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PROFEZIE CHE SI AVVERANO

La battaglia di Frankenhausen, in cui gli anabattisti issarono la bandiera arcobaleno

Nei nostri ultimi post avevamo affrontato una serie di temi interconnessi (dalla visita di Biden in Europa, alle previsioni sul futuro di quest’ultima, alla Via della Seta, fino al modo di scrivere la storia). Una serie di prese di posizione  forse estreme, scoordinate ed estemporanee. Nel corso dello scorso week-end, molte delle nostre ipotesi, anche quelle appena accennate, si sono però rivelate azzeccate, dimostrando che esiste uno spazio politico e culturale per posizioni  molto personali come le nostre, le quali hanno  forse qualche chance di avere un seguito in questa confusa transizione europea.

Subito dopo la UE e la NATO, Biden ha incontrato Putin

1.La crociata incompiuta di Biden

Esattamente come prevedevamo, la crociata si è rivelata molto meno aggressiva e meno incisiva quanto previsto, visto che si è conclusa con una parziale apertura alla Russia, testimoniata  innanzitutto dall’ l’O.K. americano al North Stream 2 (ma a quale titolo gli USA avrebbero potuto continuare a impedire un rapporto commerciale così importante fra due Stati sovrani? E come potrebbe l’Europa garantirsi approvvigionamenti energetici stabili, economici, e sostanzialmente sostenibili ambientalmente se non dalla Russia? Dallo Shale gas? Dal carbone polacco? Dai gasdotti che passano dal Donbass, dal Caucaso o dal Kurdistan?)

In realtà, anche se non lo si dice, agli USA non dispiace che l’Europa riallacci il dialogo con la Russia, sperando così di isolare la Cina, come dimostrato dalla proposta del summit Europa-Russia lanciata da Merkel e da Macron. Tra l’altro, tutto il gas venduto agli Europei non è venduto alla Cina, riducendo l’interdipendenza frav quei due Paesi.

Di converso, se l’America rinunzia a interferire nel North Stream 2, a che titolo può ragionevolmente imporre un analogo boicottaggio della Via della Seta?

Non per nulla, il Ministro Wang Yi ha già telefonato a Di Maio per proporgli di ricominciare le attività comuni sulla stessa.

Nello stesso tempo, prendiamo atto che perfino un periodico tipicamente atlantista come Panorama ha dato ospitalità a un articolo, senz’altro equilibrato, ma che dice le stesse cose che diciamo noi: “Il mondo si riapre a più scenari, la storia non va più a senso unico. Ma all’ insorgenza di outsider popolari reagisce l’Apparato mondiale, l’ Establishment tecno-finanziario-multinazionale e le caste politico-culturali-finanziarie dei singoli Paesi.”

Marcello Veneziani perviene così in sostanza alla nostra stessa conclusione: “E se al ripristino dell’ Occidente si debba preferire un mondo multipolare di aree sovrane che trovano punti di accordo? E se il destino italiano ed europeo fosse quello di interagire in autonomia con l’America e la Russia, senza schiacciarsi su una delle due?”

Il North Stream è stato completato con la benedizione di Biden

2.Scontri militari e politici in Europa

Neppure la previsione che l’area europea rischi di trasformarsi in un campo di battaglia di schegge impazzite è risultata fuori luogo.

Intanto, 4 mesi fa si era concluso, con la conquista da parte asera del Nagorno Karabagh, la guerra più che trentennale fra Armenia e Azerbaidjan, la quale, insieme ai moti di Danzica e all’invasione dell’Afghanistan, era stata la scintilla che aveva provocato la fine dell’impero sovietico. Essa aveva infatti dimostrato che, se due repubbliche federate potevano impunemente farsi la guerra fra di loro, né l’Unione Sovietica era più uno Stato, né il Patto di Varsavia era più un efficiente alleanza militare.Si sta verificando così, nell’indifferenza generale, un nuovo, impressionante esodo di Armeni, simile a quell’ altro, ancora non sanato, dei Serbi dalla Krajina, e per fortuna non comparabile a quello forzato del 1914-15, il “Genocidio Armeno”.

L’armistizio era stato raggiunto grazie alla Russia, non più unilateralmente filo-armena, bensì neutrale, anche per mantenere buoni rapporti con la Turchia, vicina all’ Azerbaidjan, e la Russia sta seguendo passo passo l’attuazione degli accordi. Inoltre, si sta completando nel Nagorno-Karabagh un tratto della ferrovia turca Kars-Baku, che può essere considerata un segmento della Via della Seta, senza che nessuno protesti.

Gli Armeni fuggono bruciando le proprie case e trascinando via, con auto e furgoni, perfino gli alberi, come a suo tempo  i Serbi della Krajna. Come mai a questo esodo forzato  i media non hanno dato lo stesso spazio di quello dedicato ai richiedenti asilo? Forse perché la Russia neo-zarista si sta imponendo come una forza pacificatrice dove là dove l’ Unione Sovietica aveva fallito. Quando non è nell’ interesse propagandistico della strategia euroatlantica, fenomeni di così ampia portata vengono bellamente ignorati.

Ancor più recentemente, in controtendenza rispetto all’atteggiamento aperturista di Biden, la Marina Inglese ha tentato di affermare la propria presenza tramite crociere delle proprie navi da guerra al largo della Crimea (in parallelo a quelle nel Mar della Cina), ricevendo (forse) qualche cannonata da parte dei Russi. Alla faccia della “Pace Perpetua”, stiamo tornando alle deportazioni di popolazioni (1870-1948), alle Guerre dell’ Oppio (1839-60) e di Crimea (1853-56).

Ma è in campo politico che l’Europa si sta spaccando puntualmente in blocchi contrapposti: pro e contro il dialogo con la Russia e/o con la Cina; pro o contro l’Ungheria; Nord contro Sud; Regno Unito contro tutti.

La guerra del Nagorno Karabakh ha più di 100 anni

3.Sostanza statuale del Vaticano

Avevamo indicato, nei precedenti post, fra i soggetti attivi dal punto di vista geopolitico, il Vaticano.

Il giorno dopo, è stata presentata al Governo italiano, la nota vaticana in cui si  è fatta valere la sussistenza, nel Ddl Zan, di un profilo di violazione del Trattato del Laterano, che garantisce alla Chiesa la libertà di opinione, là dove il decreto in questione potrebbe essere interpretato nel senso ch’esso vieterebbe la critica all’ “ideologia gender”.

Il bello che, dopo poche, pallide proteste, la nota vaticana  ha dato luogo ad un intenso lavorio parlamentare per risolvere i problemi da essa sollevati. Con ciò riconoscendo la forza del Vaticano  quale Stato sovrano, quale organismo internazionale e parte contraente della Repubblica Italiana.

Contestualmente, non si è potuto verificare il preconizzato incontro con il Papa del Presidente Biden, che, come è noto, è cattolico, ma è aspramente criticato dall’ episcopato americano, in quanto “pro choice” (cioè favorevole a lasciare alle donne la libertà di abortire). Questo mancato incontro fa il paio con quello con Pompeo, inviato a Roma dal precedente presidente americano.

Senza entrare qui nel merito di queste mosse, mi limito a notare che l’ultima, da molti contestata, configura un passo in avanti, da parte del Vaticano, nel presentarsi come un soggetto geopolitico a tutto tondo, e indipendente da ogni pressione esterna. Tale pretesa è, a nostro avviso, del tutto giustificata, innanzitutto dal fatto che la Città del Vaticano è uno Stato riconosciuto da tutto il mondo e  intrattiene rapporti diplomatici con tutti i Paesi, ma, soprattutto, che la Chiesa Cattolica è l’unica chiesa avente un’organizzazione centralizzata e capillare presente a livello mondiale, sì che anche le altre religioni le riconoscimento un ruolo rappresentativo e di leadership del movimento ecumenico. Come tale, essa interviene, anche con accenti dissonanti, in tutte le grandi questioni del mondo, e, in primis, nella nascente conflittualità fra gli USA e le potenze eurasiatiche.

Se si riconosce in pratica un ruolo geopolitico, spesso centrale, ai GAFAM, ai BATX e alle ONG, che vengono consultati in sede di modifica delle norme che li riguardano, e a loro volta chiedono spesso, anche in modo aggressivo, modifiche di tali leggi, come sarebbe possibile non riconoscere questo ruolo alla Chiesa Cattolica?

Si dice che, in tal modo, la Chiesa violerebbe la laicità dello Stato. Ma quest’ultima è disciplinata (e quindi, ovviamente, delimitata) dai Patti Lateranensi (opera di Mussolini) come successivamente modificati (per opera di Craxi), e recepiti nella Costituzione (grazie a Togliatti). Fra gli Stati e le Chiese, sempre e dovunque, vige una situazione di compromesso, perché non è possibile tracciare una linea precisa là dove finisce la politica e comincia la religione. Inoltre, nel caso in questione, credo che chiunque – Stato, organizzazione o cittadino che sia-, possa appellarsi a un principio costituzionalmente riconosciuto, come la libertà di opinione, in quasi tutto il mondo, e, ciò, anche con un’azione di tipo politico, come riconosciuto a qualsiasi organizzazione e ONG.

Infine, non si capisce perché tutti i distinguo che si fanno nei confronti delle religioni “classiche” (non solo quella cristiana, ma anche quella islamica, che ha ormai in Europa milioni di aderenti), non si fanno anche nei confronti delle “nuove religioni”, quali quella di Internet e quella “dei diritti”. Con la scusa che esse non sarebbero “religioni”, non si pone ad esse alcun limite, di modo che esse possano tranquillamente soppiantare quelle “tradizionali”, ristrette da lacci e lacciuoli (cfr. Laicité à la Francaise).

Il Vaticano, erede dell’ Impero Romano

4. “Regenbogenfahne”

Nel fare ciò, il Vaticano ha toccato un altro dei punti dei nostri blog della scorsa settimana, vale a dire il peso soffocante che il “politically correct” e il “pensiero unico” stanno acquisendo nelle società occidentali, sì che attendiamo solo che qualche forza organizzata prenda l’iniziativa per avviare una sollevazione generale  contro il conformismo generalizzato nel nome delle tradizionali libertà che l’ Occidente e l’ Europa affermano affannosamente (ma poco credibilmente) di perseguire, violandole invece continuamente di fatto.

A questo proposito, può essere sembrato, a taluni, irriverente aver paragonato, nei nostri post, il sistema politico attuale alla ex DDR, con la sua “Blockpolitik” , facendo indirettamente riferimento anche al mito della Rivolta Anabattista (violentemente combattuta, non solo dai Principi Tedeschi, ma, soprattutto, da Lutero e da Zwingli, che consideravano estraneo alla Riforma il suo chiliasmo materialistico e immanentistico e i suoi risvolti terroristici), ma, invece, esaltata dal nazionalsocialismo (che dedicò a Florian Geyer una divisione di SS), e poi dalla DDR (che costruì un grandioso memoriale sullo Schlachtberg a Frankenhausen e creò una “brigata contadina”con lo stesso nome e un campo di addestramento dei “Pionieri” dedicato a Muentzer). Nel precedente post, avevamo inserito l’immagine di una bandiera della DDR incrociata con una Regenbogenfahne, la “bandiera arcobaleno”, che i più ignorano fosse stata originariamente il simbolo degli Anabattisti (come rivelato, forse casualmente, dall’ edizione del Giugno 2021 di “Geschichte”, ma che comunque appare, nel monumento di Stolberg,  nelle mani di Muenzer).

La “Bandiera arcobaleno”, come del resto tanti altri simboli politici (come ad esempio l’aquila bicipite, la stella rossa, il saluto romano), ha una storia successiva altrettanto tortuosa. Infatti, dopo essere stata assunta come simbolo del movimento italiano per la pace fondato da Lucio Capitini e dell’ opposizione alla guerra in Irak, è divenuta, rimodellata (con 6, anziché 7, strisce: chissà perché?), la bandiera del movimento LGTB, quella che si è tentato inutilmente di proiettare sullo stadio di Monaco prima della partita con l’ Ungheria.

Il movimento di Muentzer, presentato dalle storiografie comunista e nazista essenzialmente come di rivolta sociale, aveva assunto, con la presa di Muenster, i risvolti di una violenta palingenesi chiliastica, con una teocrazia sul modello veterotestamentario e un regime di condivisione di donne e beni e pratiche di purificazione degli eletti (roghi di libri, riti catartici collettivi, espulsioni, ecc.).

Gli Anabattisti avevano chiamato Muenster  Nuova Sion e se ne erano proclamati re. Avevano imposto la totale comunione dei beni, al punto di proibire la chiusura delle porte delle case perché chi era nel bisogno potesse prendere ciò che gli serviva quando lo desiderava.  Era stato abolito il denaro, ed ogni bene prezioso fu espropriato dai governanti per la causa. Ogni libro, ad eccezione della Bibbia, era stato bruciato, mentre chi si opponeva veniva eliminato. Venne imposta una poligamia forzata: nessuna aveva diritto di restare nubile. Il rifiuto della donna equivaleva alla morte sulla pubblica piazza

C’è veramente qualcosa di strano  nell’ammantarsi ,nella bandiera di Muentzer di tutta l’Europa protestante, quando i protestanti, e soprattutto i “principi della nazione tedesca” sobillati da Lutero, furono i nemici implacabili degli Anabattisti. In effetti, molte delle vicende odierne hanno ancora l’andamento tipico di una guerra di religione, dove il richiamo, ossessivo e non argomentato, ai “nostri valori”, o, per altri, ai “valori non negoziabili” (che si rivelano spesso quelli delle eresie più estreme) rivela la potente presenza di una non trasparente “teologia politica”. Tra parentesi, come ha scritto Rémi Brague, parlare di “valori” è limitativo, perché presuppone ch’essi valgano solo soggettivamente: sicché i “valori europei”, mentre pretendono di essere universali, in realtà sono quelli di un’infima setta, che è riuscita a prevalere sulle altre.  Il discorso “maistream” occidentale sta muovendosi lungo una sorprendente curvatura dei “fanatici dell’ Apocalisse” , che difficilmente avrebbero approvato, né  i fondatori della Riforma, né quelli dell’Unione Europea (come per esempio il futuro beato Schuman), e che non è, comunque, in linea con le esigenze attuali di opposizione al dominio delle macchine intelligenti, ma, anzi, lo favorisce.

Alcune, fra le controversie di cui sopra, si riallacciano a concezioni settarie del sacro, tipiche dell’era della Rivoluzione industriale e degli Stati Nazione. Guardando le cose da un’ottica ben più ampia, millenaria e mondiale, il sacro, come c’insegna Jan Assmann, è tollerante perché è pluralista. Come scrive su “La Stampa” Umberto Galimberti, esso è addirittura indifferenziato, al punto da non distinguere fra il Bene ed il Male. Tenere il sacro fuori dalla vita dei popoli è impossibile. La “religione” che ci era familiare e a cui tutti pensano costituiva in realtà un fragile compromesso, che evitava tanto il carattere tragico del sacro antico, quanto un’irruzione del sacro chiliastico, ben più violente di quelle paventate dai laicisti. Rotti gli argini delle “repressive” teologie razionali, torniamo ora al “Dio Invitto”, come descritto nell’omonimo libro di Altheim dedicato all’imperatore/dio/sacerdote Elagabalo.

Se si abbattono le religioni istituite, ritorna il sacro illimitato, come ai tempi
del Despotatus: l’Imperatore dio del Sole

5.L’attualità del nostro impegno culturale

In un momento in cui, per il pressapochismo della Conferenza sul Futuro dell’Europa, per l’indifferenza a tutti i livelli per i problemi reali, e, infine, per le prepotenze degli Stati Uniti e dei GAFAM, si potrebbe pensare che qualunque impegno serio  a favore del nostro Continente sia condannato all’insuccesso, queste piccole vittorie intellettuali nella tempestiva lettura degli eventi contemporanei ci incoraggiano a proseguire nella nostra opera di studio e informazione. Da modesti pensieri possono nascerne grandi azioni.

Tra l’altro, è in corso di pubblicazione sui temi qui trattati un profluvio di nuovi libri, sui quali vi relazioneremo sinteticamente.

LA “VIA DELLA SETA DELLE DEMOCRAZIE”

(O “VERDE”)non esclude, bensì completa la “Belt and Road Initiative”(“Yi Dai Yi Lu”)

Con la loro campagna contro l’adesione dell’Italia alle “Nuove Vie della Seta” e contro il trattato europeo sugl’investimenti, già siglato con la Cina, gli Stati Uniti non sono tuttavia ancora riusciti a impedire seriamente la prosecuzione della fiorente collaborazione dell’Europa con l’area eurasiatica, sviluppatasi  come non mai dopo la pandemia.

Intanto, il giorno prima de G 7, il Governo americano ha tolto le sanzioni alle imprese tedesche che stanno completando il North Stream 2. Quando, poi, si è trattato di discutere (a porte chiuse) sulla Cina, è stato sospeso il WiFi, cosicché fosse impossibile registrare le note di disaccordo. Ma, soprattutto, non si è parlato, né del Xin  Jiang, né del Covid. Infine, Biden è corso a omaggiare Putin, dimostrando così che, invece, gli USA, con i “dittatori” ci possono parlare, eccome. Anzi, gli Europei dovrebbero parlare con “i dittatori” solo attraverso l’ America, che così ne trae tutti i benefici, mentre gli Europei non “cresceranno” mai.

