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CONTINUA LA MALEDIZIONE DELL’ OLIVETTI

Confermata la fine dell’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale

Respingendo l’ Assedio di Torino,
il Ducato di Savoia divenne regno

Nel Settembre 2020 il Governo aveva annunziato che, nell’ambito della Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale,  sarebbe stato creato a Torino un Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale.

Avevamo sostenuto il progetto con la massima energia, dedicandovi addirittura il libro “L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale”, con una prefazione di Markus Krienke, nel quale avevamo ricostruito le basi storiche e filosofiche del progetto, nonché il laborioso iter nelle Istituzioni Europee e nei Ministeri. Avevamo presentato il libro al Salone del Libro 2020. Quest’anno, abbiamo pubblicato un secondo libro, con la prefazione di Enrica Perucchietti, dedicato a”L’Intelligenza Digitale e l’Agenda Digitale”.

FIAT:un impero multinazionale

1.Una delusione prevedibile

Nel settembre del 2020, la sindaca  Appendino aveva annunciato: “L’Istituto italiano per l’Intelligenza artificiale sarà a Torino e avrà l’obiettivo di coordinare le attività di ricerca in questo campo”. Non era mai stato così. L’ attuale sindaco, Stefano Lo Russo, intervistato da La Stampa, conferma: “Quel progetto, va detto con chiarezza, non è mai stato attuato dal Parlamento e non è più tale già da luglio dello scorso anno, quando il governo ha deciso di fare di Torino la sede di un centro per l’intelligenza artificiale associata alla mobilità sostenibile”, uno dei 10 centri che dovrebbero sorgere nel nostro Paese.

L’Istituto  avrebbe dovuto costituire, per così dire, il “risarcimento” di Torino per la mancata  candidatura a sede di una corte secondaria del Tribunale Europeo dei Brevetti (TUB), ma chi aveva letto con attenzione le decisioni prese da governo e parlamento nel 2021 già sapeva che il progetto era stato fortemente ridimensionato, come avevamo anticipato proprio in questo blog. Le novità è che ora tutti lo ammettono, e che, inoltre, l’assegnazione all’ Italia (e la stessa nascita) della corte dei brevetti, è in alto mare (sicché anche l’ “indennizzo” per Torino avrebbe poco senso).

Il caso è tornato di attualità  sui media perché  venerdì 27 maggio il ministro dell’Innovazione e della Ricerca, Maria Cristina Messa – parlando a investitori e istituzioni alla Nuvola Lavazza, riuniti per discutere del PNRR – aveva detto che, sull’intelligenza artificiale, Torinodovrà partecipare a un bando come tutti” e che per la città è previsto invece “un Centro per la mobilità sostenibile che però non ha competenze specifiche sull’intelligenza artificiale”. La legge istitutiva definisce tale centro come segue: “Al fine di incrementare la ricerca scientifica, il trasferimento tecnologico e più in generale l’innovazione del Paese nel settore dell’automotive e di favorire la sua ricaduta positiva nell’ambito dell’industria, dei servizi e della pubblica amministrazione, è istituita la fondazione Centro italiano di ricerca per l’automotive, competente sui temi tecnologici e sugli ambiti applicativi relativi alla manifattura nei settori dell’automotive e aerospaziale, nel quadro del processo Industria 4.0 e della sua intera catena del valore, per la creazione di un’infrastruttura di ricerca e innovazione che utilizzi i metodi dell’intelligenza artificiale. La fondazione ha sede a Torino. Per il raggiungimento dei propri scopi la fondazione instaura rapporti con omologhi enti e organismi in Italia e all’estero.
Sono membri fondatori della fondazione il Ministero dell’economia e delle finanze, il Ministero dell’università e della ricerca e il Ministero dello sviluppo economico, ai quali è attribuita la vigilanza sulla fondazione medesima”.

Il problema a questo punto è che neanche la Fondazione è mai nata. Entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge il Ministero dell’economia (d’accordo con Mise e Miur) avrebbe dovuto nominare il Comitato di coordinamento. Ma questo non è mai avvenuto.

Inizio modulo

Da venerdì, a Torino circola infine la voce che il Centro italiano per l’intelligenza artificiale alla Città dell’Aerospazio sia stato “scippato” dalla “solita Milano”.

Tuttavia, non è questo il problema principale.

2.Il veto al rilancio di Torino

Togliatti: la città industriale
italo- russa, oggi ferma

Ciò che preoccupa veramente è l’assoluta assenza di programmi, da parte dell’ Europa, per l’intelligenza artificiale, e, da parte dell’ Italia, per Torino.

Per ciò che riguarda l’Europa, avevamo pubblicato l’anno scorso “European Technology Agency”, in cui reclamavamo un progetto centralizzato dell’Europa per stare al passo, da un lato, della legislazione cinese (Made in China 2025 e China Standards 2035), e, dall’ altra, di quella in preparazione in America (lo “Endless Frontier Act”). L’attuale approccio dell’Unione Europea, basato su un investimento molto inferiore a quello dei nostri concorrenti, come pure su un’organizzazione troppo decentrata della ricerca, dove la parte del leone è fatta da hubs” a livello locale e da piccole e medie imprese, sembra fatto apposta per non fare ombra ai GAFAM, i quali sono comunque coinvolti con un ruolo direttivo nelle iniziative europee (come nel caso di GAIA-X).

Come aveva rilevato già l’anno scorso il Prof. Metta, direttore dell’ Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, nel Piano Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, l’IA è vista come qualcosa che si compra presso altri, non come una tecnologia che si sviluppa autonomamente, e che eventualmente si vende ad altri.

Non parliamo poi dell’idea di Don Luca Peyron, di orientare il previsto Istituto verso la tematica dell’etica dell’ Intelligenza Artificiale. Troncare, sopire, sopire, troncare! Come quando, a proposito della Olivetti, Valletta disse che la Divisione Informatica era “un neo che occorre estirpare”.

Per ciò che riguarda l’Italia, richiamiamo i nostri due libri  “L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale” e ”Intelligenza Artificiale e  Agenda Digitale che illustrano il collegamento strettissimo fra Intelligenza Artificiale, economia nazionale, geopolitica e futuro dell’ Umanità.

L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza, ed ancor più l’Agenzia Europea per la Tecnologia, avrebbero dovuto affrontare di petto proprio il problema dell’ inadeguatezza di Torino, dell’ Italia e dell’ Europa, dopo la distruzione dell’ Olivetti,  ad affrontare l’Era delle Macchine Intelligenti, portando i nostri territori a un livello di Paesi sottosviluppati.

Questo è il risultato del rapporto di tipo coloniale che intratteniamo con gli Stati Uniti, rapporto che risulta sempre più evidente ora che gli USA impongono la loro volontà, come nella riunione di Ramstein, gli Europei pagano (al DoD, ai GAFAM, alla Russia, all’ Ucraina), e gli Ucraini combattono e muoiono per un  “Occidente” a cui non appartengono.

Nell’abisso di arretratezza in cui questa situazione ci sta sprofondando, risulta più che mai urgente immergerci totalmente nella cultura (unica attività che non ci sia stata ancora preclusa), per studiare il rapporto fra cultura e tecnica, fra tecnica e geopolitica, fra informatica e Occidente, fra Occidente e mondo, elaborando una filosofia, una dottrina politica e militare, una strategia economica incentrati sul riscatto del nostro Continente.

Il nostro ultimo libro tratta dell’assenza europea, italiana e torinese

3.Da Emanuele Filiberto al Principe Eugenio, al Senatore Agnelli

I periodi di grandezza di Torino sono sempre stati avviati da atti di forza: dalla battaglia di San Quintino, all’assedio del 1706, a “Terra, Mare, Cielo”.

Quando manca il potere politico, anche l’economia langue. L’ultimo grande sforzo di Torino, con l’espansione internazionale (Togliatti, FIAT Polski, New Holland, Pegaso) è fallito di frante alla delusione del fallimento della Perestrojka.

Oggi, le fabbriche FIAT all’ estero, quando non siano state ri-nazionalizzate per volontà della NATO (come per esempio l’ Avtovaz), sono passate sotto il controllo straniero, quando non addirittura chiuse.

100 anni di sforzi di generazioni di managers, tecnici, lavoratori, per portare il lavoro italiano in tutto il mondo, dall’ Ungheria all’ Indonesia, dall’ Egitto alla Spagna, dal Marocco all’ Argentina, dalla Polonia alla Yugoslavia, dalla Russia al Brasile, dalla Turchia agli Stati Uniti, si sono rivelati inutili. Non siamo più destinati ad essere il centro di imperi economici, bensì docili colonie delle multinazionali del web. E ci stupiamo pure che altri non vogliano condividere questa stessa nostra sorte, e continuino a battersi per restare fra coloro che hanno voce in capitolo circa il futuro del mondo.

RICAPITOLAZIONE E RETTIFICA DEL PROGRAMMA DELLE PRESENTAZIONI AL SALONE DEL LIBRO (Salone In e Off)

SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2022

PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”

SALONE IN

21 maggio, Lingotto,

Sala Arancio,ore 12.15

UN PONTE FRA EST E OVEST

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: UCRAINA; NO A UN’INUTILE STRAGE 

 Con: Virgilio Dastoli,Riccardo Lala, Marco Margrita Alessio Stefanoni, Enrico Vaccarino

Attenzione: le credenziali Zoom sono state cambiate:

Ora: 21 mag 2022 12:00 AM

Entra nella riunione in Zoom

https://us06web.zoom.us/j/81381685241

ID riunione: 813 8168 5241

Sabato 21 maggio Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1, ore 15.00

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE  NEI GIORNI  DEL CONFLITTO UCRAINO

PRESENTAZIONE DI: “ INTELLIGENZA ARTIFICIALE E AGENDA DIGITALE”, PENSARE PER PROGETTARE IL FUTURO

Con: Marcello Croce, Ferrante De Benedictis,Riccardo Lala,Marco Margrita, Enrica Perucchietti

Entra nella riunione in Zoom
https://us06web.zoom.us/j/89121340117?pwd=ajFZQ3NEdnlaWDVkUVEvRTAvTzdJZz09

ID riunione: 891 2134 0117
Passcode: 997292

Domenica, 22 Maggio,

Casa del Quartiere  di San Salvario, Via Morgari 10, ore 16.00

GALIMBERTI E CHABOD:

L’IMPRONTA DELLE ALPI OCCIDENTALI SU RESISTENZA ED EUROPA

DAL PASSATO AL FUTURO DELL’ EUROPA

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: PROGETTI EUROPEI NELLA RESISTENZA

 Con Pier Virgilio Dastoli, Marcello Croce, Marco Margrita. Aldo Rizza, Alessio Stefanoni

Entra nella riunione in Zoom
https://us06web.zoom.us/j/86298136839

ID riunione: 862 9813 6839

LA SITUAZIONE IN UCRAINA CONFERMA LA CENTRALITA’ DEI NOSTRI DIBATTITI

Invito alla presentazione del 21/5/2022 al Salone del Libro

SALONE IN

21 maggio, Lingotto,

Sala Arancio,ore 12.15

UN PONTE FRA EST E OVEST 

Con: Virgilio Dastoli,Riccardo Lala, Marco Margrita Alessio Stefanoni, Enrico Vaccarino

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: UCRAINA, NO A UN’INUTILE STRAGE 

RICCARDO LALA ti sta invitando a una riunione pianificata in Zoom.

Entra nella riunione in Zoom :
https://us06web.zoom.us/j/86298136839

ID riunione: 862 9813 6839 .Trova il tuo numero locale: https://us06web.zoom.us/u/kscAFeR7q

Un contributo sofferto, anche se indiretto, alla soluzione del problema più drammatico dell’oggi. 

L’opera affronta, con spirito costruttivo, un tema vessato quant’altro mai, in un’ottica poliedrica e anticonformistica, mostrando innanzitutto quanto le attuali controversie sull’ Ucraina siano la necessaria conseguenza della centralità geopolitica di quel Paese, da sempre punto d’incontro e di scontro delle più svariate tendenze etniche, culturali, politiche, religiose. Basti pensare ai Kurgan, alla Rus’ di Kiev, ai Cosacchi, al Cosmismo…

Dopo la battaglia del Principe Igor, fra Sloviansk e Izjum

1.La storia del volume 

Nel 2014, nel momento dell’Euromaidan e delle rivolte  nell’ Est e nel Sud dell’ Ucraina, avevamo raccolto fior d’ intellettuali per un dibattito, attraverso le pagine dei nostri “Quaderni di Azione Europeista”, circa la situazione conflittuale che si andava creando. Era nato così il volume n. 3-2014 dei nostri Quaderni di Azione Europeista (Ucraina 2014, no a un’inutile strage), Quaderni concepiti come  strumenti snelli per  un intervento corale su temi strategici per il futuro dell’ Europa, fuori, tanto dei consunti binari  del “mainstream”, che dei piagnistei inconcludenti degl’intellettuali che si pretendono “alternativi”.

Ricordiamo che l’organizzazione del Salone aveva annunziato di voler dedicare il Salone 2022 all’ Ucraina, ma, in realtà, il tema dell’ anno è stato definito come “Cuori Selvaggi”. Inoltre, nessuno tranne noi sta presentando un libro dedicato specificamente alla guerra in Ucraina.

Quanto il nostro “Quaderno” fosse profetico già nel 2014 dovrebbe risultare chiaro dal fatto che ci è bastato, sostanzialmente, togliere  l’indicazione dell’ anno 2014, per poter riproporre, sostanzialmente inalterata, un’opera che già allora aveva la non irrilevante ambizione di andare al di là del nascente conflitto, per guardare al futuro con uno sguardo ampio.

Già il titolo, “No a un’inutile strage”, con il suo richiamo all’arcinota frase con cui Benedetto XV° aveva stigmatizzato la 1° Guerra mondiale – una guerra contro l’Europa e le sue tradizioni-, era stato particolarmente profetico, in considerazione dell’interminabile conflitto ucraino, iniziato nel 2014, ulteriormente aggravatosi e che non sembra destinato a terminare a breve. Profetico soprattutto alla luce dell’esigenza, oggi sentita dalla maggior parte degli attori della politica, di trovare una via d’uscita alla guerra in corso.

Ma profetico soprattutto perché i punti di riferimento di fondo non sono cambiati rispetto al 2014.

La moschea di Roxana e Solimano a Mariupol

2.I contenuti

Basta, per comprenderlo, scorrere l’elenco degli articoli di cui quell’ opera si compone:

“Dall’ ‘allargamento’ al ‘completamento’ dell’ Unione”, introduzione dell’Associazione Diàlexis:    mette in luce la straordinaria convergenza, sull’ area ucraina, di una pluralità di tradizioni, culture, pretese, interessi, che ne ha fatto da sempre una delle aree più centrali dell’ Europa, la quale  avrebbe dovuto essere, in particolare, al centro della Confederazione Europea proposta, nel 1989, da Gorbaciov, Mitterrand e Giovanni Paolo II, mai attuata, ma oggi ripresa da molti, a cominciare dal Presidente pro-tempore del Consiglio Europeo, Macron, in occasione della seduta conclusiva della Conferenza sul Futuro d’ Europa;

-“Tra l’agitazione ucraina e la zona aerea d’identificazione cinese”, di Giovanni Martinetto: pone in evidenza già fin da allora la stretta connessione fra il conflitto ucraino e le tensioni fra Cina e Stati Uniti sul Mar della Cina, che rendevano, e rendono, vieppiù improrogabile,  una struttura coordinata fra USA, Europa e America, necessaria per partecipare attivamente alla gestione di un mondo dominato sempre più dagli stati-civiltà;

“Come impedire lo smembramento dell’ Ucraina”, di Lucio Levi: fa giustamente notare che un’ Ucraina “federalizzata” (come quella a cui aveva pensato il “Partito delle Regioni” avrebbe potuto essere il centro ideale dell’ auspicata Federazione Europea;

-“La restaurazione del Califfato?” di Franco Cardini: mette in evidenza uno dei principali elementi geopolitici al centro della crisi attuale-il ritorno della Turchia, o meglio del suo Impero- che si sta qualificando sempre più come un’autonoma potenza europea, capace di respingere le ingerenze americane, di moderare la Russia e l’ Ucraina, di utilizzare i suoi poteri sugli Stretti e nella NATO, di produrre efficaci tecnologie militari. Ricordiamo che, a Mariupol, si trova la Moschea di Roxana e Solimano, a ricordare l’origine ucraina dell’imperatrice ottomana, e dove si sono rifugiati, durante i combattimenti, i mussulmani presenti in città;

-“Una strategia dell’ Unione Europea per la crisi dell’ Ucraina”, di Alfonso Sabatino: invocava già allora un’inesistente azione diplomatica per creare un quadro europeo di sicurezza, che nessuno si è preoccupato, invece, di creare, mentre solamente la tardiva proposta “in quattro fasi” del nostro Governo alle Nazioni Unite sembra oggi riproporre;

-la Dichiarazione del Movimento Federalista Europeo sulla Crisi Ucraina: attribuiva all’ Unione Europea la massima responsabilità per la crisi, in quanto era stata la carenza di un’adeguata Politica Estera e di Difesa dell’ Europa ad avere aperto un vuoto, in cui si è inserita l’attuale destabilizzazione;

-la “European Charter for  regional or minority Languages”: approvata fin dal 1992, la sua applicazione avrebbe impedito la nascita stessa del problema delle minoranze linguistiche russofone in Ucraina, Moldova, Georgia e Paesi Baltici, e, di conseguenza, le guerre della Cecenia, della Transnistria, dell’ Abkhazia, dell’Ossezia e del Donbass.

Siamo nuovamente riuniti per discutere gli stessi temi di allora, avendo sotto gli occhi i risultati della mancata adozione di quanto da noi suggerito nel 2014, e non ci stanchiamo di sottoporre le nostre opere a chi ha poteri decisionali a questo proposito, nella speranza che, quand’anche in ritardo, i fatti stessi costringano tutti a prendere atto dell’ inevitabilità delle nostre proposte.

Intervenite numerosi, e aiutateci a diffondere, prima che sia troppo tardi, la consapevolezza di questi problemi!

SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2022 PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”

La sacra di San Michele, simbolo del Piemonte, sede della riunione introdutticva

Le attività dell’ “Associazione Culturale Diàlexis”, che opera da 15 anni  nell’ area piemontese per promuovere una cultura più proattiva verso le crescenti difficoltà del territorio e verso le crisi dell’Europa, si stanno rivelando di giorno in giorno più necessarie, in considerazione, da un lato, dello svuotamento del Piemonte da parte dell’imprenditoria e delle Istituzioni (che, come ha detto Monsignor Nosiglia, “non ha un’idea di futuro”), e, dall’ altro, dell’implosione dell’ Europa sotto l’effetto congiunto delle vecchie carenze irrisolte e del conflitto mondiale fra le grandi potenze.

Per questo, nonostante il mutare delle circostanze e le difficoltà indotte dalla pandemia e dalla guerra, non dobbiamo, e non vogliamo, interrompere la tradizione oramai consolidata di una presenza costante al Salone del Libro di Torino, con le nostre proposte di libri sull’ Europa e di temi ad essi connessi.

Inoltre, poiché quest’anno il Salone è stato collocato il 19-23 di Giugno, e, quindi, non coincide, come spesso accaduto, con il Salone, abbiamo pensato d’introdurre e preparare il Salone con una manifestazione preliminare di riflessione, dedicata alla discussione sul 9 maggio, nei suoi aspetti storici e politici, quale momento cruciale di consapevolezza europea.

Infatti, i libri che presentiamo quest’anno al Salone trattano temi d’importanza fondamentale per l’Europa di oggi, dopo la fine “grigia”, come ha detto Mattarella, della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, che presenterà le proprie conclusioni molto in sordina proprio il 9 maggio, eclissata dal clamore della guerra in Ucraina, che l’ Europa non è stata in grado né di prevenire, né di concludere.

Il primo dei tre libri, dedicato a “Intelligenza Artificiale e Agenda Digitale” è dedicato al tema forse più urgente in questo momento: la comprensione, studio e discussione degli effetti dell’Intelligenza Artificiale sul futuro dell’Umanità, e delle politiche poste in essere da parte delle diverse Autorità per tenerli sotto controllo.

La seconda opera, che costituisce una ristampa del nostro (attualissimo) Quaderno 3-2014 (“Ucraina, no a un’inutile strage”), è dedicata all’ inquadramento storico e culturale dell’ attuale conflitto, nell’ ottica del recupero dell’ europeità, tanto dell’ Ucraina, quanto della Russia.        

La terza, anch’essa a nostro avviso attualissima (Progetti europei nella Resistenza), è dedicata alla rilettura di alcuni dei documenti più pertinenti per la comprensione del progetto europeo del dopoguerra, progetto realizzato solo in piccola parte, ma per la maggior parte inattuato, ed ora arenatosi di fronte all’ incapacità dell’Unione di garantire la sovranità europea e la pace in Europa. In questi progetti, il volume rivendica il ruolo centrale delle Alpi Occidentali e del Piemonte.

Tutte le manifestazioni si svolgeranno in parte in presenza, in parte a distanza, mediante collegamenti zoom con coloro che si segnaleranno all’indirizzo di posta elettronica info@alpinadialexis.com.

Le tre presentazioni, nel Salone In e nel Salone Off, saranno precedute da un convegno, il 9 maggio, nel quale, nella giornata che, in Europa Occidentale, è dedicata alla commemorazione della Dichiarazione Schuman, e, nell’ Europa Orientale era stata tradizionalmente dedicata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tenteremo di fare il punto circa le conseguenze che si possono trarre dai temi dei tre libri, circa l’andamento delle drammatiche vicende in corso e le vie di uscita dalla crisi che l’ Europa dovrebbe ricercare.

Il Convegno avrà luogo alla Sacra di san Michele, monumento simbolo della Regione Piemonte e delle Alpi Occidentali.Per chi voglia partecipare online, verranno distribuite le credenziali.

Scrivere a:

info@alpinadialexis.com

il Canto del Principe Igor descrive una battaglia nel Donbass nell’11°secolo

GIORNATA CONCLUSIVA DELLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

9 MAGGIO: CONVEGNO

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa, indetta fin dal 2019,  avrebbe dovuto fornire idee condivise sul futuro iter dell’ integrazione europea, attraverso un complesso meccanismo basato, in parte, sulle Istituzioni, e, in parte, sulla “democrazia partecipativa”: La guerra in Ucraina, con le sue origini e conseguenze, vicine e lontane, ha dimostrato, se ve ne fosse bisogno, l’insufficienza di quest’ iniziativa per permettere all’ Europa di vivere appieno la propria esperienza nel 21° secolo, sventando anche le gravissime derive della situazione internazionale.

Il convegno sarà quindi dedicato a tre grandi temi:

-Le Conferenza nella storia dell’ Integrazione Europea;

-Le criticità dell’ Europa attuale di fronte alle sfide del presente e del futuro;

-Una strategia degli Europei per gestire in modo proattivo le trasformazioni in corso.

 Programma della giornata:

12.00 Brunch alla Sacra di San Michele

14.00 Collegamento con le Istituzioni per la giornata conclusiva della Conferenza

15.30 Visita della Sacra

16.30 Saluti del Rettore della Sacra, del Consiglio del Movimento Europeo in Italia e dell’ Associazione Culturale Diàlexis

Inizio dei lavori

SALONE IN

Anna Jaroslavna, principessa di Putivl’, piange i guerrieri kievani caduti
a Sloviansk

21 maggio, Lingotto,

Sala Arancio, 12,15

UN PONTE FRA EST E OVEST 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: UCRAINA; NO A UN’INUTILE STRAGE 

L’opera affronta, con spirito costruttivo, un tema vessato quant’altro mai, in un’ottica poliedrica e anticonformistica, mostrando innanzitutto quanto le attuali controversie sull’ Ucraina siano la necessaria conseguenza della centralità geopolitica di quel Paese, da sempre punto d’incontro e di scontro delle più svariate tendenze etniche, culturali, politiche, religiose. Basti pensare ai Kurgan, alla Rus’ di Kiev, ai Cosacchi, al Cosmismo… 

Un contributo sofferto, anche se indiretto, alla soluzione di problemi drammatici dell’oggi 

Con: Virgilio Dastoli,Riccardo Lala, Marco Margrita Alessio Stefanoni, Enrico Vaccarino

 SALONE OFF 

I computer quantici, al centro delle nuove tecnologie digitali

Sabato 21 maggio Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1, ore 15,00

PRESENTAZIONE DI: “ INTELLIGENZA ARTIFICIALE E AGENDA DIGITALE”, PENSARE PER PROGETTARE IL FUTURO

L’evoluzione in corso in tutti i settori dell’attività umana, dall’automobile alla sanità, dalla manifattura alla finanza, dal diritto alla difesa, indica che il digitale, e, in particolare, l’intelligenza artificiale, sono destinati a modificare radicalmente la vita di tutti noi. Tutte le comunità del mondo, statuali o locali, pubbliche o private, si stanno attrezzando per fare fronte a queste sfide. Sono nate così le “agende digitali” europea e italiana, e il progetto dell’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale. Il segnale più significativo di questa trasformazione è dato dal passaggio della storica sede della FIAT, il Lingotto, a una società torinese di Information Technology.

Il dibattito intorno all’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale potrebbe dunque essere il punto di ripartenza dell’ industria, della cultura e della società del Piemonte, all’ altezza delle sue gloriose tradizioni.

Con: Marcello Croce, Ferrante De Benedictis,Riccardo Lala ,Marco Margrita, Enrica Perucchietti, Roberto Saracco,

Il comandante partigiano cuneeese Duccio Galimberti, autore dell’unica
“Costituzione Italiana ed Europea”

Domenica, 22 Maggio,

Casa del Quartiere  di San Salvario, Via Morgari 10, ore 16,00

DAL PASSATO AL FUTURO DELL’ EUROPA

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: PROGETTI EUROPEI NELLA RESISTENZA

Nel momento in cui, complice la guerra in Ucraina, la Conferenza sul Futuro dell’ Europa si è chiusa, come ha detto il Presidente Mattarella, in modo “grigio”, non è superfluo lanciare uno sguardo retrospettivo verso la fase ideativa dell’ integrazione europea, con particolare riguardo al periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale e alla Resistenza. Il Piemonte, con la Carta di Chivasso e la Costituzione Europea di Galimberti, ha dato un contributo fondamentale alla riflessione sul futuro dell’ Europa,  contributo che il dibattito e la prassi politica attuale non hanno ancora saputo eguagliare.

Con Pier Virgilio Dastoli, Marcello Croce, Marco Margrita. Aldo Rizza, Alessio Stefanoni

L’UCRAINA QUALE “PONTE FRA EST E OVEST”

Considerazioni sulla conferenza internazionale proposta dal Movimento Europeo

Teleconference Macron, Scholz
Xi Jinping

Oggi, il Presidente Xi Jinping ha avuto una teleconference con Macron e Scholz, con cui questi hanno praticamente investitoo, i modo informale, il Presidente cinese del ruolo di mediatore per conto dell’Europa. Per quanto la cosa possa sembrare esorbitante sotto tutti i punti di vista (a che titolo parlano Macron e Scholz? Perché l’ Europa non può mediare da sola? Cosa ci sta a fare Borrell?), l’iniziativa  dovrebbe essere foriera di sviluppi molto positivi.

La cosa va letta come l’ultimo episodio di un’evoluzione avviatasi già nei giorni passati. Al termine dei colloqui fra il Segretario di Stato Blinken e il primo ministro cinese Wang Yi, l’agenzia di stampa Xinhua aveva emesso un comunicato, in cui, tra l’altro, “la Parte Cinese“ also encourages the United States, the North Atlantic Treaty Organization (NATO), and the European Union to engage in equal dialogue with Russia

E’ importante rilevare come, secondo la Cina, anche l’Unione Europea e la NATO debbono partecipare alle trattative in esito alla guerra in Ucraina, per una soluzione globale delle tensioni di lungo periodo nell’ area europea (“ face up to the frictions and problems accumulated over the years”), e, in particolare all’ allargamento a EST della NATO “pay attention to the negative impact of NATO’s continuous eastward expansion on Russia’s security”, e per costruire un nuovo meccanismo europeo di sicurezza: “ and seek to build a balanced, effective and sustainable European security mechanism in accordance with the “indivisibility of security” principle”.

In una successiva dichiarazione, Wang Yi ha anche affermato:” Relations with Russia and those with the European Union were two separate issues, ….China’s relationship with Europe was not dependent on or related to any third party.”

Insomma, la Cina non vuole, né trovarsi imbarazzata dalla sua amicizia con la Russia, né essere ostacolata, nei suoi rapporti con l’ Europa, da interferenze americane. Di fatto, è in una posizione ideale per mediare, tenendo conto dell’ interesse del mondo intero per un’Europa pacifica ma anche forte.

Infatti, ha annunziato un prossimo summit fra Cina e UE, ed ha affermato che “Beijing firmly supported Europe’s “strategic autonomy””.Autonomia che però, nonostante le dichiarazioni retoriche, le Istituzioni della UE di fatto non stanno affatto perseguendo in concreto, e che non sarà probabilmente conseguita senza un sostanzioso aiuto cinese.

Alle “avances” cinesi corrisponde infatti la richiesta del Movimento Europeo di convocare una Conferenza per la sicurezza in Europa.

Mentre tutti i commentatori si concentrano sugli aspetti apparentemente più macroscopici della guerra in corso, dall’enormità sostanziale del conflitto, alle confliggenti interpretazioni e versioni dello stesso favorite dai diversi Governi, ai devastanti impatti economici, noi desideriamo qui concentrarci invece su queste  trasformazioni desiderabili e possibili degli attuali assetti europei che si potrebbero, e dovrebbero, perseguire in occasione delle future trattative, per una soluzione in profondità e di lungo periodo dei  molti, gravissimi e urgenti problemi del mondo.

In effetti, l’”Operazione Speciale” in Ucraina non è certo la linea più diretta e auspicabile per affrontare la questione della sicurezza europea (che sarebbe ovviamente compito prioritario degli Europei, e non di altri, e che dovrebbe essere stata affrontata diversamente da gran tempo). Però, come al solito, “oportet ut scandala eveniant”.

E comunque la Russia e l’Ucraina non possono essere gli unici interlocutori di una questione che riguarda evidentemente anche e soprattutto l’Unione Europea e la NATO. I cui trattati istitutivi sono da anni giustamente soggetti a critiche, che questa crisi potrebbe e dovrebbe aiutare a superare. Ma riguarda altrettanto la Cina, che, con le sue Nuove Vie della Seta, rivendica per sé un ruolo attivo in tutte le vicende dell’Eurasia, che impattano profondamente sulla sua economia e sulla sua società, largamente dipendenti dagli scambi internazionali. Basti pensare alle ferrovie che attraversano la Russia, l’Ucraina, la Polonia….E difatti, anche Borrell ha espresso il desiderio che la Cina promuova un negoziato, e Wang Yi ha affermato chiaramente che essa si sta predisponendo a farlo.

Gli Stati Uniti, che si erano illusi di avere soffocato le Vie della Seta – con il terrorismo islamico, con i moti di Hong Kong, con le ingerenze con i Governi europei (e in primis quello italiano), con le sanzioni contro la Cina- se la vedono oggi rispuntare sotto forma di mediatrice necessaria nel conflitto ucraino.

Ed è  su questa svolta che si potrebbe innestare il discorso più vasto sull’architettura europea.

Mitterrand a Praga

1.La Confederazione paneuropea (Assise di Praga del 1989).

Infatti, oggi, il problema immediato sentito da tutti, ma finora irrisolto, è quello di proporre una soluzione della crisi ucraina che sia accettabile a tutte le parti, e dotata di una sua intima coerenza. Tuttavia, una siffatta proposta non avrebbe, né chances, né un seguito, se non poggiasse su una solida base di riflessione e una proposta di più ampio respiro.

E, innanzitutto,  occorre chiedersi perché l’unica soluzione lineare, quella proposta in passato, la Confederazione Europea di Mitterrand, discussa nel 1989 alle Assise di Praga, sia stata sempre scartata senza discussione, per le opposizioni degli Stati Uniti e delle classi dirigenti atlantiste:” à partir des accords d’Helsinki, je compte voir naître dans les années 1990 une Confédération européenne au vrai sens du terme qui associera tous les États de notre continent dans une organisation commune et permanente d’échanges, de paix et de sécurité.».

Si noti bene che le Assise di Praga erano un incontro non limitato ai politici, bensì aperto alla società civile di tutta Europa.

Fino a pochi anni fa (almeno fino al 2008), l’obiettivo di politica europea della Russia (sotto Gorbaciov, Elcin e Putin) sembrava rimasto appunto proprio quello di una strutturazione dell’Europa sulla base di una confederazione con l’Unione Europea, quale  già adombrata negli statuti del Consiglio d’ Europa e dell’ OCSE, (anche attesa l’indisponibilità della UE, espressa a Putin dal Presidente Prodi, ad una adesione della Russia alla UE, quale invece già richiesta da Elcin).

Invece, l’obiettivo dell’”establishment” occidentale era radicalmente diverso: “bloccare la storia” in modo da rendere irreversibile il suo”impero nascosto”  esteso a tutto il mondo: “La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica fecero emergere la falsa convinzione che la fine della guerra fredda e dell’imperialismo comunista avrebbe aperto la strada ad un mondo sostanzialmente unipolare nel quadro dell’egemonia degli Stati Uniti d’America e del libero mercato.I passi in avanti compiuti dal processo di integrazione europea, dall’Atto unico europeo del 1987 al Trattato di Lisbona del 2009 sono ben lontani dall’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa ribadito nel 1984 su Le Monde e il mondo unipolare immaginato nel 1989 ha lasciato il posto ad un pianeta sempre più ingovernabile con tensioni crescenti fra Stati che rivendicano al loro interno il principio della sovranità assoluta e all’esterno il ruolo di attori internazionali.(P.V. Dastoli, “Est-ce qu’il faut une troisième guerre mondiale pour créer les Etats-Unis d’Europe ?”) .

