano, e la completa indipendenza del governo cinese da quello americano.

Detto, fatto: oggi, la Cina possiede le stesse strutture digitali degli Stati Uniti, e un mercato digitale superiore a quello di tutto l’“Occidente” messo insieme. Ovviamente, le multinazionali cinesi (BATX) ambiscono a competere sui mercati mondiali con quelle americane (GAFAM), e questo costituisce uno dei principali motivi di conflitto.

Da circa un decennio, gli Stati Uniti sono ossessionati da questa concorrenza, che, non riuscendo a stroncare con strumenti di mercato, cercano di strangolare con mezzi politici (propaganda, boicottaggi, sanzioni, embargo), oramai dettagliatamente programmati con il Final Report della Commissione NSCAI e con la Resolution  1169, che contiene e commenta ampi stralci dei discorsi di Xi Jinping.

A sua volta, la Cina ha approntato una serie di documenti strategici, come “Made in China 2025” e “China Standards “2030”, che descrivono nel dettaglio il percorso per superare gli Stati Uniti  in campo tecnologico entro meno di un decennio.

Nel frattempo, la Russia non è stata a guardare, e si è data un’autonomia digitale parziale dal World Wide Web, in questo imitata dall’India.

Tutto ciò non significa affatto che le Superpotenze non intendano dialogare fra di loro. Come dimostrato dal recente viaggio il Europa di Biden, quest’ultimo, dopo avere richiamato energicamente gli “alleati” europei al dovere di allinearsi al 100% sulle posizioni anti-cinesi e anti-russe dell’ America, è andato a Ginevra (in un castello di proprietà cinese, a scambiarsi complimenti con Putin, e, soprattutto, a concordare un percorso per sostituire, alle consultazioni sui missili nucleari, oramai obsolete, quelle sulla cyberguerra (con cui ambo i Paesi hanno incominciato a colpire gli avversari). Infatti, come ai tempi della Guerra Fredda, è essenziale, da un lato, per la sicurezza nucleare, ma, dall’altra, per il controllo sugli alleati, l’accordo fra le Superpotenze. Così, come prima si adopravano instancabilmente per impedire la proliferazione nucleare, ora si adoprano con altrettanto zelo per impedire la sovranità digitale degli alleati.

Eric Schmidt, Amministratore di Google, presiede la Commissione NSCAI

3. Le previsioni dei documenti americani e NATO

Gli anni dal 1945 al 2021 sono stati caratterizzati in Europa da conflitti a bassa intensità: guerre civili in Est Europa, guerre coloniali e post-coloniali,  invasioni sovietiche, terrorismo, guerra greco-turca, guerre post jugoslave e post-sovietiche, guerre umanitarie.

Gli sviluppi in corso annunziano invece guerre tecnologiche, come quelle  digitali (Styx, Echelon, Wikileaks, Prism, attacchi alle reti baltiche, Cambridge Analytica) e legali (Huawei, Tik Tok,17+1, Sputnik V).

Non sappiamo quanto procederanno le discussioni fra Russi e Americani sul contenimento delle guerre digitali, né quelli, in corso, fra Cinesi e Americani. Presumibilmente, già prima dei fatidici 2025-2030, avremmo anche presenze conflittuali in Europa di hacker arabi, israeliani, turchi, iraniani.

Gli unici ad essere inerti saranno gli Europei, più che mai privi di strumenti operativi, e quindi soggetti passivi e sudditi, se non obiettivi da colpire (soprattutto per danneggiare gli Americani, che immagazzinano da noi truppe e bombe atomiche).

I meccanismi “di coordinamento” previsti con gli Europei nel quadro delle iniziative di Biden sono tutti volti a tenere sotto controllo gli Europei, relegandoli addirittura ad un “terzo livello”, sotto quelli dei “Five Eyes” (UK, Canada, Australia e Nuova Zelanda), e quelli del “Quad” (India, Vietnam e Giappone), come scritto a chiare lettere nella “Resolution 1169”.  I comitati congiunti per le nuove tecnologie e la cybersecurity (previsti nei vari documenti ma tenuti praticamente segreti) saranno a senso unico, nel senso che gli USA ci racconteranno quello che fanno loro, ma noi non faremo praticamente nulla.

Se nessuno fa nulla, l’ Europa diverrà come il Medio Oriente.

4. Probabili conflitti a bassa intensità

In considerazione della competizione conflittuale sul piano mondiale fra gli USA e il blocco eurasiatico, è improbabile che la vita politica in Europa si svolga pacificamente. Più probabile è la prosecuzione di conflitti a bassa intensità, anche con fronti variabili, come in Medio Oriente, fra la superpotenza egemone (USA), lo sfidante europeo (la Russia), un paio di potenti outsider (Cina e Israele), altri outsiders (vari potentati medio-orientali), e, poi, Inghilterra, Turchia, Ungheria, Polonia, e non dimentichiamo neppure il Vaticano. Non dimentichiamo neppure che continuano i conflitti in Ucraina, Azerbaidjan e Kurdistan, e che Catalogna e Scozia non sono certo domate. Né, infine, che, da un lato, l’Unione Europea non rappresenta più, dopo Brexit, la maggioranza degli Europei, e, dall’ altro, che perfino la Svizzera ha interrotto il cammino verso l’integrazione.

L’ Unione Europea  ignora tutte queste criticità, continuando a pensare che i suoi faticosi processi interni siano l’ “ombelico del mondo”, e pretendendo, come ha fatto Borrell, di “avere imparato il linguaggio del potere” Sembra impossibile che i vertici non se ne rendano conto. E’più probabile ch’essi pensino  al loro ruolo come a quello  di Don Ferrante nei “Promessi Sposi”: “sopire, troncare, troncare, sopire”, per poi riuscire ad andare in pensione cumulando vitalizi nazionali ed europei.

Tuttavia, è possibile che, se da parte europea si continua a non attrezzarsi, dal punto di vista culturale, istituzionale, tecnologico, economico e militare (per esempio, con un’Agenzia Europea per la Tecnologia), a comandare saranno, certamente non i vertici europei o degli Stati Membri; probabilmente, non più gli Stati Uniti da soli, bensì una pluralità di poteri, statali e non statali,  in conflitto fra di loro, come succede in Medio Oriente almeno dalla crisi dell’ Impero Ottomano. Chi ne farà le spese saranno i nostri figli.

Se queste sono le intenzioni, era inutile convocare una Convenzione sul Futuro dell’Europa.

LA “DOTTRINA BIDEN” non basta a fermare, né il North Stream 2, né le Nuove Vie della Seta.

La Dottrina Biden: Rigorosissima a parole,
debole nei fatti

La crociata lanciata da Biden contro Russia e Cina ripropone  per l’ennesima volta il secolare obiettivo americano del disciplinamento del mondo sotto l’egida della razionalità occidentale. Obiettivo fondativo ed essenziale, enunziato già da Washington, Emerson, Whitman, Kipling, Mead, Fiske, Wilson, Willkie, Albright, Huntington, Bush, Obama, ma, come si vedrà,  sempre più irrealistico per le contraddizioni insite nella ideologia “occidentalistica”…, come dimostrato dal sostanziale fallimento del richiamo all’ ordine di Biden (cfr. Caracciolo. Biden ha tirato una linea nella sabbia).

Innanzitutto, quella di avere postulato da più di due secoli lo sviluppo di tutta l’Umanità secondo il modello tecnocratico “occidentale”, e poi pretendere che il resto del mondo, ormai  tecnologizzato ma infinitamente più numeroso, non pretenda un ruolo centrale sulla scana mondiale. La logica della “concorrenza”, non solo commerciale, ma filosofica, tecnologica e politica, porta automaticamente alla necessità di “fare carriera”, di “primeggiare” sugli altri. Questo vale per gl’individui, le famiglie, i ceti, le “cordate”, ma anche per le città, le Regioni, gli Stati, i Continenti. Come si può pensare che la Cina o l’India, con i loro miliardi di abitanti e le loro civiltà millenarie, accettino di essere in un qualche modo subordinati a un Paese di 300 milioni e con trecento anni di storia?

Con un approccio solo parzialmente nuovo, e ancor più radicale di quelle precedenti, la “Dottrina Biden” è basata innanzitutto su due iniziative parlamentari “bipartisan” (NSCAI e “Resolution S1169”), miranti ad organizzare un’inestricabile rete burocratica per l’irreggimentazione di tipo militare della società americana e degli “alleati”. Alleghiamo un estratto del “Final Report” della “Commissione NSCAI” e ci riserviamo di fare altrettanto con il “Report S1169” quando sarà definitivo. Essi chiariscono la logica e gli strumenti della “Dottrina Biden” come nessun altro documento. Perciò vale la pena di esaminarne alcuni elementi.

L’adesione, richiesta da Biden, alla crociata anti-eurasiatica, costituirebbe comunque una modifica all’attuale Politica estera e di Difesa dell’ Europa, ultimamente basata sull’ idea della Sovranità Strategica, brandita da Macron, Merkel e Borrell. Tuttavia, anche qui  non ci sono grandi novità, perché, da sempre, nella storia dell’integrazione europea, abbiamo assistito ad un “tira e molla” fra l’ovvia esigenza degli Europei di un minimo di autonomia dall’ America e i bruschi richiami all’ ordine da parte di quest’ultima, dalla congiura contro l’Olivetti, al boicottaggio di Gorbaciov, di Jelcin e dell’ Airbus, a Echelon e Prism, all’uccisione di Calipari,  alle sanzioni di Trump, alla lotta contro i progetti della nuova Via della Seta (Taranto, Trieste, Peljesac, Budapest-Belgrado, autostrada montenegrina,  5G, vendita dell’ IVECO,  Università Fudan…).

In ogni caso, gli Europei hanno rifiutato nei fatti di aderire pedissequamente alla “Dottrina Biden”, proseguendo molti dei loro progetti

Kissinger ha contribuito notevolmente alla grandezza della Cina

1.L’inconsistenza della “Sfida Sistemica”

La definizione propagandistica che l’Amministrazione USA dà della sua iniziativa, come lotta cosmica fra “democrazie” ed “autocrazie” (ampiamente discutibile già dal punto di vista concettuale) cela a malapena la volontà di negare alla maggior parte del mondo il diritto di esprimere la propria cultura e le proprie tradizioni, in stridente contrasto con il vantato multiculturalismo dei “liberal” americani. Le cosiddette “autocrazie” sono infatti semplicemente quella grande maggioranza dei popoli della Terra che non condividono i presupposti gnoseologici, culturali, storici, sociali e/o economici del Mainstream puritano, e che pertanto tentano come possono di organizzare una loro resistenza: non solo i Paesi neo-confuciani, ma anche quelli indici, islamici, del Sud del mondo, e perfino dell’Europa Centro-Orientale. Molti di questi fanno perfino parte delle temporanee alleanze che gli USA riescono a costruire, come la Turchia, l’ Arabia Saudita, l’India, il Vietnam e il Giappone. In pratica, quasi tutto il mondo.

Ma, proprio come ha  dichiarato a caldo l’ Ambasciatore cinese a Londra, “piccoli gruppi di Paesi non possono più dettare legge”.L’attuale  “format”del G7 ha fornito quindi un’ottima occasione ai caricaturisti cinesi per avvicinare la riunione di questi giorni a quelle del 1900 quando i Paesi occidentali si spartirono la Cina dopo la Rivolta dei Boxers.