Anche la posizione complessiva del Governo Italiano è stata abilmente sfumata, con vari personaggi politici che smentiscono in vario modo le dichiarazioni apparentemente “atlantiste” di Draghi (il quale a sua volta le fa con una tale asetticità, da far pensare di non crederci affatto).

Queste sono, per noi, buone notizie.

Il nostro Paese si trova da 30 anni in uno stato di decadenza ininterrotta. Il nostro PIL è in costante discesa, tanto rispetto alla media UE che a quella mondiale. I nostri punti di forza tradizionali, come la metalmeccanica, la cultura, la moda, il turismo, arrancano sotto la spinta di concorrenti agguerriti, che ora hanno anche acquisito molte delle nostre aziende più prestigiose, che spesso appaiono solo come dei gusci vuoti. La disoccupazione, soprattutto intellettuale, è alle stelle. In questa situazione, ci stupiamo che i rappresentanti di Istituzioni e partiti, giornalisti e imprenditori, abbiano il coraggio di comparire sugli schermi costantemente sorridenti anche quando annunziano nuovi guai.

Il Paese avrebbe bisogno invece  di un inaudito balzo in avanti, non già per tornare a prima del Covid (che era già crisi), bensì per allinearsi con il resto d’ Europa, sfruttando nuove idee non tradizionali, e conquistando nuovi mercati (contendendoli ad altri). Per fare ciò, non basta battere le strade (ideologiche, merceologiche o geografiche) del passato (che si riducono tutte ad essere dei “followers” degli Stati Uniti), ma bisogna rivoluzionare la struttura di un mercato che, come dimostrano questi decenni, non è sostenibile.

La Cina (e l’ Eurasia in generale) ci hanno offerto, e ci offrono, nuove possibilità di business, attraverso l’export di prodotti del lusso, lo sviluppo congiunto di nuove tecnologie, una crescita esponenziale del turismo, investimenti nelle infrastrutture che ci permettano di posizionarci in modo più autorevole all’ interno delle reti europee, e, infine, la partecipazione congiunta a progetti in paesi terzi. Nei primi mesi del 2021, rispetto ai corrispondenti mesi dell’ anno scorso, l’export verso la Cina è aumentato del 43%.

Del resto, basta guardare  le città, le strade o le ferrovie della Cina per capire quanto spazio ci sia per imprese innovative ed intraprendenti, che oggi soffocano negli angusti mercati euroatlantici.

Tutto cospirerebbe a fare sì che l’Italia assumesse un ruolo di leadership all’ interno delle Nuove Vie della Seta, che sono il veicolo all’ interno del quale si posizionano le nuove iniziative della Cina che a noi interessano, e per le quali l’Italia è particolarmente vocata. Per questo, era assolutamente logico che il Presidente Mattarella, l’allora Primo Ministro Gentiloni, il Ministro degli Esteri Di Maio e il sottosegretario Geraci si attivassero per assumere un ruolo attivo nel progetto, seguendo le strade già percorse da Andreotti, Ciampi, Prodi, Napolitano e tanti altri.

Il Primo Ministro Gentiloni ospite di Xi Jinping al Forum della Via della Seta nel 2017

1.Un vero e proprio boicottaggio dell’ Europa

Paradossalmente, il tanto discusso MOU  sulla Via della Seta, così come fu firmato, aveva ben pochi contenuti pratici. Intanto perché un MOU (Memorandum of Understanding) è per sua natura un documento non vincolante; poi, perché i business a cui siriferiva erano molto inferiori a quelli dei contemporanei business  di Francia e Germania; infine perché, per le pressioni americane, era stato sfrondato di tutti i contenuti più succosi.

Restava solo un fatto simbolico: uno sberleffo platonico all’America, perché negava l’obbligo di allineamento anti-cinese (e anti-russo). Che ora Draghi voglia “rivedere quell’ atto”è grottesco, perché un MOU non è un atto, e, anche nel caso estremo in cui lo si volesse abrogare, lo sberleffo ormai è stato fatto.

L’argomento per frenare, come si fece allora, il era che l’Italia stesse spezzando la solidarietà politica all’ interno dell’ UE. Tuttavia, nel Dicembre scorso, quando era stata poi la UE stessa a siglare con la Cina l’accordo sugli investimenti, Biden disse invece che l’UE aveva fatto male a impegnarsi, perché avrebbe dovuto aspettare il suo insediamento. Ne risulta che gli accordi commerciali degli Europei, tanto uti singuli, quanto come Unione, devono attendere i comodi del Presidente degli Stati Uniti. Alla faccia della “sovranità strategica europea”! Il bello è che, ad accettare tutto questo, sono proprio coloro che, come Gentiloni e Di Maio, erano stati così pronti ad aderire alla Via della Seta. E soprattutto che il nostro più formidabile concorrente, gli Stati Uniti, ha il diritto di sindacare la nostra politica commerciale. Come scriveva Trockij, gli Stati Uniti avrebbero contingentato il capitalismo europeo, con i bei risultati che si vedono.

E ciò che rende tutto ciò ancor più kafkiano è che nessuno dei due documenti “incriminati” ha modificato, di per sé,  la situazione effettiva dell’ import-export, la quale è in gran parte in mano alle imprese, e, semmai, alla burocrazia, sicché il “rivederli” come ha promesso Draghi, non ha alcun senso, perché il loro significato era prettamente politico, mentre il business procedeva per i fatti suoi (anzi, aveva già subito un rallentamento a causa delle polemiche suscitate dagli Stati Uniti).

Il risultato pratico di quest’attività di freno da parte dell’America sui rapporti euro-cinesi e italo-cinesi è stato  solo che gli operatori americani risultano avvantaggiati rispetto a quelli europei dagli esistenti accordi commerciali fra America e Cina stipulati da Trump, proprio quegli accordi che si vuole impedire agli Europei di stipulare. E’ chiaro che, con Biden come con Trump, il principio di base resta “America First”: l’ America deve sempre brillare, se non  rispetto alla Cina, almeno rispetto all’ Europa. Infatti, se la Cina  risulterà “più brava” dell’America, il mondo potrebbe inclinare verso il socialismo, ma, se sarà  l’Europa ad essere” più brava”, essa potrebbe addirittura togliere agli USA la guida dell’ Occidente, e cioè l’unica ragion d’essere di quel  Paese.

Ciò detto, la Nuova Via della Seta (Yi Dai, Yi Lu=”una Strada, una Rotta”) procede indisturbata nonostante le ire americane. Non potrebbe essere diversamente, perché  una sorta di “Via della Seta” era esistita sino dai tempi più antichi, e, d’altronde,  il G7  sta semplicemente tentando di “mettere il cappello” sull’unica Via della Seta oggi esistente, quella avviata dalla Cina.

La Via della Seta non è stata inventata ieri

2.La Via della Seta ha radici nella preistoria

Nonostante tutte le retoriche della globalizzazione, le grandi linee di comunicazione fra Sud e Nord, Est e Ovest, “vecchio” e “nuovo” non nascono con l’espansione occidentale, né, tanto meno, con la caduta del Muro di Berlino, bensì sono vecchie come l’Umanità stessa. Secondo la teoria “Out of Africa”, gli uomini primitivi si erano mossi dal Mediterraneo verso l’Estremo Oriente fra il  70.000 e i 12.000 anni fa. In quest’ultima data, fine della glaciazione wurmiana,  i sapiens s’insediavano in Siberia; qualche millennio dopo, il popolo dei Kurgan si spargeva, da un lato, verso le Steppe Pontiche, e, dall’ altro, verso l’ Asia Centrale, divenendo  un unicum, dalla Penisola Iberica fino al Giappone.

Di quest’era vi sono tracce nei libri sacri indiani e persiani, il Veda  e il Bundahishn, che narrano di una striscia di terra fra il Caucaso e il Tian Shan, l’Airyanam Vaejo, versione nordica dell’ Eden, patria comune degl’Indoeuropei e terra madre dei Persiani.

Queste migrazioni a partire dall’ Asia Centrale saranno poi adottate in  epoche successive, da molti cultori della geopolitica, quale vero e proprio Leitmotif della Storia Mondiale, alternativo alla vulgata euroatlantica oggi da noi dominante: è la teoria dell’ Heartland, resa famosa da Mackinder.

Nel 1° Millennio, gli Assiri e i Persiani costruirono una “Via Regia” fra l’Anatolia e il Golfo Persico (citata da Erodoto e Tucidide), che, collegandosi con la Via Maris egiziana e con il sistema viario dell’ Impero Han, avrebbe costituito una parte centrale della Via della Seta.

3. Fra gl’imperi romano e Han.

L’epoca d’oro della Via della Seta fu forse quella degl’Imperi Romano e Han, che, lungo di essa, si scambiarono anche ambasciate. In quell’ epoca, le flotte romane giungevano fino all’India. L’Ebraismo e il nascente Cristianesimo s’installarono (secondo la leggenda, con San Tommaso), nell’ India Meridionale(Chennai, Kerala), mentre, nel Kashmir, gli Ahmadiyya pretendono ancora di custodire  la vera tomba di Gesù Cristo. Dall’ India partivano anche, verso l’Asia Centrale, la Cina e il Sudest Asiatico, le missioni dei Buddisti. Nel Concilio di Ctesifonte, l’imperatore persiano aveva attribuito alle varie religioni del suo Impero, a cominciare dai Nestoriani, delle sedi in Estremo Oriente.

LA Pagoda di Da Qin, il “Vaticano” dei Nestoriani, a Xi’An

4.Le Migrazioni di Popoli e i Nestoriani

Intanto, dall’ Asia Centrale, muovevano, verso la Cina, l’India, l’Europa e il Medio Oriente, un’infinità di popoli: Unni, Avari, Alani, Bulgari, Magiari, Turchi, Khazari, Mongoli…Dall’espansione di questi popoli, i geopolitici arabi (Ibn Hamdun), poi giapponesi (Emori) e russi (Gumiliov), hanno derivato una concezione della storia eurasiatica quale dialettica fra i popoli nomadi dell’ Asia Centrale e quelli stanziali delle coste, che è stata anche alla base delle teorie di Mackinder.

L’islam si estese verso la pianura del Volga, la Persia e l’Asia Centrale, scontrandosi con l’Impero Cinese sul fiume Talas.

Al tempo della Dinastia Tang, una missione di Cristiani nestoriani, sotto la guida del Patriarca Rabban (Alopen), giunse alla corte di Xi’an, dove presentò all’ Imperatore cinese una sintesi della dottrina cristiana (la “Luminosa Dottrina di Da Qin”), che fu approvata e protetta. I Nestoriani stabilirono la loro sede principale nella Pagoda di Da Qin, e sintetizzarono la loro fede e i loro rapporti con l’ Imperatore in una stele bilingue Siriaco-Cinese. Il libro sacro dei Nestoriani si chiamava “Il Sutra di Gesù”.

A loro volta, i buddisti cinesi si muovevano verso l’India per studiare gli antichi testi sacri, e verso la Corea e il Giappone per diffondere la loro fede.

Dopo una svolta isolazionistica della Dinastia Tang, i Nestoriani si concentrarono in Mongolia. Quando Chinggis Khan estese il dominio mongolo alla Corea, alla Cina, all’Asia Centrale e all’ Europa Orientale, l’impero Yuan rese possibile la prima vera globalizzazione, illustrata dai molti viaggiatori, ambasciatori e missionari europei  che percorsero la Via della Seta,  il più famoso fra i quali è senza dubbio Marco Polo.

La flotta di Zheng He

5.I grandi viaggi d’esplorazione

Alla caduta della Dinastia Yuan, i Ming promossero un grandioso programma di esplorazioni marittime, tanto dell’Oceano Pacifico che di quello Indiano, sotto la guida dell’Ammiraglio Zheng He.

Mentre Cristoforo Colombo, Cortez e Pizzarro colonizzavano le Americhe, Vasco Da Gama e Magellano esploravano l’Oceano Indiano.  I Portoghesi crearono basi in Africa Orientale, Arabia, India e  in Indonesia.

I Gesuiti si specializzarono nell’evangelizzazione dei Paesi orientali, apprendendone le lingue e le culture, fino al punto da risultare, al momento della Controversia dei Riti, più vicini all’ Imperatore della Cina che non al Papa.

Le compagnie commerciali di molti Paesi europei, dall’ Inghilterra  al Portogallo ,alla Francia, agli Stati tedeschi, alla Curlandia, all’ Olanda, alla Danimarca, crearono proprie basi in Oriente, contendendosene il loro controllo. Nel frattempo, la Russia si espandeva nell’ Asia Centrale e in Siberia.

I mercati stranieri in Cina erano confinati a Canton, dove potevano commerciare solo con una corporazione specializzata, i “Co Hong”, mentre, in Giappone, l’accesso era permesso solo agli Olandesi, confinati a Dejima.

Nell’Ottocento, i sansimoniani avevano fatto, delle infrastrutture dell’Asia il loro stesso simbolo.La penetrazione occidentale si approfondì anche grazie alle navi a vapore e alle linee ferroviarie, dando luogo ad un ricco commercio. Von Richthofen coniò l’espressione “Via della Seta” (“Seidenstrasse”). Furono aperti il Canale di Suez, la Ferrovia dell’ Hejaz e  la Transiberiana.

Gl’Inglesi cercavano in ogni modo di penetrare in Cina, soprattutto per il commercio dell’oppio. Nel  1839, in seguito alla confisca, da parte della Cina, di 20.000  contenitori di oppio di commercianti inglesi , scoppiòarono le  Guerre dell’Oppio, che portarono alla installazione in Cina di “concessioni” occidentali.

LO skyline di Pudong (Shanghai)

6.La rinascita nel XXI Secolo

I commerci fra l’ Est e l’ Ovest della massa eurasiatica  erano per altro resi difficoltosi soprattutto dalle turbolenze politiche:  il “Grande Gioco” (la competizione fra Russia e Inghilterra per l’ Asia Centrale), la Rivoluzione Sovietica, la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

L’attuale “nuova Guerra Fredda” voluta da Biden si riallaccia sostanzialmente ai tempi del “Grande Gioco”. Anche allora tutti volevano partecipare allo sviluppo economico dello “Heartland”, ma precludendone l’accesso ad altri. Tipica di questa logica l’espressione di Mackinder: “Chi controlla l’Heartland controlla l’ Isola del Mondo (l’Eurasia); chi controlla l’ Isola del Mondo controlla il mondo”. L’”Heartland” comprende la Russia, l’Asia Centrale e quelle aree che ancor oggi sono particolarmente concupite dall’ Occidente, fra l’Iran e il Xin Jiang. Henry Kissinger era riuscito a spostare l’interesse del Grande Gioco verso una visione triangolare della Guerra Fredda, che, a cavallo fra i due secoli, aveva portato a una strettissima interazione fra le economie cinese e americana, che adombrava quella “Fusion” fra USA e Cina ch’era stata preconizzata dall’ Ideologia Taiping.

Nel XXI secolo, con il grande sviluppo delle economie asiatiche, viene nuovamente sentita con particolare forza l’esigenza di riattivare le vie di comunicazione attraverso l’Asia.

Intanto, nel giro di pochissimi anni, la Cina, dopo aver importato all’inizio del secolo le tecnologie delle ferrovie ad Alta Velocità, ha costruito sul proprio territorio più della metà delle linee esistenti nel mondo, collegando con una fittissima ed efficientissima rete la parte orientale e quella occidentale del Paese, e impartendo così un’ulteriore incredibile lezione di efficienza all’ Unione Europea, che aveva cominciato molto prima, ma è ancora ai primordi dell’Alta Velocità.

Tra l’altro, la parte occidentale della Cina (Xin Jiang, Tibet) fa parte dell’ Asia Centrale, e, di conseguenza, avviare i collegamenti rapidi con quell’ area costituisce la premessa per collegare tutta l’Asia Centrale.

L’Unione Europea aveva programmato fin dal 1996 la sua Rete TEN-T, ma non è giunta certo allo stato di avanzamento della Cina. In ogni caso, le reti cinese ed europea, le più sviluppate del mondo, sono evidentemente complementari, e già oggi s’incontrano in Russia. E’ un vero peccato per i Paesi coinvolti che, per discordie politiche, non si riesca a sfruttare queste inaudite sinergie a vantaggio di tutti.

In seguito all’ occupazione dell’Afghanistan, il Governo americano, anche per effetto dalle teorie dei suoi think tank geopolitici (ancora influenzati da Mackinder), aveva sentito il bisogno di collegare i Paesi dell’Asia suoi alleati con nuove linee ferroviarie. Hillary Clinton espresso nel 2011 l’intenzione d’investire in questo progetto (chiamato proprio “New Silk Road”), ma poi l’America non vi aveva dato seguito (anche perché sarebbe impossibile stabilire collegamenti instabili attraverso un Afghanistan non pacificato).Non per nulla, gli USA hanno ora tanta fretta di terminare la guerra afgana.

