CHI COMANDERA’ IN EUROPA? Risposta all’ articolo di Ezio Mauro su “La Repubblica” del 21 Giugno

Come usuale, in Europa comanderanno tutti tranne noi

L’articolo di Ezio Mauro rappresenta, a mio avviso, l’esempio più estremo di scollamento fra le capacità di comprensione della realtà del “mainstream” europeo e la realtà effettiva del mondo contemporaneo.

Infatti, mentre quest’ultimo è dominato, come tutti vedono, e vedrebbero ancor meglio se non venissero sistematicamente disinformati, dalla corsa verso le nuove tecnologie – certamente di USA e Cina, ma non soltanto (anche Vaticano, Russia, Israele, India, Corea del Sud e del Nord, Giappone)- perché queste, come ha detto Putin, “garantiscono il controllo del mondo”, il nostro ”mainstream” si diletta a disputare circa modeste questioni di bilancio.

Come scrive Mauro, il tutto mentre si svolge senz’alcuna copertura mediatica la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che dovrebbe occuparsi proprio di queste cose, e “l’Europa si trova in prima linea come stesse riscrivendo la propria costituzione materiale”.

Teilhar de Cardin, il teologo del postumanesimno

1.Teo-tecnocrazia

Il fatto è che, in Europa ancor più che altrove, il vero potere è oggi inserito nella tecnologia, una tecnologia le cui leve sono altrove.

La tecnologia nasce come fatto religioso, e, quindi, automaticamente, come supremo fatto di potere. Fare miracoli era infatti una prerogativa degli Dei;“eritis sicut Dii” è stata da sempre la grande tentazione. Basti pensare a Dedalo e Icaro, come pure al Golem.

Newton, teologo ed alchimista, aderiva a una setta secondo cui la scienza e la tecnica erano una continuazione dell’opera di Dio, che questi aveva affidato all’ uomo. Il “Primo Programma Sistemico deell’ Idealismo Tedesco”                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           patrocinava  una “nuova scienza”, con cui l’uomo avrebbe creato se stesso. I “cosmisti” russi credevano che andare nel Regno dei Cieli significasse andarvi fisicamente con delle astronavi (concetto non per nulla coniato dal loro Tsiolkowski, e ribadito nel “Gimn-Marsh Kosmonautov” di era sovietica). Ci ricordiamo della frase di Gagarin dallo spazio: “Boga niet” (“Dio non c’è”)?

Di converso, il  gesuita Teilhard de Chardin credeva che lo sviluppo dell’ informatica avrebbe costituito il ritorno di Gesù Cristo (il “Punto Omega”), mentre Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google, crede che esso permetterà la fusione fra uomo e natura (la “Singolarità Tecnologica”).

Il Vaticano ha appena creato una Fondazione RenAIssance, dedicata all’intelligenza artificiale.

L’Intelligenza Artificiale, redentrice dell’ Umanità. Come potrebbero delle superpotenze come la Russia e gli Stati Uniti, che si credono investite della missione di salvare, l’una, l’ Europa, e, l’ altra, il mondo, esimersi dalla corsa verso la Singolarità Tecnologica? Come potrebbero le Chiese astrarsi da questa competizione?

Nel soffitto della Rotonda del Congresso, dissacrata dai Trumpiani, c’è l'”Apotheosis” di Giorgo Wahington, la sua trasformazione in un dio

2.”Chi saranno i signori della Terra?”

Questa competizione apocalittica era stata anticipata da Nietzsche sotto la voce “Grande Politica”. Per questo filosofo, che ricalcava da vicino gli archetipi delle varie Apocalissi, prima dell’avvento del Superuomo, vi sarebbe stato l’ultima grande battaglia, appunto, per la “signoria della Terra”. E non dimentichiamo ch’egli pensava che questo conflitto l’avrebbe vinto l’Europa.

Ora Mauro pone la stessa domanda, ma vi dà una risposta estremamente più banale. Dove gli attori sono la Commissione, gli Stati membri, il populismo, il liberismo.

In realtà, in Europa non comandano oggi le istituzioni, né europee, né nazionali. E’ questa la ragione dell’insolubilità dei suoi problemi, e questo è l’unico, centrale, tema di riforma: la “Sovranità Europea”: solo  con essa gli Europei comanderanno in Europa e potranno discutere efficacemente con il resto del mondo

Come si può vedere in mille occasioni, dai progetti tecnologici,  alle guerre in Medio Oriente, allo spionaggio, alle sanzioni, all’ antitrust, ai paradisi fiscali,  i diktat, non solo del Presidente americano, ma perfino dei GAFAM, sono determinanti per fare cambiare politiche faticosamente concordate fra gli Europei: dall’ Eurofighter, alla Web Tax, alla Via della Seta, al Trattato con la Cina.

Le previsioni su chi comanderà in Europa non possono quindi prescindere da uno studio, seppure sommario, delle strategie delle Grandi Potenze, e, in primo luogo, degli Stati Uniti.

Questi ultimi, dopo la caduta del Muro di Berlino, erano convinti di avere oramai mano libera per il controllo del mondo intero. Giacché, però, proprio in quel momento incominciavano ad intravvedersi gl’inizi di nuovi movimenti di resistenza, potenzialmente più pericolosi del comunismo brezhneviano, come l’ Islam politico degli Ayatollah, gli USA avevano  preso in mano la strategia digitale dei guru californiani, consistente nel controllare ogni attività, umana e non, attraverso il World Wide Web, i cui nodi essenziali sono sotto controllo americano. In questo modo, la “Fine della Storia” non sarebbe più stata un vuoto slogan, bensì una realtà, perché ogni resistenza al centro teo-tecnocratico sarebbe divenuta impossibile.

A quel punto, il maggiore possibile concorrente degli Stati Uniti, la Cina, ha elaborato a sua volta una strategia alternativa, fondata su un’antichissima dottrina militare, quella di MoZi e di SunZu: la “guerra senza limiti”, che semplicemente prendeva atto dell’onnipervasività dell’elemento informatico.

Fu in quella sede che fui coniata l’idea di una “Sovranità Digitale” cinese, copiata vent’anni dopo dai leaders europei. Tale sovranità consiste nel fatto di dotarsi di una rete autonoma dal web americano e possedente le stesse caratrteristiche. Obiettivo, questo, realistico per la Cina per due motivi: la vastità del mercato cinese, superiore a quello americano, e la completa indipendenza del governo cinese da quello americano.

Detto, fatto: oggi, la Cina possiede le stesse strutture digitali degli Stati Uniti, e un mercato digitale superiore a quello di tutto l’“Occidente” messo insieme. Ovviamente, le multinazionali cinesi (BATX) ambiscono a competere sui mercati mondiali con quelle americane (GAFAM), e questo costituisce uno dei principali motivi di conflitto.

Da circa un decennio, gli Stati Uniti sono ossessionati da questa concorrenza, che, non riuscendo a stroncare con strumenti di mercato, cercano di strangolare con mezzi politici (propaganda, boicottaggi, sanzioni, embargo), oramai dettagliatamente programmati con il Final Report della Commissione NSCAI e con la Resolution  1169, che contiene e commenta ampi stralci dei discorsi di Xi Jinping.

A sua volta, la Cina ha approntato una serie di documenti strategici, come “Made in China 2025” e “China Standards “2030”, che descrivono nel dettaglio il percorso per superare gli Stati Uniti  in campo tecnologico entro meno di un decennio.

Nel frattempo, la Russia non è stata a guardare, e si è data un’autonomia digitale parziale dal World Wide Web, in questo imitata dall’India.

Tutto ciò non significa affatto che le Superpotenze non intendano dialogare fra di loro. Come dimostrato dal recente viaggio il Europa di Biden, quest’ultimo, dopo avere richiamato energicamente gli “alleati” europei al dovere di allinearsi al 100% sulle posizioni anti-cinesi e anti-russe dell’ America, è andato a Ginevra (in un castello di proprietà cinese, a scambiarsi complimenti con Putin, e, soprattutto, a concordare un percorso per sostituire, alle consultazioni sui missili nucleari, oramai obsolete, quelle sulla cyberguerra (con cui ambo i Paesi hanno incominciato a colpire gli avversari). Infatti, come ai tempi della Guerra Fredda, è essenziale, da un lato, per la sicurezza nucleare, ma, dall’altra, per il controllo sugli alleati, l’accordo fra le Superpotenze. Così, come prima si adopravano instancabilmente per impedire la proliferazione nucleare, ora si adoprano con altrettanto zelo per impedire la sovranità digitale degli alleati.

Eric Schmidt, Amministratore di Google, presiede la Commissione NSCAI

3. Le previsioni dei documenti americani e NATO

Gli anni dal 1945 al 2021 sono stati caratterizzati in Europa da conflitti a bassa intensità: guerre civili in Est Europa, guerre coloniali e post-coloniali,  invasioni sovietiche, terrorismo, guerra greco-turca, guerre post jugoslave e post-sovietiche, guerre umanitarie.

Gli sviluppi in corso annunziano invece guerre tecnologiche, come quelle  digitali (Styx, Echelon, Wikileaks, Prism, attacchi alle reti baltiche, Cambridge Analytica) e legali (Huawei, Tik Tok,17+1, Sputnik V).

Non sappiamo quanto procederanno le discussioni fra Russi e Americani sul contenimento delle guerre digitali, né quelli, in corso, fra Cinesi e Americani. Presumibilmente, già prima dei fatidici 2025-2030, avremmo anche presenze conflittuali in Europa di hacker arabi, israeliani, turchi, iraniani.

Gli unici ad essere inerti saranno gli Europei, più che mai privi di strumenti operativi, e quindi soggetti passivi e sudditi, se non obiettivi da colpire (soprattutto per danneggiare gli Americani, che immagazzinano da noi truppe e bombe atomiche).

I meccanismi “di coordinamento” previsti con gli Europei nel quadro delle iniziative di Biden sono tutti volti a tenere sotto controllo gli Europei, relegandoli addirittura ad un “terzo livello”, sotto quelli dei “Five Eyes” (UK, Canada, Australia e Nuova Zelanda), e quelli del “Quad” (India, Vietnam e Giappone), come scritto a chiare lettere nella “Resolution 1169”.  I comitati congiunti per le nuove tecnologie e la cybersecurity (previsti nei vari documenti ma tenuti praticamente segreti) saranno a senso unico, nel senso che gli USA ci racconteranno quello che fanno loro, ma noi non faremo praticamente nulla.

Se nessuno fa nulla, l’ Europa diverrà come il Medio Oriente.

4. Probabili conflitti a bassa intensità

In considerazione della competizione conflittuale sul piano mondiale fra gli USA e il blocco eurasiatico, è improbabile che la vita politica in Europa si svolga pacificamente. Più probabile è la prosecuzione di conflitti a bassa intensità, anche con fronti variabili, come in Medio Oriente, fra la superpotenza egemone (USA), lo sfidante europeo (la Russia), un paio di potenti outsider (Cina e Israele), altri outsiders (vari potentati medio-orientali), e, poi, Inghilterra, Turchia, Ungheria, Polonia, e non dimentichiamo neppure il Vaticano. Non dimentichiamo neppure che continuano i conflitti in Ucraina, Azerbaidjan e Kurdistan, e che Catalogna e Scozia non sono certo domate. Né, infine, che, da un lato, l’Unione Europea non rappresenta più, dopo Brexit, la maggioranza degli Europei, e, dall’ altro, che perfino la Svizzera ha interrotto il cammino verso l’integrazione.

L’ Unione Europea  ignora tutte queste criticità, continuando a pensare che i suoi faticosi processi interni siano l’ “ombelico del mondo”, e pretendendo, come ha fatto Borrell, di “avere imparato il linguaggio del potere” Sembra impossibile che i vertici non se ne rendano conto. E’più probabile ch’essi pensino  al loro ruolo come a quello  di Don Ferrante nei “Promessi Sposi”: “sopire, troncare, troncare, sopire”, per poi riuscire ad andare in pensione cumulando vitalizi nazionali ed europei.

Tuttavia, è possibile che, se da parte europea si continua a non attrezzarsi, dal punto di vista culturale, istituzionale, tecnologico, economico e militare (per esempio, con un’Agenzia Europea per la Tecnologia), a comandare saranno, certamente non i vertici europei o degli Stati Membri; probabilmente, non più gli Stati Uniti da soli, bensì una pluralità di poteri, statali e non statali,  in conflitto fra di loro, come succede in Medio Oriente almeno dalla crisi dell’ Impero Ottomano. Chi ne farà le spese saranno i nostri figli.

Se queste sono le intenzioni, era inutile convocare una Convenzione sul Futuro dell’Europa.

LA “DOTTRINA BIDEN” non basta a fermare, né il North Stream 2, né le Nuove Vie della Seta.

La Dottrina Biden: Rigorosissima a parole,
debole nei fatti

La crociata lanciata da Biden contro Russia e Cina ripropone  per l’ennesima volta il secolare obiettivo americano del disciplinamento del mondo sotto l’egida della razionalità occidentale. Obiettivo fondativo ed essenziale, enunziato già da Washington, Emerson, Whitman, Kipling, Mead, Fiske, Wilson, Willkie, Albright, Huntington, Bush, Obama, ma, come si vedrà,  sempre più irrealistico per le contraddizioni insite nella ideologia “occidentalistica”…, come dimostrato dal sostanziale fallimento del richiamo all’ ordine di Biden (cfr. Caracciolo. Biden ha tirato una linea nella sabbia).

Innanzitutto, quella di avere postulato da più di due secoli lo sviluppo di tutta l’Umanità secondo il modello tecnocratico “occidentale”, e poi pretendere che il resto del mondo, ormai  tecnologizzato ma infinitamente più numeroso, non pretenda un ruolo centrale sulla scana mondiale. La logica della “concorrenza”, non solo commerciale, ma filosofica, tecnologica e politica, porta automaticamente alla necessità di “fare carriera”, di “primeggiare” sugli altri. Questo vale per gl’individui, le famiglie, i ceti, le “cordate”, ma anche per le città, le Regioni, gli Stati, i Continenti. Come si può pensare che la Cina o l’India, con i loro miliardi di abitanti e le loro civiltà millenarie, accettino di essere in un qualche modo subordinati a un Paese di 300 milioni e con trecento anni di storia?

Con un approccio solo parzialmente nuovo, e ancor più radicale di quelle precedenti, la “Dottrina Biden” è basata innanzitutto su due iniziative parlamentari “bipartisan” (NSCAI e “Resolution S1169”), miranti ad organizzare un’inestricabile rete burocratica per l’irreggimentazione di tipo militare della società americana e degli “alleati”. Alleghiamo un estratto del “Final Report” della “Commissione NSCAI” e ci riserviamo di fare altrettanto con il “Report S1169” quando sarà definitivo. Essi chiariscono la logica e gli strumenti della “Dottrina Biden” come nessun altro documento. Perciò vale la pena di esaminarne alcuni elementi.

L’adesione, richiesta da Biden, alla crociata anti-eurasiatica, costituirebbe comunque una modifica all’attuale Politica estera e di Difesa dell’ Europa, ultimamente basata sull’ idea della Sovranità Strategica, brandita da Macron, Merkel e Borrell. Tuttavia, anche qui  non ci sono grandi novità, perché, da sempre, nella storia dell’integrazione europea, abbiamo assistito ad un “tira e molla” fra l’ovvia esigenza degli Europei di un minimo di autonomia dall’ America e i bruschi richiami all’ ordine da parte di quest’ultima, dalla congiura contro l’Olivetti, al boicottaggio di Gorbaciov, di Jelcin e dell’ Airbus, a Echelon e Prism, all’uccisione di Calipari,  alle sanzioni di Trump, alla lotta contro i progetti della nuova Via della Seta (Taranto, Trieste, Peljesac, Budapest-Belgrado, autostrada montenegrina,  5G, vendita dell’ IVECO,  Università Fudan…).

In ogni caso, gli Europei hanno rifiutato nei fatti di aderire pedissequamente alla “Dottrina Biden”, proseguendo molti dei loro progetti

Kissinger ha contribuito notevolmente alla grandezza della Cina

1.L’inconsistenza della “Sfida Sistemica”

La definizione propagandistica che l’Amministrazione USA dà della sua iniziativa, come lotta cosmica fra “democrazie” ed “autocrazie” (ampiamente discutibile già dal punto di vista concettuale) cela a malapena la volontà di negare alla maggior parte del mondo il diritto di esprimere la propria cultura e le proprie tradizioni, in stridente contrasto con il vantato multiculturalismo dei “liberal” americani. Le cosiddette “autocrazie” sono infatti semplicemente quella grande maggioranza dei popoli della Terra che non condividono i presupposti gnoseologici, culturali, storici, sociali e/o economici del Mainstream puritano, e che pertanto tentano come possono di organizzare una loro resistenza: non solo i Paesi neo-confuciani, ma anche quelli indici, islamici, del Sud del mondo, e perfino dell’Europa Centro-Orientale. Molti di questi fanno perfino parte delle temporanee alleanze che gli USA riescono a costruire, come la Turchia, l’ Arabia Saudita, l’India, il Vietnam e il Giappone. In pratica, quasi tutto il mondo.

Ma, proprio come ha  dichiarato a caldo l’ Ambasciatore cinese a Londra, “piccoli gruppi di Paesi non possono più dettare legge”.L’attuale  “format”del G7 ha fornito quindi un’ottima occasione ai caricaturisti cinesi per avvicinare la riunione di questi giorni a quelle del 1900 quando i Paesi occidentali si spartirono la Cina dopo la Rivolta dei Boxers.

Il progressivo rafforzamento dell’ esecutivo in buona parte dei Paesi del mondo non deriva da una presunta propaganda cinese, ma è semplicemente un effetto delle modalità attuali di conflitto fra le Superpotenze, fondate sull’ informatica, sul finanziamento di moti insurrezionali, su campagne di stampa orchestrate, su pressioni occulte (la “Guerra senza limiti”), a cui sarebbe difficile resistere senza energiche contromisure, quali, appunto, quelle cosiddette dei “wolves warriors” (e comunque senza un “commander in chief” pronto in ogni momento a rintuzzare gli attacchi degli avversari).Del resto, l’idea della “dittatura” fu inventata dalla Repubblica Romana proprio per fare fronte a siffatte situazioni di emergenza (“Hannibal ad portas”).

La missione diplomatica cinese a Bruxelles è stata più esplicita di quella londinese:  “China has always pursued a defensive national policy, and has kept its military modernization legitimate, open and transparent.
In 2021, China’s defense budget is 1.35 trillion yuan ($209 billion) accounting for 1.3 percent of the nation’s GDP, which is less than NATO’s ‘pass line’,”…… “In contrast, the 30-member NATO alliance has a total military spending as high as $1.17 trillion, making up over half of the global sum and 5.6 times that of China.
….It is crystal clear to the world whose military bases stretch all over the world, and whose aircraft carriers are wandering around to flex their military muscle.” 
China has been committed to peaceful development, but will never forget the tragedy of the bombing of the Chinese Embassy in Yugoslavia, nor the sacrifices of our compatriots’ homes and lives,”

La pretesa americana  che la semplice esistenza di seri concorrenti costituisca un’inaccettabile minaccia sistemica corrisponde alla lettera alle retoriche sull’“irreversibilità del socialismo”, in uso nel Blocco Sovietico al tempo della “Dottrina Brezhnev e  in ultima analisi ad una ormai plurimillenaria tradizione chiliastica inaugurata dall’ Impero Achemenide, ben documentata dalle tombe imperiali di Behistun e Naqs-e-Rustam e dalle Storie di Erodoto, ed a cui il mito occidentale del progresso sui riallaccia.

Nei Paesi europei si vuole instaurare
un sistema di “Blockparteien” come nella DDR

2. L’ideologia “mainstream” europea è in gran parte strumentale alla subordinazione agli Stati Uniti.

Come quello del defunto segretario comunista sovietico, il diktat di Biden si rivolge innanzitutto ai “satelliti” europei, restii ad impegnarsi in una battaglia mirante solo a difendere l’egemonia americana (anche su di loro), che per essi, da un lato, sarebbe “contro natura”(un’”alleanza atlantica” contro la Cina?), e, dall’ altro, indebolirebbe la posizione commerciale, politica e tecnologica dell’Europa in un momento di particolare debolezza, che invece richiederebbe politiche innovative e proattive (come un allargamento worldwide dei mercati, senza pregiudizi ideologici). Questo soprattutto in questo momento, in cui l’esplosione in corso delle esportazioni verso la Cina costituisce l’unica ancora di salvezza contro una crisi endemica, moltiplicata dal Covid.

E’ così che gli Europei sono costretti a perseverare nella politica del doppio binario, continuando a commerciare con tutto il mondo (e soprattutto con la Cina e con la Russia) pur accettando di tanto in tanto di fare dichiarazioni offensive contro le stesse ricopiate integralmente su quelle americane, e, soprattutto, di non essere troppo brillanti per non ingelosire gli Americani. Come ha detto Draghi: ”Essere franchi coi ‘dittatori’, ma cooperare nell’ interesse del Paese”. Le cose più importanti (North Stream, industria automotive) restano dunque impregiudicate.

La questione è comunque ben più complessa di quanto la dipinga l’Amministrazione americana, soprattutto   perché molte delle tradizioni politiche da essa “incriminate” come “autocratiche” sono ben meno aliene a quelle europee di quanto si voglia fare credere, in quanto l’Europa fa pur sempre parte da sempre di un ambiente culturale eurasiatico, dove da millenni è stato ben difficile separare, anche solo concettualmente, i coltivatori medio-orientali dai Popoli dei Kurgan, dalle civiltà neolitiche e dai Popoli del Mare; i Greci dai Fenici; i Macedoni dai Persiani; i Germani dagli Sciti e gli Slavi dai Sarmati; gli Ungheresi dai Turchi e i Polacchi dai Russi….Di conseguenza, vi son ben pochi dei “valori asiatici” che non abbiano precise contropartite in Europa.

Basti leggere “Novissima Sinica” di Leibniz per comprendere che,proprio  ai tempi dell’ Illuminismo, Cina e Russia erano considerati per l’ Europa dei modelli da imitare.

Imporre invece una cesura nella tradizione occidentale in corrispondenza della rivoluzione americana significa implicitamente sancire un’inesistente  superiorità ontologica dell’America sul suo antenato europeo, e, quindi, la necessaria subordinazione, all’ America, dell’Europa, intesa come semplice avamposto americano in Eurasia,  come traumaticamente  chiarito trent’anni fa da Brzezinski a Varsavia. 

Il dibattito sull’ “epistocrazia”, evocato, in suoi recenti articoli da Donatella  Di Cesare,  con riferimento all’ uso degli “esperti” fatto da parte del Governo Draghi, ripropone infatti, un classico tema socratico. Socrate, padre della filosofia europea e grande critico della democrazia, invocava infatti, un “governo degli esperti”. Egli riteneva  che vi fossero degli esperti anche e soprattutto della politica, destinati a governare, al di sopra degli altri ( i veri e propri “specialisti”), sull’insieme della “polis”, Secondo Platone, tali esperti del governo della polis  erano i filosofi, e il loro leader avrebbe dovuto essere il “re filosofo”. Estremamente simile a quelle socratica e platonica, la teoria politica neo-confuciana, la quale sosteneva il governo del “Saggio Imperatore” coadiuvato da un ristretto ordine di “letterati” (“Ru”), selezionato  mediante esami. Questo sistema fu esaltato dai Gesuiti (Lettres Amusantes et Curieuses), da Leibniz(Novissima Sinica), da Voltaire (Rescrit de l’Empereur de la Chine)e da Fresnais (Le Despotisme de la Chine), e fu imitato dal Re Sole nella sua politica economica e dall’ Impero Britannico nella selezione dei suoi funzionari. Ma tutta la storia dell’Europa è una storia di “epistocrazia”, da Ulisse ai Sofisti, alla Ciropedia, a Marco Aurelio, ad Averroè, Maimonide, Federico II, i Gesuiti, gl’Illuministi…

Secondo i teorici odierni dell’“epistocrazia”, l’attuale forma di governo della Cina, fondata sul PCC e sul suo “cuore” (“Xin”), nonché su un sistema di esami  (il famigerato “Gaokao”), costituirebbe  l’attualizzazione della società imperiale antica (“Xiaokang”) retta dai Mandarini (Ru), così come lo sarebbe quello della “città-Stato” Singapore. Del resto, tanto le Istituzioni Europee, quanto l’attuale Governo Italiano, sono, o pretendono di essere anch’essi delle “epistocrazie”, non elette e superiori alla politica ordinaria grazie alla loro asserita maggiore competenza (“il governo dei Migliori”).

La Cina di oggi è un Paese tradizionale, ben lungi dal voler imporre al mondo un’ideologia.

3.Strumentalità delle critiche alla Cina

Quello che fa impazzire d’invidia gli “occidentalisti” è però che l’innegabile successo del “socialismo con caratteristiche cinesi”  dimostra che il flessibile armamentario concettuale neo-confuciano è più adatto a descrivere le realtà effettive delle società  postmoderne (occidentali e orientali) di quanto lo siano gli stereotipi manichei occidentali: Stato o Mercato; “eguaglianza” o “diseguaglianza”; ”democrazie” e “autocrazie”; la “kallipolis” come qualcosa di statico; ecc…Addirittura, con grande scandalo della nostra intelligencija di sinistra,  lo stesso marxismo si riesce a capire bene solo con il ricorso ai concetti confuciani di “Xiaokang” e di “Datong”.Non per nulla, Massimo d’Alema, anziché associarsi al coro di attacchi alla Cina, ha ricordato l’incredibile successo della Cina nel sottrarre alla povertà estrema 800 milioni di persone. Del resto, basterebbe essere stati, come me, in Cina, 43 anni fa, e ritornarci adesso, per riconoscere che v’è stato un progresso incredibile, che non ha paragoni nella storia.

D’altronde, in America, tutta questa avversione per la Cina è nata solo recentemente, perché, invece, era stato proprio Kissinger, negli anni ’70, a rivalutare la Cina come il miglior amico dell’ America per sconfiggere l’ Unione Sovietica. Quando, però, allo scorcio del secolo, la Cina ha superato in tutti i campi gli Stati Uniti, allora  quell’ amicizia è sparita, e sono spuntati il Tibet, gli Uiguri, Hong Kong, ecc…, di cui nessuno si era mai interessato. Di converso, sono scomparsi dal mirino i tanto odiati terroristi islamici, al punto che gli USA, contro il parere del resto del mondo, si stanno ritirando dall’ Afghanistan, per sobillare i Talibani contro la Via della Seta, come è già stato fatto con i Baluci e si sta tentando con gli Uiguri.

