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CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA: RISCRIVERE I TRATTATI; RECUPERARE L’EUROPA ORIENTALE  

Seguito dell’intervento di Riccardo Lala alla riunione della Piattaforma della Conferenza sull’ Europa del 21 Ottobre presso il “Parlamentino” del CNEL (Comitato Economico e Sociale).

Tomba dei Re macedoni a Vergina

La recente disputa circa la sentenza della Corte Costituzionale polacca del 7 Ottobre sul conflitto di norme fra Trattati di Lisbona e Costituzione Polacca ha riportato alla ribalta la questione, che sembrava essere stata risolta da tempo in modo pacifico,  circa lo stato di evoluzione del diritto in Europa, sul quale abbiamo opinioni che si distinguono da quelle “mainstream”, e che riteniamo perciò necessario esternare, perché questa controversia è un sintomo eloquente dell’inagibilità degli attuali meccanismi e dell’improrogabilità del cambiamento.

La radice dell’ attuale “empasse” è che, in contrasto con le tesi originarie di Spinelli, l’integrazione europea fu portata avanti dagli Stati Membri, con il metodo “funzionalistico” ideato da Mitrany, attuato da Monnet e teorizzato nella Dichiarazione Schuman, anziché con un metodo “politico” e “partecipato”come avrebbe voluto Spinelli. Sergio Fabbrini ha scritto su “Il Sole 24 Ore” di domenica 24 Ottobre che tale metodo (che, a nostro avviso, vede l’integrazione europea come una semplice sottospecie della globalizzazione tecnocratica), ha ora raggiunto i propri limiti concettuali. Pertanto, indipendentemente dalle valutazioni politiche per cui esso era stato prescelto, deve oggi comunque venire abbandonato.

In particolare, il sistema internazionale costruito intorno ai Trattati di Lisbona, consolidatosi nel 2007, dopo il fallimento della cosiddetta “Costituzione Europea”, essendo esso solo un palliativo di compromesso per ovviare a quel fallimento, non costituiva neppure allora una risposta convincente ai problemi che già allora si profilavano all’orizzonte (dittatura digitale mondiale, carente integrazione dell’Europa Orientale, crescita della Cina), che, dal punto di vista dei Federalisti Europei, avrebbero richiesto fin da allora, , il riavvio immediato dei lavori per la redazione e approvazione di una “vera” costituzione europea (ovviamente su basi completamente diverse da quelle “funzionalistiche” su cui aveva operato la Convenzione). D’altronde, quel coacervo di centinaia di articoli e protocolli non era altro che una riverniciatura della “Costituzione” bocciata dagli elettori, che altro non era, a sua volta, se non  un testo consolidato dei precedenti trattati. Ma una costituzione deve avere una struttura e natura da costituzione; non può essere un freddo documento burocratico.

La sconfitta di allora era stata così cocente, che fino ad ora nessuno ha osato riproporre l’idea di una Costituzione.

In particolare, come ha sintetizzato brillantemente Fabbrini, “la logica integrativa” non ha rispettato il ‘principio di sussidiarietà’. “In assenza di guidelines costituzionali, l’ Ue ha accentrato ciò che non era necessario accentrare (le low policies), mentre non ha accentrato ciò che sarebbe stato necessario accentrare (le high policies).”Secondo noi, la ragione per cui non ci sono state le “guidelines costituzionali”, cioè una linea politica coerente, e quindi non si sono accentrate le “high policies” è che queste (politica culturale, ideologia, nuove tecnologie, difesa)  sono sì accentrate, ma negli Stati Uniti e nella NATO, che non le lasciano esercitare, né dagli Stati membri, né dall’Unione (come dimostrato dal fatto che anche Fabbrini si vede costretto a scrivere in un gergo anglo-americano). Fabbrini scrive poi molto opportunamente che“non avere un’idea comune sul ruolo dell’ Europa nel mondo è un enorme problema sia a livello collettivo, sia a livello nazionale dove le contrapposizioni interne sono definite anche da interessi e influenze di altre potenze che sviliscono le democrazie europee.” Peccato che questo riconoscimento venga solo ora che Russia, Cina, Russia, Turchia e Paesi Arabi fanno di tanto in tanto qualche timido tentativo per fare conoscere agli Europei i loro punti di vista, quando sono più di 200 anni che gli Stati Uniti stanno forgiando l’Europa attuale con tutti i mezzi disponibili, riuscendo a muovere l’uno contro l’altro Paesi, ideologie, gruppi sociali.

Se si vuole dare una vera ”Costituzione” all’ Europa, occorre che quest’ultima venga concepita, non importa se come federazione, confederazione o alleanza, come totalmente indipendente dagli Stati Uniti. Semmai, le influenze di altri Paesi possono essere strumentali al conseguimento, da parte dell’Europa, di questa indipendenza (vedi il nostro libro DA QIN), ed è perciò normale che gli USA le aborrano mortalmente.

Dopo 14 anni, questi  problemi non risolti dai Trattati di Lisbona si sono aggravati in modo impressionante (come testimoniato, tra l’altro, dal programma Prism, dal conflitto nel Donbass, dalla Nuova Via della Seta, dalle controversie sullo Stato di Diritto, dalla richiesta che la UE sostenga la costruzione di un nuovo Muro di Berlino), fino al punto che, oggi, non è più possibile alcuna riunione del Consiglio o del Parlamento senza che emergano conflitti insanabili su tutti gli aspetti della vita in Europa (rapporti con la NATO, la Cina e la Russia, fra diritto europeo e diritti nazionali, bilancio europeo, migrazioni…). Ultimo fra i quali, lo scontro al Parlamento europeo fra Ursula von der Leyen e il premier polacco Morawiecki e il muro fra Europa Centrale ed Europa Orientale.

Spinelli prevedeva che, se non si fosse dato un taglio netto agli Stati europei, questi avrebbero preteso in eterno di dominare l’integrazione, rallentandola all’inverosimile. E, di fatto,mentre i grandi Stati-Civiltà, gli Stati Uniti e la Cina, stanno risolvendo (a modo loro) i grandi problemi del XXI Secolo, noi siamo ancora impantanati (come prevedeva Spinelli) nelle discussioni, avviate 70 anni fa e mai concluse, sul tipo di Europa in cui vogliamo vivere. In particolare, mentre gli USA e la Cina, sulla base di ben precisi, recentissimi, atti normativi, USA E Cina si stanno organizzando per essere leaders mondiali (tecnologici ma anche culturali) nella corsa verso le nuove tecnologie, l’ Europa sta dedicando, alle stesse, un’attenzione minima e, soprattutto, non dà esecuzione alle normative che pure essa ha approvato, fondamentalmente per compiacere i giganti del Web.

Per Carlo Bastasin (La Repubblica, AF, 25 ottobre) , “per l’ Europa, che vorrebbe influenzare i rapporti globali attraverso la definizione di regole comuni rispettose della democrazia e dei diritti umani, l’assenza di dialogo significa la propria irrilevanza.”

Palazzo di Diocleziano
(oggi città di Spalato)

1.L’ipocrisia del funzionalismo

A nostro avviso, il funzionalismo maschera il proprio carattere tecnocratico sotto una retorica umanitaria fondata sul mito del progresso, sulla pretesa conciliabilità fra libertà, eguaglianza e solidarietà, e soprattutto sul culto mistico di uno “Stato di Diritto” che non corrisponde affatto alla realtà dell’Occidente.Pochi sanno che esiste un “funzionalismo” anche in campo filosofico e sociologico: esso sconfina nel post-umanesimo.

Certo, vorremmo vivere in un autentico Stato di diritto, ma -non raccontiamoci frottole-  questo in cui viviamo non lo è, perché, come tutti possono constatare, le forze decisive nel determinare la nostra vita non sono giuridiche; non sono i trattati internazionali, le costituzioni, le leggi, le Istituzioni, bensì le lobby, i servizi segreti, i grandi capitali, le multinazionali dell’ informatica, le grandi potenze, addirittura le mafie, che s’incuneano negl’infiniti conflitti di competenze fra Enti locali e Stato, magistratura e politica, Unione e Stati Membri, UE e NATO, provocando situazioni come l’alienazione degli Europei Orientali, le guerre Jugoslave, Echelon, l’Afghanistan, Prism, l’”AUKUS”….

Le violazioni dello Stato di Diritto da parte degli Stati dell’Europa Centrale e Orientale (siano essi, o meno, membri della UE), ingigantite a dismisura dalla stampa occidentalistica, non sono infatti nulla rispetto a quelle che noi sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle in Occidente, e che gravano pesantemente, tra l’altro, sul funzionamento della UE. Per questo, nonostante la nostra decisa posizione a favore della  preminenza del diritto europeo (dell’identità europea e delle politiche europee) su quelli “nazionali”, vogliamo preliminarmente spezzare una lancia a favore dei cittadini e dei dirigenti dell’Europa Centrale e Orientale, a cui siamo riconoscenti per Berlino, Budapest, Poznan, Praga, Danzica, Solidarnosc, Giovanni Paolo II, Gorbacëv  e la Perestrojka, e che volevano sicuramente un’Europa diversa da quella che hanno trovato (la “Casa Comune Europea”, a cui abbiamo cercato anche noi di contribuire quale consulenti dell’ industria europea nelle collaborazioni est-ovest durante la Perestrojka).

Anch’essi sono però parte del problema, con le guerre locali con le Repubbliche scissioniste, con la repressione delle minoranze russofone, con i muri alle frontiere, con la loro ostilità ad un’ Europa Federale. Ma sono problemi identitari e geopolitici, non di Stato di Diritto.

Il palazzo imperiale bizantino (oggi il centro di Istambul)

2.La “rettifica dei nomi”

Alla luce di quanto precede, è più che mai necessaria una riforma globale del sistema europeo, che, sola, potrà risolvere questo intrico di problemi, permettendo non solo un efficace funzionamento dell’attuale Unione, ma anche la prosecuzione dell’allargamento, necessaria a nostro avviso per dare, alla Casa Comune Europea, il peso mondiale che le spetta quale “Stao-Civiltà”.

Questa riforma ha il suo compito più immediato nella riattribuzione delle competenze (non solo fra Unione e Stati membri o fra Parlamento e Consiglio), ma anche e soprattutto fra America ed Europa, fra NATO e Unione, fra Stati Membri ed Euroregioni, fra Stato, partiti, imprese e cittadini. Solo così si risolveranno i conflitti che oggi paiono insolubili. Infatti, come scrive Bastasin, non solo l’unione Europea, ma  “più in generale le istituzioni internazionali si stanno disintegrando”.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa costituisce un’occasione unica per lanciare questa riforma, e stupisce che i diversi “cantori” di un rilancio dell’ Europa non ne sottolineino mai l’importanza.

Per parte nostra  proseguiremo il percorso, avviato con i Cantieri d’ Europa, di elaborazione di una proposta per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa veramente innovativa, seguendo il percorso logico descritto qui di seguito (“SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”), come meglio illustrato al termine di questo intervento.

Questa proposta non può che partire dalla decostruzione della “langue de bois” del discorso pubblico, tanto di quello  “mainstream” quanto di quello “sovranista”-quella che Confucio chiamava “rettifica dei nomi”-.

Cominciamo dunque dalla controversia sullo “Stato di Diritto”: concetto che sembrerebbe apparentemente chiaro, ma che, invece, come tutto ciò che riguarda le basi culturali stesse dell’attuale Occidente, rivela sempre più la sua fumosità, ambiguità, quando non ipocrisia, derivante dalle sue radici culturali puritane e dalla sua origine storica ormai molto risalente. E’ infatti in corso quella che Onfray chiama “distruzione della lingua”, che consiste nell’ inflazione di parole vaghe ed onnicomprensive, come “valori”, “laico”, “fondamentalista”, “avanzato”, “arretrato”, “patriarcale”, “LGBTI+”, “queer”, “gender”, ”fascista”, ”democratico”, ”liberal-democratico”, “resilienza”, “sostenibilità”, “inclusivo”, “autocrazie”, … Si gioca quindi con concetti astratti e indefinibili, che permettono di costruire interi libri senza mai dire nulla (la “neolingua” orwelliana). Basti vedere le confuse formulazioni del Trattato  dell’ Unione Europea circa l’”identità comune” e quelle “nazionali” e sui rapporti fra i due ordinamenti.

Intanto, il sito dell’“Ente della Repubblica Federale per la Formazione Politica afferma che lo “Stato di Diritto” sarebbe nato nell’ antica Grecia. Tuttavia, i riferimenti alle “Leggi” nei classici greci si riferiscono (come del resto nella tradizione dei Legisti cinesi), non già alla tutela di diritti dei cittadini, quanto piuttosto a pesanti doveri degli stessi, come quando Leonida afferma, a sostegno della sua decisione suicida, che questa deriva dalle “leggi” di Sparta ( che, in sostanza, dettano che un comandante non ha il diritto di arrendersi, come Hitler pretendeva fosse l’obbligo anche di von Paulus).In realtà, lo “Stato di diritto” come tutela dei cittadini nascerà ben più tardi, nel ‘600, con lo Habeas Corpus, per tutelare i ceti privilegiati dell’ Ancien Régime contro l’arbitrio dei sovrani assoluti, attraverso l’applicazione di precise norme procedurali.

Questa tempificazione storica  è confermata indirettamente dallo studio del Bundestag „Rechtsstaat und Unrechtsstaat: Begriffsdefinition, Begriffsgenese, aktuelle politische Debatten und Umfrage“Im deutschen Sprachraum entstand der Begriff des Rechtsstaates Ende des 18. Jahrhunderts. Er wurde zunächst als Gegenbegriff zum absolutistischen Polizei- und Obrigkeitsstaat begriffen. Dementsprechend stand der deutsche Rechtsstaatbegriff ursprünglich für eine Zurückdrängung und rationale Reformierung polizeistaatlich-patriarchalischer Herrschaftsstrukturen“.

Si noti che, negli Stati Uniti, l’idea di una „Rule of Law“ fu „importata“, poco dopo, dalla Germania, in polemica con l’arbitrarietà della tanto decantata „Common law“ di origine inglese, che, in quanto diritto giurisprudenziale, non garantisce la certezza del diritto. Infatti, la Magna Charta e l’Habeas Corpus avevano deliberatamente (come ancora oggi in Inghilterra) carattere residuale, la fonte primaria essendo i precedenti giudiziari.

Ricordiamo che, per noi,  lo Stato di Diritto è prima di tutto uno Stato in cui, una volta adottata una legge, poi la si rispetta finché essa è in vigore, e, nel caso in cui ciò non avvenga, i giudici impongono il rispetto anche con la forza, ed irrogano sanzioni a chi non l’ha rispettata. Con la fumosità dei Trattati di Lisbona, si è ritornati al primato del potere giudiziario, con la conseguente perdita della certezza del diritto.

Proprio per garantire questa certezza Montesquieu (che era un magistrato dell’ Ancien Régime, e quindi giudice per diritto di sangue),aveva  teorizzato la separazione dei tre poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura.

Nel sito del Governo tedesco si dice anche che, purtroppo, lo “Stato di Diritto Formale” non basterebbe a tutelare il cittadino, sicché ci vorrebbe anche uno “Stato di Diritto Sostanziale”; in realtà, il cosiddetto “Stato di Diritto Sostanziale”, riconducibile  alla sfera dell’”eguaglianza”, è proprio il varco attraverso il quale si affermano le violazioni più sfrenate delle libertà del cittadino e del “due process of law”, in nome di un esorbitante “principio di eguaglianza” che, ignorando (ed anzi condannando come inique), le particolarità dei casi di specie (le differenze di genere, di classe, di nazionalità), giustifica qualunque arbitrio al fine di eliminare queste particolarità. E’ questa la contraddizione intrinseca fra “liberalismo” e “democrazia”, che ci ha portati inevitabilmente  ai tanto deprecati “Democrazia Illiberale” e “Populismo”. Se deve vincere per forza la maggioranza, per definizione incolta (Socrate), questa non potrà che pretendere di affermare i propri pregiudizi travolgendo le barriere intellettuali “artificiose” poste in essere, per frenare il caos, dalla minoranza illuminata. E’ così che era andato al potere “democraticamente” Hitler, che aveva stravinto ben due elezioni di seguito, mentre, invece, nell’ Impero autoritario di Austria-Ungheria, Francesco Giuseppe aveva invalidato per ben due volte l’elezione del razzista Lueger. Oggi, il potere delle masse incolte si esercita non già attraverso la piazza (tutti sono troppo pigri per andarvi), bensì (come noto)attraverso i media e il Web.

Si dice da parte di molti che il principio di eguaglianza costituirebbe “un’ulteriore conquista”, perché sarebbe insita nel processo storico una tendenza all’”emancipazione” della maggioranza dalla subordinazione alle classi dirigenti. Questa tendenza, che sembrava evidente nel XX Secolo, non appare più tale alla luce degli esiti reali della completa affermazione delle masse (divenute il  “ceto medio”) sulla scena politica, un fenomeno che ha portato in questo secolo,  paradossalmente, all’ accrescersi esponenziale delle disuguaglianze (l’”Indice GINI”), perché il “ceto medio”, completamente succube dei media e del web, non è neppure in grado di riconoscere i propri interessi immediati.

Si trattava  in realtà di un  “trend” storico contingente, legato all’era industriale e al conseguente peso delle classi operaia e impiegatizia (peso che oramai, in termini statistici, è semplicemente irrilevante).

Oggi invece, nell’ era delle macchine intelligenti, l’intera società,  ha quale sua chiave di volta, il Controllo Totale, nella sua forma estrema della “Mutua Distruzione Assicurata” fra le Grandi Potenze, che postula il controllo digitale permanente dell’intera popolazione. In queste condizioni, lo Stato di Diritto liberale non può che venire continuamente eroso, e la necessaria tutela, giuridica e politica, dei cittadini, può ri-materializzarsi soltanto in una battaglia intorno al digitale, quali quelle delle commissioni su Echelon e Prism, quella sull’approvazione ed applicazione del DGPR e intorno alle Sentenze Schrems, all’”unbundling” dei GAFAM e alla web tax. Ed, essendo l’informatica  nettamente geolocalizzata in alcuni Paesi, questa lotta è prima di tutto una lotta dell’ Europa per la Sovranità Digitale. Questa lotta  è il nuovo Stato di Diritto, che torna ad essere concepito come difesa dei diritti formali, di libertà, di pensiero, di opinione, di associazione, di coscienza, di corrispondenza, nazionale…contro i servizi segreti, i GAFAM, i media, il politicamente corretto, la Cancel Culture….

Per altro, è ipocrita, fuori del mondo e della storia, anche la posizione dei “sovranisti”, che accusano la UE di voler togliere la sovranità agli Stati nazionali e soprattutto alla Polonia, quando è evidente che questa ha ceduto di corsa la propria sovranità, appena riconquistata, soprattutto alla NATO e agli Stati Uniti, a cui continua ad offrire una serie di basi militari, non già all’Unione Europea.

Italia, Germania, Gallia e Sclavinia province
dell’ Impero

3. La “Teoria della Dittatura”

Come sostiene brillantemente Michel Onfray nella sua recente “Teoria della dittatura”, i Paesi dell’Occidente, dopo una parentesi di un secolo circa ( dalle Costituzioni Octroyées al Maccartismo),  non possono più essere considerati degli Stati di Diritto, almeno in senso formale, in quanto, di secolo in secolo, diviene più stridente l’ambiguità che è alla base dell’idea stessa di “progresso” (cfr. Rousseau, Huxley, Anders, Horkheimer e Adorno, Voegelin, Burgess, Berlin, Jonas), che implica necessariamente una discrasia fra il reale e il dichiarato. Ponendo come obiettivo indiscutibile e facilmente raggiungibile il superamento dei limiti fisici o spirituali dell’umano (cioè del  “Legno Storto dell’ Umanità” di Kant e di Isaiah Berlin), i “progressisti” sono condannati a criticare tutte le forme realmente esistenti di società (per esempio, ieri, il “real existierende Sozialismus”, oggi, la “società patriarcale”), per postulare soluzioni perfette, che per questo stesso fatto non possono essere realizzate, salvo che con l’abolizione dell’ Umanità e la “trasfusione” della stessa in un universo macchinico (la “Second Life”, il “Twining”). Ogni intellettuale e ogni politico che operi nel contesto di culture, politiche, istituzioni, realmente esistenti, diventa così un proscritto (“cancel culture”), perché ostacola il conseguimento di questo “mondo perfetto” che si postula come necessario e raggiungibile, e, alla fine della vita, è costretto, normalmente, all’ opposizione (basti constatare la metamorfosi di Kojève, Fukuyama, Joy, Barcellona; oggi, Barbero).

L’”Eguaglianza Sostanziale”  che, come dice Papa Francesco, trova espressione nella figura geometrica della “sfera”, essendo irraggiungibile in un mondo caduco, e quindi imperfetto, come il nostro, provoca frustrazione e voglia di rivalsa, che si traduce in falsità, censura, repressione, mediocrità e conformismo.

Nella realtà effettuale, di quale “eguaglianza” godono infatti i milioni di “non cittadini”(i “nepilsonis” russofoni) dei Paesi Baltici? Che “sovranità” internazionale hanno mai avuto gli Europei dopo la loro “liberazione” –quegli  Europei che ospitano da 80 anni, grazie ad accordi segreti, decine di migliaia di soldati americani, a cui pagano anche le spese di soggiorno, senza mai essere stati consultati in materia?-

In realtà, il principio stesso “Stato di Diritto” non trova mai applicazione quando sono in gioco gl’interessi dell’ Impero nascosto (o Sconosciuto, come lo chiama il Papa), tanto che qualcuno si è domandato, in occasione dell’indagine “Prism” del Parlamento Europeo,  “gilt in Deutschland Deutsches Recht?”.

Per esempio:

a)tutti i crimini di cui sono sospettati o indagati funzionari americani (casi Olivetti, Cermis, Calipari, Abu Omar) non vengono mai indagati, o i colpevoli vengono poi graziati;

b)dopo decenni di sedicenti indagini delle autorità antitrust, fiscali  e di tutela della privacy, e dopo fior di sentenze della Corte di Giustizia i GAFAM  continuano a godere di un monopolio assoluto e non sono tassati, i dati continuano ad essere esportati e le Istituzioni europee continuano a fare gestire senz’alcuna tutela i propri sistemi informatici dalla Microsoft.

c) l’Unione avrebbe recentissimamente rinunziato alla web tax in cambio della tassa minima del 15% sulle multinazionali. Ma che cosa c’entra? Questa non è una questione di aliquote, bensì di principio. Se Amazon o Google realizzano un guadagno per una vendita o un servizio in Italia, dovranno ben pagare l’IVA e l’IRAP come le imprese italiane, che pagano circa il 50% sugli utili. Altrimenti, nessuno creerà mai imprese del web in Italia o in Europa. Invece, con il nuovo sistema, pagheranno, se va male, il 15%, e, pertanto, continueranno ad avere un’invalicabile rendita di posizione.

Con queste premesse, l’Unione Europea risulta  poco credibile quando attacca certi suoi Stati Membri, ma perfino degli Stati terzi, perché essi non sarebbero conformi a questo mitico “Stato di Diritto Sostanziale” che non si sa che cosa sia, e che essa è la prima a non rispettare.

Cirillo e Metodio.Hanno unificato culturalmente
l’ Europa Centrale e Orientale

4.La sentenza della Corte Costituzionale polacca.

E’ in questo contesto che va letta la disputa fra Stati Membri e Istituzioni circa la sentenza della Corte Costituzionale polacca e le altre controversie giudiziarie relative al ruolo reciproco del diritto europeo e di quelli degli Stati membri (prima fra le quali quella tedesca).

Anche se non condivido le posizioni di nessuno dei contendenti, credo di potere e dovere esprimere un parere, per quanto a-tecnico, su questa controversa materia, perché dispongo di conoscenze specifiche in materia  e perché la ritengo emblematica della crisi del diritto europeo a cui siamo chiamati a porre rimedio con la Conferenza sul Futuro dell’Europa.

I temi al centro della sentenza, strettamente intrecciati, sono due:

-superiorità del diritto europeo o del diritto nazionale?

-competenza del giudice europeo o nazionale in materia di nomina (e disciplina) dell’ordine giudiziario?

Sul primo punto, si sono pronunziate, anche recentemente, a favore di una parziale supremazia del diritto nazionale, in base alla “clausola solange”, non solo la corte polacca, ma anche quelle tedesca, irlandese, lituana ed altre. Questo perché è lo stesso Trattato di Lisbona ad affermare, all’art.4, che “L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali”. Su  questa base si è costruita, soprattutto in Germania,  la cosiddetta dottrina della “identità costituzionale”, che equivale ad affermare la necessaria diversità  fra i principi costituzionali degli Stati Membri, in connessione con le diverse identità storico-culturali. Il che è del tutto consono, in astratto, al principio di sussidiarietà, e va esteso anzi  , a mio parere, anche alle Regioni e alle Macroregioni europee (cfr. il caso della Catalogna).

Ditò di più. L’omogeneità culturale, ideologica, giuridica e sociale del mondo era stata additata come una mostruosità da tutti i grandi Europei, e in  primis, proprio nel teorizzare la “pace Perpetua”, da Rousseau e da Kant.

E’ ovviamente logico che la Polonia (per esempio l’Eurodeputata Szidlo) abbia richiamato tale rifiuto proprio in relazione al diritto di famiglia, perché come si potrebbe pensare che la Repubblica Polacca rifondata da Papa Wojtyla e da Lech Walesa  si lasci imporre di rinunziare ad un’identità costituzionale cattolica?

In realtà, i Trattati di Lisbona sono lacunosissimi sulle questioni delle identità, della sussidiarietà, e, pertanto, della gerarchia delle fonti, cosa gravissima in una governance multi-livello (“Verbund”) come quella europea, sicché è lasciato ai giudici e ai Governi un eccessivo margine d’interpretazione, che blocca, come si vede, il funzionamento dei processi decisionali. Il premier Morawiecki ha dichiarato a Strasburgo che l’Unione Europea “non è un superstato”, bensì un’organizzazione internazionale, “un’alleanza economica, politica e sociale”. Francamente, non vediamo la differenza. Ogni costruzione politica è un “quid novi”, incomparabile a quelle che l’hanno preceduta, ma che spesso ad esse assomiglia. Per esempio, la “Rzeczpospolita polacco-lituano-rutena” , tanto cara ai Polacchi, era un impero, un regno, una repubblica, una federazione, una confederazione o una nazione?”Sermone Polonus, natione Ruthenus” : quanti letterati furono così definiti? Per questo, qualcuno, come Ulrike Guérot e Robert Menesse, ha proposto una “Repubblica Europea”.

