I 100 ANNI DEL PARTITO COMUNISTA CINESE, Un’occasione per ripensare la storia mondiale

Qin Shih Huang Di, il Primo Imperatore

“Mi svegliai sospirando, pensando alla capitale dell’ impero dei Zhou”

(da “Le memorie di uno storico” di Sima Qian)

Il 1° luglio, la Cina ha celebrato il centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese. Al di là delle diatribe ideologiche, è questo il momento di ricapitolare, per ora solo artigianalmente, un po’ di storia mondiale, per capire dove ci troviamo, in particolare noi Europei.

I Tù,: la base storica della scrittura cinese

1.Le grandi civiltà dell’Epoca Assiale

Per fare ciò, è necessario riandare alla storia del mondo, di cui tanto noi, quanto la Cina (ma non gli Stati Uniti), siamo stati fra i grandi protagonisti. Solo a fronte di questa profondità storica è possibile comprendere la natura e il destino degli “Stati-civiltà”, a cui noi apparteniamo, e, in particolare, quelli della Cina e dell’Europa.

A partire dal quinto millennio a.C., nelle grandi pianure fertili, alcuni popoli si avviavano lungo un percorso di sedentarizzazione, costruendo villaggi e creando forme embrionali di società, fra di loro comparabili:

-nel mondo proto-sinico, lungo l’alto corso del Fiume Giallo (la Cultura di Erlitou, il mondo dell’ “Imperatore Giallo”);

-la Civiltà Indo-Sarasvati, lungo il corso dell’ Indo (Mehrgarh, il mondo del Kumari Kandam);

-la civiltà mesopotamica, nella bassa valle del Tigri e dell’ Eufrate (el-Obaid, Uruk, il mondo di Utnaspishtim);

-quella egizia, lungo il Nilo (la Cultura pre-dinastica, il mondo degli “Shemsu Her”);

-quella dei Kurgan , lungo il Volga (Srednyj Stol, la “Cultura Jamnaja”).

La civiltà europea è l’erede di quelle medio-oreientali e della Cultura di Jamnaja; quella cinese, della cultura di Erlitou.

Molte di queste civiltà  ebbero loro eroi mitici, come l’Imperatore Giallo, Yu, Gilgamesh, il Re Scorpione. Da esse derivarono i primi imperi storici: quello degli Xia, quello elamita, quello sumerico, quelli dell’Alto e del Basso Egitto, oltre che le civiltà di Mohendjo Daro e danubiana.

Nel 3200 a.C. nascono le scritture cuneiforme ed egizia e si costruiscono Stonehenge e Skara Brae.Nel 2800 a.C., nasce in China la cultura di Longshan,  mentre, a Creta,  Knossos  raggiunge gli 80.000 abitanti. Intorno al 2700 a.C., viene scritta l’ Epopea di Gilgamesh, e verso il 2600 a.C., inizia la fase matura della Cultura Indo-Sarasvati; nel 2270 viene fondato l’impero di Akkad.

Nel 1800 a.C., nascono nel Sinai e a Ugarit i primi alfabeti; in Mesopotamia, vengono scritti  l’ Epopea di Gilgamesh  e il Codice di Hammurabi.

Nel 1600 a.C.,  nascono le Civiltà micenea e hittita e la Dinastia Shang , con il suo sistema di scrittura sulle ossa divinatorie (Tù), simile, sotto certi aspetti, da un lato ai simboli usati dall’ uomo preistorico, e, dall’altro, alle prime forme dei pittogrammi egizi e mesopotamici.

Come si vede, un impero centralizzato cinese esisteva fin dagli albori della civiltà, al tempo dei Cretesi e degli Ittiti.

Nel 1500 inizia la composizione del Rgveda.

Sul limitare fra il I° e il II° millennio, nascono civiltà che influenzano profondamente le culture successive: i Zhou, idealizzati da Confucio e da Sima Qian; i Popoli del Mare (Shardanas,Tursenas, Sikler, Theuker, Pelast,probabili  antenati degl’Italici); si generano i fatti narrati nell’ Esodo e la Guerra di Troia; nell’ Europa Centrale vivono  le culture di Hallstatt  e La Tène.

Le affascinanti dame dell’ Era Tang

2.Alfabeti e religioni lungo la Via della Seta

Nel corso del I°millennio a.C., si sviluppano le culture confuciana, vedica, persiana e greco-romana.

Gl’imperi Qin e Han, Maurya e Gupta, arsacide e romano  furono collegati dalle Vie della Seta e dalle spedizioni evangelizzatrici di buddhisti, nestoriani e islamici. Ad essi succedettero  i Sassanidi, il Califfato, l’Impero carolingio.

All’inizio del 7° d.C secolo, nasce la Dinastia Tang, e la Cina completa il Grande Canale che l’attraversa ancor oggi, e inventa l’arte della stampa. Mieszko I  diviene duca di Polonia, e nel sacro Romano Impero viene proclamata per la prima volta la “Trewa Dei” (“Ewiger Landtfrid”), antenata del “progetto di Pace Perpetua”).

Nascono gl’ imperi selgiuchide e Azteco.

Nel XIV secolo, si affermano ancora nuovi imperi: i Ming, i Mughal, gli Asburgo, e, in America, gl’ Inca. Nel XV, tanto i Cinesi quanto gli Europei avviano  esplorazioni oceaniche su larga scala. Gli Europei importano molte invenzioni cinesi, indiane ed arabe (algebra, bussola, polvere da sparo, stampa, carta moneta), sviluppando moderne tecnologie culturali e navali che permettono  loro di espandersi un po’ dovunque; in Estremo Oriente, fioriscono  potenti imperi come quello Qing e quello  giapponese  dell’ Era di Edo, con un livello di vita e di cultura nettamente superiore a quello europeo.

I Gesuiti si configurano quali gli agenti di un’ inedita globalizzazione culturale, che va dalla Spagna della Reconquista sl Giappone, dal Québec alla Cina, dal  Sudamerica alla Bielorussia,  spaziando fra teologia tecnologia, didattica ed economia, politica e arte, linguistica e  matematica.

Intanto, si afferma il ruolo centrale dell’America, e le tredici colonie inglesi raggiungono l’indipendenza. La Compagnia delle Indie assume il controllo dell’Asia Meridionale, e gli Occidentali impongono l’apertura commerciale a Cina e Giappone. Con il saccheggio di Delhi e di Pechino, India e Cina, che, ancora a metà Ottocento, rappresentavano più della metà del PIL mondiale, vengono ridotte ad uno stato semi-coloniale, con una corrispondente decadenza economica (i “Cento Anni di Umiliazione”). “ Il paese ha subito un’intensa umiliazione, il popolo è stato sottoposto a grande dolore e la civiltà cinese è stata fatta sprofondare nell’oscurità. Da quel momento, il ringiovanimento nazionale è stato il sogno più grande del popolo cinese e della nazione cinese.”(Xi Jinping)

Si manifestano i primi movimenti di resistenza, come quelli dei Sepoys e dei Taiping, da cui scaturiranno i primi moti d’indipendenza di India e Cina: “il Movimento del Regno Celeste di Taiping, il Movimento di riforma del 1898, il Movimento Yihetuan e la Rivoluzione del 1911 sorsero uno dopo l’altro e furono escogitati una varietà di piani per garantire la sopravvivenza nazionale , ma tutto questo si è concluso con un fallimento. La Cina aveva urgente bisogno di nuove idee per guidare il movimento per salvare la nazione e una nuova organizzazione per radunare le forze rivoluzionarie..

Qianlong, l’imperatore dell’ era illuminista

3.Il ringiovanimento  della Cina

Nella visione del Partito Comunista Cinese, la rinascita ( o ilo “ringiovanimento”) della Cina, inizia con la sua fondazione, che ha sostituito, ai 100 anni di “umiliazione”, i 100 anni di “ringiovanimento”.

Mentre Gandhi inizia il suo apostolato, Mao fonda, nel 1921, il Partito Comunista Cinese. La Seconda Guerra Mondiale non iniziava, contrariamente a quanto affermato in Occidente, con l’attacco tedesco alla Westerplatte (1939), bensì con l’Incidente al Ponte Marco Polo a Pechino, nel 1938 (Grosser). Inoltre, la maggior parte delle vittime della IIa Guerra Mondiale non fu, né israelitica, né russa, né tedesca, bensì cinese.

Ne consegue che, nel 1949, alla fine della Guerra Civile, la Cina era distrutta. Le successive campagne di Mao (“Cento Fiori”, “Grande Balzo in Avanti”, “Rivoluzione Culturale”), che, si dice in Occidente, furono sanguinarie e perfino inutili, servirono in realtà a ricostituire e consolidare uno Stato, un’economia, un partito e una società sconvolti da continue guerre, e comportarono comunque una crescita economica e tecnologica rispetto al precedente stato di totale distruzione.

Le riforme di Deng Xiaoping, così come l’apertura al commercio con l’estero e al mercato, e le Zone Economiche Speciali, segnarono poi, sfruttando anche i presupposti storici dell’era maoista, un ritorno alla gloriosa economia mista della Cina Imperiale, che permise alla Cina di divenire la ”fabbrica del mondo”.

Personalmente, avevo avuto il privilegio di visitare la Fiera di Canton nel 1978, precisamente all’ inizio delle riforme di Deng Xiaoping. La Cina di allora era ben diversa da quella di oggi. Tanto per cominciare, era protetta, anche verso Hong Kong, da una sorta di Grande Muraglia, con Shenzhen che era solo un’ enorme risaia,e con milioni di biciclette in giro per le strade anche nel cuore della notte(senza illuminazione). Che differenza dall’attuale megalopoli dell’ Area della Baia del Fiume delle Perle (Yuegangao Dàwānqū) !

Con l’inizio del nuovo secolo, la Cina ha stretto legami sofisticati con il resto del mondo, e, in particolare, con gli Stati Uniti, sviluppando autonomamente tutte le tecnologie di avanguardia (energia nucleare, treni ad alta velocità, missilistica,  stazioni spaziali,  informatica, computer quantici, ambiente), e dotandosi di una modernissima classe dirigente.

Oggi, con una popolazione di 1.400.000 abitanti e un PIL di 16,642.32 milioni di dollari, la Cina è tornata ad essere complessivamente il principale Paese del mondo, cosa che (come si vede dal rapido excursus del punto precedente) era sempre stata in tutto il corso della storia. Già come tale, essa, in un’era in cui  “uno vale uno”, è divenuta automaticamente, per definizione, il Paese inaggirabile. Inoltre, in un momento in cui la transizione all’era delle macchine intelligenti sta provocando un profondo disorientamento ideale, non solo in Occidente, ma in tante aree del mondo, a cominciare dal Medio Oriente, il fatto di riallacciarsi, seppure in forma inedita, al suo passato, fa della Cina un paese forte e interessante, anche se non necessariamente un modello per altri.

Infatti, in tutto il mondo la transizione al post-umano sta portando in evidenza la questione circa che cosa sia propriamente umano, e la conseguente urgenza dello studio delle civiltà dell’Era Assiale, di cui quelle asiatiche costituiscono un esempio vivente.

Kojève, che aveva dedicato tutta la sua attività di filosofo be di funzionario internazionale a sviluppare la teoria hegelo-marxista della Fine della Storie, era stato scioccato, alla fine della sua vita, nell’ ver dovuto constatare che il Giappone è un paese addirittura “pre-assiale” sopravvissuto fino add oggi. Tuttavia, la Cina ha superato la vecchia contraddizione est-asiatica sintetizzata dallo slogan giapponese “Wakon Yosai” (“la tecnica occidentale come mezzo, la cultura orientale come valore”). Infatti, anche la tecnica è oramai orientale. Inoltre, essa (anche a causa dell’effetto  “massa critica” dato dalle sue dimensioni e dalla sua compattezza, ma soprattutto per la sua violenta reazione ai “cento anni di umiliazione”), essa è un Paese particolarmente proiettato nel domani: è al contempo pre-assiale e post-moderna.

Questi sono gli obiettivi successi che sono stati celebrati da Xi Jinping con le cerimonie di Pechino del 1° luglio: sicurezza, tradizione, tecnologia, benessere, commerci internazionali, futuro. Essi non possono certamente essere negati, ed è per questo che gli Stati Uniti vi assistono con sgomento, senza sapere neppure che dire, perché il loro progetto di dominazione mondiale (il “Destino Manifesto”) viene implicitamente posto in dubbio stessa dall’esistenza di un Paese in grado di pretendere di essere trattato  dall’America su un piede di parità.

Questo spiazza anche l’establishment europeo, che non può certo dire lo stesso dell’Europa.

La questione deli “diritti umani”, unico argomento contro lo sviluppo attuale della Cina, è mal posto. Innanzitutto perché non è vero che tutti i Paesi del mondo vadano verso un sistema più partecipativo e permissivo, mentrteb risulta chiaro che la nuova guerra fredda, lil Pensiero Unico e la digitalizzazione portano ovunque, dove più, dove meno, alla centralizzazione del potere, sì che la Cina +è tutt’altro che un’eccezione. Poi, perché il principale accusatore della Cina, gli Stati Uniti, non si segnala certo, dal punto di vista del controllo da parte del potere, della tolleranza, del livello di repressione in patria e all’ estero, fra i Paesi più liberali.

Infine, perché non bisogna confondere i “diritti civili” (quali quelli di rappresentanza di pluralismo, ecc…), con i diritti umani, che attengono alla vita, alla salute, all’assistenza sociale, nei quali la Cina è spesso più avanzata, non solo degli Stati Uniti, ma addirittura dell’Unione Europea (che non riesce neppure, per la sua stessa ammissione, a eliminare fra i suoi cittadini la povertà assoluta).

Alla frontiera di Shenzhen nel 1978

4.Le ”Lezioni Cinesi”

In occasaione delle celebrazioni per il centenario, Xi Jinping ha fatto affermazioni molto impegnative:“La nazione cinese è una grande nazione. Con una storia di oltre 5.000 anni, la Cina ha dato un contributo indelebile al progresso della civiltà umana.” A causa di queste sue particolari caratteristiche, la essa aveva costituito per secoli un modello per i Paesi confinanti (per la Mongolia, l’Asia Centrale, la Corea, il Sud Est Asiatico, il Giappone), ma anche  la Francia di Luigi XIV(Fresnais), il Sacro Romano Impero (Leibniz), l’ Europa (Voltaire). Oggi, soprattutto per gli USA, i quali, dopo essersi illusi di manipolare la Cina, sono oggi costretti a rincorrerla,  sull’intelligenza artificiale, i 5 G, ecc…Gli stessi progetti parlamentari di campagne anticinesi, come il “Final Report” della Commissione NSCAI e la bozza della “Resolution 1169”, sono infarciti di citazioni a politiche e istituzioni cinesi, oltre che di citazioni di Xi Jinping.

Perciò, anziché parlare, come aveva fatto Italo Calvino, di “Lezioni Americane”, oggi si tende piuttosto a parlare di “Lezioni Cinesi”(Francesco Grillo).

Eravamo stati fra i primi a seguire questa strada. Infatti, nel nostro libro DA QIN, del 2017-2018, avevamo già scritto: “l’ emergere ella Cina quale nuovo player determinante su tutti gli scacchieri mondiali sta per altro fornendo, a mio avviso, all’ Europa, un “leverage” per rovesciare questa situazione di stallo, ispirandosi innanzitutto all’ inattesa crescita di quel Paese rispetto al modello americano-in tutti i settori, a cominciare dalla sua efficacia complessiva tanto sul piano dei rapporti di forza, quanto su quello culturale. “

Nella nostra visione, è chiaro che l’attuale lotta contro il controllo sull’umanità da parte delle macchine intelligenti presuppone  volontà culturali e politiche forti, capaci, da un lato, di formare e consolidare le personalità umane, e, dall’ altra, di formare un sistema legislativo e amministrativo efficiente. Tutto ciò non si ritrova nello scenario occidentale dominato da un unico centro di potere, funzionale alla strategia dei GAFAM, che sono lo strumento per l’affermazione delle macchine intelligenti, come chiaramente affermato da Eric Schmidt, Amministratore delegato della Google e presidente della Commissione NSCAI. Né si trova in un’ Europa che è l’unica area del mondo a non avere neppure tentato (come Russia, India e Corea del Sud) di limitare seriamente il potere del complesso informatico-militare americano.

Per fare  questo, sono necessari infatti grandi Stati sub-continentali, capaci, da un lato, di svolgere i compiti educativi e legislativi di cui sopra, e, dall’altro, di controbilanciare il monopolio del potere tecnocratico occidentale. Gli attuali Stati-civiltà (USA, Cina, Russia) non sono, per motivi vari, in linea con questo compito: gli USA perché sostengono addirittura i GAFAM, dando prestigiosi incarichi istituzionali ai loro dirigenti; la Cina perché tutta assorbita dal difendersi dagli USA, e la Russia perché non è tecnicamente all’ altezza. L’ Europa e l’India potrebbero fare molto di più, coniugando le loro competenze tecniche con le loro culture millenarie e il loro tradizionale orientamento a favore del pluralismo. Tuttavia, anch’esse non possono oggi contribuire in modo adeguato, perché, anziché collaborare in modo spassionato con il resto del mondo, si fanno trascinare dagli USA in un’assurda crociata anticinese, che ha come prima conseguenza l’impossibilità di collaborare con la Cina nei settori culturali e tecnologico, che sarebbero quelli da presidiare per fronteggiare l’emergenza delle macchine intelligenti, facendo anche dell’Europa e dell’India due “Stati-civiltà”.

In questa situazione complessa la Cina  svolto fino ad ora, e ancora svolge,  il ruolo comparativamente più positivo, ponendo in essere, con la propria “Sovranità digitale”(Shùzì zhǔquán), idea poi “copiata” da Macron e Borrell), il maggiore ostacolo oggi realmente esistete esistente alla realizzazione del programma di controllo mondiale  di Schmidt e Kurzweil. Essa, infatti, è riuscita a creare tecnicamente un “web cinese”, a separarlo da quello a guida americana, a creare proprie multinazionali del web, con una reale concorrenza interna, e, infine, ad abbozzare, attraverso Huawei, Alibaba e Tik Tok, una strategia di competizione internazionale con i big americani.

Questa lotta contro il monopolio americano del web  costituisce un modello per la resistenza delle altre parti del mondo (in particolare, Unione Europea, Russia e India), le quali non hanno ancora raggiunto, come la Cina, un’adeguata massa critica, né culturale, né politica, né tecnologica, né militare.

Se la Cina è contraria all’ imposizione in tutto il mondo di un unico modello culturale e politico,  è perché essa ha una sua visione per la coesistenza mondiale•         “La fondazione di un partito comunista in Cina è stato un evento epocale, che ha cambiato profondamente il corso della storia cinese nei tempi moderni, ha trasformato il futuro del popolo e della nazione cinesi e ha alterato il panorama dello sviluppo mondiale.”

Tale visione è fondata su tre pilastri:

•        „Multipolarismo”, dove  USA, Cina, Europa, Russia, e forse, India, siano su un piede di parità;.

•        „Multilateralismo“,   dove nessuno Stato indichi agli altri la direzione di marcia;

•        „ Pluralismo  Ideologico“,  dove non ci sia una sola forma di regime accettabile sullo scenario mondiale.

•        A nostro avviso, la visione del mondo che deriva dalle tradizioni culturali europee è in ultima analisi simile a quella cinese,  anche se non identica:

•        -intanto, non ha senso prescrivere un numero limitato di soggetti politici accettabili sulla scena mondiale. Per esempio, anche il Sud America e l’ Islam avrebbero  pieno titolo ad affermare un loro progetto, mentre Russia e Turchia si situerebbero forse più opportunamente all’ interno dell’ Europa;

•        -certo, non è opportuno, né giusto, che vi sia uno “Stato Guida”,  ma in più è anche logico che vi sia una competizione culturale fra le civiltà, come indicato, per esempio, nel Corano;

•        – il pluralismo è un bene prezioso da difendere, ma non lo chiamerei “ideologico”, perché le visioni del mondo, a cominciare da quelle americana e cinese,  sono piuttosto filosofiche (il  messianesimo puritano, il “Datong” e lo Xiaokang confuciani).

Lo skyline di Canton oggi

5.Le tredici ipotesi di studio per il federalismo europeo

Il nostro libro: “Da Qin”, del 2018, costituiva un tentativo di utilizzare le esperienze fatte dalla Cina sviluppandole nel senso di proposte per il federalismo europeo.

Ne erano nate 13 idee-guida, fra le quali ricordiamo:

-la“Poliedricità” dell’ Europa;

-la distinzione della stessa dall’ America;

-L’Europa quale “Stato-Civiltà”;

-l’Europa come Katechon;

-più poteri all’ Europa;

-una digitalizzazione sul modello cinese;

-no a una nuova Guerra Fredda;

-sì alla “Patria Europea”; no all’ Europa organizzazione internazionale o protettorato americano.-

Poco dopo, Francesco Grillo pubblicava il suo libro “Lezioni Cinesi”, in cui anch’egli suggeriva di assumere, proprio in concomitanza con le elezioni europee del 2019,  la Cina come modello per l’ Europa, lamentando il fatto che Macron, dopo avere adottato l’idea di una  “rifondazione euiropea” (“Renew Europe”, che corrisponde al “Zhōnghuá mínzú fùxīng” di Xi Jinping), non aveva fatto seguire alle parole dei fatti concludenti.

Grillo traeva anch’egli, dalle soluzioni cinesi, suggerimenti per una riforma dell’ Europa:

-istituzioni flessibili e pragmatismo (“non importa se i gatti siano bianchi o neri, purchè acchiappino i topi”);

-una cittadinanza europea meritocratica, sul modello dell’ “epistocrazia” cinese e del cursus honorum romano.

Non ci resta che augurare all’ Europa e alla Cina tutto il successo possibile, e adoprarci per evitare una nuova Guerra Fredda, che per l’ Europa sarebbe semplicemente autolesionistica.

PROFEZIE CHE SI AVVERANO

La battaglia di Frankenhausen, in cui gli anabattisti issarono la bandiera arcobaleno

Nei nostri ultimi post avevamo affrontato una serie di temi interconnessi (dalla visita di Biden in Europa, alle previsioni sul futuro di quest’ultima, alla Via della Seta, fino al modo di scrivere la storia). Una serie di prese di posizione  forse estreme, scoordinate ed estemporanee. Nel corso dello scorso week-end, molte delle nostre ipotesi, anche quelle appena accennate, si sono però rivelate azzeccate, dimostrando che esiste uno spazio politico e culturale per posizioni  molto personali come le nostre, le quali hanno  forse qualche chance di avere un seguito in questa confusa transizione europea.

Subito dopo la UE e la NATO, Biden ha incontrato Putin

1.La crociata incompiuta di Biden

Esattamente come prevedevamo, la crociata si è rivelata molto meno aggressiva e meno incisiva quanto previsto, visto che si è conclusa con una parziale apertura alla Russia, testimoniata  innanzitutto dall’ l’O.K. americano al North Stream 2 (ma a quale titolo gli USA avrebbero potuto continuare a impedire un rapporto commerciale così importante fra due Stati sovrani? E come potrebbe l’Europa garantirsi approvvigionamenti energetici stabili, economici, e sostanzialmente sostenibili ambientalmente se non dalla Russia? Dallo Shale gas? Dal carbone polacco? Dai gasdotti che passano dal Donbass, dal Caucaso o dal Kurdistan?)

In realtà, anche se non lo si dice, agli USA non dispiace che l’Europa riallacci il dialogo con la Russia, sperando così di isolare la Cina, come dimostrato dalla proposta del summit Europa-Russia lanciata da Merkel e da Macron. Tra l’altro, tutto il gas venduto agli Europei non è venduto alla Cina, riducendo l’interdipendenza frav quei due Paesi.

Di converso, se l’America rinunzia a interferire nel North Stream 2, a che titolo può ragionevolmente imporre un analogo boicottaggio della Via della Seta?

Non per nulla, il Ministro Wang Yi ha già telefonato a Di Maio per proporgli di ricominciare le attività comuni sulla stessa.

Nello stesso tempo, prendiamo atto che perfino un periodico tipicamente atlantista come Panorama ha dato ospitalità a un articolo, senz’altro equilibrato, ma che dice le stesse cose che diciamo noi: “Il mondo si riapre a più scenari, la storia non va più a senso unico. Ma all’ insorgenza di outsider popolari reagisce l’Apparato mondiale, l’ Establishment tecno-finanziario-multinazionale e le caste politico-culturali-finanziarie dei singoli Paesi.”

Marcello Veneziani perviene così in sostanza alla nostra stessa conclusione: “E se al ripristino dell’ Occidente si debba preferire un mondo multipolare di aree sovrane che trovano punti di accordo? E se il destino italiano ed europeo fosse quello di interagire in autonomia con l’America e la Russia, senza schiacciarsi su una delle due?”

Il North Stream è stato completato con la benedizione di Biden

2.Scontri militari e politici in Europa

Neppure la previsione che l’area europea rischi di trasformarsi in un campo di battaglia di schegge impazzite è risultata fuori luogo.

Intanto, 4 mesi fa si era concluso, con la conquista da parte asera del Nagorno Karabagh, la guerra più che trentennale fra Armenia e Azerbaidjan, la quale, insieme ai moti di Danzica e all’invasione dell’Afghanistan, era stata la scintilla che aveva provocato la fine dell’impero sovietico. Essa aveva infatti dimostrato che, se due repubbliche federate potevano impunemente farsi la guerra fra di loro, né l’Unione Sovietica era più uno Stato, né il Patto di Varsavia era più un efficiente alleanza militare.Si sta verificando così, nell’indifferenza generale, un nuovo, impressionante esodo di Armeni, simile a quell’ altro, ancora non sanato, dei Serbi dalla Krajina, e per fortuna non comparabile a quello forzato del 1914-15, il “Genocidio Armeno”.

L’armistizio era stato raggiunto grazie alla Russia, non più unilateralmente filo-armena, bensì neutrale, anche per mantenere buoni rapporti con la Turchia, vicina all’ Azerbaidjan, e la Russia sta seguendo passo passo l’attuazione degli accordi. Inoltre, si sta completando nel Nagorno-Karabagh un tratto della ferrovia turca Kars-Baku, che può essere considerata un segmento della Via della Seta, senza che nessuno protesti.