D’altronde,  negli Anni 70 e 80, l’ America aveva puntato molto su Osama Bin Laden, Kenan Evren e Fethullah Gülen per  sommergere il “Socialismo Arabo” sotto una marea d’integralisti. Erano state perfino aperte succursali medio-orientali di Gladio, come per esempio  la turca “Komünizmle Mücadele Derneği”. Solo dopo la caduta del comunismo l’America ha finalmente liquidato i suoi alleati scomodi e oramai divenuti inutili. Solo dopo il tentativo di Gülen (che vive in una vera e propria fortezza in Pennsylvania) di rovesciare il governo eletto della Turchia, Erdoğan  è stato obbligato a reprimere il suo movimento,  e il Mainstream occidentale si è scatenato contro la Turchia moderatamente islamica dell’ AKP, a favore del telepredicatore.

Non parliamo dell’ Egitto, dell’Arabia Saudita, India, del Giappone e del Vietnam, ultimi casi d’innamoramento degli USA, in pura funzione anticinese, ma che sono ben noti come esempi egregi di culture autoritarie (l’”Homo Hierarcicus” di Dumont, opposto all’ “Homo Aequalis” occidentale), ma non vengono minimamente attaccati perché servono contro la Cina.

Né  parliamo poi dei “diritti umani” o “civili” di cui non può certo ergersi a maestro il Paese del Colonnello Lynch, della Tratta Atlantica, del Trail of Tears, di Hiroshima e Nagasaki, del napalm, di Echelon, Prism e Guantànamo. Tutto questo furore ideologico contro le “autocrazie” si rivela dunque semplicemente un trucchetto di marketing per nobilitare quello che è in realtà un “Impero nascosto” (Immerwahr) che si regge sulle basi militari, sulla violenza poliziesca e sulla tattica degli “Orazi e Curiazi”, e per demonizzare chiunque tenti in un modo o nell’ altro di “sfilarsi” dagli ordini degli USA.

Il 30 Dicembre 2020, i vertici dell’ Europa aveva concordato con Xi Jinping un trattato: adesso si rimangeranno tutto perchè Biden ha protestato?

4.”La Storia siamo noi!”?

Ma è tutto l’armamentario ideologico del “blocco occidentale” a mostrare falle concettuali di vario tipo. Finalmente, anche sui media “mainstream” si affaccia  per esempio il dubbio che le società occidentali stiano andando, senza accorgersene, come prevedevano già Vögelin,  Chomski e Wolin, e, non ultimi, Assange e Snowden,  verso un nuovo, più radicale, totalitarismo, che nulla ha a che fare con i sistemi confuciano o islamico, bensì con dialettiche intrinseche al sistema teo-tecnocratico occidentale. Anzi, l’idea stessa del “totalitarismo” può essere considerato come una forma di “clonazione” del sistema americano da parte di “società premoderne” soggette ad un radicale fenomeno di “rivalità mimetica”. I Dittatori-presidenti, equivalenti “proletari” dei vecchi sovrani; il “partito” avatar del “New Model Army” cromwelliano e delle sette padrone della Nuova Inghilterra; i “tresty” sovietici semplice trasduzione dei “Trust” americani…

Ad esempio, su La Repubblica di Lunedì 7, Francesco Merlo aveva giustamente notato che la presa di posizione  del 2 giugno del Presidente Mattarella,  che aveva citato una canzone di Francesco de Gregori, “La storia siamo noi”, costituiva  una forma di arroganza del potere verso  chi non si riconosce nel “mainstream” storico e culturale. Merlo ha opportunamente ricordato alcuni “impolitici” che hanno rifiutato la Storia con la s maiuscola (Rimbaud, Nietzsche, Roth, Zweig), oltre che alcuni giganti (come Cristoforo Colombo e Marco Polo) che, secondo Merlo, sono stati cooptati dal Mainstream, ma originariamente erano considerati dei casi anomali. Ha ricordato anche il mito di Ulisse, che, a suo avviso, s’identificherebbe l’esaltazione dell’opposizione al “mainstream” , anche se, a mio avviso, il suo collocarsi agli albori dell’ Epoca Assiale   lo colloca piuttosto nell’ideologia monarchica dell’Ellade arcaica. La polemica in corso sul libro di Nicolas Jubber, “Epico”, conferma quest’interpretazione, non solo per il mito di Ulisse, bensì per l’intera tradizione letteraria europea, ovviamente intrisa dei valori “poliedrici” dell’ Epoca Assiale, che comprendono, certo, la “pietas”, ma anche l’esaltazione della violenza del ceto guerriero, l’elogio dell’intelligenza, ma anche la logica dello schiavismo, la critica della tirannide, ma anche una precisa coscienza cetuale…

In realtà, la fede nella Storia “con la S maiuscola” a cui ha fatto riferimento il Presidente della Repubblica è solo una delle tante possibili prospettive da cui guardare al decorso del tempo. Questa Storia mitizzata è stata, ed è, l’appannaggio di un’infima, anche se rumorosa, e spesso fanatica, minoranza, che include elementi diversi, come alcuni aspetti delle religioni iraniche, la profezia apocalittica gioachimita, la dottrina protestante della Predestinazione, l’hegelo-marxismo, la Teoria della Modernizzazione di Rostow, il Punto Omega di Teilhard de Chardin e la Singularity Tecnologica di Kurzweil, ma non certo la maggioranza degl’intellettuali europei. Questi ultimi avevano espresso per lo più, nel corso del tempo, un atteggiamento scettico verso di essa (Schopenhauer, Guénon, Eliade, l’ultimo Kojève e l’ultimo Fukuyama…). Non per nulla “La distruzione della Ragione” di Lukàcs è praticamente la storia di tutta la cultura mitteleuropea dell’800 e del primo 900. Basti pensare anche al romanzo “La storia” (con la S minuscola) scritto da Elsa Morante proprioper decostruire la mitologia della Fine della Storia.

Ne consegue che la fede nelle “Magnifiche Sorti e Progressive” di leopardiana memoria è stata in realtà imposta in Europa da esigue minoranze, di fronte alle quali le più diverse scuole di pensiero si sono ritirate solo perché sconfitte politicamente, se non militarmente, ma non concettualmente. Come rileva l’articolista, queste minoranze non sono però scomparse, ma continuano ad esistere, seppure perseguitate e represse: “l’angoscia della coscienza infelice in fuga senza fine, lo spaesamento di chi si tira fuori o si mette di lato…”.

D’altronde, come rileva Gaetano Azzariti, quand’anche si condivida l’idea di una Storia tendente al progresso, la presente fase storica rappresenta semmai un regresso, ponendo in evidenza il carattere aperto, non già deterministico, della storia. Riconosciamo la profondità dell’analisi storica dell’ illustre costituzionalista, e concordiamo sulla sua citazione di Pasolini, circa la distinzione fra “Progresso” e “Sviluppo”. Tuttavia, rileviamo anche la costante  incapacità dei teorici più acuti della sinistra di comprendere fino in fondo questa distinzione, a causa della loro chiusura in un’ottica “occidentale”, nella quale la coincidenza fra “sviluppo” e “progresso” è profondamente radicata,  da Newton, a Lessing, allo hegelo-marxismo…

Il Governo quasi unanimistico di Draghi ricorda i primi governi Mussolini.

5.Anche la “Memoria Condivisa” è l’ideologia totalitaria per eccellenza.

La pretesa di costruire la cosiddetta “Memoria Condivisa”, cara a suo tempo soprattutto al Presidente Napolitano, costituisce la prosecuzione teorica di quella violenza pratica esercitata nel tempo dalla minoranza storicistica sulle minoranze antistoriche e antipolitiche, premessa essenziale dell’attuale post-umanesimo, che has fatto esclamare, a De Gregori e Mattarella: “la Storia siamo noi”!.

Questa “Memoria Condivisa” pretende d’imporre, non solamente, come lo storicismo unilineare sopra criticato, una sola interpretazione storica, ma addirittura una sola “narrazione”, emotiva (ma la chiamavano “morale”) prima che storica. Secondo questa pretesa “memoria”, dovremmo “parteggiare per decreto”  per i Greci contro i Persiani, per i giudeo-cristiani gerosolimitani contro San Paolo, per gli eretici contro tutte le Chiese, per il Terzo Stato contro gli altri ceti dell’ “Ancien Régime”, per l’ America contro gli Stati europei, ecc…, per assentire “a posteriori” alla pretesa storia unitaria della civiltà occidentale, che viene spacciata abusivamente per civiltà mondiale.

Tutta la politica culturale, dell’ Unione Europea, degli Stati Membri e della grande editoria sono purtroppo attualmente orientati in tal senso, ed è per questo che non si riesce a far amare l’Europa agli Europei, i quali vorrebbero poter apprezzare anche le Civiltà Anatoliche, i popoli delle steppe, l’Islam, , Bisanzio, la Russia, gl’Imperi Centrali…, e si vedono invece proporre sempre una storia mozzata  (cfr. “From Plato to NATOdi John Gress), che va da Atene e Gerusalemme fino a Washington, passando per Roma, Wittemberg e Putney, ignorando bellamente Costantinopoli, Cordova, Palermo, Kiev, Mosca, Budapest, Praga, Danzica…

Manca quel  peregrinare amoroso degli Europei attraverso il loro Continente, alla ricerca delle loro tradizioni comuni, come ha fatto appunto Jubber con “Epico”: da Itaca a Kossovo Polje, da Roncisvalle a Sutton Hoo, da Leire a Reykiavik, da Worms a Esztergom.

Tutto ciò va ulteriormente chiarendosi (e peggiorando) con la  riduzione di tutti i poteri a quello digitale (Intelligenza Artificiale, Cyberguerra, controllo totale, economia digitale, GAFAM..), a cui corrisponde un’ulteriore omologazione culturale, che, alla decina di scuole di pensiero dominanti nel Dopoguerra (anarchica, socialista rivoluzionaria, marx-leninista, social-democratica, laicista, cristiano-sociale, liberale, conservatrice, reazionaria, post-fascista),  ha sostituito un Pensiero Unico, fondato sul materialismo, l’evoluzionismo, l’occidentalismo, il mito del ceto medio, e soprattutto la “Singularità Tecnologica”. Alle vecchie “Tribune Politiche” con pari diritti, almeno fra i partiti costituzionali, si sono sostituiti i “talk shaw” in cui dei “conduttori” emersi chissà come, strapagati e lottizzati politicamente, invitano sempre i soliti noti che esprimono sempre gli stessi punti di vista,  in spregio ad ogni“par condicio”.

Risultati estremi di quanto sopra sono poi i tentativi, oggi in discussione, di approvare ulteriori svariate leggi liberticide, come per esempio, quella che vieterebbe la ricostituzione del Partito Comunista, e, dall’ altra,  quella che imporrebbe “Bella Ciao” quale inno nazionale. Perfino nei periodi più illiberali, dal Medioevo alla Santa Alleanza, dal bolscevismo ai fascismi, c’era una ben maggiore varietà di punti di vista (Chiesa e Impero, guelfi e ghibellini, Cristianesimo e Islam, cattolicesimo, ortodossia e riforma; monarchie assolute, cristianesimo liberale, carboneria; leninismo, trockismo, nazional-comunismo, autogestione, teologia della liberazione; anarco-sindacalismo, futurismo, nazionalismo, corporativismo, imperialismo, razzismo, peronismo).

Poco rileva che l’attuale “Pensiero Unico” sia suddiviso anch’esso in due “tifoserie” solo apparentemente confliggenti, quella “progressista”, social-libertaria ed egualitaria, e quella ”populista”, repressiva e piccolo-borghese. Né l’una né l’altra sono infatti minimamente interessate alla questione che veramente conta: la difesa della diversità umana, che viene soffocata e ignorata.Ambedue favoriscono di fatto il tentativo dell’Occidente di affermare il proprio totale dominio sul mondo intero, espresso nella “Dottrina Biden”, ambedue chiudono gli occhi di fronte all’ inaudito strapotere di Bezos, Zuckerberg e Musk.

Ne consegue che la situazione che si vuole creare per esempio in Italia, con il mainstream, la memoria condivisa e lo storicismo di Stato, sarebbe sostanzialmente identica a quella esistente in Germania Est  ai tempi della “Dottrina Brezhnev” (la “Blockpolitik” dell’”Alleanza Democratica”), con 5 partiti ed “n” movimenti in Parlamento, dove tutto era lottizzato e gestito dietro le quinte dalla STASI e dall’ Unione Sovietica. Oggi, è più evidente che mai che i GAFAM e i 16 servizi segreti americani ci controllano e ci condizionano ben di più della stessa STASI. Basti dire che perfino nella “neutrale”  Svizzera esisteva una specie di Gladio, e che la Danimarca ha aiutato fino a poco tempo fa gli USA a spiare gli stessi vertici della UE, alla quale essa appartiene.

Per questo possiamo tranquillamente affermare che, alla “Dottrina Brezhnev”, si è sostituita la “Dottrina Biden”

Dimentichiamo sempre che il tanto esaltato presente assetto mondiale si regge sull’equilibrio del terrore

6.La  pretesa “etica occidentale” è il dominio della tecnica.

 I fini concepiti dalle varie “etiche” attuali sono solo diverse declinazioni di un apparente (e decrescente) benessere conseguito attraverso le moderne tecnologie, le quali ultime rivendicano per sé, come unico incontrovertibile valore, la loro indubbia capacità di produrre questo (apparente) “benessere” (Pinker). Si tratta in sintesi dell’etica utilitaristica (o meglio “eudemonistica”) dello “Sviluppo” (Pasolini, Azzariti). Per questa sua natura limitativa, l’”etica” contemporanea non riesce,  a causa dell’“eterogenesi dei fini”, a conseguire nessuno degli obiettivi perseguiti. Non quello di fondare principi assoluti, “validi in ogni tempo e in ogni luogo”, né quello di guidare gli uomini verso la felicità, perché, come scriveva Nietzsche, “la felicità viene solo se non voluta”.

Lungi dal costituire delle verità inconfutabili, tanto l’”expertise” dei tecnici, quanto l’”etica” tecnologica, costituiscono soprattutto delle forme mal celate di propaganda dei “poteri forti”, economici e statuali, che finanziano e condizionano gl’intellettuali, i politici, le università, i media, sì che le loro conclamate “verità scientifiche” o “etiche” sono per lo più delle semplici favolette per sviare l’opinione pubblica.

Giacché poi proprio la scienza, come hanno precisato i suoi grandi teorici, da Wittgenstein a Heysenberg, a Einstein, a De Finetti, a Feyerabend, è, anche quando in buona fede, null’altro, che un processo d’ininterrotta “falsificazione”, il preteso “governo della scienza” di cui spesso si sente parlare, non è  umn’ “epistocrazia”,bensì, nella migliore delle ipotesi, un governo della tecnica (“tecnocrazia”). La quale ultima, a sua volta, non ha fini propri perché nasce come “protesi” dell’Umanità per difendersi, nella sua lotta per l’esistenza, sfruttando, di volta in volta, le diverse prospettive offerte dalla tecnica stessa (Gehlen). Per questo motivo, essa è proteiforme, perché tanto la natura, quanto gli avversari umani, reagiscono alle nuove tecniche con sempre nuove contromisure: contro i vaccini, i virus si sviluppano con nuove varianti; contro le bombe atomiche, gli uomini sviluppano i sistemi antimissile.

La tendenza naturale della tecnica è dunque uno sviluppo senza limiti sospinto dalle passioni umane, e, in particolare, una capacità bellica senza limiti, fino all’ autodistruzione (De Landa). E’ significativo che l’ultima frontiera della tecnologia sia costituita proprio dai sistemi d’arma autonomi, che assicurano la Mutua Distruzione Garantita anche in presenza di un Primo Colpo atomico, e, in particolare, le armi autonome intelligenti, capaci di proseguire la guerra perfino dopo la distruzione totale dell’Umanità.

Inoltre, la tecnica, quand’anche non giunga a distruggere l’uomo direttamente, come con la guerra o con l’inquinamento, lo soffoca nelle sue spire, ponendogli limiti e vincoli prima sconosciuti: la “gabbia di Acciaio” di Max Weber, che avvolge l’uomo con fini “intermedi” ed “effetti collaterali”.

Oggi, i leaders dei GAFAM hanno più potere del Presidente degli Stati Uniti

7.I “guru” dei GAFAM alla guida dell’ “America-Mondo”(Valladao)

Non è dunque vero che la tecnica non abbia “fini propri”. Al contrario, proprio perché è l’insieme degli strumenti che servono all’uomo per superare se stesso, la tecnica ha in sé implicita questa tendenza a distruggere l’Umanità sostituendovisi. In altre parole, la tecnica asseconda l’uomo nella sua ricerca di assoluto, ma, proprio perché questo è impossibile, finisce per distruggerlo (cfr. “L’apprendista stregone” di Goethe). Verso questo fine convergono tanto la tendenza all’ ordine (l’idea di un impero mondiale, che garantisca l’armonia universale, vuoi attraverso una benigna monarchia, vuoi attraverso il livellamento universale), quanto quella al disordine (la Terza Guerra Mondiale).

La consapevolezza di questa tendenza autodistruttiva è la radice ultima delle visioni apocalittiche della Storia, che accomunano tutte le culture “non siniche”(non solo quelle occidentali). E questa è, di converso, la grande suggestione delle culture siniche stesse, le quali non per nulla si propongono oggi quali alternative ai modelli occidentali di sviluppo. Questa differenza, non già quella fra “democrazie” e “autocrazie”, costituisce a nostro avviso, l’elemento distintivo fra “Est” e “Ovest”. E, certamente, l’essere stato trascinato a forza in una geopolitica d’ispirazione apocalittica, e, come tale, dominata dal mito del Progresso, è stato un grande shock per l’Oriente, iniziato con il sincretismo dell’ideologia Taiping, proseguito con le bombe di Hiroshima e Nagasaki, ed ancor ora  solo parzialmente superato.

Questa contrapposizione è particolarmente evidente un momento, come questo, in cui gli Stati Uniti pretendono di “mettere in riga”(“rally”) gli alleati per contrastare la Cina, affidando il compito di dirigere la Commissione NSCAI (sul rilancio dell’ Intelligenza Artificiale in funzione anticinese) proprio a quel presidente di Google, Schmidt, che, nel suo “The New Digital Age”, aveva proposto che la sua azienda si ponesse alla testa degli Stati Uniti per la conquista del mondo, mentre il suo direttore tecnico, Kurzweil, è noto per interpretare tale conquista del mondo come attuazione della “Singolarità Tecnologica”.

In questo modo si  conferma che il motore primo della storia contemporanea è questa lotta della Megamacchina occidentale per imporre l’omologazione digitale al resto del mondo. Quest’”imperialismo progressista” è la ragione della maggior parte degli attuali conflitti, in particolare di quelli con le potenze eurasiatiche.

E’ per questo che, nell’ Ultimo G7, mentre in fondo si sono ammesse varie deroghe all’inossidabile disciplina degli alleati presupposta dalla Dottrina Biden (per esempio nei settori commerciali e ambientali) si è insistito sul coordinamento del settore digitale, che deve restate saldamente in mani americane, per garantire la sottomissione degli Europei all’ America. Altro che “Sovranità Digitale!”

Nello Haft Peykar, Rustam che contempla i “sette ritratti” delle sette spose, simbolo delle diverse
culture del mondo

8.La democrazia internazionale quale pluricentrismo delle culture

Quanto Donatella di Cesare afferma dell’utilità della democrazia intesa quale “proficuo disordine” dovrebbe valere a maggior ragione per il pluricentrismo culturale, dove, proprio per la definizione dei fini dell’Umanità, è necessario concorrano tutte le grandi visioni del mondo: non soltanto quelle chiliastiche, per cui l’escatologia è terrena, ma anche  quelle messianiche, che perseguono un’escatologia puramente spirituale; quelle trascendenti, che ignorano la storia; quelle agnostiche, che perseguono un mondo armonioso senza curarsi del corso del tempo; quelle cicliche, che vedono una continua distruzione e rinascita e, infine,  quelle sincretiche, che si sforzano di conciliarle tutte, o, almeno, alcune.

A mio avviso, l’Europa, se vuole rappresentare, come pretende la Commissione, il “Trendsetter del dibattito mondiale”, deve collocarsi fra queste ultime, come del resto è consono alla sua tradizione “poliedrica”, che vede insieme il mito del Progresso e quello dell’Età dell’ Oro, la concezione lineare della Storia e l’Eterno Ritorno, l’escatologia individuale e quella collettiva…

Purtroppo, secondo il “mainstream” occidentale, “Anche la politica è chiamata a una razionalità crescente e progressiva. Il suo compito sarebbe quello di mettere una buona volta a posto il mondo”: appunto, l’escatologia terrena, che si traduce automaticamente nel blocco della vita. S’impone pertanto una vera e propria rivoluzione culturale, che liberi la cultura degli Europei dal determinismo storico tecnocratico (Azzariti) e dall’arroganza nei confronti delle altre parti del mondo.

E, per realizzare quest’obiettivo, l’Europa deve darsi un sistema educativo e culturale orientato, sulla scia dei Gesuiti, di Spengler, di Toynbee, di Eliade, di Frankopan, allo studio comparato delle culture, un qualcosa che oggi praticamente non esiste, schiacciati, come siamo,  fra “occidentalismo” e specialismo.

Solo così l’ Europa potrà proporsi come il “trandsetter del dibattito mondiale”, non già come un burattibo nelle mani dei tecnocrati californiani.

Gli Europei non possono cambiare idea ogni momento a ogni stormir di fronda

9. Il G7: un compromesso che non soddisfa nessuno

Le dichiarazioni rilasciate alla fine del vertice del G7 costituiscono un pout-pourri  di luoghi comuni contraddittori  che si trascinano da decenni  con il solo effetto di fossilizzare lo status quo. Ricordiamo che già fin dalla Dottrina di Solana sulla Politica Estera e di Difesa, nel 2003, l’ Europa si trascina stancamente fra un ossequio agli USA“perinde ad cadaver” da parte, appunto, di Solana, a un approccio possibilista ai tempi della Mogherini, per poi passare all’ adesione entusiastica al TTIP obamiano, arenatosi spontaneamente, per poi trascinare per ben 13 anni le trattative sul Trattato con la Cina, siglato atipicamente per tele-conference, fino al “congelamento” dello stesso qualche mese dopo da parte del Parlamento.

Quindi, niente di nuovo sotto il sole. Biden non ha inventato nulla, e, soprattutto, non  è riuscito significativamente a fare  più di quanto avessero già fatto Obama e Trump, per intralciare, ove possibile, i rapporti fra l’ Europa e il resto del mondo.

Anche perché i documenti formali contro i quali l’ America si sta scagliando (l’ MOU italiano sulla Via della Seta e il Trattato UE sugl’investimenti) hanno un carattere meramente simbolico, i veri affari essendo conclusi altrove.

La tanto discussa adesione dell’Italia alla Via della Seta non aveva comportato, fin dall’ inizio, nessun incremento significativo del business italo-cinese, perché gl’Italiani si erano auto-limitati già allora per compiacere l’ambasciata americana, eliminando i 2/3 dei business previsti. Invece, i business che contano, dei Paesi che contano non sono stati toccati Il giorno prima del vertice in Cornovaglia, gli Stati Uniti hanno tolto le sanzioni alle imprese tedesche che stavano finendo di costruire il North Stream 2.  Nello stesso modo, nessuno si è sognato di contestare i recentissimi investimenti al 100% da parte di tutte le case automobilistiche tedesche.

Quanto poi all’ idea di Draghi, di “rivedere l’ MOU”, non già di cancellarlo, è quanto mai priva di contenuto, perché l’MOU non aveva praticamente effetti pratici, al di là della solidarietà morale con gli sforzi della Cina.

Infine, la Via della Seta non dipende certo dall’ MOU italiano, perché esiste da decine di migliaia di anni, ed anche oggi è più attiva che mai. Se l’Europa vuole dare un minimo di sostanza alla sua vecchia “iniziativa di connettività”, mai seriamente attuata, e l’America vuole rispolverare la vecchia idea di Hilary Clinton, ciò non farà che dare ulteriore forza alle Vie della Seta, che per loro natura vanno da Roma a Xi’an, e servono a stringere i rapporti fra tutti gli antichi Paesi dell’Eurasia, sottolineando così l’estraneità geografica, storica e culturale dell’America.

Del resto, mentre gli USA e la UE non hanno investito, in questo decennio, praticamente nulla nelle “loro” Vie della Seta, la Cina ha già finanziato un’enorme quantità di autostrade, ferrovie e porti in Cina, e molti in Kazakhstan, Pakistan, Africa Orientale, ex-Jugoslavia, Grecia, Germania, ma c’è ancora tantissimo da fare per completare la prevista rete di trasporti (soprattutto in Europa Orientale e in Persia). Quanto alla “Via della Sete della Salute”,  la Cina ha consegnato nei Paesi in Via di Sviluppo centinaia di milioni di dosi. Se ora anche gli Stati Uniti accetteranno di esportarne qualche decina di milioni, tanto di guadagnato per tutti, ma non scalfisce il primato cinese in questo settore.

Secondo il Final Report, il comitato per l’intelligenza artificiale dovrebbe essere presieduto da Kamala Harris

ALLEGATO

US Congress
FINAL REPORT OF THE NATIONAL SPECIAL COMMISSION ON ARTIFICIAL INTELLIGENCE

COMMISSION MEMBERS

Eric Schmidt Chair Safra Catz Steve Chien Mignon Clyburn Chris Darby Kenneth Ford José-Marie Griffiths

Robert Work Vice Chair Eric Horvitz Andrew Jassy Gilman Louie William Mark Jason Matheny Katharina McFarland

Andrew Moore

Executive Summary

No comfortable historical reference captures the impact of artificial

intelligence (AI) on national security. AI is not a single technology

breakthrough, like a bat-wing stealth bomber. The race for AI supremacy is not like the space race to the moon. AI is not even comparable to a general-purpose technology like electricity. However, what Thomas Edison said of electricity encapsulates the AI future: “It is a field of fields … it holds the secrets which will reorganize the life of the world.” Edison’s astounding assessment came from humility. All that he discovered was “very little in comparison with the possibilities

that appear.”

The National Security Commission on Artificial Intelligence (NSCAI) humbly acknowledges

how much remains to be discovered about AI and its future applications. Nevertheless, we

know enough about AI today to begin with two convictions.

