CI SIAMO: LE MACCHINE INTELLIGENTI STANNO PRENDENDO IL POTERE. Commenti sul bando dei GAFAM contro Trump .

Il Campidoglio di Washington imita deliberatamente la Basilica di San Pietro

Il bando, decretato dai GAFAM, contro Trump e i suoi sostenitori, ha portato allo scoperto tutte le ambiguità dell’attuale sistema “occidentale”, che non a caso avevo definito, nel precedente post, come “un mix casuale di sistemi politici, tipico degli Stati Uniti”. Dove, come vediamo ancora in questi giorni, c’e di tutto: tecnocrazia e teocrazia, società segrete e servizi segreti, capitalismo e egualitarismo, democrazia rappresentativa e populismo, cetualismo e razzismo, burocrazia e imperialismo, fondamentalismo e materialismo, gatekeepers e whistleblowers…L’avanzata del potere delle macchine intelligenti, in corso da 75 anni, ha oramai fatto saltare il precario equilibrio preesistente: il momento scatenante è stato l’assalto al Campidoglio istigato dal discorso di Trump.

Questa situazione americana sta provocando un terremoto anche nell’intensa produzione legislativa dell’ Unione Europea in materia digitale, e, in particolare, relativamente al Digital Services Act presentato dalla Commissione come uno strumento del’ Europa per divenire il “trendsetter del dibattito globale” .

La questione è strettamente legata al dibattito dell’anno scorso sulla rimozione dal web dei contenuti terroristici, secondo cui le piattaforme sarebbero tenute a bandire entro un’ora contenuti sospetti,  installando dei filtri a questo scopo. E’ evidente che l’introduzione di filtri automatici per i contenuti equivale a conferire ai computer il compito della valutazione politica ed etica del pensiero umano, cioè il compito tradizionalmente riservato all’ Inquisizione e alla censura statale. Questo rappresenterebbe veramente la presa del potere culturale e politico, da parte delle macchine, sull’Umanità. Ma c’è di più. Vista l’assoluta latitanza degli Europei su questo mercato, chi dovrebbe applicare i filtri sarebbero i GAFAM americani in America. Ora, per tutto ciò che attiene al terrorismo, in America si applicano il Patriot Act e il CLOUD Act, che sanciscono la totale disponibilità dei dati all’ Intelligence Community, e contro i quali sono state adottate dalla Corte di Giustizia europea le sentenze Schrems. In pratica, in questo modo contorto le Istituzioni Europee stanno dando carta bianca ai servizi americani di controllare, con l’intelligenza artificiale, l’attività in rete degli Europei, proprio per quanto riguarda argomenti sensibili in materia geopolitica. Ma il guaio è che, con il conflitto USA-Cina, si tende a dare una valutazione geopolitica di tutto, come ai tempi del Maccartismo e di Stalin. In questo contesto, gli spazi di libertà divengono di giorno in giorno più illusori.

A ciò si aggiunga che la nuova amministrazione americana è strettamente legata, da un lato, attraverso Blackrock, a Wall Street, e, dall’ altro, attraverso Kamala Harris, ai GAFAM, e allora capiamo come stia formandosi un formidabile blocco di potere, attraverso il quale, tanto in America quanto in Europa, si sta rivelando il dominio diretto delle multinazionali dell’ informatica su tutto l’ “Occidente”. Con l’ambizione di estendere questo dominio a tutta l’umanità. Un vero “Stato come comitato d’affari della borghesia”.

Dan Brown ha posto in evidenza i messaggi masssonici impliciti nell’ architettura di Washington

1.Perché l’assalto al Campidoglio è stato deliberatamente provocatorio?

L’assalto dei trumpiani ha avuto una portata più simbolica che reale, giacché esso, senza la cooperazione di almeno parte delle Forze Armate, era del tutto inidoneo, non diciamo a realizzare un colpo di Stato, ma, addirittura, a intimorire i senatori, che, in effetti, hanno infine decretato la vittoria di Biden. Ma è stato molto importante come fatto simbolico, a causa del carattere squisitamente teocratico del sistema americano, che fa sì che trattare irrispettosamente il Campidoglio rappresenti un atto sacrilego, perché significa  non credere in tutta la mitologia messianica dell’America, “una nazione con l’anima di una chiesa” per dirla con Chesterton.

Come aveva ben posto in evidenza Dan Brown, l’architettura stessa di Washington (come per altro anche quelle di Parigi, Londra, Camberra e New Delhi), è tutta fondata sulla simbologia massonica (che, tra l’altro, riprende quella dell’ area templare egizia di Luxor). “Il Simbolo Perduto” è  tutto un’esaltazione di quest’architettura simbolica, che lo scrittore usa come palcoscenico per una lotta mortale fra due opposte anime dell’ebraismo e della massoneria. Uno scenario evocato sotto vari punti di vista dal “complottismo” dell’ Alt-Right che sostiene (o sosteneva) Trump. 

In particolare, la “Rotunda” al centro dell’ edificio, la cui cupola caratterizza il Campidoglio, è un vero e proprio tempio. Ai tempi di Washington e Jefferson, nel Campidoglio, dove ancora non c’era la cupola, si celebrava la messa domenicale. Il pittore italo-greco Brumidi, che aveva lavorato per molti anni a San Pietro a Roma, aveva rappresentato nella cupola, anziché le figure divine usuali nelle Chiese cattoliche, Giorgio Washington quale padre degli Dei, circondato da figure mitologiche e allegoriche. La cupola, aggiunta al Campidoglio in seguito, vuole infatti imitare e superare San Pietro, per significare che la nuova religione civile americana è destinata a sostituire, in quanto religione universale, quella cattolica.

Dunque, assalire in quel modo il Campidoglio significa desacralizzare l’“American Creed” ufficiale, ancor più di quanto non abbia fatto l’opposto movimento “Cancel Culture”, che ha attaccato sì molti importanti personaggi e miti del “canone occidentale” (melius, americano), ma non le idee centrali della sua religione politica, e, anzi, sembra prendersela piuttosto con la tradizione euro-americana.

Si tratta, come si vede, di una lotta per l’”anima dell’America”, che tenta di rispondere alla domanda di HuntigtonWho we are”. La risposta però è altamente conflittuale. Ognuno degli assiomi tradizionali dell’American Creed si sta frantumando, non essendo possibile darne un’interpretazione semplice e persuasiva.

Gli Europei dovrebbero guardarsi bene dall’ immischiarsi in questa battaglia, così come debbono smetterla di impartire lezioni agli altri Paesi del mondo, e pretendere invece che anche gli altri non si immischino nella nostra vita politica. L’Europa non è una costruzione ideologica, bensì è anch’essa un mix, risultato della convivenza millenaria, sul suo territorio, dei suoi popoli e delle sue culture, un mix diversissimo da quelli americano, cinese o indiano. Noi non siamo in grado di comprendere totalmente loro, come dimostrano le carenze della nostra cultura e gli errori della nostra storia. E presumibilmente neppure loro sono in grado di capire noi.

Cerchiamo d’ interpretare, ciononostante, i recenti eventi americani, per quanto possono essere utili ai nostri fini.

I famosi “sciamani” che hanno assaltato il Campidoglio citano innanzitutto
il Tea Party di Boston

2.La dissacrazione dell’”American Creed”

Ciò che ha scandalizzato Americani e americanisti è stato il tono provocatoriamente sacrilego dell’invasione da parte di personaggi che inalberavano simboli delle tradizioni americane minoritarie, dal suprematismo bianco al “Tea Party” (realizzato con un travestimento da pellerossa), dai Sudisti al “complottismo”. Una “cancel culture” a rovescio, che, come quella afro-americana, mira a fare uscire gli Stati Uniti dallo American Creed.

Come  scrive l‘edizione tedesca della testata russa online Sputnik, la scena  ricorda molto quelle ripetutesi come un rito a Belgrado, in Ucraina, Georgia, Moldavia ,Bierlorussia, Bolivia e Venezuela,nelle repubbliche centroasiatiche e nelle primavere arabe, da attivisti che non facevano mistero del loro inquadramento da parte della “diplomazia pubblica” americana (leggi “covert operations”), così implicitamente banalizzando la retorica che aveva  accompagnato quel genere di manifestazioni.

I rivoluzionari del Tea Party erano travestiti da Indiani

3.La negazione, in nome della democrazia, della libertà di parola

Innanzitutto, la pretesa che la “liberal-democrazia” possa risolvere magicamente  tutti i problemi proprio grazie al suo carattere intrinsecamente contraddittorio si sta rivelando illusoria.

Il liberalismo delle origini aveva avviato  una battaglia della libertà di stampa contro le forme di censura regie ed ecclesiastiche dell’ “Ancien Régime”, ma fin da subito aveva dovuto fare i conti con la censura rivoluzionaria e poi borghese, sì che molti autori diversi come Voltaire, Novalis, Gioberti e Baudelaire avevano dovuto constatare come fosse difficile pubblicare opere controcorrente.

Nel XX secolo, nei Paesi liberal-democratici, la tradizionale  “censura” si era trasformata in varie forme di persecuzione, come quelle a cui erano state esposte, da parte dell’ editoria occidentale o dei Governi, opere come “Praktischer Idealismus” di Coudenhove-Kalergi o “Il Dott. Zhivago”, nonché le condanne per reati di opinione dei letterati collaborazionisti (Pound, Brasillach e Céline), e infine l’autocensura di personaggi come Heidegger e Pavese.

Nel frattempo, i reati di opinione hanno proliferato: quelli legati ai fascismi, ai negazionismi, ai comunismi, all’ etica sessuale, alla libertà sessuale…

Infine, si è scatenata l’ondata terroristica verso ogni cosa che abbia fare con il passato, da Cristoforo Colombo a Shakespeare, da Caterina II alla  Confederazione del Sud, da Lenin a  Churchill (la “cancel culture”)…E’ l’orgia del nichilismo “democratico”, che, come scrivevamo, s’identifica in fin dei conti con il mito del mondo nuovo propiziato dalle macchine intelligenti. E, difatti, i GAFAM se ne fanno paladini e garanti.

Giacché, per costoro, l’etica coincide con l’adeguarsi all’ ultimo grido dell’evoluzione ideologica (e quindi sociale), il passato va pubblicamente condannato con cerimonie collettive di autodafé, e chi si ostina a inalberare simboli del passato è automaticamente un reprobo, che va svergognato sulla pubblica piazza. Il che, per l’Europa, ha un risvolto particolarmente negativo perché essa è proprio il passato dell’America, sicché condannare la cultura classica, medievale o umanistica, rappresenta la forma estrema del tradizionale Europe-Bashing americano.

Di qui, l’affannarsi di tutti, nel corso del nuovo secolo, per organizzare la caccia alle “fake news”, che in gran parte sono effettivamente tali, ma troppo spesso sono semplicemente l’espressione di un dissenso da una vulgata imposta. Questo soprattutto perché la versione offerta, della storia e dell’attualità, da parte dell’accademia e dei media occidentali è sempre più deliberatamente distorta in modo settario, come per ciò che concerne il peso relativo delle informazioni sull’Occidente atlantico rispetto  quelle sul resto del mondo (“from Plato to NATO”), per ciò che concerne la violenza nel corso della storia (i vari “libri neri”), il reale pensiero dei grandi autori (Socrate, Tucidide, Rousseau, Voltaire, Marx, Freud), i più importanti fenomeni sociologici ed economici (il “capitalismo”, il “socialismo”, il “fascismo”)…

Pur dando tutto ciò per acquisito, resta il fatto che l’ultima evoluzione della vicenda, vale a dire la messa al bando, da parte dei GAFAM, di ogni espressione sui social da parte del Presidente Trump, nonché l’oscuramento del sito indipendente Parler (e, per un istante, perfino del sito del giornale italiano “Libero”), ha lasciato senza fiato anche molti critici europei del Presidente Trump, a cominciare da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. La tesi che simili decisioni dovrebbero poter  essere adottate solo da organismi pubblici, e non da aziende private, coglie solo una minima parte del problema. E anche con essa si fa in sostanza l’apologia della censura.

L’articolo di Carlos De Martin su “La Stampa” del 13 gennaio ha chiarito in modo esemplare la sostanza giuridica della questione:


“Un pugno di uomini residenti negli Stati Uniti prende decisioni -non di rado opportunistiche- che riguardano la sfera comunicativa di miliardi di persone.Giuste o sbagliate che siano le loro decisioni, ci va bene così?”

Le questioni irrisolte sono di quattro ordfini:

1)se tutte queste limitazioni alla libertà di parola abbiano una giustificazione dal punto di vista storico, costituzionale, etico e anche pratico;

2)come fare a garantire sul web un trattamento simile a quello della vita “offline”;

3) se non sia l’esistenza stessa dei “gatekeepers” del mondo digitale a dover essere ridiscusso;

4)che senso abbia la pretesa della UE di legiferare intensamente su imprese americane, intrinsecamente connesse con il “deep State”, e sulle quali l’Unione Europea, come dimostra il caso Schrems, non ha alcun potere.

La vicenda di Edward Snowden ha dimostrato la stretta correlazione
fra piattaforme e polizie politiche.

4. Le limitazioni della libertà nell’ era delle macchine intelligenti

Come abbiamo scritto nel post precedente, le tradizionali norme dei diversi ordinamenti relative alla modulazione delle libertà rispondevano a un approccio ancora ottimistico (spesso troppo) alla storia, dove si pensava che l’umanità sarebbe restata sempre sostanzialmente simile a se stessa, salvo che ci si sarebbe addirittura potuto permettere il lusso di lavorare continuamente ad un perfezionamento che portasse vicino a una società ideale. Ma la storia ha dimostrato che le cose non stanno così. Il mondo è da sempre in movimento (“Panta rhei”), e i primi a crederlo, e a volerlo, sono i nostri contemporanei, succubi del mito del Progresso. Quindi, è inutile lavorare in una prospettiva di perennità, bensì occorre situarsi nella storia.

Orbene, il problema che  abbiamo oggi è che, nel nostro periodo storico, le macchine intelligenti (che siano l’Intelligenza Artificiale o i Big Data, la NSA o lo Hair Trigger Alert, le piattaforme o l’Amministrazione Digitale), sono talmente più forti, non solo di tutti noi, ma perfino degli Stati e delle organizzazioni internazionali, che svincolarci dalla loro morsa  costituisce l’obiettivo prioritario. A questo punto, i concetti penalistici che valevano nei vari ordinamenti (per esempio quelli sull’”oltraggio”, sul “vilipendio”, sull’ “apologia di reato” o sulle “notizie false e tendenziose”), pur giusti in astratto, non sono più adeguati. Tutti contenevano principi di verità: vietare il propagarsi dell’odio, lo scatenamento di reazioni inconsulte, la diminuzione dolosa dell’onore  altrui. Ma qui siamo di fronte a fenomeni molto peggiori: la diffusione deliberata di comportamenti aberranti, la manipolazione del subconscio, il monitoraggio puntuale di ogni essere umano. Questi dovrebbero essere considerati oggi i reati più gravi, non quelli residui dal “codice Rocco”, né i nuovi reati di opinione inventati dal “politicamente corretto”.

Bisogna colpire prima di tutto l’avanzata del potere macchinico, il quale, nonostante tutte le programmazioni etiche, è fatto prescsamente per rendere inesorabile l’omologazione universale.

L’uso improprio dei principi giuridici ha portato al prosperare della mafia, al segreto sulle stragi di Stato, alla tolleranza nei confronti dei reati degli alleati…

4.Vietare online ciò che è vietato offline

Questo non vuol dire che si debbano creare nuovi reati solo perché il mezzo di comunicazione è più raffinato e più potente. Evidentemente, i beni protetti, che si tratti della libertà di pensiero, di espressione, di stampa, di associazione, oppure della tutela dell’ onore, della pubblica quiete.. sono sostanzialmente gli stessi, solo che l’ambito della loro esplicazione è più vasto.

Già oggi, senza neppure bisogno, né dei social, né di nuove norme, tutto il sistema giuridico è divenuto così complesso ch’esso viene manipolato da tutti impunemente portando ad abusi assurdi. L’intero regime del segreto, sia esso il segreto di Stato, quello militare, quello commerciale o quello istruttorio, è completamente deviato dai fini previsti dalla legge e rovesciato a fini propagandistici, monopolistici, truffaldini, criminali, elettoralistici, spionistici ed antinazionali (basti pensare all’uso degli avvisi di garanzia o del segreto di Stato). Infatti, è il  sistema politico nel suo complesso ad essere basato sullo sfruttamento scientifico dell’ignoranza (propaganda), del conformismo (politicamente corretto), della ristrettezza mentale (anticulturalismo), del rancore (populismo) e della disinformazione (grandi narrazioni).

Badiamo dunque alle priorità, e lasciamo per un momento da parte le piccolezze e gli anacronismi (che sono comunque anch’essi tantissimi, troppi).

5.I “Gatekeepers” non debbono semplicemente esistere

Tutta la retorica circa il “governo delle regole”, che tanto piace ai politici e agl’intellettuali occidentali, prospera, in mala fede, proprio su questo scollamento abissale fra la teoria e la realtà.

Do’ atto  ad Angela Merkel, Emmanuel Macron e Thierri Breton, ma perfino a Giorgia Meloni e Matteo Salvini, di aver commentato negativamente   la censura, da parte dei GAFAM,  a Trump, ai trumpiani e a Parler. Non dubito che la Commissione emanerà un’ennesima “grida manzoniana” come il GDPR, in cui si vieteranno severamente questi comportamenti.

Peccato che i social networks rilevanti per la libertà di parola degli Europei siano, come scrive De Martin, tutti americani, così come tutte le imprese di alta tecnologia. Quei networks americani, legati a filo doppio al DARPA e a Wall Street (oltre che a molti politici e industriali europei), non obbediscono neppure alla legge americana. Figuriamoci se si curano di ciò che dicono gli Europei, o dei regolamenti dell’Unione, che già ora vengono impunemente violati da questi ultimi. Si noti anche che ieri i GAFAM erano giunti perfino ad estendere il bando alla versione online del giornale italiano “Libero” (anche se all’ultimo momento hanno avuto il buon senso di fare marcia indietro).

L’unico modo per poter legiferare in base alla nostra cultura e ai nostri principi sul mondo digitale è crearne uno nostro, dove non sia possibile togliere la parola a nessuno, tanto meno da un continente lontano. Coerentemente con il programma, enunziato da Macron, Altmaier, Le Maire e Breton, di un “autonomia strategica europea”.

Quindi, totale adesione alla proposta di De Martin della creazione di piattaforme pubbliche: “contemplando anche opzioni pubbliche, come fece l’ Europa dopo il nazismo e il fascismo con l’istituzione di robuste televisioni pubbliche.”. Che io intendo come una pluralità di piattaforme europee in regime di concorrenza, capaci di operare worldwide, con una proprietà diffusa, e con regole anticoncentrazione all’ interno stesso del mercato europeo (sulle quali ritorneremo in altra sede).

Invece, nel Recovery Fund/Next Generation non c’ è nessuna posta dedicata alla creazione di piattaforme sovrane europee, che sappiano tener testa, sui mercati mondiali, ai GAFAM e ai BATX, e, in più, garantiscano la libertà di parola dei cittadini europei. Basti citare il commento del Presidente turco Erdogan: “bene, allora usiamo i social networks turchi“. Peccato che, mentre esistono social networks turchi, o russi, o coreani, o israeliani, non esistano networks europei. E’un caso o è voluto?

Tuttavia, visto che i soldi del Recovery Fund non li ha ancora spesi nessuno, siamo in tempo per fare i necessari, immediati, cambiamenti, perché questa è, come il COVID-19, un’emergenza vitale per gli Europei, non diversamente dalla lotta al COVID-19 (anzi, ancora di più).Faremo una precisa proposta.

E non si invochino qui le solite retoriche della concorrenza. Fra i GAFAM la concorrenza non c’è, e in tutti questi decenni le autorità antitrust occidentali non hanno fatto nulla per cambiare la situazione (anzi, i Governi ne sono stati ben contenti perché i GAFAM le aiutano a controllare il resto del mondo). Si noti che in Cina, dove, paradossalmente, c’è già una concorrenza fra i BATX, in aggiunta, proprio per quanto   riguarda social networks, le autorità antitrust e di borsa sono intervenute pochi giorni fa impedire l’ingigantirsi del gruppo di Jack Ma sulla falsariga di quelli americani.

Le piattaforme sono i terminali del mondo macchinico all’ interno del mondo umano

6. Le piattaforme quali avanguardie avanzate della macchinizzazione universale

Spero solamente che questa vicenda faccia riflettere finalmente qualcuno su queste elementari verità, che da sempre non mi stanco di urlare in tutte le direzioni, mentre tutti, a cominciare dai più diretti responsabili, di qualsivoglia Paese ed orientamento politico, fanno semplicemente finta di non avere sentito.

Se ora, dopo quest’ ultima flagrante prepotenza che, dall’ America, si proietta automaticamente sull’ Europa, la situazione qui da noi dovesse rimanere inalterata, dovremo concluderne che esiste veramente un “complotto” a favore delle macchine intelligenti fra tutti coloro che contano, come in quei film distopici (guarda caso, americani, e che da qualche anno sono scomparsi dalla circolazione), in cui una forza aliena s’installava sulla terra, e, trasformando tutti in mutanti, con un meccanismo che definiremmo “virale”, prendeva il controllo della stessa e sterminava gli umani.

Non è qui il caso di ripetere, fino alla nausea, la descrizione dei meccanismi con cui ciò possa, in concreto, essere fatto già alla luce delle informazioni oggi disponibili. Tuttavia, dopo la censura dei GAFAM dell’altro giorno, è evidente che tutto può ora accadere, ed è molto probabile che accadrà.

L’Europa è, come sempre, la più indifesa, e deve svegliarsi subito.

Quanto a Trump, il fatto ch’egli sia stato boicottato dai social americani è paradossale. Il 6 gennaio, egli aveva appena emanato severe norme restrittive  contro otto app cinesi.

Come si vede, l’intenzione censoria è oramai generalizzata, e, quindi, i pericoli che qui denunciamo sono più che mai incombenti. Come scrive Corrado Augias ne “La Repubblica” di Giovedì 14 gennaio, “il modo di scampare a questa forma di dittatura non è semplice – ammesso che ce ne sia uno.”Contrariamente ad Augias, noi vediamo questa scappatoia, ed abbiamo già pubblicato 4 libri per illustrarla; altri seguiranno fra breve.

RIFLESSIONI PER LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA: FINE DELLA DEMOCRAZIA O FINE DELL’ UOMO?

La polizia tenta, con le pistole spianate, di arginare i rivoltosi alla porta del Campidoglio di Washington


Il porre in discussione, come hanno fatto Aldo Rizza e Ettore Gotti Tedeschi, nei loro recenti interventi su “Rinascimento Europeo”, il carattere paradossale e ambiguo del concetto di “democrazia” nell’attuale contesto politico e culturale non costituisce, a mio parere, uno sterile esercizio intellettualistico, bensì un compito di grande attualità di fronte al desiderio, da parte della Commissione Europea e degli Stati Membri, di porre la questione di “un nuovo slancio per la democrazia europea” al centro della Conferenza sul Futuro dell’ Europa. L’Associazione Culturale Diàlexis ha già inviato ai vertici dell’Unione una sua proposta su ciascuna delle altre 5 priorità della Conferenza, ma non ha ancora formulato quella sulla “Democrazia Europea”. Visto il continuo slittamento del termine per l’avvio della Conferenza, intende farlo ora, con il supporto dei nostri lettori..
Il fatto di essere fortemente critici di quanto fatto fino ad ora, e, anzi, decisamente ” impolitici”, non inficia in nulla, a nostro avviso, l’opportunità e l’utilità dei nostri interventi, ché, anzi, la critica dovrebbe costituire il lievito di qualsivoglia azione di rinnovamento; in particolare, la Conferenza si dichiara aperta alle voci (e, quindi, ovviamente, alle critiche), dei cittadini. D’altro canto, dopo 60 anni di esperienze e d’ impegno per l’Europa, come non essere critici verso un processo avviato duemila anni fa, con l’Impero Romano, e che ancor oggi si trascina faticosamente? Nel commemorare il compianto Presidente Giscard d’Estaing, ho già scritto chiaramente quali furono le pecche della vecchia Convenzione e della sua Costituzione Europea, il cui fallimento ci ha portati alla presente confusione. L’articolo che segue mira ad evitare gli stessi, o anche nuovi, errori.