Solo la Cina aveva fino ad ora preso veramente sul serio il problema della connettività eurasiatica, che la riguarda direttamente,   facendolo divenire l’asse portante della sua politica estera, in campo ideologico, politico, culturale, tecnologico, economico e militare. Infatti, la Cina  concentra in sé un surplus di cultura, di creatività, di tecnologie, di mezzi finanziari, che riesce solo in parte a investire integralmente in patria, ed è quindi naturalmente portata a cercare sbocchi commerciali all’ estero. Di converso, le sue tradizioni culturali universalistiche (Tian Xia) la spingono verso le collaborazioni internazionali, soprattutto verso aree, come quella dell’Asia Centrale, con le quali essa ha una intensa tradizione di rapporti (la Sogdiana, il Bacino del Tarim, l’India Settentrionale).

La Belt and Road Initiative (Yi Dai, Yi Lu=”Belt and Road Initiative”=”BRI”), lanciata dal Presidente Xi Jinping nel suon discorso del 2013 all’ Università di Astana, consiste in un orientamento politico verso la  cooperazione con i Paesi dell’ Asia, dell’ Africa e dell’Europa; in un progetto tecnologico, con lo sviluppo di altre decine di migliaia di chilometri di strade ferrate; di carattere economico, con l’incremento delle infrastrutture, dell’ import-export, delle collaborazioni industriali, dei finanziamenti.

Alla “via settentrionale” (quella terrestre, la “Cintura”), si è presto affiancata quella meridionale (“marittima”, la “Rotta”); poi, quella artica, quella culturale, quella sanitaria, e, infine, quella digitale.

La Cina ha inserito l’obiettivo della Belt and Road Initiative fra quelli prioritari del Partito Comunista, al punto da inserirlo nello statuto dello stesso, allo stesso livello dei pensieri di Mao e di Xi Jinping.

La Belt and Road Initiative, ha già dato vita a varie realizzazioni, quali le linee ferroviarie dirette dalla Cina a molte città europee, la costruzione dei porti di Gwadar e di Djibuti, la ristrutturazione di quelli del Pireo e di Duisburg, le ferrovie etiope e keniota,  il tratto ferroviario da Budapest a Belgrado,  la stazione multimediale di Horgos, l’autostrada Kashgar-Gwadar e quella del Montenegro, e il ponte di Pelješac (Sabbioncello)  in Croazia.

Come si vede, un progetto di modernizzazione che si riallaccia ai sansimoniani e alle ambizioni di organizzazioni come la Banca Mondiale e l’ UNIDO, oggi in disarmo a causa del mutamento delle politiche dell’ Occidente. Non per nulla la Banca Mondiale (pur se dominata dagli USA) aveva dato il benvenuto a questo lato “sviluppista” delle politiche cinesi, battezzandolo “market enhancing view”.

Il rapporto con l’Eurasia: leverage per la sovranità europea.

8.Le ambiguità occidentali

I critici occidentali affermano che i progetti infrastrutturali della BRI non sarebbero utili per i Paesi destinatari,  perché implicherebbero un eccessivo indebitamento; tuttavia, quale progetto infrastrutturale non lo implica? Del resto, è proprio per questo che, nel Dopo-Covid, si sta privilegiando ovunque questo tipo d’ investimenti.

L’ostilità degli Occidentali verso questi progetti deriva dal fatto che essi sono la concretizzazione di quelli che essi stessi avevano coltivato, ma non sono poi stati in grado di sviluppare (e ora tentano di riproporre). Tuttavia, paradossalmente, tranne gli Stati Uniti, tutti i Paesi occidentali  hanno investito nella Banca Internazionale per le Infrastrutture, creata a Pechino dal Governo Cinese per finanziare quei progetti infrastrutturali, e quindi nopn possono lamentarsi di non essere stati coinvolti.

Per contrastarli, gli Stati Uniti e i loro sostenitori hanno usato molti strumenti, come azioni giudiziarie di tutti i generi in Italia e in Ungheria, manifestazioni di piazza a Budapest, attentati terroristici in Pakistan. Tuttavia, il punto forte dei progetti della Via della Seta era ed è che nessun altro li sta realizzando, sicché essi sono stati comunque i benvenuti, perché necessari. Basti pensare all’ autostrada pakistana, al ponte di Pelješac, alle ferrovie africane,  che unificano economicamente Paesi fino ad oggi divisi.

L’Unione Europea, non diversamente dagli Stati Uniti, aveva già discusso, nel 2019, una propria strategia verso l’Asia Centrale, ma non ha, né la motivazione, né i mezzi, né l’efficienza, né la tecnologia dei Cinesi. Oggi, il  lancio, da parte di Biden, dello slogan della “Via della Seta delle Democrazie (o “Verde”) sembrerebbe rivalutare una partecipazione più attiva degli Occidentali ai progetti in Asia Centrale e Africa Orientale. A prescindere dallo scarso affidamento che lo slogan può suscitare visti i risultati minimi conseguiti fino ad ora da Americani ed Europei, il rilancio di iniziative nell’area non potrebbe, se presa sul serio, che sortire effetti positivi per regioni, come l’Asia Centrale, il Caucaso, la Turchia, l’India, lo stesso Afghanistan, il Sud Est Asiatico, che hanno enormi prospettive di sviluppo.

Un discorso a parte merita l’ Africa, che, nel XX secolo, veniva vantata dall’ Unione  quale un esempio riuscitissimo di cooperazione allo sviluppo (i vari Trattati ACP-UE), ed è stata gradualmente abbandonata, in parte per mancanza di fondi e in parte perché la metodologia adottata (quella che viene opposta, in quanto “trasparente”, a quella cinese), non ha mai funzionato, sommersa com’è da burocrazie, pubbliche e private, che ne assorbono la maggior parte degl’investimenti.

Mi chiedo, visto che esistono la Banca Mondiale, l’ UNIDO e l’AIIB, che hanno proprio quest’obiettivo in un’ottica di collaborazione mondiale, perché mai fare dei progetti di sviluppo ostili, col solo obiettivo di danneggiare la Cina? Se l’obiettivo è aiutare i Paesi in Via di Sviluppo, non sarebbe il caso di farlo assieme? E, comunque, cosa succederà quando le ferrovie “democratiche” incontreranno le ferrovie “cinesi”?

Haft Paykar, l’ispirazione della Turandot

9.Una cultura mondiale del  XXI secolo.

Come dimostrato da quanto accaduto a suo tempo con il Giappone, poi il Medio Oriente e la Cina, e soprattutto l’ Afghanistan, gl’interventi troppo ideologizzati e invasivi dell’Occidente, se hanno potuto servire fino a un certo momento per rilanciare questi Paesi, raramente hanno ottenuto l’effetto  sperato di riorientarne le società sul modello “occidentale”. Il Giappone è divenuto prima imperialista, poi, oggi, comunque molto disciplinato e tradizionalista; nel Medio Oriente, non vi è praticamente alcuna società (neppure Israele) che sia costruita secondo il modello “occidentale”; la Cina è, come afferma essa stessa, uno “Stato-Civiltà” che esiste da 5000 anni, con un suo progetto efficientissimo e ben definito, il “socialismo con caratteristiche cinesi”, da cui non intende deviare.

Al contrario, è motivato il sospetto che, qualora gli “occidentali” vengano esposti senza le censure del “mainstream” alla profondità delle culture orientali, sfuggendo così alla gabbia d’acciaio della logica occidentale, possano essere attratti da quelle culture, come lo furono i Gesuiti, Schopenhauer, Guénon, Puccini,Eliade, Pound, Béjart,Panikkar, scalfendo l’inossidabile fede nei valori anglo-americani. Ma che cosa ci sarebbe di male?

Una cosa è chiara: nonostante la frenesia denigratoria da parte dell’Occidente, i  vari “orienti” (Estremo Oriente, Medio Oriente, Europa Orientale) hanno ormai imposto la loro presenza al centro dell’agenda mondiale. Che si tratti delle pretese di contare, in Europa, di Polonia e Ungheria, che si tratti del “neo-ottomanismo” o del neo-zarismo, che si tratti della pluridecennale guerra afghana, della rinascita induista sotto Modi o del post-umanesimo giapponese, l’area eurasiatica sta rubando la scena a quella atlantica. Lo aveva dimostrato perfino il Presidente Obama con il suo “Pivot to Asia”, e lo ha confermato il viaggio in Europa di Biden, febbrilmente concentrato su Cina e Russia.

Certo, dispiace perfino alla Cina di esporsi alla gelosia dell’ America, ma proprio il “socialismo con caratteristiche cinesi”, che ha portato il Paese dalla situazione di un deserto all’ attuale rango di società all’avanguardia tecnologica ed economica mondiale, non potrebbe essere tenuto nascosto neppure volendo (come, taoisticamente, avrebbe richiesto Teng Xiaoping, il cui stesso nome di battaglia dimostra un’incredibile grado di  umiltà).

Di fronte alla realtà di questa “esposizione” , il problema numero uno degli Europei non è, come per gli Americani, quello di contrastare l’ascesa dell’ Eurasia, bensì di trarne delle lezioni. A cominciare da quella che, come intravisto da Foscolo, Nietzsche, Kang You Wei, Guénon, Gandhi, Eliade, Jaeger, Saint-Exupéry, Pound,  Béjart, Zhang Yi Mou, millenarie civiltà come le nostre non possono essere stravolte da un pretenzioso nuovismo, perché hanno basi solidissime, che prima o poi riemergono anche dopo decenni o secoli di forzata alienazione sotto influenze ostili.

Per tutte queste ragioni, per chiunque, ma soprattutto per l’ Italia, “uscire dalla Via della Seta” nel vero senso della parola sarebbe oggi pressoché impossibile: sarebbe come “uscire dal mondo”. E, in effetti, senza il gas della Russia, senza i campi profughi in Turchia, senza le tecnologie Foxcomm  e Huawei, senza il petrolio iraniano, senza le esportazioni in Cina, cosa sarebbe l’Italia? Una colonia ancora più sottosviluppata.

Il riorientamento del nostro sito, che contiene un ampio patrimonio di link dedicati all’Eurasia in generale (“Haft Peykar, la blogosfera dell’ interculturalità”), ambisce a  fornire un tramite per lo sviluppo di questa coscienza culturale nuova. Haft Peykar è un poema allegorico medievale del poeta asero di lingua persiana Nizami-i-Ganjavi, il quale, riprendendo il mito dell’imperatore Sassanide Bahram, ne narra la vicenda erotico-mistica della ricerca di 7 spose, ciascuna rappresentante una parte dell’Eurasia. Una di queste, la slava “Principessa Rossa”, diverrà poi, nella letteratura derivata e in Puccini, l’immortale Turandot.

12 MAGGIO, SALA AVORIO, COLLOQUIO CON Ambasciatore bradanini sulla nuova via della seta

Domenica 12 maggio

Ore 18,30 Salone del Libro – Sala Avorio

Cantieri d’ Europa: Sulle vie della Seta, Quale strategia?

Colloquio con Alberto Bradanini sull’opera collettiva “L’Europa sulle Vie della Seta, Documenti e riflessioni sul rapporto con la Cina”

Con Riccardo Lala e Giuseppina Merchionne

a cura di Alpina, in collaborazione con Movimento Europeo (progetto “Academic agorà for the future of Europe”, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ – Azione Jean Monnet), ed EGEA

L’adesione dell’Italia alla Via della Seta è al centro del dibattito politico ed economico: quali i vantaggi e i rischi? Esiste una strategia, in Italia o in Europa?

 

 

FIRMATO IL MEMORANDUM OF UNDERSTANDING ITALIA-CINA: Strategia europea per la Via della Seta cercasi disperatamente.

Per fortuna, in occasione della visita del Presidente Xi Jinping in Italia, ha prevalso, alla fine, il buon senso, e il Governo italiano ha firmato senza indugio l’MOU predisposto in esito al lavoro della Task Force Cina del Ministero dello Sviluppo Economico (cfr .ALLEGATI).

Sono state tacitate così le voci trasversali secondo cui l’MOU non risponderebbe agl’interessi nazionali, italiani o europei, e addirittura comporterebbe rischi per la sicurezza nazionale.

Premesso che:

1)sta diventando sempre più difficile distinguere fra interessi individuali, di classe, regionali, nazionali, europei e dell’Umanità, quel che bisogna ricercare è un giusto ed efficace equilibrio fra i vari livelli;

2)che, dal punto di vista della sicurezza, l’Italia si trova già ora nella situazione peggiore possibile, essendo essa eterodiretta da una potenza che, come gli USA, ha non soltanto interessi, ma addirittura percezioni del mondo, radicalmente diverse da quelle dell’Italia stessa,

a me sembra che, non solamente l’MOU, bensì la pretesa e criticata adesione occulta al “Beijing Consensus” (abbandonando il “Washington Consensus”), non potrebbero fare altro che migliorare l’attuale, disperata, situazione del nostro Paese.

Vediamo intanto i diversi vantaggi dell’ MOU firmato a Roma il 22 u.s.:

1)Vantaggi culturali

L’avanzare delle macchine intelligenti sta svuotando completamente la sostanza stessa dell’umano, situazione grave soprattutto per un Paese, come l’Italia, che è stato deliberatamente tenuto fuori da qualunque aspetto determinante nello sviluppo dell’informatica. L’intervista di Edward Snowden del 19 marzo a “La Repubblica” è eloquente a questo riguardo: gl’Italiani verrebbero trattati, dalla comunità americana dell’intelligence, “come bambini”. Inoltre, quando si pensa alle eccellenze dell’ Italia nella storia, nella cultura, nel modo di vivere, nella religione, si pensa sempre ad aspetti radicalmente contrapposti all’ attuale Società delle Macchine Intelligenti.

Solo la Cina non ha mai cessato di attribuire ufficialmente all’Italia questo suo valore storico, accomunandola per 1500 anni, sotto il nome di Da Qin, ”la Grande Cina”, all’ Impero Romano e al Cristianesimo, come ha fatto ancora a Roma il Presidente Xi Jinping. Ancor oggi la Cina ha fatto ricorso all’ Italia per redigere il suo Codice Civile. D’altra parte, la Cina è anche  l’unico Paese che tributi quotidianamente un ossequio formale ai propri “classici”, citati incessantemente (con tanto di note filologiche), dal Presidente Xi Jinping nei suoi discorsi, e spiegati alla televisione con apposite trasmissioni. Sarebbe come se i discorsi dei nostri uomini politici fossero un incastro di citazioni di Bibbia, Omero, tragedie e filosofi greci, De Bello Gallico, Divina Commedia, ecc…

Anche sulla base di questo culto condiviso per la “classicità” intesa nel senso più ampio, con 300 milioni di turisti cinesi che si muovono ogni anno attraverso il mondo, esiste un enorme margine per creare una potentissima industria turistica e culturale congiunta italo-cinese, cosa a cui i nuovi accordi fanno per altro più di un accenno. Basti pensare che l’MOU prevede addirittura di creare in Cina una piattaforma italo-cinese dedicata alla promozione del modo di vita italiano. D’altronde, queste cose in Cina non sono nuove. Basti pensare alla ex concessione italiana di Tianjing, che è stata trasformata in una “Italian Style City”.

2.I vantaggi economici

L’ attuale recessione, innescata dai dazi di Trump, che attanaglia ogni giorno di più, non solo l’Italia, ma tutta l’Europa, a cominciare dalla Germania, non riguarda solo gl’indicatori attuali, bensì si estende alla mancanza di progetti e al pessimismo generalizzato, ma soprattutto, come ha messo a nudo la vicenda del viaggio di Xi Jinping, all’assenza di un’ ”advocacy” europea  unica, che negozi   gli accordi economici a vantaggio dell’ intera Unione, e, infine, alla dichiarata volontà di Trump di contingentare la produzione e l’export europei per ripristinare la primazia americana (“America first”).

Si noti che il documento sfornato dalla Commissione un paio di giorni prima del viaggio di Xi non risolve il problema, perché, se tenta di rendere la vita più difficile ai negoziatori extraeuropei, non risolve il problema di fondo, vale a dire che i  negoziatori europei che dovrebbero fronteggiarli semplicemente non esistono. Infatti, chi potrebbe discutere con Xi di tutte le materie di cui egli è competente: cultura, difesa, diritto, economia, ecc..? Non certo il Presidente del Consiglio Europeo, né quello della Commissione, né l’ Alto Rappresentante per la PESC…

In questa situazione, l’Italia e l’Europa si trovano in un vicolo cieco, in cui sono costrette a trovare qualche elemento nuovo, per rovesciare un trend che inevitabilmente li sta  condannando. In questa situazione, coltivare rapporti privilegiati con la maggior potenza economica del mondo può fornire vantaggi fondamentali, quali la possibilità di reperire finanziamenti internazionali, nazionali e internazionali(AIIB), pubblici e privati, che negli ultimi anni sono divenuti difficilissimi in un contesto occidentale, dati i vincoli UE e l’atteggiamento ostile delle agenzie di rating; un accesso agevolato al mercato e alle tecnologie cinesi, oggi spesso più avanzate di quelle americane, per non dire quelle europee (5G, web, computer quantici, aerospazio).

Nel caso dell’Europa, il vantaggio è stato dimostrato plasticamente dall’acquisto, in un solo blocco, da parte della Cina, di 290 aerei dall’ Airbus, l’unico “campione europeo” realmente esistente, proprio durante quel viaggio a Parigi che avrebbe dovuto vedere la sconfessione della Via della Seta da parte del tandem franco-tedesco. Tra l’altro, anche il gran daffare intorno alla reciprocità e al “golden power” è merito della Via della Seta. Prima, quando i possibili investitori erano solo gli Americani, non c’era alcuno zelo nel difendere l’economia nazionale.

