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PER “LIMES”, L’UE SCOMPARIRA’ENTRO IL 2050: altro che “Futuro dell’ Europa”!

Erdogan circondato da soldati
dei 16 imperi turchi

Luca Caracciolo non ha mai creduto molto nell’integrazione europea, ma il numero di ottobre di Limes ha raggiunto un livello di euroscetticismo che supera tutte le precedenti esperienze: nell’illustrare come sarà il mondo nel 2050, si è dimenticato (?) perfino di parlare (foss’anche male) dell’Unione Europea, partendo evidentemente dal presupposto che, in quell’anno, non esisterà proprio più. Il che era quanto era stato detto anche dall’ insospettabile Helmut Schmidt. La questione va quindi presa estremamente sul serio.

Tutto ciò dovrebbe infatti preoccupare non poco le Istituzioni e il Movimento Europeo, che vedono ora bocciate da un’autorevole rivista tutte le loro pretese di dare un futuro all’ Unione (almeno così com’ essa è). Questo fatto non può e non deve, a nostro avviso, rimanere fuori dei riflettori della Conferenza attualmente in corso, costituendo uno stimolo aggiuntivo a essere più concreti (a meno che non ci sia, sottointesa, l’idea di una grande messa in scena).

La mappa del mondo medievale nel Diwan Lughat it-Tuerk

(antologia delle lingue turciche)

1.L’Europa come preda di tutte le potenze del mondo

Nella rivista, ci sono infatti 3 articoli sul futuro della Cina, 2 sull’ Italia, due sull’ America, uno a testa su Russia, Francia, Inghilterra, Turchia, Germania, Giappone, uno sulla Chiesa Cattolica, ma nessuno sull’ Unione Europea, il cui nome non è neppure citato, mentre invece si afferma chiaramente che l’Europa non sarà, né un soggetto politico, né, tanto meno, un protagonista, bensì la preda a cui aspireranno tutte le potenze del mondo. Il che costituisce  per altro un fatto evidente, a meno che  l’Unione Europea non diventi rapidissimamente un vero soggetto -culturale, sociale, tecnologico, militare, statuale, economico e politico- degno di questo nome. Evidentemente,  “Limes” non crede che ci riuscirà, e non si può dargli torto visto che non ci sono in giro proposte concrete in questa direzione. Lo stesso Fabbrini, nel suo intervento settimanale su “Il Sole 24 Ore”, parla di “retorica”.

Per la Cina, intanto, secondo Limes “non si tratta di sbarcare in America, ma di legare a sé l’Europa per costringere Washington a riconoscere il primato sinico. Senza Europa non si dà Occidente – oggi sinonimo di impero americano-  nemmeno nella flebile complessione attuale. A quel punto, solo a quel punto l’America scadrebbe a Numero Due.”

Cosa parzialmente vera. L’idea che ci debba essere per forza un “Numero Uno”nel mondo (derivata da Hegel e da Marx) , per quanto profondamente radicata, è in sé discutibile. E’comunque vero che gli USA, senza l’Europa, perderebbero ogni credibilità, perché,  nati con la presunzione di rappresentare il mondo intero, già oggi rappresentano poco più di se stessi, e un’Europa più prossima alle proprie radici che alla secessione americana dimostrerebbe ulteriormente  la faziosità della pretesa dell’ America. Ma, a nostro avviso, non sarebbe affatto una sciagura per l’ Europa: anzi…

La Cina ha dal 1° novembre
il più ricco corpus di legislazione digitale

2.L’Europa potrebbe, se vuole, divenire “sovrana” come stanno dicendo Draghi e Macron

Proprio per quanto detto al punto precedente, non è vero che l’Europa non abbia scelta, vale a dire se essere suddita dell’America o della Cina, e, ciò , per una serie di ragioni che l’editoriale di Limes così sintetizza: ”Saremo sempre più vecchi, certo. Ma lo status quo in Europa, se esistito, non è mai durato oltre un secolo. Ci siamo quasi.”

L’incombente “balcanizzazione”, che tende a scalfire, non già la nostra indipendenza, che oggi non esiste, bensì il nostro attuale appiattimento sull’ Occidente, origina, come osserva Limes,  da molte parti: certo, dalla Cina, bisognosa d’intrattenere rapporti più stretti con tutto il mondo (cfr. Via della Seta e Trattato sugl’Investimenti); dalla Russia, unico Stato europeo oggi in grado, se lo volesse, di unificare il Continente; dalla Turchia, dall’ Ungheria e dalla Polonia, condannate dalla storia a rivendicare, chi l’Impero Ottomano ,  chi i Carpazi, chi le steppe pontiche. Ma, anche e soprattutto, dagli Stati Uniti, lacerati   fra le pulsioni anti-WASP di neri, latinos, sino-americani, nippo-americani, indo-americani…(“movimento “Woke”) lo “European Traditionalism” dei White Suprematists, dei Radical Democrats, degl’incorreggibili Sudisti, della working class, delle campagne, e, infine, l’imperialismo tecnologico dei GAFAM, che, impossessatisi del Parlamento, vi dettano oramai leggi militaristiche e poliziesche (come l’”Endless Frontier Act”), che tendono ad assoggettare lo Stato americano, e poi il mondo,  ai loro  progetti post-umanistici. Tutti  questi trends sono fonte di disorientamento negli establishments europei, avvezzi a ricevere imbeccate univoche da un’America auto-referenziale e rassicurante, e ora costretti a un tour de force contraddittorio fra sanzioni in tutte le direzioni, leggi Woke e compromessi con i GAFAM.

Certo, tali establishments sono i meno idonei a partecipare alla prevedibile lotta per il potere che si sta aprendo in Europa dopo il rarefarsi della morsa straniera, prima sovietica, ed ora anche americana. Infatti: socialmente, gli ottant’anni di Yalta hanno generato un establishment di deracinés deculturati ed opportunisti. Antropologicamente, l’educazione “anti-autoritaria” rende difficile la creazione di movimenti politici organizzati e combattivi; militarmente, gli eserciti europei sono disorganizzati, arretrati e infiltrati dagli Americani; politicamente, le agende dei vari Paesi europei sono quanto di più irrazionale, dispersivo e contraddittorio si possa immaginare…

Eppure, l’occasione fa l’uomo ladro.   Quando tutti vedranno che i migliori business si possono fare solo con la Cina e con la Russia (vedi per esempio il colloquio di “Conoscere Eurasia” del 24 al Grattacielo di Intesa); che vi sono vaste aree, come l’Ucraina, la Bosnia e la Macedonia, che possono essere facilmente contese da tutti; che tutte le grandi potenze hanno fatto loro programmi molto dettagliati per la conquista del mondo -appunto intorno al 2050-, vediamo se  non sorgeranno anche movimenti europei vogliosi di  scendere anch’essi in queste competizioni, quand’anche in modo asimmetrico.

A nostro avviso, in quel contesto, il trend più ragionevole per gli Europei resterebbe quello di continuare, sì con l’attuale politica conciliatoria fra Est e Ovest, Nord e Sud, ma in un modo più adeguato di oggi -vale a dire con una visione culturale ben più ampia, con obiettivi anche di sana autoconservazione e di autopromozione, e con molta maggiore assertività (quello che Draghi e Macron chiamano pomposamente “Sovranità Europea”, ma poi non perseguono seriamente)-.

I popoli turcichi si sovrappongono alla Russia, alla Via della Seta e all’ Europa Orientale

3.La rinascita panturchista quale modello per l’ Europa

Questo numero di Limes  fornisce stupefacentemente un’esemplificazione di come potrebbe funzionare una politica siffatta attraverso l’inattesa  l’esaltazione del neo-turanismo contenuta nell’ articolo “Perché la Turchia deve tornare impero entro il 2053”, di Daniele Santoro.

Anche il vessillo presidenziale turco, scelto da Atatuerk, come quello europeo contiene  molte stelle. Sono sedici: quelle dei sedici imperi della storia turca (unni, Goektuerk,avaro, cazaro, uiguro, karakhanide, gaznavide, selgichide, corasmio, dell’ Orda d’Oro, timuride, baburide e ottomano) .Quando riceve ospiti stranieri, Erdogan è circondato da 16 guardie del corpo, vestite con le armature dei soldati dei 16 imperi. Parlare di Neo-ottomanismo è perciò limitativo, perché i 16 imperi turchi andavano da Pechino   alla Slovenia, dal Mare Artico alla Moldova, da Mosca a Chennai: si tratta in realtà di neo-turanismo, o di “Stati Uniti Turchi”.  

L’articolo delinea i molti aspetti di questo fenomeno, che non è certo nuovo, ma trascende tanto la Repubblica, quanto lo stesso Ottomanismo, e si riallaccia all’ idea cinese di “Stato-civiltà”. Anche qui, essenziali sono la lingua e l’eredità culturale, visto che i territori dei “16 Imperi” sono diversissimi fra loro, ed anche il substrato etnico (come dimostrano le recenti ricerche di paleo-biologia) è diversissimo (fra Eurasiatici Orientali e Occidentali, Indo-Europei, Mediterranei…).Ci sono però le steli del monte Orkhon, del 6° secolo d.C.,in Mongolia,  scritte in rune turche, e, poi, una serie di altre opere altre opere, anche importanti, a cominciare dal Diwan Lüghat it-Türk, scritto dell’11°secolo a Baghdad  da Mahmud .di Kashgar, nel XinJiang, i quali testimoniano un’incredibile continuità linguistica e culturale turanica, che attraversa tutta l’ Asia e parti dell’ Europa e dell’ Africa per 1500 anni.

Anche le recenti scoperte archeologiche in Giappone, Cina e Corea portano a rivalutare l’idea di popolazioni “Transeurasiatiche”, e, quindi, le ipotesi uralo-altaica (Vambéry) e nostratica (Illich Svitich) e dei “popoli a cavallo” (Emori).

Inoltre, le popolazioni turche sono in gran parte sovrapponibili all’ ex-Unione Sovietica, e perfino all’ attuale Russia, e, in tal modo, le intere pretese turche si sovrappongono a quelle russe, come emergeva già dal libro-culto “Az i Ja”, all’origine delle rivendicazioni nazionali in URSS sotto Gobaciov.

Il Panturchismo si sovrappone ovviamente anche all’ Eurasiatismo e alla Via della Seta, e, infine, al progetto Gorbacioviano della “Casa Comune Europea”.

Il modello turco dimostra l’applicabilità, anche in contesti caratterizzati da una grande dispersione territoriale ed etnica, del modello dello Stato-Civiltà, basato essenzialmente sulla continuità della memoria culturale (Jan Assmann), che, a nostro avviso, costituisce la base metodologica utile anche per la ricerca dell’ Identità Europea (cfr. nostro libro omonimo).

Dal punto di vista pratico, la Turchia dimostra come sia perfino possibile fare parte della NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti (come richiesto a suo tempo dalla Russia). Ankara è l’unico Paese dell’ alleanza che si sia opposto con successo a  delle richiesta americane, come quando ha rifiutato la base di Incirlik per i bombardamenti in Irak e quando ha comprato i missili S-400 anziché i Patriot. E, questo, senz’alcuna sudditanza verso la Russia, come dimostra il suo appoggio all’ Ucraina e alla Bosnia. Questo esempio è mal sopportato dagli Stati Uniti, i quali hanno invitato al summit delle democrazie paesi alleati della Cina come il Pakistan, ma non gli alleati Turchia e Ungheria.

Orbene, se la Turchia può stare nella NATO pur senza obbedire ciecamente all’ America, perché non potrebbe farlo anche l’Unione Europea?

E, comunque, se Turchia e Russia sono condannate a sovrapporsi fra di loro e con l’ Europa, perché non ritornare a pensare alla Casa Comune Europea di Gorbaciov?

L’imperatore Kanxi, il grande protettore dei “Riti Cinesi”

4. Leggere Papa Francesco attraverso il progetto eurasiatico dei Gesuiti

I Gesuiti sono nemici dell’ Eurocentrismo. Essi hanno sempre inteso il ruolo della Chiesa come superiore a quello degl’Imperi (anche europei). In Asia, essi hanno avuto un rapporto  speciale con la Cina, non solo perché questa li ha accolti decisamente meglio del Giappone, forse per la particolare intelligenza di Matteo Ricci,  ma anche per la loro particolare affinità culturale con quel Paese, per la sua cultura gerarchica, epistocratica e tollerante.

Essi non solo riuscirono a diventare confidenti dell’Imperatore (p.es., Padre Verbiest), ma addirittura fondarono un’intera scuola di pensiero euro-cinese (le Lettres Amusantes et Curieuses), che si sarebbe poi riverberata sulle opere “filocinesi” di Leibniz e di Voltaire. Essi svilupparono in particolare la linguistica comparata, la logica e la matematica, e giunsero ad elaborare l’idea di una superiorità del cristianesimo cinese, ch’essi consideravano antichissimo grazie alla scoperta delle vestigia nestoriane a Xi’an (Kircher) e all’ utilizzo del Sutra di Gesù come fonte per la lingua delle traduzioni della Bibbia e per i Riti Cinesi.

Ancor oggi, secondo l’articolo di Piero Schiavazzi (“La Chiesa di Roma avrà il suo nuovo concilio”), vi è un feeling particolare fra Papa Francesco e la Cina (testimoniato dall’ accordo “segreto” sui Vescovi e dal testo dell’enciclica “Fratelli Tutti”, il cui ideale dell’ “Amicizia Sociale” è precisamente lo stesso dell’ omonima opera di Matteo Ricci, tratta dal “De Amicitia” di Cicerone. Ideale di armonia universale tipico dell’ Era Assiale, che unisce tutti i grandi imperi della Storia, e, in particolare, quelli romano e Han, da sempre considerati speculari (“Qin” e “Da Qin”, cfr. il nostro libro “Da Qin”). Un ideale umanistico radicalmente opposto a quelli messianici e politici  che gli USA vorrebbero imporre anche alla Chiesa quale prova concreta della sua sudditanza al progetto della globalizzazione occidentale.

La Chiesa si qualifica quindi ancora una volta come una delle poche forze che (come la Turchia e la Russia) riescano a mantenere in piedi delle tradizioni propriamente europee contro il “dirottamento” imposto dall’ Occidente, e, come tale, dovrebbe costituire un modello per l’ Europa.

I GAFAM tengono in ostaggio i cervelli del mondo intero

5.   La Cina sta frenando il Complesso Informatico-Militare.

Un ulteriore sguardo sul Futuro dell’ Europa di cui si sta discutendo nell’ omonima Conferenza, è fornito dall’ articolo “L’improbabile distopia post-umana”, di Enrico Pedemonte. Premetto subito che l’aggettivo “improbabile”, inserito in ossequio agl’inputs quietistici dei vari “gatekeepers”, è, a mio avviso, fuori luogo.

Infatti, non è particolarmente rilevante se effettivamente Google riuscirà tecnicamente, entro il 2100, come si accenna nelle opere di Kurzweil, nel suo progetto teurgico di eliminare la molteplicità dell’ Universo (Singularity), bensì che il mondo è già, antropologicamente, fin d’ora, configurato dalla Singularity.

Questo dal punto di vista tecnologico, perché tutte le tecnologie necessarie all’ abolizione della “distinzione delle persone” sono oramai operative (Worldwide Web, Mutually Assured Destruction, militarizzazione dello spazio, Intelligenza Artificiale,Cyberintelligence, Big Data, Cyberguerra,  Smartphones, Interfaccia mente-computer, Cyborgs, Robots, androidi, Prism,  Metaverso). Inoltre, gli attuali comportamenti sociali, basati sulle gerarchie fra potenze tenologici, sul monopolio dei GAFAM, sulla dittatura del Politically Correct, sull’ Occidentalismo, sulla repressione automatica delle Fake News, è già quello di un “General Intellect” che incombe sulle persone e sui popoli, annullando, non solo le libertà politiche, bensì proprio, alla radice, il libero arbitrio.

Di fronte a questo scenario, quanto è avvenuto e sta avvenendo in Cina è estremamente significativo. Secondo le retoriche occidentali, la centralizzazione del potere sarebbe solo una prova del fatto che la Cina, abbandonando proditoriamente l’apparente occidentalizzazione degli ultimi 50 anni, starebbe tornando a una forma estrema di potere maoista.

Certamente, l’idea stessa della transizioone dal ”capitalismo” a una qualsiasi forma di “socialismo” è già un’idea di centralizzazione. E certamente, questa centralizzazione si sposa benissimo con la “clonazione” dell’ America effettuata fin dall’ inizio dagli Stati comunisti (pensiamo a Dniprohydro, ai grattacieli moscoviti, ai “tresty” staliniani, alle Ford nere del KGB, alla bomba sovietica, ma anche all’“arricchirsi è glorioso”di Deng, allo skyline delle città cinesi…).

Certamente, poi, l’uso delle tecnologie digitali occidentali per politiche di pubblica sicurezza dimostra un certo apparentemento fra il totalitarismo tecnocratico occidentale e lo stato di sicurezza della Cina.

Ciò detto, occorre però anche osservare anche che:

a) nella transizione digitale, la Cina è ormai più avanzata degli USA, e quindi manifesta prima i problemi tipici, quali della Società delle Macchine Intelligenti, con anticipo sull’America e poi sul mondo intero;

b)gli USA stanno approntando in questo momento una serie di atti legislativi di tipo pre-bellico mirati precisamente contro la Cina (a cominciare dall’”Endless Frontier Act”), e quindi, da questo punto di vista, i due Paesi si  assomigliano già moltissimo;

c)l’Europa ha tentato di contrastare, con un pacchetto di progetti e qualche regolamento in campo digitale, il carattere totalitario del complesso informatico-digitale americano , ma continua a subire sconfitte su sconfitte (sentenze Schrems, Web Tax, Antitrust..) perché non controlla, né la cultura digitale, né le tecnologie, né lo spionaggio occidentale, né i giganti del web;

d)la sua pretesa di essere una “Potenza Civile” moralmente superiore ad America e Cina non è perciò attualmente credibile, perché l’Europa subisce invece di fatto tutte le scelte illiberali dell’ America (Controllo elettronico dei cittadini europei, monopolio dei GAFAM, dirottamento di risorse e di gettito fiscale, cancellazione della privacy), senza avere alcuno strumento, né tecnico, né processuale, per contrastarle;

d)La Cina ha “clonato” integralmente quest’anno quell’intero pacchetto digitale europeo, trasformandolo in leggi giuridicamente vincolanti già dal 1° novembre 2021, mentre in Europa nessuna di quelle norme è veramente operativa. La Cina lo può fare concretamente  perché, per ora almeno sul proprio territorio, controlla l’intero ciclo del digitale: cultura, progettazione, creazione e gestione d’imprese, ricerca, innovazione, mercato, costume, diritto, intelligence, cyberguerra, rapporti internazionali:“Negli ultimi mesi la Cina ha deciso di reagire allo strapotere dei propri campioni digitali ridimensionandone l’autonomia, mettendo così a rischio la propria futura supremazia tecnologica. Gli Europei possono solo svolgere un’opera di contenimento del potere delle piattaforme, creando regole più rigide. Per gli Stati Uniti è particolarmente difficile limitare il potere delle piattaforme: è necessario fare i conti non solo con lobby potentissime, ma anche con un’opinione pubblica largamente condizionata dalla cultura alimentata da questi colossi, oltreché dall’ utilità di servizi molto spesso gratuiti.”

In pratica, solo in Cina sono oggi garantiti i diritti digitali degli utenti proclamati dall’ Unione. Certo, i servizi di sicurezza possono usare tutti i dati del web e le tecnologie per il controllo della società e per la preparazione bellica. Ma, come dimostrano le sentenze Schrems e il loro seguito, l’unica differenza nella UE è che il controllo sugli Europei non è esercitato dai servizi segreti europei(che non esistono), bensì da quelli americani, che, secondo gli accordi (illegali) USA-UE, hanno accesso ai nostri dati.

In breve: certo, la Cina usa abilmente il sistema digitale da essa miracolosamente creato pur all’ interno di un ecosistema mondiale dominato dagli Stati Uniti, per contrastare questi ultimi, i GAFAM, e, per soprappeso, anche i propri oppositori, considerati, a torto o a ragione, delle quinte colonne degli Stati Uniti e dei GAFAM. Tuttavia, ciò facendo, oltre a compiere un’azione eguale e contraria a quella delle 16 agenzie americane,  svolge anche un compito preziosissimo a favore della sopravvivenza dell’Umanità, perché rallenta almeno l’avvento della supremazia delle macchine:

a)creando una concorrenza complessiva al sistema dei GAFAM (i BATX cinesi);

b)assoggettando i BATX cinesi alla legge (copiata da quelle che l’Europa scrive ma non è capace di attuare), e quella  a un progetto politico-culturale alternativo a quello post-umanista (quello a cui fa riferimento l’ enciclica “Fratelli Tutti”, che, come scrive Schiavazzi, sembra fatta apposta per il “mercato” cinese). Essa dimostra  con ciò che è tecnicamente possibile, se se ne ha la volontà politica, quella subordinazione del diritto all’ etica e della tecnologia al diritto che è al cuore delle retoriche europee (e anche pontificie) sull’ “Umanisimo Digitale”, ma poi, da noi, non riesce a tradursi in un sistema giuridico effettivo.

Se, poi, a più lungo termine, la concorrenza fra l’ecosistema cinese e quello americano porterà ad ancor più elevate capacità delle macchine, che prenderanno così ancor il controllo dei rispettivi sistemi, è ancora da vedere. Anche perché, nel frattempo, entreranno probabilmente in lizza i sistemi russo, indiano, israeliano (e altri), fra cui (si spera) anche quello europeo.

L’unica strategia realistica in questo campo sarebbe, per l’Europa, quella che puntasse ad inserirsi proprio in quel momento nella competizione mondiale (ma preparandosi fin da ora, cosa che invece non si sta facendo).

La partita a scacchi fra Lenin e Trockij
a Capri, un covo di postumanisti

6.Il ruolo della Russia

Limes dedica uno spazio anche all’ articolo di Trenin “2051, la Russia esisterà e guarderà dentro e fuori di sé”.

Vi si dice,intanto che la Russia esisterà, e ciò è diverso da ciò che si dice dell’ Unione Europea, cioè nulla. Il che significa implicitamente che, per Limes, la Russia esisterà, ma l’UE no.

Quest’articolo è per altro anche in implicito contrasto con quello sulla Turchia. Come potrebbe la Turchia realizzare il suo impero senza disgregare la Russia, visto che dovrebbe recuperare, fra l’altro, la Yacutia, l’ Altai e il Tatarstan, che sono nel cuore della Russia?

Ma, a prescindere da ciò, è ben vero che la Russia ha un suo significato geopolitico millenario, perché rappresenta il ruolo fondamentale dei popoli della steppa eurasiatica. Però, anche questo ruolo muta nel tempo: non può essere lo stesso al tempo degli uomini primitivi, dei cavalieri nomadi, della Transiberiana, degli Sputnik e di Internet.La Russia è , oggi, molto più integrata di un tempo, da un lato, con la Cina, dall’ altra, con l’Europa (North Stream, South Stream, Siria, Libia), e non potrà non esserlo ancor più nel futuro. Del resto, le recenti rivelazioni dell’ex segretario NATO Robertson confermano quanto già affermato da Putin nel 2000, che la Russia aveva chiesto di entrare nella NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti, anche perché si considerava a tutti gli effetti un Paese europeo. Il motivo per cui la Russia non si è integrata in Europa è che nessuno ha voluto accettarla alla pari, temendo, sotto un certo punto di vista a ragione, che, date le sue caratteristiche, avrebbe assunto presto un ruolo dominante.

Tuttavia, con l’indebolimento di America e Unione, è ora possibile che l’ingresso in Europa di Russia e Turchia, discusso da 30 anni, finalmente si realizzi. Il peso di questi due Paesi  potrebbe ricostituire un certo equilibrio in Europa.

Come affermato da Putin e da Erdogan in varie occasioni, ciò non stravolgerebbe la natura dell’ Europa, dato lo strettissimo rapporto ancestrale degli Europei con i popoli ad Oriente: gli agricoltori medio-orientali e gl’”immigranti” indo-europei, la Civiltà Danubiana, l’affinità reclamata dai Greci con Sciti e Sarmati, l’impero macedone, lo “Sprachbund” balcanico, lo slavismo, il Turanismo, la presenza in Russia di Goti e Bulgari, Magiari e Variaghi, Greci ed Ebrei, Polacchi e Lituani, Tedeschi e Svedesi; l’Impero Ottomano; le parentele europee degli Zar; la cultura europea di San Pietroburgo; l’Ermitage; il marxismo…

Il punto è che questo spirito asserivo nelle rispettive aree non lo stanno dimostrando solo Russia e Turchia, bensì anche Lituani e Polacchi, Bielorussi e Ungheresi, Serbi e Albanesi, sicché l’ Europa Centro-Orientale rischia di ridivenire un ginepraio (anche qui se l’Unione non fa finalmente qualcosa d’intelligente e di coraggioso, come cominciare un vero dialogo culturale a Oriente, rilanciare le Strategie Macroregionali Europee, e infine pensare a Territori Federali come Bosnia, Macedonia, Cipro,Ucraina…).

Qui come in altri campi, la visione di Limes sembrerebbe invece essere che, nonostante tutta la fragilità degli equilibri attuali, nei prossimi 30 anni, di nuovo non cambi nulla, fino all’ Apocalisse finale.

La “nave dei filosofi”, su cui Lenin espulse in un sol giorno tutta l’ “intelligentija”

7.Il “Conservatorismo moderato” di Putin

Il punto di vista  dell’ articolo di Trenin si sposa bene con l’atteggiamento  molto equilibrato dimostrato da Putin nel suo recente intervento di prammatica al forum 2021 del Club Valdai, tutto incentrato sull’ idea del “conservatorismo russo”, l’ideologia di Russia Unita, che non può non trovare vasti consensi ovunque, e in primo luogo in Europa, concentrato com’esso è nella critica al “politicamente corretto”, al movimento “woke” e alla “cancel culture”.

Putin riconduce gli eccessi di questi movimenti alla “hybris” dell’ Occidente dopo il crollo del Muro di Berlino:”.. coloro che, presumendosi vincitori  dopo la Guerra Fredda, …si credevano pari a degli Dei, dovettero ben presto accorgersi che proprio allora stava venendo il loro turno, che  il terreno stava loro crollando sotto i piedi, né potevano ‘fermare l’attimo’, per quanto bello esso potesse apparire.”  

Infatti, il crollo del muro di Berlino fu la premessa logica della decadenza dello stesso Occidente: “Guardiamo con raccapriccio ai processi in corso nei Paesi considerati tradizionalmente come i vessilliferi del progresso. Ovviamente, le crisi sociali e culturali in corso negli USA e in Europa non sono affar nostro, e non ce ne immischiamo.

Alcuni credono in Occidente che l’eliminazione violenta di intere pagine della loro storia, la repressione contro la maggioranza a favore di una minoranza e l’intimazione di rinnegare concetti radicati, come quelli di madre, di padre, di famiglia e perfino dei sessi, siano pietre miliari sulla strada dell’innovazione sociale.

Ribadisco che l’Occidente ha tutto il diritto di farlo, e che noi non ci immischiamo, ma chiedo dolo anche a loro di non immischiarsi negli affari nostri. Abbiamo punti di vista diversi, o, almeno, diciamo correttamente che la maggioranza schiacciante della società russa ha un punto di vista diverso. Crediamo di doverci fidare dei nostri valori spirituali, della nostra tradizione storica e della cultura della nostra nazione multietnica.”