La Boulé di Priene, un “parlamento” greco antico perfettamente conservato

1.Il “Conformismo Democratico”


La necessità un dibattito sistematico è confermata dalla citazione di Rizza di un libro di Ugo Spirito del 1963, che contiene parecchi spunti di riflessione:
Nella democrazia rappresentativa (non parliamo qui di democrazia diretta, del resto non ne parlano più neppure in Svizzera o a San Marino), il conformismo democratico rappresenta, come in ogni regime, la più caratteristica evoluzione.su questo tema .Ognuno infatti, oggi, si dichiara democratico e lo è in un certo senso, ma mai completamente. Viviamo infatti, un periodo di estrema politicizzazione della società (che non vuol dire affatto vi sia un diffuso interesse per la politica) che si porta dietro l’estrema diffusione, anche a volte ridicola, dell’aggettivo democratico.
Ora, sono detti democratici uno spettacolo, un ristorante, un mezzo di trasporto ed anche certi metodi di insegnamento, certe tecniche di distribuzione dei prodotti, certe tecniche musicali ecc. Ciò che si sarebbe, in altri momenti, considerato neutrale, diviene democratico; per contrapposizione, poi, ciò che si oppone a queste patenti democratiche è subito detto antidemocratico (passaggio non necessario, tuttavia molto frequente e quasi sempre efficace nel senso di isolare immediatamente coloro che ancora intendono pensare in libertà)
.”


Con ciò, Spirito, alla fine del XX secolo, non faceva altro che riecheggiare quanto già scritto da Tocqueville a metà di quello precedente:“vedo una folla immensa di uomini simili ed eguali che non fanno che ruotare su se stessi…Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che s’incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e moiteplice. Assomiglierebbe all’ autorità paterna, se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’ età virile, mentre non cerca che arrestarlo irrevocabilmente all’ infanzia.. E così che giorno per giorno rende meno utile e sempre più raro l’uso del libero arbitrio”


Orbene, il fatto inaudito osservato da Spirito-che, cioè, tutti si definiscano oramai come “democratici” (dai cesaristi sostenuti dal consenso fanatico delle folle a ristretti gruppuscoli che sognano una nazione di proletari in armi; dai difensori ad oltranza della ”Società dell’1%” ai fautori della dittatura di partito; dai capi della partitocrazia ai plutocrati; dai tecnocrati alle società segrete)-è un apparente mistero, che qualcuno dovrebbe finalmente tentare di spiegare.


Proviamo almeno a cominciare. Questo “mistero” potrebbe semplicemente rivelare una inconsistenza teorica del concetto stesso di “democrazia”, termine che può significare, a secondo di chi lo usa, “violenza (‘kratos’) del popolo”(Canfora), “regime delle classi popolari” (il ”demos” contrapposto all’ “ethnos” e al “laòs”), l’“egualitarismo”(la “Ribellione delle delle masse” di Ortega), la “democrazia diretta” (l’ assemblearismo),il “suffragio universale”(“uno vale uno”),il “regime rappresentativo” (“Repubblicanesimo”), o addirittura “liberal-democrazia” (occidentale), ”Stato di Diritto” (prevalenza del diritto scritto),il “progressismo” (messianesimo modernista). In realtà, esso sembra più spesso designare il ”mix casuale di sistemi politici tipico degli Stati Uniti”. …Come sembra confermato dai commenti del “mainstream” , secondo cui l’assalto al Campidoglio sconvolgerebbe tutta la civiltà occidentale. Del resto, anche Rizza, nell’esplorare, con occhio benevolo, questa polisemicità del concetto, ne svela implicitamente la scarsa utilità euristica.


Comunque, c’ê, certamente, qualcosa che tutte queste visioni hanno in comune: in primo luogo, la “passione dell’eguaglianza”, di cui parlava già Tocqueville, la preferenza per l’”Homo Aequalis” contro l’”Homo Hierarcicus” di Dumont, ma, soprattutto, la forza cogente dell’”impero Americano” che, con le sue lobbies, con i suoi eserciti, le sue piattaforme, i suoi “think tanks”, la sua economia, domina ancora gran parte del mondo, imponendogli la sua visione. Questa “passione per l’eguaglianza”, a prescindere da quale ne sia la radice ultima, è evidentemente imperante nell’ ostilità ad ogni forma di trascendenza, di eccellenza, di passione, di eccentricità…, che si manifesta nella censura di tutte le culture del passato (la “cancel culture”, nella banalizzazione di tutte le autorità, nella semplificazione di tutti gli studi, nell’ ottundimento di tutti gli stili, nel dissolvimento di tutte le logiche, nell’ esaltazione del difforme, del decadente. Esempi: i “politici istrioni”, come Bossi, Di Pietro, Berlusconi, Grillo, Salvini, Trump, Johnson; la legislazione alla giornata, come i vari dcpm…

Ma perché una parte non irrilevante della cultura e della politica prediligerebbe l’eguaglianza universale alla differenza, alla distinzione (che pure sono stati slogan importanti della stessa Modernità e della Post-Modernità)? Ci sono state, e ci sono, molte risposte. La più plausibile per il mondo di oggi ci sembra essere che l’eguaglianza, rendendo ingestibili i processi decisionali, postula, come osservava Tocqueville (e, prima di lui, già Mirabeau), un invincibile potere tutelare che ovvi a questa indecidibilità. Questo potere tutelare era stata per millenni l’impero provvidenziale (quelli di Ciro, di Serse, di Augusto, di Napoleone, di Hitler); oggi, ê l’Apparato, nelle sue varie forme, della cultura, della tecnica, delle Chiese, degli Stati, dell’economia, delle lobbies, dell’informatica, che riporta l’Umanità alla sua condizione originaria-di “branco”, ove l’ Apparato sostituisce l’istinto (Gehlen). Affinché tutti obbediscano all’ Apparato, occorre che nessuno osi affermare una propria soggettività contro il cosiddetto “Governo delle Regole”, rappresentato fino a ieri da un’impenetrabile burocrazia (chi è in grado di comprendere concetti come il MES o il Quantitive Easing?), e, oggi, è invece il mondo informatico, che già domina ogni seppur minimo aspetto della nostra vita sociale. Per questo i Big Data sostituiscono il cervello delle persone, che, come vuole Elon Musk, dovrà ospitare delle microchips che lo collegheranno alla Macchina Mondiale, facendolo diventare una semplice cellula di quest’ultima.


Certamente, gl’intellettuali e i politici che hanno spinto verso le rivoluzioni egualitarie (come per esempio Condorcet, Robespierre o Trotskij) si sono illusi che, siccome (come hanno sostenuto tanti, da Averroè a Michels e Pareto), il “Principe”, anche se comunica attraverso i “teologi”, ascolta però gl’”intellettuali” essi sarebbero riusciti a “cavalcare la tigre” della rivoluzione permanente senza esserne sbranati: cosa che invece avvenne puntualmente. Quella parte (a mio avviso non maggioritaria, ma tuttavia molto rumorosa ), dell’ “intelligencija” che aspira al livellamento antropologico non ha mai capito fino in fondo che cosa questo livellamento significhi per essa stessa: quando lo capisce, se ne ritrae inorridita, ma è oramai troppo tardi.


In effetti, la rivoluzione dev’essere permanente perché l’omologazione dell’Umanità, il renderla docile, serve appunto a spianare il terreno al potere delle macchine. Per questo i GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) sponsorizzano tutte le cause egualitarie. Questa coercizione di un potere centralizzato su una massa amorfa ê tanto più forte in quanto l’”Impero Nascosto” americano ê oggi guidato, come scrivono due insiders di eccezione come Schmidt e Cohen ( “The New Digital Age”), proprio dai GAFAM.E lo dimostra il fatto che Facebook abbia il potere di censurare il presidente degli Stati Uniti (che per altro aveva contribuito a far eleggere).


Sono queste le forze reali che spingono verso la destrutturazione delle società degli umani, per poterle manovrare dal centro macchinico (i Big Data di Salt Lake City, la Silicon Valley) attraverso ideologia, tecnica, eserciti, lobbies, economia…Invece, le società strutturate del passato, con un’infinità di livelli, di poteri e di identità, impedivano di fatto una siffatta centralizzazione (e per questo venivano considerate “reazionarie”).
Perché nessuno si metta in testa di contrastare questo corso “naturale” delle cose, occorre condizionare i cittadini fin da piccoli al “buonismo”, al “politicamente corretto”; in poche parole, al “conformismo democratico”, e, in realtà, all’ideologia “funzionalistica”, funzionale cioè all’eternizzazione dell’endiadi “America First”-“Europe Second”, che sarebbe anche la garanzia della indefinita espansione dei GAFAM. Non per nulla il “Funzionalismo” ê stato da sempre il nemico numero uno del Federalismo Europeo, e contro di esso tanto si era battuto (per altro con dubbio successo) Altiero Spinelli. Federalismo fondato sulla partecipazione attiva dei cittadini, non già sul “piano inclinato” del determinismo storico.


E, in effetti, il funzionalismo, nella sua versione olistica (epistemologico, psicologico, politico e sociologico) costituisce la radice occulta, la forza trainante, del nuovo totalitarismo (la Società del Controllo Totale), che parte dagli Stati Uniti (cfr. Schmidt e Cohen, ma, prima di lui, Rostow, Mitrany e Haas) e si diffonde nel mondo, influenzando anche (se non altro attraverso la “rivalità mimetica” di René Girard) tutte quelle società che pretenderebbero di contrastarlo. Fra queste forme d’influenza, consce o inconsce, c’ê anche la retorica democratica.

Facebook ha ufficialmente censurato il Presidente americano in carica


2.Come s’impone l’omologazione mondiale?


Il meccanismo con cui questo nuovo totalitarismo si diffonde nel mondo è dunque ben diverso da quello delle antiche tirannidi e assolutismi: quelli nascevano, o dall’invasione di stirpi guerriere, che imponevano una nuova spietata signoria (per esempio, Cinggis Khan), o da insorgenze popolari, che portavano ad emergere di un potente capopopolo (per esempio, Liu Bang, fondatore della dinastia Han).Oggi il totalitarismo si afferma invece grazie all’ alleanza fra le lobbies dominanti negli Stati moderni e il nuovo potere informatico, la quale permette, da un lato, l’imporsi degli strumenti del controllo sociale, e, dall’ altra, la manipolazione della società per infiacchire
tutte le forze sociali capaci di resistenza, dalle Chiese alle monarchie, dalla cultura alta agli Stati, dai partiti politici alle imprese, dal mondo contadino alle borghesie: “La disuguaglianza, in quel contesto storico, è stata una sorta di baluardo della libertà, consentendo agli uomini di esprimere pienamente la loro individualità creativa e, quando ce ne erano le condizioni, la loro
grandezza, anche rispetto alle figure e all’ opera dei grandi monarchi assoluti.
” (Michele Giliberto, La democrazia dispotica”) Basti ricordare i casi dell’ aristocrazia senatoria romana che espresse un Catone, un Cicerone, un Tacito, un Seneca; alla teoria dei Due Soli; alla resistenza dei principi inglesi, tedeschi, olandesi, polacchi, alle monarchie assolute; a de la Boétie, alla Fronda…


Questa è dunque dunque una “rivoluzione dall’ alto”, e, nel contempo, una “rivoluzione per procura”, dove sembra che gli attori siano i politici, la “società dell’ 1% o “la finanza internazionale”, ma al centro ci sono sempre e soltanto le macchine intelligenti.


Si parte dal “materialismo volgare” di un Meslier, capace di banalizzare le pretese di eccellenza delle società di Ancien Régime, per passare al messianismo immanentistico di Lessing e del Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco; da questo, alla negazione della soggettività e dell’eccellenza (il “trascendentalismo” di Emerson e Whitman), poi, a quella della famiglia e del merito (l’”educazione antiautoritaria” post-sessantottina), fino a esaltare la macchina come superamento dell’umano (il Transumanesimo di Kurzweil):“L’indebolimento antropologico causato dalla fine del conflitto-da cui era germinata la ‘libertà dei moderni’-ha avuto effetti assai gravi sul piano politico, sottraendo forza, e potenza, alla stessa sovranità popolare, che nei regimi democratici su riduce ad una funzione periodica – a un’abitudine – senza significato effettivo e senza peso dal punto di vista dell’ esercizio reale del potere”(Giliberto).


L’alternativa di oggi ê chiara: o si pensa, si decide e si agisce, attraverso reti di umani (la società), e allora queste reti debbono avere i loro gangli essenziali (i pensatori, i politici, gli studiosi, gli amministratori, gl’insegnanti, gl’imprenditori, i comunicatori, ecc..), oppure si pensa, si decide e si agisce attraverso reti digitali, e allora i gangli vitali saranno costituiti dai big data, dai sistemi autonomi, dalle blockchains, da internet, dai social network, ecc.. (il “phylum macchinico” di Manuel de Landa), e l’umanità servirà solo più come serbatoio amorfo di storia e di cultura per poter progettare e addestrare i nuovi sistemi. In questo senso, per Lenin la società del futuro avrebbe potuto essere governata “dalle donne delle pulizie” (perché in realtà le decisioni sarebbero state prese da un apparato occulto -il Comitato Centrale, la CEKA-).E, difatti, con tutto il rispetto per le donne delle pulizie, buona parte dei politici, degli accademici e dei giornalisti che ci parlano quotidianamente nei “talk shows” sembrano piuttosto donne delle pulizie.


Mentre i GAFAM non hanno mai prosperato tanto come durante la pandemia (e le “blue chips” volano durante la marcia sul Campidoglio), invece la capacità decisionale degli Stati si riduce a vista d’occhio.

Come rileva giustamente Fabbrini su “Il Sole 24 Ore”, Stati Uniti e Unione
Europea sono stati praticamente bloccati dai rispettivi meccanismi
istituzionali.
I quali potevano funzionare in società meno complesse,
più solide e gerarchiche, quando non esisteva ancora il prevaricante
Complesso Informatico-Militare. Come hanno scritto Schumpeter e Boeckenfoerde, la modernità vive di premesse che essa non è in grado di garantire.

Il volto ambiguo della democrazia

3.Il sistema “Prism”


Non è poi un caso che i potentati informatici abbiano costruito i loro servers nel deserto dello Utah, inframmezzati con quelli della NSA e protetti dall’ esercito americano. Così come l’Impero Persiano costituiva il “santuario” del messianesimo mazdeista e poi manicheo, dove l’imperatore era considerato, dai persiani, uno “Shaoshant”(“Salvatore, discendente da Zarathustra) e, dagli Ebrei, il Messia (cfr. il Libro di Daniele), che, conquistando l’ Europa, avrebbe esteso il proprio regno fino a confinare con quello degli Dei”, così l’impero americano (che il Papa ha chiamato “impero sconosciuto” e Immerwahr ”impero nascosto”), costituisce la roccaforte del messianismo californiano, che aspira alla creazione per via digitale della Singolarità Tecnologica (in altre parole, alla “Ricostituzione degli Stati Originari dell’ Essere” della tradizione esoterica).


Sempre Erodoto ci educe sul fatto che il “Sogno di Serse” era stato indotto artificialmente in Serse dall’inganno dei Magi; così anche ora chi instilla la volontà di potenza nei politici delle Superpotenze sono dei novelli “Magi”, metà stregoni e metà profeti, come in primo luogo i guru dell’ informatica.
E, nello stesso modo in cui, come spiega Erodoto con lucidità, verve polemica e precisione, i Persiani, dopo avere attentamente comparato pregi e difetti di monarchia e democrazia, avevano scelto per sé la monarchia e, per gli altri, la democrazia, così gli Americani governano se stessi in modo militarizzato attraverso le società segrete, le grandi famiglie, le piattaforme, il Deep State, la “intelligence Community”, ecc.., ma poi pretendono che gli altri siano governati da sistemi “democratici” debolissimi e complicatissimi, i quali, non potendo decidere nulla, si debbono appoggiare sempre più all’ America (e oggi ai GAFAM).-Tipico il rapporto NATO/UE che paralizza da settant’anni la Politica Estera e di Difesa dell’ Europa. Ora però, scossa dalla coscienza della fine della propria egemonia, anche l’America sta per crollare, mettendo ovviamente in forse tutta questa kafkiana costruzione dell’ Occidente.


Infine, così come la pretesa messianica degli Achemenidi, scolpita sulle loro tombe nelle varie lingue dell’ impero, era fondata su una missione divina attribuita loro da Ahura Mazda, così oggi si pretenderebbe che l’”Imperialismo Democratico” sia una missione divina, fondata su una preferenza divina per un determinato tipo di uomo: l’ “Homo Aequalis” (”in God we Trust”).


Una siffatta genealogia del concetto di “democrazia” è avvalorata dal fatto che questa fa la sua comparsa in Grecia solo dopo che il generale persiano Mardonio, avendo schiacciato per Serse la rivolta anti-persiana dei Greci della Ionia e crocifisso i loro “tiranni”, aveva imposto in loro luogo dei regimi democratici, per garantirsi che non sorgessero delle élites guerriere come quella spartana, decise, come Leonida, a combattere i Persiani fino alla morte.Erodoto conosceva la vicenda dall’interno, essendo cittadino di Alicarnasso, sulla costa egea dell’Anatolia:”τοὺς γὰρ τυράννους τῶν ᾽Ιώνων καταπαύσας πάντας ὁ Μαρδόνιος δημοκρατίας κατίστα ἐς τὰς πόλις”(“Giunto nella Ionia, Mardonio, dopo aver deposto tutti i tiranni degli Ioni, avrebbe instaurato nelle città governi democratici”). Questo paradosso della democrazia “imposta” dal dispotismo orientale, come garanzia di servilismo, avrebbe suscitato, secondo Erodoto, “μέγιστον θῶμα”(“un grande stupore”) in quei Greci a cui sembrava già incredibile anche il dibattito sui tre tipi di costituzione che lo storico sostiene aver avuto luogo in Persia.
Inoltre, i Persiani avrebbero imposto agli Ioni una sorta di federalismo interno, simile, come principio, all’ attuale pseudo-federalismo europeo, battezzato dal Senatore Fulbright e da Dean Acheson a margine di una riunione NATO : “Convocati a Sardi gli ἄγγελοι delle πόλεις ioniche, Artaferne costrinse gli Ioni a stipulare accordi fra loro per
sottoporre ad arbitrato ogni controversia e mettere in tal modo fine a razzie e rappresaglie reciproche e soprattutto alle contese territoriali”.

D’altronde, quanti politici ed intellettuali, nelle poleis greche, erano esplicitamente filo-persiani? Per esempio, passarono decisamente dalla parte dei Persiani i condottieri ateniesi Alcibiade e Temistocle e il re di Sparta Demarato, deposto da Cleomene con l’accusa di illegittimità , che si era rifugiato in Asia presso Dario, «il quale lo accolse con munificenza e gli donò terre e città,(Pergamo, Teuthrania e Halisarna), come ricompensa proprio per averlo accompagnato nella spedizione contro la Grecia (“ἐκείνῳ δ᾿ αὕτη ἡ φώρα δῶρον ἐκ βασιλέως ἐδόθη ἀντὶ τῆς ἐπὶ τὴν ῾Ελλάδα συστρατείας”).


L’opposto del dispotismo persiano non era, per i Greci, la democrazia, bensì l’aristocrazia (la “kalokagathìa” degli “eroi”). E del resto lo stesso pensavano i filosofi romani come Tacito e Seneca, che si opponevano agli imperatori, oppure Machiavelli, che vedeva nei “baroni” l’antidoto contro il dispotismo “orientale”. Del resto, questo sarebbe stato anche il pensiero di Montesquieu, Goethe, Alfieri, Burke, Madison, Tocqueville, Saint Exupéry e tanti altri…A cui si contrappongono i fautori americanisti dell’ispirazione divina della democrazia, come Niebuhr e Novak.

Il calvario di Assange, reo solo di aver fatto conoscere la verità, continua in Inghilterra,
non in una “democrazia illiberale”


4.Che senso ha oggi la contrapposizione fra libertà e dispotismo?


“Democrazia” ha oggi più che mai, grazie al “conformismo democratico” un significato vago, riempibile a piacere, come un tempo “fascismo” e “socialismo”.

Per un certo periodo, tutto, in Italia, era stato “fascista”, dai Fasci Siciliani al comunismo (il “corporativismo impaziente”), dalla monarchia (il Duce e il Re) all’anarco-sindacalismo, dalla Dottrina Sociale della Chiesa (“l’Uomo della Provvidenza”) al laicismo gentiliano, dalla Confindustria (che ancor oggi ha per simbolo l’aquila fascista), al diritto sociale e del lavoro .

Così pure, in un successivo periodo, tutto sarebbe stato socialista, dal socialismo nazionale a quello rivoluzionario, dal socialismo liberale al maoismo, dal cristianesimo sociale al trotskismo, dai “nazi-maoisti” agli stalinisti, dai”Viet¬-lib” ai “miglioristi, dal PSDI al PSI, al PSIUP, alla Sozialistische Einheitspartei Deutschlands, al “socialismo reale”, dal socialismo arabo a quello islamico.


Nello stesso modo, oggi tutto è democratico: liberal-democrazia, social-democrazia, democrazia cristiana, democrazia islamica, democrazia illiberale, democrazia nazionale…Ma tutti questi regimi non hanno certo la stessa logica, la stessa struttura e lo stesso funzionamento.
In realtà, l’aspirazione di fondo di queste tre culture è la stessa: la “Nuova Società Organica” profetizzata da Saint Simon, fondata sulla “religione dell’ umanità” (lo “specismo”), intorno alla quale si sarebbero raccolti imprenditori e lavoratori. L’uomo si sarebbe “salvato da se stesso”, con una “nuova scienza”. Comte, Enfantin, Fiodorov e Lunacarskij avrebbero poi veramente fondato una siffatta religione, di cui oggi non c’ê più neppure bisogno, perché si sono trasformate in quella direzione buona parte delle religioni positive.


Giustamente poi, Rizza critica l’artificiosa contrapposizione fra “democrazia” e “autocrazia”, attualmente in voga nel discorso politico (sotto l’influenza americana), perché essa non coglie affatto lo specifico dei vari regimi, né in assoluto, né, tanto meno, nell’ oggi, ipotizzando essa un’assurda biforcazione di una realtà ben più variegata. Devo dire che, contrariamente a Rizza, credo che, almeno sulla carta, abbia ancora valore la classificazione platonica, aristotelica e tomista, delle diverse costituzioni, (anche se l’endiadi polemica non era stata, a mio avviso, come si ripete erroneamente, “democrazia e oclocrazia”, bensì “politeia e democrazia”, dove è quest’ultima a costituisce, fra le due, il regime degenerato: oggi, la chiameremmo “demagogia”, o, ancor meglio, “populismo”). Nella concreta realtà di oggi, abbiamo comunque un panorama estremamente variegato di regimi, per cui ci sarebbe bisogno di un nuovo Aristotele (o almeno di un buon costituzionalista comparato), attento non soiltanto alle costituzioni formali, bensì anche a quelle “materiali”. In questo quadro comparatistico, ci accorgeremmo che oggi solo poche repubbliche sono relativamente democratiche e al contempo indipendenti (delle “democrazie sovrane”), come alcuni Stati dell’Europa centrale e orientale, dell’America Latina e del Sud-Est Asiatico (Sri-Lanka, Indonesia).

Nel resto del mondo, ritroviamo i regimi più vari: una teo-tecnocrazia (gli Stati Uniti); dei protettorati americani (come li chiama Brzezinski= la UE, i “Five Eyes”, il Giappone); un “socialismo con caratteristiche cinesi”(la Repubblica Popolare ); alcune “democrazie militari” (Russia, Palestina e Gaza); una decina di Repubbliche islamiche (Iran, Turchia, Pakistan, Yemen, Indonesia, Cecenia …); una ventina di monarchie islamiche (Marocco, Giordania, Arabia Saudita, monarchie del Golfo, Isole dell’ Oceano Indiano, Malaysia, Brunei…); una Repubblica induista (l’ India); uno “Stato ebraico” (Israele); alcune monarchie buddhiste (Bhutan, Thailandia) ; uno “una monarchia comunista” (Cambogia); qualche potere dinastico camuffato da repubblica (Siria, Corea del Nord); alcuni regni tribali (Swaziland, Tonga ); molte repubbliche tribali (quasi tutti gli Stati africani e polinesiani, l’Iraq, il Libano, la Bolivia, la Malaysia);alcune repubbliche socialiste (Nepal, Cuba, Venezuela); qualche dittatura di partito (Vietnam, Laos).