Come conseguenza, di fronte al “muro di gomma” degli Europei (vedi dichiarazioni di Prodi) e all’invasività delle sempre rinnovate politiche americane (Guerra del Kossovo, Operazione “GUAAM”, Euromaidan, erosione delle tradizionali neutralità di Svizzera, Austria, Svezia e Finlandia), la Russia è stata costretta, nei decenni, anziché a procedere, come avrebbe voluto, sulla strada dell’integrazione paneuropea, a difendere in tutte le direzioni in modo sempre più aggressivo la propria autonomia politica attraverso tattiche negoziali e militari alternate (interventi in Transnistria, Kossovo, Ossetia, Abkhazia, Donbass), ora sfociate nella guerra con l’Ucraina, più acuta ed evidente delle precedenti, ma qualitativamente non diversa.

Nel frattempo, tradizioni giuridiche secolari e sancite da trattati internazionali, come l’ “Immerwaehrende Neutralitaet” svizzera e austriaca, venivano (e vengono) erose con cavilli formalistici dalla NATO e dalla UE.

Per molto tempo, in quegli anni, Putin aveva parlato e operato a favore della UE, della democrazia e del mercato, ma, dopo tante delusioni, la sua visione politica è cambiata radicalmente:”dopo tanti anni di politica estera e di incontri con tanti presidenti americani ho capito che mai con gli USA ci potrà essere vera pace perchè sono contro di noi per il semplice motivo che esistiamo”. Per questa convinzione, egli ha progressivamente militarizzato la Russia, nell’ ideologia, nella cultura, nel diritto, nella società…, come risulta particolarmente evidente in questi giorni.

Tutte le potenze che sono intervenute nel conflitto con ambizioni di mediazione hanno tentato, per ora inutilmente, di delineare un’ipotesi di strutturazione dell’area est-europea che soddisfi le esigenze di tutte le parti in causa, ivi comprese le ”legittime preoccupazioni della Russia”. Per quanto ci riguarda, la confederazione paneuropea resta però l’unica prospettiva che permetterebbe di uscire in modo stabile da una conflittualità che oggi appare senza rimedio, non solo sull’ Ucraina, ma anche per ciò che concerne tutta l’Europa, e una conferenza internazionale, quale quella proposta dal Movimento Europeo,  sembra l’unico strumento veramente adeguato.

Attraverso le diverse pubblicazioni della Casa Editrice Alpina e dell’Associazione Culturale Diàlexis (in particolare, Ucraina, no a un’inutile strage, del 2014) avevamo già tentato da circa un decennio di delineare uno scenario complessivo che avrebbe permesso di raggiungere questo risultato.

Proprio il fatto che trovare una soluzione politica non sia facile potrebbe costituire in realtà un’opportunità per la UE, la quale, desiderando (a quanto da essa stessa dichiarato) fondare una visione nuova, basata sulla “sovranità europea” di cui parla Wang ( ma per cui non oggi esistono sufficienti basi materiali e spirituali), non può che giovarsi di uno scenario mobile, che offra il destro di uscire dal “Pensiero Unico”. Senza una forte spinta dal basso (e dall’ esterno), l’Unione non sarà mai all’altezza di quell’ obiettivo.

Tra l’altro, la crisi ucraina sta infatti coincidendo temporalmente con la fase terminale della Conferenza per il Futuro dell’Europa, che non sembra abbia raggiunto alcuna conclusione operativa (per dirla con il Presidente Mattarella, si sta concludendo in modo “grigio”). In particolare, non c’è nessuna proposta concreta sulla politica estera e di difesa dell’ Europa, che, come si può vedere proprio nel caso dell’ Ucraina, non esiste, perché tutte le cose importanti (per esempio la “no flight zone”, la fornitura dei MIG, la linea di successione di Zelenski, la mediazione cinese…) vengono ancor sempre decise, in realtà, fra Stati Uniti, Russia e Cina. Come difficoltà aggiuntiva c’è il fatto che, in una materia così fluida come quella militare, ci si debba sempre consultare in 27.

Sarebbe il caso che il Movimento Europeo, stigmatizzando in modo energico l’assenza di idee nella Conferenza, si esprimesse molto più chiaramente per una ripresa della proposta di Mitterrand e di Gorbaciov. L’attuale svolgimento della Conferenza (burocratico, autoreferenziale, e privo di entusiasmo, dialettica e concretezza) è, infatti, quanto di più lontano dalle realtà di quest’Europa scossa dalla pandemia, dalle sanzioni, dalla crisi economica, dalla guerra).La stessa presidenza di turno, quella francese, stretta fra la guerra e le elezioni, non ha fatto praticamente nulla per l’Europa, salvo ora la videoconferenza con Xi Jinping.

E’ dunque chiaro che:

il primo messaggio all’ Europa, è: datevi un “comandante in capo” in grado di trattare con poteri corrispondenti a quelli di Biden, Putin e Xi Jinping;

-Il secondo messaggio è: datevi una forza nucleare veramente europea. Certo, c’ è già quella francese, ma, a parte la sua debolezza rispetto a quelle russa e americana, è ad esclusiva discrezionalità del Presidente francese, che non è in grado di usarla politicamente. La Presidenza francese dovrebbe mettere la Force de Frappe a disposizione dell’Europa, precisandone le condizioni, e l’Unione che dovrebbe dotarsi di un meccanismo di gestione delle crisi che garantisca il comando unico;

-Terzo messaggio: datevi un profilo chiaro (una dottrina strategica comune), in modo da poter formulare risposte univoche;

-Quarto messaggio: spendete meglio i vostri soldi, licenziando praticamente tutti gli alti ufficiali, la maggioranza degli ufficiali, metà dei sottoufficiali e molti soldati, e dotatevi, al loro posto, di analisti, agenti segreti, ingegneri informatici, nucleari e spaziali, addestratori di milizie civili, contractors, come hanno gli altri eserciti. Sviluppate computer quantici, missili ipersonici, “gliders”, ecc…

Mariupol, centro del conflitto del Donbass

2.Il ruolo dell’ Ucraina nel futuro dell’ Europa

Gorbačëv aveva parlato di una “Casa Comune Europea” ispirandosi al papa Enea Piccolomini , Elcin, Putin e Erdoğan hanno continuato a caldeggiare, oramai da un ventennio, e con una pazienza veramente encomiabile,  l’adesione alla UE dei rispettivi Paesi, ricevendone risposte evasive o sdegnate. La realtà è che, come si era lasciato sfuggire Prodi con Putin,  Russia e Turchia sono troppo grandi, e potrebbero dettare le loro condizioni, anziché accettare supinamente quelle della UE.

E non si dica che non sono “democratici”. La storia di questi ultimi decenni ci insegna che Solidarnosc, FIDESZ, AKP, Edinaja Rossija, sono nate dalle vittoriose rivendicazioni antitotalitarie contro regimi liberticidi, come i Partiti Comunisti dell’ Est e i militari polacchi e turchi. Se i loro leaders hanno dovuto incrementare, nel corso di questi decenni d’indipendenza,  i poteri propri e dei loro Governi, ciò è stato dovuto alle pesanti forme di destabilizzazione subite, nonostante le loro origini e i loro meriti,   da parte dall’ America e dalla UE, come per esempio  la colonizzazione dei media e della cultura di Polonia e Ungheria da parte di gruppi finanziari e lobbistici occidentali, le Rivoluzioni Colorate serba, georgiana e ucraina preparate a tavolino secondo il manuale di Gene Sharp e finanziate dall’ Endowment for Democracy; il colpo di stato sobillato dal telepredicatore islamista Gülen  con sede in USA.

In conclusione, una proposta europea per l’Ucraina potrebbe situarsi lungo cinque linee di azione:

un nuovo tipo di confederazione dell’Unione Europea, da un lato con l’Unione Eurasiatica, e, dall’ altra, con la Turchia, secondo la vecchia proposta di Mitterrand (utilizzando “come veicolo” il Consiglio d’ Europa e/o l’ OSCE?);

-la “federalizzazione” dell’ Ucraina (ma anche della Turchia), come prevista dagli Accordi di Minsk, utilizzando ad esempio le esperienze della Finlandia, del Belgio e della Svizzera, oltre che le già esistenti 12 Euroregioni dell’Ucraina. Ricordiamo che il Belgio ha una Comunità neerlandofona, una francofona e una germanofona, più una “Città Capitale” che è anche la “capitale” della UE e della NATO;

-la trasformazione dell’ Ucraina nel “territorio confederale”, e, di Kiev, nella sua “capitale”. Intanto, per rispetto verso  i nostri partners orientali, e, in secondo luogo, per dare, all’ Ucraina un ruolo, “una missione”, come quella che giustamente rivendicava la “Confraternita Cirillo-Metodiana”tanto amata dai nazionalisti ucraini, che non sia solo quella di “Antirussia”;

-la neutralizzazione del territorio ucraino, con adeguate garanzie internazionali reciproche (come proposto, fra gli altri, da personaggi come Kissinger e Brzezinski). Non si capisce perché ciò che si è fatto, e si continua a fare, per quasi la metà degli stati europei, membri (Irlanda, Svezia, Finlandia, Austria, Malta) dell’ UE, e non-membri (Svizzera, Liechtenstein, Serbia, Georgia , Azerbaidjan, Islanda, Moldova) non possa essere fatto anche per l’Ucraina;

-una collaborazione urgente fra l’ America, la Russia e l’Europa, su  un progetto generale di controllo degli armamenti, non limitato alle armi nucleari  e alle difese antimissilistiche, bensì allargato a un’applicazione generalizzata del Principio di Precauzione. Infatti, le “garanzie” dell’equilibrio degli armamenti sono, prima che giuridiche, tecniche: vale a dire trasparenza delle tecnologie, efficacia dei controlli,ecc …;

-il passaggio della “Force de Frappe” francese sotto il controllo europeo;

-uno scadenziario preciso di trasferimento delle competenze militari (ivi compresi gli acquisti di materiale militare e le attuali basi NATO e americane), dagli USA e dalla NATO alla UE. E non si dica che un Esercito Europeo non sarebbe in grado di difendere l’ Europa, quando perfino l’esercito ucraino si sta rivelando capace di sostenere l’assalto di quello russo. Gli Europei stanno spendendo già adesso il doppio dei Russi, ma stanno semplicemente sprecando i loro soldi. E poi, non avendo noi l’ambizione di dominare il mondo, non avremmo bisogno di spendere quanto gli Americani. Semmai, bisognerebbe spostare un certo numero di stanziamenti verso l’AI, l’intelligence, il missilistico e il nucleare.

Si tratterebbe insomma semplicemente di ritornare all’ impostazione originaria del Movimento Federalista Europeo, che considerava la CSI come una realtà federale positiva e utile, con cui collaborare nell’ambito del Federalismo Mondiale. 

Occorre  sottolineare che, a causa della grande varietà di tradizioni delle diverse parti dell’ Ucraina, un aspetto importante dell’ Ucraina è la sua vocazione naturale  al  federalismo. Pensiamo ad aree altamente omogenee sotto tanti punti di vista, come Galizia Orientale (Leopoli), Podlessia (Cernihiv), Regione Kievana, Donbass (Kharkiv), Novorossija-Zaporizzhia (Dnipro), Bessarabia (Odessa), Rutenia Transcarpatica (Uzhgorod). Volendo, anche Crimea (Simferopol).

La “federalizzazione” era stata invocata fin dalla creazione del nuovo Stato, e già parzialmente attuata in Crimea. Essa costituiva il nucleo del programma del Partito delle Regioni che aveva vinto le elezioni. Questo progetto è già perfino accettato, negli Accordi di Minsk II, ma mai concretizzato per l’opposizione dell’ Ucraina. Esso è anche consono allo spirito federalistico dell’ Unione Europea. Non per nulla, l’Ucraina aveva fatto oggetto della creazione, grazie alle sue successive amministrazioni,  delle sue 12 Euroregioni. Come in altre parti d’Europa, le Euroregioni dell’ Ucraina non funzionano, ed era stato proprio Jatseniuk a lamentarsene quando era stato Ministro degli Esteri.

Da dove vennero i primi Indoeuropei

3.L’Ucraina  cuore dell’ Europa

A noi pare che la  materia più  delicata del contendere sia proprio quella  simbolica: la pretesa di centralità rispetto a una tradizione condivisa: quella della Rus’ di Kiev. La Russia non può permettere che Kiev, suo mitico luogo di origine, cada in mano a forze antirusse (l’”Antirussia” contro cui si scaglia ancora il Presidente Putin). Ne verrebbe sconvolto lo  stesso equilibrio culturale e psicologico del Paese (che punta tutto sulla propria continuità storica da Rjurik ,se non dagli Sciti, a Putin, sicché gli Slavi Orientali dovrebbero essere per i Russi non già dei partners, più o meno affidabili, bensì dei “fratelli”=“bratjà”).  Di converso, i nazionalisti ucraini (e dei Paesi vicini), che finalmente, dopo molti secoli, sono riusciti, anche se in modo discutibile e in ritardo sugli altri Europei, a crearsi una loro “identità nazionale”, non vogliono neppur essi “mollare la presa”, lasciando ai “Moscoviti” (i “Moskali”) la leadership dello Slavismo, che, secondo la “Comunità Cirillo-Metodiana”, sarebbe spettata all’Ucraina. È un vecchio conflitto, quello fra “Ucrainofili” e “Russofili”, che, per quanto limitato nello spazio e nel tempo, aveva già fatto molte vittime, per esempio in Galizia durante e dopo la 1° Guerra Mondiale. Ci sembra grave che, invece, non vengano mai ricordate le altre importanti tradizioni culturali dell’ Ucraina (greco-romana, turco-tartara, Polacco-Lituana, Ungherese, Rutena, Askhenazi, Karai).

Quella che noi suggeriamo è un’ulteriore  contromossa . Per noi, il Maidan non è il centro dell’ Ucraina Occidentale, né dell’Ucraina in generale: è il cuore dell’ Europa. Fin dagli inizi, l’Europa è stata molteplice: non per nulla, già Diocleziano aveva diviso l’Impero Romano in quattro parti. In Europa, vi sono almeno tre, se non quattro, “Rome”: oltre che la “Roma” propriamente detta, ci sono Istanbul e Mosca. Nessuna di queste può essere “il” centro dell’Europa. Fisicamente, il “centro” si situerebbe  proprio in Ucraina Occidentale (forse, in Bucovina, vicino al Castello di Hotyn).Secondo John Anthony, l’area si origine dei Proto-Indoeuropei si situerebbe lungo il medio corso del Don, nell’ Oblast di Samara, da dove essi sarebbero poi migrati verso l’Ucraina e la Romania. Quindi, non più Kiev origine degli Slavi Orientali (la Rus’ di Kiev), bensì la Russia meridionale quale origine degli Indo-Europei.

In Kiev, parzialmente slava e ortodossa, parzialmente cattolica, parzialmente medio-orientale (di cui è simbolo la Chiesa Cattolico-Orientale), come dice lo stesso nome “Maidan” (Turco, Arabo, Persiano, Urdu, Hindi) si potrebbe stabilire il “centro” dell’Europa, intesa, non già come semplice Unione Europea, bensì come Confederazione fra UE, Comunità Eurasiatica e Turchia.

Tuttavia, per fare questo, occorrerebbe che, al di sopra delle identità regionali e nazionali, emergesse con chiarezza la natura dell’ Identità Europea quale espressione della Dialettica dell’ Illuminismo nell’ era delle Macchine Spirituali. Tale dialettica si configura, oggi, come tensione fra, da un lato, la Rivoluzione Biopolitica perseguita dal Complesso Informatico-Militare, e, dall’ altra, l’aspirazione al superamento della Modernità nel nome delle tradizioni culturali e religiose. Quest’aspirazione, che oggi trova la sua incarnazione soprattutto nel dialogo interculturale ed ecumenico, dovrebbe trovare espressione anche in un movimento politico internazionale volto al controllo degli abusi delle nuove tecnologie, siano esse civili o militari.

A quel punto, la “radice” non sarebbe più nella Rus’ di Kiev (il “Russkij Mir”), bensì nelle culture di Yamnaya e di Tripollie (origine degli Europei),da cui si sarebbe dipartita anche la “Cultura di Sintashta” (dove Anthony vede similitudini con la cultura vedica).

L’ Europa, la Russia e l’Ucraina, per il loro carattere di “ponte” fra le culture occidentali e orientali, dovrebbero divenire il supporto politico di questo movimento. Per fare ciò, esse devono però riconoscere le loro radici comuni (i “due Polmoni” di cui parlava Papa Wojtyła), sviluppando forme di sinergia e di associazioni che accrescano il loro peso in quanto polo di trasformazione della società mondiale.

Ci si obietterà che ciò è irrealistico, in quanto, oggi, si andrebbe piuttosto verso una conflittualità crescente fra Occidente ed Eurasia. Si osserverà anche che questo è il momento di un forte “revival” di ogni tipo di nazionalismo:

-campanilistico-economicistico , come quello del “Made in Italy”;

-geopolitico-finanziario,come quello dell’”austerità” tedesca;

-populisico volgare, come quello anti-immigrati e anti-euro;

-quello sciovinistico novecentesco, come quello “sovranista”;

-quello del “ressentissement”, come quelli dei “popoli senza storia” contro gli “Herrenvölker;

-quello piccolo-nazionale, come quelli basco, catalano, scozzese o Fiammingo;

-quello letterario e aulico, come quello delle grandi “nazioni aristocratiche”;

-quello  opportunistico e filo-NATO, come quelli degli establishment militari;

-quello neo imperiale, come quello russo.

Noi crediamo invece che, in una visione pluricentrica e pluriculturale, tutte le forme di identità, comprese quelle nazionali, possano trovare uno sbocco e una fioritura, purché si inquadrino nell’ obiettivo storico dell’ Europa del XXI Secolo.

Così, la Russia potrebbe perseguire il suo ruolo di catalizzatore delle infinite forze dell’Eurasia; il mondo nordico potrebbe  continuare a costituire il cuore economico dell’ Europa; quello mediterraneo la colonna vertebrale di una rinnovata Società della Conoscenza intesa come Società della Cultura e delle Fedi; quello Centro-Orientale, una “cerniera” intorno alla quale si muovono tutte queste altre realtà. E, ancora all’ interno di ciascuno di quei “mondi”, si possono inserire le Macroregioni Europee (baltica, atlantica, alpina, adriatica, danubiana, ecc…) , ciascuna con delle sue specificità (quale ecologica, quale marinare, quale turistica, quale multiculturale, quale storica…).E, poi, ancora, nazioni, regioni, città, in un’Europa delle Identità in cui ogni anello della catena ha una propria vita.

Tuttavia, senza una nuova classe dirigente che approfondisca, maturi, formalizzi, consolidi, concretizzi, diffonda e difenda questa visione, l’ Europa va inesorabilmente verso il declino, l’irrilevanza, il conflitto e la distruzione: Complesso Informatico-militare contro democrazia; NATO contro Russia; nazionalismo russo contro revanscismo baltico e ucraino; arroganza tedesca contro Paesi mediterranei; Stati Nazionali contro micronazionalismi; nazionalità titolari contro minoranze etniche…

E’ chiaro che questo non è fino ad ora avvenuto perché tutte le componenti dell’ establishment non vogliono perseguire quell’ obiettivo, vuoi perché non informate, vuoi perché non lo condividono, vuoi perché paralizzate da  un’opinione pubblica succube dei “media”, vuoi perché eterodirette dall’ America.

Il problema politico sarà dunque come fare a conseguire quegli obiettivi nonostante quest’ ambiente circostante ostile.

Per quanto la pace in Ucraina sia un obiettivo immediato e la federazione eurasiatica un obiettivo di medio termine, le strategie per conseguirlo non devono contraddirsi reciprocamente, e devono tenere conto dei vincoli del realismo.

La strage di Srebrenica, sotto gli occhi dei Caschi Blu

4. Il federalismo mondiale non è un mondo angelico

La nascita del federalismo europeo si confonde, fin dai più lontani precedenti, con quella delle organizzazioni internazionali. Esso le ha sempre  sostenute  lealmente, anche perché esse costituiscono, per essa, il canale privilegiato per esercitare il suo ruolo nel mondo. Coerentemente con le impostazioni classiche del federalismo, il completamento dell’integrazione europea dovrebbe permettere anche la realizzazione del federalismo mondiale.

Tutto ciò presuppone però, a monte, una rivoluzione culturale, in quanto, nel dibattito culturale e politico, non sono ancora stati approfonditi adeguatamente concetti essenziali per tale riforma, come per esempio “Superpotenza”, “Confederazione”, “Impero”, “Imperialismo”, “Grande Potenza”, “Federazione”, “Stato”, “Stato Nazionale”, “Nazionalismo”, “Stato Federale”, “Federalismo”, che, infatti, tanto nella letteratura specialistica, quanto nei media, sono utilizzati in modo assai promiscuo. Intanto, quando si parla di federalismo mondiale, si pensa spesso a uno scenario utopico: tutti concordi su un unico modello, senza conflitti: la Fine della Storia. Questa però non sarebbe una federazione mondiale, bensì un impero mondiale, se non, addirittura, una tirannide universale (Rousseau, Kant).

Perciò. Il federalismo mondiale, la confederazione fra UE e Eurasia e lo stesso federalismo europeo potranno funzionare solo se interiorizzeranno la critica anti-utopica.Perfino all’ interno di un solo Stato ci sono insurrezioni, rivoluzioni e guerre civile. Uno Stato mondiale in cui tutte queste fossero rese impossibili sarebbe la fine dell’uomo. Non per nulla i cultori dello Stato Mondiale sono anche gli zelatori della Fine della Storia e della Singularity Tecnologica.Al contrario, il federalismo mondiale si pone in contraddizione estrema con il modello attualmente vincente, quello della globalizzazione tecnocratica (che aspira, appunto, a un  impero mondiale, e/o universale). Secondo tale modello di globalizzazione, dovrebbe esistere un unico centro (il Complesso Informatico-Militare), che imporrebbe a tutti gli Stati il livellamento delle loro culture per obbedire a direttive unitarie, che mirano a un modello si sviluppo finalizzato alla egemonia della tecnica (standardizzazione, concentrazione, conformismo, atomizzazione).

Il federalismo mondiale invece, aspirando a far partecipare al governo del mondo tutte le parti dello stesso, si sforza, al contrario, di organizzare una pluralità di soggetti politici, e di aggregarli, per rafforzarli, all’ interno di grandi “contenitori”  continentali o semi-continentali, come l’ India, l’ Europa, l’Africa, le Americhe, il Medio e l’Estremo Oriente, ecc…Esso prende atto del fatto che esistono, nel mondo, molti modelli culturali e politici (Kupchan, De Masi). Per questo motivo costituisce non già, come pretendono taluni teorici, la fine di tutti i conflitti, bensì l’avvio di conflitti di nuovo tipo. La causa immediata delle attuali tensioni a livello mondiale (corsa agli armamenti, conflitti locali) è costituita per esempio dal fatto che le forze della globalizzazione, non accettando questo pluricentrismo, lo sottopongono a pressioni di ogni genere.

Nell’ambito di questo conflitto generalizzato, si collocano conflitti più localizzati, vertenti sulle modalità secondo cui si vorrebbero organizzare i singoli soggetti continentali e/o subcontinentali (p.es., Palestina, Ucraina, Kashmir, isole Daoyu). Questo “pensare per continenti” che prende l’avvio dalla “Dottrina Monroe”, si sviluppa con l’”eurasiatismo” e “Paneuropa” per sconfinare nell’imperialismo (vedi “la Grande Asia” giapponese o “il Grande Medio Oriente” di Bush).

Esso ha, certo, paradossalmente, una certa parentela con lo “Scontro di Civiltà” di Huntington, solo che l’obiettivo è diverso: là, si trattava di una grande coalizione per vincere la Terza Guerra Mondiale; qui di un accordo multilaterale fra tutti i maggiori attori, per disinnescare il rischio della guerra mondiale (Habermas). Basti pensare che Huntington voleva dividere l’ Europa al confine coll’Ortodossia (paradossalmente, qualcosa di simile alle attuali rivendicazioni russe).

Anche per fare ciò, i politici dovrebbero acquisire una visuale culturale più ampia, comprensiva di  un’eccezionale competenza culturale comparata, cercando di vedere come certe soluzioni riescano a conciliare esigenze obiettive e pulsioni identitarie di soggetti diversi. L’ostacolo principale al raggiungimento di questo obiettivo è la “colonizzazione culturale” dell’ Europa da parte dell’ideologia californiana, che sta tentando d’ imporre, come fosse l’“Identità Europea”, l’egemonia culturale transumanista, introducendo in Europa una “cancel culture” che si traduce in un “Cancel Europe”. E, infine, nel “Cancel Mankind”.Il caso della persecuzione della cultura russa in tutto il nostro Continente è più che eloquente.

La retorica byroniana copriva le stragi della Guerra di Liberazione greca

5.Le Nazioni Unite dovranno “cambiare pelle”

Sono nate come alleanza vincitrice della 2° Guerra Mondiale, e ne mantengono l’ impronta e l’ideologia (il “One-Worldism” diffuso dagli Stati Uniti all’ inizio della Seconda Guerra Mondiale). L’Europa vi è rappresentata da  uno Stato Membro, ma non ha un proprio seggio. Anche il suo nome è obsoleto, si richiama alla Guerra antinapoleonica e alla  Battaglia di Waterloo, alla  Seconda Guerra Mondiale e agli Stati Uniti, dov’essa ha sede: “Millions of tongues record thee, and anew/Their children’s lips shall echo them, and say,/’Here, where the sword united nations drew,/Our countrymen were warring on that day !’ (Lord Byron, Childe Harold’s Pilgrimage).

Infine, dovrebbero essere trasferite in un Paese neutrale. Non sembra infatti ammissibile che, come nel recente caso del team russo, gli Stati Uniti possano negare l’accesso alle Nazioni Unite ai rappresentanti degli Stati membri.

Anche le Organizzazioni specialistiche sono obsolete. Esse non riescono a svolgere loro funzioni più fondamentali che mai, come, in primo luogo, un’applicazione giuridicamente vincolante a livello mondiale del Principio di Precauzione e del Principio della difesa dell’Identità Culturale. Vanno fuse e coordinate fra di loro e con le Nazioni Unite.

L’incontro di Pratica di Mare fra Putin e Bush

6.La NATO e l’OCSE potrebbero costituire la base di una Alleanza  del Nord del Mondo

A nostro avviso, essendo attualmente la NATO e l’OCSE le organizzazioni dei Paesi del Nord-Ovest del mondo, esse potrebbero diventare, fondendosi, un regime-quadro federale dei rapporti fra Europa, America e Medio Oriente. Quest’affermazione non è, a nostro avviso, contraddetta, bensì rafforzata, dalle recenti vicende ucraine. Infatti, la rivalità russo-occidentale è stata creata artificialmente per giustificare la sopravvivenza della NATO stessa come tale, mentre  Gorbačëv e Elcin avevano deliberatamente smobilitato il Patto di Varsavia nella speranza di essere accolti subito in Europa, venendo però respinti.

Come ha affermato l’Arcivescovo Emerito di Torino, Monsignor Bettazzi, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, la NATO stessa avrebbe dovuto essere sciolta, e sostituita da qualcosa di europeo.La NATO dovrà dunque mantenere solo i suoi compiti politici, abbandonando quelli militari, divenuti ormai obsoleti dopo la fine della Guerra Fredda e la creazione di una Politica Estera e di Difesa. Tra l’altro, i compiti dell’OCSE comprendono già precisamente il controllo degli armamenti, provvedimenti di sicurezza, diritti umani, minoranze etniche, democrazia, antiterrorismo e ambiente, anche se vengono in questo momento talvolta strumentalizzati.

Potrebbero essere membri della nuova organizzazione gli Stati Uniti, il Canada, il Consiglio d’Europa, la Conferenza degli Stati Islamici e Israele. E’ ovvio che ciascuno di questi soggetti potrebbe associarsi agli altri pur mantenendo la propria identità, ma abbandonandone le interpretazioni escatologiche ed assolutistiche. Compito principale: coordinare verso l’esterno le difese dell’area nord del mondo contro attacchi esterni (p.es., terroristici), e difesa antimissilistica. Svolgere una funzione arbitrale circa eventuali conflitti “interni” (p.es., il caso ucraino). Accordi ben precisi dovrebbero essere stabiliti fra questi organismi, le Nuove Vie della Seta e l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai.

Evitandosi (o, almeno, allontanandosi  dalla nostra area) la competizione fra i sistemi nucleari americano e russo, l’Europa potrebbe divenire veramente l’area più pacifica e sicura della terra, anche se ciò non eliminerebbe certo l’esigenza di un Esercito Europeo, e di una cooperazione di difesa con gli Stati Uniti e con il Medio Oriente, ma con finalità diverse da quelle attuali.

Questa autonomizzazione dell’Europa sarebbe facilitata da un sistema antimissilistico comune e dalla creazione di un Esercito Europeo capace di bilanciare quello russo, in attesa di integrarsi progressivamente con questo.

Roma, Costantinopoli, Mosca

7.Il Consiglio d’Europa potrebbe divenire la “Federazione delle Tre Europe”

Il Consiglio d’Europa è l’unica organizzazione che raggruppi tutti i Paesi d’Europa.  Potrebbe costituire l’ambito di cooperazione federale fra una ricostituita Comunità Europea, la costituenda Comunità Eurasiatica e una nuova auspicabile realtà federale anatolica o panturcica. In tal modo, senza scontentare gli oppositori di una più stretta integrazione europea di Russia e Turchia, si permetterebbe a questi due Stati di contare di più anche formalmente nelle politiche europee (cosa a cui fermamente essi aspirano, e che si è voluto fino ad ora ad essi negare). Si terrebbe così anche conto che le “tre Rome” eredi della Tetrarchia romana, quella “occidentale” (romana e germanica)  , quella balcanico-medio orientale (bizantino-turca), e quella “scitico-sarmatica” (Russia, Mar Nero, Siberia, Asia Centrale) costituiscono tutte insieme l’eredità storica dell’ Europa, senza che alcuna di esse possa vantarne il monopolio, così come Kaifeng, Xi’an, Nan Qing e Pechino condividono l’eredità del Tian Ming. Tutte insieme costituiscono il nostro Stato-Civiltà. Questo richiederebbe un ravvicinamento delle culture delle diverse aree. Volendo, si potrebbe anche pensare alle forme di partecipazione di una “Quarta Roma”, l’America. Certo, questo presupporrebbe un ulteriore cambiamento di cultura, quale quello auspicato a suo tempo dagli “Euroamericani” (Eliot, Pound, Dos Passos, Frantzen).

Modernità e post-modernità sono innervate dalla “lotta per il riconoscimento”: dal principio di eguaglianza presente nelle “carte atlantiche”, alla “Missione dei Popoli”, alla decolonizzazione, alle politiche di genere. Tuttavia, non è stato ancora dato un riconoscimento pieno alle tendenze culturali diverse dall’“Occidente”. Nel caso dell’Europa, alle tendenze “asiatiche” o “eurasiatiche”al suo interno(popoli delle steppe, ebraismo, Cristianesimo orientale, Euroislam, Costantinopoli, Slavismo), con l’abbandono, da parte dell’Europa e dell’ America, della cosiddetta “Arroganza Romano-Germanica” denunziata a suo tempo da Trubeckoj, e ancora aleggiante, tra l’altro,  nei programmi scolastici e in quelli dei partiti politici europei.

Quanto sta accadendo appunto con Russia e Turchia crea, certamente, dei nuovi ostacoli su questa strada. Da un lato, il Consiglio d’ Europa dovrà formulare  una sua nuova politica di partenariato con Russia e Turchia, che garantisca loro la partecipazione all’ Europa con un ruolo paritario e  la sicurezza, non solo nucleare, ma anche contro ogni forma di destabilizzazione. A quel punto, si vedrebbe che le questioni aperte, in primo luogo quelle dei missili e delle minoranze etniche, si risolverebbe automaticamente.

L’Unione ha perso qualcosa dell’ispirazione originale?

8.L’Unione Europea dovrebbe tornare a chiamarsi “Comunità Europea”.

Essa potrebbe articolarsi, al suo interno e verso l’alto, secondo il principio della “Multilevel Governance” (l’Europa a più Velocità, l’”Europa delle Regioni”). Barbara Spinelli ha auspicato che l’Europa divenga un “impero non imperialistico”. Espressione contorta per indicare l’atteggiamento di certi imperatori del passato, i quali deliberatamente avevano deciso, come Adriano,  di  rinunziare all’ espansionismo per concentrarsi sul governo dei propri territori. Questi “imperi non imperialisti” furono, in fin dei conti, la regola nel passato, in quanto ciascun impero (Sacro Romano Impero, Impero Russo, Ottomano, Mughal, Cinese) di fatto si concentrava su uno specifico “semicontinente”. Solo gl’imperi persiano ed islamico, e, oggi, quello “democratico”, avevano fatto dei  seri tentativi per divenire imperi mondiali. All’interno, gli Imperi sono caratterizzati dal carattere fluido delle diverse identità collettive (Città e Nazioni, Province ed Etnie, ecc..), che non vengono definite in senso rigido e gerarchico come nel caso degli attuali Stati Nazionali. Oggi, abbiamo a disposizione, per tutto questo,  l’espressione “Stato-Civiltà”

Come arrivare a questa soluzione?