Nel caso dell’ Italia,i  vantaggi legati  all’ MOU sono altrettanto evidenti.

Come non si stancano di lamentare gli esperti di trasporti, il principale problema dei porti italiani è che la maggior parte delle merci, anche per il Norditalia, transitano da Rotterdam e Amburgo perché i nostri porti sono insufficienti. Tuttavia, l’Italia è più vicina alla Cina di quanto non lo sia il Mare del Nord. Ora che i Cinesi sembrano intenzionati a portare traffico e soldi a Genova e a Trieste, il problema non si dovrebbe più porre, e tutto il sistema logistico italiano, dai TAV del Norditalia, agl’interporti, ne saranno agevolati. In questo, come in molti altri casi, ci volevano i Cinesi poer fare prevalere il buon senso contro le opposte illogicità degli Europei: il furbesco privilegio degli uni e la beota faziosità degli altri. Sarà vero che l’ Imperatore della Cina ha un Mandato del Cielo?

 

  1. I vantaggi politici

A maggior ragione, se e nella misura in cui l’influenza dell’America, attraverso l’ideologia, la diplomazia, i dazi,  ha come suo obiettivo quello di neutralizzare la forza dell’Europa, tutte le energie che controbilancino, nella cultura, nelle relazioni internazionali, nel commercio, quell’influenza, non possono che essere salutari per la forza dell’ Europa. Non è vero quindi che l’influenza cinese comprometta la nostra identità e sovranità: al contrario, le grandi comunalità che uniscono la nostra cultura con le altre dell’ Eurasia (fedeltà ai valori dell’“Epoca Assiale”, culturalismo, meritocrazia, comunitarismo) costituiscono una leva per  contrastare l’omologazione anti-cultuale della “cultura mainstream” e per rialzare il nostro “standing” in Italia e in Europa, con un richiamo costante al nostro passato, non certo inferiore, anche se non superiore, a quello degli altri grandi imperi millenari (cinese, indiano, persiano…).

Quello che vale per l’Europa vale a maggior ragione per l’Italia: trascinata lontano dalle sue radici classiche e cattoliche per immergerla nella più sguaiata modernità (diseducazione generalizzata, mercificazione, cementificazione); privata con stratagemmi o con la violenza dei suoi migliori capitani d’industria (Olivetti e Mattei); spogliata delle sue migliori imprese, ridotte a “spezzatino” per la gioia dei concorrenti.

3.I pericoli  della Via della Seta

Le due aree su cui si sta tentando di raggiungere un accordo fra Europa e Cina sono, da un lato, un trattato generale sugli investimenti (che dovrebbe sostituire gli esistenti trattati commerciali di tutti gli Stati membri), e, dall’ altra, la “piattaforma di connettività”, dedicata in particolare alla Via della Seta.Tutti argomenti non trattati dall’ MOU italiano (né dal previsto MOU francese), in quanto di competenza della Commissione.

Nei confronti dell’Italia, si ripetono gli ammonimenti che sono già stati agitati nei confronti dei Paesi afroasiatici che già sono impegnati nella Via della Seta:

a)la “trappola del debito”: i partner della Cina, realizzando le infrastrutture a credito, finirebbero  per addossarsi un onere finanziario inaccettabile. L’MOU non parla affatto di finanziamenti, bensì di collaborazioni, di forniture, di servizi. Si tratta infatti dei business più svariati: forniture chiavi in mano dall’ Italia alla Cina; collaborazioni culturali, commerciali e tecnologiche, dove semmai l’Italia incassa e la Cina paga;

b)la “svendita degli assets strategici”. Ma qui non si sta, non dico svendendo, ma neppure vendendo, niente. Semmai, si è già venduta, qualche anno fa, la Pirelli. I porti di Genova e di Trieste non sono in vendita. Semmai, si tratta di potenziarli per ospitare il traffico con la Cina .Invece, mi risulta che siano controllati dall’ America e da molto tempo alcune industrie veramente strategiche, come certe aziende aerospaziali, le reti informatiche, l’industria automobilistica…Quanto alle acciaierie, le abbiamo vendute ai Russi e agli Indiani, e un provider telefonico, addirittura a un Egiziano..

c)lo spionaggio elettronico: lo spionaggio elettronico ai danni degli Europei è condotto, alla luce del sole, in base ad accordi semisegreti, dai 16 servizi segreti americani fin da quando esiste l’ elettronica. Quando era scoppiato lo scandalo Prism, Obama l’aveva riconosciuto apertamente, sostenendo che gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di smettere. Inoltre, i servizi segreti cinesi spiano da tempo con molto successo gli Stati Uniti, provocando tra l’altro la rottamazione di tutti i più recenti progetti dell’industria americana in quanto copiati dai Cinesi prima ancora della loro realizzazione. Ne consegue che i Cinesi, attraverso gli Stati Uniti, hanno già accesso a tutti i segreti tecnologici e militari dell’Italia. La supremazia tecnologica Huawei e la fornitura del materiale da parte di quest’ultima potrebbe avere, semmai, il vantaggio d’ interrompere lo spionaggio americano.

d)la sicurezza: Oggi, l’Italia e l’Europa sono tutt’altro che sicure. Fare affidamento sull’armamento atomico dell’America, che, come ripete Trump, non vede l’ora di disimpegnarsi, è una pura finzione. In realtà, sono gli Europei ad essere costretti a spendere somme ingentissime per supportare un sistema di difesa che serve esclusivamente gli interessi americani, e che in caso di guerra lascerebbe l’Europa automaticamente in balia delle rappresaglie nemiche (per esempio contro le nostre basi dove sono stazionate le testate nucleari americane). L’America ci minaccia di cambiare il nostro ruolo nella NATO? Ma noi nella NATO ci siamo solo per fornire gratis più di 100 basi, accollandoci, così, un rischio nucleare che non ci spetterebbe. Un ruolo meno importante di così non riesco a immaginarlo.

e)La tutela dell’ economia nazionale:La legislazione di protezione nel campo degli appalti e degl’investimenti esteri avrebbe dovuto essere adottata da settant’anni. Tuttavia, non è questa che può proteggere l’Europa dalla presenza di concorrenti o partners più forti. L’Europa si protegge solo divenendo essa stessa più forte al suo interno, con una cultura civica autentica, con una leadership forte almeno quanto quella dei concorrenti, con il coordinamento di tutte le energie del Paese, come previsto dalla nuova dottrina americana di difesa, con un “deep State” sostanzioso, coeso, tonico e motivato culturalmente.

Lo stesso dovrebbe valere anche per l’Italia, solo che, quando gli Stati di medie dimensioni, come quelli europei, pretendono di essere “sovrani” nello stesso senso in cui lo sono degl’imperi di  un miliardo e mezzo di abitanti, fanno la fine del re delle rane, che si gonfiò fino a scoppiare (come abbiamo dovuto toccare con mano nella 2° guerra mondiale).

e)La mancanza di reciprocità: Come i giornali tedeschi hanno fatto rilevare, l’incapacità di Merkel ad esprimere a Xi Jinping le attese obiezioni è derivata dalla mancanza di alternative Non è, infatti,  che i Cinesi oppongano alle importazioni degli Europei ostacoli burocratici maggiori della media. E’ che gli Europei hanno poco da offrire ai Cinesi, oggi come ai tempi di Lord McCartney. E hanno poco da offrire perché non hanno le dimensioni richieste per un mercato grande come quello cinese. Inoltre, non hanno neppure quell’ ambizione di esportare che anima invece i Cinesi, forse per reazione all’espansionismo europeo del passato. Nel ‘500, erano infatti gli Europei a costruire basi navali all’ estero, come per esempio nello Stato delle Indie Orientali, portoghese, e presso la Compagnia delle Indie Orientali (inglese), lungo tutta  la Via Marittima della Seta. Ora, i Cinesi vogliono fare lo stesso cammino, ma all’inverso.

Per questi motivi, Angela Merkel, accorsa a Parigi, non ha saputo fornire esempi di richieste di  reciprocità non andate a buon fine. Forse a i Tedeschi è stato vietato di fabbricare le Volkswagen e le Mercedes in Cina? Anzi, le auto tedesche sono le più vendute. Hanno mai chiesto di finanziare porti in Oriente? Secondo lo Spiegel, i Tedeschi non vorrebbero neppure finanziare i porti italiani, ma non possono opporsi a che lo facciano  i Cinesi di loro spontanea iniziativa.

Allegato n. 1

MEMORANDUM D’INTESA TRA IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA E IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE SULLA COLLABORAZIONE NELL’AMBITO DELLA“VIA DELLA SETA ECONOMICA” E DELL’ “INIZIATIVA PER UNA VIA DELLA SETA MARITTIMA DEL 21° SECOLO”

Il Governo della Repubblica Italiana ed il Governo della Repubblica Popolare cinese (di seguito definite “le Parti”) mossi dall’intento di approfondire la cooperazione bilaterale concreta;

Accogliendo con favore l’organizzazione del “Belt and Road Forum for International Cooperation”, tenutosi a Pechino nel maggio 2017;

Riconoscendo l’importanza ed i benefici derivanti da un miglioramento della connettività tra Asia ed Europa ed il ruolo che l’iniziativa “Belt and Road” può svolgere a tale riguardo;

Richiamando il Comunicato congiunto della Tavola Rotonda dei Leader al “Belt and Road Forum for International Cooperation”;

Richiamando il Piano d’Azione per il rafforzamento della cooperazione economica, commerciale, culturale e scientifico-tecnologica tra Italia e Cina 2017-2020,adottato a Pechino nel maggio 2017;

Richiamando il Comunicato congiunto della Nona sessione del Comitato intergovernativo Italia-Cina, tenutasi a Roma il 25 gennaio 2019 e l’impegno ivi espresso per promuovere il partenariato bilaterale in uno spirito di mutuo rispetto, uguaglianza e giustizia, con modalità reciprocamente vantaggiose, nell’ottica di una rafforzata solidarietà globale;

Consapevoli del comune patrimonio storico sviluppato lungo le vie di comunicazione terrestri e marittime tra l’Europa e l’Asia, nonché del tradizionale ruolo dell’Italia quale terminale della Via della Seta marittima;

Rinnovando il comune impegno all’osservanza degli scopi e dei principi espressi nella Carta delle Nazioni Unite ed alla promozione di una crescita inclusiva e di uno sviluppo sostenibile, in linea con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici;

2Richiamandoaltresì gli obiettivi stabiliti dall’Agenda Strategica di Cooperazione UE-Cina 2020 e i principi che guidano la Strategia UE per la Connettività tra Europa ed Asia adottata nell’ottobre 2018;

hanno raggiunto i seguenti intendimenti:

 

ParagrafoI:Obiettivi e Principi guida della Collaborazione

  1. Le Parti si adopereranno insieme nell’ambito dell’Iniziativa “Belt and Road” al fine di tradurre i rispettivi complementari punti di forza in reciproci vantaggi per una collaborazione concreta ed una crescita sostenibile, sostenendo le sinergie tra l’iniziativa “Belt and Road” e le priorità identificate nel Piano d’Investimenti per l’Europa e le Reti di Trasporto Trans-Europee, tenuto conto delle discussioni in corso in seno alla “Piattaforma di connettività UE-Cina”. In tal modo, le Parti intendono anche rafforzare i rapporti politici, i legami economici e gli scambi diretti tra i due popoli. Le Parti rafforzeranno la collaborazione e promuoveranno la connettività regionale in un contesto aperto, inclusivo e bilanciato, vantaggioso per tutti, così da promuovere la pace, la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo sostenibile nella regione.
  2. Le Parti promuoveranno la collaborazione bilaterale sulla base dei seguenti principi:

(i)Guidate dagli obiettivi e dai principi della Carta delle Nazioni Unite, le Parti lavoreranno per lo sviluppo e la prosperità comuni, per una più profonda fiducia reciproca e una collaborazione di mutuo vantaggio;

(ii)Nel rispetto delle rispettive leggi e regolamenti nazionali ed in conformità con i rispettivi obblighi internazionali, le Parti si sforzeranno di promuovere il regolare sviluppo dei loro progetti di collaborazione;

(iii)Le Parti esploreranno possibili sinergie e assicureranno coerenza e complementarietà con i meccanismi di collaborazione bilaterali e multilaterali e con le piattaforme regionali di cooperazione già esistenti.

 

 

ParagrafoII:Ambiti di Collaborazione.

3Le Parti collaborerannonei seguenti settori:1.Dialogo sulle politiche.Le Parti incoraggeranno sinergiee consolideranno la comunicazione e il coordinamento. Promuoveranno inoltre il dialogo sulle politiche relative alle iniziative di connettività e sugli standard tecnici e regolamentari. Le Parti si adopereranno congiuntamente nell’ambito della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB), al fine di promuovere la connettività, in conformità con gli scopi e le funzioni dellaBanca.

2.Trasporti, logistica e infrastrutture. Entrambe le Parti condividono una visione comune circa la necessità di migliorare il sistema dei trasporti in un’ottica di accessibilità, sicurezza, inclusione e sostenibilità. Le Parti collaboreranno nello sviluppo della connettività infrastrutturale, compresi aspetti quali le modalità di finanziamento, l’interoperabilità e la logistica, in settori di reciproco interesse (quali strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia–incluse le energie rinnovabili e il gas naturale -e telecomunicazioni). Le Parti esprimono il loro interesse a sviluppare sinergie tra l’iniziativa “Belt and Road”, il sistema italiano di trasporti ed infrastrutture-quali, ad esempio, strade, ferrovie, ponti, aviazione civile e porti-e le Reti di Trasporto Trans-europee(TEN-T).Le Parti accolgono con favore le discussioni in seno alla “Piattaforma di connettività UE-Cina” tese a migliorare l’efficienza della connettività tra Europa e Cina. Le Parti collaboreranno al fine di facilitare lo sdoganamento delle merci, rafforzandola cooperazione per trovare soluzioni di trasporto sostenibile, sicuro e digitale, nonché nei relativi piani di investimento e finanziamento. Le Parti sottolineano l’importanza di procedure di appalto aperte, trasparenti e non discriminatorie.

3.Commercio ed investimenti senza ostacoli. Le Parti si adopereranno al fine di accrescere investimenti e flussi di commercio in entrambe le direzioni, così come la collaborazione industriale bilaterale, nonché la collaborazione nei mercati di Paesi terzi, attraverso l’individuazione di modalità utili a favorire una reale ed efficace collaborazione reciproca. Le Parti ribadiscono la comune volontà di favorire un sistema commerciale e di investimenti libero ed aperto, contrastare squilibri macroeconomici eccessivi e opporsi all’unilateralismo e al protezionismo. Nel quadro dell’Iniziativa “Belt and Road”, le Parti incoraggeranno una collaborazione commerciale ed industriale trasparente, non discriminatoria, aperta e libera; procedure di appalto aperte;la messa in opera di un level playing field ed il rispetto per i diritti di proprietà intellettuale. Le Parti esploreranno modalità di collaborazione e di partenariato più strette che siano reciprocamente vantaggiose e che comportino anche il miglioramento della cooperazione Nord-Sud, Sud-Sud e triangolare.

4.Collaborazionefinanziaria.Le Parti rafforzeranno la comunicazione ed il coordinamento bilaterali in tema di politiche fiscali, finanziarie e di riforme strutturali, al fine di creare un ambiente favorevole alla cooperazione economica e finanziaria, anche attraverso l’istituzione del Dialogo Italia-Cina a livello finanziario tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze della Repubblica Italiana ed il Ministero delle Finanze della Repubblica Popolare Cinese. Le Parti favoriranno partenariati tra le rispettive istituzioni finanziarie per sostenere congiuntamente la collaborazione in materia di investimenti e finanziamenti, a livello bilaterale e multilaterale enei confronti di Paesi terzi, nel quadro dell’iniziativa “Belt and Road”.

5.Connettività people-to-people. Le Parti cercheranno di ampliare gli scambi interpersonali, sviluppare la rete di città gemellate, valorizzare il Forum Culturale Italia-Cina per la realizzazione dei progetti di gemellaggio tra siti italiani e cinesi registrati dall’UNESCO quali patrimoni dell’umanità. Esse promuoveranno forme di collaborazione, tra le rispettive Amministrazioni, sui temi dell’istruzione, dellacultura, della scienza, dell’innovazione, della salute, del turismo e della previdenza pubblica. Le Parti promuoveranno scambi e collaborazioni tra le rispettive Autorità locali, i mezzi di comunicazione, think-tank, le università e tra i giovani.

  1. Cooperazione per lo Sviluppo verde. Le Parti sostengono pienamente l’obiettivo di sviluppare la connettività seguendo un approccio sostenibile e rispettoso dell’ambiente, promuovendo attivamente il processo di transizione globale verso lo sviluppo verde, a bassa emissione di carbonio e l’economia circolare. In questo spirito, le Parti collaboreranno nel campo della protezione ecologica ed ambientale, dei cambiamenti climatici ed in altri settori di reciproco interesse. Le Parti scambieranno opinioni sullo sviluppo verde e promuoveranno attivamente la realizzazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e l’Accordo di Parigi sui Cambiamenti climatici. Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare della Repubblica Italiana parteciperà attivamente alla Coalizione Internazionale per lo Sviluppo Verde nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road”, avviata dal Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente della Repubblica Popolare Cinese e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP).