Secondo Putin, l’attuale ondata di estremismo anti-tradizionalistico è semplicemente una ripetizione della frenesia postumanistica dei Bogostroiteli fra la Rivoluzione d’ Ottobre e la NEP, e pertanto la Russia avrebbe una grande esperienza da fare valere in proposito:”Permettetemi però di osservare che le vostre ricette non sono affetto nuove. Anche se qualcuno se ne stupirà, la Russia è già passata attraverso questa fase. Dopo la Rivoluzione del 1917, i Bolsceviochi, basandosi sui dogmi di Marx ed Engels, si ripromettevano anch’essi  di cambiare le regole e i costumi, non soltanto  politici ed economici,  e l’idea stessa della morale umana e le fondamenta di una società sana. La distruzione dei valori antichi, della religione e dei rapport interpersonali, ivi compreso perfino il rifiuto totale della famiglia, l’istigazione alla delazione  contro i propri cari, tutto ciò veniva proclamato come progresso ,ovviamente  con un forte supporto in  tutto il resto del mondo, dov’era molto di moda, proprio come oggi. Tra l’altro, i Bolscevichi erano assolutamente intolleranti delle opinioni diverse dalle loro.

Credo che questo ricordi in parte ciò a cui assistiamo oggi. Guardando ciò che accade in molti Paesi occidentali, siamo stupiti di vedere  in quelle nazioni comportamenti, che noi abbiamo, spero, fortunatamente abbandonato fino da tempi lontani. La lotta per l’eguaglianza e contro le discriminazioni si è convertita in un aggressive dogmatismo sconfinante nell’ assurdità: le opera dei grandi autori del passato  – come Shakespeare – non vengono più insegnate nelle scuole e nelle Università perché le loro idee si considerano retrograde. I classici sono dichiarati retrogradi e ignoranti sulle questioni di genere e di razza.

A Hollywood distribuiscono veline sulla correttezza richiesta nelle trame dei film e sul numero di personaggi di quale colore debbano esserci. Peggio del vecchio dipartimento ‘Agitprop’ del Comitato Centrale del PCUS”.

In definitiva,dopo i Trockisti, i Bogostroiteli, i Cosmisti e lo Zhdanovismo, la Russia ha pieno titolo ad ammonire gli Occidentali contro gli eccessi del post-umanesimo:“attenti a non andare là dove i Bolscevichi avevano solo tentato  di arrivare – socializzare non solo il pollame, ma  perfino le donne-. Ancora un passo, e voi ci sarete arrivati.

Gli zeloti di queste nuove tendenze arrivano a pretendere la pura e semplice abolizione di questi concetti: chiunque osi accennare all’esistenza effettiva di uomini e donne quale fatto biologico rischiano l’ostracismo”.

“Anche qui, nulla di nuovo: negli Anni 20, I cosiddetti Kulturtraeger sovietici avevano inventato un “newspeak” nella presunzione di creare una nuova coscienza, cambiando così i  valori. Come ho già detto, si creò una confusione tale, e ancora tremiamo al ricordo”.

Implicitamente, Putin ha messo il dito sulla piaga  delle attuali ideologie occidentali: quando in Russia prevaleva l’estremismo rivoluzionario comunista, i borghesi occidentali applaudivano; ora che la Russia, grazie alle sue tristi esperienze, è tornata a un saggio conservatorismo, l’Occidente l’aggredisce e la calunnia perché vuole ripetere le gesta dei primi Bolscevichi:

“Oggi, quando il mondo è nel vortice di una destrutturazione strutturale ,l’importanza di porre alla base della nostra linea politica un ragionevole conservatorismo è cresciuta in modo esponenziale proprio a causa del moltiplicarsi di rischi e pericoli, e della fragilità della fragilità della realtà che ci circonda.

Non si tratta di ottuso tradizionalismo, di paura delle novità o di una tattica banalizzatrice, né, infine, di rintanarci nel nostro guscio. Innanzitutto, confidiamo nelle nostre antiche e tradizioni; garantiamo la nostra crescita demografica; valutiamo obiettivamente noi stessi e gli altri; stabiliamo precise priorità;  confrontiamo necessità e possibilità; rifiutiamo radicalmente i metodi estremistici. A mio parere, un moderato conservatorismo è la linea di condotta più ragionevole nel periodo che ci attende, di ricostruzione del mondo, un  periodo  lungo e dagli sbocchi imprevedibili. Le cose cambieranno inevitabilmente prima o poi, ma, fino ad allora, il principio più razionale sembra essere ‘Noli Nocere’ (non nuocere), il principio-base della medicina.”

Se questa è la posizione tenuta nella seduta plenaria del Club Valdai, a margine del convegno Putin ha manifestato punti di vista più assertivi e impegnati, probabilmente riferiti alla “fine del periodo di ricostruzione del mondo”, là dove ha citato Ilyin, Berdiajev e, soprattutto, Dostojevskij, che, come noto, vedeva, nella Russia, la salvatrice dell’Europa

Dostojevskij, il maggiore assertore della “Russia salvatrice dell’ Europa”

8.Gl’insegnamenti per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Nonostante la ricchezza dei contributi, questo numero di Limes è particolarmente deludente perché, a dispetto delle sue pretese di specialismo e di anticonformismo, non fornisce idee nuove.

Tuttavia, in una situazione di quietismo generalizzato, è comunque utile, in quanto fornisce un argomento in più a coloro che, come noi, vorrebbe “dare la sveglia” alle Autorità e alla società civile, facendo presente che, continuando di questo passo, non esisteremo proprio più.

A meno che l’obiettivo nascosto di tutti, con un abile gioco delle parti, non sia proprio questo: abituare gradualmente gli Europei a un ruolo sempre più marginale nella cultura, nella politica, nell’economia, fino a che gli Europei si adatteranno ad accettare lavori meno prestigiosi, ad avere meno figli, e, alla fine, ad essere sostituiti da immigrati da tutto il mondo, che faranno perdere definitivamente la memoria delle nostre tradizioni, in preparazione della completa meccanizzazione del mondo. Obiettivo che già traspariva sessant’anni fa nel boicottaggio sistematico delle imprese europee innovative, a partire dalla Olivetti, dall’ ENI, dal Concorde…, in modo da salvaguardare il ruolo di primadonna dell’ America (la “Fine della Storia” di Fukuyama, l’”America First” di Trump, l’”America is Back” di Biden). Idea che a mio avviso non è estranea alla linea politica di molti, a cominciare da Limes, che infatti conclude il volume con l’idea dell’insostituibilità degli Stati Uniti, e che talvolta sembra condivisa perfino da Putin, che (forse per colpa nostra), ci accomuna oramai agli aborriti  decadenti americani.

Nel caso di Torino questo risultato è già stato conseguito, con una diminuzione costante della popolazione (la “Fuga dal Piemonte”, Leonardo di Paco, La Stampa, 25 Novembre). Peccato che l’obiettivo sia stato centrato così bene, che perfino gl’immigrati se ne stanno già andando (in un anno, 300.000 uscite dall’ Italia). Dov’è finita la paura per l’arrivo degl’immigrati? Adesso,sono gl’immigrati che hanno paura di venire in Europa, e, soprattutto,a Torino.

Occorre impedire che la Conferenza sul Futuro dell’Europa venga utilizzata per sterilizzare il dibattito su quanto precede. Per questo è importante che le nostre proposte sul futuro dell’Europa – un futuro che ha da essere molto diverso dal deludente presente- facciano oggetto di un vero dibattito, alternativo alle messe in scena ufficiali, e forniscano outputs pluralistici accessibili a tutti e per la “Fase Costituente” che dovrebbe seguire.  

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RISCRIVERE LE COSTITUZIONI: ATTUALITA’

DEI PROGETTI DI FEDERALISMO MONDIALE, EUROPEO E NAZIONALE

L'”antica costituzione europea”

La “cancel culture”, nata fra gl’intellettuali “non-WASP” nelle università americane, non è tuttavia solo un fenomeno americano. Come tutte le “americanate”, in breve si è diffusa in tutto il mondo, dove viene scimmiottata in modi per lo più improprii e deformanti, soprattutto in un’Europa sempre più priva di idee proprie, ed anche per questo sempre più succube dei trend culturali e politici americani.

Mentre, in America, il movimento “Woke” mira a colpire e l’eredità culturale del colonialismo europeo, in Europa prevale un’altra “Cancel Culture”, che mira invece a fare dimenticare le radici premoderne, moderne e afroasiatiche dell’integrazione europea, a vantaggio di un iconoclastico messianismo di origine manichea e puritana, secondo cui tale integrazione altro non sarebbe che la punta di diamante della nuova “religione dei diritti”, che travolge, come vendetta per le oppressioni passate, tutte le culture tradizionali, portandole tutte  a fare parte dell’ “impero mondiale omogeneo” (Kojève).

Per questa “Cancel culture” europea, l’intera storia mondiale, e non solo quella europea, sarebbe infatti viziata da un’eredità di violenza, che solo la nemesi della IIa Guerra Mondiale sarebbe riuscita a riscattare (con la vittoria degli Stati Uniti).  In ciò starebbe la nobiltà dell’Europa, la quale, modello per il mondo intero, sarebbe riuscita a sostituire ad inimicizie secolari un nuovo clima di fratellanza (come profetizzato da Fichte e da Nietzsche). L’Europa sarebbe, dunque, il primo Paese entrato, grazie alla sconfitta, nella “Post-Histoire”(Gehlen, Fukuyama)-cioè con un ruolo di “suddito” nell’ Impero del Bene.

Secondo questa “Cancel culture” europea, l’integrazione europea nascerebbe quindi solo durante la IIa Guerra Mondiale, dal rifiuto delle guerre, delle stragi e della stessa idea di “sacrificio”(Girard), emblema di una storia mondiale tutta da cancellare. La sconfitta degli eserciti europei sarebbe stata quindi una sorta di “provvida sventura”, che, “redimendo” gli Europei dal loro passato peccaminoso, ne avrebbe fatto un modello per il resto del mondo.

Da tutto ciò risulterebbe esaltata la funzione messianica dell’ America, che, sconfiggendo l’Asse e rieducando la Germania, aveva costretto l’Europa a divenire il primo paese redento dalla storia dell’ oppressione e della miseria.

Questa “Cancel culture” europea, erede di movimenti ereticali come il Manicheismo e la Gnosi cristiani ed ebraici, del mazdakismo, della Kabbalà, dei Pauliciani e degli Anabattisti, era stata proposta da una parte della Sinistra Alternativa nell’ambito della cosiddetta “Lunga Marcia attraverso le Istituzioni” di Rudi Dutschke (come riedizione moderna dell’ idea trockista della “Rivoluzione Permanente”),  e dall’ accademia occidentalistica  “funzionalista” (Mitrany), per cui l’Europa non avrebbe dovuto essere se non una sottosezione e un primo esempio dello “Stato Mondiale Omogeneo”di Kojève (o dello Stato Mondiale di Juenger).

Questa “Cancel culture” europea, espressione concreta dell’interpretazione materialistica e tecnocratica dell’ Apocalisse, rigetta ogni costrutto sociale positivo -il rigore logico, la documentazione fattuale, il politeismo dei valori, la continuità delle tradizioni storiche, le differenze fra le culture, i ceti sociali e i sessi-, postulando come unico obiettivo quell’eguaglianza assoluta ed omologante che risulterebbe, per esempio, dall’ applicazione letterale dell’ art.3 della Costituzione Italiana, e, ancor più, dall’ “affirmative action” di tradizione realsocialista e americana. Si passa così dall’ eguaglianza formale liberale, a quella sostanziale socialista, fino a quella etnica terzomondista, e sessuale (a sua volta declinata, nel tempo, come femminista, omosessuale, transessuale, “gender”). Siamo oramai sulla soglia dell’ eguaglianza degli animali e delle macchine…

La Federazione Mondiale secondo Coudenhove Kalergi

1.La censura sulla storia europea

E’ chiaro che, per questa cultura, risulta inaccettabile che proprio l’Europa attuale, quella in cui oggi viviamo,  si riveli invece essere in gran parte il  prodotto dell’incontro culturale fra un Papa polacco, un Segretario generale del PCUS e le rivendicazioni nazionali dei popoli dell’ Europa Orientale (con radici pre-moderne da cui è difficile liberarsi). Ancora più inaccettabile il fatto che i creatori delle Comunità Europee fossero stati dei leader democratici cristiani, per altro influenzati da intellettuali già comunisti (come Spinelli), comunitaristi (come Marc) e “planistes” (come Monnet), o addirittura aristocratici ed elitari (come Coudenhove Kalergi), nessuno dei quali condivideva il pathos della “Fine della Storia” (e che mai si sarebbero neppure immaginati le attuali derive nichilistiche).

Andando a ritroso, andrebbero (e vengono in effetti) cancellate ancor più  drasticamente le influenze sulla formazione del generale consenso europeista “ delle culture dell’ Asse ” (Drieu La Rochelle, von Schirach). Vanno poi ignorate le prese di posizione “europee” di Alessandro I e di Nietzsche; deformate quelle di Dubois, Dante, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Kant, Voltaire. E, più lontano ancora, vanno condannate le Crociate, Roma, la Grecia, Maometto, i Padri della Chiesa, il Vecchio Testamento, l’Old Europe e gl’Indoeuropei…

Questa Cancel culture europea costituisce oggi l’ostacolo principale sulla strada della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, perché impedisce di prendere atto che avevano ragione i teorici del passato (Spinelli, Galimberti, Weil, Marc, De Rougemont) nel vedere che la  crisi della società europea  (che dura da almeno un secolo) richiedeva e richiede un momento di critica delle narrazioni delle “nazioni borghesi” prebelliche (per esempio, quella risorgimentale), per riallacciare il futuro dell’ Europa unita all’ insieme delle sue comuni tradizioni.

Oggi, tanto l’ordinamento internazionale, quanto l’Europa, quanto, infine, la società italiana, soffrono più che mai di questa “Crisi di civiltà” : di una debolezza generalizzata, di una totale contraddittorietà nelle motivazioni,  del dominio delle macchine, della conseguente ingovernabilità, e di una tensione generalizzate in Europa Orientale (Polonia, Bielorussia, Ungheria, Russia, Bosnia, Serbia, Ungheria, Ucraina, Donbass, Albania, Kurdistan).

Di fronte a questa crisi, s’ impone, non già un “window dressing” dell’ esistente quale, incredibimente, si vorrebbe realizzare con la Conferenza (“bisogna cambiare tutto perché nulla cambi”, von der Leyen al “Summit sociale di Porto”), bensì la riscrittura contestuale degli Statuti delle Nazioni Unite e della NATO, ma specialmente del Trattato di Lisbona e delle costituzioni nazionali, sulla base di una visione culturale, se non unitaria, almeno coerente, al suo interno e con la storia d’Europa.

Quest’ esigenza di discontinuità viene illustrato bene, per l’Italia, scon l’articolo di  da Carlo Galli su “La Repubblica” del 19 Novembre,  prendendo spunto dalla proposta, presentata da Giorgia Meloni, di una nuova Assemblea Costituente per l’ Italia, finalizzata soprattutto al presidenzialismo “..l’assemblea costituente è di per sé fuori dalla costituzione vigente; se è veramente costituente, infatti, ha il pieno potere di riscrivere l’intero ordinamento…”Per Galli,”E’ sintomatico che questa proposta venga avanzata oggi, in una fase in cui la politica sembra ormai uscita dalle istituzioni, per collocarsi nelle tecnostrutture del Paese (a loro volta non in ottima salute)..”

Con l’avvertenza che, a nostro avviso, come si vedrà, è più nella Costituzione Italiana che in quella europea che il presidenzialismo avrebbe un senso.

Orbene, una riscrittura delle costituzioni italiana ed europea era precisamente quanto proposto da Galimberti l’8 Settembre 1943, e il momento di discontinuità a livello europeo era quanto richiesto da Spinelli e Marc dopo la IIa Guerra Mondiale.

Per questo non appare irrilevante riandare a quelle, e simili, proposte del XX° secolo, per capirne almeno la logica (che, a nostro avviso, è in gran parte tutt’ora valida), ed eventualmente trarne degl’insegnamenti per il futuro.

Il Progetto per una pace perpetua era un accordo fra sovrani assoluti

2.Il tanto criticato “Piano Kalergi”

E’ un luogo comune della propaganda sovranista accusare la “società dell’ 1%” di stare organizzando la “sostituzione etnica” dell’ Europa, secondo un procedimento logico che troverebbe le sue basi nelle opere di Coudenhove Kalergi, primo grande federalista, europeo e mondiale. La cosa è tanto risalente nel tempo, che, nel tentativo di dirottare queste critiche, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il libro in cui si parla di questo tema, “Praktischer Idealismus”, è vietato in Germania per legge (come il “Mein Kampf”).

Il pensiero politico di Coudenhove Kalergi non si poteva certo ridurre al cosiddetto “piano” di ibridazione degli Europei, e nemmeno a Paneuropa, ma mirava, appunto, ad affrontare nel suo complesso la “crisi della Società Europea”.

Kalergi, un aristocratico asburgico-giapponese, con origini ceche, olandesi, veneziane e bizantine, e aderente alla Massoneria, si preoccupava prioritariamente di dare all’ Europa una nuova élite, che conciliasse tradizioni familiari, corpi intermedi e meritocrazia “Foederalismus, Adel, Technik”). Nel  fare ciò, egli si riallacciava all’ idea di Nietzsche dei “buoni Europei” e a quella della sua amica Malwida von Meysenburg, dell’ “Idealismo Pratico”.

Riteneva positive le varie forme d’integrazione  in corso: fra l’aristocrazia mitteleuropea e l’alta borghesia ebraica, e fra l’imprenditoria occidentale e la tecnocrazia sovietica. Credeva anche che la federazione europea servisse  tra l’altro a mettere in comune le colonie (che considerava un fenomeno permanente), e per questo riteneva che gli Europei si sarebbero ibridati con gli Africani.

La sua visione di un mondo federato e ibridato era fra le più complete e concrete presentate su quest’argomento. Pensava che le grandi federazioni mondiali potessero nascere sulla base dei blocchi esistenti ai suoi tempi, e che, in particolare, l’Europa avrebbe avuto tutto l’interesse a unificarsi per rimanere all’ altezza degli altri grandi blocchi.

Le idee di Coudenhove Kalergi furono condivise da molti Governi (come quello austriaco, che gli mise a disposizione addirittura la Hofburg, quello ceco e quello francese, che, con Briand, aveva preparato un progetto di federazione europea che fu presentata nel 1928 alla Società delle Nazioni e fu commentata da tutti i Governi Europei, divenendo anche il pretesto per la firma del “Patto a Quattro” fra Francia, Inghilterra, Germania e Italia del 1932, poi naufragato per l’avvento al potere di Hitler).

Il libro di Ulrike Guérot riprende Benda, Mosley e Thiriart

3.La costituzione italiana ed europea di Duccio Galimberti  

Così come Kalergi si preoccupava di stabilire un chiaro collegamento fra federalismo europeo e federalismo mondiale, così la Costituzione Italiana ed Europea di Duccio Galimberti, comandante partigiano del CLN piemontese e martire della Resistenza, mirava a salvaguardare, alla fine della guerra, il coordinamento fra la costituzione della nuova Italia e quella della nuova Europa.

Finita di scrivere personalmente da Galimberti, che era un avvocato, l’8 settembre 1943, immediatamente prima di pronunziare, dal suo studio nella piazza centrale di Cuneo, il discorso che segnò l’avvio ufficiale della Resistenza in Italia, e prima di partire, raccattate un po’ di armi, per il rifugio partigiano di Paraloup, la “Costituzione Italiana ed Europea” è l’unica opera compiuta e propositiva tutt’ora scritta su questo argomento, e dimostra un’inaudita chiarezza di obiettivi, rara tanto nei politici, quanto nei politologi, che nei giuristi e nei leaders rivoluzionari.

Credo che, prima di chiudere la Conferenza sul Futuro dell’Europa, occorrerebbe dare almeno uno sguardo a quel progetto, per vedere se non abbiamo dimenticato qualcosa. Ma, già che ci siamo, sarebbe il caso di dare uno sguardo anche agli altri progetti che si sono presentati sulla scena negli ultimi 100 anni, anche quelli meno articolati e concreti. Cosa che noi stiamo facendo.

Il Federalismo Europeo è nato come movimento politico al di là degli Stati nazionali

4.Il Manifesto di Ventotene: l’opposto della Dichiarazione Schuman

I leader europei sono soliti citare il Manifesto come l’avvio del processo d’integrazione europea.

In realtà, come si vedrà, l’avvio dell’integrazione europea può essere rintracciato già fin negl’imperi romano e germanico. Comunque, è vero che, mentre il primo Manifesto di Ventotene fu scritto al confino e pubblicato nel 1944, la Dichiarazione Schuman fu pronunziata 6 anni dopo, in una conferenza stampa al Quai d’Orsai. In questo tempo, era successo ben poco. Se il Manifesto partiva dall’ idea  della “crisi della società europea”, dovuta alla decadenza degli Stati nazionali, da superarsi con una discontinuità di carattere rivoluzionario, la seconda  prendeva le mosse da due ben precisi Stati nazionali, Francia e Germania, e da una questione contingente (la messa in comune dei bacini carbosiderurgici tedeschi occupati dalla Francia, ma di proprietà privata), per suggerire che, attraverso altre operazioni parziali di questo tipo, si sarebbe potuto arrivare “a piccoli passi” a un’ integrazione “funzionale” delle tecnostrutture europee, secondo il modello delle Organizzazioni Internazionali (già sperimentato con la Croce Rossa, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Unione Postale Mondiale, la Società dei Battelli del Reno, i trani Mitropa….

Si noti che l’integrazione economica teorizzata dalla Dichiarazione Schuman e realizzata con la CECA non faceva che riprendere in mano l’eredità della Grossraumwirtschaft dell’ Asse, gestendo la trasformazione dell’economia di guerra in società dei consumi.

Il Manifesto di Ventotene era dichiaratamente finalizzato alla presa del controllo sull’ Europa da parte delle forze della Resistenza, mentre la Dichiarazione Schuman fu in realtà un’iniziativa personale del Commissaire au Plan francese, Jean Monnet, con la collaborazione di alcuni funzionari ministeriali e del Segretario di Stato americano, per dare un ordine al passaggio dall’Europa tedesca a quella americana, che stava comunque sorgendo faticosamente dopo il Piano Marshall; significativamente, la presidenza della CECA (1951) fu affidata all’ ex lobbista del III Reich Walther Hallstein, reduce da un periodo di “rieducazione” in una base americana su un’isola dell’ Atlantico.

Altiero Spinelli aveva riposto, invece, le sue speranze, prima, in un movimento di base, chiamato “Congresso del Popolo Europeo”, poi nella Comunità Europea di Difesa (CED), bocciata dalla Francia nel 1954, e, per il resto, aveva sempre criticato l’integrazione attraverso il metodo intergovernativo. Solo nel 1970  aveva accettato l’incarico di Commissario, e nel 1976 divenne europarlamentare, rimanendolo per 10 anni. Nonostante questa sua riconciliazione con le Istituzioni, le sue profezie sull’ impossibilità di creare una federazione restando sul piano intergovernativo si sono avverate, ed oggi è questo il motivo principale dello stallo dell’integrazione europea.

L’Europa delle Patrie era un progetto paneuropeo e sovrano

5.L’”Europa delle Patrie”

Negli stessi anni in cui Monnet, Schuman e Hallstein cercavano di gestire da Bruxelles in modo “soft” la  riconversione consumistica dell’ economia di guerra, De Gaulle usava l’interventismo di Stato (prima le nazionalizzazioni, poi il Commissariat au Plan, affidato a Monnet, e, ancora, la Force de Frappe e i progetti europei) per forzare un’integrazione tecnologica nei settori della difesa, dello spazio e ferroviario, e patrocinando “progetti europei” di carattere intergovernativo, ma che, sulla base della sola UE non si sarebbero mai potuti realizzare:

a)perchè l’interventismo di Stato nelle nuove tecnologie non fa parte dell’ideologia, né delle Istituzioni europee, né degli altri Stati Membri;

b)perché , se la Francia non avesse agito da “apripista”, le pressioni americane sarebbero state troppo forti;

c)perché gli altri Paesi non avrebbero avuto tecnologie sufficienti, specie in campo nucleare.

La politica di De Gaulle era finalizzata soprattutto a contrastare l’influenza americana e a ipotizzare una politica neutralista dell’ Europa “à tous azimuts”, basata sul fatto che il blocco sovietico e i non allineati non costituiscono, per l’ Europa, una “minaccia” maggiore degli stessi USA. L’”Europa delle Patrie” caldeggiata oggi dai sovranisti, pur avendo, sul piano retorico, qualche affinità con l’idea gaulliana, di fatto ne abbandona i toni antiamericani e si concentra invece (illogicamente) contro una pretesa “centralizzazione” di Bruxelles (che non esiste). In realtà, oggi la ragnatela di norme UE è la prima fonte di dispersione del potere decisionale e dei conflitti intestini dell’ Europa (i “Valori”, i “Diritti”, i conflitti di competenza e giurisdizione, la litigiosità a Est, l’assenza di qualsivoglia impostazione geopolitica).

Un’altra debolezza dell’”Europa delle Patrie” è oggi che le “nazioni” a cui pensava De Gaulle 40 anni fa, e a cui pensano i “sovranisti” di oggi, non esistono oramai più. Le hanno uccise la Seconda Guerra Mondiale, la politica dei blocchi, la cultura globalizzata.  Una sopravvivenza del senso delle identità territoriale si può  ritrovare piuttosto in tradizioni meno territorializzate e burocratizzate – per esempio, l’eredità classica e cristiana, le signorie medievali e pre-moderne (Savoia, Venezia, Napoli, Sicilia, Aragona, Provenza, Scozia, Fiandre, Prussia), le città di cultura, tradizioni che hanno lasciato tracce profonde nel nostro inconscio collettivo.

Invece, quando vediamo delle manifestazioni ufficiali in Francia o in Polonia dove, cantando l’inno nazionale, tutti fanno l’ultima versione del “Bellamy Salute” americano (la prima era il saluto romano), capiamo che lì non si sta celebrando l’attaccamento alla tradizione nazionale, bensì quello all’ “Occidente”, vale a dire al modello americano. Perciò, la strada della Sovranità Europea non può passare per gli Stati Nazionali.

In ogni caso, tutto ciò che ci resta di una concreta Europa economica (l’Agenzia Spaziale Europea, Arianespace, Kourou, l’Airbus, i Corridoi Europei) lo dobbiamo a De Gaulle e alla sua Europa delle Patrie.  Per esempio, è ormai mezzo secolo che, di tanto in tanto, politici e industriali europei ripropongono l’idea di nuovi “campioni Europei” (per le reti, per i treni, per le navi, per i semiconduttori), ma si tratta sempre e soltanto di aria fritta. Vedremo se GAIA-X, stiracchiata come al solito fra Americani e Cinesi, non subirà la stessa sorte.

Le Regioni Europee non sono solo quelle che servono per l’ Europrogettazione

6.L’Europa delle Regioni

L’unico modo per far vivere un’ Europa delle Patrie sarebbe quello di  vedere queste “Patrie” come l’insieme di tutte le realtà, grandi o piccole, in cui si articola l’ Europa (l’Anglosfera, l’Europa Carolingia, l’Europa Orientale, l’Impero bizantino-ottomano, l’Europa Mediterranea, le Isole Britanniche, la Scandinavia, il Baltico, la Mitteleuropa, la Russia, il Caucaso, l’ Anatolia, i Balcani, il mondo latino, la Keltia, la Catalogna, l’ Occitania, la Renania, la Baviera, l’Intermarium, la Transnistria, la Grande Albania, il Donbass, l’Abkhazia, l’Ossetia, la Greater London, Randstadt Holland, la Région Parisienne, il Ruhrgebiet..).