Queste 14 categorie potrebbero, volendo, essere raggruppate in gruppi più ristretti, analoghi a quelli aristotelici: monarchie limitate e Stati-canaglia; sistemi a partito unico e federazioni pluralistiche; repubbliche rappresentative e “Stati falliti”….Non si tratta, quindi, di una contrapposizione frontale fra due visioni del mondo (“l’Occidente e il resto” di Huntington), bensì di un mondo veramente pluralista (“poliedrico”, come ha detto il Papa, o “multifaceted” come si esprime recentemente la Commissione), dominato da una pluralità di sistemi, anche se tutti (o quasi tutti) si autodefiniscono “democratici”. Di qui, l’impossibilità tecnica di stilare una graduatoria di “maggiore o minore libertà” come fa quello che Canfora chiama il “Democratometro” di Freedom House..Semmai, si potrebbe redigere una tabella, che registrasse la presenza maggiore o minore di certe diverse caratteristiche nei vari sistemi, quali: indipendenza nazionale; libertà dal controllo digitale; esistenza di una società civile; libertà religiosa; libertà di pensiero; libertà di parola; libertà economica; accessibilità dei media; contendibilità del potere accademico; libertà di associazione; conformismo; stato di diritto; equità; solidarietà…


Certo, sfuma anche, e di molto, l’idea che la democrazia sia il regime in qualche modo “normale”, sulla base del quale tutti gli altri possono essere “misurati”, e che alla fine, con un criterio deterministico, tutti i regimi si allineeranno. Fa impressione dopo 17 anni rileggere “Il futuro della libertà” di Fareed Zakaria, il teorico della “democrazia illiberale”, che teorizzava la transizione della Cina alla democrazia rappresentativa, come unica alternativa al caos, mentre invece il caos c’è oggi piuttosto in America, non certo in CIna.


Diventa così più urgente che mai ideare un sistema di governance specifico per l’ Europa, che non sia la pedestre traduzione in Europa del casuale mix americano (che oggi tutti vogliono modificare), un sistema tratto dalle nostre tradizioni storiche e culturali, come avevo tentato di fare nel libro “Da Qin”, in cui avevo suggerito di trarre insegnamenti dall’esperienza della Svizzera, la quale, seppure a livello micro, come “in vitro”, ha saputo mantenere per seicento anni un vero sistema federale, ereditato in pratica dagli antichi Indoeuropei e sopravvissuto a Celti, Germani, feudalesimo, impero, Napoleone e guerra civile (il “Sonderbund”). Un federalismo coerente con il regime ancestrale degli Europei, quello delle infinite tribù e città :Schwytzerduetch, Svizzeri Romandi,Ticinesi , Walser,Ladini…Mentre noi, da Saint Pierre a Kant, da Coudenhove-Kalergi a Spinelli , continuiamo a parlarne, mentrte nessuno, salvo Duccio GAlimberti, ha neppure tentato di scrivere una vera costituzione, al contempo nazionale ed europea.

Pergamo, la città che Serse diede a Demarato quale ricompensa peer avere militato per la Persia contro la Grecia

5. Quali previsioni?


Dando per un momento per risolto il difficile problema della definizione dell’ essenza della democrazia, nel considerare il futuro della stessa in Europa, si può guardarvi tanto da un punto di vista meramente previsionale, quanto da quello operativo.


Dal punto di vista previsionale, ê chiaro che l’avanzare delle tecniche di controllo sta portando ovunque automaticamente a un potere più accentrato (come si vede nel caso della pandemia e in quello del Recovery Fund). Ciò sarebbe obiettivamente positivo nell’ ottica del breve-medio (accrescendo la resilienza delle varie società nella lotta contro i flagelli dell’ Umanità, ivi compreso l’”Impero Nascosto”dei GAFAM), ma ha conseguenze catastrofiche sul lungo, perché porta comunque al prevalere delle macchine intelligenti, attraverso la corsa per la supremazia fra USA e Cina, che implica già ora al militarizzazione (“weaponisation”) di ogni aspetto della vita sociale: dalla religione alla scienza; dalla cultura alla tecnologia; dal diritto all’economia: la “guerra Senza Limiti” lanciata da Bush Junior e teorizzata dai militari cinesi. Dall’America e dalla Cina, questa tendenza si estende, “a cascata” perfino ai Paesi che hanno esigenze simili e che quei due paesi leaders costringono a schierarsi (ad esempio, la UE o Hong Kong). Per ciò che ci riguarda, la “weaponisation” ha portato all’intensificarsi della propaganda occidentale che, dopo un periodo di relativa apertura, vuole ora letteralmente oscurare tutte le informazioni utili ed obiettive sui popoli diversi da quelli “occidentali”. E’ quel processo di “rivalità mimetica” denunziato da Gotti Tedeschi, che porta i Paesi “alleati contro la Cina” ad assomigliare sempre più a quest’ultima (il “Reverse Totalitariansm” di Wolin), e il misoneismo occidentalistico a copiare la “cancel culture” dei multiculturalisti americani.


Agli Europei è stata imposta così la “political correctness” americana, che c’impone di restringere enormemente le nostre opzioni politiche, sociali, culturali e perfino linguistiche, ammissibili (la “Finestra di Overton”), come pure la lotta alle “fake news” che assomiglia molto a una nuova, formidabile, censura, nelle mani di imprese private come FAcebook.


Anche i Paesi che vogliono mantenere la propria indipendenza a dispetto del conflitto fra le due superpotenze sono costretti a “militarizzarsi” per evitare di essere fagocitati. Esempi tipici: la Russia dopo i casi della Cecenia, della Georgia e dell’Ucraina, e la Turchia dopo il colpo di Stato.

Infatti, dopo che Elcin aveva ottenuto così pochi risultati nel tentativo d’ingraziarsi l’ Occidente con lo scioglimento anticipato dell’ URSS, le privatizzazioni selvagge, la semi-indipendenza della Cecenia, il disarmo nucleare e il tentativo di entrare in Europa, la Russia era giunta sull’ orlo dello smembramento, della liquidazione e della guerra civile, il “deep State” russo si era visto costretto a provocare l’ascesa di un leader più energico, capace di prevalere al contempo sui Ceceni, sugli oligarchi e sulle influenze occidentali.


Nello stesso modo i Turchi, dopo essere stati per 40 anni nell’ anticamera della UE e dopo avere eliminato per questo il regime militare, non hanno potuto fare a meno, visto che erano stati ricompensati con il colpo di Stato appoggiato dagli USA e tollerato dagli Europei, di conquistarsi una loro autonomia strategica (termine di Macron ora ripreso da Erdogan), come misura preventiva contro nuovi tentativi come quello di Energekon e di Gülen, rafforzando i poteri del Presidente e conducendo una politica internazionale e degli armamenti più aggressiva.


In piccolo, valgono anche i casi della Polonia e dell’ Ungheria, le cui recenti politiche condannate come “illiberali” (anche se riprese semplicemente da leggi americane, francesi o italiane), mirano in sostanza a ridurre le possibilità delle lobby internazionali (per esempio l’americana Open Society Foundation) di condizionare la politica ungherese e polacca nell’attuale fase di conflittualità geopolitica internazionale.


A oggi, purtroppo, tutte queste sacrosante aspirazioni alla resistenza
dell’umano contro l’invadenza dell’omologazione tecnologica non hanno trovato una soddisfacente base culturale e politica, limitandosi esse soprattutto al regresso verso la fase iniziale (e meno evidente) dell’omologazione moderna, quando, nell’ Ottocento, sotto la spinta dell’occidentalizzazione forzata, si erano cominciate ad esasperare alcune delle caratteristiche “tradizionali” delle diverse società (in Giappone “Wakon Yosei”, in India “Hind Swaraj”…), senza però alcun autentico sforzo d’innovazione.


Sempre sul piano previsionale, non si può non credere che tutte queste tendenze continueranno ad accentuarsi con l’ulteriore perfezionamento delle macchine intelligenti, le quali, da un lato, condizioneranno maggiormente la vita di tutti, e, dall’ altro, permetteranno guerre con costi umani ridotti, perché condotte fra macchine, o anche soltanto fra software (le “cyberguerre”). Il lato più preoccupante di tutto ciò è che, se le macchine riusciranno a farsi delegare tutte le attività belliche, diventeranno ancora più influenti di noi sulle grandi scelte politico-sociali, come influenti erano prima i generali e i servizi segreti.

L’Apocalisse è ora
  1. Libertà e illibertà nella Fine della Storia
    Alla luce di tutto ciò, l’intero impianto del pensiero politico tradizionale, elaborato per una società di uomini (e di donne), sta divenendo obsoleto, e l’unica disciplina politologica rilevante diverrà la cyber-etica, che però si sta sviluppando anch’essa in base a concezioni meccanicistiche, che nel rapporto uomo-macchina, privilegiano il lato macchinico. Parafrasando il gergo della “cyber-etica mainstream”, il peggiore “bias” che l’industria informatica sta trasmettendo alle macchine intelligenti è quello costituito dalla cultura materialistica e razionalistica dei guru informatici “californiani” (in realtà, sempre più texani), che tende a perpetuare e consolidare, attraverso la dittatura macchinica, la presente civiltà dell’ omologazione universale. Soprattutto, la società delle macchine intelligenti sta abolendo il “libero arbitrio”, a meno che non riusciamo ad educare una nuova classe dirigente libera e creativa, che sviluppi un rapporto proattivo con il mondo macchinico, riproponendo, contro le “routines” della Modernità, l’imprevedibilità e la gratuità dell’agire umano. Ora, come scrive giustamente Rizza, “Presupposto della democrazia – che è poi il presupposto Per ogni costruzione di città – è che l’uomo libero …dev’essere preservato”.
    Orbene, come mi sembra di avere dimostrato, è proprio questo presupposto ch’è venuto meno progressivamente da decenni, sì che ora viviamo in un mondo di “ mutanti”, teleguidati dai GAFAM, dai Big Data, dai servizi segreti, dai think tanks, dalle lobby, dai “gatekeepers”… E’ questa la ragione occulta della “fine delle grandi narrazioni” (Lyotard). Oramai, quando la setta dei tecnocrati ha raggiunto il suo obiettivo – la soggezione dell’uomo alle macchine-le finzioni delle ideologie (democratiche o meno) sono oramai divenute inutili, e non rimane altro che la nuda realtà del controllo totale.
    Può sembrare paradossale, ma il discorso “mainstream” contemporaneo, che pretenderebbe di esprimere uno “Zeitgeist” obiettivo, ê in realtà l’ultima, la più menzognera, di tutte le ideologie. Esso pecca innanzitutto per mancanza di storicità. Il pensiero politico post-moderno dovrà infatti smetterla di presentarsi falsamente “sub specie aeternitatis” (come la ricerca greca della “kallipolis”, la migliore fra le città, quasi che l’uomo postmoderno rappresentasse la condizione “naturale” dell’Umanità), per riconoscersi storico, o meglio, apocalittico, rispecchiando così finalmente la vera essenza del XXI Secolo. I post-moderni si collocano infatti tutti nella prospettiva, appunto, apocalittica, della “Fine della Storia”. In questo senso, essi sono eredi, come tutti noi, delle tradizioni culturali dell’escatologia occidentale. Come altrimenti si giustificherebbe la loro pretesa di palingenesi totale, che rovescia tutte le certezze dell’”Epoca Assiale” (perennità dei valori; gerarchie consolidate; spirito acquisitivo; guerra; familismo; maschilismo..:cfr. Ian Assmann: “Achsenzeit, Eine Archaeologie der Moderne”)?
    Ma, proprio se così è, è per essi imperdonabile d’essersi dimenticati che tutte le visioni apocalittiche concepiscono la fine della Storia non già come un fatto puntuale, bensì come un periodo (millenario) di lotte cosmiche (l’incatenamento di Angya Mannu, il Millennio, l’Anticristo…). C’ê una vera e propria storia dell’Apocalisse (che poi costituisce lo sfondo del pensiero di Hegel e di Marx, di Nietzsche e di Fiodorov, di Lunačarskij e di Kurzweil), all’ interno della quale la politica attuale, nell’ era della Singularity e della Guerra senza Limiti, deve riuscire a pensarsi.
    Chi vuole veramente battersi per la difesa della libertà in quest’era di scontro apocalittico deve impegnarsi su qualcuno dei molteplici fronti che impattano sul rapporto uomo-macchina: dalla riscoperta delle etiche tradizionali allo studio della cibernetica, dalla cyber-etica alla legislazione europea, dalle scienze strategiche e dal rapporto Europa-America alle normative sui GAFAM.
    Vi sono oramai infinite proposte di “codici di cyber-etica”, ma tutte, fino ad ora, risultano vuote e inutili, perché non affrontano nessuna delle questioni enumerate in queste pagine. Tutte partono dall’ erroneo presupposto che la cibernetica sia una cosa valorialmente neutra, la cui positività o negatività dev’essere valutata alla stregua degli obiettivi (umani) ch’essa persegue. Ma, come avevano intuito già Čapek, Heidegger, Anders, Asimov e Kurzweil, la cibernetica persegue propri obiettivi superumani, e, come ha messo correttamente in evidenza De Landa, essa si comporta verso l’Umanità come un qualunque altro parassita. Essa ne abita il corpo e soprattutto l’anima, nutrendosi di essi, e, grazie ad essi, diviene più forte.
    Il problema non ê che la cibernetica si comporti “bene”, bensì che non prenda il sopravvento su di noi, affermando propri fini contro quelli umani. Affinché ciò sia possibile, occorre rovesciare la trasformazione antropologica in corso, che vede la distruzione sistematica delle qualità umane, sintetizzabili nel concetto di “virtù”, in favore di qualità astratte, quali la ragione, l’unità e la stabilità. Per fare ciò, occorre che le “virtù” non vengano ridotte a un solo principio astratto (il “Nirvana”, la “legge”, il “monoteismo”, il “coraggio”, la “carità”, la “verità”…..), bensì siano vissute come forme di equilibrio fra i diversi principi di cui l’Umanità è fatta (“Mesotes”, “Zhong Gong”), conciliando in modo olistico le diverse virtù: questo conforterebbe e rafforzerebbe il ruolo centrale del pluralismo, e quindi della libertà, in una singola società locale così come nella società mondiale.
    Le proposte per una “Democrazia Europea” da formulare per la Conferenza sul Futuro dell’Europa dovranno affrontare in primo luogo questo problema. Infatti, come scritto nell’ultimo fascicolo del MIT, la Cyberetica è dipendente dalle concezioni etiche delle diverse tradizioni. Nel libro DA QIN avevo perciò suggerito di farlo tenendo bene sott’occhio l’esempio, strettamente europeo, del federalismo svizzero: un piccolo popolo di uomini liberi, e tuttavia non imbelli, bensì organizzati come un esercito permanente: neutrali non perché deboli, ma perché così forti da poterselo permettere.
La Guardia Svizzera costituisce il massimo riconoscimento
del valore secolare dei Confederati.

1/1/2021:SORPRESA!

LA CINA STA GIA’ ATTUANDO L’ACCORDO CON LA UE SUGLI INVESTIMENTI

La Cina è il primo depositante di brevetti internazionali

C’è qualcosa di stupefacente nel trattato fra UE e Cina siglato il 31/12/2020: nonostante ch’esso non sia ancora neppure reso pubblico nella sua integralità, e ch’esso debba ancora essere ratificato dal Parlamento Europeo e dall’ Assemblea del Popolo cinese, la Cina lo sta già in gran parte attuando, e andando, addirittura al di là del trattato stesso. Infatti, contemporaneamente alla firma del trattato, sta entrando in vigore un ampio “pacchetto” di nuove norme, che sta rifacendo  da cima a fondo tutto il diritto civile, commerciale e della proprietà intellettuale.

COSCO sta facendo del Pireo il più grande porto del mondo

1. Gli emendamenti alla legislazione sulla proprietà intellettuale:

Da noi è ancora diffuso il mito secondo cui i Cinesi “copierebbero” i prodotti occidentali e, per dirla con Trump “ruberebbero la loro proprietà  intellettuale”. Orbene, non solo nei settori dell’informatica, dell’ aerospaziale, delle telecomunicazioni, delle ferrovie e  automobilistico, la Cina  costituisce l‘assoluta avanguardia, ma, addirittura,  essa è il Paese con il maggior numero di brevetti sul piano mondiale. Quest’attenzione quasi ossessiva per la proprietà intellettuale è dimostrata dall’ ennesima riforma delle legge sui brevetti e sui diritti d’autore.

Vediamo succintamente le principali riforme in corso:

a.Brevetti: Sono stati allungati i termini della tutela, sono stati facilitati i brevetti farmaceutici e di progetto.

b.Diritto d’autore: L’indennizzo per la contraffazione può arrivare a 5 volte il danno provocato. Viene invertito l’onere della prova e rafforzati i poteri interdittivi del giudice.

c.Contabilità e fisco: Sono stati aggiornati i principi contabili e allungata la lista delle attività che godono di agevolazioni fiscali, che oggi superano le 1200.

E’ aperta ai commenti (secondo le prassi UE) la nuova legge sulla proprietà intellettuale
(il GDPR cinese)

2.Nuovo codice civile: Si è passata dall’ approccio “nordico” o “anglosassone” delle “grandi leggi”, a quello romanistico di un unico codice. Un grande contributo è stato dato dall’Università Tor Vergata di Roma.

3.Legge sulla privacy: E’ appena finita la consultazione pubblica sulla legge sulla privacy, ispirata al DGPR europeo. In questo senso, ha ragione Ursula von der Leyen, nell’ affermare che l’Unione Europea si pone (almeno in questo campo) quale “trendsetter del dibattito mondiale”. Peccato che, come dimostrato dalla seconda sentenza Schrems, il DGPR sia sistematicamente frustrato dall’applicazione extraterritoriale della legislazione americana (che si  applica anche ai dati acquisiti, processati o immagazzinati all’estero dalle multinazionali americane).

Oltre a quella americana, anche le leggi europea e cinese affermano la propria applicazione extraterritoriale. Peccato però che, mentre in Cina quest’applicazione è possibile perché la gran parte dei dati dei Cinesi è immagazzinata in Cina, o sotto controllo cinese, la grande maggioranza dei dati europei è immagazzinata in America, o sotto controllo americano, sì che, di fatto, ad essi si applica la legislazione americana, diametralmente opposta, che, anziché imporre la “privacy”, impone la sorveglianza di massa (per giunta, sui dati altrui).

La Volkswagen possiede da quest’anno le proprie fabbriche in Cina al 100%

4. I trattati sono per loro natura bilaterali e reciproci

Il dibattito in corso sull’accordo con la Cina sui giornali occidentali, fondato su considerazioni esclusivamente politiche, se non propagandistiche, dimostra una volta di più l’incapacità della nostra classe dirigente a comprendere, non diciamo a padroneggiare, questo XXI secolo.

Sicuramente, è doveroso che un dibattito vi sia. Infatti, non v’è dubbio sul fatto che il trattato sollevi molte e importanti questioni sul futuro, non solo della Cina e dell’ Europa, ma del mondo: che cosa significhino “multilateralismo”, “multiculturalismo” e “multipolarismo”; se oggi sia ancora lecito, come fa Biden, a proporre delle alleanze “contro” qualcuno; come può l’ Europa difendere la sua economia dalle barriere occulte imposte dall’ America (no ai missili intercontinentali, no alle piattaforme web, no alle grandi società di servizi) e dai colossi naturalmente popolanti il mega-mercato cinese.

Ed è anche vero che l’Europa fa bene, da un lato, a discutere con tutti, e, in particolare, con il Paese che di fatto si sta rivelando il più influente in questo XXI secolo, ma, dall’ altrio, a mantenere alto il livello del dibattito, dove sono in gioco il futuro dell’uomo, i suoi diritti, la sua salute, la difesa della natura. Una volta tanto, complimenti alla von der Leyen e a Michel (senza ignorare che dovranno ancora affrontare una dura battaglia in Parlamento).

Tuttavia, tutto ciò va fatto sulla base di una visione realistica dei fatti: tecnici, economici, sociali, ma prima di tutto, culturali, filosofici e storici.

Intanto, i trattati sono per loro natura bilaterali e reciproci, altrimenti torneremmo ai “Trattati Ineguali” di cui tanto si lamentano i Cinesi. Invece, qui sembrerebbe che il principale obiettivo del trattato avrebbe dovuto essere quello d’imporre alla Cina strutture economiche ch’essa esita ad adottare, principi giuridici ch’essa non intende accettare, e, infine, un indebolimento della propria competitività complessiva, che sarebbe comunque inaccettabile per chicchessia. Se questo fosse stato l’obiettivo, la Cina non l’avrebbe certo accettato, perché i trattati debbono giovare ad entrambi i contraenti (“essere win-win”).

In realtà, il trattato non si limita a imporre alla Cina riforme (che tra l’altro la Cina sta già attuando), bensì chiede garanzie anche all’ Europa: in particolare la garanzia di poter investire in Europa, senza essere attaccati e danneggiati sotto vari pretesti, come nel caso dei porti italiani, delle Huawei e della ferrovia Belgrado-Budapest e del ponte di Peljesac.

Garanzie che servono subito, se riteniamo utile per l’economia che i Cinesi investano sui porti italiani e sull’ IVECO, e che non siano cacciati dal mercato europeo delle telecomunicazioni, rovinando, prima di tutto, l’industria europea che con essi collabora (come la Ericson, che ha addirittura minacciato di lasciare la Svezia se questa dovesse accedere al bando di Huawei.

La Cina e l’India sono state da sempre i maggiori produttori del mondo

5.La Cina spiazza l’Occidente

E, infatti, le cose non stanno certo come le descrive il mainstream. La Cina sta producendo molte più trasformazioni di quelle che stia realizzando l’ Europa, e lo fa in modo molto deciso, efficace e al contempo utile per se stessa. Il nocciolo centrale di queste trasformazioni sta nell’inserirsi criticamente nei trends in corso in Occidente, ma addirittura “scavalcando” (“leapfrogging”) i propri concorrenti sul loro stesso terreno. Per questo, essa supera tutte le supposizioni degli Occidentali, e le rende di fatto  irrilevanti nel momento stesso in cui le avvera. Quello che gli Occidentali chiedono, lo sta già facendo, ma i risultati non sono quelli attesi, perché gli Occidentali non hanno mai capito come stanno veramente le cose.

Questa crescita inevitabile,  viene descritta, strumentalmente, come una sorta di imposizione al resto del mondo, ma, a parte il suo carattere “naturale” (data la dimensione della Cina), essa si può rivelare come una benedizione per  il resto del mondo, perché rimette in circolo quei valori e quegli atteggiamenti propri dell’ Epoca Assiale (cfr. Jaspers, Assmann), che furono condivisi per millenni dalle civiltà estremo-orientale, medio-orientali, indica, classica e giudaico-cristiana, e che il postumanesimo vorrebbe (inutilmente) cancellare. Solo l’ alleanza fra quelle tradizioni culturali potrà dare all’ Umanità la forza di non macchinizzarsi, bensì di “ringiovanire”(come dice Xi), per affrontare insieme l’urto delle macchine intelligenti, come fanno gli eroi delle “anime” giapponesi.

6.Come “leggere” il Trattato?

La stupefacente durata delle trattative per il CAI  rivela la tetragona volontà di quanti, in Cina e in Europa, l’hanno voluto in tutti questi anni (in primo luogo, Angela Merkel). Forse più numerosi di quanto non si pensi. Ma fa immaginare anche quanto sia stato difficile aggiornarlo al continuo cambiamento degli scenari. Nel frattempo, la Cina, da Paese in via di rapida industrializzazione, è divenuto un Paese altamente industrializzato, che sta cancellando la povertà e raggiungendo le vette della civiltà tecnologica. Se, all’inizio, l’Europa le applicava parametri tratti dalle prassi dell’aiuto allo sviluppo e degli ACP, oggi, essa è costretta a fare le ben diverse  rivendicazioni, perchè oggi è l’Europa il Paese in via di rapida deindustrializzazione

Ne consegue che le rivendicazioni che l’Europa non poteva non fare sette anni fa, contro il “dumping sociale”, contro la pirateria brevettuale, contro i privilegi delle imprese di Stato, non hanno oggi più senso. Oggi, la competizione con la Cina non è più sul costo del lavoro, bensì sulle economie di sistema, sull’ efficienza, sull’alta tecnologia…Ma,andando ancor più in fondo, non c’è più competizione. Proprio perché l’Europa e la Cina di oggi sono così diverse, c’è fra loro un’impressionante complementarietà:

-se l’ Europa perde popolazione e non sa dove vendere i suoi prodotti, la Cina è il Paese più popoloso del mondo, dove più di un miliardo di persone si stanno aprendo ai prodotti sofisticati  classicamente europei;

-se la Cina ha degl’imbattibili colossi dell’ alta tecnologia (Huawei, ZTE, Alibaba, Tencent, Baidu), l’ Europa non ne ha più praticamente nessuno, sì che ha bisogno di partners, o almeno di diversificare il proprio parco fornitori.