First, the rapidly improving ability of computer systems to solve problems and to perform

tasks that would otherwise require human intelligence—and in some instances exceed

human performance—is world altering. AI technologies are the most powerful tools in

generations for expanding knowledge, increasing prosperity, and enriching the human experience. AI is also the quintessential “dual-use” technology. The ability of a machine to perceive, evaluate, and act more quickly and accurately than a human represents a competitive advantage in any field—civilian or military. AI technologies will be a source of

enormous power for the companies and countries that harness them.

Second, AI is expanding the window of vulnerability the United States has already entered. For the first time since World War II, America’s technological predominance—the backbone of its economic and military power—is under threat. China possesses the might, talent, and ambition to surpass the United States as the world’s leader in AI in the next decade if current trends do not change. Simultaneously, AI is deepening the threat posed by cyber attacks and disinformation campaigns that Russia, China, and others are using to infiltrate

our society, steal our data, and interfere in our democracy. The limited uses of AI-enabled

attacks to date represent the tip of the iceberg. Meanwhile, global crises exemplified by the COVID-19 pandemic and climate change highlight the need to expand our conception of national security and find innovative AI-enabled solutions.

“The NSCAI Final Report

presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict.”

Given these convictions, the Commission concludes that the United States must act now to field AI systems and invest substantially more resources in AI innovation to protect  its security, promote its prosperity, and safeguard the future of democracy. Today, the government is not organizing or investing to win the technology competition against a committed competitor, nor is it prepared to defend against AI-enabled threats and rapidly adopt AI applications for national security purposes. This is not a time for incremental toggles to federal research budgets or adding a few new positions in the Pentagon for Silicon Valley technologists. This will be expensive and require a significant change in mindset. America needs White House leadership, Cabinet-member action, and bipartisan Congressional support to win the AI era.

The NSCAI Final Report presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict. It is a two-pronged approach. Part I, “Defending America in the AI Era,” outlines the stakes, explains what the United States must do to defend against the spectrum of AI-related threats, and recommends how the U.S. government can responsibly use AI technologies to protect the American people and our interests. Part II, “Winning the Technology Competition,”addresses the critical elements of the AI competition and recommends actions the government must take to promote AI innovation to improve national competitiveness and protect critical U.S. advantages. The recommendations are designed as interlocking and mutually reinforcing actions that must be taken together.

Part I: Defending America in the AI Era.

AI-enhanced capabilities will be the tools of first resort in a new era of conflict as strategic competitors develop AI concepts and technologies for military and other malign uses and cheap and commercially available AI applications ranging from “deepfakes” to lethal drones become available to rogue states, terrorists, and criminals. The United States must prepare to defend against these threats by quickly and responsibly adopting AI for national security and defense purposes. Defending against AI-capable adversaries operating at machine speeds without employing AI is an invitation to disaster. Human operators will not be able to keep up with or defend against AI-enabled cyber or disinformation attacks, drone swarms, or missile attacks without the assistance of AI-enabled machines.

National security professionals must have access to the world’s best technology to protect themselves, perform their missions, and defend us. The Commission recommends that the government take the following actions:

Defend against emerging AI-enabled threats to America’s free and open society. Digital dependence in all walks of life is transforming personal and commercial vulnerabilities into potential national security weaknesses. Adversaries are using AI systems to enhance disinformation campaigns and cyber attacks. They are harvesting data on Americans to build profiles of their beliefs, behavior, and biological makeup for tailored attempts to manipulate or coerce individuals. This gathering storm of foreign influence and interference requires organizational and policy reforms to bolster our resilience. The government needs to stand up a task force and 24/7 operations center to confront digital disinformation. It needs to better secure its own databases and prioritize data security in foreign investment screening, supply chain risk management, and national data protection legislation. The government should leverage AI-enabled cyber defenses to protect against AI-enabled cyber attacks. And biosecurity must become a top-tier priority in national security policy.

Prepare for future warfare. Our armed forces’ competitive military-technical advantage could be lost within the next decade if they do not accelerate the adoption of AI across their missions. This will require marrying top-down leadership with bottom-up innovation to put operationally relevant AI applications into place. The Department of Defense (DoD)

should:

First, establish the foundations for widespread integration of AI by 2025. This includes building a common digital infrastructure, developing a digitally-literate workforce, and instituting more agile acquisition, budget, and oversight processes. It also requires strategically divesting from military systems that are ill-equipped for AI-enabled warfare and instead investing in next-generation capabilities.

Second, achieve a state of military AI readiness by 2025. Pentagon leadership must act now to drive organizational reforms, design innovative warfighting concepts, establish AI and digital readiness performance goals, and define a joint warfighting network architecture. DoD must also augment and focus its AI R&D portfolio. Readiness will also require promoting AI interoperability with allies and partners.

Manage risks associated with AI-enabled and autonomous weapons. AI will enable new levels of performance and autonomy for weapon systems. But it also raises important legal, ethical, and strategic questions surrounding the use of lethal force. Provided their use is authorized by a human commander or operator, properly designed and tested AI enabled and autonomous weapon systems can be used in ways that are consistent with international humanitarian law. DoD’s rigorous, existing weapons review and targeting procedures, including its dedicated protocols for autonomous weapon systems and commitment to strong AI ethical principles, are capable of ensuring that the United States will field safe and reliable AI-enabled and autonomous weapon systems and use them in a lawful manner. While it is neither feasible nor currently in the interests of the United States to pursue a global prohibition of AI-enabled and autonomous weapon systems, the global, unchecked use of such systems could increase risks of unintended conflict escalation and crisis instability. To reduce the risks, the United States should (1) clearly and publicly affirm existing U.S. policy that only human beings can authorize employment of nuclear weapons and seek similar commitments from Russia and China; (2) establish venues to discuss AI’s impact on crisis stability with competitors; and (3) develop international standards of practice for the development, testing, and use of AI-enabled and autonomous weapon systems.

Transform national intelligence. The Intelligence Community (IC) should adopt and integrate AI-enabled capabilities across all aspects of its work, from collection to analysis. Intelligence will benefit from AI more than any other national security mission. To capitalize on AI, the Office of the Director of National Intelligence needs to empower and resource its science and technology leaders. The entire IC should leverage open-source and publicly available information in its analysis and prioritize collection of scientific and technical intelligence. For better insights, intelligence agencies will need to develop innovative approaches to human-machine teaming that use AI to augment human judgment.

Scale up digital talent in government. National security agencies need more digital experts now or they will remain unprepared to buy, build, and use AI and associated technologies.

The talent deficit in DoD and the IC represents the greatest impediment to being AI-ready by 2025. The government needs new talent pipelines, including a U.S. Digital Service Academy to train current and future employees. It needs a civilian National Digital Reserve Corps to recruit people with the right skills—including industry experts, academics, and recent college graduates. And it needs a Digital Corps, modeled on the Army Medical Corps, to organize technologists already serving in government.

Establish justified confidence in AI systems. If AI systems routinely do not work as designed or are unpredictable in ways that can have significant negative consequences, then leaders will not adopt them, operators will not use them, Congress will not fund them, and the American people will not support them. To establish justified confidence, the government should focus on ensuring that its AI systems are robust and reliable, including through research and development (R&D) investments in AI security and advancing human-AI teaming through a sustained initiative led by the national research labs. It should also enhance DoD’s testing and evaluation capabilities as AI-enabled systems grow in number, scope, and complexity. Senior-level responsible AI leads should be appointed across the government to improve executive leadership and policy oversight.

Present a democratic model of AI use for national security. AI tools are critical for U.S. intelligence, homeland security, and law enforcement agencies. Public trust will hinge on justified assurance that government use of AI will respect privacy, civil liberties, and civil rights. The government must earn that trust and ensure that its use of AI tools is effective, legitimate, and lawful. This imperative calls for developing AI tools to enhance oversight and auditing, increasing public transparency about AI use, and building AI systems that advance the goals of privacy preservation and fairness. It also requires ensuring that those impacted by government actions involving AI can seek redress and have due process.

The government should strengthen oversight and governance mechanisms and establish a task force to assess evolving concerns about AI and privacy, civil liberties, and civil rights.

Part II: Winning the Technology Competition.

The race to research, develop, and deploy AI and associated technologies is intensifying the technology competition that underpins a wider strategic competition. China is organized, resourced, and determined to win this contest. The United States retains advantages in critical areas, but current trends are concerning. While a competitive response is complicated by deep academic and commercial interconnections, the United States must do what it takes to retain its innovation leadership and position in the world. The U.S. government must embrace the AI competition and organize to win it by orchestrating and aligning U.S. strengths.

Organize with a White House–led strategy for technology competition. The United States must elevate AI considerations from the technical to the strategic level. Emerging technologies led by AI now underpin our economic prosperity, security, and welfare. The White House should establish a new Technology Competitiveness Council led by the Vice President to integrate security, economic, and scientific considerations; develop a comprehensive technology strategy; and oversee its implementation.

Win the global talent competition. The United States risks losing the global competition for scarce AI expertise if it does not cultivate more potential talent at home and recruit and retain more existing talent from abroad. The United States must move aggressively on both fronts. Congress should pass a National Defense Education Act II to address deficiencies across the American educational system—from K-12 and job reskilling to investing in thousands of undergraduate- and graduate-level fellowships in fields critical to the AI future. At the same time, Congress should pursue a comprehensive immigration strategy for highly skilled immigrants to encourage more AI talent to study, work, and remain in the United States through new incentives and visa, green card, and job-portability reforms.

Accelerate AI innovation at home. The government must make major new investments in AI R&D and establish a national AI research infrastructure that democratizes access to the resources that fuel AI development across the nation. The government should: (1) double non-defense funding for AI R&D annually to reach $32 billion per year by 2026, establish a National Technology Foundation, and triple the number of National AI Research Institutes; (2) establish a National AI Research Infrastructure composed of cloud computing resources, test beds, large-scale open training data, and an open knowledge network that will broaden access to AI and support experimentation in new fields of science and engineering; and (3) strengthen commercial competitiveness by creating markets for AI and by forming a network of regional innovation clusters.

Implement comprehensive intellectual property (IP) policies and regimes. The United States must recognize IP policy as a national security priority critical for preserving America’s leadership in AI and emerging technologies. This is especially important in light of China’s efforts to leverage and exploit IP policies. The United States lacks the comprehensive IP policies it needs for the AI era and is hindered by legal uncertainties in current U.S. patent eligibility and patentability doctrine. The U.S. government needs a plan to reform IP policies and regimes in ways that are designed to further national security priorities.

Build a resilient domestic base for designing and fabricating microelectronics. After decades leading the microelectronics industry, the United States is now almost entirely reliant on foreign sources for production of the cutting-edge semiconductors that power all the AI algorithms critical for defense systems and everything else. Put simply: the U.S. supply chain for advanced chips is at risk without concerted government action.

Rebuilding domestic chip manufacturing will be expensive, but the time to act is now. The United States should commit to a strategy to stay at least two generations ahead of China in state-of-the-art microelectronics and commit the funding and incentives to maintain multiple sources of cutting-edge microelectronics fabrication in the United States.

Protect America’s technology advantages. As the margin of U.S. technological advantage narrows and foreign efforts to acquire American know-how and dual-use technologies increase, the United States must reexamine how to best protect ideas, technology, and companies without unduly hindering innovation. The United States must:

First, modernize export controls and foreign investment screening to better protect critical dual-use technologies—including by building regulatory capacity and fully implementing recent legislative reforms, implementing coordinated export controls on advanced semiconductor manufacturing equipment with allies, and expanding disclosure requirements for investors from competitor nations.

Second, protect the U.S. research enterprise as a national asset—by providing government agencies, law enforcement, and research institutions with tools and resources to conduct nuanced risk assessments and share information on specific threats and tactics, coordinating research protection efforts with allies and partners, bolstering cybersecurity support for research institutions, and strengthening visa vetting to limit problematic research collaborations.

Build a favorable international technology order. The United States must work hand-in hand with allies and partners to promote the use of emerging technologies to strengthen democratic norms and values, coordinate policies and investments to advance global adoption of digital infrastructure and technologies, defend the integrity of international technical standards, cooperate to advance AI innovation, and share practices and resources to defend against malign uses of technology and the influence of authoritarian states in democratic societies. The United States should lead an Emerging Technology Coalition to achieve these goals and establish a Multilateral AI Research Institute to enhance the United States’ position as a global research hub for emerging technology. The Department of State should be reoriented, reorganized, and resourced to lead diplomacy in emerging technologies.

Win the associated technologies competitions. Leadership in AI is necessary but not sufficient for overall U.S. technological leadership. AI sits at the center of the constellation of emerging technologies, enabling some and enabled by others. The United States must therefore develop a single, authoritative list of the technologies that will underpin national competitiveness in the 21st century and take bold action to catalyze U.S. leadership in AI, microelectronics, biotechnology, quantum computing, 5G, robotics and autonomous systems, additive manufacturing, and energy storage technology. U.S. leadership across these technologies requires investing in specific platforms that will enable transformational breakthroughs and building vibrant domestic manufacturing ecosystems in each. At the same time, the government will need to continuously identify and prioritize emerging technologies farther over the horizon.

Conclusion

This new era of competition promises to change the world we live in and how we live within it. We can either shape the change to come or be swept along by it. We now know that the uses of AI in all aspects of life will grow and the pace of innovation will continue to accelerate.

We know adversaries are determined to turn AI capabilities against us. We know China is determined to surpass us in AI leadership. We know advances in AI build on themselves and confer significant first mover advantages. Now we must act. The principles we establish, the federal investments we make, the national security applications we field, the organizations we redesign, the partnerships we forge, the coalitions we build, and the talent we cultivate will set America’s strategic course. The United States should invest what it takes to maintain its innovation leadership, to responsibly use AI to defend free people and free societies, and to advance the frontiers of science for the benefit of all humanity. AI is going to reorganize the world.

America must lead the charge.

LA “VIA DELLA SETA DELLE DEMOCRAZIE”

(O “VERDE”)non esclude, bensì completa la “Belt and Road Initiative”(“Yi Dai Yi Lu”)

Con la loro campagna contro l’adesione dell’Italia alle “Nuove Vie della Seta” e contro il trattato europeo sugl’investimenti, già siglato con la Cina, gli Stati Uniti non sono tuttavia ancora riusciti a impedire seriamente la prosecuzione della fiorente collaborazione dell’Europa con l’area eurasiatica, sviluppatasi  come non mai dopo la pandemia.

Intanto, il giorno prima de G 7, il Governo americano ha tolto le sanzioni alle imprese tedesche che stanno completando il North Stream 2. Quando, poi, si è trattato di discutere (a porte chiuse) sulla Cina, è stato sospeso il WiFi, cosicché fosse impossibile registrare le note di disaccordo. Ma, soprattutto, non si è parlato, né del Xin  Jiang, né del Covid. Infine, Biden è corso a omaggiare Putin, dimostrando così che, invece, gli USA, con i “dittatori” ci possono parlare, eccome. Anzi, gli Europei dovrebbero parlare con “i dittatori” solo attraverso l’ America, che così ne trae tutti i benefici, mentre gli Europei non “cresceranno” mai.

Anche la posizione complessiva del Governo Italiano è stata abilmente sfumata, con vari personaggi politici che smentiscono in vario modo le dichiarazioni apparentemente “atlantiste” di Draghi (il quale a sua volta le fa con una tale asetticità, da far pensare di non crederci affatto).

Queste sono, per noi, buone notizie.

Il nostro Paese si trova da 30 anni in uno stato di decadenza ininterrotta. Il nostro PIL è in costante discesa, tanto rispetto alla media UE che a quella mondiale. I nostri punti di forza tradizionali, come la metalmeccanica, la cultura, la moda, il turismo, arrancano sotto la spinta di concorrenti agguerriti, che ora hanno anche acquisito molte delle nostre aziende più prestigiose, che spesso appaiono solo come dei gusci vuoti. La disoccupazione, soprattutto intellettuale, è alle stelle. In questa situazione, ci stupiamo che i rappresentanti di Istituzioni e partiti, giornalisti e imprenditori, abbiano il coraggio di comparire sugli schermi costantemente sorridenti anche quando annunziano nuovi guai.

Il Paese avrebbe bisogno invece  di un inaudito balzo in avanti, non già per tornare a prima del Covid (che era già crisi), bensì per allinearsi con il resto d’ Europa, sfruttando nuove idee non tradizionali, e conquistando nuovi mercati (contendendoli ad altri). Per fare ciò, non basta battere le strade (ideologiche, merceologiche o geografiche) del passato (che si riducono tutte ad essere dei “followers” degli Stati Uniti), ma bisogna rivoluzionare la struttura di un mercato che, come dimostrano questi decenni, non è sostenibile.

La Cina (e l’ Eurasia in generale) ci hanno offerto, e ci offrono, nuove possibilità di business, attraverso l’export di prodotti del lusso, lo sviluppo congiunto di nuove tecnologie, una crescita esponenziale del turismo, investimenti nelle infrastrutture che ci permettano di posizionarci in modo più autorevole all’ interno delle reti europee, e, infine, la partecipazione congiunta a progetti in paesi terzi. Nei primi mesi del 2021, rispetto ai corrispondenti mesi dell’ anno scorso, l’export verso la Cina è aumentato del 43%.

Del resto, basta guardare  le città, le strade o le ferrovie della Cina per capire quanto spazio ci sia per imprese innovative ed intraprendenti, che oggi soffocano negli angusti mercati euroatlantici.

Tutto cospirerebbe a fare sì che l’Italia assumesse un ruolo di leadership all’ interno delle Nuove Vie della Seta, che sono il veicolo all’ interno del quale si posizionano le nuove iniziative della Cina che a noi interessano, e per le quali l’Italia è particolarmente vocata. Per questo, era assolutamente logico che il Presidente Mattarella, l’allora Primo Ministro Gentiloni, il Ministro degli Esteri Di Maio e il sottosegretario Geraci si attivassero per assumere un ruolo attivo nel progetto, seguendo le strade già percorse da Andreotti, Ciampi, Prodi, Napolitano e tanti altri.

Il Primo Ministro Gentiloni ospite di Xi Jinping al Forum della Via della Seta nel 2017

1.Un vero e proprio boicottaggio dell’ Europa

Paradossalmente, il tanto discusso MOU  sulla Via della Seta, così come fu firmato, aveva ben pochi contenuti pratici. Intanto perché un MOU (Memorandum of Understanding) è per sua natura un documento non vincolante; poi, perché i business a cui siriferiva erano molto inferiori a quelli dei contemporanei business  di Francia e Germania; infine perché, per le pressioni americane, era stato sfrondato di tutti i contenuti più succosi.

Restava solo un fatto simbolico: uno sberleffo platonico all’America, perché negava l’obbligo di allineamento anti-cinese (e anti-russo). Che ora Draghi voglia “rivedere quell’ atto”è grottesco, perché un MOU non è un atto, e, anche nel caso estremo in cui lo si volesse abrogare, lo sberleffo ormai è stato fatto.

L’argomento per frenare, come si fece allora, il era che l’Italia stesse spezzando la solidarietà politica all’ interno dell’ UE. Tuttavia, nel Dicembre scorso, quando era stata poi la UE stessa a siglare con la Cina l’accordo sugli investimenti, Biden disse invece che l’UE aveva fatto male a impegnarsi, perché avrebbe dovuto aspettare il suo insediamento. Ne risulta che gli accordi commerciali degli Europei, tanto uti singuli, quanto come Unione, devono attendere i comodi del Presidente degli Stati Uniti. Alla faccia della “sovranità strategica europea”! Il bello è che, ad accettare tutto questo, sono proprio coloro che, come Gentiloni e Di Maio, erano stati così pronti ad aderire alla Via della Seta. E soprattutto che il nostro più formidabile concorrente, gli Stati Uniti, ha il diritto di sindacare la nostra politica commerciale. Come scriveva Trockij, gli Stati Uniti avrebbero contingentato il capitalismo europeo, con i bei risultati che si vedono.

E ciò che rende tutto ciò ancor più kafkiano è che nessuno dei due documenti “incriminati” ha modificato, di per sé,  la situazione effettiva dell’ import-export, la quale è in gran parte in mano alle imprese, e, semmai, alla burocrazia, sicché il “rivederli” come ha promesso Draghi, non ha alcun senso, perché il loro significato era prettamente politico, mentre il business procedeva per i fatti suoi (anzi, aveva già subito un rallentamento a causa delle polemiche suscitate dagli Stati Uniti).

Il risultato pratico di quest’attività di freno da parte dell’America sui rapporti euro-cinesi e italo-cinesi è stato  solo che gli operatori americani risultano avvantaggiati rispetto a quelli europei dagli esistenti accordi commerciali fra America e Cina stipulati da Trump, proprio quegli accordi che si vuole impedire agli Europei di stipulare. E’ chiaro che, con Biden come con Trump, il principio di base resta “America First”: l’ America deve sempre brillare, se non  rispetto alla Cina, almeno rispetto all’ Europa. Infatti, se la Cina  risulterà “più brava” dell’America, il mondo potrebbe inclinare verso il socialismo, ma, se sarà  l’Europa ad essere” più brava”, essa potrebbe addirittura togliere agli USA la guida dell’ Occidente, e cioè l’unica ragion d’essere di quel  Paese.

Ciò detto, la Nuova Via della Seta (Yi Dai, Yi Lu=”una Strada, una Rotta”) procede indisturbata nonostante le ire americane. Non potrebbe essere diversamente, perché  una sorta di “Via della Seta” era esistita sino dai tempi più antichi, e, d’altronde,  il G7  sta semplicemente tentando di “mettere il cappello” sull’unica Via della Seta oggi esistente, quella avviata dalla Cina.

La Via della Seta non è stata inventata ieri

2.La Via della Seta ha radici nella preistoria

Nonostante tutte le retoriche della globalizzazione, le grandi linee di comunicazione fra Sud e Nord, Est e Ovest, “vecchio” e “nuovo” non nascono con l’espansione occidentale, né, tanto meno, con la caduta del Muro di Berlino, bensì sono vecchie come l’Umanità stessa. Secondo la teoria “Out of Africa”, gli uomini primitivi si erano mossi dal Mediterraneo verso l’Estremo Oriente fra il  70.000 e i 12.000 anni fa. In quest’ultima data, fine della glaciazione wurmiana,  i sapiens s’insediavano in Siberia; qualche millennio dopo, il popolo dei Kurgan si spargeva, da un lato, verso le Steppe Pontiche, e, dall’ altro, verso l’ Asia Centrale, divenendo  un unicum, dalla Penisola Iberica fino al Giappone.

Di quest’era vi sono tracce nei libri sacri indiani e persiani, il Veda  e il Bundahishn, che narrano di una striscia di terra fra il Caucaso e il Tian Shan, l’Airyanam Vaejo, versione nordica dell’ Eden, patria comune degl’Indoeuropei e terra madre dei Persiani.

Queste migrazioni a partire dall’ Asia Centrale saranno poi adottate in  epoche successive, da molti cultori della geopolitica, quale vero e proprio Leitmotif della Storia Mondiale, alternativo alla vulgata euroatlantica oggi da noi dominante: è la teoria dell’ Heartland, resa famosa da Mackinder.

Nel 1° Millennio, gli Assiri e i Persiani costruirono una “Via Regia” fra l’Anatolia e il Golfo Persico (citata da Erodoto e Tucidide), che, collegandosi con la Via Maris egiziana e con il sistema viario dell’ Impero Han, avrebbe costituito una parte centrale della Via della Seta.

3. Fra gl’imperi romano e Han.

L’epoca d’oro della Via della Seta fu forse quella degl’Imperi Romano e Han, che, lungo di essa, si scambiarono anche ambasciate. In quell’ epoca, le flotte romane giungevano fino all’India. L’Ebraismo e il nascente Cristianesimo s’installarono (secondo la leggenda, con San Tommaso), nell’ India Meridionale(Chennai, Kerala), mentre, nel Kashmir, gli Ahmadiyya pretendono ancora di custodire  la vera tomba di Gesù Cristo. Dall’ India partivano anche, verso l’Asia Centrale, la Cina e il Sudest Asiatico, le missioni dei Buddisti. Nel Concilio di Ctesifonte, l’imperatore persiano aveva attribuito alle varie religioni del suo Impero, a cominciare dai Nestoriani, delle sedi in Estremo Oriente.

LA Pagoda di Da Qin, il “Vaticano” dei Nestoriani, a Xi’An

4.Le Migrazioni di Popoli e i Nestoriani

Intanto, dall’ Asia Centrale, muovevano, verso la Cina, l’India, l’Europa e il Medio Oriente, un’infinità di popoli: Unni, Avari, Alani, Bulgari, Magiari, Turchi, Khazari, Mongoli…Dall’espansione di questi popoli, i geopolitici arabi (Ibn Hamdun), poi giapponesi (Emori) e russi (Gumiliov), hanno derivato una concezione della storia eurasiatica quale dialettica fra i popoli nomadi dell’ Asia Centrale e quelli stanziali delle coste, che è stata anche alla base delle teorie di Mackinder.

L’islam si estese verso la pianura del Volga, la Persia e l’Asia Centrale, scontrandosi con l’Impero Cinese sul fiume Talas.

Al tempo della Dinastia Tang, una missione di Cristiani nestoriani, sotto la guida del Patriarca Rabban (Alopen), giunse alla corte di Xi’an, dove presentò all’ Imperatore cinese una sintesi della dottrina cristiana (la “Luminosa Dottrina di Da Qin”), che fu approvata e protetta. I Nestoriani stabilirono la loro sede principale nella Pagoda di Da Qin, e sintetizzarono la loro fede e i loro rapporti con l’ Imperatore in una stele bilingue Siriaco-Cinese. Il libro sacro dei Nestoriani si chiamava “Il Sutra di Gesù”.

A loro volta, i buddisti cinesi si muovevano verso l’India per studiare gli antichi testi sacri, e verso la Corea e il Giappone per diffondere la loro fede.

Dopo una svolta isolazionistica della Dinastia Tang, i Nestoriani si concentrarono in Mongolia. Quando Chinggis Khan estese il dominio mongolo alla Corea, alla Cina, all’Asia Centrale e all’ Europa Orientale, l’impero Yuan rese possibile la prima vera globalizzazione, illustrata dai molti viaggiatori, ambasciatori e missionari europei  che percorsero la Via della Seta,  il più famoso fra i quali è senza dubbio Marco Polo.