E’ quanto avevano detto per primi Montesquieu, Tocqueville e Proudhon, pensando forse di fare rivivere l’”Ancienne Constitution Européenne”, come Tocqueville chiamava le leggi dell’ Ancien Régime. E, in fondo, l’Abate di Saint-Pierre, quando cercava di confederare i sovrani d’Europa (“Projet à servir pour la Paix Perpetuelle”) pensava semplicemente a un consolidamento dei trattati di Utrecht e di Rastatt, alla cui formulazione egli aveva contribuito.

Vi è stato un lungo periodo in cui le Comunità Europee avevano abbozzato un complessivo progetto euroregionale, con i fondi regionali, la Convenzione di Madrid e le Azioni Macroregionali Europee, ma tutto ciò si è perduto, come al solito, nelle nebbie della burocrazia.

Nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine”, Voltaire mette in satira il federalismo di Saint-Pierre, perchè vuole un impero unitario come quello cinese

7.L’”Europa Nazione”

Questo termine fu usato soprattutto per primo da Julien Benda e poi da gruppuscoli di estrema destra, come Jeune Europe e il National Party of Europe, che aveva  adottò il 1° Marzo  1962, la “European Declaration”, the  invocava la creazione di uno Stato nazionale Europeo, con un suo governo  e un parlamento europeo eletto, e il ritiro delle truppe americane e sovietiche.

In realtà, l’idea aveva avuto scarsi anticipatori, come Benda, e una parte dei collaborazionisti francesi, ai quali  cui Simone Weil si riferiva nel suo “Enracinement”, dove li accusava di seguire pedissequamente le orme dei Giacobini, sostituendo, ai Dipartimenti dell’Impero Napoleonico, le Regioni d’ Europa.

In tempi più recenti, il progetto di una Repubblica Europea intesa come Stato centralizzato è stato rilanciato da Ulrike Gérot e Robert Menesse (Warum Europa eine Republik werden muss).

Secondo Franco Cardini (che era stato membro di Jeune Europe), il progetto sarebbe stato “difficile”. A mio avviso, più che altro, uno Stato continentale centralizzato può avere un senso in un momento di conflitto ad alta intensità, in cui lo Stato non può essere governato se non come un esercito, ma non “a regime”, perché l’ideale di uno Stato non può ridursi a una caserma.

Il russo Sokurov è il maggior cantore dell’identità europea

8.La “Casa Comune Europea”

Michail Gorbaciov aveva lanciato questo slogan in varie occasioni, pensando a uno sviluppo graduale delle rivoluzioni degli anni 1988-1993, che invece furono caratterizzate da fatti traumatici come le guerre del Nagorno-karabag, della Slovenia, del Golfo, della Transnistria e della Cecenia, l’insurrezione di Bucarest e il bombardamemto del Parlamento di Mosca.

L’idea era stata ripresa da Putin nei suoi discorsi in Germania in cui si era addirittura proposto (primo ed unica capo di Stato estero a parlare al Bundestag non già in Russo, bensì in Tedesco) in una funzione di federatore dell’ Europa, paragonabile a quella che era stata di Kohl.

In quel periodo, Russia Unita teorizzava il suo ruolo quale quello del continuatore del Russkij Konservatizm di Stolypin e di Witte, e parallelo a quello della CDU.

In effetti, l’ Unione Europea non sarà credibile fintantoché rappresenterà meno  appena la metà del nostro Continente e sarà in conflitto con la restante metà.

Secondo Schmidt, i GAFAM devono condurre l’ America alla conquista del mondo

9.L’impero europeo dell’ America

Secondo il Papa, esistono nel mondo degli “Imperi Sconosciuti”. Immerwahr ha definito gli USA l’ “Impero Nascosto.”Secondo Zbygniew Brzezinski, l’Europa è un protettorato americano, che ha come unico scopo quello di costituire un avamposto dell’ America in Europa. Luca Caracciolo insiste a chiamare la UE “l’impero europeo dell’ America”.

Questa realtà costituisce l’altro vero ostacolo all’unificazione dell’ Europa.

Ricordiamoci che, quando, nel 1866, l’ Impero Austriaco, in seguito alla sconfitta di Sadowa, fu costretto a riconoscere un Regno d’Ungheria, iniziò la sua finale disgregazione. Per questo, riscrivere l’intera governance mondiale, ivi compreso lo Statuto della NATO, è così fondamentale: si tratta di ripetere ciò che, per l’Austria, era stato l’ “Ausgleich” del 1866.

Marco Aurelio, l’imperatore filosofo

10.Un presidenzialismo europeo?

La proposta di Giorgia Meloni che ha costituito l’occasione per il commento di Carlo Galli si riferisce al presidenzialismo per l’ Italia. In effetti, se si vogliono accrescere le capacità decisionali di uno Stato, il presidenzialismo può giovare. Esso è utilizzato da vari ed importanti Stati, come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’India, il Brasile…..Tuttavia, l’Unione Europea non è uno Stato come gli altri.Si caratterizza proprio per il fatto di fare parte di una “multi level governance”. Oggi, il livello di cui occorre incrementare il potere decisionale è quello europeo, perché è l’unico che ci possa difendere dal potere delle macchine intelligenti, ed è l’unico in cui si richieda un potere decisionale immediato ed illimitato, come quello degli antichi comandanti romani.

Perciò, i ragionamenti che si fanno sul presidenzialismo nazionale dovrebbero essere rivolti al presidenzialismo europeo. Che non è l’unica soluzione alla questione del decisionismo europeo, ma può essere una.

Era in questo senso che si era lavorato sull’ipotesi degli “Spitzenkandidaten”, poi miseramente fallita davanti alla realtà, non soltanto in Europa, ma anche in Germania, dov’era nata. Infatti, l’inadeguatezza ed arretratezza della cultura “mainstream” ha, fra i tanti effetti, quello dei un’illogico frazionamento del panorama ideologico e parlamentare secondo irreali linee ideologiche e  territoriali e non secondo problemi: GAFAM o non GAFAM; America o sovranità? In queste condizioni, creare delle coalizioni con un progetto è difficilissimo, e quindi nessuno Spitzenkandidat può vincere le elezioni, perché nessuna linea politica può raccogliere un consenso significativo.

Il presidenzialismo avrebbe senso solo nell’ ambito di una costellazione di provvedimenti atti ad accrescere l’incisività dell’ azione dell’ Europa, quali  la revisione della cultura mainstream, riforme “epistocratiche”, un esercito europeo prevalentemente automatizzato, un Consiglio Federale operativo come quello svizzero…

Per tutto il resto, sarebbe utile ed opportuno ricordarsi dei vari modelli proposti in passato: dell’inserimento del federalismo europeo in quello mondiale;  dell’idea di federazione come superamento degli Stati Nazionali borghesi; del coordinamento delle “costituzioni” di tutti i livelli della “multi-level governance”; della continuità storica; dell’ Europa quale oggetto primario di lealtà per i cittadini; dell’ “Europa da Brest a Vladivostock”; del rapporto problematico con l’ America.


LA SOVRANITA’DIGITALE:un’ottima idea tradita dalla politica.L’accordo Thales-Google

La normativa digitale UE è stata concordata con i GAFAM, nonostante tutte le comntroversie in corso

L’edizione del 4 Novembre di Le Point contiene una serie importante di articoli che chiariscono con esempi concreti la tesi da noi da tempo sostenuta: che, mentre la politica parla di “Sovranità Digitale Europea”, essa assume poi  delle decisioni che vanno nella direzione esattamente opposta, cioè lega all’ Europa, e in particolare alla Francia, le mani in modo tale che, a detta di molti, non sarà più possibile svincolarsi dalla morsa del complesso informatico-militare americano.

1.L’accordo Thales-Google e il “Cloud di fiducia”

Infatti, come afferma Cédric O, il Segretario di Stato all’ informatica, “La schiacciante maggioranza del French Tech si basa sul finanziamento e le infrastrutture dei cloud americani. Risultato: il valore creato non resterà da noi.”

Il fatto scatenante è che l’impresa digitale francese Thales, partecipata al 15% dallo Stato,  ha firmato con Google un accordo per creare insieme un servizio di cloud  e per commercializzarlo presso le imprese private e le Amministrazioni dello Stato. Accordo speculare a quello stipulato, un anno fa, sempre da Google, con Telecom Italia. Questo in netto contrasto con lo slogan della “Sovranità Digitale Europea”, e anche con lo spirito con cui era stato creata, un anno fa, Gaia-X, il cloud europeo, di cui ci era stato detto, all’ atto della sua fondazione, che avrebbe ideato delle procedure tali per cui gli utenti potevano scegliere providers di loro gradimento, ma in ogni caso sarebbero stati garantiti la riservatezza e il mantenimento dei dati in Europa, come previsto dalla legislazione europea applicabile.

Secondo Jean-Paul Smets, fondatore di Rapid Space, “Quest’ accordo segna l’abbandono della nostra sovranità a vantaggio dei GAFAM. La Francia si è piegata agl’interessi americani.Ciò significa che i nostri dati, compresi i più sensibili, resteranno a loro disposizione”.

Il fatto è che il Presidente Macron, ideatore del termine “Sovranità digitale europea”, ha improvvisamente cambiato, sotto elezioni, il proprio  linguaggio, e parla ora di un “cloud di fiducia”, in cui il gestore americano sarà tenuto a garantire la riservatezza dei dati dei Francesi, ma i giornalisti di Le Point sollevano fondati dubbi, perché i dati conservati da un cloud comune saranno comunque soggetti al CLOUD Act, e quindi dovranno essere obbligatoriamente consegnati, dai partner americani, alle autorità americane di sicurezza. E’ lo stesso problema emerso nei casi Schrems e Istituzioni/Microsoft, che hanno rivelato ufficialmente che  una plateale violazione del DGPR viene perpetrata da tempo dalle Istituzioni per favorire i rapporti transatlantici, e questa situazione non viene scalfita , né dalle sentenze della Corte di Giustizia, né dalle risoluzioni dell’EDPB (che restano inattuate da anni).

Anzi, il presidente dell’ EPDB, il polacco Wewiòrowski che pure ha adottato risoluzioni molto severe contro le Istituzioni, ha poi detto che, sostanzialmente “condividere i nostri dati con degli alleati è già meglio  che condividerli con degli avversari”, con ciò avallando anche un trattamento asimmetrico con i gestori cinesi (pure presenti in GAIA-X).

Ma questo, in una situazione in cui la politica estera e di difesa è sostanzialmente una politica sei dati (“Lutte Informatique d’influence”, per usare un termine oggi alla moda nell’ Esercito francese), significa che l’ Europa non potrà mai avere una propria politica estera e di difesa, perché, non disponendo dei propri dati, non potrà mai condurre una politica autonoma, per esempio dissociandosi da guerre, o da azioni politiche, c’essa non condivide.

Georg Rikeles, già funzionario europeo e membro del think tank EPS, spiega molto bene ciò che sta succedendo.Tutti i funzionari europei e nazionali in campo informatico sono corteggiati dai Gafam e dai loro studi legali e di pubbliche relazioni, per assumerli quando abbiano lasciato i loro incarichi (“pantouflage”; si noti bene che oggi tutti gl’incarichi più importanti sono attribuiti con contratti a tempo determinato)

I  funzionari ministeriali francesi e i politici europei e finiscono poi nei consigli di amministrazione dei GAFAM, per esempio Neelie Kroes, senza che nessuno sollevi obiezioni.

Per i “movimenti spontanei” di cittadini che in realtà sono finanziati dai GAFAM, i funzionari hanno coniato l’espressione “Astroturfing” (che si riferisce ai campi da gioco artificiali in materie plastiche.Guillaume Grallet conclude che bisogna “scommettere su una regolamentazione atta a fare nascere delle imprese di alta tecnologia”, tema su cui noi siamo impegnati da anni ma nessuno ci vuole ascoltare (molto probabilmente perché tutti gl’interlocutori che contano hanno fatto oggetto di “Astroturfing”).

In netto contrasto con questa situazione francese (ed europea), in Cina sono appena entrate in vigore le nuove normative per il controllo sulle imprese digitali, che hanno inglobato e superato le timide bozze europee.

Il risultato pratico è che, tanto il Presidente Macron, quanto la sua diretta concorrente Marine le Pen, non insistono più sulla lotta ai GAFAM, lasciando, su questo tema, il campo libero a candidati minori, che  possono scatenarsi perchè tanto hanno poche chances di dover mantenere le loro promesse.A Xavier Bertrand:” sembra indispensabile ristabilire una sana concorrenza.I mezzi esistono, arrivando fino al loro smantellamento”;per Valérie Pécresse:”lo smantellamento di Google è il destino a cui la condanna ineluttabilmente la sua posizione ultra-dominante, come lo fu per i giganteschi trust americani  del XX° secolo”.

Riassumendo:

-quella del digitale è l’unica vera lotta di libertà oggi in corso: quella contro la Società della Sorveglianza;

– conformemente a quanto teorizzato da Eric Schmidt e concretizzato nei recenti atti legislativi americani, è in corso un’azione a tenaglia dei GAFAM e del Governo americano per mantenere l’attuale situazione di fatto di dipendenza, ideologica, digitale, politica e militare dell’ Europa;

-fintantoché non saranno attuate le due Sentenze Schrems e le risoluzioni dell’EDPB, l’Unione Europea non sarà mai uno Stato di diritto, in quanto le sue Istituzioni non rispettano, né le sentenze della Corte di Giustizia, né le deliberazioni dell’EDPB, su una questione così centrale come la disponibilità dei nostri dati alle Autorità americane;

-se le cose stanno così, ci chiediamo a che cosa serva GAIA-X, che avrebbe dovuto risolvere proprio questo problema;

-i politici europei, dopo tanto parlare di “Sovranità”, continuano a non fare nulla, e, anzi, a firmare sempre nuovi accordi con i GAFAM e con il Governo americano;

-nelle prossime elezioni presidenziali francesi, i candidati con più chances (ma perfino Zemmour), non intendono impegnarsi su questo tema.

L’unica speranza risiede nella società civile, ma avrà essa l’occasione per esprimersi? Se, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, non si potrà parlare di questo, mi domando a che cosa serva la Conferenza stessa. Forse, come scrive “La Repubblica” di oggi, potrebbe essere un’altra inconcludente “fabbrica di chiacchiere”:

“Si nota un certo conformismo. Si dibatte in modo educato, civile, con toni ben diversi da quelli dei bar e delle piazze del continente. E’una ‘Occupy Strasburgo’ istituzionalizzata”.

Urge trovare nuove modalità d’intervento, più autentiche e risolutive.

VENTI DI GUERRA IN EST EUROPA:

CHI E’ PER L’EUROPA: CHI REMA CONTRO?

“Marsz, marsz, Dąbrowski, z ziemi wloskiej, do Polski”

L'”Azione Vistola” per trasferire i Polacchi dalla Galizia all’ex Prussia

In questi giorni stanno  accavallandosi vari eventi problematici che riguardano la Polonia e i Paesi circostanti (l’ex “Grande Polonia”), i quali dimostrano, come minimo, la centralità, nello scacchiere politico europeo,  della sua parte orientale, così spesso dimenticata dall’ opinione pubblica e dalle Istituzioni (e ignorata dall’accademia), e che pure è stato spesso (nella storia e nell’ attualità), al centro delle vicende europee:

-Il primo di questi  è stato il plateale conflitto, di competenze ma anche ideologico, fra le Autorità polacche e le Istituzioni Europee, circa  una serie di situazioni diverse, ma fra loro collegate, come l’atteggiamento verso i migranti e le politiche familiari, nonché l’interpretazione del diritto europeo;

-Il secondo, lo stato di emergenza militare (“Stan Wyjontkowy”) alla frontiera con la Bielorussia, a causa della situazione dei migranti, che rientra in uno stato di tensione generalizzato fra NATO e Russia;

-Il terzo è il problema irrisolto dei Balcani Orientali, dove, successivamente all’incontro di Lubiana con l’Unione Europea (a presidenza slovena),  il cantone serbo della Bosnia Erzegovina si è dissociato dal governo federale, minacciando un “effetto  domino”.

La Repubblica Polacco-lituana

Cerchiamo di dar conto di questi intricati fenomeni di primario interesse per l’ Europa, innanzitutto riportando integralmente l’ utile approfondimento sul conflitto di giurisdizione fra Corte di Giustizia Europea e Corte Costituzionale polacca scritto dal Presidente del Movimento Europeo in Italia, Pier Virgilio Dastoli, che dimostra quanto sia complessa la vicenda che va dalle sentenze della Corte di Giustizia sul primato del diritto europeo fino agli attuali conflitti  in cui è implicata la Polonia.

Pier Virgilio Dastoli, AL DI FUORI DELLA “DIETA POLACCA” VERSO L’EUROPA FEDERALE

Il progetto di trattato che istituisce l’Unione europea (“progetto Spinelli”) aveva iscritto – fin dal suo preambolo – la preminenza del diritto dell’Unione sui diritti nazionali, considerandola come una condizione indispensabile per garantire nello stesso tempo l’uguaglianza delle cittadine e dei cittadini europei davanti alla legge (europea) e l’uguaglianza fra gli Stati che avrebbero composto la futura Unione.

Al tema del primato del diritto dell’Unione, il “progetto Spinelli” dedica l’art. 42 che si ispira a tre sentenze della Corte di Giustizia che sono pane quotidiano degli studiosi del diritto europeo e degli studenti di diritto internazionale in tutta Europa e cioè la sentenza Van Geen en Loos del 1963 (Aff n° 26-62 Rec. Vol. IX, p. 1), la sentenza Costa c. Enel del 1964 (Aff. N° 6-64 Rec. Vol X p. 1141) e la sentenza Simmenthal del 1978 (Aff. N° 106-77 Rec. 1979 p. 629) peraltro seguite da numerose sentenze analoghe.

Vale la pena di ricordare che nell’ordine di priorità delle istituzioni previste dal “progetto Spinelli” la Corte di Giustizia precedeva il Consiglio europeo e che i giudici europei avrebbero dovuto essere nominati per metà dal Parlamento europeo e per metà dal Consiglio dell’Unione e dunque con una doppia “delega” da parte dei rappresentanti degli elettori e degli Stati e non una delega “di primo livello” dei soli rappresentanti degli Stati all’interno del Consiglio.

La logica del primato del diritto dell’Unione ribadita dalla Corte prima e dal “progetto Spinelli” poi si fonda sul fatto che i trattati sono approvati democraticamente dagli Stati o per via parlamentare o per via referendaria, che le leggi europee (regolamenti o direttive, di cui i primi sono direttamente applicabili negli Stati membri) sono sempre approvate dagli Stati membri e che con il “progetto Spinelli” il processo decisionale europeo si sarebbe fortemente rafforzato dal punto di vista democratico perché il Parlamento europeo sarebbe diventato autorità legislativa su un piede di uguaglianza con il Consiglio legiferando insieme agli Stati sulla base delle proposte della Commissione o sostituendosi ad essa nel caso di una sua carenza.

Sotto la spinta del “progetto Spinelli” il Parlamento europeo legifera ormai insieme al Consiglio in una progressione che lo ha condotto – dall’Atto Unico fino al Trattato di Lisbona – ad acquisire poteri di decisione che coprono più del 60% delle competenze dell’Unione in una democrazia sopranazionale ancora incompiuta ma certo più sostanziale di quello che avviene nel diritto internazionale.

Nella Convenzione sull’avvenire dell’Europa (2001-2003), il progetto di trattato-costituzionale approvato da rappresentanti dei governi e dei parlamenti non solo dei paesi membri dell’Unione europea a 15 ma anche dei paesi candidati all’adesione ivi compresi quelli del Gruppo di Visegrad conteneva un articolo 6 che codificava la giurisprudenza della Corte sul primato del diritto dell’Unione all’interno di un progetto ben lontano dall’obiettivo di uno “stato federale” che sarebbe stato invece il risultato dell’entrata in vigore del “progetto Spinelli” fra gli Stati e i popoli che lo avessero accettato.

Come sappiamo il progetto di trattato-costituzionale approvato dalla Convenzione sull’avvenire dell’Europa fu prima annacquato dai governi nazionali che lo sottoposero alle ratifiche nazionali e, dopo i referendum negativi in Francia e Paesi Bassi, fu tradotto nel Trattato di Lisbona da cui furono eliminati tutti i riferimenti di natura costituzionale.

Contrariamente ad una opinione diffusa nella stampa, la mancata entrata in vigore del progetto di Trattato-costituzionale non rappresentò il fallimento dell’obiettivo dello “stato federale” ma la sconfitta dei governi che decisero di tradire il testo originale trasformandolo in un mostro giuridico sotto forma di centauro metà uomo (il trattato costituzionale) e metà capra (i trattati esistenti) e che fu definito da Giuliano Amato un ermafrodito.

Pur non “costituzionalizzando” il primato del diritto dell’Unione, tutti i governi che sottoscrissero il Trattato di Lisbona, fra cui i paesi di Visegrad, firmarono una dichiarazione (n° 17) nella quale si confermava la costante interpretazione della Corte di Giustizia sul primato del diritto dell’Unione peraltro condivisa da un parere del Servizio Giuridico del Consiglio secondo cui “il primato del diritto comunitario è un principio fondamentale di questo diritto”.

L’interpretazione delle Corti costituzionali nazionali sulla questione dì tale primato non solo sul diritto “infra-costituzionale” ma sulle costituzioni nazionali è stata inizialmente non univoca perché in Irlanda e nei Paesi Bassi è stato riconosciuto il primato del diritto comunitario anche in relazione alle costituzionali nazionali mentre in Italia con la teoria dei “contro-limiti” (sentenza Frontini del 1973 e Fragd del 1989) e in Germania con le decisioni Solange del 1974, del 1986 e del 2000 per non citare il Consiglio costituzionale francese c’è stato un iniziale rifiuto di riconoscere la prevalenza del diritto dell’Unione sulle costituzioni nazionali.

Negli ultimi anni, anche grazie al dialogo fra le Corti ma anche alle modifiche introdotte nelle costituzioni nazionali per adattarle ai trattati europei, abbiamo assistito ad una sostanziale evoluzione di un sistema giudiziario multilivello in cui anche i giudici nazionali sono diventati….europei, l’autorità della Corte di Giustizia non è più messa in discussione ed è soprattutto riconosciuta dagli Stati come è avvenuto da parte del governo federale tedesco quando il Tribunale di Karlsruhe pose la questione di una decisione ultra vires della Corte di Giustizia sulla politica della BCE.

La sentenza del Tribunale costituzionale polacco, sostenuta dal governo polacco che controlla la maggioranza dei giudici di quel Tribunale, rappresenta un vulnus intollerabile per tutta l’Unione ma soprattutto per le cittadine e i cittadini polacchi e per difendere il principio dell’uguaglianza degli Stati nell’Unione.

Abbiamo sperimentato l’inefficacia dell’art 7 TUE che affida al Consiglio europeo secondo una decisione unanime il compito di constatare l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori comuni così come conosciamo l’effetto marginale del ricorso della Commissione contro uno Stato membro sulla base dell’art. 258 TFUE, sapendo che la Commissione è spesso lasciata sola perché gli altri Stati intervengono raramente ad adiuvandum sulla base dell’art. 259 TFUE.

Conosciamo infine l’ambiguità della cosiddetta “condizionalità” sul rispetto dello stato di diritto che imporrebbe alla Commissione di bloccare i fondi europei e in particolare il NGEU ma la Commissione ha fatto sapere al Parlamento europeo che essa intende aspettare la decisione della Corte di Giustizia sui ricorsi polacco e ungherese, una decisione che arriverà fra molti mesi e il suo esito – se ci dovessimo basare sull’udienza pubblica del 19 ottobre non appare scontato.

La vicenda polacca ha messo ancora una volta in luce l’ambiguità e il malessere del sistema europeo – denunciati con grottesco ritardo dalla ormai ex-cancelliera Angela Merkel all’uscita dal suo 107mo Consiglio europeo.

A noi è sembrato fin dall’inizio un grave errore non aver voluto invitare al tavolo della Conferenza sul futuro dell’Europa la Corte di Giustizia e crediamo che il Comitato esecutivo, i tre co-presidenti e i presidenti delle tre istituzioni debbano rapidamente invitare la Corte a partecipare al Gruppo di Lavoro sulla democrazia e alla sessione plenaria di dicembre.

A monte, deve essere risolta l’ambiguità di un sistema inizialmente fondato sul metodo comunitario, sottoposto poi ai vincoli e alle strettoie del metodo intergovernativo con il Trattato di Lisbona e sempre più lontano dalla finalità federale del processo di integrazione europea.

La via da percorrere non è quella di Polexit ma di una fase costituente che eviti l’ostacolo del negoziato intergovernativo per modificare questo o quell’articolo dei trattati e che abba come finalità quella di riunire in un insieme coerente le norme costituzionali relative agli obiettivi, alla ripartizione delle competenze, alle procedure e alle politiche dell’Unione sostituendo l’intero Trattato di Lisbona e sottoponendo il nuovo Trattato ad un referendum pan-europeo in occasione delle elezioni nel maggio 2024.

Sarano le cittadine e i cittadini europei a decidere se vorranno o non vorranno entrare nella nuova Unione.

Pier Virgilio Dastoli

Roma, 25 ottobre 2021

SWIĘTO NIEPODLEGŁOŚCI (“FESTA DELL’ INDIPENDENZA”)

Tartari polacchi

Dopo  l’ intervento di Dastoli, pubblichiamo alcune nostre considerazioni sulla situazione polacca in generale. L’esperienza costituzionale di quel Paese non può essere ridotta, infatti  “Liberum Veto”, la regola dell’unanimità al Sejm, caratteristico  dell’ ultima fase della storia polacca (18° Secolo), bensì risale al pieno Medioevo, quando la Polonia aveva dimostrato un grado di rappresentatività e di tutela dei diritti civili particolarmente elevato (l’”Aurea Libertas”). Tra parentesi, si noti che tutte le “confederazioni” pre-moderne, come il Sacro Romano Impero, l’Olanda e la Svizzera, erano basate sulla regola del consenso, ma le esigenze pratiche (e, soprattutto, militari) le hanno poi portate, nell’Ottocento, a trasformarsi in “federazioni”: Svizzera, 1848; II Reich, 1870. L’Olanda, invece, nel periodo napoleonico, divenne uno Stato Unitario.

Ricordiamo però anche che la grande tradizione storica e culturale della Polonia la porta spesso, come accade però anche ad Inghilterra, Francia e Russia, a posizioni eccessivamente soggettive, che possono costituire detrimento per altri Paesi d’ Europa, e soprattutto per l’integrazione europea. Pensiamo al ruolo esercitato dalle legioni polacche nell’occupazione napoleonica dell’Italia(in particolare i ducati dell’ Emilia-Romagna), alla distruzione di Cassino, e, ora, alla reazione spropositata e strumentale agli aiuti dati dalla Bielorussia ai migranti che vogliono raggiungere l’Europa Centrale.

L’11 Novembre si è svolta in tutta la Polonia la Festa dell’Indipendenza (Swieto Niepodleglosci), un evento che si era tradotto  da molti anni in uno scontro di piazza fra centinaia di migliaia di “nazionali” (i “Narodowci”), e le Forze dell’ Ordine, ma quest’anno (grazie anche proprio alle diatribe con la UE, la Bielorussia e la Russia), si è svolta in modo pacifico, in piena concordia fra le Istituzioni e la piazza nazionalista, e con un tono nettamente militare. La festa ricorda infatti l’arrivo a Varsavia,l’11 novembre 1918, dopo la sconfitta della Germania, del Maresciallo Pilsudski, un ex ufficiale austriaco sostenuto dagl’Imperi Centrali e poi fondatore della IIa Repubblica Polacca. Era stata vietata dal Governo comunista, e ripristinata nel 1989.