Circa il secondo punto, il principio dell’indipendenza assoluta della magistratura dagli altri due poteri dello Stato, che, secondo il “Mainstream”, sarebbe proprio dello “Stato di Diritto”, in realtà esso è quasi impossibile da conseguirsi in democrazia,  perché richiederebbe che i giudici fossero una casta chiusa (come i “Sénats” dell’Ancien Régime a cui si ispirava Montesquieu), senz’alcuna legittimazione democratica. In realtà, tanto in Italia, quanto in buona parte dei Paesi  europei:

a)i giudici della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura sono nominati o dal Presidente della Repubblica, o da altre cariche dello Stato, e comunque dai partiti e dai sindacati (come ci ricorda la recente vicenda Palamara);

b)soprattutto, e questo mi sembra il punto decisivo, proprio i Giudici della Corte di Giustizia Europea, e perfino gli Avvocati Generali, sono nominati dai Governi, con la più totale negazione dell’indipendenza della magistratura che invece essa vorrebbe imporre rigorosamente agli Stati Membri.

Personalmente, credo fermamente nella superiorità dell’ ordinamento europeo su quelli nazionali e nell’ indipendenza della magistratura,  ma ammetto che l’attuale confusione di giudici e Governi  sia giustificata dalla redazione approssimativa dei Trattati di Lisbona (che pure hanno centinaia di articoli e di protocolli, per lo più inutili).

In ogni caso, i Trattati hanno segnato un arretramento nella direzione dell’affermazione del primato del diritto europeo sancito dalla giurisprudenza della Corte (l’”Europa dei Giudici”). Questa tendenza va rovesciata, ma potrà esserlo solo se il diritto europeo non si presenterà più come la longa manus di una globalizzazione tecnocratica che vuole sopprimere le identità (Brzezinski), bensì a sua volta come la roccaforte delle poliedriche identità europee contro la Società del Controllo Totale. Questa sarebbe una sintesi più alta, che dovrebbe soddisfare anche i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale ed essere recepita nella nuova versione dei Trattati.

Lo studio che conduciamo da 30 della Storia dell’ Identità Europea mira proprio a riscoprire questa sintesi culturale più alta, che dia compattezza all’ Europa verso l’esterno (la globalizzazione), salvaguardando e promuovendo, all’ interno, le diverse identità: l’”Identità Europea”.

In ogni caso, un maggiore rispetto per il diritto europeo, per la Corte di Giustizia e per l’ordine giudiziario in generale  potrebbe ottenersi solo se l’Unione stessa  si comportasse veramente  come uno Stato di Diritto, dando tali poteri alla Corte di Giustizia che questa potesse, per così dire,  inviare l’Europol a arrestare, per “contempt of Court”, coloro che violano le sue sentenze, cosa che, come abbiamo detto, oggi è lungi da accadere, ché oggi, anzi, i massimi dirigenti dei GAFAM si aggirano da padroni per i palazzi di Bruxelles insieme ai Commissari, il Parlamento Europeo toglie l’immunità parlamentare a Puigdemont e la NATO invia truppe nei Paesi Baltici per impedire un’eventuale rivolta dei “non cittadini”.

Veliko Tarnovo,
la Terza Roma

5.La questione dello Stato di Diritto come pretesto per un nuovo “Kulturkampf”

In realtà, visto che la Polonia non è l’unica ad avere adottato questo atteggiamento contrario alla superiorità del diritto europeo (che, in effetti, più che una base legale, aveva, almeno prima di Lisbona, una, seppur validissima, base giurisprudenziale), e che la prima colpevole di questo trend, a cui tutti si sono ispirati, è la Germania, contro la quale pende, giustamente, un procedimento per violazione dei Trattati, l’attuale accanimento contro la Polonia, da parte della pubblicistica mainstream e di certe Istituzioni, appare “prima facie” espressione, più di una preconcetta avversione ideologica ed addirittura etnica, che non di fondati argomenti giuridici. Si accusa la Polonia di violazioni della forma, ma in realtà si vuole attaccare, come hanno detto la Szidlo e Orbàn, la sostanza delle politiche dell’ Europa Orientale.

In concreto, ciò che si addebita alla Polonia è il fatto di capeggiare il cosiddetto “Gruppo di Visegràd”, un gruppo di pressione dell’Europa Centrale  speculare all’intesa franco-tedesca, oltre che di far parte del gruppo “16+1” per la cooperazione con la Cina, e, infine, di condurre una politica fortemente conservatrice in materia di diritto di famiglia e di immigrazione. Ma, soprattutto, si vuole colpire nella Polonia la “domanda di riconoscimento” da parte dei Paesi dell’Europa Centrale e Orientale, vittime da secoli dell’”arroganza romano-germanica”, come la chiamava Trubeckoj, e, per reazione, fin troppo assertive (vedi il progetto “Intermarium” ereditato dal Maresciallo Pilsudski).

Si ha cioè l’impressione che ci sia, nel “mainstream”, un’avversione preconcetta verso tutta l’ Europa Centrale e Orientale, che si può sintetizzare nell’ affermazione secondo cui  “l’Europa Centrale e Orientale non sarebbe matura per l’ Unione Europea”. Si noti bene che, fra la caduta del Muro di Berlino e l’accessione alla UE della maggior parte dei Paesi dell’ Est erano trascorsi ben 15 anni, in cui essi avevano trasformato radicalmente le loro legislazioni socialiste per ricalcare pedissequamente quelle dell’ Europa Occidentale. Ma, in ultima analisi,  perchè mai i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale dovrebbero chiedere “un permesso” per essere “ammessi in Europa”? Come affermato giustamente da Walesa e da Elcin nelle loro visite alle Istituzioni, Polonia e Russia non debbono chiedere di entrare in Europa, perché ci sono già state da sempre.

Certo, l’ Europa Orientale è percorsa, dalla caduta del muro, da una tendenza lenta, ma percettibile, verso una maggiore centralizzazione del potere in sede nazionale. Ma, a parte che questa è una tendenza mondiale, come potrebbe non essere così quando le due Guerre Mondiali e l’abolizione del Blocco Socialista hanno prodotto decine di minuscole Repubbliche dove c’erano solo tre Imperi? E’ chiaro che, se il potere, per esempio in Ungheria, venisse ulteriormente spezzettato,  questo Paese non conterebbe proprio più nulla, e sarebbe la prima vittima dei poteri forti mondiali. A ciò ha contribuito in questi anni l’Unione Europea, che non ha operato come una difesa collettiva dei piccoli Paesi contro la dittatura mondiale denunziata da Onfray, esasperando con ciò l’esigenza di misure difensive da parte dei Paesi est-europei. E non si tratta del muro che oggi chiedono all’ Unione contro i migranti, bensì della difesa contro la Società del Controllo totale.

Certo, anche l’Europa Centrale e Orientale è divisa al suo interno da tradizionali inimicizie (Baltici e Russi, Armeni e Aseri, Croati, Albanesi e Serbi, Serbi e Bosgniacchi, Greci e Macedoni), che il crollo degl’imperi ha esasperato, e che essa dovrà superare radicalmente se vorrà  contare di più in Europa e nel mondo (vedi le difficoltà dei piani per i Balcani Occidentali appena accennati dal Presidente Jansa).

Il muro richiesto alla Commissione dai Paesi dell’Europa Centrale non sarebbe infatti rivolto tanto contro gl’immigrati extraeuropei, quanto contro l’Europa Orientale, giacché correrebbe significativamente lungo le frontiere della Russia, della Bielorussia e della Turchia, spostando semplicemente la Cortina di Ferro di 500-1000 chilometri più a Est.

Per evitare tutto questo, l’ Europa dovrà fornire ai cittadini  di tutti gli Stati europei gli elementi culturali comuni per la  resistenza contro il potere delle Macchine Intelligenti (quello che noi chiamiamo “10.000 anni di identità europea”).

Gli “ussari alati” polacchi di Jan Sobieski,
vinciotori della battaglia di Vienna

6.Sulla storia delle due (x?) Europe

L’Europa nasce dall’ incontro di quattro correnti di civiltà preistoriche:

-I cacciatori-raccoglitori preistorici, i cui discendenti troviamo ancora per esempio nel Caucaso e nei Paesi Baschi;

-La civiltà megalitica di Malta, dei Nuraghes, di Stonehenge e Skara Brae (i Tùatha de Danann delle leggende irlandesi);

-i coltivatori medio-orientali di Goebekli Tepe, Catal Hueyuek, Lepenski Vir, e i cui più puri discendenti si trovano ancora in Sardegna;

-i popoli dei Kurgan, discendenti dalla civiltà delle tombe “Yamnaya”, provenienti dai bacini del Volga e del Don, e i cui discendenti sono oggi la maggior parte dei popoli europei.

Tutti i popoli d’ Europa provenivano o dall’ Africa, o dall’ Oriente. L’agricultura giunse in Europa dall’ Anatolia (Goebekli Tepe, Catal Huyuek, Lepenski Vir); una coscienza europea era formata in Grecia e in Ionia (Troia, Cos, Tebe, Alicarnasso, Atene) ; l’apogeo dell’ Impero Romano si ebbe sotto gl’Imperatori Illirici aventi il loro centro nel palazzo di Diocleziano, su cui è sorta la Città di Spalato; tutte le religioni europee vengono da Est (politeismo, ebraismo, cristianesimo, islam).Cirillo e Metodio svolsero un’incredibile opera di unificazione culturale fra Grecia e Moravia, Macedonia e Russia; per circa 1000 anni l’ Impero Romano fu quello d’Oriente; la “Terza Roma” furono prima Veliko Tarnovo, poi Mosca;  il maggior Stato d’ Europa fu, nel ‘500, l’ Impero Ottomano; nel ‘600, la Polonia; nel ‘700, la Russia.

Dopo la vittoria su Napoleone, Alessandro I di Russia si era proclamato “Imperatore degli Europei”, e la cultura europea si sviluppò nell’ 800-900 soprattutto fra la  Germania centrale (Weimar, Jena, Berlino), la Moscovia (San Pietroburgo e Mosca) e l’Austrio-Ungheria (Vienna, Praga);il primo (e insuperato) progetto di federazione europea fu elaborato alla Hofburg di Vienna dal conte boemo Richard Coudenhove-Kalergi; la IIa Guerra Mondiale fu combattuta essenzialmente fra Unione Sovietica e Germania per il controllo sulle Repubbliche secessioniste (Baltico, Bielorussia, Ucraina, Caucaso); il rilancio dell’ Europa Politica si ebbe solo dopo la caduta del Muro di Berlino ad opera di Giovanni Paolo II, di Gorbačëv e di Walesa.

Come si vede, contrariamente alla “grande narrazione” occidentale, l’Europa Centrale e Orientale è stata coinvolta in tutte le fasi della storia dell’ Europa, quando non ne è stata l’ iniziatrice. Come si può dunque affermare che gli Europei del Centro e dell’Est (più numerosi di quelli occidentali, circa 450 milioni contro 350) siano “meno europei” di quelli dell’Ovest? Che cosa conferisce agli Europei dell’Ovest il diritto innato di giudicare quelli dell’Est e di decidere per loro?

L’Ermitage, l'”Arca Russa” della cultura europea

7.Un caso di ”arroganza romano-germanica”?

Negli anni ’20, il Principe Trubeckoj, cacciato come molti altri aristocratici russi e rifugiatosi prima in Manciuria, poi a Sofia e a Praga, nella sua opera “Europa e Umanità” aveva stigmatizzato quest’arroganza, che faceva sì che gli Europei Occidentali e gli Americani concepissero, non solo i popoli extra-europei, ma anche quelli dell’ Europa Centrale e Orientale, come “inferiori” (sulla scia di autori come Possevino, Heberstadt e de Coustine). Teoria che sarà  poi alla base del Mein Kampf, dove Hitler  descrive come centrale nel suo programma il progetto di annettere le Repubbliche sovietiche, la cui popolazione avrebbe dovuto essere ridotta in schiavitù (anche in base alla tradizionale forte presenza ebraica nel Caucaso, in Polonia e nella Zona di Insediamento zarista), mentre la Moscovia avrebbe dovuto essere decimata per fame. Il “Kommissarbefehl” (e l’Olocausto) miravano appunto a decapitare le classi dirigenti dell’Est, in modo da agevolarne la sostituzione etnica a vantaggio dei Tedeschi e degli Slavi “arianizzati”(il “Drang nach Osten”).

In un momento in cui i popoli ex-coloniali attaccano violentemente la visione storica e geo-politica dell’ “Occidente”, ci mancherebbe ancora che l’ Unione Europea si facesse portatrice di una forma tristemente nota di razzismo intra-europeo, a cui Morawiecki ha fatto un accenno ricordando la lotta della Polonia contro il Terzo Reich. E, in un momento in cui l’Unione Europea, alla Conferenza di Lubiana, ha dimostrato un rinnovato interesse per l’allargamento dell’ Unione nei Balcani Occidentali, una simile arroganza nei confronti dell’ Est sarebbe fatale, perché non soltanto minerebbe la possibilità di un allargamento, ma potrebbe addirittura provocare, dopo la Brexit, un ulteriore effetto domino (Polexit?), riducendo  a “0” la rappresentatività dell’ Unione nell’insieme del nostro Continente, già gravemente diminuita dopo Brexit, a 450 milioni, mentre la popolazione totale dell’ Europa è di circa 800 milioni. Con la Polexit, il numero di abitanti dell’ Unione scenderebbe a meno della metà dell’Europa, e vi sarebbe anche il rischio che la Polonia venisse seguita da altri Paesi, diminuendo ancora il numero dei cittadini europei.

Secondo Fabbrini e Bastasin (come per tanti altri) questo sarebbe un fatto positivo, perché, come si diceva una volta, “bisognerebbe privilegiare l’approfondimento piuttosto che l’allargamento”. Molti hanno temuto da sempre che l’allargamento “diluisse” il peso dell’Europa Occidentale, trasformando l’ Unione Europea in qualcosa di diverso. Ma siamo sicuri che questo sarebbe un male? L’Europa attuale è, come diceva Brzezinski, un protettorato americano, come il Tibet, il Xinkiang, la Mongolia, il Ninxia, Hong Kong e Macao per la Cina. L’Europa serve solo per fare massa, per poter presentare gli Stati Uniti come uno “Stato Civiltà”: l’Occidente. Nell’ attuale configurazione, essa è un peso morto: non ha una sua sostanza ideale autonoma; non ha una voce in capitolo nelle grandi decisioni di guerra e pace; non ha proprie tecnologie…Uno spostamento ad Oriente del baricentro europeo avrebbe invece l’effetto di ri-vitalizzare questo corpo morto con l’iniezione di nuova linfa, come ipotizzavano già i Gesuiti, Nietzsche, Dostojevskij, Pannwitz, Blok, Saint-Exupéry, Simone Weil, Gumilëv, Béjart, Garaudy…

I popoli dell’Europa Centrale e Orientale, protagonisti delle insurrezioni di Berlino, di Poznan’ e di Budapest, della Primavera di Praga e della Perestrojka, si considerano gl’iniziatori della riunificazione del Continente, e non accettano di essere considerati “Europei di Serie B”. Che la loro presenza sia motivata solo dall’attrazione dei fondi europei è discutibile, visto che, dal punto di vista economico, sarebbe per loro perfino più rimunerativo fare affidamento sugl’ investimenti cinesi e medio-orientali (che già ci sono e vengono usati per le infrastrutture, come il Ponte di Peljeśac, appena terminato). Nel suo intervento al Parlamento Europeo, Morawiecki ha rivendicato l’eredità storica di Solidarność.

Che ci fosse, in quei Paesi, una biodiversità culturale e politica ben superiore a quella dell’Europa Occidentale (che va da Radio Maria all’AKP, dal Partito Comunista russo alla destra ucraina, dall’ UÇK  a Russia Unita) era noto fin dall’ inizio – anzi, era la molla principale della resistenza al sistema sovietico, e il “marchio di fabbrica” di Solidarnosc-. Non possiamo ora, a posteriori, mettere praticamente fuori legge le correnti centrali dei movimenti di resistenza antisovietica, quelle che hanno creato l’Europa di oggi, perché, come ha detto Morawiecki, la forza dell’ Europa è consistita sempre nel suo pluralismo. D’altro canto, un certo grado di centralismo, per quanto non tradizionale in Europa, è inevitabile nel mondo del controllo totale e della guerra totale automatizzata, che non possono essere tenute a bada da Governi decentrati, e non ha nulla a che fare con gl’”Imperi Orientali” , citati da Morawiecki, ché anzi, quegl’imperi erano ancor più decentrati di quelli europei (pensiamo a quello persiano, al Califfato o all’ Impero Mughal).

Comunque sia, nell’ambito della radicale “Perestrojka” che si richiede ora nell’Unione Europea, crediamo ci voglia un ulteriore passo in avanti, riconoscendo che l’”Identità Europea” non comprende solo le poleis greche, il Cristianesimo Occidentale, il messianesimo puritano e le rivoluzioni atlantiche, come vorrebbe l’attuale versione del Trattato di Lisbona, ma anche le tradizioni neolitiche e calcolitiche,  quelle imperiali -romana, ortodossa e ottomana-,  quelle di tutte le religioni occidentali, il costituzionalismo della Rzeczpospolita polacco-lituano-rutena e il romanticismo slavo, sarmatista ed eurasiatico.

Soprattutto, la “grande Narrazione che va da Roma, Atene e Gerusalemme all’ Impero Occidentale, all’Umanesimo, alla Riforma, alle Rivoluzioni Atlantiche alla leadership americana (from Plato to NATO) va sostituita da una visione altamente dialettica  fra pluralismo e messianesimo, Est e Ovest, Cristianesimo e Islam, realismo e integralismo…:la “Dialettica dell’ Illuminismo”.

La statua della Vittoria sul Mamayev Kurgan a Volgograd, sul luogo della
Battaglia di Stalingrado e non lontano dalle tombe dei primi Indoeuropei

8. Le nostre idee sulla riforma dei Trattati

Quanto accennato di passaggio nei paragrafi precedenti dimostra quanto sia urgente riformare i trattati europei in un’ottica comparatistica, che tenga presente quanto il federalismo sia di fatto ormai radicato negli svariati rapporti istituzionali di cui l’Europa è parte. Che altro sono infatti le Nazioni Unite, le loro Agenzie Specializzate, la NATO, le Macro- ed Euroregioni, i Laender e le città metropolitane, se non i soggetti di un federalismo mondiale, europeo e interno? Si tratta solo di riconfigurare questo federalismo per rendere l’Europa più forte e più “resiliente”, all’interno,  alle grandi sfide della Post-Modernità.

Riassumendo, questo complessissimo sistema, concepito dopo la fine della IIa Guerra Mondiale, non funziona più perchè:

-la leadership dell’ Anglosfera (compreso il nome “Nazioni Unite” tratto da Byron, e la sede a New York), su cui la UE ha fatto e fa un assurdo affidamento, è superata dal “Pivot to Asia” del centro del mondo, certificato dalla stessa America;

-l’Alleanza Atlantica nega platealmente il proprio carattere difensivo quando mira a sospingere anche gli Europei verso avventure asiatiche;

-la pretesa dell’Unione di essere il “Trendsetter del Dibattito Mondiale” in campo tecnologico è smentita, in questo momento, nei confronti degli USA, dal Transatlantic Technology Council dall’Endless Frontier Act e dagli altri provvedimenti che rifondano giuridicamente la guida tecnologica dell’ America sull’ Europa, e, nei confronti della Cina, dalla campagna di Ji Xinping per “uno Stato di Diritto con Caratteristiche Cinesi”, comprensivo di una legislazione digitale che incorpora e supera i progetti, mai approvati né implementati, dell’Unione Europea, sull’infosfera.

Premesso che la proposta di Diàlexis circa la riforma dei Trattati alla luce di tutte queste evoluzioni dovrà scaturire da uno sforzo collettivo già avviato da tempo con i “Cantieri d’Europa”, e da proseguirsi con “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”, crediamo di poter anticipare nell’ Allegato I, seppure con molte riserve, alcuni temi sulla falsariga delle considerazioni sviluppate in precedenza.

Proporremo subito dopo, anche in base alle Vostre reazioni, un programma di lavori con l’obiettivo di essere pronti per il prossimo Salone del Libro di Torino (Maggio 2022).

Spero che dall’ Allegato I risulti evidente almeno l’ampiezza delle riforme a nostro avviso necessarie.

Leipzig, um den 17. Juni 1953

ALLEGATO I

SCHEMA DELLE RIFORME DEI TRATTATI EUROPEI DA  DISCUTERSI NEL PROGETTO “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”

L’Unità attacca la Rivoluzione Ungherese

a.PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’

Ciascun’ attività legislativa, amministrativa o giudiziaria, dev’essere svolta al livello a cui essa può essere svolta meglio (e non spostata necessariamente verso il  basso). Onde evitare conflitti, le competenze devono essere quanto più possibile esclusive (I conflitti attuali vertono essenzialmente su competenze concorrenti). Nell’ambito delle proprie competenze, ogni livello gerarchico obbedisce ai propri principi costituzionali e all’identità dei popoli che rappresenta e governa. Gli articoli in materia dei Trattati di Lisbona vanno ripresi e chiariti per evitare conflitti esplosivi.

La Primavera di Praga

b.FEDERALISMO MULTI-LIVELLO

L’ Europa deve ripensare all’ insieme delle attribuzioni di competenza: “verso l’alto”, con la riforma delle Nazioni Unite e nuovi accordi internazionali sul web; “lateralmente”, verso la NATO, dove non è più ammissibile la subordinazione agli Stati Uniti, e dove l’alleanza va allargata a Est se si vogliono  veramente eliminare i conflitti nel Continente; “verso il basso”, realizzando finalmente le “strategie macroregionali”, e distribuendo le competenze “nazionali” fra Macro-Regioni, Stati, Regioni e Città.

Tutto ciò dovrà tradursi in una ragnatela di nuovi patti fondativi, con al centro la (con-)federazione, dotata di un suo patto fondativo che sia più di un semplice trattato, e con un potere decisionale, nelle materie strategiche (difesa, economia, tecnologie), molto forte, eventualmente fondendo delle cariche oggi separate, istituzionalizzando e rendendo permanente il Consiglio dei Presidenti, e prevedendo elezioni dirette.

Papa Wojtyla a Budapest

c.IDENTITA’

L’Identità Europea si è sviluppata nel corso dei millenni dall’ incontro fra i popoli neolitici e calcolitici, le civiltà mediterranee, le religioni occidentali, le tradizioni imperiali, le storie nazionali e locali, le filosofie, le letterature e le arti occidentali, le scienze e le tecnologie, le rappresentanze dei ceti sociali.

Essa si differenzia tanto da quelle del Sud e dell’Oriente del mondo, quanto da quella americana, che si è volontariamente distaccata dall’ identità europea con la Guerra d’Indipendenza e con la Dichiarazione d’Indipendenza.

L’Europa tutela tutte le sue identità all’adeguato livello culturale e giuridico, senza imporne nessuna, e promuove il dialogo culturale con le grandi tradizioni culturali mondiali.

d.SOVRANITA’

La (con-)federazione europea è un soggetto di diritto internazionale di livello continentale, indipendente e sovrano. La sovranità della (con-)federazione Europea si articola in sovranità culturale, politica, tecnologica, economica e militare. All’ interno della sovranità europea si situano le autonomie delle Macro- ed Euroregioni, delle Nazioni Europee, delle Regioni e delle Città. L’Unione può partecipare ad alleanze internazionali non aggressive solo su una base di parità.

Lech Walesa arringa gli operai
dei Cantieri di Danzica

e.STATO DI DIRITTO

Principio-base della (con-)federazione sono la certezza del diritto e la competenza dei legislatori. Il Parlamento Europeo adotta le leggi sentiti gli esperti del ramo interessato. I Governi europeo, macro-regionali, nazionali, regionali e locali garantiscono l’attuazione delle leggi, e i tribunali ne sanzionano l’inesatta applicazione e irrogano le eventuali sanzioni. La Corte  di Giustizia controlla il rispetto del diritto europeo e dell’attribuzione di competenze ai vari livelli.

I Comitati Economico-Sociali dovrebbero essere il luogo della democrazia partecipativa

f.DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

Le debolezze della democrazia rappresentativa possono essere curate con il rafforzamento della (già esistente) democrazia partecipativa, rappresentata dalla rete dei Comitati Economici e Sociali.

Questi debbono essere attualizzati, tenendo conto, in particolare:

-della crisi delle rappresentanze imprenditoriali, operaie e impiegatizi, derivante dalla crescita dei servizi;

-dalla necessità di promuovere la partecipazione dei lavoratori, l’auto-imprenditoria e la cultura indipendente.

Profughi afghani ammassati in
un aereo militare

g.POLITICA ESTERA

La Politica Estera dell’Europa è volta alla difesa della sua indipendenza e sovranità e alla lotta contro il potere digitale mondiale. Essa non pretende d’imporre alcun modello fuori dell’ Europa.Essa comprende la diplomazia e la diplomazia culturale.

L’esercito europeo dovrà essere innanzitutto un esercito digitale

h.ESERCITO EUROPEO

L’Esercito Europeo è gestito in base al principio di sussidiarietà, con una compresenza di forze dell’Unione, euro-regionali, nazionali, regionali e cittadine, ciascuna con compiti specifici. Il coordinamento delle forze armate dell’Unione è compito del Alto Rappresentante, e in tempo di guerra dal Presidente Europeo, coadiuvato dal Consiglio dei Presidenti.

La partecipazione degli Europei ad alleanze militari può avere luogo solo in base al principio di parità fra gli alleati.

L’Esercito Europeo, insieme alle forze armate delle Macro-regioni, degli Stati Nazionali, delle Regioni e delle Città, costituisce una forza armata unitaria.

Essa ha esclusivamente carattere difensivo, ed è fondata su una gamma flessibile di missioni, che vanno dall’equilibrio nucleare all’ intelligence, al mantenimento dell’ordine, alla cyberguerra, agli interventi umanitari, alla guerra tecnologica, alla difesa territoriale, alla guerra di popolo.

L’Esercito Europeo garantisce la continua preparazione bellica, per ciò che concerne la cultura strategica, l’addestramento della popolazione, la ricerca tecnologica e organizzativa, i servizi segreti, le armi tecnologiche, i reparti di pronto intervento, i corpi specializzati, la riserva, la milizia popolare, le forze di polizia, la protezione civile, con il minimo dispendio di risorse e in base al principio della modularità.