Il progressivo rafforzamento dell’ esecutivo in buona parte dei Paesi del mondo non deriva da una presunta propaganda cinese, ma è semplicemente un effetto delle modalità attuali di conflitto fra le Superpotenze, fondate sull’ informatica, sul finanziamento di moti insurrezionali, su campagne di stampa orchestrate, su pressioni occulte (la “Guerra senza limiti”), a cui sarebbe difficile resistere senza energiche contromisure, quali, appunto, quelle cosiddette dei “wolves warriors” (e comunque senza un “commander in chief” pronto in ogni momento a rintuzzare gli attacchi degli avversari).Del resto, l’idea della “dittatura” fu inventata dalla Repubblica Romana proprio per fare fronte a siffatte situazioni di emergenza (“Hannibal ad portas”).

La missione diplomatica cinese a Bruxelles è stata più esplicita di quella londinese:  “China has always pursued a defensive national policy, and has kept its military modernization legitimate, open and transparent.
In 2021, China’s defense budget is 1.35 trillion yuan ($209 billion) accounting for 1.3 percent of the nation’s GDP, which is less than NATO’s ‘pass line’,”…… “In contrast, the 30-member NATO alliance has a total military spending as high as $1.17 trillion, making up over half of the global sum and 5.6 times that of China.
….It is crystal clear to the world whose military bases stretch all over the world, and whose aircraft carriers are wandering around to flex their military muscle.” 
China has been committed to peaceful development, but will never forget the tragedy of the bombing of the Chinese Embassy in Yugoslavia, nor the sacrifices of our compatriots’ homes and lives,”

La pretesa americana  che la semplice esistenza di seri concorrenti costituisca un’inaccettabile minaccia sistemica corrisponde alla lettera alle retoriche sull’“irreversibilità del socialismo”, in uso nel Blocco Sovietico al tempo della “Dottrina Brezhnev e  in ultima analisi ad una ormai plurimillenaria tradizione chiliastica inaugurata dall’ Impero Achemenide, ben documentata dalle tombe imperiali di Behistun e Naqs-e-Rustam e dalle Storie di Erodoto, ed a cui il mito occidentale del progresso sui riallaccia.

Nei Paesi europei si vuole instaurare
un sistema di “Blockparteien” come nella DDR

2. L’ideologia “mainstream” europea è in gran parte strumentale alla subordinazione agli Stati Uniti.

Come quello del defunto segretario comunista sovietico, il diktat di Biden si rivolge innanzitutto ai “satelliti” europei, restii ad impegnarsi in una battaglia mirante solo a difendere l’egemonia americana (anche su di loro), che per essi, da un lato, sarebbe “contro natura”(un’”alleanza atlantica” contro la Cina?), e, dall’ altro, indebolirebbe la posizione commerciale, politica e tecnologica dell’Europa in un momento di particolare debolezza, che invece richiederebbe politiche innovative e proattive (come un allargamento worldwide dei mercati, senza pregiudizi ideologici). Questo soprattutto in questo momento, in cui l’esplosione in corso delle esportazioni verso la Cina costituisce l’unica ancora di salvezza contro una crisi endemica, moltiplicata dal Covid.

E’ così che gli Europei sono costretti a perseverare nella politica del doppio binario, continuando a commerciare con tutto il mondo (e soprattutto con la Cina e con la Russia) pur accettando di tanto in tanto di fare dichiarazioni offensive contro le stesse ricopiate integralmente su quelle americane, e, soprattutto, di non essere troppo brillanti per non ingelosire gli Americani. Come ha detto Draghi: ”Essere franchi coi ‘dittatori’, ma cooperare nell’ interesse del Paese”. Le cose più importanti (North Stream, industria automotive) restano dunque impregiudicate.

La questione è comunque ben più complessa di quanto la dipinga l’Amministrazione americana, soprattutto   perché molte delle tradizioni politiche da essa “incriminate” come “autocratiche” sono ben meno aliene a quelle europee di quanto si voglia fare credere, in quanto l’Europa fa pur sempre parte da sempre di un ambiente culturale eurasiatico, dove da millenni è stato ben difficile separare, anche solo concettualmente, i coltivatori medio-orientali dai Popoli dei Kurgan, dalle civiltà neolitiche e dai Popoli del Mare; i Greci dai Fenici; i Macedoni dai Persiani; i Germani dagli Sciti e gli Slavi dai Sarmati; gli Ungheresi dai Turchi e i Polacchi dai Russi….Di conseguenza, vi son ben pochi dei “valori asiatici” che non abbiano precise contropartite in Europa.

Basti leggere “Novissima Sinica” di Leibniz per comprendere che,proprio  ai tempi dell’ Illuminismo, Cina e Russia erano considerati per l’ Europa dei modelli da imitare.

Imporre invece una cesura nella tradizione occidentale in corrispondenza della rivoluzione americana significa implicitamente sancire un’inesistente  superiorità ontologica dell’America sul suo antenato europeo, e, quindi, la necessaria subordinazione, all’ America, dell’Europa, intesa come semplice avamposto americano in Eurasia,  come traumaticamente  chiarito trent’anni fa da Brzezinski a Varsavia. 

Il dibattito sull’ “epistocrazia”, evocato, in suoi recenti articoli da Donatella  Di Cesare,  con riferimento all’ uso degli “esperti” fatto da parte del Governo Draghi, ripropone infatti, un classico tema socratico. Socrate, padre della filosofia europea e grande critico della democrazia, invocava infatti, un “governo degli esperti”. Egli riteneva  che vi fossero degli esperti anche e soprattutto della politica, destinati a governare, al di sopra degli altri ( i veri e propri “specialisti”), sull’insieme della “polis”, Secondo Platone, tali esperti del governo della polis  erano i filosofi, e il loro leader avrebbe dovuto essere il “re filosofo”. Estremamente simile a quelle socratica e platonica, la teoria politica neo-confuciana, la quale sosteneva il governo del “Saggio Imperatore” coadiuvato da un ristretto ordine di “letterati” (“Ru”), selezionato  mediante esami. Questo sistema fu esaltato dai Gesuiti (Lettres Amusantes et Curieuses), da Leibniz(Novissima Sinica), da Voltaire (Rescrit de l’Empereur de la Chine)e da Fresnais (Le Despotisme de la Chine), e fu imitato dal Re Sole nella sua politica economica e dall’ Impero Britannico nella selezione dei suoi funzionari. Ma tutta la storia dell’Europa è una storia di “epistocrazia”, da Ulisse ai Sofisti, alla Ciropedia, a Marco Aurelio, ad Averroè, Maimonide, Federico II, i Gesuiti, gl’Illuministi…

Secondo i teorici odierni dell’“epistocrazia”, l’attuale forma di governo della Cina, fondata sul PCC e sul suo “cuore” (“Xin”), nonché su un sistema di esami  (il famigerato “Gaokao”), costituirebbe  l’attualizzazione della società imperiale antica (“Xiaokang”) retta dai Mandarini (Ru), così come lo sarebbe quello della “città-Stato” Singapore. Del resto, tanto le Istituzioni Europee, quanto l’attuale Governo Italiano, sono, o pretendono di essere anch’essi delle “epistocrazie”, non elette e superiori alla politica ordinaria grazie alla loro asserita maggiore competenza (“il governo dei Migliori”).

La Cina di oggi è un Paese tradizionale, ben lungi dal voler imporre al mondo un’ideologia.

3.Strumentalità delle critiche alla Cina

Quello che fa impazzire d’invidia gli “occidentalisti” è però che l’innegabile successo del “socialismo con caratteristiche cinesi”  dimostra che il flessibile armamentario concettuale neo-confuciano è più adatto a descrivere le realtà effettive delle società  postmoderne (occidentali e orientali) di quanto lo siano gli stereotipi manichei occidentali: Stato o Mercato; “eguaglianza” o “diseguaglianza”; ”democrazie” e “autocrazie”; la “kallipolis” come qualcosa di statico; ecc…Addirittura, con grande scandalo della nostra intelligencija di sinistra,  lo stesso marxismo si riesce a capire bene solo con il ricorso ai concetti confuciani di “Xiaokang” e di “Datong”.Non per nulla, Massimo d’Alema, anziché associarsi al coro di attacchi alla Cina, ha ricordato l’incredibile successo della Cina nel sottrarre alla povertà estrema 800 milioni di persone. Del resto, basterebbe essere stati, come me, in Cina, 43 anni fa, e ritornarci adesso, per riconoscere che v’è stato un progresso incredibile, che non ha paragoni nella storia.

D’altronde, in America, tutta questa avversione per la Cina è nata solo recentemente, perché, invece, era stato proprio Kissinger, negli anni ’70, a rivalutare la Cina come il miglior amico dell’ America per sconfiggere l’ Unione Sovietica. Quando, però, allo scorcio del secolo, la Cina ha superato in tutti i campi gli Stati Uniti, allora  quell’ amicizia è sparita, e sono spuntati il Tibet, gli Uiguri, Hong Kong, ecc…, di cui nessuno si era mai interessato. Di converso, sono scomparsi dal mirino i tanto odiati terroristi islamici, al punto che gli USA, contro il parere del resto del mondo, si stanno ritirando dall’ Afghanistan, per sobillare i Talibani contro la Via della Seta, come è già stato fatto con i Baluci e si sta tentando con gli Uiguri.

D’altronde,  negli Anni 70 e 80, l’ America aveva puntato molto su Osama Bin Laden, Kenan Evren e Fethullah Gülen per  sommergere il “Socialismo Arabo” sotto una marea d’integralisti. Erano state perfino aperte succursali medio-orientali di Gladio, come per esempio  la turca “Komünizmle Mücadele Derneği”. Solo dopo la caduta del comunismo l’America ha finalmente liquidato i suoi alleati scomodi e oramai divenuti inutili. Solo dopo il tentativo di Gülen (che vive in una vera e propria fortezza in Pennsylvania) di rovesciare il governo eletto della Turchia, Erdoğan  è stato obbligato a reprimere il suo movimento,  e il Mainstream occidentale si è scatenato contro la Turchia moderatamente islamica dell’ AKP, a favore del telepredicatore.

Non parliamo dell’ Egitto, dell’Arabia Saudita, India, del Giappone e del Vietnam, ultimi casi d’innamoramento degli USA, in pura funzione anticinese, ma che sono ben noti come esempi egregi di culture autoritarie (l’”Homo Hierarcicus” di Dumont, opposto all’ “Homo Aequalis” occidentale), ma non vengono minimamente attaccati perché servono contro la Cina.

Né  parliamo poi dei “diritti umani” o “civili” di cui non può certo ergersi a maestro il Paese del Colonnello Lynch, della Tratta Atlantica, del Trail of Tears, di Hiroshima e Nagasaki, del napalm, di Echelon, Prism e Guantànamo. Tutto questo furore ideologico contro le “autocrazie” si rivela dunque semplicemente un trucchetto di marketing per nobilitare quello che è in realtà un “Impero nascosto” (Immerwahr) che si regge sulle basi militari, sulla violenza poliziesca e sulla tattica degli “Orazi e Curiazi”, e per demonizzare chiunque tenti in un modo o nell’ altro di “sfilarsi” dagli ordini degli USA.