Occorre poi ricordare che Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lituania e Lettonia avevano vissuto per secoli all’ interno della “1° Rzeczpospolita”, una grande potenza che i nazionalisti polacchi ancora rimpiangono. Nella “Marcia dell’ Indipendenza” si sentiva risuonare, almeno fino all’ anno scorso, lo slogan “Wielka Polska Katolicka”, che faceva riferimento a quell’importante Stato dell’Ancien Régime (il più grande d’  Europa all’ inizio del 17° secolo). Quest’anno si è giunti (anche grazie alla sentenza della Corte Costituzionale sulla superiorità del diritto polacco e al Muro alla frontiera), a una tregua politica, che ha permesso ai vertici polacchi di celebrare la giornata, nell’ ordine più assoluto, sostanzialmente come una festa militare.

La solidarietà fra polacchi, lituani, ucraini e lettoni risale molto indietro nel tempo. Già nel 1386, il re lituano  Jagellone aveva sposato Edvige di  Polonia, creando una prima effimera unione personale. Il costituzionalismo polacco è antico quanto quello britannico. Esisteva un parlamento centrale (il Sejm, 1493, diviso in Senato e Camera dei Deputati). Secondo la legge  Nihil novi nisi commune consensus, del  1505, il Re non poteva adottare nuove leggi senza l’approvazione del Senato.

Già prima esistevano tanti “Sejmiki” (parlamenti locali). Esisteva perfino un Sejmik ebraico, il “Va’ad Arba’a Aratsoth”, primo abbozzo di Stato ebraico, e punto di riferimento giuridico per tutte le Comunità ebraiche d’Europa. Intorno al Castello Granducale lituano di Trakai esisteva, ed esiste ancora, un villaggio di guerrieri ebrei Caraiti di Crimea, che costituivano la fedelissima guardia lituana.

La Polonia era, dunque, una costruzione giuridica atipica (come oggi l’Unione Europea, che potrebbe anche ispirarvisi): una monarchia plurinazionale come la Spagna, l’Inghilterra, l’ Unione di Kalmar, il Regno d’Ungheria, l’Impero Russo e quello ottomano, e, nello stesso tempo, una repubblica aristocratica come Genova e Venezia, e una federazione come il Sacro Romano Impero, l’ Olanda e la Svizzera.

Nel 1569, era stata proclamata l’unione con la Lituania (Unia Lubelska). Quell’ era è  ora ricordata con nostalgia dai Polacchi, come “l’Età Aurea”.

Re Jan Sobiecki, salvatore dell’ Europa all’assedio di Vienna, era nato ad Olesko, in Ucraina. Il suo esercito era quanto di più europeo e multiculturale  si potesse immaginare. Accanto agli ussari alati polacchi e ai cosacchi ucraini, schierava mercenari britannici, milizie cittadine tedesche, honved ungheresi,  carabinieri valacchi, giannizzeri balcanici , cavalieri caraiti e tartari.

Nel 1700, in seguito alle spartizioni della Polonia, era nata un’identità popolare “rutena”, basata sui contadini uniati della Galizia soggetti agli Asburgo. Nel 1791, era stata adottata la prima costituzione d’Europa non puramente aristocratica (e lodata da Rousseau): la “Costituzione del 3 Maggio”.

Nel 1834, Jan Mickiewicz, poeta nazionale polacco e fondatore, nel 1848, di una seconda Legione Polacca in Italia, aveva ambientato in Lituania il suo poema “Pan Tadeusz, L’ultima faida in Lituania”, che comincia con le parole “Litwa, Ojczyzna moja”(“Lituania, patria mia”).In realtà, egli era nato a Navahradac, in Bielorussia, una delle capitali del Granducato di Lituania.

I “Democratici Polacchi” (il primo partito politico europeo che si sia qualificato come tale) avevano come punto numero uno del loro programma (il “Manifesto di Cracovia” del 1846) la nazionalizzazione delle terre (obiettivo realizzato, seppure parzialmente, solo dai Bolscevichi, e da allora molto contestato ovunque, perfino in URSS, per non parlare della Polonia).Anche Pan Tadeusz è un aristocratico polacco-lituano (ufficiale di Napoleone) che dona le sue terre ai contadini.

L’inno nazionale polacco è la “Marcia delle legioni polacche in Polonia”, scritta a Reggio Emilia, che ricorda la marcia dei soldati polacchi che occupavano l’Emilia per conto di Napoleone, dall’ Italia alla Polonia per raggiungere l’Imperatore. Proprio a un suo verso (“Marsz, Marsz, Dąbrowski, z ziemi Wloski, do Polski”), è ispirata la “Marsz Niepodleglosci” del Giorno dell’ Indipendenza. In particolare, l’inno era stato cantato dai soldati sotto le finestre dell’Arcivescovado di Reggio occupato da Dąbrowski dopo avere domato l’ insorgenza della Padania contro le tasse imposte dai Francesi (Branda Lucioni). Questa musica era poi divenuta la base degl’inni panslavisti e  jugoslavi, ed, oggi, lo resta di quello croato.

Nel 1920, il Maresciallo Pilsudski, aveva sconfitto l’Armata Rossa comandata da Trockij, che, come aveva affermato Lenin,  stava conquistando l’intera Europa, ma, nel 1939, il patto Molotov-Ribbentrop aveva già ripristinato un vecchio confine fra Prussia e Austria, da un lato, e l’ Impero Russo, dall’ altro (la “Linea Curzon”), dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale. E’ lì che è stato costruito in questi giorni il nuovo muro fra Polonia e Bielorussia (già Granducato di Lituania), che spezza in modo anche visibile l’unità dell’ antica Rzecz Pospolita. Il che non stupisce, perché l’attuale nazionalismo “piccolo polacco” non è attaccato tanto alle tradizioni della Grande Polonia, quanto a quelle della Piccola Polonia giacobina e comunista. Eppure, buona parte dei problemi politici dell’ Est Europa di oggi si riferiscono proprio all’ eredità della “Repubblica dei due Popoli”: il confine lungo il Don; i Cosacchi; la Moldova e la Transnistria; l’Ucraina Occidentale e Orientale…

Nel 1989, Papa Giovanni Paolo II aveva contribuito notevolmente, insieme al Presidente russo Gorbachev, alla caduta del Muro di Berlino ed era stato costituito in Polonia il primo governo di democrazia rappresentativa in Est Europa. Oggi, invece, tutti corrono a costruire muri fra l’ Europa Centrale e quella Orientale. Ultima trovata, quella di chiedere l’intervento degli USA per difendere la Polonia…dai migranti!?

In ogni caso, queste forzature e queste contraddizioni ottengono il risultato opposto a quello voluto: mettere in evidenza che vi è un progetto sempre meno nascosto di sobillare ogni genere di disaccordi fra Europa, Russia e Turchia per sottolineare il ruolo della NATO in Europa in un momento in cui esso viene posto in discussione.

Fra questi rientrano, non solo la kafkiana vicenda di un muro sul modello trumpiano (in programma da anni, ed ora in costruzione a pieno ritmo) le manovre NATO in corso nel Mar Nero con testate nucleari.

Ovviamente, non si possono dimenticare tutti questi fatti nel riflettere sulle attuali problematiche della Polonia.

L’esercito di Sobieski

1.Le ragioni della crisi

L’idea di base dell’integrazione europea era stata, dai tempi del Progetto di di Saint-Pierre, quella di unificare gli Europei, costituendo una realtà più grande, non certo quella di spezzettare ulteriormente la “Kleinstaaterei” medievale, rinata come esito dell’agitazione nazionalista e della 1° Guerra Mondiale. Quella di una federazione voleva appunto rispondere, sulla base delle idee di Althusius, Pufendorf e Montesquieu, all’ esigenza di far salve le particolarità pur nella costruzione di un Paese più grande (la “Casa Comune Europea”di Gorbachev e Giovanni Paolo II).

E invece, ecco che, a trentadue anni dalla caduta del Muro di Berlino costruito dalla DDR contro la Repubblica Federale, gli Europei (Polacchi e Lituani) costruiscono un nuovo muro, questa volta  contro i Bielorussi e gl’immigrati, e i Greci un altro muro, quest’ultimo contro i Turchi e gl’immigrati. Certo, tutto ciò non è strettamente legato alla disputa costituzionale fra UE e Polonia, ma certo con essa si interseca. Si riparte con la “Kleinstaaterei”per rendere impossibile l’ “Europe Puissance”e perpetuare l’egemonia americana.

Di chi la “colpa”? Solo di Lukaszenko, di Putin? Non è questa la sede per indagare le colpe storiche di ciascuno, che sono comunque molto risalenti nel tempo (pensiamo all’esacerbarsi,  a partire dal ‘500-‘600, della rivalità fra Moscovia e Polonia per l’egemonia sull’ Europa Orientale), né le ininterrotte trame americane per mettere gli Europei gli uni contro gli altri. Quello che conta è il risultato complessivo, veramente scandaloso dal punto di vista dell’integrazione europea, e l’assoluta mancanza, ch’esso rivela,  di una visione genuinamente europea del tipo di convivenza da proporsi all’ Europa Centrale e Orientale. Figuriamoci se, in seguito a questo gioco di ripicche incrociate, dovesse scoppiare addirittura una guerra!

Ed è su questo che bisogna intervenire, sul concetto dell’identità complessiva dell’Europa, sulla sua ragion d’essere, sui suoi progetti, in modo che gli Europei sappiano che fare di fronte a qualunque evento, anche il più disastroso. Orbene, l’esperienza dimostra che l’identità “fredda” dell’ Europa, basata sull’idea messianica ed hegeliana della “Fine della Storia” non può essere la base dell’integrazione europea, in primo luogo perché sarebbe, semmai, quella dell’impero nascosto americano, e, poi, perché gli stessi intellettuali e politici mainstream l’hanno oramai rinnegata (vedi Fukuyama).

3.La questione delle competenze

Con questo obiettivo in mente, veniamo ora alle questioni giuridiche sottese all’ articolo di Dastoli.

A me sembra chiaro che, in Europa come in tutte le altre grandi del mondo, più che un problema di “superiorità” o di “inferiorità” fra ordinamenti giuridici, di cui parlano a sproposito le corti supreme, c’è una questione di “competenze” in una “Multi-level governance”. Vale a dire “chi fa che cosa”? Cosa che in Europa non è affatto chiara ed impedisce permanentemente di adottare qualsiasi decisione.

Il Trattato di Lisbona, essendo confuso, si presta a elucubrazioni giuridiche pretestuose, come quelle della Corte polacca, ma anche di altre corti nazionali e della stessa Corte Europea. E’ ovvio che, nella Conferenza sul Futuro dell’Europa, la ripartizione delle competenze va riscritta completamente, sulla base del concetti di sussidiarietà e di esclusività.

Fra l’altro, è ora di farla finita con l’idea di una “federazione di Stati Nazionali” (i quali, se, per il Manifesto di Ventotene, nel 1941, erano già obsoleti, oggi non esistono neppure più, cancellati, come sono,  dalla NATO e dai GAFAM:dead men walking”). Quando si parla di “Stati Membri” si parla di strutture, di narrazioni e di personale politico che sono stati da sempre dei “cloni” dell’ America. A sua volta, una federazione di “Stati Nazionali”(ammesso che fosse possibile, sarebbe è una brutta copia della federazione americana (come è dimostrato dal culto di Hamilton e del “Federalist”). La lealtà primaria degli Europei non è mai andata, né va ora, ai cosiddetti “Stati Nazionali”, bensì, o all’Europa nel suo insieme (Nietzsche, Coudenhove Kalergi, Drieu la Rochelle, Weil, Galimberti, Marc, Spinelli, De Rougemont, Milosz), o a realtà più vaste o più piccole degli Stati membri, dalle singole “corone” britanniche e iberiche, ai “Laender” tedeschi e austriaci, ai Cantoni svizzeri, all’ “Intermarium” polonocentrico….(quello che in termini costituzionali europei sarebbero Macroregioni, Euroregioni, Regioni, città metropolitane..).

Oggi, di fronte a pericoli come la fine dell’umano e la IIIa Guerra Mondiale, è necessario più che mai che la solidarietà prevalente, e militante, degli Europei, vada all’ Europa (“Identità Europea”), l’unica potenzialmente all’ altezza di combattere questa grande battaglia. Ma, per fare questo, è necessario che l’Europa sappia incarnare le identità, le idee e le volontà di tutti gli Europei, che, come è logico in una (con-)federazione, debbono poter esprimere tutti se stessi, ciascuno al suo livello più adeguato (“suum cuique tribuere”).

La Commissione aveva lanciato le sue strategie macroregionali (atlantica, alpina, mediterranea, baltica, danubiana, ecc…), che riecheggiavano antiche aree civilizzatorie (anglo-normanna, norrena, celtica, romana, anseatica, austro-ungarica), ma, come il 99% dei progetti europei, queste non si erano poi materializzate.La Costituzione europea, quando ci sarà, dovrà essere una “multi-level governance”, che, pur essendo  focalizzata sulla difesa a tutto tondo dell’Europa stessa verso l’esterno (“l’autonomia strategica europea”), renda giustizia all’ infinita poliedricità dell’Europa. Solo su queste basi sarà possibile evitare i conflitti di competenza fra i vari livelli, permettendo ai livelli più bassi forme di autonomia che non compromettano l’autonomia strategia europea.

Nel fare ciò, occorrerebbe evitare di assumere posizioni ideologiche preconcette. Per esempio, sembrerebbe logico che, sulle questioni di diritto di famiglia che tanto pesano sui rapporti con l’ Europa Orientale, possano legiferare poteri intermedi, come per esempio una  Macroregione erede storica del Gruppo di Visegrad (e/o della Rzecz Pospolita pre-moderna), mentre, ovviamente, circa gli eventuali “muri” verso l’esterno e sul controllo delle frontiere (che  costituiscono parte integrante ed essenziale della “Sovranità Strategica”) dovrebbe legiferare l’ Unione, o la (Con-)Federazione che dovrebbe succederle (che io chiamerei semplicemente “Res Publica Europaea”. Tutto il contrario oggi, quando l’UE vorrebbe imporre alla Polonia le sue politiche familiari, e poi ammette che per la gestione di una crisi umanitaria si faccia intervenire la NATO, in netto contrasto con una UE passiva e priva d’idee.

“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

Commento all’ articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 novembre

Socrate con il demagogo Alcibiade

“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

La riunione del G20 di Roma e quella del Cop-27 di Glasgow si sono concluse, come buona parte delle iniziative di questo tipo, con un clamoroso passo indietro, come rimarcato perfino da “attivisti” mainstream come Greta Thunberg.

La Cina e la Russia non hanno partecipato, prevedendo un fiasco, che infatti si è puntualmente verificato. Avendo infatti la Cina presentato il giorno prima il proprio programma di riduzione delle emissioni, che  stabilisce la neutralità carbonica per il 2060, l’India è arrivata a Roma annunziando ch’ essa riuscirà a raggiungere quell’obiettivo addirittura solo nel 2070, e presentando ai Paesi sviluppati delle richieste veramente esplosive, quali quella che, essi accelerino ancora il  proprio percorso, e finanzino anche la transizione dell’India, come indennizzo per aver esse inquinato abbondantemente nel passato. A ciò si aggiunga che la Francia ha chiesto di considerare come “verde” il nucleare, e, la Germania, il gas.

E’ evidente che, dopo lo scatenamento della corsa alle nuove tecnologie fra USA e Cina, il Covid e la scoperta che molte soluzioni che si pretenderebbero “verdi” hanno, a loro volta, pesanti controindicazioni, gli “obiettivi” di Tokyo e di Parigi non sono più veramente prioritari per nessuno. Il punto è che l’entusiasmo generalizzato per l’”Agenda Verde”  era caratterizzato, per tutti, fin dall’inizio  (come segnalato da molti, fra cui il Papa e l’”attivista” Greta), un forte carattere propagandistico (“di marketing”), per mascherare altre urgenze, parimenti, o ancor più, vitali per l’umanità(la sostituzione dell’uomo con le macchine, già intravista dalla Kabbalà, da Goethe, Asimov, De Landa e Bill Joy, e, in secondo luogo, il rischio di una IIIa Guerra Mondiale, denunziato innanzitutto dal Papa), pericoli per l’umanità che sono però  addirittura degli obiettivi concretamente perseguiti da varie potenze. E’ evidente che se (come possibile), nel 2050, l’umanità non esisterà più perché distrutta dalla III Guerra Mondiale o perché sostituita dai robot, tutta questa fatica per eliminare il CO2 entro il 2060 o 2070 sarà risultata utile solo per fornire un gradevole soggiorno ai robot nostri eredi. Quindi, prima, cercare di contrastare il dominio delle macchine sull’ uomo e di evitare la IIIa Guerra Mondiale, poi, occuparsi del clima.

Ciascuno sta quindi cercando semplicemente di “salvare la faccia” circa la propria retromarcia, facendo però così crollare sia il mito positivista secondo cui vi sarebbero degli obiettivi evidenti condivisi sul piano internazionale, sia quello occidentale secondo cui i vertici delle attuali “maggiori economie” sarebbero all’altezza della situazione. Le retoriche delle “magnifiche sorti e progressive” si sono quindi rivelate nel loro insieme, come scrive John Grey, il “conservatore verde” un’”alba bugiarda”.

Se si vuole ancora avere una  qualche forma di “multilateralismo”, la si dovrà quindi cercare su altre basi e in altre culture, meno superficiali e meno settarie. L’accordo mondiale da ricercare in questo momento decisivo non può vertere sul materialismo volgare (quale espresso per esempio nell’ Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e sulla macchinizzazione del mondo indotta dai GAFAM e dai BATX, bensì solo sulla volontà di salvare l’Umano grazie al ricorso congiunto alle risorse spirituali delle diverse civiltà del mondo, da quelle pre-alfabetiche, a quelle assiali, da quelle politeiste a quelle monoteiste, da quelle tradizionali a quelle moderne e post-moderne (cfr. Salomon  Higgins, An Invitation to World Philosophy).

Certo, gli attuali multiculturalisti, specie se americani, sottovalutano la difficoltà, in assoluto e soprattutto per loro, di utilizzare effettivamente gl’insegnamenti delle culture non occidentali. Infatti, nessuno riesce ad immaginare un tipo di discorso che non sia fondato sulla logica “lineare” delle lingue indoeuropee; si pretende sempre che, fra le varie culture, ve ne sia una “dominante”, e che questa sia unica  e unitaria, sfociando su una “fine della Storia” che assomiglia sempre molto all’ apocalittica occidentale.

Platone con il tiranno Dioniso

1.Governo delle competenze, tecnocrazia, meritocrazia.

Quanto al secondo problema, non è inutile segnalare l’articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 Novembre, con il quale il noto filosofo ha colto l’occasione per far presente che la tendenza verso la tecnocrazia, evidenziata, fra l’altro, dall’orgia di  potere dei virologi grazie al Covid  e dalla prassi tutta italiana di evitare sistematicamente la via elettorale con una successione di “governi tecnici” non eletti, porta  di fatto, per l’ “eterogenesi dei fini” all’incapacità di governare. In questo contesto, coloro che oggi vengono chiamati abusivamente “tecnici” sono, in realtà, dei miopi specialisti monotematici, i cosiddetti “Fachidioten”, che mancano della capacità di sintesi propria della cultura alta, ed emergono solo perché non fanno ombra ai poteri forti..

Questo è tanto più vero, in quanto la società contemporanea presenta, in tutti i suoi aspetti (culturali, naturali, geopolitici, tecnologici, etici, economici, sociali) un tale grado di complessità, che è comunque impossibile per chiunque padroneggiarne tutti gli aspetti. Secondo Cacciari “Una pura tecnocrazia è perciò altrettanto probabile che la nascita di un cavallo alato”.

Il che richiede, da parte del “politico”, una radicale metamorfosi, per comprendere un mondo lontanissimo da quello a cui si riferiscono le ideologie dominanti, dirigendo le diverse competenze verso fini condivisi, per esempio, secondo l’insegnamento (per altro rimasto “sulla carta”), del “Movimento Comunità” di Adriano Olivetti, a cui abbiamo dedicato il precedente post.

La prevalenza, nelle sfere ufficiali, di questi ottusi e sterili specialisti è voluta (per meglio spadroneggiare) dai poteri forti mondiali, ed è al contempo, una conseguenza della cultura dominante, distante almeno 100 anni dalla realtà (parlano ancora di imprenditori e operai, di nazioni e di industria, quando oramai possiamo vedere solo gestori e colletti bianchi, imperi e piattaforme).

La tomba di Federico II

2.I tecnocrati: nuovi apprendisti stregoni

La conseguenza pratica   di quel disorientamento di fronte al mondo della complessità è la tendenza, come nei racconti di Asimov, a delegare perfino le massime scelte esistenziali al complesso informatico-militare (“una scelta inevitabile”), che prende, così, il definitivo sopravvento sull’ Umano (vedi il caso dell’equilibrio nucleare). Questo è appunto ciò che vogliono i guru dell’ informatica come Kurzweil, e il programma politico teorizzato dal suo collega Schmidt.

L’articolo di Cacciari mette così (anche se  obliquamente) il dito sulla piaga di uno dei più complessi problemi del nostro tempo: l’incapacità dell’uomo, novello Apprendista Stregone, a fare fronte alla complessità del mondo ch’egli stesso ha creato (la “tecnosfera”). Questione già intravista dalla Kabbalà, con il mito del Golem, da Goethe, con l’idea del patto faustiano, e da Asimov, appunto, nella sua “Decisione Inevitabile”. E all’ apprendista stregone s’ispirano certamente Kurzweil, con il suo superomistico riempirsi di farmaci per garantirsi la “quasi-eternità”, e Zuckerberg, quando ribattezza “Facebook”“Meta”, facendo un riferimento polemico e inquietante al mito del Golem. Il Golem creato da Rabbi Loew ben Bezaleel di Praga si metteva in funzione inserendovi una scheda con la scritta “emeth”(che vuol dire “vita”), e si disattivava eliminandone la lettera iniziale ”e”, sicché si aveva la paola “meth”(“morte”). Orbene, in Ebraico, “Metà” vuol dire esattamente “è morta”. Mettendo il Golem in disattivazione, i molteplici pericoli di Facebook, di cui è accusato Zuckerberg, sarebbero neutralizzati. Guarda caso, secondo la Kabbalah le Luci di Tohu (cfr. Genesi, Tohu we Bohu) furono scosse perchè non erano “in rete”.

Cacciari affronta il tema da un punto di vista  apparentemente più limitato: quello dell’ incapacità degli specialisti (come Draghi o i virologhi) di governare gli Stati o addirittura il mondo (la “tecnocrazia”), rivelata da fenomeni catastrofici come la gestione del Covid e la decadenza dell’ Europa. Tra l’altro, niente po’ po’ di meno che Socrate aveva già affrontato tale questione proprio ai primordi della filosofia occidentale, domandandosi se avremmo mai voluto affidare una qualunque opera a un non competente. La sua conclusione era che no, non l’avremmo mai fatto. E, di conseguenza, non si poteva affidare neppure la gestione della Città a chi non fosse per essa competente. Ma, non esistendo all’ epoca dei “politici di professione”, ché,m anzi, la Riforma di Clistene mirava a rendeli impossibili imn nome della “democrazia”, gli unici competenti erano, a suo avviso, i filosofi. Solo essi infatti padroneggiano l’insieme delle conoscenze necessarie per organizzare una società(oggi li chiameremmo “tuttologi”). Con ciò, egli rispondeva alle opposte tesi degli oligarchi e dei sofisti, se fossero più atti a governare gli aristocratici, eredi dell’antica educazione eroica, o i retori usciti dalle scuole, appunto, dei sofisti.

E certamente questa tesi di Socrate non può che piacere a dei filosofi, come è Cacciari.

Akbar, il Re Filosofo

3.I filosofi e il Re filosofo

E’ in base a quell’ impostazione socratica che Platone aveva ideato la sua Repubblica, incentrata sulla figura del Re Filosofo, sintesi di tutti i saperi, e del governo dei filosofi, a cui si ispirarono, per esempio, Marco Aurelio, l’imperatore che scriveva di filosofia, e Federico II di Svevia (“Stupor Mundi”), che addirittura corrispondeva in Arabo con i filosofi del Medio Oriente (“al-jawa’ib al Yamaniyya ‘an al-‘asa’il as-Sikiliyya”). Lo stesso Platone si era trasferito (con esiti catastrofici) in Sicilia per convincere il tiranno di Siracusa, Ierone, a divenire il “Re filosofo”.

Averroè, nel suo “trattato decisivo”, aveva invitato il “Principe” (“Amir”), a circondarsi di “filosofi (“Falsafa”).Questo tipo di sovrano universale (il “Cakravartin”, nella terminologia Hindu) era più frequente in Asia: per esempio l’Imperatore Giallo, il Duca di Zhou, Ashoka, Akbar …, ed era stato per questo che i Gesuiti (Ricci, Kircher, Bouvais) e gl’Illuministi (Fresnais, Leibniz, Voltaire, Federico II di Prussia) avevano fatto, della Cina, il modello stesso per l’Europa, tentazione che si ripropone per altro proprio oggi.

Cacciari, che, essendo un filosofo, certamente è attratto in cuor suo da questo tipo di soluzione, si guarda però bene dal dirlo esplicitamente. Sarebbe evidentemente oggi una posizione quanto mai politicamente scorretta. Il suo ragionamento resta dunque deliberatamente monco.

La tecnocrazia attuale  che Cacciari denunzia non è comunque certo un “governo dei più competenti” secondo  il concetto  socratico, bensì, al contrario, è per eccellenza il governo degl’incompetenti. I “tecnici” nel senso moderno, quelli a cui accenna Cacciari, sono in realtà dei super-specialisti, quelli che nel ‘68 si chiamavano “Fachidioten”,  i quali si autolimitano ad un solo ramo del sapere (scienze politiche, ingegneria, economia,diritto), scendendo con ciò perfino al di sotto alla capacità del comune cittadino, che, pur nella sua ignoranza, ritiene proprio dovere interessarsi alla cosa pubblica intesa come fatto unitario (il “Senso Comune”).

Come ricorda infatti Irti, in democrazia dovrebbe essere il cittadino ad avere la “competenza generale”, anche se non può fare a meno di rilasciare un “mandato non imperativo” a dei rappresentanti, che dovrebbero essi avere quella “competenza generale”. Ma anche qui può (e deve) porsi la domanda socratica: come può oggi qualcuno che, come praticamente tutti i politici, ignora (tra l’altro) le lingue e culture straniere, l’informatica e le scienze strategiche, sedere nel Parlamento di un Paese di 50 (o di 500) milioni di abitanti, dove si discutono, in pratica, le sorti del mondo? Costoro non costituiscono un pericolo ambulante, come chi guidi senza patente una Ferrari?

Essi sono anche nettamente inferiori ai vecchi politici di professione (esempi, Churchill, De Gasperi, Togliatti), i quali, seppure un po’ unilaterali nel loro concentrarsi sulla politica, esprimevano comunque un interesse per l’insieme, ed avevano fatto dure scuole di potere, come l’alta aristocrazia inglese, il Vaticano, la scuola militare dei Commissari Politici Sovietici di San Pietroburgo.

Il Re-filosofo dev’essere un uomo universale, che conosce quanto è necessario sapere delle arti del Trivio e del Quadrivio, e inoltre possiede la Virtù del Signore e del guerriero (per Dante, “magnanimo nella borsa e nella spada”).

Nella cultura tradizionale cinese, i “letterati” (“Ru”), detti  da noi “Mandarini”, rappresentavano, in piccolo, ciò che, in grande, rappresentava il Figlio del Cielo: la completezza. Non per nulla essi venivano selezionati in base alla competenza letteraria e alla conoscenza dei Classici Confuciani, sotto il controllo dello stesso Imperatore, che talvolta dirigeva personalmente gli esami di Stato.