In considerazione del carattere di lungo periodo della preparazione bellica, e dell’alto livello di esposizione dell’Europa alle tensioni geopolitiche, l’Esercito Europeo deve avere una strategia “a tous les azimuts”, senza limitare la valutazione delle minacce a ipotesi prestabilite.

La Force de Frappe francese va posta sotto controllo europeo, grazie alle forme automatizzate di gestione bellica. I costi dell’arsenale nucleare francese (compresi gli ammortamenti) vanno ripartiti, riducendo proporzionalmente le spese per la NATO e per le basi americane.

IL VEGA, lanciatore italiano dell’ Arianespace europea

i.POLITICA ECONOMICA

La politica economica dell’Unione Europea è fondata sul Principio di Sussidiarietà:

(i)L’Unione legifera in materia di scelte di sistema, di programmazione economica, di campioni europei, di antitrust, di fiscalità internazionale, di selezione e formazione del top management e di finanziamento delle attività economiche;

(ii)Le Macro-regioni legiferano in materia di legislazione economica, di gruppi d’imprese, d’ imprese pubbliche, di budget, di fiscalità, di alta cultura;

(iii)Gli Stati Nazionali legiferano in materia di piani industriali, di società partecipate, di agevolazioni fiscali, di normative di settore, di programmazione territoriale, di pubblica istruzione, di formazione permanente;

(iv)Le Regioni legiferano in materia d’ imprese, di urbanistica, di trasporti e di servizi alla famiglia;

(v)Le Città legiferano in materia di zone industriali, imprese di servizi, edilizia;

(vi)E’ istituita presso la Presidenza Europea un’Agenzia Europea per la Politica Economica, con il compito di fissare parametri a lungo termine per lo sviluppo dell’economia europea, che vengono specificati e controllati dai ministeri Economici europei, Macro-Regionali, Nazionali, Regionali e locali.

(vii)Nelle aree in cui il mercato non è presente o è troppo debole, l’Agenzia crea Campioni Europei, con capitali della (con-)federazione, delle Macro-Regioni, degli Stati Nazionali, delle Regioni e delle Città. Ferma restando la responsabilità dei Campioni Europei per la realizzazione della politica economica della (con-)federazione , si farà in modo da garantire la partecipazione ai Campioni Europei dei capitali privati europei.

GAIA-X, il cloud europeo

g.NUOVE TECNOLOGIE

Il cuore delle politiche europee è costituito dalla realizzazione di una transizione umanistica digitale e ambientale.

Per questo, la promozione delle nuove tecnologie, con particolare riferimento ai prossimi 15 anni, è considerata il compito prioritario dell’Europa da attuarsi con  una legislazione speciale  sulla falsariga della proposta di legge, attualmente in discussione dinanzi al Parlamento USA, chiamata “Endless Fronteer Act”, destinata a gestire in modo unitario le attività di Enti pubblici, centri di ricerca e imprese, nella ricerca scientifica, tecnologica e produttiva del Paese per rispondere alla sfida cinese.

Nel caso dell’Europa, si tratta di superare l’arretratezza tecnologica (e, in particolare, digitale) europea, attraverso uno sforzo coordinato sotto l’egida di un’Agenzia Tecnologica Europea, simile alla Direzione per la Tecnologia e l’ Innovazione della Fondazione Scientifica Americana, la cui creazione e il cui funzionamento sono previsti nel succitato progetto di legge (confronta il nostro libro “European Technology Agency”).

Le etnie europee

h.TERRITORI FEDERALI

Nonostante tutti gli sforzi fatti soprattutto dalla fine del Settecento per creare nazioni borghesi “etnicamente” compatte (Francia, Grecia, Italia, Germania, Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria, Albania, Jugoslavia…), l’Europa è talmente differenziata al suo interno che una gran parte dei territori (p.es.nord-ovest della Spagna, Aragona, Francia Nord Orientale, Benelux, Bosnia, Macedonia, Paesi Baltici, Caucaso…) è irrimediabilmente plurietnica. Invece di discuterev eternamente di contuinui aggiustamenti per ripartire i ruoli delle varie comunità, non sarebbe più semplice introdurre dei “territori federali europei” come a suo tempo Alsazia-Lorena e Bosnia Erzegovina, e oggi District of Columbia, Puerto Rico, Guam, Northwestern Territories…?

Risoluzione del Parlamento Europeo del 20 Gennaio 2021 sull’ Intelligenza Artificiale