 

ParagrafoIII:Modalità di Collaborazione1.Le modalità di collaborazione possono includere–ma non saranno limitate a:(i)Scambi di visite ad alto livello e discussioni nel quadro dei meccanismi di scambio governativi e non governativi già esistenti. Le Parti amplieranno lo scambio di informazioni in vari settori e tramite molteplici canali, allo scopo di aumentare la trasparenza ed incoraggiare la partecipazione da ogni settore della società.(ii)Esplorare la possibilità di avviare programmi-pilota in settori chiave, scambi e cooperazione economica, ricerca congiunta, capacity building, scambi di risorse umane eformazione.2.Le Parti individueranno modelli di collaborazione reciprocamente vantaggiosi al fine di promuovere l’attuazione dei principali progetti previsti nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road”. Le Parti seguiranno principi di mercato, promuoveranno la collaborazione tra capitale pubblico e privato, incoraggeranno gli investimenti e il sostegno finanziario attraverso modelli diversificati. Entrambe le Parti rinnovano il proprio impegno verso investimenti sostenibili da un punto di vista ambientale e sociale ed economicamente fattibili.

3.Le Parti esploreranno congiuntamente opportunità di collaborazione in Italia ed in Cina e discuteranno della collaborazione nei Paesi terzi. Le Parti si impegnano in favore di modalità di collaborazione vantaggiose per tutti i partecipanti e di progetti che apportino benefici a Paesi terzi, sostenendone le priorità in termini di sviluppo e di bisogni delle popolazioni locali, in maniera sostenibile ed efficace dal punto di vista fiscale, sociale, economico ed ambientale.4.Le competenti Autorità delle Parti possonofinalizzare inteseper la collaborazione in settori specifici e per la creazione di appositi meccanismi di collaborazione.

 

ParagrafoIV:Meccanismi di collaborazione Le Parti utilizzeranno a pieno i meccanismi bilaterali già esistenti al fine di sviluppare la collaborazione nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road”.Il Comitato Governativo Italia-Cinasarà utilizzato per monitorare progressi e seguiti

 

ParagrafoV:Divergenze Interpretative Le Parti risolveranno amichevolmente eventuali divergenze interpretative del presente Memorandum d’Intesa mediante consultazioni dirette.

 

ParagrafoVI:Leggeapplicabile Il presente Memorandum d’Intesa non costituisce un accordo internazionale da cui possano derivare diritti ed obblighi di diritto internazionale. Nessuna delle disposizioni del presente Memorandum deve essere interpretata ed applicata come un obbligo giuridico o finanziario o impegno per le Parti. L’interpretazione del presente Memorandum d’Intesa deve essere in conformità con le legislazioni nazionali delle Parti nonché con il diritto internazionale applicabile e, per quanto riguarda la Parte italiana, con gli obblighi derivanti dalla appartenenza dell’Italia all’Unione Europea.***Il presente Memorandum acquista efficacia alla data della firma. Il presente Memorandum rimarrà valido per un periodo di cinque anni e sarà automaticamente prorogato di cinque anni in cinque anni, salvo che una Parte vi ponga termine dandone un preavviso scritto di almeno tre mesi all’altra Parte.

Fatto a Roma il 22 marzo 2019, in due originali, ciascuno in lingua italiana, cinese e inglese, tutti i testi facenti ugualmente fede. In caso di divergenze interpretative, prevarrà il testo in lingua inglese. Per il Per il Governo della Repubblica Italiana Governo della Repubblica Popolare Cinese

 

 

 

LISTA DELLE INTESE COMMERCIALI PRESENTATEA VILLA MADAMA

1.CDPIntesa di partenariato strategico tra Cassa Depositi e Prestiti S.p.A (CDP) e Bank of China LimitedBank of ChinaAD Fabrizio PalermoPresidente Chen Siqing

2.ENI Memorandum of Understanding sul partenariato strategico tra ENI S.p.A. e Bank of China LimitedBank of ChinaAD Claudio DescalziPresidente Chen Siqing

3.AnsaldoEnergiaIntesa di collaborazione tecnologica sul Programma di Turbine a Gas tra Ansaldo Energia S.p.A. e China United Gas Turbine Technology Co.-UGTCChina United Gas Turbine Technology Co. UGTC (controllata da SPIC–State Power Investment Corporation)AD Giuseppe ZampiniPresidente Qian Zhimin

4.Ansaldo EnergiaContratto per la fornitura di una turbina a gas AE94.2K per il progetto Bengang tra Ansaldo Energia S.p.A., Benxi Steel Group Co., e Shanghai Electric Gas Turbine Co.Shanghai Electric Gas Turbine (SEGT) e Benxi Steel Group (BSG)AD Giuseppe ZampiniPresidentedi SEGT Huang Ou Chairman di BSG Chen Gizhuang

5.CDP, SNAMMemorandum of Understandingtra Cassa Depositi e Prestiti S.p.A (CDP), Snam S.p.A. e Silk Road Fund CoSilk Road FundAD di CDP Fabrizio PalermoAD di SNAM Marco AlveràGeneral Manager di Silk Road Fund Wang Yanzhi

6.Agenzia ICE Intesa di cooperazione strategica tra Agenzia ICE e Suning.com Group Coper la realizzazione di una piattaforma integrata di promozione dello stile di vita italiano in CinaSuning.com Group Co., Ltd.Presidente Carlo Maria Ferro Presidente Zhang Jindong

7.AdSP del Mare Adriatico OrientaleAccordodi cooperazione tra Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale –Porti di Trieste e Monfalcone e China Communications Construction Company(CCCC)China Communication Construction CompanyPresidente Zeno D’AgostinoPresidente Song Hailiang

8.AdSP del Mar Ligure Occidentale /Commissario Straordinario per la Accordo di cooperazione tra il Commissario Straordinario per la Ricostruzione di Genova, l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure China Communication Construction Company Presidente PaoloSignorini Presidente Song Hailiang

Ricostruzione di Genova Occidentale e China Communication Construction Company (CCCC)

9.Intesa SanpaoloMemorandum of Understanding tra Intesa Sanpaolo S.p.A. ed il Governo Popolare della città di Qingdao Governo Popolare della città di QingdaoAD Carlo MessinaVice Sindaco Liu Jianjun

10.Gruppo Danieli Contratto tra Danieli & C. Officine Meccaniche S.p.A. e China CAMC Engineering Coper l’installazione di un complesso siderurgico integrato in AzerbaijanChina CAMC Engineering CoPresidente Gianpietro Benedetti Presidente e Direttore Generale Luo Ya

 

 

 

 

LA LETTERA DI XI JINPING AGLI ITALIANI , che cita “il Regno di DA QIN”

PUBBLICHIAMO QUI DI SEGUITO LA LETTERA AGLI ITALIANI DEL PRESIDENTE XI JINPING IN VISITA NOSTRO PAESE.

SEGNALIAMO CHE, PROPRIO ALL’ INIZIO, IL PRESIDENTE RICORDA CHE I PAPPORTI FRA I DUE PAESI RISALGONO AI TEMPI DELL’IMPERO ROMANO E DEELLA DINASTIA HAN, QUANDO ERA STATA CONIATA, PER RIFERIRSI A ROMA, ALL? ITALIA, ALL’ IMPERO E ALL’ EUROPA, IL TERMINE “DA QIN”, “GRANDE CINA”.

La Cina e l’Italia sono rispettivamente emblema della civiltà orientale e occidentale e hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana. L’Italia è la patria dell’antica civiltà romana e la culla del Rinascimento e il suo patrimonio di grandi monumenti, di capolavori artistici e letterari è ormai diffusamente noto in Cina. I contatti tra le due grandi civiltà, cinese e italiana, affondano le loro radici nella storia. Già più di duemila anni fa, l’antica Via della Seta ha permesso il collegamento tra l’antica Cina e l’antica Roma, nonostante le grandi distanze che le separavano. La dinastia Han inviò Gan Ying in missione alla ricerca di ciò che chiamavano «Da Qin» o «Grande Qin» che si riferiva proprio all’impero romano, mentre nei componimenti del poeta Virgilio e del geografo romano Pomponio Mela si trovano molteplici citazioni del «Paese della seta». In seguito, il «Milione» di Marco Polo scatenò la prima «passione per la Cina» della storia occidentale e il suo autore divenne un pioniere dei contatti tra la cultura orientale e quella occidentale, modello a cui si ispirano ancora oggi gli ambasciatori dell’amicizia.

La visita di Xi Jinping: «Un patto strategico con l’Italia»

Giunti all’epoca moderna, seguendo le orme lasciate dai predecessori sulla strada dell’amicizia, i rapporti bilaterali tra Cina e Italia hanno vissuto molti rinnovamenti che hanno portato sempre nuove opportunità. Nel 1970 la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica Italiana hanno instaurato le relazioni diplomatiche, e nel 2020 ne celebreremo il 50esimo anniversario. Dopo l’allacciamento delle relazioni diplomatiche, a prescindere da quali tempeste hanno interessato la scena internazionale, i due Paesi sono stati un esempio di cooperazione di mutuo vantaggio basata su fiducia reciproca e sulla stretta cooperazione tra Paesi con sistemi sociali, background culturali e fasi di sviluppo diversi. L’amicizia tradizionale tra Italia e Cina è solida ed è riuscita a rinnovarsi sempre nel corso della sua lunga storia divenendo una colonna portante per il rapido e stabile sviluppo dei rapporti bilaterali.

L’amicizia tra Italia e Cina si radica in una ricca eredità storica. I contatti in più di duemila anni hanno gettato le basi del rispetto reciproco e dell’apprendere l’uno dall’altro, della fiducia reciproca e della mutua comprensione, concetti che si sono trasformati nei garanti stabili e continuativi della tradizionale amicizia che ci accomuna. Di fronte alle evoluzioni e alle sfide del mondo contemporaneo, i due Paesi fanno appello alla loro preziosa e lunga esperienza e immaginano insieme gli interessanti scenari capaci di creare un nuovo modello di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza e la giustizia e sulla cooperazione di mutuo vantaggio, costruendo un futuro condiviso dell’umanità.

L’amicizia tra Italia e Cina si condensa in una forte fiducia strategica. I leader dei due Paesi hanno sempre guardato e sviluppato i rapporti bilaterali con un approccio strategico e una visione lungimirante. Da quando, nel 2004, i due Paesi hanno istituito il partenariato strategico globale bilaterale, gli incontri ai massimi livelli tra Roma e Pechino hanno avuto un ruolo di guida e di promotori dei rapporti bilaterali e di sempre mutua comprensione e fermo sostegno di fronte agli interessi fondamentali e alle questioni di grande rilevanza per ciascuno. Questo li ha resi il saldo supporto che ha garantito lo stabile e duraturo sviluppo dei rapporti bilaterali.

L’amicizia tra Cina e Italia si manifesta nella cooperazione concreta. Cina e Italia si considerano a vicenda partner importanti per il commercio e gli investimenti e vantano una forte convergenza di interessi. Nel 2018, l’interscambio commerciale bilaterale ha superato la soglia dei 50 miliardi di dollari e gli investimenti bidirezionali cumulativi hanno superato i 20 miliardi. Il Made in Italy è divenuto sinonimo di prodotti di alta qualità, la moda e l’arredamento italiani incontrano pienamente il gusto dei consumatori cinesi; la pizza e il tiramisù piacciono ai giovani cinesi. I due Paesi hanno raggiunto traguardi importanti nella cooperazione in ambiti come i satelliti e l’aviazione civile; la Settimana Cina-Italia della Scienza, della Tecnologia e dell’Innovazione, le pattuglie congiunte tra le forze dell’ordine e le attività di formazione calcistica sono state accolte molto positivamente dai popoli dei due Paesi.

L’amicizia tra Cina e Italia si tramanda in forti scambi culturali. I popoli cinese e italiano hanno sempre mostrato grande interesse nello studio della cultura l’uno dell’altro. Un professore cinese iniziò a tradurre la Divina Commedia di Dante all’età di settant’anni e l’opera si rivelò talmente ardua che solo dopo 18 anni, sul letto di morte, riuscì a completarla. In Italia i sinologi sono numerosi e hanno svolto il ruolo di ponte nei rapporti tra Cina ed Europa a partire dalla prima grammatica della lingua cinese scritta per l’Occidente da Martino Martini a «Italia e Cina» di Giuliano Bertuccioli e Federico Masini: tutti hanno aiutato a far rimanere sempre viva la passione per la sinologia nella penisola italiana.

Il noto scrittore italiano Alberto Moravia ha scritto: «Le amicizie non si scelgono a caso ma secondo le passioni che ci dominano». Il mondo odierno sta subendo profondi cambiamenti mai visti in un secolo, di fronte a ciò la storia ci affida la responsabilità di innalzare i rapporti sino-italiani e portarli a un nuovo livello e di tutelare insieme la pace, la stabilità e di far crescere la prosperità. Io desidero, con questa mia visita, di tracciare, insieme ai leader italiani, le linee guida dei rapporti bilaterali e di condurli nella nuova era.

Siamo pronti, insieme alla controparte italiana, a sviluppare ulteriormente il partenariato strategico globale, a stringere maggiormente i legami ai massimi livelli e a rafforzare la cooperazione a tutti i livelli tra i nostri governi, parlamenti, partiti ed enti locali; a rafforzare la comunicazione politica, a promuovere la fiducia e i matching strategici, a continuare a comprendere e a sostenere a vicenda gli interessi e i temi più cari alla controparte e a gettare le basi politiche dei rapporti bilaterali.

Siamo pronti, insieme alla controparte Italiana, a costruire insieme la Belt and Road — la Nuova Via della Seta, sviluppando appieno i punti di forza storici, culturali e geografici che la cooperazione tra i due Paesi sotto l’egida della Belt and Road può portare. Impegnandoci a collegare l’idea di interconnessione e connettività propria dell’iniziativa Nuova Via della Seta ai progetti italiani di «costruzione dei porti del Nord» e «investire in Italia» al fine di creare una nuova era per la Belt and Road in settori come la marina, l’aeronautica, l’aerospazio e la cultura.

Siamo pronti, insieme alla controparte italiana, ad ampliare i settori della cooperazione fattiva. La Cina continuerà ad ampliare la sua apertura con strumenti come l’organizzazione, su base annuale, di eventi come la China Import Expo che permettono di condividere le grandi opportunità che il mercato cinese presenta con i Paesi del resto del mondo, Italia compresa. Italia e Cina possono sviluppare il potenziale di cooperazione in settori come la logistica portuale, il trasporto marittimo, le telecomunicazioni e il medico-farmaceutico e incentivare le rispettive aziende ad avviare progetti di cooperazione nei mercati terzi per realizzare una cooperazione di mutuo vantaggio e che risponda agli interessi di tutti.

Siamo pronti, insieme alla controparte Italiana, a stringere ancora di più i contatti in ambito umanistico-culturale. Cina e Italia, in quanto Paesi che detengono il maggior numero di siti Unesco al mondo, vantano ricchissime risorse turistiche e culturali. I due Paesi devono rafforzare i gemellaggi tra i loro siti Unesco e incoraggiare la co-organizzazione di mostre d’arte ed esposizioni dei patrimoni culturali, la co-produzione di opere cinematografiche e audiovisive da parte degli istituti e organizzazioni culturali. Dobbiamo consolidare l’insegnamento delle nostre lingue, promuovere gli scambi tra persone in modo da apportare un nuovo e maggiore contributo alla diversità culturale mondiale e all’incontro, all’apprendimento reciproco tra universi culturali diversi.

Siamo pronti, insieme alla controparte Italiana, a rafforzare il coordinamento sull’agenda internazionale e in seno alle organizzazioni multilaterali. La Cina è disponibile per consolidare la comunicazione e la sinergia con l’Italia in seno alle Nazioni Unite, al G20, all’Asem e all’Organizzazione Mondiale del Commercio su tematiche come la governance globale, il mutamento climatico, la riforma dell’Onu e del Wto e altre questioni rilevanti, al fine di tutelare gli interessi comuni, promuovere il libero scambio e il multilateralismo e proteggere la pace e la stabilità mondiale e consentire uno sviluppo fiorente.

Ripercorrendo la storia degli ultimi 50 anni è evidente come i rapporti sino-italiani abbiano radici profonde e abbiano già ottenuto numerosi risultati. Guardando alla nuova era, la cooperazione sino-italiana ha un futuro roseo e prospettive di sviluppo ampie. Il popolo cinese è ansioso di unire le forze con gli amici italiani per coltivare insieme il terreno dei rapporti bilaterali e far sì che possa giungere a una nuova e più ricca fioritura e che l’amicizia tra Cina e Italia possa rinnovarsi costantemente.

CONVEGNO DEL 16 FEBBRAIO SULLE PROSPETTIVE DELLA VIA DELLA SETA PER IL PIEMONTE

        Il primo Pendolino,  treno italiano ad alta velocità

Convegno presso il Centro Studi San Carlo sulle opportunità per il Piemonte della Nuova Via della Seta

Sabato 16 febbraio, presso il Centro Studi San Carlo, si è svolto il convegno, organizzato da Rinascimento Europeo e dalla Casa Editrice Alpina, dedicato al tema: “Nuova Via della Seta, Prospettive per il Piemonte”.

Si sono date appuntamento otto personalità che, sotto angolature diverse, sono latori di messaggi  importanti per la comprensione della complessa tematica, contribuendoal tentativo di  sblocco della situazione piemontese delle infrastrutture, incancrenitasi per l’atteggiamento di retroguardia di un certo numero di autorità e forze politiche.

Ha introdotto i lavori  Riccardo Lala, manager, editore e scrittore, il quale ha illustrato il perché dell’abbinamento dei due temi, Via della Seta e Alta Velocità, precisando che l’obiettivo è quello di far comprendere come, mentre la Cina, in quindici anni, è passata dal semplice acquisti di un singolo treno ad alta velocità (il tedesco Maglev), a una situazione di quasi monopolio a livello mondiale, con 20.000 chilometri circa di ferrovie ad alta velocità sui 36.000 totali nel mondo intero, il Piemonte, che era stato all’ avanguardia (con il primo Pendolino realizzato nel 1964), rappresenta ora il fanalino di coda, non essendo riuscito, nello stesso periodo, neppure a realizzare un centinaio di chilometri di alta velocità fra Torino e Lione.

L’avvocato Stefano Commodo, portavoce dell’Associazione Culturale Rinascimento Europeo e padrone di casa, ha ricordato che la responsabilità del ritardo non è solamente dell’attuale governo, del Movimento Cinque Stelle e del movimento No TAV, bensì anche dell’Amministrazione della Regione, che non ha fatto abbastanza per accelerare l’iniziativa. Ha perciò auspicato che un cambio di guida nel governo della Regione possa portare finalmente alla realizzazione dell’opera.

Francesco Balocco, Assessore ai Trasporti, Infrastrutture e Opere Pubbliche della Regione Piemonte, ha invece ricordato quanto fatto dal governo regionale nell’ ambito della complessa dialettica in corso, in tema di alta velocità, fra Unione Europea, governo nazionale, regione e amministrazioni locali, rivendicando il ruolo propulsivo anche dell’attuale giunta.

Bartolomeo  Giachino, già sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, organizzatore delle due manifestazioni in Piazza San Carlo a favore della Torino-Lione, e attualmente presidente del movimento “Sì Lavoro, Sì Tav”, ha ricapitolato il punto di vista del suo movimento circa l’importanza centrale dell’opera per il rilancio dell’ economia piemontese, ricordando che, ai tempi della sua presenza al dicastero dei Trasporti, l’ Unione Europea aveva approvato una struttura dei Corridoi Transeuropei che prevedeva l’incrocio di ben tre di essi nella Pianura Padana. Inoltre, ha sottolineato l’importanza delle due manifestazioni “Sì Tav” nel cambiamento del clima politico, nonché, in particolare, il ruolo svolto dal movimento per sollecitare l’attenzione per questo tema del vice-primo ministro Salvini.

L’avvocato Cesare Italo Rossini, Presidente della Fondazione SLALA, Sistema Logistico Integrato del Nord-Ovest d’Italia, ha illustrato, da un lato, il ruolo svolto dalla sua fondazione a supporto delle amministrazioni locali, e, dall’ altro il ruolo centrale del Porto di Genova e dell’area logistica di Alessandria nel progetto della Via della Seta.

Riccardo Ghidella, Presidente Nazionale dell’UCID, Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, ha ricordato che né un progetto dell’importanza della Nuova Via della Seta, né tanto meno della Via della Seta Europea, può certo essere gestito efficacemente sul solo livello nazionale. Inoltre, ha deprecato l’assenza, da parecchi decenni, di una politica industriale dell’Italia.

Sua Eccellenza Alberto Bradanini, già Ambasciatore d’Italia a Pechino, ha aperto una preziosa finestra sulla realtà di quel fondamentale Paese, nonché sulle logiche che presiedono alla realizzazione dall’ iniziativa Yi Dai Yi Lu – in primis, quello della necessità del finanziamento, o anche solo di un co-finanziamento- per poter partecipare ai progetti generati dall’ iniziativa stessa.

Marzia Casolati, Senatrice della Lega e Segretaria della 14a Commissione Permanente (Politiche dell’Unione Europea), ha riepilogato la posizione del suo partito, rivendicando una coerenza nel tempo della sua linea politica e l’impegno personale in tal senso dell’Onorevole Salvini.

Il convegno si è concluso con l’intesa di continuare a seguire questo scottante tema con successive iniziative, in particolare in connessione con il prossimo Salone del Libro.

Pubblichiamo qui di seguito il discorso integrale di R.Lala al convegno.

 

Confronto fra le tre modalità di trasporto Europa-Asia

“Ringrazio l’amico Stefano Commodo per avermi offerto l’opportunità d’ introdurre questa mattinata, a cui tengo molto, essendo io un po’ il colpevole dell’idea  di tentare di mettere insieme i due temi, quello delle infrastrutture e quello della Nuova Via della Seta, idea che caldeggio da tempo, vale a dire fin da quando avevo presentato, tra l’altro, sempre in questa sala,  il libro ‘Da Qin’.

Per quanto i due temi possano sembrare, a prima vista, lontani, un esame più attento mostrerà la loro stretta connessione.

1.Obiettivi del convegno e del mio intervento.

Nelle mie aspettative, l’iniziativa di oggi dovrebbe avere la funzione di avviare un lavoro di approfondimento ancor più spinto su ambedue i versanti, opera che dovrebbe essere scaglionata nel tempo, con particolare riferimento al Salone del Libro 2019, nell’ambito del quale la mia società sta promuovendo una serie di ‘cantieri’. Cantieri che dovrebbero sfociare in precise iniziative: editoriali, imprenditoriali, consulenziali e politiche, nella direzione del rilancio della nostra presenza nel mondo, e, in primo luogo, in Eurasia.

Esse si articoleranno su due fronti, fra di loro connessi: quello dell’inserimento delle infrastrutture del Piemonte nella Nuova Via della Seta, e quello dell’utilizzo di quest’ultima quale veicolo per rafforzare la nostra economia, la nostra cultura e il nostro peso in Italia e nel mondo.

2.Confronto fra Europa e Cina

Anche nella mia biografia, i due temi sono strettamente legati. Già nel 1977, vale a dire ben 41 anni fa, mi ero recato a Canton per il Gruppo CIR, e, a partire dal 1982, vale a dire 36 anni fa, avevo partecipato alle trattative commerciali con Germania, Slovenia, Finlandia e Portogallo, negoziando l’esportazione in tutt’Europa del Pendolino, il nostro vecchio e misconosciuto treno piemontese ad alta velocità, realizzato sperimentalmente fin dal 1976 sotto la guida dell’ Ing.Di Majo. Quanto alla nuova linea Torino-Lione, essa era stata proposta in un documento delle Ferrovie Francesi già nel 2000. Nella stessa data, il Ministero cinese delle Ferrovie aveva proposto la costruzione della linea ad alta velocità Pechino-Shanghai, con la sola differenza che, contrariamente alla Torino-Lione questa era stata però poi veramente realizzata, in soli 3 anni, con un unico enorme cantiere, e rappresenta da 7 anni, con i suoi 180 milioni di passeggeri, la tratta ferroviaria più trafficata del mondo.

3.Imprescindibilità della conoscenza per poter decidere sull’ economia

Già questo semplice confronto storico conforta la mia convinzione che occorra una rinnovata centralità, per l’economia, dell’elemento cognitivo, superando i frusti pregiudizi ideologici. In questa rinnovata centralità dell’aspetto cognitivo della progettualità nel settore delle infrastrutture rientra anche l’idea di un’analisi costi-benefici, raccomandata, per prima, dalle Corti dei Conti francese e dell’Unione Europea.

Mi avvicino così al tema di oggi: il rapporto fra le scelte infrastrutturali e le connessioni con l’Eurasia, quale elemento centrale dell’economia per i prossimi anni, visto al di là delle opposte partigianerie, alla luce della geopolitica, dell’economia e della tecnica. Questa centralità è dimostrata il peso che sta sempre più assumendo, nelle dialettiche internazionali, proprio il progetto della Nuova Via della Seta, della cui importanza ci si sta rendendo conto sempre più, anche grazie alle opposte pressioni esercitate sull’ Italia da parte degli USA e della Cina, e alle violente schermaglie in proposito fra i nostri stessi leader politici. Progetto della Via della Seta che ruota appunto intorno alle nuove infrastrutture, fisiche e virtuali, che, nel mondo contemporaneo, al contempo interconnesso e multipolare, sono entrambe essenziali.

Per tutto questo, ho sentito con piacere citare, da parte del senatore Giachino, nella manifestazione SI TAV di Piazza Castello, la Nuova Via della Seta quale contesto più appropriato per comprendere i problemi di Torino, e, in particolare il significato globale della linea Torino-Lione. Credo infatti che la Nuova Via della Seta costituisca oggi, per tutto il mondo, il principale contesto entro cui si possono sviluppare nuove iniziative economiche alternative alla stagnazione universale.Infatti, essa è ben di più di una semplice, per quanto rivoluzionaria, linea ferroviaria, così come l’aveva concepita il geopolitico già nell’Ottocento von Richthofen, o di un’iniziativa del Governo Cinese, così come l’ha descritta la mozione approvata nel 2018 dal Congresso del Partito Comunista Cinese. Essa comprende altresì un intero settore marittimo, una sua parte immateriale e culturale e un contesto geopolitico generale.

Se il Piemonte, l’Italia e l’Europa non sapranno ritagliarsi il loro spazio in questo nuovo mondo, saranno condannati a passare, dalla stagnazione, alla recessione, e, da questa, al sottosviluppo e alla destabilizzazione. Infatti, le altre opportunità di mercato, in Italia, in Europa e in Occidente, vanno drammaticamente restringendosi, come ben sa chi produce e vende beni o servizi.

La necessità di percorrere vie nuove è dunque imposta dai dati sull’economia italiana che confermano che il nostro Paese, storicamente all’ avanguardia nel commercio mondiale (dalle città marinare a Marco Polo, dai grandi navigatori alle tecnologie informatiche, ferroviarie e spaziali), è da decenni sempre più assente dalla scena internazionale, anche e soprattutto per ciò che concerne i nuovi business. Ricordiamo a questo proposito soprattutto l’arenarsi del progetto della Olivetti dei primi personal computer già fino dagli anni ’60.

4.La disinformazione sull’ alta velocità e l’alta capacità

Ci si comporta come se quello della Torino-Lione fosse l’unico treno ad alta velocità progettato nel mondo, mentre, al contrario, già il Pendolino, che abbiamo diffuso in tutta Europa a partire dal 1988, era un treno ad alta velocità, e, soprattutto, mentre esistono già, nel mondo, più di 50.000 chilometri di linee ferroviarie ad alta velocità, di cui circa 2/3 nella sola Cina. Inoltre, la tratta Torino-Lione non è certo l’unica linea ad alta velocità che si sia arenata in Europa in interminabili battaglie di retroguardia.Un grave aspetto di tale disinformazione è  costituito dalla falsa impressione che la battaglia pro o contro la nuova linea Torino-Lione costituisca, per così dire, la frontiera di uno scontro epocale fra una nuova e una vecchia economia, mentre si tratta in realtà di un ramo di quell’ingentissima rete ferroviaria mondiale di treni ad alta velocità, dove l’area delle Alpi Occidentali costituisce oggi uno dei punti morti non coperti dalle maglie ormai fittissime di quella rete.

Occorre tuttavia prendere nota, di un fatto, per la nostra regione, altamente preoccupante: vi sono da molte parti pressioni per tagliare fuori l’ Italia dalla Nuova Via della Seta, sfruttando proprio le nostre incertezze circa la Torino-Lione e il Terzo Valico. In occasione della visita a Pechino del Cancelliere austriaco Kurtz, sono state fatte circolare mappe in cui la tratta europea della Via della Seta aggirerebbe l’Italia. 5.Una Via della Seta europea? La stessa Corte dei Conti Europea aveva stigmatizzato nel 2018 questa confusa situazione.  L’Alta Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa Federica Mogherini ha proposto una “Via della Seta Europea”, fondata sui principi della concorrenza negli appalti, dei diritti dei lavoratori, ecc…,e alternativa (e/o complementare) a quella ‘cinese’. Tuttavia, se non ci sarà un impegno finanziario e politico dell’ Europa, tale progetto non si potrà realizzare. E’ fuori luogo parlare di un preteso ‘imperialismo cinese’, perché la Cina sta semplicemente riempiendo i vuoti che l’Europa non ha avuto, né l’intelligenza, né il coraggio, di riempire. 

Grazie alle mie pregresse esperienze, sono convinto più che mai che, per ovviare alla cronica recessione della nostra economia, non bastino certo gli strumenti per così dire tradizionali, come gl’ investimenti anticiclici, gli aiuti all’ export, il sostegno al reddito e ai consumi (strumenti di cui non possediamo neppure più la leva principale, cioè la capacità d’ indebitamento), bensì occorra riorientare coraggiosamente la nostra economia verso direzioni fino ad ora insufficientemente esplorate, ma che appaiono oggi molto promettenti.  Ne citerò solo tre: i business verso l’Eurasia, il turismo extraeuropeo, l’industria digitale.

6.I business verso l’ Eurasia: costruzione delle infrastrutture ed export

Al di là della Via della Seta, tutta l’Asia, dalla Siberia all’ Iran, dalla Siria all’ India, è sempre stata un’area di business importante per l’Italia. E’ perciò paradossale che proprio ora che l’Asia è divenuta più attrattiva, l’Italia rimanga indietro per una serie di errori di carattere politico.

I politici nazionali ed europei paventano che, invece, tanto come generatrici di appalti, quanto come  facilitatrici del business, le due Nuove Vie della Seta favoriscano soprattutto le imprese cinesi. E, in effetti, a oggi, l’89% dei progetti è stato attribuito a queste ultime. Questo è legato innanzitutto al meccanismo di finanziamento, che è basato prevalentemente sul credito e su risorse cinesi. Del resto, anche i tanto esaltati Piano Marshall e aiuto europeo allo sviluppo erano stati disegnati precisamente per favorire le imprese americane, e, rispettivamente, europee, grazie al finanziamento vincolato dei progetti. L’obiettivo della Cina è fare sì che quei Paesi possano spendere di più, comprando ovviamente merci cinesi, ma quest’ultimo corollario non è sancito certo da nessuna legge, sì che tutti gli esportatori intraprendenti ed appoggiati dai loro governi ne potranno usufruire.Per partecipare a questo business, occorre partecipare anche, e in modo sostanziale, al suo finanziamento e alla sua promozione: passare, dal ruolo di paesi beneficiari, a quello di Paesi promotori e finanziatori. Non solo con il denaro, ma anche con le idee.

Certo, con attori colossali quali lo Stato, i fondi e le grandi imprese cinesi, occorrono, per poter dialogare alla pari, strutture di pari consistenza (come sarebbe stato il gruppo Siemens-Alstom in preparazione, e com’è l’Unione Europea). Invece, oltre a boicottare i campioni europei, le risorse europee esistenti, come il fondo EFSI della BEI, vengono gestiti con reticenza, anche per via dell’erraticità delle politiche europee verso la Cina e la conflittualità fra le politiche dei vari Stati membri, che non permettono una negoziazione a tutto tondo con la Cina stessa, che ci permetta di essere con quest’ultima dei partners strategici, non già dei rivali o degli spettatori inerti.

7.140 milioni di turisti da conquistare (1% delle visite-1,5 milioni).

Un altro settore in cui si potrebbe e si dovrebbe fare di più è quello del turismo. Già le statistiche della Banca d’Italia e del Governo sono inaffidabili. Facendo la media fra le due, si può ritenere che i turisti cinesi che vengono in  Italia siano l’1,5%del totale (1 milione e cinquecentomila). Dato l’interesse particolare dei Cinesi per l’Italia e per l’Europa, e l’incremento esponenziale dei viaggi all’ estero (che raggiungeranno presto i 300 milioni), un maggiore coordinamento e miglioramento delle infrastrutture dovrebbero dare risultati interessanti. Mancano però una narrativa e un’informativa coerenti, e solo queste aggiungerebbero attrattiva alla destinazione “Italia”. L’Italia di oggi, che vuole ridurre lo spazio per le lingue classiche per sostituirle con l’Inglese, non è certo fatta per attrarre chi viene qui per respirare l’atmosfera di Roma, di Pompei e di Siracusa.

8.Alleanze tecnologiche.

La principale impresa hi-tech europea è la Huawei (la maggior depositante di brevetti all’ Ufficio Europeo brevetti), mentre il maggior numero di brevetti in Italia è di Ansaldo Energia, partecipata dai Cinesi al 40%. Queste circostanze hanno fatto sì che l’Italia, Paese che tradizionalmente depositava pochi brevetti, abbia aumentato di molto i suoi depositi.

Il Gruppo Huawei è anche il maggiore depositante presso l’Ufficio Brevetti Europeo, e l’esistenza di un importante centro di ricerca Huawei a Segrate costituisce una prima, embrionale, forma di alleanza tecnologica fra Italia e Cina, che ora Trump vorrebbe spezzare. E tuttavia, quella delle alleanze con le imprese cinesi di alta tecnologia è l’unica soluzione per uscire dalla sudditanza asfissiante verso le Big Five, e produrre in Italia della ricerca innovativa.

9.La manifestazione al Salone del Libro e la rete di professionisti

Prima di dare la parola a Stefano Commodo, padrone di casa e moderatore, vorrei fare un sintetico riferimento, per evitare di essere accusato di un atteggiamento sterilmente critico, alle iniziative che la mia organizzazione ha in corso per avviare una riscossa contro tutti gl’inconvenienti sopra registrati:

1)una pubblicazione sulla Via della Seta nell’ ambito della collana Evrazija, con cui daremo seguito al libro DaQin, dedicato in generale ai rapporti fra Europa e Cina;

2)Un convegno su Europa e Eurasia nel corso del Salone del Libro;

3)Una rete di professionisti e d’intellettuali, forniti delle necessarie esperienze e competenze nei vari settori (politico, finanziario, di business, giuridico, linguistico, culturale), i quali, in connessione con le due iniziative di cui sopra, si rendano disponibili a Enti e imprese italiane, per studiare, organizzare, acquisire, gestire e realizzare business connessi al progetto, come appalti, investimenti diretti, joint ventures…”

 

 L’ing. Mario Chou, capo-progetto cinese dell’ Ing. Olivetti,

scomparso in circostanze misteriose

 

MANIFESTAZIONI DEL MESE DI FEBBRAIO

Per le prossime due settimane, abbiamo promosso con altre organizzazioni e associazioni due importanti manifestazioni, che trattano di due temi di un’ attualità scottante: il 16 febbraio, la questione delle infrastrutture per il commercio internazionale, e, il 23, quella dell’impatto, sul futuro del lavoro, delle nuove tecnologie, e, in particolare, dell’intelligenza artificiale.

In ambo i casi, si tratterà di un approccio radicalmente anticonformistico.

Nel primo ( PUNTO 1), il dibattito in corso circa la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione sarà inquadrato, da diplomatici, politici e specialisti, nel suo naturale contesto: quello dell’integrazione economica e culturale del continente eurasiatico. Nel secondo (Allegato 2), il discorso si sposterà, dalla sterile discussione, senza basi fattuali, circa i pretesi benefici o danni, per l’occupazione, della crescente automatizzazione, ad una concreta disamina delle modalità in cui i pubblici poteri, il mondo dell’ impresa e quello del lavoro, agendo di comune accordo, potranno porre sotto controllo la tecnica dispiegata, realizzando un incremento della capacità umane e del benessere e della libertà di tutti, incominciando dal Piemonte, dall’ Italia e dall’ Europa.

 

 1.  SABATO 16 FEBBRAIO, CENTRO STUDI SAN CARLO, VIA MONTE DI PIETA’ 1

ORE 9,30

L’Alta Velocità Torino – Lione è certamente uno dei temi caldi nel dibattito politico in vista delle elezioni regionali ed europee di maggio 2019: capace di incidere sul verdetto delle urne e recentemente oggetto di grandi manifestazioni di piazza. L’Italia, il Piemonte e soprattutto Torino ancora faticano, tuttavia, a capire la portata rivoluzionaria di tale opera, determinante per il ruolo e la prosperità dei sistemi locali e nazionali. In tale scenario si colloca la “Belt and Road Initiative” o nuova “Via della Seta” che prevede la realizzazione di una rete di infrastrutture ferroviarie e marittime atte a collegare Europa ed Oriente lungo sei corridoi transnazionali di cui la TAV rappresenterebbe l’anello mancante di congiunzione.  Un vero e proprio sistema, concepito per rilanciare la connettività infrastrutturale e commerciale della grande massa continentale eurasiatica ed edificare una nuova architettura economico-commerciale. L’Europa, compressa tra due superpotenze quali Stati Uniti e Cina, ha ormai ceduto da tempo il dominio delle infrastrutture tecnologiche più all’avanguardia e quelle fisiche procedono ad una lentezza esasperante in stridente contrasto, ad esempio, con la rapidità decisionale delle Ferrovie Cinesi che, avviate nel 2002 sono arrivate ormai alle soglie dell’Europa.

Introduce RICCARDO LALA (Alpina)

Modera STEFANO COMMODO (Rinascimento Europeo)

Partecipano:

Cesare Italo ROSSINI, Presidente Fondazione SLALA, Sistema Logistico Integrato del Nord-Ovest d’Italia

Riccardo GHIDELLA, Presidente Nazionale UCID (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti) Bartolomeo

GIACHINO, Presidente “Sì Lavoro, Sì Tav”

S.E. Alberto BRADANINI, già Ambasciatore d’Italia a Pechino

Francesco BALOCCO, Assessore ai Trasporti, Infrastrutture e Opere Pubbliche Regione Piemonte

Maurizio MARRONE, Dirigente nazionale Fratelli d’Italia

MARZIA Casolati, Senatrice Lega e Segretaria 14a Commissione Permanente (Politiche dell’ Unione Europea)

Andrea Tronzano, Consigliere Regionale Forza Italia

 

2.  23 FEBBRAIO, UNIONE INDUSTRIALE, SALA PIEMONTE, VIA VELA 17

INDUSTRIA 4.0: PARTECIPAZIONE E COGESTIONE DEI LAVORATORI NELL’IMPRESA NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Il convegno vuole costituire uno stimolo per la società civile italiana, di cui Torino è stata città simbolo in molte fasi delle sua storia, nell’ affrontare il tema, oggi sempre più attuale, della sfida che l’intelligenza artificiale pone alle forme consolidate di modello sociale europeo e di partecipazione nell’ impresa.

In particolare, si tenterà d’individuare un ruolo attivo per il mondo del lavoro nelle nuove forme di organizzazione economica (Impresa 4.0, Industria 5.0), con particolare riferimento alle evoluzioni legislative in Italia e in Europa e al ruolo delle parti sociali e dei pubblici poteri nel rispondere a queste sfide sui vari piani: culturale, legislativo e contrattuale.

L’attenzione su questi temi è stata riproposta anche dall’ enciclica “Laudato sì”, ultimo anello del corpus della Dottrina Sociale della Chiesa, sollecitando ulteriori riflessioni sull’Intelligenza artificiale e sulla inclusione del mondo del lavoro nell’economia informatizzata.

Sabato 23 febbraio 2019 – ore 8.30, Sala Piemonte

Centro Congressi dell’Unione Industriale, Via Vela 17, Torino

Programma

Ore 8.30 Accoglienza e registrazione partecipanti

Ore 9.00 Saluti:

Massimo Richetti, responsabile Servizio Sindacale dell’Unione Industriale di Torino

Alberto Sacco, Assessore al Lavoro Comune di Torino

Gianna Pentenero, Assessore al Lavoro Regione Piemonte

Relazioni introduttive:

Ore 9.30 Alberto Acquaviva, presidente dell’associazione Europa Nazione Cristiana:

Cenni storici sulla Dottrina Sociale della Chiesa

Ore 9.45 dott. Riccardo Lala, manager ed editore: Panorama legislativo, tecnico e giuridico, nazionale ed europeo

Ore 10.15 prof. Ezio Sciarra, ordinario di Metodologia delle Scienze Sociali, Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti e Pescara: Soluzioni per salvare il lavoro al tempo della robotica

Ore 10.45 dott. Riccardo Ghidella, presidente nazionale dell’UCID (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti): UCID e la priorità per lo sviluppo in Italia

Ore 11.15 Tavola rotonda con i rappresentanti del mondo dell’impresa e del sindacato:

Erminio Renato Goria, presidente regionale dell’UCID Piemonte

Alberto Carpinetti, presidente dell’UCID Torino

Alessandro Svaluto Ferro, direttore Pastorale Sociale e del Lavoro dell’Arcidiocesi di Torino

CGIL: Cinzia Maiolini, responsabile nazionale Ufficio Progetto Industria 4.0 – CISL: Antonio Sansone, segretario regionale Fim Piemonte – UIL: Dario Basso, Segreteria con delega Industria 4.0 – UGL: Francesco Paolo Capone, segretario generale

Ore 12.30 Intervento del Sottosegretario di Stato del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali,  on. Claudio Durigon

Ore 13.00 Chiusura del lavori

Modera: dott. Ezio Ercole, vicepresidente dell’ Ordine dei Giornalisti del Piemonte

INTERVENITE NUMEROSI!

 

 

LA DECRESCITA INFELICE IN EUROPA, ITALIA E TORINO

Il piano degli orari della Via della Seta disegnato dall’ osservatorio Tav come se fosse un metrò

Siamo stati educati, almeno a partire dalla 2° Guerra Mondiale, a pensare che l’unico obiettivo seriamente perseguibile da parte di una società fosse l’incremento della disponibilità di beni materiali. Certo, vi erano profonde differenze fra coloro che proponevano questo benessere come realizzabile attraverso un ordinato sviluppo dei ceti produttivi in base alle leggi consolidate nella storia, e quelli che sostenevano, invece, che il pieno sviluppo delle energie produttive si sarebbe potuto ottenere soltanto con una rigida organizzazione economica diretta da un partito progressista; fra coloro che sostenevano che il benessere dovesse essere distribuito sal mercato o dallo Stato. Tuttavia, l’obiettivo finale restava lo stesso: “case, scuole, ospedali”, ottenuti attraverso l’industrializzazione: in una parola, “il Progresso” (Taguieff, “Le sens du Progrès”). Tanto il “miracolo economico” occidentale quanto la “costruzione del socialismo” ad Est furono alimentati da questo obiettivo. Fu un periodo di duro lavoro, e anche di repressione, ma che suscita tutt’ora, in coloro che l’hanno vissuto, un ricordo positivo, in primo luogo come reazione agli orrori e alle privazioni della 2° Guerra Mondiale, e, in secondo, per l’apparente successo della ricostruzione, confrontato con la “stagnazione” che seguì, in tempi diversi, all’ Est e all’ Ovest. Non per nulla le televisioni di tutta Europa continuano a propinarci ancor oggi spettacoli che richiamano i fasti provinciali di Sanremo e dei cori dell’ Armata Rossa, del Commonwealth e dell’ Ostalgie.

Oggi, però, dopo mezzo secolo di sotterranea erosione dell’economia europea, dalla morte di Olivetti allo shock petrolifero, dal debito polacco alla “Stagnazione” brezhneviana, dalle delocalizzazioni ai “defaults”, dalle sanzioni ai dazi, nessuno crede più che il futuro prometta all’ Europa un mondo di ricchezza crescente. Le statistiche sono lì a dimostrare che la quota dell’economia mondiale che si muove al di fuori dell’ Europa aumenta costantemente. Anzi, sono tutti convinti che la nostra situazione continuerà a peggiorare, almeno rispetto alla Cina, all’ India e all’ America (anche se nessuno dice veramente perché). Una spiegazione implicita, anche se detta a mezza bocca, è quella della “middle class trap”: quando un Paese raggiunge un certo livello di benessere, non sarebbe più competitivo e perderebbe anche l’incentivo a migliorare. Spiegazione che reggerebbe solo all’ interno della “Teoria dello Sviluppo” di Rostow, che presuppone che sempre e dovunque si debba seguire l’iter storico che ha caratterizzato gli Stati Uniti, mentre invece la storia sta dimostrando che l’iter dell’economia segue strade diverse a longitudini e latitudini diverse. Ed è questo che sta mettendo in crisi filosofia e religione, politica e società. Basta che certe aree non siano sotto l’influenza politica degli Stati Uniti, e le “leggi dello sviluppo” perdono di valore: basta guardare la Cina.

A mio avviso, per capire la crisi dell’Europa, dell’Italia e di Torino, occorre cumulare almeno tre effetti: l’indebolimento della tempra degli Europei er effetto educazione anti-identitaria post-bellica; il ruolo direttivo degli Stati Uniti; la scelta della decolonizzazione, fatta  accettando, direttamente o indirettamente, la Carta Atlantica.

L’“educazione antiautoritaria”,  che trova le sue radici nell’etica kantiana, che si è sviluppata (seppure con ripensamenti) con la Scuola di Francoforte e si completa con il consumismo, ha tolto agli Europei quel piglio polemico che è necessario per qualunque azione seria, anche per fondare imprese, dirigere i collaboratori, sconfiggere la concorrenza ed invadere lontani mercati. La subordinazione agli Stati Uniti ha fatto sì che si accettasse la programmazione di fatto della società da parte americana, istituzionalizzata con il Piano Marshall, con l’implicita condizione di subire sempre le priorità dell’America (“America First”), e sacrificando di conseguenza quelle europee. Come si vide con i successivi obiettivi dell’allargamento dei consumi, della democratizzazione, delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni, della deregolamentazione, dei “diritti”, delle guerre umanitarie, della lotta al terrorismo, della “politica di internet”, del blocco all’ immigrazione, ecc…La decolonizzazione, portata fino in fondo, ha portato anche a una diversa ripartizione delle funzioni sociali nella divisione internazionale del lavoro, dove i ruoli meglio pagati (imperiali, imprenditoriali, politici, finanziari, intellettuali, manageriali) sono passati gradualmente dall’ Europa all’America, alla Russia, alla Cina, all’India, al Medio Oriente, restando in Europa sempre più quelli gregari,  meramente esecutivi. Lo stesso Aiuto allo Sviluppo  è stato una forma di restituzione di ricchezza , preconizzata già da De Las Casas, per compensare gli effetti del colonialismo, alla fine del quale si dovrebbe a rigore ipotizzare che il PIL pro-capite dei Paesi donatori e dei Paesi recipienti dovrebbe risultare eguale (già oggi si è molto ravvicinato).

A meno che, nel frattempo, non fossero state inventate nuove forme di eccellenza, che ci permettessero di emergere nella competizione internazionale in modo diverso. Che è quello che ha fatto l’America con l’informatica, la Russia con l’esercito e la Cina con la Via della Seta.

Ciò avrebbero dovuto esserlo, per l’ Europa, i cosiddetti “valori post-materialistici”. Era in sostanza ciò che l’ Unione Europea ci prometteva quando parlava dell’ “Europa potenza gentile”, propositrice del federalismo, un nuovo esperimento di convivenza internazionale che avrebbe fato di noi un modello da imitare. E quello che diceva anche Jeremy Rifkin, americano immigrato in Europa che sosteneva che il “sogno europeo” avrebbe surclassato il “sogno americano”.

Nulla di tutto ciò è avvenuto. L’Europa non sta più inventando nulla, mentre, invece, l’America continua a inventare Internet e la Singularity, e la Cina la Via della Seta. Probabilmente, la nostra via ai valori post-materialistici era sbagliata.

Certo, una forma di “restituzione” ai Paesi coloniali era dovuta. L’aveva già scritto Bartolomé de Las Casas nella sua “Relaciòn sobre la destrucciòn de las Indias”. Tuttavia, a me sembra che tale restituzione sia già abbondantemente avvenuta, con l’abnorme trasferimento di ricchezza in America, e negli altri “Paesi di immigrati”, da almeno un secolo, e con 70 anni di aiuto allo sviluppo. L’Europa ha avuto in passato delle colpe, ma non si può fargliele pagare in eterno, soprattutto quando sono 500 anni che si permette invece di prosperare senza rimorsi e senza scuse ai cosiddetti “Paesi di emigranti”, che in realtà sono i veri Paesi dei genocidi e delle spoliazioni. Infine, fin qui nessuno ha considerato l’ulteriore trasferimento transnazionale di risorse che sta avvenendo comunque, verso i Paesi artici, per effetto del surriscaldamento atmosferico.

Comunque sia, si diceva, crollate le non motivate speranze di una ricchezza comparabile a quella di  epoche irripetibili, figlie indirette della mobilitazione bellica, ci sarebbero rimasti almeno i “valori” di pace, libertà e democrazia, ma anche questi, dopo decenni di partitocrazia, spionaggio, smantellamento delle imprese e dei diritti, guerre umanitarie, sembrano sempre meno realizzati, e perfino non più credibili.

Oggi, si parla solo più di “stabilità”, di “risparmio” e di aiuto ai più deboli, ma anche queste sono parole vuote, perché è evidente a tutti che l’economia europea ci sta franando sotto i piedi, che viviamo di rendita e che fra breve nulla dei “diritti sociali” resterà in piedi. Il nostro relativo benessere nesce soltanto dalla scarsa fecondità, che fa sì suddiviso che un PIL decrescente per un numero decrescente di abitanti, il PIL pro-capite resti invariato, in modo che tutti possano continuare a vivere di rendita fin che muoiono, senza lasciare eredi.

Sarebbe ora che si compisse una seria riflessione sui veri “valori post-materialistici”, che oggi vengono in realtà repressi, per esempio distruggendo il patrimonio naturale e storico, attaccando le religioni, minimizzando il ruolo della cultura classica e tagliando i fondi alla cultura.

Nel terzo trimestre del 2018, non soltanto l’economia italiana, ma anche quella europea, si sono attestate sulla “crescita 0”, quel mitico obiettivo che paradossalmente il Club di Roma, Serge Latouche e Beppe Grillo hanno indicato come positivo, e necessario da raggiungere, ma che certamente non fa piacere alla gran parte degli Europei, anzi li inquieta a tal punto da spingerli a disertare il voto (e/o a votare per i “populisti”).