31/12/2020:ACCORDO UE-CINA

Da molti anni il PIL italiano ha uno dei peggiori andamenti nel mondo

Il nuovo anno si apre in un clima d’ inedita cordialità fra Europa e Cina.Il  30 dicembre, ultimo giorno della presidenza tedesca, l’Unione Europea, rappresentata dal Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, e dalla Presidentessa della Commissione, Ursula von der Leyen, e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, hanno concluso in via telematica il tanto atteso, e, al contempo, controverso, Accordo Comprensivo sugli Investimenti (CAI), destinato a proteggere e disciplinare gl’investimenti europei in Cina e quelli cinesi in Europa. Il testo redatto in tutte le lingue dell’Unione è in via di preparazione da parte dei servizi della Commissione, ma la firma definitiva è prevista appena nel 2022. Anche il Parlamento Europeo dovrà dire la sua parola, e non sono escluse sorprese.

Come ben noto, il tema è controverso, da un lato per le diverse valutazioni che ciascun attore dà della situazione attuale degl’investimenti esteri nelle due aree, e anche per il legame che gli Stati Uniti pretenderebbero  s’instaurasse fra i trattati commerciali e più generali questioni ideologiche e geopolitiche. Il segretario Sullivan, del “governo ombra” del neoeletto presidente Joe Biden, ha infatti criticato l’accordo, perché, a suo dire, si sarebbero dovute svolgere consultazioni con gli Stati Uniti. Con la sua decisione, l’Unione ha dato invece prova di autonomia, smentendo una politica americana volta, non da oggi, ad allontanare la Cina dall’ Europa, e, comunque, rifiutando ingerenze nella propria sovranità internazionale.

Più precisamente, si tratta di una conferma della tradizionale “politica dei due forni” degli Europei, inaugurata dal Generale de Gaulle con il suo viaggio a Mosca, e proseguita con l’incontro a tre fra Chirac, Schroeder e Putin a Danzica, per finire con le aperture verso la “Nuova Via della Seta”,  con cui gli Europei, pur riconoscendo come inevitabile la loro posizione di tipo neo-coloniale nei confronti degli Stati Uniti, si permettono di tanto in tanto d’intrattenere rapporti con avversari degli stessi USA, in genere per strappare qualche (spesso modesta), concessione.

Oggi, limitare la propria indipendenza a questi “giri di valzer” sarebbe gravemente sbagliato, visto che le poste in gioco sono molto più elevate che in passato: la presa del potere da parte delle macchine intelligenti, la IIIa Guerra Mondiale…, per le quali s’impone una presa di posizione molto energica dell’ Europa, distinta da quella, assolutamente connivente, dell’ America. Perfino la Cina si è dimostrata ben più energica dell’Occidente contro lo strapotere delle “proprie” piattaforme web,  mentre noi le tolleriamo tutte, pur essendo tutte straniere e sottraendo all’ Europa enormi risorse. Per questo, vogliamo sperare che questo accordo inauguri una fase di reale equidistanza dell’ Europa non solo fra gli USA e la Cina, ma anche nei rapporti con gli altri soggetti autonomi sulla scena mondiale, come la Russia, l’Iran e la Turchia, e che i governi di tutto il mondo si accordino per port fine allo strapotere delle multinazionali.

De Gaulle è un eroe per i Russi e i Cinesi

1.I principali contenuti dell’ accordo

Non essendo disponibile il testo del nuovo trattato, ne possiamo parlare solo in termini generali. Esso prescrive una maggiore apertura e trasparenza dei mercati delle parti contraenti, tutelando e  incrementando gl’investimenti  europei in Cina (come quello dell’ IVECO e della Volkswagen), e quelli  cinesi in Europa, come quelli in varie case automobilistiche, nei porti e nella Pirelli.

Con ciò, esso costituisce una sorta di continuazione della Belt and Road Initiative (la “Nuova Via della Seta”, a cui hanno aderito vari Paesi europei fra cui l’ Italia), nonché di altri paralleli accordi stipulati di recente dalla Cina, come il Regional Comprehensive Economic Partnership, or RCEP, il nuovo trattato fra tutti i Paesi dell’ Asia Orientale e dell’Oceania, fra cui anche il Giappone e l’ Australia.

Gl’investimenti cinesi in Europa ammontano a 113 miliardi circa, mentre quelli dell’Unione Europea in Cina hanno superato i 150 milioni di Euro, restando però modesti in confronto alle dimensioni e al potenziale enormi dell’ economia cinese, che si accrescono enormemente in seguito all’ enfasi posta, dal nuovo piano quinquennale, sul mercato interno e sulle province occidentali.

Il nuovo trattato sarà il più ambizioso, fra quelli sugl’investimenti, che la Cina abbia mai firmato con un altro paese. Vediamo rapidamente alcuni dei suoi aspetti più significativi:

-nel campo manifatturiero, la libertà d’ investimento che il trattato concede alle imprese straniere è massima. In particolare, la Cina ha accettato di rimuovere gradualmente l’obbligo di operare in joint venture con un partner locale. Si noti che il gruppo Volkswagen aveva già acquistato quest’anno dai propri partners la loro quota, e opera oramai direttamente sul mercato cinese.

-in  campo tecnologico, risulta vietata l’imposizione (che un tempo esisteva anche in Paesi europei, come la Spagna, e in parte esiste ancora nell’ antitrust europeo), del trasferimento del know-how licenziato  al licenziatario nazionale, e in generale di limiti alla libertà contrattuale delle parti;

-nel campo portuale, laChina permetterà gl’investimenti europei nelle attività ausiliarie a terra, sì che le imprese dell’Unione potranno investire senza restrizioni nello handling, nello stoccaggio dei containers, nelle agenzie marittime, facendo ciosì il paio con quanto stanno facendo le imprese cinesi al Pireo, a Trieste, a Vado, a Duisburg…;

-la Cina si è impegnata a non abbassare, per attrarre gl’investimenti, il livello delle garanzie lavoristiche ed ambientali, e a non utilizzare le norme lavoristiche e ambientali come forme di protezionismo (anche se i due principi sembrano a prima vista contraddittori);

-nel campo dell’ambiente e del clima, il trattato prevede l’impegno di dare effettiva attuazione all’ Accordi di Parigi;

-la  Cina si è impegnata a ratificare le convenzioni dell’ Organizzazione Mondiale del Lavoro, in particolare contro il lavoro forzato (anche se la Cina nega che vi sia nel Paese il lavoro forzato).

Si noti che le maggiori concessioni sono state fatte dalla Cina, anche se, in 7 anni, tanti quanti sono stati quelli delle trattative, la Cina (contrariamente all’ Europa) è cambiata radicalmente, sì che, mentre all’ inizio il rischio di “furti di tecnologia europea” da parte di imprese cinesi poteva essere motivato, oggi è l’Europa ad avere bisogno di iniezioni di tecnologia per poter superare la sua arretratezza (per esempio, nell’ informatica, nell’aerospaziale, nell’ ingegneria quantica e nelle criptovalute), mentre la Cina, lungi dall’ essere una “ladra di tecnologia” è oggi la titolare del maggio numero di nuovi brevetti. Quindi, più che concessioni, si tratta di prese d’atto di una situazione oramai rovesciata.

In ogni caso, buona parte di queste concessioni sono già contenute nell’accordo bilaterale della “Fase I”, firmato da Trump e sono quindi quasi un atto dovuto, sicché il significato dell’ acciordo è soprattutto politico, in quanto esclude un “asse” Europa-USA contro la Cina nelle future trattative multilaterali.

Dopo aver preso nota delle obiezioni che da molti sono state sollevate verso il trattato, vedo anch’io in quest’ultimo un limite culturale della parte europea: se il trattato è stato concepito come una spinta, nei confronti degli Stati Uniti, perché  ritornino anch’essi a negoziare con Europa e Cina su un piano di parità e in uno spirito di libero commercio mondiale, allora, l’impostazione eccessivamente liberistica del trattato potrebbe  ritorcersi contro l’Europa, la quale, con la sua arretratezza tecnologica, è la prima ad avere bisogno di una forte industria nazionale sostenuta dal settore pubblico, per rimediare ai “fallimenti del mercato” che ci hanno ridotto nello stato pietoso in cui oggi ci troviamo (vedi grafici).Mentre non ne hanno più bisogno, né gli USA, né la Cina, che hanno costruito nei decenni un potere economico indistruttibile, inestricabilmente connesso alla politica e al militare.

Più in generale, l’Europa dovrebbe rivisitare tutta la sua nozione di “mercato”, rimasta arretrata di almeno 100 anni, la quale non tiene conto , né dell’ informatica, né della “guerra senza limiti”, né nella globalizzazione…

L’incontro di Kaliningrad, il primo caso di vertice europeo anti-americano

2.Le funzioni concrete del trattato

Comunque sia, per i Paesi europei  che, dopo decenni di crescita lentissima, stanno ancora soffrendo di tutti gli effetti della pandemia, l’incremento dell’ interscambio con la Cina costituisce una indispensabile boccata d’aria, aprendo agli esportatori  l’ingente crescente e crescente mercato interno della Cina, fornendo occasioni di investimento comune e sviluppando le enormi potenzialità di collaborazione nella cultura, nella tecnologia e nel turismo. Infatti, la Cina, uscita molto presto dalla crisi, è l’unico Paese che termini il 2020 con una crescita del PIL, seppure modesta (si calcola del 3% circa), e che quindi possa alimentare oggi flussi massicci di import, così necessari per la nostra economia, che, di converso, è da decenni il fanalino di coda dell’Europa e del mondo intero (cfr. grafico).

Inoltre, la Cina, con le sue eccellenze nei settori tecnologici di punta (come supercomputer, aerospaziale, rivoluzione verde, digitalizzazione, valuta elettronica) può fornire agli Europei uno stimolo alla modernizzazione e un’alternativa ai GAFAM (Google, Apple, Facebook,Amazon e Microsoft), che proprio in questi giorni stanno rafforzando il loro dominio sull’ economia mondiale, a dispetto delle velleità regolatorie dei vari Governi, sempre frustrate nei tribunali e/o in sede politica. Ed è ben per questo che l’America vede ogni ravvicinamento fra l’Europa e la Cina come fumo negli occhi. Solo grazie ai commerci con la Cina l’Europa potrebbe recuperare la china che l’ha portata a una situazione di assoluta subordinazione verso l’America all’ interno di un Occidente che sarebbe naturalmente a guida europea.

Per le piccole e medie imprese, che lamentano le loro intrinseche difficoltà a confrontarsi  con un mercato enorme come quello cinese, l’accordo costituisce uno stimolo a consorziarsi, con imprese complementari italiane e europee, realizzando con ciò stesso un  comunque indispensabile salto di qualità. E tuttavia, anche questo è un ulteriore elemento che ci fa riflettere sull’assurdità dell’ accanimento della UE contro le imprese pubbliche, le quali non sono affatto vietate, ma, anzi, sono previste tanto dal diritto europeo, quanto dalla Costituzione italiana, con particolare riguardo alle funzioni d’interesse comune. Orbene, tutti i settori in cui si richiederebbero nuove imprese, e in cui i privati non vogliono investire, sono quelle in cui si gestiscono interessi pubblici, e dove pertanto, come ha spiegato brillantemente Marianna Mazzuccato, non può valere un’ottica di puro profitto. Si tratta in particolare della cultura, della ricerca, della difesa, dell’informatica, delle infrastrutture, dove la forza dei nostri concorrenti deriva proprio di avere alle spalle decenni, se non secoli, di supporto del settore pubblico e di commesse pubbliche (cfr. p.es. General Electric, Boeing, Lockhead, IBM, Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, ZTE, Huawei, Gazprom, Rosneft, Rostec). Dubito che semplici federazioni di piccole imprese, come GAIA-X, siano in grado di fare concorrenza a questi colossi sui mercati mondiali.

Perfino nel settore dell’agricoltura gli accordi internazionali con la Cina come quelli di cui stiamo parlando possono essere  sviluppati solo da imprese di dimensioni ciclopiche, come dimostrano gli enormi vantaggi conseguiti, grazie agli accordi di Trump con la Cina, dai grandi produttori americani sui piccoli coltivatori europei, o, ancor più esplicitamente, dalla riforestazione del Gansu, che ha costretto a rastrellare milioni di alberi in tutta Europa.

L’accordo pone fine alle immotivate polemiche di alcuni Europei, che accusavano l’Italia di unilateralismo per avere firmato, con il Ministro Di Maio,  il memorandum della Belt and Road Initiative (mentre altri Paesi avevano già aderito, senza polemiche,  a iniziative cinesi equivalenti). D’ora in avanti, almeno, non si potrà più affermare che intrattenere rapporti commerciali con la Cina significhi rompere l’unità dell’Unione, visto che è l’Unione stessa favorire gl’investimenti reciproci, che sono un interesse primario del nostro Continente. Tra l’altro, giacché il nuovo trattato non si occupa della disciplina del contenzioso, restano in vigore, su questo argomento, in attesa di un nuovo trattato, i preesistenti accordi con gli Stati membri.

Ma, soprattutto, è ora l’Italia a potersi, e doversi, lamentare per il comportamento unilaterale di alcuni Stati membri e Istituzioni, che si sono permessi di concludere un accordo così importante con una procedura atipica non solo per la forma (suggerita dalla pandemia) della teleconference, ma anche e soprattutto per la partecipazione alla riunione del Presidente francese Macron, che non ha alcun titolo giuridico a partecipare alla conclusione di una trattativa di questo tipo, a cui avrebbe dovuto essere associato semmai l’Alto Rappresentante Borrell.

Si noti poi che l’accordo serve anche come ratifica a posteriori dell’operato delle autorità cinesi che, in anticipo sul trattato, hanno permesso alla Volkswagen di portare al 100% la sua partecipazione nelle joint-ventures. Il che è un’ottima cosa anche per l’ Italia, ma non può essere fatto sempre e comunque a favore delle sole imprese dei Paesi più forti.

Mariana Mazzucato: lo Stato imprenditore non serve solo a distribuire mance,
ma soprattutto a rafforzare l’economia nazionale

3.L’Italia e l’interscambio UE-Cina

Certo, l’Italia non ha in Cina molti investimenti  importanti che valgano la pena di essere incrementati, e questo perché l’Italia non ha (più, e per sua colpa) grandi Konzerne come quelli cinesi e americani, ma anche solo come quelli tedeschi e francesi. Una ragion per cui, per difendere il nostro diritto di rafforzare le nostre eccellenze, per esempio nel settore cantieristico, anche mediante fusioni e investimenti pubblici, senza essere sempre ostacolati dall’ Antitrust europeo, lo stesso che permette praticamente tutto ai GAFAM, e che quindi andrebbe totalmente rinnovato.

Purtroppo, la nostra presenza sul mercato cinese è modesta (13 miliardi di Euro), infinitamente modesta rispetto alle dimensioni del mercato stesso, dei buoni rapporti politici e delle affinità culturali.

Intanto ,il nuovo trattato agevolerà  i subfornitori italiani dell’ industria automobilistica  tedesca, che è al centro del nuovo trattato.
Come osserva, su “il Sole 24 Ore”, Giuliano Noci, il nuovo trattato, che non è sull’import-export, bensì sulla protezione degl’investimenti, richiede al Governo e alle nostre aziende un cambio di visione della Cina, coerente con le trasformazioni subite da quel Paese: “capitalizzare su quel mercato un’eventuale presenza produttiva locale non tanto per un obiettivo di riduzione dei costi (ad oggi non più perseguibile)  quanto piuttosto in una logica di asservimento di un’area geopolitica di grande rilevanza per quanto riguarda la crescita della domanda: in questo senso, la recente stipula del Regional Economic Comprehensive Partnership – che ha creato un’area di quasi libero scambio comparabile con quella europea – è un’opportunità che le nostre imprese non possono lasciarsi sfuggire. Sul piano politico, è invece richiesto al Governo una visione: infrastrutturale per quanto sopra evidenziato e industriale: non possiamo infatti dimenticare che il mercato cinese (e non solo) sono sempre più sofisticati sul fronte digitale e noi siamo purtroppo ultimi in Europa per competenze digitali.”

Ora, visto che gli ostacoli politici sembrano caduti, sarebbe il caso che l’Italia rivitalizzasse il MOU del 2019, portando avanti tutte le cooperazioni previste, per esempio nei campi culturale e delle infrastrutture, e riprendesse anche quei settori ch’erano stati originariamente indicati, come le telecomunicazioni, poi abbandonati per tenere conto delle critiche più o meno genuine, alle quali potremo ora rispondere con il supporto dell’Europa.

Soprattutto, s’impone un’intensissima azione d’informazione e di promozione nei due sensi, in campo culturale, tecnologico, turistico, delle infrastrutture, ma anche sui meccanismi stessi dei trattati, sulle loro implicazioni manageriali e giuridiche, comprensive dei meccanismi specifici degl’investimenti, nelle loro implicazioni societarie, fiscali, lavoristiche e processuali.

Infine, all’ interno del Recovery Plan oggi in discussione, una parte importante dovrebbe essere dedicata ad attività volte a implementare il CAI, con azioni culturali e investimenti comuni con la Cina, come per esempio azioni comuni sui mercati terzi, quali previsti dal vecchio MOU, e, soprattutto, la nascita di nuove imprese tecnologiche utilizzando know-how cinese.

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Riccardo Lala

IN MEMORIA DI VALERY GISCARD D’ESTAING

De Gaulle e Giscard, amici-nemici

E’ morto, il 3 dicembre, Valéry Giscard d’Estaing, ex presidente francese ed ex presidente della Convenzione sul Futuro dell’Europa, la quale  aveva predisposto quella Costituzione Europea ch’era poi stata bocciata dagli elettori francesi e olandesi.

Il giudizio storico come presidente francese e come presidente della Convenzione non può essere che molto diverso. Infatti, certamente, come ricordato da Emmanuel Macron,  il settennato di Giscard, pur non essendo questi gollista, aveva coinciso con un periodo in cui la Francia aveva proseguito lungo la strada già tracciata dal Generale De Gaulle, soprattutto con la creazione dei pochi, anzi degli unici, “progetti europei” effettivamente realizzati.

Inoltre, Giscard d’ Estaing era stato l’unico a lanciare l’idea di una “Europe Puissance ”, diversa dall’”Europa delle Patrie”, anche se con essa strettamente imparentata.

Giustamente Macron ha affermato con chiarezza, nella propria commemorazione, che la Francia si è sempre situata, dopo di lui,  nel solco di quanto seminato da Giscard stesso. Pensiamo soprattutto al concetto di ”Autonomie Stratégique Européenne”, che Macron è riuscito ad affermare talmente, nel discorso politico europeo, da farlo  adottare dal Presidente Europeo Michel, dall’Alto rappresentante Borrell, dal Commissario Macron, dal Ministro tedesco Altmaier, da quello francese Le Maire e dalla ministra italiana Pisano. Concetto che altro non è se non la riedizione aggiornata del concetto giscardiano di “Europe Puissance”.

E, in effetti, il progetto europeo che noi stessi stiamo tentando di delineare, che comprende elementi di continuità storica, di federalismo integrale, di laicità non laicistica, di decisionismo, incorpora infiniti aspetti della  “ideologia francese” (il realismo politico, l’assertività, la fusione del civile e del militare, lo Stato culturale, la programmazione operativa, la “cospirazione nel pubblico interesse”, la Force de Frappe,  i Campioni Europei), anche se pretende di superarlo e di andare molto più in là..

Infatti, il nostro modello non può esaurirsi nello schema gollista-giscardiano, già obsoleto negli Anni ’70, ma oggi ulteriormente sminuito dalla persistenta mancata reazione europea alla caduta del Muro, alla Società della Sorveglianza, all’avanzata del Mondo Extraeuropeo…

Più che una Costituzione, ci vorrebbe una Dichiarazione d’ Indipendenza

1.Una Costituzione con i piedi di argilla

Purtroppo, il tentativo di scrivere la Costituzione Europea, anziché una risposta tempestiva a quelle nuove sfide, era stato l’ennesima dimostrazione di come le generazioni postbelliche, nonostante tutte le loro retoriche, non siano all’ altezza del compito immane, ma improrogabile, dell’Europa, di darsi il proprio specifico regime  per il XXI Secolo.

Innanzitutto, per la debolezza del loro impianto culturale, fondato su un bricolage “antologico” (l’“occasionalismo politico”) di slogans (democrazia, classicità, illuminismo, modernità), a cui non corrisponde una reale consapevolezza storico-filosofica, e, spesso, neppure un riscontro fattuale.

Basti ricordare che, come  messo in rilievo da Canfora, la citazione “in exergo” della Costituzione della frase di Tucidide che cita la democrazia è mistificante sotto moltissimi aspetti. Non soltanto perché la “democrazia” di Pericle, a cui Tucidide fa pronunziare la frase stessa, non ha praticamente nulla in comune con la nostra, ma poi anche perché Pericle stesso dice con quella frase che si tratta di un regime rifiutato da tutti gli altri Greci, e inoltre lo dice in modo ambiguo (“chiamiamo democrazia..”), lasciando intendere di non crederci neppure lui, e soprattutto che non ci credesse Tucidide.

Lo stesso equivoco per la classicità, che, come noto, non è certo fatta soltanto di statue di Fidia e di templi dorici, bensì anche dei misteri, dello spirito dionisiaco, della tragedia, del “Rex Nemorensis”…, e  per l’ Illuminismo, di cui fanno parte a tutti gli effetti la dissertazione  di Rousseau  per l’ Accademia di Digione, il “Despotisme de la Chine” di Quesnais e il “Rescrit de l’ empereur de la Chine” di Voltaire, oltre che la notissima “Dialettica dell’ Illuminismo” di Horkheimer e Adorno.

Quanto alla Modernità, la Costituzione di Giscard non teneva assolutamente conto, né della radicale critica nietzscheana, né della psicanalisi, né del pessimismo culturale, né della polemica da parte della Chiesa sull’ “Identità Cristiana”.

Nel collage della Costituzione giscardiana mancava il filo conduttore critico della Dialettica dell’ Illuminismo

2.Mancanza di un disegno istituzionale

L’Europa è certamente un campo di sperimentazione  vasto, accidentato e affascinante per il costituzionalismo del XXI Secolo. Intanto, per le sue radici poliedriche, che si risalgono fino a un federalismo tribale ancestrale che riemerge carsicamente nei secoli(ed oggi più che mai, con Brexit e Catalogna, Grecia e Turchia, Polonia e Ungheria, Russia e Ucraina, nordici e sovranisti..), che continua con una concezione pluralistica dell’ impero, e sbocca, oggi, finalmente, in una sostanziale ambiguità fra Occidente, America, Europa, Macroregioni, Stati Membri, Regioni europee..

La Costituzione approvata dalla Convenzione e bocciata nel 2005 dagli elettori non affrontava minimamente questa complessità, limitandosi a un abnorme “collage” (di 500 articoli ), di tutti gli atti normativi pregressi delle Comunità Europee (fossero essi di natura internazionale, soprannazionale, costituzionale, amministrativa o civilistica). Non si trattava certo di una “norma fondamentale”, bensì di un vero e proprio codice.

Né si poneva la questione giuridica della scelta fra una costituzione scritta e una costituzione consuetudinaria, come quelle inglese e israeliana, né quella di una necessaria rottura istituzionale (visto che aveva comunque la forma di un trattato, non già di una costituzione). Né, infine,  quella di una scelta filosofica, come quella che (anche qui, con non grande fiuto) avrebbe voluto Benedetto XVI (“autogoal”, questo, della Chiesa).

Sarebbe stata ben più efficace la Costituzione Europea scritta da Duccio Galimberti il primo giorno della Resistenza.

Infine, la Costituzione proposta non affrontava le grandi domande della costruzione europea: a chi spetta “decidere sullo Stato di Eccezione”(vedi Covid)? chi comanderà l’esercito europeo? come si garantisce la coerenza  fra le politiche economiche (vedi Recovery Fund, MES, SURE…)?…

La Costituzione del 2005 è uno dei molti esempi di ciò che l’ Europa non deve più ripetere, come farsi travolgere da questioni teologiche (come il Dictatus Papae, lo Scisma d’ Oriente, le Crociate e le Guerre di Religione), l’affermazione di una “Grande Nation” conquistatrice (Napoleone, Hitler), l’egemonia di una parte d’ Europa (l’”Arroganza Romano-Germanica” di Trubeckoj), sulle altre parti del Continente (Orientale, Mediterranea).

L’azione per di De Gaulle e di Giscard per l’indipendenza dell’ Europa era stata comunque fin troppo debole, tant’è vero che Friedman aveva scritto sull’ International Herald Tribune che non intaccavano gl’interessi strategici americani. Quella di Macron e di alcuni vertici dell’ Unione che lo seguono, come Michel, Borrell e Breton, rischia di esserlo altrettanto. .Oggi vediamo infatti che, dopo tante declamazioni sull’ “autonomia strategica dell’ Europa”,alcuni, come il leader PPE Manfred Weber, parlano già di “un’alleanza fra America ed Europa contro la Cina” proprio quando quest’ultima è divenuta il pr solo grazie al mercato cinese.