Mitterrand e Gorbaciov a Praga

9.Le trattative per la fine della guerra ucraina: l’ occasione per una trattativa globale?

L’idea di una trattativa globale, che coinvolga anche gli Europei e le grandi potenze, sta oramai prendendo piede. Tutti sembrano rivolgersi alla Cina come possibile grande mediatore. Ora, non dobbiamo dimenticare che la Cina:

-ha come colonna portante della sua attuale politica le Nuove Vie della Seta”;

-ha come principale alleato la Russia;

-ha come importanti partner commerciali l’Ucraina e i Paesi di Visegràd (16+1);

-ha già espresso il suo desiderio che l’Europa sia più indipendente;

-è in attesa del prossimo meeting con la UE per rendere operativo il trattato finalizzato a fine 2021.

Agli Europei non resterebbe che inserirsi, in modo propositivo, creativo, indipendente ed energico, in questa dialettica.

Il Movimento Europeo propone giustamente una Conferenza Europea per la Pace e la Sicurezza, a favore della quale ci siamo già pronunziati nei nostri precedenti post:

“Si tratta di una questione essenziale per gli interessi strategici dell’Unione europea, che dovrebbe essere posta al centro delle prossime sessioni plenarie della Conferenza sul futuro dell’Europa i cui tempi e le cui modalità di decisione dovrebbero essere rivisti alla luce di quel che sta avvenendo in Ucraina”.

L’unico problema è che la nostra classe dirigente non è, né propositiva, né creativa, né indipendente, né energica, come dimostra il suo ininterrotto e monotono allineamento, culturale, militare, politico ed economico con i pregiudizi e gl’interessi americani. Si tratta perciò di costruire dal basso un’alternativa, fondata su una cultura veramente paneuropea e sovrana, capace di confrontarsi con quelle di tutto il mondo, senza demonizzare, né Confucio, né il Corano, né Dostojevskij.

LA GUERRA AL TEMPO DELLE MACCHINE INTELLIGENTI Dalla politica Estera e di Difesa al controllo sull’AI

Non ostante tante voci inascoltate, l’Europa è sempre più in ritardo

La guerra in corso in Ucraina sta costringendo i nostri abulici cittadini e le nostre deviate istituzioni a prendere atto che le promesse di Fine della Storia e di Pace Perpetua erano assolutamente irrealistiche, e che, anzi, le guerre contemporanee assumono, grazie alle nuove tecnologie, contorni sempre più inquietanti, per ciò che riguarda il postumanesimo, la militarizzazione della società, il keynesismo militare e l’intolleranza culturale. Tuttavia, l’interpretazione che ne viene data dal “mainstream” è estremamente riduttiva. Secondo questo “trend”, l’Europa pacifica sarebbe stata costretta suo malgrado ad “accorgersi”che ci sono anora delle malvagie forze che si oppongono, anche militarmente, alla vittoria mondiale dell’ Occidente. Per questo, l’ Europa dovrebbe armarsi un poco di più in difesa dell’ Occidente stesso.

La realtà che si rivela chiaramente negli ultimi avvenimenti è ben più profonda: l’utilizzo , da parte delle Macchine Intelligenti, dell’ opportunità dello scontro fra gli USA e il resto del mondo per prendere finalmente il controllo sulla società mondiale.E, per fare ciò, i post-umanisti hanno preso ufficialmente il controllo del Parlamento americano, che sta eseguendo fedelmente i diktat dell’ ex CEO di Google, Eric Schmidt, mentre bloccano gli sforzi delle autorità americane (per esempio, l’Antitrust) di bloccare il loro potere ormai sterminato.

L’Europa dovrebbe armarsi, più che contro le minacce “tradizionali”, per le quali è palesemente impreparata, alla guerra culturale per il controllo sulle macchine intelligenti.

Le macchine prendono
il controllo

1. Superate perfino le fantasie transumaniste di Manuel De Landa

Keelan Balderson  scrive su  @altnewsuk che i Ministeri inglese e tedesco hanno pubblicato uno studio in cui chiedono ai rispettivi parlamenti di abrogare i vincoli che oggi frenano l’uso, da parte  delle Forze Armate, delle varie forme di  “Enhancement” oggi disponibili: tecnologie indossabili, droghe psichedeliche, editing genetico, bioingegneria, esoscheletri, apparecchi per l’incremento della sensibilità e interventi invasivi, quali interfacce fra il cervello e la rete. Si parla di applicare queste tecnologie ai militari anche contro la loro volontà, applicando il principio dell’ obbedienza agli ordini.

Il documento giunge perfino ad affermare che l’Enhancement potrebbe  produrre un miglioramento morale, perché servirebbe a prevenire attività illecite.

La prefazione del documento si compiace del progressivo abbandono del tradizionale divieto di queste tecnologie, che dovrebbe portare perfino a una modifica dei principi etici consolidati: “The impact of legislative changes on moral beliefs is also important, with some evidence suggesting that changes to morality are often caused by legislative changes.” Addirittura,  “Defence, however, cannot wait for ethics to change before engaging with human augmentation.”

Anche il “NATO’s Innovation Hub” ha pubblicato  un documento sul “cognitive warfare” -, una dottrina mirante alla militarizzazione delle scienze del cervello, con lo scopo di risolvere l’eterno problema di “liberare l’umanità dai limiti del corpo”, che neppure la religione era mai riuscita ad affrontare.

Per studiare come raggiungere, nel 2040, la superiorità strategica in questo campo sopra i propri avversari, la NATO ha commissionato un romanzo distopico  in cui si immagina che, nel 2039, da autopsie condotte su  soldati cinesi morti in Zambia combattendo, sulla Via della Seta, contro gli Americani e gli Australiani,  si sarebbe stabilito che i soldati morti erano dei “superuomini” prodotti in laboratorio mediante l’editing genico, in modo da fornirli di muscoli rinforzati, visione notturna,  “resistenza alla privazione del sonno, sete, calore e umidità estremi.” L’anno successivo, sarebbe stata dichiarata la “cognitive war” .

Secondo il documento, “human mind should be NATO’s next domain of operation.” Stranamente, i rapporti dell’intelligence americana si concentrano sullo stato di salute mentale del Presidente russo.

Queste notizie confermano le ormai classiche teorie espresse nel libro di Manuel de Landa, “La guerra al tempo delle macchine intelligenti”, secondo cui, vista a posteriori dal punto di vista della “Teoria del Caos”, la storia umana appare oramai come un semplice stratagemma evolutivo delle macchine (il “phylum macchinico”), per sviluppare la loro superiore intelligenza (il “Superuomo”, che, secondo la NATO, la Cina starebbe già realizzando).

In effetti,tutta  l’evoluzione della società umana è stata caratterizzata proprio dallo sviluppo di tipi di armi incorporanti una sempre maggiore “intelligenza”: pietra grezza e poi levigata; fuoco; armi da lancio e da taglio; metalli; fortificazioni; armature; eserciti; macchine da guerra; arte della guerra; strutture di comando; mezzi di locomozione; navi; polvere da sparo;  propaganda; fino ad arrivare alla criptazione e decriptazione, all’ energia atomica, alla missilistica, alla mutua distruzione assicurata, alle intercettazioni, alle armi autonome, e ora alle protesi, all’Enhancement, al condizionamento del cervello e ai cyberguerrieri.

Secondo De Landa, proprio questa funzionalità dell’uomo rispetto alle macchine, e delle macchine rispetto alla guerra, fa sì che sia oramai vicinissimo il superamento delle macchine sull’ uomo.

La stessa panoplia di mezzi elettronici che si sta dispiegando intorno alla guerra in Ucraina (visioni satellitari, guerra informativa, pagamenti swift, messa in allerta dei sistemi missilistici) fa presagire l’avvicinarsi di quella svolta. Sotto questo punto di vista, questa guerra costituirà un ottimo test.

Oramai, siamo tutti mutanti

2.I mutanti conquistano il mondo

Costituisce un topos classico della filmografia americana quello dei mutanti, che, arrivati sulla terra dallo spazio, esercitano una morbosa attrazione sull’ umanità, ma tutti coloro che entrano in contatto con loro diventano a loro volta mutanti. I mutanti sono un’evidente metafora del mondo digitale. Attraverso le ramificazioni dell’informatica, i GAFAM trasformano il mondo a loro immagine e somiglianza, fino a trasformare gli uomini in “déracinés” telecomandati (Huxley); in cyborg asessuati (Donna Haraway), in identità uploaded (Matrix).

Come illustrato nei post precedenti, l’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha costituito una fondazione con cui egli condiziona lo Stato Americano, riuscendo a produrre in legge straordinaria (la cosiddetta “Endless Frontier Act”), in discussione al Parlamento, con cui gli USA, allo scopo di superare la Cina in tecnologia, compiranno il massimo intervento pubblico in economia nella storia degli Stati Uniti.

I comportamenti delle parti in gioco nelle varie crisi internazionali (Palestina, Turchia, Serbia, Ungheria, Polonia, Ucraina, Russia) in termini di  “Nazionalità”, di “Impero”, di “alleanze”sono superati. Esiste un solo “Impero Sconosciuto” per dirla con il Papa. È quello occidentale, governato dal sistema informatico-militare controllato dai GAFAM. Le “nazioni” sono “dead men walking”, tenuti in piedi per fare guerre per procura e mascherare i veri giochi del Complesso Informatico-Militare. Non ha senso creare nuove “sfere di influenza”: occorre spezzare, per poi condividere, questa unica sfera d’influenza: quella del governo mondiale  dei GAFAM.

Elie Kadurie aveva dimostrato, nel suo ottimo libro “Nazionalismo” quanto le varie “nazioni” manchino di sostanza. Basti pensare a nazioni “inventate” recentissimamente (come i “Palestinesi” che sono nati solo dopo l’arrivo dei Sionisti, gli “Ucraini” che sono stati un’”invenzione” di Austro-Ungarici, Bolscevichi, neo-nazisti e Americani), ma si potrebbe cercare anche più lontano. Per esempio, secondo l’ Enciclopedia Britannica “A fully independent Ukraine emerged only late in the 20th century, after long periods of successive domination by PolandLithuania, Russia, and the Union of Soviet Socialist Republics (U.S.S.R.). Ukraine had experienced a brief period of independence in 1918–20, but portions of western Ukraine were ruled by Poland, Romania, and Czechoslovakia in the period between the two World Wars, and Ukraine thereafter became part of the Soviet Union as the Ukrainian Soviet Socialist Republic (S.S.R.). When the Soviet Union began to unravel in 1990–91, the legislature of the Ukrainian S.S.R. declared sovereignty (July 16, 1990) and then outright independence (August 24, 1991), a move that was confirmed by popular approval in a plebiscite (December 1, 1991). With the dissolution of the U.S.S.R. in December 1991, Ukraine gained full independence. The country changed its official name to Ukraine, and it helped to found the Commonwealth of Independent States (CIS), an association of countries that were formerly republics of the Soviet Union.”

Non si vuole dire che non si possano creare nuove identità, ma queste hanno un senso solo se hanno dimensioni o collegamenti così vasti, da poter aere un’influenza attiva sulla storia mondiale. Vale a dire creare identità che si pongano almeno allo stesso livello di sovranità dei GAFAM. Fino ad oggi, solo la Cina è riuscita in questo compito, creando i BATX ed assoggettandoli a delle leggi. Ben precise.

La sovranità, e perfino l’identità di un popolo, dipende, oggi,  da quanto essa riesce a condizionare almeno una porzione del complesso informatico-militare mondiale: l’”indipendenza tecnologica”.

L’indipendentismo tecnologico è la Cina

3.”Indipendentismo  tecnologico”

Questo strettissimo collegamento fra geopolitica e nuove tecnologie sta permettendo di comprendere correttamente il peso da attribuirsi alla “sovranità tecnologica” di ciascun Paese, di fatto un elemento centrale della geopolitica nel XX° secolo. Che altro erano stati, infatti, la Centrale “Dnieprostroi”,  costruita  dalla general Electric nella Russia staliniana, là dove si sta combattendo ancor oggi, quale parte integrante delle politiche di colcosizzazione e dello Holodomor; o “le armi segrete di Hitler”; il “Progetto Manhattan”; Enigma e il Biuro Cyfry polacco che l’aveva decifrato; il Bletchley Park inglese dove lavorava Turing ; le Conferenze Macy; i programmi spaziali sovietico e americano; il computer, la rete; OKO; Echelon; Prism; i social network?

Tutti avevano, e hanno, fatto sforzi inauditi per disporre delle tecnologie più sofisticate, e, di conseguenza, delle armi più sofisticate.

All’inizio del XXI° Secolo, quest’ elementare realtà, ben nota a tutti, sembrava dimenticata sotto la retorica dell’“Ideologia Californiana”, secondo cui, essendo noi oramai pervenuti alla Fine della Storia, quell’inesorabile millenario collegamento fra tecnologia e guerra sarebbe ormai venuto meno, perché la globalizzazione occidentale avrebbe cancellato l’alterità fra le idee e i popoli, e quindi la ragion d’essere di ogni tipo di conflitto. Di conseguenza, nessuna discriminazione in base alla nazionalità delle imprese. Cosa per altro applicata in pochissimi luoghi; meno che mai negli USA, dove ogni rapporto con l’estero è stato da sempre soggetto a penetranti controlli militari (Trading with the Enemy Act, Cocom, SFIU). Ho avuto modo di constatarlo personalmente nella mia attività lavorativa, in occasione di rapporti di affari e di collaborazione tecnologica con imprese americane. In pratica,l’America voleva che tutti liberalizzassero le loro economie, mentre essa ha praticato sistematicamente il “Keynesismo militare”, grazie al quale, attraverso il complesso buroocratico-militare, essa controlla l’economia mondiale.

Il dogma della “neutralità degli affari” aveva comunque incominciato a traballare con le rivelazioni di Echelon, Wikileaks e Prism, che dimostravano che l’informazione (militare, ma anche tecnologica ed economica) è sempre stata, ed è diventata sempre più, una fondamentale fonte di potere.  Ciò aveva legittimato, almeno in alcuni Paesi, come la Cina, la ricerca di tecnologie autonome, per minimizzare il controllo del sistema digitale americano, esercitato, tanto direttamente, quanto attraverso i GAFAM; questo sia in senso passivo (vale a dire ostacolando l’immissione di contenuti ostili –“Great Chinese Firewall”-), sia in forma attiva, favorendo un’industria nazionale del web (BATX), e, dopo, tutte le nuove tecnologie.

L’Economist ha pubblicato anche (“The Techno-Independence movement”, pag.52) i risultati di un’indagine su sei aree tecnologiche cinesi, fra cui vaccini, editing genetico, aerospaziale e microprocessori. Secondo la rivista inglese controllata dalla Famiglia Elkann, con una partecipazione minoritaria  dei Rothschild, naturalmente, la Cina, anziché ricercare l’indipendenza tecnologica, spendendo un sacco di soldi, farebbe meglio a risparmiare, e accontentarsi di fare da follower delle multinazionali americane.

Peccato che un altro articolo dello stesso giornale (“The Free Rider Continent”, a pag. 26) smentisca totalmente quest’ affermazione, mostrando in concreto come l’Europa, con la sua accettazione (se non “scelta”) di essere sempre un “follower” degli Stati Uniti, si sia ridotta molto male (l’Economist, alla fine,  sembrerebbe compiacersene).

Scrocconi e straccioni

4.“Un continente di scrocconi”

L’espressione “free-riders” (“scrocconi”), per designare gli Europei. era stata coniata da Trump. Secondo il Presidente, gli Europei sarebbero stati degli “scrocconi” perché, spendendo molto meno degli Americani per la difesa, godrebbero egualmente dei “benefici” di quella americana. Affermazione che potrebbe avere un senso solo se si ammettesse che (i) gli Europei non stiano spendendo nulla per la loro difesa (ii) abbiano eternamente bisogno di essere difesi da qualcuno (iii) che, grazie all’appartenenza alla sfera americana, gli Europei abbiano raggiunto risultati (almeno economici) apprezzabili.

Il che è quanto meno discutibile, e parzialmente negata nello stesso articolo.

Gli Europei spendono per la difesa almeno il doppio dei Russi, ma, proprio a causa del loro inserimento nella NATO, non raggiungono neppure una minima percentuale dell’efficienza dell’Armata Russa. In effetti, non hanno un’intelligence all’altezza di quelle delle Grandi Potenze e hanno una force de frappe modesta e senza condivisione a livello europeo. Soprattutto, non hanno una cultura e una dottrina militare comuni, utilizzando sempre e solo, di riflesso, quelle americane. Di conseguenza, non possono usare i loro eserciti, né come “prolungamento con altri mezzi della politica” (perché lo sono di quella americana), né  per il “Trickle down effect” sull’economia, perché non hanno mai prodotti innovativi, e, quando li hanno, questi sono copiati dagli Americani.

Secondo l’Economist, a questa situazione nel settore militare si aggiungono  situazioni simili nell’ ecologia e nelle nuove tecnologie. Gli Europei sarebbero convinti che, tanto, imitando gli Stati Uniti, si ottengono gli stessi risultati senza tanto sforzo. Cosa, anche questa, che avevo avuto modo di verificare io stesso con due indagini molto mirate nel Gruppo FIAT.

Dice giustamente l’Economist che, con questa politica, dopo tanti decenni, l’Europa non ha ancora raggiunto gli Stati Uniti (e, aggiungiamo noi, mentre la Cina sì). Infatti, sul breve periodo si possono conseguire risultati relativamente buoni (come durante le “Trente Glorieuses” dedicate alla ricostruzione), ma, a lungo termine, si tratta di una svendita del Paese ai Poteri Forti e ai concorrenti da essi controllati.

Secondo l’Economist, tutto ciò sarebbe dovuto al fatto che gli Americani lavorerebbero di più (anche 12 ore al giorno), mentre gli Europei “lavorerebbero solo 35 ore alla settimana e andrebbero in pensione giovani”. Stupisce che l’Economist sia così disinformato. In realtà,  come ben noto, da molto tempo, gli Europei in sostanza  non lavorano proprio, perché gli Americani hanno spostato tutte le posizioni lavorative interessanti (intellettuali, supermanagers, professionisti, tecnici) negli Stati Uniti, lasciando in Europa solo delle succursali che sono state progressivamente svuotate (es.p.es: Chrysler, Whirlpool…), sicché ci sono sempre meno offerte di lavoro, e, quelle poche che ci sono, sono dequalificanti. E, infine, quei pochi che lavorano (o che hanno lavorato) veramente, sono stati capacissimi, per difendere le nostre imprese contro la rapacità dei concorrenti internazionali, di lavorare perfino di notte, nei week-end e nelle ferie. Parlo anche qua per esperienza personale.

Coloro che, come la Famiglia Olivetti, avrebbero voluto creare in Europa aziende di avanguardia, le quali ci avrebbero permesso di eccellere in tutti i campi, a cominciare proprio dal militare, sono stati da tempo boicottati e bloccati. Sono sopravvissuti solo imprenditori antinazionali e antieuropei, che hanno trasferito altrove buona parte delle loro ricchezze, depauperando così ulteriormente l’Europa.

Finalmente, l’Economist dice qualcosa di vero a proposito del ritiro dell’Afghanistan e della guerra in Ucraina, vale a dire che essi hanno costituito una sorta di richiamo all’ordine per gli Europei, perchè qualcosa andrebbe comunque fatto  nel senso di una maggiore assertività. Tuttavia, conclude l’articolista, nell’ insieme, perfino questi fatti avrebbero dimostrato cheè più comodo e sicuro ricompattarsi dietro all’ America, senza pretendere di raggiungerla o di superarla.

Per stabilire se ciò sia vero, bisognerà vedere come andrà a finire il braccio di ferro fra Est e Ovest in Ucraina.

La dittatura dei virologi

5.Epistemocrazia

Donatella di Cesare critica giustamente su La Stampa l’impostazione  “superficiale e sviante” che i media mainstream stanno dando alla crisi ucraina (“scontro fra democrazie occidentali e autocrazia”), invocando una voce dell’Europa meno fanatica e più vicina a quella che è la visione filosofica dell’ Europa, e dunque di alto profilo. Tuttavia, in un altro articolo, questa volta sulla “La Repubblica” di Domenica, se la prende anche contro la tendenza del Governo Draghi verso l’’”epistemocrazia”, senza però andare a fondo della questione.

Si tratta in ambo i casi di due tendenze fanatiche e intolleranti, che è giusto stigmatizzare entrambe come fa Di Cesare. L’esaltazione irrazionale della “funzione di guida” della medicina sulla società ha raggiunto livelli grotteschi, con i virologi promossi a guide spirituali del Paese e “la Scienza” esaltata come l’unica vera religione. Questo fanatismo è un inequivoco avatar della “Religione della Scienza” dei Positivisti, che porta, come nel Socialismo Reale, verso la dittatura dell’unica ideologia “scientifica”, e un preludio della trasformazione degli uomini in Cyborg, secondo le aspirazioni di Musk e della NATO. Anche sotto questo punto di vista, essa ha un carattere totalitario, che ricorda la logica della “Distruzione della Regione” di Lukàcs, e la sua “Reductio ad Hitlerum”, giustamente citata da Di Cesare a proposito dell’orgia di russofobia in corso.

Eppure, non si può negare che l’”epistemocrazia”, o “epistocrazia” (Zhang Weiwei, Daniel A.Bell), stia prendendo piede in tutto il mondo, e che questa sia la causa prima della crescente centralizzazione di tutti i sistemi politici, nazionali e internazionali che tutti denunciano come “deficit di democrazia”, senza però comprenderne le cause.

Con l’arrivo della globalizzazione alla sua fase finale, in cui gli organismi direttivi dei continenti e dei subcontinenti debbono decidere in ogni istate su questioni complessissime e vitali (dall’intelligenza artificiale, alle pandemie,  all’equilibrio del terrore), rese più difficili dalle rivalità reciproche, è una mera illusione che i singoli cittadini possano avere qualcosa da dire sui massimi problemi del mondo, indipendentemente dalla forma di rappresentanza adottata, visto che non sanno neppure che cosa siano gli algoritmi, i virus e la Mutua Distruzione Assicurata). Sarebbe già una grande vittoria se almeno i vertici politici  e l’intelligencija fossero liberi dai diktat del Complesso Informatico-Militare.

Di qui l’”outsourcing” d’intere politiche alle multinazionali, la presa del potere da parte delle “burocrazie non elette” , il commissariamento d’interi Stati, i presidenti a vita, il potere militare…(il cosiddetto “deficit di democrazia”).

Quest’impotenza dei leaders perfino di una perfetta federazione mondiale del futuro è descritta magistralmente nella novella di Asimov, “Una decisione inevitabile”, in cui gli unici che possono decidere veramente qualcosa importanti restano i robot.

Il problema, a nostro avviso, è quindi l’opposto: perfino l’”epistocrazia” denunziata da Di Cesare (nello specifico, la dittatura dei virologi), è ancora troppo lontana dalla comprensione dei veri problemi generali (p.es., il controllo sui robot, la conquista dello lo spazio, la gestione della rete, Est e Ovest…). Tutto ciò richiederebbe, sì, delle grandi competenze, ma di un livello ben più elevato. Sopra i virologi, i “medici” a tutto tondo (come Ippocrate), e sopra i medici, gli “scienziati universali”. Sopra gli scienziati, poi, ancora i politici, e, come scrive giustamente Di Cesare, i filosofi.

Perché, come scrive arditamente Di Cesare,  “l’Europa è filosofia”, e solo con la filosofia si potrà decidere che cosa sia  l’Europa. Ma anche (e soprattutto) fuori dell’ Europa, stanno riprendendo forza (in Paesi che il “mainstream” depreca) ceti di  “politici-filosofi”, dotati di competenze generalistiche, come i “fuqaha” sci’iti (i giuristi islamici: in Iran “Vilayet-i-Faqih”, il “Governo del Giureconsulto”), o i membri del PCC, che rinverdiscono le glorie degli antichi “Ru” (“Mandarini”).

In ogni caso, tutte le classi dirigenti attuali in Occidente sono insufficienti a gestire la transizione digitale, e, se si vuole che l’Europa non diventi un mostro sottosviluppato,  militarizzato e anti-umano, occorre intraprendere un lungo cammino di pensiero e di azione. Incominciando dal distinguere fra l’”epistocrazia”, propria  del Re Filosofo,  e la “tecnocrazia” dell’ Intelligenza Artificiale e delle Banche Centrali.

Solo dopo, e grazie a, questo passaggio, si potrà agire politicamente per i sacrosanti obiettivi illustrati da Di Cesare, come evitare di “Perdere la Russia”, e, con ciò, aggiungiamo noi, l’Europa e l’Umanità stessa (Trubeckoj, L’Europa e l’U,anità).

L’Unione Europea ha paura di due siti?

6.La tirannide digitale

L’ambiente tecnologico in cui viviamo incide anche sulle modalità con cui la guerra, e, in particolare, la guerra informatica, viene condotta. Contrariamente, per esempio, alla Guerre del Golfo, ampiamente spettacolarizzate, la guerra in Ucraina viene condotta sostanzialmente fuori della portata delle telecamere (e degli smartphones). Il grosso dei combattimenti avviene in  steppe desolate. Le città vengono giustamente  evitate per non fare vittime. Esistono da subito corridoi umanitari per permettere l’evacuazione degli abitanti, ma questo rende la guerra ancor meno spettacolare. Quanto alla guerra aerea, essa è finita relativamente presto.

In questo contesto, le dichiarazioni ufficiali (che avranno un effetto pratico, semmai, con molto ritardo), e la censura militare e ideologica, restano le due cose a prima vista più evidenti. Molto difficile è capire che cosa realmente accada sul terreno, perché ambo i contendenti hanno interesse a minimizzare i fatti.

Inoltre, l’Occidente, e, in particolare, l’Europa, si distinguono per la loro faziosità. Si è partiti già da uno “zoccolo” molto importante di leggi liberticide, come quelle memoriali, i reati di opinione, il blocco automatico delle cosiddette “fake news”, la censura elettronica della “fact-checking”, il divieto dei “contenuti d’odio”;  a cui si aggiungono oggi vere e propri divieti della libertà di stampa, come il bando delle catene televisive Sputnik e RT, colpevoli di essere controllate dalla Russia, e, per ciò stesso, di “diffondere le bugie di Putin”(von der Leyen).

E a chi la Unione Europea ha “affidato” il compito di attuare il bando? Alla Google, che non se l’è fatto dire due volte. Alla Google è stato affidato il compito che oggi in Cina viene svolto dal “Great Chinese Firewall” (quello della censura). Allora si capisce perché i Cinesi abbiano fatto di tutto per non avere più Google fra di loro.

Nei momenti più caldi della Guerra fredda era stato tuttavia sempre possibile, nelle grandi metropoli,  acquistare la Pravda, il Renmin Zhibao, al-Mujahid, Fuerza Nueva, ecc… (senza contare i giornali “sovversivi” italiani, come “Potere Operaio”, “Lotta Continua”, “Ordine Nuovo”, “Nuova Repubblica” e “l’Orologio”). Oggi, invece, è perfino vietato seguire i canali russi. Ma di che cosa hanno paura i nostri governanti? Hanno veramente “la coda di paglia”.

Certo, queste inedite forme di censura mediatica si sposano con una più generale  imposizione della “correttezza politica” in ogni forma di espressione. Per esempio, sono state passate praticamente sotto silenzio notizie esplosive come quella secondo cui l’Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia ha organizzato una manifestazione contro la guerra in cui ne ha attribuito la responsabilità alla NATO. Infine, “last but not least”, il sindaco di Milano, Sala, ha bellamente licenziato il direttore d’orchestra russo Valerij Gergiev, che doveva dirigere, alla Scala, l’opera russa “Pikovaja Dama” di Caikovskij, con l’incredibile motivazione che si era rifiutato di esprimere una condanna dell’intervento russo in Ucraina.

La cosa invece oggi non suscita nessuno stupore, perché, nel contempo, sono stati annullati anche i suoi concerti da qui alla prossima estate in tutti i Paesi occidentali. I teatri dell’ opera sono competenti ad adottare sanzioni militari? Un musicista non può più lavorare se non accetta di essere anche un agit-prop? Neppure i vecchi regimi totalitari pretendevano tanto.

Gergiev, è in pericolo anche di perdere diverse posizioni-chiave, tra cui il podio a Monaco di Baviera e la sua posizione di direttore onorario della Rotterdam Philharmonic Orchestra. non dirigerà più i Wiener Philharmoniker nella tournée negli Usa che vede l’orchestra viennese in programma alla Carnagie Hall di New York per tre date. Anche il sindaco di Monaco di Baviera, Dieter Reiter, ha lanciato un ultimatum, affermando che Gergiev deve condannare la “brutale guerra aggressiva contro l’Ucraina” di Putin prima di lunedì prossimo o sarà espulso dall’orchestra, tre anni prima della scadenza del suo contratto. Un avvertimento simile minaccia di cancellare il “Festival Gergiev” in programma per settembre.

La cantante Anna Netrebko, per protesta contro il trattamento riservato a Gergjev, non verrà alla Scala, dichiarando: “Non verro”, scrive. Le ragioni le aveva già spiegate il giorno prima precisando: “Non è giusto costringere un’artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la sua patria”.

Invece, in Russia, gli oppositori, pochi o tani che siano, possono esprimere il loro dissenso dalla guerra. Il titolo scelto per la prima pagina della Novaja Gazeta  è stato «La Russia bombarda l’Ucraina», ei sottotitolo «Novaja Gazeta considera la guerra una follia, non vede il popolo ucraino come un nemico e la lingua ucraina”.

L’ultimo esercito europeo che s’è visto è quello del Principe Eugenio e Sobieski

7.Ora, tutti vogliono la Politica Estera e di Difesa Europea.

Come noto, il primo progetto di eserecito europeo era stato elaborato fin dal 1950 (5 anni dopo la fine della IIa Guerra Mondiale),  per poter integrare truppe tedesche nella difesa americana contro il nascente Patto di Varsavia, secondo quella che era stato addirittura una speranza di alcuni gerarchi tedeschi negli ultimi giorni del Reich. Per raggiungere questo fine, venne ideato da Jean Monnet (e poi presentato da René Pleven, primo ministro, e quindi detto “Piano Pleven” il progetto di  un esercito europeo da comporsi di sei divisioni, sotto il comando della NATO e gestito da un ministro europeo della difesa, con annesse istituzioni (sostanzialmente ricalcanti quelle della CECA),se vogliamo, sul modello (ma in formato ridotto) delle Waffen SS estere (create fuori della Wehrmacht e delle “vere” SS),  le cui 58 “legioni” erano state in gran parte appena sciolte a causa della sconfitta della Germania (ma alcune combatteranno ancora per anni sotto la denominazione di “Fratelli della Foresta”, in particolare quelle baltiche:  20. Waffen-Grenadier-Division der SS e   Legione Lettone). Come si vede, su 38  legioni di Waffen, circa una ventina non erano tedesche. E non erano neppure una cosa così lontana dall’oggi, perché, per esempio, il Batalion Azov, formazione paramilitare integrata nell’ esercito ucraino, ha esattamente lo stesso simbolo della 34 divisione SS, quella olandese, “Landstorm Nederland” (mentre il simbolo dell’ Euro è lo stesso della Divisione “Estland”) In seguito alla desegretazione della CIA, è stato reso accessibile il fascicolo  “Die national-ukrainische Widerstandssbewegung” or “Ukrainian national resistance.”, dove si vede che fra questi alleati della CIA c’era l’Unione degli Ucraini, ancora attiva sulla scena politica ucraina. Come si vede, l’idea di Putin. Di “de-nazificare l’ Ucraina” ha anche una qualche base storica fattuale.

Come le Waffen SS, così l’esercito europeo sarebbe stato subordinato a un esercito straniero (in questo caso, quello americano), e non avrebbe avuto, né marina, né aviazione, né intelligence. Pura carne da cannone. Come si può pensare che quello potrebbe costituire il modello per un esercito europeo del XXI° secolo?

Nel XXI° secolo, un vero esercito presuppone un potere politico sovraordinato (un governo con pieni poteri decisionali), un comando unificato (anche dell’arma spaziale e nucleare), un’intelligence, una cultura militare comune, un apparato di armamenti condiviso, una suddivisione funzionale e geografica, un’industria militare, un’interfaccia con i civili.

Alcune di queste cose (Governo, cultura condivisa) oggi proprio non esistono, e vanno create da zero. La Conferenza Internazionale dovrebbe creare le condizioni esterne della sua possibilità (per esempio con un percorso concordato per il ritiro degli Americani e per la messa sotto controllo europeo della “Force de Frappe”). Abbiamo già detto altre volte che, essendo l’Europa una “multi-level governance”, prima di modificare i Trattati dell’ Unione, occorrerà rivedere tutto ciò che sta loro intorno.

Riusciremo a riportare gli Europei su un piede di serietà?

8. La posizione del Movimento Europeo (Bruxelles, 28 febbraio 2022)

Che la conferenza sul futuro dell’Europa si stia chiudendo, come ha detto Mattarella, in un modo “grigio”, senza avere affrontato nessuno dei temi veramente importanti (quali quelli di cui parliamo qui), è, non soltanto, sotto gli occhi di tutti, bensì, ormai, addirittura un’ovvietà. Perciò, giustamente il Movimento si preoccupa che l’Unione si occupi di cose più serie, e, in particolare, del mantenimento della pace, che sarebbe stato l’obiettivo originario di Coudenhove Kalergi, di Spinelli e di Monnet, ma, di fatto, è stato completamente abbandonato a vantaggio di temi originariamente nemmeno previsti.