Sui giornali si afferma che l’opinione pubblica (per esempio, a Torino) rifiuta la “decrescita felice”, ma nessuno (men che mai economisti e politici) è in grado di dirci come si potrà conseguire una crescita reale (vale a dire superiore all’ inflazione e all’ obsolescenza tecnologica), dato che tutte le ricette delle scuole economiche ufficiali (protezionismo e liberismo, assistenzialismo e deregulation, keynesismo e socialismo), sono già state tentate senza successo. Non sarà certo (ammesso che si faccia) la TAV, ultimo rametto ancora incompiuto della Via della Seta, a fare per noi  una reale differenza.

Sarà pure che l’opinione pubblica rifiuta la “decrescita felice”, ma questo significa solo che l’opinione pubblica non conta nulla. In realtà, l’”establishment” ha sposato da sempre la decrescita felice, vale a dire la rinunzia, da parte dell’ Europa, a rivendicare un suo peso nella divisione mondiale del lavoro, e del potere. Questo perché da sempre è partita dall’ idea che noi dovessimo essere i “followers” dell’ America, e che le cose più ambiziose (ideologia, spazio, guerra, scienza) non fossero fatte per noi. Ora, dopo un secolo di rinunce, è evidente che il gap tecnologico fra noi e le Grandi Potenze è divenuto così incolmabile, che esercita effetti pesantissimi anche sull’economia e sulla vita di tutti i giorni (per esempio, attraverso le multinazionali dell’ informatica).

Quanto, poi, all’ economia di Torino, essa va, certo, verso la decrescita più spaventosa del mondo intero, ma per nulla felice. E come potrebbe essere diversamente se abbiamo perso, nel tempo, la Corte, l’aristocrazia, la cinematografia, i computer, la moda, l’editoria, la formazione, l’aeronautica, le automobili, la finanza? Di che cosa si potrebbero occupare oggi coloro che prima erano cortigiani, ufficiali, rivoluzionari, progettisti, dirigenti d’azienda, bancari, tecnici, operai, editori, sindacalisti, e, soprattutto, i loro figli? Certo, possono sempre emigrare, ma, in un’era di “familismo amorale”, di micronazionalismi e di lottizzazioni ideologiche, quante “chances” hanno i nostri giovani qualificati di fare carriera  contro gli emigranti dal Sud e dell’ Est, contro i Tedeschi o gl’Inglesi?

E’ giunto dunque il momento di riflettere seriamente, a livello “filosofico”, su che cosa conti veramente per noi e su che cosa ci stia veramente accadendo.

1.Critica della ragione economica

Intanto, c’è del vero nelle esternazioni di Beppe Grillo, che riprendono una polemica di lunga data di ampi settori della cultura e della politica. Dopo settant’anni passati a studiare accanitamente per trovare un lavoro, a investire per il futuro, a spendere il nostro tempo in fumosi uffici, in  maleodoranti officine e su infermali autostrade; a batterci per poterci realizzare nella società; a litigare per imporre una determinata condotta aziendale o di economia nazionale, incominciamo a chiederci se il nostro errore non sia consistito proprio in questa frenetica ossessione per l’ economia. Questa fissazione ci ha istupiditi, ci ha alienati, ci ha indeboliti, ci ha impedito di comprendere come vadano veramente le cose, di dedicarci quanto conviene alla cura di noi stessi – il che significa anche alla lotta civile per fare valere le nostre ragioni, anche in campo economico-.

E i risultati di questo istupidimento si vedono: l’Europa fanalino di coda della crescita mondiale; l’ Europa senza industrie informatiche, culturali, della difesa; l’Europa protettorato dell’ America e colonizzata economicamente dall’ Asia. Non passa giorno senza che le nostre imprese siano acquisite, quale dagli Americani, quale dai Cinesi, chi dagli Arabi, chi dai Giapponesi, chi dagl’Indiani, chi dai Turchi, chi dai Russi. Noi invece non acquisiamo mai nulla in quei Paesi.

Bel risultato dopo settant’anni di sedicenti governanti europeisti, che a Lisbona avevano promesso che l’Europa sarebbe divenuta nel 2010 l’area economica più competitiva del pianeta.

La fine della politica è stata, dunque, anche la fine dell’autoaffermazione dell’Europa.

2.Guerra senza limiti

Ha ragione Grillo: in una società ben ordinata, l’economia dovrebbe costituire soltanto una parte delle nostre preoccupazioni, le altre essendo la spiritualità, la salute, la comunità, la natura, la cultura…Ma noi non viviamo affatto in una società ben ordinata, bensì in una società decerebrata, che corre deliberatamente verso l’autodistruzione.

Fermare questa corsa costituisce la nostra ragion d’essere oggi. Quale dunque l’ordine delle priorità in questo “stato di guerra” permanente contro le macchine intelligenti e un establishment traditore e suicida?

“Primum vivere, deinde philosophari”. Ma è veramente un “vivere” il sopravvivere in questo limbo in cui da decenni vediamo lo sfacelo, lo denunziamo, cerchiamo di raddrizzarlo, ci battiamo, ma non serve a nulla? Forse non abbiamo proprio riflettuto abbastanza, e non abbiamo combattuto abbastanza, o almeno non in un modo strategicamente efficace. Occorre dunque ritornare ai massimi principi, alle ragioni per cui vale la pena vivere e di combattere.

 3.Una classe dirigente perduta

E’ vano attendersi che, senza essere stata debellata sul campo di battaglia, una classe dirigente riconosca apertamente che la propria visione del mondo è sbagliata, e che, quindi, la propria leadership è inutile e dannosa. Quindi, dovremo assistere ancora per lungo tempo all’agonia di questo “establishment”, che, pur cambiando continuamente cappelli ed etichette (fascismo, Occidente, democrazia, progresso, sinistra, liberalismo, 2° Repubblica, populismo), non riesce a cambiare nella sostanza, salvo declinare ininterrottamente al ribasso, come i gamberi, le proprie rivendicazioni ideologiche: prima, il “primato morale e civile degl’Italiani”,poi, l’ eguaglianza universale, e, via via, la “democrazia”, ”, il miracolo economico, il progresso tecnico, l’ antiautoritarismo, l’ “innovazione”, i “diritti”, il costituzionalismo, la ricostruzione, almeno, la “ripresa”, la “ripresina”…

Continueranno così ancora un bel po’, trovando sempre nuovi camuffamenti per impedire di vedere i problemi e impedire una trasformazione effettiva.

Intanto , diviene possibile comprendere il filo rosso della logica di potere che ha dominato questi decenni. Ha ragione anche Chiara Appendino a difendersi dalle accuse da destra e sinistra, affermando che sono state queste ultime, e non il Movimento Cinque Stelle, a coprire il progressivo declassamento della città, coprendo con parole antisonanti come Patria e “Roma o Morte”, atlantismo e libera competizione; consolidamento,  apertura dei mercati e globalizzazione, la realtà vera di una città che si arrendeva senza combattere.

 4. L’economia quale strumento d’indipendenza

Il dibattito sul “reddito di cittadinanza” ci permette di comprendere quale sia la funzione più importante  dell’economia nella società postmoderna. Se la maggior parte della popolazione dovesse veramente essere mantenuta dallo Stato, come ormai quasi tutti credono,e alcuni, addirittura, propugnano,  la prima sconfitta sarebbe quella della libertà: lavoro e ricchezza sono infatti due forme fondamentali dello “jus activae civitatis”. Esse non sono valori fini a se stessi, bensì due strumenti con cui le persone libere possono condizionare la società, e, in tal modo, contribuire a fare la storia. Se si tolgono loro queste due forze, divengono ciechi strumenti di una volontà impersonale: il Servo Arbitrio, la Volontà Generale, il General Intellect, la Singularity.

Ma, come dicevo, noi non viviamo in una società normale, bensì in uno stato di guerra civile mondiale: abbiamo una ben precisa guerra da combattere (la “Guerra senza Limiti”), quella contro il dominio, sulle persone, delle macchine intelligenti. Orbene, come in tutte le guerre, ci vogliono i combattenti e i soldi. Per questo l’economia continua ad essere importante: serve, o, meglio, dovrebbe servire, innanzitutto, per  addestrare i lavoratori/cittadini a controllare le macchine intelligenti e per generare quelle risorse che ci permettano di fronteggiare l’escalation tecnologica che si sta sviluppando a livello mondiale. L’Europa è oggi purtroppo all’ultimo posto nella società digitale mondiale, dopo USA, Cina, Russia e India.

 5.Che cosa non va dunque nell’ economia europea?

Ho scritto spesso in questo blog circa i limiti dell’economia europea. Oggi, due anni dopo l’elezione di Trump, le nostre analisi si sono rivelate più esatte di quanto mai avessimo osato immaginare: si tratta del cosiddetto “contingentamento dell’ Europa” profetizzato da Trockij e realizzato in esito alle due Guerre Mondiali. Affinché si perpetui il mito dell’America quale guida dell’ Umanità, occorre, occorre che nessuno ne offuschi il primato simbolico, soprattutto nessuno in Occidente. Altrimenti, nessuno crederà più, non solo alla sua missione provvidenziale, ma, alla fine, neppure alla Modernità quale sbocco finale e necessario della Storia.

Con le due guerre mondiali, l’ America si è garantita dunque il controllo dei “rubinetti” con cui può regolare a suo piacimento lo sviluppo dell’Europa: l’ideologia; le lobby; la finanza; i media; la tecnologia; la bomba atomica; le basi militari; il dollaro; le multinazionali. Grazie a tutto questo, ha potuto trasferire le contrattazioni finanziarie da Londra a New York,  l’arte astratta da Parigi a New York, le industrie militari dalla Germania e le prime tecnologie digitali dall’Ungheria e dalla Polonia; ha potuto programmare l’economia europea con il Piano Marshall; stroncare Olivetti, Concorde, Minitel; comprare le multinazionali europee; scremare tutti i business con il web e i paradisi fiscali; strangolare il business con la Russia e l’ Iran e rendere più care le nostre esportazioni; prelevare una tassa maggiore per la difesa nonostante le nostre difficoltà economiche.

Ancora oggi, l’America condiziona perfino il nostro modo abnorme di essere filo-russi, sotto la pesante ombra di Trump.

6.Dal contingentamento americano allo svuotamento dell’ economia novecentesca

Potrebbe andare peggio? Certo che può andare peggio; in un certo senso, va  già peggio.

E’ brutto essere un protettorato contingentato, ma è ancora più brutto essere contingentati da un Paese che sta diventando a sua volta una colonia. Ora, come osserva Foer nel suo “I nuovi poteri forti”, le Big Five stanno svuotando delle sue prerogative lo stato americano, conducendo una loro politica autonoma con la Cina; manipolando le elezioni, l’editoria e i media; imponendo un succube conformismo agli intellettuali; sovrapponendosi ai servizi segreti; imponendosi al presidente; declassando le multinazionali. Fra breve, lo Stato americano sarà una semplice colonia delle Big Five, e noi il protettorato di una colonia.

Peggio ancora è l’essere il protettorato di una colonia quando il colonizzatore va verso la guerra contro una coalizione invincibile: quella eurasiatica ( il Comitato di Difesa di Shanghai).

 7.Gli scambi con l’ Eurasia: una “leva” per riequilibrare i poteri con gli USA

Per uscire dalle prospettive, assai prossime, della recessione, aggravata dalla certezza dell’impossibilità del rilancio, per mancanza di idee, dell’economia europea, ma soprattutto dall’ affermarsi della Società delle Macchine Intelligenti e ancor più dal rischio incombente di guerra fra l’America e il resto del mondo per difendere la propria egemonia, l’unico salvagente a cui aggrapparsi è un possibile contrasto all’ egemonia americana appoggiandosi alla crescente influenza dell’Eurasia.

Fortunatamente, nell’elogiare la TAV, i promotori della manifestazione torinese hanno pronunziato le fatidiche parole “Eurasia” e “Via della Seta”, che oggi costituiscono le uniche uscite di salvataggio dal declino. E, in effetti, ben pochi sanno che la TAV è una delle ultime maglie della Via della Seta: una delle poche ancora non completate.

Se la politica è, come diceva Bismarck, un “parallelogramma delle forze”, allora è un fatto obiettivo che la “ragnatela” che avvolge il mondo a partire dall’ America si sta lacerando in vari punti: nel Mar della Cina, in Medio Oriente, in Africa. Emergono punte avanzate della Cina in Pakistan, Kenya, Etiopia,Grecia, Serbia, Ungheria, Italia. La Russia ha i propri agganci in tutta Europa, in Siria, in Iran, ma anche in Israele.

Tutto ciò non può non avere il proprio impatto anche a Bruxelles e negli Stati Uniti, e infatti lo ha. Suoi prodotti: i “4 di Visegrad”, i “16+1”, l’ ASEM, Trump. Per ora, si tratta di una trasformazione infinitesimale: nessuno di questi fenomeni ha ancora realizzato il “sorpasso” della Cina sugli USA, né la fuoriuscita di nessun Paese dalla visione del mondo scientista e messianica nata da Cristoforo Colombo e da Bacone. Tuttavia, s’incominciano a sentire i primi scricchiolii dell’impianto puritano e atlantico in cui siamo ingabbiati: il ritorno, nel discorso pubblico, delle antiche religioni e dei classici delle filosofie orientali e occidentali; una certa qual maggiore confidenza in se stessi di molti popoli; la ripresa, da parte di molti governanti europei, della “politica dei due forni” cara ai vecchi governi democristiani (cfr. p. es., Tsipras, Orban,Salvini, Di Maio, Heiko Maas, Macron….).

Certo che Macron ha effettivamente detto che la politica europea di difesa è diretta anche contro gli Stati Uniti. Ma è quello che diceva sempre anche De Gaulle, quando affermava che la “Force de Frappe” dev’essere “à tous les azimuths”. Ma perché mai non dovrebbe esserlo, quando Trump stesso considera gli Europei come dei nemici e lo dice anche?

Comunque sia, queste prime avvisaglie potrebbero annunziare una trasformazione reale se anticipassero una politica unitaria dell’ Europa. Lo stanno intuendo tanto l’attuale “establishment” , quanto i sedicenti “sovranisti”. Nessuno dei due ha però un progetto strategico convincente, perché nessuno dei due osa affrontare il tabù che è alla base dell’ attuale sistema: la subordinazione culturale, storica, ideologica, politica, militare, economica e sociale all’ America, che viene documentata da sempre nuovi, ponderosi libri in tutti i campi dello scibile, dalla storia(Israel), all’economia (Eichengreen, Steil), alle relazioni internazionali (Hathaway,Shapiro).

Se, nell’ analisi delle ragioni remote della crisi, si partisse dallo studio approfondito della subordinazione complessiva dell’ Europa,   quest’ultima farebbe poi relativamente in fretta a darsi un’autonoma cultura, a organizzare una “sovranità digitale europea”, a  creare una leadership coerente, a organizzare dei “campioni europei” in sostituzione degli ormai pochi e obsoleti “campioni nazionali”.

E si riuscirebbe anche a rispondere a Trump:

-che non c’è alcuna ragione per cui l’America debba spendere per la difesa più di 700 milioni di dollari l’anno, cioè la metà della spesa militare mondiale, che costituisce obiettivamente una minaccia per tutti i Paesi del modo, e il maggior incentivo per la corsa agli armamenti;

-che, se Europa e Usa vogliono restare alleate, occorrerà ridimensionare gli obiettivi militari, dall’ offesa alla difesa;

-che, ammesso che l’Europa aumenti le proprie spese, non lo dovrà fare in modo funzionale alla difesa americana, bensì fornendosi di ciò in cui essa è oggi carente (intelligence, cyberguerra, nucleare, missili ipersonici, armi spaziali), e favorendo la propria industria della difesa.

Solo in quell’ atmosfera avrebbe senso parlare di “valori non materialistici”, che non sono quelli della società dei consumi o del livellamento verso il basso, bensì quelli tradizionali dai tempi dell’Epoca Assiale: spiritualità, eccellenza, estetica, libertà, patriottismo, cultura…., che l’ Europa condivide con gli altri popoli dell’ Eurasia.

Solo così si potrebbero realizzare veramente gli obiettivi conclamati a vuoto dalla destra e della sinistra: una vera sovranità, la ripresa del nostro ruolo nel mondo, il rilancio del PIL;occupazione, investimenti sociali e infrastrutturali, diritti dei lavoratori).

Il fatto che nessuno ne voglia nemmeno sentir parlare dimostra invece che, non soltanto la sinistra europea come denunziato dal Presidente della RAI Foa, riceve, cospicui finanziamenti dall’ America, bensì anche i sovranisti, per esempio nelle elezioni olandesi. E, a parte ciò, quante sono le “connections” con fondazioni, università, ecc…? Due esempi per tutti: l’attuale Presidente della Commissione, Juncker, è stato il grande architetto delle agevolazioni fiscali che, negli ultimi 40 anni, hanno permesso alle big five di sottrarre all’Europa la quasi totalità del loro reddito.

Quanto al suo predecessore, Barroso, non aveva esitato, dopo il pensionamento, neppure un mese a entrare a pieno servizio presso il suo vero padrone: la Lehman Brothers.

 

Lo schema fiscale con cui le multinazionli americane hannno svuotato l’ Europa

24 MAGGIO: PRESENTAZIONE DI DA QIN PRESSO “IL LABORATORIO”

Giovedì, 24 maggio, ore 18

Presso “Il Laboratorio”

Via Carisio 12

Riccardo Lala

Da Qin. Un’Europa sovrana lungo la Via della Seta

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

 

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.