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Mercoledì 20 gennaio 2021 – BruxellesEdizione provvisoria
Intelligenza artificiale: questioni relative all’interpretazione e applicazione del diritto internazionale nella misura in cui l’UE è interessata relativamente agli impieghi civili e militari e all’autorità dello Stato al di fuori dell’ambito della giustizia penale P9_TA-PROV(2021)0009 A9-0001/2021
Risoluzione del Parlamento europeo del 20 gennaio 2021 sull’intelligenza artificiale: questioni relative all’interpretazione e applicazione del diritto internazionale nella misura in cui l’UE è interessata relativamente agli impieghi civili e militari e all’autorità dello Stato al di fuori dell’ambito della giustizia penale (2020/2013(INI))
Il Parlamento europeo, –  visto il preambolo al trattato sull’Unione europea e i suoi articoli 2, 3, 10, 19, 20, 21, 114,167, 218, 225 e 227, –  visto il diritto di petizione di cui agli articoli 20 e 227 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, –  vista la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, –  vista la direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica(1) (direttiva sull’uguaglianza razziale), –  vista la direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro(2) (direttiva sulla parità di trattamento in materia di occupazione), –  visti il regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati)(3) (GDPR) e la direttiva (UE) 2016/680 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativa alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la decisione quadro 2008/977/GAI del Consiglio(4), –  visto il regolamento (UE) 2018/1488 del Consiglio, del 28 settembre 2018, che istituisce l’impresa comune per il calcolo ad alte prestazioni europeo(5), –  vista la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio del 6 giugno 2018 che istituisce il programma Europa digitale per il periodo 2021-2027 (COM(2018)0434), –  vista la sua risoluzione del 16 febbraio 2017 recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica(6), –  vista la sua risoluzione del 1° giugno 2017 sulla digitalizzazione dell’industria europea(7), –  vista la sua risoluzione del 12 settembre 2018 sui sistemi d’arma autonomi(8), –  vista la sua risoluzione dell’11 settembre 2018 sull’uguaglianza linguistica nell’era digitale(9), –  vista la sua risoluzione del 12 febbraio 2019 su una politica industriale europea globale in materia di robotica e intelligenza artificiale (IA)(10), –  vista la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni dell’11 dicembre 2019 sul Green Deal europeo (COM/2019/640), –  visto il Libro bianco della Commissione del 19 febbraio 2020 dal titolo “Intelligenza artificiale – Un approccio europeo all’eccellenza e alla fiducia” (COM(2020)0065), –  vista la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni del 19 febbraio 2020 dal titolo “Una strategia europea per i dati” (COM(2020)0066), –  vista la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni del 19 febbraio 2020 dal titolo “Plasmare il futuro digitale dell’Europa” (COM(2020)0067), –  vista la relazione sugli orientamenti etici per un’intelligenza artificiale affidabile pubblicata l’8 aprile 2019 dal gruppo di esperti ad alto livello sull’intelligenza artificiale istituito dalla Commissione nel giugno 2018, –  visti la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa per la protezione delle minoranze nazionali, il protocollo n. 12 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, –  vista la Carta etica europea sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari e negli ambiti connessi, adottata dal gruppo di lavoro sulla qualità della giustizia del Consiglio d’Europa (CEPEJ-GT-QUAL) nel dicembre 2018, –  vista la raccomandazione del Consiglio dell’OCSE sull’intelligenza artificiale, adottata il 22 maggio 2019, –  visto l’articolo 54 del suo regolamento, –  visti i pareri della commissione per gli affari esteri, della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, della commissione per i trasporti e il turismo e della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, –  vista la relazione della commissione giuridica (A9-0001/2021), Introduzione A.  considerando che l’intelligenza artificiale (IA), la robotica e le tecnologie correlate sono in rapida evoluzione ed hanno un impatto diretto su tutti gli aspetti della società, inclusi i principi e i valori sociali ed economici di base; B.  considerando che l’IA sta provocando una rivoluzione nella dottrina e nel materiale militari attraverso un profondo cambiamento nel modo di operare degli eserciti dovuto, principalmente, all’integrazione e allo sfruttamento delle nuove tecnologie e delle nuove capacità autonome; C.  considerando che lo sviluppo e la progettazione della cosiddetta “intelligenza artificiale”, della robotica e delle tecnologie correlate sono effettuati dagli esseri umani e che le loro scelte determinano la misura in cui tali tecnologie possono offrire benefici alla società; D.  considerando che un quadro comune dell’Unione deve riguardare lo sviluppo, la diffusione e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, della robotica e delle tecnologie correlate e deve garantire il rispetto della dignità umana e dei diritti umani, come sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; E.  considerando che l’Unione e gli Stati membri sono investiti di una responsabilità particolare nel garantire che l’intelligenza artificiale, la robotica e le tecnologie correlate – dal momento che possono essere utilizzate in modo transfrontaliero – siano incentrate sull’uomo, vale a dire fondamentalmente intese per essere impiegate al servizio dell’umanità e per il bene comune, onde contribuire al benessere e all’interesse generale dei cittadini; che l’Unione dovrebbe aiutare gli Stati membri a raggiungere tale obiettivo, in particolare quelli che hanno iniziato a riflettere sul possibile sviluppo di norme giuridiche o di modifiche legislative in questo settore; F.  considerando che i cittadini europei potrebbero beneficiare di un approccio normativo adeguato, efficace, trasparente e coerente a livello unionale, che definisca condizioni sufficientemente chiare affinché le imprese sviluppino applicazioni e pianifichino il proprio modello imprenditoriale, assicurando al contempo che l’Unione e gli Stati membri mantengano il controllo sulle normative da definire in modo tale che non siano costretti ad adottare o accettare norme stabilite da altri; G.  considerando che gli orientamenti in materia di etica, quali i principi adottati dal gruppo di esperti ad alto livello sull’intelligenza artificiale, costituiscono un buon punto di partenza ma non sono sufficienti per garantire che le imprese agiscano in modo equo e assicurino una protezione efficace degli individui; H.  considerando che tale responsabilità specifica implica segnatamente la necessità di analizzare le questioni relative all’interpretazione e all’applicazione del diritto internazionale legate alla partecipazione attiva dell’UE ai negoziati internazionali, nella misura in cui l’UE è interessata relativamente agli impieghi civili e militari di questo tipo di IA, robotica e tecnologie correlate, e le questioni di autorità dello Stato nei confronti di tali tecnologie restano al di fuori dell’ambito della giustizia penale; I.  considerando che è essenziale fornire un quadro giuridico adeguato e completo per gli aspetti etici di tali tecnologie nonché per la responsabilità, la trasparenza e la responsabilità (in particolare per l’IA, la robotica e le tecnologie correlate considerate ad alto rischio); che tale quadro deve riflettere il fatto che i valori umanisti intrinsecamente europei e universali sono applicabili all’intera catena del valore nello sviluppo, nell’attuazione e negli impieghi dell’IA; che tale quadro etico deve applicarsi allo sviluppo (ivi comprese la ricerca e l’innovazione), alla diffusione e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, nel massimo rispetto del diritto unionale e dei valori sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; J.  considerando che tale analisi mira a esaminare in che misura le norme del diritto internazionale pubblico e privato e del diritto dell’UE siano adeguate a tali tecnologie nonché a mettere in risalto le sfide e i rischi che queste pongono per l’autorità dello Stato, in modo da poterli gestire in modo adeguato e proporzionato; K.  considerando che la Commissione europea non contempla gli aspetti militari dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel proprio Libro bianco; L.  considerando che un approccio europeo armonizzato a questi problemi richiede una definizione comune di intelligenza artificiale e il rispetto dei valori fondamentali dell’Unione europea, dei principi della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della legislazione internazionale in materia di diritti umani; M.  considerando che l’IA offre possibilità inedite di migliorare le prestazioni nel settore dei trasporti, affrontando le sfide della crescente domanda di spostamenti, della sicurezza e della dimensione ambientale e rendendo nel contempo più intelligenti, più efficienti e più convenienti tutti i modi di trasporto; N.  osserva che è indispensabile affrontare a livello di UE il tema dell’intelligenza artificiale nella difesa ai fini dello sviluppo delle capacità dell’Unione in tale settore; Definizione di intelligenza artificiale 1.  ritiene che sia necessario disporre di un quadro giuridico europeo comune, con definizioni armonizzate e principi etici comuni, anche per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale a fini militari; chiede, quindi, alla Commissione europea di adottare le seguenti definizioni:    – “sistema di intelligenza artificiale (IA)”: un sistema basato su software o integrato in dispositivi hardware che mostra un comportamento che simula l’intelligenza, tra l’altro raccogliendo e trattando dati, analizzando e interpretando il proprio ambiente e intraprendendo azioni, con un certo grado di autonomia, per raggiungere obiettivi specifici;    – “autonomo”: sistema basato sull’intelligenza artificiale che opera interpretando determinati dati forniti e utilizzando una serie di istruzioni predeterminate, senza essere limitato a tali istruzioni, nonostante il comportamento del sistema sia legato e volto al conseguimento dell’obiettivo impartito e ad altre scelte operate dallo sviluppatore in sede di progettazione; 2.  sottolinea che le politiche di sicurezza e difesa dell’Unione europea e dei suoi Stati membri sono guidate dai principi sanciti nella Carta europea dei diritti fondamentali e nella Carta delle Nazioni Unite – nella quale si invitano tutti gli Stati ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza nelle loro reciproche relazioni – nonché dal diritto internazionale, dai principi dei diritti umani e del rispetto della dignità umana e da una visione comune dei valori universali rappresentati dai diritti inviolabili e inalienabili della persona, dalla libertà, dalla democrazia, dall’uguaglianza e dallo Stato di diritto; sottolinea che tutte le attività nel settore della difesa nel quadro dell’Unione devono rispettare questi valori universali, promuovendo nel contempo la pace, la stabilità, la sicurezza e il progresso in Europa e nel mondo; Diritto internazionale pubblico e impieghi militari dell’intelligenza artificiale 3.  ritiene che l’IA utilizzata in un contesto militare e civile debba essere soggetta ad un significativo controllo umano, in modo tale che in qualsiasi momento un umano abbia i mezzi per correggerla, bloccarla o disattivarla in caso di comportamento imprevisto, intervento accidentale, attacchi informatici o interferenza di terzi con tecnologie basate sull’IA o qualora terzi acquisiscano tale tecnologia; 4.  ritiene che il rispetto del diritto internazionale pubblico, in particolare del diritto umanitario, che si applica inequivocabilmente a tutti i sistemi d’arma e ai relativi operatori, rappresenti un requisito fondamentale che gli Stati membri devono soddisfare, soprattutto con riferimento alla protezione della popolazione civile o all’adozione di misure precauzionali in caso di attacchi, per esempio aggressioni militari e guerra informatica; 5.  sottolinea che l’IA e le tecnologie a essa correlate possono svolgere un ruolo anche in guerre irregolari o non convenzionali; propone che la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in tali casi siano sottoposti alle stesse condizioni cui sono soggetti in conflitti convenzionali; 6.  mette in rilievo che il ricorso all’IA offre l’opportunità di consolidare la sicurezza dell’Unione europea e dei relativi cittadini e che è essenziale che l’UE adotti un approccio integrato nei prossimi dibattiti internazionali al riguardo; 7.  invita la comunità di ricerca sull’intelligenza artificiale a integrare questo principio in tutti i sistemi basati sull’intelligenza artificiale summenzionati destinati all’impiego militare; ritiene che nessuna autorità possa prevedere una deroga a tali principi o certificare un tale sistema; 8.  ribadisce che un processo decisionale autonomo non dovrebbe esonerare gli esseri umani dalla responsabilità e che le persone devono sempre avere la responsabilità ultima dei processi decisionali, in modo da poter identificare l’essere umano responsabile della decisione; 9.  sottolinea che, durante l’impiego dell’IA in un contesto militare, gli Stati, le parti di un conflitto e i singoli devono sempre rispettare i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale applicabile e assumersi la responsabilità delle azioni risultanti dall’uso di tali sistemi; sottolinea che, in ogni circostanza, le azioni e gli effetti previsti, accidentali o indesiderati dei sistemi basati sull’IA devono essere considerati responsabilità degli Stati membri, delle parti di un conflitto e dei singoli individui; 10.  plaude alle possibilità di utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale a fini di addestramento ed esercitazione, il cui potenziale non dovrebbe essere sottovalutato, in particolare considerato che l’UE conduce esercitazioni di natura duplice, civile e militare; 11.  sottolinea che, durante le fasi di progettazione, sviluppo, collaudo, distribuzione e impiego dei sistemi basato sull’IA, si debba tenere debitamente conto dei rischi potenziali, in particolare del rischio di causare morti e feriti accidentali tra i civili, perdite accidentali di vite umane e danni alle infrastrutture civili, nonché dei rischi relativi all’impegno non intenzionale, alla manipolazione, alla proliferazione, agli attacchi informatici, all’interferenza da parte di terzi con tecnologie autonome basate sull’IA o qualora terzi acquisiscano tale tecnologia; 12.  ricorda che il principio di novità, conformemente al parere consultivo della Corte internazionale di giustizia, dell’8 luglio 1996, non può essere invocato a sostegno di qualsiasi deroga in merito al rispetto delle attuali norme del diritto internazionale umanitario; 13.  ritiene che, oltre alle operazioni di sostegno, l’IA andrà a beneficio anche del personale di servizio delle forze armate attraverso il trattamento di massa dei loro dati sanitari e l’estensione del monitoraggio sanitario, individuerà i fattori di rischio connessi al loro ambiente e alle loro condizioni di lavoro e proporrà garanzie adeguate per limitare l’impatto sanitario sul personale di servizio; 14.  ribadisce che gli sforzi normativi devono essere sostenuti da validi sistemi di certificazione e sorveglianza, nonché da chiari meccanismi di verificabilità, spiegabilità, responsabilità e tracciabilità, in modo che il quadro normativo non diventi obsoleto a seguito degli sviluppi tecnologici. 15.  sottolinea l’importanza, in un mondo iperconnesso, della partecipazione dell’Unione europea alla creazione di un quadro giuridico internazionale per l’uso dell’intelligenza artificiale: esorta l’UE ad assumere un ruolo guida e, insieme alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale, un ruolo attivo nella promozione di tale quadro globale che disciplini l’uso dell’IA per scopi militari e di altro tipo, garantendo che tale utilizzo rimanga entro i limiti rigorosi stabiliti dal diritto internazionale e dal diritto internazionale umanitario, in particolare le convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949; sottolinea che tale quadro non deve mai violare o consentire violazioni delle prescrizioni della coscienza pubblica e dell’umanità, come stabilito nella clausola Martens, ed essere in linea con le norme di sicurezza e i requisiti in materia di protezione dei consumatori; esorta l’UE e gli Stati membri a definire solidi sistemi di sorveglianza e valutazione per lo sviluppo delle tecnologie di IA, in particolare quelle utilizzate per scopi militari negli Stati autoritari; 16.  mette in rilievo che la robotica non solo consentirà al personale militare di rimanere a distanza, ma offrirà anche una migliore autoprotezione, per esempio nel caso di operazioni in ambienti contaminati, spegnimenti di incendi, sminamenti a terra o in mare e azioni di difesa da sciami di droni; 17.  sottolinea che lo sviluppo, la diffusione, l’utilizzo e la gestione dell’IA devono rispettare i diritti, i valori e le libertà fondamentali sanciti dai trattati dell’UE e invita gli Stati membri a non diffondere sistemi di IA ad alto rischio che rappresentino una minaccia per i diritti fondamentali; prende atto della pubblicazione del Libro bianco della Commissione sull’intelligenza artificiale e invita a esaminare in modo più approfondito i potenziali rischi per i diritti fondamentali dell’utilizzo dell’IA da parte delle autorità pubbliche come pure delle agenzie, degli organismi e delle istituzioni dell’Unione europea; 18.  chiede alla Commissione di agevolare le attività di ricerca e le discussioni circa le opportunità offerte dall’utilizzo dell’IA per i soccorsi in caso di calamità, la prevenzione delle crisi e il mantenimento della pace; 19.  accoglie con favore la creazione di un gruppo di esperti governativi delle Nazioni Unite per promuovere un comportamento responsabile nel ciberspazio da parte degli Stati nel contesto della sicurezza internazionale e invita l’UE a partecipare a pieno titolo al lavoro di tale gruppo; 20.  invita il vicepresidente della Commissione/alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza (VP/AR) a preparare il terreno per negoziati globali intesi a creare un regime di controllo delle armi basate sull’IA e ad aggiornare tutti gli strumenti previsti dai trattati relativi al controllo delle armi, al disarmo e alla non proliferazione, al fine di tenere in considerazione i sistemi basati sull’IA in situazione di guerra; chiede che la posizione comune del Consiglio che definisce norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari tenga pienamente in considerazione e contempli i sistemi d’arma basati sull’IA; 21.  rammenta che tali norme devono sempre rispettare i principi, ribaditi dalla Convenzione di Roma del 17 luglio 1998, di proibizione di crimini di genocidio, contro l’umanità e dei crimini di guerra; 22.  pone in evidenza i chiari rischi correlati alle decisioni prese dagli esseri umani qualora si basino unicamente su dati, profili e raccomandazioni generati dalle macchine; sottolinea che la progettazione generale dei sistemi di IA dovrebbe comprendere anche orientamenti sulla supervisione e sul controllo umani; chiede che sia introdotto un obbligo in materia di trasparenza e spiegabilità delle applicazioni di IA e la necessità di un intervento umano e che siano adottate altre misure, quali audit indipendenti e prove di stress specifiche per favorire e garantire la conformità; sottolinea che tali audit dovrebbero essere condotti periodicamente da un’autorità indipendente incaricata di vigilare sulle applicazioni di IA ad alto rischio utilizzate dalle autorità pubbliche o dalle forze armate; 23.  pone l’accento sull’importanza di verificare in che modo le tecnologie di IA ad alto rischio giungano a una decisione; rammenta che i principi di non discriminazione e proporzionalità devono essere rispettati e che le questioni relative alla causalità e alla responsabilità, nonché alla trasparenza, la rendicontabilità e la spiegabilità, devono essere chiarite per determinare se, o in che misura, lo Stato, in qualità di attore del diritto internazionale pubblico, ma anche nell’esercizio della propria autorità, possa agire servendosi di sistemi basati sull’intelligenza artificiale, che dispongono di una certa autonomia, senza violare gli obblighi derivanti dal diritto internazionale, come quelli in materia di giusto processo; 24.  insiste sull’importanza di investire nelle competenze umane, comprese quelle digitali, al fine di adattarsi ai progressi scientifici che includono soluzioni basate sull’IA per le persone che esercitano professioni regolamentate, tra cui le attività connesse all’esercizio dei poteri dell’autorità statale, quali l’amministrazione della giustizia; invita gli Stati membri e la Commissione a tenere debitamente conto di tale aspetto nel quadro dell’attuazione della direttiva 2005/36/CE(11); 25.  insiste sulla necessità che i sistemi di IA rispettino sempre i principi di responsabilità, equità, governabilità, precauzione, responsabilità, imputabilità, prevedibilità, tracciabilità, attendibilità, affidabilità, trasparenza, spiegabilità, capacità di individuare eventuali cambiamenti nelle circostanze e nell’ambiente operativo, distinzione tra combattenti e non combattenti e proporzionalità; sottolinea che detto principio subordina la legittimità di un’azione militare al rispetto di un equilibrio tra l’obiettivo e i mezzi utilizzati, e che la valutazione della proporzionalità debba essere sempre effettuata da una persona umana; 26.  sottolinea che, nell’uso dei sistemi di IA nel settore della sicurezza e della difesa, la comprensione completa della situazione da parte dell’operatore umano, la prevedibilità, l’affidabilità e la resilienza del sistema basato sull’IA, nonché la capacità dell’operatore umano di individuare possibili cambiamenti di circostanze e ambiente operativo e la sua possibilità di intervenire in un attacco o di interromperlo sono necessari per garantire che i principi del diritto internazionale umanitario, in particolare la distinzione, la proporzionalità e la precauzione negli attacchi, siano pienamente applicati all’intera catena di comando e controllo; sottolinea che i sistemi basati sull’IA devono consentire agli umani responsabili di esercitare un controllo significativo, di assumere la piena responsabilità dei sistemi e rispondere di tutti i loro utilizzi; invita la Commissione a promuovere il dialogo, una più stretta cooperazione e sinergie tra Stati membri, ricercatori, accademici, attori della società civile e settore privato, in particolare le imprese leader, e il settore militare per garantire che i processi decisionali riguardanti la regolamentazione dell’IA nel settore della difesa siano inclusivi; 27.  evidenzia che il Parlamento ha chiesto l’elaborazione e l’adozione urgente di una posizione comune sui sistemi d’arma autonomi letali (SALA), il divieto dello sviluppo, della produzione e dell’utilizzo di sistemi di detto tipo in grado di sferrare attacchi senza un controllo umano significativo, nonché l’avvio di negoziati fruttuosi per vietare tali armi; ricorda, a tale riguardo, la sua risoluzione del 12 settembre 2018 sui sistemi d’arma autonomi; ricorda che l’espressione “sistemi d’arma autonomi letali” (SALA) designa sistemi d’arma privi di un controllo umano significativo sulle funzioni critiche della selezione e dell’attacco di bersagli individuali; sottolinea che la decisione di selezionare un bersaglio e intraprendere un’azione letale con l’ausilio di sistemi d’arma con un certo livello di autonomia deve essere sempre presa da operatori umani che esercitano un controllo e una supervisione significativi e la necessaria discrezionalità, in linea con i principi di proporzionalità e necessità; sottolinea che i sistemi basati sull’IA non possono sostituire, in alcuna circostanza, il processo decisionale umano in tale ambito; 28.  osserva, inoltre, che i sistemi d’arma autonomi, in quanto categoria particolare di IA nel settore militare, dovrebbero essere discussi e concordati a livello internazionale, nello specifico in seno alla Convenzione delle Nazioni Unite su talune armi convenzionali; richiama l’attenzione sul dibattito internazionale in corso sui SALA per regolamentare le tecnologie militari emergenti, che finora non ha condotto a un accordo; sottolinea che solo di recente l’UE ha accettato di discutere degli effetti prodotti dagli sviluppi dell’IA e della digitalizzazione sul settore della difesa; ritiene che l’UE possa svolgere un ruolo decisivo nell’aiutare gli Stati membri ad armonizzare il loro approccio all’IA nel settore militare, al fine di guidare le discussioni internazionali; 29.  ribadisce la necessità di una strategia a livello europeo contro i SALA e di un divieto per i cosiddetti “robot assassini”; 30.  evidenzia che l’IA impiegata in un contesto militare deve soddisfare una serie di requisiti minimi, segnatamente essere in grado di distinguere tra combattenti, non combattenti e combattenti sul campo di battaglia, riconoscere quando un combattente si arrende o è fuori combattimento, non avere effetti indiscriminati, non causare sofferenze inutili alle persone, non essere falsato né formato intenzionalmente sulla base di dati incompleti e rispettare i principi del diritto internazionale umanitario, di proporzionalità nell’uso della forza e di precauzione prima dell’intervento; 31.  ritiene che l’uso di sistemi d’arma autonomi letali sollevi questioni etiche e giuridiche fondamentali circa la capacità degli esseri umani di controllare tali sistemi e chiede che la tecnologia basata sull’IA non sia in grado di prendere decisioni autonome riguardanti i principi giuridici di distinzione, proporzionalità e precauzione; 32.  chiede che a livello internazionale siano adottate misure trasparenti di riduzione dei rischi riguardo allo sviluppo e all’utilizzo dell’IA in ambito militare, in particolare in relazione ai principi di integrità territoriale, non intervento e uso della forza; pone l’accento sull’importanza di tenere conto degli aspetti militari nell’affrontare le questioni giuridiche ed etiche nell’ambito del quadro europeo in materia di IA; ricorda la sua posizione sul divieto di sviluppo, produzione e uso dei SALA; si rammarica del fatto che a livello mondiale non esistano convenzioni esplicite sull’uso di tali armi; 33.  riconosce che le moderne dinamiche della corsa agli armamenti tra i principali Stati nazionali militari per lo sviluppo di SALA procedono a un ritmo più rapido rispetto alla promozione di norme e quadri giuridici comuni e all’applicazione e all’attuazione universali ed efficaci degli stessi, poiché le informazioni sullo sviluppo e sulla distribuzione di tali sistemi sono classificate e gli Stati nazionali hanno un interesse intrinseco a creare le capacità offensive più rapide e più efficaci, indipendentemente dai quadri giuridici o dai principi attuali o potenzialmente futuri; 34.  ritiene che i SALA debbano essere utilizzati solo come ultima risorsa e siano leciti solo se soggetti a un rigoroso controllo umano, con una persona in grado di assumere il comando in qualsiasi momento, in quanto un intervento e una supervisione umani significativi sono essenziali nell’adottare decisioni letali e gli esseri umani dovrebbero sempre essere responsabili quando decidono tra la vita e la morte; è dell’avviso che i sistemi totalmente privi del controllo umano (“human off the loop”) e della supervisione umana dovrebbero essere vietati senza eccezioni e in qualsiasi circostanza; 35.  invita il VP/AR, gli Stati membri e il Consiglio europeo a delineare e adottare con urgenza una posizione comune sui sistemi d’arma autonomi che assicuri un controllo umano significativo sulle funzioni critiche dei sistemi d’arma, anche durante il dispiegamento, nonché a parlare con una sola voce nelle sedi pertinenti e ad agire di conseguenza; invita, in tale contesto, il VP/AR, gli Stati membri e il Consiglio a condividere le migliori prassi e a raccogliere contributi dagli esperti, dal mondo accademico e dalla società civile, come indicato nella posizione del 12 settembre 2018 sui sistemi d’arma autonomi, secondo cui gli attacchi dovrebbero sempre essere condotti con un intervento umano significativo; 36.  incoraggia gli Stati a valutare se e come i dispositivi militari autonomi abbiano contribuito alla loro sicurezza nazionale e che cosa la loro sicurezza nazionale potrebbe ottenere dai sistemi d’arma basati sull’IA, in particolare per quanto riguarda il potenziale di tali tecnologie di sostenere e migliorare il processo decisionale umano in conformità del diritto internazionale umanitario e dei suoi principi; ricorda che in qualsiasi sistema d’arma autonomo letale o arma con un alto livello di autonomia può verificarsi un malfunzionamento a causa di un codice non compilato correttamente o di un attacco informatico perpetrato da uno Stato nemico o da un soggetto non statale; 37.  insiste affinché i SALA siano utilizzati solo in casi specifici e conformemente alle procedure di autorizzazione dettagliate in anticipo in documenti per i quali lo Stato interessato — a prescindere dal fatto che faccia o meno parte dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico — garantisce l’accessibilità al pubblico o almeno al proprio parlamento nazionale; 38.  ritiene che i SALA debbano rispettare le disposizioni della convenzione del 10 ottobre 1980 su certe armi convenzionali, compreso il divieto per le armi “che possono essere considerate dannose”; 39.  propone, al fine di impedirne la diffusione incontrollata, che i SALA siano inseriti nell’elenco delle armi soggette alle disposizioni del trattato sul commercio delle armi del 2 aprile 2013, di cui all’articolo 2 di detto trattato; 40.  esige che sia imposto il divieto di antropomorfizzare i SALA onde evitare qualsiasi confusione tra una persona umana e un robot; 41.  accoglie con favore il fatto che il Consiglio e il Parlamento abbiano concordato di escludere i sistemi d’arma autonomi letali “senza la possibilità di un significativo controllo umano sulle decisioni relative alla selezione e all’ingaggio nell’effettuare attacchi” dalle azioni finanziate dal Fondo europeo per la difesa (FED); ricorda la sua posizione secondo cui l’uso, lo sviluppo o la produzione di SALA senza un significativo controllo umano non è ammissibile ai finanziamenti del FED; 42.  invita la Commissione a sostenere lo studio, lo sviluppo, la diffusione e l’utilizzo dell’IA nel contesto del mantenimento della pace e della prevenzione dei conflitti; 43.  osserva che l’ecosistema globale dell’intelligenza artificiale è dominato da giganti del digitale americani e cinesi che stanno sviluppando capacità interne e stanno acquistando molte imprese promettenti; è, pertanto, fermamente convinto che, onde evitare di rimanere indietro nel settore delle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, è essenziale muoversi verso un equilibrio migliore tra la ricerca di base e le applicazioni industriali, sviluppando al contempo vantaggi competitivi strategici attraverso una crescita del proprio potenziale e delle proprie risorse; 44.  sottolinea che, nella misura in cui rientrano nella definizione di macchine di cui alla direttiva 2006/42/CE(12), i robot dovrebbero essere progettati e assemblati nel rispetto delle norme e delle misure di sicurezza ivi previste; 45.  ricorda l’ambizione dell’UE di essere un attore globale di pace e chiede che essa svolga un ruolo più ampio negli sforzi globali per il disarmo e la non proliferazione e che le sue azioni e politiche perseguano il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, garantendo il rispetto del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani e la protezione della popolazione civile e delle infrastrutture civili; 46.  sottolinea la necessità di esaminare il potenziale impatto dell’IA in quanto fattore strategico per la politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) dell’UE, in particolare con riferimento alle missioni e alle operazioni militari e civili e allo sviluppo delle capacità dell’UE; 47.  ricorda che anche i nostri alleati nel quadro nazionale, dell’UE e della NATO stanno integrando l’IA nei loro sistemi militari; ritiene necessario preservare l’interoperabilità con i nostri alleati mediante norme comuni, che sono essenziali per svolgere operazioni in coalizione; ribadisce che, oltre a ciò, la cooperazione in materia di IA dovrebbe svolgersi in un quadro europeo, che rappresenta l’unico contesto adeguato per creare realmente sinergie forti, come proposto dalla strategia dell’UE per l’intelligenza artificiale; 48.  ritiene che l’UE debba monitorare attentamente ed esaminare le implicazioni dei progressi conseguiti nell’IA impiegata nel campo della difesa e della guerra, tra cui sviluppi e diffusioni potenzialmente destabilizzanti, nonché guidare una ricerca e una progettazione etiche, assicurando l’integrità dei dati personali e un accesso e un controllo individuali, tenendo inoltre conto delle questioni economiche e umanitarie; 49.  ricorda la sua posizione del 12 settembre 2018 sui sistemi d’arma autonomi, che afferma che non devono essere effettuati attacchi senza un intervento umano significativo; invita il VP/AR, gli Stati membri e il Consiglio europeo ad adottare una posizione comune sui sistemi d’arma autonomi che garantisca un controllo umano significativo sulle funzioni essenziali di tali sistemi, anche durante la distribuzione; ribadisce il suo sostegno all’attività in materia di SALA svolta dal gruppo di esperti governativi ONU delle alte parti contraenti della Convenzione su talune armi convenzionali, che resta il forum internazionale di riferimento per i dibattiti e i negoziati sulle sfide giuridiche che tali sistemi comportano; chiede che tutti gli attuali sforzi multilaterali siano accelerati in modo che il quadro normativo e regolamentare non sia superato dagli sviluppi tecnologici e dai nuovi metodi di guerra; invita il VP/AR, nel quadro delle discussioni in corso sulla regolamentazione internazionale dei SALA da parte degli Stati che aderiscono alla CCW, a rimanere coinvolte e a contribuire a proseguire, senza indugio, gli sforzi intesi a sviluppare un nuovo quadro normativo globale e uno strumento giuridicamente vincolante incentrato sulle definizioni, i concetti e le caratteristiche delle tecnologie emergenti nel settore dei SALA, le questioni etiche e giuridiche del controllo umano, in particolare per quanto riguarda le loro funzioni essenziali quali la selezione e l’attacco degli obiettivi, il mantenimento della responsabilità e rendicontabilità umana e il necessario grado di interazione tra l’umano e la macchina, compreso il concetto di controllo e giudizio umani; chiede che tali sforzi garantiscano il rispetto del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani durante le diverse fasi del ciclo di vita di un’arma basata sull’IA, al fine di concordare raccomandazioni concrete per il chiarimento, l’esame e lo sviluppo di aspetti del quadro normativo sulle tecnologie emergenti nell’ambito dei SALA; 50.  ritiene cruciale per la sicurezza globale disporre di un meccanismo efficace per l’applicazione delle norme in materia di non proliferazione dei SALA e di eventuali future tecnologie offensive basate sull’IA; Autorità dello Stato: esempi inerenti gli ambiti civili, tra cui la sanità e la giustizia 51.  pone l’accento sulla necessità che gli Stati membri agiscano in maniera efficace per ridurre la loro dipendenza da dati esteri e garantiscano, senza distorcere significativamente il mercato, che il possesso di tecnologie di intelligenza artificiale più sofisticate da parte di potenti gruppi privati non porti a ricusare l’autorità della potenza pubblica e ancor meno a sostituirla con un’autorità privata, soprattutto se tali gruppi privati sono di proprietà di un paese terzo che non fa parte dell’Unione europea; 52.  sottolinea che l’uso di sistemi di IA nei processi decisionali delle pubbliche autorità può condurre a decisioni di parte che comportano conseguenze negative per i cittadini, che devono, pertanto, essere soggette a criteri rigorosi per controllarne, tra l’altro, la sicurezza, la trasparenza, la rendicontabilità, la non discriminazione e la responsabilità sociale e ambientale; esorta gli Stati membri a valutare i rischi connessi alle decisioni basate sull’IA relativamente all’esercizio dell’autorità statale e a prevedere garanzie quali una vigilanza umana significativa, requisiti di trasparenza e la possibilità di contestare tali decisioni; 53.  esorta gli Stati membri a valutare i rischi connessi alle tecnologie basate sull’IA prima di automatizzare le attività relative all’esercizio dell’autorità statale, come la corretta amministrazione della giustizia; invita gli Stati membri a considerare la necessità di introdurre garanzie, come la supervisione di un professionista qualificato e l’elaborazione di norme rigorose in materia di deontologia professionale; 54.  sottolinea l’importanza di intervenire a livello europeo per contribuire a promuovere gli investimenti, quanto mai necessari, le infrastrutture di dati, la ricerca, anche per quanto riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle pubbliche autorità, e un quadro etico comune; 55.  sottolinea che l’Unione europea deve impegnarsi per conseguire la resilienza strategica, in modo da non trovarsi mai più impreparata dinanzi a una crisi ed evidenzia che tale aspetto assume un importanza cruciale in particolar modo per l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni militari; evidenzia che le catene di approvvigionamento per i sistemi militari di IA che potrebbero portare a una dipendenza tecnologica andrebbero riesaminate e che tali dipendenze dovrebbero essere progressivamente eliminate; chiede maggiori investimenti nell’IA europea per la difesa e nelle infrastrutture essenziali che la sostengono; 56.  invita la Commissione a valutare le conseguenze di una moratoria sull’utilizzo dei sistemi di riconoscimento facciale e, in funzione dell’esito di tale valutazione, a prendere in considerazione l’introduzione di una moratoria sull’utilizzo di tali sistemi da parte delle autorità dello Stato nei luoghi pubblici e nei locali destinati all’istruzione e all’assistenza sanitaria, come pure di una moratoria sull’utilizzo dei sistemi di riconoscimento facciale da parte delle autorità di contrasto in spazi semi-pubblici come gli aeroporti, fino a quando le norme tecniche non saranno considerate pienamente conformi ai diritti fondamentali, i risultati ottenuti non saranno privi di distorsioni e di discriminazioni e non vi saranno rigorose garanzie contro gli utilizzi impropri in grado di assicurare la necessità e la proporzionalità dell’utilizzo di tali tecnologie; 57.  pone l’accento sull’importanza della cibersicurezza per l’IA in scenari sia offensivi che difensivi; rileva, a tale riguardo, l’importanza della cooperazione internazionale e della pubblicazione e condivisione delle vulnerabilità e delle misure correttive nel settore della sicurezza informatica; sollecita una cooperazione internazionale in materia di cibersicurezza ai fini di un utilizzo e una diffusione efficaci dell’IA, nonché l’introduzione di garanzie contro gli utilizzi impropri dell’IA e i ciberattacchi; prende altresì atto della natura a duplice uso (vale a dire per finalità civili e militari) dei sistemi informatici e dell’IA e chiede una regolamentazione efficace della materia; 58.  ritiene che gli Stati membri dovrebbero promuovere tecnologie di IA che siano al servizio dei cittadini e che le persone nei confronti delle quali un’autorità pubblica ha preso una decisione basandosi sui dati di un sistema di IA debbano esserne informate, ricevere tempestivamente le informazioni di cui al paragrafo precedente, nonché avere la possibilità di contestare tale decisione e scegliere che la questione sia definita senza l’intervento di un sistema di IA; invita gli Stati membri a valutare la necessità di introdurre garanzie, come previsto dalla direttiva (UE) 2018/958(13), quali la supervisione di un professionista qualificato e norme di deontologia professionale; 59.  sottolinea che la possibilità di fare previsioni basate sulla condivisione e l’utilizzo dei dati nonché sull’accesso agli stessi deve essere disciplinata da requisiti di qualità, integrità, trasparenza, sicurezza, riservatezza e controllo; pone l’accento sulla necessità di rispettare, in tutte le fasi di sviluppo, diffusione e utilizzo dell’IA, della robotica e delle tecnologie correlate, il quadro giuridico dell’UE in materia di protezione dei dati e riservatezza al fine di accrescere la sicurezza dei cittadini e la loro fiducia in tali tecnologie; 60.  osserva il rapido sviluppo delle applicazioni di IA in grado di riconoscere elementi caratteristici univoci, come caratteristiche del volto, movimenti e atteggiamenti; mette in guardia dai problemi legati all’utilizzo delle applicazioni di riconoscimento automatico in termini di intrusione nella vita privata, non discriminazione e protezione dei dati personali; 61.  sottolinea che, a norma del GDPR, è vietata qualsiasi decisione su una persona fisica basata esclusivamente sull’elaborazione automatizzata, compresa la profilazione, che produca un effetto giuridico negativo sull’interessato o che abbia ripercussioni significative su detta persona, a meno che tale decisione sia autorizzata dal diritto dell’Unione o dello Stato membro e sia subordinata all’esistenza di misure adeguate atte a salvaguardare i diritti, le libertà e gli interessi legittimi dell’interessato; 62.  chiede che là dove l’intelligenza artificiale è utilizzata dalle autorità pubbliche siano garantite la spiegabilità degli algoritmi, la trasparenza e la sorveglianza regolamentare, e che siano effettuate valutazioni d’impatto prima del ricorso da parte di autorità statali a strumenti che utilizzano tecnologie di IA; invita la Commissione e il comitato europeo per la protezione dei dati a pubblicare orientamenti e raccomandazioni e a sviluppare buone prassi per specificare ulteriormente i criteri e le condizioni applicabili alle decisioni basate sulla profilazione e sull’uso dell’IA da parte delle autorità pubbliche; 63.  osserva che l’intelligenza artificiale svolge un ruolo sempre più cruciale nell’assistenza sanitaria, in particolare attraverso gli algoritmi di supporto alla diagnosi, la chirurgia robotica, le protesi intelligenti, le terapie personalizzate basate sulla modellizzazione tridimensionale del corpo del paziente, i robot sociali per l’assistenza agli anziani, le terapie digitali volte a migliorare l’indipendenza di alcune persone affette da disturbi mentali, la medicina predittiva e i software di anticipazione delle epidemie; 64.  insiste, tuttavia, sulla necessità che tutti gli usi dell’IA nella sanità pubblica debbano garantire la protezione dei dati personali dei pazienti e prevenire la loro diffusione incontrollata; 65.  chiede che tutti gli usi dell’IA nel settore della sanità pubblica rispettino il principio della parità di trattamento dei pazienti in termini di accesso alle cure, preservino il rapporto tra paziente e medico e siano coerenti in ogni momento con il giuramento di Ippocrate, di modo che il medico abbia sempre la possibilità di discostarsi dalla soluzione proposta dall’IA, mantenendo pertanto la responsabilità di qualsiasi decisione; 66.  osserva che l’utilizzo dell’IA nel contrasto alla criminalità e alla cibercriminalità potrebbe offrire un’ampia gamma di possibilità e opportunità; afferma nel contempo che dovrebbe continuare a prevalere il principio secondo cui ciò che è illegale offline lo è anche online; 67.  osserva che l’IA è utilizzata sempre più sovente nel settore della giustizia al fine di prendere decisioni più razionali, maggiormente conformi alle leggi vigenti e più rapide; plaude al fatto che il ricorso all’IA dovrebbe accelerare i procedimenti giudiziari; 68.  ritiene che occorra chiarire se sia opportuno che le decisioni inerenti all’applicazione della legge siano in parte delegate all’IA, pur mantenendo un controllo umano sulla decisione finale; 69.  sottolinea che l’utilizzo dell’IA nel settore giudiziario potrebbe migliorare l’analisi e la raccolta dei dati e la protezione delle vittime e che tale utilizzo potrebbe essere esplorato nell’ambito di attività di ricerca e sviluppo e accompagnato da valutazioni d’impatto, in particolare in relazione alle garanzie volte ad assicurare un giusto processo e ad evitare distorsioni e discriminazioni, applicando nel contempo il principio di precauzione; ricorda tuttavia che ciò non può sostituire il coinvolgimento di esseri umani nella pronuncia delle sentenze o nell’adozione delle decisioni; 70.  rammenta l’importanza dei principi di governance, trasparenza, imparzialità, responsabilità, equità e integrità intellettuale nell’utilizzo dell’IA nel settore della giustizia penale; 71.  esorta gli Stati membri a valutare i rischi connessi alle tecnologie basate sull’IA prima di automatizzare le attività relative all’esercizio dell’autorità statale, in particolare nel settore della giustizia; invita gli Stati membri a considerare la necessità di prevedere garanzie, come la supervisione di un professionista qualificato e norme di deontologia professionale: 72.  osserva che alcune tecnologie di IA consentono un’automatizzazione senza precedenti dell’elaborazione delle informazioni e delle attività, come nel caso della sorveglianza di massa in ambito civile e militare, che rappresenta una minaccia per i diritti fondamentali e spiana la strada a interferenze illecite nella sovranità statale; chiede che le attività di sorveglianza di massa siano sottoposte a controllo a norma del diritto internazionale, anche per quanto concerne le questioni relative alla competenza giurisdizionale e all’esecuzione; esprime vive preoccupazioni riguardo allo sviluppo di alcune applicazioni estremamente invasive che attribuiscono un punteggio sociale, poiché esse mettono seriamente a repentaglio il rispetto dei diritti fondamentali; chiede un divieto esplicito che impedisca alle autorità pubbliche di ricorrere all’attribuzione su larga scala di un punteggio sociale per limitare i diritti dei cittadini; chiede che sia rafforzata la responsabilità dei soggetti privati ai sensi del diritto internazionale, in considerazione dell’egemonia decisionale e del controllo che taluni soggetti privati hanno sullo sviluppo delle tecnologie in parola; invita a tale proposito la Commissione, il Consiglio e gli Stati membri a prestare particolare attenzione in sede di negoziazione, conclusione e ratifica di accordi internazionali in materia di controversie familiari transfrontaliere, come i casi internazionali di sottrazione di minori, nonché ad assicurare, al riguardo, che i sistemi di IA siano sempre impiegati sotto un effettivo controllo umano e rispettino il giusto processo, nell’UE e nei paesi firmatari di tali accordi; 73.  chiede che il pubblico sia informato dell’uso dell’IA nel settore della giustizia e che tale uso non dia luogo a discriminazioni derivanti da distorsioni nella programmazione; sottolinea che deve essere rispettato il diritto di ogni persona di aver accesso a un pubblico ufficiale, nonché il diritto del pubblico ufficiale interessato di prendere personalmente la decisione e di discostarsi dalle informazioni ricevute dall’IA quando lo reputi necessario alla luce delle specificità della questione in esame; pone l’accento sul diritto della parte convenuta di impugnare la decisione conformemente al diritto nazionale, senza che venga mai meno la responsabilità finale del giudice; 74.  chiede, pertanto, che tutti questi utilizzi in ambito pubblico e amministrativo siano considerati informazioni di pubblico dominio e che si evitino discriminazioni dovute a distorsioni nella programmazione; 75.  pone l’accento sull’importanza di consentire una diffusione e un utilizzo corretti dell’IA; invita gli Stati membri a offrire formazioni appropriate al personale civile e militare per consentirgli di individuare con precisione e di evitare le discriminazioni e le distorsioni negli insiemi di dati; 76.  esprime profonda preoccupazione per le tecnologie di deepfake, che consentono di produrre foto, audio e video falsificati sempre più realistici che potrebbero essere utilizzati per compiere ricatti, creare notizie false o minare la fiducia dei cittadini e influenzare il dibattito pubblico; ritiene che tali pratiche siano in grado di destabilizzare paesi, diffondere la disinformazione e influenzare le consultazioni elettorali; chiede pertanto l’introduzione di un obbligo in base al quale tutti i materiali deepfake o altri video artificiali realizzati in modo realistico debbano essere etichettati come “non originali” dal loro creatore, con severi limiti al loro utilizzo a fini elettorali, e che tale obbligo sia applicato rigorosamente; chiede che siano svolte adeguate attività di ricerca in questo campo per garantire che le tecnologie di contrasto dei suddetti fenomeni siano al passo con gli utilizzi dolosi dell’IA; Trasporti 77.  prende atto del notevole potenziale economico delle applicazioni dell’IA, anche in relazione all’ottimizzazione a lungo termine delle prestazioni, alla manutenzione, alla previsione dei guasti e alla pianificazione della costruzione delle infrastrutture di trasporto e degli edifici, nonché sotto il profilo della sicurezza, dell’efficienza energetica e dei costi; invita dunque la Commissione a continuare a promuovere la ricerca nel campo dell’IA e lo scambio di buone prassi nel settore dei trasporti; 78.  sottolinea la necessità di promuovere l’intelligenza artificiale per incentivare la multimodalità, l’interoperabilità e l’efficienza energetica di tutti i modi di trasporto, rendere più efficiente l’organizzazione e la gestione dei flussi di traffico merci e passeggeri, utilizzare in modo migliore le infrastrutture e le risorse in tutta la rete transeuropea di trasporto (TEN-T) e affrontare gli ostacoli alla creazione di un vero spazio unico europeo dei trasporti; 79.  ricorda i benefici del sistema europeo di gestione del traffico ferroviario (ERTMS), un sistema continuo di protezione automatica dei treni, e sostiene lo sviluppo e la normalizzazione a livello internazionale dell’automazione delle operazioni ferroviarie; 80.  accoglie con favore i lavori nel quadro del progetto di ricerca sulla gestione del traffico aereo nel cielo unico europeo (SESAR) concernenti i sistemi di aeromobili senza equipaggio e i sistemi di gestione del traffico aereo, sia civile che militare; 81.  ricorda che i veicoli autonomi presentano un elevato potenziale in termini di miglioramento della mobilità e della sicurezza e apportano benefici ambientali, e invita la Commissione e gli Stati membri a garantire la cooperazione tra le autorità di regolamentazione e tutti gli attori pertinenti per la diffusione dei veicoli stradali automatizzati nell’UE; 82.  sottolinea che negli ultimi anni il comparto mondiale della navigazione è notevolmente cambiato grazie all’integrazione dell’IA; ricorda le ampie discussioni in corso in seno all’Organizzazione marittima internazionale su un’efficace integrazione nel suo quadro normativo di tecnologie nuove ed emergenti quali le navi autonome; 83.  sottolinea che i sistemi di trasporto intelligenti attenuano la congestione del traffico, aumentano la sicurezza e l’accessibilità e contribuiscono a migliorare la gestione dei flussi di traffico, l’efficienza e le soluzioni di mobilità; richiama l’attenzione sulla maggiore esposizione delle reti di trasporto tradizionali alle minacce informatiche; ricorda l’importanza di risorse adeguate e di ulteriori attività di ricerca sui rischi in termini di sicurezza per garantire la sicurezza dei sistemi automatizzati e dei relativi dati; accoglie con favore l’intenzione della Commissione di includere la sicurezza informatica come punto ricorrente all’ordine del giorno delle discussioni in seno alle organizzazioni internazionali del settore dei trasporti; 84.  plaude agli sforzi volti a introdurre sistemi di IA nel settore pubblico e sosterrà la prosecuzione delle discussioni sulla diffusione dell’intelligenza artificiale nei trasporti; invita la Commissione a effettuare una valutazione del ricorso all’IA e a tecnologie simili nel settore dei trasporti e a compilare un elenco non esaustivo dei segmenti ad alto rischio dei sistemi di IA che si sostituiscono alle decisioni prese nel quadro delle prerogative dei pubblici poteri in questo settore; 85.  sottolinea che il Fondo europeo per la difesa e la cooperazione strutturata permanente dovrebbero stimolare la cooperazione tra gli Stati membri e le industrie europee della difesa al fine di sviluppare nuove capacità di difesa europee nel settore dell’IA e garantire la sicurezza dell’approvvigionamento, tenendo conto di considerazioni etiche; pone l’accento sulla necessità di evitare la frammentazione creando ponti tra i vari attori e settori di applicazione, promuovendo la compatibilità e l’interoperabilità a tutti i livelli e concentrandosi sul fatto di lavorare insieme sull’architettura e le soluzioni di piattaforme; ricorda inoltre che il prossimo meccanismo per collegare l’Europa, che promuove anche le infrastrutture intelligenti, prevede un fondo per l’adattamento e lo sviluppo di infrastrutture di trasporto civili o militari a duplice uso nelle TEN-T al fine di aumentare le sinergie tra esigenze civili e di difesa e di migliorare la mobilità civile e militare all’interno dell’Unione; evidenzia, pertanto, la necessità di ulteriori investimenti e attività di ricerca nonché di una maggiore leadership da parte europea nelle tecnologie che, oltre ad avere un forte impatto sulla crescita economica, hanno anche un notevole potenziale in termini di duplice uso; 86.  sottolinea che nel settore dei trasporti e della mobilità molti investimenti nelle nuove tecnologie sono indotti dal mercato, ma che le tecnologie e i prodotti a duplice uso disponibili in commercio sono spesso utilizzati in modo innovativo per scopi militari; evidenzia dunque la necessità di tenere conto del potenziale di duplice uso delle soluzioni basate sull’IA in sede di definizione delle norme per l’uso dell’IA in vari ambiti del comparto commerciale e militare; chiede che nella messa a punto di tecnologie, prodotti e principi operativi della difesa siano integrati norme e principi etici rigorosi; 87.  osserva che il trasporto efficace di merci, munizioni, armamenti e truppe è una componente essenziale per il successo delle operazioni militari; sottolinea che ci si attende che l’IA svolgerà un ruolo cruciale e offrirà numerose possibilità nel campo della logistica e del trasporto militari; segnala che in tutto il mondo gli Stati, compresi gli Stati membri dell’UE, stanno integrando armi e altri sistemi basati sull’intelligenza artificiale nelle piattaforme terrestri, navali e aeree; ricorda che le applicazioni dell’IA nel settore dei trasporti potrebbero assicurare nuove capacità e consentire nuove forme di tattica, come la combinazione di più sistemi, quali droni, imbarcazioni o carri armati senza equipaggio, in operazioni indipendenti e coordinate; Diritto internazionale privato 88.  osserva che l’internazionalizzazione delle attività umane, online o nel mondo reale, comporta un aumento costante delle controversie rientranti nel diritto internazionale privato, controversie che l’IA può aiutare a risolvere creando modelli per individuare la giurisdizione competente e il diritto applicabile in ciascun caso, ma anche per identificare i conflitti di leggi più spinosi e proporre soluzioni per risolverli; 89.  ritiene, tuttavia, che il pubblico debba essere debitamente informato circa gli impieghi dell’IA nel campo del diritto internazionale privato e che tali impieghi debbano evitare discriminazioni dovute alla programmazione – che favorirebbero sistematicamente un diritto nazionale a scapito di un altro -, rispettare i diritti del giudice predeterminato dalla legge, consentire possibilità di ricorso a norma della legge applicabile e permettere al giudice di ignorare la soluzione suggerita dall’IA; 90.  sottolinea che la circolazione di veicoli autonomi nell’Unione europea, che è suscettibile di dar luogo a un numero particolarmente elevato di controversie internazionali private, deve essere oggetto di specifiche norme europee che stabiliscano il regime giuridico applicabile in caso di danni transfrontalieri; 91.  segnala che, a seguito della crescente importanza delle attività di ricerca e sviluppo del settore privato e dei massicci investimenti di paesi terzi, l’UE si trova confrontata a una forte concorrenza; appoggia dunque gli sforzi profusi dall’UE per sviluppare ulteriormente i suoi vantaggi competitivi e ritiene che, in un mondo iperconnesso, l’Unione dovrebbe puntare ad assumere un ruolo guida nell’elaborazione delle norme relative all’IA, adottando una strategia efficace nei confronti dei suoi partner esterni e intensificando gli sforzi volti a stabilire norme etiche globali per l’IA a livello internazionale che siano in linea con le norme di sicurezza e i requisiti in materia di protezione dei consumatori, nonché con i valori dell’Unione e i diritti dei suoi cittadini, inclusi i diritti fondamentali; ritiene che ciò sia essenziale anche ai fini della competitività e della sostenibilità delle imprese europee; invita la Commissione e gli Stati membri a rafforzare la cooperazione con i paesi terzi e le organizzazioni internazionali, quali l’ONU, l’OCSE, il G7 e il G20, e ad avviare un dialogo più ampio per affrontare le sfide derivanti dallo sviluppo di questa tecnologia in rapida evoluzione; ritiene che tali sforzi dovrebbero puntare, in particolare, alla definizione di norme comuni e al miglioramento dell’interoperabilità dei sistemi basati sull’IA; invita la Commissione a promuovere il dialogo, una più stretta cooperazione e sinergie tra Stati membri, ricercatori, accademici, attori della società civile, settore privato, in particolare le imprese leader, e settore militare per garantire che i processi decisionali riguardanti la regolamentazione dell’IA nel settore della difesa siano inclusivi; Principi guida 92.  ritiene che le tecnologie di IA e i sistemi di rete dovrebbero mirare a garantire ai cittadini la certezza del diritto; sottolinea, pertanto, che le norme in materia di conflitto tra leggi e giurisdizioni dovrebbero continuare ad applicarsi, tenendo conto al contempo degli interessi dei cittadini e della necessità di ridurre il rischio di scelta opportunistica del foro; rammenta che l’IA non può sostituirsi agli esseri umani nei procedimenti giudiziari quando si tratta di pronunciare sentenze o adottare decisioni definitive, di qualsiasi tipo esse siano, poiché tali decisione devono essere sempre prese da un essere umano ed essere soggette a una rigorosa verifica umana nonché alla garanzia del giusto processo; insiste sul fatto che, quando vengono utilizzati elementi di prova forniti da tecnologie basate sull’IA, le autorità giudiziarie dovrebbero essere tenute a motivare le loro decisioni; 93.  ricorda che l’IA costituisce un progresso scientifico che non deve minare il diritto bensì, al contrario, deve essere sempre disciplinata da quest’ultimo — nell’Unione europea dal diritto delle sue istituzioni e dei suoi Stati membri — e che, in nessun caso, l’intelligenza artificiale, la robotica e le tecnologie a esse correlate possono violare i diritti fondamentali, la democrazia, lo Stato di diritto; 94.  sottolinea che gli usi dell’IA a fini di difesa dovrebbero essere responsabili, equi, tracciabili, affidabili e governabili; 95.  ritiene che l’intelligenza artificiale, la robotica e le tecnologie correlate, compresi i software, gli algoritmi e i dati utilizzati o prodotti da tali tecnologie, a prescindere dal settore di utilizzo, debbano essere sviluppati in modo sicuro e tecnicamente rigoroso; o
o   o 96.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione  
  