La flotta di Zheng He

5.I grandi viaggi d’esplorazione

Alla caduta della Dinastia Yuan, i Ming promossero un grandioso programma di esplorazioni marittime, tanto dell’Oceano Pacifico che di quello Indiano, sotto la guida dell’Ammiraglio Zheng He.

Mentre Cristoforo Colombo, Cortez e Pizzarro colonizzavano le Americhe, Vasco Da Gama e Magellano esploravano l’Oceano Indiano.  I Portoghesi crearono basi in Africa Orientale, Arabia, India e  in Indonesia.

I Gesuiti si specializzarono nell’evangelizzazione dei Paesi orientali, apprendendone le lingue e le culture, fino al punto da risultare, al momento della Controversia dei Riti, più vicini all’ Imperatore della Cina che non al Papa.

Le compagnie commerciali di molti Paesi europei, dall’ Inghilterra  al Portogallo ,alla Francia, agli Stati tedeschi, alla Curlandia, all’ Olanda, alla Danimarca, crearono proprie basi in Oriente, contendendosene il loro controllo. Nel frattempo, la Russia si espandeva nell’ Asia Centrale e in Siberia.

I mercati stranieri in Cina erano confinati a Canton, dove potevano commerciare solo con una corporazione specializzata, i “Co Hong”, mentre, in Giappone, l’accesso era permesso solo agli Olandesi, confinati a Dejima.

Nell’Ottocento, i sansimoniani avevano fatto, delle infrastrutture dell’Asia il loro stesso simbolo.La penetrazione occidentale si approfondì anche grazie alle navi a vapore e alle linee ferroviarie, dando luogo ad un ricco commercio. Von Richthofen coniò l’espressione “Via della Seta” (“Seidenstrasse”). Furono aperti il Canale di Suez, la Ferrovia dell’ Hejaz e  la Transiberiana.

Gl’Inglesi cercavano in ogni modo di penetrare in Cina, soprattutto per il commercio dell’oppio. Nel  1839, in seguito alla confisca, da parte della Cina, di 20.000  contenitori di oppio di commercianti inglesi , scoppiòarono le  Guerre dell’Oppio, che portarono alla installazione in Cina di “concessioni” occidentali.

LO skyline di Pudong (Shanghai)

6.La rinascita nel XXI Secolo

I commerci fra l’ Est e l’ Ovest della massa eurasiatica  erano per altro resi difficoltosi soprattutto dalle turbolenze politiche:  il “Grande Gioco” (la competizione fra Russia e Inghilterra per l’ Asia Centrale), la Rivoluzione Sovietica, la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

L’attuale “nuova Guerra Fredda” voluta da Biden si riallaccia sostanzialmente ai tempi del “Grande Gioco”. Anche allora tutti volevano partecipare allo sviluppo economico dello “Heartland”, ma precludendone l’accesso ad altri. Tipica di questa logica l’espressione di Mackinder: “Chi controlla l’Heartland controlla l’ Isola del Mondo (l’Eurasia); chi controlla l’ Isola del Mondo controlla il mondo”. L’”Heartland” comprende la Russia, l’Asia Centrale e quelle aree che ancor oggi sono particolarmente concupite dall’ Occidente, fra l’Iran e il Xin Jiang. Henry Kissinger era riuscito a spostare l’interesse del Grande Gioco verso una visione triangolare della Guerra Fredda, che, a cavallo fra i due secoli, aveva portato a una strettissima interazione fra le economie cinese e americana, che adombrava quella “Fusion” fra USA e Cina ch’era stata preconizzata dall’ Ideologia Taiping.

Nel XXI secolo, con il grande sviluppo delle economie asiatiche, viene nuovamente sentita con particolare forza l’esigenza di riattivare le vie di comunicazione attraverso l’Asia.

Intanto, nel giro di pochissimi anni, la Cina, dopo aver importato all’inizio del secolo le tecnologie delle ferrovie ad Alta Velocità, ha costruito sul proprio territorio più della metà delle linee esistenti nel mondo, collegando con una fittissima ed efficientissima rete la parte orientale e quella occidentale del Paese, e impartendo così un’ulteriore incredibile lezione di efficienza all’ Unione Europea, che aveva cominciato molto prima, ma è ancora ai primordi dell’Alta Velocità.

Tra l’altro, la parte occidentale della Cina (Xin Jiang, Tibet) fa parte dell’ Asia Centrale, e, di conseguenza, avviare i collegamenti rapidi con quell’ area costituisce la premessa per collegare tutta l’Asia Centrale.

L’Unione Europea aveva programmato fin dal 1996 la sua Rete TEN-T, ma non è giunta certo allo stato di avanzamento della Cina. In ogni caso, le reti cinese ed europea, le più sviluppate del mondo, sono evidentemente complementari, e già oggi s’incontrano in Russia. E’ un vero peccato per i Paesi coinvolti che, per discordie politiche, non si riesca a sfruttare queste inaudite sinergie a vantaggio di tutti.

In seguito all’ occupazione dell’Afghanistan, il Governo americano, anche per effetto dalle teorie dei suoi think tank geopolitici (ancora influenzati da Mackinder), aveva sentito il bisogno di collegare i Paesi dell’Asia suoi alleati con nuove linee ferroviarie. Hillary Clinton espresso nel 2011 l’intenzione d’investire in questo progetto (chiamato proprio “New Silk Road”), ma poi l’America non vi aveva dato seguito (anche perché sarebbe impossibile stabilire collegamenti instabili attraverso un Afghanistan non pacificato).Non per nulla, gli USA hanno ora tanta fretta di terminare la guerra afgana.

Solo la Cina aveva fino ad ora preso veramente sul serio il problema della connettività eurasiatica, che la riguarda direttamente,   facendolo divenire l’asse portante della sua politica estera, in campo ideologico, politico, culturale, tecnologico, economico e militare. Infatti, la Cina  concentra in sé un surplus di cultura, di creatività, di tecnologie, di mezzi finanziari, che riesce solo in parte a investire integralmente in patria, ed è quindi naturalmente portata a cercare sbocchi commerciali all’ estero. Di converso, le sue tradizioni culturali universalistiche (Tian Xia) la spingono verso le collaborazioni internazionali, soprattutto verso aree, come quella dell’Asia Centrale, con le quali essa ha una intensa tradizione di rapporti (la Sogdiana, il Bacino del Tarim, l’India Settentrionale).

La Belt and Road Initiative (Yi Dai, Yi Lu=”Belt and Road Initiative”=”BRI”), lanciata dal Presidente Xi Jinping nel suon discorso del 2013 all’ Università di Astana, consiste in un orientamento politico verso la  cooperazione con i Paesi dell’ Asia, dell’ Africa e dell’Europa; in un progetto tecnologico, con lo sviluppo di altre decine di migliaia di chilometri di strade ferrate; di carattere economico, con l’incremento delle infrastrutture, dell’ import-export, delle collaborazioni industriali, dei finanziamenti.

Alla “via settentrionale” (quella terrestre, la “Cintura”), si è presto affiancata quella meridionale (“marittima”, la “Rotta”); poi, quella artica, quella culturale, quella sanitaria, e, infine, quella digitale.

La Cina ha inserito l’obiettivo della Belt and Road Initiative fra quelli prioritari del Partito Comunista, al punto da inserirlo nello statuto dello stesso, allo stesso livello dei pensieri di Mao e di Xi Jinping.

La Belt and Road Initiative, ha già dato vita a varie realizzazioni, quali le linee ferroviarie dirette dalla Cina a molte città europee, la costruzione dei porti di Gwadar e di Djibuti, la ristrutturazione di quelli del Pireo e di Duisburg, le ferrovie etiope e keniota,  il tratto ferroviario da Budapest a Belgrado,  la stazione multimediale di Horgos, l’autostrada Kashgar-Gwadar e quella del Montenegro, e il ponte di Pelješac (Sabbioncello)  in Croazia.

Come si vede, un progetto di modernizzazione che si riallaccia ai sansimoniani e alle ambizioni di organizzazioni come la Banca Mondiale e l’ UNIDO, oggi in disarmo a causa del mutamento delle politiche dell’ Occidente. Non per nulla la Banca Mondiale (pur se dominata dagli USA) aveva dato il benvenuto a questo lato “sviluppista” delle politiche cinesi, battezzandolo “market enhancing view”.

Il rapporto con l’Eurasia: leverage per la sovranità europea.

8.Le ambiguità occidentali

I critici occidentali affermano che i progetti infrastrutturali della BRI non sarebbero utili per i Paesi destinatari,  perché implicherebbero un eccessivo indebitamento; tuttavia, quale progetto infrastrutturale non lo implica? Del resto, è proprio per questo che, nel Dopo-Covid, si sta privilegiando ovunque questo tipo d’ investimenti.

L’ostilità degli Occidentali verso questi progetti deriva dal fatto che essi sono la concretizzazione di quelli che essi stessi avevano coltivato, ma non sono poi stati in grado di sviluppare (e ora tentano di riproporre). Tuttavia, paradossalmente, tranne gli Stati Uniti, tutti i Paesi occidentali  hanno investito nella Banca Internazionale per le Infrastrutture, creata a Pechino dal Governo Cinese per finanziare quei progetti infrastrutturali, e quindi nopn possono lamentarsi di non essere stati coinvolti.

Per contrastarli, gli Stati Uniti e i loro sostenitori hanno usato molti strumenti, come azioni giudiziarie di tutti i generi in Italia e in Ungheria, manifestazioni di piazza a Budapest, attentati terroristici in Pakistan. Tuttavia, il punto forte dei progetti della Via della Seta era ed è che nessun altro li sta realizzando, sicché essi sono stati comunque i benvenuti, perché necessari. Basti pensare all’ autostrada pakistana, al ponte di Pelješac, alle ferrovie africane,  che unificano economicamente Paesi fino ad oggi divisi.

L’Unione Europea, non diversamente dagli Stati Uniti, aveva già discusso, nel 2019, una propria strategia verso l’Asia Centrale, ma non ha, né la motivazione, né i mezzi, né l’efficienza, né la tecnologia dei Cinesi. Oggi, il  lancio, da parte di Biden, dello slogan della “Via della Seta delle Democrazie (o “Verde”) sembrerebbe rivalutare una partecipazione più attiva degli Occidentali ai progetti in Asia Centrale e Africa Orientale. A prescindere dallo scarso affidamento che lo slogan può suscitare visti i risultati minimi conseguiti fino ad ora da Americani ed Europei, il rilancio di iniziative nell’area non potrebbe, se presa sul serio, che sortire effetti positivi per regioni, come l’Asia Centrale, il Caucaso, la Turchia, l’India, lo stesso Afghanistan, il Sud Est Asiatico, che hanno enormi prospettive di sviluppo.

Un discorso a parte merita l’ Africa, che, nel XX secolo, veniva vantata dall’ Unione  quale un esempio riuscitissimo di cooperazione allo sviluppo (i vari Trattati ACP-UE), ed è stata gradualmente abbandonata, in parte per mancanza di fondi e in parte perché la metodologia adottata (quella che viene opposta, in quanto “trasparente”, a quella cinese), non ha mai funzionato, sommersa com’è da burocrazie, pubbliche e private, che ne assorbono la maggior parte degl’investimenti.

Mi chiedo, visto che esistono la Banca Mondiale, l’ UNIDO e l’AIIB, che hanno proprio quest’obiettivo in un’ottica di collaborazione mondiale, perché mai fare dei progetti di sviluppo ostili, col solo obiettivo di danneggiare la Cina? Se l’obiettivo è aiutare i Paesi in Via di Sviluppo, non sarebbe il caso di farlo assieme? E, comunque, cosa succederà quando le ferrovie “democratiche” incontreranno le ferrovie “cinesi”?

Haft Paykar, l’ispirazione della Turandot

9.Una cultura mondiale del  XXI secolo.

Come dimostrato da quanto accaduto a suo tempo con il Giappone, poi il Medio Oriente e la Cina, e soprattutto l’ Afghanistan, gl’interventi troppo ideologizzati e invasivi dell’Occidente, se hanno potuto servire fino a un certo momento per rilanciare questi Paesi, raramente hanno ottenuto l’effetto  sperato di riorientarne le società sul modello “occidentale”. Il Giappone è divenuto prima imperialista, poi, oggi, comunque molto disciplinato e tradizionalista; nel Medio Oriente, non vi è praticamente alcuna società (neppure Israele) che sia costruita secondo il modello “occidentale”; la Cina è, come afferma essa stessa, uno “Stato-Civiltà” che esiste da 5000 anni, con un suo progetto efficientissimo e ben definito, il “socialismo con caratteristiche cinesi”, da cui non intende deviare.

Al contrario, è motivato il sospetto che, qualora gli “occidentali” vengano esposti senza le censure del “mainstream” alla profondità delle culture orientali, sfuggendo così alla gabbia d’acciaio della logica occidentale, possano essere attratti da quelle culture, come lo furono i Gesuiti, Schopenhauer, Guénon, Puccini,Eliade, Pound, Béjart,Panikkar, scalfendo l’inossidabile fede nei valori anglo-americani. Ma che cosa ci sarebbe di male?

Una cosa è chiara: nonostante la frenesia denigratoria da parte dell’Occidente, i  vari “orienti” (Estremo Oriente, Medio Oriente, Europa Orientale) hanno ormai imposto la loro presenza al centro dell’agenda mondiale. Che si tratti delle pretese di contare, in Europa, di Polonia e Ungheria, che si tratti del “neo-ottomanismo” o del neo-zarismo, che si tratti della pluridecennale guerra afghana, della rinascita induista sotto Modi o del post-umanesimo giapponese, l’area eurasiatica sta rubando la scena a quella atlantica. Lo aveva dimostrato perfino il Presidente Obama con il suo “Pivot to Asia”, e lo ha confermato il viaggio in Europa di Biden, febbrilmente concentrato su Cina e Russia.

Certo, dispiace perfino alla Cina di esporsi alla gelosia dell’ America, ma proprio il “socialismo con caratteristiche cinesi”, che ha portato il Paese dalla situazione di un deserto all’ attuale rango di società all’avanguardia tecnologica ed economica mondiale, non potrebbe essere tenuto nascosto neppure volendo (come, taoisticamente, avrebbe richiesto Teng Xiaoping, il cui stesso nome di battaglia dimostra un’incredibile grado di  umiltà).

Di fronte alla realtà di questa “esposizione” , il problema numero uno degli Europei non è, come per gli Americani, quello di contrastare l’ascesa dell’ Eurasia, bensì di trarne delle lezioni. A cominciare da quella che, come intravisto da Foscolo, Nietzsche, Kang You Wei, Guénon, Gandhi, Eliade, Jaeger, Saint-Exupéry, Pound,  Béjart, Zhang Yi Mou, millenarie civiltà come le nostre non possono essere stravolte da un pretenzioso nuovismo, perché hanno basi solidissime, che prima o poi riemergono anche dopo decenni o secoli di forzata alienazione sotto influenze ostili.

Per tutte queste ragioni, per chiunque, ma soprattutto per l’ Italia, “uscire dalla Via della Seta” nel vero senso della parola sarebbe oggi pressoché impossibile: sarebbe come “uscire dal mondo”. E, in effetti, senza il gas della Russia, senza i campi profughi in Turchia, senza le tecnologie Foxcomm  e Huawei, senza il petrolio iraniano, senza le esportazioni in Cina, cosa sarebbe l’Italia? Una colonia ancora più sottosviluppata.

Il riorientamento del nostro sito, che contiene un ampio patrimonio di link dedicati all’Eurasia in generale (“Haft Peykar, la blogosfera dell’ interculturalità”), ambisce a  fornire un tramite per lo sviluppo di questa coscienza culturale nuova. Haft Peykar è un poema allegorico medievale del poeta asero di lingua persiana Nizami-i-Ganjavi, il quale, riprendendo il mito dell’imperatore Sassanide Bahram, ne narra la vicenda erotico-mistica della ricerca di 7 spose, ciascuna rappresentante una parte dell’Eurasia. Una di queste, la slava “Principessa Rossa”, diverrà poi, nella letteratura derivata e in Puccini, l’immortale Turandot.

SCRIVERE UNA STORIA POLIEDRICA DELL’UMANITA’

commenti all’articolo di  Federico Rampini sul Venerdì di Repubblica dell’11 giugno.

Federico Rampini

Le urgenze dell’attualità  politica (il diktat anti-cinese e anti-russo di Biden; la Conferenza sul Futuro dell’ Europa), pongono con forza la questione del se la “memoria condivisa” europea, quale  comunicataci dall’accademia, dal discorso pubblico, dalla scuola, dall’ editoria politica sia coerente con le esigenze vitali degli Europei nel nostro secolo,  quando essi sembrano  condannati a prendere posizione nella lotta fra la tecnocrazia occidentale e le grandi civiltà dell’ Eurasia.

La cultura di Yamaya, antenata degli Indoeuropei

1.La presa di posizione di Rampini

Per parte nostra, abbiamo già risposto nei post precedenti che così non è. Ora, prendiamo atto con piacere che Federico Rampini ha preso autorevolmente posizione sostanzialmente  nello stesso nostro senso.

Il noto articolista, prendendo come pretesto recenti scoperte archeologiche avvenute in Egitto e in Cina, parte dall’ ovvia constatazione che tutto ciò che proviene dall’Estremo Oriente ha, da noi, troppo poco rilievo rispetto a ciò che accade in “Occidente” (includendovi anche l’ area mediterranea), e giungendo alla conclusione che:“Perfino il modo con cui accogliamo le scoperte archeologiche risente ancora della nostra auto-referenzialità.”

Gli Europei di oggi vivono infatti all’ interno di una “bolla” conoscitiva, costruita essenzialmente in America, dalle lobbies “democratico-radicali”, da Hollywood, dalle grandi università anglosassoni, dal mainstream culturale del Dopoguerra (espressionismo astratto, fondazioni delle Grandi Famiglie, GAFAM,  Politicamente Corretto, controculture californiane, “giornaloni” filo-americani,…).

Dopo l’Esistenzialismo, l’Europa non ha più creato creato nessuna nuova corrente culturale, e le stesse istituzioni culturali che pretendono di essere “Europee”, come il Collegio d’Europa e l’Istituto Universitario di Studi Europei, non fanno che amplificare correnti culturali americane (sono, per dirla con “Le Monde Diplomatique”, “bibéronnées dans les campus américains”.

Come scrive Rampini,”..la storia e la geografia non sono discipline neutre. Riflettono una visione del mondo, un sistema di valori, l’idea che ci facciamo del nostro posto nel cammino delle civiltà umane”. Perciò, stante il ruolo subordinato dell’Europa all’ interno del microcosmo “occidentale”, è naturale che il modo in cui i libri di scuola europei descrivono la storia mondiale derivi in ultima analisi  dall’ orientamento impresso alla lettura della storia, dai corsi di “Western Studies” inaugurati alla Columbia University durante la Prima Guerra Mondiale: “tradizione giudeo-cristiana, civiltà greco-romana” appropriate dal Mainstream per farli divenire la premessa della Riforma, delle Rivoluzioni Atlantiche, della Liberal-democrazia e della Fine della Storia, cioè di una loro Storia mitizzata degli Americani  quali popolo eletto a salvatore del mondo.

Lo spazio dedicato alle civiltà extra-europee, ma  anche alla maggior parte della storia europea (preistoria, Barbaricum, Euro-islam, Europa Orientale, dispotismo illuminato, decadentismo, “Dissenso” nell’ Est) è veramente modesto rispetto a ciò che “serve” al discorso euro-atlantico (la “democrazia” ateniese, il “monoteismo” ebraico, le “libertà germaniche”, il “capitalismo” dei Comuni italiani, i “Dibattiti di Putney”…).

Le grandi civiltà dell’ Epoca Assiale

2.Una prospettiva post-moderna

L’idea stessa di “storia” ha fatto fatica ad affermarsi nel tempo, rispetto al rito, al mito, alla genealogia, all’archivistica, alla poesia, all’ annalistica, all’ epigrafia. I primi. albori della storia possono essere rintracciati, infatti, negli annali, nel disegno, nella contabilità, nelle epopee.

All’ apogeo dell’ Era Assiale, con l’invenzione della scrittura, vengono redatte la Bibbia, le storie di Erodoto e di Sima Qian. Queste narrazioni, per quanto grandiose, raccontano  la storia dell’ Umanità attraverso la lente di una sola civiltà privilegiata: a seconda dei casi, quella ebraica, , quella ellenica, quella cinese. Nel Medioevo, la storiografia per eccellenza  sarà la Grande Narrazione biblica (ripresa, in fondo, anche dall’ Islam).

Hegel per primo tentò di scrivere una storia universale che andasse al di là di quella della civiltà cristiana, inverando, così, il programma di Lessing del “Cristianesimo quale educazione dell’ Umanità”. Sulla base del modello hegeliano, Kang You Wei, Spengler e Toynbee tentarono l’opera, veramente ciclopica, di una “storia universale”.

Oggi, nonostante gl’intensi sforzi per  scrivere storie di aree sempre più vaste, per realizzare comparazioni, per smitizzare la centralità della storia occidentale, quest’ultima è rimasta  lo standard  intorno a cui hanno ruotato le storiografie di tutti i Paesi, anche quando esse sottolineano il ruolo di aree del mondo diverse dalla propria. Tuttavia, in un momento in cui dunque ancora manca una storia veramente universale, permangono più che mai i difetti di impostazioni anche solo parzialmente etnocentriche.

Innanzitutto, i problemi più urgenti dell’oggi, come la transizione verso le macchine intelligenti, gli scontri di civiltà, le grandi migrazioni e la crisi ambientale non possono essere compresi soltanto all’ interno della cultura “occidentale” (né di nessun’altra cultura particolare). L’idea di un unico ciclo, che va dalla Creazione all’Apocalisse, è specificamente cristiana e islamica, mentre l’Ebraismo ortodosso non conosce una vera Apocalisse, e conserva invece tracce di una doppia creazione, particolarmente evidente, questa,  nello Zoroastrismo, quale eredità occulta dello Zurvanismo “duodecimano”, che a sua volta mantiene una traccia dei 44.000 kalpa della tradizione vedica. Ora, è  chiaro che il significato dell’attuale transizione risulta diverso nelle diverse tradizioni apocalittiche, e ancora diverso nella cultura sinica, dove non esistono, né Creazione, né Apocalisse. Per questo è certamente utile confrontarsi con queste diverse visioni, per vedere quanto, del “mainstram”, non sia che un riflesso occulto di paradigmi etnocentrici che si pretenderebbero superati, e dove, invece, sia possibile utilizzare paradigmi comuni.

In secondo luogo, i robots hanno un significato diverso, rispetto agli archetipi cristiani,  nello Shintoismo o nell’ Ebraismo. Infine, le migrazioni sono una cosa completamente diversa se viste dai singoli Paesi: per gli Stati Uniti, esse sono una continuazione dell’appropriazione coloniale delle terre degli Indios, dei Canadesi, dei Messicani, oltre che della Tratta Atlantica;per gli Europei, sono un sequel degl’Imperi coloniali; per gl’Indiani e per i Centro-Asiatici, sono legate alle  antiche catastrofi atmosferiche di cui parlano i Veda e le Muqaddimat di Ibn Haldun, e, infine, sono da sempre un fenomeno tipicamente cinese, con le periodiche migrazioni dei popoli delle Steppe verso le Piane Centrali e il continuo  spostamento verso il mare dei Cinesi meridionali  (i “Nanren”), ancor oggi il principale movimento migratorio del Pianeta.

In una fase di tumultuosa riscoperta ovunque delle proprie radici (in USA,le ricerche genealogiche; in Cina, il movimento Han Fu e il “turismo rosso”; in Europa Orientale, nell’ Islam e in India, il revival religioso…) è difficile trattare con Paesi di altri Continenti se non si conoscono e rispettano le loro tradizioni.

Inoltre, conoscere le tradizioni e le culture degli altri popoli è oggi più che mai indispensabile per comprendere le proprie. Come comprendere gl’influssi asiatici e mediterranei sul mondo classico senza studiare il Medio Oriente e gli antichi Indoeuropei? come comprendere il Cristianesimo fuori dal contesto dell’intera Epoca Assiale, delle sue varianti orientali, della sua presenza in India, in Cina, in Sudamerica e in Africa?

Come capire la storia dell’Europa Moderna senza il colonialismo e le Nazioni di Emigranti, senza la rinascita d’Israele, India, Cina ed Islam? Senza confrontarsi con la storia e la politica degli Stati Uniti, né con la guerra tecnologica in corso?

Sima Qian, “il Grande Storico”

3.La storia: per chi e per che cosa?

A nostro avviso, la storia dovrebbe servire innanzitutto per farci comprendere come siamo arrivati fin qui, quali forze sono state e sono in azione, quali dilemmi ci attendono. Fondamentali sono, da un lato, le vicende della tecnica, e, dall’ altra, l’essenza delle tradizioni storiche.

Dal primo punto di vista, è essenziale comprendere come e perchè la vita delle diverse società sia stata sempre intessuta di tecnica, e,  sotto il secondo, che cosa le civiltà del passato abbiano avuto in comune, che può essere definito come tipicamente umano, e vada confrontato e giudicato nel rapporto con la tecnica. La tecnica va vista quindi nelle sue radici materiali, psicologiche e sociali, nel suo intreccio con le vicende sociali, che partono da una ricerca di senso.

La tecnica influenza certo le diverse società (di cacciatori-raccoglitori; di agricoltori; le civiltà gerarchiche, con capi, sacerdoti, guerrieri, lavoratori, mercanti; la società industriale, della conoscenza e della sorveglianza. Nello stesso tempo, le società si sviluppano intorno al linguaggio, alla religione, alla cultura, all’ etica.

La “storia” per eccellenza, fondata sull’inconscio collettivo dei popoli e sulla scrittura, raggiunge il suo apogeo all’inizio dell’“Epoca Assiale” dominata dalla cultura scritta mesopotamica dell’ Epopea di Gilgamesh e del Codice di Hammurabi, dalla Bibbia, da Omero e delle filosofia greca e cinese e della cultura indica e buddhista.

Già allora, i legami fra le diverse culture sono onnipresenti: fra  Elam, Persia, India, Cina,Tibet, Mesopotamia, Canaan, Egitto. Gl’imperi dell’Epoca Assiale sono collegati fra di loro dalla Via della Seta, lungo la quale corrono i manufatti, le religioni e le filosofie. Le letture della storia sono basate sulla dialettica fra le tendenze delle diverse aree.