Il 30 Dicembre 2020, i vertici dell’ Europa aveva concordato con Xi Jinping un trattato: adesso si rimangeranno tutto perchè Biden ha protestato?

4.”La Storia siamo noi!”?

Ma è tutto l’armamentario ideologico del “blocco occidentale” a mostrare falle concettuali di vario tipo. Finalmente, anche sui media “mainstream” si affaccia  per esempio il dubbio che le società occidentali stiano andando, senza accorgersene, come prevedevano già Vögelin,  Chomski e Wolin, e, non ultimi, Assange e Snowden,  verso un nuovo, più radicale, totalitarismo, che nulla ha a che fare con i sistemi confuciano o islamico, bensì con dialettiche intrinseche al sistema teo-tecnocratico occidentale. Anzi, l’idea stessa del “totalitarismo” può essere considerato come una forma di “clonazione” del sistema americano da parte di “società premoderne” soggette ad un radicale fenomeno di “rivalità mimetica”. I Dittatori-presidenti, equivalenti “proletari” dei vecchi sovrani; il “partito” avatar del “New Model Army” cromwelliano e delle sette padrone della Nuova Inghilterra; i “tresty” sovietici semplice trasduzione dei “Trust” americani…

Ad esempio, su La Repubblica di Lunedì 7, Francesco Merlo aveva giustamente notato che la presa di posizione  del 2 giugno del Presidente Mattarella,  che aveva citato una canzone di Francesco de Gregori, “La storia siamo noi”, costituiva  una forma di arroganza del potere verso  chi non si riconosce nel “mainstream” storico e culturale. Merlo ha opportunamente ricordato alcuni “impolitici” che hanno rifiutato la Storia con la s maiuscola (Rimbaud, Nietzsche, Roth, Zweig), oltre che alcuni giganti (come Cristoforo Colombo e Marco Polo) che, secondo Merlo, sono stati cooptati dal Mainstream, ma originariamente erano considerati dei casi anomali. Ha ricordato anche il mito di Ulisse, che, a suo avviso, s’identificherebbe l’esaltazione dell’opposizione al “mainstream” , anche se, a mio avviso, il suo collocarsi agli albori dell’ Epoca Assiale   lo colloca piuttosto nell’ideologia monarchica dell’Ellade arcaica. La polemica in corso sul libro di Nicolas Jubber, “Epico”, conferma quest’interpretazione, non solo per il mito di Ulisse, bensì per l’intera tradizione letteraria europea, ovviamente intrisa dei valori “poliedrici” dell’ Epoca Assiale, che comprendono, certo, la “pietas”, ma anche l’esaltazione della violenza del ceto guerriero, l’elogio dell’intelligenza, ma anche la logica dello schiavismo, la critica della tirannide, ma anche una precisa coscienza cetuale…

In realtà, la fede nella Storia “con la S maiuscola” a cui ha fatto riferimento il Presidente della Repubblica è solo una delle tante possibili prospettive da cui guardare al decorso del tempo. Questa Storia mitizzata è stata, ed è, l’appannaggio di un’infima, anche se rumorosa, e spesso fanatica, minoranza, che include elementi diversi, come alcuni aspetti delle religioni iraniche, la profezia apocalittica gioachimita, la dottrina protestante della Predestinazione, l’hegelo-marxismo, la Teoria della Modernizzazione di Rostow, il Punto Omega di Teilhard de Chardin e la Singularity Tecnologica di Kurzweil, ma non certo la maggioranza degl’intellettuali europei. Questi ultimi avevano espresso per lo più, nel corso del tempo, un atteggiamento scettico verso di essa (Schopenhauer, Guénon, Eliade, l’ultimo Kojève e l’ultimo Fukuyama…). Non per nulla “La distruzione della Ragione” di Lukàcs è praticamente la storia di tutta la cultura mitteleuropea dell’800 e del primo 900. Basti pensare anche al romanzo “La storia” (con la S minuscola) scritto da Elsa Morante proprioper decostruire la mitologia della Fine della Storia.

Ne consegue che la fede nelle “Magnifiche Sorti e Progressive” di leopardiana memoria è stata in realtà imposta in Europa da esigue minoranze, di fronte alle quali le più diverse scuole di pensiero si sono ritirate solo perché sconfitte politicamente, se non militarmente, ma non concettualmente. Come rileva l’articolista, queste minoranze non sono però scomparse, ma continuano ad esistere, seppure perseguitate e represse: “l’angoscia della coscienza infelice in fuga senza fine, lo spaesamento di chi si tira fuori o si mette di lato…”.

D’altronde, come rileva Gaetano Azzariti, quand’anche si condivida l’idea di una Storia tendente al progresso, la presente fase storica rappresenta semmai un regresso, ponendo in evidenza il carattere aperto, non già deterministico, della storia. Riconosciamo la profondità dell’analisi storica dell’ illustre costituzionalista, e concordiamo sulla sua citazione di Pasolini, circa la distinzione fra “Progresso” e “Sviluppo”. Tuttavia, rileviamo anche la costante  incapacità dei teorici più acuti della sinistra di comprendere fino in fondo questa distinzione, a causa della loro chiusura in un’ottica “occidentale”, nella quale la coincidenza fra “sviluppo” e “progresso” è profondamente radicata,  da Newton, a Lessing, allo hegelo-marxismo…

Il Governo quasi unanimistico di Draghi ricorda i primi governi Mussolini.

5.Anche la “Memoria Condivisa” è l’ideologia totalitaria per eccellenza.

La pretesa di costruire la cosiddetta “Memoria Condivisa”, cara a suo tempo soprattutto al Presidente Napolitano, costituisce la prosecuzione teorica di quella violenza pratica esercitata nel tempo dalla minoranza storicistica sulle minoranze antistoriche e antipolitiche, premessa essenziale dell’attuale post-umanesimo, che has fatto esclamare, a De Gregori e Mattarella: “la Storia siamo noi”!.

Questa “Memoria Condivisa” pretende d’imporre, non solamente, come lo storicismo unilineare sopra criticato, una sola interpretazione storica, ma addirittura una sola “narrazione”, emotiva (ma la chiamavano “morale”) prima che storica. Secondo questa pretesa “memoria”, dovremmo “parteggiare per decreto”  per i Greci contro i Persiani, per i giudeo-cristiani gerosolimitani contro San Paolo, per gli eretici contro tutte le Chiese, per il Terzo Stato contro gli altri ceti dell’ “Ancien Régime”, per l’ America contro gli Stati europei, ecc…, per assentire “a posteriori” alla pretesa storia unitaria della civiltà occidentale, che viene spacciata abusivamente per civiltà mondiale.

Tutta la politica culturale, dell’ Unione Europea, degli Stati Membri e della grande editoria sono purtroppo attualmente orientati in tal senso, ed è per questo che non si riesce a far amare l’Europa agli Europei, i quali vorrebbero poter apprezzare anche le Civiltà Anatoliche, i popoli delle steppe, l’Islam, , Bisanzio, la Russia, gl’Imperi Centrali…, e si vedono invece proporre sempre una storia mozzata  (cfr. “From Plato to NATOdi John Gress), che va da Atene e Gerusalemme fino a Washington, passando per Roma, Wittemberg e Putney, ignorando bellamente Costantinopoli, Cordova, Palermo, Kiev, Mosca, Budapest, Praga, Danzica…

Manca quel  peregrinare amoroso degli Europei attraverso il loro Continente, alla ricerca delle loro tradizioni comuni, come ha fatto appunto Jubber con “Epico”: da Itaca a Kossovo Polje, da Roncisvalle a Sutton Hoo, da Leire a Reykiavik, da Worms a Esztergom.

Tutto ciò va ulteriormente chiarendosi (e peggiorando) con la  riduzione di tutti i poteri a quello digitale (Intelligenza Artificiale, Cyberguerra, controllo totale, economia digitale, GAFAM..), a cui corrisponde un’ulteriore omologazione culturale, che, alla decina di scuole di pensiero dominanti nel Dopoguerra (anarchica, socialista rivoluzionaria, marx-leninista, social-democratica, laicista, cristiano-sociale, liberale, conservatrice, reazionaria, post-fascista),  ha sostituito un Pensiero Unico, fondato sul materialismo, l’evoluzionismo, l’occidentalismo, il mito del ceto medio, e soprattutto la “Singularità Tecnologica”. Alle vecchie “Tribune Politiche” con pari diritti, almeno fra i partiti costituzionali, si sono sostituiti i “talk shaw” in cui dei “conduttori” emersi chissà come, strapagati e lottizzati politicamente, invitano sempre i soliti noti che esprimono sempre gli stessi punti di vista,  in spregio ad ogni“par condicio”.

Risultati estremi di quanto sopra sono poi i tentativi, oggi in discussione, di approvare ulteriori svariate leggi liberticide, come per esempio, quella che vieterebbe la ricostituzione del Partito Comunista, e, dall’ altra,  quella che imporrebbe “Bella Ciao” quale inno nazionale. Perfino nei periodi più illiberali, dal Medioevo alla Santa Alleanza, dal bolscevismo ai fascismi, c’era una ben maggiore varietà di punti di vista (Chiesa e Impero, guelfi e ghibellini, Cristianesimo e Islam, cattolicesimo, ortodossia e riforma; monarchie assolute, cristianesimo liberale, carboneria; leninismo, trockismo, nazional-comunismo, autogestione, teologia della liberazione; anarco-sindacalismo, futurismo, nazionalismo, corporativismo, imperialismo, razzismo, peronismo).

Poco rileva che l’attuale “Pensiero Unico” sia suddiviso anch’esso in due “tifoserie” solo apparentemente confliggenti, quella “progressista”, social-libertaria ed egualitaria, e quella ”populista”, repressiva e piccolo-borghese. Né l’una né l’altra sono infatti minimamente interessate alla questione che veramente conta: la difesa della diversità umana, che viene soffocata e ignorata.Ambedue favoriscono di fatto il tentativo dell’Occidente di affermare il proprio totale dominio sul mondo intero, espresso nella “Dottrina Biden”, ambedue chiudono gli occhi di fronte all’ inaudito strapotere di Bezos, Zuckerberg e Musk.

Ne consegue che la situazione che si vuole creare per esempio in Italia, con il mainstream, la memoria condivisa e lo storicismo di Stato, sarebbe sostanzialmente identica a quella esistente in Germania Est  ai tempi della “Dottrina Brezhnev” (la “Blockpolitik” dell’”Alleanza Democratica”), con 5 partiti ed “n” movimenti in Parlamento, dove tutto era lottizzato e gestito dietro le quinte dalla STASI e dall’ Unione Sovietica. Oggi, è più evidente che mai che i GAFAM e i 16 servizi segreti americani ci controllano e ci condizionano ben di più della stessa STASI. Basti dire che perfino nella “neutrale”  Svizzera esisteva una specie di Gladio, e che la Danimarca ha aiutato fino a poco tempo fa gli USA a spiare gli stessi vertici della UE, alla quale essa appartiene.

Per questo possiamo tranquillamente affermare che, alla “Dottrina Brezhnev”, si è sostituita la “Dottrina Biden”

Dimentichiamo sempre che il tanto esaltato presente assetto mondiale si regge sull’equilibrio del terrore

6.La  pretesa “etica occidentale” è il dominio della tecnica.