L’Imperatore Kanxi alla scrivania

4.La cultura delle élites

Fin qui, si potrebbe pensare che si tratti di un dibattito nominalistico, in quanto la distinzione fra “specialisti”, “competenti”e “filosofi” non emerge ancora in modo chiaro. Ciò che distingue gli “specialisti” aborriti da Cacciari dai “competenti” promossi da Socrate è il loro tipo di cultura. Gli “specialisti” accettano il loro ruolo subordinato perché condividono l’idea  che esista un “General Intellect” che avanza automaticamente verso il Progresso essi sono gli agenti ideali dell’ omologazione mondiale. Ciascuno di noi sarebbe solo una rotella di questo generale, e positivo, processo. I “competenti”, o “filosofi” sono, invece, coloro che riescono a comprendere le logiche che tengono insieme il tutto e sono capaci di formulare, al loro interno, dei progetti, di cui aspirano ad essere protagonisti.

E’ ovvio che, se gli “specialisti” assurgono, come oggi, negli Stati o nelle organizzazioni internazionali, a posizioni apicali, essi si muovono, poi, apparentemente a casaccio, ma in realtà divengono i burattini di lobbies nascoste (come oggi i GAFAM, i BATX, i grandi finanzieri, i servizi segreti…), che li hanno selezionati ed aiutati nella loro ascesa. Di qui il “bla, bla”, di cui parla Greta Thunberg, di leaders che pretendono di avere delle idee ma che in realtà cercano solo deliberatamente di sottrarsi alle loro responsabilità. 

Ci si aspetta invece che i “Competenti” riflettano, lottino, dibattano, orientino le scelte…

Ma come educare i “competenti” in quest’era postmoderna? E come sottrarre agli “specialisti” le loro posizioni di controllo sociale?

Gli esami da mandarino

5.L’incomprensione del ruolo del PCC.

Secondo Cacciari, il sistema cinese eserciterebbe una forte attrattiva sui tecnocrati proprio perché, mirando essi solo all’ efficienza, porterebbe alle estreme conseguenze la loro tecnocrazia.  Questo ragionamento, ripreso da Parag Khanna, è però semplificativo e mistificante, minato, com’è, dai pregiudizi del marxismo occidentale (per i Cinesi, “Bai Zuo”), ibridati con quelli del positivismo e del millenarismo (la “Cosa Ultima”, per dirla con di Cacciari).

Secondo quelle vulgate, con l’oblio, da parte della sinistra (occidentale come orientale) della sua originaria aspirazione egualitaria (quale espressa per esempio dalla Rivoluzione Culturale), sarebbe svanita l’ultima seria aspirazione spirituale della politica, sicché resterebbe in piedi solo l’efficienza tecnologica. Di conseguenza, il sistema cinese sarebbe “capitalista”; sarebbe addirittura il “capitalismo politico”(cfr. ancora Marramao su La Repubblica del 9 novembre).

A mio avviso, questo è un fraintendimento, innanzitutto del marxismo, poi della storia mondiale nel suo insieme. Dov’ è finita la dialettica storica marxista, la necessaria transizione fra cacciatori-raccoglitori, comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, rivoluzione nazionale borghese, rivoluzione socialista, comunismo?  In questa sequenza, non c’era proprio nessun “valore” unico ed eterno (tanto meno,l’”eguaglianza”). La lunga marcia verso il Comunismo non ha nulla a che fare con la passione americana per l’eguaglianza, così temuta da Tocqueville, in quanto esso si pone addirittura fuori della Storia.

Ma, poi, non esistono soltanto i “fini” del comunismo. Dove sono finiti  quelli delle altre ideologie politiche (la “virtù”, l’”armonia”, la “libertà”, la “comunità”)?

In realtà, il modernismo occidentale (sia esso  individualistico o socialista) presenta una profonda lacuna, poiché esso, non avendo fini reali, è costretto a mutuarli altrove (nel millenarismo, nel tradizionalismo). Come ricorda, sempre su “La Repubblica” del 9 novembre , Natalino Irti, secondo Croce, i fini dovrebbero essere ricercati autonomamente  da ciascun individuo. Peccato chela confusione della cultura moderna, partita dalla ricerca sansimoniana di “una nuova società organica” e rimasta invece in un’eterna “fase critica”, dimostra che gl’individui da soli non sono in grado di darsi fini significativi.

Anche se, in realtà, per Croce, la ricerca dei fini si inserisce nel  processo  collettivo della Storia, il suo contenuto resta astratto, sì che il suo sistema, incompiuto, richiedeva, e richiede ancora, di essere completato.

Parallelamente, se in Cina si parla di “socialismo con caratteristiche cinesi” è proprio perché la millenaria cultura cinese costituisce un necessario supplemento alla cultura materialistica importata dall’ Occidente – un supplemento essenziale perché permette di vedere le cose in prospettiva, dando ad esse un senso – . La “via cinese al socialismo” significa, da un lato, che il processo storico va concepito (come faceva Marx) come un fatto di lungo periodo, ma, dall’ altro, anche che “i fini” non possono limitarsi all’ipostasi dell’eterna transizione da un sistema sociale ad un altro (la “Rivoluzione Permanente”), bensì vanno anch’essi posti, appunto, in una prospettiva di lungo termine, come fanno le culture millenarie che sono alla radice degli “Stati Civiltà” come quello cinese.

Per ciò che riguarda proprio la Cina, tanto lo “Stato Socialista di Diritto”, quanto la “Società moderatamente Prospera”, quanto la “Grande Armonia”, sono ideali normativi elaborati da diverse scuole tradizionali di pensiero, le quali, se interpretate secondo lo spirito dei tempi, conservano tutta la loro validità. Ed è per questo ch’essi vengono rivalutati, in contrasto con certe iconoclastie del passato.

Anche il “governo dei competenti” è un tema ben esplorato, oltre che dalla filosofia greca, anche dalla millenaria cultura politica della Cina. Oltre al ruolo del “Saggio Imperatore”, questa conosce la centralità del ceto dei “letterati” (“Ru”), che sono, appunto, ciò che, per Socrate e Platone, erano i “filosofi”, cioè gli studiosi della “teoria del tutto”, incarnata, per i Cinesi, nei “Classici Confuciani”.

Certo, la Cina moderna nasce come reazione alla ristrettezza di orizzonti del sistema mandarino quale interpretato dalla dinastia mancese, e, pertanto, ha vissuto nel tempo  delle radicali trasformazioni che hanno attraversato le Guerre dell’ Oppio, i Taiping, i Boxer, i “100 giorni”, la Prima Repubblica, il “Movimento del 5 Maggio”, il Kuomingtang, l’invasione giapponese, la Guerra Civile, la Repubblica Popolare, la Rivoluzione Culturale, le riforme di Teng Xiaoping, la Nuova Via della Seta…

Tuttavia, è rimasta centrale nel tempo l’importanza del “Governo dei Competenti”, che  sinologi esperti come Zhang Weiwei e Daniel A.Bell non definiscono, né come “ tecnocrazia” (“governo della tecnica”), né come “meritocrazia” (“governo dei più meritevoli”), bensì come “epistocrazia” (“governo della sapienza”).

Sapienza che un tempo era incarnata dai “Ru”, e oggi dal PCC, una realtà di dimensioni enormi anche per le misure cinesi (95 milioni di membri), superato per altro in questo dal Janata Party indiano, con più di 100 milioni di membri. Evidentemente, il tipo di formazione e di funzioni dei membri del PCC non può confrontarsi con quelli degli antichi “Ru”, che, essendo per giunta molto pochi, avevano un ruolo estremamente generalistico, di sintesi estrema.

Esso non è però, evidentemente, neanche un “partito” come lo intendiamo noi, bensì un ceto di potere che sostituisce (e moltiplica) gli antichi “Ru”, operando una sintesi fra tradizioni umanistiche, tecnologia e prassi economico-organizzativa (le “Tre Rappresentanze”), e coinvolgendo più persone del numero totale di votanti alle elezioni europee. Non vi è dubbio che, nonostante tutta la propaganda in contrario, questo tipo di struttura, capace di governare uno Stato con 1 miliardo e quattrocentomila abitanti, è più efficiente, non solo di un’Europa estremamente divisa, non autonoma e con organi centrali debolissimi, ma perfino degli USA, che hanno deciso (auitolimitandosi) di essere solo un “Impero Nascosto”(Immerwahr) dominato, a sua volta, da una tecnocrazia che, come da essa stessa dichiarato, mira veramente e brutalmente al dominio della tecnica sull’ umano (la Singularity di Kurzweil, la Googleization di Schmidt, la conquista dello spazio di Musk).

4.Un’Europa che non capisce

L’Europa è così lontana dall’avere risposto adeguatamente a queste domande, che, a nostro avviso, per poter sopravvivere, dovrà rivedere le sue stesse basi, filosofiche (un costruttivismo poliedrico anziché l’attuale, dominante, dogmatismo tecnocratico), concettuali (una “multi-level governance” anziché un’associazione fra Stati Nazionali), istituzionali (la democrazia partecipativa anziché quella “deliberativa” che si vorrebbe imporre con la Conferenza sul Futuro dell’ Europa), un vero “stato di diritto”, anziché l’attuale protettorato americano; una reale politica economica anziché  l’attuale inutile gabbia finanziaria; un vero esercito europeo anziché un ruolo ancillare nella NATO…:

“Per comprenderne le ragioni, discernendo i rischi dalle potenzialità, positive che pure sono emerse, non vi è che una sola strada: prendere atto dell’ inservibilità delle vecchie mappe dello Stato, dell’ economia e della società, costruendo nuove mappe in grado di orientarci nella logica apparentemente indecifrabile che presiede al gioco delle allenza e dei conflitti scompaginando le gerarchie di influenza fra i vari attori della sena planetaria..”(Marramao, La Repubblica).

Solo allora “ci potremmo permettere” un Governo di Competenti nel senso di Socrate, di Cacciari e di Confucio. Tale Governo porterebbe forse alla “Democrazia Illiberale” teorizzata da Parag Khanna e ripresa da Orbàn? Direi piuttosto al suo contrario, a un “liberalismo non democratico”, com’erano quelli di Montesquieu, Cavour, von Stein, Churchill,  Coudenhove Kalergi, Croce, De Gaulle, dove la massima attenzione per la libertà di pensiero, di parola e di associazione, non andava disgiunta dal culto dell’eccellenza, della tradizione, della differenza, della cultura alta, della selezione delle classi dirigenti, della permeabilità fra politica ed esercito.

Anche per Croce, la tradizione (umanistica, cristiana, borghese) forniva un “supplemento di anima” all’astrattezza della “Religione della Libertà”.

Un liberalismo che non era affatto contrario ai ceti lavoratori, ché anzi fu il principale propugnatore, con von Stein, Bismark, Giolitti, Keynes, Beveridge, De Gaulle, delle politiche “sociali” dell’era “interventistica” (come le assicurazioni sociali, le pensioni, la limitazione degli orari di lavoro, la libertà sindacale, il sostegno alla domanda, la cogestione,  le politiche industriali), pur essendo contrario all’ anarchia e alla demagogia (“la chienlit” di De Gaulle). Quel liberalismo non era contrario a nessuna forma di selezione (foss’essa scolastica, censitaria, politica, cetuale, burocratica, imprenditoriale, sindacale), purché fosse finalizzata all’elevazione del livello culturale ed etico, alla dedizione alla società, all’efficienza del sistema e alla competitività del Paese nell’ arena internazionale.

La “Democrazia Illiberale” è invece la versione moderna della “Tirannide della Maggioranza” paventata da Tocqueville, dove i pregiudizi della maggioranza rendono impossibile, ai competenti, di governare in un modo sensato e conforme alle leggi, con il risultato dello sfacelo dello Stato e della società.

Esempi tipici:

-la gestione della pandemia;

-la legislazione sulla riqualificazione energetica,

due casi lampanti di problemi reali a cui non si riesce a dare alcuna risposta efficace, o anche solo logica, a causa del coagularsi di luoghi comuni, falsificazioni politico-giornalistiche, interessi inconfessabili dei poteri forti, spezzettamento dei poteri, personalismo, elettoralismo, affarismo, ignoranza, irresponsabilità, incompetenza, debolezza di carattere, ipocrisia…

Coudenhove Kalergi, il primo grande teorico del federalismo, era anche un teorico delle élites

5.E’ possibile un’”epistocrazia europea”?

In effetti, seppure potenziata, l’”epistocrazia”, già cuore della tradizione greca,  sopravvive ancora, camuffata, in Europa. L’aristocrazia ateniese divideva il tempo fra la ginnastica e la retorica, per perfezionare se stessa nel corpo (vedi le statue classiche), quanto nell’ anima (vedi i dialoghi platonici): la “Paideia” esaltata da Werner Jaeger.

Ma, come osservato proprio da Jaeger, quest’ ideale fu poi fatto proprio anche dalle monarchie ellenistiche, dall’ Impero Romano e dal Medioevo cristiano ed islamico, per passare poi al Rinascimento, ai Gesuiti, agl’Illuministi e agl’intellettuali moderni come Nietzsche, Coudenhove Kalergi o Saint-Exupéry: è questa la “tradizione classica” dell’Europa.

Perfino l’attuale Unione Europea mantiene una traccia di questo culto per l’eccellenza, che si manifesta, da un lato, nella severa selezione dei funzionari, e, dall’altro, nello scrutinio dei Commissari da parte del Parlamento.

In concreto, un nuovo ceto dirigente europeo dovrebbe emergere da nuovi processi selettivi ancor più rigorosi, tanto in campo concettuale, che etico, che politico, che istituzionale, che economico. Certo, il clima non è favorevole, con la gelosia dei Poteri Forti e dei “Gatekeepers”, con l’imperare del “politicamente corretto”, con la decadenza dell’economia europea nel confronto mondiale, con le teorie sociali e pedagogiche che puntano piuttosto verso il livellamento, e, in definitiva, verso il “Governo delle Macchine” sostituito al “Governo degli Uomini”: “il complotto contro il merito” di cui parla l’omonimo recente libro di Marco Santambrogio.

A causa di ciò che precede, una virata dell’Europa verso un’”epistocrazia” rappresenterebbe certamente una vera e propria rivoluzione, possibile solo in tempi di grandi rivolgimenti. Ma questi sono, nel mondo, tempi di grandi rivolgimenti. Basti confrontare le skylines di Shenzhen, di Singapore e di Dubai del 1945, del 1975 e di oggi.

Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per riunire contro la Cina tutti i “non cinesi”, il conflitto di potere fra  le due potenze resta ancora sempre molto bilanciato. Da un lato, la Cina è il Paese più grande del mondo, ed, essendo gestito in modo centralizzato, è già ora più potente del resto del mondo messo insieme; dall’ altro, il potere degli Stati Uniti è proteiforme perché è “nascosto” (Immerwahr): dalla teologia ai servizi segreti; dalla cultura alla finanza; dalla tecnologia al costume; dai lobbisti alle basi militari,  ai servizi segreti. Inoltre, per un fenomeno che caratterizza tutte le reazioni a catena, il suo tasso di accrescimento (non solo economico, ma complessivo), tende ad espandersi con progressione geometrica.

In questa situazione, la struttura bipolare dei poteri (spirituali e tecnologici, politici e militari, sociali e giuridici, culturali ed economici) formatasi ai tempi della 2° Guerra Mondiale è sottoposta a una tensione sempre più forte, producendo degli “sfridi” (p.es, la Russia, la “cancel culture”, la Turchia, i “16+1”).

In presenza di siffatti “sfridi”, si creano nuovi ambiti di libertà..(Lavrov), non solo in campo geopolitico, bensì anche in quello culturale, mettendosi in discussione vecchi miti inconsistenti, come l’ Eurocentrismo, l’Occidente, il materialismo volgare, l’idea delle “Nazioni”, ecc. Nell’ambito  della rimessa in discussione della visione del mondo “occidentale”,  si rendono necessari approcci nuovi, quali ad esempio l’umanesimo digitale, il comparatismo,  l’eurasiatismo, i quali, a loro volta, promuovono nuove soluzioni tecnologiche, pedagogiche e sociali (come ad esempio l’Enhancement, l’educazione multiculturale, la cogestione, la Via della Seta), che richiedono nuovi skill e nuovi valori.

Nell’ambito di questa Grande Trasformazione, gli Europei possono provare finalmente a far valere, contro le abitudini e le culture pietrificate di oggi, la loro esigenza di educare una nuova élite europea, poliedrica, multidisciplinare e autonoma. La riduzione del tempo del lavoro dovuta all’ automazione dovrebbe essere utilizzata per la formazione di questa nuova élite, digitalizzata e filosofica, con una cultura filologica e letteraria continentale e intercontinentale, capace di tener testa, da un lato, alle Macchine Intelligenti, e, dall’ altro, agli altri Stati Civiltà.

E’ necessario un Istituto dell’ Intelligenza Artificiale
per dirigere la transizione verso un umanesimo digitale

6. L’educazione degli Europei

Questa esigenza può essere favorita dalle trasformazioni istituzionali? Certo, lo dovrebbe, sia nell’ immediato, quanto “a regime”.

All’interno della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, occorrerebbe creare uno spazio per la cultura, la formazione e l’educazione, che oggi non c’è. Non c’è nella sostanza: Le politiche europee, figlie del funzionalismo, sono incapaci d’ inglobare la cultura, considerata, marxianamente, “una sovrastruttura”

  Non c’è nelle istituzioni: nessuna Istituzione, e neppure nessuna Direzione Generale, sono dedicati alla Cultura.

Non c’è nelle politiche: non è in corso nessun’azione volta a fare conoscere reciprocamente tutte le aree dell’Europa, le loro culture e la loro storia.

Occorrono pertanto come minimo:

-una Fondazione della Cultura Europea;

-una Direzione “Cultura” della Commissione;

-una serie di politiche attive della cultura:

-un Fondo per la Cultura Europea

-un’Accademia della Cultura Europea

-una serie di Accademie Specialistiche

-una holding dell’industria culturale

-una holding del turismo europeo

-una holding della mobilità intraeuropea

-una holding della trasformazione digitale

Tutto ciò farà parte di un articolato capitolo dei convegni e del libro che andiamo preparando nell’ ambito del progetto “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”, a cui tutti sono chiamati a partecipare.

MARIO TCHOU: UN ESEMPIO DA RICORDARE

PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”: 9 NOVEMBRE 2021

ore 10:00-13:00

60° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MARIO TCHOU

Allora e oggi: L’informatica in Piemonte e in Europa,

una riflessione per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

IN DIRETTA E IN STREAMING

BIBLIOTECA GINZBURG, Via Lombroso 16, Torino

Il simbolo del Movimento Comunità

Entra nella riunione in Zoom

https://zoom.us/j/92591204139?pwd=RTl6MXB4QlRzdllrV1JUekFXSDFwUT09

ID riunione: 925 9120 4139

Passcode: 685473

Con la collaborazione di:

-Movimento Europeo;

-Olivettiana;

-ANGI

-Rivista “Culture Digitali”

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L’attuale corsa al digitale fra USA e Cina
lascia spazio all’ Europa?

PROGRAMMA

Ore 10,00:Inizio dei lavori; Saluti dei promotori e delle Autorità

Ore 10,45: Intervento di Pier Virgilio Dastoli sulla Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Ore 11,00: Galileo Dallolio (associazione “Olivettiana”) New Canaan (Usa) , Elea 9003 e Programma P101: 

Adriano Olivetti, Mario Tchou, Roberto Olivetti e Pier Giorgio Perotto 

dal 1952 al 1965.

Ore 11,20: Roberto Saracco, Il digitale ieri e oggi

Ore 11,40  Germano Paini, L’impatto-tecnoculturale

Ore 12,00Contributi dei rappresentanti delle Istituzioni

Ore 12,20 Domande e dibattito

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Hanzhou, città di origine di Tchou,
oggi uno dei principali centri dell’ informatica mondiale

Sulle pagine de “La Repubblica” del 4 Novembre, Massimo Cacciari ha lanciato giustamente una polemica circa l’”i ncompetenza” dei cosiddetti “tecnocrati” che reggono le sorti di molti Paesi, e, “in primis”, dell’Italia, e sono esaltati, invece, dal “mainstream”, come il sommo vertice della competenza.

Mentre ci riserviamo d’intervenire con maggiore profondità su quell’ articolo, ci limitiamo qui a ricordare ai nostri quattro lettori, un evento, che ricorre domani, che può aiutarci a chiarire la problematicità delle “competenze” nella società europea contemporanea: il sessantesimo anniversario della drammatica morte di Mario Tchou, responsabile della progettazione dei computer Olivetti e  personaggio emblematico di tutta una stagione dell’economia italiana, caratterizzata dallo sforzo di imprenditori e manager (Olivetti, Mattei, Ippolito) per conseguire eccellenze tecnologiche italiane, capaci di contendere i mercati internazionali alle industrie delle grandi potenze, e, in  primis, di quelle americane.

Si trattava di “super-competenti” (tanto dal punto di vista della cultura , quanto da quello dell’economia e della politica) che avrebbero dovuto, e voluto, riorientare la società italiana verso un adeguato equilibrio fra formazione umana e potenza tecnologica, ma che invece, purtroppo per noi, furono prematuramente stroncati prima di poter realizzare i loro obiettivi.

Anche Olivetti, Mattei ed Ippolito  si situavano dunque  a cavallo fra tecnica e politica, sì che sarebbero stati perfetti per un “governo dei competenti” quale auspicato da Cacciari; purtroppo, non erano riusciti ad orientare la società italiana; anzi, furono sonoramente sconfitti. In particolare, il modello olivettiano era tutto finalizzato a creare una sintesi politica nel senso alto fra una cultura poliedrica e  le più avanzate tecnologie.

Quella stagione  si concluse quindi tragicamente per i suoi protagonisti,  stritolati fra i poteri forti occidentali e l’establishment italiano, che, dal dopoguerra, ha basato tutta la propria strategia sulla svendita dell’economia nazionale (sia essa “pubblica” o “privata”), ricevendone in cambio la protezione dei privilegi consolidati e un “soft landing” finanziario all’ estero.

La targa commemorativa di Mattei scoperta qualche giorno fa nel parco di Algeri che porta il suo nomre

1.Divisione internazionale del lavoro e tecno-nazionalismo

Come ricorda Giuditta Parolini nella sua tesi di dottorato su Mario Tchou, “E’ un dato di fatto che l’economia italiana per decenni è cresciuta senza produrre innovazione. Non tutti ritengono che sia un problema. Lo storico David

 Edgerton, critico di quella che chiama una visione  “innovation-centric techno-nationalist”, usa proprio il caso italiano per sostenere la sua argomentazione:’Negli anno Ottanta,  l’Italia ha superato la Gran Bretagna per guadagno pro-capite (…).In un mondo ispirato dal tecno-nazionalismo era letteralmente incredibile che l’ Italia fosse diventata più ricca della Gran Bretagna pur spendendo molto meno della Gran Bretagna in ricerca e sviluppo.”

Parolini  contrappone alle tesi di Edgerton degli ottimi argomenti:“Quanto scritto da Edgerton nel 2006 oggi solleva molti interrogativi alla luce della crisi che ha colpito le economie europee. Paradossalmente sono proprio nazioni quali  Spagna e Italia a soffrire di più. Attribuirne  tutta la colpa al sistema di sviluppo senza innovazione su cui hanno basato la loro fortuna è certo eccessivo, ma è altrettanto legittimo chiedersi se una diversa attitudine per la ricerca e sviluppo non avrebbe potuto dare a queste nazioni strutture più dinamiche e un capitale umano in grado di facilitare la ripresa.”  

Basti pensare alle esperienze, in quegli stessi anni, di Francia e Israele in campo nucleare, al Concorde, a Minitel, ad Ariane, al TGV.

L’autrice  cita a questo proposito Luciano Gallino: “L’attività di ricerca e sviluppo da cui nasce una tecnologia è di per sé un’attività ad alta intensità di lavoro e di conoscenza. La fabbricazione industriale di prodotti ad alta tecnologia è anch’essa ad alta intensità di lavoro. L’impiego di una tecnologia proprietaria consente di generare in tutta la filiera del processo produttivo un valore aggiunto più elevato”.

De Gaulle aveva chiesto aiuto per la Force de Frappe
a Israele e all’ URSS

2. La svendita della Divisione Elettronica

Il punto di vista degli “occidentalisti” sulla Olivetti era stato espresso icasticamente da Vittorio Valletta nel 1964: “La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inseriti nel settore elettronico, che nessuna azienda italiana può affrontare”. Per questo motivo, come  aveva scritto Lorenzo Soria, l’Olivetti venne svenduta alla GE, la  quale per altro l’aveva acquistata solo per “ordini di scuderia” del Dipartimento di Stato, perché, come  implicato dal libro di Paolo Fresco, che aveva negoziato l’acquisto,  non interessata a quel mercato, tanto che essa aveva rivenduto subito dopo la divisione alla Honeywell. Nel frattempo, la Olivetti (forse illegalmente, perché la divisione era stata ceduta) era riuscita a vendere in America ben 44.000 calcolatrici(ori) P101.Questo per dire che la Olivetti era un’impresa che andava benissimo  grazie alle sue competenze, anche senza l’appoggio, né della proprietà, né dello Stato.

Certo, visto che l’informatica non sarebbe divenuta un settore di alti profitti se non trent’anni dopo, con il “capitalismo della sorveglianza”, si sarebbero dovuti superare alcuni decenni durissimi, per i quali effettivamente si sarebbe richiesto un pesante intervento dello Stato, che avrebbe potuto venire solo da un “progetto europeo”, come Panavia, Airbus ed Arianespace, che pure si fecero in quegli anni. Si sarebbe soprattutto passare dalla produzione del hardware a quella del software, dall’informatica alla cibernetica, dalla produzione di sistemi a quella di servizi, e da questi agli ecosistemi.

Matteo Ricci aveva delineato chiaramente l’alternativa
fra nichilismo e pensiero costruttivo

3.Una scelta esistenziale

La scelta fra il “laissez-faire” e il “tecno-nazionalismo” deriva innanzitutto da scelte antropologiche e politiche a monte. Il “tecno-nazionalismo”,  esaltato  tra gli altri da Servan-Schreber e da Glotz, Seitz e Suessmuth, oltre che da Edward Luttwak,  prende le mosse da una valutazione “forte” del legame sociale,  inteso in primo luogo un progetto di civiltà. I  “tecno-nazionalisti” sono convinti che, pur all’ interno della visione scettica tipica della modernità, l’Umanità meriti ancora di proseguire, e, pertanto, che anche la singola persona abbia delle ragioni per garantire una continuità di idee, di affetti, e perché no, anche di istituzioni e di sangue. Il che non significa solo Nazione, ma anche e soprattutto famiglia, impresa, città, tradizioni, Continente. Orbene, nella società post-industriali, queste forme di continuità sono rese possibili solo dal possesso delle nuove tecnologie, in quanto i poteri forti condizionano tutte le società, proprio tramite le tecnologie, nella direzione dell’ omologazione e dalla meccanizzazione della vita. S’impone agli altri un Kulturkampf tecnologico .