“E’ L’ORA DELL’ EUROPA”

ANCHE SENZA UN ECOSISTEMA DIGITALE SOVRANO?

Tratta atlantica e Trail of Tears, il peccato originale del puritanesimo americano

Certo oggi è, come ha affermato Ursula von der Leyen, l’ora dell’Europa, perché, essendosi incrinata, grazie anche al Coronavirus,  la maggior parte dei vecchi miti su cui si è retto il sistema geopolitico degli ultimi 75 anni, l’Europa sta forse riuscendo a intravvedere senza paraocchi ideologici la realtà vera del mondo d’oggi e a pensare realistiche vie d’uscita dalla propria decadenza.

Tutte cose che, fino a pochi giorni fa, erano perfino inimmaginabili, perché ancora vigevano le “retoriche dell’idea d’Europa”, e, in particolare: il disdegno per le identità, la UE area più florida del mondo, il progresso continuo, lo “scudo atlantico”, il “diritto mite” dell’Occidente, il “piccolo è bello”, l’inefficienza del settore pubblico, il divieto d’ indebitamento della UE, e così via…

La battaglia fra Kowloon e Victoria, nel cuore di Hong Kong

1.La realtà svelata

Intanto, il Parlamento Europeo, nel suo studio “Thinking about the future of Europe” ha riconosciuto che l’integrazione europea non può procedere senza l’Identità Europea, e si è riproposto addirittura di promuoverla, pur senza fare troppi riferimenti ai miopi schemi pedagogici del passato. Questo cambio di passo è stato reso per altro inaggirabile dalla smentita, da parte della realtà, delle costruzioni ideologiche che avvolgevano finora il discorso pubblico. L’Europa, che fino a un paio di mesi fa si baloccava con l’eufemismo di un’asserita “stagnazione”, è stata costretta a riconoscere la realtà di una secca decrescita dell’Occidente, che non è una “fake news” di Mosca o di Pechino, ma una realtà comprovata dai numeri, di cui il Coronavirus costituisce in un certo senso solo un capro espiatorio. Poi, al progresso continuo della Scienza, dopo i balbettii dei virologhi di tutto il mondo e le fosse comuni in America e Brasile, non crede più nessuno. Quanto al preteso “scudo nucleare atlantico”, i dubbi di Trump sull’articolo 5, il rifiuto degli Europei di aumentare la spesa militare, il fallimento di Defender Europe 2020, la denunzia dei trattati nucleari, la militarizzazione dello spazio, i nuovi missili mare-terra, il ritiro delle truppe dalla Germania, i sondaggi pro-Cina e pro- Russia e il conflitto fra Trump e il Pentagono, è ovvio che esso semplicemente non esiste (se mai è esistito), mentre, in suo luogo, c’è invece una corsa senza limiti agli armamenti, che gli Europei non condividono ma a cui non  riescono ad opporsi. Il coprifuoco in America  supera di gran lunga quello di Hong Kong, e soprattutto ci ricorda che gli Stati attuali  hanno tutti, in un modo o nell’altro,  sulle spalle i colossali crimini del colonialismo  su cui si è fondata la Modernità e da cui soprattutto l’anglosfera non può uscire: nei due casi specifici, lo sterminio dei nativi americani, la tratta atlantica e le Guerre dell’Oppio (iniziata nel 1839 dalla più grande operazione antidroga della storia, quando gl’Inglesi, per difendere i narcotrafficanti, fecero fuoco, nella baia di Hong Kong, contro i battelli dell’ esercito imperiale cinese).   Il Coronavirus si è incaricato poi di dimostrare la debolezza strutturale di milioni e milioni d’imprese europee sub-marginali e tecnologicamente arretrate, che vivacchiano da decenni per inerzia, mentre Amazon, Facebook, Google, Tesla, Alibaba e Wechat (come ha riconosciuto la Commissaria Vestager che da tempo le avrebbe dovute contrastare)  sono uscite dalla pandemia ulteriormente rafforzate. Grandi imprese europee come Lufthansa e Alitalia debbono essere ricapitalizzate con la benedizione dell’ antitrust; gli eurobond sono in pratica già quasi realtà.

Unione e Stati Membri si stanno rendendo conto, seppure malvolentieri, di questo crollo dei vecchi miti, adottando qualche, seppur modesto, provvedimento nella giusta direzione, e, in tal modo, mettendo “un tampone” (è il caso di dirlo) sulle falle più evidenti, che potrà prolungare la nostra agonia, ma non impedire il decesso. Certo, sarebbe tragico se non facessero neppure questo, ma l’interminabile trattativa e le argomentazioni utilizzate dagli Stati membri sviliscono i seppur apprezzabili risultati raggiunti. Basti pensare alle assurde accuse degli Olandesi all’ Europa Meridionale (anche se non senza ragioni: il “bonus vacanze”), quando l’Olanda, con la sua connivenza con le multinazionali e con gli Stati Uniti sui “tax rulings”, è (insieme al Lussemburgo, all’Irlanda e al Regno Unito) fra le cause prime della decadenza dell’Europa, e, perciò, quasi responsabile di alto tradimento. O come quella dell’Ungheria, che lamenta che i “paesi ricchi” (ma quali sono?) vengano aiutati dai Paesi poveri.

Ma soprattutto risulta sfatata la pretesa che la solidarietà sia un valore precipuamente europeo (e perché non africano, islamico e cinese?), mentre invece, di fronte all’immane tragedia del Coronavirus, non si è ancora riusciti, dopo 4 mesi, ad approvare neppure la sostanzialmente neutra comunitarizzazione del debito.  Che cosa ha fatto per il Coronavirus il Corpo Europeo di Solidarietà?

Il problema è che la cultura mainstream, ostaggio di ideologie che hanno, come minimo, 50 anni, non possiede neppure le basi minime necessarie per il  dibattito sul XXX millennio, quale espresso in America, per esempio,  da Asimov, von Neumann, Esfandiari, Kubrick, Joy, Kurzweil, De Landa, Schmidt e Cohen, dove le tecnologie digitali non sono solo un orpello per discorsi della domenica, bensì il  cuore pulsante di un apocalittico progetto globale. I rari Europei che vi ci sono cimentati, come Hawking, Rees, Bostroem, Tegmark, Ferrando, Laurent, Floridi, Nida-Ruemelin sono rimasti al livello di studi accademico, senza aspetti propositivi.

Ne consegue che tutto il grande agitarsi intorno all’”Altra Europa” ha appena scalfito la superficie dei problemi di oggi, perché non ha fatto i conti con i veri convitati di pietra:  l’”algoritmo decisivo”, la “Macchina Mondiale”,  gli squilibri  nucleari, Prism, ecc…

L’esecuzione dei leaders dei Sepoys a cannonate da parte delle truppe inglesi

2.Perchè non ci stiamo ancora muovendo?

Il problema principale è quello del timing. Le positive  tendenze che stanno emergendo (constatazione della “fragilità” di tutti noi Europei, sospetto  verso i “consulenti” tecnici o economici dei Governi, equidistanza fra USA e Cina, interesse per le grandi imprese e i campioni europei, rivalutazione di funzioni pubbliche come la sanità e i fondi sovrani, perfino la faticosa nascita degli Eurobond), arrivano dopo che i nostri principali concorrenti (Cina e USA) sono già andati molto più avanti su queste strade, con sussidi pubblici immediati alle vittime della pandemia, gestione della crisi in prima persona da parte dei Presidenti, investimenti colossali  nelle nuove tecnologie, valute digitali, “advocacy” sfacciata a favore dei propri colossi, militarizzazione della sanità, applicazione del diritto economico di guerra, scavalcamento delle autorità locali in base allo stato di eccezione).

Come non ci stanchiamo d’insistere, l’area in cui il sorpasso sull’Europa è più evidente è quello delle nuove tecnologie, in cui tutti i Paesi del mondo continuano ad avanzare a tappe forzate, e di cui, in Europa, tutti rifiutano perfino di parlare. E’uscito recentemente un eccellente libro di Simone Pieranni, “Lo specchio rosso”, in cui quest’ autore ci illustra in modo competentissimo, dettagliato ma chiaro, come tutte le innovazioni sociali sognate e tentate dall’utopismo tecnologico californiano abbiano già trovato attuazione in Cina, in modo che, estrapolando comparativamente gli scenari dei due Paesi, possiamo comprendere quale sarà il prossimo futuro del mondo. Un futuro certo difficilissimo per gl’individui amanti della libertà, e dove l’Europa sarà un soggetto puramente passivo, in quanto tutti i suoi dati continueranno ad essere detenuti “in ostaggio” dalle Superpotenze, e l’Europa stessa mancherà di qualunque strumento -concettuale, umano, tecnologico, militare- per influenzare in qualche modo l’avvenire antropologico del mondo. Quindi, il contrario dell’auspicata “esemplarità”.A meno di prendere la situazione di petto hic et nunc, molto più di petto di quanto non si stia facendo adesso. Come scrive Dario Fabbri su Limes, “Così oggi miliardi di cittadini – attraverso post, mail, blog – affidano i loro pensieri più intimi alle società della californiana Silicon Valley, più Microsoft e Amazon che hanno sede a Seattle. Di fatto, l’80% della popolazione connessa nel pianeta, che offre agli americani la più grande quantità di informazioni della storia”.

A partire da Crucé, per passare a Kant e Coudenhove-Kalergi, per arrivare a Spinelli e a Papa Francesco, l’Europa ha sempre preteso di costituire un modello per il mondo grazie alla sua ambizione di costruire un ordine mondiale di carattere consensuale, sia esso di carattere etico o di carattere istituzionale. La definizione dell’ Europa quale “Trendsetter”, contenuta nel pacchetto digitale della Commissione, si riallaccia a questa pretesa con un termine nuovo. Tuttavia, come noto, tutti i grandi Stati subcontinentali hanno questa pretesa di esemplarità, a cominciare dalla dal Tian Ming cinese, per passare al “Patto” di Israele,alla “Hvarenah” achemenide,  alla “Hierotate Chora” dei Tolomei, alla Pax Augusta, al Califfato, al Tercio Imperio portoghese, alla “Casa sulla collina” dei Puritani, all’ “internazionalismo proletario”. Questa pretesa universalistica traduce semplicemente una legittima ambizione di “leadership”, espressamente riconosciuta come benefica per esempio dal Corano. Tuttavia, essa, per essere credibile, deve tradursi in fatti concreti, ché, altrimenti, si traduce nella copertura ideologica di altri interessi.

Purtroppo, nel momento stesso in cui l’Europa avanza questa pretesa,  la situazione effettiva dei diritti degli Europei è la più grave in tutto il mondo, perchè le nostre Autorità, a dispetto dell’ enorme produzione cartacea (cfr. i Quaderni  di Azione Europeista “Habeas Corpus Digitale” e “Corpus Iuris Technologici” dell’ Associazione Culturale Diàlexis) , non hanno fatto ancora nulla sul piano tecnico per difendere i cittadini contro la colonizzazione culturale denunziata dal Papa, come dimostrato per acta dalla causa Schrems. In base alle risultanze processuali e ai documenti di Snowden pubblicati da Wikileaks,  i nostri dati  sono già stati trasferiti, e continuano ad essere trasferiti,  nonostante il DGPR e addirittura grazie al Privacy Shield e alle Standard Contractual Clauses, nei server delle OTTs e della NSA, mentre, a detta di quest’ultima, l’intelligence cinese starebbe hackerando tutti i database americani, cosicché i nostri dati, militari, tecnologici, economici e personali sono in pratica disponibili a tutti tranne che all’Unione Europea, ai nostri Governi, alle nostre imprese e ai nostri eserciti (i quali tutti avrebbero pure diritto, a mio avviso, alle condizioni del GDPR, di poterne fruire, e di negare invece tale fruizione ai soggetti extraeuropei, come fanno, appunto, USA e Cina, ma, in gran parte, anche India e Israele).

L’iniziativa Gaia-X, di un cloud europeo (un consorzio di dodici piccole realtà esistenti), inaugurata il 9 maggio dai ministri francesi e tedeschi, costituisce, nonostante le roboanti promesse di sconfiggere gli OTTs, l’ennesimo pannicello caldo, perché è solo sperimentale, si riferisce solo ai dati delle imprese, e non quelli dei cittadini, è comunque parziale e non protetta contro lo spionaggio delle Grandi potenze. Nel 2018, gli Stati Uniti avevano  approvato il cosiddetto Cloud act: una legge federale che – fra le altre cose – permette alle autorità giudiziarie statunitensi di ottenere dai fornitori di servizi cloud di diritto Usa dati e informazioni sensibili anche quando sono depositati fuori dal perimetro statunitense. Compresi quindi i server fisicamente in Europa, zeppi di dati di cittadini europei, ma di aziende Usa. Una misura che si scontra in pieno con gli articoli del GDPR sulla tutela dei dati dei cittadini europei, ed ha provocato molte cause e sanzioni contro imprese europee.

Questa situazione permette  agli Americani di pilotare la politica, la tecnologia e l’economia mondiali, e, soprattutto, europee, facendo in modo soprattutto che non si formi mai, in Europa, un agglomerato di forze capaci di “sfidare”  come dicono gli Americani, le Grandi potenze. Questo è valido in primo luogo in campo economico, dove i profitti di Google, Amazon e Facebook, realizzati con l’utilizzazione economica dei nostri dati e scontando, grazie ai “tax rulings”, imposizioni irrisorie, costituisce, come ha spiegato Evgeny Morozov, una vera imposta sull’ economia reale, i cui utili vengono reinvestiti fuori dell’Europa per espandere ai nostri danni un impero tecnologico mondiale dei cui frutti non godiamo. Come scrive Pieranni, “per l’ Europa, poi, il destino potrebbe apparire inesorabilmente legato alla seguente domanda: preferiremo che i nostri dati siano in mano cinese o in mano americana?”

Pensando all’enormità del valore sottratto all’ Europa e al gettito evaso, è facile capire il perché del deficit cronico delle nostre economie, “potate” dagli OTTs di una bella fetta del PIL, e continuerà ad esserlo anche dopo la (ancora ipotetica) web tax.

Ma perfino nel campo della lotta alle malattie, ogni forma di progresso avviene esclusivamente all’ interno delle strutture per la “Guerra Senza Limiti” fra le Grandi Potenze.  Mentre nel 2018, il Commissario Moedas aveva risposto a Macron che l’ Europa non vuole creare la propria DARPA, Obama  creava la BARDA (“Biological Advanced Research and Development Authority”), ricalcata esattamente sul DARPA, per affrontare le pandemie e sviluppare i vaccini. Visto che la BARDA sta facendo vistosamente cilecca, e il Coronavirus sta provocando all’ America più danni della guerra del Vietnam, Trump ha  lanciato l’ “Operation Warp Speed”, che richiama al contempo la tsiolkovskiana Warp Speed di Star Trek e il Project Manhattan di Hiroshima e Nagasaki, ponendo alla sua testa un generale. Anche in Israele, l’Istituto per la ricerca biologica di Nes Tsiona è legato al Ministero della Difesa. Infine, anche  in Cina, la ricerca del vaccino è diretta Maggiore Generale Chen Wen, ufficiale medico   in servizio permanente effettivo.

3.Uno strano silenzio

Dunque, senza un web europeo e agenzie europee per la tecnologia, le pur meritorie azioni di Corte di Giustizia, Commissione, Parlamento e Consiglio, sul GDPR, sull’antitrust, sulla Web Tax, rischiano di rimanere puramente simboliche, come dimostrano i casi Echelon, Wikileaks, Prism e Schrems, visto che il GDPR, a causa delle leggi americane, non viene rispettato dalle OTTs, la Commissione riscuote qua e là qualche multa, ma non colpisce la monopolizzazione in sé, la Web Tax continua a non essere riscossa mentre dovremmo chiedere anche gli arretrati, Obama aveva rifiutato di firmare un no-Spy Agreeement, Assange e Manning restano in carcere senz’alcuna protesta da parte UE, Schrems sta tentando da 12 anni di vedere riconosciuto dalla Corte di Giustizia il suo diritto alla privacy e i cittadini di Hong Kong che avevano aiutato Snowden a fuggire dagli USA hanno dovuto a loro volta fuggire in Canada.

Non per nulla Zuckerberg e Pichai, che avevano fatto visita alla Commissione nei giorni immediatamente precedente la pubblicazione del pacchetto digitale europeo, ne sono usciti raggianti, mentre altri guru digitali americani firmavano addirittura un protocollo in Vaticano.

Commenta Colliot da Limes: “Nonostante le ambizioni, però, l’Europa rischia di fermarsi a metà del guado sul digitale: un ambito in cui per ora sembra giocare di sponda, accettando l’egemonia statunitense e cercando al massimo di regolarne gli eccessi. Malgrado gli sforzi e le dichiarazioni, l’UE non appare ancora capace di sviluppare un equivalente di Google o di Facebook: delle 200 principali aziende digitali del mondo, solo 8 sono europee.”

Non è vero che non sia possibile scalzare l’assoluto monopolio delle OTTs, perché la Cina ci è riuscita brillantemente in una ventina di anni, creando delle equivalenti di Google, Facebook e Amazon (in concorrenza fra di loro sul mercato cinese). Ed è questa la chiave di lettura centrale dello scontro USA-Cina: mentre Schmidt e Cohen avevano teorizzato che Google avrebbe sostituito Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo, ora un’azione analoga la starebbe compiendo Huawei a favore della Cina.

Tuttavia, poiché gli Stati Uniti hanno impiegato più di 20 anni per passare dall’ invenzione di Internet da parte delle forze armate fino al suo lancio commerciale, forse solo se l’Europa partisse adesso con la prima fase, quella “segreta”, riuscirebbe ad arrivare sul mercato prima del “sorpasso” delle macchine sull’uomo, o della guerra fra superpotenze, ambedue probabili sbocchi fatali provocati dalla corsa generalizzata verso la cyberguerra.

E questo sarebbe il momento ideale per farlo, perché  perfino Elon Musk sta proponendo all’autorità antitrust americana, proprio per uno scrupolo di libertà di pensiero,  il “break-up” di Amazon, di cui la creazione di un campione europeo potrebbe essere il logico “pendant” in Europa.

Se l’Europa vuole proporsi veramente come il “trendsetter” in campo digitale contro il progetto apocalittico degli OTTs, e pertanto costringere le Grandi Potenze a sedersi intorno a un tavolo per stipulare un accordo sul digitale come quelli sul nucleare, non può presentarsi al tavolo delle trattative come semplice un mercato da colonizzare, bensì deve già avere un proprio web, sul quale sperimentare e dimostrare la validità del suo “umanesimo digitale” di Nida-Ruemelin, e comunque sottraendo i suoi cittadini al controllo di potenze extraeuropee. Come hanno detto Trump e Macron e in netto contrasto con la retorica “angelistica” (come la chiama Papa Francesco), in queste cose vengono rispettati solo i soggetti forti e autonomi. Questo vale tra l’altro anche in campo nucleare.