 I fini concepiti dalle varie “etiche” attuali sono solo diverse declinazioni di un apparente (e decrescente) benessere conseguito attraverso le moderne tecnologie, le quali ultime rivendicano per sé, come unico incontrovertibile valore, la loro indubbia capacità di produrre questo (apparente) “benessere” (Pinker). Si tratta in sintesi dell’etica utilitaristica (o meglio “eudemonistica”) dello “Sviluppo” (Pasolini, Azzariti). Per questa sua natura limitativa, l’”etica” contemporanea non riesce,  a causa dell’“eterogenesi dei fini”, a conseguire nessuno degli obiettivi perseguiti. Non quello di fondare principi assoluti, “validi in ogni tempo e in ogni luogo”, né quello di guidare gli uomini verso la felicità, perché, come scriveva Nietzsche, “la felicità viene solo se non voluta”.

Lungi dal costituire delle verità inconfutabili, tanto l’”expertise” dei tecnici, quanto l’”etica” tecnologica, costituiscono soprattutto delle forme mal celate di propaganda dei “poteri forti”, economici e statuali, che finanziano e condizionano gl’intellettuali, i politici, le università, i media, sì che le loro conclamate “verità scientifiche” o “etiche” sono per lo più delle semplici favolette per sviare l’opinione pubblica.

Giacché poi proprio la scienza, come hanno precisato i suoi grandi teorici, da Wittgenstein a Heysenberg, a Einstein, a De Finetti, a Feyerabend, è, anche quando in buona fede, null’altro, che un processo d’ininterrotta “falsificazione”, il preteso “governo della scienza” di cui spesso si sente parlare, non è  umn’ “epistocrazia”,bensì, nella migliore delle ipotesi, un governo della tecnica (“tecnocrazia”). La quale ultima, a sua volta, non ha fini propri perché nasce come “protesi” dell’Umanità per difendersi, nella sua lotta per l’esistenza, sfruttando, di volta in volta, le diverse prospettive offerte dalla tecnica stessa (Gehlen). Per questo motivo, essa è proteiforme, perché tanto la natura, quanto gli avversari umani, reagiscono alle nuove tecniche con sempre nuove contromisure: contro i vaccini, i virus si sviluppano con nuove varianti; contro le bombe atomiche, gli uomini sviluppano i sistemi antimissile.

La tendenza naturale della tecnica è dunque uno sviluppo senza limiti sospinto dalle passioni umane, e, in particolare, una capacità bellica senza limiti, fino all’ autodistruzione (De Landa). E’ significativo che l’ultima frontiera della tecnologia sia costituita proprio dai sistemi d’arma autonomi, che assicurano la Mutua Distruzione Garantita anche in presenza di un Primo Colpo atomico, e, in particolare, le armi autonome intelligenti, capaci di proseguire la guerra perfino dopo la distruzione totale dell’Umanità.

Inoltre, la tecnica, quand’anche non giunga a distruggere l’uomo direttamente, come con la guerra o con l’inquinamento, lo soffoca nelle sue spire, ponendogli limiti e vincoli prima sconosciuti: la “gabbia di Acciaio” di Max Weber, che avvolge l’uomo con fini “intermedi” ed “effetti collaterali”.

Oggi, i leaders dei GAFAM hanno più potere del Presidente degli Stati Uniti

7.I “guru” dei GAFAM alla guida dell’ “America-Mondo”(Valladao)

Non è dunque vero che la tecnica non abbia “fini propri”. Al contrario, proprio perché è l’insieme degli strumenti che servono all’uomo per superare se stesso, la tecnica ha in sé implicita questa tendenza a distruggere l’Umanità sostituendovisi. In altre parole, la tecnica asseconda l’uomo nella sua ricerca di assoluto, ma, proprio perché questo è impossibile, finisce per distruggerlo (cfr. “L’apprendista stregone” di Goethe). Verso questo fine convergono tanto la tendenza all’ ordine (l’idea di un impero mondiale, che garantisca l’armonia universale, vuoi attraverso una benigna monarchia, vuoi attraverso il livellamento universale), quanto quella al disordine (la Terza Guerra Mondiale).

La consapevolezza di questa tendenza autodistruttiva è la radice ultima delle visioni apocalittiche della Storia, che accomunano tutte le culture “non siniche”(non solo quelle occidentali). E questa è, di converso, la grande suggestione delle culture siniche stesse, le quali non per nulla si propongono oggi quali alternative ai modelli occidentali di sviluppo. Questa differenza, non già quella fra “democrazie” e “autocrazie”, costituisce a nostro avviso, l’elemento distintivo fra “Est” e “Ovest”. E, certamente, l’essere stato trascinato a forza in una geopolitica d’ispirazione apocalittica, e, come tale, dominata dal mito del Progresso, è stato un grande shock per l’Oriente, iniziato con il sincretismo dell’ideologia Taiping, proseguito con le bombe di Hiroshima e Nagasaki, ed ancor ora  solo parzialmente superato.

Questa contrapposizione è particolarmente evidente un momento, come questo, in cui gli Stati Uniti pretendono di “mettere in riga”(“rally”) gli alleati per contrastare la Cina, affidando il compito di dirigere la Commissione NSCAI (sul rilancio dell’ Intelligenza Artificiale in funzione anticinese) proprio a quel presidente di Google, Schmidt, che, nel suo “The New Digital Age”, aveva proposto che la sua azienda si ponesse alla testa degli Stati Uniti per la conquista del mondo, mentre il suo direttore tecnico, Kurzweil, è noto per interpretare tale conquista del mondo come attuazione della “Singolarità Tecnologica”.

In questo modo si  conferma che il motore primo della storia contemporanea è questa lotta della Megamacchina occidentale per imporre l’omologazione digitale al resto del mondo. Quest’”imperialismo progressista” è la ragione della maggior parte degli attuali conflitti, in particolare di quelli con le potenze eurasiatiche.

E’ per questo che, nell’ Ultimo G7, mentre in fondo si sono ammesse varie deroghe all’inossidabile disciplina degli alleati presupposta dalla Dottrina Biden (per esempio nei settori commerciali e ambientali) si è insistito sul coordinamento del settore digitale, che deve restate saldamente in mani americane, per garantire la sottomissione degli Europei all’ America. Altro che “Sovranità Digitale!”

Nello Haft Peykar, Rustam che contempla i “sette ritratti” delle sette spose, simbolo delle diverse
culture del mondo

8.La democrazia internazionale quale pluricentrismo delle culture

Quanto Donatella di Cesare afferma dell’utilità della democrazia intesa quale “proficuo disordine” dovrebbe valere a maggior ragione per il pluricentrismo culturale, dove, proprio per la definizione dei fini dell’Umanità, è necessario concorrano tutte le grandi visioni del mondo: non soltanto quelle chiliastiche, per cui l’escatologia è terrena, ma anche  quelle messianiche, che perseguono un’escatologia puramente spirituale; quelle trascendenti, che ignorano la storia; quelle agnostiche, che perseguono un mondo armonioso senza curarsi del corso del tempo; quelle cicliche, che vedono una continua distruzione e rinascita e, infine,  quelle sincretiche, che si sforzano di conciliarle tutte, o, almeno, alcune.

A mio avviso, l’Europa, se vuole rappresentare, come pretende la Commissione, il “Trendsetter del dibattito mondiale”, deve collocarsi fra queste ultime, come del resto è consono alla sua tradizione “poliedrica”, che vede insieme il mito del Progresso e quello dell’Età dell’ Oro, la concezione lineare della Storia e l’Eterno Ritorno, l’escatologia individuale e quella collettiva…

Purtroppo, secondo il “mainstream” occidentale, “Anche la politica è chiamata a una razionalità crescente e progressiva. Il suo compito sarebbe quello di mettere una buona volta a posto il mondo”: appunto, l’escatologia terrena, che si traduce automaticamente nel blocco della vita. S’impone pertanto una vera e propria rivoluzione culturale, che liberi la cultura degli Europei dal determinismo storico tecnocratico (Azzariti) e dall’arroganza nei confronti delle altre parti del mondo.

E, per realizzare quest’obiettivo, l’Europa deve darsi un sistema educativo e culturale orientato, sulla scia dei Gesuiti, di Spengler, di Toynbee, di Eliade, di Frankopan, allo studio comparato delle culture, un qualcosa che oggi praticamente non esiste, schiacciati, come siamo,  fra “occidentalismo” e specialismo.

Solo così l’ Europa potrà proporsi come il “trandsetter del dibattito mondiale”, non già come un burattibo nelle mani dei tecnocrati californiani.

Gli Europei non possono cambiare idea ogni momento a ogni stormir di fronda

9. Il G7: un compromesso che non soddisfa nessuno

Le dichiarazioni rilasciate alla fine del vertice del G7 costituiscono un pout-pourri  di luoghi comuni contraddittori  che si trascinano da decenni  con il solo effetto di fossilizzare lo status quo. Ricordiamo che già fin dalla Dottrina di Solana sulla Politica Estera e di Difesa, nel 2003, l’ Europa si trascina stancamente fra un ossequio agli USA“perinde ad cadaver” da parte, appunto, di Solana, a un approccio possibilista ai tempi della Mogherini, per poi passare all’ adesione entusiastica al TTIP obamiano, arenatosi spontaneamente, per poi trascinare per ben 13 anni le trattative sul Trattato con la Cina, siglato atipicamente per tele-conference, fino al “congelamento” dello stesso qualche mese dopo da parte del Parlamento.

Quindi, niente di nuovo sotto il sole. Biden non ha inventato nulla, e, soprattutto, non  è riuscito significativamente a fare  più di quanto avessero già fatto Obama e Trump, per intralciare, ove possibile, i rapporti fra l’ Europa e il resto del mondo.

Anche perché i documenti formali contro i quali l’ America si sta scagliando (l’ MOU italiano sulla Via della Seta e il Trattato UE sugl’investimenti) hanno un carattere meramente simbolico, i veri affari essendo conclusi altrove.

La tanto discussa adesione dell’Italia alla Via della Seta non aveva comportato, fin dall’ inizio, nessun incremento significativo del business italo-cinese, perché gl’Italiani si erano auto-limitati già allora per compiacere l’ambasciata americana, eliminando i 2/3 dei business previsti. Invece, i business che contano, dei Paesi che contano non sono stati toccati Il giorno prima del vertice in Cornovaglia, gli Stati Uniti hanno tolto le sanzioni alle imprese tedesche che stavano finendo di costruire il North Stream 2.  Nello stesso modo, nessuno si è sognato di contestare i recentissimi investimenti al 100% da parte di tutte le case automobilistiche tedesche.

Quanto poi all’ idea di Draghi, di “rivedere l’ MOU”, non già di cancellarlo, è quanto mai priva di contenuto, perché l’MOU non aveva praticamente effetti pratici, al di là della solidarietà morale con gli sforzi della Cina.

Infine, la Via della Seta non dipende certo dall’ MOU italiano, perché esiste da decine di migliaia di anni, ed anche oggi è più attiva che mai. Se l’Europa vuole dare un minimo di sostanza alla sua vecchia “iniziativa di connettività”, mai seriamente attuata, e l’America vuole rispolverare la vecchia idea di Hilary Clinton, ciò non farà che dare ulteriore forza alle Vie della Seta, che per loro natura vanno da Roma a Xi’an, e servono a stringere i rapporti fra tutti gli antichi Paesi dell’Eurasia, sottolineando così l’estraneità geografica, storica e culturale dell’America.