Gli Armeni fuggono bruciando le proprie case e trascinando via, con auto e furgoni, perfino gli alberi, come a suo tempo  i Serbi della Krajna. Come mai a questo esodo forzato  i media non hanno dato lo stesso spazio di quello dedicato ai richiedenti asilo? Forse perché la Russia neo-zarista si sta imponendo come una forza pacificatrice dove là dove l’ Unione Sovietica aveva fallito. Quando non è nell’ interesse propagandistico della strategia euroatlantica, fenomeni di così ampia portata vengono bellamente ignorati.

Ancor più recentemente, in controtendenza rispetto all’atteggiamento aperturista di Biden, la Marina Inglese ha tentato di affermare la propria presenza tramite crociere delle proprie navi da guerra al largo della Crimea (in parallelo a quelle nel Mar della Cina), ricevendo (forse) qualche cannonata da parte dei Russi. Alla faccia della “Pace Perpetua”, stiamo tornando alle deportazioni di popolazioni (1870-1948), alle Guerre dell’ Oppio (1839-60) e di Crimea (1853-56).

Ma è in campo politico che l’Europa si sta spaccando puntualmente in blocchi contrapposti: pro e contro il dialogo con la Russia e/o con la Cina; pro o contro l’Ungheria; Nord contro Sud; Regno Unito contro tutti.

La guerra del Nagorno Karabakh ha più di 100 anni

3.Sostanza statuale del Vaticano

Avevamo indicato, nei precedenti post, fra i soggetti attivi dal punto di vista geopolitico, il Vaticano.

Il giorno dopo, è stata presentata al Governo italiano, la nota vaticana in cui si  è fatta valere la sussistenza, nel Ddl Zan, di un profilo di violazione del Trattato del Laterano, che garantisce alla Chiesa la libertà di opinione, là dove il decreto in questione potrebbe essere interpretato nel senso ch’esso vieterebbe la critica all’ “ideologia gender”.

Il bello che, dopo poche, pallide proteste, la nota vaticana  ha dato luogo ad un intenso lavorio parlamentare per risolvere i problemi da essa sollevati. Con ciò riconoscendo la forza del Vaticano  quale Stato sovrano, quale organismo internazionale e parte contraente della Repubblica Italiana.

Contestualmente, non si è potuto verificare il preconizzato incontro con il Papa del Presidente Biden, che, come è noto, è cattolico, ma è aspramente criticato dall’ episcopato americano, in quanto “pro choice” (cioè favorevole a lasciare alle donne la libertà di abortire). Questo mancato incontro fa il paio con quello con Pompeo, inviato a Roma dal precedente presidente americano.

Senza entrare qui nel merito di queste mosse, mi limito a notare che l’ultima, da molti contestata, configura un passo in avanti, da parte del Vaticano, nel presentarsi come un soggetto geopolitico a tutto tondo, e indipendente da ogni pressione esterna. Tale pretesa è, a nostro avviso, del tutto giustificata, innanzitutto dal fatto che la Città del Vaticano è uno Stato riconosciuto da tutto il mondo e  intrattiene rapporti diplomatici con tutti i Paesi, ma, soprattutto, che la Chiesa Cattolica è l’unica chiesa avente un’organizzazione centralizzata e capillare presente a livello mondiale, sì che anche le altre religioni le riconoscimento un ruolo rappresentativo e di leadership del movimento ecumenico. Come tale, essa interviene, anche con accenti dissonanti, in tutte le grandi questioni del mondo, e, in primis, nella nascente conflittualità fra gli USA e le potenze eurasiatiche.

Se si riconosce in pratica un ruolo geopolitico, spesso centrale, ai GAFAM, ai BATX e alle ONG, che vengono consultati in sede di modifica delle norme che li riguardano, e a loro volta chiedono spesso, anche in modo aggressivo, modifiche di tali leggi, come sarebbe possibile non riconoscere questo ruolo alla Chiesa Cattolica?

Si dice che, in tal modo, la Chiesa violerebbe la laicità dello Stato. Ma quest’ultima è disciplinata (e quindi, ovviamente, delimitata) dai Patti Lateranensi (opera di Mussolini) come successivamente modificati (per opera di Craxi), e recepiti nella Costituzione (grazie a Togliatti). Fra gli Stati e le Chiese, sempre e dovunque, vige una situazione di compromesso, perché non è possibile tracciare una linea precisa là dove finisce la politica e comincia la religione. Inoltre, nel caso in questione, credo che chiunque – Stato, organizzazione o cittadino che sia-, possa appellarsi a un principio costituzionalmente riconosciuto, come la libertà di opinione, in quasi tutto il mondo, e, ciò, anche con un’azione di tipo politico, come riconosciuto a qualsiasi organizzazione e ONG.

Infine, non si capisce perché tutti i distinguo che si fanno nei confronti delle religioni “classiche” (non solo quella cristiana, ma anche quella islamica, che ha ormai in Europa milioni di aderenti), non si fanno anche nei confronti delle “nuove religioni”, quali quella di Internet e quella “dei diritti”. Con la scusa che esse non sarebbero “religioni”, non si pone ad esse alcun limite, di modo che esse possano tranquillamente soppiantare quelle “tradizionali”, ristrette da lacci e lacciuoli (cfr. Laicité à la Francaise).

Il Vaticano, erede dell’ Impero Romano

4. “Regenbogenfahne”

Nel fare ciò, il Vaticano ha toccato un altro dei punti dei nostri blog della scorsa settimana, vale a dire il peso soffocante che il “politically correct” e il “pensiero unico” stanno acquisendo nelle società occidentali, sì che attendiamo solo che qualche forza organizzata prenda l’iniziativa per avviare una sollevazione generale  contro il conformismo generalizzato nel nome delle tradizionali libertà che l’ Occidente e l’ Europa affermano affannosamente (ma poco credibilmente) di perseguire, violandole invece continuamente di fatto.

A questo proposito, può essere sembrato, a taluni, irriverente aver paragonato, nei nostri post, il sistema politico attuale alla ex DDR, con la sua “Blockpolitik” , facendo indirettamente riferimento anche al mito della Rivolta Anabattista (violentemente combattuta, non solo dai Principi Tedeschi, ma, soprattutto, da Lutero e da Zwingli, che consideravano estraneo alla Riforma il suo chiliasmo materialistico e immanentistico e i suoi risvolti terroristici), ma, invece, esaltata dal nazionalsocialismo (che dedicò a Florian Geyer una divisione di SS), e poi dalla DDR (che costruì un grandioso memoriale sullo Schlachtberg a Frankenhausen e creò una “brigata contadina”con lo stesso nome e un campo di addestramento dei “Pionieri” dedicato a Muentzer). Nel precedente post, avevamo inserito l’immagine di una bandiera della DDR incrociata con una Regenbogenfahne, la “bandiera arcobaleno”, che i più ignorano fosse stata originariamente il simbolo degli Anabattisti (come rivelato, forse casualmente, dall’ edizione del Giugno 2021 di “Geschichte”, ma che comunque appare, nel monumento di Stolberg,  nelle mani di Muenzer).

La “Bandiera arcobaleno”, come del resto tanti altri simboli politici (come ad esempio l’aquila bicipite, la stella rossa, il saluto romano), ha una storia successiva altrettanto tortuosa. Infatti, dopo essere stata assunta come simbolo del movimento italiano per la pace fondato da Lucio Capitini e dell’ opposizione alla guerra in Irak, è divenuta, rimodellata (con 6, anziché 7, strisce: chissà perché?), la bandiera del movimento LGTB, quella che si è tentato inutilmente di proiettare sullo stadio di Monaco prima della partita con l’ Ungheria.

Il movimento di Muentzer, presentato dalle storiografie comunista e nazista essenzialmente come di rivolta sociale, aveva assunto, con la presa di Muenster, i risvolti di una violenta palingenesi chiliastica, con una teocrazia sul modello veterotestamentario e un regime di condivisione di donne e beni e pratiche di purificazione degli eletti (roghi di libri, riti catartici collettivi, espulsioni, ecc.).

Gli Anabattisti avevano chiamato Muenster  Nuova Sion e se ne erano proclamati re. Avevano imposto la totale comunione dei beni, al punto di proibire la chiusura delle porte delle case perché chi era nel bisogno potesse prendere ciò che gli serviva quando lo desiderava.  Era stato abolito il denaro, ed ogni bene prezioso fu espropriato dai governanti per la causa. Ogni libro, ad eccezione della Bibbia, era stato bruciato, mentre chi si opponeva veniva eliminato. Venne imposta una poligamia forzata: nessuna aveva diritto di restare nubile. Il rifiuto della donna equivaleva alla morte sulla pubblica piazza

C’è veramente qualcosa di strano  nell’ammantarsi ,nella bandiera di Muentzer di tutta l’Europa protestante, quando i protestanti, e soprattutto i “principi della nazione tedesca” sobillati da Lutero, furono i nemici implacabili degli Anabattisti. In effetti, molte delle vicende odierne hanno ancora l’andamento tipico di una guerra di religione, dove il richiamo, ossessivo e non argomentato, ai “nostri valori”, o, per altri, ai “valori non negoziabili” (che si rivelano spesso quelli delle eresie più estreme) rivela la potente presenza di una non trasparente “teologia politica”. Tra parentesi, come ha scritto Rémi Brague, parlare di “valori” è limitativo, perché presuppone ch’essi valgano solo soggettivamente: sicché i “valori europei”, mentre pretendono di essere universali, in realtà sono quelli di un’infima setta, che è riuscita a prevalere sulle altre.  Il discorso “maistream” occidentale sta muovendosi lungo una sorprendente curvatura dei “fanatici dell’ Apocalisse” , che difficilmente avrebbero approvato, né  i fondatori della Riforma, né quelli dell’Unione Europea (come per esempio il futuro beato Schuman), e che non è, comunque, in linea con le esigenze attuali di opposizione al dominio delle macchine intelligenti, ma, anzi, lo favorisce.

Alcune, fra le controversie di cui sopra, si riallacciano a concezioni settarie del sacro, tipiche dell’era della Rivoluzione industriale e degli Stati Nazione. Guardando le cose da un’ottica ben più ampia, millenaria e mondiale, il sacro, come c’insegna Jan Assmann, è tollerante perché è pluralista. Come scrive su “La Stampa” Umberto Galimberti, esso è addirittura indifferenziato, al punto da non distinguere fra il Bene ed il Male. Tenere il sacro fuori dalla vita dei popoli è impossibile. La “religione” che ci era familiare e a cui tutti pensano costituiva in realtà un fragile compromesso, che evitava tanto il carattere tragico del sacro antico, quanto un’irruzione del sacro chiliastico, ben più violente di quelle paventate dai laicisti. Rotti gli argini delle “repressive” teologie razionali, torniamo ora al “Dio Invitto”, come descritto nell’omonimo libro di Altheim dedicato all’imperatore/dio/sacerdote Elagabalo.

Se si abbattono le religioni istituite, ritorna il sacro illimitato, come ai tempi
del Despotatus: l’Imperatore dio del Sole

5.L’attualità del nostro impegno culturale

In un momento in cui, per il pressapochismo della Conferenza sul Futuro dell’Europa, per l’indifferenza a tutti i livelli per i problemi reali, e, infine, per le prepotenze degli Stati Uniti e dei GAFAM, si potrebbe pensare che qualunque impegno serio  a favore del nostro Continente sia condannato all’insuccesso, queste piccole vittorie intellettuali nella tempestiva lettura degli eventi contemporanei ci incoraggiano a proseguire nella nostra opera di studio e informazione. Da modesti pensieri possono nascerne grandi azioni.

Tra l’altro, è in corso di pubblicazione sui temi qui trattati un profluvio di nuovi libri, sui quali vi relazioneremo sinteticamente.

CHI COMANDERA’ IN EUROPA? Risposta all’ articolo di Ezio Mauro su “La Repubblica” del 21 Giugno

Come usuale, in Europa comanderanno tutti tranne noi

L’articolo di Ezio Mauro rappresenta, a mio avviso, l’esempio più estremo di scollamento fra le capacità di comprensione della realtà del “mainstream” europeo e la realtà effettiva del mondo contemporaneo.

Infatti, mentre quest’ultimo è dominato, come tutti vedono, e vedrebbero ancor meglio se non venissero sistematicamente disinformati, dalla corsa verso le nuove tecnologie – certamente di USA e Cina, ma non soltanto (anche Vaticano, Russia, Israele, India, Corea del Sud e del Nord, Giappone)- perché queste, come ha detto Putin, “garantiscono il controllo del mondo”, il nostro ”mainstream” si diletta a disputare circa modeste questioni di bilancio.

Come scrive Mauro, il tutto mentre si svolge senz’alcuna copertura mediatica la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che dovrebbe occuparsi proprio di queste cose, e “l’Europa si trova in prima linea come stesse riscrivendo la propria costituzione materiale”.

Teilhard de Chardin, il teologo del postumanesimo

1.Teo-tecnocrazia

Il fatto è che, in Europa ancor più che altrove, il vero potere è oggi inserito nella tecnologia, una tecnologia le cui leve sono altrove.

La tecnologia nasce come fatto religioso, e, quindi, automaticamente, come supremo fatto di potere. Fare miracoli era infatti una prerogativa degli Dei;“eritis sicut Dii” è stata da sempre la grande tentazione. Basti pensare a Dedalo e Icaro, come pure al Golem.

Newton, teologo ed alchimista, aderiva a una setta secondo cui la scienza e la tecnica erano una continuazione dell’opera di Dio, che questi aveva affidato all’ uomo. Il “Primo Programma Sistemico deell’ Idealismo Tedesco”                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           patrocinava  una “nuova scienza”, con cui l’uomo avrebbe creato se stesso. I “cosmisti” russi credevano che andare nel Regno dei Cieli significasse andarvi fisicamente con delle astronavi (concetto non per nulla coniato dal loro Tsiolkowski, e ribadito nel “Gimn-Marsh Kosmonautov” di era sovietica). Ci ricordiamo della frase di Gagarin dallo spazio: “Boga niet” (“Dio non c’è”)?

Di converso, il  gesuita Teilhard de Chardin credeva che lo sviluppo dell’ informatica avrebbe costituito il ritorno di Gesù Cristo (il “Punto Omega”), mentre Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google, crede che esso permetterà la fusione fra uomo e natura (la “Singolarità Tecnologica”).

Il Vaticano ha appena creato una Fondazione RenAIssance, dedicata all’intelligenza artificiale.

L’Intelligenza Artificiale, redentrice dell’ Umanità. Come potrebbero delle superpotenze come la Russia e gli Stati Uniti, che si credono investite della missione di salvare, l’una, l’ Europa, e, l’ altra, il mondo, esimersi dalla corsa verso la Singolarità Tecnologica? Come potrebbero le Chiese astrarsi da questa competizione?

Nel soffitto della Rotonda del Congresso, dissacrata dai Trumpiani, c’è l'”Apotheosis” di Giorgo Wahington, la sua trasformazione in un dio

2.”Chi saranno i signori della Terra?”

Questa competizione apocalittica era stata anticipata da Nietzsche sotto la voce “Grande Politica”. Per questo filosofo, che ricalcava da vicino gli archetipi delle varie Apocalissi, prima dell’avvento del Superuomo, vi sarebbe stato l’ultima grande battaglia, appunto, per la “signoria della Terra”. E non dimentichiamo ch’egli pensava che questo conflitto l’avrebbe vinto l’Europa.

Ora Mauro pone la stessa domanda, ma vi dà una risposta estremamente più banale. Dove gli attori sono la Commissione, gli Stati membri, il populismo, il liberismo.

In realtà, in Europa non comandano oggi le istituzioni, né europee, né nazionali. E’ questa la ragione dell’insolubilità dei suoi problemi, e questo è l’unico, centrale, tema di riforma: la “Sovranità Europea”: solo  con essa gli Europei comanderanno in Europa e potranno discutere efficacemente con il resto del mondo

Come si può vedere in mille occasioni, dai progetti tecnologici,  alle guerre in Medio Oriente, allo spionaggio, alle sanzioni, all’ antitrust, ai paradisi fiscali,  i diktat, non solo del Presidente americano, ma perfino dei GAFAM, sono determinanti per fare cambiare politiche faticosamente concordate fra gli Europei: dall’ Eurofighter, alla Web Tax, alla Via della Seta, al Trattato con la Cina.

Le previsioni su chi comanderà in Europa non possono quindi prescindere da uno studio, seppure sommario, delle strategie delle Grandi Potenze, e, in primo luogo, degli Stati Uniti.

Questi ultimi, dopo la caduta del Muro di Berlino, erano convinti di avere oramai mano libera per il controllo del mondo intero. Giacché, però, proprio in quel momento incominciavano ad intravvedersi gl’inizi di nuovi movimenti di resistenza, potenzialmente più pericolosi del comunismo brezhneviano, come l’ Islam politico degli Ayatollah, gli USA avevano  preso in mano la strategia digitale dei guru californiani, consistente nel controllare ogni attività, umana e non, attraverso il World Wide Web, i cui nodi essenziali sono sotto controllo americano. In questo modo, la “Fine della Storia” non sarebbe più stata un vuoto slogan, bensì una realtà, perché ogni resistenza al centro teo-tecnocratico sarebbe divenuta impossibile.

A quel punto, il maggiore possibile concorrente degli Stati Uniti, la Cina, ha elaborato a sua volta una strategia alternativa, fondata su un’antichissima dottrina militare, quella di MoZi e di SunZu: la “guerra senza limiti”, che semplicemente prendeva atto dell’onnipervasività dell’elemento informatico.

Fu in quella sede che fui coniata l’idea di una “Sovranità Digitale” cinese, copiata vent’anni dopo dai leaders europei. Tale sovranità consiste nel fatto di dotarsi di una rete autonoma dal web americano e possedente le stesse caratrteristiche. Obiettivo, questo, realistico per la Cina per due motivi: la vastità del mercato cinese, superiore a quello americano, e la completa indipendenza del governo cinese da quello americano.

Detto, fatto: oggi, la Cina possiede le stesse strutture digitali degli Stati Uniti, e un mercato digitale superiore a quello di tutto l’“Occidente” messo insieme. Ovviamente, le multinazionali cinesi (BATX) ambiscono a competere sui mercati mondiali con quelle americane (GAFAM), e questo costituisce uno dei principali motivi di conflitto.

Da circa un decennio, gli Stati Uniti sono ossessionati da questa concorrenza, che, non riuscendo a stroncare con strumenti di mercato, cercano di strangolare con mezzi politici (propaganda, boicottaggi, sanzioni, embargo), oramai dettagliatamente programmati con il Final Report della Commissione NSCAI e con la Resolution  1169, che contiene e commenta ampi stralci dei discorsi di Xi Jinping.

A sua volta, la Cina ha approntato una serie di documenti strategici, come “Made in China 2025” e “China Standards “2030”, che descrivono nel dettaglio il percorso per superare gli Stati Uniti  in campo tecnologico entro meno di un decennio.

Nel frattempo, la Russia non è stata a guardare, e si è data un’autonomia digitale parziale dal World Wide Web, in questo imitata dall’India.

Tutto ciò non significa affatto che le Superpotenze non intendano dialogare fra di loro. Come dimostrato dal recente viaggio il Europa di Biden, quest’ultimo, dopo avere richiamato energicamente gli “alleati” europei al dovere di allinearsi al 100% sulle posizioni anti-cinesi e anti-russe dell’ America, è andato a Ginevra (in un castello di proprietà cinese, a scambiarsi complimenti con Putin, e, soprattutto, a concordare un percorso per sostituire, alle consultazioni sui missili nucleari, oramai obsolete, quelle sulla cyberguerra (con cui ambo i Paesi hanno incominciato a colpire gli avversari). Infatti, come ai tempi della Guerra Fredda, è essenziale, da un lato, per la sicurezza nucleare, ma, dall’altra, per il controllo sugli alleati, l’accordo fra le Superpotenze. Così, come prima si adopravano instancabilmente per impedire la proliferazione nucleare, ora si adoprano con altrettanto zelo per impedire la sovranità digitale degli alleati.

Eric Schmidt, Amministratore di Google, presiede la Commissione NSCAI

3. Le previsioni dei documenti americani e NATO

Gli anni dal 1945 al 2021 sono stati caratterizzati in Europa da conflitti a bassa intensità: guerre civili in Est Europa, guerre coloniali e post-coloniali,  invasioni sovietiche, terrorismo, guerra greco-turca, guerre post jugoslave e post-sovietiche, guerre umanitarie.

Gli sviluppi in corso annunziano invece guerre tecnologiche, come quelle  digitali (Styx, Echelon, Wikileaks, Prism, attacchi alle reti baltiche, Cambridge Analytica) e legali (Huawei, Tik Tok,17+1, Sputnik V).

Non sappiamo quanto procederanno le discussioni fra Russi e Americani sul contenimento delle guerre digitali, né quelli, in corso, fra Cinesi e Americani. Presumibilmente, già prima dei fatidici 2025-2030, avremmo anche presenze conflittuali in Europa di hacker arabi, israeliani, turchi, iraniani.

Gli unici ad essere inerti saranno gli Europei, più che mai privi di strumenti operativi, e quindi soggetti passivi e sudditi, se non obiettivi da colpire (soprattutto per danneggiare gli Americani, che immagazzinano da noi truppe e bombe atomiche).

I meccanismi “di coordinamento” previsti con gli Europei nel quadro delle iniziative di Biden sono tutti volti a tenere sotto controllo gli Europei, relegandoli addirittura ad un “terzo livello”, sotto quelli dei “Five Eyes” (UK, Canada, Australia e Nuova Zelanda), e quelli del “Quad” (India, Vietnam e Giappone), come scritto a chiare lettere nella “Resolution 1169”.  I comitati congiunti per le nuove tecnologie e la cybersecurity (previsti nei vari documenti ma tenuti praticamente segreti) saranno a senso unico, nel senso che gli USA ci racconteranno quello che fanno loro, ma noi non faremo praticamente nulla.

Se nessuno fa nulla, l’ Europa diverrà come il Medio Oriente.

4. Probabili conflitti a bassa intensità

In considerazione della competizione conflittuale sul piano mondiale fra gli USA e il blocco eurasiatico, è improbabile che la vita politica in Europa si svolga pacificamente. Più probabile è la prosecuzione di conflitti a bassa intensità, anche con fronti variabili, come in Medio Oriente, fra la superpotenza egemone (USA), lo sfidante europeo (la Russia), un paio di potenti outsider (Cina e Israele), altri outsiders (vari potentati medio-orientali), e, poi, Inghilterra, Turchia, Ungheria, Polonia, e non dimentichiamo neppure il Vaticano. Non dimentichiamo neppure che continuano i conflitti in Ucraina, Azerbaidjan e Kurdistan, e che Catalogna e Scozia non sono certo domate. Né, infine, che, da un lato, l’Unione Europea non rappresenta più, dopo Brexit, la maggioranza degli Europei, e, dall’ altro, che perfino la Svizzera ha interrotto il cammino verso l’integrazione.

L’ Unione Europea  ignora tutte queste criticità, continuando a pensare che i suoi faticosi processi interni siano l’ “ombelico del mondo”, e pretendendo, come ha fatto Borrell, di “avere imparato il linguaggio del potere” Sembra impossibile che i vertici non se ne rendano conto. E’più probabile ch’essi pensino  al loro ruolo come a quello  di Don Ferrante nei “Promessi Sposi”: “sopire, troncare, troncare, sopire”, per poi riuscire ad andare in pensione cumulando vitalizi nazionali ed europei.

Tuttavia, è possibile che, se da parte europea si continua a non attrezzarsi, dal punto di vista culturale, istituzionale, tecnologico, economico e militare (per esempio, con un’Agenzia Europea per la Tecnologia), a comandare saranno, certamente non i vertici europei o degli Stati Membri; probabilmente, non più gli Stati Uniti da soli, bensì una pluralità di poteri, statali e non statali,  in conflitto fra di loro, come succede in Medio Oriente almeno dalla crisi dell’ Impero Ottomano. Chi ne farà le spese saranno i nostri figli.

Se queste sono le intenzioni, era inutile convocare una Convenzione sul Futuro dell’Europa.

LA “DOTTRINA BIDEN” non basta a fermare, né il North Stream 2, né le Nuove Vie della Seta.

La Dottrina Biden: Rigorosissima a parole,
debole nei fatti

La crociata lanciata da Biden contro Russia e Cina ripropone  per l’ennesima volta il secolare obiettivo americano del disciplinamento del mondo sotto l’egida della razionalità occidentale. Obiettivo fondativo ed essenziale, enunziato già da Washington, Emerson, Whitman, Kipling, Mead, Fiske, Wilson, Willkie, Albright, Huntington, Bush, Obama, ma, come si vedrà,  sempre più irrealistico per le contraddizioni insite nella ideologia “occidentalistica”…, come dimostrato dal sostanziale fallimento del richiamo all’ ordine di Biden (cfr. Caracciolo. Biden ha tirato una linea nella sabbia).

Innanzitutto, quella di avere postulato da più di due secoli lo sviluppo di tutta l’Umanità secondo il modello tecnocratico “occidentale”, e poi pretendere che il resto del mondo, ormai  tecnologizzato ma infinitamente più numeroso, non pretenda un ruolo centrale sulla scana mondiale. La logica della “concorrenza”, non solo commerciale, ma filosofica, tecnologica e politica, porta automaticamente alla necessità di “fare carriera”, di “primeggiare” sugli altri. Questo vale per gl’individui, le famiglie, i ceti, le “cordate”, ma anche per le città, le Regioni, gli Stati, i Continenti. Come si può pensare che la Cina o l’India, con i loro miliardi di abitanti e le loro civiltà millenarie, accettino di essere in un qualche modo subordinati a un Paese di 300 milioni e con trecento anni di storia?

Con un approccio solo parzialmente nuovo, e ancor più radicale di quelle precedenti, la “Dottrina Biden” è basata innanzitutto su due iniziative parlamentari “bipartisan” (NSCAI e “Resolution S1169”), miranti ad organizzare un’inestricabile rete burocratica per l’irreggimentazione di tipo militare della società americana e degli “alleati”. Alleghiamo un estratto del “Final Report” della “Commissione NSCAI” e ci riserviamo di fare altrettanto con il “Report S1169” quando sarà definitivo. Essi chiariscono la logica e gli strumenti della “Dottrina Biden” come nessun altro documento. Perciò vale la pena di esaminarne alcuni elementi.