L’era dei viaggi transoceanici si apre con le esplorazioni del cinese, tartaro e mussulmano Zheng He, con l’importazione in Europa d’invenzioni orientali e con la grande fioritura  degl’imperi orientali sotto i Ming, i Qing, i Mughal e gli Ottomani. I Gesuiti fungono da mediatori culturali, mentre  l’imperialismo forgia le identità europea, americana, latino-americana e cinese.

Lo sviluppo della tecnica rende poi possibile l’espansione dell’egemonia europea e americana, ma anche la rivalità fra gl’imperi occidentali e le guerre mondiali, che permettono la creazione dei “due blocchi” e la decolonizzazione.

La caduta del Muro di Berlino scatena l’espansionismo tecnologico americano, ma risveglia anche i popoli dell’Eurasia, prima paralizzati da ideologie troppo rigide. Si scatena la lotta per l’egemonia mondiale, non solo fra USA e Cina, ma anche con la Russia e l’Islam politico; fra, da un lato,  il progetto apocalittico delle Macchine Spirituali, portato avanti dall’”America-Mondo” sotto la spinta dei guru dell’ informatica, e, dall’ altro, una coalizione di fatto della maggior parte dei popoli del mondo, uniti dalla difesa delle tradizioni dell’ Epoca Assiale. La storia oggi dovrebbe permetterci  innanzitutto di rilevare i profili determinanti dell’ uno e dell’ altro schieramento.

La nozione ciclica del tempo nei Veda

4.Articolare i profili degli studi storici

Una notevole confusione negli studi storici è provocata dall’incapacità, nonostante i “Processi di Bologna”, da parte delle competenti istanze decisionali in materia scolastica, di articolare livelli adeguati e differenziati di studio della storia, a livello accademico, di scuola dell’ obbligo e secondaria, anche in modo diverso a seconda dell’orientamento degli studi.

Premesso che, in Europa,  l’attenzione per l’Identità Europea dovrebbe portare ad un peso molto maggiore degli studi storici nei curricula di tutti i cittadini, occorrerà anche trovare il modo di far coesistere lo studio della storia mondiale con quelle europea, nazionale, regionale e locale.

Mentre, poi, nella scuola dell’ obbligo non si pone un bisogno particolare di un’introduzione alla studio della storia, nella scuola media superiore e all’ Università quest’esigenza si pone imperiosa.

Infatti, nel grande disorientamento che regna in tutti i settori della cultura, e in considerazione, in particolare, delle grandi differenze di orizzonti che dovrebbero essere presi in considerazione per uno studio veramente transcontinentale, un’ introduzione metodologica è d’obbligo. Essa dovrebbe essere dedicata allo studio della filologia generale e comparata, della bibliografia, delle commistioni fra biologia, linguistica, archeologia, antropologia…

Una storia poliedrica

3.Lineamenti di massima di un programma di storia mondiale.

Anziché raccontare la storia come una vicenda unitaria, però basata paradossalmente solo sulla storia europea e poi americana, la nuova storia dovrà  basarsi sugli elementi comuni alle civiltà medio-orientale, vetero-europea, indica, sinica e precolombiana, seguendo l’iter simile del loro sviluppo, dalle prime presenze neolitiche, agli antenati mitici, alle città-Stato, agl’Imperi, alle religioni universali, fino al ravvicinarsi fra le grandi aree, a partire dall’impero mongolo e dai grandi viaggi oceanici.

Dovranno essere messe in evidenza le tendenze comuni, come quella alla nascita di Stati burocratici capaci di espansione transcontinentale; di culture eclettiche, come il Din-i-Ilahi della Corte di Akbar e la cultura gesuitica; la formazione delle società coloniali; il carattere “mondiale” delle guerre del ‘700 e dell’ ‘800; il rapporto fra Europa e resto del mondo; la crescita dell’America, della Russia, del Giappone; le lotte d’indipendenza di India e Cina.

Contrariamente a oggi, quando si tende a ricostruire la storia come un continuo passaggio da civiltà “inferiori” a “civiltà superiori”, si dovrà tendere a una narrazione quanto più possibile a-valutativa, e basata invece in grandissima misura sui punti di vista degli stessi protagonisti, e addirittura sulla lettura diretta dei testi che esprimono le concezioni storiche delle diverse culture, da Ippocrate a Confucio, da Virgilio a San Paolo, dal Bhagavad Gita a Sant’Agostino, da Ibn Haldun a Vico, da Hegel a Marx, da Nietzsche a Kang You Wei, da Mao a Spengler, da Toynbee a Eisenstadt, da Huntington a Kurzweil.

Alla luce di tutto questo, appare assolutamente appropriata lac questione del se non divenga necessaria una scienza storica più policentrica. Esagerata sembra invece la preoccupazione (frutto delle ossessioni ideologiche occidentali) che, in futuro, i nostri libri di storia li scriveranno degli autori cinesi.

Infatti, non va considerata certo una costante, bensì un’aberrazione contemporanea, che la storia venga scritta dal “Paese Guida” pro-tempore. I libri di storia dovrebbero essere scritti e pubblicati senza costrizioni in tutto il mondo, senza “memorie condivise”, e, soprattutto, senza imposizioni straniere.

I libri di storia futuri ce li scriveremo noi, in base alla nostra cultura, europea e mondiale.

PER RIFORMARE, OCCORRE STUDIARE!Commento alle proposte del Movimento Europeo circa la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Dopo 70 anni d’integrazione post-bellica, per fronteggiare la massa crescente di problemi derivanti dalla caduta del Muro di Berlino, dal fallimento del Trattato Costituzionale del 2003,dalla Brexit, dall’arresto dell’allargamento e dall’avvento dell’ Intelligenza Artificiale, l’Unione Europea necessiterebbe comunque di una profonda riforma.

Per giunta, la vita dello spazio  Europeo in questo periodo non  fa oggetto di una tranquilla evoluzione, bensì di una traumatica involuzione:

-disgregazione ideologica e geopolitica (rifiuto da parte della Svizzera; Brexit; conflitti con gli Slavi Orientali, con Visegrad e la Turchia)

-gravissimo ritardo tecnologico (completa assenza di un’industria digitale europea degna di questo nome);

disoccupazione alle stelle (vedi gli scandalosi obiettivi del summit sociale di Porto);

-nuove povertà, anziché eliminazione di quella estrema;

-mancanza di sovranità (cfr. CAI, GAFAM,North Stream);

-letargia decisionale (cfr. tempi tecnici del Recovery Plan-Next Generation);

-privilegi ingiustificati (Big Pharma, GAFAM, Statuto delle truppe americane);

-lontananza dai cittadini (livelli bassissimi di partecipazione, prevalenza di autorità non elette).

violazioni dei “diritti umani” (“guerre umanitarie” in contrasto con il diritto internazionale, violazione sistematica della “Rule of Law” europea in materia digitale (Schrems, contratti Microsoft, spionaggio Danimarca), confusione normativa in materia di migrazioni, delitti di opinione, divieto di simboli religiosi, persecuzione giudiziaria dell’indipendentismo catalano, statuto di “non cittadini” nei Paesi baltici; espropriazione della minoranza serba della Krajina…);

-incoerenze sul tema dei “diritti civili” (Paesi di Visegràd).

Facendo seguito a nostre precedenti proposte, meno articolate, per la Conferenza sul Futuro dell’Europa, precisiamo qui di seguito il punto di vista dell’Associazione Culturale Diàlexis.

Dalla documentazione delle Istituzioni relativa alla Conferenza, risulta chiaro che non si ha alcuna intenzione di modificare significativamente l’insoddisfacente status quo sopra descritto, e, anzi, si persevera in un illogico atteggiamento di compiacimento autoreferenziale, che non risponde, né a risultanze obiettive, né alle convinzioni di cittadini e osservatori, bensì solo all’ autoreferenzialità della “Società dell’1%”. Ciò che scandalizza non è in rallentamento di un processo in marcia oramai da secoli, bensì la mancanza di idee nuove e di creatività. Il primo ad esserne deluso è il Movimento Europeo in Italia, che scrive:“Are the gates of the European Institutional Construction Site closed for citizens?”; “ Is the Conference descending into farce?”

Infatti:

a)non c’è, nei documenti della Conferenza neppure una traccia di riflessione “sul futuro” (intelligenza artificiale, multipolarismo, conquista dello Spazio);

b)non sono state aperte possibilità serie di intervento, né ai cittadini, alle associazioni, né alla cultura, e neppure ai partiti, e addirittura neppure al Movimento Europeo(risultando così chiaro che c’è la volontà d’imporre una soluzione prefabbricata, basata come sempre su un compromesso al ribasso fra Stati membri e Istituzioni).

Nonostante ciò, e forse proprio a causa di ciò, questa costituisce un’occasione d’oro per il Movimento stesso, per riqualificarsi in senso “rivoluzionario”, come collettore delle istanze di tutti i soggetti esclusi, preparando, con questi ultimi,  dei “cahiers de doléances” da sottoporre alle Istituzioni-

I.IL RUOLO DEL MOVIMENTO EUROPEO

Oggi, il Movimento ha un ruolo subordinato nei confronti delle Istituzioni, dei partiti e delle grandi organizzazioni sindacali, perché, coerentemente con una scelta  fatta 75 anni fa, esso ritiene che la politica in Europa debba essere fatta dai grandi partiti di massa di origine ottocentesca (liberale, cristiano-sociale, socialista, comunista). Oggi, in realtà, quei partiti, o non esistono più, o sono frantumati e dispersi all’ interno di “partiti europei” che non portano più neppure gli stessi nomi (Partito Popolare, Socialisti e Democratici, Renew), inoltre, hanno un notevole peso partiti prima inesistenti (Verdi, Conservatori, Identitari), e tutti insieme conducono politiche sincretiche e irriconoscibili all’ interno del “mainstream occidentale” politicamente corretto.

In questa situazione, paradossalmente, l’unico ad aver mantenuto delle idee-forza rimaste almeno parzialmente conformi alle problematiche del mondo contemporaneo è il Movimento Europeo:

uno Stato Europeo più forte di quello attuale (la “Federazione”, che potrebbe corrispondere agli altri cosiddetti “Stati-civiltà” che dominano la geopolitica contemporanea, e dove si potrebbe concentrare il fuoco dell’innovazione tecnologica e sociale);

il multipolarismo (il “federalismo mondiale”, in netto contrasto con l’idea di un’esclusivistica “Comunità euro-atlantica”);

-la politica estera e di difesa comune (con l’idea, conclamata ma mai avviata, della “Sovranità Strategica Europea”, in evidente contrasto con l’idea di una “guida americana” quale sostenuta da Biden);

-un’idea concreta di “Modello Sociale Europeo” fondato sul “Dialogo Sociale” e sulla partecipazione dei lavoratori quale esistente in quasi tutto il Continente (i “Comitati Aziendali”).

Spetterebbe dunque ad esso indicare il cammino ai partiti, non già viceversa.

Inoltre, giacché le stesse  idee-forza erano state concepite ben 100 anni fa (cfr. “Paneuropa”), in una situazione radicalmente diversa (addirittura prima della 2° Guerra Mondiale), esse avevano  cominciato fin da subito ad essere riviste (prospettiva di vittoria degli Alleati, abbandono dell’ apertura alla Russia, accettazione delle Comunità Europee…). Da molto tempo, però, queste idee non vengono più aggiornate, nonostante l’intelligenza artificiale, il crollo del Muro di Berlino, il Pensiero Unico, i BRICs, la Brexit….

Occorre perciò almeno aggiornare l’idea della ricerca della pace dell’ Abate di Saint Pierre alla luce dell’ Equilibrio del Terrore e del Rischio Esistenziale; la Carta dei Diritti alla luce dell’incombente conformismo digitale; l’egemonia franco-tedesca alla luce dello spostamento del baricentro europeo verso Oriente….

Tale linea di pensiero aggregante un insieme progettuale coerente dovrebbe riunire i  diversi filoni di riflessione : identità culturale, transizione digitale, evoluzione geopolitica, “multi-level governance”.

L’Asklepieion di Cos, dove Ippocrate scrisse “Arie, Acque, Luoghi”, la più antica e la più azzeccata teoria dell’ identità europea.

II.UNA BASE COGNITIVA FORTE QUALE PRESUPPOSTO DI RIFORME STRUTTURALI.

Il mainstream post-umanista (erede di messianesimo, utopia, occidentalizzazione e  modernizzazione), che ha gestito la transizione all’ Intelligenza Artificiale, sta esercitando una censura implacabile sul filone del  pessimismo tecnologico che, partendo da Huxley, passando per Anders, Asimov, Joy, Hawking, Rees, Assange e Snowden, ci ammonisce contro il “Rischio Esistenziale” implicito nel “Superamento dell’ Umano”.  Di fronte all’ attuale biforcazione fra due promesse messianiche -l’”Esportazione della Democrazia” degli USA e la“Comunità di Destino Condiviso”della Cina-, l’Europa sembra voler proporre in alternativa un proprio  non meglio definito “Umanesimo Digitale”,  relativamente al quale l’Unione  si candida ad essere il “Trendsetter del dibattito mondiale”. Infatti, l’Europa critica tanto la transizione digitale guidata dai GAFAM, quanto quella guidata dal Partito Comunista Cinese.

Pur non essendo consono a un’Europa multiculturale e multipolare ingerirsi nelle scelte di civiltà degli altri Continenti, l’Europa deve poter partecipare senza interferenze esterne alla formazione delle normative internazionali decisive, come quelle sul controllo delle nuove tecnologie, sulla limitazione degli armamenti, sulla preservazione dell’ambiente e sulla pace nel mondo, al fine di potersi sviluppare in modo coerente con la propria cultura.

Tale ruolo presupporrebbe però una forza, ideale e tecnologica, che l’Europa oggi non ha, e quindi richiede una trasformazione rivoluzionaria (di cui la Conferenza dovrebbe essere l’inizio) che la ponga in grado di dialogare alla pari con gli Stati-Civiltà, “saltando” (“leapfrogging”) le fasi di sviluppo intermedie ch’essa non ha vissuto: le “Conferenze Macy”, la “corsa allo Spazio”, il DARPA,l’ “Ideologia Californiana”, il “Wangluo Zhuquan”,l’ “Unione del Civile e del Militare”, ecc..).

Per fare ciò, dal punto di vista concettuale, l’ Europa deve superare l’attuale visione puramente formalistica dell’”etica digitale”, volta a far salva, pur nella Società del Controllo totale, l’apparenza delle libertà borghesi (come nel GDPR e nell’ Antitrust), per disegnare invece realisticamente un “tipo di uomo” della società delle macchine intelligenti che recuperi, in forma nuova, i valori dell’ Epoca Assiale (vitalità, comunità, spiritualità, pietas, eccellenza, partecipazione):le virtù nell’ Era dell’ Intelligenza Artificiale.

Dal punto di vista tecnologico, l’Europa deve costruire, fondandosi sulle esperienze altrui, un ecosistema digitale sovrano finalizzato al controllo sulle macchine intelligenti, e fondato sulla liberazione, grazie a queste ultime, delle proprie energie vitali, da incanalare, attraverso una “governance” appropriata, nella meditazione, nella coltivazione del Sé, nella ricerca intellettuale, nella dialettica politica, nell’amministrazione del sistema. Ciò richiede una gestione europea centralizzata dell’intero ecosistema tecnologico (l’”Agenzia Tecnologica Europea”); la moltiplicazione d’ iniziative di autonomia tecnologica europea sul modello di GAIA-X; l’”upgrading” a livello di filiera e di fondi sovrani del sistema di up-skilling tecnologico; l’aggregazione in rete  delle imprese automatizzate con nuove forme di affiliazione, di para-subordinazione e di cogestione.

I Paesi Baltici si spacciano per la roccaforte delle libertà in Bielorussia, ma, unici nel mondo,
hanno una precisa categoria di “non-cittadini” a cui negano i diritti civili.

III.GUADAGNARE  TEMPO  FINO ALLE ELEZIONI EUROPEE

Per questo motivo, il meccanismo e la tempistica previsti per la Conferenza sono inadeguati. Occorre sviluppare con riunioni, papers e libri bianchi, un’intensa attività di approfondimento autonomi del Movimento, sui temi seguenti:

Le Comunità Europee nascono come “L’Europa dei Giudici”

1)una struttura istituzionale funzionale alla transizione digitale-ecologica, attraverso forti organi progettuali centrali (un’ Agenzia tecnologica Europea, parallela alla Fondazione RenAIssance del Vaticano, al National Artificial Intelligence Board americano e all’ Istituto Fraunhofer tedesco).

Infatti, le strutture statuali non sono eterne, bensì debbono rispondere alle esigenze storiche della società (gestire un’economia agraria, favorire la nascita dell’industria, gestire la transizione digitale). L’esperienza dimostra che  quest’ultima richiede ovunque la presenza di forti Stati continentali, capaci di controllare gli sviluppi dell’ Intelligenza Artificiale, negoziare con le Grandi Potenze, tenere a bada i GAFAM e i BATX, escludere la sorveglianza di massa di potenze straniere, finanziare la ricerca e sviluppo, proteggere le proprie multinazionali e svolgere un’azione di advocacy in loro favore. E’ significativo a questo proposito come, in una prima fase, la Cina abbia copiato il deep State, il DARPA, i GAFAM, ed ora siano gli USA ad ispirarsi espressamente all’ “Unione del Civile e del Militare” tipica dell’ approccio cinese.

Senza un forte Stato europeo che svolga tutte quelle funzioni, l’Europa è condannata al sottosviluppo (caduta del tasso di redditività delle imprese, mancanza di innovazione, colonizzazione culturale ed economica, disoccupazione, crisi sociali, ingovernabilità). Questa situazione rende meno determinante la questione istituzionale europea, perché l’esperienza di USA e Cina dimostra che buona parte di questi processi, piaccia o no, si svolgono in una dialettica strettissima fra Enti amministrativi e multinazionali, mentre i processi istituzionali legali non  sono in grado di seguire la complessità e la rapidità di questi processi. Rende invece necessario lo studio attento dei meccanismi della collaborazione civile-militare e progetti come quello dello NSCAI americano, fondati essenzialmente sull’ idea di uno “stato d’ eccezione tecnologico”.

2)La sovranità strategica europea quale presupposto e risultato della transizione digitale-ecologica.

A partire dall’ inizio della presidenza Macron, era sembrato che si stesse diffondendo, a tutti i livelli, la consapevolezza che, in un mondo dominato dalle multinazionali del web, una trasformazione epocale quale la transizione digitale ed ecologica non può essere realizzata concretamente se l’Unione non dispone delle leve per controllare la società europea: un’ autonoma cultura economica e politica; proprie multinazionali; leve giuridiche importanti in materia di sicurezza, di programmazione, di antitrust, di aiuti di Stato (la cosiddetta “Sovranità Strategica Digitale”).

Purtroppo, con il passare degli anni, si è visto che l’Europa si allinea invece sistematicamente sulle posizioni degli Stati Uniti e dei “Five Eyes”, che, dopo Brexit, sono divenuti un clone degli Stati Uniti; che tutte le vantate azioni contro i GAFAM (dal GDPR all’ antitrust, alla web tax), non stanno affatto procedendo, come  stigmatizzato dal Parlamento Europeo, dall’ Antitrust e dall’EDPB.

Una seria riforma dell’Unione dovrebbe partire da una ridefinizione degli obiettivi strategici della stessa , che non possono essere pappagallescamente quelli degli Stati Uniti: dalla rivisitazione di Gaia-X per renderla veramente conforme al GDPR; all’ applicazione effettiva delle tasse sui GAFAM, decise da molti anni ma sempre sospese per le proteste dell’ America.

3)L’aggiornamento del modello sociale europeo e della cultura europea per la preparazione della società delle macchine intelligenti

Un altro tema su cui si gioca la credibilità dell’ Unione è il Modello Sociale Europeo. Modello sociale che era originariamente diverso da quello americano, perché, come scriveva Marx nei Grundrisse, il capitalismo si era sviluppato, non già, come in America, autonomamente (o meglio, dalla pulizia etnica e dallo schiavismo), bensì da un sistema feudale con profondi legami solidaristici.  Legami confermati da idee come “”sobornost’”, “Gemeinschaft”, “corporativismo”,Comunità,  “partecipazione”, “cogestione”, “concertazione”, agitati da Vogelsang, Toniolo, de Kuyper, Tönnies, Spirito, Fanfani, Olivetti, Wallon, Capitant, Ichino. Tuttavia, da oramai molti anni, quest’ elemento organicistico, senza venir meno (ed, anzi, perfino espandendosi dal punto di vista formale per l’emulazione della Germania e per la narrativa delle Chiese), è passato in realtà in secondo piano, sopraffatto da una visione assistenzialistica e pietistica della socialità come “compassione” verso gli “ultimi”. E’ venuto meno il concetto centrale del sistema sociale europeo, il lavoro come elemento non secondario dei diritti civili, dello “ius activae civitatis”, sancito soprattutto dalla Costituzione italiana (mai attuata su questo punto come su tanti altri), dalla Betriebsverfassungsgesetz tedesca e dal Wet op de Ondernemingsraden olandese. Se l’idea mitteleuropea d’ impresa co-gestita (tipici esempi, la Volkswagen, l’Airbus, la Siemens, la Daimler, la BMW) è oggi purtroppo sempre più rara a causa della decadenza delle grandi imprese europee, che ne riduce il numero (ma occorrerebbe vedere che cosa succede in gruppi come Stellantis), e se l’impresa del futuro sarà probabilmente l’impresa digitale “a rete”,  occorre ideare una transizione societaria orientata alla “federazione”  di ciascuna  filiera sul modello GAIA-X, regolamentata da “governances” rigorose, e articolata in una rete di medie e piccole imprese con nuove forme di associazione capitale-lavoro, fornitrici degli specifici servizi digitali.

L’Europa postbellica non è stata pacifista

IV.AREE PRIORITARIE DI RIFLESSIONE

Per rendere  concepibili i progetti di trasformazione di cui al punto precedente, sono necessari preliminarmente, a nostro avviso,  i seguenti supplementi di indagine a livello politico e tecnico, da concretizzarsi in appositi documenti:

-impatto dell’ intelligenza artificiale sulla cultura, sulla geopolitica, sul diritto costituzionale, sull’antropologia, sulla politica, sull’ economia e sulla società;

-strutturazione  fattuale (“costituzione materiale”)dell’attuale “multi-level governance” europea (società dell’ 1%, multinazionali, ONU, NATO, Unione Europea, BCE, macro-regioni, Stati membri, regioni, città);

-presupposti storico-culturali dell’ Unione Europea (tradizioni classiche e religiose, concetto di “Pace Perpetua”  nel costituzionalismo europeo pre-moderno, funzionalismo vs. federalismo, apogeo e crisi delle ideologie, questione linguistica e identità europea);

-trasmutazione dei principi umanistici nella società dell’automazione totale (valori “spessi” e valori “sottili”; la prospettiva apocalittica; gl’insegnamenti della futurologia e della fantascienza) .

L’Europa non possiede un’industria digitale, e dipende dalle Grandi Potenze

1)Impatto dell’ Intelligenza Artificiale

L’ Intelligenza Artificiale costituisce un cambio di paradigma nelle società umane (dall’Umanità formata dalla Natura a un’Umanità formata da se stessa; da una società “fisica” a una società virtuale; dalla dialettica Stato-Persona a quella algoritmo-essere umano; dagli Stati territoriali agli imperi virtuali; dal lavoro umano al controllo umano sulle macchine; dalla memoria collettiva ai Big Data; dall’ opinione pubblica ai social networks…

Al fine di configurare l’Europa di domani, questo nuovo scenario va conosciuto e padroneggiatom in modo critico e problematico, in modo da dare risposte adeguate alle nostre tradizioni culturali, e contribuire così in modo attivo (Trendsetter) al dibattito mondiale.

Mladic è stato condannato per Srebrenica, ma neppure i Caschi Blu europei sono innocenti

2) Rivoluzione nella “Costituzione materiale”

L’ordinamento giuridico comunitario è nato come “l’Europa dei Giudici”. Come tale è stato solo parzialmente diritto positivo, e per gran parte una costruzione fondata sui “principi giuridici comuni degli Stati Membri”. Inoltre, lungi dall’ essere un ordinamento monistico, racchiuso in se stesso, esso è aperto alla sociologia (la “società europea”), alla giurisprudenza dei valori (“ i nostri valori”), il diritto comparato (i principi degli Stati Membri), il diritto internazionale (i trattati), il diritto sovrannazionale (ONU, NATO, OSCE, UNESCO, Consiglio d’ Europa, Banca Mondiale…), i diritti interni (le “competenze concorrenti”), le normative interprofessionali, la “lex mercatoria”, ecc…

Per poterlo riformare, occorre prima censirlo (cosa che oramai non si potrà fare completamente se non con l’informatica giuridica), poi elaborandone una teoria, e, infine, studiandone una riorganizzazione che, in base a una nuova versione del principio di sussidiarietà, distribuisca le norme ai livelli più appropriati.

Data l’importanza e l’urgenza delle attività in corso, preghiamo i nostri lettori di segnalarci i loro interessi, le loro  osservazioni, le loro obiezioni e le loro proposte, da inserire nei nostri programmi, e soprattutto il Movimento Europeo di aprire al più presto un dibattito su questi temi.

Matteo Ricci, pioniere di una visione europea postmoderna
e multiculturale

3)I Presupposti culturali dell’ integrazione europea nel XXI secolo

L’integrazione europea è essa stessa una “Grande Narrazione”, che tende a divenire il “mainstream” dell’ Unione Europea. Questa “Grande Narrazione” ha una storia, che parte dai teorici dell’impero romano e del Sacro Romano Impero, per passare alle varie teorie della “Pace Perpetua”, di Paneuropa, del manifesto di Ventotene e della Dichiarazione Schuman. Verso la fine del XX secolo, si privilegiava il benessere dovuto al “modello sociale europeo”; più recentemente, si enfatizza una certa visione dei “diritti di nuova generazione”, con particolare enfasi per quelli digitali.

Il fatto stesso che la giustificazione teorica dell’Unione Europea si sia modificata nel tempo dimostra ch’essa è storica e contingente, e come tale va rivisitata costantemente. Oggi, le pretese di rappresentare la “Pace Perpetua”, “Stato sociale” e “difesa dei diritti” sono state scalfite dai fatti. Gli obiettivi dell’ Unione debbono essere ricalibrati alla luce del “rischio esistenziale”, del multipolarismo, della cyberguerra, della transizione ecologica, dei valori post-materialistici e dell’“epistocrazia”. 