Nello stesso modo, Gaia-X, partita con l’idea di contrastare il Cloud-Act, viene di fatto in gran parte monopolizzata dai GAFAM.Come scrive  Clothilde Goujard su Wired, “La battaglia pià dura potrebbe essere quella all’ interno della Commissione,” dice Johan Bjerkem, analista dello European Policy Centre di Bruxelles. “La delega al digitale del francese Breton si sovrappone con quella del vice-presidente operativo, responsabile spremo per l’ antitrust, Margrethe Vestager, con più potere di Breton ed uno stile diverso-“…

I tentativi di ricostruire l’Europa sulla base dell’ attuale Unione si sono rivelati meno concreti di quelli dei profeti degli anni ’30 e ’40

3. Non ripetere gli stessi errori della Convenzione

La Conferenza, che Ursula von der Leyen aveva inserito nel suo programma nel 2018, e che avrebbe dovuto cominciare a Dubrovnik nel 2019, non s’è fatta neppure nel 2020, e non sembra che nessuno abbia alcuna fretta di farla.

In realtà, la neo-battezzata Unione Europea ha subito, dopo la bocciatura, nel 2005, della proposta di Costituzione, altre gravi sconfitte, come il fallimento dell’ allargamento alle Repubbliche ex sovietiche, la repressione in Catalogna, il superamento tecnologico ed economico da parte della Cina, la spartizione del Mediterraneo fra la Russia e le potenze islamiche, i dazi americani, la crisi Covid, l’ingestibilità del GDPR, la “Hard Brexit” e la ribellione dei Paesi di Visegràd.

Di fronte a questi fallimenti, nessuno ha fatto la necessaria autocritica, ed, invece, si continua a mantenere un tono trionfalistico senz’alcun riscontro nei fatti. “70 anni di pace”, “il livello di vita europeo”, l’”economia sociale di mercato”, “lo Stato di Diritto” sono formule vuote, a cui non corrisponde talvolta, nella UE, perfino nessuna concreta realtà.

Di fronte alle infinite guerre in cui siamo coinvolti (spesso nostro malgrado), all’invito sempre più pressante a predisporci a una guerra un po’ contro tutti a difesa dell’ “Occidente”, alla continua discesa del nostro PIL rispetto alla media mondiale, al capitalismo della sorveglianza, alle enormità costituite da Assange, dai “non cittadini” dei Paesi Baltici, dal Governo catalano in prigione, risulta impressionante come i vertici europei abbiano il coraggio di fare continuamente prediche a tutti gli altri Paesi del mondo senza curarsi di rimediare alle proprie pecche: “non guardare la pagliuzza nell’ occhio del vicino anziché la trave che c’è nel tuo!”

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa dovrà scrivere una forma di Patto Costituzionale (non necessariamente una Costituzione, meglio una Dichiarazione d’Indipendenza), che affronti con occhio nuovo tutti questi temi, andando alla radice degli stessi, che sta nel carattere apocalittico della società postmoderna, che non può essere governata con i principi dell’era moderna, cioè industriale, bensì solo in un’ottica “catecontica”, come scriveva il compianto Pietro Barcellona.


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L’AUTONOMIA STRATEGICA DELL’EUROPA CONTRO LA TERZA GUERRA MONDIALE PARTE II: PERCHE MAI L’AMERICA DOVREBBE “GUIDARE IL MONDO”?

Presentazione del nuovo team di politica estera di Joe Biden

Contrariamente a quanto sostiene la retorica mondialista, l’autonomia degli Stati-Civiltà e la comunità internazionale non sono affatto due principi contrapposti, mentre lo sono globalismo e universalismo.

Una qualche forma di comunità internazionale che permetta di affrontare in modo negoziato i grandi problemi del mondo  è resa  più necessaria  che mai dal sorpasso delle macchine sull’uomo, che rende indispensabile un forte potere decisionale umano contro le macchine, per scongiurare lo scenario delineato nelle opere di Asimov, nel quale le “Tre Leggi della Robotica” non riescono ad essere applicate neppure dalla Federazione Mondiale, a causa delle insufficienze delle sue imbelli classi dirigenti:
“Come facciamo a sapere quale sia veramente il bene supremo dell’ umanità, Stephen? Noi non abbiamo a disposizione il numero infinito di dati che hanno a disposizione le Macchine(Asimov, “Conflitto Evitabile”)”

Solo con questo riallineamento alle realtà del 21° secolo il progetto federalista potrà acquistare un senso concreto e divenire realistico. Infatti,la Federazione Mondiale, che fino ad oggi appariva addirittura inquietante perché molto simile ad una tirannide incontrastabile ed eterna (cfr. Rousseau e Kant), appare ora nella sua vera luce, per così dire, “catecontica”, vale a dire quale unica possibile alternativa alla Megamacchina digitale governata da alcuni “guru” della Silicon Valley (Barcellona).

Questo scenario, sempre più ravvicinato a mano a mano che passano gli anni, anziché evolvere nel senso della Pace Perpetua, si confonde in modo impressionante con quello della “guerra senza limiti” lanciata dall’ Occidente contro il resto del mondo sulle orme di Huntington, che include il “Regime Change”, la cyberguerra, la militarizzazione dello spazio, la corsa agli armamenti, ma soprattutto “la guerra  fra le macchine intelligenti”, di cui  scriveva De Landa già 40 anni fa.

Un punto che non era chiaro fino a poco fa, soprattutto agli Europei, era che la collaborazione internazionale non esclude, bensì implica un sano funzionamento del “Principio di Sussidiarietà” anche a livello mondiale: in concreto, l’“autonomia strategica” di ciascuno dei grandi degli Stati-Civiltà, di cui parla il Presidente Macron. Intanto, la diversità di vedute fra le grandi culture deriva, non già da una “défaillance” del sistema ideale di organizzazione del mondo, bensì dall’ intrinseca fallibilità della ragione umana, che fa sì che, su qualunque questione, ma soprattutto su quelle decisive, vi sia necessariamente una divergenza di opinioni. E proprio perché non si riesce a stabilire chi abbia ragione, è salutare una conflittualità fra le varie concezioni del mondo. Coloro che invocano la democrazia (ma meglio sarebbe dire il pluralismo) come metodo euristico di ricerca della verità, non possono poi certo rifiutarsi di applicare lo stesso principio sul piano internazionale, dove oggi non vige certo la democrazia internazionale, e un solo Stato si arroga privilegi inauditi, che mai nessuno nella storia aveva preteso. Certamente, la “società dell’1% non è in possesso della verità assoluta o dei “valori universali”, e deve quanto meno discutere dei massimi problemi con le altre grandi civiltà.

Quest’esigenza di pluralismo era stata espressa nel modo più chiaro dal Corano,  nella forma della “comunità dei Popoli del Libro”. La politica americana del “Regime Change”, esaltata ancora recentemente da Pompeo, come pure la tendenza della UE a impartire lezioni al resto del mondo, mirano invece proprio ad eliminare questa dialettica, rendendo “inevitabili solo le Macchine Intelligenti”, come affermava,  nel racconto di Asimov, la Presidentessa della Regione Europea dello Stato Mondiale.

Tra l’altro, la molla segreta, per il Complesso Informatico-Militare,    per la realizzazione di queste ultime, è che solo esse sono in grado di sopravvivere alla guerra chimica, nucleare e batteriologica, sì che la Terza Guerra Mondiale segnerà, come minimo, la presa del potere da parte delle macchine stesse  (vedi il film “Terminator II”).

Questo totalitarismo digitale lo si vede per altro già in opera nella persecuzione implacabile dei whistleblowers, che osano contrastare il controllo mondiale del sistema informatico-militare, mettendo in tal modo in pericolo il suo sistema d’ intelligence per la IIIa Guerra Mondiale. Tutte cose già viste nei films distopici, come ad esempio “Rollerball”.

Quindi, lungi dall’ essere un’espressione di provincialismo e di egoismo (non parliamo poi di “nazionalismo”), l’autonomia strategica di ciascuno “Stato-civiltà” concretizza la necessità di sostenere il portato della propria cultura quale elemento utile alla soluzione dei problemi mondiali di oggi e di domani. Non è infatti vero che il materialismo volgare di un Mercier e, oggi, di un Pinker, sia l’approccio più efficace per affrontare i problemi della società della complessità, che ha bisogno di un dibattito a tutto tondo fra le più sofisticate scuole di pensiero. Ciascuno aspira legittimamente ad essere il “Trendsetter del Dibattito Globale”, come Ursula von der Leyen vorrebbe fosse l’ Europa. Perché questo sia possibile, occorre però partire non già della visione “angelistica” (per dirla con il Papa) che piaceva tanto agli “Occidentalisti”, perché, sostenendo che la Storia fosse ormai finita,  rendeva l’ Europa imbelle (“senza il rispetto” degli altri), bensì dalla nostra specifica concezione del mondo, che ci porta a guardare con sospetto al mito della Fine della Storia, perché quest’ultima sarebbe la realizzazione in termini materialistici (per Sant’Agostino, in termini manichei, per Mac Luhan, sotto la forma dei Media), della promessa messianica:  precisamente  ciò che San Paolo chiamava “il Mistero dell’ Iniquità”, cioè l’ eterogenesi dei fini.

L’ Europa deve tendere, sì, a un nuovo umanesimo digitale, ma questo, lungi dall’ essere un’apologia del “sublime tecnologico”,  dev’essere realisticamente capace di tenere sotto controllo le Macchine Intelligenti e i GAFAM, non già arrendersi alla loro antropologia,  e negoziare con le altre parti del mondo un trattato internazionale quale quello proposto dal ministro degli esteri Wang Yi,  che stabilisca regole comuni a livello mondiale per il controllo sull’ Intelligenza Artificiale.

Di questo dovrebbe farsi portatrice l’Europa se vuole veramente essere il “trendsetter del dibattito globale”.

Essa, proprio perché, in esito a un processo di maturazione intellettuale, è giunta a non credere più nella mistificazione della Pace Perpetua, ha un interesse vitale a evitare la Terza Guerra Mondiale, a cui invece gli altri Continenti (e, in particolare, gli Stati Uniti) si stanno preparando a ritmo accelerato, perché, da un lato, questa guerra porterebbe alla presa del potere da parte delle macchine, e, dall’ altra, perché, come ribadito senza tregua nel documento del Parlamento Europeo, l’ Europa sarebbe certamente il campo in cui si combatterebbero gli altri Continenti, innanzitutto a causa dell’ inaudito armamentario militare che vi stazionano, confrontato con l’assoluta inefficienza del seppur costosissimo sistema militare europeo, e che comunque non potrebbe certamente non essere oggetto del “first strike” di qualunque potenza che dovesse scontrarsi con gli Stati Uniti.

L’”autonomia strategica” dovrebbe servire proprio a svincolarci a tempo dai rischi mortali che ci fa correre l’attuale assetto della NATO, e ancor più la preparazione, in corso, della III Guerra Mondiale.

La terza guerra mondiale sarebbe combattuta in Europa

1. L’ Europa e la Terza Guerra Mondiale

Questa preoccupazione per una guerra imminente è certamente al centro del documento dell’Ufficio Studi del Parlamento, che, paradossalmente, propone in sostanza di avviare  anche in Europa un programma di preparazione pre-bellica come quella in corso nelle Grandi Potenze, e di cui fanno parte, non soltanto la corsa agli armamenti, la militarizzazione dello spazio, le sanzioni e i dazi, ma anche il controllo degl’investimenti esteri, e la crescente censura e repressione ideologica.

E’ significativo che gli Stati Uniti, in funzione della preparazione della Terza Guerra Mondiale sul suolo europeo, ci chiedano inoltre di sacrificare  proprio i principali business che potrebbero risollevare le nostre sorti economiche, rendendoci autonomi: il North Stream, il G5, la Via della Seta …, e abbiano tentato addirittura d’ imporre al Vaticano di denunziare l’accordo con la Cina. L’equivoco di fondo consiste proprio nell’affermazione ricorrente di Trump, secondo cui l’America starebbe difendendo l’Europa dalla Russia e dalla Cina, sicché gli Europei avrebbero l’obbligo di contraccambiare finanziariamente, ma anche politicamente (ancora la “dialettica servo-padrone” di Aristotele e di Hegel!). Trump ha affermato che Angela Merkel non ha saputo rispondere su questo punto, ma, essendo “una donna furba”, si è limitata a sorridere. In effetti, la risposta l’aveva fornita già, 40 anni  fa, Franz Joseph Strauss: “non vedo perché 200 milioni di Americani debbano difendere 500 milioni di Europei da 300 milioni di Russi”.

Ma anche Biden, appena eletto, si sta affrettando a fare sapere che anche per lui, come Obama, pena che l’America debba “guidare i mondo”.

Il fatto è che questa pretesa messianica è insita nell’identità americana, sicché partiti o presidenti non possono discostarsene. E questo “guidare il mondo” consiste nel trascinare un certo numero di Paesi (spesso europi) in avventure neo-coloniali per mantenere e ampliare il loro “impero nascosto” (Corea, Irak, Afghanistan, Iraq, Libia)…

Tutti i capitoli del documento del Parlamento Europeo citato nella prima puntata del post si riferiscono senza mezzi termini, anche se nella solita “langue de bois”, alla preparazione bellica: “approvvigionamento energetico e sicurezza”; “azioni nell’ estero vicino”; “sanzioni”; “l’industria della difesa e il mercato della difesa”; “”Reattività della EU nei campi della sicurezza e della difesa”. Pur non negando che, di fronte allo scriteriato smantellamento delle capacità belliche degli Europei, s’imponga un rafforzamento, ma soprattutto una razionalizzazione, del sistema europeo di difesa, il vero modo in cui l’Europa potrebbe divenire un trendsetter del dibattito mondiale sarebbe quello di coordinarsi con la politica estera e di difesa del Vaticano, che ha dimostrato la sua incredibile efficacia impedendo addirittura, con la lettera del Papa a Putin, l’entrata in guerra in Siria degli Stati Uniti, e rinnovando, nonostante gli attacchi di Pompeo, l’accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi.

Mi vengono in mente quegli esempi di cultura neutralistica che sono, da un lato, i manuali distribuiti ai cittadini  svedesi negli anni ’70,  intitolati “Om kriget komer” (“Se viene la guerra”) e (“Inte samarbejde” “Non collaborate”), e il libro del Gruppo Abele di quello stesso periodo “Per un’ Europa Inconquistabile”. Certo, oggi tutto ciò andrebbe aggiornato con un manuale di resistenza digitale alla guerra chimica, nucleare e batteriologica, oltre, ovviamente, che alla cyberguerra.

Gli Stati Civiltà rivendicano una continuità millenaria

2.L’Europa come Stato-Civiltà

Intanto, per “ricompattare il fronte interno”, si sta rivelando centrale, per tutte le potenze del mondo, il concetto di identità, che gli Stati-Civiltà si giocano soprattutto sulla continuità storica. Ed è qui che alcuni teorici cinesi, come Zhang Weiwei, hanno ragione circa il carattere esemplare della Cina, in quanto essa è, a oggi, l’unico Stato sub-continentale culturalmente, militarmente e tecnologicamente autonomo, che possa vantare una “Translatio Imperii” di 5000 anni, sorretta da una, seppur limitata, compattezza etnica (l’”etnia titolare” Han, a cui non sono comparabili le 56 minoranze etniche). Tutti gli altri aspiranti hanno dei limiti in confronto alla Cina. Degli Stati Uniti è insufficiente la popolazione, molto dubbia l’eredità storica, e debolissima l’egemonia WASP. Dell’ India, sono deboli sia il sistema economico, sia la compattezza etnica. All’ Unione Europea mancano autonomia, popolazione, compattezza etnica e culturale. Alla Russia e alla Turchia mancano la popolazione e l’indipendenza culturale dall’ Europa…

In particolare, secondo Wang Weiwei, “la Cina è quello che sarebbe l’Europa se l’Impero Romano non si fosse mai dissolto”.  E’ chiaro quindi, per contrasto, perchè l’Europa di oggi è un vaso di coccio fra vasi di ferro, e che pertanto, se essa vuole veramente acquisire la propria ”autonomia strategica”, deve rafforzarsi “in tutte le direzioni” (“à tous les azimuts”, come voleva De Gaulle): rapporto con America, Russia, Turchia e Cina, autonomia digitale, rafforzamento dell’ identità culturale…

Non per nulla LIMES parte dalla citazione di Mozi, secondo cui perfino il tradizionalismo di Confucio, che si riferiva alla dinastia Zhou, non risaliva abbastanza indietro. Questo dubbio vale ovviamente ancor più per l’Europa. Si deve partire dalla Dichiarazione Schuman o dal Manifesto di Ventotene?Dalla “pace Perpetua” di Kant o dal “Gran Dessin” di Sully? Dal “De Monarchia” di Dante o da Carlo Magno? Dalle Termopili, dalla cultura “Yamnaya” o da quella danubiana? Comunque sia, oggi in Cina s’è diffuso il culto dell’ Imperatore Giallo, inesistente in passato. Anche se non va così indietro, anche la lotta in corso negli Stati Uniti è una battaglia culturale per luna memoria culturale, dove quelle che si scontrano sarebbero, per Dario Fabbri, quelle nordista e sudista, la cui attualità non è mai passata di moda, perché in realtà ne celerebbe un’altra: quella fra l’élite WASP della Costa Orientale e il Midwest di origine piuttosto germanica.

Di questa “Memory Warfare” a livello mondiale  fa parte  ovviamente anche un rinnovato dibattito sull’ identità europea, di cui si faceva stato  nel post precedente, e che, come nello studio di LIMES, si può e si deve integrare con il dibattito sulle identità russa e turca (ma anche britannica, polacca israeliana,, ecc…), intese quali sotto-identità europee, che avrebbero potuto, e dovuto, essere integrate in un’ Europa più vasta, se solo si fosse avviata prima quella riflessione sull’ autonomia strategica di cui tanto si parla in questi ultimi giorni. Né Russia, né Turchia, né Regno Unito, né Polonia, né Ungheria,  sarebbero oggi in conflitto permanente con l’Unione Europea, ma, anzi,  farebbero parte di un quella  “Casa Comune Europea” di cui parlavano Gorbaciov e Giovanni Paolo II, se non avessimo esasperato deliberatamente  i nostri partners orientali, in modo da poterli poi presentare come una sorta di “nemici ereditari”. A Gorbaciov si negarono quegli aiuti finanziari che invece non erano mancati alla URSS assolutamente totalitaria del passato; a Jelcin si negò perfino la dignità; a Putin si negò la possibilità di collaborare in modo determinante, com’egli si offriva di fare, alla costruzione dell’Unione Europea. Questo fu fatto al Paese più grande d’ Europa, da cui sono arrivati gli Indoeuropei, i Turchi, gli Ungheresi, che ha creato San Pietroburgo, l’Ermitage, il Bol’shoi, che ha prodotto Pushkin, Cechov,Ciaikovskij, Dostojevskij, Tol’stoj, Stravinskij, Sol’zhenitsin, e che costituisce il grande polmone verde grazie a cui l’ Europa respira…:l’”arroganza romano-germanica” denunziata un secolo fa dal Principe Trubeckoj nel suo fondamentale “Europa e umanità ”. Le trattative per l’adesione della Turchia sono durate oramai 43 anni.

Mentre non si richiedeva alcuno sforzo particolare alla Turchia dei colonnelli, e si era chiuso un occhio sul colpo di Stato di Gülen, invece, dalla Turchia democratica di Erdogan si richiedono continue prove di democrazia. Questo, da uno Stato che racchiude le più antiche vestigia della civiltà europea, da Göbekli Tepe a Çatal Hüyük,  da Hattuşas a Troia, da Smirne a Efeso, da Alicarnasso al Monumentum Ancyranum, da San Paolo alle Sette Chiese dell’ Asia Minore, da Costantinopoli al Fanari…, ch’ è stato presente in mezza Europa per alcuni secoli, e, infine, che possiede il maggiore esercito europeo dopo gli Stati Uniti. E’ quindi chiaro che la riflessione sull’autonomia strategica dell’Europa non possa prescindere  anche da una rivisitazione del rapporto con la Russia, la Turchia, l’Inghilterra, la Polonia, l’Ungheria e Israele,  indispensabile per fare dell’ Europa una grande potenza, veramente autonoma. Come risposto a suo tempo da Walesa e Jelcin, che, cioè, né la Polonia, né la Russia, avevano bisogno di “entrare in Europa”, perché c’erano già da millenni, così anche Erdogan potrebbe (e, a mio avviso, dovrebbe) ricordare, agli Europei Occidentali, Goebekli Tepe, Catal Huyuk, Hattusas, Troia, Mileto, Efeso, Pergamo, Tarso, Bisanzio, Nicea… Già Erodoto ricordava che la Principessa Europa non era mai venuta nel Continente Europeo, visto che Zeus l’aveva portata a Creta, e poi era andata in Caria. Lo stesso Erodoto affermava, in quelle stesse pagine, che Greci ed Asiatici dovevano finirla di rapirsi reciprocamente le principesse…

Paradossalmente, simili negligenze sono state commesse anche circa la pluralità delle nazioni britanniche, circa il ruolo dell’aristocrazia inglese e ungherese, quello della Chiesa polacca, la Repubblica polacco-lituana, l’ Halakhà, il “superomismo ebraico”…

Tutte cose che avevamo scritto già fin dal 1° volume di “10000 anni”, “Patrios Politeia”.

Ma, ancor oltre, occorrerà una ricerca sull’ identità che vada al di là dei balbettamenti della bozza di Costituzione mai ratificata. Così come la Cina va addirittura oltre i “San Jiao” (Taoismo, Confucianesimo e Buddismo), per riallacciarsi anche alle religioni popolari e locali,  e all’Imperatore Giallo, così l’Europa deve andare oltre la semplice giustapposizione di alcune glorie passate (ebraismo, cristianesimo, rinascimento, illuminismo), come nella bozza di costituzione di Giscard, per vedere ciò che sta loro dietro, valea dire  la “Dialettica dell’ Illuminismo” che incomincia fin dall’ incontro dei popoli europei con l’ Oriente.

Alle scarse icone “europee” che sono state proposte dal “mainstream” (Pericle, Costantino, Carlo Magno, Dante, Kant, Spinelli, Giovanni Paolo II), occorre aggiungerne tante altre, come Gilgamesh, Abramo, Mosè, Ulisse, Ippocrate, Erodoto, Leonida, Socrate,  Cesare, Augusto, San Paolo, Tertulliano, Sant’Agostino, Podiebrad, Montesquieu, Napoleone, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi, Galimberti, De Gaulle…).

La Russia è Europa

2. Il Nuovo Meccanismo Democratico Europeo quale strumento di auto-affermazione identitaria.

Infine, per poter essere veramente autonomi, occorrerà anche darci (come chiarito in un precedente post), una governance veramente europea, che non ricalchi la costituzione (formale e materiale) americana (ma neppure quella cinese, saudiana o iraniana), bensì l’Antica Costituzione Europea, con il Papato e l’Impero, i Regni e le Corone, i Paesi e le Città, di cui parlavano de las Casas e Machiavelli,  Montesquieu e Tocqueville. Mi chiedo se Iberia e Gallia, Britannia e Roma, Germania e Sclavinia, Costantinopoli e Russia, non debbano costituire un livello intermedio fra Europa e Stati Nazionali, con le competenze degli attuali Stati Membri, mentre all’ Europa dovrebbe essere affidato (come un tempo all’ Imperatore), solo il compito di ricercare, approfondire, gestire e difendere, l’Autonomia Strategica dell’Europa nei confronti del resto del mondo (il Praetor Peregrinus contrapposto al Praetor Urbanus). In tal modo si soddisferebbero tanto le esigenze “federalistiche” dell’“Europe Puissance”, quanto quelle “sovranistiche” del mantenimento del ruolo degli Stati nazionali per le questioni “più vicine ai cittadini”.I grandi Stati “regionali” potrebbero essere competenti in materia di programmazione economica e, politiche culturali, legislazione-quadro e, grandi imprese e politiche sociali. Certo che il livello “vicino agli interessi dei cittadini” tanto reclamato da tutti, non può essere, nell’attuale mondo altamente complesso, se non uno dei livelli inferiori, e necessariamente non dei più importanti. Ecco come risolvere il problema del “sovranismo”.