Il liberista o il terzomondista, che considerano  peccaminoso il tecno-nazionalismo perché mira a rafforzare la propria azienda, il proprio territorio, il proprio Paese, nella concorrenza internazionale, sono in fondo dei nichilisti e degl’ipocriti, che sanno benissimo  che le grandi Potenze praticano il tecno-nazionalismo fino a livelli impensati (il “keynesismo militare” di Kalecki); e, tuttavia, ritengono (in buona o in cattiva fede), che, per l’ Europa, sia meglio non imitarli, sia perché le risorse impiegate per la ricerca e sviluppo (come quelle per la Difesa) potrebbero essere invece usate per incrementare i consumi, sia perché una corsa agl’investimenti tecnologici porta con sé un accrescimento delle conflittualità, con rischi per la stabilità dei rapporti sociali consolidati. L’azienda, il paese, la nazione, perfino la famiglia, sono, per costoro, delle realtà transeunti, da subordinare al quieto vivere, e, soprattutto, alle gratificazioni immediate degl’individui. Per essi, il modello ideale sono le “trente glorieuses”, in cui gli Europei campavano, anche se ingloriosamente, costruendo automobili,  producendo moda, gestendo alberghi e spiagge per i miliardari americani e le dive di Hollywood, mentre gli Americani (e i Sovietici) andavano nello spazio.

Di converso, per i “tecno-nazionalisti”, ad alimentare la volontà d’ innovazione tecnologica e sociale è proprio quella “corrispondenza di amorosi sensi” con i morti e con i non ancora nati, che dà l’entusiasmo di vivere e di lottare. Non per nulla il movimento di Olivetti si chiamava “Comunità”, ed aveva, come simbolo, una campana, dimostrando le proprie fortissime radici personalistiche, localistiche  e tradizionalistiche.

Non diversamente che nel mondo naturale, anche in quello umano tutto si sviluppa conquistando nuovi spazi. Nel mondo contemporaneo, dove la guerra è più rara perché più micidiale, quest’espansione si realizza essenzialmente attraverso l’economia, e sempre più la tecnologia. La “Search of Excellence” tanto esaltata, negli anni ’80 e ’90, dalle teorie di management, altro non era se quella scienza che studiava la conquista dei mercati grazie all’innovazione tecnologica e sociale all’ interno della “Società della conoscenza”.

Dopo la IIa Guerra Mondiale, gli Stati Uniti (definiti proprio per questo una nazione giovane, che traina il mondo intero) hanno perseguito in tutti i modi la superiorità politica ed economica attraverso l’innovazione sociale (la grande impresa, l’organizzazione tayloristica-fordista, l’economia creditizia, la bomba atomica, le Conferenze Macy, il fall-down tecnologico, la common law, la rivolta di Berkeley,  la globalizzazione, la finanziarizzazione, l’informatica, l’ideologia californiana…).

Hanno imitato gli Stati Uniti quei Paesi che aspiravano (ed aspirano) a non essere fagocitati nel “soft power” americano (URSS, Israele, Giappone, Francia, Germania, e, oggi, Cina),perché presumono di avere un messaggio storico alternativo  da  tramandare ( il mondo delle steppe, il monoteismo, la saggezza orientale, la Rivoluzione Francese, la cultura mitteleuropea, il “socialismo con caratteristiche cinesi”), i quali sono stati costretti, dal meccanismo della “rivalità mimetica”(Girard), a “clonare” almeno taluni aspetti del sistema americano (l’industria militare, la militarizzazione della società, il fall-out tecnologico, le Public Companies, le industrie digitali).

Il nostro progetto di Istituto per l’ Intelligenza Artificiale è stato
bocciato dal Governo senza neppure comunicarlo

4.Un declino inevitabile

Dal punto di vista dei risultati a lungo termine, le due scelte non sono indifferenti. La strada dei prodotti di consumo a basso contenuto tecnologico (vetture utilitarie, turismo, moda) percorsa deliberatamente da Italia e Spagna ha portato (come si prevedeva), dopo i primi 30 anni dalla fine della guerra, alla fuga da questi Paesi dei capitali nazionali, degl’intellettuali e dei tecnici innovativi, delle imprese importanti, dei posti di lavoro. Un invecchiamento generale della società.

Non per nulla questa strategia era stata predicata, praticata e perfino imposta al mondo industriale di gran parte d’ Europa, espressamente per non fare ombra ai colossi americani (come risulta dalle documentate pressioni in tal senso, descritte ancora in opere recenti). E se ne vedono i risultati. Questa “linea politica”, controintuitiva e tirannica non meno di quelle imposte a Est dal Comintern e dal COMECON, dava luogo a situazioni paradossali, spiegabili solo con un eccesso di conformismo. Un ricordo personale: i Servizi Legali della FIAT avevano realizzato, negli Anni ’70, un’indagine fra i cosiddetti “capi-settore”, cioè gli Amministratori delegati delle 12 sub-holding del Gruppo, sull’ importanza dei brevetti, da cui era emerso che nessuno di essi li considerava importanti, preferendo evidentemente, o copiare, o pagare delle licenze, o infine, usare tecnologie obsolete. La realtà sul campo era ancor più stupefacente. Infatti, quando, al Settore Componenti aveva realizzato un’indagine lievemente diversa, vale a dire quella del bilancio tecnologico fra tecnologia acquisita dall’ esterno e tecnologia licenziata a terzi, era risultato che, in realtà, tale bilancio era positivo: la componentistica FIAT in realtà cedeva all’ esterno più tecnologia di quanta ne comprasse, e questo dimostra ch’essa generava, al suo interno, tecnologia nuova. Come si spiega siffatto paradosso se non con il conformismo dei vertici aziendali, che, per essere più realisti del re, fingevano addirittura di essere più arretrati di quanto in realtà già lo fossero?

Servan-Schreiber aveva teorizzato per primo la sovranità

5.Olivetti, Mattei, Ippolito (e Tchou) in controtendenza

Olivetti, Mattei e Ippolito, pur essendo ben introdotti nella logica dei “poteri forti” dell’era della Guerra Fredda, avevano deciso di non stare al gioco, anzi, avevano sfidato quel “mainstream” rinunciatario. Tchou, che era un  giovanissimo professore ancora in aspettativa in America, lo aveva detto con chiarezza nella sua intervista del 59 di Paese Sera:“Attualmente possiamo considerarci allo stesso livello (dei nostri concorrenti) dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo della Olivetti è relativamente molto notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato.”La Olivetti, invece, anziché vendere i propri computer allo Stato a caro prezzo, li aveva perfino regalati.

Nel 1958, il Governo americano aveva fondato DARPA, il famoso Ente militare per il finanziamento delle tecnologie “duali”, che, proprio nel 1960, aveva cominciato a finanziare DARPANET, il primo Internet.

Olivetti stava lavorando a una trasformazione dell’ Olivetti secondo il modello tedesco dell’”impresa di Stakeholders”, un’associazione fra Politecnico di Torino, comune di Ivrea, una fondazione di lavoratori e la famiglia Olivetti, non diversa da quello che sono oggi, grazie alla cogestione, la Volkswagen, la Daimler e la BMW. Il 28 luglio 1960 era entrata in vigore la Volkswagengesetz, grazie a cui la più grande impresa automobilistica (che domina, tra l’altro, il mercato cinese), è diretta congiuntamente dal Governo, dagli azionisti, dai manager, dai lavoratori e dalle banche. Come dimostrato dall’ enorme peso che la sindacalista italo-tedesca Cavallo sta avendo nel conflitto con il vertice aziendale.

Queste anomalie non potevano essere tollerate, né a Roma, né a Torino. Gli Stati Uniti avevano più volte fatto pressione sul Governo perché bloccasse le iniziative di Mattei (che morrà anch’egli, in un attentato, nel 1962). Nello stesso tempo, in Italia, anziché la trasformazione dell’ Olivetti in fondazione, si era verificato l’ingresso nel capitale sociale del Gruppo d’Intervento capeggiato da Mediobanca, con il passaggio in minoranza della Famiglia Olivetti. In quell’occasione, il Professor Valletta, presidente della Fiat, aveva pronunziato  la famosa frase sulla necessità di “estirpare la Divisione Elettronica, perché l’ Italia non se la poteva permettere”.

Mario Tchou con l’ ELEA 9003

6.Il ruolo di Tchou

Valletta non aveva poi tutti i torti.

Innanzitutto, gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di permettere la nascita di concorrenti nell’ industria informatica.

In secondo luogo, senza l’ Europa, l’Italia non avrebbe potuto sostenere il costi di una corsa all’ informatica. Oggi, perfino gli USA sono stati costretti ad adottare una legislazione ben più coercitiva per costringere i vari segmenti della società americana a cooperare alla rincorsa della Cina in campo digitale.

Infine, l’ Italia non aveva neppure tutte le competenze necessarie.

Mentre le prime due carenze non si rivelarono superabili, alla terza Olivetti aveva cercato di porre rimedio attraverso Mario Tchou, un italiano anomalo (soprattutto per quei tempi): un italo-cinese di seconda generazione, specializzato in America, dov’era diventato professore giovanissimo.

Nel fare ciò, Olivetti era stato incoraggiato da Enrico Fermi. Un altro innovativo professore italiano emigrato e ben inserito in America.

Infine, nel 1961, quando era risultato evidente a Roberto Olivetti, rimasto solo a proseguire l’ambizioso programma del padre, che non avrebbero trovato aiuto in Italia, i due avevano perfino tentato (secondo la giornalista americana Meryle Secrest, che vi aveva addirittura partecipato, un avventurosissimo contatto con la Cina di Mao, partendo da Hong Kong con lo yacht di Roberto, pochi giorni prima della morte di Tchou.

In effetti, Tchou, per quanto italianissimo e perfettamente inserito nell’ambiente culturale italiano, non aveva troncato per nulla i suoi legami con la Cina. Aveva ancora il passaporto cinese (a quell’epoca l’unico Stato cinese riconosciuto dall’ Italia era Taiwan), e in famiglia parlava cinese. D’altro canto, la sua famiglia, originaria di Hangzhou (città dedita quante altre mai al culto di Marco Polo), era di altissimo livello culturale; suo padre era stato imprenditore della seta e diplomatico.

Anche Mario Thou aveva un ampio spettro di interessi, ed era stato dispiaciuto di dover interrompere, per l’impegno alla Olivetti, la sua consuetudine di suonare al pianoforte.

Dalle ormai molte sue biografie, risulta ch’egli era un tipico “gentleman”  d’una volta, un “junzu”  per la terminologia confuciana. Qualità che gli giovava moltissimo, tanto nei rapporti interpersonali, quanto nella leadership del gruppo di lavoro ch’egli diresse, prima a Barbaricina, poi a Borgolombardo. Questo suo modo di fare, unito alla sua incredibile cultura e competenza, lo rendevano estremamente persuasivo, mettendolo in grado di chiedere al suo team le prestazioni più impossibili. Spirito di “team”, se vogliamo, “tipicamente cinese”, che gli sopravvisse, e trovò la sua più illuminante espressione  dopo la sua morte e dopo la cessione della Divisione alla GE, quando il piccolissimo team dell’ ing. Perotto, in una stanza completamente circondata dallo stabilimento GE, riuscì a produrre come Olivetti, sotto la dicitura “Calcolatrice”, quello che in effetti era un calcolatore elettronico (quindi, ceduto alla GE), a venderlo in America in 44.000 esemplari e a vincere, infine, una causa milionaria con Honeywell per plagio.

Dopo le decisioni sull’AI del Parlamento Americano ci vorrebbe un’Agenzia Tecnologica Europea

7.Una nuova sconfitta del Piemonte: l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale

Dopo 60 anni, c’ ancora qualcuno che non vuole che Torino rinasca come città delle alte tecnologie, perché non vuole che la transizione italiana ed europea verso il digitale abbia una testa pensante, bensì che resti una massa fluida e innocua, che non incide nella divisione internazionale del lavoro.

In contemporanea con le elezioni amministrative di Torino del mese scorso, il Governo ha elaborato infatti una nuova strategia per l’ IA, che smentisce integralmente i risultati a cui era pervenuta la lunga e faticosa elaborazione della precedente commissione di esperti, e, in particolare, cancella completamente, tanto l’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, quanto la scelta di Torino quale sua sede.

Su tutto questo non c’è mai stato un articolo sui giornali di Torino, né una spiegazione, presa di posizione o polemica da parte di scienziati, candidati, industriali, eletti, partiti politici. Tutti d’accordo, tutti zitti, come ai tempi di Olivetti, Mattei e Ippolito (e Tchou).

Poco più di tre anni fa, nel settembre 2018, il Ministero per lo Sviluppo Economico  Di Maio aveva pubblicato un bando per cercare esperti che redigessero la strategia italiana per l’intelligenza artificiale, che l’anno successsivo avevano presentato 72 raccomandazioni, poi diventate 82.

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Il 1 ottobre 2020 era partita una nuova consultazione pubblica della durata di un mese.Nel frattempo erano passati due anni dal primo bando per cercare gli esperti, con ben due consultazioni pubbliche sui documenti prodotti.Durante questo periodo si era parlato molto dell’Istituto e di quale città dovesse ospitarlo. Era stata Torino a spuntarla, forse anche per compensare la mancata assegnazione del Tribunale UE dei brevetti (andato a Milano). Nel novembre del 2020 il Governo aveva annunciato lo stanziamento di fondi per l’I3A di Torino.

Ora non è più il Ministero dello sviluppo economico  a tirare le fila, bensì una collaborazione fra il Ministero dell’università e della ricerca, il Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale e il MISE, che costituiscono un nuovo gruppo di esperti, per redigere un documento “aggiornato”.

Il quadro tracciato non è roseo. L’Italia arriva in ritardo rispetto ai partner europei. Era il 2018 quando l’allora ministro dello Sviluppo economico aveva annunciato la pubblicazione di una strategia italiana per l’IA. Da quel momento si erano succeduti tre governi ed erano stati prodotti due documenti strategici, con relative consultazioni pubbliche, senza arrivare a una versione definitiva per far recuperare all’Italia il tempo perduto nella governance e nell’accelerazione dell’AI, sorpassata praticamente da tutti i partner europei (oltre che, ovviamente, da USA e Cina).

Nel frattempo, il Pentagono sta testando sistemi AI per ottenere allerte strategiche sulle azioni avversarie prima che queste avvengano. In altre parole, un sistema di AI predittiva che prevede le mosse del nemico per consentire azioni proattive, che ripercorre i passi del vecchio sistema sovietico con lo stesso scopo, che era stato bloccato nel 1983 dall’ eroico comportamento del maggiore Petrov.

Questa è la vera ragione dell’ incredibile ritardo: si aspettava che al governo negli Stati Uniti arrivasse Biden, per poter avviare il Transatlantic Technology Council, per poter inserire l’Intelligenza Artificiale italiana nella programmazione dell’ Endless Frontier Act, che stabilisce la nuova strategia digitale americana, che continua ad essere basata sull’ imperativo (avente forza di legge) della subordinazione degli ecosistemi digitali europei a quello americano.

Di tutto ciò, neppure la seppur minima indicazione da parte della politica. In queste condizioni, in cui nulla del nostro destino si decide con le urne, come stupirsi se l’enorme maggioranza degli elettori non va a votare?

PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”: 9 NOVEMBRE 2021

ore 10:00-13:00

60° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MARIO TCHOU

Mario Tchou con l’ELEA 9003

Allora e oggi: L’informatica in Piemonte e in Europa,

una riflessione per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

IN DIRETTA E IN STREAMING

BIBLIOTECA GINZBURG, Via Lombroso 16, Torino

Il simbolo del Movimento Comunità

Vi invieremo le credenziali via newsletter

Con la collaborazione di:

-Movimento Europeo;

-Olivettiana;

-ANGI

-Rivista “Culture Digitali”

La calcolatrice P01,
primo “computer” italiano

La corsa alla leadership nelle nuove tecnologie, attualmente aperta  fra le diverse aree del mondo, e, in particolare, fra Stati Uniti e Cina, vede l’ Europa in una posizione di grande debolezza, non diversa da quella degli Anni ’50 e ’60, quando si era svolta l’avventura della Olivetti, la quale, con una tempistica eccezionale, aveva anticipato, con i suoi prodotti ma soprattutto con la sua cultura umanistico-digitale, i temi che sono oggi al centro dell’attenzione  generale.

Ora come allora, la consapevolezza complessità della transizione digitale e la sua centralità nello sviluppo delle società contemporanee  faticano a farsi strada in diversi ambienti, che si attardano in visioni della società, dell’ economia e della tecnologia, che erano proprie piuttosto del secolo scorso, ma, oggi non hanno più ragione d’essere.

Una riflessione storica su quegli anni, sul significato delle proposte di Olivetti e di Tchou, sui motivi della interruzione del loro esperimento, potrebbero essere molto utili per comprendere il momento che stiamo vivendo oggi, quando, al momento dell’apogeo delle fortune dei GAFAM americani e dei BATX cinesi, l’ Unione Europea ambirebbe a proporsi quale “Trendsetter del dibattito mondiale” in campo digitale.

Soprattutto centrale per la definizione di una via europea al digitale è la sintesi di cultura e tecnologia digitale sperimentata alla Olivetti negli anni di Adriano Olivetti e di Mario Tchou.

La singolare vicenda dell’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale, relativamente al quale i successivi Governi italiani  hanno compiuto una spettacolare retromarcia,  ci fa riflettere sugli eventi di quegli anni, con la nascita (subito abortita) di una “Silicon Valley italiana”: la formazione di un eccezionale team d’intellettuali, scienziati e tecnologi (di cui Tchou fu il più brillante rappresentante); la progettazione di due prodotti d’avanguardia e di grande successo commerciale, interrotti per l’ incomprensione di parte  degli stakeholders, dalla morte dei due protagonisti, Olivetti e Tchou, e dalle radicali trasformazioni dell’azienda.

Oggi come allora, l’Italia sembra non comprendere che la società del 21° secolo ha come cuore pulsante il digitale, e che, di conseguenza, nessun Paese del mondo, e meno che mai coloro che, come l’ Italia e l’ Europa, si pretendono all’ avanguardia, possono permettersi di trascurare questo centrale elemento della cultura, della scienza, dell’ economia, della società e della tecnologia contemporanee.

L’attuale corsa al digitale fra USA e Cina
lascia spazio all’ Europa?

PROGRAMMA

Ore 10,00:Inizio dei lavori; Saluti dei promotori e delle Autorità

Ore 10,15: Intervento di Pier Virgilio Dastoli sulla Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Ore 10,30: Contributo storico dell’Associazione “Olivettiana” (Rebaudengo, Chili, Gentile  Melandri,Rizzoli, Renzi)

Ore 11,15: Roberto Saracco, Il digitale ieri e oggi

Ore 11, 40  Germano Paini, L’impatto-tecnoculturale

Ore 12,10 Contributi dei rappresentanti delle Istituzioni

Ore 12,30 Domande e dibattito

Modera Marco Margrita

CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA: RISCRIVERE I TRATTATI; RECUPERARE L’EUROPA ORIENTALE  

Seguito dell’intervento di Riccardo Lala alla riunione della Piattaforma della Conferenza sull’ Europa del 21 Ottobre presso il “Parlamentino” del CNEL (Comitato Economico e Sociale).

Tomba dei Re macedoni a Vergina

La recente disputa circa la sentenza della Corte Costituzionale polacca del 7 Ottobre sul conflitto di norme fra Trattati di Lisbona e Costituzione Polacca ha riportato alla ribalta la questione, che sembrava essere stata risolta da tempo in modo pacifico,  circa lo stato di evoluzione del diritto in Europa, sul quale abbiamo opinioni che si distinguono da quelle “mainstream”, e che riteniamo perciò necessario esternare, perché questa controversia è un sintomo eloquente dell’inagibilità degli attuali meccanismi e dell’improrogabilità del cambiamento.

La radice dell’ attuale “empasse” è che, in contrasto con le tesi originarie di Spinelli, l’integrazione europea fu portata avanti dagli Stati Membri, con il metodo “funzionalistico” ideato da Mitrany, attuato da Monnet e teorizzato nella Dichiarazione Schuman, anziché con un metodo “politico” e “partecipato”come avrebbe voluto Spinelli. Sergio Fabbrini ha scritto su “Il Sole 24 Ore” di domenica 24 Ottobre che tale metodo (che, a nostro avviso, vede l’integrazione europea come una semplice sottospecie della globalizzazione tecnocratica), ha ora raggiunto i propri limiti concettuali. Pertanto, indipendentemente dalle valutazioni politiche per cui esso era stato prescelto, deve oggi comunque venire abbandonato.

In particolare, il sistema internazionale costruito intorno ai Trattati di Lisbona, consolidatosi nel 2007, dopo il fallimento della cosiddetta “Costituzione Europea”, essendo esso solo un palliativo di compromesso per ovviare a quel fallimento, non costituiva neppure allora una risposta convincente ai problemi che già allora si profilavano all’orizzonte (dittatura digitale mondiale, carente integrazione dell’Europa Orientale, crescita della Cina), che, dal punto di vista dei Federalisti Europei, avrebbero richiesto fin da allora, , il riavvio immediato dei lavori per la redazione e approvazione di una “vera” costituzione europea (ovviamente su basi completamente diverse da quelle “funzionalistiche” su cui aveva operato la Convenzione). D’altronde, quel coacervo di centinaia di articoli e protocolli non era altro che una riverniciatura della “Costituzione” bocciata dagli elettori, che altro non era, a sua volta, se non  un testo consolidato dei precedenti trattati. Ma una costituzione deve avere una struttura e natura da costituzione; non può essere un freddo documento burocratico.

La sconfitta di allora era stata così cocente, che fino ad ora nessuno ha osato riproporre l’idea di una Costituzione.

In particolare, come ha sintetizzato brillantemente Fabbrini, “la logica integrativa” non ha rispettato il ‘principio di sussidiarietà’. “In assenza di guidelines costituzionali, l’ Ue ha accentrato ciò che non era necessario accentrare (le low policies), mentre non ha accentrato ciò che sarebbe stato necessario accentrare (le high policies).”Secondo noi, la ragione per cui non ci sono state le “guidelines costituzionali”, cioè una linea politica coerente, e quindi non si sono accentrate le “high policies” è che queste (politica culturale, ideologia, nuove tecnologie, difesa)  sono sì accentrate, ma negli Stati Uniti e nella NATO, che non le lasciano esercitare, né dagli Stati membri, né dall’Unione (come dimostrato dal fatto che anche Fabbrini si vede costretto a scrivere in un gergo anglo-americano). Fabbrini scrive poi molto opportunamente che“non avere un’idea comune sul ruolo dell’ Europa nel mondo è un enorme problema sia a livello collettivo, sia a livello nazionale dove le contrapposizioni interne sono definite anche da interessi e influenze di altre potenze che sviliscono le democrazie europee.” Peccato che questo riconoscimento venga solo ora che Russia, Cina, Russia, Turchia e Paesi Arabi fanno di tanto in tanto qualche timido tentativo per fare conoscere agli Europei i loro punti di vista, quando sono più di 200 anni che gli Stati Uniti stanno forgiando l’Europa attuale con tutti i mezzi disponibili, riuscendo a muovere l’uno contro l’altro Paesi, ideologie, gruppi sociali.

Se si vuole dare una vera ”Costituzione” all’ Europa, occorre che quest’ultima venga concepita, non importa se come federazione, confederazione o alleanza, come totalmente indipendente dagli Stati Uniti. Semmai, le influenze di altri Paesi possono essere strumentali al conseguimento, da parte dell’Europa, di questa indipendenza (vedi il nostro libro DA QIN), ed è perciò normale che gli USA le aborrano mortalmente.

Dopo 14 anni, questi  problemi non risolti dai Trattati di Lisbona si sono aggravati in modo impressionante (come testimoniato, tra l’altro, dal programma Prism, dal conflitto nel Donbass, dalla Nuova Via della Seta, dalle controversie sullo Stato di Diritto, dalla richiesta che la UE sostenga la costruzione di un nuovo Muro di Berlino), fino al punto che, oggi, non è più possibile alcuna riunione del Consiglio o del Parlamento senza che emergano conflitti insanabili su tutti gli aspetti della vita in Europa (rapporti con la NATO, la Cina e la Russia, fra diritto europeo e diritti nazionali, bilancio europeo, migrazioni…). Ultimo fra i quali, lo scontro al Parlamento europeo fra Ursula von der Leyen e il premier polacco Morawiecki e il muro fra Europa Centrale ed Europa Orientale.

Spinelli prevedeva che, se non si fosse dato un taglio netto agli Stati europei, questi avrebbero preteso in eterno di dominare l’integrazione, rallentandola all’inverosimile. E, di fatto,mentre i grandi Stati-Civiltà, gli Stati Uniti e la Cina, stanno risolvendo (a modo loro) i grandi problemi del XXI Secolo, noi siamo ancora impantanati (come prevedeva Spinelli) nelle discussioni, avviate 70 anni fa e mai concluse, sul tipo di Europa in cui vogliamo vivere. In particolare, mentre gli USA e la Cina, sulla base di ben precisi, recentissimi, atti normativi, USA E Cina si stanno organizzando per essere leaders mondiali (tecnologici ma anche culturali) nella corsa verso le nuove tecnologie, l’ Europa sta dedicando, alle stesse, un’attenzione minima e, soprattutto, non dà esecuzione alle normative che pure essa ha approvato, fondamentalmente per compiacere i giganti del Web.

Per Carlo Bastasin (La Repubblica, AF, 25 ottobre) , “per l’ Europa, che vorrebbe influenzare i rapporti globali attraverso la definizione di regole comuni rispettose della democrazia e dei diritti umani, l’assenza di dialogo significa la propria irrilevanza.”

Palazzo di Diocleziano
(oggi città di Spalato)

1.L’ipocrisia del funzionalismo

A nostro avviso, il funzionalismo maschera il proprio carattere tecnocratico sotto una retorica umanitaria fondata sul mito del progresso, sulla pretesa conciliabilità fra libertà, eguaglianza e solidarietà, e soprattutto sul culto mistico di uno “Stato di Diritto” che non corrisponde affatto alla realtà dell’Occidente.Pochi sanno che esiste un “funzionalismo” anche in campo filosofico e sociologico: esso sconfina nel post-umanesimo.

Certo, vorremmo vivere in un autentico Stato di diritto, ma -non raccontiamoci frottole-  questo in cui viviamo non lo è, perché, come tutti possono constatare, le forze decisive nel determinare la nostra vita non sono giuridiche; non sono i trattati internazionali, le costituzioni, le leggi, le Istituzioni, bensì le lobby, i servizi segreti, i grandi capitali, le multinazionali dell’ informatica, le grandi potenze, addirittura le mafie, che s’incuneano negl’infiniti conflitti di competenze fra Enti locali e Stato, magistratura e politica, Unione e Stati Membri, UE e NATO, provocando situazioni come l’alienazione degli Europei Orientali, le guerre Jugoslave, Echelon, l’Afghanistan, Prism, l’”AUKUS”….

Le violazioni dello Stato di Diritto da parte degli Stati dell’Europa Centrale e Orientale (siano essi, o meno, membri della UE), ingigantite a dismisura dalla stampa occidentalistica, non sono infatti nulla rispetto a quelle che noi sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle in Occidente, e che gravano pesantemente, tra l’altro, sul funzionamento della UE. Per questo, nonostante la nostra decisa posizione a favore della  preminenza del diritto europeo (dell’identità europea e delle politiche europee) su quelli “nazionali”, vogliamo preliminarmente spezzare una lancia a favore dei cittadini e dei dirigenti dell’Europa Centrale e Orientale, a cui siamo riconoscenti per Berlino, Budapest, Poznan, Praga, Danzica, Solidarnosc, Giovanni Paolo II, Gorbacëv  e la Perestrojka, e che volevano sicuramente un’Europa diversa da quella che hanno trovato (la “Casa Comune Europea”, a cui abbiamo cercato anche noi di contribuire quale consulenti dell’ industria europea nelle collaborazioni est-ovest durante la Perestrojka).

Anch’essi sono però parte del problema, con le guerre locali con le Repubbliche scissioniste, con la repressione delle minoranze russofone, con i muri alle frontiere, con la loro ostilità ad un’ Europa Federale. Ma sono problemi identitari e geopolitici, non di Stato di Diritto.