Nell’ UE continuano molte violazioni dei diritti umani e civili che, se compiute altrove, susciterebbero valanghe di sanzioni

4)Trasmutazione dei principi umanistici

La cultura europea moderna, a partire dal Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco, per passare a Nietzsche, a Heidegger, a Buber, a Teilhard de Chardin, a Jünger, a Kurzweil, vive in una prospettiva apocalittica, in cui comunque il significato delle cose non può rimanere lo stesso ch’esso era prima della rivoluzione tecnologica.

Alla prova del dominio delle macchine intelligenti, valori sempre invocati dal Mainstream europeo rischiano, come rilevavano già Nietzsche e Saint-Exupéry- di rivelarsi inattuabili – anzi, di fare da copertura al loro opposto-. La “misericordia” rischia di divenire la copertura dell’ignavia; l’”umanesimo”, dell’assistenzialismo burocratico; l’”eguaglianza”, dell’omologazione, la “libertà”, della manipolazione occulta, la “democrazia”, di una vera e propria  messa in scena; i “diritti”, delle discriminazioni a rovescio; la “pace”, di una guerra infinita sotto le menzognere insegne dell’aiuto umanitario.

Indipendentemente dalla tecnica legislativa prescelta, occorre una ridefinizione dei diritti civili alla luce dell’intelligenza artificiale, che realizzi concretamente libertà e solidarietà in un mondo dominato dalle macchine.

La Carta Europea dei Diritti dovrebbe enfatizzare i diritti di libertà contro la Società del Controllo Totale

V. APPELLO AL MOVIMENTO EUROPEO

Come sin vede dall’ esemplificazione qui fatta dei singoli temi, occorrerebbe un lavoro serio e di lungo periodo, assolutamente alieno all’ approccio molto sbrigativo adottato dagli Stati Membri e dalle Istituzioni.

Per questo motivo, ribadiamo la nostra adesione alla proposta del Movimento Europeo, che i lavori della Piattaforma della Conferenza sul Futuro dell’ Europa proseguano fino alle prossime elezioni europee, trasformandosi in un comitato promotore, che sottoponga le proprie proposte ai partiti e ai candidati, con la speranza che il prossimo Parlamento si assuma un ruolo costituente, avvalendosi anche dei lavori preliminari svolti con la Piattaforma.

A questa proposta, aggiungiamo anche quella che il Movimento Europeo si faccia tramite, a livello europeo, di iniziative di ogni genere volte ad approfondire i temi qui indicati, al fine di pervenire alla scadenza delle prossime elezioni europee con un bagaglio completo di proposte e di argomenti adeguate alla scadenza del 2024, quando tanto i progetti cinesi di “Made in China 2025”, quanto quelle americane della Commissione NSCAI, si saranno oramai sostanzialmente realizzati, sicché nessuno potrà trincerarsi dieto al fatto di non sapere, o alla pretesa che una politica autonoma del digitale sia impossibile per degli Stati di dimensioni continentali. Come abbiamo cercato di illustrare in questa nota, tutto il dibattito europeo ne dovrebbe risultare sconvolto, secondo le linee direttrici che raccomandiamo con questa nota.

Desideriamo, con la presente, fornire al Movimento Europeo e ai nostri lettori, suggerimenti e materiali utili per questo impegnativo periodo di attività. Stiamo preparando nuove manifestazioni ed opere dedicate specificamente alla Conferenza.

Associazione Culturale Diàlexis

La questione linguistica dopo Brexit non è procrastinabile.

LINKS:

1)Alla Piattaforma dei Cittadini: futureu.europe.eu#

2)Alle proposte già inserite nella Piattaforma:

Role of the European Movement within European Institutional framework

Role of the European Movement within European Institutional framework – Idee – Democrazia europea – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Agenzia Europea per la Tecnologia Agenzia Europea per la Tecnologia – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Accademia digitale europea Accademia digitale europea. – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Agenzia Internazionale Per Il Principio Di Precauzione (https://futureu.europa.eu/processes/OtherIdeas/f/8/proposals/1458)

Trattati Internazionali sulle armi autonome (LAWS)( Trattati Internazionali sulle armi autonome (LAWS) – Idee – Altre idee – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Legge organica sull’ intelligenza artificiale

Legge organica sull’ intelligenza artificiale – Idee – Altre idee – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

European Digital Champions

European Digital Champions – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Regolamento organico per le piattaforme digitali  Regolamento organico per le piattaforme digitali – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Codex Juris Technologici

Codex Juris Technologici – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Accademia Militare Europea

Accademia Militare Europea – Idee – L’UE nel mondo – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A European Intelligence Service

A European Intelligence Service – Idee – L’UE nel mondo – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A European Group of Strategical Reflection

A European Group of Strategical Reflection – Idee – L’UE nel mondo – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A Multi-level Task Force for European Constitutionalism

A Multi-level Task Force for European Constitutionalism – Idee – Democrazia europea – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Basic Points of a Constitutional Frame for Europe’s Multi-level Governance

Basic Points of a Constitutional Frame for Europe’s Multi-level Governance – Idee – Democrazia europea – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Rewording the European Charter of Rights

Rewording the European Charter of Rights – Idee – Democrazia europea – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A Task Force Concerning the Linguistic Regime of the Union

A Task Force Concerning the Linguistic Regime of the Union – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Motore di Ricerca Europeo

Motore di Ricerca Europeo – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Piattaforma Commerciale Europea

Piattaforma Commerciale Europea – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Piattaforma social europea

Piattaforma social europea – Idee – Trasformazione digitale – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Publishing, Movies and Tourism about European Culture

Publishing, Movies and Tourism about European Culture – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

 Piattaforma della cultura e identità europee

Piattaforma della cultura e identità europee. – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Curricula europei

Curricula europei – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

European Philosophical Academy

European Philosophical Academy – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

European Philological Academy

European Philological Academy – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

A European Theological Academy

A European Theological Academy – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

Accademia Superiore Europea

Accademia Superiore Europea – Idee – Istruzione, cultura, gioventù e sport – Conference on the Future of Europe (europa.eu)

3)Agli eventi già realizzati:

COME GUARIRE LA MALATTIA DELL’ EUROPA (COME CURARE LA "MALATTIA DELL' EUROPA"? – Eventi – Altre idee – Conference on the Future of Europe);

4)Ai volumi già  pubblicati sugli argomenti pertinenti alla Conferenza, e, in particolare:

a)10.000 anni d’Identità Europea, Primo Volume, Patrios Politeia ,Torino, 2006 (cfr amazonaws.com);

b)Re-starting EU Economy via Technology-intensive Industries(cfr. Microsoft Word – Economy 22 settembre.docx (amazonaws.com);

c)Codex Juris Technologici (cfr Corpus Juris Technologici – Riccardo Lala, Associazione Culturale Diàlexis – Alpina – 9788890247064 (streetlib.com);

d)European Technology Agency (cfr PaginedaRiccardoLalaEUROPEANTECHNOLOGYAGENCYpreview_aefbf634-8bee-44e3-b424-786c7a6bde6d.pdf (amazonaws.com);

e)L’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale di Torino(cfr L’Istituto per l’Intelligenza Artificiale di Torino – Documentazione e Riflessioni (amazonaws.com).

f) Es Patrida Gaian (Es Patrida Gaian – AA VV – Associazione Culturale Diàlexis – Alpina – 9788834120330 (streetlib.com)

g)Il ruolo dei lavoratori nell’ era dell’ intelligenza artificiale

(anteprima_9c541f10-3c5e-4be2-9353-bd9e2059470b.pdf (amazonaws.com)

Data l’importanza e l’urgenza delle attività in corso, preghiamo i nostri lettori di segnalarci i loro interessi, le loro  osservazioni, le loro obiezioni e le loro proposte, da inserire nei nostri programmi, e soprattutto il Movimento Europeo di aprire al più presto un dibattito su questi temi.

TECNICA, POLITICA E FILOSOFIA:

dibattito avviato fra Massimo Cacciari e Donatella De Cesare

Donatella De Cesare

E’ senz’altro positivo che la designazione a primo ministro di Mario Draghi abbia ravvivato il dibattito sui ruoli di tecnica, politica e filosofia (certamente il problema numero uno del nostro tempo).

Il governo dei tecnici era stato posto all’ordine del giorno fin dagli albori della Modernità, dal socialismo utopistico,l’ altra faccia del positivismo. Come giustamente osservava già Heidegger, questa “Tecnica” non era qualcosa di puramente tecnico. Essa era infatti quella “nuova scienza” mediante la quale, secondo il Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco, l’uomo si sarebbe “salvato da solo”. Secondo Enfantin e Comte, questi tecnici-teologi avrebbero dovuto divenire i nuovi politici. In effetti, qualche decennio più tardi,  epoca appaiono i primi tecnici al governo: Rathenau, Bogdanov, Salazar, Hoover, Goering, Einaudi….

Intanto, la tecnica condizionava sempre più la società e la cultura: la rivoluzione industriale, il marxismo, taylorismo e fordismo, corporativismo…Auschwitz e la bomba atomica portano al centro del dibattito politico la Questione della Tecnica, e la corsa agli armamenti e allo spazio e la coesistenza pacifica segnano un ulteriore momento di valorizzazione politica della tecnica, che diviene l’arena in cui si affrontano le diverse visioni del mondo modernistiche per affermare la loro rispettiva superiorità.

Non per nulla, la lunga fase che va dagli Anni 50 agli anni 80 è dominata, in URSS, dall’ Ingegner Brezhnev. Secondo l’economista Oskar Lange, il socialismo avrebbe potuto prevalere sul capitalismo solamente grazie all’ informatica: l’Ideologia Californiana postula una tecnocrazia digitale capace di realizzare una sintesi fra i due sistemi: la “Googleization of the World”. E, difatti, con i manager di Google, compare una tipologia sociale inedita, che realizza quest’idea del tecnico  come sintesi fra il teologo, il filosofo, l’imprenditore e il politico.

E’ senz’altro positivo che la designazione a primo ministro di Mario Draghi abbia ravvivato il dibattito sui ruoli di tecnica, politica e filosofia (certamente il problema numero uno del nostro tempo).

Il governo dei tecnici era stato posto all’ordine del giorno fin dagli albori della Modernità, dal socialismo utopistico,l’ altra faccia del positivismo. Come giustamente osservava già Heidegger, questa “Tecnica” non era qualcosa di puramente tecnico. Essa era infatti quella “nuova scienza” mediante la quale, secondo il Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco, l’uomo si sarebbe “salvato da solo”. Secondo Enfantin e Comte, questi tecnici-teologi avrebbero dovuto divenire i nuovi politici. In effetti, qualche decennio più tardi,  epoca appaiono i primi tecnici al governo: Rathenau, Bogdanov, Salazar, Hoover, Goering, Einaudi….

Intanto, la tecnica condizionava sempre più la società e la cultura: la rivoluzione industriale, il marxismo, taylorismo e fordismo, corporativismo…Auschwitz e la bomba atomica portano al centro del dibattito politico la Questione della Tecnica, e la corsa agli armamenti e allo spazio e la coesistenza pacifica segnano un ulteriore momento di valorizzazione politica della tecnica, che diviene l’arena in cui si affrontano le diverse visioni del mondo modernistiche per affermare la loro rispettiva superiorità.

Non per nulla, la lunga fase che va dagli Anni 50 agli anni 80 è dominata, in URSS, dall’ Ingegner Brezhnev. Secondo l’economista Oskar Lange, il socialismo avrebbe potuto prevalere sul capitalismo solamente grazie all’ informatica: l’Ideologia Californiana postula una tecnocrazia digitale capace di realizzare una sintesi fra i due sistemi: la “Googleization of the World”. E, difatti, con i manager di Google, compare una tipologia sociale inedita, che realizza quest’idea del tecnico  come sintesi fra il teologo, il filosofo, l’imprenditore e il politico.

Henri de Saint Simon

1.La Commissione NSCAI: trionfo della lobby informatica

Per il direttore tecnico Kurzweil, la transizione digitale porta automaticamente con sé il superamento dell’ uomo da parte delle macchine; per Eric Schmidt (nominato dal Congresso americano presidente della Commissione NSCAI), Google avrebbe sostituito Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo. E, in effetti, l’oggetto stesso della Commissione NSCAI è proprio un immane sforzo volontaristico dell’America per raggiungere la Cina nel campo dell’Intelligenza Artificiale, nell’ambito dello sforzo ancor maggiore promosso dalla Risoluzione S 1169.

Si tratta di riproporre, nei confronti della Cina, quello stesso programma di contenimento tecnologico esercitato, nei confronti dell’ URSS, ai tempi dello Sputnik e di Gagarin. Si tratta anche di disciplinare gli alleati, i quali dovrebbero rinunziare alle loro velleità di “Autonomia Strategica Digitale” nel nome di una presunta comunità di valori e d’interessi all’ interno di una pretesa “civiltà occidentale”.

E’ chiaro come, in questo contesto, la tecnica divenga più che mai un momento determinante della lotta per il potere mondiale: dal punto di vista esistenziale (per il rapporto uomo-macchina); da quello ideologico (per la “curvatura etica” data alle diverse politiche del digitale); da quello militare (per il legame fra controllo totale e guerra nucleare); dal punto di vista sociale (per la pregnanza del digitale nel configurare l’umanità del futuro); da quello economico (per la capacità dei GAFAM di drenare enormi quantità di risorse da un continente all’ altro); da quello politico, per la possibilità, attraverso i social networks e lo spionaggio elettronico, di manipolare l’opinione pubblica e l’elettorato (basti pensare alla controversia fra il Movimento 5  Stelle e la Casaleggio e Associati).

In questa situazione, è ovvio che i tecnici hanno già di fatto in mano, non soltanto la politica e la comunicazione, ma anche l’ Accademia, che tutte dipendono dai GAFAM (per le possibilità di ricatto, le enormi ricchezze, i legami con lo spionaggio, e con l’editoria, i finanziamenti alla ricerca.Come stupirsi allora se, anche dal punto di vista formale, il governo di un certo numero di Paesi venisse affidato anche formalmente a dei tecnici?

La competizione sino-americana per l’ Intelligenza Artificiale

2.Il caso Draghi

Per la verità, non sembra che il caso Draghi costituisca la svolta determinante a questo riguardo. In effetti,  è vero che Draghi è emerso attraverso un lungo processo, non elettorale, bensì di cooptazione (accademica, burocratica, governativa, presidenziale), però anche quest’ultima presuppone una non comune abilità politica e un notevole grado di complicità con le tendenze ideologiche e di potere dell’élite dominante.

Quando si contrappongono i “tecnici” ai “politici”, s’intende riferirsi ai “politici democratici”, vale a dire quelli emersi da un curriculum di tipo elettorale. Ma, se così è, buona parte dei leaders storici dell’Occidente non sono affatto emersi da un confronto elettorale, bensì da percorsi diversi. Basti pensare ad Eisenhower, a De Gaulle, a De Gasperi, a Togliatti, alla Merkel, a Di Pietro, Berlusconi, Ciampi, Monti, Grillo…

Certamente, il monopolio della tecnica non è riconducibile tanto all’universale  aggiramento dei processi democratici, bensì molto di più a un fenomeno ancor più importante e generalizzato: l’impossibilità per i cittadini dei Paesi democratici d’influire comunque in qualche modo sulla scelta dei fini della politica.

Anche questa non è una novità. Avrebbero potuto i vari Paesi d’Europa rifiutarsi, dopo la IIa Guerra Mondiale,  di aderire ai blocchi, rispettivamente, americano o sovietico? Avebbero potuto fuoriuscire dall’ “società dei consumi”? E, oggi, è l’Europa libera di conquistarsi, come preteso da Macron, Merkel e Borrell, la propria “sovranità strategica” (culturale, militare, tecnologica, economica)?

Erich Schmidt alla presentazione di “The New Digital Age”

3.Il fine della Modernità

In realtà, nonostante la debolezza delle “teorie del complotto”, non si può negare che i fini dell’Europa e del mondo fossero stati effettivamente definiti in modo non trasparente già dai fondatori dell’ Idealismo, da imprenditori visionari come Saint Simon, Owen e Fourier; da sette integraliste come la Chiesa Positivistadi Auguste Comte, i Cosmisti russi,  la “Singularity University”; da multinazionali come  quelle dei  GAFAM e dei BATX, rispetto ai quali i politici, da Eisenhower a Prodi, da Juncker a Renzi, fino a Biden e all’attuale Commissione Europea, sono stati e sono in evidente soggezione.

Come risultato di questo processo storico, il Fine della Storia fissato all’ Umanità intera dal Complesso Informatico-Militare è oggi rappresentato dall’ unione fra uomo e macchina, fra natura e tecnica, fra impresa e Stato, in un’unica Megamacchina, capace di controllare il mondo intero, e di sopprimere tutte le alterità, e quindi la stessa vita sulla terra.

E’ stato inutile che, nell’ultimo secolo,  pensatori come Huxley e Asimov, Joy e Rees, si siano adoprati per denunziare i lati oscuri di questo progetto e proporre alternative: grazie alle strette connessioni fra il “post-umanismo” e la “Società dell’ 1%”, il progetto nichilistico sta procedendo , e la stessa competitività anche militare fra gli Stati Uniti e il resto del mondo rischia di accelerare la presa di potere delle macchine, grazie alla “guerra al tempo delle macchine intelligenti”, che, secondo Manuel de Landa, sarà determinante a questi effetti.

Quest’ obiettivo, solo parzialmente irrealistico, costituisce l’eredità di una millenaria evoluzione, che parte dalle religioni nichilistiche dell’ antica India, passa per il dualismo esasperato della cultura persiana, riemerge carsicamente nelle Religioni Occidentali, per  reincarnarsi infine nel messianismo immanentisticodella Modernità, per incarnarsi nel modo più estremo nella Società del Controllo Totale e nella Guerra al Tempo delle Macchine Intelligenti (de Landa), inaugurata ufficialmente qualche giorno fa con l’utilizzo, nella guerra civile libica, del drone intelligente assassino “Kargu” dell’ Esercito Turco.

IL sottosegretario americano Blinken

4.Chi comanda in Europa?

Per ora, il controllo, sull’ Europa del Complesso Informatico-Militare, è solamente indiretto. Infatti, l’Europa non possiede un suo moderno esercito digitalizzato. Pertanto, l’importante è renderle impossibile arrivarci, in modo ch’essa assista impotente alla presa del potere a livello mondiale delle macchine intelligenti.

A questo scopo bastano gli strumenti di un’America a sua volta controllata dai GAFAM: i poteri del Presidente; le lobbies delle grandi famiglie; il DoD ;l’ “intelligence community”; Hollywood…

Come afferma giustamente Donatella De Cesare, “Dietro il Tecnico, tanto più se ben funzionante come ora, spunta l’ingranaggio di una governance amministrativa che minaccia di rendere superfluo e vacuo il Politico”.A nostro avviso, la realtà è ancora più complessa, perché la “governance amministrativa” dei Ministeri, della Commissione Europea, delle Associazioni di categoria, è essa stessa impotente ed eterodiretta, come dimostrano gli sconcertanti rapporti fra i GAFAM, Juncker, le Istituzioni, Renzi; quelle fra la Mackinsey e l’ attuale Governo; quelli fra Rothschild e Macron; e, infine, l’inaudita vicenda dello spionaggio della Danimarca, per conto degli USA, contro i leaders europei.

Per questo, la conclusione di Donatella di Cesare ci sembra esageratamente ottimistica: “Perciò, malgrado tutto, bisogna far sì che il Politico si riprenda presto il proprio ruolo.”Perché ciò avvenga, non basterebbe certo che, eletto Draghi a Presidente della Repubblica, si tenessero finalmente delle elezioni, ma sarebbe invece preliminarmente necessario un ben più profondo rivolgimento a livello europeo, in forza del quale potesse emergere un nuovo schieramento, alternativo a quelli attuali, che si opponesse a dare per scontato che il Fine della Storia è un sostanziale passaggio di consegne fra l’ uomo e la macchina. Tra l’altro, solo allora si potrebbe parlare di una democrazia europea, cioè della possibilità di scelta fra due reali alternative.

Inoltre, affinché il passaggio di consegne alle macchine fosse veramente scongiurato non  basta certo la cosiddetta “etica dell’ Intelligenza Artificiale” di cui tanto si parla. Come ha scritto Padre Philip Larrey, se si considera che praticamente tutto il sistema digitale è una colossale arma autonoma ancillare alla guerra nucleare, è impossibile darle un’etica, che non sia il dovere di uccidere. Infatti, lo scopo di un’arma è quello di uccidere.

Inoltre,l’etica la possono avere solo degli uomini, che, con il loro libero arbitrio, possono decidere, a loro rischio e pericolo, di fermare quell’ arma.

Infine, come ha fatto rilevare lo stesso Schmidt, sarebbe anche impossibile imprimere nell’ Intelligenza Artificiale, un’”etica universale”, perché le etiche sono molte, e sono situate storicamente e geograficamente.

5.L’Europa, unica barriera contro il Controllo delle Macchine Intelligenti

Un’Europa non dipendente dalla Tecnica  avrebbe una cultura molto diversa da quella attuale, basata sulla  “salvezza dell’ uomo attraverso la tecnica”, in una “Fine della Storia” che elimini il conflitto eliminando la differenza. Come aveva scritto in modo insuperabile già Ippocrate, gli Europei, essendo localizzati in un Paese molto frastagliato e differenziato, hanno sviluppato fin dai primordi il carattere dell’ “Autonomia”, che li rende insofferenti non solo ai poteri troppo centralizzati, bensì anche agli eccessi di conformismo e di moralismo, che soffochino la loro personalità. Solo degli Europei molto differenziati, che ricerchino ciascuno a suo modo l’eccellenza, possono avere in sé lo stimolo a reagire all’ imposizione delle macchine, tenendo sempre viva la necessaria resistenza.

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa ci offre un’occasione imperdibile per affrontare questo fondamentale argomento, eb per tradurlo in proposte concrete di governo.

Conteremmo d’inserire questo dibattito all’ interno, non solo della Conferenza per il Futuro dell’ Europa, bensì anche del prossimo Salone del Libro

CONGIURE CONTRO IL PIEMONTE DIGITALE: si ripete “Il caso Olivetti?”

Le enormi difficoltà che Torino incontra da ormai quasi un anno per farsi riconoscere il ruolo (promessole dal Governo Conte) di sede dell’Istituto Italiano d’Intelligenza Artificiale conferma che vi sono correnti e interessi ostili allo sviluppo di un’industria digitale seria, non solo a Torino, ma, in generale, in Europa.

Ne costituiscono prove l’assenza, nel Recovery Plan-Next Generation europeo e nel PNRR italiano (per ora ancora solo sulla carta) di qualunque previsione a favore della nascita di multinazionali europee del digitale, come pure il fallimento di tutte le iniziative intraprese dalla Commissione per limitare il potere dei GAFAM, e, infine, la violentissima requisitoria del Parlamento Europeo contro l’inattività delle istituzioni e degli Stati Membri per attuare realmente il GDPR.

L’ultima beffa è stata costituita dalla destinazione di 30 milioni (che voci di corridoio governative attribuivano all’Istituto), per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nel settore “automotive”, stanziati a favore del Politecnico, mentre invece nulla si sta facendo per l’ Istituto, i cui compiti non dovrebbero essere settoriali, bensì generali, come illustrato in precedenti post, e non possono certo esaurirsi nel canalizzare fondi destinati a determinate imprese.

Prendiamo atto con piacere che i politici torinesi di tanto in tanto reagiscono a questo stallo, ma si tratta d’ interventi isolati e scoordinati.

Eppure, Torino presenterebbe tutte le caratteristiche per sviluppare un’industria digitale competitiva, purché le pubbliche Autorità l’aiutassero, così come il DARPA aveva aiutato la nascita dei GAFAM. Cosa che tanto l’Unione, quanto i Governi nazionali, rifiutano di fare, non rispondendo neppure alle continue sollecitazioni in tal senso.

E non si dica che solo le Superpotenze possono permettersi di creare i loro Campioni Nazionali digitali, perché, come scrive Ruchir Sharma su Foreign Affairs, anche una serie di potenze medie, come India, Indonesia, Turchia, Colombia, Cile, e perfino  Polonia, Kenya e Nigeria, stanno creando i loro campioni.

 Che anche l’Europa (e l’Italia) facessero qualcosa sarebbe il minimo che ci si potrebbe e dovrebbe attendere da un’Unione che vanta addirittura la propria “sovranità strategica digitale”, ma che in realtà sembra orientata piuttosto a rinchiudersi deliberatamente nell’ arretratezza.

1.Si ripetono i misfatti del 1960-61?

La situazione di oggi riporta all’attualità la triste vicenda che portò alla disintegrazione dell’impero Olivetti, e, in particolare, il sogno di Adriano Olivetti di realizzare, intorno a Ivrea, un’impresa digitale di respiro mondiale, culminata nel progetto del calcolatore P101.

L’anno scorso ricorreva il 60° anniversario della morte di Adriano Olivetti, e quest’anno quellom della morte, di poco successiva, del suo direttore Mario Tchou, il “padre” dell’ELEA 9003 e della P 101, deceduto in un misterioso incidente sulla Torino-Milano il 9 novembre 1961 (data  che si riserviamo di commemorare adeguatamente).Secondo il circostanziatissimo libro di Meryle Secrest, una giornalista americana intima degli Olivetti, uscito non casualmente in America nel 2019 e in Italia  l’anno scorso, vi fu un preciso complotto, ch’essa chiama “tempesta perfetta” per impedire che la Olivetti, forte dell’acquisizione della Underwood e del prestigioso progetto P101, divenisse la prima vera multinazionale dell’informatica, con ramificazioni in USA, in Russia e perfino in Cina, e con un background culturale, politico e sociale che anticipava di cinquant’anni la Silicon Valley, realizzando così un mutamento geopolitico di primaria importanza (Il caso Olivetti, Rizzoli, 2020.

Per impedire quel progetto, furono mobilitati politici, imprenditori, banche (a cominciare dalla Banca d’ Italia),governi e servizi segreti,  con l’obiettivo primario di chiudere la divisione informatica, che, secondo Valletta, costituiva “un neo da estirpare”,  come lo stesso Paolo Fresco, che aveva acquisito la divisione per conto di General Electric, ha confermato nelle sue memorie.