Del resto, mentre gli USA e la UE non hanno investito, in questo decennio, praticamente nulla nelle “loro” Vie della Seta, la Cina ha già finanziato un’enorme quantità di autostrade, ferrovie e porti in Cina, e molti in Kazakhstan, Pakistan, Africa Orientale, ex-Jugoslavia, Grecia, Germania, ma c’è ancora tantissimo da fare per completare la prevista rete di trasporti (soprattutto in Europa Orientale e in Persia). Quanto alla “Via della Sete della Salute”,  la Cina ha consegnato nei Paesi in Via di Sviluppo centinaia di milioni di dosi. Se ora anche gli Stati Uniti accetteranno di esportarne qualche decina di milioni, tanto di guadagnato per tutti, ma non scalfisce il primato cinese in questo settore.

Secondo il Final Report, il comitato per l’intelligenza artificiale dovrebbe essere presieduto da Kamala Harris

ALLEGATO

US Congress
FINAL REPORT OF THE NATIONAL SPECIAL COMMISSION ON ARTIFICIAL INTELLIGENCE

COMMISSION MEMBERS

Eric Schmidt Chair Safra Catz Steve Chien Mignon Clyburn Chris Darby Kenneth Ford José-Marie Griffiths

Robert Work Vice Chair Eric Horvitz Andrew Jassy Gilman Louie William Mark Jason Matheny Katharina McFarland

Andrew Moore

Executive Summary

No comfortable historical reference captures the impact of artificial

intelligence (AI) on national security. AI is not a single technology

breakthrough, like a bat-wing stealth bomber. The race for AI supremacy is not like the space race to the moon. AI is not even comparable to a general-purpose technology like electricity. However, what Thomas Edison said of electricity encapsulates the AI future: “It is a field of fields … it holds the secrets which will reorganize the life of the world.” Edison’s astounding assessment came from humility. All that he discovered was “very little in comparison with the possibilities

that appear.”

The National Security Commission on Artificial Intelligence (NSCAI) humbly acknowledges

how much remains to be discovered about AI and its future applications. Nevertheless, we

know enough about AI today to begin with two convictions.

First, the rapidly improving ability of computer systems to solve problems and to perform

tasks that would otherwise require human intelligence—and in some instances exceed

human performance—is world altering. AI technologies are the most powerful tools in

generations for expanding knowledge, increasing prosperity, and enriching the human experience. AI is also the quintessential “dual-use” technology. The ability of a machine to perceive, evaluate, and act more quickly and accurately than a human represents a competitive advantage in any field—civilian or military. AI technologies will be a source of

enormous power for the companies and countries that harness them.

Second, AI is expanding the window of vulnerability the United States has already entered. For the first time since World War II, America’s technological predominance—the backbone of its economic and military power—is under threat. China possesses the might, talent, and ambition to surpass the United States as the world’s leader in AI in the next decade if current trends do not change. Simultaneously, AI is deepening the threat posed by cyber attacks and disinformation campaigns that Russia, China, and others are using to infiltrate

our society, steal our data, and interfere in our democracy. The limited uses of AI-enabled

attacks to date represent the tip of the iceberg. Meanwhile, global crises exemplified by the COVID-19 pandemic and climate change highlight the need to expand our conception of national security and find innovative AI-enabled solutions.

“The NSCAI Final Report

presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict.”

Given these convictions, the Commission concludes that the United States must act now to field AI systems and invest substantially more resources in AI innovation to protect  its security, promote its prosperity, and safeguard the future of democracy. Today, the government is not organizing or investing to win the technology competition against a committed competitor, nor is it prepared to defend against AI-enabled threats and rapidly adopt AI applications for national security purposes. This is not a time for incremental toggles to federal research budgets or adding a few new positions in the Pentagon for Silicon Valley technologists. This will be expensive and require a significant change in mindset. America needs White House leadership, Cabinet-member action, and bipartisan Congressional support to win the AI era.

The NSCAI Final Report presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict. It is a two-pronged approach. Part I, “Defending America in the AI Era,” outlines the stakes, explains what the United States must do to defend against the spectrum of AI-related threats, and recommends how the U.S. government can responsibly use AI technologies to protect the American people and our interests. Part II, “Winning the Technology Competition,”addresses the critical elements of the AI competition and recommends actions the government must take to promote AI innovation to improve national competitiveness and protect critical U.S. advantages. The recommendations are designed as interlocking and mutually reinforcing actions that must be taken together.

Part I: Defending America in the AI Era.

AI-enhanced capabilities will be the tools of first resort in a new era of conflict as strategic competitors develop AI concepts and technologies for military and other malign uses and cheap and commercially available AI applications ranging from “deepfakes” to lethal drones become available to rogue states, terrorists, and criminals. The United States must prepare to defend against these threats by quickly and responsibly adopting AI for national security and defense purposes. Defending against AI-capable adversaries operating at machine speeds without employing AI is an invitation to disaster. Human operators will not be able to keep up with or defend against AI-enabled cyber or disinformation attacks, drone swarms, or missile attacks without the assistance of AI-enabled machines.

National security professionals must have access to the world’s best technology to protect themselves, perform their missions, and defend us. The Commission recommends that the government take the following actions:

Defend against emerging AI-enabled threats to America’s free and open society. Digital dependence in all walks of life is transforming personal and commercial vulnerabilities into potential national security weaknesses. Adversaries are using AI systems to enhance disinformation campaigns and cyber attacks. They are harvesting data on Americans to build profiles of their beliefs, behavior, and biological makeup for tailored attempts to manipulate or coerce individuals. This gathering storm of foreign influence and interference requires organizational and policy reforms to bolster our resilience. The government needs to stand up a task force and 24/7 operations center to confront digital disinformation. It needs to better secure its own databases and prioritize data security in foreign investment screening, supply chain risk management, and national data protection legislation. The government should leverage AI-enabled cyber defenses to protect against AI-enabled cyber attacks. And biosecurity must become a top-tier priority in national security policy.

Prepare for future warfare. Our armed forces’ competitive military-technical advantage could be lost within the next decade if they do not accelerate the adoption of AI across their missions. This will require marrying top-down leadership with bottom-up innovation to put operationally relevant AI applications into place. The Department of Defense (DoD)

should:

First, establish the foundations for widespread integration of AI by 2025. This includes building a common digital infrastructure, developing a digitally-literate workforce, and instituting more agile acquisition, budget, and oversight processes. It also requires strategically divesting from military systems that are ill-equipped for AI-enabled warfare and instead investing in next-generation capabilities.

Second, achieve a state of military AI readiness by 2025. Pentagon leadership must act now to drive organizational reforms, design innovative warfighting concepts, establish AI and digital readiness performance goals, and define a joint warfighting network architecture. DoD must also augment and focus its AI R&D portfolio. Readiness will also require promoting AI interoperability with allies and partners.

Manage risks associated with AI-enabled and autonomous weapons. AI will enable new levels of performance and autonomy for weapon systems. But it also raises important legal, ethical, and strategic questions surrounding the use of lethal force. Provided their use is authorized by a human commander or operator, properly designed and tested AI enabled and autonomous weapon systems can be used in ways that are consistent with international humanitarian law. DoD’s rigorous, existing weapons review and targeting procedures, including its dedicated protocols for autonomous weapon systems and commitment to strong AI ethical principles, are capable of ensuring that the United States will field safe and reliable AI-enabled and autonomous weapon systems and use them in a lawful manner. While it is neither feasible nor currently in the interests of the United States to pursue a global prohibition of AI-enabled and autonomous weapon systems, the global, unchecked use of such systems could increase risks of unintended conflict escalation and crisis instability. To reduce the risks, the United States should (1) clearly and publicly affirm existing U.S. policy that only human beings can authorize employment of nuclear weapons and seek similar commitments from Russia and China; (2) establish venues to discuss AI’s impact on crisis stability with competitors; and (3) develop international standards of practice for the development, testing, and use of AI-enabled and autonomous weapon systems.

Transform national intelligence. The Intelligence Community (IC) should adopt and integrate AI-enabled capabilities across all aspects of its work, from collection to analysis. Intelligence will benefit from AI more than any other national security mission. To capitalize on AI, the Office of the Director of National Intelligence needs to empower and resource its science and technology leaders. The entire IC should leverage open-source and publicly available information in its analysis and prioritize collection of scientific and technical intelligence. For better insights, intelligence agencies will need to develop innovative approaches to human-machine teaming that use AI to augment human judgment.

Scale up digital talent in government. National security agencies need more digital experts now or they will remain unprepared to buy, build, and use AI and associated technologies.

The talent deficit in DoD and the IC represents the greatest impediment to being AI-ready by 2025. The government needs new talent pipelines, including a U.S. Digital Service Academy to train current and future employees. It needs a civilian National Digital Reserve Corps to recruit people with the right skills—including industry experts, academics, and recent college graduates. And it needs a Digital Corps, modeled on the Army Medical Corps, to organize technologists already serving in government.

Establish justified confidence in AI systems. If AI systems routinely do not work as designed or are unpredictable in ways that can have significant negative consequences, then leaders will not adopt them, operators will not use them, Congress will not fund them, and the American people will not support them. To establish justified confidence, the government should focus on ensuring that its AI systems are robust and reliable, including through research and development (R&D) investments in AI security and advancing human-AI teaming through a sustained initiative led by the national research labs. It should also enhance DoD’s testing and evaluation capabilities as AI-enabled systems grow in number, scope, and complexity. Senior-level responsible AI leads should be appointed across the government to improve executive leadership and policy oversight.

Present a democratic model of AI use for national security. AI tools are critical for U.S. intelligence, homeland security, and law enforcement agencies. Public trust will hinge on justified assurance that government use of AI will respect privacy, civil liberties, and civil rights. The government must earn that trust and ensure that its use of AI tools is effective, legitimate, and lawful. This imperative calls for developing AI tools to enhance oversight and auditing, increasing public transparency about AI use, and building AI systems that advance the goals of privacy preservation and fairness. It also requires ensuring that those impacted by government actions involving AI can seek redress and have due process.

The government should strengthen oversight and governance mechanisms and establish a task force to assess evolving concerns about AI and privacy, civil liberties, and civil rights.

Part II: Winning the Technology Competition.

The race to research, develop, and deploy AI and associated technologies is intensifying the technology competition that underpins a wider strategic competition. China is organized, resourced, and determined to win this contest. The United States retains advantages in critical areas, but current trends are concerning. While a competitive response is complicated by deep academic and commercial interconnections, the United States must do what it takes to retain its innovation leadership and position in the world. The U.S. government must embrace the AI competition and organize to win it by orchestrating and aligning U.S. strengths.

Organize with a White House–led strategy for technology competition. The United States must elevate AI considerations from the technical to the strategic level. Emerging technologies led by AI now underpin our economic prosperity, security, and welfare. The White House should establish a new Technology Competitiveness Council led by the Vice President to integrate security, economic, and scientific considerations; develop a comprehensive technology strategy; and oversee its implementation.