L’adesione, richiesta da Biden, alla crociata anti-eurasiatica, costituirebbe comunque una modifica all’attuale Politica estera e di Difesa dell’ Europa, ultimamente basata sull’ idea della Sovranità Strategica, brandita da Macron, Merkel e Borrell. Tuttavia, anche qui  non ci sono grandi novità, perché, da sempre, nella storia dell’integrazione europea, abbiamo assistito ad un “tira e molla” fra l’ovvia esigenza degli Europei di un minimo di autonomia dall’ America e i bruschi richiami all’ ordine da parte di quest’ultima, dalla congiura contro l’Olivetti, al boicottaggio di Gorbaciov, di Jelcin e dell’ Airbus, a Echelon e Prism, all’uccisione di Calipari,  alle sanzioni di Trump, alla lotta contro i progetti della nuova Via della Seta (Taranto, Trieste, Peljesac, Budapest-Belgrado, autostrada montenegrina,  5G, vendita dell’ IVECO,  Università Fudan…).

In ogni caso, gli Europei hanno rifiutato nei fatti di aderire pedissequamente alla “Dottrina Biden”, proseguendo molti dei loro progetti

Kissinger ha contribuito notevolmente alla grandezza della Cina

1.L’inconsistenza della “Sfida Sistemica”

La definizione propagandistica che l’Amministrazione USA dà della sua iniziativa, come lotta cosmica fra “democrazie” ed “autocrazie” (ampiamente discutibile già dal punto di vista concettuale) cela a malapena la volontà di negare alla maggior parte del mondo il diritto di esprimere la propria cultura e le proprie tradizioni, in stridente contrasto con il vantato multiculturalismo dei “liberal” americani. Le cosiddette “autocrazie” sono infatti semplicemente quella grande maggioranza dei popoli della Terra che non condividono i presupposti gnoseologici, culturali, storici, sociali e/o economici del Mainstream puritano, e che pertanto tentano come possono di organizzare una loro resistenza: non solo i Paesi neo-confuciani, ma anche quelli indici, islamici, del Sud del mondo, e perfino dell’Europa Centro-Orientale. Molti di questi fanno perfino parte delle temporanee alleanze che gli USA riescono a costruire, come la Turchia, l’ Arabia Saudita, l’India, il Vietnam e il Giappone. In pratica, quasi tutto il mondo.

Ma, proprio come ha  dichiarato a caldo l’ Ambasciatore cinese a Londra, “piccoli gruppi di Paesi non possono più dettare legge”.L’attuale  “format”del G7 ha fornito quindi un’ottima occasione ai caricaturisti cinesi per avvicinare la riunione di questi giorni a quelle del 1900 quando i Paesi occidentali si spartirono la Cina dopo la Rivolta dei Boxers.

Il progressivo rafforzamento dell’ esecutivo in buona parte dei Paesi del mondo non deriva da una presunta propaganda cinese, ma è semplicemente un effetto delle modalità attuali di conflitto fra le Superpotenze, fondate sull’ informatica, sul finanziamento di moti insurrezionali, su campagne di stampa orchestrate, su pressioni occulte (la “Guerra senza limiti”), a cui sarebbe difficile resistere senza energiche contromisure, quali, appunto, quelle cosiddette dei “wolves warriors” (e comunque senza un “commander in chief” pronto in ogni momento a rintuzzare gli attacchi degli avversari).Del resto, l’idea della “dittatura” fu inventata dalla Repubblica Romana proprio per fare fronte a siffatte situazioni di emergenza (“Hannibal ad portas”).

La missione diplomatica cinese a Bruxelles è stata più esplicita di quella londinese:  “China has always pursued a defensive national policy, and has kept its military modernization legitimate, open and transparent.
In 2021, China’s defense budget is 1.35 trillion yuan ($209 billion) accounting for 1.3 percent of the nation’s GDP, which is less than NATO’s ‘pass line’,”…… “In contrast, the 30-member NATO alliance has a total military spending as high as $1.17 trillion, making up over half of the global sum and 5.6 times that of China.
….It is crystal clear to the world whose military bases stretch all over the world, and whose aircraft carriers are wandering around to flex their military muscle.” 
China has been committed to peaceful development, but will never forget the tragedy of the bombing of the Chinese Embassy in Yugoslavia, nor the sacrifices of our compatriots’ homes and lives,”

La pretesa americana  che la semplice esistenza di seri concorrenti costituisca un’inaccettabile minaccia sistemica corrisponde alla lettera alle retoriche sull’“irreversibilità del socialismo”, in uso nel Blocco Sovietico al tempo della “Dottrina Brezhnev e  in ultima analisi ad una ormai plurimillenaria tradizione chiliastica inaugurata dall’ Impero Achemenide, ben documentata dalle tombe imperiali di Behistun e Naqs-e-Rustam e dalle Storie di Erodoto, ed a cui il mito occidentale del progresso sui riallaccia.

Nei Paesi europei si vuole instaurare
un sistema di “Blockparteien” come nella DDR

2. L’ideologia “mainstream” europea è in gran parte strumentale alla subordinazione agli Stati Uniti.

Come quello del defunto segretario comunista sovietico, il diktat di Biden si rivolge innanzitutto ai “satelliti” europei, restii ad impegnarsi in una battaglia mirante solo a difendere l’egemonia americana (anche su di loro), che per essi, da un lato, sarebbe “contro natura”(un’”alleanza atlantica” contro la Cina?), e, dall’ altro, indebolirebbe la posizione commerciale, politica e tecnologica dell’Europa in un momento di particolare debolezza, che invece richiederebbe politiche innovative e proattive (come un allargamento worldwide dei mercati, senza pregiudizi ideologici). Questo soprattutto in questo momento, in cui l’esplosione in corso delle esportazioni verso la Cina costituisce l’unica ancora di salvezza contro una crisi endemica, moltiplicata dal Covid.

E’ così che gli Europei sono costretti a perseverare nella politica del doppio binario, continuando a commerciare con tutto il mondo (e soprattutto con la Cina e con la Russia) pur accettando di tanto in tanto di fare dichiarazioni offensive contro le stesse ricopiate integralmente su quelle americane, e, soprattutto, di non essere troppo brillanti per non ingelosire gli Americani. Come ha detto Draghi: ”Essere franchi coi ‘dittatori’, ma cooperare nell’ interesse del Paese”. Le cose più importanti (North Stream, industria automotive) restano dunque impregiudicate.

La questione è comunque ben più complessa di quanto la dipinga l’Amministrazione americana, soprattutto   perché molte delle tradizioni politiche da essa “incriminate” come “autocratiche” sono ben meno aliene a quelle europee di quanto si voglia fare credere, in quanto l’Europa fa pur sempre parte da sempre di un ambiente culturale eurasiatico, dove da millenni è stato ben difficile separare, anche solo concettualmente, i coltivatori medio-orientali dai Popoli dei Kurgan, dalle civiltà neolitiche e dai Popoli del Mare; i Greci dai Fenici; i Macedoni dai Persiani; i Germani dagli Sciti e gli Slavi dai Sarmati; gli Ungheresi dai Turchi e i Polacchi dai Russi….Di conseguenza, vi son ben pochi dei “valori asiatici” che non abbiano precise contropartite in Europa.

Basti leggere “Novissima Sinica” di Leibniz per comprendere che,proprio  ai tempi dell’ Illuminismo, Cina e Russia erano considerati per l’ Europa dei modelli da imitare.

Imporre invece una cesura nella tradizione occidentale in corrispondenza della rivoluzione americana significa implicitamente sancire un’inesistente  superiorità ontologica dell’America sul suo antenato europeo, e, quindi, la necessaria subordinazione, all’ America, dell’Europa, intesa come semplice avamposto americano in Eurasia,  come traumaticamente  chiarito trent’anni fa da Brzezinski a Varsavia. 

Il dibattito sull’ “epistocrazia”, evocato, in suoi recenti articoli da Donatella  Di Cesare,  con riferimento all’ uso degli “esperti” fatto da parte del Governo Draghi, ripropone infatti, un classico tema socratico. Socrate, padre della filosofia europea e grande critico della democrazia, invocava infatti, un “governo degli esperti”. Egli riteneva  che vi fossero degli esperti anche e soprattutto della politica, destinati a governare, al di sopra degli altri ( i veri e propri “specialisti”), sull’insieme della “polis”, Secondo Platone, tali esperti del governo della polis  erano i filosofi, e il loro leader avrebbe dovuto essere il “re filosofo”. Estremamente simile a quelle socratica e platonica, la teoria politica neo-confuciana, la quale sosteneva il governo del “Saggio Imperatore” coadiuvato da un ristretto ordine di “letterati” (“Ru”), selezionato  mediante esami. Questo sistema fu esaltato dai Gesuiti (Lettres Amusantes et Curieuses), da Leibniz(Novissima Sinica), da Voltaire (Rescrit de l’Empereur de la Chine)e da Fresnais (Le Despotisme de la Chine), e fu imitato dal Re Sole nella sua politica economica e dall’ Impero Britannico nella selezione dei suoi funzionari. Ma tutta la storia dell’Europa è una storia di “epistocrazia”, da Ulisse ai Sofisti, alla Ciropedia, a Marco Aurelio, ad Averroè, Maimonide, Federico II, i Gesuiti, gl’Illuministi…

Secondo i teorici odierni dell’“epistocrazia”, l’attuale forma di governo della Cina, fondata sul PCC e sul suo “cuore” (“Xin”), nonché su un sistema di esami  (il famigerato “Gaokao”), costituirebbe  l’attualizzazione della società imperiale antica (“Xiaokang”) retta dai Mandarini (Ru), così come lo sarebbe quello della “città-Stato” Singapore. Del resto, tanto le Istituzioni Europee, quanto l’attuale Governo Italiano, sono, o pretendono di essere anch’essi delle “epistocrazie”, non elette e superiori alla politica ordinaria grazie alla loro asserita maggiore competenza (“il governo dei Migliori”).

La Cina di oggi è un Paese tradizionale, ben lungi dal voler imporre al mondo un’ideologia.

3.Strumentalità delle critiche alla Cina

Quello che fa impazzire d’invidia gli “occidentalisti” è però che l’innegabile successo del “socialismo con caratteristiche cinesi”  dimostra che il flessibile armamentario concettuale neo-confuciano è più adatto a descrivere le realtà effettive delle società  postmoderne (occidentali e orientali) di quanto lo siano gli stereotipi manichei occidentali: Stato o Mercato; “eguaglianza” o “diseguaglianza”; ”democrazie” e “autocrazie”; la “kallipolis” come qualcosa di statico; ecc…Addirittura, con grande scandalo della nostra intelligencija di sinistra,  lo stesso marxismo si riesce a capire bene solo con il ricorso ai concetti confuciani di “Xiaokang” e di “Datong”.Non per nulla, Massimo d’Alema, anziché associarsi al coro di attacchi alla Cina, ha ricordato l’incredibile successo della Cina nel sottrarre alla povertà estrema 800 milioni di persone. Del resto, basterebbe essere stati, come me, in Cina, 43 anni fa, e ritornarci adesso, per riconoscere che v’è stato un progresso incredibile, che non ha paragoni nella storia.

D’altronde, in America, tutta questa avversione per la Cina è nata solo recentemente, perché, invece, era stato proprio Kissinger, negli anni ’70, a rivalutare la Cina come il miglior amico dell’ America per sconfiggere l’ Unione Sovietica. Quando, però, allo scorcio del secolo, la Cina ha superato in tutti i campi gli Stati Uniti, allora  quell’ amicizia è sparita, e sono spuntati il Tibet, gli Uiguri, Hong Kong, ecc…, di cui nessuno si era mai interessato. Di converso, sono scomparsi dal mirino i tanto odiati terroristi islamici, al punto che gli USA, contro il parere del resto del mondo, si stanno ritirando dall’ Afghanistan, per sobillare i Talibani contro la Via della Seta, come è già stato fatto con i Baluci e si sta tentando con gli Uiguri.

D’altronde,  negli Anni 70 e 80, l’ America aveva puntato molto su Osama Bin Laden, Kenan Evren e Fethullah Gülen per  sommergere il “Socialismo Arabo” sotto una marea d’integralisti. Erano state perfino aperte succursali medio-orientali di Gladio, come per esempio  la turca “Komünizmle Mücadele Derneği”. Solo dopo la caduta del comunismo l’America ha finalmente liquidato i suoi alleati scomodi e oramai divenuti inutili. Solo dopo il tentativo di Gülen (che vive in una vera e propria fortezza in Pennsylvania) di rovesciare il governo eletto della Turchia, Erdoğan  è stato obbligato a reprimere il suo movimento,  e il Mainstream occidentale si è scatenato contro la Turchia moderatamente islamica dell’ AKP, a favore del telepredicatore.

Non parliamo dell’ Egitto, dell’Arabia Saudita, India, del Giappone e del Vietnam, ultimi casi d’innamoramento degli USA, in pura funzione anticinese, ma che sono ben noti come esempi egregi di culture autoritarie (l’”Homo Hierarcicus” di Dumont, opposto all’ “Homo Aequalis” occidentale), ma non vengono minimamente attaccati perché servono contro la Cina.

Né  parliamo poi dei “diritti umani” o “civili” di cui non può certo ergersi a maestro il Paese del Colonnello Lynch, della Tratta Atlantica, del Trail of Tears, di Hiroshima e Nagasaki, del napalm, di Echelon, Prism e Guantànamo. Tutto questo furore ideologico contro le “autocrazie” si rivela dunque semplicemente un trucchetto di marketing per nobilitare quello che è in realtà un “Impero nascosto” (Immerwahr) che si regge sulle basi militari, sulla violenza poliziesca e sulla tattica degli “Orazi e Curiazi”, e per demonizzare chiunque tenti in un modo o nell’ altro di “sfilarsi” dagli ordini degli USA.

Il 30 Dicembre 2020, i vertici dell’ Europa aveva concordato con Xi Jinping un trattato: adesso si rimangeranno tutto perchè Biden ha protestato?

4.”La Storia siamo noi!”?

Ma è tutto l’armamentario ideologico del “blocco occidentale” a mostrare falle concettuali di vario tipo. Finalmente, anche sui media “mainstream” si affaccia  per esempio il dubbio che le società occidentali stiano andando, senza accorgersene, come prevedevano già Vögelin,  Chomski e Wolin, e, non ultimi, Assange e Snowden,  verso un nuovo, più radicale, totalitarismo, che nulla ha a che fare con i sistemi confuciano o islamico, bensì con dialettiche intrinseche al sistema teo-tecnocratico occidentale. Anzi, l’idea stessa del “totalitarismo” può essere considerato come una forma di “clonazione” del sistema americano da parte di “società premoderne” soggette ad un radicale fenomeno di “rivalità mimetica”. I Dittatori-presidenti, equivalenti “proletari” dei vecchi sovrani; il “partito” avatar del “New Model Army” cromwelliano e delle sette padrone della Nuova Inghilterra; i “tresty” sovietici semplice trasduzione dei “Trust” americani…

Ad esempio, su La Repubblica di Lunedì 7, Francesco Merlo aveva giustamente notato che la presa di posizione  del 2 giugno del Presidente Mattarella,  che aveva citato una canzone di Francesco de Gregori, “La storia siamo noi”, costituiva  una forma di arroganza del potere verso  chi non si riconosce nel “mainstream” storico e culturale. Merlo ha opportunamente ricordato alcuni “impolitici” che hanno rifiutato la Storia con la s maiuscola (Rimbaud, Nietzsche, Roth, Zweig), oltre che alcuni giganti (come Cristoforo Colombo e Marco Polo) che, secondo Merlo, sono stati cooptati dal Mainstream, ma originariamente erano considerati dei casi anomali. Ha ricordato anche il mito di Ulisse, che, a suo avviso, s’identificherebbe l’esaltazione dell’opposizione al “mainstream” , anche se, a mio avviso, il suo collocarsi agli albori dell’ Epoca Assiale   lo colloca piuttosto nell’ideologia monarchica dell’Ellade arcaica. La polemica in corso sul libro di Nicolas Jubber, “Epico”, conferma quest’interpretazione, non solo per il mito di Ulisse, bensì per l’intera tradizione letteraria europea, ovviamente intrisa dei valori “poliedrici” dell’ Epoca Assiale, che comprendono, certo, la “pietas”, ma anche l’esaltazione della violenza del ceto guerriero, l’elogio dell’intelligenza, ma anche la logica dello schiavismo, la critica della tirannide, ma anche una precisa coscienza cetuale…

In realtà, la fede nella Storia “con la S maiuscola” a cui ha fatto riferimento il Presidente della Repubblica è solo una delle tante possibili prospettive da cui guardare al decorso del tempo. Questa Storia mitizzata è stata, ed è, l’appannaggio di un’infima, anche se rumorosa, e spesso fanatica, minoranza, che include elementi diversi, come alcuni aspetti delle religioni iraniche, la profezia apocalittica gioachimita, la dottrina protestante della Predestinazione, l’hegelo-marxismo, la Teoria della Modernizzazione di Rostow, il Punto Omega di Teilhard de Chardin e la Singularity Tecnologica di Kurzweil, ma non certo la maggioranza degl’intellettuali europei. Questi ultimi avevano espresso per lo più, nel corso del tempo, un atteggiamento scettico verso di essa (Schopenhauer, Guénon, Eliade, l’ultimo Kojève e l’ultimo Fukuyama…). Non per nulla “La distruzione della Ragione” di Lukàcs è praticamente la storia di tutta la cultura mitteleuropea dell’800 e del primo 900. Basti pensare anche al romanzo “La storia” (con la S minuscola) scritto da Elsa Morante proprioper decostruire la mitologia della Fine della Storia.

Ne consegue che la fede nelle “Magnifiche Sorti e Progressive” di leopardiana memoria è stata in realtà imposta in Europa da esigue minoranze, di fronte alle quali le più diverse scuole di pensiero si sono ritirate solo perché sconfitte politicamente, se non militarmente, ma non concettualmente. Come rileva l’articolista, queste minoranze non sono però scomparse, ma continuano ad esistere, seppure perseguitate e represse: “l’angoscia della coscienza infelice in fuga senza fine, lo spaesamento di chi si tira fuori o si mette di lato…”.

D’altronde, come rileva Gaetano Azzariti, quand’anche si condivida l’idea di una Storia tendente al progresso, la presente fase storica rappresenta semmai un regresso, ponendo in evidenza il carattere aperto, non già deterministico, della storia. Riconosciamo la profondità dell’analisi storica dell’ illustre costituzionalista, e concordiamo sulla sua citazione di Pasolini, circa la distinzione fra “Progresso” e “Sviluppo”. Tuttavia, rileviamo anche la costante  incapacità dei teorici più acuti della sinistra di comprendere fino in fondo questa distinzione, a causa della loro chiusura in un’ottica “occidentale”, nella quale la coincidenza fra “sviluppo” e “progresso” è profondamente radicata,  da Newton, a Lessing, allo hegelo-marxismo…

Il Governo quasi unanimistico di Draghi ricorda i primi governi Mussolini.

5.Anche la “Memoria Condivisa” è l’ideologia totalitaria per eccellenza.

La pretesa di costruire la cosiddetta “Memoria Condivisa”, cara a suo tempo soprattutto al Presidente Napolitano, costituisce la prosecuzione teorica di quella violenza pratica esercitata nel tempo dalla minoranza storicistica sulle minoranze antistoriche e antipolitiche, premessa essenziale dell’attuale post-umanesimo, che has fatto esclamare, a De Gregori e Mattarella: “la Storia siamo noi”!.

Questa “Memoria Condivisa” pretende d’imporre, non solamente, come lo storicismo unilineare sopra criticato, una sola interpretazione storica, ma addirittura una sola “narrazione”, emotiva (ma la chiamavano “morale”) prima che storica. Secondo questa pretesa “memoria”, dovremmo “parteggiare per decreto”  per i Greci contro i Persiani, per i giudeo-cristiani gerosolimitani contro San Paolo, per gli eretici contro tutte le Chiese, per il Terzo Stato contro gli altri ceti dell’ “Ancien Régime”, per l’ America contro gli Stati europei, ecc…, per assentire “a posteriori” alla pretesa storia unitaria della civiltà occidentale, che viene spacciata abusivamente per civiltà mondiale.

Tutta la politica culturale, dell’ Unione Europea, degli Stati Membri e della grande editoria sono purtroppo attualmente orientati in tal senso, ed è per questo che non si riesce a far amare l’Europa agli Europei, i quali vorrebbero poter apprezzare anche le Civiltà Anatoliche, i popoli delle steppe, l’Islam, , Bisanzio, la Russia, gl’Imperi Centrali…, e si vedono invece proporre sempre una storia mozzata  (cfr. “From Plato to NATOdi John Gress), che va da Atene e Gerusalemme fino a Washington, passando per Roma, Wittemberg e Putney, ignorando bellamente Costantinopoli, Cordova, Palermo, Kiev, Mosca, Budapest, Praga, Danzica…

Manca quel  peregrinare amoroso degli Europei attraverso il loro Continente, alla ricerca delle loro tradizioni comuni, come ha fatto appunto Jubber con “Epico”: da Itaca a Kossovo Polje, da Roncisvalle a Sutton Hoo, da Leire a Reykiavik, da Worms a Esztergom.

Tutto ciò va ulteriormente chiarendosi (e peggiorando) con la  riduzione di tutti i poteri a quello digitale (Intelligenza Artificiale, Cyberguerra, controllo totale, economia digitale, GAFAM..), a cui corrisponde un’ulteriore omologazione culturale, che, alla decina di scuole di pensiero dominanti nel Dopoguerra (anarchica, socialista rivoluzionaria, marx-leninista, social-democratica, laicista, cristiano-sociale, liberale, conservatrice, reazionaria, post-fascista),  ha sostituito un Pensiero Unico, fondato sul materialismo, l’evoluzionismo, l’occidentalismo, il mito del ceto medio, e soprattutto la “Singularità Tecnologica”. Alle vecchie “Tribune Politiche” con pari diritti, almeno fra i partiti costituzionali, si sono sostituiti i “talk shaw” in cui dei “conduttori” emersi chissà come, strapagati e lottizzati politicamente, invitano sempre i soliti noti che esprimono sempre gli stessi punti di vista,  in spregio ad ogni“par condicio”.

Risultati estremi di quanto sopra sono poi i tentativi, oggi in discussione, di approvare ulteriori svariate leggi liberticide, come per esempio, quella che vieterebbe la ricostituzione del Partito Comunista, e, dall’ altra,  quella che imporrebbe “Bella Ciao” quale inno nazionale. Perfino nei periodi più illiberali, dal Medioevo alla Santa Alleanza, dal bolscevismo ai fascismi, c’era una ben maggiore varietà di punti di vista (Chiesa e Impero, guelfi e ghibellini, Cristianesimo e Islam, cattolicesimo, ortodossia e riforma; monarchie assolute, cristianesimo liberale, carboneria; leninismo, trockismo, nazional-comunismo, autogestione, teologia della liberazione; anarco-sindacalismo, futurismo, nazionalismo, corporativismo, imperialismo, razzismo, peronismo).

Poco rileva che l’attuale “Pensiero Unico” sia suddiviso anch’esso in due “tifoserie” solo apparentemente confliggenti, quella “progressista”, social-libertaria ed egualitaria, e quella ”populista”, repressiva e piccolo-borghese. Né l’una né l’altra sono infatti minimamente interessate alla questione che veramente conta: la difesa della diversità umana, che viene soffocata e ignorata.Ambedue favoriscono di fatto il tentativo dell’Occidente di affermare il proprio totale dominio sul mondo intero, espresso nella “Dottrina Biden”, ambedue chiudono gli occhi di fronte all’ inaudito strapotere di Bezos, Zuckerberg e Musk.

Ne consegue che la situazione che si vuole creare per esempio in Italia, con il mainstream, la memoria condivisa e lo storicismo di Stato, sarebbe sostanzialmente identica a quella esistente in Germania Est  ai tempi della “Dottrina Brezhnev” (la “Blockpolitik” dell’”Alleanza Democratica”), con 5 partiti ed “n” movimenti in Parlamento, dove tutto era lottizzato e gestito dietro le quinte dalla STASI e dall’ Unione Sovietica. Oggi, è più evidente che mai che i GAFAM e i 16 servizi segreti americani ci controllano e ci condizionano ben di più della stessa STASI. Basti dire che perfino nella “neutrale”  Svizzera esisteva una specie di Gladio, e che la Danimarca ha aiutato fino a poco tempo fa gli USA a spiare gli stessi vertici della UE, alla quale essa appartiene.

Per questo possiamo tranquillamente affermare che, alla “Dottrina Brezhnev”, si è sostituita la “Dottrina Biden”

Dimentichiamo sempre che il tanto esaltato presente assetto mondiale si regge sull’equilibrio del terrore

6.La  pretesa “etica occidentale” è il dominio della tecnica.

 I fini concepiti dalle varie “etiche” attuali sono solo diverse declinazioni di un apparente (e decrescente) benessere conseguito attraverso le moderne tecnologie, le quali ultime rivendicano per sé, come unico incontrovertibile valore, la loro indubbia capacità di produrre questo (apparente) “benessere” (Pinker). Si tratta in sintesi dell’etica utilitaristica (o meglio “eudemonistica”) dello “Sviluppo” (Pasolini, Azzariti). Per questa sua natura limitativa, l’”etica” contemporanea non riesce,  a causa dell’“eterogenesi dei fini”, a conseguire nessuno degli obiettivi perseguiti. Non quello di fondare principi assoluti, “validi in ogni tempo e in ogni luogo”, né quello di guidare gli uomini verso la felicità, perché, come scriveva Nietzsche, “la felicità viene solo se non voluta”.

Lungi dal costituire delle verità inconfutabili, tanto l’”expertise” dei tecnici, quanto l’”etica” tecnologica, costituiscono soprattutto delle forme mal celate di propaganda dei “poteri forti”, economici e statuali, che finanziano e condizionano gl’intellettuali, i politici, le università, i media, sì che le loro conclamate “verità scientifiche” o “etiche” sono per lo più delle semplici favolette per sviare l’opinione pubblica.