Il Movimento insiste perciò su “una Conferenza europea sulla sicurezza e sulla pace sotto l’egida dell’OSCE e delle Nazioni Unite ripartendo dagli accordi di Helsinki con l’obiettivo di sottoscrivere un trattato internazionale fra tutti gli attori coinvolti sul continente europeo superando l’azione in ordine sparso dei paesi europei e il quadro ristretto che portò Francia, Germania, Russia e Ucraina nel febbraio 2015 alla sottoscrizione dei ‘secondi accordi di Minsk’ che non sono mai stati rispettati e applicati dall’Ucraina e dalla Russia.”

Come scritto in precedenza, quest’obiettivo, giusto e realistico ( dato anche che i negoziati fra Russia e Ucraina sono già perfino in corso ai confini della Bielorussia), è insufficiente.

Proprio perché, tanto i Russi, quanto gli Europei Occidentali, considerano la guerra in corso come un momento storico di svolta (anche se in direzioni opposte), occorre oggi più che mai una profonda e coraggiosa riflessione degli Europei“tous les azimuts”, quale quella che stiamo promuovendo da 15 anni, per concentrarci sulle cose che veramente contano. Se questo si facesse, si riuscirebbe a comprendere su quali punti di base sarebbe possibile trovare un accordo, e, da questi, discendere alla soluzione delle questioni che sembrano oggi impossibili, riuscendo a trovare un punto di collegamento fra le attuali posizioni, che sembrano inconciliabili semplicemente perché si riallacciano a concetti obsoleti, ignorando le questioni essenziali dell’oggi.

In particolare, il risultato della Conferenza  sull’ Ucraina invocata dal  Movimento dovrebbe collegarsi con un’altra proposta del Movimento Europeo stesso, sulla Politica Estera e di Difesa Comune, che, per i motivi sopra elencati, non può essere sostanzialmente ancora quella della CED.Contestualmente, la Commissione europea deve aprire una riflessione sulle priorità del Next Generation EU, nato per far fronte all’emergenza della pandemia, finalizzato alla transizione ecologica e digitale e chiamato ora ad affrontare nuove e probabilmente più pesanti responsabilità.

Ma, ancora più urgentemente , ci dovrà essere una riflessione approfondita sulla guerra nell’ era delle macchine intelligenti e sulla loro messa sotto controllo, prima di trasformarci tutti in mutanti.

IL FUTURO DELLA “GRANDE EUROPA” DOPO L’INTERVENTO RUSSO IN UCRAINA

Commento agli articoli di Massimo Cacciari (La Repubblica della Domenica del 20 febbraio 2022), di Ezio Mauro “Il fronte dell’ Est”(La Repubblica del 21 febbraio) e di Silvia Ronchey (“La Repubblica” del 24 febbraio).

La situazione sul campo oggi

La crisi in corso fra Russia e NATO dimostra che l’attuale approccio alla geopolitica non è in grado di risolvere i problemi emergenti, sì che si rende urgente la ricerca, da noi sempre perseguita, di approcci nuovi.

Contrariamente a quanto avvenuto fino al 1991 con gli Stati Uniti e con l’Unione Sovietica, che pretendevano entrambi di essere i Paesi Guida nella marcia universale verso il Progresso, ed in base a questo vivevano la loro “Coesistenza Pacifica” che bloccava lo sviluppo intellettuale del mondo, un nuovo patto mondiale   nell’ era della transizione digitale potrebbe, e dovrebbe, essere organizzato su base paritaria fra le diverse aree del mondo (il vero “multilateralismo”). Trattandosi infatti essenzialmente di una battaglia culturale nell’ interesse prioritario comune, per vincerla ci sarà senz’altro bisogno di tutte le energie intellettuali e morali del mondo intero, al di là degli attuali conflitti.

Paradossalmente,  quello in corso intorno all’ Ucraina, riportando un po’ più di equilibrio tra l’ Occidente e il resto del mondo, potrebbe essere prodromico, se ci impegniamo tutti energicamente, a questo nuovo patto, come tentiamo di illustrare qui di seguito.

E, di fatto, tutte le grandi aree del mondo hanno al loro interno energie che, se adeguatamente orientate, possono contribuire a superare questa drammatica fase della storia:

-gli Stati Uniti posseggono una cultura digitale impareggiabile, e sono il Paese in cui il problema è più sentito. Inoltre, il fatto che siano così forti, nel Paese, correnti (seppure reciprocamente escludentisi) così attive nella critica alle tradizioni modernistiche del Paese (movimenti “woke” e suprematisti bianchi), fa sperare ch’ essi non restino per sempre così passivi come oggi nella resistenza ai GAFAM, e che si affermino anche e soprattutto  lì politiche fortemente ostili agli sviluppi in corso, fino al crollo dell’ egemonia dei GAFAM;

l’India, in quanto Paese che ha inventato gran parte delle matematiche, nonché molte idee che sottostanno alla transizione digitale, ha (soprattutto attraverso i Bramini del Tamil Nadu, primo fra i quali Sundar Pichai) una competenza tecnica e culturale generale, che le permette di raggiungere ai massimi livelli nei GAFAM, pure restando fedele (almeno a quanto si dice), alle pratiche religiose ed etiche dell’induismo;

la Cina, nella sua generale ed efficace resistenza al tentativo di omologazione mondiale, costituisce oggi la forza trainante contro l’egemonia mondiale dell’“Impero Nascosto” americano (Immerwahr), o “Impero Sconosciuto”( Laudato sì);

-l’ Europa pretenderebbe di stare dando il contributo più determinante  alla creazione di un’”Intelligenza Artificiale Umanocentrica”. Obiettivo lodevole, ma, in precedenti post, abbiamo dimostrato che ancora non si è fatto nulla di serio in questa direzione.

Ora, con la sua risoluta azione per la riscrittura delle regole del sistema internazionale, la Russia si è inserita prepotentemente fra i leaders mondiali. Come scriveva bene Ezio Mauro nel suo articolo del 21, la Russia sta rivendicando “una preminenza culturale, o, addirittura… un destino della storia”.

Che questo non sia una vana affermazione è dimostrato dalla vicenda del Donbass. La determinazione della Russia dimostra che, alla base, vi è una radicale scelta identitaria, che Silvia Ronchey riconduce giustamente a Bisanzio, ma, a mio avviso, dovrebbe andare ancora indietro nel tempo, come illustrato nei successivi paragrafi.

Scriveva ancora Mauro: “il nuovo ordine ha bisogno di una nuova gerarchia di valori”. Orbene, secondo i fautori del nuovo corso,  “Per milioni di persone – ha aggiunto – i valori della tradizione sono più stabili e più importanti  di questa concezione liberale che sta morendo”.Tuttavia, una visione del mondo capace di attualizzare le tradizioni dell’ Epoca Assiale nell’ Era delle Macchine Intelligenti ancora non si vede, né, tanto meno, la stessa Russia ha tentato di articolarla.

I reperti della prima civiltà “Yamnaya” (Proto-Indo-Europei) sono stati trovati in Russia, nell’ Oblast di Samara, fra il Volga e il Don, a pochi chilometri dal Donbass

1.”Democrazia” vs. “Liberalismo” e “oclocrazia”

I commentatori occidentali sbagliano, come sempre,  a ridurre  la dialettica centrale della geopolitica attuale alla contrapposizione “di stile” fra “democrazia” e “autocrazie”, quando il tema centrale è il rapporto fra uomo e nuove tecnologie.

Non che quella distinzione non abbia un qualche aspetto credibile, ma, certo, non solo non è quella dirimente,  ma neppure è concettualmente significativa. Non è da essa che si può partire per individuare le priorità del mondo.

Come già scritto, proprio il  termine “democrazia” è stato  da sempre espressione di una fondamentale ipocrisia: in quella tradizione “mainstream” che parte dalla Grecia e arriva ai GAFAM, l’esaltazione del ruolo della  maggioranza ha celato da sempre una prassi oligarchica, mascherata dalla retorica ufficiale (la “Democrazia dei Signori” di Luciano Canfora). Basti pensare allo schiavismo degli Ateniesi, al genocidio dei Meli, alle motivazioni della Dichiarazione d’Indipendenza americana, al “Trail of Tears”

Inoltre, fino alle Rivoluzioni Atlantiche (XVIII-XIX Secolo), nella dottrina politologica, “democrazia” aveva designato sempre e soltanto un regime degenerato, governato dalla plebaglia (l’“oclocrazia” dei Greci), imposto dai Persiani alle città della Ionia – quello che oggi viene chiamato “populismo”-. La forma corretta di governo, per Platone e Aristotele, era invece quella della “patrios politeia” (la “Repubblica”), un regime cetuale misto.Unica -ma solo apparente-, eccezione a questa damnatio memoriae, il discorso attribuito da Tucidide a Pericle per la commemorazione dei morti nelle Guerre Peloponneso, in cui il “Protos Anér” (principe)affermava che gli Ateniesi “chiamano” il loro regime “democrazia”, implicando così che si tratta di un nome ingannatore, visto, appunto, che il potere viene esercitato da “un uomo solo al comando”. In ogni caso, questo regime sarebbe stato presto abbattuto dai “Trenta Tiranni”.

Tocqueville, che, con la sua opera “La Democrazia in America” aveva rimesso in circolo il termine, apprezzava molto di più l’”antica costituzione europea”, vale a dire il regime cetuale dell’Ancien Régime quale descritto da Montesquieu, e corrispondente alla “Patrios Politeia” di Platone. In questi stessi anni, fra le due Americhe e alcuni Paesi europei si muoveva, con lo slogan della “democrazia” un vasto ambiente di cospiratori “repubblicani”(p.es., Mazzini e Garibaldi) accomunati, più che da un’ideologia precisa, dal reducismo dalle guerre napoleoniche (Bonvini,  Risorgimenti italiani e lotte internazionali per la libertà).

In buona parte d’Europa, di “democrazia” in senso moderno, per un motivo o per l’altro, si è cominciato a parlare solo dopo la vittoria americana del 1945, perchè il Continente era stato diviso, fino ad allora,  fra aristocrazie onnipervasive, come quelle inglese, polacca e ungherese, repubbliche plutocratiche, come quelle francese e svizzera, e dittature di destra e di sinistra.

L’attuale ibrido sistema chiamato  “democrazia” o “democrazia liberale” non ha nulla a che fare con il “liberalismo” ottocentesco. Intanto, seguendo la terminologia americana, “liberale” è diventato sinonimo di “egualitario”, “omologatore”, perdendo del tutto il significato originario di difesa delle differenze contro le imposizioni, sia del potere, che della massa, e identificandosi invece con il determinismo storico e il conformismo. Questa denominazione “omnibus” serve soltanto a caratterizzare in senso positivo coloro che sono allineati all’ agenda del livellamento tecnocratico a guida americana, e a demonizzare tutti gli altri.

I regimi instaurati nel 1945 sotto l’influenza americana in parte dell’Europa Occidentale (con l’esclusione dei Paesi iberici e del Sud-Est), furono chiamati piuttosto “partitocrazie”, perché i ricostituiti partiti esercitavano di fatto collettivamente quella funzione di chiusura al dibattito politico (la “Serrata del Gran Consiglio”), prima esercitata dal fascismo con le sue diverse correnti (che infatti si sono tutte praticamente riproposte nei “partiti democratici” : i fascisti di sinistra nel PCI -Ingrao, Pajetta, Napolitano-; i legionari fiumani nel sindacalismo -de Ambris-;  i clerico-fascisti, nella DC-Fanfani-; i fascisti repubblicani nel MSI-Almirante-……).

“Last but not least”, il ruolo degli Stati Uniti quale Paese-guida dell’ Europa Occidentale, esclude la possibilità che i Paesi Europei potessero scegliere autonomamente i loro orientamenti culturali, la loro collocazione internazionale, la loro forma costituzionale, la loro organizzazione economica, le loro politiche governative…,come dimostrano i casi delle  centinaia di basi militari in Europa  a 77 anni dalla guerra, di Gladio, della messa fuori legge del BdJ, dei moltissimi “cadaveri eccellenti”, delle Extraordinary Renditions, nonché l’impossibilità di venire a capo delle organizzazioni segrete, criminali e settarie con agganci oltre Oceano che dopo Ottant’anni riemergono periodicamente (Caso Banco Ambrosiano, Gelli, “Loggia Ungheria”, Mafia, Camorra, Ndrangheta, Sacra Corona Unita…).Nel XXI secolo, questi  superfluità e mendacio dei meccanismi cosiddetti “democratici” europei sono stati esaltati dal sovrapporsi, al preesistente attuale controllo ideologico, militare, poliziesco ed economico, di quello digitale (Echelon, Wikileaks, Prism..), rivelandosi così essi sempre più come una semplice copertura del piano inclinato verso la Singolarità Tecnologica pilotata dai GAFAM.

Tutto ciò concorre a configurare un regime ipocrita, il cui la vera linea di comando passa dai GAFAM, all’ Intelligenze, alla diplomazia, alla NATO, e in cui s’ impongono, come ossequi obbligatori, i mantra del “newspeak”: egualitarismo, politically correct, antirazzismo, vere “armi di distrazione di massa” contro la legittima rabbia  per l’eterodirezione da parte del Complesso Informatico-Militare occidentale.

I Protobulgari provenivano dalla Ciscaucasia e dal DonbassI

2.Autocrazia, sovranità, epistocrazia, teocrazia, aristocrazia.

L’espressione “autocrazia” può forse essere accettabile per definire la Russia, che ha ereditato, tramite la Translatio Imperii,  da Bisanzio , il concetto di “autokratia” (che significa “sovranità”, “indipendenza”-“Samoderzhavlje”-,cfr. Ronchey). Essosignifica che il potere, sul proprio territorio, non è soggetto a potestà terze, né civili, né religiose (“Russia Sovrana”). Con l’avvertenza che, anche in questi limiti, la Russia di oggi è comunque una democrazia rappresentativa -anzi, più rappresentativa di quelle occidentali, perché c’è una reale competizione fra molti partiti, e soprattutto nessuna ingerenza da parte delle lobby occidentali.-

Invece, il termine “autocrazia” non si adatta bene a tanti altri Paesi, come la Cina, l’Islam e la Repubblica Polacca, che hanno diversissime tradizioni culturali.

La Cina non ha un problema di “sovranità”, bensì di centralità (Zhong Guo=Paese di Mezzo). Essendo stata da sempre il Paese più antico, più grande e più avanzato del mondo (Zhong Guo), essa ha da sempre attirato in modo spontaneo verso di sé l’interesse di uomini ed energie da ,moltissimi altri Paesi (da Bodhidharma a Chinggis Khan, da Marco Polo a Matteo Ricci, dall’ambasciatore Mcartney a Leibniz, da Voltaire a Jung, da Malraux a Pound), e l’ Imperatore, “Figlio del Cielo”, assegnava annualmente gli obiettivi e i compiti a uomini e dei. La “sovranità” dell’ Imperatore era più che altro un fattore culturale (egli era soprattutto un grande sacerdote e un grande intellettuale).Sotto di lui, pochi (relativamente alle dimensioni del Paese) “letterati”, che incarnavano l’ordine morale confuciano e lo applicavano alla gestione del Paese (l’”epistocrazia” di cui parlano Daniel A.Bell e Zhang Weiwei. Nulla di arbitrario, né di forzato, ché, anzi, i Confuciani aborrivano i sistemi coercitivi propugnati dai “Legisti”. Oggi, la Cina è all’ avanguardia nella legislazione per la protezione dei cittadini dagli abusi delle piattaforme digitali.

Nell’ Islam, la sovranità (“Hakimiyya”)è di Dio. I leaders politici possono solo sforzarsi di interpretare la volontà di Dio espressa dalle Sacre Scritture, ma senza mai raggiungere la perfezione. Però, l’unità della Umma è impensabile perfino per il Corano, e vi sono assenza di Chiesa e pluralità  di “scuole”. Prevale una continua anarchia (“fitna”). Una democrazia islamica è possibile eccezionalmente  in qualche caso nazionale come l’ autogestione del clero sciita, o come democrazia rappresentativa confessionale della Turchia.

Nell’ Europa Orientale abbiamo repubbliche rappresentative di tipo occidentale,  le quali però sono abitate da cittadini che non condividono totalmente gli orientamenti culturali del “mainstream” europeo occidentale, restando invece fedeli all’ambiente culturale tradizionale delle loro rispettive identità (cattolicesimo, aristocrazia, nazionalismo): come si fa a qualificarli come “democrazie autoritarie”? Essi sono  democrazie rappresentative più propriamente di quelle occidentali, perché non condizionate dall’ esterno, solo che al governo ci sono partiti diversi da quelli occidentali (certo non più “autoritari” dei loro omologhi, anche se con diverse preferenze culturali, religiose o etiche).La “Repubblica Polacca”, che era stata storicamente il più grande Paese d’Europa, era un connubio fra un regno elettivo e una repubblica aristocratica, che aveva anticipato, con le sue costituzioni, quelle dell’ Europa Occidentale.. Lungi dall’ incarnare il dispotismo monarchico, essa era caratterizzata dall’”aurea libertas” dell’ aristocrazia (“Nie rządem Polska Stoi”=La Polonia si regge sull’assenza di governo). 

Oggi, in Europa Centro-Orientale, ad essere contestati non sono i “valori della democrazia”, bensì quel  “sistema di credenze” (la “religione civile dell’ Occidente” di cui parla Ezio Mauro) che, secondo quell’Autore,  l’Unione Europea (o meglio alcune sue élites), si è sforzata di trasformare in regole (i cosiddetti “valori europei”), vale a dire:

-materialismo pratico: ciò che conta è l’economia (o al massimo il benessere), il resto (quelle “vocazioni naturali” e “vincoli metafisici”citati da Mauro) sono delle pure metafore;

-determinismo storico (la “teoria dello sviluppo” di Rostow);

-la transizione di fatto fra Cristianesimo e scientismo (Lessing, Saint-Simon, Comte);

-il livellamento generale (culturale, geopolitico, professionale, cetuale, sessuale, lavorativo);

-l’uso  deviato del termine “Stato di Diritto”, perché semmai i meno rispettosi del diritto sono proprio gli Stati occidentali, che violano le loro stesse leggi (Extraordinary Renditions, Guantanamo, intercettazioni, sentenze Schrems..), mentre tutti i grandi Paesi del mondo funzionano oggi di fatto attraverso un sofisticato meccanismo giuridico, non già (o non solo) attraverso l’arbitrio amministrativo;

-censura generalizzata (reati memoriali e di opinione, fake news, hate speech, cancel culture);

-dipendenza dal Complesso Informatico-Militare;

-buonismo retorico senza basi fattuali.

Non possiamo aspirare ad imporre ad altri questa nostra pretesa “religione civile”, se non altro perché, da un lato, noi non la viviamo veramente,  e, dall’ altro, il resto del mondo ha ben altro da pensare. Ad esempio:

-gli Stati Uniti sono sull’ orlo della guerra civile per un conflitto estremistico fra i valori tribali del Sud del mondo (“Cultura Woke”), il suprematismo bianco della middle class WASP (“European Traditionalism”) e le pretese dittatoriali dei GAFAM (vedi Commissione NSCAI);

-in Cina, il “Socialismo con caratteristiche cinesi”, che s’ ispira, tra l’altro, al conservatorismo confuciano, punta soprattutto a superare le prestazioni economiche dell’America;

-nei Paesi Islamici è in corso un violento confronto fra diverse interpretazioni dell’ Islam Politico: monarchie teocratiche, repubbliche sciite, repubbliche familiste, repubbliche rappresentative ma confessionali, regimi tribali…

Purtroppo, la “religione civile” occidentale di cui parla Mauro impedisce ai propri fedeli di cogliere queste diversità fra le pretese “autocrazie”, perchè essendo, la “democrazia”stessa, un “Dio geloso”, essa considera tutte le alternative a se stessa come “il Male Assoluto”(la “Mosäische Unterscheidung” di Jan Assmann), a cui è vietato perfino pensare nel foro interiore (i sogni del Diavolo di cui è ricca la storia dell’ Inquisizione).

Essa impedisce anche di prendere in considerazione un fatto elementare: nonostante 200 anni di egemonia occidentale, e nonostante l’incredibile apparato bellico, ideologico ed economico americano presente capillarmente nel mondo, il modello occidentale è ancora minoritario, e sta ulteriormente perdendo terreno: “A colpire è questo dato: il 38% della popolazione globale vive in Paesi “Non Free” (una delle tre categorie del Report), la più alta percentuale dal 1997. Nei Paesi “Free” invece abita il 20% delle persone. Il restante è nei Paesi definiti “Partly Free”, (parzialmente liberi). Se una volta i Paesi autoritari erano meno e più isolati, oggi invece hanno capacità di sostenersi reciprocamente per sostenere le pressioni dei Paesi democratici. Un esempio sono le sanzioni, il cui impatto viene così diluito. La conclusione di Freedom House è se i paesi democratici non riusciranno a fare fronte comune, il modello autoritario alla fine prevarrà. —”(rapporto 2022 di Freedom House).

La Rus’ di Kiev è antica quanto il Sacro Romano Impero

3.Radici storiche dell’ arroganza romano-germanica

E’ vero, c’è in Europa una faglia culturale fra Est ed Ovest, che va sanata perché altrimenti lo scontro, già oggi elevato, diverrà insostenible.

Essa c’è sempre stata, perché deriva addirittura dalle quattro grandi componenti etno-culturali del Paleolitico:

-cacciatori-raccoglitori nell’ area alpina e carpatica;

-civiltà megalitiche lungo il fronte atlantico

-agricoltori medio-orientali nei Balcani;

-cultura  “Yamnaya” (dei Kurgan) dalla Russia fino al Mare del Nord.

I popoli di cultura “Yamnaya” hanno portato verso sud la tecnologia del cavallo (Anthony) e il patriarcato (sono gli antenati dei Cosacchi); gli agricoltori medio-orientali hanno costruito i primi villaggi nell’ area anatolica e danubiana (Göbekli Tepe, Çatal Hüyük, Lepenski Vir, Vinča); i popoli megalitici (maltese, nuragico)  hanno introdotto il commercio marittimo.

Attraverso il Mediterraneo, i popoli agricoltori hanno conosciuto le civiltà più antiche , mentre i  discendenti degli “Yamnaya” hanno dato origine alle élites medio-orientali (Hurriti, Mittanni, Hittiti, Micenei, Popoli del Mare).

Dal Mediterraneo sono partite le civiltà greco-romana e cristiana, mentre  dai poli “Yamnaya” si è sviluppato il “Barbaricum” (Germani, Unni, Slavi, Avari, Balti, Bulgari, Magiari. Mongoli). La divisione fra Impero Romano d’Oriente e di Occidente ha portato alla nascita di due diversi Cristianesimi, mentre le eresie ne hanno prodotti altri. Ciascuno dei due imperi ha convertito una parte del Barbaricum (a Occidente, i Goti, i Burgundi, i Visigoti, i Franchi, gli Alemanni, i Bavaresi, i Sassoni, gli Anglo-Sassoni, i Vikinghi, i Magiari); a Oriente: gli Egizi, gli Etiopi, i Caucasici, i Mongoli, i Bulgari, gli Slavi).

Ed è di qui che è partita la distinzione fra l’Est ortodosso e mussulmano e l’Ovest cattolico e protestante: gli uni si sono sviluppati con l’idea della “Symphonia” fra i Impero e Chiesa, gli altri all’interno del conflitto Chiesa-Regno/Impero(Lotta per le Investiture, Thomas-à-Beckett, Jan Nepomuk).

Disintegrazione del Khanato di Crimea

5.Le missioni della Russia e dell’ Ucraina: Oriente e Occidente

L’Occidente ha sdegnato i Bizantini (giungendo fino all’ oltraggio della presa di Costantinopoli) come  pure i Barbari, e l’Oriente ha preferito gli Ottomani ai Latini, mandando a monte la riunificazione con il Concilio di Firenze (con la conseguente Translatio Imperii verso Mosca).

Il “Russia Bashing” è cominciato allora, spargendo false informazioni sulla Moscovia di Ivan il Terribile, per poi continuare dopo la fallita rivolta degli Octiabristi. Ma, nello stesso tempo, sciamavano alla corte dello Zar molti “proto-Europeistidelusi dall’ incapacità della Casa d’Austria di unificare l’ Europa, come tentato da Carlo V e Filippo II (Križanić; Bandeiras, e perfino Leibniz, Herder, De Maistre, von Bader e von Krüdener).

Ivan III e Ivan IV avevano recepito da Zoe (Sofia)  Paleologo la missione escatologica della Terza Roma. Da allora, era nata la contrapposizione fra due versioni della storia della Russia: era nata dai Germani (Vikinghi, consiglieri di Pietro il Grande, Baltici, dinastia Romanov), o dai Mongoli e dai Tartari (l’Eredità di Chingghis Khan)?La polemica  Slavofili-Occidentalisti si riverbera anche sul Congresso Pan-Slavista di Praga,e  sulle opere di Mickiewicz, Tjutčev, Dostojevskij, Herceg, Sienkiewicz, Trubeckoj, Gumilëv.

Secondo Fëdorov, la Russia avrebbe portare a termine il disegno divino della Terza Roma attraverso la conquista dello Spazio e la resurrezione dei morti, studiate poi attentamente dal fondatore dell’ingegneria spaziale, Teodor Ciolkovski. Molto opportunamente, perciò,  Mauro cita l’impresa di Gagarin, degno completamento delle teorie di Fëdorov e di Ciolkovski. La sua navicella spaziale si chiama infatti “Vostòk”, perché il “compito comune”, la “missione” di cui parlava Gagarin con Khruśčëv, è  quella dell’ Oriente misconosciuto e represso dall’ “Arroganza Romano-germanica”(Trubeckoj).

La missione escatologica della Russia si contrapponeva così all’ eccezionalismo americano.

Secondo la teleologia hegeliana, il corso della civiltà andrebbe da Est a Ovest. Alla morte del filosofo, questo corso era giunto, non sorprendentemente, in Germania. Nel frattempo, essendo passati due secoli, avrebbe senso ipotizzare che questo corso sia ancora proseguito verso l’America, e di nuovo l’Eurasia.

Di qui la necessità si stabilire che cosa intendiamo per “Occidente”, e, soprattutto, “Oriente”.

Se “Occidente” è un termine generico, che ha potuto andar bene per le Isole dei Beati, l’ Impero Romano, per l’America e per la NATO, “Oriente” è un termine ancor più vago, applicabile, di volta in volta, ai Persiani, all’ Impero d’Oriente, ai Cristianesimi orientali, alle Vie delle Spezie, alla Civiltà Tradizionali, al Socialismo Reale, all’ alleanza Russia-Cina-Iran-Pakistan….Nulla sintetizza tutto questo meglio delle Nuove Vie della Seta, le quali vogliono riportare al centro del mondo  gli scambi all’ interno dell’Eurasia, agli Oceani Indiano e Artico e al Mediterraneo, togliendoli dagli oceani Atlantico e Pacifico, seguendo, in ciò. le orme di Alessandro Magno, Bodhidharma, Xuanzang, Ibn Battuta, Chingghis Khan, Marco Polo, Matteo Ricci…

Orbene, Russia e Ucraina si collocano proprio su una delle “Vie della Seta”, quella che congiunge la Cina con l’ Europa attraverso le molte ferrovie che già da ora stanno alimentando il traffico euro-cinese. A questo ruolo di unione, non già di conflitto, che spetterebbe all’ Ucraina ha richiamato il ministro cinese degli Esteri Wang Yi alla Conferenza di Monaco del 2022.

Euromaidan 2014

4.”De-komunizacija”

Nel discorso del 21 febbraio, volto ad illustrare le ragioni del riconoscimento delle Repubbliche separatiste del Donbass, il Presidente Putin ha esposto le sue ben note critiche alla politica sovietica delle nazionalità, spiegandola, da un lato, con la situazione insostenibile della dirigenza bolscevica dopo Brest-Litovsk, e, dall’ altra, con la capacità di Stalin di mantenere in vita, ma solo con il terrore, un sistema istituzionale ingestibile. In realtà, occorrerebbe andare più a fondo, ricordando che  lo stesso nome Ucraina (“al confine”) deriva dal fatto che il Paese è stato da sempre oggetto di violenti scontri fra centri di potere contrapposti (Persiani e Sciti; Goti e Anti; Bulgari e Khazari; Kievani e Polovesiani; Mongoli e Cumani; Polacchi e Moscoviti; Cosacchi e Turchi; lo Stato Ucraino dei nazionalisti filo-tedeschi a Kiev, i russi bianchi nel Sud, gli anarchici della Makhnovsina (anarchici), nel Donbass del Sud;e i bolscevichi a Kharkov; stalinisti e nazional-comunisti; nazisti e UPA; intelligencija e PCU….)..0

Questo spiega perché l’Ucraina è così importante per tutti.

Con quel discorso, Putin ha compiuto un  passo ulteriore nella concretizzazione del suo progetto politico, che non ha definito  affatto come ”ricostituire l’Unione Sovietica”,  bensì (con stupore generale) come portare fino in fondo la “dekomunizacija” invocata dal Governo di Kiev, vale a dire eliminando i residui “anti-russi”  della politica sovietica delle nazionalità. A cui si aggiunge anche la “de-nazifikacija” dell’ Ucraina. Al che, si direbbe, dovrebbe seguire il ritorno all’ impero. A nostro avviso, però, non bisogna sempre cercare solo di rifarsi al passato. Certo, la Russia (come l’Europa) non è atta a sopravvivere se non divenendo più grande, perché altrimenti resterebbe, per dirla con Cacciari, “prigioniera dei propri confini”. Coerentemente con le tendenze dell’ era delle macchine intelligenti, la Russia aspira però ora, secondo Cacciari, a divenire una “grande area non spazializzabile”, cioè una “potenza in grado si svolgere un ruolo planetario” (in termini cinesi, uno “Stato-Civiltà”).Come non bastano i 50 milioni dell’ Italia, così non ne bastano i 150 di Russi, ma neanche i  450 “in ordine sparso” come gli Europei.

Bisogna anche superare l’identificazione meccanica con fenomeni del XX Secolo, il comunismo o il nazionalismo. Imitando anche qui la Cina, Putin vorrebbe costituire uno “Stato-civiltà”.Il parallelismo con la Cina è scioccante: come lì ci sono i “Cento Anni di Umiliazione”, qui ci sono i  100 anni di errata politica bolscevica delle nazionalità, volta a indebolire il mondo russo (“Russkij Mir”).

Formazione dell’ Ucraina

5. L’insufficienza del “Russkij Mir” (mondo russo)

Per quanto grandioso/ambizioso/preoccupante possa sembrare il piano di Putin, il suo punto debole è che uno Stato-Civiltà non può aspirare all’ omogeneità etno-culturale (Russia e Ucraina quali unico popolo). Ci hanno provato per esempio gli Stati Uniti, con la politica di integrazione degli inizi del ‘900. Tuttavia, con il passare degli anni, questa politica si è rivelata sempre più difficile. Dall’ iniziale impossibilità di integrare gli Afro-Americani, per passare alla discriminazione di latinos, tedeschi, italiani, ebrei, asiatici, fino all’ Anti Defamation League, alle lotte per la parità di diritti, the Nation of Islam, el Dìa de la Raza, il Black Power,l’ Affirmative Action,  Black Lives Matter, la Critical Race Theory, la Cancel Culture, il movimento Woke…

Oggi, alla soglia del “sorpasso” dei “non-whites” sui “whites”, gli Stati Uniti sono rigidamente divisi in tribù etno-culturali in guerra fra di loro.

Uno Stato-Civiltà deve riuscire a convivere con la diversità, gestendo in modo intelligente la dialettica maggioranze-minoranze. Qui, una ricetta universale non esiste. Ad esempio, nel caso della Cina c’è stato un “melting pot” plurimillenario concentrato sugli Han Zi. Certo, i Cinesi sono molto diversi fra di loro. Però, la maggior parte di loro si riconosce almeno in quel metodo di scrittura, che permette di scrivere in modo eguale lingue diversissime (anche non siniche, come dimostrano i casi del Giapponese, del Coreano e del Vietnamita), e, in tal modo, di leggere la letteratura di tutta l’ area, costituendo così un’unica civiltà.

Invece, l’uso di formule giuridiche sofisticate, come la politica sovietica delle nazionalità o l’ “acquis communautaire”, non risolve il problema, bensì rischia di aumentarlo, cercando “quadrare il cerchio”, forzando in schemi rigidi una realtà estremamente fluida.

Sarebbe quindi intanto da capire come Putin, se ne avesse la possibilità, intenderebbe unificare gli Slavi Orientali: in forma federale o accentrata; con lingue nazionali o con il Russo ovunque?

Il punto è che Putin, contrariamente a quanto sostiene il Movimento Europeo, non muove affatto da un approccio etno-nazionalista, bensì dal progetto gaulliano dell’ Europa dall’ Atlantico  a Vladivostok (Grande Europa),  che risale a Gorbačëv e Mitterrand e riproposto personalmente (in Tedesco) davanti al Bundestag nel 2011, ma neppure preso in considerazione dagli Europei, come dimostremo nei paragrafi successivi.

Secondo un articolo di Karaganov per RT, “Il problema è: come ‘unire’ le nazioni in modo efficente e utile per la Russia, alla luce delle esperienze zariste e sovietiche, quando la sfera d’influenza russa fu estesa oltre ogni limite ragionevole?”

L’Ucraina è il baricentro fra Unione Europea e Unione Eurasiatica

6.Russkij Mir ed Europa

Il punto cruciale è: può uno Stato Civiltà avere solo le dimensioni di “tutte le Russie” o dell’ Europa? Coudenhove Kalergi aveva risolto il problema ipotizzando che la Paneuropa unita unificasse anche le proprie colonie. Ma non sembra essere questa, oggi, la soluzione.

In realtà, questo tema era stato affrontato da molti e da molto tempo. I “Proto-Europeisti” (Bandeiras, Leibniz, von Bader) pensavano in sostanza che, dato che la dinastia degli Asburgo (che pure era riuscita ad unire con il Sacro Romano Impero la Spagna, il Regno di Napoli e un vasto impero coloniale, non era riuscita ad unificare l’Europa, ed anzi si era divisa in due (Spagna ed Austria), questo ruolo unificatore dovesse spettare a una Russia con imperatori e consiglieri occidentali. Per esempio, Sofia Paleologo discendeva, oltre che dagl’imperatori bizantini, da mercanti genovesi e dagli zar bulgari.

Quell’ idea è stata nuovamente al centro della politica estera russa a partire da Gorbačëv. E’ in quel contesto che si era proposta nel 1991 (Gorbačëv, Mitterrand, Giovanni Paolo II), l’idea di una Confederazione fra Europa e Russia. Quest’idea, riproposta successivamente da Elcin e soprattutto da Putin, è alla radice dell’attuale conflittualità, perché, nonostante tutte le offerte e i sacrifici della Russia per ottenerla, essa era stata costantemente rifiutata in modo subdolo. La ragione dell’ esasperazione russa consiste proprio nell’ arroganza da “parvenus” con cui gli Stati d’Europa hanno continuato a snobbare da 30 anni tutte le proposte del maggiore fra di essi, per obbedire ciecamente a una potenza extraeuropea.

Secondo Karaganov, si trattava di “una fase di debolezza e di illusioni, quando si credeva che la democrazia occidentale ci avrebbe salvati”.Purtroppo, nel 1993, Boris Yeltsin  aveva firmato un documento in cui affermava che “capiva il progetto della Polonia di aderire alla NATO.” , e, nel 1994, Kozyrev aveva iniziato una negoziazione in proposito. La Russia aveva firmato con la NATO l’Atto Fondativo della Cooperazione Sicurezza reciproca, in cui l’Occidente s’impegnava a non trasferire sistemi d’arma complessi nei nuovi Stati membri. Impegno ovviamente non rispettato.

Al Vertice del Consiglio d’ Europa di  Strasburgo del 1997, Elcin aveva dichiarato:“Stiamo ora per costruire insieme una nuova Grande Europa senza frontiere, nella quale nessuno stato  potrà imporre la propria volontà ad altri; un’Europa in cui Paesi grandi e piccoli saranno partners paritetici uniti da comuni principi democratici.” “Questa Grande Europa può divenire una potente comunità di nazioni con un potenziale non raggiungibile da altre aree del mondo e la capacità di garantire la propria sicurezza, approfittando dell’esperienza e dell’ eredità culturale, nazionale e storica di tutti i popoli d’Europa. La strada verso la Grande Europa è lunga e difficile ma è nell’ interesse di tutti gli Europei. La Russia aiuterà a creare quest’unione.”

Nel giugno del 2008, Medvedev aveva proposto una conferenza pan-europea per creare un nuovo sistema di sicurezza basato su un Trattato sulla Sicurezza Europea. Tuttavia, il ritiro degli USA dal Trattato ABM segnalava  già la volontà americana di rompere l’equilibrio strategico, il che costrinse anche la Russia al riarmo.

L’idea di un’ Europa dall’ Atlantico agli Urali (originariamente del Generale De Gaulle) era stata ripresa da Putin nel suo discorso in Tedesco al Bundestag del 25 settembre 2011:
“sono  convinto che l’Europa si riaffermerà seriamente e permanentemente quale centro forte e veramente indipendente della politica mondiale se riuscirà a fondere le proprie risorse umane, territoriali e naturali, e il proprio potenziale economico, culturale e di difesa, con quelli della Russia.”Ma è proprio la prospettiva di questo centro forte e indipendente della politica mondiale ciò che l’ America aborre con tutte le sue forze.

Nell’ articolo pubblicato su Le Figaro il 7 maggio 2005, Putin scriveva fra l’ altro:“Gli Europei possono fare pieno affidamento sulla Russia per perseguire quest’opportunità di un futuro pacifico, prospero e degno, nello stesso modo in cui lo avevano fatto per la lotta contro il nazismo. Crediamo anche che gli sforzi della Russia per sviluppare l’integrazione con gli Stati dell’ EU e con quelli della CSI costituiscano un unico, organico, processo volto all’espansione di uno spazio armonico di sicurezza, democrazia e cooperazione economica in quest’area gigantesca.”

Nell’articolo del 25 Novembre 2010 sulla Süddeutsche Zeitung, Putin scriveva:

“L’Europa ha bisogno di una visione sua propria del futuro. Proponiamo di configurarla insieme, con una partnership Russia-Europa, un progetto comune di successo e competitività  per il mondo moderno….”

Purtroppo, la “grigia conclusione” della Conferenza sul Futuro dell’Europa di cui ha parlato Mattarella dimostra che tale visione veramente europea del futuro non è ancora stata trovata perché gli Europei sono succubi intellettualmente, moralmente, politicamente e militarmente degli Stati Uniti, che vedono nell’ Europa il loro massimo concorrente.

Nell’ articolo  Putin presentava addirittura un programma completo della Grande Europa, quale nessuno nella UE ha mai avuto il coraggio d’immaginarla:

”1.Una comunità economica armonica , da Lisbona a Vladivostok..

2.Una politica industriale comune, fondata sulle sinergie fra i potenziali tecnologici e le risorse dell’UE e della Russia..

3.Un unico complesso energetico europeo…

4.Cooperazione nella scienza e nell’ educazione..

5.Eliminazione degli ostacoli ai contatti umani e commerciali.”

Come si può vedere, dopo 30 anni, tutti questi sforzi della Russia, e in particolare di Putin, per creare un’integrazione fra UE e Russia sono falliti. Come aveva dichiarato l’ex presidente della Commissione, Romano Prodi, gli Europei (come gli Americani) temono follemente che, cooperando con la Russia (e con la Turchia) emerga la loro pochezza (demografica, territoriale, culturale, politica e militare): basti vedere che cosa succederebbe delle regole europee  se ci fossero, fra gli Stati  membri, Russia, Turchia, Ucraina, Bielorussia, Balcani Occidentali e Caucaso (il 40% degli Europarlamentari sarebbe costituito da Europei Orientali).

Secondo Karaganov, la fase che si sta aprendo con l’ “Operazione Speciale” in Ucraina  dovrebbe essere definita come “di distruzione creativa(Schumpeter), una fase non aggressiva, salvo che sul confronto con la NATO per la sua espansione ad Oriente.A questo proposito, la Russia aveva scritto nel 2021 una nota agli Stati Uniti e alla NATO, con cui richiedeva di fermare lo sviluppo delle infrastrutture militari  vicino alle frontiere della Russia. La risposta negativa a questa richiesta è stata la ragione dell’ intervento in Ucraina, che, secondo Karaganov, avrebbe l’obiettivo di costruire, nel corso del prossimo decennio, un nuovo sistema di sicurezza e cooperazione per tutta la Grande Eurasia.

La Repubblica dei Calmucchi in Russia Europea

7.Ma esiste un “messaggio dell’ Oriente”?

Il punto numero uno è  l’imperativo di una maggiore obiettività ed umiltà dell’Occidente, che deve accettare la realtà di essere solo una parte dell’ Umanità, e che la sua presunta eccezionalità è un semplice mito (Cacciari).

Le famose tre invenzioni che, secondo Bacone, avrebbero rivoluzionato il mondo – la  bussola, la polvere da sparo e la stampa, furono fatte in Asia molto prima che in Europa. L’Europa semplicemente le utilizzò al meglio per conquistare il resto del mondo. Ma anche l’egemonia europea sul modo durò meno di un secolo, dal 1850 al 1945, non essendo in grado di cancellare le civiltà preesistenti, le quali tutte, dopo un periodo di crisi, sono emerse più potenti che mai, ed essendo comunque superata dagli USA e dall’ URSS.

Anche la pretesa superiorità del protestantesimo quale motore della Storia si è rivelata un bluff, con l’incredibile e rapidissima crescita della Cina. Ma lo stesso Max Weber aveva già riconosciuto la forza del Confucianesimo e della Shi’a quali molle per lo sviluppo economico.

Ma, al di là di ciò, è proprio la struttura mentale dell’ Oriente, la “logica fuzzy” (non per nulla riscoperta da un matematico iraniano) a rendere l’oriente superiore concettualmente a un Occidente che, con una lettura deformata di Cartesio, ha imposto la supremazia delle cosiddette “Idee chiare e distinte”, portando la cultura occidentale sul binario morto del determinismo storico e della Singularity.

In un momento in cui l’Umanità sta per superare il paradigma dell’ Epoca Assiale, tornano di attualità aspetti come l’indeterminatezza dei Veda e del Cinese classico, gli esperimenti  di bioingegneria citati nelle epopee assirobabilonesi e indù, la contrapposizione cinese fra la Virtù confuciana e le rigide leggi dei legisti, le arti marziali…

Anche all’ interno dell’ Europa, i messaggi dell’ Oriente tornano indispensabili, per superare quell’ abisso che Trubeckoj aveva visto crearsi fra Europei orientali e occidentali, e che Blok voleva scongiurare.

Noi non siamo capaci di comprendere gli Europei Orientali perché non abbiamo studiato la loro storia. Essi sono  gli eredi più prossimi dei Popoli Originari, da cui discendono gli Europei di oggi, siano essi Indo-Europei, Uralo-altaici o Semiti: Yamnaya, Proto -Trans-Europei, Proto-Semiti, le cui sedi si trovavano nelle steppe della Russia e dell’Arabia. Come scriveva Ibn Haldun, i nomadi creano gl’imperi e i cittadini li distruggono. L’Europa Occidentale ha esaurito la sua fase creativa: è ora il momento dell’ Europa Orientale, senza perdere il contatto con l’Estremo Oriente.

In un momento in cui, come scrive giustamente Cacciari, l’Europa è “una balena spiaggiata sulle spiagge dell’ Asia”, l’Europa stessa, se vuole sopravvivere, non può non sforzarsi di comprendere gli Europei Orientali e gli Estremo-Orientali, certamente non come dei nemici metafisici (o “rivali sistemici”)a cui è perfino vietato pensare.

Il centro geografico dell’ Europa è in Ucraina

8.Qual’è il posto dell’ Europa nel mondo?

Come scrive Cacciari su “L’Espresso” del 20 Febbraio 2022, essa si deve collocare“Nella divisione del mondo in grandi aree non spazializzabili, formate da terra, mare, cielo, -erano due, e ora sono almeno cinque o sei – e al  loro interno vivono due terzi della popolazione mondiale – e entità statali prigioniere dei propri confini-“

Tuttavia, di fronte al sempre maggiore accrescersi dei conflitti e della confusione culturale e politica, è lecito chiederci: “Potrà un nuovo Nomos della terra uscire ‘pacificamente’ da quest’opera di semplice impedimento dell’ aperto conflitto bellico?” Purtroppo, ”A Questo Nomos nessuno oggi pensa e tantomeno qualcuno ci lavora…”

Orbene, il nostro compito è proprio quello di pensarci e di lavorarci, ed a questo abbiamo dedicato, e continuiamo a dedicare la nostra pubblicistica. Citiamo solo, a titolo di esempio, il libro DA QIN, tredici ipotesi di lavoro per un’Europa sovrana in un  mondo multipolare.

Ritornando all’inizio di questo post, il principio dominante di  un siffatto nuovo “Nomos della Terra” dovrà essere il controllo sulle macchine intelligenti. Per esprimerci in termini cari a Cacciari, occorrerà  “andare oltre la linea”, esercitando un energico “contraccolpo” contro l’autonomizzazione delle macchine.

Occorre cioè muoversi lungo due direttive parallele:

-da un lato, far nascere un nuovo tipo di cultura che rafforzi l’umano nei confronti della macchina;

-dall’ altro, favorire il dialogo fra gli Stati perché, attraverso un sistema di autolimitazioni e di controlli incrociati (come sull’ energia nucleare), evitare che il livello d’incisività dell’intelligenza artificiale autonoma la porti a sopravanzare le capacità decisionali dell’uomo.

Questi due compiti dovrebbero partire da una semplice osservazione: più la gioventù si integra nel sistema digitale, meno essa riesce ad affrontare autonomamente le difficoltà della vita; s’impigrisce; si trasforma in “bamboccioni”.

Tutto ciò non è inevitabile, a condizione che si abbandonino le visioni irrealistiche della società, che hanno fatto ritenere che non fosse più necessaria, come parte integrante dell’educazione, la formazione del carattere, con l’esempio, con lo studio, con l’esercizio fisico…

A ciò si aggiunga che, per fronteggiare l’enorme potere di calcolo e l’incredibile efficacia delle macchine, i giovani dovranno essere istruiti a lungo sulle basi teoriche, sulla tecnica e sulla gestione delle macchine intelligenti. In questo contesto, anche l’uso moderato dell’ “enhancement” potrebbe avere un senso.

Una società che, invece  di subire passivamente un sempre più esteso uso delle macchine intelligenti senza alcun controllo e programmazione, si ponga come primo compito quello di progettare e guidare lo sviluppo tecnologico, come, in parte, stanno facendo i maggiori paesi, ma incrementandolo ancora quantitativamente, e, soprattutto, qualitativamente.

Nella corsa sfrenata di USA, Cina, Russia e Israele per incrementare l‘efficacia bellica dell’ Intelligenza Artificiale, l’Europa è l’unica che si sia concentrata, per altro fino ad oggi irrealisticamente, a perseguire un’”Intelligenza Artificiale antropocentrica”. Irrealisticamente non soltanto perché l’Europa è inesistente dal punto di vista dell’ Intelligenza Artificiale, ma anche perché il tipo di “etica digitale” che l’Unione pensa d’iniettare nel sistema è pura retorica, eredità delle vecchie, fallimentai ideologie occidentali.

Basti pensare all’ ossessione per la “privacy”, che non è mai riuscita, né a fornire una protezione efficiente dei cittadini, né a fare rispettare i principi dai principali attori, che sono i GAFAM e le agenzie di intelligence americane, ma anche gli Enti pubblici nazionali (come le Poste Italiane), e perfino le Istituzioni Europee e i giudici europei e nazionali.

Basti pensare anche alle opere distopiche della fantascienza, e, in primis, a quelle di Asimov, dove la supremazia dei robot sull’ umanità si rivela proprio nell’ essere divenuti questi più umani dell’umanità stessa (arrivando perfino a ingannare a fin di bene).

Orbene, se vogliamo che l’Umanità vada oltre a queste situazioni tutt’altro che improbabili, occorre uno Stato che si ponga come missione prioritaria quella di essere veramente “the Trendsetter of Global Debate” come presume la Commissione.Alle Istituzioni europee un siffatto programma sembra facile, ed, anzi, lo dichiarano già perfino conseguito. Invece, esso è caratterizzato da un’inaudita complessità, perchè si tratta niente meno che di costringere le Grandi Potenze a discutere su questo tema, di cui sono così gelose, e a disfarsi dei GAFAM, che già oggi ci dominano.

Se l’Europa vuole veramente essere, in mezzo al bailamme del conflitto per la supremazia fra di loro, il “Golden Standard” della società digitale, deve diventare quel modello di efficienza amministrativa, politica economica e militare, che oggi non è.

Avendo noi assistito agli inutili sforzi di tutti gli Stati del mondo (e d’ Europa), per fare discutere USA, Russia e Ucraina, possiamo renderci conto di quanto sia difficile fare, dell’ Europa, un simile Stato.

Per questo motivo, “oportet ut scandala eveniant”; che l’attuale equilibrio si rompa, e che forze nuove ed energiche possano nascere, prosperare ed affermarsi.

Tanto per cominciare, mentre concordiamo pienamente con la proposta del Movimento Europeo di convocare una Conferenza Internazionale sulla sicurezza e sulla pace in Europa sotto l’egida dell’OSCE e delle Nazioni Unite con l’obiettivo di sottoscrivere un Trattato Internazionale fra tutti gli attori coinvolti sul continente europeo (Europa dall’ Atlantico a Vladivostok-“Grande Europa”-progetto presentato  già da Putin nel 2011 al Bundestag-).

Aggiungiamo anche la contemporanea proposta di discutere un Trattato Internazionale per il controllo dell’ Intelligenza Artificiale, che dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale della “Grande Europa”.

L’UCRAINA NELLA STORIA D’EUROPA.I

Dall’allargamento al completamento dell’ Unione

L’Europa non è un insieme di Stati, bensì un caleidoscopio poliedrico di etnie e di culture.

8 anni fa, la prima crisi ucraina, che ha portato alla trasformazione del Paese in senso filo-occidentale, alla rivolta del Donbass, alla secessione della Crimea e agli Accordi di MInsk.

Oggi, quella crisi, anziché risolversi, si è ulteriormente acuita, fino al rischio della guerra.

In quell’occasione, l’Associazuione Culturale Diàlexis, aveva pubblicato il Quaderno n. 4 del 2014, “No a un inutile strage”, valido ancor oggi. Perciò, in attesa che la crisi attuale si risolva, in un senso o nell’ altro, riteniamo utilissimo ripubblicare almeno qualcuno degl’interventi di allora, ancora pienamente attuali. Ci risrerviamo, una volta che la situazione si sia chiarita, di pubblicare un intervento di attualizzazione.

L’Ucraina potrebbe essere il centro di una grade confederazione eurasiatica

DALL’ “ALLARGAMENTO” AL “COMPLETAMENTO” DELL’ UNIONE

Quest’anno ricorre il 100° anniversario dello scoppio della Ia Guerra Mondiale. I confronti militari che  si stanno sviluppando in tutto il mondo (basti pensare alle improvvise fiammate di guerra in Irak e in Palestina) fanno pensare che, anche contro la stessa volontà dei protagonisti, ne potrebbe scoppiare presto un’altra. Inoltre, data l’esistenza di sistemi sempre più sofisticati di combattimento e di difesa automatizzati, la guerra potrebbe scatenarsi anche per un banale errore.

Per poter prendere posizione seriamente, e tanto più per decidere, occorre avere le idee molto chiare. Il primo compito di questo Quaderno sarà perciò, intanto,  quello di rimediare, a costo di essere pedanti,  alle enormi  carenze informative dei media ufficiali, impegnati, con quelli russi e filo-russi, in una vera guerra mediatica. Riteniamo che questo possa essere il nostro miglior contributo alla commemorazione (e alla critica) della Grande Guerra.

Che la lotta per il controllo dell’Ucraina possa dare eventualmente avvio a una Terza Guerra Mondiale deriva già dal fatto che il controllo di questo territorio costituisce un importante anello delle strategie mondiali di tutte le grandi potenze (il “Grande Gioco” anglo-russo, l’ “Intermarium” di Piłsudski, il “Lebensraum” hitleriano, la “Grande Scacchiera” di Brzezinski). Esso costituiva già, tra l’altro, secondo il Mein Kampf, una delle principali motivazioni, per Hitler, per avviare la IIa Guerra Mondiale.

Si noti che, nell’ ultima sessione della VII Legislatura del Parlamento Europeo, dedicata all’Ucraina, si scontrarono posizioni così consolidate degli schieramenti pro-Russia e Anti-Russia, che qualcuno dei parlamentari aveva commentato che questo era proprio lo spirito con cui era cominciata la 1a Guerra Mondiale. D’altronde, mentre, nel 28 giugno 2014, a Sarajevo, UE, Austriaci, Croati e Mussulmani commemoravano l’ Arciduca Ferdinando, nella Republika Srspska, le Autorità, Kusturica e autorevoli ospiti russi commemoravano Nicola II, Ivo Andrič e Gavrilo Princip. Tutto ciò è l’ ovvio risultato del non aver voluto affrontare la questione dell’ Identità Europea, che non significa affatto un’ Identità Condivisa a forza, bensì un’”élite” capace di comprendere  la storia della cultura europea al di là dei dogmatismi e delle ideologie.

In ogni caso, giacché, in Ucraina, si trova il centro geografico dell’Europa, è evidente l’importanza militare del suo controllo. Un altro aspetto degno di nota è il mancato mantenimento, da parte della NATO, delle promesse fatte a Gorbaciov rispetto al suo non allargamento a Oriente.

Poi, l’Ucraina è un Paese incredibilmente denso di cultura, dove si incrociano e competono molteplici miti politici: il ruolo dell’idea di “patria comune degli Indoeuropei”, posseduto dalla “Madre Russia”,  in quanto luogo da cui sono partite tutte le migrazioni di popoli, ma poi anche l’idea della  Rus’ di Kiev come della “vera” Russia, atta a legittimare la “centralità” , nel mondo slavo, della Federazione Russa o, per altri, della Repubblica Ucraina , e, perché no, del  Regno dei Khazari quale culla dell’ ebraismo Askenazita; oppure, infine, aggiungiamo noi,  il peso misconosciuto dell’eredità culturale di Nikolaj Fiodorov all’interno dell’ attuale movimento post umanista, e, quindi, del “Progetto Incompiuto della Modernità”. Chi controlla Kiev può pretendere di rappresentare “l’ Europa”, ma anche “gli Slavi”, e perfino “la Modernità”. Infine, l’idea di un “Donbass Cuore della Russia” (per altri, “cuore dell’ Ucraina”).

Non va certo dimenticato che in Ucraina passa  il 55-60% del gas fornito dalla Russia all’Europa, che, a sua volta, costituisce il 30% del consumo dell’ Europa stessa. Il resto proviene, tra l’altro, da Paesi medio-orientali, per lo più altamente instabili, e solo un terzo è estratto in territorio europeo, nel Mare del Nord. Per il resto, buona parte del prodotto industriale, e del PIL, dell’ Ucraina, derivano dal Donbass.

Riteniamo pertanto necessario qui, come premessa dei singoli interventi, ricapitolare subito, a beneficio dei più, gli eventi storici e politici relativamente più recenti riguardanti l’Ucraina, che costituiscono le premesse quasi immediate della situazione attuale.

a) L’Ucraina nella IIa Guerra Mondiale

La Russia e l’ Ucraina furono i Paesi che dovettero pagare i maggior contributo di vite umane alla IIa Guerra Mondiale (come già anche nella Ia). Nell’intera URSS, ci furono 27 milioni di vittime, di cui 7 milioni nella sola Ucraina, e furono rase al suolo 1.700 città, di cui 700 solo in Ucraina. Nelle recenti celebrazioni in Normandia, i Russi non hanno certo mancato di ricordare il loro decisivo contributo alla vittoria.

Già l’orientamento verso l’ Est del progetto espansionistico hitleriano indicava, quali prime vittime designate, non solo gli Ebrei (numerosissimi nell’area), ma anche i Polacchi, gli Ucraini e i Russi. Come (parzialmente) per la guerra russo-tedesca, per l’occupazione occidentale dopo la 1° Guerra Mondiale e l’invio in Russia di Lenin e Trockij, e com’è ancor oggi, le poste in gioco erano, e sono,  il controllo delle sterminate pianure agricole della Russia, l’ egemonia sui  popoli che vivono intorno al Caspio, e il possesso di risorse naturali  che, tutte insieme,  possono conferire , in pratica, il controllo sul mondo intero. Tra l’altro, una parte considerevole di queste risorse  si trova proprio fra il Donbass e il Caucaso (i territori ancor oggi più contesi).

Queste aree, strappate ai mongoli e ai Tartari fra il ‘500 e il ‘700, erano state oggetto di una colonizzazione multietnica forzata comparabile a quella del Nord America e dell’ Oceania, che Hitler ambiva a replicare sotto l’egemonia tedesca.

A partire dall’ occupazione austro-tedesca durante la 1a Guerra Mondiale, i contatti fra i nazionalisti ucraini e la politica e l’esercito tedeschi non si erano mai interrotti, sicché Skoropadskij, l’”Etmano”della Repubblica Ucraina, era divenuto addirittura il collaboratore del baltico Rosenberg, a sua volta responsabile del Partito Nazista per l’espansione a Est. Per questo, gli Ucraine speravano che la Germania volesse costituire nuovamente delle repubbliche indipendenti in Europa Orientale, sulla falsariga della Jugoslavia. Tuttavia, Hitler, che aveva in mente di “svuotare” l’ Europa Orientale per far posto ai coloni tedeschi, con metodi simili all’Holodomor staliniano e a quanto stava già attuando in Bielorussia,  riteneva anche, proprio in base all’ esperienza della 1° Guerra Mondiale, che eventuali Repubbliche autonome che la Germania avesse creato, le si sarebbero ribellate al più presto.

Per questo conflitto interno, i nazionalisti ucraini dell’ OUN, che partecipavano all’ “Operazione Barbarossa” nell’ ambito della Legione Ucraina (Battalion Nachtigall), organizzata dai servizi segreti tedeschi, anziché discuterne apertamente con i Tedeschi stessi, si affrettarono a proclamare , tramite la radio di Leopoli e d’accordo con la Chiesa Uniate locale,  l’indipendenza dell’ Ucraina, la sua alleanza con la Germania e la nomina a Governatore di Stepan Bandera. Proprio per questo,  i promotori dell’iniziativa furono arrestati e inviati nei campi di concentramento, e la Legione Ucraina totalmente riorganizzata. Ragion per cui, (anche se fu responsabile di gravissimi atti di violenza), l’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) ,il braccio armato del nazionalismo ucraino  (OUN), non era stato “tecnicamente “collaborazionista. Hitler aveva creato, in alternativa, proprio a Leopoli, un Distrikt Galizien, che si situava sul territorio del vecchio Regno austro-ungarico di “Galizia e Lodomeria”, come parte del Governatorato Generale di Varsavia, e, nella restante parte dell’ Ucraina, un Reichskommissariat Ukraine, ambedue retti da ufficiali tedeschi. Anche qui, un evidente tentativo di dividere ‘Ucraina (come tutti i paesi occupati) –cosa, questa, che sta accadendo nuovamente ora. Allora, si era detto che i Galiziani, oltre che essere antichi sudditi dell’ Austria, avevano anche qualche po’ di sangue germanico (la “Cultura di Černjiakiv”?), cose che aveva convinto anche i razzisti più estremisti a lasciarli entrare in massa nelle SS. Nel “Distretto”, era stata creata,  dai Tedeschi, la Divisione SS Galizien, forte di 80.000 uomini, che dovette escludere molti fra i moltissimi candidati, data l’ostilità di Hitler ad accrescere il ruolo degli Ucraini. Questa simpatia tedesco-galiziana continua fino ad oggi, quando i giovani galiziani sfilano per Leopoli con la stessa scenografia di allora, sotto le insegne della Division Galizien, e i nazionalisti di Svoboda (oggi al governo) vanno in Sassonia dai Tedeschi dell’ NPD. E’ sconcertante che il Governo Tedesco, che tanto si accanisce sulla NPD, sostenga poi così vigorosamente i suoi alleati ucraini.

La regione di Odessa e la Bucovina venivano assegnate alla Romania, nell’ambito dell’ alleanza con il Generale Antonescu, con il risultato di provocarvi stragi ancora peggiori di quelle dei territori sotto occupazione tedesca (le “Stragi di Odessa”). A partire dal 1942, l’UPA aveva cominciato  a operare nella Volinia, combattendo contemporaneamente contro l’Armija Krajowa polacca, l’ Armata Rossa sovietica e, in molti casi, dopo un’ iniziale collaborazionismo, anche contro le truppe di occupazione tedesche. 

Tutto il variegato mondo dell’ attuale estrema destra ucraina (UNA-UNSO,  Svoboda, Pravi Sektor) si riallaccia, bene o male, a quei partiti e quelle  milizie ucraine della seconda Guerra Mondiale. Gli atteggiamenti  di quelle organizzazioni politiche, e, in particolare, del loro capo  Stepan Bandera,  riguardo alla collaborazione con i Tedeschi,  variarono nel tempo e secondo le circostanze. Ancor oggi, i nazionalisti ucraini tendono a sopravvalutare il ruolo dell’Ucraina nella IIa Guerra Mondiale, sostenendo che la sconfitta della Germania sarebbe derivata dal suo rifiuto di quell’auspicata alleanza “a tutto tondo” con il nazionalismo ucraino.

Non vi è per altro dubbio sul fatto che anche tali formazioni nazionaliste , oltre alle unità tedesche e sovietiche, e allo stesso esercito polacco, si macchiarono, durante la guerra, di atrocità enormi, tanto verso i gruppi etnici rivali, quanto contro le altre fazioni politiche. La valutazione dei comportamenti di tutte le forze in campo  ha continuato a fare  oggetto di  strumentalizzazioni politiche da tutte le parti. Tipica, ad esempio, la risoluzione del 25 febbraio 2010  del  Parlamento Europeo, contro la riabilitazione di Bandera, inspiegabilmente e radicalmente opposta all’attuale atteggiamento della UE.

Il comportamento,  durante la IIa Guerra Mondiale,  dei Tartari di Crimea (un miscuglio di tutti gli antichi abitanti dell’Ucraina Sud-Occidentale, accomunati dall’ uso di una lingua turcica e dalla religione islamica, e giustamente amareggiati per la perdita delle loro terre) fu qualificato, a torto o a ragione,  come “collaborazionistico” da parte di Stalin, il quale, nel 1944, li deportò in massa nell’Asia Centrale, dalla quale sono ritornati fino ad ora solo in minima parte. Non v’è dubbio che ai Tartari abbia nuociuto l’”attestato di fedeltà” loro rilasciato da Hitler. In occasione della recente annessione della Crimea alla Russia, il Presidente Putin ha firmato una legge che riabilita i Tartari di Crimea e prevede un risarcimento per il danno subito con la loro deportazione. I pochi Italiani residenti ancora in Crimea dai tempi delle Repubbliche Marinare erano stati anch’essi deportati con i Tartari, in quanto sospettati di complicità con le truppe dell’ Asse (Tedeschi, Italiani, ma anche Rumeni, Ungheresi, Croati, Slovacchi, Spagnoli e Portoghesi), che stavano invadendo l’Ucraina (e, in particolare, attaccarono e occuparono il Donbass, distruggendo Donetsk).

Gli Ebrei ucraini pagarono un notevole tributo di sangue alla Shoah (700.000, su 1.000.000 nell’ intera URSS), sotto la forma di enormi pogrom di dimensioni incredibili, come quelli nei villaggi della Volinia, a Leopoli e a Odessa, perpetrato dalle truppe rumene, e, infine,   quello di Babyj Yar, eternato dalla musica di Šostakovič e dai versi di Evtušenko, e con la deportazione nei ghetti e nei lager in Polonia e in Germania. Attualmente, la questione ucraina è divenuta un tema caldissimo nella politica israeliana.

Interessante il fatto che, per un certo periodo, il fronte fra, da una parte, la Germania e i suoi alleati, e, dall’ altro, le truppe sovietiche, corse proprio attraverso il Donbass  (la “Sacca del Don”- anche se in Russo si parla piuttosto del “Bacino carbosiderurgico del Donetz” e se le città si chiamavano allora diversamente da oggi-es.: Donetzk=Stalino, da “Stal”= “acciaio”; prima, si chiamava Juzovka, dal nome dell’industriale gallese Hughes, un “self made man” che, nel  1869, aveva fondato l’industria carbosiderurgica intorno a cui nacque la città). All’avanzata verso la città di Stalino , aveva partecipatp  la Divisione italiana “Celere”,  con i suoi reggimenti di cavalleria e bersaglieri. La città fu quasi completamente distrutta e spopolata, trasformata in un ghetto e in un campo di concentramento. Fu ricostruita da prigionieri catturati dai Sovietici fra le minoranze tedesche dell’ Est Europa (“Volksdeutsche”),  e ripopolata da immigrati, fino a raggiungere poi l’attuale popolazione di 1.200.000 abitanti. Ciò   costituisce un ulteriore elemento dell’ identità di Donetsk, divenuta sempre più “pansovietica” dopo la sua industrializzazione, l’Holodomor e la IIa Guerra Mondiale, fatto che l’ha resa la capitale ideale  per l’autoproclamata “Repubblica del Donbass”. L’”identità del Donbass” passa anche attraverso la congiunzione di uno spirito “di frontiera”, una “tradizione di classe” dei minatori (“šakhtëri”, “šakhtari”, da cui la squadra di calcio “Šakhtar” di Donetsk), e, infine, la forza delle sue lobby all’ interno del Partito delle regioni.

Dopo la IIa Guerra Mondiale, le organizzazioni militari anticomuniste operanti in Ucraina continuarono a condurre una lotta di guerriglia almeno fino al 1947, non differentemente, per altro, da quello che accadeva negli ex-Paesi orientali dell’ Asse  (altro elemento essenziale per comprendere le vicende attuali).

Formazione dell’ Ucraina

b) L’Ucraina di Khrušćev e di Brežnev

E’ paradossale che il consolidamento di una nazione ucraina sia avvenuto, a dispetto di quanto potrebbe immaginarsi,  soprattutto ad opera dell’ Unione Sovietica. La Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, sotto Khrušćev, molto legato al paese e prima segretario del Partito Comunista Ucraino, poi di quello sovietico, fu ingrandita a spese dei Paesi confinanti (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania), e potenziata dal punto di vista economico, per costituire una specie di “vetrina” dell’ URSS (la seconda fra le Repubbliche Federate) , rafforzando la credibilità della sua struttura istituzionale. Addirittura, Stalin ottenne che,  non solo l’URSS in quanto tale, ma anche l’Ucraina e la Bielorussia come singole Repubbliche, fossero fra i membri fondatori  delle Nazioni Unite, dando loro, già così, uno “status” di sovranità superiore addirittura a quello della Russia. Si realizzò poi, con mezzi violenti, un impressionante spostamento “a catena” di popolazioni dall’Ucraina Occidentale  (Galizia, Volinia, Podolia), verso la Polonia (e di qui verso la Germania), poi, con l’”Operazione Vistola”, un grandioso “scambio di popolazioni” con la Polonia. Inoltre, si  attribuirono all’Ucraina la Bessarabia, la Bucovina, e, infine, la Rutenia Transcarpatica. Per ultimo, come noto,  la Crimea,  nel  1954, da lungo tempo russa, fu, come si dice, “regalata” all’ Ucraina da Khrušćev per commemorare il trattato di Perejaslav, del 1654, con cui  l’Atamano cosacco aveva riconosciuto la sovranità dell’ Impero Moscovita. Questa complessa genesi dell’attuale Stato spiega il carattere eterogeneo delle sue regioni,  aventi legami tradizionali strettissimi con moltissimi Paesi vicini e lontani.  Quest’eterogeneità è stata complicata dalle politiche sovietiche delle nazionalità, che hanno favorito, a corrente alternata, l’”ucrainizzazione” e la “russificazione”, nel quadro di un equilibrio instabile fra la “nazionalità titolare”, quella ucraina, che dà il nome alla Repubblica, e le altre. Anche  la storia dell’ Ucraina indipendente sarà quindi  segnata dall’alternarsi del federalismo, sostenuto dalle etnie minoritarie, e del centralismo, sostenuto dalla “nazionalità titolare”.

L’Ucraina sovietica  era anche un’importante  realtà industriale, possedendo, oltre a una florida agricoltura (“il Granaio d’ Europa”), anche il bacino carbosiderurgico del Donbass e importanti industrie aerospaziali, come il centro di progettazione e due stabilimenti aeronautici della Antonov, e l’intera città militare di Dniepropetrovsk, sede del complesso  missilistico Juzhnoe (poi,  “Pivdenne”) e delle produzioni nucleari sovietiche. Infine, la Crimea era  divenuta “la California dell’ Urss” per la sua industria turistica. Già la Conferenza di Pace, tenutasi a Jalta nel 1944 fra USA, Gran Bretagna e URSS quando la guerra era ancora in corso,  ebbe un significato storico eccezionale, gettando le basi di un equilibrio mondiale  mantenutosi inalterato per 45 anni, e che ancor oggi non è totalmente superato, come ben si vede dall’ attuale conflitto. Il leader comunista italiano Togliatti morì a Jalta, scrivendovi il suo testamento politico (il “Memoriale di Jalta”), che è stato alla base dell’occidentalizzazione dei movimenti comunisti europei. Il Governo russo, dopo l’annessione della Crimea, conta di svilupparla ulteriormente in senso turistico.

Anche durante il periodo sovietico, le tensioni nazionali furono importanti. Dopo un iniziale periodo di obbligatorietà dell’ Ucraino, la liberalizzazione delle scelte delle famiglie nella decisione sulla scuola per i figli portò a un’ulteriore ondata di russificazione, denunziata da Ivan Dziuba.

Solzhenitsin, nel proporre lo scioglimento dell’Unione Sovietica, chiedeva di mantenere uniti gli Slavi Orientali.

c)L’Ucraina indipendente

Il leader ucraino di allora era stato tra i firmatari, con Elcin, degli accordi che avevano portato alla trasformazione  dell’ Unione Sovietica nella più “leggera” “Comunità di Stati Indipendenti”: da una federazione a una confederazione, la quale ultima, a sua volta, non ha mai cessato di  tentare, seppur   faticosamente, di ridarsi una maggiore funzionalità, mutuando le forme delle organizzazioni internazionali proprie dell’Europa Occidentale (in particolare, dell’Unione Europea). Mentre, infatti, da un lato si voleva smantellare l’apparato totalitario dell’ URSS, dall’altro, ci si rendeva conto che, in un mondo sempre più integrato, occorreva mantenere i legami giuridici, economici, militari e culturali preesistenti da secoli. Ed è questa la ragione di sostanza per cui continua a essere così difficile scardinare l’esistente “Comunità Eurasiatica”, come vorrebbe, invece, la politica americana.

Questa complessa attività diplomatica volta a consolidare e modernizzare le forma di collaborazione fra gli Stati dell’ ex-Unione Sovietica, e  fra questi e l’Europa Occidentale,    deliberatamente ignorata in Occidente,  mira invece proprio a rendere possibile l’integrazione fra le due Europe, in linea con le proposte della “Casa Comune Europea”, formulata da Gorbačëv, e  di una Federazione UE-Russia, formulata da Mitterrand. Come si sono ignorati, in Occidente,  i conflitti esistenti fin dall’ inizio, in tutte le Repubbliche, fra la “nazionalità” delle repubbliche stesse,come se il pericolo fosse solo quello di una Russia che aspira ad una forma di egemonia nella propria area, e non soprattutto quello delle ex-Repubbliche che mirano all’annientamento delle loro minoranze etniche. Nel caso della Georgia, le etnie minoritarie (Abkhazia e Ossetia) hanno fatto oggetto di veri e propri pogrom (come quelli di Tskhinval), con il successivo massiccio intervento russo. Nel caso dell’Estonia e della Lettonia, dove, la minoranza russa non ha fatto oggetto di forme violente di repressione, ma le è stata negata, in pratica,  la cittadinanza (i cosiddetti “non-cittadini”; nepilsoņi”,”välismaalase”), un atteggiamento verso le minoranze etniche che non ha precedenti se non nelle legislazioni ultranazionalistiche dell’epoca delle Guerre Mondiali. Tra l’altro, l’espressione “non-cittadino” era quella adottata, per indicare gli Ebrei, nell’ URSS occupata dall’ Asse.

L’Unione Europea, dopo aver ammesso i Paesi Baltici che praticano politiche siffatte, e rifiutato per un decennio  di ammettere la Russia e la Turchia su un piede di parità,  ha voluto inquadrare i propri rapporti con le ex-repubbliche nel concetto dell’ “Allargamento”, partendo dal presupposto che le  stesse (ma non la Russia e la Turchia) dovessero essere “assorbite” nell’“acquis communautaire” e nell’“Occidente” come già gli ex-“satelliti” dell’ URSS, perdendo, così, molta parte della loro individualità, mentre invece, le minoranze etniche ivi esistenti, come, ma non soltanto, quella russofona, non conterebbero nulla, sicché potrebbero essere ad esse negati i diritti usuali in tutta l’ Unione Europea. Russia e Turchia non dovrebbero  essere ammesse proprio perché non suscettibili di essere “assorbite”. Paradossalmente, sono invece proprio i Governi della Russia e della Turchia quelli che, nell’ ultimo decennio, hanno assunto le posizioni più nettamente europeistiche, come quando Putin aveva scritto su “La Stampa” di Torino, per i 50 anni dei Trattati di Roma, che “l’Unione Europea costituisce la maggiore realizzazione politica dell’ ultimo secolo”, o quando, dinanzi alla Confindustria tedesca, si era proposto per portare a termine l’opera di Kohl: dall’ unificazione della Germania a quella dell’ Europa. Quanto a Erdoğan, è nota la sua affermazione secondo cui, se tutti gli Europei si convertissero all’ Islam, nessuno se ne accorgerebbe, perché Europei e Turchi già ora sono eguali.

Le vicende di questa primavera costituiscono il logico sbocco di questo ventennale conflitto. Infatti, come noto, l’Ucraina, tradizionalmente impegnata nella CSI e nella Comunità di Stati Indipendenti, stava  negoziando con l’Unione Europea un Trattato di Associazione, che, in teoria e nel lungo periodo, avrebbe dovuto portare alla sua  adesione alla UE. Tuttavia, all’ ultimo momento, la Russia, facendo leva sugli aiuti economici che solo essa, non già la UE, è in grado di fornire, aveva convinto l’allora Presidente Janukovič, a firmare, invece, un accordo finanziario con la Russia, dilazionando così  l’associazione alla UE.

Recentissimamente, nonostante la crisi ucraina, i presidenti di Russia, Bielorussia e Kazakistan hanno comunque firmato, il  29 maggio, a Astana (Kazakhstan), il Trattato Istitutivo  dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE), che si riallaccia quasi pedissequamente a quello di Lisbona istitutivo della UE. In tal modo,  essi hanno reagito all’accelerazione, da parte della EU, degli Accordi di Associazione con l’Ucraina e la Moldova, firmati a Gennaio al Consiglio di Vilnius. Tra l’altro, il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Libermann, nato nell’ URSS e veterano dell’Armata Rossa, ha dichiarato che, entro il 2014, sarà firmato il Trattato Istitutivo della Zona di Libero Scambio fra Israele, la Russia e il Kazakhstan, che costituirà anche l’avvio di una nuova fase di cooperazione politica.

Infine, il 27 giugno 2014, l’Unione Europea ha formalizzato la firma degli Accordi di Associazione con Ucraina, Moldova e Georgia.

Alla radice dell’attuale conflitto, e a monte dell’apparente competizione  fra le due unioni economiche confinanti e concorrenti, si situa la contrapposizione, oramai venticinquennale, fra le strategie geopolitiche degli USA e quelle della nuova Repubblica Federativa Russa, che ha sostituito la vecchia contrapposizione sovietico-americana. Esse sono oramai cristallizzate, in quanto  formalizzate da più di 20 anni in documenti ufficiali quali il “Rapporto Wolfowitz” e il “Rapporto Surikov”, nonché in libri come “La Grande Scacchiera” di Brzezinski.

Come ribadito ancora recentissimamente da Obama con il suo discorso all’ Accademia di West Point, gli USA intendono restare l’unico polo di riferimento culturale, politico, militare, economico e sociale del mondo intero (“la Guida”), a cui tutte le Potenze regionali, le Organizzazioni Internazionali e gli Stati dovrebbero fare, in ultima analisi, riferimento. La Russia non cessa, invece,  di sostenere che il mondo debba essere organizzato in forma multipolare, attraverso organizzazioni regionali e  potenze regionali.

Fra queste due posizioni, fondate su radicate ed opposte tradizioni nazionali, non è stato fino ad ora possibile, in assenza di un’adeguata riflessione sulla Modernità, proporre alcuna forma di mediazione. Ci proponiamo, tra l’altro, di fornire elementi per questa riflessione, che spetterebbe all’ Europa stimolare.

Nello specifico , mentre, per gli Stati Uniti, come sostenuto da sempre da Brzezinski, l’Ucraina dovrebb’essere essere “la punta di diamante verso l’ Europa Orientale” dell’ Unione Europea, e quest’ultima dovrebbe  concepirsi a sua volta come  “ l’ avamposto dell’ Occidente sul Continente Eurasiatico”, per la Russia , il paese dovrebbe costituire una parte di quell’organizzazione regionale euroasiatica, che aveva trovato il suo primo teorizzatore in Sol’ženitsin. Faticosa, però, come si vedrà, anche la definizione di quersta “Eurasia”.

All’inizio della vita dell’Ucraina indipendente, la conflittualità con la Russia era ridotta. Erano invece forti le tendenze federalistiche e separatistiche, non solo nel Sud Est, ma anche a Odessa, in Bukovina e in Carpazia. Il Partito delle Regioni del Presidente Janukovič, cacciato da Kiev dalla piazza alla fine di gennaio, rappresentava, appunto, una coalizione di forze autonomistiche locali, così forte da essere risultato, alle ultime elezioni, il maggiore partito (30%).

Dal canto loro, le organizzazioni politiche del nazionalismo ucraino sono esistite fin dal primo Ottocento. L’UNA (Ukrainian National Association) esisteva in America già dalla fine del secolo, mentre UPA e l’OUN sopravvissero in Cecoslovacchia fra le due Guerre Mondiali. L’ UNA-UNSO, che si riallacciava, da un lato, all’Armata Insurrezionale Ucraina (l’“UPA” di Bandera), tramite il figlio del Comandante  Shukhevich)  e, dall’altra, all’ emigrazione ucraina in America, tramite Valeriy Bobrovych, veterano del Vietnam, aveva partecipato militarmente a tutti i maggiori conflitti dello spazio post-sovietico:  la difesa del Parlamento di Vilnius; quella del Parlamento russo contro il colpo di stato del 1991; le guerre della Cecenia, del Kossovo e della Georgia. Inoltre, il movimento aveva partecipato “manu militari” come oggi, fin dagli anni ’90 – tollerato, e, anzi, sostenuto, dal Governo di Kiev- ,  alla repressione dei vari movimenti separatisti delle regioni ucraine: quelli del Donbass, di Odessa, della Bucovina e dellaTranscarpazia.

La storia dell’ UNA-UNSO getta nuova luce sugli eventi post-sovietici, uniti da una sorta di “filo rosso”, in cui si formano e si disfano alleanze e inimicizie. Per esempio, l’UNA-UNSO ha combattuto in Cecenia accanto ai wahhabiti filo-saudiani, e, in Georgia, accanto alle truppe governative, e, quindi,  continua a vantare e a promuovere amicizie con i terroristi ceceni;  in tal modo, i Ceceni filorussi, nonché gli Osseti  vittime delle stragi di Beslan e di Tskhinval, si ritengono più che mai loro nemici giurati, e pertanto tendono a  simpatizzare per i separatisti. In generale, si intensificano le voci di volontari e mercenari di tutti i Paesi, che starebbero affluendo nei gruppi paramilitari dei Governativi e dei ribelli, come del resto è già successo in tutte le guerre postsovietiche.

Cosa che corrisponde anche alla strategia dichiarata da  Obama, il quale, pur ribadendo con un’ energia senza pari il concetto della “leadership americana”, anziché impegnare direttanente sul campo le truppe regolari, preferisce limitarsi a quel sostegno alla “lotta anti-terroristica” dei Governi locali e dei “contractors”, che ha caratterizzato sempre le politiche americane (dalle Rivoluzioni Atlantiche, al “filibustering” in Sud America ai rapporti con gli Stati totalitari). Trasformando, così, ogni guerra in guerra civile e in “covert operation”( per le quali non c’è più bisogno, né dell’ approvazione del Congresso, né di quella delle Nazioni Unite).  Non per nulla, il nuovo Governo di Kiev si è affrettato a battezzare la guerra civile nel Sud-Est come “Operazione Antiterroristica”.

Sotto un questo profilo,  “Euromaidan” è stata una sorta di “ripetizione” della “Rivoluzione Arancione”, la quale, a sua volta, ricalcava l’”Alternativa Arancione”, il movimento politico-artistico surrealistico dell’eccentrico “Maggiore Frydrykh”, che si muoveva al margine  di Solidarność, e delle successive  “rivoluzioni colorate”.

A costo di essere tacciati di seguaci della “teoria del complotto”, a noi sembra che, da sempre, ma, soprattutto, nell’ultimo secolo, tutte legran di trasformazioni politiche siano state preparate con estrema cura da un intenso lavorio sotterraneo delle grandi potenze e di altre organizzazioni internazionali: basti pensare al passaggio di Mussolini all’interventismo, all’arrivo di Lenin e di Trotskij in Russia, alla presa del potere da parte di Hitler, alla rivolta di Solidarność, ecc.. Non è perciò credibile voler negare il sostegno diretto degli Stati Uniti alle Rivoluzioni Colorate (testimoniato da tutti i documenti ufficiali americani), né quello russo alle repubbliche autonome separatiste, che hanno potuto sopravvivere contro quelle “titolari” solo grazie all’ appoggio russo. Nello specifico, come illustrato nel dettaglio dal documentario “Lotta per l’ Ucraina” di Končalovskij e come descritto tecnicamente da Alfredo Macchi in Limes del Luglio 2014, la “Rivoluzione Arancione” è stata preparata “ a tavolino” sulla base di precedenti esperienze analoghe, e realizzata da  organizzazioni internazionali specializzate, come   Otpor,PORA, UNA-UNSO, CANVAS, IRI, NED,  Academi, sostenute dai molti milioni di dollari del Governo e delle ONG americane, e da questi rivendicati con orgoglio . Addirittura, il simbolo delle pretese rivoluzioni “antisovietiche” serba, georgiana e ucraina è stato sempre, misteriosamente, lo stesso:, il “pugno chiuso”, a suo tempo, saluto comunista quant’altri mai. C’è qualche legame fra gli “antisovietici” di oggi e fazioni comuniste riciclate?  Come affermato esplicitamente da queste stesse organizzazioni, quella della rivolta di piazza è divenuta oramai una tecnologia, che richiede manuali operativi, istruttori specializzati e una non indifferente infrastruttura informatica. Basti consultare a questo proposito la “vetrina” pubblicitaria delle “covert operations”sul sito di “Google Ideas” (http://www.google.com/ideas/projects/network-mapper/).

Lingue in Ucraina: Ucraino, Russo, Surzyk, Ruteno, Ungherese, Polesiano…

4. Kiev contro il Donbass?

Come oramai arcinoto,  vi è stata, nell’ ultimo secolo, anche una contrapposizione di carattere geografico fra il Nord-Ovest “Ucraino” e il Sud-Est “Russo”, con l’effetto, tra l’altro, che “la piazza” è, a Kiev, ucrainofona e “filooccidentale”, e dall’altra, quella delle città del Sudest, è inequivocabilmente russofona e russofila.Come abbiamo incominciato a vedere, le radici storiche di questa contrapposizione sono risalenti e complesse.

Secondo la tesi di Rycak e Liasz,che ricalca quella dei nazionalisti baltici,  esse non sarebbero solo etniche, ma perfino esistenziali: In primo luogo, l’Ucraina non è soltanto un paese postcomunista, ma è anche un paese postcoloniale, abitato in parti più o meno uguali da comunità di ‘aborigeni’ e di ‘coloni’, ognuna con i propri miti, simboli, narrazioni storiche, eroi, culture e lingue.”.Tuttavia, proprio mentre il fatto linguistico viene assunto come riferimento per la definizione delle “nazionalità”,   non vengono invece, mai ricordati, come dovrebbero, alcuni fatti fondamentali, quali, innanzitutto:

-l’esistenza di dialetti intermedi: il Suržyk in Ucraina, e il Balačka inRussia, due “lingue franche” russo-ucraine che, come in tutte le ex-repubbliche sovietiche (e in tutti i paesi post-imperiali),  permettono di passare agevolmente da una lingua all’ altra;

-il prevalere in pratica del Russo  nell’uso familiare e nei media,  tanto che perfino  i più intransigenti sostenitori della supremazia ucraina (e perfino la Guardia Nazionale)  proprio mentre esprimono i loro progetti più estremi, e addirittura al comando delle truppe in combattimento, lo fanno, paradossalmente, in Russo (che, in fondo, dimostrano di considerare, nonostante tutto, come la loro “vera” lingua);

-l’esistenza di un’intera “Kulturnation” russo-ucraina (“piccolo russa”), che va ben al di là della Crimea e del Donbass, comprendendo più della metà degli scrittori e intellettuali di lingua russa fra l’Ottocento e il Novecento – una ricchezza culturale superiore, da sola, per esempio, a quella della maggior parte delle culture europee dello stesso periodo;

-il vero ruolo esercitato dal Russo, che è, o pretende di essere, una lingua di comunicazione interculturale, come l’Inglese, il Mandarino, l’Arabo Classico o l’Hindi, e può (anzi, deve) coesistere tranquillamente con le altre diverse lingue dei suoi parlanti all’interno del “Russkij Mir” (il “Mondo Russo”), siano esse l’Inglese o il Tedesco, l’Ebraico o il Francese, le lingue baltiche, quelle slave, quelle turciche, iraniche o cartveliche. Esso ambisce, quindi, ad essere in competizione, non già con l’Ucraino, bensì con l’ Inglese;

-infine, la non corrispondenza fra l’uso delle due lingue, la scelta della “lingua nazionale”, le preferenze geopolitiche e l’adesione a una determinata etnia, tutte le combinazioni essendo possibili e documentate, tan’è vero che, per esempio,  i Cosacchi del Don e del Kuban, assolutamente filorussi, parlano in Balačka, ma lo considerano un dialetto russo;

-ma, soprattutto, il fatto che, se rapporto coloniale vi è stato, esso non è stato tanto fra Russi e Ucraini, bensì fra gli Slavi Orientali nel loro insieme e i precedenti abitanti dell’Ucraina (Tartari, Polacchi, Ebrei, ecc..), che sono stati cacciati e decimati negli ultimi tre secoli, fino a rappresentare una quota modesta dell’ attuale popolazione, e, se vi è ancora, è con gli USA, che, come si è visto, decidono direttamente la formazione dei Governi.

Infatti, se il presente conflitto ha già motivazioni storiche e ideologiche importanti, tuttavia, il coinvolgimento, in questa fase di crisi, dei Governi esteri,  e, in particolare, del Governo e del mondo politico americano,  è stato così pesante da esasperarlo fino all’inverosimile, ridicolizzando addirittura  l’idea di un’asserita ”indipendenza” ucraina, che, invece, ha costituito il Leimotiv dell’“Euromaidan”.  Basti vedere l’atteggiamento tenuto dal Sottosegretario Nuland (quella del “Fuck the EU”) e dall’Ambasciatore Pyatt, che hanno attuato, senza nasconderlo, un piano ideato a Washington fin nei minimi dettagli.  Pravi Sektor e Svoboda  hanno ricevuto così, nel nuovo Governo Jatseniuk, vari posti ministeriali, mentre, per esempio, il partito UDAR  di Vitali Kličko, sostenuto dalla Germania ma osteggiato dalla Nuland, non ne ha ricevuto, nonostante il suo grande impegno,  nessuno. Tra l’altro, anche l’appoggio tedesco a Kličko era stato senza veli, con finanziamenti vantati perfino sul sito web, con “corsi” per gli attivisti sulla propaganda e sul Trattato di Associazione, con una “consulenza” sulla gestione delle attività parlamentari e dell’attività legislativa.

Gli Slavi Orientali sono
il blocco viola a destra

d)La posizione della Russia

A sua volta, l’ Occidente accusa la Russia:

-di avere creato e sospinto il separatismo della Crimea, fino all’ annessione della stessa;

-d’incoraggiare e sostenere i separatisti del Donbass

Occorre ricordare che, al di là del merito della questione ucraina, la Russia ha, con gli Stati Uniti, contenziosi ben più ampi e più vasti, che si inquadrano all’ interno delle loro opposte visioni strategiche, come quelli sulla difesa nucleare e sui rapporti con l’Europa, all’ interno dei quali soltanto può interpretare e gestire la crisi ucraina. Ai suoi occhi, la crisi ucraina non deve, innanzitutto, né indebolire l’equilibrio strategico con la NATO, né i suoi rapporti commerciali con l’ Europa. Solo dopo possono  venire in considerazione le singole questioni specifiche.

Ammesso poi che si potesse, e si volesse  veramente, motivare la Russia, anche in base a quesì suoi interessi globali,   a modificare sostanzialmente il proprio atteggiamento, e quello dei Russofoni del Sud-Est, sulla questione ucraina,  quest’ultimo, comunque lo si definisca, ha più di 10  milioni di abitanti, e la stessa Donetzk  più di un milione di abitanti: uno Stato delle dimensioni di un’ Ungheria, di un Portogallo o di una Grecia, che non è certo facile per nessuno controllare come se si trattasse di un teatro di burattini. Tant’è vero che Putin sta rischiando molto della sua popolarità con la sua attuale relativa presa di distanza dalla Repubblica del Donbass.

Infine, non si può neppure dimenticare che la politica di “de-russificazione”, obiettivamente  perseguita, sulla falsariga di altre Repubbliche, dal nuovo governo ucraino e, prima ancora, dalle tendenze politiche che lo compongono, è nel più totale   contrasto con i principi stabiliti in materia linguistica, ma anche proprio istituzionale, dall’Unione Europea, alla quale, invece,  il nuovo Governo ucraino pretenderebbe di riallacciarsi (cfr. la Carta Europea per le lingue regionali o minoritarie – All.1-). Essa mira infatti, addirittura, a delegittimare e a vanificare quello russofono dell’Ucraina (i “Piccoli Russi”) quale gruppo etno-culturale specifico, nonostante che esso possegga dimensioni demografiche superiori a quelle, per esempio,  dei Catalani, e abbia un suo intrinseco valore nella storia della cultura europea, degradandolo indebitamente a “lingua regionale”, a cui viene sostituita,poi, in pratica, quella Inglese (che infatti compare in tutte le targhe segnaletiche accanto all’Ucraino). Ricordiamo che, invece, la Finlandia, il Belgio e la Svizzera, in casi esattamente analoghi, hanno, non solo realizzato una forma praticamente perfetta di plurilinguismo, ma anche fatta salva la diversità delle tradizioni culturali dei loro territori. Accettare l’attuale politica giacobina sulle minoranze dei Paesi est-europei significherebbe perciò rinnegare tutta la logica delle Organizzazioni Internazionali, e dell’Unione Europea in particolare, che è quella della tutela delle identità storiche, non già dell’ appiattimento sulla cultura “mainstream” .

Victoria Nuland distribuisce sandwiches ai manifestanti

e) Dall’Euromaidan a oggi.

Lo scenario ucraino attuale, che viene degnato finalmente, seppure “in extremis”,  di un minimo di attenzione da parte dall’opinione pubblica mondiale , riprende un circolo vizioso già più volte ripetutosi negli ultimi dieci anni:

-la piazza di Kiev reclama un governo più filo-occidentale, che viene effettivamente nominato, se necessario forzando, poco o molto, le leggi;

-con il passar del tempo, l’intensità dei rapporti con la Russia e il peso elettorale delle etnie minoritarie provoca l’emergere, da parte degli stessi governi, o da parte dell’elettorato,  di tendenze più filorusse;

la piazza ricomincia a protestare.

La novità degli ultimi mesi consiste, semmai, nel carattere più aperto  che hanno assunto, sotto la spinta di una generalizzata conflittualità a livello mondiale , i giochi di tutti gli attori coinvolti. Sotto un certo  punto di vista, le vicende ucraine richiamano oramai alla mente, più ancora di tanti altri aspetti del conflitto fra Russia e America, una “partita di scacchi”, in linea con l’idea cara a Brzezinski, della “Grande Scacchiera” (ove, per altro, come si vedrà, le mosse dei giocatori sono in gran parte prevedibili, grazie ai “rapporti” pubblicati da gran tempo dai vari politici e politologhi) .

Alla fine del 2013, era sostanzialmente già pronto per la firma il Trattato Istitutivo della Comunità Economica Eurasiatica. Sotto l’ influenza della Presidenza lituana ,caratterizzata in senso fortemente antirusso,  l’ Unione Europea quest’ultima decideva di stipulare anche con l’Ucraina l’Accordo di Associazione, che, secondo le prassi comunitarie, preluderebbe (anche se i tempi sono tutt’altro che definiti) all’adesione all’ Unione Europea (e perfino alla NATO). Nonostante l’impossibilità, in tempi brevi, di un’adesione che comporterebbe comunque un forte impegno economico, l’accordo aveva un importante significato politico, trattandosi, addirittura, della scelta fra due “sfere d’influenza”.

Tradizionalmente, si affermava che la Russia avesse avuto sempre un atteggiamento in ultima analisi difensivo in politica internazionale (una “potenza-status quo”). Dovendo difendere il territorio più vasto del mondo, e memore delle invasioni “barbariche”, mongole, polacca, svedese, napoleonica, della Crimea,  occidentale e nazista, la Russia tiene una politica apparentemente militaristica, ma in realtà attenta soprattutto a circondarsi di “stati-cuscinetto”. Se compie dei “salti in avanti”, come ai tempi della Santa Alleanza, del Patto Ribbentrop-Molotov, della “Corsa verso Berlino” o della “Corsa agli Armamenti”, lo fa soprattutto per precostituirsi delle difese (con il cosiddetto “Approccio Survivalista”, come la chiamato Fiona Hill).

Anche nel nostro caso, il Presidente russo Putin, pur non obiettando formalmente, né allora, né oggi,  alla possibile firma del Trattato con la UE, aveva già segnalato profili di contraddizione fra l’adesione alla UE e la permanenza dell’Ucraina nel mercato comune eurasiatico, ed espresso, soprattutto, già a fine dicembre, la propria convinzione che l’Occidente fosse intenzionato, in concomitanza con i Giochi Olimpici di Soči, fondamentali per il prestigio della Russia, a favorire azioni ostili, come preannunziato, per esempio,  dalle polemiche sulle leggi russe in materia di pedofilia, e dall’invio di navi militari americane davanti alle coste del Mar Nero. Queste nuove strategie di destabilizzazione avevano suggerito alla Russia nuovi tipi di reazione (quella che Fiona Hill ha definito “Difesa Offensiva”). Il 13 dicembre 2013, Putin, nella sua annuale allocuzione di fine anno, aveva annunziato infatti un più assertivo  corso di politica estera, fondato su due presupposti assolutamente nuovi: il progetto di riunire, intorno alla Russia, un movimento internazionale di orientamento conservatore (cosa che sta già ora avvenendo), e la decisione di compiere una serie di importanti investimenti tecnologici per evitare il crearsi di qualsiasi dislivello di carattere militare con gli Stati Uniti (cosa che sta già anch’essa oggi verificandosi con la sperimentazione di nuovi missili balistici e di nuovi modelli di androidi).

Da parte sua,  a  causa della perdurante crisi economica dell’Unione Europea, l’Unione non poteva, di fatto, concedere, a Kiev, neanche una quota, seppur  modesta, del pesante supporto economico che questa necessita, e che invece la Russia le stava di fatto già dando (già solo sotto la forma di sconti e pagamenti sul gas), visto soprattutto che, addirittura, l’Unione  sta richiedendo, perfino  ai propri Stati fondatori, sacrifici ch’essi non sono in grado di sostenere. A sua volta, la Russia non era disponibile a continuare a sostenere economicamente un’Ucraina che, con  la sua  “scelta occidentale”, indebolisse obiettivamente il movimento, attualmente in corso, verso l’allargamento, a ulteriori Stati, del Trattato Istitutivo  dell’Unione Economica  Eurasiatica.Tant’è che, ora, Gazprom pretende, per le prossime forniture di gas, il pagamento anticipato.

Per questi motivi, l’allora presidente ucraino Janukovič, dopo trattative tanto con la UE quanto con la Russia, aveva rifiutato (come d’altronde anche quello armeno) di siglare a Vilnius, a Gennaio , il Trattato di Associazione, come avevano invece fatto la Georgia e la Moldova, e aveva invece firmato, con la Russia, un accordo di emergenza, con cui questa si impegnava a intervenire con un sostanzioso aiuto finanziario, e, soprattutto, la proroga dei pagamenti per il gas. Ciò aveva comportato la ripresa, da parte dei partiti allora di opposizione (e, oggi, di governo), di manifestazioni di piazza sul modello della “Rivoluzione Arancione”, ma che, questa volta, si svolgevano con una violenza particolare, nei confronti di un sistema di ordine pubblico caratterizzato da una inspiegabile tolleranza).

Con un certo stravolgimento del senso del Trattato, si pretendeva che lo scopo dello stesso fosse non già un ben delimitato accordo doganale, bensì una pretesa “scelta di civiltà”.

Non dimentichiamo che, allora, il Governo ucraino era sostenuto dalla maggioranza parlamentare delle ultime elezioni, basata sulla coalizione, intorno al “Partito delle Regioni”, di tutte le forze che si identificano con il federalismo e le minoranze etniche, le quali, nel loro complesso, prima della recentissima secessione della Crimea e del Sud-Est, costituivano, con il 30%, il maggior partito del Paese, leader della coalizione di governo.

Essendo inoltre in corso proprio allora, in territorio russo, ma  alla frontiera  con l’ Ucraina e la Georgia,  le Olimpiadi di Soči, il Governo ucraino non riteneva, probabilmente, opportuno adottare, nei confronti dei manifestanti, misure impopolari come per esempio  la dichiarazione dello stato di emergenza,).

Nel frattempo, il mondo politico europeo e americano si esibiva, a Kiev,  in uno show politico mai visto prima d’allora: ministri (come Westerwelle, Fabius e Sikorski), europarlamentari (come Verhofstadt), sottosegretari (come Nuland), leaders dell’ opposizione (come Mc Cain e Kaczinski), che vanno in delegazione a Kiev, danno ordini al Presidente e all’ opposizione, arringano la folla, distribuiscono perfino personalmente panini agli attivisti.

Particolarmente inconsistente  è stato il ruolo della UE. Nonostante che i manifestanti , in condizioni analoghe , in vari  Paesi dell’ Unione , e, in particolare, proprio in Germania e in Polonia, sarebbero stati passibili di scioglimento, se non di arresto, sotto vari capi d’accusa, dal porto d’armi abusivo  alla ricostituzione del partito fascista (vedi NPD), all’esibizione di simboli vietati (come il pugno chiuso dell’ UDAR e le rune naziste di Pravi Sektor, vedi leggi polacche in materia), e, inoltre, dimostrassero un’assoluta indifferenza per le iniziative europee, i politici della UE si presentavano sul Maidan a braccetto dei leader estremisti che avevano fino ad allora condannato, e pretendevano perfino di  dettare delle soluzioni, mentre, invece, quelle “vere” risulteranno poi essere quelle comunicate telefonicamente da Washington. Di fatto, il documento firmato (ma con quale legittimità?) dai Ministri degli Esteri polacco, francese e tedesco, con il Presidente e con i capi dell’ opposizione, che prevedeva un Governo di unità nazionale e le elezioni a Dicembre, poté durare appena alcuni minuti (come, a suo tempo, lo Stato ucraino indipendente di Bandera), poiché,  uscito dal palazzo del governo, il Presidente Janukovič  (che pure aveva vinto le elezioni) fu fatto oggetto di colpi d’arma da fuoco, e non poté fare a meno, prima, di nascondersi, e, poi, di fuggire in Russia.

A questo punto, i manifestanti assalivano alcuni deputati del partito di maggioranza relativa, costringendoli con la forza a votare a favore della decadenza del Presidente per abbandono del suo posto, nonché a nominare come presidente ad interim quello del Parlamento, in quale in  poche ore sostituì tutte le massime cariche dello Stato, mentre il Parlamento stesso adottava norme draconiane, come quella che aboliva l’uso del Russo perfino come lingua regionale. Il tutto ovviamente senza un gran rispetto delle norme costituzionali, a cominciare, ovviamente, dalla “vacatio legis”. Per concludere in bellezza, come primo ministro veniva nominato Jatseniuk, designato ufficiosamente per telefono dal sottosegretario americano Nuland, mentre invece Vitali Kličko, creatura dalla Germania e favorito da Angela Merkel (parla solo Russo e Tedesco, e male l’ Ucraino) veniva puntualmente tenuto fuori dal governo, come imposto sempre dalla Nuland. Alla faccia delle bandiere blustellate.

Il tutto durante la cerimonia di chiusura dei giochi di Soči, esattamente nello stesso modo in cui , nel 2008, l’attacco georgiano all’Ossetia  era avvenuto poco prima della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino, quando i leaders erano in aereo . E dire che gli antichi Greci, durante le Olimpiadi, interrompevano invece qualunque guerra!

Inutile dire che, non diversamente da quanto accaduto nel 2008, non appena conclusasi la cerimonia, i Russi e gli Ucraini filogovernativi o filorussi (che conoscevano benissimo il trucco) si mettevano immediatamente in moto (come i loro colleghi nel 2008, che si erano precipitati con i blindati attraverso il tunnel di Roki)  per rovesciare la situazione creatasi qualche minuto prima a Kiev. Il giorno dopo, infatti, al Palazzo dello Sport di Kharkov, il sindaco di quella città riuniva alcune migliaia di amministratori locali in una riunione in cui si decideva, sostanzialmente,  che gli Enti Locali arruolassero  milizie di autodifesa dell’Ucraina Orientale (cosa che è oramai chiaramente sotto i nostri occhi). Si noti che il sindaco fu poi oggetto di un grave attentato, e se ne andò a farsi curare. A scanso di equivoci, in Israele.

Nel 1969, a Praga, Mitterrand aveva proposto una confederazione europea comprendente la Russia

Il giorno dopo, il parlamento della Repubblica Autonoma della Crimea deliberava la secessione della penisola dall’ Ucraina. Poco dopo, mentre milizie sconosciute (crimeane, russe?) prendevano il controllo dei punti strategici della penisola, il Parlamento annunziava l’ intenzione di indire un referendum, che si è poi effettivamente svolto il 16 aprile. Il resto è ben noto: l’annessione della Crimea alla Russia, la costituzione, in tutto il Donbass, di milizie di autodifesa che presidiano gli edifici pubblici e l’ingresso delle città, il rogo di Odessa, gli scontri armati e i referendum, la proclamazione delle Repubbliche di Donetzk e di Lugansk e la loro fusione in una nuova Repubblica del Donbass, le sanzioni contro la Russia, la campagna militare del Governo centrale contro i secessionisti, le interminabili trattative per il “cessate il fuoco”.

Certamente, l’avere, se non assecondato, almeno non sconfessato, il separatismo della “Nuova Russia”, cioè un movimento secessionistico, per quanto praticamente unanime e con solide giustificazioni culturali e storiche, costituisce uno strappo ai principi del “Diritto Internazionale Classico”, di cui normalmente proprio la Russia postsovietica è stata la più accanita fautrice, mentre gli “occidentali” in genere lo hanno contestato in nome dei diritti inalienabili dei popoli, che renderebbero lecite guerriglie, insurrezioni, guerre civili e “interventi umanitari” (come in Kossovo, in Libia, in Siria e nelle “rivoluzioni colorate”). Tant’è vero che, in ossequio a quei criteri, la Russia si rifiuta da più di 20 anni di ammettere nella sua Federazione le Repubbliche della Transnistria, dell’Ossetia e dell’ Abkhazia, che sono in una situazione analoga a quella della Crimea. Ma potrebbe la Russia ragionevolmente,  in nome di un  rigoroso puntiglio formale, mettere a serio repentaglio il suo equilibrio strategico, la sicurezza dei suoi connazionali e la diffusione della sua cultura nel suo habitat naturale, di fronte a una coalizione multiforme che non nasconde in alcun modo la propria intenzione di cancellare il ruolo dei Russi su ciascuno di questi fronti? Sotto un certo punto di vista, l’atteggiamento russo ha costituito dunque una forma inevitabile di adeguamento alla nuova, ancor più radicale, strategia americana per gestire le crisi internazionali, non più negando, come fino ad ora, bensì aggirando, il diritto internazionale, mediante la creazione accelerata di movimenti politici artificiali. I comportamenti dei separatisti del Donbass sono stati non casualmente  esattamente speculari a quelli dell’Euromaidan, nella loro organizzazione paramilitare, nell’occupazione degli spazi pubblici, nelle tattiche di guerriglia, nella ritualità,  ecc..D’altro canto, già anche le prime Rivoluzioni Atlantiche e le “guerre d’indipendenza” dell’Ottocento, a cui si rifà la maggior parte dei nostri Stati,  erano incominciate proprio con la creazione di movimenti culturali alternativi (i patrioti italiani concentrati da Cavour a Torino), azioni dimostrative provocatorie (il “Tea Party”), l’ occupazione di edifici pubblici (la “Presa della Bastiglia”), e guerre insurrezionali (i “Mille”).

Perchè tutti hanno dimenticato la
Conferenza di Praga?

e) Tornare alla proposta di Mitterrand del 1989.

La soluzione  pratica da darsi alla discussione circa l’associazione   dell’ Ucraina all’ UE (che, ricordiamolo, è stata, per tutte le parti in causa, il pretesto scatenante del conflitto), che vorremmo esplorare con questo Quaderno, sarebbe quella, apparentemente più semplice e più risalente, verso la quale, paradossalmente, nessuno ha più indirizzato, da tempo, la propria attenzione: una qualche forma di confederazione fra l’Unione Europea e l’Unione Eurasiatica, all’interno della quale l’Ucraina potrebbe trovare un suo ruolo di “cerniera”, se non addirittura di “centro”. Si tratterebbe, come proposto nell’ intervento di Lucio Levi, di “evitare lo smembramento dell’Ucraina”, eventualmente garantendo a quest’ultima, come proposto da alcuni autorevoli commentatori, uno status simile a quello della neutralità finlandese (e perché non svizzera?). Sul piano del Federalismo Interno, non mancano precedenti in tutta Europa.Dal punto di vista giuridico e doganale, poi, i rapporti “a più velocità” sono oramai la regola in tutto il mondo.

Tale soluzione avrebbe anche, a nostro avviso,  il vantaggio di rovesciare l’impostazione sempre più sbilanciata che si sta dando, negli ultimi anni, all’integrazione europea, riportandola  alle idee originarie del federalismo mondiale, inteso quale associazione paritetica fra organizzazioni regionali, anche quando animate da visioni culturali diverse.

Quindi, non più una megalomane “politica di allargamento”, di natura  imperialistica e di estensione   indefinita, volta a ”manipolare” i nuovi Stati Membri a propria immagine e somiglianza, bensì un “completamento” dell’Europa, comprendente, su un piede di parità, tutti i suoi popoli.

Essa altro non sarebbe che la continuazione della proposta formulata a suo tempo da Mitterrand, che prevedeva, a una parte, l’Unione Europea, e, dall’ altra, l’allora  Unione Sovietica (oggi, l’Unione Economica Eurasiatica).  Da quell’idea era poi nato il cosiddetto “Partenariato Russia-UE” (1997), a cui aveva fatto seguito il “Consiglio Russia-NATO” di Pratica di Mare (2002), di cui non si sono visti i risultati pratici. La  proposta di Mitterrand non aveva avuto infatti seguito per il già descritto atteggiamento strumentale dei Paesi Occidentali. Si era preferìto adottare il macchinoso meccanismo dei “partenariati orientali”, della “politica di vicinato”, dei trattati di associazione e di adesione, che ha provocato la progressiva disgregazione dell’URSS e della Jugoslavia, e le relative guerre, oltre che una sempre crescente alienazione reciproca fra Russia e UE, le quali invece, nel 1989, si consideravano ancora  “dalla stessa parte della barricata”.

Con questa proposta, sarebbe forse ancora possibile sanare quella frattura che sta portando a uno scontro frontale a Est e Ovest, secondo la linea che parrebbe essere quella dello stesso Governo Italiano.  La soluzione concreta verso cui tendere pare dunque, agli Autori dei vari contributi quella di puntare su un’organizzazione (per esempio, il Consiglio d’Europa), che, raggruppando l’ Unione Europea, l’Unione Eurasiatica, la Turchia e altre controparti nel Medio Oriente, fornisca la base per la collaborazione culturale, politica, economica e finanziaria in Europa, associandosi, per esempio all’ interno dell’OSCE, agli Stati Uniti, per creare un ampio “Sistema Europeo di Sicurezza”.

In questo contesto, l’Ucraina, o, almeno, la sua parte centrale, potrebbe costituire il “Territorio Federale” di questa confederazione, così come Ginevra è sede di varie Organizzazioni specialistiche delle Nazioni Unite, e Bruxelles di varie istituzioni europee. Tra l’altro, solo una soluzione come questa  potrebbe  rappresentare un’attuazione quasi  “alla lettera” dell’idea originaria dell’“Euromaidan” (cioè, in Arabo, Turco, Persiano, ecc.., una “piazza”, un’ “agorà” europeo), dove si incontrino e dove dibattano tutti gli Europei.

Insistiamo che, perché questa proposta possa essere accettata a livello politico, occorrerebbe innanzitutto, “a monte”, una riflessione comune fra le grandi culture del mondo sui rischi della Postmedernità, e, in particolare, sulla deriva totalitaria del Sistema Informatico-militare, e, in particolare, all’ interno dell’Europa, sulla sulla missione delle diverse tradizioni culturali all’ interno della Dialettica dell’ Illuminismo, riflessione a cui questi Quaderni vorrebbero essere propedeutici.    

Questa nostra opera collettiva affronta il tema sotto punti di vista differenti, che saranno trattati nei diversi contributi:

-una riflessione in ottica paneuropea sui rapporti fra la Russia e l’ Europa, da un lato, e la Cina, dall’ altro, quale quella contenuta nell’ intervento di Giovanni Martinetto;

-un esame “tecnico” delle proposte politiche sul tappeto, e, in particolare, della confederazione che andiamo discutendo fa oggetto dell’ intervento diLucio Levi, Presidente del Movimento Federalista Europeo;

una rapida “corsa” attraverso la storia della cultura ucraina, quale quella contenuta nell’intervento di Riccardo Lala, volta a dimostrare che non stiamo qui parlando di astruse questioni circa un paese lontano ed esotico, bensì di sfide centrali per tutti noi, che riguardano un Paese a soli 850 chilometri dall’Italia, ma, soprattutto, cercando, come ci ricorda il Sommo Pontefice, di  evitare una guerra oramai incombente nel cuore stesso dell’ Europa;

-un contributo dello storico Franco Cardini circa l’attualità del dibattito sul califfato, per ricordare che , fra le varie identità che si scontrano in Ucraina, c’è anche quella islamica (tant’è vero che l’ISIS sta rtivendicando l’ Ucraina meridionale, già ottomana);

-una valutazione politica complessiva da parte di Alfonso Sabatino, Segretario piemontese dell’Associazione Comuni e Regioni d’ Europa (AICCRE);

-il documento sulla crisi ucraina del Movimento Federalista Europeo;

-l’Allegato n. 1, contenente la Carta Europea delle Lingue e dei Popoli Minoritari, approvata dal Consiglio d’ Europa

Tutte le parti dell’ Europa possono
(e debbono) avere un loro ruolo

CHI E’ EUROPEISTA? CONSIDERAZIONI AL MARGINE DEL LIBRO DI ROMANO PRODI “L’EUROPA”

Finalmente un libro ben fatto sull’ Europa!Certo, possiamo non condividerne tutti i contenuti, ma ciò non ci impedisce, né di elogiare  gli aspetti che ci sembrano ben centrati, né di svolgere critiche costruttive a ciò che ci sembra carente.

Infine, cogliamo  l’occasione per fare il punto circa le culture del federalismo e dell’ europeismo.

Il Duca di Sully

1. I pregi.

Il pregio principale del libro è l’equilibrio, che da sempre caratterizza l’azione politica di Romano Prodi,  per cui lo avevamo appoggiato ai tempi della sua elezione. Pur entro i ristretti margini di manovra del secolo scorso, Prodi ha fatto il massimo possibile per l’ Europa. Tuttavia, ora siamo nel 21° secolo ben inoltrato, sicché si richiederebbe ancora qualche sforzo in più.

Parlando di equilibrio: Equilibrio editoriale (fra libro istituzionale, opera storica e programma politico); equilibrio ideologico (avendo scelto, come inizio dell’  Europa, il Medioevo cristiano, e non, come altri fanno, la Rivoluzione Francese o la Seconda Guerra Mondiale); equilibrio politico (in quanto non identifica l’ Europa, né in un progetto messianico, né nella “Festung Europa”, né in un esperimento keynesiano, né in una società liberistica, né nella roccaforte di determinate ideologie ).

Soprattutto, era ora di creare qualcosa di accattivante per i lettori, sfatando l’idea che si possa parlare di Europa solo in un gergo oscuro e cupo.

Azzeccata l’osservazione di Prodi che il preteso fondamento della UE nella ricerca della pace (per quanto da lui condiviso) lascia oramai tutti scettici; quella sulla schiacciante debolezza dell’Europa nel contesto mondiale e soprattutto in campo digitale; il richiamo alla filosofia mussulmana di al-Andalus; il  significato mariano della bandiera europea; l’importanza del turismo, dei media  e dello sport; il bisogno di leadership.

Ottima, in generale, l’idea di associare testi semplici, ma meditati e critici, ad immagini significative. Ottimo anche esprimere, dove proprio necessario, dubbi e critiche, che normalmente oggi il “mainstream” non osa fare.

L’Abate di Saint-Pierre

2. Le lacune

La principale lacuna consiste nella deliberata autolimitazione concettuale e geografica dell’ Europa, che è poi la ragione per cui questa non riesce ad entusiasmare i propri cittadini. Ricordo anche, a questo proposito,  lo scambio di battute fra Prodi (quand’era presidente della Commissione) e Putin, in cui Prodi dimostrava una non comune larghezza d’idee per ciò che concerne i confini dell’ Europa. Per il Prodi di allora, la Russia avrebbe dovuto avere in comune, con l’Europa, “tutto tranne le istituzioni”. E Putin aveva ribattuto rivelando una semplice verità, vale a dire che questa limitazione deriva solo “dalla paura degli Europei per la grandezza della  Russia”.

Capiamo perfettamente le ragioni  delle autolimitazioni di Prodi: in una politica retta, come quella attuale,  in gran parte dai principi del marketing, è molto rischioso voler uscire dalle “bolle” del mercato ereditate dal passato (vedi partiti politici). Ogni ricostruzione sensata del contesto della storia europea, dovendo spezzare le barriere fra le vecchie narrazioni, corre perciò il pericolo di una crisi di rigetto da parte dell’opinione pubblica. Un pericolo che però, a nostro avviso, occorre correre, per  motivi che illustreremo nella seconda parte di questo articolo.

Inoltre, tutti i politici europei sentono sempre “il fiato sul collo” dell’ America, per cui nessuno ha mai il coraggio di assumere obiettivi un po’ più ambiziosi del solito.

Tornando all’autolimitazione nelle narrazioni storiche, ho assistito, perfino in America, a inattesi diverbi sull’ Europa preistorica, dove, secondo taluni, le recenti scoperte della paleoetnologia confermerebbero vecchie teorie razziali, e secondo altri distruggerebbero, al contrario, il concetto stesso di “razza”. Non parliamo poi della “gylania” di Maria Gimbutas e del carattere guerresco dei popoli dei Kurgan. Meglio quindi  non parlarne proprio?

Ogni riferimento al mondo greco-romano viene poi  accusato di essere improntato allo sciovinismo dei popoli del Sud, così come una visione a tutto tondo della religiosità del Medio Evo potrebbe urtare laicisti, islamici, ebrei o tradizionalisti. Un’analisi più approfondita dei veri contenuti dell’Illuminismo (monarchico ed elitario, come nei casi di Rousseau, di Montesquieu, di Leibniz, di Voltaire, di Boulanger) verrà sicuramente respinta nel nome della democrazia; i nazionalismi degli Stati Membri possono essere soggetti solo a critiche di stile (il “fascismo”), ma non di fondo, perché essi servono ancor oggi per  puntellare l’esistenza delle attuali classi dirigenti e il loro controllo sull’ Europa.  Gli aspetti oppressivi dell’occupazione americana, poi, (come per esempio la vicenda Assange, oggi in pieno svolgimento) non possono  essere, ovviamente, neppure citati.

E’ per questi motivi  che il libro di Prodi non comincia là dove, secondo noi, avrebbe dovuto cominciare: dal grande “melting pot” europeo del neolitico; dalle civiltà medio-orientali; dal mondo greco-romano; sì che l’Europa cristiana sembra nata per partenogenesi, e diventa semplicemente una “radice”, mentre le radici dell’ Europa sono invece le società preistoriche ed arcaiche,  sopravvissute nel Cristianesimo e vive ancor oggi (Elisabeth Rees,Simboli cristiani e antiche radici).

Coerentemente con la versione storica “mainstream”,  il libro prosegue con visioni stereotipate, tanto dell’ Illuminismo (le “idee chiare e distinte” che diventano un dogma, non un faticoso esperimento), quanto del primo dopoguerra, dove l’affermarsi  del Piano Marshall e delle  “Trente Glorieuses” (o “Miracolo Economico”) sembrerebbe un’esperienza senza ombre. Si glissa poi sui problemi irrisolti da settant’anni: Esercito Europeo e NATO; questione linguistica e imposizione dell’ Inglese; assenza dal digitale e dall’ industria culturale; non volontà d’integrare Russia e Turchia; responsabilità per la guerra civile in Libia; contraddizioni nelle politiche migratorie, dei trasporti e del turismo.

Se ci sono ancora ranti problemi aperti, esistono certamente delle cause profonde, che vanno spiegate ben al di là delle “tradizionali inimicizie” fra i popoli europei (non certo maggiori che quelle fra i Cinesi e i popoli delle steppe, o fra Industani, Dravidi e Islamici dell’ India, o, infine e soprattutto, fra Puritani, Inglesi, Afroamericani, Nativi Americani, Québecquois, Confederati, Latinosnegli USA). Dove sono le “tradizionali inimicizie” fra Europei nella Politica Estera e di Difesa? Dove nell’ uso dell’Inglese (visto che non c’è più il Regno Unito)? Dove nei rapporti con i GAFAM?

Immanuel Kant

3.L’articolo di Dastoli su Linkiesta (Salsa gollista;La differenza fra il federalismo e il grottesco sovranismo europeo di Meloni)

Il problema è che, con tutta la buona fede e la buona volontà, le culture politiche postbelliche (nelle loro varie declinazioni, marxista, cattolica, liberale, conservatrice, nazionalista) non sono state in grado, né di spiegare la nostra storia, né di proporre un progetto onnicomprensivo per il Futuro dell’Europa di cui si sta discutendo nell’ omonima Conferenza.

Nessuna di esse ha preso atto della Società del Controllo Totale, che ha travolto le tradizionali nozioni d’individuo, di persona, di pensiero, di parola, di libertà, di Stato,di Nazione, di lavoro, di economia,   a cui quelle ideologie facevano riferimento. Contro il potere illimitato dei GAFAM, s’impone un tipo nuovo di uomo, di formazione e di politica, che, nel nostro Continente, possono essere rappresentate solo da un’Europa più forte e più conscia della propria identità.

Oltre ad essere poco spinta dai suoi stessi promotori, ciascuno a suo modo demotivato,l’integrazione fu vista con fastidio dai partiti di tradizioni liberale, socialista e cristiano democratica, erano inseritisi tardivamente e malvolentieri nel progetto d’integrazione,  perché troppo radicati, chi nell’idea nazionale, chi nell’internazionalismo apolide, e comunque più attirati da altri temi. La questione appena ricordata, dell’insufficienza delle ideologie novecentesche, risulta ben chiara leggendo  l’articolo di Pier Virgilio Dastoli, che scrive “ che la cultura federalista non è ancora e pienamente parte integrante delle correnti di pensiero del popolarismo cristiano universalista, del socialismo internazionalista, del liberalismo cosmopolita e ora dell’ambientalismo. E, questo, si noti, dopo ben 70 anni dalla Dichiarazione Schuman. Prova di una palese irriducibilità. Nessuno voleva creare un soggetto politico europeo che incarnasse l’identità europea nella politica internazionale. Questo continua ad essere vero anche oggi, e il vero “miracolo europeo” è che l’ Europa vada avanti lo stesso, anche se a passo di lumaca, quando l’”establishment”,in tutte le sue ramificazioni, non ne è mai stato minimamente attirato.

Anche i fondatori delle Comunità Europee (sia Monnet che Spinelli che Churchill) riprendevano quasi pedissequamente il “Grand Dessin” che si trascinava di secolo in secolo nelle corti europee (Dubois, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Rousseau, Kant, Coudenhove-Kalergi), risultato di una dialettica secolare fra tradizione imperiale e monarchie nazionali.

E’ vero, “il processo di unificazione del continente …..è stato avviato con il confronto fra tre scuole di pensiero politico…quella funzionalista…di Jean Monnet”…quella federalista… di Altiero Spinelli e quella confederale… di Winston Churchill”

In realtà, come abbiamo visto, le radici dell’idea d’integrazione d’Europa  sono a monte di questa tripartizione, che non è perciò così fondativa.

Per esempio, ’Unione Europea funzionalistica che abbiamo oggi sotto gli occhi è stata un sottoprodotto, più che del “confederalismo” di Churchill ,che era un grande aristocratico fautore dell’ Impero, e pertanto poco motivato fin dall’ inizio, fino a che non fu esautorato dai finanziatori americani, della Teoria della Modernizzazione  di Rostow (bisogna eliminare i confini per permettere l’espansione della scienza e della tecnica). Ma anche, Jean Monnet era essenzialmente un manager cosmopolita (oscillante fra America e gollismo) e Hallstein, sostenuto dall’ America,  proveniva dall’establishment economico nazionalsocialista. Nessuno particolarmente affascinato dall’ Identità Europea. Ecco perché c’è poco slancio nel processo d’integrazione.

Richard Coudenhove Kalergi

4.L’integrazione europea e i partiti

Per questi stessi  motivi, la classe politica europea non è riuscita fino ad ora a gestire in modo adeguato la transizione postmoderna (o non ha voluto farlo), sì che, di conseguenza, l’Europa arranca sempre più dietro Cina e Stati Uniti, vedendo così compromesso il futuro delle prossime generazioni.

Si dice: “molti Stati Membri non vogliono integrarsi”.Ricordiamoci che in democrazia gli Stati dovrebbero fare ciò che chiedono i cittadini. Evidentemente, non siamo riusciti a convincere i cittadini.

L’incompatibilità fra il federalismo e i partiti era e resta reciproca. I progetti europei di  Coudenhove Kalergi, Spinelli e Galimberti furono progetti di outsiders (scritti da soli o al massimo in tre persone), non dei già partiti, che erano rimasti tutti ermeticamente chiusi nei confini nazionali, quando non marionette di realtà internazionali come l’Internazionale Comunista o la Chiesa.

Non parliamo poi di che Galimberti, di Simone Weil e di Olivetti, che i partiti li volevano  semplicemente abolire, né del fatto che, nel, nel Manifesto di Ventotene, si dicesse apertamente che  né i comunisti, né i democratici, sarebbero stati capaci di creare la federazione europea.

In realtà, essendo l’ Europa un progetto geopolitico, è difficile far entusiasmare una parte considerevole dei cittadini, che per natura pensa al “particulare”, al massimo elevando il pensiero alla città o all’ impresa, mentre già solo il concetto di “nazione” è quanto mai fumoso.Non per nulla, Podiebrad era il re di Boemia, Dubois e Sully erano ministri, Saint-Pierre un diplomatico, Kant un filosofo, Coudenhove Kalergi un aristocratico, Galimberti un comandante partigiano e Spinelli un rivoluzionario di professione.

Se i grandi partiti di massa erano già anacronistici a metà del ’900 (e infatti  sono stati scavalcati, negli anni, da movimenti nuovi, come il gollismo, il gauchismo, l’ambientalismo e Solidarnosc), oggi, essi sono addirittura dei cimeli storici, tanto che, per poter continuare funzionare, hanno dovuto addirittura cambiare i loro nomi, che non dicevano più nulla all’ opinione pubblica (divenendo “Renew”, “Democratici” e  “Popolari”).

Il liberalismo era nato come reazione nobiliare alle monarchie assolute; era prosperato come difesa delle élites contro la “ribellione  delle masse” e alla fine aveva tentato di riciclarsi come “partito di classe” della borghesia, ma era stato condannato al declino dalla fine di quest’ultima, sostituita dal “ceto medio” e ,ora, da un proletariato di “déracinés”.

Il socialismo era nato, con Owen e Fourier, come espressione delle forze innovative dell’industrializzazione, era stato teorizzato da Marx come fase intermedia fra capitalismo e comunismo, e, infine, era stato realizzato effettivamente nei Paesi del “socialismo reale”, non riuscendo, però,  a sopravvivere nell’ era dei computer e degli Stati-Civiltà.

La Democrazia Cristiana, nata all’ inizio del ‘900 dalla constatazione dell’inutilità del Non Expedit, aveva avuto un exploit con il vuoto di potere succeduto al crollo del Fascismo e con l’alleanza fra Chiesa e Stati Uniti. Oggi è sostanzialmente ancora l’unico movimento vivo e vitale, identificandosi esso con la Chiesa, ma, essendosi omologato al “mainstream” occidentale, rischia di esserne fagocitato, come dimostra anche l’atteggiamento incerto della Chiesa su molte delle questioni vitali per il nostro tempo (teologia, politiche sociali, questioni di genere).

Per un motivo o per l’altro, questi movimenti non hanno proprio la capacità intellettuale d’interpretare la transizione dall’epoca industriale a quella digitale, dominata da un’enorme centralizzazione, tecnicizzazione e dematerializzazione del potere, e incentrata sugli “Stati-Civiltà”:  i loro slogan suonano come aria fritta. Per questo sono condannati ad essere sostituiti da qualcun altro.

Lo stesso può dirsi, a mio avviso, anche del post-fascismo, del gollismo, del gauchismo, dell’ambientalismo e del populismo: essi esprimono non più idee ottocentesche, bensì almeno novecentesche. Anch’essi sono  comunque obsoleti.

Duccio Galimberti

5.Confederazione e populismo

Secondo Dastoli, nessuno “ha mai pensato di considerare i sostenitori del metodo confederale fra gli “europeisti” perché chi vuole trasformare l’Unione europea in una Confederazione vuole di fatto e di diritto smantellare le basi essenziali del sistema comunitario.” Ma in realtà l’Unione Europea di oggi è meno di una confederazione. L’unica oggi esistente è la Svizzera, che un fior d’esercito federale.

L’unico avversario  di una futura Federazione Europea  sembrerebbe essere il neo-nazionalismo dei cosiddetti “Sovranisti”, in quanto questi sarebbero “confederalisti”.  Anch’essi sono un movimento datato, nato con le Rivoluzioni Atlantiche, rafforzatosi durante il Risorgimento (“Fratelli d’ Italia”), e esploso con il fascismo. Anch’essi, nonostante gli attuali exploits elettorali, sono tagliati fuori dalla comprensione del 21° Secolo. Le uniche cose parzialmente attuali sono quelle ch’ essi traggono “a piacere” dalla tradizione gollista, che però interpretano malissimo, deformando perfino l’idea gaulliana di lotta per l’indipendenza dell’Europa, in un ossequio formale all’ America (vedi l’accoglienza riservata a Bannon), quando non, come nel caso della Polonia, nella precisa volontà di boicottare l’Europa a favore della NATO. Anch’essi si distinguono per l’inconcludenza politica, dimostrata ancora recentemente dall’ incapacità di creare un solo gruppo politico al Parlamento Europeo (cfr.precedente articolo di Dastoli su Linkiesta).

Dastoli continua: Secondo il modello confederale, il governo europeo deve essere anarchico e cioè deve essere affidato alla decisione o meglio alle non-decisioni dei governi degli Stati-nazione di cui ciascuno deve mantenere una apparente sovranità assoluta” .Orbene, l’approccio “anarchico” all’ Europa, attribuito ai “populisti”, è proprio quello tenuto fino dall’ inizio dagli Stati membri e dalle Istituzioni:

-Uno Stato (l’Italia) ha potuto firmare con la Libia un trattato di non aggressione, comprensivo del divieto di fornire basi per attacchi contro il proprio territorio, e poi due altri Stati Membri hanno attaccato proprio la Libia;

-L’Unione ha decretato il bando del North Stream 2, ma la Germania lo ha realizzato egualmente;

-Nell’Unione, tutti si fanno i loro trattati bilaterali (Francia-Germania; Polonia-Ungheria-Slovacchia Cechia; Italia Francia) con il deliberato obiettivo d’ imporre la loro volontà agli altri Stati membri.

La “colpa” di tutti questi comportamenti “anarchici” non è mai stata dei “populisti” (che non sono mai stati al potere, salvo recentemente in Polonia e in Ungheria), bensì dei vari Berlusconi, Sarkozy, Blair, Merkel, Havel…

Per questo, non si capisce perché i “populisti” si agitino tanto contro “Bruxelles”,  visto che l’Europa delle coalizioni di centro-sinistra è già stata così come essi la vorrebbero.

Tra l’altro, contrariamente a quanto dicono i media, i Paesi di Visegràd stanno performando benissimo dentro quest’Europa, proprio grazie a quest’Europa “anarchica”. La Repubblica Ceca ha perfino superato  quest’anno il reddito pro-capite dell’Italia(cosa di cui non stac parlando nessuno):Secondo l’ultima indagine del Fondo monetario internazionale (FMI), la Repubblica Ceca ha superato Spagna e Italia in termini di PIL pro capite.. …

Secondo il FMI, il PIL pro capite nella Repubblica Ceca quest’anno è di 38.120 dollari internazionali a prezzi costanti e convertito in parità di potere d’acquisto………..In Italia, quest’anno, il PIL pro capite è risultato pari a 37.905 dollari internazionali del 2017 e in Spagna a 36.086“.

Secondo Dastoli, “Secondo il modello federale, il governo dei temi di interesse comune deve essere sopranazionale, deve avere poteri limitati ma reali e deve rispondere ad una autorità legislativa e di bilancio su una base paritaria  composta da una Assemblea parlamentare che rappresenti le cittadine e i cittadini e un Consiglio o Senato che rappresenti gli Stati e che decide a maggioranza e non all’unanimità.”

In realtà, una vera “Confederazione”, dotata di un suo Presidente, di un suo esercito, di suoi servizi segreti, di un suo fondo sovrano, di suoi campioni nazionali, di una propria politica economica e culturale sarebbe comunque meglio, e dell’ attuale Unione (che queste cose non le ha), e perfino di una “Federazione” che avesse il tanto decantato principio di maggioranza, ma non tutte quelle altre cose.

Basti vedere la Confederazione Elvetica, uno dei sistemi politici più efficienti in assoluto.

Altiero Spinelli

6.Chi è europeista?

In definitiva, oggi, avrei dei grandi dubbi a stabilire chi sia veramente “Europeista”. Uno dei miei massimi crucci è proprio che, dopo aver frequentato, nella mia vita, cattolici e liberali, comunisti e missini, gauchisti e tradizionalisti, democristiani e funzionari europei, federalisti e funzionalisti, non ho trovato da nessuna parte molti “Europeisti”. Come, per Mao Zedong, un rivoluzionario cinese avrebbe dovuto trovarsi fra il popolo “come un pesce nell’ acqua”, così io penso che un Europeista dovrebbe trovarsi ovunque  in Europa “come un  pesce nell’ acqua”, in confidenza, cioè,  con archeologi e umanisti, filosofi e teologi, scienziati e tecnologi, imprenditori e lavoratori, sindacalisti e manager, startupper e politici, cattolici e atei, protestanti e sciiti, ebrei ortodossi e riformati, Spagnoli e Tartari, Nunavik e Curdi, Bretoni e Ceceni, Baschi e Estoni, Islandesi e Turchi, Maltesi e Danesi, Occitani e Bielorussi, Alto-Atesini e Frisoni, Russi e Catalani, Arbereshe e Casciubi, Irlandesi e Aseri, Macedoni e Sorbi, Lussemburghesi e Aleviti, Ucraini e Siciliani, Bavaresi e Pomiacchi, Gorane e Montenegrini.., conoscendo le loro lingue, le loro storie, i loro costumi, le loro idee, i loro problemi. Un vero multiculuralismo poliedrico. Certo, cosa molto difficile, ma senza il quale non ci può essere nessun’ Europa.

Le  riflessioni di Dastoli servono però egregiamente, a nostro avviso, a mettere in evidenza che, se vuole servire a qualcosa, il Movimento Europeo dovrebbe smetterla di cercare la propria legittimazione nei partiti novecenteschi e nelle loro beghe elettoralistiche, e accorgersi finalmente della reale importanza storica del federalismo europeo, l’unica idea  che possa guidare l’ Europa del XXI Secolo nella sua resistenza contro la Società del Controllo Totale e nella competizione con USA e Cina, al di fuori e, se necessario, contro i partiti e gli Stati Membri.

Se, all’ interno di un’Europa democratica, è giusto che vi sia una dialettica fra partiti, l’attuale dialettica, e fra i partiti attuali, non ci potrà mai portare, né alla federazione (vedi il referendum del 2005), né all’indipendenza (vedi la politica estera e di difesa comune), né, tanto meno, alla salvezza dalla società del controllo totale (vedi la disapplicazione verso i GAFAM delle sentenze Schrems, delle risoluzioni dell’ EPDB, delle legislazioni antitrust e fiscale).

Il sommergibile nucleare francese

7.Una Federazione Europea all’ altezza del 21° Secolo

Siamo proprio sicuri che questo modello di federazione, nato 70, se non 250, anni fa, possa funzionare, di per sé,   nell’Europa di oggi, o bisognerebbe renderne le regole molto più mirate e più efficaci? Dove la mettiamo la presenza ingombrante NATO, che presidia capillarmente le nostre città, a cominciare da Bruxelles? Dove il mondo mediterraneo, con cui pure affermiamo di voler cooperare? Dove le Macroregioni Europee, all’ interno delle quali potrebbero trovare posto le pulsioni identitarie delle grandi aree? Dove le Regioni, le Città, che ci permettono di sfuggire all’omologazione degli Stati borghesi? Dove i conflitti dell’ Europa Orientale?

A chi attribuiremo la competizione tecnologica, la difesa nucleare, la cyberguerra, le “covert operations”? Può oggi una realtà politica continentale funzionare senza tutto ciò, o è condannata a “delegarlo” a qualcun altro (oggi gli USA, domani la Russia, dopodomani la Cina)?

Dove sono i poteri del Presidente, del Capo di Stato Maggiore, dei Servizi Segreti, dov’è la gestione politica delle nuove tecnologie e dei Campioni Europei? Chi comanderà la Force de Frappe?

Assistiamo impotenti ai dialoghi (e agli accordi) fra USA e Russia, USA e Russia e Cina e Russia “sul futuro dell’ Europa”. Tutte cose che dovrebbero essere discusse nell’ apposita Conferenza.

Il problema è che, tanto i partiti tradizionali, quanto gli Stati nazionali, quanto, infine, lo stesso ordinamento giuridico europeo, sono stati creati decenni fa nell’aspettativa di amministrare un’Europa “a regime”, con la Guerra Fredda e senza brusche scosse antropologiche. Invece oggi, per constatazione unanime, e per dichiarazione esplicita dei massimi protagonisti, siamo avviati a una velocità vertiginosa (la “Legge di Moore”) verso il “Secolo Finale” (Sir Martin Rees). Per una situazione di emergenza ci vuole un governo di emergenza, non una “federazione” in cui bisognerebbe votare a maggioranza dei due terzi perfino la eventuale risposta a un attacco nucleare. D’altra parte, chi mai ha votato la dislocazione in Italia delle testate nucleari?

Le cooperazioni rafforzate, suggerite da Prodi e Amato, ci sono già, come per esempio la BEI, Schengen, l’Euro, l’ ESA, l’Agenzia Europea degli Armamenti, Eurocorpo…, ma nessuno neppure se ne accorge. Una cooperazione rafforzata nel settore difesa, altro cavallo di battaglia di Prodi, presupporrebbe di mettere in comune l’intelligence e la Force de Frappe francese. Chi è pronto a questo salto?

Se gli USA installassero in Ucraina missili ipersonici, questi impiegherebbero 5 minuti per raggiungere Mosca. Nessun Maggiore Petrov, manco fosse Superman, potrebbe fermare, questa volta, come nel 1983, la “Mutually Assured Destruction”. E’ di questo che hanno discusso l’altro ieri Putin e Biden. Qualcuno in Europa lo sta considerando?

Solo se riuscisse a gestire questi temi la Federazione Europea potrebbe risultare una vera rappresentante dei cittadini europei, e la loro estrema difesa, e, di converso, potrebbe suscitare la loro adesione e il loro entusiasmo.

Ucraina 2014: no a un’inutile strage

Ucraina 2014: no a un’inutile strage

(pubblicato su Articolo 3 Quotidiano online – clicca per leggere)

SolzhenicinLa Süddeutsche Zeitung del 18 settembre ha riferito con grande rilievo di minacce di Putin a Poroshenko (riportate a sua volta a Barroso) nei loro recenti colloqui circa la capacità, dandosene il caso, da parte dell’ esercito russo, di avanzare in Europa Centrale fino alle principali capitali nel giro di un paio di giorni. Indipendentemente dal se il fatto sia realmente avvenuto, esso dà il senso del clima drammatico di questi giorni, in cui, come ha affermato il Sommo Pontefice, è in corso una vera e propria Guerra Mondiale. Che altro sono, infatti, la guerra civile continua nell’ Africa subsahariana, in Libia e in tutto il Medio Oriente, la violenza generalizzata in Ucraina, la destabilizzazione sistematica dei territori ostili mediante “covert operations”, le uccisioni impunite con i droni, la mobilitazione, da parte di tutti gli Stati,  di infinite milizie private, le continue manovre militari in Europa Centrale e Orientale e in Estremo Oriente, la corsa a nuovi micidiali armamenti, come i missili ipersonici, i sommergibili superveloci e i cacciabombardieri di 6° generazione?

Il conflitto in Ucraina, per quanto importante per tutte le parti in causa, è solo uno dei tanti segmenti  di un conflitto ben più generalizzato, che oppone, da una parte, un “sistema occidentale” oramai chiaramente orientato verso una società globale sotto il controllo tecnocratico, e un insieme di Paesi afroasiatici e sudamericani che rivendicano le loro specifiche culture, nel nome delle quali non accettano di inserirsi nel “sistema globale”. Mentre la “leadership” del “sistema occidentale” sembra oramai assunta dal Complesso Informatico militare, che impone allo Stato americano la propria agenda, fondata sul postumanismo,  sul controllo totale e sull’ “ideologia gender”, la resistenza antiglobalistica trova il suo nocciolo duro in una Cina che è passata, in 50 anni dagli eccessi messianici  della Rivoluzione Culturale a una sostanziale rivalutazione della società cinese tradizionale.

Qualcuno ha affermato che il conflitto attuale è più grave che non quello dei tempi della “Guerra Fredda”. Infatti, quest’ultima si svolgeva fra due forze che condividevano un orizzonte “modernistico”, di passaggio dalla società contadina a quella industriale. Oggi, si sfidano due prospettive della postmodernità che divergono in modo sempre più sostanziale: da un lato, la sostituzione dell’ uomo con le macchine, dall’ altro il rilancio di un umanesimo fondato su virtù “tradizionali”(i “valori asiatici”). Ambedue le tendenze hanno i loro profeti: per il Direttore di Google, Ray Kurzweil, l’Umanità non sopravviverà come tale oltre il 2100(sostituita dal software),mentre, per il sociologo inglese Martin Jacques, “la Cina governerà il mondo” fra qualche decennio.

L’Europa e la Russia si trovano nel mezzo di questo storico conflitto e sono sempre più condannate a prendere posizione. Ricordiamo soltanto che l’ Unione viene “stiracchiata” fra gli USA e la Cina per la firma di due paralleli, ma in fondo opposti, trattati commerciali, e che ambedue i Paesi fanno a gara ad acquisire quote delle nostre imprese (Alstom, Nokia, Volvo, PSA) come  pegni di alleanza. L’oscillazione dei rapporti fra Europa e Russia è stata  condizionata, fra l’altro, da questo più generale conflitto.

Ricordiamo, intanto, che, contrariamente a quanto avvenuto per gli altri grandi imperi europei, il “crollo dell’ Unione Sovietica” era avvenuto in modo assolutamente pacifico. Più che di un “crollo”, si dovrebbe parlare di una disgregazione. Infatti, nel momento stesso in cui le maggiori repubbliche avevano deciso, a Minsk, lo scioglimento dell’Unione, avevano creato, simultaneamente, una più elastica “Comunità di Stati Indipendenti”. A nostro avviso, l’elemento determinante di quella trasformazione era stato costituito dall’ abbandono del carattere rigidamente ideologico, di un’Unione che, già nella sua definizione, si qualificava come “socialista” e “sovietica” mentre i successivi Mercato Comune Eurasiatico e Unione Economica Eurasiatica raccoglievano l’ eredità dell’ Unione Sovietica , caratterizzandosi però per il fatto di avere imitato, addirittura pedissequamente, il  Mercato Comune Europeo e l’ Unione Europea, inserendosi, così, perfettamente nell’ idea del Movimento Federalista Europeo di un Federalismo Mondiale. La partecipazione, tanto dei Paesi Membri della UE, quanto di quelli della Confederazione di Stati indipendenti, al Consiglio d’Europa e all’ OCSE avrebbe dovuto garantire la cooperazione, e la successiva integrazione, fra le due aree.

1.Il tradimento del “Dissenso” e della “Casa Comune Europea”

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Purtroppo, le promesse che erano state all’origine di quella trasformazione erano state poi tradite, non già dagli “ex-sovietici”, bensì dall’ Occidente.

Già nel 1956, al momento della “destalinizzazione”, Sol’ženicin aveva lanciato il forte messaggio di una Russia profonda, tradizionale e religiosa, che non si era mai piegata alla dittatura di Partito; tuttavia, mentre Sol’ženicin era divenuto famoso in Russia, proprio in Occidente  veniva oscurato e isolato. Anche l’idea di Ivanov-Razumnik, di un’ Europa che “respira con i suoi due polmoni”, ripresa energicamente da Giovanni Paolo II, veniva stravolta e contraddetta da una Polonia sempre più lontana dagli ideali di Solidarność, la quale aveva aderito pedissequamente a quel capitalismo che lo stesso Pontefice aveva definito come “una struttura di peccato”. Neppure l’URSS di Gorbaciov veniva aiutata a costruire la “Casa Comune Europea” (ch’essa proponeva sulla falsariga del Consiglio d’ Europa e dell’idea di Mitterrand di una “Confederazione Europea”), bensì fatta crollare con il rifiuto di un serio aiuto economico. Al Parlamento Europeo, El’cin non veniva neppure lasciato  parlare, mentre l’ Occidente fomentava la disgregazione della ex-Jugoslavia e sosteneva politicamente l’aggressione dei guerriglieri islamici internazionali wahhabiti all’ Inguscezia e al Daghestan, “vendutaci” come una guerra d’indipendenza del popolo ceceno. Infine, si demonizzava un Putin che, per la prima volta in Russia, si reggeva su un Parlamento democraticamente eletto e funzionante; si negavano alle minoranze russofone o russofile i normali diritti,e si sostenevano finanziariamente movimenti antirussi nelle Repubbliche e perfino in Russia.

Nonostante tutto ciò, ancora nel 2006, in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dell’ Unione Europea,  Putin, unico fra i Governanti europei, aveva rivendicato orgogliosamente, sulla prima pagina de La Stampa di Torino, il suo essere europeo in quanto pietroburghese, e aveva lodato l’Unione Europea come il massimo successo politico del 20° Secolo. Lo stesso Putin, dinanzi alla Confindustria tedesca (BDI), si era proposto di completare l’unificazione europea, così come Kohl aveva completato quella tedesca. Non parliamo di molti anni di cooperazione con la NATO e con gli Stati Uniti per la lotta al terrorismo, culminati con la Partnership Russsia-NATO, suggellata nel 2004 a Pratica di Mare.

Come risposta, l’Occidente, lungi dal far partecipare la Russia alle sue attività, e regolamentare almeno in modo ragionevole le questioni più urgenti, come quelle dei sistemi antimissile e dei visti, organizzava l’aggressione georgiana all’ Ossezia del Sud, massacrando senz’alcuna ragione la popolazione di Tskhinval.

Infine,  nell’ultimo anno, proprio mentre si preparavano e si svolgevano le Elezioni Europee, i rapporti fra l’Europa Occidentale e l’Unione Eurasiatica non facevano che deteriorarsi. Non dimentichiamo infatti che, proprio mentre si stava organizzando la firma del Trattato Istitutivo dell’ Unione Economica Eurasiatica, sopraggiungeva la polemica, in gran parte strumentale, con cui era stata lanciata, dagli Stati Uniti, una campagna per  il boicottaggio delle Olimpiadi di Soci, motivata da presunte leggi omofobe della Russia: una campagna talmente pretestuosa, che, non appena si sono trovati argomenti più sostanziosi per contendere, vale a dire l’annessione della Crimea, la rivolta del Donbass o l’abbattimento del Boeing malese, è stata immediatamente abbandonata.

E, in effetti, è sempre stato tipico del “Russia Bashing” (la “denigrazione della Russia”),il fatto di proseguire nei secoli senza curarsi dei mutati scenari : Ivan il terribile era troppo accentratore; Alessandro  I troppo idealista; Stalin troppo crudele; Gorbačëv troppo generoso; E’lcin troppo debole, e così via…. Come avrebbe detto una volta Prodi a Putin, il vero problema è che “la Russia è troppo grande”…Ma, purtroppo, la Russia esiste, è incuneata fra la Finlandia, la Svezia, la Lituania, la Polonia, l’Ucraina,il Caucaso…per non parlare dell’Artico, dell’ America e della Cina! Di conseguenza, è uno degli aspiranti naturali alla leadership sull’ Europa, non diversamente dalla Germania, dall’ Inghilterra e dalla Francia. L’ideale, per qualcuno,  sarebbe perciò, quello di spezzettare ulteriormente la Russia, con la Ciscaucasia e gli Urali mussulmani e una Siberia autonoma, e di restituire le industrie energetiche agli oligarchi, in modo da poter integrare questi scampoli impoveriti e indeboliti nell’ Unione Europea come soggetti passivi, così come le ex repubbliche jugoslave.

2.La Russia, epicentro di un  “Nuovo Conservatorismo”?

Strelkov-uomo-forte-dei-separatisti

D’altro canto, da parte della Russia, la sfida è stata non solo accettata, bensì anche rilanciata. Visto che la Russia occidentalista e dimessa di Gorbaciov e di El’cin non era stata ammessa nel “salotto buono” dell’ Europa, e, tanto meno, nella UE, l’opinione pubblica, la cultura, la politica e, per ultimo, la presidenza stessa , della Russia, hanno sviluppato negli anni una dottrina che possa dare alla Russia una ragion d’essere in questa fase di attesa dell’auspicata integrazione. La questione non è nuova. Già all’ inizio del XX° Secolo, il poeta Alexandr’ Blok aveva formulato la questione  con rara efficacia, concludendo con una retorica domanda all’ Europa:“Per l’ultima volta rifletti, vecchio mondo/all’abbraccio fraterno di lavoro e di pace/Per l’ultima volta ti chiama questa barbara lira al luminoso abbraccio fraterno!”.

In sostanza, i Russi sono tornati alla visione “Eurasiatica”, cara agli Slavofili e all’emigrazione “bianca”, secondo cui la Russia non sarebbe, né europea, né asiatica, bensì l’erede dell’ impero intercontinentale di Cinghis Khan, esaltato da Marco Polo. In tal modo, però, essa è anche il tramite, verso l’ Europa, dei “Valori Asiatici”. Essa tende automaticamente, da un lato, a imitare la Cina, e, dall’ altro, a influenzare gli Europei.

Nel discorso del 13 Dicembre del Presidente Putin sullo Stato della Federazione, da un lato, si confermava l’ostilità del Presidente alla “cultura gender”, e, dall’ altro, si preannunziava la nascita dell’ ampia convergenza, intorno alla Russia, de movimenti conservatori europei. Convergenza che è poi effettivamente avvenuta, con precise prese di posizione a favore della Russia di movimenti anche molto diversi fra di loro, come per esempio lo UKIP inglese, il Front National francese, FIDESZ e gli Yobbik ungheresi, la Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia (oltre che di partiti di altro orientamento, come per esempio il Movimento 5 Stelle), nonché con l’affluire, nel Donbass, di volontari europei filorussi (il battaglione “Continente Unito”), che controbilanciano quella dei volontari filo-ucraini che si arruolano nelle truppe speciali di Kiev .

Divenivano così, almeno parzialmente, più chiare le ragioni del contendere fra la Russia e l’ “Occidente”. Queste sono, come accennato, solo parte del conflitto più vasto fra le “lobby” tecnocratiche occidentali e le tendenze culturali di fondo dell’ Asia, dell’ Africa e dell’ America Latina, anche al di là dei BRICS. Mentre l’”Occidente”, sospinto dall’industria informatica e dalle élites “liberal”, persegue una globalizzazione livellatrice, preludio di una rivoluzione biopolitica volta a travolgere le tradizioni dell’ “Umano naturale”, i grandi Paesi dell’ Asia, indipendentemente dalle loro radici culturali e religiose, propendono invece per la difesa di tradizioni e diversità. Con il ritrarsi della grande ondata modernistica del XX Secolo, si riaffacciano colà le tradizioni religiose e filosofiche, e si rivaluta la continuità culturale dei grandi Imperi: cinese, giapponese, indiano, islamico, incaico, ispanoamericano; Confucio,  Maometto, Shivaji, De Las Casas, Perón.

La Russia, posta, com’è, a cavallo fra la Russia e l’ Asia, non può fare a meno di  partecipare a questo dibattito, che, tra l’altro, è in corso in Russia con esiti non ancora ben definiti. A cui, infine, non sono neppure estranee, seppur volendolo, le nazioni confinanti con la Russia, che pure hanno spesso avuto, con quest’ultima, intermittenti contenziosi. Così, per esempio, l’Ungheria ha eliminato, dalla sua costituzione, ogni riferimento alla “repubblica”; ha sancito costituzionalmente il carattere eterosessuale del matrimonio; ha riabilitato l’Ammiraglio Horty; ha riaffermato la sua simpatia non solo per la Russia, ma anche per “i popoli turanici”. Ma perfino l’Ucraina, che si vorrebbe radicalmente alternativa alla Russia, si riallaccia ai Cosacchi, alla Confraternita Cirillo-Metodiana, alle organizzazioni ultra-nazionaliste della seconda Guerra Mondiale (cosa che ha suscitato non poche preoccupazioni, soprattutto dopo la strage di Odessa che ha riecheggiato sinistramente i pogrom di quella città).

Le lobby culturali e politiche dell’ Occidente, che hanno prosperato grazie miti dell’ irreversibilità del socialismo, e, poi, del liberismo, non possono non osservare con agitazione questi inattesi sviluppi, ed aggrapparsi più che mai al  loro sogno di un dominio tecnologico assoluto, che metta la loro egemonia al riparo da questa crescente marea.

3.Gli scontri e la rivolta

Milizie-filogovernative-sparano

Come noto, durante le Olimpiadi , il movimento dell’ Euromaidan, tradizionalista quanto e più dello stesso mainstream culturale e politico russo e dell’ Ucraina Orientale, ma sostenuto, per i motivi di cui sopra,  dalle lobby occidentali, riusciva a ottenere, con la violenza di piazza, la fuga del Presidente ucraino in carica e l’adozione d’urgenza di una nuova legislazione antirussa che, a sua volta, propiziava la secessione della Crimea e la rivolta nel Donbass. Si arrivava così alla guerra civile in Ucraina e alle sanzioni occidentali contro la Russia.

Nella sua paradossalità, la situazione così creatasi costituisce un esempio eloquente dell’insufficienza dell’attuale costruzione europea. L’Unione Europea e l’ Unione Eurasiatica, fondate sugli stessi principi e raggruppanti i Paesi del Consiglio d’ Europa e dell’OCSE,  anziché cooperare fra di loro, come deriverebbe dai loro atti costitutivi, si considerano oggi come due blocchi ideologici e militari contrapposti, e tentano reciprocamente di destabilizzarsi, per “rubarsi” reciprocamente gli Stati Membri. Così, i Paesi dell’Europa Centro-Orientale, dal Golfo di Finlandia al Mar Caspio, che potrebbero e dovrebbero costituire una “cerniera” fra le due Unioni, dove dovrebbero trovare collocazione (in città piene di significato storico e simbolico, come Riga, Königsberg, Danzica, Varsavia, Cracovia, Budapest, Kiev, Odessa, Baku),  delle istituzioni comuni, sono divisi da feroci odi civili e sono sempre sull’orlo di una guerra civile (Armenia contro Azerbaidzan, Moldova contro Transnistria, Georgia contro Abkhazia, Khadyrovcy contro wahhabiti, baltici e ucraini occidentali contro russofoni locali, polacchi contro russi, serbi contro mussulmani, sunniti contro shiiti, ecc..) .

Eurasia 2

4. La messa in forse della pace in Europa

Intanto, gli Stati Uniti, che ben poco hanno a che fare con le dialettiche interne dell’ Europa, intervengono invece pesantemente in fatti come la formazione del Governo Ucraino, la guerra civile in Ucraina, ma perfino i referendum in Inghilterra. Le divisioni interne fra gli Europei (fra i Paesi dell’ Europa Centrale e Orientale e i Russi, fra le maggioranze cosiddette “titolari” e le minoranze etniche, fra l’ Europa Continentale e il Regno Unito, fra l’ Europa Settentrionale e quella Meridionale) paralizzano i relativi processi decisionali.

Il caso dell’ Ucraina dimostra poi anche che, come un po’ tutti stanno oramai rilevando, la pretesa dell’ Unione Europea di avere costituito la base della pace in Europa sta oramai mostrando parecchio la corda, giacché risulta oramai evidente anche nei fatti di tutti i giorni che ciò che mantiene la pace fra l’ Europa Occidentale e la Russia è ancora la “mutua distruzione assicurata” garantita dai missili nucleari russi e americani (e dalle nuove armi come i “Glider” spaziali). E, infatti, non appena si esce dalle “linee rosse” tracciate dalle Grandi Potenze, la guerra ricomincia, eccome, come è avvenuto nei Paesi Baltici, in Ucraina e in Grecia dopo la IIa Guerra Mondiale, a Cipro negli Anni ‘70, nel Caucaso, in Moldova, nella ex-Jugoslavia alla fine del secolo scorso, e, ora, in Ucraina. Non per nulla i vari Paesi sono entrati, prima, nella NATO, e, poi, nell’Unione Europea.

Quelle “linee rosse” sono così essenziali per l’equilibrio mondiale, che la guerra in Europa Centro-Orientale può trasformarsi in ogni momento in una guerra totale. Basti pensare alle infinite esercitazioni, anche nucleari, effettuate, negli ultimi mesi, tanto dai Russi e dai Cinesi quanto dagli Americani, dai Baltici, dai Balcanici, dai Giapponesi, Coreani, Filippini… e Italiani, in tutte le regioni della Russia, nel Baltico, nel Mar  Nero e nel Mar della Cina.  Come  ha affermato su Limes il sottosegretario Pistelli, “Nella terza guerra mondiale noi Italiani siamo in prima linea”.

Manovre-NATO

5. Concreti passi nella direzione della III Guerra Mondiale.

Ricordiamo soprattutto che, nello scorso Luglio, come rivelato dalla catena televisiva cinese CCNTV, la Marina Militare Italiana ha inviato, senza per altro dirlo a nessuno,  due sue navi, insieme a quelle americane, a fronteggiare nel Mar Nero la flotta russa. L’8 maggio scorso, poi, l’Arma Missilistico-Spaziale Russa aveva addirittura simulato, alla presenza dei Presidenti dell’ Unione Eurasiatica, l’abbattimento di missili nucleari americani lanciati contro la Russia. Infine, la presenza di combattenti americani e polacchi nell’ esercito di Kiev, e di quelli di tutta Europa nel battaglione “Continente Unito” del Donbass, come pure di ben 500 Inglesi nell’ esercito dell’ ISIS, e, infine, la recentissima proposta di Cameron di un corpo d’armata internazionale contro il Donbass, dimostrano che sta avviandosi la quarta fase della Guerra Civile Europea di cui parlava Ernst Nolte. La prima era stata quella fra i rivoluzionari e le monarchie europee nel 700-800; la seconda quella fra l’Intesa e gl’Imperi centrali (la “Prima Guerra Mondiale”); la terza quella fra l’Asse e le Nazioni Unite (gli “Alleati”). Quest’ultima è la guerra fra il Complesso Informatico-Militare occidentale e le forze anti-globalizzazione dell’ Eurasia.

Anche in quest’ultimo caso, i venti di guerra in Europa sono solo un’ eco di ben più inquietanti sviluppi in Estremo Oriente, dove , in risposta al “Pivot to Asia” di Obama e della linea revanscista del Governo giapponese, l’Esercito Popolare Cinese sta approntando una panoplia di armi micidiali che non hanno corrispettivi in nessun altro Paese, e che stanno ponendo fine alla “Mutua Distruzione Assicurata”: dai missili ipersonici ai cacciabombardieri di 6° Generazione.

Intanto, in Europa, mentre l’Occidente è in preda a un’isteria anti-russa, per cui qualunque male, o preteso tale, dall’omofobia alla caduta dell’ aereo malese, viene attribuito a Putin,  l’esercito ucraino sta bombardando ininterrottamente le città del Donbass, mietendo migliaia di vittime, con centinaia  di migliaia di civili fuggiti in Russia-. In questo Paese, le più svariate organizzazioni invocano, e comprensibilmente,  politiche più energiche contro l’ Occidente, come la rivendicazione, da parte di Žirinovski (più di 10% di voti alla Duma di Mosca), di tutte le infinite terre dell’ex Impero zarista; il ritorno, chiesto da Dagtariev,  alla bandiera monarchica; il divieto, proposto dal Maresciallo Šojgu, del negazionismo consistente nel non riconoscere il ruolo dell’ esercito sovietico nella vittoria sul nazismo.

Infine, la guerra commerciale fra Russia e Occidente sta distruggendo quel poco che resta della decaduta prosperità europea, permettendo all’America di imporci il TTIP e alla Cina e agli Emiri arabi di acquistare le nostre industrie strategiche, mentre i Governi, gli economisti e le imprese non sanno neppure che cosa dire per nascondere le vere cause della nostra rovina.Che non viene certo scongiurata dalle timide e tardive manovre della BCE.

5. Il ritorno dello “spirito del 1914”

Ossario-guerra-di-CrimeaLe similitudini con il 1914 sono impressionanti. Perfino all’ interno del Parlamento Europeo, lo scontro fra parlamentari antirussi e filorussi è stato così forte, da aver fatto parlare a qualcuno di uno “spirito del 1914”. E, in Bosnia, mentre a Sarajevo si celebrava l’ Arciduca Ferdinando, a Sarajevo Est, commemoravano Gavrilo Princip, a Banja Luka, Nicola II e, a Višegrad, Ivo Andrić.

Questo singolare “ritorno al 1914” ci obbliga a riflettere criticamente sul nostro passato, ben più approfonditamente ed energicamente di quanto stiano facendo la cultura e la politica “mainstram”. E non solo sulle frenesie nazionalistiche di un Mann, di un Churchill, di un Croce, di un Marinetti, dei partiti socialisti, e perfino di Don Sturzo e di  Murri; non solo sull’opportunismo di Mussolini che, da antibellicista, divenne interventista per effetto dei fondi segreti del Parlamento Inglese, con i quali finanziò il suo “Popolo d’ Italia”; ma anche e soprattutto all’impotenza dell’imponente  schieramento antibellicista, composto dalla Chiesa, dalle Case Regnanti (tutte imparentate fra di loro e minacciate dall’ ondata plebea dell’ interventismo), dagl’intellettuali elitari mitteleuropei (“die guten Europäer”, come Stefan Zweig, Romain Rolland e Bertha von Suttner). Nonostante la forza delle potenze internazionali che volevano la guerra, quel fronte avrebbe potuto imporre la pace, se non altro facendo leva sui residui poteri dinastici e sul prestigio sociale ancora intatto di Papi, Imperatori e “gentlemen”. Papa Benedetto XV aveva parlato di “Inutile Strage”; Nicola II aveva tentato di evitare la guerra con il ricorso al Tribunale internazionale dell’ Aia, da lui ideato e promosso; Rolland aveva scritto il più famoso “romanzo pacifista”, Jean-Christophe e il “pamphlet” antimilitarista “Au dessus de la melée”.

Oggi, contrariamente ad allora, il fronte del “no” alla guerra gode anche una sanzione democratica. Almeno in Italia, alle ultime Elezioni Europee, l’insieme dei partiti contrari alla Russia (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Movimento 5 Stelle, Lista Tsipras), ha totalizzato più della metà dei voti.  . E’ chiaro che l’attuale polemica contro la candidatura Mogherini è stata legata a questa problematica, e si spiega benissimo perché l’iniziativa della lettera aperta contro quella candidatura  sia stata orchestrata dal finanziere americano Soros.

6. Intervenire sulle nostre Autorità

Cetnici-serbiOltretutto, l’insistere sulle sanzioni reciproche con la Russia provocherebbe anche la definitiva catastrofe per un’economia europea, e, soprattutto, italiana, più traballante che mai. Le più recenti statistiche certificao l’impatto devastante già di ciò che è stato fatto, che ha portato ad un’ulteriore decrescita, per nulla frenata dal “Tlro” di Draghi. E, fra le ragioni di questa mancata ripresa, c’è proprio il fatto che, anziché rilanciare l’export verso i BRICS, qui (senza che i rafforzati scambi con la Cina possono fornirci tempestivamente un adeguato contrappeso) si contraggono invece gli scambi con il nostro principale partner commerciale. Con cui abbiamo joint ventures strategiche come quelle nei settori energetico, aerospaziale e della difesa. A questo punto, non ci resta che vendere tutto agli stranieri per fare disperatamente cassa: Avio, Alitalia, SNAM, SAIPEM, Indesit, Ilva, Telecom, più il 2,5% alla Cina di tutte le grandi quotate.

In realtà, un rilancio dell’ economia europea, e italiana in particolare, sarebbe possibile, a nostro avviso, solo sciogliendo i “lacci e lacciuoli” che ci legano all’America, e integrandoci, ancor più profondamente di quanto stia avvenendo, con l’economia eurasiatica in pieno boom. Una riedizione, per altro, delle scelte che erano costate la vita a Enrico Mattei.

Il Presidente ucraino Poroshenko e quello russo Putin si sarebbero accordati, nei giorni scorsi, su un “Piano in 12 Punti” per la pace in Ucraina, basato sul cessate il fuoco e la nuova legge ucraina sull’autonomia del Donbass. Auguriamo tutto il successo possibile, anche se notiamo che, a oggi, “la tregua non regge”, ma, soprattutto, che manca un quadro d’insieme che motivi veramente russi e ucraini a percorrere una strada pacifica, anziché quella militare. Tra l’altro, avvicinandosi l’ inverno, si sta per aprire, come tutti gli anni, il fronte del gas, e la Russia sta inoltre minacciando nuove sanzioni, contro le industrie automobilistica e aerospaziale.

A questo punto, la cosa più urgente sarebbere  scendere in piazza per incitare il nuovo Alto Commissario alla Politica Estera e di Difesa, Federica Mogherini, a lanciare immediatamente un percorso di pace europeo, che valga almeno per l’ Europa Orientale e per il Medio Oriente, capace di disinnescare i conflitti in corso.Esso, a nostro avviso, dovrebbe essere fondato sui seguenti punti:

i)un congresso permanente delle culture e delle confessioni religiose dell’Europa e del Medio Oriente, destinato ad appianare a monte, con il dialogo, i maggiori conflitti (“l’ONU delle Religioni”, lanciata recentemente dall’ ex Premier israeliano Shim’on Perez);

ii)lo spostamento dell’ OCSE e del Consiglio d’ Europa a Kiev, che diverrebbe così la capitale di un’ Eurasia pacificata, così come avrebbe dovuto significare il termine “Euromaidan” (che è medio-orientale);

iii)la garanzia internazionale della neutralità dell’ Ucraina, della Moldova, della Georgia, dei Balcani Occidentali e del Medio Oriente;

iv)la federalizzazione dell’Ucraina, della Moldova e della Georgia;

v)la concentrazione delle rappresentanze al Consiglio d’ Europa e all’ OCSE sull’Unione Europea e dell’ Unione Economica Eurasiatica;

vi)un’Associazione del Medio Oriente con l’ Unione Europea, sulla falsariga dell’ Accordo di Lomé;

vii)la garanzia effettiva degli standard europei dei diritti delle minoranze, tanto nella UE, quanto nell’ Unione Eurasiatica che in Medio Oriente.

Solo così l’Italia e l’ Europa dimostrerebbero, al contempo, di essere depositarie di una visione del futuro, di saper prendere il controllo dei grandi movimenti internazionali e di essere fermamente intenzionate a porre sotto controllo gli sviluppi distruttivi della globalizzazione.

L’e.book “UCRAINA 2014, No a un’inutile strage”, della Casa Editrice Alpina, a cura dell’ Associazione Culturale Diàlexis”, è in vendita presso UltimaBooks (http://www.ultimabooks.it/ucraina-2014).

Essa fa parte della serie “Quaderni di Azione Europeista” (http://www.ultimabooks.it/search/result/?q=Alpina+srl), che trattano, in forma snella e con un approccio anticonformistico, argomenti di politica, cultura ed economia europee.