Le Istituzioni (compreso soprattutto l’onnipotente Consiglio) debbono spiegare agli Europei perché non si stia facendo nulla in questo campo, e neppure se ne discuta. Non ci si dica che non esistono le competenze giuridiche europee, perché lo stesso Parlamento, con lo Studio dell’ EPRS intitolato “Unlocking the potential of the EU Treaties”, ha chiarito che  si può utilizzare a questo proposito l’art. 171 TFEU.

Notiamo con preoccupazione che nessuno dei documenti pubblicati dalla Commissione e dal Parlamento sul digitale fa alcun riferimento a un’azione concreta relativa alla sovranità digitale europea, invocata invece a gran voce da Macron e dal Senato francese. C’è un accordo segreto? Le visite alla Commissione di Zuckerberg e Pichai lo fanno pensare. I due sono molto bravi a fare credere a Europei e Cinesi di essere indipendenti dallo Stato americano, ma, se ciò veramente fosse, i loro rispettivi business non esisterebbero neppure, come dimostrano Cambridge Analytica e la “precettazione” di Google in base al War Production Act per combattere al crollo del valore dei bitcoins.

I medici albanesi in Lombardia

4.I voti  del Parlamento Europeo in materia digitale.

Per tutti questi motivi, avevamo indirizzato nelle scorse settimane una serie di lettere con cui pregavamo la Commissione ITRE del Parlamento di non votare il rinnovo “tels quels” per il prossimo settennio, delle circa 40 agenzie della Commissione, per lo più di carattere tecnico, tutte basate sull’ idea di “congelare” il mercato tecnologico europeo, come pure di tutti i programmi e strumenti tecnologici europei esistenti, senza invece l’obiettivo di un vero “ecosistema digitale sovrano europeo”, indipendente dalle OTTs (obiettivo conclamato, ma mai perseguito). Purtroppo, a parte una cortese e.mail del Presidente Sassoli, non abbiamo ricevuto alcuna reazione sulla sostanza della questione, per cui presumiamo che si procederà alla conferma del pregresso, così bloccando un dibattito che, invece, in pendenza del nuovo quadro settennale e della Conferenza sul Futuro dell’Europa, dovrebbe restare aperto, proprio per fare salvo il principale obiettivo di sostanza: il web europeo.

In generale, si può dire che, non solo per ciò che riguarda queste agenzie, ma in generale per tutto ciò che concerne le politiche tecnologiche dell’Unione, le Istituzioni stiano già “blindando” il prossimo settennio, escludendo che in questo periodo si possa concretamente perseguire la sovranità digitale (e salvaguardando così gl’interessi, non solo degli OTTs, ma anche di molti  Enti di sottogoverno la cui utilità è dubbia, e che, a nostro avviso dovrebbero essere sostituiti da un potente DARPA europeo).

Confidiamo nella Sessione Plenaria del Parlamento per un intervento correttivo, che lasci alle Istituzioni e alla Conferenza il margine necessario per lanciare l’Ecosistema Digitale Autonomo (al limite con strumenti finanziari, ma soprattutto normativi, a oggi non esistenti).

Torneremo ovviamente, e abbondantemente, su questi argomenti.

Abbiamo girato intanto lettera, opportunamente aggiornata, anche ai presidenti dei gruppi politici del Parlamento, sperando che facciano qualcosa (cfr. “Technologies for Europe”). Poi, come aveva scritto Carlo Marx alla fine della Critica al Programma di Gotha,  dovremo dire: “Scripsi, et salvavi animam meam”.

L’arresto di Assange, una vergogna per l’Inghilterra e per l’ Europa

VOGLIAMO FARE, O NO, IL WEB EUROPEO?

La Commissaria Europea competente per il web

Non solo la lettura dei classici costituisce una guida inaggirabile per interpretare anche l’oggi, ma, addirittura, alcuni testi vengono riscoperti quasi ossessivamente a ogni svolta importante della storia. Uno di questi è l’incipit della Politica di Aristotele, dove si parla della schiavitù. Tema ripreso nei dibattiti dell’Università di Salamanca sull’estensione in America dell’impero asburgico; nella teoria hegeliana sulla Storia come storia della libertà, nelle idee marxiana e nietzscheana sulla centralità ancor oggi della schiavitù.

Il nocciolo della controversa tesi di Aristotele è che la schiavitù è un fenomeno naturale, e, quindi, inevitabile, che nasce sostanzialmente dalla guerra. Essa è infatti la condizione normale di colui che si arrende, a cui il vincitore risparmia la vita in cambio della rinuncia alla libertà.

Per questo è così fondamentale, nella costruzione della memoria culturale, riuscire sempre a definire se stessi come vincitori, anche quando in realtà si sia stati sconfitti. Secondo la tesi di Aleida Assmann, tutti i Paesi europei basano la loro memoria condivisa su un’elaborazione specifica del tema della sconfitta nella IIa Guerra Mondiale, e questa è una delle ragioni fondamentali della difficoltà di costruire un’ identità europea comune (dato che ciascuno ha perduto in modo diverso).

Comunque, che il senso generale della seconda Guerra Mondiale sia quello di una sconfitta ci viene confermato ogni giorno dalle manifestazioni quotidiane del rapporto USA-Europa, che è, da ambo le parti, quello tipico della dipendenza.

Dipendenza che è data per scontata nel comportamento quotidiano degli Stati Uniti, per esempio nella gestione della NATO, dove decisioni fondamentali per l’Europa, come quelle sul fare o non fare le esercitazioni  sul nostro Continente vengono adottate unilateralmente dagli USA e neppure annunziate agli Europei; dove Trump ha tentato per ben due volte di ”scippare” platealmente  il vaccino contro il Coronavirus alla Germania e alla Francia, sempre con lo stesso meccanismo: finanziare aziende europee con un accordo secondo cui, in caso di scoperta del vaccino, questo avrebbe dovuto essere dato in licenza esclusivamente agli Americani – dipendenza che si rafforza, soprattutto, sempre più con il perdurare del controllo, da parte delle Big Five americane, dell’ intera Web Economy europea-.

Trump ha interessi finanziari nell’ industria dei vaccini

1.L’offensiva sul vaccino del Coronavirus

Si noti che l’accordo imposto da Trump prima a CureVac, e, poi, a Sanofi, è contrario, oltre che a evidenti considerazioni umanitarie, proprio nella sua sostanza a un meccanismo fondamentale del diritto della proprietà intellettuale di tutti i Paesi del mondo, che prevedono la possibilità di espropriazione, a favore delle forze armate nazionali nel caso di un brevetto che riguardi la difesa nazionale. Orbene, le vicende di Defender Europe 2020 e delle parate del 9 maggio in Europa Orientale hanno dimostrato che un vaccino, soprattutto se dato in esclusiva agli Stati Uniti, avrebbe in impatto enorme sulla geopolitica.

Intanto, nel caso specifico di Sanofi, il ministro francese della Difesa ha un diritto di controllo su tutte le domande di brevetto depositate in Francia, sì che Macron avrebbe serie difficoltà a giustificare una resa a Trump su questo punto. Le domande sono segrete. L’Istituto della Proprietà Intellettuale comunica al depositante se l’invenzione interessa il Ministero della Difesa, nel qual caso  la domanda viene segretata e il titolare è soggetto al divieto di utilizzare l’invenzione, e può venire espropriato, a meno che non addivenga a una convenzione con il Ministero della Difesa.

Tutto  potrebbe fermarsi qui, se non fosse che Trump ha anche una “piccola partecipazione personale” in Sanofi, il produttore farmaceutico francese che produce il farmaco. Secondo il New York Times, il modulo di divulgazione finanziaria del 2019 di Trump elenca le partecipazioni in Trust familiari 1, 2 e 3 valutate tra $ 1,001 e $ 15000. Quindi, se Trump ha il massimo di $ 15.000 in ciascuna delle società fiduciarie, detiene una partecipazione in Sanofi che vale $ 1.485 e, come minimo, solo $ 99.Si è scoperto però che sembra avere in Sanofi più di quel modico importo investito,  perché, cosa non menzionata nel rapporto del Times, i trust del Presidente detengono anche fondi indicizzati di borsa più ampi in Europa.

Si noti infine che Sanofi ha anche, insieme alla Fondazione Bill & Melinda Gates, una partecipazione nella CureVac tedesca, con cui gli USA avevano fatto un simile patto circa un mese fa, un patto poi sventato dall’ azione congiunta di Ursula von der Leyen, Angela Merkel e Peter Altmaier.

Dunque, nonostante la vicenda CureVac, Trump sta continuando imperterrito a scalare sotterraneamente, come Stato e come privato, tutte le imprese europee che potrebbero produrre un vaccino per il Coronavirus, per fare, di quest’ultimo, un bottino e un’arma contro tutto il mondo (e, in primo luogo, contro l’ Europa, che verrebbe privata di un patrimonio intellettuale fondamentale per la sua stessa sopravvivenza). Ciò dimostra la ferrea costanza nel tempo della pretesa americana di essere “la guida” in ogni campo, pretesa che costituisce la radice storica della speculare pretesa della Cina di detronizzarvela. Pretesa, quest’ultima, che, non per nulla, risale proprio al momento della massima umiliazione dell’ Impero Cinese: le Guerre dell’ Oppio e la Rivolta dei Taiping.

2. La dipendenza bio-tecnologica

La frenesia del controllo delle industrie digitali e  bio-mediche deriva da una comprensione, da parte degli USA e della Cina, molto più profonda di quanto non lo sia la nostra, delle trasformazioni in corso nel mondo, che comportano una forma di divisione internazionale del lavoro ben diversa da quella dei tempi della società industriale, nella quale l’ Europa si era collocata, prima, in una posizione di leadership, poi, in quella di un satellite ben retribuito per la propria acquiescenza.

Oggi, il centro della creatività, e perciò anche del potere, della ricchezza e delle possibilità di autoaffermazione di ceti, organizzazioni e persone, è dato dal controllo del mondo digitale, che garantisce conoscenza, potere e ricchezza. Ad esso si stanno affiancando sempre più le bioscienze e le biotecnologie, che, attraverso il Coronavirus, si stanno dimostrando più che mai un potentissimo strumento di controllo sociale. I casi di Wuhan e della Corea del Sud hanno infatti dimostrato che, unendo la biotecnologia e il controllo digitale totale, si ottiene una protezione veramente efficiente contro gli ultimi capricci della natura ostile. Protezione che, per il suo carattere “magico”, garantisce a sua volta un consenso vastissimo, “carismatico” (basti vedere la spettacolare scalata della Cina nelle preferenze degli Europei).

Non per nulla vecchi guru dell’informatica (come Gates, Brin e Ma), hanno abbandonato le precedenti, prestigiosissime, posizioni operative nei relativi imperi digitali per divenire dei sedicenti “filantropi”, che sono, in realtà, attraverso delle “fondazioni”di copertura, dei potentissimi investitori in industrie biomediche (come nel laboratorio di Wuhan, nel CureVac tedesco e in Sanofi), che, già da ben prima del Coronavirus, hanno dimostrato quanto pesi questo settore negli equilibri mondiali.

Sta di fatto che, se l’expertise in materia di digitale e biomedica, il suo controllo poliziesco e militare, le sue reti e database, restano tutti concentrati nelle due Superpotenze, il ruolo degli altri Paesi tenderà, nel tempo, ad essere sempre meno rilevante su tutti i piani. E, in un’era in cui le macchine tendono a sostituire gli uomini perché più capaci degli stessi, gli abitanti dei Paesi dominanti (ideologhi, lobbisti, finanziatori, guru, militari, imprenditori, politici, agenti segreti, manager, ingegneri, tecnici) avranno molte più chances di non soccombere (o di soccombere più tardi), né alla disoccupazione tecnologica, né alle guerre per procura, che non quelli dei Paesi non sovrani, condannati progressivamente a ruoli sempre più marginali, “stupidi” e male (o per nulla) retribuiti.

Dunque: dalla schiavitù nei confronti della superpotenza, alla schiavitù nei confronti delle macchine.Basti pensare alla sorte dei nostri operai licenziati, agl’ingegneri costretti ad emigrare, agli eterni precari, al commercio al minuto distrutto da Amazon e dai supermercati, alla chiusura degli sportelli bancari…

Basti pensare, soprattutto,  a quanti nostri giovani, esclusi dal mercato del lavoro, stiano servendo, e continuino a servire, per quanto assolutamente illegale, sotto le bandiere dell’ ISIS  o dell’ Ucraina, dei Curdi e delle Repubbliche del Donbass. Una sorte comune, nel tempo, ai soldati germanici nelle legioni romane, a quelli africani e slavi negli eserciti islamici, ai Gurkha nell’esercito inglese, agli Ascari in quello italiano…Siamo giunti al punto che un Ucraino naturalizzato italiano, che combatteva fra le file dell’esercito ucraino, sia stato condannato da un tribunale italiano per aver ucciso in battaglia un altro Italiano, un fotografo che lavorava fra le truppe indipendentiste.

Non vi sarebbe proprio nessuna difficoltà, volendo, per le Grandi Potenze, a creare simili scontri fra Italiani filoislamici e Italiani islamofobici, fra Turchi e Curdi, fra Bosniaci di vari gruppi religiosi, fra Moldavi e Transnistriani, fra Lettoni russofoni e russofobi, fra Irlandesi e Inglesi, Catalani e Castigliani…

Il Parlamento Europeo a Strasburgo

3.Non c’è futuro senza un’industria indipendente del web

Già da quanto affermato ai punti precedenti s’intuisce quanto sia fondamentale, per l’autonomia di un Paese, essere padroni del proprio web. A oggi, ciò è riuscito soltanto a due Paesi: gli USA e la Cina.

Pur essendo divenuto nel frattempo sempre più evidente che Internet è il vero e proprio sistema nervoso del mondo, e che da esso dipende ogni altra cosa, da circa 40 anni, nonostante le continue affermazioni in contrario, l’Europa non sta proprio facendo nulla in questo campo, come se ci fosse un accordo segreto con l’ America su questo punto, proprio sulla base dell’accettazione segreta, da parte degli Europei, in contrasto con le retoriche ufficiali, del ruolo degli sconfitti, e, quindi, degli schiavi. E, infatti come dimostreremo in seguito, oggi, chi non possiede un web autonomo è, di fatto, proprio uno schiavo.

Molti sostengono che ciò deriva automaticamente dal fatto che Internet (come dimostra la vicenda del 5G) ha oramai un’importanza militare rilevante. Peccato che, con il diffondersi della “guerra senza limiti”, il concetto di “militare” e di “dual use” s’è talmente allargato che, chi non controlla quest’area centrale dei sistemi “militari” viene espulso progressivamente dall’intera economia mondiale (come sta accadendo in primo luogo all’ Italia).

Il bello è che le prime sperimentazioni di Internet erano state quelle del belga Otlet, dell’ inglese Wells e della Wehrmacht, così pure come il primo computer, ch’era stato realizzato dal tedesco Konrad Zuse.Anche il Biuro Cyfrowy polacco aveva acquisito una grande esperienza. Durante la IIa Guerra Mondiale, John Vincent Atanasoff aveva ricevuto un finanziamento per costruire un computer allo Iowa State College, e Tommy Flowers aveva progettato per le Forze Armate Inglesi il computer Colossus, per decifrare i messaggi tedeschi. Anche il primo computer commerciale americano aveva in realtà come unico cliente la US Navy.

Già nel 1973, l’ ARPA, Ente americano che finanzia le tecnologie duali, aveva commissionato una ricerca sulle reti di comunicazione mobili, ma solo nel 1983 era stato lanciato, Internet come un modesto esperimento del Governo americano,  emergendo solo nel 1992, un anno dopo la caduta dell’ Unione Sovietica,come lo standard mondiale.

Da allora, Internet ha realizzato un’infinità di obiettivi diversi, che materializzano l’insieme delle aspirazioni e delle distopie della modernità: da un cervello unico mondiale (localizzato negli Stati Uniti), che immagazzina e sorveglia ogni forma di comunicazione nel mondo, a una forma nuova di sociabilità, sostitutiva di quella, tradizionale, fisica (che ha provato la sua più matura espressione nelle forme di comunicazioni imposte dal confinamento da Coronavirus), fino a uno strumento unico di marketing, tanto commerciale quanto politico, capace di sconfiggere ogni canale concorrente.

Essendo i servers e i centri direzionali di Internet situati negli Stati Uniti, ed essendo la rete mondiale controllata dal governo e dall’ esercito americani, Internet costituisce oggi, come documentato in modo schiacciante da Assange, Snowden e Morozov, lo strumento principale dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Questo spiega l’incredibile situazione di assenza degli Europei.

Molti (e in primo luogo la Russia e l’India) hanno operato per ridurre questo controllo, ma l’unica che è riuscita a tenerlo fuori dalle proprie frontiere è stata la Cina. Gli Europei stanno parlando da decenni della loro aspirazione alla sovranità digitale, ma in realtà non hanno mai fatto nulla per conquistarsela, anche quando un semplice sguardo ai “Case Studies” di America e Cina sarebbero bastati per capire che cosa occorre fare.

La Commissaria Jourovà con Mark Zuckerberg

4.La nostra proposta

Visto che, per quanto sopra, la causa prima dell’attuale decadenza dell’Europa è costituita dalla sua dipendenza tecnologica dagli USA, l’unica “Recovery” possibile, capace di tradurre in fatti i tanti discorsi dei politici, consiste nella ripresa della nostra autonomia tecnologica. Il caso della Cina dimostra che il problema non è tecnico, bensì politico: all’ interno, con la creazione di una classe dirigente animata dall’umanesimo tecnologico; all’ esterno, recidendo i legami con l’ideologia californiana, con il Complesso Informatico-Digitale, con i diktat commerciali, con le OTTs.

Certamente, tutto ciò è complesso e difficile.Tuttavia, con le premesse fatte sopra, la nostra proposta, contenuta, da un lato, nel libro “A European Technologuy Agency“, e, dall’ altra, nel “Pleading for a European Technology Agency”,anche se molto articolata, risulta relativamente semplice da comprendere.

Il concetto è:

-per superare tutte queste difficoltà, occorre concentrare tutte le forze in un solo punto. Oggi esse sono disperse “a pioggia” fra individui, imprese, istituzioni, Città, Regioni, Stati, Istituzioni Europee, Agenzie, singoli Commissari.

Per forza di cose, nessuno di essi può avere una visione globale delle trasformazioni esistenziali e sociopolitiche in corso, del loro impatto sulle diverse tecnologie e sula geopolitica, dell’ andamento dei singoli sviluppi, delle nostre imprese, della concorrenza, delle competizioni, dei conflitti, dei finanziamenti delle ricerche, della formazione, dell’occupazione, in campo tecnologico. Ci vuole qualcuno che, formandosi, individualmente o collettivamente, questa visione d’insieme e, fornito dell’ adeguato “status” e carisma possa sapere, intervenire, guidare

Qualcuno che non abbia, come ora, un timore reverenziale verso la diplomazia americana e i giganti del web..

Questa sarebbe l’Agenzia Europea della Tecnologia, destinata a fondere in sé le strutture, l’expertise, le risorse, il personale e le competenze di almeno una quarantina di Enti, che perseguono in modo confuso e contraddittorio obiettivi disparati, mentre i nostri concorrenti hanno obiettivi ben precisi, come domostrano gli scritti di Kurzeil, di Schmidt, di Cohen, come pure documenti ufficiali cinesi, come “Made in China 2025” e “China’s Standards 2035”.

Abbiamo mandato il libro e la proposta a tutte le istituzioni dell’ Unione, ai vertici degli Stati Membri e ad Enti e istituzioni taliani.

Stiamo cominciando a ricevere alcune reazioni positive.

Innanzitutto, da parte del Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, il quale ci ha scritto:

“Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli”

Dando seguito alle indicazioni del Presidente del Parlamento, abbiamo inviato il libro, con una versione aggiornata della lettera, a ciascun membro della Commissione ITRE,e a ciascun membro del Consiglio Europeo, che si allega.

Contestualmente, stiamo organizzando, nell’ ambito di “Cantieri d’ Europa”, un dibattito specifico su questo tema, con l’obiettivo di preparare, sia la presentazione del libro nell’ ambito del Salone del Libro di Torino, sia l’iserimento della sua ultima parte nei lavori della Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Il libro inviato a tutte le posizioni apicali in Europa

5.Il testo della lettera

Pubblichiamo qui di seguito il teso della lettera inviata ai membri della Commissione ITRE del Parlamento Europeo, sia ai membri del Consiglio Europeo.

Turin, 14/5/2020

To The members of the ITRE Committee of the European Parliament

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to your rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of parliament and relevant commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Council ad to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking  you in advance for your attention,

We remain,

Yours Faithfully

For Associazione Culturale Diàlexis

The President

Riccardo Lala

LA RELAZIONE SULLO STATO DELL’ INTEGRAZIONE EUROPEA, UN’OCCASIONE PER FARE SENTIRE LA NOSTRA VOCE

 

E’ in discussione presso la Commissione Affari Costituzionali del Parlamrento Europeo il progetto di relazione in oggetto (2018/2094(INI)), Relatore: Ramón Jáuregui Atondo

A me sembra che, nonostante le vare forze politiche abbiano presentato 244 emendamenti, vi sia ancora un eccessivo grado di unanimismo, che non risponde affatto all’atteggiamento della maggioranza degli europei (i quali per lo più esprimono il loro malcontento non votando affatto alcuna delle forze presenti nel PE).

Il partito astensionista costituisce la maggiore forza politica in Europa, e il giorno che si trasformasse in un voto coerente con le tendenze profonde dell’ Identità Europea spazzerebbe le attuali forze che non le rappresentano.

Per semplicità, pubblichiamo qui di seguitosolo la motivazione  della bozza di risoluzione, con inseriti gli emendamenti a nostro avviso necessari.

 

La dichiarazione di Roma del 2017 ha concluso il processo di riflessione politica iniziato a Bratislava il 16 settembre 2016, seguito al referendum britannico e finalizzato a predisporre una visione congiunta e una tabella di marcia per gli anni a venire. Gli Stati membri si sono impegnati a lavorare per conseguire:

  • un’Europa sicura e protetta, in cui tutti i cittadini possano muoversi liberamente, con frontiere esterne protette e una politica migratoria efficace;
  • un’Europa prospera e sostenibile, che promuova la crescita sostenuta e sostenibile, con un mercato unico forte;
  • un’Europa sociale che combatta la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà;
  • un’Europa più forte sulla scena mondiale, che sviluppi i partenariati esistenti e ne istituisca di nuovi, impegnata a rafforzare la sicurezza e la difesa comuni.

Il mondo si muove e gli eventi, su tutti i piani, si succedono rapidamente. Tutto quanto accade ci riguarda: il mondo è connesso e sempre più interdipendente. L’Unione europea affronta pertanto nuove sfide che ci obbligano ad assumere decisioni con un sistema istituzionale una costituzione materiale non abbastanza efficace e rapida e che non è neppure commisurata alla portata e all’importanza dei problemi. Molte delle gravi criticità che hanno caratterizzato gli ultimi anni sono solo in via di risoluzione ma non ancora archiviate. Le migrazioni sono una realtà e rendono necessaria una nuova politica. La crisi dell’euro ha messo in evidenza l’urgenza della sua governance. revisione. La crisi economica richiede una maggiore convergenza e nuove politiche. Quanto alla Brexit, sono ancora in atto difficili negoziati. Sorgono altresì nuove sfide, quali, ad esempio, sostituzione degli uomini con le macchine, protezionismo,e “guerre commerciali”, sanzioni, politica internazionale e difesa in un “disordine multipolare”, sicurezza dinanzi a un terrorismo “a lungo termine”, protezione dei nostri dati e delle nostre democrazie dalle manipolazioni e dagli attacchi informatici.

Molte delle sfide che affrontiamo sono globali e le soluzioni alle stesse rendono necessaria un’azione sovranazionale che coinvolga gli organismi internazionali esistenti o da crearsi. La difesa dell’ Umano contro le macchine intelligenti è forse il migliore esempio dell’azione internazionale necessaria I cambiamenti climatici sono, nonostante il deplorevole abbandono dell’accordo di Parigi da parte degli Stati Uniti. I  i fenomeni migratori, la sicurezza informatica, il commercio internazionale, le crisi umanitarie, le pandemie, i diritti umani, la cooperazione allo sviluppo, alla lotta all’evasione fiscale e i paradisi fiscali, ad esempio, sono tutti problemi che non possono essere affrontati da un solo paese, né dall’Europa da sola. È per questo che una grande maggioranza politica in Europa ci chiede di continuare a fare insieme ciò che oggi non riusciamo a fare bene, affrontando congiuntamente le grandi sfide che ci attendono in quanto europei.

Diversi rappresentanti ci hanno proposto di “ripensare l’Europa”. Sono costanti gli appelli degli europeisti a migliorare il nostro sistema istituzionale facendo fronte a molteplici incertezze e insicurezze. “Un’Europa che protegge” è uno degli slogan utilizzati per chiedere un’Europa che ritrovi la sua ragione d’essere e la sua funzione sociale offrendo un sistema di garanzie collettive e personali . “Siamo noi a dover decidere”, non gli eventi né gli altri. Questa è un’altra rivendicazione europeista, che si concretizza nella sovranità europea dinanzi al mondo, alla rivoluzione digitale, alle sfide energetiche, alla crisi democratica o al modello sociale o ancora al multilateralismo internazionale e agli equilibri geopolitici.

Non c’è dubbio che uno dei grandi dibattiti in corso sia quello tra la Nazione e l’Europa, tra le nostre realtà nazionali e la costruzione sovranazionale, come se le due cose fossero incompatibili. È un dibattito che attraversa aspetti tecnici (sussidiarietà, proporzionalità, distribuzione delle competenze ecc.) ma, negli ultimi anni, non solo. Un nuovo nazionalismo, molte volte apertamente anti-europeo, rivendica infatti lo Stato-Nazione quale unico spazio di democrazia e nega così la grandezza del progetto europeo e la stessa democrazia europea. Risulta necessario trovare un equilibrio tra l’esercizio delle nostre rispettive competenze, attribuendo all’Europa solo ciò che l’Unione deve fare e assicurando che possa farlo senza i limiti di un assetto intergovernativo paralizzante.

Occorre rafforzare l’europeismo costruendo un “demos” laòs europeo che la cultura, la politica e l’istruzione e dovranno promuovere. È necessario evitare la divisione europea nonché di indebolire la nostra Unione e di privare i nostri cittadini della tutela dai populismi nazionalisti che distruggono diritti e libertà. Risulta più che opportuno ricordare che l’Europa è una somma di identità e di popoli che attribuiscono un grande peso storico ai sentimenti, e che esacerbare o affrontare apertamente contrastare tale sensibilità sarebbe un atto costituisce il suicidio dell’ Europa.