Win the global talent competition. The United States risks losing the global competition for scarce AI expertise if it does not cultivate more potential talent at home and recruit and retain more existing talent from abroad. The United States must move aggressively on both fronts. Congress should pass a National Defense Education Act II to address deficiencies across the American educational system—from K-12 and job reskilling to investing in thousands of undergraduate- and graduate-level fellowships in fields critical to the AI future. At the same time, Congress should pursue a comprehensive immigration strategy for highly skilled immigrants to encourage more AI talent to study, work, and remain in the United States through new incentives and visa, green card, and job-portability reforms.

Accelerate AI innovation at home. The government must make major new investments in AI R&D and establish a national AI research infrastructure that democratizes access to the resources that fuel AI development across the nation. The government should: (1) double non-defense funding for AI R&D annually to reach $32 billion per year by 2026, establish a National Technology Foundation, and triple the number of National AI Research Institutes; (2) establish a National AI Research Infrastructure composed of cloud computing resources, test beds, large-scale open training data, and an open knowledge network that will broaden access to AI and support experimentation in new fields of science and engineering; and (3) strengthen commercial competitiveness by creating markets for AI and by forming a network of regional innovation clusters.

Implement comprehensive intellectual property (IP) policies and regimes. The United States must recognize IP policy as a national security priority critical for preserving America’s leadership in AI and emerging technologies. This is especially important in light of China’s efforts to leverage and exploit IP policies. The United States lacks the comprehensive IP policies it needs for the AI era and is hindered by legal uncertainties in current U.S. patent eligibility and patentability doctrine. The U.S. government needs a plan to reform IP policies and regimes in ways that are designed to further national security priorities.

Build a resilient domestic base for designing and fabricating microelectronics. After decades leading the microelectronics industry, the United States is now almost entirely reliant on foreign sources for production of the cutting-edge semiconductors that power all the AI algorithms critical for defense systems and everything else. Put simply: the U.S. supply chain for advanced chips is at risk without concerted government action.

Rebuilding domestic chip manufacturing will be expensive, but the time to act is now. The United States should commit to a strategy to stay at least two generations ahead of China in state-of-the-art microelectronics and commit the funding and incentives to maintain multiple sources of cutting-edge microelectronics fabrication in the United States.

Protect America’s technology advantages. As the margin of U.S. technological advantage narrows and foreign efforts to acquire American know-how and dual-use technologies increase, the United States must reexamine how to best protect ideas, technology, and companies without unduly hindering innovation. The United States must:

First, modernize export controls and foreign investment screening to better protect critical dual-use technologies—including by building regulatory capacity and fully implementing recent legislative reforms, implementing coordinated export controls on advanced semiconductor manufacturing equipment with allies, and expanding disclosure requirements for investors from competitor nations.

Second, protect the U.S. research enterprise as a national asset—by providing government agencies, law enforcement, and research institutions with tools and resources to conduct nuanced risk assessments and share information on specific threats and tactics, coordinating research protection efforts with allies and partners, bolstering cybersecurity support for research institutions, and strengthening visa vetting to limit problematic research collaborations.

Build a favorable international technology order. The United States must work hand-in hand with allies and partners to promote the use of emerging technologies to strengthen democratic norms and values, coordinate policies and investments to advance global adoption of digital infrastructure and technologies, defend the integrity of international technical standards, cooperate to advance AI innovation, and share practices and resources to defend against malign uses of technology and the influence of authoritarian states in democratic societies. The United States should lead an Emerging Technology Coalition to achieve these goals and establish a Multilateral AI Research Institute to enhance the United States’ position as a global research hub for emerging technology. The Department of State should be reoriented, reorganized, and resourced to lead diplomacy in emerging technologies.

Win the associated technologies competitions. Leadership in AI is necessary but not sufficient for overall U.S. technological leadership. AI sits at the center of the constellation of emerging technologies, enabling some and enabled by others. The United States must therefore develop a single, authoritative list of the technologies that will underpin national competitiveness in the 21st century and take bold action to catalyze U.S. leadership in AI, microelectronics, biotechnology, quantum computing, 5G, robotics and autonomous systems, additive manufacturing, and energy storage technology. U.S. leadership across these technologies requires investing in specific platforms that will enable transformational breakthroughs and building vibrant domestic manufacturing ecosystems in each. At the same time, the government will need to continuously identify and prioritize emerging technologies farther over the horizon.

Conclusion

This new era of competition promises to change the world we live in and how we live within it. We can either shape the change to come or be swept along by it. We now know that the uses of AI in all aspects of life will grow and the pace of innovation will continue to accelerate.

We know adversaries are determined to turn AI capabilities against us. We know China is determined to surpass us in AI leadership. We know advances in AI build on themselves and confer significant first mover advantages. Now we must act. The principles we establish, the federal investments we make, the national security applications we field, the organizations we redesign, the partnerships we forge, the coalitions we build, and the talent we cultivate will set America’s strategic course. The United States should invest what it takes to maintain its innovation leadership, to responsibly use AI to defend free people and free societies, and to advance the frontiers of science for the benefit of all humanity. AI is going to reorganize the world.

America must lead the charge.

LA “VIA DELLA SETA DELLE DEMOCRAZIE”

(O “VERDE”)non esclude, bensì completa la “Belt and Road Initiative”(“Yi Dai Yi Lu”)

Con la loro campagna contro l’adesione dell’Italia alle “Nuove Vie della Seta” e contro il trattato europeo sugl’investimenti, già siglato con la Cina, gli Stati Uniti non sono tuttavia ancora riusciti a impedire seriamente la prosecuzione della fiorente collaborazione dell’Europa con l’area eurasiatica, sviluppatasi  come non mai dopo la pandemia.

Intanto, il giorno prima de G 7, il Governo americano ha tolto le sanzioni alle imprese tedesche che stanno completando il North Stream 2. Quando, poi, si è trattato di discutere (a porte chiuse) sulla Cina, è stato sospeso il WiFi, cosicché fosse impossibile registrare le note di disaccordo. Ma, soprattutto, non si è parlato, né del Xin  Jiang, né del Covid. Infine, Biden è corso a omaggiare Putin, dimostrando così che, invece, gli USA, con i “dittatori” ci possono parlare, eccome. Anzi, gli Europei dovrebbero parlare con “i dittatori” solo attraverso l’ America, che così ne trae tutti i benefici, mentre gli Europei non “cresceranno” mai.

Anche la posizione complessiva del Governo Italiano è stata abilmente sfumata, con vari personaggi politici che smentiscono in vario modo le dichiarazioni apparentemente “atlantiste” di Draghi (il quale a sua volta le fa con una tale asetticità, da far pensare di non crederci affatto).

Queste sono, per noi, buone notizie.

Il nostro Paese si trova da 30 anni in uno stato di decadenza ininterrotta. Il nostro PIL è in costante discesa, tanto rispetto alla media UE che a quella mondiale. I nostri punti di forza tradizionali, come la metalmeccanica, la cultura, la moda, il turismo, arrancano sotto la spinta di concorrenti agguerriti, che ora hanno anche acquisito molte delle nostre aziende più prestigiose, che spesso appaiono solo come dei gusci vuoti. La disoccupazione, soprattutto intellettuale, è alle stelle. In questa situazione, ci stupiamo che i rappresentanti di Istituzioni e partiti, giornalisti e imprenditori, abbiano il coraggio di comparire sugli schermi costantemente sorridenti anche quando annunziano nuovi guai.

Il Paese avrebbe bisogno invece  di un inaudito balzo in avanti, non già per tornare a prima del Covid (che era già crisi), bensì per allinearsi con il resto d’ Europa, sfruttando nuove idee non tradizionali, e conquistando nuovi mercati (contendendoli ad altri). Per fare ciò, non basta battere le strade (ideologiche, merceologiche o geografiche) del passato (che si riducono tutte ad essere dei “followers” degli Stati Uniti), ma bisogna rivoluzionare la struttura di un mercato che, come dimostrano questi decenni, non è sostenibile.

La Cina (e l’ Eurasia in generale) ci hanno offerto, e ci offrono, nuove possibilità di business, attraverso l’export di prodotti del lusso, lo sviluppo congiunto di nuove tecnologie, una crescita esponenziale del turismo, investimenti nelle infrastrutture che ci permettano di posizionarci in modo più autorevole all’ interno delle reti europee, e, infine, la partecipazione congiunta a progetti in paesi terzi. Nei primi mesi del 2021, rispetto ai corrispondenti mesi dell’ anno scorso, l’export verso la Cina è aumentato del 43%.

Del resto, basta guardare  le città, le strade o le ferrovie della Cina per capire quanto spazio ci sia per imprese innovative ed intraprendenti, che oggi soffocano negli angusti mercati euroatlantici.

Tutto cospirerebbe a fare sì che l’Italia assumesse un ruolo di leadership all’ interno delle Nuove Vie della Seta, che sono il veicolo all’ interno del quale si posizionano le nuove iniziative della Cina che a noi interessano, e per le quali l’Italia è particolarmente vocata. Per questo, era assolutamente logico che il Presidente Mattarella, l’allora Primo Ministro Gentiloni, il Ministro degli Esteri Di Maio e il sottosegretario Geraci si attivassero per assumere un ruolo attivo nel progetto, seguendo le strade già percorse da Andreotti, Ciampi, Prodi, Napolitano e tanti altri.

Il Primo Ministro Gentiloni ospite di Xi Jinping al Forum della Via della Seta nel 2017

1.Un vero e proprio boicottaggio dell’ Europa

Paradossalmente, il tanto discusso MOU  sulla Via della Seta, così come fu firmato, aveva ben pochi contenuti pratici. Intanto perché un MOU (Memorandum of Understanding) è per sua natura un documento non vincolante; poi, perché i business a cui siriferiva erano molto inferiori a quelli dei contemporanei business  di Francia e Germania; infine perché, per le pressioni americane, era stato sfrondato di tutti i contenuti più succosi.

Restava solo un fatto simbolico: uno sberleffo platonico all’America, perché negava l’obbligo di allineamento anti-cinese (e anti-russo). Che ora Draghi voglia “rivedere quell’ atto”è grottesco, perché un MOU non è un atto, e, anche nel caso estremo in cui lo si volesse abrogare, lo sberleffo ormai è stato fatto.

L’argomento per frenare, come si fece allora, il era che l’Italia stesse spezzando la solidarietà politica all’ interno dell’ UE. Tuttavia, nel Dicembre scorso, quando era stata poi la UE stessa a siglare con la Cina l’accordo sugli investimenti, Biden disse invece che l’UE aveva fatto male a impegnarsi, perché avrebbe dovuto aspettare il suo insediamento. Ne risulta che gli accordi commerciali degli Europei, tanto uti singuli, quanto come Unione, devono attendere i comodi del Presidente degli Stati Uniti. Alla faccia della “sovranità strategica europea”! Il bello è che, ad accettare tutto questo, sono proprio coloro che, come Gentiloni e Di Maio, erano stati così pronti ad aderire alla Via della Seta. E soprattutto che il nostro più formidabile concorrente, gli Stati Uniti, ha il diritto di sindacare la nostra politica commerciale. Come scriveva Trockij, gli Stati Uniti avrebbero contingentato il capitalismo europeo, con i bei risultati che si vedono.