La pretesa dei poteri forti che il Piemonte si concentrasse nella produzione di automobili di bassa gamma poteva ancora avere un senso allora, quando l’industria autoveicolistica torinese impiegava 300.000 persone e il mercato italiano assorbiva milioni di vetture, ma non ne ha certo più ora, quando Torino non è che uno stabilimento periferico di Stellantis e tutte le sue attività decisive sono localizzate altrove, mentre invece tutto il mondo corre verso il digitale

2.Torino  è stata svuotata per l’assenza della politica

Di fronte all’ evidenza del fatto che Torino ha bisogno di una nuova attività trainante, quel che resta delle attività passate si coalizza per fare barriera contro il nuovo. Procedendo così, andiamo verso un ulteriore svuotamento della città: dopo la capitale, il cinema, la moda, l’editoria, i cuscinetti a sfere, le macchine da scrivere, la formazione, l’autoveicolistico, che cosa ci possono ancora portare via? Più la città si svuota, più vengono meno le forze sociali che la difendevano: la Corte, l’ aristocrazia, l’esercito, gl’imprenditori, gl’ intellettuali, gli operai, i manager…

La stampa aveva informato la cittadinanza che sarebbe stato costituito un comitato promotore, coordinato da Don Luca Peyron. Qualcosa si sta muovendo?

Con quale coraggio i politici dei vari partiti del territorio si presenteranno alle prossime elezioni amministrative se avranno lasciato cadere la migliore occasione che si è presentata inaspettatamente alla città grazie agli sforzi dell’Arcidiocesi di Torino?

I giochi non sono ancora fatti. Perciò, invitiamo tutti a rimboccarsi le maniche, venendo allo scoperto con concrete proposte al Governo.

Per ciò che la riguarda,l’Associazione Culturale Diàlexis ha fatto tutto quanto possibile, partecipando alle consultazioni del Ministero dello Sviluppo Economico, coinvolgendo le Istituzioni Europee, pubblicando il libro bianco “L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale”(ora disponibile anche in forma cartacea), inserendo il tema nella piattaforma della Conferenza per il Futuro dell’ Europa,  organizzando ben 4 eventi, e lanciando una petizione indirizzata al Presidente Draghi e al Ministro Giorgetti, ed è ancora a disposizione per procedere oltre in queste attività.

Tuttavia, occorre accelerare, perché tutto il mondo si sta muovendo.

Chi si ferma è perduto!

ISTITUITA IN VATICANO LA FONDAZIONE RenAIssance, che si occuperà d’intelligenza artificiale.

Stupisce, dinanzi alla lentezza dell’Italia, dell’Unione Europea e perfino degli Stati Uniti e della Cina, nel darsi una struttura dedicata all’ Intelligenza Artificiale, la rapidità di azione dimostrata invece in questo campo da parte del Vaticano.

Mentre, infatti, la Commissione NSCAI ha appena proposto al presidente americano la costituzione di un Artificial Intelligence Board, e l’ Italia fatica a dare attuazione all’idea, espressa dal Governo Conte, di creare a Torino l’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, il Vaticano ha già creato la sua fondazione.

E, a ben vedere, non vi è, in questo, nulla di eccezionale, giacché, come insistiamo a dire da molto tempo, l’Intelligenza Artificiale rientra senz’ ombra di dubbio nell’ esperienza religiosa, come affermato con decisione da autori diversi  quali Meyrink, Capek, Teilhard de Chardin, McLuhan, Pouwels, Idel e Kurzweil, e il Vaticano ne è da tempo consapevole.

Uno dei temi più ricorrenti a questo proposito è quello, caro già a Newton, dell’azione tecnica quale prosecuzione dell’opera creatrice di Dio. L’altro è quello, attribuito dal mito a Rabbi Loew, secondo cui i Golem verrebbero  creati per proteggere dalle persecuzioni il popolo d’ Israele. Secondo Capek, poi, l’esistenza di automi capaci di riprodursi sarà un dono di Dio all’Umanità per ovviare alla decadenza dell’umano, espressa dalla crisi della natalità.Per gli Hojjatiyye iraniani, l’esistenza dell’intelligenza artificiale sarebbe un segno dell’approssimarsi dell’ avvento del Mahdi.Poi, per Kurzweil, l’intelligenza artificiale sarà una realtà sovraumana in grado di decidere la sorte dell’Universo. Infine, secondo McLuhan, la rivoluzione elettronica avrebbe costituito semplicemente l’avvento dell’ Anticristo.

Per ciò che riguarda la Chiesa, essa si trova da sempre al centro dei dibattiti sull’ Intelligenza Artificiale, in quanto ad essa il pensiero rivoluzionario settecentesco attribuiva  la funzione storica di aver anticipato, con la sua escatologia, la sua ecclesiologia e la sua etica, la nuova “Religione dell’ Umanità”, la “nuova mitologia” idealistica e positivistica, che sfocerà  alla fine nella “religione di Internet” quale principio di ”quasi eternità”.

La Chiesa stessa non è stata certo estranea alla nascita di queste narrazioni, in particolare attraverso le opere di Teilhard de Chardin, a cui, non per caso, ancora due anni fa la Chiesa aveva rifiutato di togliere l’interdetto.

Il dibattito sull’ Intelligenza Artificiale parte dal Golem di Praga

1.I presupposti culturali dell’ intelligenza artificiale

Giustamente, quindi, la Chiesa si è preoccupata dei presupposti culturali dell’ Intelligenza Culturale, sponsorizzando la firma, nel 2020, del “Rome Call for AI Ethics. A livello locale, l’ Arcidiocesi di Torino, si è battuto e si batte per la creazione dell’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale di Torino.

Come risulta dal titolo del “Call”, la “questione culturale” dell’ Intelligenza Artificiale tende a identificarsi, per la Chiesa  come per l’accademia, per l’industria e per la politica, con la “questione etica”, che vede, sostanzialmente, l’ Intelligenza Artificiale come  uno strumento di governance, che, come tale, è neutro, e può quindi essere utilizzato in modo “etico” o “non etico”. Impostazione discutibile, poiché, come affermato da Heidegger, “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, bensì una realtà esistenziale.

Per questo suo approccio limitativo, il “call” si inseriva nella sequenza degl’infiniti “codici etici” emanati da organizzazioni professionali ed accademiche,e ripresi sostenziamente nella recente normativa UE. Tali codici riprendono sostanzialmente l’insuperata idea delle “Tre Leggi della Robotica”, le quali a loro volta si riducevano all’ unico comandamento secondo cui i robot non debbono fare nulla che sia dannoso per l’ Umanità.Per altro, tutta la sterminata produzione letteraria di Asimov, inventore delle Tre Leggi,  ha avuto per obiettivo quello di dimostrare esse, ch’egli, negli Anni ’50 del XX Secolo, immaginava fossero adottate dall’ umanità del futuro, non avrebbero mai potuto funzionare, perché un precetto normativo non è  fa parte del linguaggio macchina, e, inoltre, perché l’Intelligenza Artificiale presuppone proprio l’autonomizzarsi della macchina dalla logica umana.

L’Intelligenza Artificiale parte dallo “Hair Trigger Alert” dei missili nucleari

2.Etica dell’ Intelligenza Artificiale ed Equilibrio del Terrore

Anche noi riteniamo che la formulazione di precetti etici destinati alle macchine (o agli sviluppatori che devono progettare le macchine) sia inefficace. Ma, quand’anche vi fosse questa possibilità di trasfondere in algoritmi dei principi normativi generali ed astratti , sorgerebbero problemi di altro genere.

Infatti, innanzitutto,  come ha dimostrato De Landa,  l’intero universo macchinico è parte integrante di un sistema geopolitico fondato sull’ equilibrio del terrore. Anche le applicazioni più innocenti come i cellulari o Alexa, essendo utilizzati per controllare il comportamento delle persone, fanno parte dell’ intelligence finalizzata ad anticipare un colpo nucleare avversario. Le macchine vengono usate prioritariamente per garantire  la Mutua Distruzione Garantita (MAD), che non è certo un principio etico. Etico è disattivarle, come dimostrato nel 1983 dal Tenente-Colonnello Petrov.

Secondo il mito, l’inventore del Golem, Rabbi Loew, poteva disattivarlo sostituendo una scheda nella sua testa

3.La virtù nell’ era delle Macchine Intelligenti

Quindi, i principi etici vanno inculcati prima nei membri della classe dirigente che controlla le macchine. Ed è ciò di cui sembra si stia discutendo fra le Superpotenze, con incerti risultati, come dimostrato per esempio dalle parallele discussioni sulla messa al bando delle armi nucleari e sulle armi autonome. Tuttavia, un effettivo controllo sulle macchine presuppone la capacità dell’ umano di mantenere un elevatissimo livello di efficienza, quale quello richiesto ad “analisti” dell’ Armata Rossa, come il Tenente Colonnello Petrov, capace di individuare in pochi secondi un errore di funzionamento della difesa nucleare sovietica, di assumersi la responsabilità di forzare il regolamento militare , e, infine, di imporsi a 150 ufficiali suoi subordinati che chiedevano a gran voce l’attivazione del sistema missilistico.

Per realizzare in tutto il mondo e in ogni momento un controllo capillare contro il malfunzionamento del sistema macchinico, occorre realizzare un’educazione capillare dell’intera umanità, sia dal punto di vista tecnico (conoscenza dei sistemi),sia da quello della maturità filosofica (solida adesione a dei principi),sia da quello decisionale (prontezza di riflessi e forza di carattere), sia, infine, da quello della conoscenza delle complesse normative sui vincoli del sistema macchinico (per esempio, degli accordi internazionali sulle armi autonome).

Per fare ciò, è senz’altro utile il contributo delle religioni, nate in ere di gradi avversità, le cui etiche erano volte in gran parte a forgiare l’uomo per renderlo capace di reagire in modo umano alle continue sfide del mondo. Su queste basi erano state costruite le etiche classica, confuciana, ebraica e cristiana. La concezione delle “virtù” (cardinali e teologali) era  funzionale proprio alla poliedricità delle capacità richieste per far fronte alle più svariate sfide.

La nostra era digitale non è infatti più libera da insidie di quelle degli Stati Combattenti o dell’Impero Romano. Ogni passo avventato, del sistema (guerra nucleare), o di singoli (catastrofi come il Ponte Morandi) può essere fatale per l’umanità.

Secondo Max Weber, ci siamo rinchiusi noi stessi in una gabbia d’acciaio

4. Salvare l’umano dal macchinico

Ma, al di là di questo, giacché “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, è l’avanzare stesso del mondo macchinico che, come vedevano già Max Weber, Heidegger e Anders, ci porta a rinchiuderci nella nostra “gabbia d’acciaio”, paralizzando ogni guizzo di umanità. In questo senso, la resistenza dev’essere ancor più capillare.

Infine, l’argomento  principe che viene usato per disinnescare la paura dell’Intelligenza Artificiale (che, cioè, questa non arriverà mai ad un livello sufficientemente di creatività da sostituire quella umana) è un’arma a doppio  taglio, perché, come dimostra ancor sempre l’esempio di Petrov, il pericolo viene proprio dal carattere conservatore e conformistico dell’informatica. Il regolamento militare, che prevedeva il “first strike” nucleare a meno che non vi fosse un contrordine del Comitato Centrale del PCUS, incarnava la volontà di quest’ultimo di mantenere il proprio potere. Per questo, il rifiuto di telefonare al Comitato Centrale, per quanto oggettivamente provvidenziale, fu considerato una colpa per Petrov, che fu infatti mobbizzato.

Le deviazioni dalla logica del sistema macchinico, o la lotta contro gli abusi di questo, come quelle di Assange, Snowden, e perfino Schrems, sono considerate delle colpe, che vengono sanzionate, non già come tali, bensì attraverso i più svariati mezzi di pressione indiretta.

Il peso che le multinazionali del web hanno in tutte le società contemporanee è dimostrato dal fatto stesso che il “Call for an ethic AI” sia stato firmato innanzitutto, dai GAFAM, responsabili delle maggiori violazioni dell’ etica in campo digitale, oltre dal fatto che la commissione NSCAI sull’intelligenza artificiale, che ha appena concluso i lavori, sia capeggiata da Eric Schmidt, Presidente di Google, il quale, nella sua opera del 2010 “The New Digital Age”, aveva formulato la tesi secondo cui Google avrebbe dovuto subentrare a Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo.

Lo studio dei presupposti culturali, e soprattutto etici, dell’Intelligenza Artificiale, non può non tenere conto di questo vastissimo scenario, ché, altrimenti, si tradurrebbe in un esercizio retorico e propagandistico, né può esimersi da un’azione politica, ci cui la Chiesa, se lo vuole, è senz’altro capace.

Per questo, non possiamo ovviamente non salutare positivamente la nascita della nuova Fondazione, augurandoci ch’essa possa servire di stimolo, da un lato, alla creazione delle corrispondenti istituzioni europea ed italiana, e, dall’ altra, all’avvio, da parte della Chiesa, ma non soltanto, di una riflessione a tutto tondo sul  futuro digitale dell’ Umanità, che vada al di là dei limiti angusti dell’attuale “etica digitale” .

18 maggio 2021 Il Vaticano ha istituito una Fondazione che si occuperà di intelligenza artificiale. Accogliendo la richiesta del presidente della Pontificia Accademia per la Vita mons. Vincenzo Paglia, papa Francesco – con un rescritto ‘ex audientia’ firmato il 16 aprile scorso dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin – ha istituito infatti la Fondazione ‘renAIssance’, con personalità canonica giuridica pubblica, che ha sede nello Stato della Città del Vaticano, presso la stessa Accademia per la Vita. A dare la notizia l’’ANSA. Già approvato anche lo statuto del nuovo organismo. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Vaticano-istituita-Fondazione-per-intelligenza-artificiale-1acbf056-2d7d-4ae6-af11-be217acf8607.htmlCOMUNICATO

LA MALATTIA DELL EUROPA E QUELLA DEL MONDO

Considerazioni preliminari all’ inaugurazione della Conferenza sul Futuro dell’ Europa: 9 maggio 2021

Domenica, alle 15.00, avrà luogo da Strasburgo l’inaugurazione ufficiale della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, già avviata con la piattaforma futureu.europa.eu#.

CREDENZIALI PER PARTECIPARE (DOMENICA 9 ALLE 10.00)

https://zoom.us/j/99951521048?pwd=MHdsRlJkSEJwVUQvcVZ1bGcvQW01UT09
L’evento è inserito sulla piattaforma https://futureu.europa.eu/?locale=it 


IL NOSTRO WEBINAR:

Visto in astratto, si tratterebbe di un momento epocale, che dovrebbe segnare veramente il passaggio da un’era ad un’altra. Tuttavia, alla luce, da una parte, di una serie di fallimenti dei precedenti esercizi dello stesso tipo, e, dall’altra, delle modalità e delle tempistiche con cui la Conferenza è stata pensata ed attuata, prevale un generalizzato scetticismo.

Personalmente, nonostante che partecipare alla Piattaforma comporti, per ciascun cittadino, uno sforzo tecnico ed editoriale non indifferente a fronte di un modesto risultato atteso, mi è sembrato doveroso dedicarvi il massimo sforzo, perché, altrimenti, con che animo potremo criticare, a posteriori,  la classe politica per non aver fatto l’Europa?Vista  infatti la nostra generale ignavia politica, questo sforzo è il minimo contributo dovuto, che invito tutti a dare.

Nell’aggiungere le mie critiche costruttive all’ iniziativa  a quelle di tanti autorevoli europeisti (a cominciare dal Movimento Europeo e dal Movimento Federalista), mi sono concentrato innanzitutto sulla superficialità con cui si presume di poter banalizzare in modo propagandistico dei problemi dell’Europa, che, se sono rimasti fino ad ora irrisolti, è  perché sono difficilissimi. Mi riferisco  in particolare al rapporto con la tecnica, ai presupposti culturali dell’ integrazione europea e al tema della decadenza, la “malattia dell’ Europa”, oggetto specifico dell’ incontro a distanza da noi organizzato per Domenica Mattina (cfr. infra).

Malattia che è, al tempo stesso, politica, economica, etica e tecnologica. Si potrebbe, e dovrebbe, definire come “olistica”.

1.Riandare ai presupposti dell’integrazione europea.

Per tutti questi temi di carattere preliminare, abbiamo suggerito che si svolgano, in parallelo  con le attività della piattaforma, non idonee a un lavoro serio e approfondito, altre attività, di carattere conoscitivo, come questa serie dedicata ai presupposti culturali dell’integrazione, che abbiamo inserito nella piattaforma e che cercheremo anche di coordinare, con il supporto del Movimento Europeo e del Movimento Federalista, con altre analoghe iniziative.

Il tema della malattia dell’Europa, oltre ad essere altamente evocativo in quest’era di pandemia, è anche il primo, perché è il punto di partenza, la crisi da cui parte la motivazione per l’integrazione dell’Europa.

A dire il vero, l’idea di una grande crisi della società è stata da sempre alla radice della creazione delle unità politiche in Europa. La Pax Augusta viene presentata dai poeti augustei come il ritorno dell’Età dell’ Oro dopo la crisi del Mos Maiorum e le guerre civili (“aurea volvent saecula”). Il progetto di Pace Perpetua dell’Abate di Saint Pierre, negoziatore del Trattato di Utrecht, si poneva come rimedio alle guerre di religione e dinastiche. La Santa Alleanza viene venduta da Alessandro I, dopo la Rivoluzione Francese e le guerre napoleoniche, come la ricostituzione dell’unità religiosa fra i popoli d’Europa. Anche Coudenhove Kalergi, Spinelli e Juenger vedevano il progetto europeo come una qualche forma di restaurazione di un’antica Europa pacifica („Die Welt von Gestern“ di Zweig).

2.Finis Europae?

In effetti, il senso della crisi esistenziale a cui l’ Europa tenta di fare argine, con il ruolo del paolino Katèchon, non è mai stato così forte come a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, con le opere di Simone Weil e di Pietro Barcellona (“l’ Europa come Katèchon”).

In realtà, il senso di un’universale entropia era diffusissimo da più di un secolo in tutta la cultura, non solo europea: da Kierkegaard a Nietzsche, da Leontijev a Weininger, da Freud a Guénon, da Berdjajev a Eliot, da Pound a Jaspers, da Heidegger a Anders.Come noto, molteplici sono le ragioni addotte per questo senso incombente di crisi: dallo Scisma d’Occidente (Hoelderlin), ai peccati dell’ aristocrazia francese (De Maistre), dall’eredità ascetica orientale (Nietzsche), alla perdita, delle tradizioni arcaiche  salvate solo dagl’indù e dagl’islamici (Guénon), dal moralismo borghese (Freud), all’irrazionalismo mitteleuropeo (Benda, Huizinga, Lukàcs), fino all’abbandono dell’ equilibrio della esperienza religiosa (tema che emerge soprattutto nelle pastorali degli ultimi tre pontefici).

Tuttavia,  la spiegazione più convincente e preveggente è stata, secondo noi, quella della sostituzione della macchina all’uomo, come tematizzato da un robusto filone di pensiero, che parte da Max Weber, attraversa Capek, Heidegger, Asimov e Anders, e sfocia nel pessimismo culturale di grandi tecnologi, scienziati ed economisti  come Bill Joy, Martin Rees, John Hawking, Evgeny Morozov e Shoshana Zuboff.

Secondo questo filone, l’uomo ha cominciato a perdere di autenticità con l’inizio della civiltà, per poi venire alienato dalle tecniche, e progressivamente soppiantato dalle macchine, fino a ridursi, come oggi, a un uomo senza qualità (Musil),e a una dimensione (Marcuse).

E, in effetti, quest’ultima spiegazione assorbe dentro di sé tutte le altre. Com’ è stato autorevolmente riconosciuto, fra gli altri, da Newton, Lessing, St.Simon, Comte, Fiodorov, Weber, Capek, Voegelin, Musso, la religione della tecnica costituisce l’esito naturale del processo di secolarizzazione, vale a dire della trasformazione della fede messianica delle religioni occidentali di salvezza (incluse quelle mazdea, manichea, ebraica ed islamica) in una nuova escatologia materialistica, incentrata sul ruolo redentore della scienza e della tecnica. Il Cristianesimo ridotto a “educazione dell’ Umanità” come voleva Lessing, o le “radici cristiane” invocate, forse improvvidamente, da Benedetto XVI.

3. La seconda Guerra Mondiale come nemesi e catarsi.

Com’è noto, anche i due grandi eventi catastrofici della Seconda Guerra Mondiale, la Shoah e la bomba atomica, sono stati ripresi dall’escatologia materialistica della tecnica (Heidegger, Horkheimer e Adorno).

Tuttavia, nella teologia politica europea, il momento di svolta sarebbe costituito soprattutto dalla Shoah, che, riassumendo in sé tutti i mali della storia, avrebbe costituito per gli Europei, e soprattutto per la Germania, una catarsi, con cui sarebbe stata superata (per Girard) la fase storica dominata dall’idea di sacrificio umano. In questo senso, la sorte dell’Europa sarebbe nuovamente paradigmatica per tutto il mondo.

Così, paradossalmente, la Shoah è divenuta la fonte di un nuovo tipo di eccezionalismo, non solo ebraico, ma anche europeo, e, in particolare, tedesco.

Come brillantemente illustrato, per esempio, da Aleida Assmann, il  discorso pubblico europeo è profondamente impregnato di questa dottrina.In effetti, essa serve mirabilmente ad assorbire, senza però rinnegarle,  le precedenti retoriche sulla missione civilizzatrice dell’ Europa. L’enfasi posta su una presunta superiorità morale del modello europeo e sul dovere di diffonderla costituisce un’ennesima eco delle invettive di Condorcet e di Hugo.

La retorica della “potenza mite” e del rifiuto della guerra sono servite anche per marcare un’ impercettibilmente differenza dagli Stati Uniti che, nella realtà, non esiste, perché l’ Europa spende in armamenti, rispetto al suo impegno su un solo continente, proporzionalmente più degli stessi Stati Uniti (oltre che della Russia e della Cina), ed è stata coinvolta ininterrottamente in guerre di tutti i tipi, nel Continente e altrove (da quelle civili est-europee e irlandese, a quelle di Corea, Suez, Algeria, Greco-turca,Libano, in Medio Oriente e nel Sahel).Se nell’ Europa di oggi la violenza è meno palese che altrove, ciò avviene per due ragioni: il livello medio di vita, ancora leggermente superiore alla media mondiale, e l’equilibrio del terrore, che ha il suo baricentro proprio in Europa, e che, per essere mantenuto, richiede il controllo totale sugli Europei. Controllo, che,  a sua volta,  è facilitato dall’apparenza di benessere e dalla conseguente diffusa mentalità piccolo-borghese.

Nell’ ultimo secolo, di fronte all’ affievolirsi dei ricordi delle Guerre Mondiali, all’acuirsi della crisi economica  e agli spettacolari ed inquietanti sviluppi dell’ Intelligenza Artificiale, sta sviluppandosi una nuova retorica dell’ Europa, figlia e parallela a quella precedente, basata sempre sulla “catarsi”, ma orientata verso  l’Intelligenza Artificiale.

Scelta politica lodevolissima, se solo fosse declinata in modo serio e coerente.

4. Trendsetter del dibattito mondiale”?

Oggi,  questo preteso eccezionalismo europeo finisce per essere identificato sempre più con la capacità dell’Unione di regolamentare il web, attraverso la fitta serie di libri bianchi e di regolamenti sulle attività dell’ industria digitale, ch’essa pubblica a getto continuo . Questo tema esula per altro  dall’oggetto della giornata di domenica, e fa invece oggetto dell’altra serie di approfondimenti, quella sull’ Intelligenza Artificiale. Qui mi limiterò a rilevare due cose:

1)dal punto di vista programmatico, la scelta di concentrare tutte le ambizioni dell’Europa sulla messa sotto controllo della transizione digitale è geniale, perchè obiettivamente, di fronte alla corsa verso l’Intelligenza Artificiale, in atto fra gli USA e la Cina, il mondo corre veramente il rischio di vedersi dominato fra breve da “soggetti autonomi” militari, come previsto lucidamente da tempo da Manuel De Landa. Per i motivi indicati all’ inizio,  esso ha quindi veramente un urgente  bisogno di un potente difensore (un “Trendsetter del dibattito globale”), che orienti  quest’ultimo verso un nuovo umanesimo digitale;

2)tuttavia, come e più che in casi precedenti, l’atteggiamento dell’Europa appare qui abilmente opportunistico e sostanzialmente ipocrita: come ha rilevato il New York Times, essa, non essendo minimamente nelle condizioni di padroneggiare le tecnologie decisive per il mondo contemporaneo, né di condizionare le Grandi Potenze e le multinazionali che le posseggono, ed essendo, per questo, destinata al declino (questo significa in realtà il dibattito sulla Sovranità Strategica Digitale), consola i propri cittadini, fingendo di convincere le Grandi Potenze ad adottare i suoi principi giuridici, che, se adottati, servirebbero a limitare i difetti delle nuove tecnologie. In realtà, da un lato, USA, Cina e Russia non stanno neppure consultando l’Europa sulle trattative, che si avvieranno fra breve, sul controllo digitale della guerra nucleare; inoltre, le tanto decantate normative europee sulla privacy sono state disapplicate fin dal primo giorno da tutti i soggetti rilevanti, a cominciare proprio da tutte le Istituzioni Europee, con i loro contratti con Microsoft, con i quali esse hanno delegato in bianco a questa multinazionale, soggetta alle norme inderogabili delle leggi militari americane, la gestione di tutte le informazioni sui suoi funzionari e sulle attività politiche dei loro organi, e continuano  a rendere possibili (con accordi illegittimi secondo la Corte di Giustizia) la gestione da parte dei GAFAM dei dati di tutti i cittadini europei.

Se qualcuno (per esempio la Cina) sta copiando la normativa europea, è proprio per la sua collaudata capacità di fare da paravento all’ arbitrio delle imprese e degli Stati.

Certamente, l’ Europa può, e deve, divenire il “trendsetter del dibattito mondiale” sull’ Intelligenza Artificiale, ma, per fare questo, deve modificare radicalmente i propri comportamenti pratici, e, in primo luogo, perseguire veramente la Sovranità Strategica Digitale sempre conclamata e mai perseguita veramente, con una propria cultura strategica e digitale, con propri investitori nel settore digitale, con dei veri servizi segreti e  proprie imprese del web, e, infine,  con una Politica Estera e di Difesa  veramente sovrana, che non segua pedissequamente i “richiami all’ordine” (“Rallies”) delle successive Amministrazioni americane.

5.L’arretratezza dell’ Europa

La mancanza di una politica europea del digitale, iniziata con la disaggregazione, da parte del Gruppo d’Intervento, della divisione informatica della  Olivetti nel momento della sua massima creatività (ELEA9003 e P101), è la chiave di lettura per comprendere declino europeo. Senza un’ industria digitale, non è possibile, né un’intelligence moderna, né l’accesso all’ economia della rete; senza un’ Intelligence autonoma non è possibile una reale politica estera, e senza economia della rete, sempre nuove risorse vengono trasferite fuori dell’ Europa.

Senza una politica estera, anche la società civile viene cloroformizzata, e senza l’economia della rete, i settori economici tradizionali divengono sempre più obsoleti. Con una società civile sonnecchiante e con un’economia perennemente in crisi, non si dà né politica demografica, né ricambio generazionale, né innovazione, e, senza questi, la società si dibatte in un senso di vuoto e di mancanza di prospettive. L’Europa è ancora con questo emblematica della crisi del mondo intero.

6.La malattia del mondo.

Anche il mondo, infatti, soffre (anche se in grado minore), delle stesse malattie dell’Europa. Anche nel resto del mondo impera  la società de controllo totale (in molti casi, in modo più soffocante ancora che non in Europa). Ma, a parte che in certi Paesi sono concentrate le élites che traggono profitto da questa situazione, colà,  il fatto di essere situati nel cuore del sistema permette anche di comprenderlo e di criticarlo più efficacemente, e, soprattutto, di maturare  i necessari anticorpi e di ribellarsi in modi più efficaci (come nei casi di Petrov, di Assange e di Snowden). In altri Paesi, poi, il sistema informatico mondiale non ha ancora tutto il peso che esso ha in Occidente, in Cina o in Russia. Ovunque, le idee delle precedenti tradizioni culturali e politiche (siano esse l’American Creed o il veterocomunismo, l’ebraismo o l’ortodossia,  l’islamismo o l’induismo) sono ancora così radicate, che la società non è ancora stata plasmata integralmente dal web.

Eppure, dovunque imperversa, ove più, ove meno, il “disagio della civiltà” denunziato a suo tempo da Freud: l’integrazione ancora mancata fra le idee tradizionali della propria civiltà e i problemi dell’ età postmoderna

Se la classe dirigente europea fosse meno radicata nelle retoriche del XX° Secolo e meno dipendente dall’America e dai GAFAM, essa potrebbe divenire veramente il “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, direttamente  per ciò che riguarda il mondo digitale, e, indirettamente, per ciò che riguarda la “crisi di civiltà” nel suo complesso.

Essere “Trandsetter” non significa essere la Terra Promessa, né lo Stato Guida, né il centro di un Impero, bensì un creatore di modelli che possono, o meno, essere utilizzati.

Il mondo ha bisogno di questi modelli, innanzitutto nel rapporto uomo-macchina.Il problema non è, come tanti affermano, se le macchine prenderanno o meno il sopravvento sull’ uomo, o se l’Intelligenza Artificiale verrà progettata (come vogliono i legislatori europei)in modo da rispettare gli (attuali) Diritti Umani (che sono diversissimi da quelli di 20 anni fa, e saranno sicuramente ancor più diversi fra altri 20 anni. Il problema è che,  a causa delle macchine, noi siamo diversi già da oggi da com’eravamo 20 anni fa, e non siamo necessariamente migliori. Gli effetti del web che si vorrebbero “curare” con le nuove legislazioni sono in realtà, amplificati, i difetti della nostra società: allontanamento dalla natura; perdita di personalità; discriminazioni da parte degli attuali ceti dominanti; conformismo; incomunicabilità, burocrazia, irresponsabilità.. Per ovviare a questi difetti, non dobbiamo programmare meglio le macchine, bensì cambiare la cultura, la società e l’educazione, perché, almeno fino ad ora, siamo noi che imprimiamo nelle macchine i nostri viozi e le nostre virtù..

Dobbiamo smetterla di idolatrare la “Rule of Law” (che altro non è che la legge scritta –“Rechtsstaatlichkeit”-così definita perché importata in America dalla Germania nel secolo scorso), e tornare invece, almeno parzialmente alle “leggi non scritte”(“Agrafoi nomoi”), vale a dire, in sostanza alle”virtù”. Solo se i cittadini saranno capaci di praticare le virtù, saranno in grado di non farsi influenzare dalla burocrazia digitale, dalle “Grandi Narrazioni”, dai “social networks”, dalle “bolle digitali”, dalle “fake news”…

E’ su questo che l’ Europa potrebbe dialogare con altre culture, egualmente attente alle “virtù”, come quelle asiatiche, anch’esse alla ricerca di un nuovo equilibrio, che l’ Europa potrebbe suggerire, in un confronto serrato e continuo. Questo è esattamente il contrario della “Guerra Fredda Culturale” che gli Americani, e gli Europei fomentati da loro, stanno cercando di creare.

7.La  cultura del XXI Secolo e il futuro dell’ Europa

La riforma dell’Europa, a cui la Conferenza dovrebbe tendere, dovrebbe avere, come punto qualificante, proprio questo: una nuova cultura, capace di porsi come “punto di riferimento per il mondo intero”,  cheil Pontefice aveva  ascritto all’ Europa nel suo discorso di Strasburgo.

Orbene, perché questa nuova cultura possa nascere, occorrono due grandi condizioni: da un lato, la conoscenza di tutte le grandi culture e delle più moderne tecnologie, e, dall’ altro, una società capace di garantire la propria sopravvivenza, non una di perdenti come quella attuale.

Per ottenere questi due risultati, occorrono due battaglie: l’una, culturale, per liberarci dalle incrostazioni di casta e  di setta, delle imposizioni straniere e degli stereotipi del politicamente corretto; l’altra, politica ed economica, per la Sovranità Digitale Europea, e quindi, in definitiva, per la rinascita della nostra società.

Le strutture e le politiche dell’Unione dovrebbero essere al servizio di queste battaglie.

Quindi, una diversa distribuzione dei ruoli sociali fra cultura, politica, economia e lavoro; un vertice europeo più assertivo; la rinegoziazione del nostro ruolo internazionale; una struttura costituzionale ed economica basata sulle nuove tecnologie.

Questo è appunto l’oggetto della nostra presenza sulla piattaforma futureu.europa.eu# e edei Cantieri Digitali d’ Europa.

IL 9 MAGGIO INIZIA LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Alle 10.00:

Webinar di Diàlexis sulla “Malattia dell’ Europa”

ECCO LE CREDENZIALI:

Entra nella riunione in Zoom

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ID riunione: 999 5152 1048

Passcode: 879489

Come anticipato, l’inuaugurazione ufficiale della Conferenza sul Futuro dell’ Europa avrà luogo in remoto, alle 15 di Domenica, con una breve conferenza, in concomitanza con la commemorazione della Dichiarazione Schuman.

Ci sarà anche un breve discorso sul futuro dello storico Noah Yuval Harari. Idea su cui ci sarebbe molto da dire, viste le concezioni post-umanistiche dello stesso, non molto consone al concetto sotteso alla regolamentazione UE sull’ Intelligenza Artificiale, che si pretenderebbe “antropocentrica”. Ma il postumanesimo è compatibile con l’antropocentrismo? Nutriamo dubbi sempre più forti su questo punto, e quindi sulle scelte culturali effettive che sottendono le nuove normative.

Comunque sia, anche noi avvieremo i lavori il 9 (am mattino), ma con un evento di carattere dubitativo, dedicato alla “Malattia dell’ Europa”.

Nel frattempo, c’è stata la riunione (sempre a distanza) della Piattaforma Italiana della Conferenza sul futuro dell’ Europa, nella quale sono stati espressi altri dubbi sulle modalità con cui è stata congegnata la Conferenza, e sulle quale sembra aleggiare una grande incertezza.

Tutti gl’intevenuti sono stati concordi nel rilevare che la Conferenza si qualifica sempre più come un’arena della lotta di potere fra Istituzioni e Stati Membri, concordi soprattutto nel ridurre il peso, nella Conferenza, non solo dei cittadini, ma anche delle organizzazioni della società civile.

Oltre tutto, molti Stati Membri hanno espresso chiaramente posiozioni contrarie alla modifica dei Trattati, passaggio che, seppure non risolutivo, è tuttavia evidentemente necessario per la soluzione almeno dei più urgenti problemi dell’ Unione, quali la lentezza del processo decisionale, la mancanza di una rappresentanza unica e l’assenza di una competenza europea in materia culturale e sanitaria.

Infine, è stata molto criticata l’impostazione data alla piattaforma, che spezzetta enormemente il discorso, e dei cui risultati non si capisce quale uso si farà.

Intanto, l’Assemblea Nazionale aveva approvato, con modifiche, la bozza di risoluzione già pubblicata su questo blog.

La nuova risoluzione è la seguente:

Documento di lavoro del Movimento europeo sullo stato dell’Unione e il futuro dell’Europa

Assemblea nazionale, Roma, 29 aprile 2021

Il Movimento europeo ha esaminato lo stato della preparazione della Conferenza sul futuro dell’Europa dopo la firma della Dichiarazione Comune del 10 marzo, le prime riunioni del Comitato esecutivo e l’avvio della Piattaforma online il 19 aprile.

È finito il “momento hamiltoniano”?

Il dibattito sul futuro dell’Europa si apre durante una fase di forte rallentamento del processo di integrazione europea dopo il “momento hamiltoniano” del Piano di ripresa (Recovery Plan) legato alla prospettiva di un debito pubblico europeo per investire in beni pubblici europei come la lotta alle diseguaglianze, la transizione ecologica e la digitalizzazione.

  1. I tempi lunghi delle risorse proprie

Il Movimento europeo ha preso nota con preoccupazione dello stallo nelle ratifiche sull’aumento del massimale delle risorse proprie che richiede in base al trattato l’accordo unanime del Consiglio ma anche l’approvazione di tutti i parlamenti nazionali.

Dieci parlamenti nazionali non hanno ancora ratificato e lo stallo riguarda in particolare la Finlandia dopo la decisione della Corte costituzionale di imporre al Parlamento un voto a maggioranza super-qualificata, nei Paesi Bassi con i tempi lunghi per la formazione del nuovo governo e in Polonia.

Lo stallo rischia di rinviare in autunno l’avvio del Next Generation EU o addirittura di metterne in dubbio la partenza.

Allo stallo sull’aumento del massimale delle risorse proprie si aggiunge il confuso e conflittuale dibattito fra i governi sull’introduzione di nuove risorse. Ciò riguarda specialmente l’imposta sulle società e sulle multinazionali e sui cosiddetti giganti del web (la web tax) nonostante l’apertura verso queste imposte dell’amministrazione Biden.

Queste nuove risorse sono necessarie per evitare, a partire dalla scadenza nel 2028 del debito pubblico europeo, il ricorso ai contributi nazionali e cioè la prospettiva che il rimborso venga effettuato dai contribuenti di ciascun paese secondo la ricchezza nazionale con inevitabili reazioni negative delle opinioni pubbliche.

  1. Le condizionalità inevitabili dei prestiti e delle sovvenzioni europee

Nell’attuazione del Recovery Plan attraverso i piani nazionali sarà essenziale che la Commissione e il Parlamento europeo verifichino che siano rispettati pienamente i criteri della sostenibilità sociale e ambientale degli investimenti così come le condizionalità legate allo stato di diritto.

In questo quadro il Movimento europeo aggiunge la sua protesta alla denuncia della recente legge adottata in Ungheria che tende a creare fondazioni sotto il controllo governativo a sostegno della “modernizzazione delle Università” usando i fondi del Next Generation EU.

  1. Alle radici dell’autonomia strategica dell’Unione europea

La capacità fiscale autonoma europea è parte essenziale della sua autonomia strategica e del finanziamento futuro del bilancio europeo che riguarda tutta l’Unione europea a cominciare dall’area dei paesi che hanno aderito alla moneta unica accettando vincoli finanziari a fronte dei quali è indispensabile accelerare la realizzazione delle unioni bancaria, dei capitali, fiscale e dunque economica il cui primo passo dovrebbe essere quello di creare safe assets europei e cioè titoli privi di rischio perché legati ad un forte bilancio comune.

Si tratta di questioni essenziali quando si aprirà il dibattito sulla perennizzazione del Piano di ripresa e sulla riforma profonda dei meccanismi della governance economica europea a cominciare dalla revisione del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact.

Dell’autonomia strategica fanno parte – oltre alla sicurezza e alla difesa – la politica industriale e la progressiva indipendenza nella dimensione dell’intelligenza artificiale, la cybersecurity, l’energia e il ruolo internazionale dell’euro.

  1. Un piano per sostenere gli investimenti a lungo termine

Il Movimento europeo condivide in questo quadro l’idea francese di un piano di investimenti europeo con scadenza decennale che dovrebbe a nostro avviso partire dal rapporto della task force presieduta da Romano Prodi e Christian Sautter sulle infrastrutture sociali con l’obiettivo di un New Deal Europeo e dalle recenti proposte della Commissione europea sulla strategia industriale dell’Unione europea che sia pienamente coerente con gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile nel quadro dell’Agenda 2030.

  1. L’attuazione del Pilastro sociale

La confusione e la conflittualità fra i governi è ancora più grave se si esamina lo stato di preparazione del Vertice Sociale di Porto del 7 maggio dove undici paesi hanno già preannunciato la loro intenzione di bloccare le proposte della Commissione europea volte a dare un seguito concreto e giuridicamente vincolante al Pilastro adottato all’unanimità a Göteborg nel novembre 2017.

All’altolà di questi undici paesi ostili alla prospettiva di un’Unione più forte e più solidale è seguito il silenzio assordante degli altri sedici paesi europei che hanno per ora ignorato la volontà innovativa espressa dalla grande maggioranza del Parlamento europeo e dai rappresentanti dei lavoratori europei.

Nel caso in cui non fosse possibile raggiungere la maggioranza qualificata nel Consiglio nei settori della politica sociale in cui il Trattato prevede la procedura legislativa ordinaria o nei casi in cui il Trattato prevede il voto all’unanimità nel Consiglio la via da seguire è quella che fu adottata nel 1992 con il Protocollo sulla politica sociale a carattere vincolante introdotto nel Trattato di Maastricht per superare l’ostilità del Regno Unito ponendo la questione della dimensione prioritaria dell’Unione sociale al centro del dibattito nella Conferenza sul futuro dell’Europa e adottando alla fine della Conferenza le misure operative per realizzarla.

  1. Il silenzio assordante davanti alla tragedia dei migranti

Ancor più grave appare l’irresponsabilità del Consiglio e dei governi di fronte alla tragedia immane dei flussi migratori di chi fugge dalle guerre, dalla fame, dai disastri ambientali e dal land grabbing, una tragedia che esige con urgenza la revisione del regolamento di Dublino bloccata all’unanimità dal Consiglio europeo nel giugno 2018 e la conclusione della procedura legislativa ordinaria sul Migration Compact presentato dalla Commissione Von der Leyen, la creazione di effettivi e non soltanto simbolici corridoi umanitari., l’allargamento dei canali legali di immigrazione e la modifica della missione dell’Agenzia Frontex al fine di farne uno strumento di intervento coerente con la Carta dei Diritti Fondamentali, la Convenzione di Ginevra e la Convenzione di Amburgo.

  1. Nel mondo “è vuoto il cappotto dell’Europa”?

L’incapacità dell’Unione europea di far fronte a questa tragedia epocale, esplosa otto anni fa, si somma alla sua impotenza nella politica estera e nelle relazioni con i paesi vicini, recentemente definito “il cappotto vuoto dell’Europa”.

Quest’impotenza è stata confermata nel “dialogo” con la Turchia dove la natura bicefala dell’Unione europea ha mostrato tutta la sua inconsistenza, nella sua cecità davanti alla realtà di quel che avviene in Libia e più in generale nelle relazioni con i paesi mediterranei e con tutto il continente africano.

Il dibattito sulla autonomia strategica dell’Unione europea in una dimensione planetaria appare in questo quadro paradossale perché è evidente che tale autonomia non può derivare solo dalla sua indipendenza nella dimensione della sicurezza e della difesa dagli Stati Uniti ma dalla sua capacità di essere un attore globale internazionale in un mondo instabile dove prevalgono sempre di più tendenze autoritarie, volontà di sopraffazione e inaccettabili ingerenze nella vita delle nostre società democratiche.

Si riapre il cantiere dell’Unione europea?

Sotto questa luce l’avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa non può essere legato ad una scelta teorica ed astratta fra diversi modelli di integrazione europea ma ad un confronto fra due alternative: la condivisione della sovranità all’interno di una comunità fondata sui valori della libertà, della solidarietà, dell’uguaglianza, della giustizia sociale, della democrazia e dello stato di diritto o il conflitto continuo e paralizzante fra apparenti interessi nazionali.

  1. La democrazia partecipativa

L’idea di uno spazio pubblico dedicato al futuro dell’Europa – e non di un cantiere “vietato ai non addetti ai lavori” – in cui la dimensione della democrazia partecipativa e quella della democrazia rappresentativa si possano ritrovare su un piano di eguaglianza o ancor di più in cui si sperimentino modelli di scrittura collettiva a livello europeo simili a quelli realizzati in Irlanda, in Islanda e in Belgio rischia di trasformarsi in una gigantesca operazione di consultazioni nazionali già inutilmente sperimentate nel 2018 lasciando poi alle istituzioni il compito di tradurre le narrazioni delle cittadine e dei cittadini europei in aride raccomandazioni sottoposte all’esame delle stesse istituzioni che le avranno scritte.

  1. La democrazia rappresentativa

In questo quadro, il Movimento europeo condivide la posizione espressa dal Parlamento europeo relativa ad un’ampia composizione della Conferenza che garantisca la presenza attiva di tutte le forze politiche a livello nazionale ed europeo nel rispetto dei principi di una democrazia multilivello nello stesso tempo rappresentativa (i parlamenti) e di prossimità (i poteri locali e regionali)

È contemporaneamente indispensabile che le conclusioni dei dibattiti siano adottate dalla Conferenza stessa e non dal Comitato esecutivo per tradurre in un rapporto di insieme i diversi orientamenti che si saranno espressi sulla piattaforma, nei panels e nelle sessioni plenarie.

  1. Conoscenza. partecipazione e consapevolezza

Il Movimento europeo condivide la necessità di un’azione sinergica delle istituzioni, della società civile, del mondo accademico e della scuola, dell’informazione e delle forze politiche per sollecitare la “conoscenza, la partecipazione e la consapevolezza delle cittadine e dei cittadini al fine di contribuire alla creazione di uno spazio democratico in cui modellare il futuro dell’Europa” così come è stato affermato nel recente Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri per la partecipazione dell’Italia alla Conferenza sul futuro dell’Europa.

Si pone in questo quadro la questione del pieno coinvolgimento dei giovani dalle scuole alle Università con strumenti innovativi di partecipazione attiva che includano anche la dimensione pedagogica dell’educazione alla cittadinanza attiva.

  1. Le opportunità e le criticità della piattaforma online.

Vale la pena di sottolineare che, pur essendo  stato affermato che la piattaforma online “è il cuore della Conferenza”, ad essa possono attualmente accedere facilmente solo singoli cittadini e non le associazioni rappresentative o cittadini di paesi  terzi residenti nell’Unione europea, che il sistema della traduzione multipla non funziona in modo efficace rendendo difficile un dialogo interattivo, che solo poco più di 6300 cittadini in tutta l’Unione europea (su quattrocento cinquanta milioni di europei) hanno per ora deciso di creare un loro account, che le regole del suo funzionamento non sono conosciute e non sono trasparenti, che nulla è stato detto sull’uso che sarà fatto dalla Conferenza delle idee sottomesse alla Piattaforma e che i quattro panel tematici europei saranno aperti a duecento cittadini europei per panel scelti a sorte, che non si sono ancora realizzate le condizioni di una vera democrazia partecipativa nel tempo della società digitale.

  1. Gli immobilisti in azione

Come sta avvenendo per il Piano di azione sociale, dodici governi immobilisti hanno già manifestato la loro volontà di opporsi a qualunque riforma dell’Unione europea e alla revisione dell’attuale squilibrio istituzionale mentre il silenzio degli altri quindici governi è assordante.

  1. Apriamo il cantiere di un processo costituente

Il Movimento europeo conferma il suo impegno a battersi per un’Unione europea solidale e democratica aperta a tutti i paesi e a tutti i popoli pronti a portare a compimento il progetto ideato nel 1941 da chi scrisse nel confino di Ventotene il “Progetto di un Manifesto per un’Europa libera e unita”.

Per portare a compimento questo progetto il Movimento europeo è convinto che la via da seguire dopo la conclusione della Conferenza sul futuro dell’Europa è quella dell’assunzione da parte dell’attuale Parlamento europeo – in vista delle elezioni europee del 2024 – di un ruolo costituente in un dialogo costante con i parlamenti nazionali, rivendicando questo ruolo già durante i lavori della Conferenza per creare le condizioni di un ampio consenso della società civile su questa scelta di democrazia europea.

L’azione del Parlamento europeo sarà efficace e la prospettiva di un’integrazione secondo il modello federale sarà concreta se l’azione degli immobilisti sarà contrastata da una coalizione di innovatori e dall’impegno dei partiti politici europei nella formazione della coscienza politica europea e nell’espressione della volontà delle cittadine e dei cittadini europei.

  1. Entre ceux qui voudront

Secondo il metodo proposto dal “Progetto Spinelli” nel 1984, che fu sintetizzato dal presidente francese François Mitterrand nella formula “un nouveau Traité entre ceux qui voudront”, le conclusioni del processo costituente devono essere offerte a tutti i paesi e a tutti i popoli che appartengono oggi all’Unione europea e che avranno manifestato la volontà di aderire ad una comunità fondata sui valori comun dello stato di diritto.

Nella Conferenza sul futuro dell’Europa e poi durante la fase costituente dovranno essere discusse le condizioni politiche e costituzionali per consentire l’approvazione – anche attraverso un referendum pan-europeo associato alle elezioni europee nel maggio 2024 – delle conclusioni, a cui perverrà democraticamente il Parlamento europeo, fra i paesi e fra i popoli che lo vorranno secondo il metodo dell’integrazione differenziata con una comunità federale di paesi e un sistema di accordi di associazione con i paesi e i popoli europei che decideranno temporaneamente di non parteciparvi.”

La Dieta imperiale.

Nostri commenti e intervento nella riunione della PIattaforma

Come si può vedere, sono state confermate le critiche alla piattaforma, e si è ribadita l’opportunità di una proroga della Conferenza per dare tempo ad un auspicabile ruolo costituente del Parlamento Europeo.

Ho fatto presente alla Piattaforma che, se e nella misura in cui si ritenga di puntare su un processo costituente, parallelo e successivo alla Conferenza, questo si dovrebbe tradurre evidentemente (come ipotizzato apertamente da parte dell’Assemblea) in una proroga della Conferenza. Orbene, se si vuole veramente avviare un processo costituente, occorre superare enormi gaps conoscitivi, non soltanto da parte dei cittadini, ma anche dei decisori.

Innanzitutto, il gap di carattere filosofico, storico e filologico. La Conferenza, così com’è stata impostata, tiene conto solo delle politiche ordinarie dell’ Unione (vche si riflettono negli “Argomenti” della Piattaforma, senza considerare che, se c’è bisogno di una Conferenza per il Futuro dell’ Europa, questa è per innovare, intyroducendo nuovi argomenti).

Orbene, questi argomentoi possono venire, a seconda dei sewttori, solo da una riflessione storico-filosofica, da quella tecnico-economica, da quella giuridico-costituzionale, da quella filologico-linguistica.

Per ciascuno di questi argomenti, s’impone un enorme lavoro settoriale. Molto appropriato l’intervento, alla Piattaforma, del giudice Porchia della Corte di Giustizia Europea e dell’ On.le Fassino, rispettivamente sugli aspetti giuridici e linguistici..

Ho citato l’enorme lavoro portato avanti dall’ Associazione Culturale Diàlexis sul problema linguistico, che era sfociato nella pubblicazione dell’ opera collettiva “Es Pastrìda Gaian”.

Ho sottolineato poi come sia importante “occupare” la Piattaforma con contenuti propositivi e coordinati. L’Associazioone Culturale Diàlexis propone, per Domenica 9, il primo dei webinar sui presupposti culturali della Conferenza.

David Mitrany, il teorico del funzionalismo,
la vera malattia dell’ Europa.

COME PUO’ LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA RISPONDERE ALLA “MALATTIA DELL’ EUROPA”?

Affinche le politiche europee, e in particolare la Conferenza , raccolgano l’interesse e il consenso dei cittadini, occorre evitare il rischio   di non riuscire ad incidere significativamente   sulla situazione di disagio degli Europei, affrontando i loro problemi alla radice. Riflessione più necessaria che mai, di fronte alle prospettive, dopo Brexit e più di un anno di pandemia, di una sostanziale stagnazione a lungo termine (cfr. i “Challenges and Choices for Europe” dell’ESPAS per il 2030).

Vogliamo perciò andare al di là degli aspetti sociologici, economici, politici e giuridici,   per discutere in un’ottica storico-filosofica sul rapporto fra Europa e società contemporanea. In fasi successive,  tenteremo di prevedere gli sviluppi dei prossimi anni, e, finalmente, di proporre soluzioni, sul piano culturale, politico e sociale.

Quest’ incontro introduttivo dovrebbe rispondere alle domande seguenti:

– si può parlare di una “Malattia dell’Europa?

-in che cosa si distingue da quelle di altri Continenti?

-è possibile sanarla, e, se sì, come?

Luogo: Sede dell’ Associazione Culturale Diàlexis, Via B. Galliari 32 10125 Torino

Orario: 9 maggio, ore 10,00

PROGRAMMA

Ore 15.00  Apertura dei lavori

Ore 10, 15Virgilio Dastoli  ,Saluto del Movimento Europeo in Italia: Crisi identitaria e crisi istituzionale  nel contesto della Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Ore 10, 20 Aldo Rizza, Storico e filosofo, “La Malattia dell’Europa”    

Ore 10,40Markus Krienke, Professore di filosofia moderna alla Facoltà di Filosofia di Lugano,Crisi e catarsi dell’Europa nel dibattito filosofico europeo

Ore 11,00Marcello Croce, Filosofo e storico, Cultura e fede nella costruzione europea

Ore 11,20Riccardo Lala, La  crisi esistenziale nelle diverse culture del mondo

Ore 11,40 Domande e dibattito

Modera Marco Margrita