Il fenomeno migratorio ha acquisito un’enorme importanza nel dibattito europeo. I nostri principi morali sono messi alla prova da quanto accade nel Mediterraneo. La nostra politica estera mostra enormi debolezze in scenari caratterizzati da forti conflitti come il Medio Oriente. Siamo incapaci di controllare efficacemente le nostre frontiere esterne, e le nostre decisioni a livello di Unione non sono state applicate a causa della palese inosservanza della ripartizione delle quote di migranti. La cosa peggiore è forse che in molte delle nostre società sorgono sentimenti di rifiuto e xenofobia contro gli immigrati. Sentimenti abilmente manipolati e utilizzati dall’estrema destra politica e dai populismi anti-europei. Per questo è essenziale e urgente ricomporre la politica migratoria europea. Si tratta di una delle grandi sfide dell’Europa non solo in ragione della sua demografia ma anche e soprattutto per il dovere di coerenza con i principi e i valori (articolo 2 del trattato) su cui si fonda la nostra Unione.

La chiave per la soluzione di questo e altri problemi è costituita da una rinnovata cultura europea, capace di ripristinare un equilibrio fra i valori universali di spiritualità, eccellenza, pietas, libertà, armonia, orgoglio e responsabilità.

L’esperienza della crisi economia e finanziaria e della sua gestione nel quadro dell’Unione economica e monetaria ci consente di trarre numerosi insegnamenti, avendo anche messo in luce molte inefficienze nel funzionamento istituzionale. Ciò riguarda non solo la politica monetaria ed economica. Sono diverse le relazioni del Parlamento europeo che hanno sottolineato come negli ultimi anni si siano concentrate in seno al Consiglio europeo la maggior parte delle decisioni politiche ed economiche a scapito delle altre istituzioni; come il sostegno democratico a molte decisioni sia stato indebolito dall’influenza nelle stesse di organismi tecnici non rappresentativi; come l’architettura istituzionale nella governance della zona euro sia insufficiente e richieda riforme importanti; come l’unanimità imposta dai trattati si stia rivelando un ostacolo quasi insormontabile in momenti e decisioni importanti; come la politica estera e di sicurezza dell’Unione richieda migliori processi decisionali e maggiori risorse, nonché l’unificazione della rappresentanza internazionale dell’Unione ecc. In generale, dette relazioni propongono importanti riforme che attengono al funzionamento istituzionale della Commissione, del Parlamento e del Consiglio al fine di migliorare la trasparenza e rafforzare l’efficacia e l’efficienza delle decisioni dell’Unione.

Molte delle riforme non ancora attuate e delle decisioni ancora da assumere per affrontare il futuro richiedono un’integrazione politica europea più profonda, specialmente nel contesto della governance economica e monetaria: è l’unico modo per conseguire questo obiettivo con legittimità democratica.

La modifica dei trattati potrebbe essere, in ultima istanza, la strada migliore verso detta integrazione. Tuttavia non sembra auspicabile in questo momento. Questa sarà una decisione che dovrà essere valutata ed eventualmente assunta nella prossima legislatura. Nel breve termine, tuttavia, e senza modificare i trattati, si possono e si devono realizzare molte riforme, come evidenziato dalla risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sulla capacità di bilancio della zona euro. Le cooperazioni rafforzate continueranno a essere uno strumento utile, per esempio nel settore della difesa. Un’Europa a più velocità non deve però essere un’Europa “à la carte”.

L’integrazione politica ci impone anche di migliorare il rapporto tra i cittadini e le istituzioni europee. L’identità politica europea sovranazionale dei cittadini è debole. Non c’è fiducia in detto rapporto, e il nesso tra la volontà dei cittadini espressa nelle elezioni e gli orientamenti politici dell’Unione è molto debole. Il presidente Junker, i federalisti europei, i primi ministri e naturalmente il Parlamento europeo hanno proposto e deliberato su una migliore relazione tra i cittadini e le istituzioni dell’UE e un funzionamento della Commissione e del Parlamento più in linea con le regole dei sistemi parlamentari nazionali. In tal senso, è necessario affrontare temi quali la legge elettorale dell’Unione europea, riformata dal Parlamento europeo, l’unificazione di tutte le figure apicali in un Presidente dell’ Europa o in un Direttorio ristretto, la figura degli Spitzenkandidaten, il rafforzamento dei partiti politici europei, le maggioranze parlamentari che sostengono l’azione della Commissione, le funzioni di controllo del Parlamento europeo e i rapporti con i parlamenti nazionali e molte altre questioni analoghe, al fine di garantire una maggiore decisionalità, rappresentatività, trasparenza politica e un migliore rapporto con i cittadini dell’Unione.

Il dibattito sul futuro dell’Europa ha dunque acquisito continuità nel corso della presente legislatura, e più in particolare sul finire della stessa. Sulla base dei cinque scenari elaborati dalla Commissione nel primo semestre del 2017 sono stati apportati successivi contributi, sia dalle istituzioni che dai ricercatori e dagli esperti europei. Più specificamente, sono stati notevoli i contributi dei presidenti o dei primi ministri degli Stati membri, invitati dal Parlamento europeo a esporre i loro punti di vista sul futuro dell’Europa nel corso del 2018.

La presente relazione intende fornire una sintesi dei temi oggetto del dibattito sul futuro, nonché orientare e chiarire i percorsi dell’integrazione europea alla vigilia delle elezioni del 2019. In tal senso, è opportuno precisare che la presente relazione non intende decidere in merito alle diverse alternative bensì definire i problemi, descrivere le sfide e delineare i percorsi che la politica europea e i nuovi rappresentanti eletti dovranno affrontare.

Non è nemmeno intenzione della presente relazione sviluppare le tecniche e le riforme legislative a nostra disposizione per progredire sul cammino dell’integrazione, dal momento che questo compito è già stato assolto ampiamente dal Parlamento europeo con l’approvazione delle seguenti risoluzioni:

–    risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sulle evoluzioni e gli adeguamenti possibili dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea;

–    risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sul miglioramento del funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona;

–    risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 sulla capacità di bilancio della zona euro.

Queste relazioni, e le altre citate nei “considerando”, costituiscono le basi concrete delle riforme e delle misure ancora da adottare perché l’Europa possa far fronte alle sfide della governance per gli anni futuri.

Il vero obiettivo della presente relazione è fornire un aggiornamento, alla fine del 2018 e all’alba di un dibattito politico fondamentale che si terrà in occasione delle elezioni di maggio 2019, dei grandi temi per l’Europa, delle sfide e degli strumenti per farvi fronte. Non si definiscono le soluzioni per rispetto delle istituzioni che sorgeranno dal voto popolare e perché saranno gli eletti a decidere. La relazione intende soltanto delineare un programma politico europeo basato sui molti e ripetuti messaggi che ci giungono dal presente e sulle relazioni, dichiarazioni e proposte successive che le diverse istituzioni dell’UE e i massimi rappresentanti degli Stati membri hanno elaborato negli ultimi mesi e che, nel loro insieme, intendono fare dell’Europa una potenza geopolitica, culturale, tecnologica, militare, commerciale, climatica, economica, alimentare e diplomatica.

 

UN MOVIMENTO EUROPEO SOVRANISTA A GUIDA AMERICANA? UN CONTROSENSO

 

“come si fa a essere sovranisti italiani se poi arriva un americano a dirci che dobbiamo essere sovranisti americaniBannon può stare tranquillamente a casa sua, non abbiamo bisogno di interferenze americane”(Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo)

Come ha scritto giustamente Scalfari, “in quest’estate così variabile, molte cose in politica sono cambiate. O meglio, gli attori e gli spettatori  (loro e noi) hanno messo a fuoco una realtà… che non è più la stessa di prima”. In particolare, aggiungo io, ci si accorge che, oggi, nella politica europea, tutto “gira” intorno ai due temi, fra di loro strettamente collegati, della sovranità e dei rapporti con America e Cina, così come noi avevamo anticipato da più di un decennio, in particolare con libri come il recente “DA QIN”, e approfondito nel precedente post.

Questi temi condizionano oramai teologia e cultura, geopolitica ed economia.

L’arrivo di Steve Bannon alla manifestazione “Atreju” all’Isola Tiberina lo stesso giorno in cui il Vaticano siglava l’accordo con la Cina ha fatto precipitare le opposte posizioni, al punto che addirittura lo stesso Presidente del Parlamento europeo, di solito così inamidato, ha finalmente usato una frase “forte”, tratta dal nostro libro DA QIN, “sovranità europea”!.

Peccato che, proprio su questi due temi, oggi tutti recitino a soggetto, senz’alcun filo conduttore. Il compito che ci siamo auto-attribuiti è proprio quello di contribuire a  ricercare questo filo d’Arianna, a favore di tutti gli Europei.

Dedicheremo ben presto adeguato spazio ai nuovi rapporti fra Vaticano e Cina e all’azione in corso in quel Paese da parte del Ministro dello Sviluppo Economico.

  1. I “sovranisti” gettano la maschera: corsa alle adesioni a “The Movement”

Mentre i movimenti politici “tradizionali” e gl’intellettuali organici si arrovellano su come presentarsi alle elezioni europee del 2019 e sostenere l’urto dei sovranisti, questi ultimi hanno realizzato da soli un autogoal  che, se ben sfruttato, potrebbe risolvere come d’incanto i problemi dei partiti tradizionali. Si tratta dell’adesione in massa, da Salvini a Le Pen a Meloni, al nuovo, misterioso,  movimento “The Movement”, organizzato, con  non meglio precisati fondi americani,  dall’ex ufficiale di marina ed ex collaboratore di Trump Steve Bannon “per coordinare i movimenti populisti nel Parlamento europeo”, e addirittura per erogare a Roma corsi di formazione ai giovani cattolici: quello che chiameremo per semplicità “il Piano Bannon”.  Come contenuti del coordinamento e dei corsi: le trite elucubrazioni dei teocon e dell’eccezionalismo americano.

Tutto questo in un momento in cui i rapporti fra Trump e gli Europei dovrebbero essere al minimo storico, e, quindi, allearsi a un amico di Trump non dovrebbe portare una grande popolarità.  Ricordiamo che il Presidente americano è riuscito in un anno, con dazi e sanzioni, a fare alzare di due punti il PIL americano e ad abbassare deliberatamente di 1 punto quello europeo, essendo l’Europa colpevole, a suo avviso di avere “approfittato dell’America”(vale a dire operato più abilmente sui mercati). Di fronte alla lapalissiana constatazione del deliberato boicottaggio da parte di Trump, tutte le altre considerazioni sull’ andamento delle varie economie nel mondo diventano prive di senso. L’unica vera leva che fa e disfa la “ricchezza delle nazioni” è, oggi più che mai, il “keynesismo militare”: l’ intervento pubblico accoppiato alla potenza delle armi. Questo è ciò che praticavano già i precedenti presidenti americani, per esempio finanziando con il DARPA lo sviluppo del Web, manovrando per porre sotto controllo l’industria automobilistica europea o l’estrazione petrolifera irachena, o per impedire la nascita di un cacciabombardiere europeo di 5° generazione. Solamente, non lo dicevano, e, anzi, predicavano il pacifismo e la cooperazione.

Né l’ “Europeismo”, né il “sovranismo” possono evidentemente consistere nell’ accettare supinamente queste prepotenze, bensì dovrebbero portare a svolgere azioni eguali e contrarie, volte a ricostituire un equilibrio. Del resto, la necessità di reagire al “contingentamento dell’Europa” è stata fuggevolmente  evidenziata dal Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ma quest’ultimo è stato subito zittito non appena ha proposto di passare dalle parole ai fatti, creando uno “swift europeo” per aggirare le sanzioni americane all’ Iran. Tanto sono forti ovunque le lobby filoamericane.

Altro che ”sovranismo”! Invece di contrastare l’aggressività di Trump, che ci definisce tutti come dei nemici, che aspira a distruggere l’Unione, che umilia e ridicolizza il presidente della Polonia, un suo fedelissimo alleato che va a promettergli due miliardi per costruire un “Fort Trump” in Polonia, certi leader sovranisti vorrebbero pervertire i rispettivi movimenti, annegandoli in un ambiguo calderone filo-americano e trumpiano, quello che Bannon ha definito “i patrioti dell’ Occidente”. L’obiettivo sarebbe quello di contribuire a trasferire la lealtà dei cittadini, dall’ Europa, all’ America, e, poi, di  dirigere i nostri governi attraverso la manipolazione dei voti e il ricatto ai politici, come fatto in America da Obama e Trump (Cambridge Analytica), per creare nel Parlamento Europeo una maggioranza “sovranista” (ma in realtà pilotata dall’ America).

Tra l’altro, le “élites” che ancor ieri Bannon ha esposto in forma anonima all’odio popolare non hanno nulla a che fare, come invece vorrebbe far credere, con le sbiadite figure ai vertici dell’Unione. Esse hanno, invece, nomi e cognomi: Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Pinchai; gestiscono migliaia di miliardi prelevati dalle nostre tasche; sono tutti negli Stati Uniti, dove, protetti dalle leggi americane e dall’ “advocacy” dell’Amministrazione, manipolano le elezioni di tutto il mondo.

A 73 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, appare, non soltanto sconcertante che gli Stati Uniti continuino a comportarsi con l’Europa come con un Paese nemico e occupato, continuando a “coordinare” ufficialmente delicatissime funzioni come il web o l’organizzazione dei gruppi politici al Parlamento europeo, ma addirittura kafkiano il modo in cui ciò avviene. Si noti che, proprio in questi giorni,  il Presidente Trump è sotto inchiesta in America per aver anche solo permesso che alcuni suoi collaboratori parlassero con la Russia durante la propria campagna elettorale. Invece, da noi in Europa è normale che gli Americani fondino a Bruxelles un’organizzazione apicale di partiti europei, con il preciso intento di scardinare l’Unione influenzando pesantemente le elezioni (con metodi tipo Cambridge Analytica). Movimenti simili, ma molto più blandi (le NGOs), sono presenti tanto negli Stati Uniti, quanto in Russia, ma, in ambo i casi, devono registrarsi come “agenti stranieri”. Nulla di tutto ciò qui da noi (salvo l’obbligo, tanto deprecato da tutti, imposto in Ungheria di seguire un’analoga procedura per una delle università di Soros). Chissà che il Parlamento Europeo non si decida a varare una regola simile per l’ Europa.

E’ ben vero che le ingerenze degli Stati Uniti sono state determinanti sull’ Europa fino dalla fondazione degli Stati Uniti :dall’influenza di Franklin e Jefferson sulla Rivoluzione Francese (cfr. Annie Crépin, Benjamin Franklin et Thomas Jefferson. Aux sources de l’amitié franco-américaine. 1776‑1808), al ruolo di Allen Dulles nell’incarico di governo di Hitler (cfr. Sutton, Wall Street and the Rise of Hitler), poi ancora, alla nascita del Movimento Europeo, finanziato dall’OSS di Dulles e dalla CIA di Donovan , fino, addirittura, all’origine dell’Unione Europea, deliberata al Congresso americano su iniziativa del Senatore Fulbright (Aldrich ,OSS, CIA and European unity: The American committee on United Europe). Ma, almeno, quelle cose si facevano in America e con un po’ di discrezione (tant’è vero che ancor oggi nessuno lo sa), mentre ora tutto si fa in pieno giorno, in piena Bruxelles, e addirittura sull’Isola Tiberina, culla della civiltà romana! E, soprattutto, si sperava che, passato il dopoguerra, l’Europa sarebbe divenuta indipendente e l’America avrebbe smesso di tenere simili comportamenti.

Risulta comunque chiaro che certi nostri “sovranisti” non perseguono nessuna sovranità, bensì agiscono come l’ennesima longa manus degli Stati Uniti per continuare a “contingentare l’Europa”, come previsto già da Trockij più di 100 anni fa, nonostante che viviamo oramai in un nuovo mondo multipolare. Per altro, anche Trockij era stato uno dei più cospicui “suggeritori” americani in Europa, come ricorda sempre lo stesso Sutton in Wall Street and the Rise of Bolshevism.

L’insistenza del nuovo populismo sul “potere al popolo” ci ricorda perciò quella del generale persiano Mardonio, che, come ricorda Erodoto, quando ebbe riconquistato la Ionia, vi aveva imposto dei regimi democratici, molto più facilmente controllabili dall’ esterno che le non le chiuse aristocrazie greche, capaci di produrre dei leaders militari eccezionali: prima, un Leonida, poi, un Alessandro. D’altronde, lo stesso Erodoto ci ricorda che, proprio per questo motivo, la democrazia era stata scartata, dopo ampio dibattito, come forma di governo della Persia stessa.

Bannon non si comporta, per altro, neppure  diversamente dal suo connazionale ed arcinemico George Soros (a cui per altro testimonia amicizia e stima), né dall’imam turco-americano Fethi Gülen, solo con slogans apparentemente opposti. D’altra parte, Bannon è un americano di origini irlandesi, e quindi erede delle equivoche vicende dell’eresia americanista e del maccarthismo. Come faceva il vescovo Ireland, Bannon censura il liberalismo dei cattolici europei, ma è tutto ligio a quello americano. Il suo comportamento è anche coerente con quello del Governo irlandese, che per l’ennesima volta ha rifiutato di incassare i 13 miliardi di crediti fiscali verso Google aggiudicatigli dall’Unione Europea.   E i “sovranisti” si stanno comportando, nei confronti dell’America, nello stesso modo dei partiti europei tradizionali (che andavano tutti a Washington a prendere ordini), o dei generali golpisti turchi. La sostanza è comunque sempre la stessa: qualunque siano le  ideologie conclamate, avremo sempre un “superiore sconosciuto”, un finanziatore e un capo americani, e dovremmo attenerci alla stessa politica: tecnocrazia; colonizzazione culturale ed economica; tributi, occulti o meno, come i contributi NATO, acquisto forzato di armi americane, imposizione di  dazi e sanzioni che danneggiano l’ Europa; tempestiva uccisione delle imprese europee che minaccino quelle americane; drenaggio di informazioni, di capitali e di posti di lavoro attraverso le industrie del web; mancata ottemperanza, con connivenze a tutti i livelli, a tutte le sentenze che diano torto a un soggetto americano…

 

E’ vero, c’è proprio un complotto (una “conspiracy”): è quello plurisecolare dell’America contro l’ Europa, e i sedicenti “sovranisti” ne sono solo  i complici più recenti. Altro che “Europa contro Europa”, come annunzia il manifesto di “Atreju”! Piuttosto,  “America contro Europa”.

Scontate quindi le critiche, per altro giustissime, di +Europa: “Che hanno da guadagnare l’Italia, l’Ungheria, la Francia sovranista che immagina Marine Le Pen, a ritrovarsi ciascuno per conto proprio di fronte ai dazi di Donald Trump? E a nessuno viene il sospetto che Bannon – lo stratega elettorale di Trump – ci tenga tanto a sfasciare l’Unione Europea proprio perché è l’argine più forte contro i diktat commerciali di questa amministrazione americana? De Gaulle si rivolterà nella tomba allo spettacolo di una soi-disant nazionalista francese come la Le Pen, subordinata agli interessi americani. Ma che avrà mai ‘sto Bannon, allora, per mettere tutti in fila i sovranisti europei? “

Per fortuna, la scelta di allinearsi con Trump è assai poco condivisa anche in tutto lo spettro della destra in Europa. In tutti i campi assistiamo, e probabilmente ancora assisteremo, a delle prese di posizione forse sorprendenti.

Appropriato e dignitoso il commento del Presidente del Parlamento Europeo Tajani (PPE, ex monarchico), insolitamente (e motivatamente) aggressivo: «Io sono un sovranista europeo. Quando arriva un signore come Steve Bannon a dirci cosa dobbiamo fare per distruggere l’Europa, rispondo: caro signor Bannon, tornatene a casa. Se vuoi fare il turista, fa il turista. Ma è meglio che stai zitto”. Importante anche il garbato rifiuto di Weiland (AfD, Alternativa per la Germania):” “Sono perplesso su questo intervento di un soggetto straniero. Suppongo che non abbia il polso dell’ identità culturale del popolo europeo.”Novità ragguardevole: “Adesso, perfino  l’AfD parla dell’ “identità culturale del popolo europeo”! .

La subordinazione all’ America crea divisioni perfino fra i leader dei Paesi di Visegrad, con Duda ch’è andato andato a Washington a implorare Tusk di creare una nuova base americana proprio mentre Orban stava firmando con Putin a Mosca un accordo per la costruzione in Ungheria di una centrale nucleare russa. Il tutto si è tinto poi d’un colore kafkiano quando, pochi minuti dopo l’incontro, Trump ha pubblicato un Tweet con una foto che ritrae il tavolo dello stesso Trump, con il Presidente seduto con fare imbronciato, e Duda che firma stando in piedi davanti a lui simulando un grande sorriso. Come per smentire tutti i convenevoli e dichiarare sprezzantemente che i Polacchi sono dei semplici vassalli. Cosa per fortuna fatta rilevare da Walesa e altri politici polacchi, che hanno descritto tutto ciò come un’offesa per il popolo polacco. Ma è un offesa al popolo polacco il fatto stesso di andare a Washington a pregare il Presidente di difendere la Polonia (da che cosa, poi?), quando invece la Polonia si è sempre fatta vanto di essere essa (come nel caso di Sobieski), il difensore dell’ Europa, tanto che la sua classe portante (la gentry) era chiamata “szlachta”, che significa “i combattenti”, per il suo ruolo eminentemente militare.

Credo che continuare a umiliare, come fanno, a turno, l’America e i burocrati di Bruxelles, i più orgogliosi popoli d’ Europa (Russia, Polonia, Ungheria e Turchia) non resterà certo senza conseguenze.

Nel frattempo, si sta combattendo la battaglia della “Nuova Via della Seta” il boicottaggio della quale, secondo Bannon, costituisce il nocciolo della politica di Trump, a suo dire da lui stesso iniziata e promossa. Intanto, Di Maio sta  inaugurando ufficialmente l’ adesione dell’ Italia alla Nuova Via della Seta. Anche l’accordo siglato lo stesso giorno della presenza di Bannon a Roma, fra Cina e Vaticano fa parte di questo ampio panorama.

2.Come opporsi?

Gli oppositori del “Piano Bannon” avrebbero dunque, a mio avviso, facile gioco nel prevalere semplicemente evidenziando le incongruenze di cui sopra,  non cadendo, come invece stanno facendo Scalfari e +Europa, nell’ ingenuità di riproporre per la millesima volta le arroganti banalità delle ideologie sette-ottocentesche, e addirittura dei partiti della 1° e della 2° Repubblica, ma, invece,  recependo  quanto vi è di autentico nelle istanze sovraniste (il “sovranismo europeo” di cui parla Tajani), collegandovi in modo coerente delle posizioni autonome dell’ Europa su vari temi: tecnica, economia, sussidiarietà, economia, della cultura…, così come abbiamo proposto in concreto in molti libri di Alpina (p.es., “100 tesi sull’ Europa”), e riproporremo presto in forma aggiornata.

Con il patrimonio ideale maturato da Alpina e Diàlexis, crediamo di poter fornire contributi importanti a tutti gli schieramenti, oggi così confusi sui principali temi oggi in discussione, e, in particolare:

 

(i)“autonomìa” e principio di sussidiarietà

Secondo l’“europeismo” dell’ “establishment”, costituirebbero superate forme di tribalismo il “voler essere padroni a casa propria”, come pure il ritenere che i territori siano tutti caratterizzati da una loro specifica identità. Una delle             principali colpe del “sovranismo” sarebbe dunque quella di sostenere che gli “Stati nazionali” sarebbero  la sede naturale della spontaneità e della libertà dei popoli, mentre invece l’integrazione europea costituirebbe una innaturale e inutile cessione di sovranità.

Tuttavia, come scriveva giustamente Massimo Cacciari su “l’Espresso”, gli “europeisti”di quel genere sono “corresponsabili in pieno della catastrofe culturale, etica e politica che attraversiamo. Ci sono invece ‘europeisti’, a partire dal XVIII secolo , ben prima di molti dei ‘padri fondatori’, che ne hanno (invano?) coltivato un’ immagine di ‘arcipelago’: uno spazio composto da realtà ben distinte, da tempi distinti, e tuttavia in navigazione gli uni verso gli altri, senza alcuna velleità egemonica o omologante.”

Constatazione, questa,  fondamentale perché  nuova negli ambienti dell’ establishment: il riportare “la nascita dell’Europa” a Monnet, Schuman, De Gasperi, Adenauer e Spinelli ha costituito, in questi 60 anni, una vera e propria violenza alla storia da parte del “Pensiero Unico”, foriera di un sicuro fallimento, perché un progetto senza profonde radici non può stare in piedi, e un progetto fondato su presupposti mendaci, ancora meno. In particolare, assolutizzare come modello per l’Europa il mondo dell’immediato dopoguerra (quello del sedicente “Miracolo Economico”) significa identificare l’integrazione europea con l’egemonia americana sui nostri Stati Membri, negando ogni rilevanza alla millenaria storia propria ai popoli d’Europa.