E ciò che rende tutto ciò ancor più kafkiano è che nessuno dei due documenti “incriminati” ha modificato, di per sé,  la situazione effettiva dell’ import-export, la quale è in gran parte in mano alle imprese, e, semmai, alla burocrazia, sicché il “rivederli” come ha promesso Draghi, non ha alcun senso, perché il loro significato era prettamente politico, mentre il business procedeva per i fatti suoi (anzi, aveva già subito un rallentamento a causa delle polemiche suscitate dagli Stati Uniti).

Il risultato pratico di quest’attività di freno da parte dell’America sui rapporti euro-cinesi e italo-cinesi è stato  solo che gli operatori americani risultano avvantaggiati rispetto a quelli europei dagli esistenti accordi commerciali fra America e Cina stipulati da Trump, proprio quegli accordi che si vuole impedire agli Europei di stipulare. E’ chiaro che, con Biden come con Trump, il principio di base resta “America First”: l’ America deve sempre brillare, se non  rispetto alla Cina, almeno rispetto all’ Europa. Infatti, se la Cina  risulterà “più brava” dell’America, il mondo potrebbe inclinare verso il socialismo, ma, se sarà  l’Europa ad essere” più brava”, essa potrebbe addirittura togliere agli USA la guida dell’ Occidente, e cioè l’unica ragion d’essere di quel  Paese.

Ciò detto, la Nuova Via della Seta (Yi Dai, Yi Lu=”una Strada, una Rotta”) procede indisturbata nonostante le ire americane. Non potrebbe essere diversamente, perché  una sorta di “Via della Seta” era esistita sino dai tempi più antichi, e, d’altronde,  il G7  sta semplicemente tentando di “mettere il cappello” sull’unica Via della Seta oggi esistente, quella avviata dalla Cina.

La Via della Seta non è stata inventata ieri

2.La Via della Seta ha radici nella preistoria

Nonostante tutte le retoriche della globalizzazione, le grandi linee di comunicazione fra Sud e Nord, Est e Ovest, “vecchio” e “nuovo” non nascono con l’espansione occidentale, né, tanto meno, con la caduta del Muro di Berlino, bensì sono vecchie come l’Umanità stessa. Secondo la teoria “Out of Africa”, gli uomini primitivi si erano mossi dal Mediterraneo verso l’Estremo Oriente fra il  70.000 e i 12.000 anni fa. In quest’ultima data, fine della glaciazione wurmiana,  i sapiens s’insediavano in Siberia; qualche millennio dopo, il popolo dei Kurgan si spargeva, da un lato, verso le Steppe Pontiche, e, dall’ altro, verso l’ Asia Centrale, divenendo  un unicum, dalla Penisola Iberica fino al Giappone.

Di quest’era vi sono tracce nei libri sacri indiani e persiani, il Veda  e il Bundahishn, che narrano di una striscia di terra fra il Caucaso e il Tian Shan, l’Airyanam Vaejo, versione nordica dell’ Eden, patria comune degl’Indoeuropei e terra madre dei Persiani.

Queste migrazioni a partire dall’ Asia Centrale saranno poi adottate in  epoche successive, da molti cultori della geopolitica, quale vero e proprio Leitmotif della Storia Mondiale, alternativo alla vulgata euroatlantica oggi da noi dominante: è la teoria dell’ Heartland, resa famosa da Mackinder.

Nel 1° Millennio, gli Assiri e i Persiani costruirono una “Via Regia” fra l’Anatolia e il Golfo Persico (citata da Erodoto e Tucidide), che, collegandosi con la Via Maris egiziana e con il sistema viario dell’ Impero Han, avrebbe costituito una parte centrale della Via della Seta.

3. Fra gl’imperi romano e Han.

L’epoca d’oro della Via della Seta fu forse quella degl’Imperi Romano e Han, che, lungo di essa, si scambiarono anche ambasciate. In quell’ epoca, le flotte romane giungevano fino all’India. L’Ebraismo e il nascente Cristianesimo s’installarono (secondo la leggenda, con San Tommaso), nell’ India Meridionale(Chennai, Kerala), mentre, nel Kashmir, gli Ahmadiyya pretendono ancora di custodire  la vera tomba di Gesù Cristo. Dall’ India partivano anche, verso l’Asia Centrale, la Cina e il Sudest Asiatico, le missioni dei Buddisti. Nel Concilio di Ctesifonte, l’imperatore persiano aveva attribuito alle varie religioni del suo Impero, a cominciare dai Nestoriani, delle sedi in Estremo Oriente.

LA Pagoda di Da Qin, il “Vaticano” dei Nestoriani, a Xi’An

4.Le Migrazioni di Popoli e i Nestoriani

Intanto, dall’ Asia Centrale, muovevano, verso la Cina, l’India, l’Europa e il Medio Oriente, un’infinità di popoli: Unni, Avari, Alani, Bulgari, Magiari, Turchi, Khazari, Mongoli…Dall’espansione di questi popoli, i geopolitici arabi (Ibn Hamdun), poi giapponesi (Emori) e russi (Gumiliov), hanno derivato una concezione della storia eurasiatica quale dialettica fra i popoli nomadi dell’ Asia Centrale e quelli stanziali delle coste, che è stata anche alla base delle teorie di Mackinder.

L’islam si estese verso la pianura del Volga, la Persia e l’Asia Centrale, scontrandosi con l’Impero Cinese sul fiume Talas.

Al tempo della Dinastia Tang, una missione di Cristiani nestoriani, sotto la guida del Patriarca Rabban (Alopen), giunse alla corte di Xi’an, dove presentò all’ Imperatore cinese una sintesi della dottrina cristiana (la “Luminosa Dottrina di Da Qin”), che fu approvata e protetta. I Nestoriani stabilirono la loro sede principale nella Pagoda di Da Qin, e sintetizzarono la loro fede e i loro rapporti con l’ Imperatore in una stele bilingue Siriaco-Cinese. Il libro sacro dei Nestoriani si chiamava “Il Sutra di Gesù”.

A loro volta, i buddisti cinesi si muovevano verso l’India per studiare gli antichi testi sacri, e verso la Corea e il Giappone per diffondere la loro fede.

Dopo una svolta isolazionistica della Dinastia Tang, i Nestoriani si concentrarono in Mongolia. Quando Chinggis Khan estese il dominio mongolo alla Corea, alla Cina, all’Asia Centrale e all’ Europa Orientale, l’impero Yuan rese possibile la prima vera globalizzazione, illustrata dai molti viaggiatori, ambasciatori e missionari europei  che percorsero la Via della Seta,  il più famoso fra i quali è senza dubbio Marco Polo.

La flotta di Zheng He

5.I grandi viaggi d’esplorazione

Alla caduta della Dinastia Yuan, i Ming promossero un grandioso programma di esplorazioni marittime, tanto dell’Oceano Pacifico che di quello Indiano, sotto la guida dell’Ammiraglio Zheng He.

Mentre Cristoforo Colombo, Cortez e Pizzarro colonizzavano le Americhe, Vasco Da Gama e Magellano esploravano l’Oceano Indiano.  I Portoghesi crearono basi in Africa Orientale, Arabia, India e  in Indonesia.

I Gesuiti si specializzarono nell’evangelizzazione dei Paesi orientali, apprendendone le lingue e le culture, fino al punto da risultare, al momento della Controversia dei Riti, più vicini all’ Imperatore della Cina che non al Papa.

Le compagnie commerciali di molti Paesi europei, dall’ Inghilterra  al Portogallo ,alla Francia, agli Stati tedeschi, alla Curlandia, all’ Olanda, alla Danimarca, crearono proprie basi in Oriente, contendendosene il loro controllo. Nel frattempo, la Russia si espandeva nell’ Asia Centrale e in Siberia.

I mercati stranieri in Cina erano confinati a Canton, dove potevano commerciare solo con una corporazione specializzata, i “Co Hong”, mentre, in Giappone, l’accesso era permesso solo agli Olandesi, confinati a Dejima.

Nell’Ottocento, i sansimoniani avevano fatto, delle infrastrutture dell’Asia il loro stesso simbolo.La penetrazione occidentale si approfondì anche grazie alle navi a vapore e alle linee ferroviarie, dando luogo ad un ricco commercio. Von Richthofen coniò l’espressione “Via della Seta” (“Seidenstrasse”). Furono aperti il Canale di Suez, la Ferrovia dell’ Hejaz e  la Transiberiana.

Gl’Inglesi cercavano in ogni modo di penetrare in Cina, soprattutto per il commercio dell’oppio. Nel  1839, in seguito alla confisca, da parte della Cina, di 20.000  contenitori di oppio di commercianti inglesi , scoppiòarono le  Guerre dell’Oppio, che portarono alla installazione in Cina di “concessioni” occidentali.

LO skyline di Pudong (Shanghai)

6.La rinascita nel XXI Secolo

I commerci fra l’ Est e l’ Ovest della massa eurasiatica  erano per altro resi difficoltosi soprattutto dalle turbolenze politiche:  il “Grande Gioco” (la competizione fra Russia e Inghilterra per l’ Asia Centrale), la Rivoluzione Sovietica, la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

L’attuale “nuova Guerra Fredda” voluta da Biden si riallaccia sostanzialmente ai tempi del “Grande Gioco”. Anche allora tutti volevano partecipare allo sviluppo economico dello “Heartland”, ma precludendone l’accesso ad altri. Tipica di questa logica l’espressione di Mackinder: “Chi controlla l’Heartland controlla l’ Isola del Mondo (l’Eurasia); chi controlla l’ Isola del Mondo controlla il mondo”. L’”Heartland” comprende la Russia, l’Asia Centrale e quelle aree che ancor oggi sono particolarmente concupite dall’ Occidente, fra l’Iran e il Xin Jiang. Henry Kissinger era riuscito a spostare l’interesse del Grande Gioco verso una visione triangolare della Guerra Fredda, che, a cavallo fra i due secoli, aveva portato a una strettissima interazione fra le economie cinese e americana, che adombrava quella “Fusion” fra USA e Cina ch’era stata preconizzata dall’ Ideologia Taiping.

Nel XXI secolo, con il grande sviluppo delle economie asiatiche, viene nuovamente sentita con particolare forza l’esigenza di riattivare le vie di comunicazione attraverso l’Asia.

Intanto, nel giro di pochissimi anni, la Cina, dopo aver importato all’inizio del secolo le tecnologie delle ferrovie ad Alta Velocità, ha costruito sul proprio territorio più della metà delle linee esistenti nel mondo, collegando con una fittissima ed efficientissima rete la parte orientale e quella occidentale del Paese, e impartendo così un’ulteriore incredibile lezione di efficienza all’ Unione Europea, che aveva cominciato molto prima, ma è ancora ai primordi dell’Alta Velocità.

Tra l’altro, la parte occidentale della Cina (Xin Jiang, Tibet) fa parte dell’ Asia Centrale, e, di conseguenza, avviare i collegamenti rapidi con quell’ area costituisce la premessa per collegare tutta l’Asia Centrale.

L’Unione Europea aveva programmato fin dal 1996 la sua Rete TEN-T, ma non è giunta certo allo stato di avanzamento della Cina. In ogni caso, le reti cinese ed europea, le più sviluppate del mondo, sono evidentemente complementari, e già oggi s’incontrano in Russia. E’ un vero peccato per i Paesi coinvolti che, per discordie politiche, non si riesca a sfruttare queste inaudite sinergie a vantaggio di tutti.