Il palazzo imperiale bizantino (oggi il centro di Istambul)

2.La “rettifica dei nomi”

Alla luce di quanto precede, è più che mai necessaria una riforma globale del sistema europeo, che, sola, potrà risolvere questo intrico di problemi, permettendo non solo un efficace funzionamento dell’attuale Unione, ma anche la prosecuzione dell’allargamento, necessaria a nostro avviso per dare, alla Casa Comune Europea, il peso mondiale che le spetta quale “Stao-Civiltà”.

Questa riforma ha il suo compito più immediato nella riattribuzione delle competenze (non solo fra Unione e Stati membri o fra Parlamento e Consiglio), ma anche e soprattutto fra America ed Europa, fra NATO e Unione, fra Stati Membri ed Euroregioni, fra Stato, partiti, imprese e cittadini. Solo così si risolveranno i conflitti che oggi paiono insolubili. Infatti, come scrive Bastasin, non solo l’unione Europea, ma  “più in generale le istituzioni internazionali si stanno disintegrando”.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa costituisce un’occasione unica per lanciare questa riforma, e stupisce che i diversi “cantori” di un rilancio dell’ Europa non ne sottolineino mai l’importanza.

Per parte nostra  proseguiremo il percorso, avviato con i Cantieri d’ Europa, di elaborazione di una proposta per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa veramente innovativa, seguendo il percorso logico descritto qui di seguito (“SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”), come meglio illustrato al termine di questo intervento.

Questa proposta non può che partire dalla decostruzione della “langue de bois” del discorso pubblico, tanto di quello  “mainstream” quanto di quello “sovranista”-quella che Confucio chiamava “rettifica dei nomi”-.

Cominciamo dunque dalla controversia sullo “Stato di Diritto”: concetto che sembrerebbe apparentemente chiaro, ma che, invece, come tutto ciò che riguarda le basi culturali stesse dell’attuale Occidente, rivela sempre più la sua fumosità, ambiguità, quando non ipocrisia, derivante dalle sue radici culturali puritane e dalla sua origine storica ormai molto risalente. E’ infatti in corso quella che Onfray chiama “distruzione della lingua”, che consiste nell’ inflazione di parole vaghe ed onnicomprensive, come “valori”, “laico”, “fondamentalista”, “avanzato”, “arretrato”, “patriarcale”, “LGBTI+”, “queer”, “gender”, ”fascista”, ”democratico”, ”liberal-democratico”, “resilienza”, “sostenibilità”, “inclusivo”, “autocrazie”, … Si gioca quindi con concetti astratti e indefinibili, che permettono di costruire interi libri senza mai dire nulla (la “neolingua” orwelliana). Basti vedere le confuse formulazioni del Trattato  dell’ Unione Europea circa l’”identità comune” e quelle “nazionali” e sui rapporti fra i due ordinamenti.

Intanto, il sito dell’“Ente della Repubblica Federale per la Formazione Politica afferma che lo “Stato di Diritto” sarebbe nato nell’ antica Grecia. Tuttavia, i riferimenti alle “Leggi” nei classici greci si riferiscono (come del resto nella tradizione dei Legisti cinesi), non già alla tutela di diritti dei cittadini, quanto piuttosto a pesanti doveri degli stessi, come quando Leonida afferma, a sostegno della sua decisione suicida, che questa deriva dalle “leggi” di Sparta ( che, in sostanza, dettano che un comandante non ha il diritto di arrendersi, come Hitler pretendeva fosse l’obbligo anche di von Paulus).In realtà, lo “Stato di diritto” come tutela dei cittadini nascerà ben più tardi, nel ‘600, con lo Habeas Corpus, per tutelare i ceti privilegiati dell’ Ancien Régime contro l’arbitrio dei sovrani assoluti, attraverso l’applicazione di precise norme procedurali.

Questa tempificazione storica  è confermata indirettamente dallo studio del Bundestag „Rechtsstaat und Unrechtsstaat: Begriffsdefinition, Begriffsgenese, aktuelle politische Debatten und Umfrage“Im deutschen Sprachraum entstand der Begriff des Rechtsstaates Ende des 18. Jahrhunderts. Er wurde zunächst als Gegenbegriff zum absolutistischen Polizei- und Obrigkeitsstaat begriffen. Dementsprechend stand der deutsche Rechtsstaatbegriff ursprünglich für eine Zurückdrängung und rationale Reformierung polizeistaatlich-patriarchalischer Herrschaftsstrukturen“.

Si noti che, negli Stati Uniti, l’idea di una „Rule of Law“ fu „importata“, poco dopo, dalla Germania, in polemica con l’arbitrarietà della tanto decantata „Common law“ di origine inglese, che, in quanto diritto giurisprudenziale, non garantisce la certezza del diritto. Infatti, la Magna Charta e l’Habeas Corpus avevano deliberatamente (come ancora oggi in Inghilterra) carattere residuale, la fonte primaria essendo i precedenti giudiziari.

Ricordiamo che, per noi,  lo Stato di Diritto è prima di tutto uno Stato in cui, una volta adottata una legge, poi la si rispetta finché essa è in vigore, e, nel caso in cui ciò non avvenga, i giudici impongono il rispetto anche con la forza, ed irrogano sanzioni a chi non l’ha rispettata. Con la fumosità dei Trattati di Lisbona, si è ritornati al primato del potere giudiziario, con la conseguente perdita della certezza del diritto.

Proprio per garantire questa certezza Montesquieu (che era un magistrato dell’ Ancien Régime, e quindi giudice per diritto di sangue),aveva  teorizzato la separazione dei tre poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura.

Nel sito del Governo tedesco si dice anche che, purtroppo, lo “Stato di Diritto Formale” non basterebbe a tutelare il cittadino, sicché ci vorrebbe anche uno “Stato di Diritto Sostanziale”; in realtà, il cosiddetto “Stato di Diritto Sostanziale”, riconducibile  alla sfera dell’”eguaglianza”, è proprio il varco attraverso il quale si affermano le violazioni più sfrenate delle libertà del cittadino e del “due process of law”, in nome di un esorbitante “principio di eguaglianza” che, ignorando (ed anzi condannando come inique), le particolarità dei casi di specie (le differenze di genere, di classe, di nazionalità), giustifica qualunque arbitrio al fine di eliminare queste particolarità. E’ questa la contraddizione intrinseca fra “liberalismo” e “democrazia”, che ci ha portati inevitabilmente  ai tanto deprecati “Democrazia Illiberale” e “Populismo”. Se deve vincere per forza la maggioranza, per definizione incolta (Socrate), questa non potrà che pretendere di affermare i propri pregiudizi travolgendo le barriere intellettuali “artificiose” poste in essere, per frenare il caos, dalla minoranza illuminata. E’ così che era andato al potere “democraticamente” Hitler, che aveva stravinto ben due elezioni di seguito, mentre, invece, nell’ Impero autoritario di Austria-Ungheria, Francesco Giuseppe aveva invalidato per ben due volte l’elezione del razzista Lueger. Oggi, il potere delle masse incolte si esercita non già attraverso la piazza (tutti sono troppo pigri per andarvi), bensì (come noto)attraverso i media e il Web.

Si dice da parte di molti che il principio di eguaglianza costituirebbe “un’ulteriore conquista”, perché sarebbe insita nel processo storico una tendenza all’”emancipazione” della maggioranza dalla subordinazione alle classi dirigenti. Questa tendenza, che sembrava evidente nel XX Secolo, non appare più tale alla luce degli esiti reali della completa affermazione delle masse (divenute il  “ceto medio”) sulla scena politica, un fenomeno che ha portato in questo secolo,  paradossalmente, all’ accrescersi esponenziale delle disuguaglianze (l’”Indice GINI”), perché il “ceto medio”, completamente succube dei media e del web, non è neppure in grado di riconoscere i propri interessi immediati.

Si trattava  in realtà di un  “trend” storico contingente, legato all’era industriale e al conseguente peso delle classi operaia e impiegatizia (peso che oramai, in termini statistici, è semplicemente irrilevante).

Oggi invece, nell’ era delle macchine intelligenti, l’intera società,  ha quale sua chiave di volta, il Controllo Totale, nella sua forma estrema della “Mutua Distruzione Assicurata” fra le Grandi Potenze, che postula il controllo digitale permanente dell’intera popolazione. In queste condizioni, lo Stato di Diritto liberale non può che venire continuamente eroso, e la necessaria tutela, giuridica e politica, dei cittadini, può ri-materializzarsi soltanto in una battaglia intorno al digitale, quali quelle delle commissioni su Echelon e Prism, quella sull’approvazione ed applicazione del DGPR e intorno alle Sentenze Schrems, all’”unbundling” dei GAFAM e alla web tax. Ed, essendo l’informatica  nettamente geolocalizzata in alcuni Paesi, questa lotta è prima di tutto una lotta dell’ Europa per la Sovranità Digitale. Questa lotta  è il nuovo Stato di Diritto, che torna ad essere concepito come difesa dei diritti formali, di libertà, di pensiero, di opinione, di associazione, di coscienza, di corrispondenza, nazionale…contro i servizi segreti, i GAFAM, i media, il politicamente corretto, la Cancel Culture….

Per altro, è ipocrita, fuori del mondo e della storia, anche la posizione dei “sovranisti”, che accusano la UE di voler togliere la sovranità agli Stati nazionali e soprattutto alla Polonia, quando è evidente che questa ha ceduto di corsa la propria sovranità, appena riconquistata, soprattutto alla NATO e agli Stati Uniti, a cui continua ad offrire una serie di basi militari, non già all’Unione Europea.

Italia, Germania, Gallia e Sclavinia province
dell’ Impero

3. La “Teoria della Dittatura”

Come sostiene brillantemente Michel Onfray nella sua recente “Teoria della dittatura”, i Paesi dell’Occidente, dopo una parentesi di un secolo circa ( dalle Costituzioni Octroyées al Maccartismo),  non possono più essere considerati degli Stati di Diritto, almeno in senso formale, in quanto, di secolo in secolo, diviene più stridente l’ambiguità che è alla base dell’idea stessa di “progresso” (cfr. Rousseau, Huxley, Anders, Horkheimer e Adorno, Voegelin, Burgess, Berlin, Jonas), che implica necessariamente una discrasia fra il reale e il dichiarato. Ponendo come obiettivo indiscutibile e facilmente raggiungibile il superamento dei limiti fisici o spirituali dell’umano (cioè del  “Legno Storto dell’ Umanità” di Kant e di Isaiah Berlin), i “progressisti” sono condannati a criticare tutte le forme realmente esistenti di società (per esempio, ieri, il “real existierende Sozialismus”, oggi, la “società patriarcale”), per postulare soluzioni perfette, che per questo stesso fatto non possono essere realizzate, salvo che con l’abolizione dell’ Umanità e la “trasfusione” della stessa in un universo macchinico (la “Second Life”, il “Twining”). Ogni intellettuale e ogni politico che operi nel contesto di culture, politiche, istituzioni, realmente esistenti, diventa così un proscritto (“cancel culture”), perché ostacola il conseguimento di questo “mondo perfetto” che si postula come necessario e raggiungibile, e, alla fine della vita, è costretto, normalmente, all’ opposizione (basti constatare la metamorfosi di Kojève, Fukuyama, Joy, Barcellona; oggi, Barbero).

L’”Eguaglianza Sostanziale”  che, come dice Papa Francesco, trova espressione nella figura geometrica della “sfera”, essendo irraggiungibile in un mondo caduco, e quindi imperfetto, come il nostro, provoca frustrazione e voglia di rivalsa, che si traduce in falsità, censura, repressione, mediocrità e conformismo.

Nella realtà effettuale, di quale “eguaglianza” godono infatti i milioni di “non cittadini”(i “nepilsonis” russofoni) dei Paesi Baltici? Che “sovranità” internazionale hanno mai avuto gli Europei dopo la loro “liberazione” –quegli  Europei che ospitano da 80 anni, grazie ad accordi segreti, decine di migliaia di soldati americani, a cui pagano anche le spese di soggiorno, senza mai essere stati consultati in materia?-

In realtà, il principio stesso “Stato di Diritto” non trova mai applicazione quando sono in gioco gl’interessi dell’ Impero nascosto (o Sconosciuto, come lo chiama il Papa), tanto che qualcuno si è domandato, in occasione dell’indagine “Prism” del Parlamento Europeo,  “gilt in Deutschland Deutsches Recht?”.

Per esempio:

a)tutti i crimini di cui sono sospettati o indagati funzionari americani (casi Olivetti, Cermis, Calipari, Abu Omar) non vengono mai indagati, o i colpevoli vengono poi graziati;

b)dopo decenni di sedicenti indagini delle autorità antitrust, fiscali  e di tutela della privacy, e dopo fior di sentenze della Corte di Giustizia i GAFAM  continuano a godere di un monopolio assoluto e non sono tassati, i dati continuano ad essere esportati e le Istituzioni europee continuano a fare gestire senz’alcuna tutela i propri sistemi informatici dalla Microsoft.

c) l’Unione avrebbe recentissimamente rinunziato alla web tax in cambio della tassa minima del 15% sulle multinazionali. Ma che cosa c’entra? Questa non è una questione di aliquote, bensì di principio. Se Amazon o Google realizzano un guadagno per una vendita o un servizio in Italia, dovranno ben pagare l’IVA e l’IRAP come le imprese italiane, che pagano circa il 50% sugli utili. Altrimenti, nessuno creerà mai imprese del web in Italia o in Europa. Invece, con il nuovo sistema, pagheranno, se va male, il 15%, e, pertanto, continueranno ad avere un’invalicabile rendita di posizione.

Con queste premesse, l’Unione Europea risulta  poco credibile quando attacca certi suoi Stati Membri, ma perfino degli Stati terzi, perché essi non sarebbero conformi a questo mitico “Stato di Diritto Sostanziale” che non si sa che cosa sia, e che essa è la prima a non rispettare.

Cirillo e Metodio.Hanno unificato culturalmente
l’ Europa Centrale e Orientale

4.La sentenza della Corte Costituzionale polacca.

E’ in questo contesto che va letta la disputa fra Stati Membri e Istituzioni circa la sentenza della Corte Costituzionale polacca e le altre controversie giudiziarie relative al ruolo reciproco del diritto europeo e di quelli degli Stati membri (prima fra le quali quella tedesca).

Anche se non condivido le posizioni di nessuno dei contendenti, credo di potere e dovere esprimere un parere, per quanto a-tecnico, su questa controversa materia, perché dispongo di conoscenze specifiche in materia  e perché la ritengo emblematica della crisi del diritto europeo a cui siamo chiamati a porre rimedio con la Conferenza sul Futuro dell’Europa.

I temi al centro della sentenza, strettamente intrecciati, sono due:

-superiorità del diritto europeo o del diritto nazionale?

-competenza del giudice europeo o nazionale in materia di nomina (e disciplina) dell’ordine giudiziario?

Sul primo punto, si sono pronunziate, anche recentemente, a favore di una parziale supremazia del diritto nazionale, in base alla “clausola solange”, non solo la corte polacca, ma anche quelle tedesca, irlandese, lituana ed altre. Questo perché è lo stesso Trattato di Lisbona ad affermare, all’art.4, che “L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali”. Su  questa base si è costruita, soprattutto in Germania,  la cosiddetta dottrina della “identità costituzionale”, che equivale ad affermare la necessaria diversità  fra i principi costituzionali degli Stati Membri, in connessione con le diverse identità storico-culturali. Il che è del tutto consono, in astratto, al principio di sussidiarietà, e va esteso anzi  , a mio parere, anche alle Regioni e alle Macroregioni europee (cfr. il caso della Catalogna).

Ditò di più. L’omogeneità culturale, ideologica, giuridica e sociale del mondo era stata additata come una mostruosità da tutti i grandi Europei, e in  primis, proprio nel teorizzare la “pace Perpetua”, da Rousseau e da Kant.

E’ ovviamente logico che la Polonia (per esempio l’Eurodeputata Szidlo) abbia richiamato tale rifiuto proprio in relazione al diritto di famiglia, perché come si potrebbe pensare che la Repubblica Polacca rifondata da Papa Wojtyla e da Lech Walesa  si lasci imporre di rinunziare ad un’identità costituzionale cattolica?

In realtà, i Trattati di Lisbona sono lacunosissimi sulle questioni delle identità, della sussidiarietà, e, pertanto, della gerarchia delle fonti, cosa gravissima in una governance multi-livello (“Verbund”) come quella europea, sicché è lasciato ai giudici e ai Governi un eccessivo margine d’interpretazione, che blocca, come si vede, il funzionamento dei processi decisionali. Il premier Morawiecki ha dichiarato a Strasburgo che l’Unione Europea “non è un superstato”, bensì un’organizzazione internazionale, “un’alleanza economica, politica e sociale”. Francamente, non vediamo la differenza. Ogni costruzione politica è un “quid novi”, incomparabile a quelle che l’hanno preceduta, ma che spesso ad esse assomiglia. Per esempio, la “Rzeczpospolita polacco-lituano-rutena” , tanto cara ai Polacchi, era un impero, un regno, una repubblica, una federazione, una confederazione o una nazione?”Sermone Polonus, natione Ruthenus” : quanti letterati furono così definiti? Per questo, qualcuno, come Ulrike Guérot e Robert Menesse, ha proposto una “Repubblica Europea”.

Circa il secondo punto, il principio dell’indipendenza assoluta della magistratura dagli altri due poteri dello Stato, che, secondo il “Mainstream”, sarebbe proprio dello “Stato di Diritto”, in realtà esso è quasi impossibile da conseguirsi in democrazia,  perché richiederebbe che i giudici fossero una casta chiusa (come i “Sénats” dell’Ancien Régime a cui si ispirava Montesquieu), senz’alcuna legittimazione democratica. In realtà, tanto in Italia, quanto in buona parte dei Paesi  europei:

a)i giudici della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura sono nominati o dal Presidente della Repubblica, o da altre cariche dello Stato, e comunque dai partiti e dai sindacati (come ci ricorda la recente vicenda Palamara);

b)soprattutto, e questo mi sembra il punto decisivo, proprio i Giudici della Corte di Giustizia Europea, e perfino gli Avvocati Generali, sono nominati dai Governi, con la più totale negazione dell’indipendenza della magistratura che invece essa vorrebbe imporre rigorosamente agli Stati Membri.

Personalmente, credo fermamente nella superiorità dell’ ordinamento europeo su quelli nazionali e nell’ indipendenza della magistratura,  ma ammetto che l’attuale confusione di giudici e Governi  sia giustificata dalla redazione approssimativa dei Trattati di Lisbona (che pure hanno centinaia di articoli e di protocolli, per lo più inutili).

In ogni caso, i Trattati hanno segnato un arretramento nella direzione dell’affermazione del primato del diritto europeo sancito dalla giurisprudenza della Corte (l’”Europa dei Giudici”). Questa tendenza va rovesciata, ma potrà esserlo solo se il diritto europeo non si presenterà più come la longa manus di una globalizzazione tecnocratica che vuole sopprimere le identità (Brzezinski), bensì a sua volta come la roccaforte delle poliedriche identità europee contro la Società del Controllo Totale. Questa sarebbe una sintesi più alta, che dovrebbe soddisfare anche i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale ed essere recepita nella nuova versione dei Trattati.

Lo studio che conduciamo da 30 della Storia dell’ Identità Europea mira proprio a riscoprire questa sintesi culturale più alta, che dia compattezza all’ Europa verso l’esterno (la globalizzazione), salvaguardando e promuovendo, all’ interno, le diverse identità: l’”Identità Europea”.

In ogni caso, un maggiore rispetto per il diritto europeo, per la Corte di Giustizia e per l’ordine giudiziario in generale  potrebbe ottenersi solo se l’Unione stessa  si comportasse veramente  come uno Stato di Diritto, dando tali poteri alla Corte di Giustizia che questa potesse, per così dire,  inviare l’Europol a arrestare, per “contempt of Court”, coloro che violano le sue sentenze, cosa che, come abbiamo detto, oggi è lungi da accadere, ché oggi, anzi, i massimi dirigenti dei GAFAM si aggirano da padroni per i palazzi di Bruxelles insieme ai Commissari, il Parlamento Europeo toglie l’immunità parlamentare a Puigdemont e la NATO invia truppe nei Paesi Baltici per impedire un’eventuale rivolta dei “non cittadini”.

Veliko Tarnovo,
la Terza Roma

5.La questione dello Stato di Diritto come pretesto per un nuovo “Kulturkampf”

In realtà, visto che la Polonia non è l’unica ad avere adottato questo atteggiamento contrario alla superiorità del diritto europeo (che, in effetti, più che una base legale, aveva, almeno prima di Lisbona, una, seppur validissima, base giurisprudenziale), e che la prima colpevole di questo trend, a cui tutti si sono ispirati, è la Germania, contro la quale pende, giustamente, un procedimento per violazione dei Trattati, l’attuale accanimento contro la Polonia, da parte della pubblicistica mainstream e di certe Istituzioni, appare “prima facie” espressione, più di una preconcetta avversione ideologica ed addirittura etnica, che non di fondati argomenti giuridici. Si accusa la Polonia di violazioni della forma, ma in realtà si vuole attaccare, come hanno detto la Szidlo e Orbàn, la sostanza delle politiche dell’ Europa Orientale.

In concreto, ciò che si addebita alla Polonia è il fatto di capeggiare il cosiddetto “Gruppo di Visegràd”, un gruppo di pressione dell’Europa Centrale  speculare all’intesa franco-tedesca, oltre che di far parte del gruppo “16+1” per la cooperazione con la Cina, e, infine, di condurre una politica fortemente conservatrice in materia di diritto di famiglia e di immigrazione. Ma, soprattutto, si vuole colpire nella Polonia la “domanda di riconoscimento” da parte dei Paesi dell’Europa Centrale e Orientale, vittime da secoli dell’”arroganza romano-germanica”, come la chiamava Trubeckoj, e, per reazione, fin troppo assertive (vedi il progetto “Intermarium” ereditato dal Maresciallo Pilsudski).

Si ha cioè l’impressione che ci sia, nel “mainstream”, un’avversione preconcetta verso tutta l’ Europa Centrale e Orientale, che si può sintetizzare nell’ affermazione secondo cui  “l’Europa Centrale e Orientale non sarebbe matura per l’ Unione Europea”. Si noti bene che, fra la caduta del Muro di Berlino e l’accessione alla UE della maggior parte dei Paesi dell’ Est erano trascorsi ben 15 anni, in cui essi avevano trasformato radicalmente le loro legislazioni socialiste per ricalcare pedissequamente quelle dell’ Europa Occidentale. Ma, in ultima analisi,  perchè mai i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale dovrebbero chiedere “un permesso” per essere “ammessi in Europa”? Come affermato giustamente da Walesa e da Elcin nelle loro visite alle Istituzioni, Polonia e Russia non debbono chiedere di entrare in Europa, perché ci sono già state da sempre.

Certo, l’ Europa Orientale è percorsa, dalla caduta del muro, da una tendenza lenta, ma percettibile, verso una maggiore centralizzazione del potere in sede nazionale. Ma, a parte che questa è una tendenza mondiale, come potrebbe non essere così quando le due Guerre Mondiali e l’abolizione del Blocco Socialista hanno prodotto decine di minuscole Repubbliche dove c’erano solo tre Imperi? E’ chiaro che, se il potere, per esempio in Ungheria, venisse ulteriormente spezzettato,  questo Paese non conterebbe proprio più nulla, e sarebbe la prima vittima dei poteri forti mondiali. A ciò ha contribuito in questi anni l’Unione Europea, che non ha operato come una difesa collettiva dei piccoli Paesi contro la dittatura mondiale denunziata da Onfray, esasperando con ciò l’esigenza di misure difensive da parte dei Paesi est-europei. E non si tratta del muro che oggi chiedono all’ Unione contro i migranti, bensì della difesa contro la Società del Controllo totale.

Certo, anche l’Europa Centrale e Orientale è divisa al suo interno da tradizionali inimicizie (Baltici e Russi, Armeni e Aseri, Croati, Albanesi e Serbi, Serbi e Bosgniacchi, Greci e Macedoni), che il crollo degl’imperi ha esasperato, e che essa dovrà superare radicalmente se vorrà  contare di più in Europa e nel mondo (vedi le difficoltà dei piani per i Balcani Occidentali appena accennati dal Presidente Jansa).

Il muro richiesto alla Commissione dai Paesi dell’Europa Centrale non sarebbe infatti rivolto tanto contro gl’immigrati extraeuropei, quanto contro l’Europa Orientale, giacché correrebbe significativamente lungo le frontiere della Russia, della Bielorussia e della Turchia, spostando semplicemente la Cortina di Ferro di 500-1000 chilometri più a Est.

Per evitare tutto questo, l’ Europa dovrà fornire ai cittadini  di tutti gli Stati europei gli elementi culturali comuni per la  resistenza contro il potere delle Macchine Intelligenti (quello che noi chiamiamo “10.000 anni di identità europea”).

Gli “ussari alati” polacchi di Jan Sobieski,
vinciotori della battaglia di Vienna

6.Sulla storia delle due (x?) Europe

L’Europa nasce dall’ incontro di quattro correnti di civiltà preistoriche:

-I cacciatori-raccoglitori preistorici, i cui discendenti troviamo ancora per esempio nel Caucaso e nei Paesi Baschi;

-La civiltà megalitica di Malta, dei Nuraghes, di Stonehenge e Skara Brae (i Tùatha de Danann delle leggende irlandesi);

-i coltivatori medio-orientali di Goebekli Tepe, Catal Hueyuek, Lepenski Vir, e i cui più puri discendenti si trovano ancora in Sardegna;

-i popoli dei Kurgan, discendenti dalla civiltà delle tombe “Yamnaya”, provenienti dai bacini del Volga e del Don, e i cui discendenti sono oggi la maggior parte dei popoli europei.

Tutti i popoli d’ Europa provenivano o dall’ Africa, o dall’ Oriente. L’agricultura giunse in Europa dall’ Anatolia (Goebekli Tepe, Catal Huyuek, Lepenski Vir); una coscienza europea era formata in Grecia e in Ionia (Troia, Cos, Tebe, Alicarnasso, Atene) ; l’apogeo dell’ Impero Romano si ebbe sotto gl’Imperatori Illirici aventi il loro centro nel palazzo di Diocleziano, su cui è sorta la Città di Spalato; tutte le religioni europee vengono da Est (politeismo, ebraismo, cristianesimo, islam).Cirillo e Metodio svolsero un’incredibile opera di unificazione culturale fra Grecia e Moravia, Macedonia e Russia; per circa 1000 anni l’ Impero Romano fu quello d’Oriente; la “Terza Roma” furono prima Veliko Tarnovo, poi Mosca;  il maggior Stato d’ Europa fu, nel ‘500, l’ Impero Ottomano; nel ‘600, la Polonia; nel ‘700, la Russia.

Dopo la vittoria su Napoleone, Alessandro I di Russia si era proclamato “Imperatore degli Europei”, e la cultura europea si sviluppò nell’ 800-900 soprattutto fra la  Germania centrale (Weimar, Jena, Berlino), la Moscovia (San Pietroburgo e Mosca) e l’Austrio-Ungheria (Vienna, Praga);il primo (e insuperato) progetto di federazione europea fu elaborato alla Hofburg di Vienna dal conte boemo Richard Coudenhove-Kalergi; la IIa Guerra Mondiale fu combattuta essenzialmente fra Unione Sovietica e Germania per il controllo sulle Repubbliche secessioniste (Baltico, Bielorussia, Ucraina, Caucaso); il rilancio dell’ Europa Politica si ebbe solo dopo la caduta del Muro di Berlino ad opera di Giovanni Paolo II, di Gorbačëv e di Walesa.