Finirebbero dunque le confusioni oggi imperanti fra campanilismo, nazionalismo e imperialismo, che ci portano a confondere questioni locali come l’endemico conflitto fra Fiamminghi e Valloni, quelle nazionali come l’indipendenza catalana, la Crimea e le acque dell’ Egeo, e quelle mondiali, come i “rischi esistenziali” per l’intera Umanità, senza poterne risolvere nessuna.

Quanto alle stesse modalità di contrapposizione politica, di scelta per le cariche, alle qualità richieste, al tipo di personale, al “cursus honorum”, questi dovrebbero essere differenziati per i diversi livelli, con variazioni per età, per cultura, per il sequenziamento delle cariche, in modo da garantire motivazione, correttezza, competenza, abilità, di ciascuno in base a ciò ch’è chiamato a fare.

Tutto questo comporterebbe comunque di rovesciare integralmente la decisione, assunta dal Consiglio dei Ministri di Blois, di limitare la continuità storica dell’ Europa alla Seconda Guerra Mondiale e al Dopoguerra, e di riaprirla invece, come si fa in Cina e in Russia, alla storia antica e alla preistoria, che, da noi, cominciano con il Medio Oriente e la sintesi fra Cacciatori-Raccoglitori, Civiltà Megalitiche, Civiltà Danubiana e Kurgan. Solo così si eviterebbero gli odi intestini attuali fra  familisti e post-umanisti, Est e Ovest, nostalgici dei totalitarismi e progressisti messianici, fra irredentisti e imperialisti, fra religiosi e laicisti, fra nordici e mediterranei…Infatti, si comprenderebbe finalmente in che cosa abbia consistito fin dal principio l’ “Unità nella diversità”.

In ogni caso, è assurdo che, mentre la Cina rivendica 5000 anni di storia, Israele i Patriarchi, l’America e la Russia vorrebbero essere gli eredi dell’ Impero Romano, la Turchia di quello bizantino e gl’Islamici del Califfato, l’Europa si autolimiti agli ultimi 70 anni, così riducendo, come minimo,  enormemente il proprio “appeal”.

In un’epoca come la nostra in cui tutti (WASPS e Afro-Americani, Indios e “laici alla francese”, Catalani e Ossis, Polacchi e Turchi, Russi e Curdi, Hindu e Han) rivendicano orgogliosamente la loro identità,  solo avendo alle spalle una cultura radicata nei millenni e su un’area vasta gli Europei potrebbero dare la loro adesione complessiva a una costruzione necessariamente complessa come un’Europa “plurale”, di cui oggi nessuno ha la neppure la forza intellettuale di abbracciare i contorni. Per questo mi ripropongo di terminare al più presto anche il secondo e il terzo volume di “10.000 anni”, un libro oggi più che mai necessario per l’educazione del popolo europeo.

Ma su tutto ciò torneremo in un prossimo post e nella stessa proiezione del nostro programma culturale.

3.L’atteggiamento del Papa come modello  di  autonomia strategica europea.

L’importanza di una visione storica “de longue durée”, per dirla con Braudel (quale dovrebbe avere l’ Europa), è dimostrata innanzitutto dall’esempio della Chiesa, la cui forza deriva in gran parte dal non aver essa di fatto mai rinnegato le infinite correnti che ne hanno alimentato da millenni, e ancora alimentano, la cultura: dagli archetipi dei popoli pre-alfabetici, al mono-politeismo primitivo, alle tradizioni medio-orientali, presenti ovunque nel Vecchio Testamento, a quelle classiche che alimentano i Vangeli, alla filosofia antica che traspare dalle Lettere degli Apostoli e dalla patristica, fino a quelle persiane ed ebraiche dell’ Apocalittica, e alle indubbie influenze islamiche sulla filosofia cristiana del Medioevo, per continuare con l’esoterismo orientale nella cultura pre-moderna, le influenze cinesi nella dottrina dello Stato, nella teologia e nella tecnica dell’ Età moderna, e continuando ancora con il romanticismo slavo, la filosofia moderna e il pensiero teologico sudamericano, che hanno trovato espressione negli ultimi pontefici. Il principio “extra Ecclesia nulla salus” non implica affatto una negazione di questa  “poliedricità” come la chiama il Papa, perché è la Chiesa stessa ad essere stata poliedrica da sempre, e la funzione decisiva della Chiesa permette proprio al Cristiamesimo di sopravvivere nonostante la sua poliedricità.  Grazie ad essa, la Chiesa può continuare a dialogare con tutti, essendo essa di fatto il “trendsetter del dibattito globale”. del Anzi, essa è l’unica organizzazione religiosa organizzata antichissima e universale (Katholiké), e grazie a questo può interloquire con gli sciamani e i sacerdoti shintoisti, con i guru induisti e i monaci buddhisti, con i rabbini e gli ulema.

Per questo, l’idea delle “radici cristiane” è stata, come scrivevo in “Patrios Politeia”, un autogoal, perché le radici del Cristianesimo sono ovunque (non solo in Europa), quella cattolica è l’unica Chiesa veramente presente, oggi, ed ovunque, dal Midwest trumpiano alla costituzione indigenista colombiana, da San Pietro a Zagorsk, dalla Siria al Zhejiang…  

In definitiva, la Chiesa continua con il rinnovo dell’accordo con la Cina, che Trump voleva stoppare, tracciando così un percorso che difficilmente l’Unione potrà non seguire (“il Trendsetter del dibattito globale”, appunto).

Unico neo: l’assenza di una teologia specificatamente europea, come quella nord-americana di Hecker, quella latinoamericana di Puebla e Aparecida, quella asiatica di Panikkar. Giovanni Paolo II e l’allora cardinale Ratzinger avevano diffuso l’esortazione post-sinodale “Ecclesia in Europa”, ma nessuno l’ha raccolta. Oggi, il Papa torinese-porteño finisce per portare con sé una cultura sudamericana che non può supplire a una inesistente “theologia europaea”.

L’autonomia strategica presuppone il controllo dell’ intero ecosistema digitale

4Autonomia strategica e autonomia digitale

Come giustamente scrive Aresu su Limes, ”A un certo punto, la nozione di ‘sovranità tecnologica’ è entrata nei discorsi dei leader europei, Lo European Political Strategy Centre (Epsc), think tank interno alla Commissione europea fondato da Jean-Claude Juncker col mandato di occuparsi di ‘governance anticipatoria’, probabile disciplina alchemica, definisce la sovranità tecnologica come ‘la capacità europea di agire in modo indipendente nel mondo digitale’, Tale sovranità andrebbe basata su meccanismi difensivi per salvare l’innovazione e strumenti offensivi per promuovere l’economia europea.“

Tuttavia, dopo il discorso di Breton su questo tema, il dibattito dei think thanks si è allargato, verso la più generale “autonomiastrategicavoluta da Macron, scatenando l’ira degli Americani.Tyson Baker, direttore dell’ Aspen Institute tedesco, ha accusato l’Unione Europea “di aver avviato una guerra tecnologica nonché di alimentare una visione russo-cinese della tecnologia”. Peccato che gli Stati Uniti avrebbero dovuto prevedere questo “effetto collaterale” quando hanno scatenato l’isterismo contro gl’investimenti cinesi. Se autonomia ha da esserci, questa dev’essere verso tutti: Huawei, ma anche Microsoft, ZTE, ma anche Google, Ant, ma anche Facebook… Forse, però, neppure i propugnatori dell’“autonomia tecnologica” hanno capito ch’essa presuppone di  avere una propria cultura digitale, una propria intelligence, proprie piattaforme, reti e clouds, indipendenti -certo, anche dalla Cina, ma prima di tutto, dagli Stati Uniti, che oggi controlla totalmente il mondo digitale, i nostri dati e le nostre telecomunicazioni-. L’avvio di Gaia-X è un buon inizio, ma non ci garantisce certo una rapida tempistica di recupero. Anzi, secondo Euractiv, il progetto sarebbe un diabolico “window dressing” per permettere ai GAFAM  di prosperare come non mai alle spalle dei contribuenti europei, schiacciando per sempre le nostre imprese.

Venendo infine alla famigerata questione del G5, occorre ricordare che la Cina sta già creando il suo G6, e che una soluzione di “autonomia strategica” consisterebbe già solo nel creare, più modestamente, un campione europeo Nokia-Erikson, il quale, accettando l’offerta di Huawei, si comprasse in blocco (con il Recovery Fund) la tecnologia G5, così divenendo autonoma, tanto dalla Cina, quanto dagli Stati Uniti. Stupisce che non si parli mai di una soluzione così semplice e così a portata di mano, mentre invece si continua ad ipotizzare un controllo americano su Nokia ed Erikson..

Osserviamo infatti i dati del mercato mondiale delle reti:

Market share estimates for 5G base stations
Supplier2019 market share2020 market share
Ericsson30%26.5%
Huawei27.5%28.5%
Nokia24.5%22%
Samsung6.5%8.5%
ZTE6.5%5%
Other5%9.5%
   

Qualora Ericsson e Nokia si fondessero sotto il controllo della BEI e della Commissione, ed acquisissero dalla Huawei la tecnologia 5 G (con la Huawei che si concentrerebbe sulla 6G), gli Europei dominerebbero i mercati maturi, mentre i Cinesi manterrebbero la leadership su quelli futuri, ma con la speranza, per gli Europei, di poterli raggiungere in un domani, e di godere, intanto, dell’ assoluta sicurezza dei dati, nei confronti tanto della Cina, quanto dell’ America (che non si raggiungerebbe invece  certo con la “golden share”, né con anacronistiche  esclusioni dagli appalti in Europa).

Su una cosa la posizione americana è corretta: la questione del G5 è anche una questione strategica, come lo sono oramai tutte le questioni digitali, perché, come messo in evidenza da trent’anni da Manuel de Landa, oggi guerra e informatica sono la stessa cosa, in quanto, quando un missile nucleare impiega 25 minuti a raggiungere l’obiettivo, la difesa globale non può essere affidata se non al sistema informatico. Ma quest’argomentazione prova troppo. Se sono strategici, perché funzionali al comando missilistico nucleare, i sistemi di trasmissione dei segnali, a maggior ragione lo sono le piattaforme che raccolgono i dati, i cavi che li trasmettono e i server che li immagazzinano, vale a dire l’intera informatica. Ma purtroppo, oggi, nulla, dalla medicina ai media, dalla cultura alla politica, dall’economia alla famiglia, si muove senza informatica, Ergo, se tutto ciò che attiene all’informatica interessa direttamente il Pentagono, allora tutta la nostra vita dev’essere non solo controllata da NSA, ma anche influenzata da Cambridge Analytica, in modo che noi ci muoviamo, o come disciplinati soldatini dell’ Impero Occidentale, o come bersagli di quello orientale.

Soluzione che è evidentemente, come hanno dimostrato i casi Echelon, Prism, Wikileaks, Tax Web  e Schrems,ma anche i recenti scandali dell’ intercettazione da parte dell’ intelligence tedesca e danese a favore degli Americani, in radicale contrasto (ancora più delle armi autonome o del riconoscimento facciale), con tutti i principi giuridici di cui si vanta l’Unione, incarnati nella Dichiarazione  Europea di Diritti, nelle Costituzioni nazionali, nella legislazione antitrust e nel DGPR. Questo tanto più in un momento, come questo, in cui perfino l’Amministrazione americana fa finta (anche se in modo più credibile della UE) di frenare lo strapotere di Google (con l’azione appena proposta dal Dipartimento di Giustizia presso il Tribunale Distrettuale di Washington, mentre invece la Commissione Europea si è vista rigettare la tanto attesa azione contro Apple).

L’esser venuta alla luce l’assoluta disapplicazione di questi principi costituisce  tuttavia oramai almeno l’ apertura di una possibilità di soluzione del problema.

L’AUTONOMIA STRATEGICA DELL’EUROPA CONTRO LA TERZA GUERRA MONDIALE : PARTE I. CONFERMATA LA VALIDITA’ DELLE TESI DI DIALEXIS

Sulla divisa dei marins è stata cucita questa significativa immagine

Il viaggio in Europa del Segretario di Stato Pompeo e il rinnovo dell’accordo Cina-Vaticano hanno aggiunto ulteriore urgenza al dibattito sull’ “Autonomia strategica dell’ Europa”, avviato dal discorso a Giugno dinanzi il Parlamento Europeo dal Commissario Breton, e proseguito con il discorso di Settembre di Charles Michel.

Infine, il Presidente Macron ha voluto coronare questo dibattito con una lunga ed articolatissima intervista a LegrandContinent, un’intervista su cui e si può dissentire sotto molti aspetti (come da qualunque discorso politico), ma che costituisce il modello di ciò che tutti gli uomini politici europei dovrebbero fare: venire allo scoperto su btutti i grandi temi del futuro bedel nostro Continente.

Il Presidente Macron alla festa nazionale

1. L’intervista

Intanto, il Presidente francese, benché ovviamente non possa fare a meno di occuparsi di quella pletora di temi che, secondo le retoriche dell’ Europa sarebbero tutti prioritari, si concentra innanzitutto, giustamente, sulle tecnologie:« De manière concrète, cela veut dire que, quand on parle de technologies, l’Europe a besoin de bâtir ses propres solutions pour ne pas dépendre d’une technologie américano-chinoise. « 

Macron ha ben chiara la posta in gioco, quella del controllo sui nostri dati :“Si nous en sommes dépendants, par exemple dans les télécommunications, nous ne pouvons pas garantir aux citoyens européens le secret des informations et la sécurité de leurs données privées, parce que nous ne possédons pas cette technologie. « 

Vi è anche subito un riferimento implicito a Gaia-X, (in verità l’unica cosa concreta che si stia facendo, e su cui torneremo presto :“En tant que puissance politique, l’Europe doit pouvoir fournir des solutions en termes de cloud, sinon, vos données seront stockées dans un espace qui ne relève pas de son droit – ce qui est la situation actuelle. Donc, quand on parle de sujets aussi concrets que cela, on parle en fait de politique et du droit des citoyens. »

Macron è anche l’unico a prendere realisticamente atto che la politica europea ha lasciato incancrenire una situazione insostenibile, di violazione della libertà degli Europei:«  Si l’Europe est un espace politique, alors nous devons la bâtir pour que nos citoyens aient des droits que nous puissions politiquement garantir. 

Soyons clairs : nous avons laissé se créer des situations où ce n’est plus tout à fait le cas. Aujourd’hui, nous sommes en train de reconstruire une autonomie technologique par exemple pour la téléphonie, mais ce n’est pas le cas pour le stockage des données sur le cloud. Nos informations sont sur un cloud qui n’est pas régulé par le droit européen, et dans le cas d’un sujet litigieux, nous dépendons du bon vouloir et du fonctionnement du droit américain. Politiquement, c’est insoutenable pour des dirigeants élus, car cela veut dire que quelque chose que vous êtes, en tant que citoyen, en droit de me demander – la protection de vos données, une garantie ou une régulation sur cela, en tout cas un débat éclairé et transparent des citoyens sur ce sujet –, nous n’avons pas construit les moyens de le faire. « 

Dopo aver affrontato, e giustamente, come primo il tema, oggi caldissimo, del cloud, passa all’ altro tema scottante: la pretesa dell’ America di sanzionare gli Europei che non rispettano le leggi americane sull’Iran:”Il en va de même au sujet de l’extraterritorialité du dollar, qui est un fait et qui ne date pas d’hier. Il y a moins de dix ans, plusieurs entreprises françaises ont été pénalisées de plusieurs milliards d’euros parce qu’elles avaient opéré dans des pays qui faisaient l’objet d’une interdiction au regard du droit américain. Cela veut dire concrètement que nos entreprises peuvent être condamnées par des puissances étrangères quand elles ont une activité dans un pays tiers : c’est une privation de souveraineté, de la possibilité de décider pour nous-mêmes, c’est un affaiblissement immense. « 

Quindi, la logica conclusione è una vera e propria rivoluzione, che porti a cancellare tutto il sistema culturale, politico, ideologico, giuridico, militare che ha permesso, e, anzi, creato, questa subordinazione, per crearne un altro, radicalmente diverso e più favorevole all’ Europa : »Cela suppose de revisiter des politiques auxquelles nous nous étions habitués, technologiques, financières et monétaires, politiques, avec lesquelles nous bâtissons en Europe des solutions pour nous, pour nos entreprises, nos concitoyens, qui nous permettent de coopérer avec d’autres, avec ceux qu’on choisit, mais pas de dépendre d’autres, ce qui est aujourd’hui encore trop souvent le cas. « 

L’autonomia europea è innanzitutto differenza dagli Stati Uniti:”Néanmoins, je suis sûr d’une chose : nous ne sommes pas les États-Unis d’Amérique. Ce sont nos alliés historiques, nous chérissons comme eux la liberté, les droits de l’homme, nous avons des attachements profonds, mais nous avons par exemple une préférence pour l’égalité qu’il n’y a pas aux États-Unis Amérique. Nos valeurs ne sont pas tout à fait les mêmes. Nous avons en effet un attachement à la démocratie sociale, à plus d’égalité, nos réactions ne sont pas les mêmes. Je crois également que la culture est plus importante chez nous, beaucoup plus. Enfin, nous nous projetons dans un autre imaginaire, qui est connecté à l’Afrique, au Proche et au Moyen-Orient, et nous avons une autre géographie, qui peut désaligner nos intérêts. Ce qui est notre politique de voisinage avec l’Afrique, avec le Proche et Moyen-Orient, avec la Russie, n’est pas une politique de voisinage pour les États-Unis d’Amérique. Il n’est donc pas tenable que notre politique internationale en soit dépendante ou à la remorque de celle-ci ».

Anche qui, Macron, pur peccando del solito  francocentrismo, di conformismo e di semplicismo, tocca in qualche modo i punti essenziali del nostro Continente : l’Europa sociale, la centralità della cultura, la vicinanza con Africa, Medio Oriente e Russia.A causa di questa diversità, Macron affronta anche, in modo quasi brutale,  la questione del dopo-elezioni americane, dichiarando tutto il suo disaccordo dal ministro degli esteri tedesco:« est-ce que le changement d’administration américaine va créer un relâchement chez les Européens ? Je suis en désaccord profond par exemple avec la tribune parue dans Politico signée par la ministre de la Défense allemande. Je pense que c’est un contresens de l’histoire. Heureusement, la chancelière n’est pas sur cette ligne si j’ai bien compris les choses. »

In effetti, l’affermazione della ministra tedesca Karrenbauer era che l’ Europa non è pronta per un’autonomia dagli Usa. Ma qui si tratta di scoprire l’acqua calda. L’organizzazione degli eserciti europei è fatta per essere delle truppe ausiliarie degli Stati Uniti, con una pletora di alti comandi e una pletora di corpi obsoleti, ma corpi obsoleti, ma senza gli elementi di punta che caratterizzano gli eserciti delle Grandi Potenze: cultura militare, intelligence, cyberguerra, guerra asimmetrica secondo gli insegnamenti di Quiao Liang e Wang Xiangsui. Un vero Esercito Europeo dovrebbe essere qualcosa di molto diverso dalla somma degli eserciti attuali, e, soprattutto, dovrebbe avere un’altra cultura.

Qui viene giustamente fuori uno dei concetti centrali del “macronismo”, quello del “rispetto” (una reminescenza della lettura hegeliana della dialettica aristotelica ”servo-padrone”. In realtà, il « rispetto » è il « riconoscimento » hegeliano, il considerarti da pari a pari, con cui si esce, dopo una lotta, dalla condizione di “servo”. Orbene, Macron sostiene, in sostanza (come Putin) che gli Europei sono dei servi, e che debbono riconquistarsi il “rispetto” degli Americani (così come il Gen. de Gaulle aveva ottenuto il loro rispetto costruendo, appunto, la Force de Frappe che ora Macron offre agli Europei): “Mais les États-Unis ne nous respecteront en tant qu’alliés que si nous sommes sérieux avec nous-mêmes, et si nous sommes souverains avec notre propre défense. Je pense donc qu’au contraire, le changement d’administration américaine est une opportunité de continuer de manière totalement pacifiée, tranquille, ce que des alliés entre eux doivent comprendre : nous avons besoin de continuer à bâtir notre autonomie pour nous-mêmes, comme les États-Unis le font pour eux, comme la Chine le fait pour elle. »

Dunque, il modello da imitare, per ottenere il “rispetto” sono l’ America e la Cina, come sostenevamo in “Da Qin”. Occorre però dire che, per giungere al punto in cui sono, gli Stati Uniti hanno fatto la Tratta Atlantica, la Guerra d’Indipendenza, il Trail of Tears, quelle contro Messico e Spagna e la Guerra Civile, mentre la Cina ha avuto l’imperatore Qin Shi Huang Di, l’occupazione giapponese e Mao. Visto che ci dev’essere pure un momento di distacco, anche se non cruento, Macron viene implicitamente alla nostra tesi espressa inm tesi  di “Da Qin”: l’evento “liberatore” potrebbe essere la Nuova Via della Seta, la quale aprirà gli spazi per affermare una cultura europea più orientale che occidentale. Attraverso lo sviluppo dell’economia e degli scambi tecnologici e culturali con l’ Asia, l’Europa  potrebbe riqualificare la propria società estenuata dalla dipendenza e dalla decadenza, portandola a costruire la propria industria digitale e una propria unitaria cultura europea, sul modello del “ringiovanimento della Cina”oggi in corso:“Là où vous avez raison, c’est que le mérite des Nouvelles Routes de la soie est d’être un concept géopolitique très puissant. C’est un fait. Et il témoigne d’ailleurs de la vitalité d’une nation et de sa force d’âme. « 

Infine, Macron parla di un combattimento per le libertà  » combat de notre génération en Europe, ce sera un combat pour nos libertés. Parce qu’elles sont en train de basculer”, dove per altro cade nella solita autoreferenzialità franco-francese. A mio avviso, infatti,  veri pericoli per la libertà non vengono dal fanatismo religioso “tradizionale”, bensì dalla Religione di Internet, da cui discende il culto dell’ omologazione, nelle sue diverse forme, quelle del potere abnorme delle piattaforme, fino all’eccessivo egualitarismo e al pensiero unico. Anche i pretesi mali del sovranismo, del neo-liberismo  e del fondamentalismo sono, in ultima analisi, la conseguenza ultima dell’onnipotenza del Complesso Informatico Militare, che, da un lato, comprime le vere autonomie -culturali, economiche e militari-  e, dall’ altro, stronca sul nascere gli identitarismi autentici, inventando una serie di utili burattini: a seconda dei Paesi,  gli “start-uppers”, i demagoghi o i fanatici  sanguinari e impotenti.

Di fronte al naturale svuotarsi del liberalismo nella società della sorveglianza, le società occidentali non sono più in grado di risolvere i problemi dei cittadini:”C’est que les démocraties occidentales, depuis plusieurs décennies, donnent le sentiment à leurs peuples de ne plus savoir régler leurs problèmes, parce qu’elles sont empêtrées dans leurs lois, leurs complexités – je le vis au quotidien pour ce qui me concerne –, leur inefficacité, et en deviennent des systèmes qui expliquent aux gens comment devraient se passer des choses qu’ils nous demandent. Et ils disent : « Ils ne savent pas nous régler le système du progrès, le problème de la sécurité, et autres ». Il faut retrouver de l’efficacité, par nos mécanismes de coopération, mais en bousculant aussi nos structures pour trouver des effets utiles. C’est cela la crise des démocraties : c’est une crise d’échelle et d’efficacité.” 

Macron non condivide il “China Bashing” degli Americani

2.Cosa pensano i « think tanks” europei?

I think tanks si sono scatenati su questo tema. E’ stato pubblicato, intanto, un  fondamentale documento, che costituisce un importante passo in avanti, almeno sul piano culturale, nel passaggio dal vecchio progetto dell’“Unione Europea quale Fine della Storia”, a  quello, ben più realistico, di “trendsetter del dibattito globale”: lo studio del Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo “On the path to ‘strategic autonomy’”,  il quale ci costringe a ritornare sulla questione del “Multilateralismo multiculturale”, sfiorato dalle recenti esternazioni dell’Alto Rappresentante  Borrell.

Inoltre, le manovre “Agile Reaper” svoltesi in California con un nuovo simbolo, quello di una Cina “rossa” sorvolata dal drone americano cavalcato dalla Morte con tanto di falce (cfr. immagini in exergo), ha confermato le più pessimistiche previsioni circa la  volontà americana di usare la forza pur di  contrastare la “Belt and Road Initiative”

Infine, l’insufficienza delle azioni intraprese in tanti decenni dall’ Unione, tanto nella direzione dell’autonomia digitale, quanto in quella di una linea comune di politica estera e di difesa, hanno evidenziatoa tutti l’urgenza di un’azione propositiva della società civile, che dovrà trovare espressione nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, e di cui noi ci stiamo facendo alfieri.