In seguito all’ occupazione dell’Afghanistan, il Governo americano, anche per effetto dalle teorie dei suoi think tank geopolitici (ancora influenzati da Mackinder), aveva sentito il bisogno di collegare i Paesi dell’Asia suoi alleati con nuove linee ferroviarie. Hillary Clinton espresso nel 2011 l’intenzione d’investire in questo progetto (chiamato proprio “New Silk Road”), ma poi l’America non vi aveva dato seguito (anche perché sarebbe impossibile stabilire collegamenti instabili attraverso un Afghanistan non pacificato).Non per nulla, gli USA hanno ora tanta fretta di terminare la guerra afgana.

Solo la Cina aveva fino ad ora preso veramente sul serio il problema della connettività eurasiatica, che la riguarda direttamente,   facendolo divenire l’asse portante della sua politica estera, in campo ideologico, politico, culturale, tecnologico, economico e militare. Infatti, la Cina  concentra in sé un surplus di cultura, di creatività, di tecnologie, di mezzi finanziari, che riesce solo in parte a investire integralmente in patria, ed è quindi naturalmente portata a cercare sbocchi commerciali all’ estero. Di converso, le sue tradizioni culturali universalistiche (Tian Xia) la spingono verso le collaborazioni internazionali, soprattutto verso aree, come quella dell’Asia Centrale, con le quali essa ha una intensa tradizione di rapporti (la Sogdiana, il Bacino del Tarim, l’India Settentrionale).

La Belt and Road Initiative (Yi Dai, Yi Lu=”Belt and Road Initiative”=”BRI”), lanciata dal Presidente Xi Jinping nel suon discorso del 2013 all’ Università di Astana, consiste in un orientamento politico verso la  cooperazione con i Paesi dell’ Asia, dell’ Africa e dell’Europa; in un progetto tecnologico, con lo sviluppo di altre decine di migliaia di chilometri di strade ferrate; di carattere economico, con l’incremento delle infrastrutture, dell’ import-export, delle collaborazioni industriali, dei finanziamenti.

Alla “via settentrionale” (quella terrestre, la “Cintura”), si è presto affiancata quella meridionale (“marittima”, la “Rotta”); poi, quella artica, quella culturale, quella sanitaria, e, infine, quella digitale.

La Cina ha inserito l’obiettivo della Belt and Road Initiative fra quelli prioritari del Partito Comunista, al punto da inserirlo nello statuto dello stesso, allo stesso livello dei pensieri di Mao e di Xi Jinping.

La Belt and Road Initiative, ha già dato vita a varie realizzazioni, quali le linee ferroviarie dirette dalla Cina a molte città europee, la costruzione dei porti di Gwadar e di Djibuti, la ristrutturazione di quelli del Pireo e di Duisburg, le ferrovie etiope e keniota,  il tratto ferroviario da Budapest a Belgrado,  la stazione multimediale di Horgos, l’autostrada Kashgar-Gwadar e quella del Montenegro, e il ponte di Pelješac (Sabbioncello)  in Croazia.

Come si vede, un progetto di modernizzazione che si riallaccia ai sansimoniani e alle ambizioni di organizzazioni come la Banca Mondiale e l’ UNIDO, oggi in disarmo a causa del mutamento delle politiche dell’ Occidente. Non per nulla la Banca Mondiale (pur se dominata dagli USA) aveva dato il benvenuto a questo lato “sviluppista” delle politiche cinesi, battezzandolo “market enhancing view”.

Il rapporto con l’Eurasia: leverage per la sovranità europea.

8.Le ambiguità occidentali

I critici occidentali affermano che i progetti infrastrutturali della BRI non sarebbero utili per i Paesi destinatari,  perché implicherebbero un eccessivo indebitamento; tuttavia, quale progetto infrastrutturale non lo implica? Del resto, è proprio per questo che, nel Dopo-Covid, si sta privilegiando ovunque questo tipo d’ investimenti.

L’ostilità degli Occidentali verso questi progetti deriva dal fatto che essi sono la concretizzazione di quelli che essi stessi avevano coltivato, ma non sono poi stati in grado di sviluppare (e ora tentano di riproporre). Tuttavia, paradossalmente, tranne gli Stati Uniti, tutti i Paesi occidentali  hanno investito nella Banca Internazionale per le Infrastrutture, creata a Pechino dal Governo Cinese per finanziare quei progetti infrastrutturali, e quindi nopn possono lamentarsi di non essere stati coinvolti.

Per contrastarli, gli Stati Uniti e i loro sostenitori hanno usato molti strumenti, come azioni giudiziarie di tutti i generi in Italia e in Ungheria, manifestazioni di piazza a Budapest, attentati terroristici in Pakistan. Tuttavia, il punto forte dei progetti della Via della Seta era ed è che nessun altro li sta realizzando, sicché essi sono stati comunque i benvenuti, perché necessari. Basti pensare all’ autostrada pakistana, al ponte di Pelješac, alle ferrovie africane,  che unificano economicamente Paesi fino ad oggi divisi.

L’Unione Europea, non diversamente dagli Stati Uniti, aveva già discusso, nel 2019, una propria strategia verso l’Asia Centrale, ma non ha, né la motivazione, né i mezzi, né l’efficienza, né la tecnologia dei Cinesi. Oggi, il  lancio, da parte di Biden, dello slogan della “Via della Seta delle Democrazie (o “Verde”) sembrerebbe rivalutare una partecipazione più attiva degli Occidentali ai progetti in Asia Centrale e Africa Orientale. A prescindere dallo scarso affidamento che lo slogan può suscitare visti i risultati minimi conseguiti fino ad ora da Americani ed Europei, il rilancio di iniziative nell’area non potrebbe, se presa sul serio, che sortire effetti positivi per regioni, come l’Asia Centrale, il Caucaso, la Turchia, l’India, lo stesso Afghanistan, il Sud Est Asiatico, che hanno enormi prospettive di sviluppo.

Un discorso a parte merita l’ Africa, che, nel XX secolo, veniva vantata dall’ Unione  quale un esempio riuscitissimo di cooperazione allo sviluppo (i vari Trattati ACP-UE), ed è stata gradualmente abbandonata, in parte per mancanza di fondi e in parte perché la metodologia adottata (quella che viene opposta, in quanto “trasparente”, a quella cinese), non ha mai funzionato, sommersa com’è da burocrazie, pubbliche e private, che ne assorbono la maggior parte degl’investimenti.

Mi chiedo, visto che esistono la Banca Mondiale, l’ UNIDO e l’AIIB, che hanno proprio quest’obiettivo in un’ottica di collaborazione mondiale, perché mai fare dei progetti di sviluppo ostili, col solo obiettivo di danneggiare la Cina? Se l’obiettivo è aiutare i Paesi in Via di Sviluppo, non sarebbe il caso di farlo assieme? E, comunque, cosa succederà quando le ferrovie “democratiche” incontreranno le ferrovie “cinesi”?

Haft Paykar, l’ispirazione della Turandot

9.Una cultura mondiale del  XXI secolo.

Come dimostrato da quanto accaduto a suo tempo con il Giappone, poi il Medio Oriente e la Cina, e soprattutto l’ Afghanistan, gl’interventi troppo ideologizzati e invasivi dell’Occidente, se hanno potuto servire fino a un certo momento per rilanciare questi Paesi, raramente hanno ottenuto l’effetto  sperato di riorientarne le società sul modello “occidentale”. Il Giappone è divenuto prima imperialista, poi, oggi, comunque molto disciplinato e tradizionalista; nel Medio Oriente, non vi è praticamente alcuna società (neppure Israele) che sia costruita secondo il modello “occidentale”; la Cina è, come afferma essa stessa, uno “Stato-Civiltà” che esiste da 5000 anni, con un suo progetto efficientissimo e ben definito, il “socialismo con caratteristiche cinesi”, da cui non intende deviare.

Al contrario, è motivato il sospetto che, qualora gli “occidentali” vengano esposti senza le censure del “mainstream” alla profondità delle culture orientali, sfuggendo così alla gabbia d’acciaio della logica occidentale, possano essere attratti da quelle culture, come lo furono i Gesuiti, Schopenhauer, Guénon, Puccini,Eliade, Pound, Béjart,Panikkar, scalfendo l’inossidabile fede nei valori anglo-americani. Ma che cosa ci sarebbe di male?

Una cosa è chiara: nonostante la frenesia denigratoria da parte dell’Occidente, i  vari “orienti” (Estremo Oriente, Medio Oriente, Europa Orientale) hanno ormai imposto la loro presenza al centro dell’agenda mondiale. Che si tratti delle pretese di contare, in Europa, di Polonia e Ungheria, che si tratti del “neo-ottomanismo” o del neo-zarismo, che si tratti della pluridecennale guerra afghana, della rinascita induista sotto Modi o del post-umanesimo giapponese, l’area eurasiatica sta rubando la scena a quella atlantica. Lo aveva dimostrato perfino il Presidente Obama con il suo “Pivot to Asia”, e lo ha confermato il viaggio in Europa di Biden, febbrilmente concentrato su Cina e Russia.

Certo, dispiace perfino alla Cina di esporsi alla gelosia dell’ America, ma proprio il “socialismo con caratteristiche cinesi”, che ha portato il Paese dalla situazione di un deserto all’ attuale rango di società all’avanguardia tecnologica ed economica mondiale, non potrebbe essere tenuto nascosto neppure volendo (come, taoisticamente, avrebbe richiesto Teng Xiaoping, il cui stesso nome di battaglia dimostra un’incredibile grado di  umiltà).

Di fronte alla realtà di questa “esposizione” , il problema numero uno degli Europei non è, come per gli Americani, quello di contrastare l’ascesa dell’ Eurasia, bensì di trarne delle lezioni. A cominciare da quella che, come intravisto da Foscolo, Nietzsche, Kang You Wei, Guénon, Gandhi, Eliade, Jaeger, Saint-Exupéry, Pound,  Béjart, Zhang Yi Mou, millenarie civiltà come le nostre non possono essere stravolte da un pretenzioso nuovismo, perché hanno basi solidissime, che prima o poi riemergono anche dopo decenni o secoli di forzata alienazione sotto influenze ostili.

Per tutte queste ragioni, per chiunque, ma soprattutto per l’ Italia, “uscire dalla Via della Seta” nel vero senso della parola sarebbe oggi pressoché impossibile: sarebbe come “uscire dal mondo”. E, in effetti, senza il gas della Russia, senza i campi profughi in Turchia, senza le tecnologie Foxcomm  e Huawei, senza il petrolio iraniano, senza le esportazioni in Cina, cosa sarebbe l’Italia? Una colonia ancora più sottosviluppata.

Il riorientamento del nostro sito, che contiene un ampio patrimonio di link dedicati all’Eurasia in generale (“Haft Peykar, la blogosfera dell’ interculturalità”), ambisce a  fornire un tramite per lo sviluppo di questa coscienza culturale nuova. Haft Peykar è un poema allegorico medievale del poeta asero di lingua persiana Nizami-i-Ganjavi, il quale, riprendendo il mito dell’imperatore Sassanide Bahram, ne narra la vicenda erotico-mistica della ricerca di 7 spose, ciascuna rappresentante una parte dell’Eurasia. Una di queste, la slava “Principessa Rossa”, diverrà poi, nella letteratura derivata e in Puccini, l’immortale Turandot.