In realtà, come spiegato, fra l’altro, nel mio libro “10000 anni d’identità europea”, fin dal 1300 si erano susseguiti progetti d’integrazione europea, sostanzialmente coerenti con gli uni e con gli altri, e che, in particolare, a partire da Proudhon  e dal “federalismo integrale”, avevano per oggetto proprio una federazione pluralistica a più livelli, erede dell’habitus politico pluralistico risalente fino alle tribù pre-romane, all’Impero, al “Concerto delle Nazioni” e alla Santa Alleanza: quella che oggi viene chiamato “multi-level governance”. Una siffatta idea di “sovranità dei popoli europei” preesiste all’ Unione Europea, e che, anzi, costituisce il nocciolo duro di quella millenaria identità che Tocqueville, ispirandosi a Platone, chiamava “l’Antica Costituzione Europea”

Contrariamente a quanto pensano gli autori “mainstream”, ciò che contraddistingue fin dall’ inizio l’”ethos” degli Europei è stato infatti proprio il suo “tribalismo”, il suo ragionare per “stirpi” (i “Bne Jishrael”; gli Eraclidi; la Gens Julia), per città; etnie (Achei, Dori, Ioni, Eolici…; Latini, Sanniti, Siculi…; Franchi, Goti, Svevi, Sassoni…); per “nationes” (non esistono solo gli “Stati-Nazione” ottocenteschi…). Era stato proprio quel  “tribalismo” a sostanziare il governo “repubblicano” classico, in cui ogni “stirpe”(genos=gens,phyle=tribus) poteva avere la propria voce,  così facendo dei Greci quel popolo guerriero, fiero della propria “autonomia”, descrittoci da Ippocrate e da Erodoto. Roma, con le sue “gentes”, i suoi “ordines”, i suoi “municipia”, le sue “coloniae”, i suoi “socii”, aveva costituito la massima dilatazione sione possibile dell’ idea di “città-stato” e del suo “tribalismo”, e il Sacro Romano Impero l’esempio più estremo di un “arcipelago” di poteri, con i “Due Soli”, l’Imperatore “primus inter pares”, alcuni regni soggetti all’ imperatore, altri solo al Papa, altri del tutto sovrani; gli ordini religiosi e cavallereschi; i Cardinali; lo Stato della Chiesa; i signori territoriali; le leghe di città; i principati ecclesiastici; i monasteri; le università; i feudatari; le diocesi; le città, le corporazioni, le parrocchie, i cavalieri; le botteghe…

Ancora nel ‘500, Machiavelli definiva l’Europa come “alcuni regni e infinite repubbliche”.

(ii)l a globalizzazione: un’idea extra-europea

L’alternativa a quest’Europa intesa, per dirla con Cacciari, come “un arcipelago” è costituita dall’impero provvidenziale, di cui abbiamo avuto esempi anche in Europa (per esempio, l’ Unione Sovietica), ma il cui archetipo è stato quello persiano. Esso ha come suo obiettivo “la pace universale”, che, come afferma Serse nel racconto di Erodoto, può realizzare il suo dominio soltanto conquistando tutta l’Europa. Cosa che i Greci, nel loro senso tribale del “limite”, giudicavano come una hybris, un peccato contro gli dei dell’Olimpo (ch’erano gli dei delle differenze). In questo senso, i combattenti delle Termopili, di Platea e di Salamina acquisiscono già allora, indirettamente, il ruolo di “rappresentanti dell’ Europa” (vedi il “sogno di Atossa” ne“I Persiani” di Eschilo). Del resto, sempre secondo Erodoto, non meno eroicamente si erano comportati “gli Sciti”, l’unico altro popolo europeo menzionato dallo storico di Alicarnasso.

E, in effetti, come inciso sulle tombe imperiali di Behistun e di Naqs-i-Rustam, l’imperatore persiano, combattendo contro i “deva”, gli dei stranieri ed ostili del politeismo,  eseguiva la volontà di Ahura Mazda, accelerando l’avvento del “Frasho Kereti”, l’ Apocalisse. Oggi, l’erede di questa concezione mazdeista della storia è l’impero americano, mosso febbrilmente dall’idea messianica della “Fine della Storia” e dell’ espansione della democrazia e del mercato nel mondo intero, con il suo esercito unico nella sua smodatezza, ed immagine  speculare dell’ armata multinazionale pluri-milionaria che Serse osserva (piangendo) sfilare al guado dell’ Ellesponto. Anche l’esercito americano chiede incessantemente a tutti i Paesi, in cambio della pace, la concessione “di acqua e terra”, vale dire di basi navali e marittime. Questo paradossale parallelismo è stato messo in rilievo da Tom Holland nel suo splendido libro “Persian Fire”: “Quando il Presidente Bush parla dell’ ‘Asse del Male’, la sua visione di un mondo diviso fra le forze rivali della luce e dell’ oscurità deriva in ultima analisi da Zarathustra, l’antico profeta dell’ Iran…”, secondo cui“una rinvigorita monarchia globale avrebbe garantito la pace mondiale”.

 

(iii)”autonomia” e spirito marziale

Il carattere tribale dell’Europa antica non era stato per altro di ostacolo alla sua capacità di difendersi e, addirittura, di contrattaccare vittoriosamente, contro i Persiani: gli Ateniesi si rivolgono, per un comando unitario, agli Spartani, e questi riuniscono gli alleati Peloponnesiaci, finché Leonida, il re degli Spartani, compie il miracolo delle Termopili. Anzi, come non mancano di sottolineare Ippocrate ed Erodoto, è proprio l’ “ethos” dei Greci “autonomoi”, che combattono per se stessi, ad essere superiore a quello dei Persiani, che combattono per il loro re, e, conformemente al messaggio della Pizia, deve prevalere. Al di là e al di sopra dell’”ethos” civile, ambedue i popoli sono animati da  opposti pathos religiosi: i Greci (esempio tipico, Leonida) ,aspirano all’ “apotheosis” individuale, realizzata attraverso gesta gloriose in battaglia, mentre i Persiani combattono una battaglia apocalittica collettiva per la vittoria del Bene contro il Male.

L’essenza dell’ “autonomìa” dei Greci è resa icasticamente e performativamente dalla filosofia e dalla letteratura. Per Eraclito, “Pólemos è padre di tutte le cose , di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi (frammento 53)”. La guerra ininterrotta fra le poleis, che tanto stupisce Mardonio, verte proprio su questo: i vincitori sono liberi, i perdenti schiavi. Anche Archiloco ci offre un impressionistico, anche se enigmatico, bozzetto di sé stesso, come un guerriero tutto sostanza e di poche parole: “èn dori mén moi màza memàgmne, én dori d’òinos ìsmarikòs, pinò d’én dori kèklimenòs” (=”in armi inumidisco la focaccia, in armi bevo il vino d’Ismaro, appoggiato alla mia lancia”).

Più tardi, i Greci, riuniti intorno ad Alessandro, conquisteranno addirittura l’Impero Persiano, portando in Oriente la civiltà greca, ma anche acquisendo caratteri imperiali, che si trasmetteranno a tutti i successivi imperi europei. Questo modello di un’alleanza “tribale” contro gl’imperi provvidenziali si ripeterà costantemente nella storia europea, con le Crociate, con la resistenza anti-napoleonica….A Leonida succederanno Riccardo Cuor di Leone, il Principe Eugenio, Sobieski, Suvorov e Körner.

Il preteso carattere pacifico degli Europei costituisce dunque una vecchia  “fake news”, ch’è servita fino ad oggi ad evitare che i nostri connazionali approfondissero il discorso circa l’egemonia americana e ne traessero le conseguenze. Tuttavia, dopo quest’ultima “invasione di campo”, è divenuto sempre più difficile evitare che sempre più smettano, come hanno fatto Tajani e Heiko Maas, di “porgere l’altra guancia”, e rendano finalmente pan per focaccia.

3.Anti-globalizzazione

Ancor oggi, il “tribalismo” costituisce ovunque nel mondo il primo passo verso un atteggiamento antagonistico nei confronti delle “astratte finalità omologanti”  della globalizzazione occidentale, di cui parla Cacciari: tribù e confessioni religiose in  Medio Oriente; Stati e caste in India; “repubbliche autonome” nello spazio post-sovietico e autonomismi in Spagna, Regno Unito e Italia. Soltanto nel nome di questi tribalismi si riesce ancor oggi, seppure a sprazzi, a mobilitare i popoli contro la globalizzazione: la rivoluzione sciita iraniana; la lotta dei taliban contro Sovietici e Americani; i Catalani che tengono il referendum non ostante le violenze della polizia…A questi fenomeni, non già all’omologante complesso informatico-militare americano, né alle retoriche buonistiche dell’ Europa, vanno  dunque accostate le antiche poleis greche.

Certo, presi uno per uno, gli odierni “tribalismi”, in particolare in Europa, “manifestano tutta la propria impotenza non dico a contrastare, ma a “dialogare” con le potenze economico-finanziarie e finiranno per esserne mille volte più sudditi dell’Europa semplicemente commerciale e-monetaria”(Cacciari).Ed è per questo che, mentre, sul piano teorico, si potrebbe anche credere alle promesse di Salvini e Meloni, che oramai non intenderebbero  più distruggere l’ Europa, bensì governarla con una lega di tutti i “sovranisti”, tuttavia, il fatto ch’essi abbiano contestualmente aderito a “The Movement” e che abbiano votato al Parlamento Europeo a favore delle Big Five non lascia certo sperare sul fatto l’Europa “sovranista” sarà più aggressiva contro la globalizzazione di quanto lo sia stata fino ad ora quella dei suoi avversari.

Nonostante le sue giuste intuizioni, Cacciari cade, a sua volta, nel vizio di tutti i politici e intellettuali vicini ai partiti “tradizionali”, ipotizzando semplicisticamente che un’alleanza di tutti gli “anti-sovranisti” (proprio quelli che qualche riga prima aveva così severamente fustigato) possa sconfiggere quella “deriva” pseudo-sovranista. E’ chiaro per altro perfino a lui che oggi ci vorrebbe un movimento che non negasse il “tribalismo”, bensì che lo potenziasse, e, in tal modo, lo superasse. Questo movimento non potrebbe tentare di riproporre con parole nuove le ideologie otto-novecentesche  fallite da gran tempo, ma dovrebbe prendere atto della nuova realtà, caratterizzata dal dominio delle macchine intelligenti e dall’ erosione del potere occidentale.

Il dominio delle macchine intelligenti svuota infatti di per sé i concetti, che ancor ieri erano fondamentali, di “Stato nazionale”, di “libero mercato”, di  “democrazia rappresentativa” e di “diritto sociale”, richiedendo invece nuove parole d’ordine, come “enhancement”, “guerra delle intelligenze”, “stato d’ eccezione”, “solidarietà europea”. L’erosione del potere occidentale fa sì che la ricerca delle soluzioni nen sia più confinata nell’ universo geografico e concettuale dell’ “Occidente”, ma possa e debba spaziare fra una pluralità di soluzioni alternative, vecchie e nuove, esistenti o ipotizzate, comprensiva di soluzioni imperiali, meritocratiche e direttoriali.

Occorrerà comunque scendere in campo non soltanto nel dibattito fra sovranisti e anti-sovranisti, bensì anche all’ interno dei dibattiti di ciascuno dei due campi, per mostrare le incongruenze dei due pretesi schieramenti, e costruire, con i rottami di questi, una Terza Via: il Sovranismo Europeo.

L’Italia vorrebbe proporre all’ Unione il suo Habeas Corpus Digitale

L’Italia vorrebbe proporre all’ Unione il suo Habeas Corpus Digitale

(pubblicato su Articolo 3 Quotidiano online – clicca per leggere)

Parlamento-Europeo-– Riccardo Lala – Lettera aperta ai vertici dello Stato

Finalmente, la Camera dei Deputati  si è manifestata circa il complesso progetto del Parlamento Europeo in materia di “diritti sul web” – al quale l’Associazione Culturale Diàlexis aveva dedicato addirittura, ben 5 mesi fa,  il primo dei suoi “Quaderni di Azione Europeista” (L’Habeas Corpus Digitale, Alte Tecnologie per l’ Europa“)-, lanciando l’idea di una “Costituzione Digitale” sul modello del “Marco Civil Digital” approvato dal Parlamento brasiliano

E’ singolare che questo, come altri temi di interesse centrale per la sopravvivenza stessa dell’ Europa e dell’ Umanità, passino sempre in secondo piano di fronte a questioni giudicate stranamente “più gravi” e “più urgenti”. Soprattutto, sembrerebbe che l’Italia voglia propoporre la bozza all’ unione Europea come contributo in quanto Paese che ha la Presidenza di questo semestre. Abbiamo perciò inviato, con una copia dei nostri e.book sull’argomento, una lettera aperta alla Presidente della Camera Boldrini, al Presidente della Commissione Rodotà, e al Primo ministro Renzi per la Presidenza Italiana della UE, come anticipo di quello che vuol essere un intervento molto più sostanziale, anche con il contributo dei nostri lettori.

 Ecco il contenuto della lettera:

“Torino, 13/10/2014

Laura Boldrini

Presidente della Camera dei Deputati

Piazza di Montecitorio 10187 Roma

ROMA

Per Conoscenza

p.c. Stefano Rodotà

Presidente della Commissione Diritti sul web

Palazzo di Montecitorio 10187 Roma

Matteo Renzi

Presidente del Consiglio

Palazzo Chigi

Piazza Colonna 167 10186 Roma

Roma

Oggetto: Costituzione del Web e industria digitale europea

Laura-Boldrini-lettera

Signora Presidente!

La questione dell’immagazzinamento abusivo di dati (a colpi di centinaia di milioni)  su tutti i cittadini del mondo, su tutti gli Stati e su tutte le Istituzioni, imposta all’ ordine del giorno  dallo scandalo “DATAGATE”, ha una portata così vasta, ch’esso non potrà certo non lasciare tracce sulle vicende culturali, politiche e militari dei prossimi anni. Tuttavia, esso non è che  uno dei tanti sintomi dell’ importanza cruciale che le nuove tecnologie hanno per il futuro dell’ Europa e dell’ Umanità.

Infatti:

– Innanzitutto, se è vero, come risulta ormai chiaro da molte fonti,  che ogni nostra, seppur minima, azione viene, da tempo, non solo spiata, ma anche immagazzinata a nostra insaputa con la cooperazione di vari  Stati e imprese, in un luogo  lontano e segreto fuori dell’ Unione Europea e in palese violazione delle leggi di quest’ultima, al fine di trarne, anche solo in un remoto futuro, elementi sulla nostra personalità, sul nostro comportamento, su eventuali nostre colpe, possibilmente per ricattarci, o, addirittura,  per creare un nostro “doppio” virtuale, condizionandoci a distanza,  allora ci si può chiedere in che cosa consista oramai quella la libertà che viene spacciata come la quintessenza dell’attuale società e sulla quale si fondano, tra l’altro, la  costruzione europea e la Costituzione Italiana.  Come si può pensare, infatti, che ognuno di noi, fino ai vertici della società, dello Stato, della Chiesa, possa operare liberamente e secondo coscienza, se sa di poter essere ricattato in qualunque momento dai detentori dei suoi più intimi segreti?

– Ma, ancor peggio, noi viviamo oggi, oramai, solo attraverso la macchina, abbiamo accesso solo a ciò che la macchina ci permette di vedere, facciamo solo ciò che la macchina ci permette di fare. E, soprattutto, il fatto di essere tutti condannati quotidianamente, per poter ottenere informazioni, documenti, denaro, riconoscimento di diritti, a passare attraverso il filtro di una nostra personalità virtuale, iscritta, ancora una volta, dentro la macchina (il nostro cosiddetto “PROFILO”), ci rinchiude sempre più nella nostra gabbia d’acciaio (il cosiddetto “INCAPSULAMENTO”), che è la risultante di un nostro passato ormai pietrificato e delle ferree leggi segrete che, attraverso un algoritmo, ci vengono  imposte dal gestore della rete. Nessuna possibilità di dialogo autentico con gli altri. Anche se questa tirannide informatica è solamente  agli inizi, abbiamo cominciato già ora, come nei romanzi di Frantzen e di Auster, a essere, prima che degli spettri virtuali,  null’altro che le pallide vestigia di noi stessi, mentre cresce e ci sovrasta quel nostro “profilo” che risiede nel lontano server, coordinato da un “general intellect” macchinico di cui siamo solamente più un infimo componente.

– L’ ulteriore sviluppo di questo progetto teo-tecnocratico, se non bloccato tempestivamente, potrebbe comportare conseguenze ancor più pesanti, prima fra le quali la radicale sostituzione dell’ Umanità con le macchine (il “RISCHIO ESISTENZIALE”). Vi è pertanto un estremo bisogno di una regolamentazione internazionale,  sotto l’ egida delle Nazioni Unite, contro i possibili abusi.

– L’Europa è certamente coinvolta sotto molti punti di vista in questo sistema informatico mondiale, ma soprattutto in qualità di vittima, consenziente o meno.

– Le vicende del DATAGATE  hanno fornito, alle Istituzioni, l’occasione per manifestare un’ inedita propositività: un patto euroatlantico contro lo spionaggio(DPA),di cui non si è più sentito parlare dopo il sostanziale diniego del Presidente Obama, una risoluzione dell’ ONU sullo stesso argomento, oramai adottata; un’intelligence europea(anche qui, non se ne è più sentito parlare); un cloud europeo; un Google europeo; la rilocalizzazione in Europa dei dati degli Europei; il tutto sintetizzato dall’ “Habeas Corpus Digitale Europeo” adottato con la Risoluzione del Parlamento Europeo del 12/3/2014;

– La nuova legislatura europea ha di fronte a sé un’eccezionale, e forse ultima, occasione, per ostacolare l’affermarsi della tirannide robotica mondiale, ma, prima ancora, per provocare uno studio, una riflessione e un dibattito su come riuscirci;

– L’approccio adottato nelle discussioni in corso presenta degli inconvenienti, fra i quali:

(i)Quello di essere troppo settoriale (da un lato, la protezione dei dati; dall’ altro, la promozione delle nuove tecnologie);

(ii)Quello di non  concentrarsi abbastanza sulla questione più grave, quella del “RISCHIO ESISTENZIALE”, né su quella più urgente, la creazione DI UN WEB EUROPEO.

L’idea che proponiamo come sintesi di queste riflessioni, vale a dire quella del WEB EUROPEO, dovrebbe avere un duplice pregio:

– da un lato, essa può essere portata avanti fin da subito fra privati, in modo da poterci presentare fra breve al legislatore europeo con qualcosa di concreto fra le mani;

– dall’ altro, costituirebbe comunque un elemento fondamentale di aggregazione, per poi partire per ulteriori campagne.

Per questo, mettiamo in guardia  contro la concezione dell’ “Habeas Corpus Digitale” come rivolto esclusivamente a stabilire una serie di “Diritti fondamentali”, e non preoccupato, nello stesso modo, dello sviluppo di un’industria digitale europea. Infatti, se e nella misura in cui il potere effettivo sulla rete continui a spettare esclusivamente alle multinazionali dell’ informatica, alla NSA e alle parallele organizzazioni spionistiche internazionali, e queste continuino, come ora, a rifiutarne una cessione per quanto minima e parziale, non si vede come, non diciamo i cittadini o la società civile europei, ma, addirittura, l’Unione Europea o qualunque Stato del mondo possa fare valere effettivamente qualsivoglia diritto relativo al web. Ad esempio, dopo che, con dure battaglie legislative e giudiziarie, si sono imposte severe restrizioni alle intercettazioni giudiziarie da parte della Magistratura italiana, quelle stesse comunicazioni che sono state bloccate e distrutte per i giudici italiani continuano ad essere accessibili alle società telefoniche, alle multinazionali del web e ai servizi segreti internazionali, i quali conoscono, dunque, delle indagini penali italiane e degli stessi Segreti di Stato, di cui è depositario il Presidente della Repubblica, più della nostra Magistratura, e non vengono perseguiti, come succede alle Autorità italiane, nel caso di violazione della legislazione nazionale applicabile.

La presidentessa della Camera ha correttamente affermato che una legislazione in questa materia non può che essere internazionale. Aggiungeremo: internazionale e europea. Anche perché, dopo Echelon, il Datagate e le trattative svoltesi a tutti i livelli fra UE e Stati Uniti, è ormai chiarissimo che questi ultimi non intendono modificare in alcun modo la loro legislazione, che subordina qualunque diritto all’esigenza dello spionaggio militare e antiterroristico, così come le multinazionali del web non intendono rinunziare in alcun modo al loro “core business”, che è quello di spiare, immagazzinare, conservare, rielaborare, perfezionare, utilizzare, rivendere e monetizzare in ogni modo possibile i dati sulla mentalità, le inclinazioni, le idee, le abitudini, le attività commerciali o sociali di tutti i cittadini, le organizzazioni e le imprese del mondo. Né gli uni, né gli altri, intendono cessare la loro mutua integrazione,  che rafforza gli effetti negativi di quanto sopra.

E’ ovvio, quindi, che i diritti sul web che dovremmo, e vorremmo, riconoscere ai cittadini italiani ed europei,  potranno essere tali solo nella misura in cui essi potranno essere agiti efficacemente e celermente almeno dinanzi ai tribunali italiani ed europei. Ma, giacché, per fare ciò, si richiede che esistano una comunità informatica europea, un’intelligence europea, una rete telefonica europea, un web europeo, senza che, in questa mondo informatico europeo, possano continuare a dominare soggetti giuridicamente obbligati, direttamente o indirettamente, al rispetto delle regole, opposte, che vigono negli Stati Uniti, tutte le azioni politiche che si limitassero a sancire dei diritti senza fornire nello stesso tempo strumenti di difesa contro quei comportamenti sarebbero delle pure ‘gride manzoniane’, alle quali siamo purtroppo abituati, ma delle quali non abbiamo certamente bisogno in questo momento di vera e propria implosione della cultura, della società e dell’ economia europee.

L’”Habeas Corpus Digitale Europeo” approvato dal Parlamento europeo   il 12/3/2014 , documento d’indirizzo che dovrebbe essere preso in seria considerazione da tutti i legislatori nazionali, aveva il pregio di considerare quest’ottica globale. D’altra parte, anche il Presidente designato della Commissione, Jean-Paul Juncker, ha inserito, fra le priorità sue e della nuova Commissione, la creazione di nuovi posti di lavoro attraverso il Web. Infine, le Nazioni Unite e l’ UNESCO hanno avviato embrionali attività, che andrebbero accelerate e rafforzate.

Se, come pare, l’ Italia intende, giustamente, in quanto Paese che presiede in questo momento l’ Unione Europea, proporre all’Unione Europea un testo su cui lavorare, deve porre al centro  della nuova legislatura europea due questioni:

– una disciplina internazionale del principio di precauzione, volta a monitorare tutte le nuove tecnologie (informatiche, spaziali, chimico-fisiche, biotecnologiche, neurobiologiche) per prevenire il RISCHIO ESISTENZIALE, vale a dire la distruzione del genere umano e/o la sua sostituzione con le macchine;

– un web europeo, comprendente: una cultura informatica europea, infrastrutture europee di comunicazione, un’ intelligence europea, un cloud europeo. Si allega questo proposito il Quaderno “Restarting EU Economy via Knowledge-Intensive Industries” .Quest’aspetto è di vitale importanza soprattutto per un’Europa, e soprattutto, per un’Italia, avviate lungo un impressionante pendio di declino. Il legislatore non può limitarsi all’ affermazione di generici principi generali, ignorandone le enormi, e potenzialmente positive, implicazioni concrete per il nostro Paese.

Discutendo con il Primo Ministro della Repubblica Popolare Cinese, che, realizzando ogni giorno nuovi successi nelle industrie digitali, costituisce l’antitesi positiva della crisi europea, si dovrebbe vedere ), per incominciare a costruire un Web italiano ed europeo, di stabilire delle sinergie con le ineguagliabili industrie cinesi del Web Baidu Alibaba e Qihoo 360 (che non solo sono riuscite ad erodere in pochi mesi business per molti miliardi di dollari ai concorrenti americani, ma anche hanno creato, sul mercato cinese, una concorrenza vivissima, quale certo non esiste in Occidente.

Di fronte alle dimensioni delle sfide in essere, la Costituzione del Web, così pure il Marco Civil Digital brasilano a cui essa s’ispira, non possono che rivelarsi insufficienti. E, tuttavia, anche   limitandoci, per ora, ai diritti costituzionali all’ interno del Paese (e, in un domani, dell’ Europa),  si dovrebbero almeno trattare alcune questioni come:

– il web e l’eccezione culturale;

– il web e l’antitrust;

– il diritto penale e il web;

– il diritto fiscale e il web;

– il “cloud europeo”.

Quanto al primo punto, dovrebbe venire chiarito che il Web fa parte a pieno titolo della cultura di un Paese, e, pertanto, ad esso non si applicano i principi giuridici, nazionali o internazionali, in materia di commercio di merci.

Quanto all’ Antitrust, le procedure attualmente in corso contro Google dimostrano che l’Antitrust è inefficace per tutelare contro il potere dominante delle multinazionali informatiche, le quali influenzano, prima ancora della concorrenza, addirittura la struttura esistenziale dei cittadini, i vertici dello Stato, l’insieme delle imprese nazionali e internazionali. Occorrerebbe almeno incominciare a sancire principi costituzionali nuovi in questa materia, che colpiscano anche questo potere sociale.

Quanto al diritto penale, dev’essere chiaro che la violazione dei diritti dei cittadini italiani è comunque un reato per l’ordinamento italiano (e/o europeo). Se “profilare” gli utenti viola il diritto alla privacy, se intercettare senza il mandato della Magistratura viola il diritto alla segretezza della corrispondenza, allora i corrispondenti reati debbono essere perseguiti dal diritto penale italiano(e/o europeo), con sanzioni graduate per casi singoli, casi ripetuti, violazioni sistematiche, violazione di segreti commerciali, politici o militari, e i responsabili debbono essere processati e condannati anche se residenti all’ estero(e/o dell’ Unione Europea).

Quanto al Diritto fiscale, debbono essere stabiliti chiari principi di individuazione del luogo dove si genera il reddito tassabile, per evitare l’attuale elusione generalizzata.

Quanto al “Cloud Europeo” dev’essere chiaro che l’unico strumento efficace per impedire molte delle violazioni di cui sopra è rendere obbligatorio che i dati degli Europei siano custoditi in territorio europeo, sotto il controllo del diritto europeo e dei giudici europei. Questo creerebbe anche, tra l’altro, un enorme incremento di posti di lavoro nel nostro territorio. E se poi si ritenesse che la professione informatica della UE non sia ancora pronta per un simile compito, la Svizzera ha già offerto la propria collaborazione

Utilizzando l’opportunità che  è stata offerta a tutti i cittadini, di intervenire sulla nuova proposta di legge,  presenteremo un nostro intervento definitivo, i nostri due “Quaderni” citati in precedenza (“Habeas Corpus Digitale” e “Restarting EU Economy”, che si allegano).

Costituendo, il tema della democrazia digitale, la radice profonda del nostro impegno esistenziale, culturale, civile ed imprenditoriale, la nostra azione su questi temi è totale. La nostra Casa Editrice Alpina sta pubblicando una serie di e.book su questi temi. Abbiamo già coinvolto a questo proposito i vertici dell’ Unione e l’ industria digitale nazionale.

Riccardo-Lala

Ci accingiamo perciò a predisporre, con il supporto della Società Civile,  un intervento circostanziato sulla bozza del Progetto, che inseriremo nel Vostro sito come contributo al testo in preparazione.

RingraziandoVi anticipatamente per l’attenzione,

Distinti saluti,

per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Riccardo Lala