Il fatto più schiacciante a questo riguardo è stato costituito dalla relazione dell’ EDPS, l’Autorità europea per la protezione dei dati, la quale ha rivelato un fatto addirittura sconvolgente: Esiste da decenni un accordo generale fra Microsoft e tutte le Istituzioni Europee, in forza del quale tutte le attività digitali delle Istituzioni sono gestite in outsourcing da Microsoft. Come possono le Istituzioni pretendere di essere serie nella loro lotta per l’autonomia digitale, se tutte le loro attività sono controllate passo passo dai GAFAM, e, in conformità al CLOUD Act, dall’ intelligence americana?

Dopo tutto ciò che si è detto, le ipotesi di un riorientamento radicale delle politiche europee nella direzione di una politica proattiva e  di un coordinamento “hands on” dello sviluppo del digitale europeo, per quanto gestite in modo timoroso ed esoterico, appaiono oggi forse un po’ meno irrealistiche che qualche anno fa, soprattutto dopo la sentenza Schrems II e il lancio di Gaia-X

Come dirgere l’ONU in modo pluricentrico da un grattacielo nel cuore di Manhattan?

3.Ridefinire la  “comunità mondiale”.

Non vi è questione più squisitamente geopolitica  di quella della struttura interna della futura comunità mondiale, tema a cui nessuno aveva mai voluto prestare soverchia attenzione, ma che ha, invece, oggi, un impatto, anche pratico, decisivo  per il futuro del mondo.

Intanto, la tendenza a creare una qualche forma di organizzazione universale  è stata sempre un’esigenza costante dell’Umanità, anche in epoche in cui essa era tecnicamente impossibile. Basti pensare alle lettere di Tell el-Amarna, in cui il Faraone descriveva come suoi “parenti” i vari re cananei e ittiti, oppure al concetto cinese di Tian Xia (“Tutto sotto il Cielo”).  Quest’aspirazioneera una delle idee centrali di quell’ epoca di consolidamento delle grandi civiltà, che Jaspers aveva chiamato “Epoca Assiale”, e a cui tornano a rivolgersi gli studiosi (Assmann, Mancuso).

L’espressa pretesa della sovranità universale da parte di un unico imperatore  (un “impero mondiale asimmetrico”) aveva trovato una sua una prima compiuta espressione nel “Sogno di Serse” narrato da Erodoto, nella teologia politica buddista di Ashoka (il “Cakravartin”=”colui che fa girare il mondo”) e nei carmi di Orazio (“tu regere imperio populos, Romane, memento”). Tutti questi progetti politici tentavano una sintesi fra l’aspirazione umanitaria alla pace e quella geopolitica al dominio universale: un’ambigua tentazione che ancora non è finita, ma, anzi, ha trovato oggi il suo sbocco finale nella tesi estrema della “singolarità tecnologica”,  un mito che tenta di risolvere tutte le contraddizioni dell’ Essere in un’apoteosi unificatrice sotto l’egida della tecnologia.

Questo mito sarà il punto di convergenza occulto dell’ideologia novecentesca dell’”universalismo liberale” che, sulla scia di  Fiske, di Kelsen, di Rostow e di Wilkie, si è illuso di poter realizzare la Fine della Storia attraverso la vittoria, per dirla con Nietzsche,  di un unico “tipo di uomo”: “l’Ultimo Uomo”(cfr. il primo Fukuyama). Quest’ idea che la complessità del presente richieda un governo mondiale unitario sotto l’egida della “Ragione” è il sottotesto della maggior parte dei discorsi geopolitici attuali ed una delle prime ragioni della forza del post-umanismo.

Alla visione assolutistica dei tre grandi imperi citati, Sant’Agostino avevaopposto l’idea di un’unica Città dell’ Uomo, destinata, sì,  alla “dilatatio” grazie all’ Impero Romano, ma distinta dalla Città di Dio, e quindi sempre imperfetta, ed Eraclio e Cosroe avevano firmato un trattato di pace perpetua che avrebbero voluto proporre a Unni, Indiani e Cinesi. Da parte sua, il Corano parlava di un “piccolo Jihad” necessario per contrastare  gl’infedeli, creando un’ampia comunità dei Popoli del Libro; e Dante propugnava a sua volta  la non molto diversa “Monarchia Universale”, con una visione che oggi chiameremmo di “soft power”, simile a quella sinica del “Wu Wei”(“agire senza agire”).

Con il suo “De Regia Potestate”, il vescovo del Chiapas, bartolomé de las Casas, aveva teorizzato, all’ inizio del ‘500, l’applicazione concreta delle teorie dantesche all’ impero intercontinentale di Carlo V, mentre il predicatore Vieira faceva coincidere l’impero coloniale iberico con il Quinto Impero della profezia di Daniele. Postel e Crucé inserirono poi, fra i membri attivi di un’organizzazione mondiale “multilaterale” quale quella proposta dai sovrani protestanti, anche gl’imperi extraeuropei; Saint Pierre darà infine, al progetto, quella veste giuridica “simmetrica”(anche se eurocentrica), che sarà ripresa e commentata dagl’illuministi e considerata la radice storica dell’Unione Europea.

Con il deliberato passaggio, teorizzato da Lessing e dai primi idealisti, dal messianesimo cristiano a quello progressista, anche quello dell’ impero universale si trasforma in un progetto di pace perpetua, avente quale obiettivo che “l’uomo si salvi da sé, attraverso una nuova scienza”. questo “arrière-pensee” che ancor oggi è alla base del “Pensiero Unico”

Con la Rivoluzione Francese, la futura organizzazione mondiale assume un aspetto sempre più eurocentrico, sì che Condorcet e Fichte teorizzano la colonizzazione del mondo da parte degli Europei modernizzatori, e Thierry l’annessione del mondo intero all’impero francese. Per parte loro, caduta la Repubblica francese, Washington, Emerson, Whitman, Mazzini, Kipling e Mead preconizzano l’egemonia americana sul mondo, e Fiske,Mead e Wilkie tentano di abbozzare i contorni concreti di quest’ egemonia, che incomincia a cristallizzarsi nel discorso politico con i Quattordici Punti di Wilson e con i Lend-Lease Agreements della 1a Guerra Mondiale.

La dipendenza europea dall’ America, giustamente attaccata da Macron (anche se mascherata), comincia allora, con lo spostamento del centro finanziario da Londra a New York, con l’invasione del cinema americano e con l’”Intellectual leadership” delle multinazionali americane sul mondo imprenditoriale europeo, come Trockij scriveva già durante la 1° Guerra Mondiale.

Contemporaneamente, Trockij stesso (arrivato in Russia grazie agli Americani, a cui concesse lo sfruttamento dei pozzi di petrolio dell’ Azerbaidjan) teorizzava la rivoluzione socialista mondiale, e  veniva fondata l’Internazionale Comunista (Komintern). Come risposta, gli Stati fascisti lanciavano il “Patto Anti-Komintern” ( l’”Asse Roma-Berlino-Tokyo”), e il Terzo Reich invadeva l’Unione Sovietica, per creare un Nuovo Ordine mondiale, che assomigliava tanto, non solo all’internazionalismo comunista, ma anche allo “One World” di Wilkie.

Infine, Coudenhove Kalergi, nel lanciare la sua ”Paneuropa”, disegna una mappa del mondo diviso in grandi federazioni: è  l’inizio del federalismo mondiale, che l’ Unione Europea tenterà, anche se fievolmente, di proporre quale propria ideologia (pur senza citarne l’ideatore).Una cosa molto diversa dal “Mondo Unico” di Wilkie, dominato dall’ America: una contrapposizione che incomincia ad  adombrare quella fra l’Unilateralismo Americano, il Multilateralismo europeo e il Multipolarismo russo.

Le Nazioni Unite costituiscono il progetto egemonico di organizzazione mondiale basata sulla vittoria alleata della IIa Guerra Mondiale e ull’ egemonia americana, che si riallaccia però anche al progetto di Kalergi, con i Paesi vincitori quali membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e gli altri con eguale diritto di voto nell’ Assemblea Generale. I 5 membri permanenti (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, URSS e Cina) ricalcano le cinque federazioni ipotizzate da Coudenhove Kalergi, sotto la forma di cinque imperi continentali “asimmetrici” (America, Commonwealth, COMECON, Unione Europea, Asia Orientale), egemonizzati ciascuno da uno degli Stati vincitori, come del resto volevano, tanto Churchill, quanto De Gaulle e Stalin. La sede dell’organizzazione è però significativamente a New York.

Già allora erano state formulate, da tutti i continenti (a cominciare dall’intelligencija dell’antropologia americana, dal cattolicesimo europeo, per esempio Gonella e Przywara, e dai rappresentanti del Paesi non occidentali) critiche contro l’egemonia culturale dell’internazionalismo liberale, espresso dai documenti costitutivi delle Nazioni Unite. Il farsi ora difensori dell’applicazione nuda e cruda di principi giuridici americani in tutto il mondo, quando si sa bene che, fin dall’ inizio, tutti i continenti avevano protestato contro questo appiattimento, facendo valere le proprie specificità, è un ennesimo atto colonialistico contro il mondo intero da parte di una minoranza settaria.

La Colonna di Ashoka, simbolo dell’ Unione Indiana

4.Dalle Nazioni Unite alla “Comunità Internazionale”

Con il passare del tempo, però, il progetto originario delle Nazioni Unite  si era modificato nello scontro con la realtà, poiché, a causa della guerra fredda, si erano concretizzati due soli grandi blocchi egemonici: quello americano e quello sovietico, “legittimati” ambedue dal possesso dell’arma atomica e dall’occupazione militare, e conniventi fra di loro perché  accomunati dal modernismo delle rispettive ideologie. Nel 1972, l’incontro fra i presidenti americano (Nixon) e cinese (Mao) avrebbe però sancito il riconoscimento di un terzo blocco, quello cinese, forte di un numero di abitanti pari all’insieme di quelli degli altri due, del possesso della bomba atomica e della leadership sui Paesi in via di sviluppo. Nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti pretenderanno che, essendo essi divenuti la “Sola Superpotenza”, fossimo giunti oramai alla Fine della Storia di hegeliana memoria, con la prevalenza eterna del modello americano di civiltà, identificato con la vittoria della Spirito Assoluto germanico e protestante, in cui “tutti sono liberi” (il primo Fukuyama).

Questo nonostante che l’America si fosse sforzata, con infiniti stratagemmi, di nascondere il carattere imperiale del suo potere (cfr. Immerwahr).

Le guerre combattute in quel periodo, quelle del Golfo e della ex Jugoslavia, avevano però fatto nascere, almeno sul piano concettuale, un nuovo, inedito dualismo implicito fra l’Unione Europea, nata “per la pace” (“da Venere”),  e gli Stati Uniti, che “vengono da Marte”(Kagan),e, quindi, sarebbero stati fuori posto nel mondo nuovo della Pace Perpetua. L’Unione Europea si proponeva quindi, nel 2003, con Chirac, Villepin e Schroeder, insieme alla Russia,  quale alternativa pacifica agli Stati Uniti, ma sempre nell’ambito dello “sviluppismo” democratico, o meglio tecnocratico, di Rostow e di Rifkin. Giustamente gli Americani avevano obiettato che la Pace Perpetua vagheggiata dagli Europei non sarebbe mai stata conseguibile senza le guerre americane. Nel contempo, la Cina veniva in un certo senso cooptata dagli Stati Uniti come “fabbrica del mondo”, in cui delocalizzare a basso costo il grosso della produzione industriale, ma con l’”arrière-pensée” che, una volta sviluppatasi economicamente, essa si sarebbe integrata nel sistema culturale ed economico occidentale (la “Fusion” ideata a suo tempo dai Taiping). Brzezinski teorizzava infatti che “L’America si ritirerà dal mondo quando tutti saranno diventati come noi”. Questo in base alla fede fanatica degli Americani nel determinismo storico di Rostow, del primo Kojève e del primo Fukuyama, secondo i quali, con l’industrializzazione, la maggioranza della popolazione, divenuta “classe media”, cesserebbe di avere grandi ambizioni e accetta un ruolo passivo nell’”Impero nascosto” come il più consono alla sua esistenza grigia e senza scossoni.

Tuttavia, non tutti condividevano già allora questa visione occidentalistica della Fine della Storia. Intanto, Kojève, in visita al Giappone, era stato fulminato sulla Via di Damasco, riconoscendo che i Giapponesi erano sfuggiti al determinismo storico, e, anziché divenire “ultimi uomini”, erano rimasti addirittura un “popolo pre-assiale”. Il teologo cattolico-buddista Panikkar predicava il “disarmo culturale” fra le civiltà, che anticipava alcuni aspetti dell’attuale enciclica “Fratelli Tutti”. Nel contempo, i diversi potentati islamici rilanciavano l’idea del Califfato quale modello archetipico dell’ organizzazione mondiale, che legittimerebbe l’Islam ad essere leader dell’organizzazione  stessa in luogo degli Stati Uniti, e scatenavano tentativi di unificazione islamica e di ribellione al primato americano, che sfociavano nel khomeinismo, in al-Qaida, nell’ ISIS e nel neo-ottomanismo.  Come reazione, gli USA avevano lanciato il vero e proprio “Scontro di Civiltà”(Huntington), creando le cosiddette “coalitions of the willing”, per combattere, prima, i Taliban, poi, l’Iraq, e, infine,al-Qaeda e  DAESH, senza subire l’intralcio delle Nazioni Unite (e uscendo così per primi dall’ “ordine mondiale della IIa Guerra Mondiale”, ch’essi pretenderebbero d’imporre agli altri quale modello invalicabile : la “linea rossa”).

La Russia sostenne in un primo tempo la guerra americana contro i Taliban, anche perché vi vedeva un parallelismo con la guerra cecena, ma, divenendo essa stessa una vittima  della convergenza di fatto fra islamismo e Stati Uniti, si propose poi, attraverso i  discorsi di Putin al Parlamento Tedesco e alla BDI , quale fautrice  di una diversa organizzazione internazionale, pluricentrica e multiculturale, con un ruolo centrale di un’ Europa comprendente la Russia, che trovò poi una prima  pratica attuazione nella difesa militare dell’integrità statale siriana minacciata da un attacco convergente islamico e americano.

Nello stesso tempo, la Cina, grazie anche alle delocalizzazioni americane, era divenuta capace anche di produzioni di buona qualità, suscitando timori in America per una possibile temibile concorrente. Come scrive su Limes Carlo Pelanda, “nel 2024 la Cina avrebbe raggiunto una ricchezza tale da finanziare un apparato militare capace di sfidare la presenza americana nel Pacifico”. Da qui gli sforzi ininterrotti per boicottare qualunque iniziativa commerciale della Cina (di cui si fanno portatori, prima Soros, poi Bannon, poi ancora Pompeo, oggi perfino Manfred Weber), in stridente contrasto con la retorica ufficiale americana, da sempre basata sull’espansione del commercio internazionale. L’ America sta facendo in sostanza con la Cina qualcosa di speculare  a ciò che l’ Inghilterra aveva fatto con essa secondo Friedrich List, vale a dire “togliere la scala con cui essa era salita così in alto”.

Impaurita da quella prospettiva, l’America tentava dunque  la manovra del “Pivot to Asia”, per isolare la Russia la Cina con il TTIP e il TIP e favorendo la creazione di una serie d’infrastrutture attraverso l’Eurasia, fra l’Italia e l’Afganistan, che Hillary Clinton aveva chiamato “Nuova Via della Seta” (TAP, concessioni petrolifere, ferrovia fra Turchia e Asia Centrale), per rendersi indipendente dal passaggio attraverso la Russia, rivelatosi necessario per la guerra contro i Taliban.

Con le convulsioni dell’Ucraina (citata espressamente molti anni prima dal “sarmatista” Brzezinski quale possibile strumento americano per spaccare il blocco eurasiatico) , l’annessione della Crimea e la guerra nel Donbass, inizia la serie di sanzioni e contro-sanzioni fra Stati Uniti, Unione Europea e Russia, mentre  quest’ultima si presenta sempre più come un’alternativa europea, anche ideologica e religiosa, alla destabilizzazione modernizzatrice dell’ Occidente (il “Katechon settentrionale” di Dugin), secondo la tradizione ch’era stata di Tjutcev, Danilevski, Karamzin, Kirejevskij, Leontjev, Soloviev, Dostojevskij, Berdjajev, Trubeckoj, Gumilev e Sol’zhenitsin. Queste tensioni trovano potenti seguaci, in Russia, nelle forti opposizioni di destra (Zhirinovskij) e di sinistra (Ziuganov) in Parlamento, opposizioni  che invece l’ Occidente ha incredibilmente ignorato, privilegiando personaggi senza seguito elettorale, ma allineati con il “mainstream” occidentale, come Nemtsov e Navalnij.

Il RCEP, mercato comune dell’ Asia Orientale, raggruppa più din 1/3 del PIL e della popolazione mondiali.

5.L’ “alleanza delle democrazie”

Contemporaneamente, la Cina riprende e rilancia, con la sua Belt and Road Initiative, i progetti infrastrutturali avviati, ma non compiuti, degli USA, suscitando così la reazione indispettita di Trump, che si propone agli Americani come il Presidente che blocca, in tutti i campi, l’avanzata della Cina, con un intento dichiarato : ridurre l’influenza nel mondo del Partito Comunista Cinese, fino a provocare a Pechino un “regime change”, come affermato da Pompeo a Roma. Le esperienze della Russia (Zhirinovskij, Ziuganov, Dugin) e della Libia, dimostrano però che un “regime change”, quand’anche sia possibile, non è necessariamente favorevole agli Stati Uniti.

E comunque, nonostante l’insistenza di alcuni atlantisti fondamentalisti, nessuno crede più seriamente che il mondo non possa vivere senza la “benigna” leadership americana. Soprattutto il tentato colpo di stato militare in Turchia (contro un Governo ultralegittimato dalle urne), aiutato in sordina dagli USA ospitando in USA il predicatore islamico Gülen, ispiratore ideologico del golpe,e  rifornendo, dalla base di Incirlik, i militari golpisti, ha creato una situazione di tensione fra gli USA e la Turchia, la quale è stata così incoraggiata nelle sue tendenze nazionalistiche, rendendola di fatto “strategicamente autonoma” dagli USA,  e spingendola così lungo l’ itinerario già percorso da Russia e Cina.

Non per nulla, i sostenitori fanatici del dominio del globo da parte delle “democrazie” (l’“imperialismo democratico”), come Carlo Pelanda, sostengono che “le democrazie devono formare un mercato integrato molto più grande di quello cinese”, ma quest’obiettivo è irrealistico, perché la Cina da sola è più grande dell’ Occidente nel suo complesso, e anche sommando Occidente e India, non si raggiungerebbe una massa di manovra pari a quella, in piena ascesa, costituita da Cina, Russia, Corea, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Vietnam, Pakistan, Iran, Corea del Nord, Birmania…Non per nulla, dopo la firma del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), i sostenitori di questa linea si sono assottigliati.

Con Trump, ci siamo trovati  di fronte a un’Amministrazione americana tutta concentrata su una lotta al coltello con Cina e Russia, per togliere loro ogni possibilità di collaborare con le altre parti del mondo, ma anche   a una molto accresciuta capacità di questi Paesi di resistere a tali pressioni grazie alla loro crescita tecnologica senza precedenti, ai cordiali rapporti reciproci (l’Organizzazione di Shanghai) e a quelli (strettissimi , nonostante le continue pressioni americane) con tutti gli altri (e in primo luogo, l’ Europa). Al punto che Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda hanno fatto, con la Cina, ciò che non erano riusciti a fare con gli Stati Uniti. Giunge così un momento in cui l’Occidente è talmente più debole sul piano commerciale, da non poter più realisticamente imporre alcuna sanzione, e da doverle, anzi, subire.

Ovviamente, la situazione peggiora di giorno in giorno per  un Occidente tutto intento ad affrontare il lockdown e lo stallo post-elettorale americano, mentre  in Cina l’economia è già ripartita da molti mesi, il che ha permesso al Paese di lanciare addirittura uno straordinario  “piano quindicinale” (ciò di cui l’Europa avrebbe, hic et nunc, urgente bisogno, mentrte invece non sta riuscendo nemmeno ad approvare, come richiesto, il consueto Quadro Pluriennale e il Next Generation Fund).

Si fronteggiano pertanto due nuove “grandi narrazioni” (la ”battle of narratives”di Borrell, che però dovrebbe riguardare USA e Cina, non già l’ Europa):

-da un lato quella della “globalizzazione quale fine della Storia”, ereditata dal secolo scorso e fatta propria soprattutto dai GAFAM americani, che interpretano  tale fine come la fine dell’ uomo e l’ inizio della Società delle Macchine Intelligenti; ad essa si riallaccia la mitizzazione del Sessantottismo quale ideale normativo utopico valido ancor ora sotto forma di “Ideologia Californiana” (vedi per esempio le polemiche intorno alla canzone “Imagine” di Lennon);

-dall’ altra, il progetto di un “Multipolarismo veramente Multiculturale”, con l’affermazione, sulla scena mondiale, di più Stati-Civiltà (Nord America, Sud del Mondo, Eurasia, Asia Orientale..), aventi tutti i requisiti per negoziare con efficacia sui principali problemi, quali quello dei rapporti uomo-machina, della prevenzione della guerra totale, di un ambiente a misura d’uomo, del dialogo culturale intercontinentale…

L’”Autonomia Strategica Europea”presuppone l’adesione a questo secondo punto di vista (espresso per esempio da Macron), che implica anche una sinergia dialettica fra la riscoperta dell’ autentica  identità culturale europea e un dialogo autentico con le altre culture del mondo, da quelle preistoriche e storiche, da quelle pre-alfabetiche al mondo indico, dai San Jiao sinici alle religioni abramitiche, dalle culture classiche al modernismo, postmodernismo e post-umanismo.

OSSERVAZIONI NELLA CONSULTAZIONE DEL MISE SULLA STRATEGIA NAZIONALE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: TERZA PUNTATA

Il primo satellite  quantico 墨子 (Micius), ideato in Austria, ma realizzato in Cina

1.Incrementare gli investimenti, pubblici e privati, nell’IA e nelle tecnologie correlate

Premesso che:

-l’Italia e l’Europa sono gravemente arretrate, rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, nello sviluppo, l’utilizzo e la valorizzazione dell’intelligenza artificiale, sì che s’impone un’azione drastica di recupero;

-le risorse dedicate dall’ Europa, già scarse, sono state ulteriormente ridotte dal Consiglio Europeo;

-le strategie digitali europee sono basate su un approccio estremamente diffuso e non coordinato;

-tutto ciò peggiora la già esistente situazione di dipendenza dalle multinazionali del web (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, i “GAFAM”);

-l’Italia non riesce mai a spendere, soprattutto nel campo del digitale, se non una quota irrisoria dei fondi europei;

-in seguito all’ esito del Coronavirus, l‘Unione Europea sta rendendo disponibile all’ Italia una quantità di fondi fino ad ora senza precedenti;

le strategie necessarie per incrementare gl’investimenti italiani nell’ intelligenza artificiale sembrano essere:

a)partecipare in modo attivo alla definizione alle politiche europee, in particolare alla definizione del quadro normativo e finanziario europeo in materia di tecnologia;

b)premere per la definizione di un quadro unitario di tutte le politiche tecnologiche europee, in particolare mediante la creazione di un’unica Agenzia Tecnologica Europea, chiamata a coordinare tutte le attività tecnologiche dell’ Unione e degli Stati Membri;

c)realizzare un parallelo sistema italiano, che gestisca in modo unitario e programmato gli sviluppi tecnologici dipendenti dal MISE, dalla Difesa e dal MIBAC, da CDP e Invitalia;

d)insistere perché si crei un quadro aggiuntivo al Quadro Pluriennale UE 2021-2027, insufficiente per recuperare le posizioni rispetto a USA e Cina;

e)sostenere la creazione di campioni digitali europei (JEDI, Gaia-X, Qwant), partecipando con un ruolo attivo ,tanto finanziario, quanto tecnologico, anche canalizzando in nuovi veicoli pubblici-privati le competenze e le risorse italiane;

d)richiedere una politica più energica dell’Unione Europea contro gli abusi delle multinazionali del web, per ciò che riguarda la tassazione del web, l’unbundling e l’applicazione rigorosa del DGPR, in modo che non possano fare concorrenza sleale ai campioni europei;

-affidare all’ Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale anche lo studio degli aspetti commerciali e normativi, oltre che tecnologici,  della realizzazione degli obiettivi di cui sopra.

2. Potenziare l’ecosistema della ricerca e dell’innovazione nel campo dell’IA

Attualmente, tanto l’Unione Europea quanto lo Stato italiano affidano molte loro importanti funzioni in outsourcing ai monopolisti del web (in particolare Microsoft), che sono quelli la cui influenza l’antitrust dovrebbe limitare.