Come si vede, contrariamente alla “grande narrazione” occidentale, l’Europa Centrale e Orientale è stata coinvolta in tutte le fasi della storia dell’ Europa, quando non ne è stata l’ iniziatrice. Come si può dunque affermare che gli Europei del Centro e dell’Est (più numerosi di quelli occidentali, circa 450 milioni contro 350) siano “meno europei” di quelli dell’Ovest? Che cosa conferisce agli Europei dell’Ovest il diritto innato di giudicare quelli dell’Est e di decidere per loro?

L’Ermitage, l'”Arca Russa” della cultura europea

7.Un caso di ”arroganza romano-germanica”?

Negli anni ’20, il Principe Trubeckoj, cacciato come molti altri aristocratici russi e rifugiatosi prima in Manciuria, poi a Sofia e a Praga, nella sua opera “Europa e Umanità” aveva stigmatizzato quest’arroganza, che faceva sì che gli Europei Occidentali e gli Americani concepissero, non solo i popoli extra-europei, ma anche quelli dell’ Europa Centrale e Orientale, come “inferiori” (sulla scia di autori come Possevino, Heberstadt e de Coustine). Teoria che sarà  poi alla base del Mein Kampf, dove Hitler  descrive come centrale nel suo programma il progetto di annettere le Repubbliche sovietiche, la cui popolazione avrebbe dovuto essere ridotta in schiavitù (anche in base alla tradizionale forte presenza ebraica nel Caucaso, in Polonia e nella Zona di Insediamento zarista), mentre la Moscovia avrebbe dovuto essere decimata per fame. Il “Kommissarbefehl” (e l’Olocausto) miravano appunto a decapitare le classi dirigenti dell’Est, in modo da agevolarne la sostituzione etnica a vantaggio dei Tedeschi e degli Slavi “arianizzati”(il “Drang nach Osten”).

In un momento in cui i popoli ex-coloniali attaccano violentemente la visione storica e geo-politica dell’ “Occidente”, ci mancherebbe ancora che l’ Unione Europea si facesse portatrice di una forma tristemente nota di razzismo intra-europeo, a cui Morawiecki ha fatto un accenno ricordando la lotta della Polonia contro il Terzo Reich. E, in un momento in cui l’Unione Europea, alla Conferenza di Lubiana, ha dimostrato un rinnovato interesse per l’allargamento dell’ Unione nei Balcani Occidentali, una simile arroganza nei confronti dell’ Est sarebbe fatale, perché non soltanto minerebbe la possibilità di un allargamento, ma potrebbe addirittura provocare, dopo la Brexit, un ulteriore effetto domino (Polexit?), riducendo  a “0” la rappresentatività dell’ Unione nell’insieme del nostro Continente, già gravemente diminuita dopo Brexit, a 450 milioni, mentre la popolazione totale dell’ Europa è di circa 800 milioni. Con la Polexit, il numero di abitanti dell’ Unione scenderebbe a meno della metà dell’Europa, e vi sarebbe anche il rischio che la Polonia venisse seguita da altri Paesi, diminuendo ancora il numero dei cittadini europei.

Secondo Fabbrini e Bastasin (come per tanti altri) questo sarebbe un fatto positivo, perché, come si diceva una volta, “bisognerebbe privilegiare l’approfondimento piuttosto che l’allargamento”. Molti hanno temuto da sempre che l’allargamento “diluisse” il peso dell’Europa Occidentale, trasformando l’ Unione Europea in qualcosa di diverso. Ma siamo sicuri che questo sarebbe un male? L’Europa attuale è, come diceva Brzezinski, un protettorato americano, come il Tibet, il Xinkiang, la Mongolia, il Ninxia, Hong Kong e Macao per la Cina. L’Europa serve solo per fare massa, per poter presentare gli Stati Uniti come uno “Stato Civiltà”: l’Occidente. Nell’ attuale configurazione, essa è un peso morto: non ha una sua sostanza ideale autonoma; non ha una voce in capitolo nelle grandi decisioni di guerra e pace; non ha proprie tecnologie…Uno spostamento ad Oriente del baricentro europeo avrebbe invece l’effetto di ri-vitalizzare questo corpo morto con l’iniezione di nuova linfa, come ipotizzavano già i Gesuiti, Nietzsche, Dostojevskij, Pannwitz, Blok, Saint-Exupéry, Simone Weil, Gumilëv, Béjart, Garaudy…

I popoli dell’Europa Centrale e Orientale, protagonisti delle insurrezioni di Berlino, di Poznan’ e di Budapest, della Primavera di Praga e della Perestrojka, si considerano gl’iniziatori della riunificazione del Continente, e non accettano di essere considerati “Europei di Serie B”. Che la loro presenza sia motivata solo dall’attrazione dei fondi europei è discutibile, visto che, dal punto di vista economico, sarebbe per loro perfino più rimunerativo fare affidamento sugl’ investimenti cinesi e medio-orientali (che già ci sono e vengono usati per le infrastrutture, come il Ponte di Peljeśac, appena terminato). Nel suo intervento al Parlamento Europeo, Morawiecki ha rivendicato l’eredità storica di Solidarność.

Che ci fosse, in quei Paesi, una biodiversità culturale e politica ben superiore a quella dell’Europa Occidentale (che va da Radio Maria all’AKP, dal Partito Comunista russo alla destra ucraina, dall’ UÇK  a Russia Unita) era noto fin dall’ inizio – anzi, era la molla principale della resistenza al sistema sovietico, e il “marchio di fabbrica” di Solidarnosc-. Non possiamo ora, a posteriori, mettere praticamente fuori legge le correnti centrali dei movimenti di resistenza antisovietica, quelle che hanno creato l’Europa di oggi, perché, come ha detto Morawiecki, la forza dell’ Europa è consistita sempre nel suo pluralismo. D’altro canto, un certo grado di centralismo, per quanto non tradizionale in Europa, è inevitabile nel mondo del controllo totale e della guerra totale automatizzata, che non possono essere tenute a bada da Governi decentrati, e non ha nulla a che fare con gl’”Imperi Orientali” , citati da Morawiecki, ché anzi, quegl’imperi erano ancor più decentrati di quelli europei (pensiamo a quello persiano, al Califfato o all’ Impero Mughal).

Comunque sia, nell’ambito della radicale “Perestrojka” che si richiede ora nell’Unione Europea, crediamo ci voglia un ulteriore passo in avanti, riconoscendo che l’”Identità Europea” non comprende solo le poleis greche, il Cristianesimo Occidentale, il messianesimo puritano e le rivoluzioni atlantiche, come vorrebbe l’attuale versione del Trattato di Lisbona, ma anche le tradizioni neolitiche e calcolitiche,  quelle imperiali -romana, ortodossa e ottomana-,  quelle di tutte le religioni occidentali, il costituzionalismo della Rzeczpospolita polacco-lituano-rutena e il romanticismo slavo, sarmatista ed eurasiatico.

Soprattutto, la “grande Narrazione che va da Roma, Atene e Gerusalemme all’ Impero Occidentale, all’Umanesimo, alla Riforma, alle Rivoluzioni Atlantiche alla leadership americana (from Plato to NATO) va sostituita da una visione altamente dialettica  fra pluralismo e messianesimo, Est e Ovest, Cristianesimo e Islam, realismo e integralismo…:la “Dialettica dell’ Illuminismo”.

La statua della Vittoria sul Mamayev Kurgan a Volgograd, sul luogo della
Battaglia di Stalingrado e non lontano dalle tombe dei primi Indoeuropei

8. Le nostre idee sulla riforma dei Trattati

Quanto accennato di passaggio nei paragrafi precedenti dimostra quanto sia urgente riformare i trattati europei in un’ottica comparatistica, che tenga presente quanto il federalismo sia di fatto ormai radicato negli svariati rapporti istituzionali di cui l’Europa è parte. Che altro sono infatti le Nazioni Unite, le loro Agenzie Specializzate, la NATO, le Macro- ed Euroregioni, i Laender e le città metropolitane, se non i soggetti di un federalismo mondiale, europeo e interno? Si tratta solo di riconfigurare questo federalismo per rendere l’Europa più forte e più “resiliente”, all’interno,  alle grandi sfide della Post-Modernità.

Riassumendo, questo complessissimo sistema, concepito dopo la fine della IIa Guerra Mondiale, non funziona più perchè:

-la leadership dell’ Anglosfera (compreso il nome “Nazioni Unite” tratto da Byron, e la sede a New York), su cui la UE ha fatto e fa un assurdo affidamento, è superata dal “Pivot to Asia” del centro del mondo, certificato dalla stessa America;

-l’Alleanza Atlantica nega platealmente il proprio carattere difensivo quando mira a sospingere anche gli Europei verso avventure asiatiche;

-la pretesa dell’Unione di essere il “Trendsetter del Dibattito Mondiale” in campo tecnologico è smentita, in questo momento, nei confronti degli USA, dal Transatlantic Technology Council dall’Endless Frontier Act e dagli altri provvedimenti che rifondano giuridicamente la guida tecnologica dell’ America sull’ Europa, e, nei confronti della Cina, dalla campagna di Ji Xinping per “uno Stato di Diritto con Caratteristiche Cinesi”, comprensivo di una legislazione digitale che incorpora e supera i progetti, mai approvati né implementati, dell’Unione Europea, sull’infosfera.

Premesso che la proposta di Diàlexis circa la riforma dei Trattati alla luce di tutte queste evoluzioni dovrà scaturire da uno sforzo collettivo già avviato da tempo con i “Cantieri d’Europa”, e da proseguirsi con “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”, crediamo di poter anticipare nell’ Allegato I, seppure con molte riserve, alcuni temi sulla falsariga delle considerazioni sviluppate in precedenza.

Proporremo subito dopo, anche in base alle Vostre reazioni, un programma di lavori con l’obiettivo di essere pronti per il prossimo Salone del Libro di Torino (Maggio 2022).

Spero che dall’ Allegato I risulti evidente almeno l’ampiezza delle riforme a nostro avviso necessarie.

Leipzig, um den 17. Juni 1953

ALLEGATO I

SCHEMA DELLE RIFORME DEI TRATTATI EUROPEI DA  DISCUTERSI NEL PROGETTO “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”

L’Unità attacca la Rivoluzione Ungherese

a.PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’

Ciascun’ attività legislativa, amministrativa o giudiziaria, dev’essere svolta al livello a cui essa può essere svolta meglio (e non spostata necessariamente verso il  basso). Onde evitare conflitti, le competenze devono essere quanto più possibile esclusive (I conflitti attuali vertono essenzialmente su competenze concorrenti). Nell’ambito delle proprie competenze, ogni livello gerarchico obbedisce ai propri principi costituzionali e all’identità dei popoli che rappresenta e governa. Gli articoli in materia dei Trattati di Lisbona vanno ripresi e chiariti per evitare conflitti esplosivi.

La Primavera di Praga

b.FEDERALISMO MULTI-LIVELLO

L’ Europa deve ripensare all’ insieme delle attribuzioni di competenza: “verso l’alto”, con la riforma delle Nazioni Unite e nuovi accordi internazionali sul web; “lateralmente”, verso la NATO, dove non è più ammissibile la subordinazione agli Stati Uniti, e dove l’alleanza va allargata a Est se si vogliono  veramente eliminare i conflitti nel Continente; “verso il basso”, realizzando finalmente le “strategie macroregionali”, e distribuendo le competenze “nazionali” fra Macro-Regioni, Stati, Regioni e Città.

Tutto ciò dovrà tradursi in una ragnatela di nuovi patti fondativi, con al centro la (con-)federazione, dotata di un suo patto fondativo che sia più di un semplice trattato, e con un potere decisionale, nelle materie strategiche (difesa, economia, tecnologie), molto forte, eventualmente fondendo delle cariche oggi separate, istituzionalizzando e rendendo permanente il Consiglio dei Presidenti, e prevedendo elezioni dirette.

Papa Wojtyla a Budapest

c.IDENTITA’

L’Identità Europea si è sviluppata nel corso dei millenni dall’ incontro fra i popoli neolitici e calcolitici, le civiltà mediterranee, le religioni occidentali, le tradizioni imperiali, le storie nazionali e locali, le filosofie, le letterature e le arti occidentali, le scienze e le tecnologie, le rappresentanze dei ceti sociali.

Essa si differenzia tanto da quelle del Sud e dell’Oriente del mondo, quanto da quella americana, che si è volontariamente distaccata dall’ identità europea con la Guerra d’Indipendenza e con la Dichiarazione d’Indipendenza.

L’Europa tutela tutte le sue identità all’adeguato livello culturale e giuridico, senza imporne nessuna, e promuove il dialogo culturale con le grandi tradizioni culturali mondiali.

d.SOVRANITA’

La (con-)federazione europea è un soggetto di diritto internazionale di livello continentale, indipendente e sovrano. La sovranità della (con-)federazione Europea si articola in sovranità culturale, politica, tecnologica, economica e militare. All’ interno della sovranità europea si situano le autonomie delle Macro- ed Euroregioni, delle Nazioni Europee, delle Regioni e delle Città. L’Unione può partecipare ad alleanze internazionali non aggressive solo su una base di parità.

Lech Walesa arringa gli operai
dei Cantieri di Danzica

e.STATO DI DIRITTO

Principio-base della (con-)federazione sono la certezza del diritto e la competenza dei legislatori. Il Parlamento Europeo adotta le leggi sentiti gli esperti del ramo interessato. I Governi europeo, macro-regionali, nazionali, regionali e locali garantiscono l’attuazione delle leggi, e i tribunali ne sanzionano l’inesatta applicazione e irrogano le eventuali sanzioni. La Corte  di Giustizia controlla il rispetto del diritto europeo e dell’attribuzione di competenze ai vari livelli.

I Comitati Economico-Sociali dovrebbero essere il luogo della democrazia partecipativa

f.DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

Le debolezze della democrazia rappresentativa possono essere curate con il rafforzamento della (già esistente) democrazia partecipativa, rappresentata dalla rete dei Comitati Economici e Sociali.

Questi debbono essere attualizzati, tenendo conto, in particolare:

-della crisi delle rappresentanze imprenditoriali, operaie e impiegatizi, derivante dalla crescita dei servizi;

-dalla necessità di promuovere la partecipazione dei lavoratori, l’auto-imprenditoria e la cultura indipendente.

Profughi afghani ammassati in
un aereo militare

g.POLITICA ESTERA

La Politica Estera dell’Europa è volta alla difesa della sua indipendenza e sovranità e alla lotta contro il potere digitale mondiale. Essa non pretende d’imporre alcun modello fuori dell’ Europa.Essa comprende la diplomazia e la diplomazia culturale.

L’esercito europeo dovrà essere innanzitutto un esercito digitale

h.ESERCITO EUROPEO

L’Esercito Europeo è gestito in base al principio di sussidiarietà, con una compresenza di forze dell’Unione, euro-regionali, nazionali, regionali e cittadine, ciascuna con compiti specifici. Il coordinamento delle forze armate dell’Unione è compito del Alto Rappresentante, e in tempo di guerra dal Presidente Europeo, coadiuvato dal Consiglio dei Presidenti.

La partecipazione degli Europei ad alleanze militari può avere luogo solo in base al principio di parità fra gli alleati.

L’Esercito Europeo, insieme alle forze armate delle Macro-regioni, degli Stati Nazionali, delle Regioni e delle Città, costituisce una forza armata unitaria.

Essa ha esclusivamente carattere difensivo, ed è fondata su una gamma flessibile di missioni, che vanno dall’equilibrio nucleare all’ intelligence, al mantenimento dell’ordine, alla cyberguerra, agli interventi umanitari, alla guerra tecnologica, alla difesa territoriale, alla guerra di popolo.

L’Esercito Europeo garantisce la continua preparazione bellica, per ciò che concerne la cultura strategica, l’addestramento della popolazione, la ricerca tecnologica e organizzativa, i servizi segreti, le armi tecnologiche, i reparti di pronto intervento, i corpi specializzati, la riserva, la milizia popolare, le forze di polizia, la protezione civile, con il minimo dispendio di risorse e in base al principio della modularità.

In considerazione del carattere di lungo periodo della preparazione bellica, e dell’alto livello di esposizione dell’Europa alle tensioni geopolitiche, l’Esercito Europeo deve avere una strategia “a tous les azimuts”, senza limitare la valutazione delle minacce a ipotesi prestabilite.

La Force de Frappe francese va posta sotto controllo europeo, grazie alle forme automatizzate di gestione bellica. I costi dell’arsenale nucleare francese (compresi gli ammortamenti) vanno ripartiti, riducendo proporzionalmente le spese per la NATO e per le basi americane.

IL VEGA, lanciatore italiano dell’ Arianespace europea

i.POLITICA ECONOMICA

La politica economica dell’Unione Europea è fondata sul Principio di Sussidiarietà:

(i)L’Unione legifera in materia di scelte di sistema, di programmazione economica, di campioni europei, di antitrust, di fiscalità internazionale, di selezione e formazione del top management e di finanziamento delle attività economiche;

(ii)Le Macro-regioni legiferano in materia di legislazione economica, di gruppi d’imprese, d’ imprese pubbliche, di budget, di fiscalità, di alta cultura;

(iii)Gli Stati Nazionali legiferano in materia di piani industriali, di società partecipate, di agevolazioni fiscali, di normative di settore, di programmazione territoriale, di pubblica istruzione, di formazione permanente;

(iv)Le Regioni legiferano in materia d’ imprese, di urbanistica, di trasporti e di servizi alla famiglia;

(v)Le Città legiferano in materia di zone industriali, imprese di servizi, edilizia;

(vi)E’ istituita presso la Presidenza Europea un’Agenzia Europea per la Politica Economica, con il compito di fissare parametri a lungo termine per lo sviluppo dell’economia europea, che vengono specificati e controllati dai ministeri Economici europei, Macro-Regionali, Nazionali, Regionali e locali.

(vii)Nelle aree in cui il mercato non è presente o è troppo debole, l’Agenzia crea Campioni Europei, con capitali della (con-)federazione, delle Macro-Regioni, degli Stati Nazionali, delle Regioni e delle Città. Ferma restando la responsabilità dei Campioni Europei per la realizzazione della politica economica della (con-)federazione , si farà in modo da garantire la partecipazione ai Campioni Europei dei capitali privati europei.

GAIA-X, il cloud europeo

g.NUOVE TECNOLOGIE

Il cuore delle politiche europee è costituito dalla realizzazione di una transizione umanistica digitale e ambientale.

Per questo, la promozione delle nuove tecnologie, con particolare riferimento ai prossimi 15 anni, è considerata il compito prioritario dell’Europa da attuarsi con  una legislazione speciale  sulla falsariga della proposta di legge, attualmente in discussione dinanzi al Parlamento USA, chiamata “Endless Fronteer Act”, destinata a gestire in modo unitario le attività di Enti pubblici, centri di ricerca e imprese, nella ricerca scientifica, tecnologica e produttiva del Paese per rispondere alla sfida cinese.

Nel caso dell’Europa, si tratta di superare l’arretratezza tecnologica (e, in particolare, digitale) europea, attraverso uno sforzo coordinato sotto l’egida di un’Agenzia Tecnologica Europea, simile alla Direzione per la Tecnologia e l’ Innovazione della Fondazione Scientifica Americana, la cui creazione e il cui funzionamento sono previsti nel succitato progetto di legge (confronta il nostro libro “European Technology Agency”).

Le etnie europee

h.TERRITORI FEDERALI

Nonostante tutti gli sforzi fatti soprattutto dalla fine del Settecento per creare nazioni borghesi “etnicamente” compatte (Francia, Grecia, Italia, Germania, Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria, Albania, Jugoslavia…), l’Europa è talmente differenziata al suo interno che una gran parte dei territori (p.es.nord-ovest della Spagna, Aragona, Francia Nord Orientale, Benelux, Bosnia, Macedonia, Paesi Baltici, Caucaso…) è irrimediabilmente plurietnica. Invece di discuterev eternamente di contuinui aggiustamenti per ripartire i ruoli delle varie comunità, non sarebbe più semplice introdurre dei “territori federali europei” come a suo tempo Alsazia-Lorena e Bosnia Erzegovina, e oggi District of Columbia, Puerto Rico, Guam, Northwestern Territories…?

OGGI GIORNATA CONCLUSIVA CANTIERI D’EUROPA. Informazioni aggiuntive

1.Credenziali aggiuntive per collegamento con Roma(ore 14,30); Domande

Chi lo desidera (o in caso di problemi di collegamento) può collegarsi direttamente conm la riunione a Roma dei Movimenti Europei

https://us02web.zoom.us/j/82350685771?pwd=c3UyNWNEVjFQSlJibkwwMVpadkFNdz09

Chi desidera fare domande alla fine del collegamento (ore 14,30) ce lo comunichi con anticipo attraverso la chat o al numero 3357761536

Ad ogni buon conto, Vi ricordiamo le credenziali dirette con noi:

https://zoom.us/j/91957152382?pwd=VzIxNDFQYWxQKzg1aGNyVkRUUnhYZz09

Il programma aggiornato è il seguente:

“Sharing European Union, for a future-challenges-proof restart”
Meeting of the National Councils of the European Movement International in Italy, Portugal,
Spain, France, Malta, Greece, Cyprus and Croatia on the future of Europe
Rome, 18-19 October 2021
Venue: Hotel Pace Helvezia
Via IV Novembre, 104
Working Language: English and French with no translation
Monday, 18 October 2021

 Pier Virgilio Dastoli, President of EM-IT
 Eva Maydell (Paunova), President of IEM and MEP (video)
 Carlo Corazza, Head of Office European Parliament in Italy
 Antonio Parenti, Head of European Commission Representation in Italy
 Benedetto Della Vedova, Secretary of State Ministry of Foreign Affairs
and International Cooperation

THE CONFERENCE ON THE FUTURE OF EUROPE
Moderator: Nicoletta Parisi, EM-IT
 Introductions by Yves Bertoncini, President EM-FR and Francisco
Aldecoa Luzárraga, President EM-ES (members of the Conference)
 Fabio Massimo Castaldo, Vice-President European Parliament (video)
 Ferdinando Nelli Feroci, President of the Italian scientific Committee on
the Conference and of IAI
 Nicola Verola, Deputy Director General/Principal Director for European
Integration Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation
 Brando Benifei, MEP and Vice-President IEM
 Luca Visentini, Secretary General ETUC – European Trade Union
Confederation
 Filipe Marques, President MEDEL – Magistrats Européens pour la
Democratie et les Libertés
 Sandro Gozi, MEP and President UEF (TBC)
Debate in connection with the Salone del Libro of Turin

Il monopolio dei GAFAM: Un denomeno unico
nella storia delle economie di mercato

2.Precisazioni sull’ incontro con “La Società” (ore 17)

All’ incontro parteciperà anche il direttore, Dott. Claudio Gentili.

Il programma risulta così modificato:

PRESENTAZIONE DELLA RIVISTA “LA SOCIETÀ” DELLA FONDAZIONE TONIOLO NUMERO UNICO SULLA DIGITALIZZAZIONE

Lunedì 18 ottobre,Ore 17:00-19:00

Biblioteca Natalia Ginzburg,Via Lombroso 16,

Sala Molinari

https://zoom.us/j/96685550666?pwd=SEltVlJyUmppNlhCN0VmTzhnK3hRUT09

Ne discutono:

Marcello Croce

Ferrante Debenedictis

Claudio Gentili

Markus Krienke

Riccardo Lala

Roberto Saracco

Modera Marco Margrita

La rivista “La Società” ha dedicato molto opportunamente un numero unico agli aspetti culturali della digitalizzazione, che spaziano dalla filosofia, alla teologia, alla politica, al diritto. Quest’opera copre un’ampia gamma di temi, con l’obiettivo di fare opera di informazione e di sintesi interdisciplinare, quanto più possibile obiettiva, cercando di mantenere le debite distanze dagli estremi del tecno-ottimismo e del catastrofismo apocalittico.

Questo incontra punta a rendere conto dei molteplici aspetti del

SALONE DEL LIBRO: I NOSTRI APPUNTAMENTI DI DOMANI

Il Salone del LIbro di Torino volge oramai al termine.

Abbiamo tenuto tre manifestazioni, la prima introduittiva, e le due successive dedicate, rispettivamente, alla transizione digitale in Europa e alle piccole e medie imprese.

Domani, abbiamo le ultime due manifestazioni:

a)il collegamento in diretta con la riunione a Roma dei responsabili dei movimenti europei dell’ Europa Meridionale;

b)l’incontro, in diretta e in digitale, presso la Biblioteca Ginzburg di Torino, con la rivista “La Società” della Fondazione Toniolo, dedicata alla digitalizzazione.

1.Collegamento con la riunione dei responsabili del Movimento Europeo dell’ Europa Meridionale su Conferenza sul Futuro dell’ Europa

https://zoom.us/j/91957152382?pwd=VzIxNDFQYWxQKzg1aGNyVkRUUnhYZz09

“Sharing European Union, for a future-challenges-proof restart”

Meeting of the National Councils of the European Movement International in Italy, Portugal, Spain, France, Malta, Greece, Cyprus and Croatia on the future of Europe

Rome, 18-19 October 2021

Venue: Hotel Pace Helvezia

Via IV Novembre, 104 / +39 06 679 5105

Working Language: English and French with no translation

Monday, 18 October 2021

  Opening 14:30-15:00  Pier Virgilio Dastoli, President of EM-ITEva Maydell (Paunova), President of IEM and MEP (video)Antonio Parenti, Head of European Commission Representation in ItalyCarlo Corazza, Head of Office European Parliament in ItalyBenedetto Della Vedova, Secretary of State
  15:00-17:00 (First Session)  THE CONFERENCE ON THE FUTURE OF EUROPE   Moderator: Nicoletta Parisi, EM-IT Introductions by Yves Bertoncini, President EM-FR and Francisco Aldecoa Luzárraga, President EM-ES (members of the Conference)Vincenzo Amendola, Secretary of State (TBC)Ferdinando Nelli Feroci, President of the Italian scientific Committee on the Conference and of IAILara Lanzarini, Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation (TBC)Brando Benifei, MEP and Vice- President IEMLuca Visentini, Secretary General ETUC – European Trade Union ConfederationLia Quartapelle, Chamber of Deputies (TBC)

ORE 16,45: DIBATTITO

2.PRESENTAZIONE DELLA RIVISTA “LA SOCIETÀ” DELLA FONDAZIONE TONIOLO NUMERO UNICO SULLA DIGITALIZZAZIONE

Sala Molinari

https://zoom.us/j/96685550666?pwd=SEltVlJyUmppNlhCN0VmTzhnK3hRUT09

In collaborazione con la rivista “La Società”, della Fondazione Toniolo

Presentazione del numero speciale di “La Società” dedicato alla digitalizzazione.

Ne discutono:

Marcello Croce

Ferrante Debenedictis

Markus Krienke

Riccardo Lala

Roberto Saracco

Modera Marco Margrita

La rivista “La Società” ha dedicato molto opportunamente un numero unico agli aspetti culturali della digitalizzazione, che spaziano dalla filosofia, alla teologia, alla politica, al diritto. Quest’opera copre un’ampia gamma di temi, con l’obiettivo di fare opera di informazione e di sintesi interdisciplinare, quanto più possibile obiettiva, cercando di mantenere le debite distanze dagli estremi del tecno-ottimismo e del catastrofismo apocalittico.

Questo incontra punta a rendere conto dei molteplici aspetti del tema, provocando anche a una riflessione su temi collegati, come per esempio l’incidenza che la digitalizzazione può avere su aspetti tradizionali dell’organizzazione del lavoro, quali la concertazione, la partecipazione, la tutela dei diritti, la diffusione della proprietà, le piccole e medie imprese…