Giacché poi proprio la scienza, come hanno precisato i suoi grandi teorici, da Wittgenstein a Heysenberg, a Einstein, a De Finetti, a Feyerabend, è, anche quando in buona fede, null’altro, che un processo d’ininterrotta “falsificazione”, il preteso “governo della scienza” di cui spesso si sente parlare, non è  umn’ “epistocrazia”,bensì, nella migliore delle ipotesi, un governo della tecnica (“tecnocrazia”). La quale ultima, a sua volta, non ha fini propri perché nasce come “protesi” dell’Umanità per difendersi, nella sua lotta per l’esistenza, sfruttando, di volta in volta, le diverse prospettive offerte dalla tecnica stessa (Gehlen). Per questo motivo, essa è proteiforme, perché tanto la natura, quanto gli avversari umani, reagiscono alle nuove tecniche con sempre nuove contromisure: contro i vaccini, i virus si sviluppano con nuove varianti; contro le bombe atomiche, gli uomini sviluppano i sistemi antimissile.

La tendenza naturale della tecnica è dunque uno sviluppo senza limiti sospinto dalle passioni umane, e, in particolare, una capacità bellica senza limiti, fino all’ autodistruzione (De Landa). E’ significativo che l’ultima frontiera della tecnologia sia costituita proprio dai sistemi d’arma autonomi, che assicurano la Mutua Distruzione Garantita anche in presenza di un Primo Colpo atomico, e, in particolare, le armi autonome intelligenti, capaci di proseguire la guerra perfino dopo la distruzione totale dell’Umanità.

Inoltre, la tecnica, quand’anche non giunga a distruggere l’uomo direttamente, come con la guerra o con l’inquinamento, lo soffoca nelle sue spire, ponendogli limiti e vincoli prima sconosciuti: la “gabbia di Acciaio” di Max Weber, che avvolge l’uomo con fini “intermedi” ed “effetti collaterali”.

Oggi, i leaders dei GAFAM hanno più potere del Presidente degli Stati Uniti

7.I “guru” dei GAFAM alla guida dell’ “America-Mondo”(Valladao)

Non è dunque vero che la tecnica non abbia “fini propri”. Al contrario, proprio perché è l’insieme degli strumenti che servono all’uomo per superare se stesso, la tecnica ha in sé implicita questa tendenza a distruggere l’Umanità sostituendovisi. In altre parole, la tecnica asseconda l’uomo nella sua ricerca di assoluto, ma, proprio perché questo è impossibile, finisce per distruggerlo (cfr. “L’apprendista stregone” di Goethe). Verso questo fine convergono tanto la tendenza all’ ordine (l’idea di un impero mondiale, che garantisca l’armonia universale, vuoi attraverso una benigna monarchia, vuoi attraverso il livellamento universale), quanto quella al disordine (la Terza Guerra Mondiale).

La consapevolezza di questa tendenza autodistruttiva è la radice ultima delle visioni apocalittiche della Storia, che accomunano tutte le culture “non siniche”(non solo quelle occidentali). E questa è, di converso, la grande suggestione delle culture siniche stesse, le quali non per nulla si propongono oggi quali alternative ai modelli occidentali di sviluppo. Questa differenza, non già quella fra “democrazie” e “autocrazie”, costituisce a nostro avviso, l’elemento distintivo fra “Est” e “Ovest”. E, certamente, l’essere stato trascinato a forza in una geopolitica d’ispirazione apocalittica, e, come tale, dominata dal mito del Progresso, è stato un grande shock per l’Oriente, iniziato con il sincretismo dell’ideologia Taiping, proseguito con le bombe di Hiroshima e Nagasaki, ed ancor ora  solo parzialmente superato.

Questa contrapposizione è particolarmente evidente un momento, come questo, in cui gli Stati Uniti pretendono di “mettere in riga”(“rally”) gli alleati per contrastare la Cina, affidando il compito di dirigere la Commissione NSCAI (sul rilancio dell’ Intelligenza Artificiale in funzione anticinese) proprio a quel presidente di Google, Schmidt, che, nel suo “The New Digital Age”, aveva proposto che la sua azienda si ponesse alla testa degli Stati Uniti per la conquista del mondo, mentre il suo direttore tecnico, Kurzweil, è noto per interpretare tale conquista del mondo come attuazione della “Singolarità Tecnologica”.

In questo modo si  conferma che il motore primo della storia contemporanea è questa lotta della Megamacchina occidentale per imporre l’omologazione digitale al resto del mondo. Quest’”imperialismo progressista” è la ragione della maggior parte degli attuali conflitti, in particolare di quelli con le potenze eurasiatiche.

E’ per questo che, nell’ Ultimo G7, mentre in fondo si sono ammesse varie deroghe all’inossidabile disciplina degli alleati presupposta dalla Dottrina Biden (per esempio nei settori commerciali e ambientali) si è insistito sul coordinamento del settore digitale, che deve restate saldamente in mani americane, per garantire la sottomissione degli Europei all’ America. Altro che “Sovranità Digitale!”

Nello Haft Peykar, Rustam che contempla i “sette ritratti” delle sette spose, simbolo delle diverse
culture del mondo

8.La democrazia internazionale quale pluricentrismo delle culture

Quanto Donatella di Cesare afferma dell’utilità della democrazia intesa quale “proficuo disordine” dovrebbe valere a maggior ragione per il pluricentrismo culturale, dove, proprio per la definizione dei fini dell’Umanità, è necessario concorrano tutte le grandi visioni del mondo: non soltanto quelle chiliastiche, per cui l’escatologia è terrena, ma anche  quelle messianiche, che perseguono un’escatologia puramente spirituale; quelle trascendenti, che ignorano la storia; quelle agnostiche, che perseguono un mondo armonioso senza curarsi del corso del tempo; quelle cicliche, che vedono una continua distruzione e rinascita e, infine,  quelle sincretiche, che si sforzano di conciliarle tutte, o, almeno, alcune.

A mio avviso, l’Europa, se vuole rappresentare, come pretende la Commissione, il “Trendsetter del dibattito mondiale”, deve collocarsi fra queste ultime, come del resto è consono alla sua tradizione “poliedrica”, che vede insieme il mito del Progresso e quello dell’Età dell’ Oro, la concezione lineare della Storia e l’Eterno Ritorno, l’escatologia individuale e quella collettiva…

Purtroppo, secondo il “mainstream” occidentale, “Anche la politica è chiamata a una razionalità crescente e progressiva. Il suo compito sarebbe quello di mettere una buona volta a posto il mondo”: appunto, l’escatologia terrena, che si traduce automaticamente nel blocco della vita. S’impone pertanto una vera e propria rivoluzione culturale, che liberi la cultura degli Europei dal determinismo storico tecnocratico (Azzariti) e dall’arroganza nei confronti delle altre parti del mondo.

E, per realizzare quest’obiettivo, l’Europa deve darsi un sistema educativo e culturale orientato, sulla scia dei Gesuiti, di Spengler, di Toynbee, di Eliade, di Frankopan, allo studio comparato delle culture, un qualcosa che oggi praticamente non esiste, schiacciati, come siamo,  fra “occidentalismo” e specialismo.

Solo così l’ Europa potrà proporsi come il “trandsetter del dibattito mondiale”, non già come un burattibo nelle mani dei tecnocrati californiani.

Gli Europei non possono cambiare idea ogni momento a ogni stormir di fronda

9. Il G7: un compromesso che non soddisfa nessuno

Le dichiarazioni rilasciate alla fine del vertice del G7 costituiscono un pout-pourri  di luoghi comuni contraddittori  che si trascinano da decenni  con il solo effetto di fossilizzare lo status quo. Ricordiamo che già fin dalla Dottrina di Solana sulla Politica Estera e di Difesa, nel 2003, l’ Europa si trascina stancamente fra un ossequio agli USA“perinde ad cadaver” da parte, appunto, di Solana, a un approccio possibilista ai tempi della Mogherini, per poi passare all’ adesione entusiastica al TTIP obamiano, arenatosi spontaneamente, per poi trascinare per ben 13 anni le trattative sul Trattato con la Cina, siglato atipicamente per tele-conference, fino al “congelamento” dello stesso qualche mese dopo da parte del Parlamento.

Quindi, niente di nuovo sotto il sole. Biden non ha inventato nulla, e, soprattutto, non  è riuscito significativamente a fare  più di quanto avessero già fatto Obama e Trump, per intralciare, ove possibile, i rapporti fra l’ Europa e il resto del mondo.

Anche perché i documenti formali contro i quali l’ America si sta scagliando (l’ MOU italiano sulla Via della Seta e il Trattato UE sugl’investimenti) hanno un carattere meramente simbolico, i veri affari essendo conclusi altrove.

La tanto discussa adesione dell’Italia alla Via della Seta non aveva comportato, fin dall’ inizio, nessun incremento significativo del business italo-cinese, perché gl’Italiani si erano auto-limitati già allora per compiacere l’ambasciata americana, eliminando i 2/3 dei business previsti. Invece, i business che contano, dei Paesi che contano non sono stati toccati Il giorno prima del vertice in Cornovaglia, gli Stati Uniti hanno tolto le sanzioni alle imprese tedesche che stavano finendo di costruire il North Stream 2.  Nello stesso modo, nessuno si è sognato di contestare i recentissimi investimenti al 100% da parte di tutte le case automobilistiche tedesche.

Quanto poi all’ idea di Draghi, di “rivedere l’ MOU”, non già di cancellarlo, è quanto mai priva di contenuto, perché l’MOU non aveva praticamente effetti pratici, al di là della solidarietà morale con gli sforzi della Cina.

Infine, la Via della Seta non dipende certo dall’ MOU italiano, perché esiste da decine di migliaia di anni, ed anche oggi è più attiva che mai. Se l’Europa vuole dare un minimo di sostanza alla sua vecchia “iniziativa di connettività”, mai seriamente attuata, e l’America vuole rispolverare la vecchia idea di Hilary Clinton, ciò non farà che dare ulteriore forza alle Vie della Seta, che per loro natura vanno da Roma a Xi’an, e servono a stringere i rapporti fra tutti gli antichi Paesi dell’Eurasia, sottolineando così l’estraneità geografica, storica e culturale dell’America.

Del resto, mentre gli USA e la UE non hanno investito, in questo decennio, praticamente nulla nelle “loro” Vie della Seta, la Cina ha già finanziato un’enorme quantità di autostrade, ferrovie e porti in Cina, e molti in Kazakhstan, Pakistan, Africa Orientale, ex-Jugoslavia, Grecia, Germania, ma c’è ancora tantissimo da fare per completare la prevista rete di trasporti (soprattutto in Europa Orientale e in Persia). Quanto alla “Via della Sete della Salute”,  la Cina ha consegnato nei Paesi in Via di Sviluppo centinaia di milioni di dosi. Se ora anche gli Stati Uniti accetteranno di esportarne qualche decina di milioni, tanto di guadagnato per tutti, ma non scalfisce il primato cinese in questo settore.

Secondo il Final Report, il comitato per l’intelligenza artificiale dovrebbe essere presieduto da Kamala Harris

ALLEGATO

US Congress
FINAL REPORT OF THE NATIONAL SPECIAL COMMISSION ON ARTIFICIAL INTELLIGENCE

COMMISSION MEMBERS

Eric Schmidt Chair Safra Catz Steve Chien Mignon Clyburn Chris Darby Kenneth Ford José-Marie Griffiths

Robert Work Vice Chair Eric Horvitz Andrew Jassy Gilman Louie William Mark Jason Matheny Katharina McFarland

Andrew Moore

Executive Summary

No comfortable historical reference captures the impact of artificial

intelligence (AI) on national security. AI is not a single technology

breakthrough, like a bat-wing stealth bomber. The race for AI supremacy is not like the space race to the moon. AI is not even comparable to a general-purpose technology like electricity. However, what Thomas Edison said of electricity encapsulates the AI future: “It is a field of fields … it holds the secrets which will reorganize the life of the world.” Edison’s astounding assessment came from humility. All that he discovered was “very little in comparison with the possibilities

that appear.”

The National Security Commission on Artificial Intelligence (NSCAI) humbly acknowledges

how much remains to be discovered about AI and its future applications. Nevertheless, we

know enough about AI today to begin with two convictions.

First, the rapidly improving ability of computer systems to solve problems and to perform

tasks that would otherwise require human intelligence—and in some instances exceed

human performance—is world altering. AI technologies are the most powerful tools in

generations for expanding knowledge, increasing prosperity, and enriching the human experience. AI is also the quintessential “dual-use” technology. The ability of a machine to perceive, evaluate, and act more quickly and accurately than a human represents a competitive advantage in any field—civilian or military. AI technologies will be a source of

enormous power for the companies and countries that harness them.

Second, AI is expanding the window of vulnerability the United States has already entered. For the first time since World War II, America’s technological predominance—the backbone of its economic and military power—is under threat. China possesses the might, talent, and ambition to surpass the United States as the world’s leader in AI in the next decade if current trends do not change. Simultaneously, AI is deepening the threat posed by cyber attacks and disinformation campaigns that Russia, China, and others are using to infiltrate

our society, steal our data, and interfere in our democracy. The limited uses of AI-enabled

attacks to date represent the tip of the iceberg. Meanwhile, global crises exemplified by the COVID-19 pandemic and climate change highlight the need to expand our conception of national security and find innovative AI-enabled solutions.

“The NSCAI Final Report

presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict.”

Given these convictions, the Commission concludes that the United States must act now to field AI systems and invest substantially more resources in AI innovation to protect  its security, promote its prosperity, and safeguard the future of democracy. Today, the government is not organizing or investing to win the technology competition against a committed competitor, nor is it prepared to defend against AI-enabled threats and rapidly adopt AI applications for national security purposes. This is not a time for incremental toggles to federal research budgets or adding a few new positions in the Pentagon for Silicon Valley technologists. This will be expensive and require a significant change in mindset. America needs White House leadership, Cabinet-member action, and bipartisan Congressional support to win the AI era.

The NSCAI Final Report presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict. It is a two-pronged approach. Part I, “Defending America in the AI Era,” outlines the stakes, explains what the United States must do to defend against the spectrum of AI-related threats, and recommends how the U.S. government can responsibly use AI technologies to protect the American people and our interests. Part II, “Winning the Technology Competition,”addresses the critical elements of the AI competition and recommends actions the government must take to promote AI innovation to improve national competitiveness and protect critical U.S. advantages. The recommendations are designed as interlocking and mutually reinforcing actions that must be taken together.

Part I: Defending America in the AI Era.

AI-enhanced capabilities will be the tools of first resort in a new era of conflict as strategic competitors develop AI concepts and technologies for military and other malign uses and cheap and commercially available AI applications ranging from “deepfakes” to lethal drones become available to rogue states, terrorists, and criminals. The United States must prepare to defend against these threats by quickly and responsibly adopting AI for national security and defense purposes. Defending against AI-capable adversaries operating at machine speeds without employing AI is an invitation to disaster. Human operators will not be able to keep up with or defend against AI-enabled cyber or disinformation attacks, drone swarms, or missile attacks without the assistance of AI-enabled machines.

National security professionals must have access to the world’s best technology to protect themselves, perform their missions, and defend us. The Commission recommends that the government take the following actions:

Defend against emerging AI-enabled threats to America’s free and open society. Digital dependence in all walks of life is transforming personal and commercial vulnerabilities into potential national security weaknesses. Adversaries are using AI systems to enhance disinformation campaigns and cyber attacks. They are harvesting data on Americans to build profiles of their beliefs, behavior, and biological makeup for tailored attempts to manipulate or coerce individuals. This gathering storm of foreign influence and interference requires organizational and policy reforms to bolster our resilience. The government needs to stand up a task force and 24/7 operations center to confront digital disinformation. It needs to better secure its own databases and prioritize data security in foreign investment screening, supply chain risk management, and national data protection legislation. The government should leverage AI-enabled cyber defenses to protect against AI-enabled cyber attacks. And biosecurity must become a top-tier priority in national security policy.

Prepare for future warfare. Our armed forces’ competitive military-technical advantage could be lost within the next decade if they do not accelerate the adoption of AI across their missions. This will require marrying top-down leadership with bottom-up innovation to put operationally relevant AI applications into place. The Department of Defense (DoD)

should:

First, establish the foundations for widespread integration of AI by 2025. This includes building a common digital infrastructure, developing a digitally-literate workforce, and instituting more agile acquisition, budget, and oversight processes. It also requires strategically divesting from military systems that are ill-equipped for AI-enabled warfare and instead investing in next-generation capabilities.

Second, achieve a state of military AI readiness by 2025. Pentagon leadership must act now to drive organizational reforms, design innovative warfighting concepts, establish AI and digital readiness performance goals, and define a joint warfighting network architecture. DoD must also augment and focus its AI R&D portfolio. Readiness will also require promoting AI interoperability with allies and partners.

Manage risks associated with AI-enabled and autonomous weapons. AI will enable new levels of performance and autonomy for weapon systems. But it also raises important legal, ethical, and strategic questions surrounding the use of lethal force. Provided their use is authorized by a human commander or operator, properly designed and tested AI enabled and autonomous weapon systems can be used in ways that are consistent with international humanitarian law. DoD’s rigorous, existing weapons review and targeting procedures, including its dedicated protocols for autonomous weapon systems and commitment to strong AI ethical principles, are capable of ensuring that the United States will field safe and reliable AI-enabled and autonomous weapon systems and use them in a lawful manner. While it is neither feasible nor currently in the interests of the United States to pursue a global prohibition of AI-enabled and autonomous weapon systems, the global, unchecked use of such systems could increase risks of unintended conflict escalation and crisis instability. To reduce the risks, the United States should (1) clearly and publicly affirm existing U.S. policy that only human beings can authorize employment of nuclear weapons and seek similar commitments from Russia and China; (2) establish venues to discuss AI’s impact on crisis stability with competitors; and (3) develop international standards of practice for the development, testing, and use of AI-enabled and autonomous weapon systems.

Transform national intelligence. The Intelligence Community (IC) should adopt and integrate AI-enabled capabilities across all aspects of its work, from collection to analysis. Intelligence will benefit from AI more than any other national security mission. To capitalize on AI, the Office of the Director of National Intelligence needs to empower and resource its science and technology leaders. The entire IC should leverage open-source and publicly available information in its analysis and prioritize collection of scientific and technical intelligence. For better insights, intelligence agencies will need to develop innovative approaches to human-machine teaming that use AI to augment human judgment.

Scale up digital talent in government. National security agencies need more digital experts now or they will remain unprepared to buy, build, and use AI and associated technologies.

The talent deficit in DoD and the IC represents the greatest impediment to being AI-ready by 2025. The government needs new talent pipelines, including a U.S. Digital Service Academy to train current and future employees. It needs a civilian National Digital Reserve Corps to recruit people with the right skills—including industry experts, academics, and recent college graduates. And it needs a Digital Corps, modeled on the Army Medical Corps, to organize technologists already serving in government.

Establish justified confidence in AI systems. If AI systems routinely do not work as designed or are unpredictable in ways that can have significant negative consequences, then leaders will not adopt them, operators will not use them, Congress will not fund them, and the American people will not support them. To establish justified confidence, the government should focus on ensuring that its AI systems are robust and reliable, including through research and development (R&D) investments in AI security and advancing human-AI teaming through a sustained initiative led by the national research labs. It should also enhance DoD’s testing and evaluation capabilities as AI-enabled systems grow in number, scope, and complexity. Senior-level responsible AI leads should be appointed across the government to improve executive leadership and policy oversight.

Present a democratic model of AI use for national security. AI tools are critical for U.S. intelligence, homeland security, and law enforcement agencies. Public trust will hinge on justified assurance that government use of AI will respect privacy, civil liberties, and civil rights. The government must earn that trust and ensure that its use of AI tools is effective, legitimate, and lawful. This imperative calls for developing AI tools to enhance oversight and auditing, increasing public transparency about AI use, and building AI systems that advance the goals of privacy preservation and fairness. It also requires ensuring that those impacted by government actions involving AI can seek redress and have due process.

The government should strengthen oversight and governance mechanisms and establish a task force to assess evolving concerns about AI and privacy, civil liberties, and civil rights.

Part II: Winning the Technology Competition.

The race to research, develop, and deploy AI and associated technologies is intensifying the technology competition that underpins a wider strategic competition. China is organized, resourced, and determined to win this contest. The United States retains advantages in critical areas, but current trends are concerning. While a competitive response is complicated by deep academic and commercial interconnections, the United States must do what it takes to retain its innovation leadership and position in the world. The U.S. government must embrace the AI competition and organize to win it by orchestrating and aligning U.S. strengths.

Organize with a White House–led strategy for technology competition. The United States must elevate AI considerations from the technical to the strategic level. Emerging technologies led by AI now underpin our economic prosperity, security, and welfare. The White House should establish a new Technology Competitiveness Council led by the Vice President to integrate security, economic, and scientific considerations; develop a comprehensive technology strategy; and oversee its implementation.

Win the global talent competition. The United States risks losing the global competition for scarce AI expertise if it does not cultivate more potential talent at home and recruit and retain more existing talent from abroad. The United States must move aggressively on both fronts. Congress should pass a National Defense Education Act II to address deficiencies across the American educational system—from K-12 and job reskilling to investing in thousands of undergraduate- and graduate-level fellowships in fields critical to the AI future. At the same time, Congress should pursue a comprehensive immigration strategy for highly skilled immigrants to encourage more AI talent to study, work, and remain in the United States through new incentives and visa, green card, and job-portability reforms.

Accelerate AI innovation at home. The government must make major new investments in AI R&D and establish a national AI research infrastructure that democratizes access to the resources that fuel AI development across the nation. The government should: (1) double non-defense funding for AI R&D annually to reach $32 billion per year by 2026, establish a National Technology Foundation, and triple the number of National AI Research Institutes; (2) establish a National AI Research Infrastructure composed of cloud computing resources, test beds, large-scale open training data, and an open knowledge network that will broaden access to AI and support experimentation in new fields of science and engineering; and (3) strengthen commercial competitiveness by creating markets for AI and by forming a network of regional innovation clusters.

Implement comprehensive intellectual property (IP) policies and regimes. The United States must recognize IP policy as a national security priority critical for preserving America’s leadership in AI and emerging technologies. This is especially important in light of China’s efforts to leverage and exploit IP policies. The United States lacks the comprehensive IP policies it needs for the AI era and is hindered by legal uncertainties in current U.S. patent eligibility and patentability doctrine. The U.S. government needs a plan to reform IP policies and regimes in ways that are designed to further national security priorities.

Build a resilient domestic base for designing and fabricating microelectronics. After decades leading the microelectronics industry, the United States is now almost entirely reliant on foreign sources for production of the cutting-edge semiconductors that power all the AI algorithms critical for defense systems and everything else. Put simply: the U.S. supply chain for advanced chips is at risk without concerted government action.

Rebuilding domestic chip manufacturing will be expensive, but the time to act is now. The United States should commit to a strategy to stay at least two generations ahead of China in state-of-the-art microelectronics and commit the funding and incentives to maintain multiple sources of cutting-edge microelectronics fabrication in the United States.

Protect America’s technology advantages. As the margin of U.S. technological advantage narrows and foreign efforts to acquire American know-how and dual-use technologies increase, the United States must reexamine how to best protect ideas, technology, and companies without unduly hindering innovation. The United States must:

First, modernize export controls and foreign investment screening to better protect critical dual-use technologies—including by building regulatory capacity and fully implementing recent legislative reforms, implementing coordinated export controls on advanced semiconductor manufacturing equipment with allies, and expanding disclosure requirements for investors from competitor nations.

Second, protect the U.S. research enterprise as a national asset—by providing government agencies, law enforcement, and research institutions with tools and resources to conduct nuanced risk assessments and share information on specific threats and tactics, coordinating research protection efforts with allies and partners, bolstering cybersecurity support for research institutions, and strengthening visa vetting to limit problematic research collaborations.

Build a favorable international technology order. The United States must work hand-in hand with allies and partners to promote the use of emerging technologies to strengthen democratic norms and values, coordinate policies and investments to advance global adoption of digital infrastructure and technologies, defend the integrity of international technical standards, cooperate to advance AI innovation, and share practices and resources to defend against malign uses of technology and the influence of authoritarian states in democratic societies. The United States should lead an Emerging Technology Coalition to achieve these goals and establish a Multilateral AI Research Institute to enhance the United States’ position as a global research hub for emerging technology. The Department of State should be reoriented, reorganized, and resourced to lead diplomacy in emerging technologies.

Win the associated technologies competitions. Leadership in AI is necessary but not sufficient for overall U.S. technological leadership. AI sits at the center of the constellation of emerging technologies, enabling some and enabled by others. The United States must therefore develop a single, authoritative list of the technologies that will underpin national competitiveness in the 21st century and take bold action to catalyze U.S. leadership in AI, microelectronics, biotechnology, quantum computing, 5G, robotics and autonomous systems, additive manufacturing, and energy storage technology. U.S. leadership across these technologies requires investing in specific platforms that will enable transformational breakthroughs and building vibrant domestic manufacturing ecosystems in each. At the same time, the government will need to continuously identify and prioritize emerging technologies farther over the horizon.

Conclusion

This new era of competition promises to change the world we live in and how we live within it. We can either shape the change to come or be swept along by it. We now know that the uses of AI in all aspects of life will grow and the pace of innovation will continue to accelerate.

We know adversaries are determined to turn AI capabilities against us. We know China is determined to surpass us in AI leadership. We know advances in AI build on themselves and confer significant first mover advantages. Now we must act. The principles we establish, the federal investments we make, the national security applications we field, the organizations we redesign, the partnerships we forge, the coalitions we build, and the talent we cultivate will set America’s strategic course. The United States should invest what it takes to maintain its innovation leadership, to responsibly use AI to defend free people and free societies, and to advance the frontiers of science for the benefit of all humanity. AI is going to reorganize the world.

America must lead the charge.

LA “VIA DELLA SETA DELLE DEMOCRAZIE”

(O “VERDE”)non esclude, bensì completa la “Belt and Road Initiative”(“Yi Dai Yi Lu”)

Con la loro campagna contro l’adesione dell’Italia alle “Nuove Vie della Seta” e contro il trattato europeo sugl’investimenti, già siglato con la Cina, gli Stati Uniti non sono tuttavia ancora riusciti a impedire seriamente la prosecuzione della fiorente collaborazione dell’Europa con l’area eurasiatica, sviluppatasi  come non mai dopo la pandemia.

Intanto, il giorno prima de G 7, il Governo americano ha tolto le sanzioni alle imprese tedesche che stanno completando il North Stream 2. Quando, poi, si è trattato di discutere (a porte chiuse) sulla Cina, è stato sospeso il WiFi, cosicché fosse impossibile registrare le note di disaccordo. Ma, soprattutto, non si è parlato, né del Xin  Jiang, né del Covid. Infine, Biden è corso a omaggiare Putin, dimostrando così che, invece, gli USA, con i “dittatori” ci possono parlare, eccome. Anzi, gli Europei dovrebbero parlare con “i dittatori” solo attraverso l’ America, che così ne trae tutti i benefici, mentre gli Europei non “cresceranno” mai.

Anche la posizione complessiva del Governo Italiano è stata abilmente sfumata, con vari personaggi politici che smentiscono in vario modo le dichiarazioni apparentemente “atlantiste” di Draghi (il quale a sua volta le fa con una tale asetticità, da far pensare di non crederci affatto).

Queste sono, per noi, buone notizie.

Il nostro Paese si trova da 30 anni in uno stato di decadenza ininterrotta. Il nostro PIL è in costante discesa, tanto rispetto alla media UE che a quella mondiale. I nostri punti di forza tradizionali, come la metalmeccanica, la cultura, la moda, il turismo, arrancano sotto la spinta di concorrenti agguerriti, che ora hanno anche acquisito molte delle nostre aziende più prestigiose, che spesso appaiono solo come dei gusci vuoti. La disoccupazione, soprattutto intellettuale, è alle stelle. In questa situazione, ci stupiamo che i rappresentanti di Istituzioni e partiti, giornalisti e imprenditori, abbiano il coraggio di comparire sugli schermi costantemente sorridenti anche quando annunziano nuovi guai.

Il Paese avrebbe bisogno invece  di un inaudito balzo in avanti, non già per tornare a prima del Covid (che era già crisi), bensì per allinearsi con il resto d’ Europa, sfruttando nuove idee non tradizionali, e conquistando nuovi mercati (contendendoli ad altri). Per fare ciò, non basta battere le strade (ideologiche, merceologiche o geografiche) del passato (che si riducono tutte ad essere dei “followers” degli Stati Uniti), ma bisogna rivoluzionare la struttura di un mercato che, come dimostrano questi decenni, non è sostenibile.

La Cina (e l’ Eurasia in generale) ci hanno offerto, e ci offrono, nuove possibilità di business, attraverso l’export di prodotti del lusso, lo sviluppo congiunto di nuove tecnologie, una crescita esponenziale del turismo, investimenti nelle infrastrutture che ci permettano di posizionarci in modo più autorevole all’ interno delle reti europee, e, infine, la partecipazione congiunta a progetti in paesi terzi. Nei primi mesi del 2021, rispetto ai corrispondenti mesi dell’ anno scorso, l’export verso la Cina è aumentato del 43%.

Del resto, basta guardare  le città, le strade o le ferrovie della Cina per capire quanto spazio ci sia per imprese innovative ed intraprendenti, che oggi soffocano negli angusti mercati euroatlantici.

Tutto cospirerebbe a fare sì che l’Italia assumesse un ruolo di leadership all’ interno delle Nuove Vie della Seta, che sono il veicolo all’ interno del quale si posizionano le nuove iniziative della Cina che a noi interessano, e per le quali l’Italia è particolarmente vocata. Per questo, era assolutamente logico che il Presidente Mattarella, l’allora Primo Ministro Gentiloni, il Ministro degli Esteri Di Maio e il sottosegretario Geraci si attivassero per assumere un ruolo attivo nel progetto, seguendo le strade già percorse da Andreotti, Ciampi, Prodi, Napolitano e tanti altri.

Il Primo Ministro Gentiloni ospite di Xi Jinping al Forum della Via della Seta nel 2017

1.Un vero e proprio boicottaggio dell’ Europa

Paradossalmente, il tanto discusso MOU  sulla Via della Seta, così come fu firmato, aveva ben pochi contenuti pratici. Intanto perché un MOU (Memorandum of Understanding) è per sua natura un documento non vincolante; poi, perché i business a cui siriferiva erano molto inferiori a quelli dei contemporanei business  di Francia e Germania; infine perché, per le pressioni americane, era stato sfrondato di tutti i contenuti più succosi.

Restava solo un fatto simbolico: uno sberleffo platonico all’America, perché negava l’obbligo di allineamento anti-cinese (e anti-russo). Che ora Draghi voglia “rivedere quell’ atto”è grottesco, perché un MOU non è un atto, e, anche nel caso estremo in cui lo si volesse abrogare, lo sberleffo ormai è stato fatto.

L’argomento per frenare, come si fece allora, il era che l’Italia stesse spezzando la solidarietà politica all’ interno dell’ UE. Tuttavia, nel Dicembre scorso, quando era stata poi la UE stessa a siglare con la Cina l’accordo sugli investimenti, Biden disse invece che l’UE aveva fatto male a impegnarsi, perché avrebbe dovuto aspettare il suo insediamento. Ne risulta che gli accordi commerciali degli Europei, tanto uti singuli, quanto come Unione, devono attendere i comodi del Presidente degli Stati Uniti. Alla faccia della “sovranità strategica europea”! Il bello è che, ad accettare tutto questo, sono proprio coloro che, come Gentiloni e Di Maio, erano stati così pronti ad aderire alla Via della Seta. E soprattutto che il nostro più formidabile concorrente, gli Stati Uniti, ha il diritto di sindacare la nostra politica commerciale. Come scriveva Trockij, gli Stati Uniti avrebbero contingentato il capitalismo europeo, con i bei risultati che si vedono.

E ciò che rende tutto ciò ancor più kafkiano è che nessuno dei due documenti “incriminati” ha modificato, di per sé,  la situazione effettiva dell’ import-export, la quale è in gran parte in mano alle imprese, e, semmai, alla burocrazia, sicché il “rivederli” come ha promesso Draghi, non ha alcun senso, perché il loro significato era prettamente politico, mentre il business procedeva per i fatti suoi (anzi, aveva già subito un rallentamento a causa delle polemiche suscitate dagli Stati Uniti).

Il risultato pratico di quest’attività di freno da parte dell’America sui rapporti euro-cinesi e italo-cinesi è stato  solo che gli operatori americani risultano avvantaggiati rispetto a quelli europei dagli esistenti accordi commerciali fra America e Cina stipulati da Trump, proprio quegli accordi che si vuole impedire agli Europei di stipulare. E’ chiaro che, con Biden come con Trump, il principio di base resta “America First”: l’ America deve sempre brillare, se non  rispetto alla Cina, almeno rispetto all’ Europa. Infatti, se la Cina  risulterà “più brava” dell’America, il mondo potrebbe inclinare verso il socialismo, ma, se sarà  l’Europa ad essere” più brava”, essa potrebbe addirittura togliere agli USA la guida dell’ Occidente, e cioè l’unica ragion d’essere di quel  Paese.

Ciò detto, la Nuova Via della Seta (Yi Dai, Yi Lu=”una Strada, una Rotta”) procede indisturbata nonostante le ire americane. Non potrebbe essere diversamente, perché  una sorta di “Via della Seta” era esistita sino dai tempi più antichi, e, d’altronde,  il G7  sta semplicemente tentando di “mettere il cappello” sull’unica Via della Seta oggi esistente, quella avviata dalla Cina.

La Via della Seta non è stata inventata ieri

2.La Via della Seta ha radici nella preistoria

Nonostante tutte le retoriche della globalizzazione, le grandi linee di comunicazione fra Sud e Nord, Est e Ovest, “vecchio” e “nuovo” non nascono con l’espansione occidentale, né, tanto meno, con la caduta del Muro di Berlino, bensì sono vecchie come l’Umanità stessa. Secondo la teoria “Out of Africa”, gli uomini primitivi si erano mossi dal Mediterraneo verso l’Estremo Oriente fra il  70.000 e i 12.000 anni fa. In quest’ultima data, fine della glaciazione wurmiana,  i sapiens s’insediavano in Siberia; qualche millennio dopo, il popolo dei Kurgan si spargeva, da un lato, verso le Steppe Pontiche, e, dall’ altro, verso l’ Asia Centrale, divenendo  un unicum, dalla Penisola Iberica fino al Giappone.

Di quest’era vi sono tracce nei libri sacri indiani e persiani, il Veda  e il Bundahishn, che narrano di una striscia di terra fra il Caucaso e il Tian Shan, l’Airyanam Vaejo, versione nordica dell’ Eden, patria comune degl’Indoeuropei e terra madre dei Persiani.

Queste migrazioni a partire dall’ Asia Centrale saranno poi adottate in  epoche successive, da molti cultori della geopolitica, quale vero e proprio Leitmotif della Storia Mondiale, alternativo alla vulgata euroatlantica oggi da noi dominante: è la teoria dell’ Heartland, resa famosa da Mackinder.

Nel 1° Millennio, gli Assiri e i Persiani costruirono una “Via Regia” fra l’Anatolia e il Golfo Persico (citata da Erodoto e Tucidide), che, collegandosi con la Via Maris egiziana e con il sistema viario dell’ Impero Han, avrebbe costituito una parte centrale della Via della Seta.

3. Fra gl’imperi romano e Han.

L’epoca d’oro della Via della Seta fu forse quella degl’Imperi Romano e Han, che, lungo di essa, si scambiarono anche ambasciate. In quell’ epoca, le flotte romane giungevano fino all’India. L’Ebraismo e il nascente Cristianesimo s’installarono (secondo la leggenda, con San Tommaso), nell’ India Meridionale(Chennai, Kerala), mentre, nel Kashmir, gli Ahmadiyya pretendono ancora di custodire  la vera tomba di Gesù Cristo. Dall’ India partivano anche, verso l’Asia Centrale, la Cina e il Sudest Asiatico, le missioni dei Buddisti. Nel Concilio di Ctesifonte, l’imperatore persiano aveva attribuito alle varie religioni del suo Impero, a cominciare dai Nestoriani, delle sedi in Estremo Oriente.

LA Pagoda di Da Qin, il “Vaticano” dei Nestoriani, a Xi’An

4.Le Migrazioni di Popoli e i Nestoriani

Intanto, dall’ Asia Centrale, muovevano, verso la Cina, l’India, l’Europa e il Medio Oriente, un’infinità di popoli: Unni, Avari, Alani, Bulgari, Magiari, Turchi, Khazari, Mongoli…Dall’espansione di questi popoli, i geopolitici arabi (Ibn Hamdun), poi giapponesi (Emori) e russi (Gumiliov), hanno derivato una concezione della storia eurasiatica quale dialettica fra i popoli nomadi dell’ Asia Centrale e quelli stanziali delle coste, che è stata anche alla base delle teorie di Mackinder.

L’islam si estese verso la pianura del Volga, la Persia e l’Asia Centrale, scontrandosi con l’Impero Cinese sul fiume Talas.

Al tempo della Dinastia Tang, una missione di Cristiani nestoriani, sotto la guida del Patriarca Rabban (Alopen), giunse alla corte di Xi’an, dove presentò all’ Imperatore cinese una sintesi della dottrina cristiana (la “Luminosa Dottrina di Da Qin”), che fu approvata e protetta. I Nestoriani stabilirono la loro sede principale nella Pagoda di Da Qin, e sintetizzarono la loro fede e i loro rapporti con l’ Imperatore in una stele bilingue Siriaco-Cinese. Il libro sacro dei Nestoriani si chiamava “Il Sutra di Gesù”.

A loro volta, i buddisti cinesi si muovevano verso l’India per studiare gli antichi testi sacri, e verso la Corea e il Giappone per diffondere la loro fede.

Dopo una svolta isolazionistica della Dinastia Tang, i Nestoriani si concentrarono in Mongolia. Quando Chinggis Khan estese il dominio mongolo alla Corea, alla Cina, all’Asia Centrale e all’ Europa Orientale, l’impero Yuan rese possibile la prima vera globalizzazione, illustrata dai molti viaggiatori, ambasciatori e missionari europei  che percorsero la Via della Seta,  il più famoso fra i quali è senza dubbio Marco Polo.

La flotta di Zheng He

5.I grandi viaggi d’esplorazione

Alla caduta della Dinastia Yuan, i Ming promossero un grandioso programma di esplorazioni marittime, tanto dell’Oceano Pacifico che di quello Indiano, sotto la guida dell’Ammiraglio Zheng He.

Mentre Cristoforo Colombo, Cortez e Pizzarro colonizzavano le Americhe, Vasco Da Gama e Magellano esploravano l’Oceano Indiano.  I Portoghesi crearono basi in Africa Orientale, Arabia, India e  in Indonesia.

I Gesuiti si specializzarono nell’evangelizzazione dei Paesi orientali, apprendendone le lingue e le culture, fino al punto da risultare, al momento della Controversia dei Riti, più vicini all’ Imperatore della Cina che non al Papa.

Le compagnie commerciali di molti Paesi europei, dall’ Inghilterra  al Portogallo ,alla Francia, agli Stati tedeschi, alla Curlandia, all’ Olanda, alla Danimarca, crearono proprie basi in Oriente, contendendosene il loro controllo. Nel frattempo, la Russia si espandeva nell’ Asia Centrale e in Siberia.

I mercati stranieri in Cina erano confinati a Canton, dove potevano commerciare solo con una corporazione specializzata, i “Co Hong”, mentre, in Giappone, l’accesso era permesso solo agli Olandesi, confinati a Dejima.

Nell’Ottocento, i sansimoniani avevano fatto, delle infrastrutture dell’Asia il loro stesso simbolo.La penetrazione occidentale si approfondì anche grazie alle navi a vapore e alle linee ferroviarie, dando luogo ad un ricco commercio. Von Richthofen coniò l’espressione “Via della Seta” (“Seidenstrasse”). Furono aperti il Canale di Suez, la Ferrovia dell’ Hejaz e  la Transiberiana.

Gl’Inglesi cercavano in ogni modo di penetrare in Cina, soprattutto per il commercio dell’oppio. Nel  1839, in seguito alla confisca, da parte della Cina, di 20.000  contenitori di oppio di commercianti inglesi , scoppiòarono le  Guerre dell’Oppio, che portarono alla installazione in Cina di “concessioni” occidentali.

LO skyline di Pudong (Shanghai)

6.La rinascita nel XXI Secolo

I commerci fra l’ Est e l’ Ovest della massa eurasiatica  erano per altro resi difficoltosi soprattutto dalle turbolenze politiche:  il “Grande Gioco” (la competizione fra Russia e Inghilterra per l’ Asia Centrale), la Rivoluzione Sovietica, la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

L’attuale “nuova Guerra Fredda” voluta da Biden si riallaccia sostanzialmente ai tempi del “Grande Gioco”. Anche allora tutti volevano partecipare allo sviluppo economico dello “Heartland”, ma precludendone l’accesso ad altri. Tipica di questa logica l’espressione di Mackinder: “Chi controlla l’Heartland controlla l’ Isola del Mondo (l’Eurasia); chi controlla l’ Isola del Mondo controlla il mondo”. L’”Heartland” comprende la Russia, l’Asia Centrale e quelle aree che ancor oggi sono particolarmente concupite dall’ Occidente, fra l’Iran e il Xin Jiang. Henry Kissinger era riuscito a spostare l’interesse del Grande Gioco verso una visione triangolare della Guerra Fredda, che, a cavallo fra i due secoli, aveva portato a una strettissima interazione fra le economie cinese e americana, che adombrava quella “Fusion” fra USA e Cina ch’era stata preconizzata dall’ Ideologia Taiping.

Nel XXI secolo, con il grande sviluppo delle economie asiatiche, viene nuovamente sentita con particolare forza l’esigenza di riattivare le vie di comunicazione attraverso l’Asia.

Intanto, nel giro di pochissimi anni, la Cina, dopo aver importato all’inizio del secolo le tecnologie delle ferrovie ad Alta Velocità, ha costruito sul proprio territorio più della metà delle linee esistenti nel mondo, collegando con una fittissima ed efficientissima rete la parte orientale e quella occidentale del Paese, e impartendo così un’ulteriore incredibile lezione di efficienza all’ Unione Europea, che aveva cominciato molto prima, ma è ancora ai primordi dell’Alta Velocità.

Tra l’altro, la parte occidentale della Cina (Xin Jiang, Tibet) fa parte dell’ Asia Centrale, e, di conseguenza, avviare i collegamenti rapidi con quell’ area costituisce la premessa per collegare tutta l’Asia Centrale.

L’Unione Europea aveva programmato fin dal 1996 la sua Rete TEN-T, ma non è giunta certo allo stato di avanzamento della Cina. In ogni caso, le reti cinese ed europea, le più sviluppate del mondo, sono evidentemente complementari, e già oggi s’incontrano in Russia. E’ un vero peccato per i Paesi coinvolti che, per discordie politiche, non si riesca a sfruttare queste inaudite sinergie a vantaggio di tutti.

In seguito all’ occupazione dell’Afghanistan, il Governo americano, anche per effetto dalle teorie dei suoi think tank geopolitici (ancora influenzati da Mackinder), aveva sentito il bisogno di collegare i Paesi dell’Asia suoi alleati con nuove linee ferroviarie. Hillary Clinton espresso nel 2011 l’intenzione d’investire in questo progetto (chiamato proprio “New Silk Road”), ma poi l’America non vi aveva dato seguito (anche perché sarebbe impossibile stabilire collegamenti instabili attraverso un Afghanistan non pacificato).Non per nulla, gli USA hanno ora tanta fretta di terminare la guerra afgana.

Solo la Cina aveva fino ad ora preso veramente sul serio il problema della connettività eurasiatica, che la riguarda direttamente,   facendolo divenire l’asse portante della sua politica estera, in campo ideologico, politico, culturale, tecnologico, economico e militare. Infatti, la Cina  concentra in sé un surplus di cultura, di creatività, di tecnologie, di mezzi finanziari, che riesce solo in parte a investire integralmente in patria, ed è quindi naturalmente portata a cercare sbocchi commerciali all’ estero. Di converso, le sue tradizioni culturali universalistiche (Tian Xia) la spingono verso le collaborazioni internazionali, soprattutto verso aree, come quella dell’Asia Centrale, con le quali essa ha una intensa tradizione di rapporti (la Sogdiana, il Bacino del Tarim, l’India Settentrionale).

La Belt and Road Initiative (Yi Dai, Yi Lu=”Belt and Road Initiative”=”BRI”), lanciata dal Presidente Xi Jinping nel suon discorso del 2013 all’ Università di Astana, consiste in un orientamento politico verso la  cooperazione con i Paesi dell’ Asia, dell’ Africa e dell’Europa; in un progetto tecnologico, con lo sviluppo di altre decine di migliaia di chilometri di strade ferrate; di carattere economico, con l’incremento delle infrastrutture, dell’ import-export, delle collaborazioni industriali, dei finanziamenti.

Alla “via settentrionale” (quella terrestre, la “Cintura”), si è presto affiancata quella meridionale (“marittima”, la “Rotta”); poi, quella artica, quella culturale, quella sanitaria, e, infine, quella digitale.

La Cina ha inserito l’obiettivo della Belt and Road Initiative fra quelli prioritari del Partito Comunista, al punto da inserirlo nello statuto dello stesso, allo stesso livello dei pensieri di Mao e di Xi Jinping.

La Belt and Road Initiative, ha già dato vita a varie realizzazioni, quali le linee ferroviarie dirette dalla Cina a molte città europee, la costruzione dei porti di Gwadar e di Djibuti, la ristrutturazione di quelli del Pireo e di Duisburg, le ferrovie etiope e keniota,  il tratto ferroviario da Budapest a Belgrado,  la stazione multimediale di Horgos, l’autostrada Kashgar-Gwadar e quella del Montenegro, e il ponte di Pelješac (Sabbioncello)  in Croazia.

Come si vede, un progetto di modernizzazione che si riallaccia ai sansimoniani e alle ambizioni di organizzazioni come la Banca Mondiale e l’ UNIDO, oggi in disarmo a causa del mutamento delle politiche dell’ Occidente. Non per nulla la Banca Mondiale (pur se dominata dagli USA) aveva dato il benvenuto a questo lato “sviluppista” delle politiche cinesi, battezzandolo “market enhancing view”.

Il rapporto con l’Eurasia: leverage per la sovranità europea.

8.Le ambiguità occidentali

I critici occidentali affermano che i progetti infrastrutturali della BRI non sarebbero utili per i Paesi destinatari,  perché implicherebbero un eccessivo indebitamento; tuttavia, quale progetto infrastrutturale non lo implica? Del resto, è proprio per questo che, nel Dopo-Covid, si sta privilegiando ovunque questo tipo d’ investimenti.

L’ostilità degli Occidentali verso questi progetti deriva dal fatto che essi sono la concretizzazione di quelli che essi stessi avevano coltivato, ma non sono poi stati in grado di sviluppare (e ora tentano di riproporre). Tuttavia, paradossalmente, tranne gli Stati Uniti, tutti i Paesi occidentali  hanno investito nella Banca Internazionale per le Infrastrutture, creata a Pechino dal Governo Cinese per finanziare quei progetti infrastrutturali, e quindi nopn possono lamentarsi di non essere stati coinvolti.

Per contrastarli, gli Stati Uniti e i loro sostenitori hanno usato molti strumenti, come azioni giudiziarie di tutti i generi in Italia e in Ungheria, manifestazioni di piazza a Budapest, attentati terroristici in Pakistan. Tuttavia, il punto forte dei progetti della Via della Seta era ed è che nessun altro li sta realizzando, sicché essi sono stati comunque i benvenuti, perché necessari. Basti pensare all’ autostrada pakistana, al ponte di Pelješac, alle ferrovie africane,  che unificano economicamente Paesi fino ad oggi divisi.

L’Unione Europea, non diversamente dagli Stati Uniti, aveva già discusso, nel 2019, una propria strategia verso l’Asia Centrale, ma non ha, né la motivazione, né i mezzi, né l’efficienza, né la tecnologia dei Cinesi. Oggi, il  lancio, da parte di Biden, dello slogan della “Via della Seta delle Democrazie (o “Verde”) sembrerebbe rivalutare una partecipazione più attiva degli Occidentali ai progetti in Asia Centrale e Africa Orientale. A prescindere dallo scarso affidamento che lo slogan può suscitare visti i risultati minimi conseguiti fino ad ora da Americani ed Europei, il rilancio di iniziative nell’area non potrebbe, se presa sul serio, che sortire effetti positivi per regioni, come l’Asia Centrale, il Caucaso, la Turchia, l’India, lo stesso Afghanistan, il Sud Est Asiatico, che hanno enormi prospettive di sviluppo.

Un discorso a parte merita l’ Africa, che, nel XX secolo, veniva vantata dall’ Unione  quale un esempio riuscitissimo di cooperazione allo sviluppo (i vari Trattati ACP-UE), ed è stata gradualmente abbandonata, in parte per mancanza di fondi e in parte perché la metodologia adottata (quella che viene opposta, in quanto “trasparente”, a quella cinese), non ha mai funzionato, sommersa com’è da burocrazie, pubbliche e private, che ne assorbono la maggior parte degl’investimenti.

Mi chiedo, visto che esistono la Banca Mondiale, l’ UNIDO e l’AIIB, che hanno proprio quest’obiettivo in un’ottica di collaborazione mondiale, perché mai fare dei progetti di sviluppo ostili, col solo obiettivo di danneggiare la Cina? Se l’obiettivo è aiutare i Paesi in Via di Sviluppo, non sarebbe il caso di farlo assieme? E, comunque, cosa succederà quando le ferrovie “democratiche” incontreranno le ferrovie “cinesi”?

Haft Paykar, l’ispirazione della Turandot

9.Una cultura mondiale del  XXI secolo.

Come dimostrato da quanto accaduto a suo tempo con il Giappone, poi il Medio Oriente e la Cina, e soprattutto l’ Afghanistan, gl’interventi troppo ideologizzati e invasivi dell’Occidente, se hanno potuto servire fino a un certo momento per rilanciare questi Paesi, raramente hanno ottenuto l’effetto  sperato di riorientarne le società sul modello “occidentale”. Il Giappone è divenuto prima imperialista, poi, oggi, comunque molto disciplinato e tradizionalista; nel Medio Oriente, non vi è praticamente alcuna società (neppure Israele) che sia costruita secondo il modello “occidentale”; la Cina è, come afferma essa stessa, uno “Stato-Civiltà” che esiste da 5000 anni, con un suo progetto efficientissimo e ben definito, il “socialismo con caratteristiche cinesi”, da cui non intende deviare.

Al contrario, è motivato il sospetto che, qualora gli “occidentali” vengano esposti senza le censure del “mainstream” alla profondità delle culture orientali, sfuggendo così alla gabbia d’acciaio della logica occidentale, possano essere attratti da quelle culture, come lo furono i Gesuiti, Schopenhauer, Guénon, Puccini,Eliade, Pound, Béjart,Panikkar, scalfendo l’inossidabile fede nei valori anglo-americani. Ma che cosa ci sarebbe di male?

Una cosa è chiara: nonostante la frenesia denigratoria da parte dell’Occidente, i  vari “orienti” (Estremo Oriente, Medio Oriente, Europa Orientale) hanno ormai imposto la loro presenza al centro dell’agenda mondiale. Che si tratti delle pretese di contare, in Europa, di Polonia e Ungheria, che si tratti del “neo-ottomanismo” o del neo-zarismo, che si tratti della pluridecennale guerra afghana, della rinascita induista sotto Modi o del post-umanesimo giapponese, l’area eurasiatica sta rubando la scena a quella atlantica. Lo aveva dimostrato perfino il Presidente Obama con il suo “Pivot to Asia”, e lo ha confermato il viaggio in Europa di Biden, febbrilmente concentrato su Cina e Russia.

Certo, dispiace perfino alla Cina di esporsi alla gelosia dell’ America, ma proprio il “socialismo con caratteristiche cinesi”, che ha portato il Paese dalla situazione di un deserto all’ attuale rango di società all’avanguardia tecnologica ed economica mondiale, non potrebbe essere tenuto nascosto neppure volendo (come, taoisticamente, avrebbe richiesto Teng Xiaoping, il cui stesso nome di battaglia dimostra un’incredibile grado di  umiltà).

Di fronte alla realtà di questa “esposizione” , il problema numero uno degli Europei non è, come per gli Americani, quello di contrastare l’ascesa dell’ Eurasia, bensì di trarne delle lezioni. A cominciare da quella che, come intravisto da Foscolo, Nietzsche, Kang You Wei, Guénon, Gandhi, Eliade, Jaeger, Saint-Exupéry, Pound,  Béjart, Zhang Yi Mou, millenarie civiltà come le nostre non possono essere stravolte da un pretenzioso nuovismo, perché hanno basi solidissime, che prima o poi riemergono anche dopo decenni o secoli di forzata alienazione sotto influenze ostili.

Per tutte queste ragioni, per chiunque, ma soprattutto per l’ Italia, “uscire dalla Via della Seta” nel vero senso della parola sarebbe oggi pressoché impossibile: sarebbe come “uscire dal mondo”. E, in effetti, senza il gas della Russia, senza i campi profughi in Turchia, senza le tecnologie Foxcomm  e Huawei, senza il petrolio iraniano, senza le esportazioni in Cina, cosa sarebbe l’Italia? Una colonia ancora più sottosviluppata.

Il riorientamento del nostro sito, che contiene un ampio patrimonio di link dedicati all’Eurasia in generale (“Haft Peykar, la blogosfera dell’ interculturalità”), ambisce a  fornire un tramite per lo sviluppo di questa coscienza culturale nuova. Haft Peykar è un poema allegorico medievale del poeta asero di lingua persiana Nizami-i-Ganjavi, il quale, riprendendo il mito dell’imperatore Sassanide Bahram, ne narra la vicenda erotico-mistica della ricerca di 7 spose, ciascuna rappresentante una parte dell’Eurasia. Una di queste, la slava “Principessa Rossa”, diverrà poi, nella letteratura derivata e in Puccini, l’immortale Turandot.

SCRIVERE UNA STORIA POLIEDRICA DELL’UMANITA’

commenti all’articolo di  Federico Rampini sul Venerdì di Repubblica dell’11 giugno.

Federico Rampini

Le urgenze dell’attualità  politica (il diktat anti-cinese e anti-russo di Biden; la Conferenza sul Futuro dell’ Europa), pongono con forza la questione del se la “memoria condivisa” europea, quale  comunicataci dall’accademia, dal discorso pubblico, dalla scuola, dall’ editoria politica sia coerente con le esigenze vitali degli Europei nel nostro secolo,  quando essi sembrano  condannati a prendere posizione nella lotta fra la tecnocrazia occidentale e le grandi civiltà dell’ Eurasia.

La cultura di Yamaya, antenata degli Indoeuropei

1.La presa di posizione di Rampini

Per parte nostra, abbiamo già risposto nei post precedenti che così non è. Ora, prendiamo atto con piacere che Federico Rampini ha preso autorevolmente posizione sostanzialmente  nello stesso nostro senso.

Il noto articolista, prendendo come pretesto recenti scoperte archeologiche avvenute in Egitto e in Cina, parte dall’ ovvia constatazione che tutto ciò che proviene dall’Estremo Oriente ha, da noi, troppo poco rilievo rispetto a ciò che accade in “Occidente” (includendovi anche l’ area mediterranea), e giungendo alla conclusione che:“Perfino il modo con cui accogliamo le scoperte archeologiche risente ancora della nostra auto-referenzialità.”

Gli Europei di oggi vivono infatti all’ interno di una “bolla” conoscitiva, costruita essenzialmente in America, dalle lobbies “democratico-radicali”, da Hollywood, dalle grandi università anglosassoni, dal mainstream culturale del Dopoguerra (espressionismo astratto, fondazioni delle Grandi Famiglie, GAFAM,  Politicamente Corretto, controculture californiane, “giornaloni” filo-americani,…).

Dopo l’Esistenzialismo, l’Europa non ha più creato creato nessuna nuova corrente culturale, e le stesse istituzioni culturali che pretendono di essere “Europee”, come il Collegio d’Europa e l’Istituto Universitario di Studi Europei, non fanno che amplificare correnti culturali americane (sono, per dirla con “Le Monde Diplomatique”, “bibéronnées dans les campus américains”.

Come scrive Rampini,”..la storia e la geografia non sono discipline neutre. Riflettono una visione del mondo, un sistema di valori, l’idea che ci facciamo del nostro posto nel cammino delle civiltà umane”. Perciò, stante il ruolo subordinato dell’Europa all’ interno del microcosmo “occidentale”, è naturale che il modo in cui i libri di scuola europei descrivono la storia mondiale derivi in ultima analisi  dall’ orientamento impresso alla lettura della storia, dai corsi di “Western Studies” inaugurati alla Columbia University durante la Prima Guerra Mondiale: “tradizione giudeo-cristiana, civiltà greco-romana” appropriate dal Mainstream per farli divenire la premessa della Riforma, delle Rivoluzioni Atlantiche, della Liberal-democrazia e della Fine della Storia, cioè di una loro Storia mitizzata degli Americani  quali popolo eletto a salvatore del mondo.

Lo spazio dedicato alle civiltà extra-europee, ma  anche alla maggior parte della storia europea (preistoria, Barbaricum, Euro-islam, Europa Orientale, dispotismo illuminato, decadentismo, “Dissenso” nell’ Est) è veramente modesto rispetto a ciò che “serve” al discorso euro-atlantico (la “democrazia” ateniese, il “monoteismo” ebraico, le “libertà germaniche”, il “capitalismo” dei Comuni italiani, i “Dibattiti di Putney”…).

Le grandi civiltà dell’ Epoca Assiale

2.Una prospettiva post-moderna

L’idea stessa di “storia” ha fatto fatica ad affermarsi nel tempo, rispetto al rito, al mito, alla genealogia, all’archivistica, alla poesia, all’ annalistica, all’ epigrafia. I primi. albori della storia possono essere rintracciati, infatti, negli annali, nel disegno, nella contabilità, nelle epopee.

All’ apogeo dell’ Era Assiale, con l’invenzione della scrittura, vengono redatte la Bibbia, le storie di Erodoto e di Sima Qian. Queste narrazioni, per quanto grandiose, raccontano  la storia dell’ Umanità attraverso la lente di una sola civiltà privilegiata: a seconda dei casi, quella ebraica, , quella ellenica, quella cinese. Nel Medioevo, la storiografia per eccellenza  sarà la Grande Narrazione biblica (ripresa, in fondo, anche dall’ Islam).

Hegel per primo tentò di scrivere una storia universale che andasse al di là di quella della civiltà cristiana, inverando, così, il programma di Lessing del “Cristianesimo quale educazione dell’ Umanità”. Sulla base del modello hegeliano, Kang You Wei, Spengler e Toynbee tentarono l’opera, veramente ciclopica, di una “storia universale”.

Oggi, nonostante gl’intensi sforzi per  scrivere storie di aree sempre più vaste, per realizzare comparazioni, per smitizzare la centralità della storia occidentale, quest’ultima è rimasta  lo standard  intorno a cui hanno ruotato le storiografie di tutti i Paesi, anche quando esse sottolineano il ruolo di aree del mondo diverse dalla propria. Tuttavia, in un momento in cui dunque ancora manca una storia veramente universale, permangono più che mai i difetti di impostazioni anche solo parzialmente etnocentriche.

Innanzitutto, i problemi più urgenti dell’oggi, come la transizione verso le macchine intelligenti, gli scontri di civiltà, le grandi migrazioni e la crisi ambientale non possono essere compresi soltanto all’ interno della cultura “occidentale” (né di nessun’altra cultura particolare). L’idea di un unico ciclo, che va dalla Creazione all’Apocalisse, è specificamente cristiana e islamica, mentre l’Ebraismo ortodosso non conosce una vera Apocalisse, e conserva invece tracce di una doppia creazione, particolarmente evidente, questa,  nello Zoroastrismo, quale eredità occulta dello Zurvanismo “duodecimano”, che a sua volta mantiene una traccia dei 44.000 kalpa della tradizione vedica. Ora, è  chiaro che il significato dell’attuale transizione risulta diverso nelle diverse tradizioni apocalittiche, e ancora diverso nella cultura sinica, dove non esistono, né Creazione, né Apocalisse. Per questo è certamente utile confrontarsi con queste diverse visioni, per vedere quanto, del “mainstram”, non sia che un riflesso occulto di paradigmi etnocentrici che si pretenderebbero superati, e dove, invece, sia possibile utilizzare paradigmi comuni.

In secondo luogo, i robots hanno un significato diverso, rispetto agli archetipi cristiani,  nello Shintoismo o nell’ Ebraismo. Infine, le migrazioni sono una cosa completamente diversa se viste dai singoli Paesi: per gli Stati Uniti, esse sono una continuazione dell’appropriazione coloniale delle terre degli Indios, dei Canadesi, dei Messicani, oltre che della Tratta Atlantica;per gli Europei, sono un sequel degl’Imperi coloniali; per gl’Indiani e per i Centro-Asiatici, sono legate alle  antiche catastrofi atmosferiche di cui parlano i Veda e le Muqaddimat di Ibn Haldun, e, infine, sono da sempre un fenomeno tipicamente cinese, con le periodiche migrazioni dei popoli delle Steppe verso le Piane Centrali e il continuo  spostamento verso il mare dei Cinesi meridionali  (i “Nanren”), ancor oggi il principale movimento migratorio del Pianeta.

In una fase di tumultuosa riscoperta ovunque delle proprie radici (in USA,le ricerche genealogiche; in Cina, il movimento Han Fu e il “turismo rosso”; in Europa Orientale, nell’ Islam e in India, il revival religioso…) è difficile trattare con Paesi di altri Continenti se non si conoscono e rispettano le loro tradizioni.

Inoltre, conoscere le tradizioni e le culture degli altri popoli è oggi più che mai indispensabile per comprendere le proprie. Come comprendere gl’influssi asiatici e mediterranei sul mondo classico senza studiare il Medio Oriente e gli antichi Indoeuropei? come comprendere il Cristianesimo fuori dal contesto dell’intera Epoca Assiale, delle sue varianti orientali, della sua presenza in India, in Cina, in Sudamerica e in Africa?

Come capire la storia dell’Europa Moderna senza il colonialismo e le Nazioni di Emigranti, senza la rinascita d’Israele, India, Cina ed Islam? Senza confrontarsi con la storia e la politica degli Stati Uniti, né con la guerra tecnologica in corso?

Sima Qian, “il Grande Storico”

3.La storia: per chi e per che cosa?

A nostro avviso, la storia dovrebbe servire innanzitutto per farci comprendere come siamo arrivati fin qui, quali forze sono state e sono in azione, quali dilemmi ci attendono. Fondamentali sono, da un lato, le vicende della tecnica, e, dall’ altra, l’essenza delle tradizioni storiche.

Dal primo punto di vista, è essenziale comprendere come e perchè la vita delle diverse società sia stata sempre intessuta di tecnica, e,  sotto il secondo, che cosa le civiltà del passato abbiano avuto in comune, che può essere definito come tipicamente umano, e vada confrontato e giudicato nel rapporto con la tecnica. La tecnica va vista quindi nelle sue radici materiali, psicologiche e sociali, nel suo intreccio con le vicende sociali, che partono da una ricerca di senso.

La tecnica influenza certo le diverse società (di cacciatori-raccoglitori; di agricoltori; le civiltà gerarchiche, con capi, sacerdoti, guerrieri, lavoratori, mercanti; la società industriale, della conoscenza e della sorveglianza. Nello stesso tempo, le società si sviluppano intorno al linguaggio, alla religione, alla cultura, all’ etica.

La “storia” per eccellenza, fondata sull’inconscio collettivo dei popoli e sulla scrittura, raggiunge il suo apogeo all’inizio dell’“Epoca Assiale” dominata dalla cultura scritta mesopotamica dell’ Epopea di Gilgamesh e del Codice di Hammurabi, dalla Bibbia, da Omero e delle filosofia greca e cinese e della cultura indica e buddhista.

Già allora, i legami fra le diverse culture sono onnipresenti: fra  Elam, Persia, India, Cina,Tibet, Mesopotamia, Canaan, Egitto. Gl’imperi dell’Epoca Assiale sono collegati fra di loro dalla Via della Seta, lungo la quale corrono i manufatti, le religioni e le filosofie. Le letture della storia sono basate sulla dialettica fra le tendenze delle diverse aree.

L’era dei viaggi transoceanici si apre con le esplorazioni del cinese, tartaro e mussulmano Zheng He, con l’importazione in Europa d’invenzioni orientali e con la grande fioritura  degl’imperi orientali sotto i Ming, i Qing, i Mughal e gli Ottomani. I Gesuiti fungono da mediatori culturali, mentre  l’imperialismo forgia le identità europea, americana, latino-americana e cinese.

Lo sviluppo della tecnica rende poi possibile l’espansione dell’egemonia europea e americana, ma anche la rivalità fra gl’imperi occidentali e le guerre mondiali, che permettono la creazione dei “due blocchi” e la decolonizzazione.

La caduta del Muro di Berlino scatena l’espansionismo tecnologico americano, ma risveglia anche i popoli dell’Eurasia, prima paralizzati da ideologie troppo rigide. Si scatena la lotta per l’egemonia mondiale, non solo fra USA e Cina, ma anche con la Russia e l’Islam politico; fra, da un lato,  il progetto apocalittico delle Macchine Spirituali, portato avanti dall’”America-Mondo” sotto la spinta dei guru dell’ informatica, e, dall’ altro, una coalizione di fatto della maggior parte dei popoli del mondo, uniti dalla difesa delle tradizioni dell’ Epoca Assiale. La storia oggi dovrebbe permetterci  innanzitutto di rilevare i profili determinanti dell’ uno e dell’ altro schieramento.

La nozione ciclica del tempo nei Veda

4.Articolare i profili degli studi storici

Una notevole confusione negli studi storici è provocata dall’incapacità, nonostante i “Processi di Bologna”, da parte delle competenti istanze decisionali in materia scolastica, di articolare livelli adeguati e differenziati di studio della storia, a livello accademico, di scuola dell’ obbligo e secondaria, anche in modo diverso a seconda dell’orientamento degli studi.

Premesso che, in Europa,  l’attenzione per l’Identità Europea dovrebbe portare ad un peso molto maggiore degli studi storici nei curricula di tutti i cittadini, occorrerà anche trovare il modo di far coesistere lo studio della storia mondiale con quelle europea, nazionale, regionale e locale.

Mentre, poi, nella scuola dell’ obbligo non si pone un bisogno particolare di un’introduzione alla studio della storia, nella scuola media superiore e all’ Università quest’esigenza si pone imperiosa.

Infatti, nel grande disorientamento che regna in tutti i settori della cultura, e in considerazione, in particolare, delle grandi differenze di orizzonti che dovrebbero essere presi in considerazione per uno studio veramente transcontinentale, un’ introduzione metodologica è d’obbligo. Essa dovrebbe essere dedicata allo studio della filologia generale e comparata, della bibliografia, delle commistioni fra biologia, linguistica, archeologia, antropologia…

Una storia poliedrica

3.Lineamenti di massima di un programma di storia mondiale.

Anziché raccontare la storia come una vicenda unitaria, però basata paradossalmente solo sulla storia europea e poi americana, la nuova storia dovrà  basarsi sugli elementi comuni alle civiltà medio-orientale, vetero-europea, indica, sinica e precolombiana, seguendo l’iter simile del loro sviluppo, dalle prime presenze neolitiche, agli antenati mitici, alle città-Stato, agl’Imperi, alle religioni universali, fino al ravvicinarsi fra le grandi aree, a partire dall’impero mongolo e dai grandi viaggi oceanici.

Dovranno essere messe in evidenza le tendenze comuni, come quella alla nascita di Stati burocratici capaci di espansione transcontinentale; di culture eclettiche, come il Din-i-Ilahi della Corte di Akbar e la cultura gesuitica; la formazione delle società coloniali; il carattere “mondiale” delle guerre del ‘700 e dell’ ‘800; il rapporto fra Europa e resto del mondo; la crescita dell’America, della Russia, del Giappone; le lotte d’indipendenza di India e Cina.

Contrariamente a oggi, quando si tende a ricostruire la storia come un continuo passaggio da civiltà “inferiori” a “civiltà superiori”, si dovrà tendere a una narrazione quanto più possibile a-valutativa, e basata invece in grandissima misura sui punti di vista degli stessi protagonisti, e addirittura sulla lettura diretta dei testi che esprimono le concezioni storiche delle diverse culture, da Ippocrate a Confucio, da Virgilio a San Paolo, dal Bhagavad Gita a Sant’Agostino, da Ibn Haldun a Vico, da Hegel a Marx, da Nietzsche a Kang You Wei, da Mao a Spengler, da Toynbee a Eisenstadt, da Huntington a Kurzweil.

Alla luce di tutto questo, appare assolutamente appropriata lac questione del se non divenga necessaria una scienza storica più policentrica. Esagerata sembra invece la preoccupazione (frutto delle ossessioni ideologiche occidentali) che, in futuro, i nostri libri di storia li scriveranno degli autori cinesi.

Infatti, non va considerata certo una costante, bensì un’aberrazione contemporanea, che la storia venga scritta dal “Paese Guida” pro-tempore. I libri di storia dovrebbero essere scritti e pubblicati senza costrizioni in tutto il mondo, senza “memorie condivise”, e, soprattutto, senza imposizioni straniere.

I libri di storia futuri ce li scriveremo noi, in base alla nostra cultura, europea e mondiale.

PER RIFORMARE, OCCORRE STUDIARE!Commento alle proposte del Movimento Europeo circa la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Dopo 70 anni d’integrazione post-bellica, per fronteggiare la massa crescente di problemi derivanti dalla caduta del Muro di Berlino, dal fallimento del Trattato Costituzionale del 2003,dalla Brexit, dall’arresto dell’allargamento e dall’avvento dell’ Intelligenza Artificiale, l’Unione Europea necessiterebbe comunque di una profonda riforma.

Per giunta, la vita dello spazio  Europeo in questo periodo non  fa oggetto di una tranquilla evoluzione, bensì di una traumatica involuzione:

-disgregazione ideologica e geopolitica (rifiuto da parte della Svizzera; Brexit; conflitti con gli Slavi Orientali, con Visegrad e la Turchia)

-gravissimo ritardo tecnologico (completa assenza di un’industria digitale europea degna di questo nome);

disoccupazione alle stelle (vedi gli scandalosi obiettivi del summit sociale di Porto);

-nuove povertà, anziché eliminazione di quella estrema;

-mancanza di sovranità (cfr. CAI, GAFAM,North Stream);

-letargia decisionale (cfr. tempi tecnici del Recovery Plan-Next Generation);

-privilegi ingiustificati (Big Pharma, GAFAM, Statuto delle truppe americane);

-lontananza dai cittadini (livelli bassissimi di partecipazione, prevalenza di autorità non elette).

violazioni dei “diritti umani” (“guerre umanitarie” in contrasto con il diritto internazionale, violazione sistematica della “Rule of Law” europea in materia digitale (Schrems, contratti Microsoft, spionaggio Danimarca), confusione normativa in materia di migrazioni, delitti di opinione, divieto di simboli religiosi, persecuzione giudiziaria dell’indipendentismo catalano, statuto di “non cittadini” nei Paesi baltici; espropriazione della minoranza serba della Krajina…);

-incoerenze sul tema dei “diritti civili” (Paesi di Visegràd).

Facendo seguito a nostre precedenti proposte, meno articolate, per la Conferenza sul Futuro dell’Europa, precisiamo qui di seguito il punto di vista dell’Associazione Culturale Diàlexis.

Dalla documentazione delle Istituzioni relativa alla Conferenza, risulta chiaro che non si ha alcuna intenzione di modificare significativamente l’insoddisfacente status quo sopra descritto, e, anzi, si persevera in un illogico atteggiamento di compiacimento autoreferenziale, che non risponde, né a risultanze obiettive, né alle convinzioni di cittadini e osservatori, bensì solo all’ autoreferenzialità della “Società dell’1%”. Ciò che scandalizza non è in rallentamento di un processo in marcia oramai da secoli, bensì la mancanza di idee nuove e di creatività. Il primo ad esserne deluso è il Movimento Europeo in Italia, che scrive:“Are the gates of the European Institutional Construction Site closed for citizens?”; “ Is the Conference descending into farce?”

Infatti:

a)non c’è, nei documenti della Conferenza neppure una traccia di riflessione “sul futuro” (intelligenza artificiale, multipolarismo, conquista dello Spazio);

b)non sono state aperte possibilità serie di intervento, né ai cittadini, alle associazioni, né alla cultura, e neppure ai partiti, e addirittura neppure al Movimento Europeo(risultando così chiaro che c’è la volontà d’imporre una soluzione prefabbricata, basata come sempre su un compromesso al ribasso fra Stati membri e Istituzioni).

Nonostante ciò, e forse proprio a causa di ciò, questa costituisce un’occasione d’oro per il Movimento stesso, per riqualificarsi in senso “rivoluzionario”, come collettore delle istanze di tutti i soggetti esclusi, preparando, con questi ultimi,  dei “cahiers de doléances” da sottoporre alle Istituzioni-

I.IL RUOLO DEL MOVIMENTO EUROPEO

Oggi, il Movimento ha un ruolo subordinato nei confronti delle Istituzioni, dei partiti e delle grandi organizzazioni sindacali, perché, coerentemente con una scelta  fatta 75 anni fa, esso ritiene che la politica in Europa debba essere fatta dai grandi partiti di massa di origine ottocentesca (liberale, cristiano-sociale, socialista, comunista). Oggi, in realtà, quei partiti, o non esistono più, o sono frantumati e dispersi all’ interno di “partiti europei” che non portano più neppure gli stessi nomi (Partito Popolare, Socialisti e Democratici, Renew), inoltre, hanno un notevole peso partiti prima inesistenti (Verdi, Conservatori, Identitari), e tutti insieme conducono politiche sincretiche e irriconoscibili all’ interno del “mainstream occidentale” politicamente corretto.

In questa situazione, paradossalmente, l’unico ad aver mantenuto delle idee-forza rimaste almeno parzialmente conformi alle problematiche del mondo contemporaneo è il Movimento Europeo:

uno Stato Europeo più forte di quello attuale (la “Federazione”, che potrebbe corrispondere agli altri cosiddetti “Stati-civiltà” che dominano la geopolitica contemporanea, e dove si potrebbe concentrare il fuoco dell’innovazione tecnologica e sociale);

il multipolarismo (il “federalismo mondiale”, in netto contrasto con l’idea di un’esclusivistica “Comunità euro-atlantica”);

-la politica estera e di difesa comune (con l’idea, conclamata ma mai avviata, della “Sovranità Strategica Europea”, in evidente contrasto con l’idea di una “guida americana” quale sostenuta da Biden);

-un’idea concreta di “Modello Sociale Europeo” fondato sul “Dialogo Sociale” e sulla partecipazione dei lavoratori quale esistente in quasi tutto il Continente (i “Comitati Aziendali”).

Spetterebbe dunque ad esso indicare il cammino ai partiti, non già viceversa.

Inoltre, giacché le stesse  idee-forza erano state concepite ben 100 anni fa (cfr. “Paneuropa”), in una situazione radicalmente diversa (addirittura prima della 2° Guerra Mondiale), esse avevano  cominciato fin da subito ad essere riviste (prospettiva di vittoria degli Alleati, abbandono dell’ apertura alla Russia, accettazione delle Comunità Europee…). Da molto tempo, però, queste idee non vengono più aggiornate, nonostante l’intelligenza artificiale, il crollo del Muro di Berlino, il Pensiero Unico, i BRICs, la Brexit….

Occorre perciò almeno aggiornare l’idea della ricerca della pace dell’ Abate di Saint Pierre alla luce dell’ Equilibrio del Terrore e del Rischio Esistenziale; la Carta dei Diritti alla luce dell’incombente conformismo digitale; l’egemonia franco-tedesca alla luce dello spostamento del baricentro europeo verso Oriente….

Tale linea di pensiero aggregante un insieme progettuale coerente dovrebbe riunire i  diversi filoni di riflessione : identità culturale, transizione digitale, evoluzione geopolitica, “multi-level governance”.

L’Asklepieion di Cos, dove Ippocrate scrisse “Arie, Acque, Luoghi”, la più antica e la più azzeccata teoria dell’ identità europea.

II.UNA BASE COGNITIVA FORTE QUALE PRESUPPOSTO DI RIFORME STRUTTURALI.

Il mainstream post-umanista (erede di messianesimo, utopia, occidentalizzazione e  modernizzazione), che ha gestito la transizione all’ Intelligenza Artificiale, sta esercitando una censura implacabile sul filone del  pessimismo tecnologico che, partendo da Huxley, passando per Anders, Asimov, Joy, Hawking, Rees, Assange e Snowden, ci ammonisce contro il “Rischio Esistenziale” implicito nel “Superamento dell’ Umano”.  Di fronte all’ attuale biforcazione fra due promesse messianiche -l’”Esportazione della Democrazia” degli USA e la“Comunità di Destino Condiviso”della Cina-, l’Europa sembra voler proporre in alternativa un proprio  non meglio definito “Umanesimo Digitale”,  relativamente al quale l’Unione  si candida ad essere il “Trendsetter del dibattito mondiale”. Infatti, l’Europa critica tanto la transizione digitale guidata dai GAFAM, quanto quella guidata dal Partito Comunista Cinese.

Pur non essendo consono a un’Europa multiculturale e multipolare ingerirsi nelle scelte di civiltà degli altri Continenti, l’Europa deve poter partecipare senza interferenze esterne alla formazione delle normative internazionali decisive, come quelle sul controllo delle nuove tecnologie, sulla limitazione degli armamenti, sulla preservazione dell’ambiente e sulla pace nel mondo, al fine di potersi sviluppare in modo coerente con la propria cultura.

Tale ruolo presupporrebbe però una forza, ideale e tecnologica, che l’Europa oggi non ha, e quindi richiede una trasformazione rivoluzionaria (di cui la Conferenza dovrebbe essere l’inizio) che la ponga in grado di dialogare alla pari con gli Stati-Civiltà, “saltando” (“leapfrogging”) le fasi di sviluppo intermedie ch’essa non ha vissuto: le “Conferenze Macy”, la “corsa allo Spazio”, il DARPA,l’ “Ideologia Californiana”, il “Wangluo Zhuquan”,l’ “Unione del Civile e del Militare”, ecc..).

Per fare ciò, dal punto di vista concettuale, l’ Europa deve superare l’attuale visione puramente formalistica dell’”etica digitale”, volta a far salva, pur nella Società del Controllo totale, l’apparenza delle libertà borghesi (come nel GDPR e nell’ Antitrust), per disegnare invece realisticamente un “tipo di uomo” della società delle macchine intelligenti che recuperi, in forma nuova, i valori dell’ Epoca Assiale (vitalità, comunità, spiritualità, pietas, eccellenza, partecipazione):le virtù nell’ Era dell’ Intelligenza Artificiale.

Dal punto di vista tecnologico, l’Europa deve costruire, fondandosi sulle esperienze altrui, un ecosistema digitale sovrano finalizzato al controllo sulle macchine intelligenti, e fondato sulla liberazione, grazie a queste ultime, delle proprie energie vitali, da incanalare, attraverso una “governance” appropriata, nella meditazione, nella coltivazione del Sé, nella ricerca intellettuale, nella dialettica politica, nell’amministrazione del sistema. Ciò richiede una gestione europea centralizzata dell’intero ecosistema tecnologico (l’”Agenzia Tecnologica Europea”); la moltiplicazione d’ iniziative di autonomia tecnologica europea sul modello di GAIA-X; l’”upgrading” a livello di filiera e di fondi sovrani del sistema di up-skilling tecnologico; l’aggregazione in rete  delle imprese automatizzate con nuove forme di affiliazione, di para-subordinazione e di cogestione.

I Paesi Baltici si spacciano per la roccaforte delle libertà in Bielorussia, ma, unici nel mondo,
hanno una precisa categoria di “non-cittadini” a cui negano i diritti civili.

III.GUADAGNARE  TEMPO  FINO ALLE ELEZIONI EUROPEE

Per questo motivo, il meccanismo e la tempistica previsti per la Conferenza sono inadeguati. Occorre sviluppare con riunioni, papers e libri bianchi, un’intensa attività di approfondimento autonomi del Movimento, sui temi seguenti:

Le Comunità Europee nascono come “L’Europa dei Giudici”

1)una struttura istituzionale funzionale alla transizione digitale-ecologica, attraverso forti organi progettuali centrali (un’ Agenzia tecnologica Europea, parallela alla Fondazione RenAIssance del Vaticano, al National Artificial Intelligence Board americano e all’ Istituto Fraunhofer tedesco).

Infatti, le strutture statuali non sono eterne, bensì debbono rispondere alle esigenze storiche della società (gestire un’economia agraria, favorire la nascita dell’industria, gestire la transizione digitale). L’esperienza dimostra che  quest’ultima richiede ovunque la presenza di forti Stati continentali, capaci di controllare gli sviluppi dell’ Intelligenza Artificiale, negoziare con le Grandi Potenze, tenere a bada i GAFAM e i BATX, escludere la sorveglianza di massa di potenze straniere, finanziare la ricerca e sviluppo, proteggere le proprie multinazionali e svolgere un’azione di advocacy in loro favore. E’ significativo a questo proposito come, in una prima fase, la Cina abbia copiato il deep State, il DARPA, i GAFAM, ed ora siano gli USA ad ispirarsi espressamente all’ “Unione del Civile e del Militare” tipica dell’ approccio cinese.

Senza un forte Stato europeo che svolga tutte quelle funzioni, l’Europa è condannata al sottosviluppo (caduta del tasso di redditività delle imprese, mancanza di innovazione, colonizzazione culturale ed economica, disoccupazione, crisi sociali, ingovernabilità). Questa situazione rende meno determinante la questione istituzionale europea, perché l’esperienza di USA e Cina dimostra che buona parte di questi processi, piaccia o no, si svolgono in una dialettica strettissima fra Enti amministrativi e multinazionali, mentre i processi istituzionali legali non  sono in grado di seguire la complessità e la rapidità di questi processi. Rende invece necessario lo studio attento dei meccanismi della collaborazione civile-militare e progetti come quello dello NSCAI americano, fondati essenzialmente sull’ idea di uno “stato d’ eccezione tecnologico”.

2)La sovranità strategica europea quale presupposto e risultato della transizione digitale-ecologica.

A partire dall’ inizio della presidenza Macron, era sembrato che si stesse diffondendo, a tutti i livelli, la consapevolezza che, in un mondo dominato dalle multinazionali del web, una trasformazione epocale quale la transizione digitale ed ecologica non può essere realizzata concretamente se l’Unione non dispone delle leve per controllare la società europea: un’ autonoma cultura economica e politica; proprie multinazionali; leve giuridiche importanti in materia di sicurezza, di programmazione, di antitrust, di aiuti di Stato (la cosiddetta “Sovranità Strategica Digitale”).

Purtroppo, con il passare degli anni, si è visto che l’Europa si allinea invece sistematicamente sulle posizioni degli Stati Uniti e dei “Five Eyes”, che, dopo Brexit, sono divenuti un clone degli Stati Uniti; che tutte le vantate azioni contro i GAFAM (dal GDPR all’ antitrust, alla web tax), non stanno affatto procedendo, come  stigmatizzato dal Parlamento Europeo, dall’ Antitrust e dall’EDPB.

Una seria riforma dell’Unione dovrebbe partire da una ridefinizione degli obiettivi strategici della stessa , che non possono essere pappagallescamente quelli degli Stati Uniti: dalla rivisitazione di Gaia-X per renderla veramente conforme al GDPR; all’ applicazione effettiva delle tasse sui GAFAM, decise da molti anni ma sempre sospese per le proteste dell’ America.

3)L’aggiornamento del modello sociale europeo e della cultura europea per la preparazione della società delle macchine intelligenti

Un altro tema su cui si gioca la credibilità dell’ Unione è il Modello Sociale Europeo. Modello sociale che era originariamente diverso da quello americano, perché, come scriveva Marx nei Grundrisse, il capitalismo si era sviluppato, non già, come in America, autonomamente (o meglio, dalla pulizia etnica e dallo schiavismo), bensì da un sistema feudale con profondi legami solidaristici.  Legami confermati da idee come “”sobornost’”, “Gemeinschaft”, “corporativismo”,Comunità,  “partecipazione”, “cogestione”, “concertazione”, agitati da Vogelsang, Toniolo, de Kuyper, Tönnies, Spirito, Fanfani, Olivetti, Wallon, Capitant, Ichino. Tuttavia, da oramai molti anni, quest’ elemento organicistico, senza venir meno (ed, anzi, perfino espandendosi dal punto di vista formale per l’emulazione della Germania e per la narrativa delle Chiese), è passato in realtà in secondo piano, sopraffatto da una visione assistenzialistica e pietistica della socialità come “compassione” verso gli “ultimi”. E’ venuto meno il concetto centrale del sistema sociale europeo, il lavoro come elemento non secondario dei diritti civili, dello “ius activae civitatis”, sancito soprattutto dalla Costituzione italiana (mai attuata su questo punto come su tanti altri), dalla Betriebsverfassungsgesetz tedesca e dal Wet op de Ondernemingsraden olandese. Se l’idea mitteleuropea d’ impresa co-gestita (tipici esempi, la Volkswagen, l’Airbus, la Siemens, la Daimler, la BMW) è oggi purtroppo sempre più rara a causa della decadenza delle grandi imprese europee, che ne riduce il numero (ma occorrerebbe vedere che cosa succede in gruppi come Stellantis), e se l’impresa del futuro sarà probabilmente l’impresa digitale “a rete”,  occorre ideare una transizione societaria orientata alla “federazione”  di ciascuna  filiera sul modello GAIA-X, regolamentata da “governances” rigorose, e articolata in una rete di medie e piccole imprese con nuove forme di associazione capitale-lavoro, fornitrici degli specifici servizi digitali.

L’Europa postbellica non è stata pacifista

IV.AREE PRIORITARIE DI RIFLESSIONE

Per rendere  concepibili i progetti di trasformazione di cui al punto precedente, sono necessari preliminarmente, a nostro avviso,  i seguenti supplementi di indagine a livello politico e tecnico, da concretizzarsi in appositi documenti:

-impatto dell’ intelligenza artificiale sulla cultura, sulla geopolitica, sul diritto costituzionale, sull’antropologia, sulla politica, sull’ economia e sulla società;

-strutturazione  fattuale (“costituzione materiale”)dell’attuale “multi-level governance” europea (società dell’ 1%, multinazionali, ONU, NATO, Unione Europea, BCE, macro-regioni, Stati membri, regioni, città);

-presupposti storico-culturali dell’ Unione Europea (tradizioni classiche e religiose, concetto di “Pace Perpetua”  nel costituzionalismo europeo pre-moderno, funzionalismo vs. federalismo, apogeo e crisi delle ideologie, questione linguistica e identità europea);

-trasmutazione dei principi umanistici nella società dell’automazione totale (valori “spessi” e valori “sottili”; la prospettiva apocalittica; gl’insegnamenti della futurologia e della fantascienza) .

L’Europa non possiede un’industria digitale, e dipende dalle Grandi Potenze

1)Impatto dell’ Intelligenza Artificiale

L’ Intelligenza Artificiale costituisce un cambio di paradigma nelle società umane (dall’Umanità formata dalla Natura a un’Umanità formata da se stessa; da una società “fisica” a una società virtuale; dalla dialettica Stato-Persona a quella algoritmo-essere umano; dagli Stati territoriali agli imperi virtuali; dal lavoro umano al controllo umano sulle macchine; dalla memoria collettiva ai Big Data; dall’ opinione pubblica ai social networks…

Al fine di configurare l’Europa di domani, questo nuovo scenario va conosciuto e padroneggiatom in modo critico e problematico, in modo da dare risposte adeguate alle nostre tradizioni culturali, e contribuire così in modo attivo (Trendsetter) al dibattito mondiale.

Mladic è stato condannato per Srebrenica, ma neppure i Caschi Blu europei sono innocenti

2) Rivoluzione nella “Costituzione materiale”

L’ordinamento giuridico comunitario è nato come “l’Europa dei Giudici”. Come tale è stato solo parzialmente diritto positivo, e per gran parte una costruzione fondata sui “principi giuridici comuni degli Stati Membri”. Inoltre, lungi dall’ essere un ordinamento monistico, racchiuso in se stesso, esso è aperto alla sociologia (la “società europea”), alla giurisprudenza dei valori (“ i nostri valori”), il diritto comparato (i principi degli Stati Membri), il diritto internazionale (i trattati), il diritto sovrannazionale (ONU, NATO, OSCE, UNESCO, Consiglio d’ Europa, Banca Mondiale…), i diritti interni (le “competenze concorrenti”), le normative interprofessionali, la “lex mercatoria”, ecc…

Per poterlo riformare, occorre prima censirlo (cosa che oramai non si potrà fare completamente se non con l’informatica giuridica), poi elaborandone una teoria, e, infine, studiandone una riorganizzazione che, in base a una nuova versione del principio di sussidiarietà, distribuisca le norme ai livelli più appropriati.

Data l’importanza e l’urgenza delle attività in corso, preghiamo i nostri lettori di segnalarci i loro interessi, le loro  osservazioni, le loro obiezioni e le loro proposte, da inserire nei nostri programmi, e soprattutto il Movimento Europeo di aprire al più presto un dibattito su questi temi.

Matteo Ricci, pioniere di una visione europea postmoderna
e multiculturale

3)I Presupposti culturali dell’ integrazione europea nel XXI secolo

L’integrazione europea è essa stessa una “Grande Narrazione”, che tende a divenire il “mainstream” dell’ Unione Europea. Questa “Grande Narrazione” ha una storia, che parte dai teorici dell’impero romano e del Sacro Romano Impero, per passare alle varie teorie della “Pace Perpetua”, di Paneuropa, del manifesto di Ventotene e della Dichiarazione Schuman. Verso la fine del XX secolo, si privilegiava il benessere dovuto al “modello sociale europeo”; più recentemente, si enfatizza una certa visione dei “diritti di nuova generazione”, con particolare enfasi per quelli digitali.

Il fatto stesso che la giustificazione teorica dell’Unione Europea si sia modificata nel tempo dimostra ch’essa è storica e contingente, e come tale va rivisitata costantemente. Oggi, le pretese di rappresentare la “Pace Perpetua”, “Stato sociale” e “difesa dei diritti” sono state scalfite dai fatti. Gli obiettivi dell’ Unione debbono essere ricalibrati alla luce del “rischio esistenziale”, del multipolarismo, della cyberguerra, della transizione ecologica, dei valori post-materialistici e dell’“epistocrazia”. 

Nell’ UE continuano molte violazioni dei diritti umani e civili che, se compiute altrove, susciterebbero valanghe di sanzioni

4)Trasmutazione dei principi umanistici

La cultura europea moderna, a partire dal Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco, per passare a Nietzsche, a Heidegger, a Buber, a Teilhard de Chardin, a Jünger, a Kurzweil, vive in una prospettiva apocalittica, in cui comunque il significato delle cose non può rimanere lo stesso ch’esso era prima della rivoluzione tecnologica.

Alla prova del dominio delle macchine intelligenti, valori sempre invocati dal Mainstream europeo rischiano, come rilevavano già Nietzsche e Saint-Exupéry- di rivelarsi inattuabili – anzi, di fare da copertura al loro opposto-. La “misericordia” rischia di divenire la copertura dell’ignavia; l’”umanesimo”, dell’assistenzialismo burocratico; l’”eguaglianza”, dell’omologazione, la “libertà”, della manipolazione occulta, la “democrazia”, di una vera e propria  messa in scena; i “diritti”, delle discriminazioni a rovescio; la “pace”, di una guerra infinita sotto le menzognere insegne dell’aiuto umanitario.

Indipendentemente dalla tecnica legislativa prescelta, occorre una ridefinizione dei diritti civili alla luce dell’intelligenza artificiale, che realizzi concretamente libertà e solidarietà in un mondo dominato dalle macchine.

La Carta Europea dei Diritti dovrebbe enfatizzare i diritti di libertà contro la Società del Controllo Totale

V. APPELLO AL MOVIMENTO EUROPEO

Come sin vede dall’ esemplificazione qui fatta dei singoli temi, occorrerebbe un lavoro serio e di lungo periodo, assolutamente alieno all’ approccio molto sbrigativo adottato dagli Stati Membri e dalle Istituzioni.

Per questo motivo, ribadiamo la nostra adesione alla proposta del Movimento Europeo, che i lavori della Piattaforma della Conferenza sul Futuro dell’ Europa proseguano fino alle prossime elezioni europee, trasformandosi in un comitato promotore, che sottoponga le proprie proposte ai partiti e ai candidati, con la speranza che il prossimo Parlamento si assuma un ruolo costituente, avvalendosi anche dei lavori preliminari svolti con la Piattaforma.

A questa proposta, aggiungiamo anche quella che il Movimento Europeo si faccia tramite, a livello europeo, di iniziative di ogni genere volte ad approfondire i temi qui indicati, al fine di pervenire alla scadenza delle prossime elezioni europee con un bagaglio completo di proposte e di argomenti adeguate alla scadenza del 2024, quando tanto i progetti cinesi di “Made in China 2025”, quanto quelle americane della Commissione NSCAI, si saranno oramai sostanzialmente realizzati, sicché nessuno potrà trincerarsi dieto al fatto di non sapere, o alla pretesa che una politica autonoma del digitale sia impossibile per degli Stati di dimensioni continentali. Come abbiamo cercato di illustrare in questa nota, tutto il dibattito europeo ne dovrebbe risultare sconvolto, secondo le linee direttrici che raccomandiamo con questa nota.

Desideriamo, con la presente, fornire al Movimento Europeo e ai nostri lettori, suggerimenti e materiali utili per questo impegnativo periodo di attività. Stiamo preparando nuove manifestazioni ed opere dedicate specificamente alla Conferenza.

Associazione Culturale Diàlexis

La questione linguistica dopo Brexit non è procrastinabile.

LINKS:

1)Alla Piattaforma dei Cittadini: futureu.europe.eu#

2)Alle proposte già inserite nella Piattaforma:

Role of the European Movement within European Institutional framework

Role of the European Movement within European Institutional framework – Idee – Democrazia europea – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Agenzia Europea per la Tecnologia Agenzia Europea per la Tecnologia – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Accademia digitale europea Accademia digitale europea. – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Agenzia Internazionale Per Il Principio Di Precauzione (https://futureu.europa.eu/processes/OtherIdeas/f/8/proposals/1458)

Trattati Internazionali sulle armi autonome (LAWS)( Trattati Internazionali sulle armi autonome (LAWS) – Idee – Altre idee – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Legge organica sull’ intelligenza artificiale

Legge organica sull’ intelligenza artificiale – Idee – Altre idee – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

European Digital Champions

European Digital Champions – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Regolamento organico per le piattaforme digitali  Regolamento organico per le piattaforme digitali – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Codex Juris Technologici

Codex Juris Technologici – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Accademia Militare Europea

Accademia Militare Europea – Idee – L’UE nel mondo – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A European Intelligence Service

A European Intelligence Service – Idee – L’UE nel mondo – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A European Group of Strategical Reflection

A European Group of Strategical Reflection – Idee – L’UE nel mondo – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A Multi-level Task Force for European Constitutionalism

A Multi-level Task Force for European Constitutionalism – Idee – Democrazia europea – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Basic Points of a Constitutional Frame for Europe’s Multi-level Governance

Basic Points of a Constitutional Frame for Europe’s Multi-level Governance – Idee – Democrazia europea – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Rewording the European Charter of Rights

Rewording the European Charter of Rights – Idee – Democrazia europea – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A Task Force Concerning the Linguistic Regime of the Union

A Task Force Concerning the Linguistic Regime of the Union – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Motore di Ricerca Europeo

Motore di Ricerca Europeo – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Piattaforma Commerciale Europea

Piattaforma Commerciale Europea – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Piattaforma social europea

Piattaforma social europea – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Publishing, Movies and Tourism about European Culture

Publishing, Movies and Tourism about European Culture – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

 Piattaforma della cultura e identità europee

Piattaforma della cultura e identità europee. – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Curricula europei

Curricula europei – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

European Philosophical Academy

European Philosophical Academy – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

European Philological Academy

European Philological Academy – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A European Theological Academy

A European Theological Academy – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Accademia Superiore Europea

Accademia Superiore Europea – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

3)Agli eventi già realizzati:

COME GUARIRE LA MALATTIA DELL’ EUROPA (COME CURARE LA "MALATTIA DELL' EUROPA"? – Eventi – Altre idee – Conference on the Future of Europe);

4)Ai volumi già  pubblicati sugli argomenti pertinenti alla Conferenza, e, in particolare:

a)10.000 anni d’Identità Europea, Primo Volume, Patrios Politeia ,Torino, 2006 (cfr amazonaws.com);

b)Re-starting EU Economy via Technology-intensive Industries(cfr. Microsoft Word – Economy 22 settembre.docx (amazonaws.com);

c)Codex Juris Technologici (cfr Corpus Juris Technologici – Riccardo Lala, Associazione Culturale Diàlexis – Alpina – 9788890247064 (streetlib.com);

d)European Technology Agency (cfr PaginedaRiccardoLalaEUROPEANTECHNOLOGYAGENCYpreview_aefbf634-8bee-44e3-b424-786c7a6bde6d.pdf (amazonaws.com);

e)L’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale di Torino(cfr L’Istituto per l’Intelligenza Artificiale di Torino – Documentazione e Riflessioni (amazonaws.com).

f) Es Patrida Gaian (Es Patrida Gaian – AA VV – Associazione Culturale Diàlexis – Alpina – 9788834120330 (streetlib.com)

g)Il ruolo dei lavoratori nell’ era dell’ intelligenza artificiale

(anteprima_9c541f10-3c5e-4be2-9353-bd9e2059470b.pdf (amazonaws.com)

Data l’importanza e l’urgenza delle attività in corso, preghiamo i nostri lettori di segnalarci i loro interessi, le loro  osservazioni, le loro obiezioni e le loro proposte, da inserire nei nostri programmi, e soprattutto il Movimento Europeo di aprire al più presto un dibattito su questi temi.

TECNICA, POLITICA E FILOSOFIA:

dibattito avviato fra Massimo Cacciari e Donatella De Cesare

Donatella De Cesare

E’ senz’altro positivo che la designazione a primo ministro di Mario Draghi abbia ravvivato il dibattito sui ruoli di tecnica, politica e filosofia (certamente il problema numero uno del nostro tempo).

Il governo dei tecnici era stato posto all’ordine del giorno fin dagli albori della Modernità, dal socialismo utopistico,l’ altra faccia del positivismo. Come giustamente osservava già Heidegger, questa “Tecnica” non era qualcosa di puramente tecnico. Essa era infatti quella “nuova scienza” mediante la quale, secondo il Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco, l’uomo si sarebbe “salvato da solo”. Secondo Enfantin e Comte, questi tecnici-teologi avrebbero dovuto divenire i nuovi politici. In effetti, qualche decennio più tardi,  epoca appaiono i primi tecnici al governo: Rathenau, Bogdanov, Salazar, Hoover, Goering, Einaudi….

Intanto, la tecnica condizionava sempre più la società e la cultura: la rivoluzione industriale, il marxismo, taylorismo e fordismo, corporativismo…Auschwitz e la bomba atomica portano al centro del dibattito politico la Questione della Tecnica, e la corsa agli armamenti e allo spazio e la coesistenza pacifica segnano un ulteriore momento di valorizzazione politica della tecnica, che diviene l’arena in cui si affrontano le diverse visioni del mondo modernistiche per affermare la loro rispettiva superiorità.

Non per nulla, la lunga fase che va dagli Anni 50 agli anni 80 è dominata, in URSS, dall’ Ingegner Brezhnev. Secondo l’economista Oskar Lange, il socialismo avrebbe potuto prevalere sul capitalismo solamente grazie all’ informatica: l’Ideologia Californiana postula una tecnocrazia digitale capace di realizzare una sintesi fra i due sistemi: la “Googleization of the World”. E, difatti, con i manager di Google, compare una tipologia sociale inedita, che realizza quest’idea del tecnico  come sintesi fra il teologo, il filosofo, l’imprenditore e il politico.

E’ senz’altro positivo che la designazione a primo ministro di Mario Draghi abbia ravvivato il dibattito sui ruoli di tecnica, politica e filosofia (certamente il problema numero uno del nostro tempo).

Il governo dei tecnici era stato posto all’ordine del giorno fin dagli albori della Modernità, dal socialismo utopistico,l’ altra faccia del positivismo. Come giustamente osservava già Heidegger, questa “Tecnica” non era qualcosa di puramente tecnico. Essa era infatti quella “nuova scienza” mediante la quale, secondo il Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco, l’uomo si sarebbe “salvato da solo”. Secondo Enfantin e Comte, questi tecnici-teologi avrebbero dovuto divenire i nuovi politici. In effetti, qualche decennio più tardi,  epoca appaiono i primi tecnici al governo: Rathenau, Bogdanov, Salazar, Hoover, Goering, Einaudi….

Intanto, la tecnica condizionava sempre più la società e la cultura: la rivoluzione industriale, il marxismo, taylorismo e fordismo, corporativismo…Auschwitz e la bomba atomica portano al centro del dibattito politico la Questione della Tecnica, e la corsa agli armamenti e allo spazio e la coesistenza pacifica segnano un ulteriore momento di valorizzazione politica della tecnica, che diviene l’arena in cui si affrontano le diverse visioni del mondo modernistiche per affermare la loro rispettiva superiorità.

Non per nulla, la lunga fase che va dagli Anni 50 agli anni 80 è dominata, in URSS, dall’ Ingegner Brezhnev. Secondo l’economista Oskar Lange, il socialismo avrebbe potuto prevalere sul capitalismo solamente grazie all’ informatica: l’Ideologia Californiana postula una tecnocrazia digitale capace di realizzare una sintesi fra i due sistemi: la “Googleization of the World”. E, difatti, con i manager di Google, compare una tipologia sociale inedita, che realizza quest’idea del tecnico  come sintesi fra il teologo, il filosofo, l’imprenditore e il politico.

Henri de Saint Simon

1.La Commissione NSCAI: trionfo della lobby informatica

Per il direttore tecnico Kurzweil, la transizione digitale porta automaticamente con sé il superamento dell’ uomo da parte delle macchine; per Eric Schmidt (nominato dal Congresso americano presidente della Commissione NSCAI), Google avrebbe sostituito Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo. E, in effetti, l’oggetto stesso della Commissione NSCAI è proprio un immane sforzo volontaristico dell’America per raggiungere la Cina nel campo dell’Intelligenza Artificiale, nell’ambito dello sforzo ancor maggiore promosso dalla Risoluzione S 1169.

Si tratta di riproporre, nei confronti della Cina, quello stesso programma di contenimento tecnologico esercitato, nei confronti dell’ URSS, ai tempi dello Sputnik e di Gagarin. Si tratta anche di disciplinare gli alleati, i quali dovrebbero rinunziare alle loro velleità di “Autonomia Strategica Digitale” nel nome di una presunta comunità di valori e d’interessi all’ interno di una pretesa “civiltà occidentale”.

E’ chiaro come, in questo contesto, la tecnica divenga più che mai un momento determinante della lotta per il potere mondiale: dal punto di vista esistenziale (per il rapporto uomo-macchina); da quello ideologico (per la “curvatura etica” data alle diverse politiche del digitale); da quello militare (per il legame fra controllo totale e guerra nucleare); dal punto di vista sociale (per la pregnanza del digitale nel configurare l’umanità del futuro); da quello economico (per la capacità dei GAFAM di drenare enormi quantità di risorse da un continente all’ altro); da quello politico, per la possibilità, attraverso i social networks e lo spionaggio elettronico, di manipolare l’opinione pubblica e l’elettorato (basti pensare alla controversia fra il Movimento 5  Stelle e la Casaleggio e Associati).

In questa situazione, è ovvio che i tecnici hanno già di fatto in mano, non soltanto la politica e la comunicazione, ma anche l’ Accademia, che tutte dipendono dai GAFAM (per le possibilità di ricatto, le enormi ricchezze, i legami con lo spionaggio, e con l’editoria, i finanziamenti alla ricerca.Come stupirsi allora se, anche dal punto di vista formale, il governo di un certo numero di Paesi venisse affidato anche formalmente a dei tecnici?

La competizione sino-americana per l’ Intelligenza Artificiale

2.Il caso Draghi

Per la verità, non sembra che il caso Draghi costituisca la svolta determinante a questo riguardo. In effetti,  è vero che Draghi è emerso attraverso un lungo processo, non elettorale, bensì di cooptazione (accademica, burocratica, governativa, presidenziale), però anche quest’ultima presuppone una non comune abilità politica e un notevole grado di complicità con le tendenze ideologiche e di potere dell’élite dominante.

Quando si contrappongono i “tecnici” ai “politici”, s’intende riferirsi ai “politici democratici”, vale a dire quelli emersi da un curriculum di tipo elettorale. Ma, se così è, buona parte dei leaders storici dell’Occidente non sono affatto emersi da un confronto elettorale, bensì da percorsi diversi. Basti pensare ad Eisenhower, a De Gaulle, a De Gasperi, a Togliatti, alla Merkel, a Di Pietro, Berlusconi, Ciampi, Monti, Grillo…

Certamente, il monopolio della tecnica non è riconducibile tanto all’universale  aggiramento dei processi democratici, bensì molto di più a un fenomeno ancor più importante e generalizzato: l’impossibilità per i cittadini dei Paesi democratici d’influire comunque in qualche modo sulla scelta dei fini della politica.

Anche questa non è una novità. Avrebbero potuto i vari Paesi d’Europa rifiutarsi, dopo la IIa Guerra Mondiale,  di aderire ai blocchi, rispettivamente, americano o sovietico? Avebbero potuto fuoriuscire dall’ “società dei consumi”? E, oggi, è l’Europa libera di conquistarsi, come preteso da Macron, Merkel e Borrell, la propria “sovranità strategica” (culturale, militare, tecnologica, economica)?

Erich Schmidt alla presentazione di “The New Digital Age”

3.Il fine della Modernità

In realtà, nonostante la debolezza delle “teorie del complotto”, non si può negare che i fini dell’Europa e del mondo fossero stati effettivamente definiti in modo non trasparente già dai fondatori dell’ Idealismo, da imprenditori visionari come Saint Simon, Owen e Fourier; da sette integraliste come la Chiesa Positivistadi Auguste Comte, i Cosmisti russi,  la “Singularity University”; da multinazionali come  quelle dei  GAFAM e dei BATX, rispetto ai quali i politici, da Eisenhower a Prodi, da Juncker a Renzi, fino a Biden e all’attuale Commissione Europea, sono stati e sono in evidente soggezione.

Come risultato di questo processo storico, il Fine della Storia fissato all’ Umanità intera dal Complesso Informatico-Militare è oggi rappresentato dall’ unione fra uomo e macchina, fra natura e tecnica, fra impresa e Stato, in un’unica Megamacchina, capace di controllare il mondo intero, e di sopprimere tutte le alterità, e quindi la stessa vita sulla terra.

E’ stato inutile che, nell’ultimo secolo,  pensatori come Huxley e Asimov, Joy e Rees, si siano adoprati per denunziare i lati oscuri di questo progetto e proporre alternative: grazie alle strette connessioni fra il “post-umanismo” e la “Società dell’ 1%”, il progetto nichilistico sta procedendo , e la stessa competitività anche militare fra gli Stati Uniti e il resto del mondo rischia di accelerare la presa di potere delle macchine, grazie alla “guerra al tempo delle macchine intelligenti”, che, secondo Manuel de Landa, sarà determinante a questi effetti.

Quest’ obiettivo, solo parzialmente irrealistico, costituisce l’eredità di una millenaria evoluzione, che parte dalle religioni nichilistiche dell’ antica India, passa per il dualismo esasperato della cultura persiana, riemerge carsicamente nelle Religioni Occidentali, per  reincarnarsi infine nel messianismo immanentisticodella Modernità, per incarnarsi nel modo più estremo nella Società del Controllo Totale e nella Guerra al Tempo delle Macchine Intelligenti (de Landa), inaugurata ufficialmente qualche giorno fa con l’utilizzo, nella guerra civile libica, del drone intelligente assassino “Kargu” dell’ Esercito Turco.

IL sottosegretario americano Blinken

4.Chi comanda in Europa?

Per ora, il controllo, sull’ Europa del Complesso Informatico-Militare, è solamente indiretto. Infatti, l’Europa non possiede un suo moderno esercito digitalizzato. Pertanto, l’importante è renderle impossibile arrivarci, in modo ch’essa assista impotente alla presa del potere a livello mondiale delle macchine intelligenti.

A questo scopo bastano gli strumenti di un’America a sua volta controllata dai GAFAM: i poteri del Presidente; le lobbies delle grandi famiglie; il DoD ;l’ “intelligence community”; Hollywood…

Come afferma giustamente Donatella De Cesare, “Dietro il Tecnico, tanto più se ben funzionante come ora, spunta l’ingranaggio di una governance amministrativa che minaccia di rendere superfluo e vacuo il Politico”.A nostro avviso, la realtà è ancora più complessa, perché la “governance amministrativa” dei Ministeri, della Commissione Europea, delle Associazioni di categoria, è essa stessa impotente ed eterodiretta, come dimostrano gli sconcertanti rapporti fra i GAFAM, Juncker, le Istituzioni, Renzi; quelle fra la Mackinsey e l’ attuale Governo; quelli fra Rothschild e Macron; e, infine, l’inaudita vicenda dello spionaggio della Danimarca, per conto degli USA, contro i leaders europei.

Per questo, la conclusione di Donatella di Cesare ci sembra esageratamente ottimistica: “Perciò, malgrado tutto, bisogna far sì che il Politico si riprenda presto il proprio ruolo.”Perché ciò avvenga, non basterebbe certo che, eletto Draghi a Presidente della Repubblica, si tenessero finalmente delle elezioni, ma sarebbe invece preliminarmente necessario un ben più profondo rivolgimento a livello europeo, in forza del quale potesse emergere un nuovo schieramento, alternativo a quelli attuali, che si opponesse a dare per scontato che il Fine della Storia è un sostanziale passaggio di consegne fra l’ uomo e la macchina. Tra l’altro, solo allora si potrebbe parlare di una democrazia europea, cioè della possibilità di scelta fra due reali alternative.

Inoltre, affinché il passaggio di consegne alle macchine fosse veramente scongiurato non  basta certo la cosiddetta “etica dell’ Intelligenza Artificiale” di cui tanto si parla. Come ha scritto Padre Philip Larrey, se si considera che praticamente tutto il sistema digitale è una colossale arma autonoma ancillare alla guerra nucleare, è impossibile darle un’etica, che non sia il dovere di uccidere. Infatti, lo scopo di un’arma è quello di uccidere.

Inoltre,l’etica la possono avere solo degli uomini, che, con il loro libero arbitrio, possono decidere, a loro rischio e pericolo, di fermare quell’ arma.

Infine, come ha fatto rilevare lo stesso Schmidt, sarebbe anche impossibile imprimere nell’ Intelligenza Artificiale, un’”etica universale”, perché le etiche sono molte, e sono situate storicamente e geograficamente.

5.L’Europa, unica barriera contro il Controllo delle Macchine Intelligenti

Un’Europa non dipendente dalla Tecnica  avrebbe una cultura molto diversa da quella attuale, basata sulla  “salvezza dell’ uomo attraverso la tecnica”, in una “Fine della Storia” che elimini il conflitto eliminando la differenza. Come aveva scritto in modo insuperabile già Ippocrate, gli Europei, essendo localizzati in un Paese molto frastagliato e differenziato, hanno sviluppato fin dai primordi il carattere dell’ “Autonomia”, che li rende insofferenti non solo ai poteri troppo centralizzati, bensì anche agli eccessi di conformismo e di moralismo, che soffochino la loro personalità. Solo degli Europei molto differenziati, che ricerchino ciascuno a suo modo l’eccellenza, possono avere in sé lo stimolo a reagire all’ imposizione delle macchine, tenendo sempre viva la necessaria resistenza.

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa ci offre un’occasione imperdibile per affrontare questo fondamentale argomento, eb per tradurlo in proposte concrete di governo.

Conteremmo d’inserire questo dibattito all’ interno, non solo della Conferenza per il Futuro dell’ Europa, bensì anche del prossimo Salone del Libro

CONGIURE CONTRO IL PIEMONTE DIGITALE: si ripete “Il caso Olivetti?”

Le enormi difficoltà che Torino incontra da ormai quasi un anno per farsi riconoscere il ruolo (promessole dal Governo Conte) di sede dell’Istituto Italiano d’Intelligenza Artificiale conferma che vi sono correnti e interessi ostili allo sviluppo di un’industria digitale seria, non solo a Torino, ma, in generale, in Europa.

Ne costituiscono prove l’assenza, nel Recovery Plan-Next Generation europeo e nel PNRR italiano (per ora ancora solo sulla carta) di qualunque previsione a favore della nascita di multinazionali europee del digitale, come pure il fallimento di tutte le iniziative intraprese dalla Commissione per limitare il potere dei GAFAM, e, infine, la violentissima requisitoria del Parlamento Europeo contro l’inattività delle istituzioni e degli Stati Membri per attuare realmente il GDPR.

L’ultima beffa è stata costituita dalla destinazione di 30 milioni (che voci di corridoio governative attribuivano all’Istituto), per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nel settore “automotive”, stanziati a favore del Politecnico, mentre invece nulla si sta facendo per l’ Istituto, i cui compiti non dovrebbero essere settoriali, bensì generali, come illustrato in precedenti post, e non possono certo esaurirsi nel canalizzare fondi destinati a determinate imprese.

Prendiamo atto con piacere che i politici torinesi di tanto in tanto reagiscono a questo stallo, ma si tratta d’ interventi isolati e scoordinati.

Eppure, Torino presenterebbe tutte le caratteristiche per sviluppare un’industria digitale competitiva, purché le pubbliche Autorità l’aiutassero, così come il DARPA aveva aiutato la nascita dei GAFAM. Cosa che tanto l’Unione, quanto i Governi nazionali, rifiutano di fare, non rispondendo neppure alle continue sollecitazioni in tal senso.

E non si dica che solo le Superpotenze possono permettersi di creare i loro Campioni Nazionali digitali, perché, come scrive Ruchir Sharma su Foreign Affairs, anche una serie di potenze medie, come India, Indonesia, Turchia, Colombia, Cile, e perfino  Polonia, Kenya e Nigeria, stanno creando i loro campioni.

 Che anche l’Europa (e l’Italia) facessero qualcosa sarebbe il minimo che ci si potrebbe e dovrebbe attendere da un’Unione che vanta addirittura la propria “sovranità strategica digitale”, ma che in realtà sembra orientata piuttosto a rinchiudersi deliberatamente nell’ arretratezza.

1.Si ripetono i misfatti del 1960-61?

La situazione di oggi riporta all’attualità la triste vicenda che portò alla disintegrazione dell’impero Olivetti, e, in particolare, il sogno di Adriano Olivetti di realizzare, intorno a Ivrea, un’impresa digitale di respiro mondiale, culminata nel progetto del calcolatore P101.

L’anno scorso ricorreva il 60° anniversario della morte di Adriano Olivetti, e quest’anno quellom della morte, di poco successiva, del suo direttore Mario Tchou, il “padre” dell’ELEA 9003 e della P 101, deceduto in un misterioso incidente sulla Torino-Milano il 9 novembre 1961 (data  che si riserviamo di commemorare adeguatamente).Secondo il circostanziatissimo libro di Meryle Secrest, una giornalista americana intima degli Olivetti, uscito non casualmente in America nel 2019 e in Italia  l’anno scorso, vi fu un preciso complotto, ch’essa chiama “tempesta perfetta” per impedire che la Olivetti, forte dell’acquisizione della Underwood e del prestigioso progetto P101, divenisse la prima vera multinazionale dell’informatica, con ramificazioni in USA, in Russia e perfino in Cina, e con un background culturale, politico e sociale che anticipava di cinquant’anni la Silicon Valley, realizzando così un mutamento geopolitico di primaria importanza (Il caso Olivetti, Rizzoli, 2020.

Per impedire quel progetto, furono mobilitati politici, imprenditori, banche (a cominciare dalla Banca d’ Italia),governi e servizi segreti,  con l’obiettivo primario di chiudere la divisione informatica, che, secondo Valletta, costituiva “un neo da estirpare”,  come lo stesso Paolo Fresco, che aveva acquisito la divisione per conto di General Electric, ha confermato nelle sue memorie.

La pretesa dei poteri forti che il Piemonte si concentrasse nella produzione di automobili di bassa gamma poteva ancora avere un senso allora, quando l’industria autoveicolistica torinese impiegava 300.000 persone e il mercato italiano assorbiva milioni di vetture, ma non ne ha certo più ora, quando Torino non è che uno stabilimento periferico di Stellantis e tutte le sue attività decisive sono localizzate altrove, mentre invece tutto il mondo corre verso il digitale

2.Torino  è stata svuotata per l’assenza della politica

Di fronte all’ evidenza del fatto che Torino ha bisogno di una nuova attività trainante, quel che resta delle attività passate si coalizza per fare barriera contro il nuovo. Procedendo così, andiamo verso un ulteriore svuotamento della città: dopo la capitale, il cinema, la moda, l’editoria, i cuscinetti a sfere, le macchine da scrivere, la formazione, l’autoveicolistico, che cosa ci possono ancora portare via? Più la città si svuota, più vengono meno le forze sociali che la difendevano: la Corte, l’ aristocrazia, l’esercito, gl’imprenditori, gl’ intellettuali, gli operai, i manager…

La stampa aveva informato la cittadinanza che sarebbe stato costituito un comitato promotore, coordinato da Don Luca Peyron. Qualcosa si sta muovendo?

Con quale coraggio i politici dei vari partiti del territorio si presenteranno alle prossime elezioni amministrative se avranno lasciato cadere la migliore occasione che si è presentata inaspettatamente alla città grazie agli sforzi dell’Arcidiocesi di Torino?

I giochi non sono ancora fatti. Perciò, invitiamo tutti a rimboccarsi le maniche, venendo allo scoperto con concrete proposte al Governo.

Per ciò che la riguarda,l’Associazione Culturale Diàlexis ha fatto tutto quanto possibile, partecipando alle consultazioni del Ministero dello Sviluppo Economico, coinvolgendo le Istituzioni Europee, pubblicando il libro bianco “L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale”(ora disponibile anche in forma cartacea), inserendo il tema nella piattaforma della Conferenza per il Futuro dell’ Europa,  organizzando ben 4 eventi, e lanciando una petizione indirizzata al Presidente Draghi e al Ministro Giorgetti, ed è ancora a disposizione per procedere oltre in queste attività.

Tuttavia, occorre accelerare, perché tutto il mondo si sta muovendo.

Chi si ferma è perduto!

ISTITUITA IN VATICANO LA FONDAZIONE RenAIssance, che si occuperà d’intelligenza artificiale.

Stupisce, dinanzi alla lentezza dell’Italia, dell’Unione Europea e perfino degli Stati Uniti e della Cina, nel darsi una struttura dedicata all’ Intelligenza Artificiale, la rapidità di azione dimostrata invece in questo campo da parte del Vaticano.

Mentre, infatti, la Commissione NSCAI ha appena proposto al presidente americano la costituzione di un Artificial Intelligence Board, e l’ Italia fatica a dare attuazione all’idea, espressa dal Governo Conte, di creare a Torino l’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, il Vaticano ha già creato la sua fondazione.

E, a ben vedere, non vi è, in questo, nulla di eccezionale, giacché, come insistiamo a dire da molto tempo, l’Intelligenza Artificiale rientra senz’ ombra di dubbio nell’ esperienza religiosa, come affermato con decisione da autori diversi  quali Meyrink, Capek, Teilhard de Chardin, McLuhan, Pouwels, Idel e Kurzweil, e il Vaticano ne è da tempo consapevole.

Uno dei temi più ricorrenti a questo proposito è quello, caro già a Newton, dell’azione tecnica quale prosecuzione dell’opera creatrice di Dio. L’altro è quello, attribuito dal mito a Rabbi Loew, secondo cui i Golem verrebbero  creati per proteggere dalle persecuzioni il popolo d’ Israele. Secondo Capek, poi, l’esistenza di automi capaci di riprodursi sarà un dono di Dio all’Umanità per ovviare alla decadenza dell’umano, espressa dalla crisi della natalità.Per gli Hojjatiyye iraniani, l’esistenza dell’intelligenza artificiale sarebbe un segno dell’approssimarsi dell’ avvento del Mahdi.Poi, per Kurzweil, l’intelligenza artificiale sarà una realtà sovraumana in grado di decidere la sorte dell’Universo. Infine, secondo McLuhan, la rivoluzione elettronica avrebbe costituito semplicemente l’avvento dell’ Anticristo.

Per ciò che riguarda la Chiesa, essa si trova da sempre al centro dei dibattiti sull’ Intelligenza Artificiale, in quanto ad essa il pensiero rivoluzionario settecentesco attribuiva  la funzione storica di aver anticipato, con la sua escatologia, la sua ecclesiologia e la sua etica, la nuova “Religione dell’ Umanità”, la “nuova mitologia” idealistica e positivistica, che sfocerà  alla fine nella “religione di Internet” quale principio di ”quasi eternità”.

La Chiesa stessa non è stata certo estranea alla nascita di queste narrazioni, in particolare attraverso le opere di Teilhard de Chardin, a cui, non per caso, ancora due anni fa la Chiesa aveva rifiutato di togliere l’interdetto.

Il dibattito sull’ Intelligenza Artificiale parte dal Golem di Praga

1.I presupposti culturali dell’ intelligenza artificiale

Giustamente, quindi, la Chiesa si è preoccupata dei presupposti culturali dell’ Intelligenza Culturale, sponsorizzando la firma, nel 2020, del “Rome Call for AI Ethics. A livello locale, l’ Arcidiocesi di Torino, si è battuto e si batte per la creazione dell’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale di Torino.

Come risulta dal titolo del “Call”, la “questione culturale” dell’ Intelligenza Artificiale tende a identificarsi, per la Chiesa  come per l’accademia, per l’industria e per la politica, con la “questione etica”, che vede, sostanzialmente, l’ Intelligenza Artificiale come  uno strumento di governance, che, come tale, è neutro, e può quindi essere utilizzato in modo “etico” o “non etico”. Impostazione discutibile, poiché, come affermato da Heidegger, “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, bensì una realtà esistenziale.

Per questo suo approccio limitativo, il “call” si inseriva nella sequenza degl’infiniti “codici etici” emanati da organizzazioni professionali ed accademiche,e ripresi sostenziamente nella recente normativa UE. Tali codici riprendono sostanzialmente l’insuperata idea delle “Tre Leggi della Robotica”, le quali a loro volta si riducevano all’ unico comandamento secondo cui i robot non debbono fare nulla che sia dannoso per l’ Umanità.Per altro, tutta la sterminata produzione letteraria di Asimov, inventore delle Tre Leggi,  ha avuto per obiettivo quello di dimostrare esse, ch’egli, negli Anni ’50 del XX Secolo, immaginava fossero adottate dall’ umanità del futuro, non avrebbero mai potuto funzionare, perché un precetto normativo non è  fa parte del linguaggio macchina, e, inoltre, perché l’Intelligenza Artificiale presuppone proprio l’autonomizzarsi della macchina dalla logica umana.

L’Intelligenza Artificiale parte dallo “Hair Trigger Alert” dei missili nucleari

2.Etica dell’ Intelligenza Artificiale ed Equilibrio del Terrore

Anche noi riteniamo che la formulazione di precetti etici destinati alle macchine (o agli sviluppatori che devono progettare le macchine) sia inefficace. Ma, quand’anche vi fosse questa possibilità di trasfondere in algoritmi dei principi normativi generali ed astratti , sorgerebbero problemi di altro genere.

Infatti, innanzitutto,  come ha dimostrato De Landa,  l’intero universo macchinico è parte integrante di un sistema geopolitico fondato sull’ equilibrio del terrore. Anche le applicazioni più innocenti come i cellulari o Alexa, essendo utilizzati per controllare il comportamento delle persone, fanno parte dell’ intelligence finalizzata ad anticipare un colpo nucleare avversario. Le macchine vengono usate prioritariamente per garantire  la Mutua Distruzione Garantita (MAD), che non è certo un principio etico. Etico è disattivarle, come dimostrato nel 1983 dal Tenente-Colonnello Petrov.

Secondo il mito, l’inventore del Golem, Rabbi Loew, poteva disattivarlo sostituendo una scheda nella sua testa

3.La virtù nell’ era delle Macchine Intelligenti

Quindi, i principi etici vanno inculcati prima nei membri della classe dirigente che controlla le macchine. Ed è ciò di cui sembra si stia discutendo fra le Superpotenze, con incerti risultati, come dimostrato per esempio dalle parallele discussioni sulla messa al bando delle armi nucleari e sulle armi autonome. Tuttavia, un effettivo controllo sulle macchine presuppone la capacità dell’ umano di mantenere un elevatissimo livello di efficienza, quale quello richiesto ad “analisti” dell’ Armata Rossa, come il Tenente Colonnello Petrov, capace di individuare in pochi secondi un errore di funzionamento della difesa nucleare sovietica, di assumersi la responsabilità di forzare il regolamento militare , e, infine, di imporsi a 150 ufficiali suoi subordinati che chiedevano a gran voce l’attivazione del sistema missilistico.

Per realizzare in tutto il mondo e in ogni momento un controllo capillare contro il malfunzionamento del sistema macchinico, occorre realizzare un’educazione capillare dell’intera umanità, sia dal punto di vista tecnico (conoscenza dei sistemi),sia da quello della maturità filosofica (solida adesione a dei principi),sia da quello decisionale (prontezza di riflessi e forza di carattere), sia, infine, da quello della conoscenza delle complesse normative sui vincoli del sistema macchinico (per esempio, degli accordi internazionali sulle armi autonome).

Per fare ciò, è senz’altro utile il contributo delle religioni, nate in ere di gradi avversità, le cui etiche erano volte in gran parte a forgiare l’uomo per renderlo capace di reagire in modo umano alle continue sfide del mondo. Su queste basi erano state costruite le etiche classica, confuciana, ebraica e cristiana. La concezione delle “virtù” (cardinali e teologali) era  funzionale proprio alla poliedricità delle capacità richieste per far fronte alle più svariate sfide.

La nostra era digitale non è infatti più libera da insidie di quelle degli Stati Combattenti o dell’Impero Romano. Ogni passo avventato, del sistema (guerra nucleare), o di singoli (catastrofi come il Ponte Morandi) può essere fatale per l’umanità.

Secondo Max Weber, ci siamo rinchiusi noi stessi in una gabbia d’acciaio

4. Salvare l’umano dal macchinico

Ma, al di là di questo, giacché “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, è l’avanzare stesso del mondo macchinico che, come vedevano già Max Weber, Heidegger e Anders, ci porta a rinchiuderci nella nostra “gabbia d’acciaio”, paralizzando ogni guizzo di umanità. In questo senso, la resistenza dev’essere ancor più capillare.

Infine, l’argomento  principe che viene usato per disinnescare la paura dell’Intelligenza Artificiale (che, cioè, questa non arriverà mai ad un livello sufficientemente di creatività da sostituire quella umana) è un’arma a doppio  taglio, perché, come dimostra ancor sempre l’esempio di Petrov, il pericolo viene proprio dal carattere conservatore e conformistico dell’informatica. Il regolamento militare, che prevedeva il “first strike” nucleare a meno che non vi fosse un contrordine del Comitato Centrale del PCUS, incarnava la volontà di quest’ultimo di mantenere il proprio potere. Per questo, il rifiuto di telefonare al Comitato Centrale, per quanto oggettivamente provvidenziale, fu considerato una colpa per Petrov, che fu infatti mobbizzato.

Le deviazioni dalla logica del sistema macchinico, o la lotta contro gli abusi di questo, come quelle di Assange, Snowden, e perfino Schrems, sono considerate delle colpe, che vengono sanzionate, non già come tali, bensì attraverso i più svariati mezzi di pressione indiretta.

Il peso che le multinazionali del web hanno in tutte le società contemporanee è dimostrato dal fatto stesso che il “Call for an ethic AI” sia stato firmato innanzitutto, dai GAFAM, responsabili delle maggiori violazioni dell’ etica in campo digitale, oltre dal fatto che la commissione NSCAI sull’intelligenza artificiale, che ha appena concluso i lavori, sia capeggiata da Eric Schmidt, Presidente di Google, il quale, nella sua opera del 2010 “The New Digital Age”, aveva formulato la tesi secondo cui Google avrebbe dovuto subentrare a Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo.

Lo studio dei presupposti culturali, e soprattutto etici, dell’Intelligenza Artificiale, non può non tenere conto di questo vastissimo scenario, ché, altrimenti, si tradurrebbe in un esercizio retorico e propagandistico, né può esimersi da un’azione politica, ci cui la Chiesa, se lo vuole, è senz’altro capace.

Per questo, non possiamo ovviamente non salutare positivamente la nascita della nuova Fondazione, augurandoci ch’essa possa servire di stimolo, da un lato, alla creazione delle corrispondenti istituzioni europea ed italiana, e, dall’ altra, all’avvio, da parte della Chiesa, ma non soltanto, di una riflessione a tutto tondo sul  futuro digitale dell’ Umanità, che vada al di là dei limiti angusti dell’attuale “etica digitale” .

18 maggio 2021 Il Vaticano ha istituito una Fondazione che si occuperà di intelligenza artificiale. Accogliendo la richiesta del presidente della Pontificia Accademia per la Vita mons. Vincenzo Paglia, papa Francesco – con un rescritto ‘ex audientia’ firmato il 16 aprile scorso dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin – ha istituito infatti la Fondazione ‘renAIssance’, con personalità canonica giuridica pubblica, che ha sede nello Stato della Città del Vaticano, presso la stessa Accademia per la Vita. A dare la notizia l’’ANSA. Già approvato anche lo statuto del nuovo organismo. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Vaticano-istituita-Fondazione-per-intelligenza-artificiale-1acbf056-2d7d-4ae6-af11-be217acf8607.htmlCOMUNICATO