Per ciò che concerne l’Italia, è particolarmente grave l’accordo monopolistico  con cui Poste Italiane ha praticamente affidato a Microsoft l’intero proprio funzionamento, facendole perfino gestire in cloud tutti i propri dati, vale a dire la corrispondenza degli Italiani, che, secondo il Patriot Act e il CLOUD Act, è automaticamente soggetta al controllo delle autorità americane. Per questa ragione, la Corte di Giustizia ha vietato agli Europei di continuare a consegnare dati ai monopolisti americani. Sono in corso 101 azioni giudiziarie in tutta Europa da parte di Maximilian Schrems per arrestare questo fenomeno.

Lo Stato italiano non può continuare a rendersi complice di questa violazione del DGPR. La messa in discussione di quest’accordo costituirebbe un importante esempio per gli altri Stati membri e per le stesse Istituzioni, che, come rilevato con preoccupazione dall’ EDPRS, hanno un analogo, ancor più preoccupante, accordo con Microsoft.

b)Usare i fondi della CDP e di Invitalia per creare il veicolo italiano pubblico-privato che partecipi con un ruolo attivo nei campioni europei, specializzandosi negli aspetti dell’ intelligenza artificiale;

c)creare l’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale di Torino, coordinandolo con l’Istituto Italiano di Tecnologia.

3.Sostenere l’adozione delle tecnologie digitali basate sull’IA.

Le tecnologie digitali non hanno tutte un eguale valore strategico. Tecnologie come i computer quantici, i motori di ricerca, i social networks, il cloud, i big data, anche se oramai consolidate, costituiscono uno zoccolo necessario per costruire un ecosistema digitale autonomo, quale quello che l’Europa vorrebbe darsi, e anche per l’Intelligenza Artificiale.  Purtroppo, l’Europa non dispone neppure di queste tecnologie se non in piccola parte. E’ necessario che essa  riesca in breve tempo ad appropriarsene, per poi svilupparsi in quelle più avanzate. Per questo, è prioritario sostenere l’autonomia digitale europea, e, su quella base, sarà possibile sviluppare anche l’intelligenza artificiale.

Ciò premesso, le azioni più appropriate per favorire l’adozione del’ IA sembrano essere:

4.Rafforzare l’offerta educativa a ogni livello, per portare l’IA al servizio della forza lavoro

La transizione dalle “macchine intelligenti”, tipiche della società industriale, all’ “intelligenza artificiale”, tipica della società postindustriale, comporta una trasformazione totale dei ruoli sociali (“upskilling”) dove, con la sostituzione delle macchine all’uomo non solo nei ruoli manuali, ma anche in quelli concettuali, specialistici, direttivi e decisionali, agli uomini rimarranno essenzialmente funzioni di controllo.

Ciò comporterà, da un lato, il progressivo azzerarsi della domanda di profili per ruoli esecutivi, e, dall’ altra, un fabbisogno sempre crescente di formazione e informazione, che sarà conseguibile solo grazie a:

-il coordinamento delle tempistiche fra sviluppo dell’automazione e quello della formazione;

-lo spostamento di risorse sempre più elevate verso le attività di la formazione e d’informazione.

In particolare, una gestione sicura del rapporto uomo-macchina richiederà la rivalutazione della formazione classica, come garanzia di apertura mentale ed educazione della volontà, atte a garantire una giusta gerarchia fra l’uomo e la macchina.

L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale dovrebbe servire anche e soprattutto come catalizzatore di questi processi, fornendo una base culturale per la società postindustriale, studiando i meccanismi sociali delle trasformazioni, fornendo strumenti digitali per la loro comprensione, previsione e orientamento.

5.Sfruttare il potenziale dell’economia dei dati, vero e proprio carburante per l’IA

L’unico modo in cui in Europa si possa sfruttare adeguatamente l’economia dei dati è costituito dall’applicazione rigorosa del DGPR, che, come chiarito dalle due sentenze Schrems, implica che i dati degli Europei non possano più essere trasferiti in America, dove, per legge, essi sono sotto il controllo delle autorità americane. In tal modo, i dati, anziché essere utilizzati dall’industria informatica europea, lo sono da parte di quella americana, che si rafforza sempre più, sottraendo risorse all’ economia europea, come non cessa di rilevare la commissaria Vestager, mercato alle imprese europee, come ha sostenuto il Governo francese, e democraticità alle Istituzioni, attraverso l’inversione dei ruoli fra controllore e controllante, lamentato dall’ EDPRS.

Affinché il GDPR, le due sentenze Schrems e il rapporto dell’ EDPRS non restino solo sulla carta, bensì divengano un fatto reale, occorre che i principi giuridici si traducano in fatti tecnici, e, in particolare:

-il consorzio Gaia-X funzioni a regime;

-esso si basi su tecnologie europee e server situati in Europa;

-l’industria digitale europea trasformi in algoritmi i principi giuridici europei, in materia di privacy ma anche di creative commons, di procedura civile e penale, di diritto militare, di proprietà intellettuale, di segreto di Stato, ecc…

Inoltre, urge un’ enorme attività giuridica volta a definire le modalità di funzionamento del cloud europeo e i suoi criteri di sicurezza.

6.Consolidare il quadro normativo ed etico che regola lo sviluppo dell’IA.

Il quadro normativo ed etico -anzi, prima etico che normativo-, dell’ AI, è tutt’altro che consolidato.

Il primo equivoco è quello secondo cui sarebbe possibile dettare dei principi etici alle macchine (le vecchie ”Leggi della Robotica” di Asimov), cosa assurda perché le macchine hanno logiche e linguaggi diversi da quelli umani. Il secondo è quello secondo cui ci basterebbero alcuni generici principi ingegneristici da rispettarsi da parte dei progettisti (come i vecchi manuali di qualità, manutenibilità, eccetera), per garantire un’ Intelligenza Artificiale “etica”, mentre ormai si è capito che si tratterebbe semmai solo di un’AI “affidabile”. Tuttavia, le macchine “affidabii” non ci garantiscono di non essere più intelligenti di noi, né di non essere così micidialmente “affidabili” da conseguire perfettamente gli obittivi prefissati, come il dispositivo russo ”Miortvaia Rukà” concepito per garantire la Distruzione Reciproca Assicurata anche nel caso dello sterminio degli alti comandi.

In generale, le Macchine Intelligenti sono fatte per riprodurre i processi mentali e comportamentali dei propri creatori. Ne consegue che l’unico modo per avere dei sistemi “etici” è di formare degli uomini “etici”, il che vuol dire, innanzitutto, capaci di mantenere, come dicono Bell e Wang Pei, la giusta gerarchia fra gli uomini e le macchine. Questo è il primo compito del nuovo sistema educativo per l’era elle “macchine spirituali”.

7.Promuovere la consapevolezza e la fiducia nell’IA tra i cittadini.

Oggi, la diffidenza verso l’Intelligenza Artificiale è generalizzata. Ciò è del tutto logico, perché tanto la fantascienza, quanto la dottrina filosofica e politologica, quanto, infine, le informazioni sulla realtà, convergono nel descrivere l’intelligenza artificiale come potenzialmente anti-umana, strumento del Complesso Informativo-Militare, e, in ogni caso, accaparrata dai monopolisti americani che sottraggono i dati degli Europei e manipolano politica, economia e diritto, anche a fini bellici.

Per dissipare questa diffidenza basterebbe dunque che gli Stati Membri e l’Unione Europea si decidessero finalmente ad applicare quei principi etici e giuridici ch’essi sbandierano:

-che ridiano gli istituti di cultura la capacità di formare una classe dirigente onesta, illuminata ed energica, capace di tener testa tanto ai poteri forti che alle macchine intelligenti;

-che vietino a chicchessia di trasferire dati sensibili alle multinazionali del web;

-che impongano l’applicazione rigorosa del DGPR, dell’antitrust, del diritto della proprietà intellettuale, del diritto fiscale internazionale e del segreto di Stato;

-che favoriscano finalmente la nascita e lo sviluppo di fornitori europei di ICT e intelligenza artificiale.

8. Rilanciare la pubblica amministrazione e rendere più efficienti le politiche pubbliche

Per rilanciare la pubblica amministrazione italiana (che non può esserlo separatamente da quella europea), e rendere più efficienti le politiche pubbliche, occorre che queste siano riformate e razionalizzate avendo l’intelligenza artificiale come criterio direttivo. In particolare:

a)Finalizzare l’intera attività pubblica alla difesa dell’umano contro la macchinizzazione;

b)Garantire la conformità fra i ruoli istituzionali e i ruoli all’ interno dell’ecosistema digitale europeo, per ciò che concerne le Istituzioni (politiche e tecnici amministrative); le Euroregioni (Macro e micro); gli Stati Membri (politica e amministrazioni); gli Enti locali (regioni e città); le imprese (grandi e piccole); i cittadini (come singoli e come comunità), una razionalizzazione resa drammaticamente improrogabile dalla crisi del Covid;

c)Smettere di appaltare alle multinazionali del web funzioni essenziali dell’Unione Europea e degli Stati europei;

d)Creare un’informatica pubblica molto più “users friendly” di oggi, quando il tempo perduto dai cittadini per le difficoltà e i costi di uso e di accesso, le indisponibilità del servizio, le lentezze, i tempi del chiarimento e delle manutenzioni, annullano, ed anzi superano, i risparmi sperati in termini di riduzione dei costi del lavoro e di certezza amministrativa. L’Intelligenza Artificiale potrebbe costituire un fattore decisivo in questa direzione;

e)standardizzare l’informatica pubblica in tutta Europa.

9.Favorire la cooperazione europea e internazionale per un’IA responsabile e inclusiva

L’AI costituisce il campo di elezione per la cooperazione europea e internazionale. Infatti, essa rappresenta, nello stesso tempo, la massima opportunità e la massima minaccia per l’Umanità nel suo complesso, e, soprattutto, per l’Europa, particolarmente esposta a rischi esistenziali quali la guerra atomica e la colonizzazione tecnologica. A maggior ragione, l’Italia non può neppure pensare di avviare la minima politica digitale, e tanto meno d’influenzare la cooperazione internazionale, al di fuori di un quadro europeo. L’Italia, conscia di questa sua necessaria interazione con l’Europa e con tutte le parti del mondo, può dare un contributo essenziale di pensiero, di esempio, di proposizione e di mediazione. Innanzitutto, nonostante la sostanziale “prorogatio” di tutte le politiche digitali europee, vi è un’esigenza impellente, anche se poco discussa, di rovesciare le logiche fino ad ora seguite, gravemente deficitarie:

a)a 50 anni dal computer “Programma 101” della Olivetti, l’industria digitale europea è ancora al palo. L’Europa non ha piattaforme web internazionali, non controlla neppure i propri dati e ha lasciato ad altri le proprie invenzioni, per esempio in materia di satelliti quantici. Ciò rende l’Europa totalmente dipendente dall’ esterno;

b)questa situazione è stata contrastata un po’ da tutte le Istituzioni, ma con risultati sostanzialmente nulli, in quanto, alle prese di posizioni teoriche, non sono poi seguiti i fatti;

c)in tutti questi conflitti interistituzionali, la posizione di un grande Stato membro come l’Italia può fare la differenza;

d)l’Italia, in concomitanza con l’approvazione della Strategia e l’istituzione dell’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale, dovrebbe farsi promotrice del progetto, sostenuto dall’associazione Culturale Diàlexis, di un’Agenzia Tecnologica Europea, responsabile di coordinare tutte le attività tecnologiche europee, in modo da superare, nel rispetto delle tradizioni culturali europee, la sfida esistenziale delle macchine spirituali e la colonizzazione tecnologica dei GAFAM.

COMMENTI ALLA STRATEGIA NAZIONALE PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE,ALLEGATO n 3. CORRISPONDENZA

Nella tornata di Novembre, il Parlamento è chiamato a sdecidere sugli emendamenti alla posizione del Consiglio sul progetto di bilancio dell’ UE per il 2021

Torino, 24/4/2020

Al Presidente del Parlamento Europeo

David Sassoli

Signor Presidente,

Mi permetto di inviarLe con urgenza questa mia opera, la quale tratta di un tema attualmente in discussione per il 28 aprile dinanzi alla Commissione Industria, Ricerca e  Energia del  Parlamento (il nuovo regolamento e la nuova agenda dell’Istituto Europeo d’innovazione e Tecnologia), relativamente al quale mi permetto di trovare poco appropriato il calendario dell’iter approvativo  quale emerge dal sito del Parlamento (https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_IT.html).

Le ragioni della mia critica sono contenute nel sito nel libro allegato “European Technology Agency”.

In sintesi, trovo prematuro approvare l’agenda e le modifiche al regolamento specifico dell’EIT (su cui le Istituzioni avevano già tanti dubbi) nel bel mezzo della crisi del Coronavirus (e senza sapere come questa andrà a finire), e, per giunta, stralciando una parte del budget pluriennale 2021-2027, che, secondo le Sue affermazioni e quelle della Presidentessa von der Leyen, dovrebbe essere tutto dedicato al cosiddetto “Piano Marshall”.

Ma c’è di più: secondo la tesi contenuta nel libro, si dovrebbe porre finalmente fine alla dispersione delle attività dedicate alla tecnologia in Europa, mettendo insieme l’ ESA, l’EIT e  l’AED,  per creare un DARPA, un MITI, un Commissariat au Plan o un’ IRI europea,  capace di riunire le scarse forze esistenti nel nostro Continente quanto a intelligenza strategica, finanza, tecnologie innovative, capacità di management e di ricerca, per  condurre finalmente una concorrenza efficace alle grandi potenze (ammesso che la si voglia fare). Si noti che, secondo il recentissimo studio pubblicato proprio dal Parlamento (allegato), la Cina ha oramai superato l’ Europa fin dal 2013 quanto a spese di ricerca e sviluppo. Domani l’EIT potrebbe non esserci neppure più, o, meglio, essere sostituito da qualcosa di molto più solido ed efficiente. Non possiamo compromettere il futuro approvando alla chetichella una soluzione stralcio..

Infine, la vergognosa vicenda di Immuni (copia pura e semplice dell’ Ant di Alipay, contratto segreto, abbandono del consorzio europeo,  indecisione sulle soluzioni tecniche, interferenze di Google e Apple, boicottaggio delle Regioni), dimostra che, prima che di soldi, abbiamo bisogno di idee e di potere. Il Parlamento deve bloccare Immuni e tutte le iniziative analoghe degli altri Paesi, e finanziare direttamente, con i soldi destinati all’ EIT, una sola soluzione e europea, obbligatoria dovunque, e messa a disposizione dalla Commissione Se necessario, occorrerà acquistare da Alipay una versione  modificabile, in cui inserire  tutte le regole del GDPR, e immagazzinare i dati in un server europeo, sotto il controllo della Corte di Giustizia e dell’ Europol.

Vorrei anche sfatare un mito, quello secondo cui l’Italia non avrebbe nulla da guadagnare dal potenziamento delle alte tecnologie, perché non avrebbe aziende qualificate, come l’Airbus o la SAP. Vorrei ricordare a questo proposito che l’Italia, oltre ad avere, come noto, una tradizione eccezionale (anche se purtroppo spezzata sul nascere) nel settore informatico, dispone attualmente di due centri fondamentali dell’industria spaziale europea, con cui ho avuto l’onore di collaborare: l’Avio di Colleferro, che fabbrica il lanciatore Vega e il booster dell’Ariane, e l’Alenia Thales di Torino, che fabbrica lo Space Rider, il Veicolo di Rientro Spaziale lanciato con il Vega.

Spero che apprezzerà la mia franchezza e che vorrà dare seguito, almeno parzialmente, a questi miei suggerimenti, intanto chiedendo una pausa di riflessione nell’iter approvativo del nuovo regolamento e dell’ agenda dell’EIT, e, poi, richiedendo anche un ampio dibattito sul bilancio pluriennale 2021-2027 per ciò che riguarda le nuove tecnologie. Mi sembra infatti che ci sia molta attenzione per le spese straordinarie per ovviare ai costi della crisi (non solo quella del Coronavirus, ma anche e soprattutto quella preesistente, e sottaciuta, dell’ economia), che non per gl’investimenti volti a creare nuove aree di attività (web economy, computers quantici, comunicazione digitale), e, quindi, nuove imprese, nuovo export, nuovi mercati, nuovi profitti, nuovi posti di lavoro, nuovi redditi.

Questo è particolarmente grave per un Paese come l’Italia, che, in passato (Olivetti), ma anche nel presente (Alenia Thales, Avio) ha enormi competenze tecnologiche non sfruttate, mentre infuria la disoccupazione, e, in particolare, quella intellettuale. Il miglior aiuto che l’ Europa potrebbe dare all’ Italia (e ai Paesi del Mediterraneo) sarebbe creare, intorno ad Enti Europei (come l’ESA, Arianespace e Galileo), delle nuove Silicon Valley (delle nuove Hanzhou e Shenzhen), per esempio in Alto Lazio (Frascati-Colleferro), e in Piemonte (Torino-Ivrea), per fare concorrenza, per esempio, al DARPA e a Elon Musk (come spiegato dettagliatamente nel libro allegato).

Ma, ora, il problema numero uno è bloccare prima di martedì prossimo (il 28) l’intempestiva approvazione delle proposte sull’ EIT da parete della Vostra Commissione Industria, Ricerca e Innovazione..

L’Associazione Culturale Diàlexis e il sottoscritto sono comunque a Sua completa disposizione per approfondire questi temi. Tra l’altro, avvicinandosi la celebrazione del 9 maggio, saremmo lieti di avere una Sua partecipazione digitale (scritta o filmata) alle nostre manifestazioni. Invieremo al Suo staff i necessari link

RingraziandoLa per l’attenzione,

Buon lavoro,

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente

Riccardo Lala

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La relazione proposta dalla Commissione annulla molti dei tagli proposti dal Consiglio

Da: SASSOLI David, President <President@europarl.europa.eu>
Inviato: martedì 12 maggio 2020 11:07
A: Riccardo Lala <riccardo.lala@alpinasrl.com>
Oggetto: RE: Sessione straordinaria del 28 aprile della Commissione Industria, Ricerca e Energia D(14934)

Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli

Turin, 24/4/2020

La relazione della Commissione propone un aumento considerevole dei contributi del bilancio 2021 alle priorità del Parlamento

Ursula Von der Leyen

Betr.: Marshallplan und Technologie : Sitzung 28 April des EP um EIT

Frau Präsidentin,

Wir wünschen hierbei Sie über die Sitzung , diejenige schon für April 28 bei dem Ausschuß “Industrie, Forschung und Energie” des Europäischen Parlaments,um das  Europäische Innovations- und Technologieinstitut  und die damit verbundene Strategische Innovationsagenda 2021–2027: Förderung des Innovationstalents und der Innovationskapazität programmiert ist aumerksam machen (sieh die  Tagesordnung des Ausschusses https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_DE.html ).

Wir betrachten das betreffende Vorhaben als unlogisch und gefährlich. In der Tat, ist, nach der Koronavirus-Krise, alles verändert, in Europa und überall in der Welt; infolgedessen, müssen alle vorherige Politiken durchgedacht werden. Wie Sie gesagt haben: “Die vielen Milliarden, die heute investiert werden müssen, um eine größere Katastrophe abzuwenden, werden Generationen binden. Deshalb haben wir die Pflicht, das Geld aus unserem nächsten Haushalt besonders klug und nachhaltig zu investieren. Es muss bewahren helfen, was uns lieb und teuer ist und das Gefühl der Gemeinschaft unter den Nationen Europas erneuern. Und es muss eine strategische Investition in unsere Zukunft sein”Damit unser Haushalt den neuen Anforderungen gerecht wird, müssen wir ihn entsprechend zuschneiden”

Im Licht Ihrer oben erwähnten Betrachtugen, fragen wir uns, welches Sinn eine neue Regelung  für Technologie in Europa machen kann, die schon vor der Entstehung der Koronavirus-Krise ausgedacht wurde, und die in diesem Augenbick diskutiert wird, wenn man noch nicht weißt, wie Dinge am Ende gehen werden, und  welche Strategie Europa für die nächsten 7 Jahre wählen wird. Sie haben auch eine erweiterte Debatte darum aufgefordert.

Zweitens, sollte sich die Konferenz für die Zukunft Europas nach dem technologischen Übergang, und nicht nach dem Status Quo,richten. Die bisherigen technologischen Tätigkeiten in Europa waren offenbar schon vor der Krise nicht zufriedenstellend. Die Rückständigkeit Europas gegenüber Amerika und China (Web Economy, Big Data, Kryptowährungen)  is ständig gewachsen, und wächst noch jetzt. Wie das europäische Parlament selbst festgestellt hat, hat China Europa seit 2013, für was die Investitionen in R&D anbelangt,  überwunden (sieh Anhang1). Was will Europa dagegen tun?

Sogar wenn die Politik dazu nicht zustimmen wollte, wird die wirtschaftliche Lage Europas am Ende der Krise so viel  geändert sein, daß die vorigen Prioritäten automatisch umgewältzt werden. Dies gilt auch für die Prioritäten der Kommission, wo die Fähigkeit neue, bedeutsame, Ertragsquellen für Bürger (nicht nur rechnungstechnischer Art) zu erschliessen, eine vorrangige Rolle spielen wird.

Sie auch haben gesagt: “Unsere Welt hat sich verändert”. Die bisherigen Praxen der europäischen Wirtschaft, wobei die neuen Entwicklungen in den Gebieten der Verteidigung, des Raum- und Luftfahrts, des Digitalen, der Biologie, der Transporten, der Umwelt, der Kommunikation, der Organisation, zu zersplittert waren, um eine kritische Masse gegenüber die Wettbewerber darzustellen,  müssen durchaus übergedacht und überwunden werden. Ein einziges europäisches Programm muß die Zentralbank, die Europäische Investitionsbank, die Kommission, den Rat, die Staaten, die Laender, die Unternehmen und die Städte so einbinden,  um uns zu erlauben, gleichzeitig DARPA und “China 2050” zu widerstehen.

Mitgliedstaaten benützen heute die Möglichkeiten, die paradoxerweise von der Krise angeboten weden, in einem selbstzestörerischen Weg. Z.B., haben die Italiener von “Immuni” das europäische Konsortium “PEPP-PT” verlassen, und jetzt werden sie von den italienischen Regionen, von Google und Microsoft boykottiert. Die Union muß diese Verwirrung aufhalten! Sie muß ein europäisches “Immuni”, mit Anwendung vom GDPR, unter der Kontrolle des europäischen Gerichtshofs und von Europol bereitstellen! Europa muß der Garant des GDPRs sein.

Mit all diesem in Sicht, haben wir jetzt das Buch “The European Technology Agency, with a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for the Conference on the Future of Europe” (Anhang 2) herausgegeben, das wir hoffen, den europäischen Gesetzgebern von Hilfe sein kann, wenigstens mit dem analytischen Vorschlag, der als Beilage des Buches erscheint. Wir senden das Buch auch den dazu zuständigen Kommissaren und Euroabgeordneten, in der Hoffnung, daß jemand zeitgemäß handelt.

Wir werden diese besondere Aufmerksamkeit auch zum Gedenken des 70.ten Jahrestags der Schuman Deklaration, und des 2500.ten Jahrestags der Kämpfe an den Thermopylen and von Salamina,  zwischen dem 9.ten Mai bis die ersten Tage von September widmen, die wir durch eine Serie von digitalen Veranstaltungen beleben werden, zu denen, hoffen wir, die Institutionen teilnehmen werden.Wir werden Ihrem Staff die link übersenden.

Wir hoffen auch, daß diese Veranstaltungen den Anfang einer kulturellen Bewegug darstellen können, diejenigen  die heutige Haltung der europäischen Eliten verändern wird. Sie sollen nicht die “planlosen Eliten” bleiben, die schon seit 30 Jahren Glotz, Hirsch und Süßmuth stigmatisiert hatten.

Wir bleiben jedenfalls zu Ihrer Verfügung, diese Themen zu vertiefen, mit dem Zweck einer erfolgreichen Lösung der vielen und dringlichen Fragen, die heute vor Europa stehen.

Ich danke Ihnen im vorab für Ihre Aufmerksamkeit, und verbleibe,

Für Associazione Culturale Diàlexis,

Der Vorsitzende

Riccardo Lala

Il Condiglio insiste sul taglio dei “programmi faro” per controbilanciare gli oneri aggiuntivi derivanti dal prefinanziamento dei programmi

Turin, 14/5/2020

To the members of the European Council

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” of the European Parliament in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to the rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, which we send to each of you, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of Parliament and relevant Commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

-the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

-Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision together with the Council (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking you for your attention,

Kindest regards,

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis