Tutti gli articoli di Riccardo Lala

”UNBUNDLING” DEL GRUPPO CINESE ANT: VERSO LA CONTENDIBILITA’ DEL MERCATO DIGITALE GLOBALE?

La notizia che la capitalizzazione di borsa dei GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft)  ha raggiunto 9.396 miliardi di dollari rende bene l’idea di come il loro potere nel mondo sia così forte come mai fino ad ora.

E,  contemporaneamente,il Governo cinese, con una mossa inaspettata, l’ “unbundling” di ANT, ha indicato la strada per sventare questo monopolio mondiale.

Secondo l’Enciclopedia Treccani, l’”unbundling” è la “ Separazione tra le varie componenti della filiera produttiva di un’impresa verticalmente integrata finalizzata a introdurre una maggiore competitività nel mercato di riferimento. L’u. promuove l’apertura del mercato nei segmenti potenzialmente concorrenziali (produzione, approvvigionamento e vendita), separandoli dalle attività strutturalmente monopolistiche e favorendo l’accesso reale e non discriminatorio dei terzi ai servizi offerti dai proprietari delle infrastrutture (Third Party Access, TPA). Le attività caratterizzate da monopolio naturale sono tipicamente quelle legate alle infrastrutture essenziali non duplicabili (essential facilities), in quanto gravate da elevati costi fissi e costi non recuperabili (➔ sunk cost).”

Il satellite quantico Micius, progettato in Austria
e realizzato in Cina

1. Che cos’è il Complesso Informatico-Militare?

Il pericolo, da molti paventato, di una vera e propria dittatura mondiale dei GAFAM (Google, Apple,Facebook,Amazon, Microsoft), teorizzata da Eric Schmidt (amministratore delegato di Google), è tutt’ora più che mai incombente, sì che risultano particolarmente gravi le pretestuose tergiversazioni giuridiche delle autorità americane ed europee volte a dilazionare sine die le misure contro i GAFAM, annunziate da qualche decennio e mai attuate (se non sulla carta).

L’epoca storica che si apre in questi anni è stata definita, dal suo demiurgo Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google e animatore del movimento post-umanista, come l’”Era delle Macchine Spirituali”, quella in cui le macchine sono in grado, non solo di pensare, bensì perfino di creare. Lo sbocco di tale era sarebbe, secondo lui, la Singularity, vale a dire in pratica, la ricostituzione, tramite il digitale, dell’unità originaria dell’ Essere (l’Uno di Plotino, il Tikkun ha-’Olam della Kabbalah, la Biomeccanica  del Cosmismo di Lunacarskij, Bogdanov, Platonov e Gustev):”’Singolarità’ si riferisce all’ idea che, attraverso  la condivisione diretta dei miei pensieri e delle mie esperienze con gli altri (una macchina che legge i miei processi mentali può anche trasporli in un’altra mente), nasce una sfera di esperienza mentale, condivisa a livello globale, che funzionerà come una nuova forma di divinità: i miei pensieri saranno direttamente immersi in un Pensiero globale dell’ universo stesso”(Slavoj Zizek, Hegel e il cervello postumano).

In effetti, i nostri anni sono caratterizzati in tutti i loro aspetti (ontologico, filosofico, religioso, storico, geopolitico, culturale, sociale, antropologico, economico, tecnico) dall’ onnipervasività del digitale, che rientra in una deriva assolutistica della nostra cultura, legata alla tradizione dell’ apocalittica immanentistica, che percorre le eresie medievali, le filosofie hegeliane e  la religione positivistica della scienza e del progresso. Sul piano ontologico, abbiamo la fusione dell’ uomo con la rete attraverso l’ identità digitale, la bioingegneria e i social network. Su quello filosofico, notiamo il prevalere  di teorie transumaniste e postumaniste. Su quello religioso,  la confusione del linguaggio teologico con quello informatico.  Nella ricerca storica, assumono un peso sempre più determinante la genetica storica e le simulazioni digitali. La geopolitica è dominata dai diversi sistemi di  cyberguerra, e la cultura dai social, dagli e.book, dagli eventi online. La società è incardinata sull’ economia digitale, mentre, con l’ Internet delle Cose, la rete collega l’intero universo materiale, senza più l’intervento dell’ uomo.

Il potere di chi controlla questi complessi meccanismi non può che accrescersi. Infatti, l’informatica finisce per divenire lo snodo principale della cultura, della politica e dell’ economia, con le imprese digitali che fungono da “gatekeepers”. Le nuove tecnologie vengono sviluppate insieme alle forze armate, con cui si stabilisce una forma di simbiosi, e vengono applicate prima dall’industria della difesa, poi in quella civile. I detentori delle tecnologie informatiche divengono così i partners necessari di Governi e imprese commerciali. Grazie a questa simbiosi, essi sviluppano servizi in rete che poi vendono direttamente al pubblico, creando dipendenze e canali di comunicazione alternativi.  Con ciò, essi condizionano politica, finanza e intelligence. I flussi  di cassa legati alle commesse pubbliche, ai beni strumentali e di consumo e alla pubblicità permettono di controllare interi settori economici e sociali, come per esempio la finanza, il commercio, l’editoria, le elezioni…, in un regime di vero e proprio monopolio (Morozov, Zuboff). I molti che si erano spesi così tanto contro i monopoli della RAI e dell’ ENEL se ne stanno ben zitti, e giungono perfino ad esaltare i monopoli dei GAFAM come una “vittoria del mercato”.

Organizzazioni sociali con un siffatto potere non si erano mai viste nella storia, sicché le disposizioni esistenti circa il monopolio statale della forza, il pluralismo delle idee, la tutela della concorrenza e la fiscalità, nate circa un secolo fa ed esaltate come il baluardo delle libertà democratiche, risultano ormai di fatto inapplicabili. Il “mainstream” occidentale appare percorso da una “hidden agenda” che, mentre pubblizza la libertà e la pace, in realtà persegue l’omologazione e l’imposizione.

Le informazioni disponibili attraverso la rete sono più preziose per la difesa nazionale di quelle dei servizi segreti; esse possono essere raccolte aggirando le normative sulla privacy; le informazioni così diffuse dalla rete hanno un impatto, sulla psicologia delle masse, sulle elezioni e sulle strategie d’impresa, ben superiore a quello di stampa, televisione e marketing. Ciascuno dei GAFAM controlla integralmente, senza concorrenza, il proprio  segmento dell’economia (chi la rete fisica, chi il web,chi il cloud, software, chi i big data, chi l’ e.commerce, chi i social networks..), e li usa per espandersi in settori paralleli (veicolistica, trasporti, bioingegneria, spazio…). L’informatica permette di gestire scenari di guerre nucleari di sterminio della durata di pochi minuti, sostituendo così Parlamenti, servizi segreti, Capi di Stato, Stati Maggiori a proposito del potere estremo della politica.

Di fronte a queste modalità operative inaudite divengono inefficaci le disposizioni costituzionali sullo stato di guerra, sull’ inviolabilità della corrispondenza, sul controllo sulla stampa, sull’ antitrust, sull’equità fiscale…, ma ancor più le tradizionali libertà costituzionali: di pensiero, di espressione, di partecipazione politica, d’intrapresa. Questo è il motivo di fondo per cui tutti gli Stati si sono già trasformati in “democrazie illiberali”, indipendentemente dalla loro storia e dall’ ideologia professata. Il dominio del Politically Correct e della Cancel Culture non sono altro che l’espressione sovrastrutturale della Società del Controllo Totale, in quanto lo stato di guerra nucleare potenziale indotto dallo “Hair Trigger Alert” e dal “Dead Hand” digitale impongono il controllo totale della società da parte dei servizi segreti. Alla fine del suo mandato, il Presidente Eisenhower aveva denunziato alla Nazione il pericolo costituito dal “Complesso Burocratico-Militare”, quell’ insieme di poteri economici, politici, militari, spionistici, ideologici e industriali rafforzatisi a dismisura durante la IIa Guerra Mondiale, e che avrebbero portato al maccartismo. Oggi siamo di fronte a una riedizione esponenziale di quel Complesso Burocratico-Militare, che ho battezzato “Complesso Informatico-Militare”,perché, nella forma promossa da Eric Schmidt, il collante non è più l’industria della difesa (la Lockheed), bensì quella digitale.

In effetti, l’aspirazione neppure tanto nascosta della tradizione immanentistica a cui si ispira l’attuale ”Occidente” (mazdeismo, manicheismo, averroismo latino, idealismo, marxismo, attualismo, bogograditel’svo), era sempre stata quella di fare delle persone degli organi dell’Intelletto Collettivo (cfr. Slavoj Zizek, supra).Gli sviluppi attesi prossimamente sono la trasformazione degl’individui in cyborg collegati in rete, la convivenza con ogni tipo di automi e di altri soggetti artificiali autonomi, la censura e manipolazione automatica delle comunicazioni, il passaggio dalle elezioni ai sondaggi online, il monopolio dei GAFAM sul trasporto spaziale..Seguiranno l’integrazione totale delle reti dei Paesi Occidentali, lo svincolo delle stesse dai controlli statali, l’uploading nel cloud delle identità umane. A quel punto, sarà finita non soltanto ogni forma politica costituzionale (sia essa liberale, democratica, socialista o totalitaria), bensì la stessa antropologia umana quale noi la conosciamo.

Tutto ciò è semplicemente l’antitesi di quanto la Presidente von der Leyen ha sintetizzato, nel Discorso sullo Stato dell’ Unione 2021, come l’”Anima dell’ Europa”:“Volevano libertà di parola e media indipendenti. Volevano porre fine alla delazione e allo spionaggio di Stato e combattere la corruzione. Volevano la libertà di essere diversi dalla maggioranza. In altre parole, come ha sottolineato l’ex presidente ceco Vaclav Havel, volevano tutti questi ‘straordinari valori europei’. Sono quei valori che hanno le loro radici nell’eredità culturale, religiosa e umanistica dell’Europa. Fanno parte della nostra anima, sono parte di ciò che siamo oggi. Questi valori sono sanciti nei nostri trattati europei. E ci siamo tutti impegnati a rispettarli nel momento in cui, come Stati liberi e sovrani, siamo entrati a far parte dell’Unione. Abbiamo deciso di difendere questi diritti e il nostro impegno”.In realtà, le Istituzioni, nonostante i loro buoni propositi, non stanno facendo nulla per arginare la Società del Controllo Totale, quando non ne agevolano lo sviluppo. Infatti, purtroppo,  le rendite di posizione dei GAFAM hanno  dato loro una tale forza, ch’essi s’impongono automaticamente alla politica, per esempio attraverso la diffusione capillare dell’ Ideologia Californiana”, l’isolamento dei contestatori come Bill Joy, il dirottamento dei fondi pubblici, come con il Progetto Brain, l’outsourcing di funzioni pubbliche come il funzionamento di istituzioni europee e di Ministeri, ma, soprattutto, una lobby martellante che impedisce l’adozione di qualunque normativa che possa limitare il loro arbitrio.

Tutto ciò senza che cessi la retorica pseudo-liberista, secondo cui l’assenza di regole sul web testimonierebbe della grande libertà di cui godrebbero i cittadini.

E’ in corso la competizione USA-Cina sulle tecnologie

2.Il movimento normativo a favore della privacy

Non che non sia esistito quasi fin dall’ inizio, e non esista ora, un ampio movimento normativo per la regolamentazione dell’informatica, né paralleli trends in favore del divieto dei monopoli, e della tassazione delle operazioni commerciali internazionali. Anzi, buona parte di queste normative sono nate proprio negli Stati Uniti, e gli altri Paesi “occidentali”, in primo luogo l’ Unione Europea, avevano dovuto adottarli nel secolo scorso anche per effetto di un generale processo di americanizzazione del mondo avviato con la “rieducazione” di Germania e Giappone.

La Corte Suprema degli Stati Uniti aveva derivato  il diritto alla privacy  dal 1°, 3°, 4° e 5° emendamento alla Costituzione, e il Giudice Brandeis aveva pubblicato già nel 1880, sul Law Review , l’articolo “Right to Privacy”, cercando to“consider whether the existing law affords a principle which can properly be invoked to protect the privacy of the individual.”Nel 1917, era stata adottato il “Ruling on Protection of Sealed Mail”, a tutela del segreto epistolare. Tuttavia, nel secondo decennio del ‘900, l’ FBI , nelle sue indagini sull’estremismo politico, sorvegliando e leggendo la corrispondenza delle persone sospette, ma, quando aveva richiesto ufficialmente di poterlo fare il Giudice Lamar aveva negato il proprio consenso.

Nel 1995, l’Unione Europea aveva adottato a sua volta la sua Direttiva sulla Protezione dei Dati, e, nel 2018, il Regolamento sulla Protezione Generale dei Dati, che assoggetta tutt’ora a molte limitazioni il trasferimento dei dati dei cittadini europei, vietando, in particolare, ch’ essi possano fare oggetto di ri-trasferimento non autorizzato, di accesso da parte delle Autorità o di trasferimento in Paesi che non permettano le stesse garanzie. Negli ultimi anni, alcuni Stati americani, l’Inghilterra,  il Brasile, l’ India e altri Stati hanno adottato norme simili a quelle europee, cosa che aveva fatto affermare ai vertici dell’Unione che tutto il mondo stava seguendo l’esempio dell’ Unione Europea (non più quello dell’ America), cosa che, come vedremo, è vera solo parzialmente.

I GAFAM hanno una posizione dominante a livello mondiale

3.Altre norme giuridiche applicabili ai giganti del web

Si suole affermare che ciò è illegale nel mondo reale dovrebbe essere illegale anche nel web.Di conseguenza, i giganti del web sarebbero  soggetti, come tutte le altre imprese, alle normative antitrust, fiscale, di sicurezza, sulle comunicazioni e sulla fede pubblica. Anche queste normative erano nate in molti casi negli Stati Uniti, e, poi, esportate in Europa. E’ il caso, in particolare, dell’ “antitrust”, introdotto negli Stati Uniti addirittura nel 1890 (Sherman Act), e attuato rigorosamente all’ inizio  del 1900 (casi Northern Securities Company, American Tobacco Company, Standard Oil AT&T).

In effetti, anche ora le autorità di tutti i Paesi hanno avviato azioni contro i GAFAM per la violazione dei principi di tutti questi corpi di diritto, ma la capacità di questi interventi repressivi di contenere  il potere dominante dei GAFAM è risultata irrisoria. Tutti i GAFAM sono stati accusati infatti, di volta in volta, dalla FTC americana, dalla Commissione Europea e dall’ Autorità Antitrust italiana, di abuso di potere dominante; una tassazione dei redditi delle società digitali è in discussione da decenni in tutto il mondo; i GAFAM sono stati accusati allo stesso tempo di  violare le norme di sicurezza americane e di agevolare lo spionaggio americano in Europa; si sta cercando di responsabilizzare i GAFAM per i contenuti  illegali veicolati dai social, come pure per la diffusione di notizie false e tendenziose (“fake news”).

In nessuno di questi campi si sono ottenuti risultati concreti, innanzitutto  perché fino ad ora si è tentato di estendere per analogia ai comportamenti dei GAFAM misure repressive nate per colpire altri tipi di abuso e aventi una  struttura differente, ma poi anche per l’eccezionale capacità di lobby dei GAFAM. Il comportamento concreto dell’ antitrust americano, della Commissione Europea, dei legislatori nazionali e dei vari garanti della privacy dimostra inequivocabilmente che tutte queste forme di repressione sono interpretate dalle Autorità stesse come meri specchietti per le allodole per l’opinione pubblica (Morozov), mentre in realtà si vuole mantenere ed accrescere il potere dominante dei GAFAM quale ultimo baluardo del potere occidentale in un momento di crisi della sua ideologia, della sua economia, della sua forza militare e della sua credibilità diplomatica.

IL Complesso Informatico-Militare è la sintesi di tutte le distopie

4.I GAFAM e l’ “America-Mondo” (cfr.Antonio Valladao, Il XXI secolo sarà americano)

Da quando, con la caduta del Muro di Berlino, gli Stati Uniti avevano avuto l’illusione di essere divenuti “la sola superpotenza”, vi era stata una progressiva identificazione la fra politica americana e i GAFAM, in  quanto, come teorizzato da Eric Schmidt, avrebbe dovuto sostituire la Lockheed quale guida dell’ America alla conquista del mondo. Infatti, alla Guerra Fredda si stava sostituendo la “globalizzazione”, nella quale, sotto il pretesto della liberalizzazione, si sarebbe dovuto estendere ovunque il “soft power” americano, che, dell’ informatica, avrebbe fatto il “passe-partout” per inserirsi, in modo apparentemente “asettico”, nei nodi vitali di tutte le società del mondo.  

Nasceva così l’idea (espressa senza mezzi termini, per esempio, da Casaleggio), di una democrazia diretta digitale come forma di eliminazione delle differenze (“uno vale uno”), e, quindi, di rafforzamento del potere occulto della “società dell’ 1%”. Vedendo dunque l’informatica come uno strumento essenziale della politica estera degli USA, le autorità americane avevano cominciato a ignorare sistematicamente tutti i principi costituzionali o di legge (di libertà, antitrust, tassazione) tradizionali della cultura americana, ma oramai capaci d’indebolire la loro presa imperiale sul mondo,  sviluppando anzi, sotto il pretesto della lotta al terrorismo, tutta una serie di attività, legislative e tecniche, in stridente contrasto con i succitati valori, volte a realizzare il controllo totale di tutte le comunicazioni a livello mondiale, cominciando dal Patriot Act e dal CLOUD Act per passare all’hackeraggio di tutte le reti mondiali e all’ ascolto di tutte le conversazioni degli organi governativi stranieri e delle Istituzioni europee, come documentato fino nei minimi dettagli da Assange e da Snowden.

Tutto questo in cooperazione totale con gli altri Paesi anglofoni, e con una cooperazione asimmetrica e riluttante con gli Stati Europei, che ancora continua ed è la ragione vera della mancanza di politiche europee credibili di sovranità, e, in particolare, di sovranità digitale.

L’industria digitale europea è stata boicottata fin dal nascere

4.Il fallimento dell’Europa quale “Trendsetter del dibattito globale”.

Per reazione contro queste attività americane e alle rivelazioni di Assange e di Snowden, l’ Unione Europea aveva intrapreso un’azione minuziosa di carattere legislativo, ch’essa pretendeva avere addirittura  un carattere esemplare a livello mondiale (qualificandola come “Trendsetter of the Worldwide Debate”), ma con un grave handicap: la loro totale ineffettività.

Infatti:

1)le normative europee sul digitale si riferiscono ad un’attività (il web) svolta in tutto il mondo occidentale, e anche in Europa, esclusivamente dai GAFAM, che hanno sede negli Stati Uniti e sono soggetti alla legislazione militare americana, che garantisce alla “comunità dell’ intelligence” la piena disponibilità dei dati degli Americani e degli stranieri;

2)gli Stati Uniti hanno ribadito all’ infinito la loro indisponibilità a derogare alla loro legislazione in materia d’intelligence e di non rinunziare in alcun modo a spiare gli Europei e le loro autorità;

3)gli Europei sono totalmente dipendenti tecnicamente dai GAFAM dal punto di vista tecnico, che le stesse Istituzioni europee hanno delegato da sempre alla Microsoft tutte le loro attività informatiche, cosa che rende assurda ed ipocrita la retorica dell’ “indipendenza digitale e strategica” dell’ Europa;

4)nonostante che la Corte di Giustizia abbia reiteratamente dichiarato che l’attuale trasferimento in America di tutti i dati degli Europei è illegale (sentenze Schrems), la Commissione, le imprese e gli Stati continuano ad effettuarlo, senza incorrere in alcuna sanzione;

5)gli abusi dei GAFAM sono quindi come quelli della mafia: le Autorità fingono di darsi un gran daffare contro di essi, ma, in realtà, non hanno fatto neppure il minimo passo in avanti sulla strada della soluzione del problema.

Se le Istituzioni credono davvero nella “sovranità digitale europea”, debbono risolvere immediatamente i loro contratti con la Microsoft, affidando le loro attività digitali a soggetti, pubblici o privati, europei, capaci di svolgere queste semplici attività (basti pensare agli appositi servizi delle Forze Armate), e attuare rigorosamente le due Sentenze Schrems. Il fatto che, contrariamente a quanto falsamente comunicato dai Media, la Presidente von der Leyen abbia accennato, nel Discorso sullo Stato dell’ Unione, per potenziare la difesa europea, non già a un’Intelligence Europea, bensì solo a un possibile “Centro comune di conoscenza situazionale”, la dice lunga sulla sincerità della pretesa intenzione di sganciarsi dagli USA: “Se gli Stati membri attivi nella stessa regione non condividono le loro informazioni a livello europeo, siamo destinati a fallire. È essenziale quindi migliorare la cooperazione in materia di intelligence; non si tratta solo di intelligence in senso stretto, ma della necessità di accorpare le conoscenze provenienti da tutti i servizi e da tutte le fonti, dallo spazio ai formatori del personale di polizia, dall’open source alle agenzie di sviluppo. Dal loro lavoro scaturisce un patrimonio dalla portata e profondità uniche: esiste già, ma possiamo usarlo per prendere decisioni informate solo se disponiamo di un quadro completo della situazione. Al momento non è così. Abbiamo le conoscenze, ma separate. Le informazioni sono frammentarie. Per questo motivo l’UE potrebbe prendere in considerazione la creazione di un proprio ‘Centro comune di conoscenza situazionale’ per accorpare tutte le diverse informazioni”.Inoltre, la Presidentessa si è guardata bene, nel Discorso sullo Stato dell’ Unione, dal citare lo slogan dellasovranità digitale europea (che, del resto, è un calco linguistico sul cinese 数字主权, di cui non possiede certo la concretezza). Questo significa che, in pratica l’intelligence deve restare monopolio americano.

Ma c’è di più:la “Digital Decade” (2020-2030) a cui si riferisce il “Digital Compass” è sostanzialmente vuota. Mentre la Cina e gli Stati Uniti competono per il predominio in tutti i settori delle tecnologie ICT (motori di ricerca, AI, cloud, big data, quantum computing, veicoli intelligenti, IoT), l’Unione si limita a fissare obiettivi generici e non qualitativi, e a scrivere procedure di riunioni: insomma, i soliti “ludi cartacei”

Il Sogno Cinese

5.La nascita dei BATX e la “Balcanizzazione del web”

Contro l’applicazione delle norme europee, e, in particolare, delle Sentenze Schrems, la retorica dei GAFAM insiste da almeno 20 anni sul fatto che la cosiddetta “balcanizzazione del web” (cioè la creazione di ecosistemi digitali concorrenziali fra di loro (come accade in tutti gli altri settori dell’ economia, anche molto simili, come l’aerospaziale), sminuirebbe i potenziali innovativi del web, perché solo ingenti risorse finanziarie permettono la ricerca e sviluppo delle nuove tecnologie digitali.

A prescindere dal dubbio sul fatto che lo sviluppo del web, e, in particolare, questo sviluppo del web trainato dai GAFAM, abbia effettivamente aspetti positivi eccedenti gli svantaggi, resta il fatto che vi è da chiedersi perché mai le ingenti risorse richieste per questo sviluppo debbano essere gestite dai GAFAM in regime di monopolio, piuttosto che da Enti pubblici (come il DARPA che ha sostenuto i GAFAM al loro inizio, oppure l’ Esercito Europeo) .

In realtà, la cosiddetta “balcanizzazione del web” non porterebbe ad altro che a una pluralità di attori nell’ arena, prima che economica, culturale, politica e militare, ricostituendo quelle condizioni di libertà che solo il pluralismo può garantire. Invece, la creazione di un gruppo di monopoli americani, collegati fra loro da legami territoriali, politici, culturali e familiari, e strettamente interconnessi, fra di loro e con l’ “Intelligence Community” costituisce l’esempio più estremo di Stato totalitario mondiale.

D’altro canto, la nascita in Cina, nel corso di questo secolo,  di un completo ecosistema digitale  alternativo ha costituito la smentita più plateale della narrativa dei GAFAM. Anche senza i GAFAM e il loro monopolio, vi sono dunque risorse disponibili, non solo per fare nascere altri giganti del web, ma addirittura per renderli ancor più innovativi dei GAFAM, come dimostra l’attuale trend dei GAFAM stessi di copiare i BATX cinesi.

Così stando le cose, la propaganda dei GAFAM, rilanciata dalla pubblicistica “mainstream”, ha ora cambiato tattica. Essa afferma ora che, sì, è vero, i BATX sono molto efficienti, ma, essendo la longa manus del Partito Comunista Cinese, sono oppressivi e illiberali. Le recentissime misure per restringere le pratiche abusive dei BATX dimostrano invece che i tradizionali strumenti “liberali” per il controllo del potere dominante dei monopoli del web funzionano in Cina e non in Occidente, mentre invece il dibattito più recente (Rampini, L’Economist) dimostra che l’Occidente sta copiando a piene mani dalla Cina, e che tanto la destra quanto la sinistra occidentali stanno divenendo “illiberali”.

L’impero dei Zhou orientali

6.La ristrutturazione della legislazione cinese: clonazione e inveramento della legislazione europea

Dieci anni fa, si sarebbe potuto credere che il progetto della “Googleization of the World” ( la realizzazione della Singularity di Kurzweil grazie alla guida globale americana trainata dal web) si sarebbe potuta realizzare rapidamente, a causa dell’ inesistenza di qualsivoglia alternativa sostanziale. Basti pensare ai casi Echelon e Prism, e alle scadenze ravvicinate poste, da Kurzweil, alla realizzazione della Singularity (presumibilmente, per bruciare sul tempo i possibili concorrenti).

Tuttavia, proprio in quel periodo si era incominciato a parlare del web cinese, con le sue imprese Baidu, Alibaba, Ant, Tencent, Huawei, GTE (i “BATX”), le sole in grado di fare concorrenza ai GAFAM. Huawei era stata fondata nel 1987, Alibaba nel 1999 e Baidu nel 2000. Viste inizialmente solo come un sottoprodotto del “Great Chinese Firewall”, queste iniziative avevano, allora, quote di mercato piuttosto modeste. Tuttavia, le loro potenzialità di mercato erano già allora infinite, perché, da un lato, il pubblico cinese degl’internauti superava già allora quello americano, e, dall’ altro, le crescenti difficoltà dei GAFAM con le regolamentazioni e con il mercato cinesi,  facevano pensare a un rallentamento dell’ invasione digitale della Cina.

E, di fatto, le multinazionali cinesi del Web, seppure in concorrenza fra di loro, hanno conquistato in pochi anni la maggior parte del mercato cinese, riducendo a poca cosa la presenza dei giganti americani e iniziando ad espandersi all’ estero.Gli ultimi anni ci hanno permesso di assistere alle spettacolari performances, tecniche, commerciali e finanziarie, dei colossi cinesi: Alibaba, Huawei, GTE, TikTok, Wechat…, con il risultato, ben descritto da Forbes, ch’esse si stanno ora rivolgendo ai mercati esteri.A quel punto, si sono levate le voci di coloro che vogliono “frenare la politica predatrice dei Cinesi” con divieti, contingentamenti, ostracismi, in netto contrasto con la politica liberistica predicata (ma mai attuata) dagli Occidentali. Si accusano proprio i Cinesi di concorrenza sleale, come  se gli esorbitanti poteri dei GAFAM non derivassero dai soldi del DARPA e dal boicottaggio dei new entrants europei, quindi da un secolo di politiche protezionistiche e mercantilistiche americane, a cui gli altri soggetti mondiali possono rispondere solo con corrispondenti contromisure.

Di fatto, la guerra commerciale contro la Cina si è rivelata un boomerang almeno quanto quella militare contro l’Afghanistan. Se Huawei si è un po’ fermata, sono apparsi nuovi, ancor più aggressivi, marchi cinesi, come Oppo e Xiaomi; il contingentamento dei materiali strategici ha portato alla scarsità dei semiconduttori, che, a sua volta, ha prodotto una moria generalizzata di fabbriche in Occidente (com’è successo a Melfi e Pomigliano).

Così, in seguito alla reazione alla pandemia, miracolosa in Cina e catastrofica negli Stati Uniti, che detengono il record mondiale di morti di Covid, la Cina è divenuta, di fatto, un modello a cui tutti (a cominciare dagli USA) si ispirano, come spiega brillantemente Rampini nel suo ultimo libro. La Cina è oramai il Paese nettamente più avanzato nel mondo per ciò che concerne la transizione digitale ed ecologica, sicché si trova ad affrontare per primo problemi nuovi, come l’organizzazione di un enorme mercato interno con colossali conglomerati digitali, quali non hanno neppure gli USA. Basti pensare che il conglomerato Alibaba-Ant-Alipay gestisce pagamenti e prestiti digitali per un importo superiore all’ intero PIL della stessa Cina.

In tal modo, con l’abilità che le è unanimemente riconosciuta nel campo della “rivalità mimetica” (Toynbee, Girard), la Cina, dopo aver clonato, coi Taiping, il Cristianesimo; con il Kuomingtang, il nazionalismo; con Mao, il marxismo;  con Deng Xiaoping, l’America, ora, con Xi Jinping,  sta clonando la legislazione digitale europea, non già come essa è – cioè, come abbiamo visto, sostanzialmente inattuata-, bensì com’ essa pretenderebbe di essere, vale a dire il “Trendsetter of the Global Debate”. Questa “clonazione” è stata avviata una decina di anni fa, con il concetto di “Sogno Cinese” (中國夢)tratto dallo Shijing (2012) e  ricalcato sul “Sogno Europeo” coniato da Jeremy Rifkin (2005), il quale, a sua volta, voleva espressamente rifarsi al “Sogno Americano” (che, per Rifkin, sarebbe stato incarnato dalla cultura del West, e, in particolare, dalla California del ‘68).In sostanza, Rifkin (un Americano consulente dell’ Unione Europea) ipotizzava una sorta di “translatio imperii” del progressismo mondiale, dall’ ideologia californiana all’economia sociale di mercato europea.

L’idea del “Sogno Cinese” sarebbe che il “socialismo con caratteristiche cinesi” avrebbe potuto eguagliare le prestazioni del “welfare State” europeo. In realtà, il significato originario del termine riandava all’ identificazione confuciana del Datong con la Dinastia Zhou (poesia “quella primavera”). Oggi, quando i limiti  del modello europeo sono sotto gli occhi di tutti, la Cina vuole forse dimostrare la sua capacità di realizzare le promesse non mantenute dall’ Europa.

A parte il fatto che la Cina sta rendendo possibile anche la realizzazione dei progetti più avanzati della scienza e dell’imprenditoria europee soffocati dall’ angustia di nostri Stati e dei nostri mercati e dalla tutela americana (vedi i casi dell’ industria automobilistica tedesca e degli studiosi austriaci dei computer quantici), essa ha sta anche imitando con una rapidità pazzesca l’intero pacchetto della legislazione tecnologica europea, de iure condito e, soprattutto, de iure condendo. Occorre, a questo proposito, ricordare che l’Unione Europea è innanzitutto un incredibile deposito di progetti inattuati. Nata da un millenario progetto incompiuto, l’integrazione ha ereditato, di secolo in secolo, e, poi, di generazione in generazione, una massa sempre crescente di progetti incompiuti (spesso segreti o comunque riservati): il “De Recuperanda Terra Sancta”, il Trattato di Podiebrad, il Gran Dessin di Sully, il Projet di Saint Pierre e quello di Thierry, la versione russa della Santa Alleanza, Paneuropa, la costituzione italiana ed europea di Galimberti, la Dichiarazione di Ventotene, i vari progetti poi bocciati di costituzione europea e di campioni europei…

La Cina ha semplicemente messo insieme tutti i progetti europei inattuati nei settori tecnologici e li sta realizzando nel corso di un paio di anni. A titolo di curiosità, ricordo anche che, quando Rousseau aveva sottoposto a tutti i sovrani ed intellettuali il progetto di Saint-Pierre, tanto Leibniz, quanto Voltaire avevano risposto, in sostanza, che l’Europa avrebbe dovuto “copiare” la Cina (Leibniz, Novissima Sinica; Voltaire, Rescrit de l’ Empereur de la Chine).

Come base di partenza, la Cina ha adottato un codice civile e uno della proprietà intellettuale di tipo europeo. Inoltre ha concordato con il vertice europeo un Trattato UE-Cina per la protezione reciproca degl’investimenti, congelato immediatamente dopo su richiesta di Biden.  Poi, sta applicando già fin d’ora a tempo di corsa non solo questo trattato ancora sub judice, ma anche  i principi di diritto fiscale, della privacy, sulla sicurezza e sui mercati finanziari che l’Europa stava cercando di approvare ed attuare da decenni, senz’alcun  risultato, e che, per la piccola parte già adottata, non vengono però attuati.

Last but not least, essa ha attuato, contro ANT, la filiale di Alibaba che domina il mercato cinese dei pagamenti digitali, quella misura che tutti da decenni hanno inutilmente invocato in America e in Europa contro i GAFAM: l’”Unbundling”, vare a dire lo “spezzatino”, creando una pluralità d’imprese più piccole, in concorrenza fra di loro e con i terzi. Si noti che questa misura era stata ideata ed attuata in America fin dall’ Ottocento (Sherman Act), ma la politica americana si è sempre guardata bene dall’ applicarla ai GAFAM, con il pretesto che, ciò facendo, si sarebbe “fatto un regalo ai Cinesi”. Ora è chiaro che i Cinesi non hanno bisogno di questo “regalo”, perché, in Cina , la pluralità del web esiste, e questo dà ai suoi cittadini una libertà che gli Occidentali non hanno.

Certo, non si tratta ancora dello “spezzatino” a cui pensiamo noi per il mercato “europeo”, dove il monopolio dei GAFAM si tramuta in una vera e propria forma di colonialismo americano, con cui agli Europei viene praticamente impedito di creare imprese informatiche. Lo “spezzatino” di cui avremmo bisogno consisterebbe nel rimpicciolire i giganti americani per permettere ai new entrants di altri Paesi di occupare spazi di mercato, e per rendere le nostre Autorità meno dipendenti da essi. Si tratta comunque di un utile sasso nello stagno, che, o provocherà reazioni a catena, o comunque aumenterà l’appetibilità del sistema cinese e l’accettabilità all’estero dei BATX opportunamente ridimensionati, sempre utili alternative ai GAFAM.

Più in generale, la corsa normativa del Governo Cinese (che segue quella dell’ Unione dalla fine del 2019 alla primavera 2021) risponde all’ esigenza di dimostrare nei fatti che il suo sistema è meno “illiberale” di quello americano e realizza in concreto le esigenze di libertà e di trasparenza che l’Unione Europea ambirebbe a perseguire, ma che invece non persegue affatto perché impedita dalla tutela americana. Il “Trendsetter of the Global Debate” risulta  così essere oggi a tutti gli effetti la Cina, che diventa più che mai un partner obbligato dell’ Unione nell’ ambito del necessario dialogo internazionale sulla regolamentazione del Web.Le imprese cinesi potrebbero anche rappresentare partners fondamentali per cquelle europee per crescere, affrancandosi da quelle americane.

La tomba degl’imperatori Zhou a Luoyang: “Ho sognato la capitale dei Zhou”

7.Per un ecosistema digitale umanistico, poliedrico e multiculturale

L’unico modo in cui i GAFAM e i BATX potranno convivere proficuamente sul mercato mondiale del digitale è che tutti i Paesi attuino e applichino seriamente misure contro il monopolio dell’ecosistema digitale.

Le moderne tecnologie permettono perfettamente di ottenere i risultati perseguiti (privacy dei dati, accessi possibili a pagamento o per motivi di ordine pubblico), separando le diverse funzioni (abbonamenti al web, cessione di dati, accessi nell’ ambito di procedure pubbliche). Gli Stati e l’ Unione debbono poter controllare il rispetto di tali regole, nello stesso modo in cui possono controllare l’accesso alla telefonia fissa, agli abbonamenti televisivi o alle intercettazioni da parte della polizia.

Le imprese di tutti i Paesi devono poter competere senza posizioni dominanti, e gli Stati debbono supplire alle “market failures”, come quella dell’ industria digitale europea, con imprese di Stato, agevolazioni fiscali ai new entrants, preferenze nazionali, ecc…

Quello che proponiamo nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’ Europa è dunque che:

1)si svolga un dibattito a tutto tondo su digitale e società, come quello che stiamo organizzando all’ interno del Salone del Libro di Torino;

2)si studi adeguatamente il problema;

3)si crei l’Agenzia Tecnologica Europea;

4)Si renda operativa la Web Tax (già approvata da anni);

5)si vieti definitivamente l’esportazione dei dati fuori dell’ Unione (attuando finalmente le sentenze Schrems);

6)si negozi una disciplina mondiale del web;

7)si creino dei campioni europei “forti” (non delle semplici “alleanze”);

8)si ponga al centro della Politica Estera e di Difesa l’autonomia digitale dell’ Europa dagli Stati Uniti, secondo il vecchio modello “tous azimuts”;

9)Si crei, non già un anodino “centro di conoscenze situazionali”, bensì una vera “intelligence europea”.

LA RIVINCITA DELLA MITBESTIMMUNG

Battiamoci per un vero piano industriale europeo

Volkswagen in Cina

Le ormai prossime elezioni amministrative dovrebbero cvostituire (ma non lo sono) un momento di approfondito  ripensamento sul futuro dei nostri territori.

La perdita, da parte  di Torino, di quasi tutte le prerogative tradizionali che la caratterizzavano  almeno nell’ immaginario collettivo costituisce un caso estremo del più generale fenomeno di deindustrializzazione dell’Italia e dell’Europa, che non può essere metabolizzato se non mediante un radicale rovesciamento delle vocazioni economiche dei nostri territori. Contrariamente a quanto annunziato un anno fa in un eccesso di entusiasmo, il Recovery Plan non sta realizzando nulla in questo senso, dato il suo carattere d’urgenza, i limiti dei trattati europei e quelli delle culture dominanti. La politica europea si rende forse oggi conto che, subito dopo il “Recovery Plan”, insufficiente e tardivo, occorre un secondo, ben più energico, intervento (la “Strategia Industriale Europea”), ma dubitiamo che saprà veramente lanciarlo.

In questo post, vediamo in primo luogo come si possano emendare gli errori attuali, indotti dalle limitazioni culturali e antropologiche della classe dirigente, per poi arrivare a parlare di un vero e proprio “progetto economico europeo” che dovrebbe, a nostro avviso, costituire il nocciolo duro della suddetta “Strategia Industriale Decennale Europea”, già anticipata, e perfino rivista, dall’ Unione, che la Francia vorrebbe proporre energicamente nel suo semestre europeo, che inizia il 1° Gennaio 2022, ma che, a causa dei fallimenti del passato, si presenta fin dall’ inizio come troppo limitativa.

Partiamo, per fare questo, dalla situazione di Torino e del Piemonte, che consideriamo paradigmatica di quella europea, per terminare, come usiamo fare, con una visione comparativa delle diverse situazioni di Europa, USA e Cina.

I miei 4 lettori mi perdoneranno se, nel fare ciò, farò qua e là riferimento alle mie esperienze di lavoro, a Torino e in Europa, che mi hanno permesso di constatare in prima persona quali siano stati gli effettivi , trasparenti, meccanismi  attraverso i quali la situazione dei Torino, dell’ Italia e dell’ Europa si è deteriorata nel corso degli ultimi 50 anni.

  1. L’eutanasia dell’Olivetti e della Fiat

Dovrebbe stupire innanzitutto che, in tutte le analisi che vengono pubblicate sul declino del Piemonte, non si riveda mai la dinamica concreta della sua de-industrializzazione, basata sulle catastrofi parallele e complementari dell’industria metalmeccanica, di quella informatica e di quella culturale, e causata, in tutti e tre i casi, dalla mancanza di progettualità da parte delle autorità europee, e, innanzitutto, italiane. Il cosiddetto “corporativismo democratico” teorizzato da Fanfani, incarnatosi nella difesa “a pioggia” dei soggetti di fatto esistenti ha fatto sì che si gonfiassero a dismisura automotive ed occupazione operaia a scapito di altre attività produttive (per esempio, informatica, aerospaziale, cultura e servizi), molto più promettenti nella prospettiva della Quarta Rivoluzione Industriale.

A cavallo della IIa Guerra Mondiale, erano stati inventati, tra l’altro, l’energia atomica, la cibernetica, il motore a reazione, la missilistica, la televisione, tutte tecnologie decisive per la divisione internazionale del lavoro nell’ era industriale. Tuttavia, per ragioni legate essenzialmente all’ esito della guerra e alla successiva Guerra Fredda, l’applicazione in Europa di quelle tecnologie strategiche sarebbe tardata, o ben presto abortita. Si svilupparono invece le industrie destinate ai prodotti di largo consumo, fabbricate, come al Lingotto e a Mirafiori, in stabilimenti prima prevalentemente militari, e, come tali, finanziati, durante la guerra, essenzialmente dal settore capitale pubblico, e poi “ereditate” dagli imprenditori.

Questo tipo di sviluppo dell’economia europea  non aveva fin dall’ inizio la capacità di reggersi nel lungo periodo, perché fondato, essenzialmente, sulla non ripetibile situazione post-bellica, caratterizzata dall’impressionante base industriale creata dall’ Asse per fini bellici e dalla copiosa offerta di mano d’opera qualificata e sottopagata in seguito alla smobilitazione, situazione anticipata dagl’incontri durante la guerra fra la FIAT e il dipartimento americano dell’ Industria.

Nei successivi 75 anni, l’Europa, trincerandosi dietro una retorica iperliberista incompatibile con le sue dichiarate ambizioni di potenza economica subcontinentale, si è sempre rifiutata di adottare le contromisure contro questa situazione di programmato sottosviluppo tecnologico, denunziata da rari teorici come Servan Schreiber, e, anzi, ha boicottato, dietro le pressioni americane documentate come nei casi di ENI, Olivetti ed Airbus,  le proprie imprese che tentavano di uscirne. I lamentati interventi “statalisti” hanno avuto anch’essi un carattere “a pioggia”, non atti a sostenere la sovranità tecnologica delle nostre imprese, condannate ad essere eterne “followers” di quelle americane.

Ancor oggi, i documenti dell’Unione sono basati sull’ insostenibile presupposto che, per rilanciare l’economia europea, bastino una politica monetaria espansiva,  il supporto alla ricerca e sviluppo e l’incoraggiamento delle “alleanze” fra piccoli produttori europei, senz’ affatto considerare che certi tipi di attori (come le piattaforme di Internet) sono in Europa totalmente assenti, sì che il mercato (non solo digitale) è interamente dominato dai GAFAM americani. Non solo, ma questi ultimi stanno accrescendo ulteriormente il loro potere sul mercato, da un lato entrando in nuovi settori strategici come l’industria spaziale, e, dall’altro, ottenendo continui dilazionamenti, di anno in anno, delle misure già predisposte contro di essi dalle autorità americane e soprattutto europee (divieto di esportazione dei dati, web tax, fine degli abusi di posizione dominante).

Questo è particolarmente grave perché, come aveva rivelato già Milward, fin dal principio era stato chiarito al nostro mondo industriale che il boom trainato dalla conversione, in industria dei trasporti, dell’industria bellica, concentrato su vetture di bassa gamma, come consigliato dal dipartimento americano dell’Industria, non avrebbe potuto durare in eterno, proprio a causa del prevedibile successo di tale boom e della conseguente “trappola del reddito medio”. Inoltre, come dichiarato a suo tempo alla stampa dal compianto Ing. Chou dell’ Olivetti,  era stato anche soffocato il tentativo, veramente innovativo, dell’azienda di Ivrea  di entrare da leader nel mercato e nella cultura dell’informatica, la quale ultima domina oggi ogni aspetto dell’economia e della politica mondiali. Anche l’industria culturale torinese (Einaudi, Loescher, IPSOA, ISVOR)  avrebbe potuto svilupparsi solo seguendo l’approccio multidisciplinare favorito da Olivetti, mentre invece il suo ossequio ai dettati del “mainstream” politico ne aveva decretato l’insostenibilità nel lungo periodo.

Ne consegue che l’idea di cedere a un partner estero il controllo della FIAT e, di conseguenza, di disinvestire anche dal vastissimo indotto auto (cioè, in sostanza, da tutta l’economia del Piemonte), non è di oggi. Fin dagli inizi, nel 1971,  della mia vita lavorativa nell’ industria metalmeccanica cittadina, avevo assistito al prevalere di  quell’ orientamento, inaugurato dalla cessione della maggioranza italiana in  prestigiose aziende  componentistiche come RIV e Way-Assauto, per le quali avevo lavorato. Dopo di allora, a quante dismissioni avevo dovuto assistere! Sono stato perfino preposto all’ Ente “Dismissioni” della SEPIN.

Ricordo però che quando, nel 1985, si era profilato l’accordo FIAT-Ford, l’opposizione del management torinese, di cui facevo parte, era stata determinante, perché, a dispetto della retorica della “fusione fra eguali”, era chiaro a tutti già fin da allora che l’accordo avrebbe significato la subordinazione di Torino a Detroit. Cosa che, allora, la tecnostruttura FIAT giustamente rifiutava, e l’Avvocato Agnelli era restio a imporre, conscio che la vera forza della sua famiglia consisteva nel catalizzare le energie culturali, politiche, tecnologiche e professionali del Piemonte, che non era certo il caso di alienarsi :”Alla fine la Ford era pronta a cedere il controllo della nuova società alla Fiat, ma solo per un periodo transitorio da 5 a 7 anni. Ghidella avrebbe dovuto guidare la società per questo periodo o almeno per la prima parte di questi anni. Quindi la nuova società sarebbe stata posseduta al 51% dalla Fiat e al 49% dalla Ford per i primi anni e dopo il controllo sarebbe passato nelle mani degli americani”.

Il progetto era però, come dicevamo, in preparazione da tempo (forse dalla Seconda Guerra Mondiale). E infatti esso,  alla prima occasione, fu ritentato, questa volta con General Motors, nel 2000. Ma qui era stata la stessa proprietà a voler rescindere l’accordo già firmato, approfittando delle favorevoli clausole di uscita previste nel contratto:”Esso prevedeva che GM sottoscrivesse una partecipazione del 20% in Fiat Auto, in cambio di azioni della stessa GM per una quota pari a circa il 5,1% (percentuale tale da far diventare Fiat il primo azionista industriale in GM) della capitalizzazione della società di Detroit equivalente ad un valore di 2,4 miliardi di dollari (www.fiatgroup.com). L’intesa ha portato alla creazione di due joint venture paritetiche, una negli acquisti e l’altra nei motori e nei cambi. L’accordo è stato firmato per Fiat dal presidente di allora Paolo Fresco e dall’amministratore delegato Paolo Cantarella. Per GM, invece, erano presenti l’ad John Smith e il presidente Richard Wagoner. Nell’area degli acquisti Fiat Auto e GM sfrutterebbero le proprie capacità specifiche, compresi il team interfunzionale “piattaforma componenti” di Fiat Auto e i “creativity teams” di GM. Il volume totale di acquisti delle due società consentirebbe importanti possibilità di sinergie. Inoltre, Fiat Auto e GM, con il suo partner nei motori diesel Isuzu, intendono sfruttare le proprie risorse per incrementare l’offerta di motori e cambi, migliorare le prestazioni e ridurre i costi. Gli accordi prevedevano anche il riconoscimento a favore del Lingotto di un diritto d’opzione per cedere il restante 80% a General Motors, nel periodo tra il 24 gennaio 2004 (spostata poi al 2 febbraio 2005) e il 23 luglio 2009 (24 luglio 2010)”.

Del resto, era stato lo stesso Avvocato Agnelli, in un libro-intervista, a teorizzare una sorta di “nazionalismo economico” di Torino incentrato sul ruolo internazionale della FIAT. In quel libro, Agnelli usciva dal solito schema della città operaia, per includere, fra i beneficiari dell’ egemonia torinese, i fornitori, i professionisti e il ceto medio (gli “stakeholders”).

In effetti, a dispetto della retorica “mainstream” sul preteso carattere impersonale e a-nazionale delle concentrazioni industriali internazionali, queste sono rette invece da una ben “localizzata” volontà di potenza, che si manifesta attraverso i tre capisaldi del controllo unitario, della nazionalità e della politicità (basti pensare a tutta la politica attuale delle “Golden Shares”).

Nel 2012, la crisi della Chrysler (già ceduta alla Mercedes, ribattezzata Daimler, ma poi rimessa sul mercato per via giudiziaria grazie al sostanzioso supporto politico di Obama) aveva dato a qualcuno l’illusione di poter acquisire il gruppo americano mantenendo il controllo in Italia. Una’illusione infondata, visto che il precedente accordo Daimler-Chrysler era fallito proprio per la pretesa del socio americano Cerberus che la promessa di Schremp di un “merger among equals” venisse poi veramente mantenuta dai Tedeschi, che non lo potevano invece fare a causa della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa (Mitbestimmung), che non avrebbe potuto essere preservata con una fusione alla pari. La politica dell’ “America First” non aveva mai mancato, fino da allora, d’incidere pesantemente anche sulle fusioni societarie internazionali, con pesanti pressioni affinché fosse mantenuta sempre almeno una funzione di controllo americana (cosa poi realizzatasi soprattutto con la complessa legislazione  fiscale su quelle transatlantiche)

Fu così che, per prevenire le suscettibilità americane, fu necessario rendere labile e irriconoscibile, non solo la nazionalità degli Elkann, ma anche il reale centro di FCA (con una spartizione di fatto fra Dearborn, Londra e Amsterdam, e l’esclusione di Torino).

Il “Patriottismo industriale torinese” di Giovanni Agnelli
  • 2. In Stellantis, comanda la Francia

Questa dinamica “geopolitica” dei M&A (Mergers and Acquisitions) è stata confermata, nel caso della recente “fusione” tra Fiat-Chrysler (FCA) e il Gruppo Peugeot Sa (PSA), dal ruolo determinante dell’industria di Stato francese (supportata dalla “participation”, corrispettivo francese della Mitbestimmung), e dal “portage” di azioni da parte di prestanomi.

Anche qui l’illusione del “merger among equals” (alimentata questa volta dai Francesi) non si è potuta mantenere, perché in realtà c’è sempre qualcuno che, grazie ai patti parasociali, comanda, e le autorità di banca e borsa lo vogliono sapere. La risposta ufficiale è stata che comanda la “PSA”, vale a dire il Gruppo francese il cui azionista di riferimento (come anche nella Renault) è il Governo francese (unico soggetto politico ed economico smanioso di estendere il proprio controllo sull’ industria europea, mentre Stati e famiglie imprenditoriali sembrano fare a gara per cedere il controllo ad estranei).

Come da accordi, ognuno dei due gruppi ha nominato cinque membri, con l’undicesima poltrona assegnata a Carlos Tavares, già presidente del consiglio di gestione di PSA, il quale ha ottenuto la carica di amministratore delegato. Proprio questa nomina è il peso che fa pendere l’ago della bilancia dalla parte transalpina, concedendo di fatto la maggioranza assoluta, nel cda, a PSA, mentre la presidenza affidata a John Elkann è più di rappresentanza che non decisionale. Del resto, per capire chi comanda, basta vedere che Tavares guadagna 4 volte più di Elkann.E sarebbe assurdo se così non fosse, dato che la quota aggregata di John Elkann, grazie ad un sistema di scatole cinesi oggi messa in discussione dalla madre Margherita, è appena dell’ 1,75%.

Come si può vedere, nonostante tutte le retoriche ufficiali, siano esse liberistiche o statalistiche, l’industria automobilistica è sempre stata  politicamente determinante e determinata, e il controllo ultimo, la “golden share” appartiene da sempre a un Governo o qualche oligarca legato a un Governo. Con tutto quello che si dice di Cina e Russia, sono poi invece sempre i Paesi europei quelli che si riservano maggiormente il controllo (anche se discreto) delle loro grandi imprese. Solo l’Italia sembra essere un’eccezione, perché la FIAT è stata da sempre, più che sotto il controllo italiano, sotto quello di governi “amici”. Infatti, il Governo italiano  si è sempre rifiutato di influenzare direttamente le scelte strategiche delle sue grandi imprese, a tal punto che sono state spesso le imprese stesse (e perfino quelle di Stato) a dare ordini al Governo, e non viceversa, come nel caso della legge fiscale modificata in concomitanza con il trasferimento all’ estero della sede della FIAT.

Non è un caso  che, mentre le bombe alleate radevano al suolo mezza Torino, e in particolare chiese e monumenti, la FIAT, massima industria militare del Paese, per giunta  presidiata dalla Wehrmacht, fosse sopravvissuta indenne a tutta la guerra. Né che Raffaele Mattioli avesse affermato di avere pilotato egli stesso, dagli uffici della Comit di Milano, l’intera transizione da Mussolini a Badoglio,  passando niente po’ po’ di meno che attraverso la rivolta del Gran Consiglio del Fascismo, il colpo di Stato del Re, l’Armistizio di Cassibile e il Processo di Verona.

Non stupisce allora neanche che oggi, nel Consiglio di Amministrazione di  Stellantis, non sieda alcun rappresentante dei lavoratori italiani, mentre sono rappresentati quelli del gruppo PSA. Infatti, politici e sindacati italiani hanno sempre rifuggito ogni discorso sulla rappresentanza societaria degli stakeholders (oggi pressoché universale in Europa), unico (anche se misconosciuto) reale baluardo contro l’alienazione de controllo sulle imprese strategiche (come ha dimostrato la storia delle imprese tedesche e francesi, ambedue all’ avanguardia nel campo della cogestione).

Singolare il meccanismo di rappresentanza dei lavoratori che nella sostanza aggira le prescrizioni delle leggi francesi, tedesche ed europee sulla partecipazione di quelle italiane. Nel board di Stellantis non c’è alcun rappresentante dei dipendenti italiani e tedeschi mentre c’è Jacques de Saint-Exupery (che non è un sindacalista operaio) a rappresentare (ma solo formalmente) quelli francesi. Fiona Clare Cicconi, nominata da FCA quale rappresentante dei suoi lavoratori, è  invece l’ex responsabile delle risorse umane della contestatissima Astrazeneca (anglo-svedese). I sindacati italiani lamentano che: «Fca ha deciso di fare da sé nell’individuare il componente che dovrebbe, simmetricamente a quello già presente in PSA, rappresentare i lavoratori in Stellantis».

Abbiamo così il paradosso di una Stellantis che vpotrebbe essere un modello perfetto di “società europea” e invece ha lo statuto di una Naamloze Vennootschap olandese, è dominata dal Governo Francese e non ha una rappresentanza europea dei lavoratori.

Mercedes in Cina

3.Torino deliberatamente umiliata

Non può quindi infine stupire in alcun modo il drastico ridimensionamento, non solo economico, ma, anche e soprattutto, sociale e culturale, della Città di Torino, città simbolo di questa cultura “anti-partecipazione” dei Governi, dei sindacasti e degl’imprenditori.

Gli effetti di questa cultura sono eclatanti soprattutto se confrontati alla storia della capitale della Volkswagen, Wolfsburg, oggi più che mai centrale nel mondo dell’ auto anche quando la maggior parte delle auto Volkswagen viene prodotta e venduta in Cina.

Intanto, coerentemente con i piani dell’accordo messo nero su bianco lo scorso dicembre fra FCA e PSA (il “Combination agreement”), sono saliti a 800 gli esodi incentivati nell’area metropolitana. Coinvolte la Teksid di Carmagnola e l’ ex TEA di Grugliasco. Pensione anticipata anche per 350 dipendenti del settore impiegatizio. Solo cento i nuovi assunti. L’ha reso noto la FIOM dopo la firma dell’accordo alla Carrozzeria di Mirafiori per l’uscita incentivata di 160 addetti e quello per i 100 della Maserati di Grugliasco. Sin qui i circa 300 esodi volontari già comunicati per quanto riguarda il polo torinese che comprende Mirafiori e l’ex Bertone.

Agli inizi di settembre, inoltre, verrà perfezionato l’accordo per gli impiegati degli Enti Centrali, che prevede 350 uscite e un centinaio di ingressi.

Intanto, non è stata assegnata a Torino la cosiddetta “Gigafactory” della Stellantis per le batterie elettriche (la quale per altro neppure a Termoli compenserà gli attuali licenziamenti).La Maserati si trasferisce a Mirafiori e l’ex stabilimento Bertone di Grugliasco rischia di diventare presto un pezzo di archeologia industriale, con la chiusura definitiva di quello che era nato come “polo del lusso”, con la Maserati, che oggi lavora a singhiozzo, e in cui le ore di cassa integrazione superano quelle di attività.  Si tratta dell’accorpamento di tutta la produzione torinese a Mirafiori, con l’affiancamento alla Levante delle produzioni di Gran Cabrio e Gran Turismo, tutti modelli Maserati. A Grugliasco resterà un’attività residuale legata a Ghibli e Quattroporte.

Situazione ulteriormente aggravata dalla chiusura di Melfi e Pomigliano.

Tutto ciò ammesso che le politiche della transizione ecologica accelerata non portino di fatto (come alcuni paventano) alla chiusura di tutte le fabbriche europee di auto di lusso.

Tutto ciò nonostante che la FCA abbia contratto un prestito COVID-19 con lo Stato Italiano, che proteggerebbe l’occupazione dei siti italiani. Sebbene il prestito ricevuto da FCA nel 2020, erogato da Banca Intesa Sanpaolo e garantito dalla società pubblica SACE, contenga clausole legate al reinvestimento esclusivamente in Italia dei fondi ricevuti,  Stellantis da allora ha cessato le attività in ben 4 stabilimenti italiani e continua a ridurre l’occupazione.

La cogestione è attualissima anche nella società delle macchine intelligenti

4.Ci  sarebbe voluta anche in Italia la cogestione

Ribadiamo che la chiave di lettura di questa  vera e propria cancellazione del nucleo originario della FIAT va ricercata, non tanto in un processo ineluttabile di crisi del mercato automobilistico e di delocalizzazione, né in una cattiva volontà della proprietà, bensì nelle scelte autolesionistiche della politica, dei sindacati e degli stessi lavoratori.

Nella generale trasformazione del mercato veicolistico in seguito al “middle income trap” in Occidente e alla crescita dell’ Asia, l’industria veicolistica europea può essere salvata (almeno temporaneamente, in attesa di cambiamenti più radicali) proprio con la strategia adottata dai Gruppi tedeschi, basata sulla partecipazione dei lavoratori, sull’ altissima qualità, sull’ automazione e sul presidio diretto del mercato cinese, forte di 30 milioni di vetture all’ anno. Il loro contesto societario, dominato dalla cogestione dei lavoratori e dalla separazione della proprietà dal management, era stato concepito, a partire dal caso Volkswagen negli anni 50,  come una formula per evitare la cannibalizzazione dell’industria tedesca,  allora più che mai possibile per via del regime di occupazione e delle epurazioni. Ricordiamo che la Volkswagen apparteneva originariamente al sindacato nazista “Front der Arbeit”.

In Italia, gl’insostenibili miti dell’insuperabilità della lotta di classe e dell’inaccettabilità di limitazioni ai diritti della proprietà hanno prodotto una debolezza tanto delle direzioni aziendali, che dei lavoratori, di fronte alle inevitabili pressioni delle grandi potenze, dei partiti, della finanza e della concorrenza,  e allo smantellamento delle nostre imprese.

E’ ben vero che, in un’Europa unita con un miliardo di abitanti, non avrebbe probabilmente senso che tutti i Paesi abbiano tutti i tipi di produzione, e quindi l’ Europa del Sud avrebbe dovuto comunque “barattare” con il Nord e con L’Est la manifattura con la cultura, l’ecologia e i servizi,   ma ciò avrebbe dovuto essere deciso dall’ Europa e negoziato fra i Paesi, non già essere il risultato di una serie di fatti compiuti imposti dai più furbi.  In pratica, nulla vieta che le holding dei grandi gruppi siano collocate in Europa Centrale, né che le fabbriche siano in Cina, purché i centri di ricerca, gli uffici finanziari e commerciali, l’indotto del terziario, siano sparsi in tutta Europa, e che, in cambio, vengano collocati nell’ Europa mediterranea istituti e industrie culturali.

Questo per dire che la pur necessaria ristrutturazione, anche territoriale, dell’ economia europea è stata non solo iniqua, ma anche e soprattutto inadatta a combattere efficacemente la concorrenza internazionale.

In conclusione, l’infausta sorte della nostra “Città dell’Auto” era scritta da molti decenni, da quando tanto la  politica, quanto l’imprenditoria, quanto il sindacato avevano rifiutato di seguire il modello tedesco, basato sulla cogestione, sull’ alta qualità e su delocalizzazioni controllate. Oggi, le imprese tedesche, seguendo la clientela,  producono e vendono la maggior parte delle loro auto all’ estero, però la “testa” è sempre più fermamente a Wolfsburg, a Stoccarda e a  Monaco, con la partecipazione alla gestione e agli utili del Governo, del management, delle Autorità locali e dei lavoratori. Addirittura, il Governo cinese ha loro permesso nel 2020, in anticipazione del Trattato UE-Cina poi “congelato”, di acquisire il 100% della proprietà delle fabbriche cinesi loro partner. Le imprese cogestite tedesche sono più forti, non solo della loro dispersa “proprietà”, bensì dei Governi, cinese, tedesco e perfino americano.

Come risultano cocenti, alla luce di questo confronto internazionale, gli ultimi smacchi delle Autorità, managers, lavoratori, torinesi, avvezzi da decenni a prendere schiaffi da proprietà e governo, costituiscono il naturale esito dell’ autolesionismo della strategia fino ad oggi perseguita. Basti pensare al trasferimento all’ estero della sede della FIAT, poi alla scomparsa del marchio, e ora alla chiusura  (e addirittura, vendita all’asta) dello storico edificio del Lingotto, simbolo, non solo della FIAT, ma anche dell’architettura razionalistica italiana, e perfino della tradizione del movimento operaio. A parte il fatto che, contemporaneamente, si stanno vendendo anche le Cartiere Burgo, e perfino la Galleria del Romano, su cui affacciava la stanza del Nietzsche “torinese”. Infine, è stato praticamente azzerato l’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, senza che le nostre Istituzioni siano riuscite ad ottenere nulla dal Governo.

Altro che “fare squadra” per la città! Siamo di fronte a una sommatoria di carenze, errori e tradimenti che hanno portato a una sconfitta totale. Colpa di Chiamparino o di Cota, di Ghigo o della Bresso, di Fassino, dell’ Appendino o di Ghigo? In realtà, sembra che le colpe risalgano ancor più indietro, e vadano equamente condivise. La colpa è fondamentalmenten degli elettori torinesi, che hanno votato quei politici e continuano a votare gli stessi partiti.

Senza l’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, il futuro di Torino è più difficile

5.Il futuro di Torino, dell’ Italia e dell’ Europa

Fino a qualche giorno fa, tutti parlavano ancora di un futuro di Torino nel settore autoveicolistico. Perfino dopo quest’ultima doccia fredda, in piena vigilia elettorale, i politici reclamano ancora una rinegoziazione con Stellantis e con il Governo per una (o due )nuova/e “gigafactory” di batterie. Questo gran parlare è  semplicemente grottesco, per una serie di ragioni, prima fra le quali è che il ridimensionamento, in questi 50 anni, dell’industria metalmeccanica piemontese, è oramai talmente macroscopico, che ne restano solo le briciole, che riguardano al massimo qualche decina di migliaia di operai, su quasi un milione di abitanti di Torino (quando, come noto, un tempo  già soltanto i quadri della FIAT erano 40.000). E’ quest’ultima la classe sociale più penalizzata.Comunque, è oramai evidente che a Torino non vi sarà nessun’attività direzionale, né progettuale, e che anche l’occupazione operaia sarà ridotta ai minimi termini.

Il peggio è che neppure le attività alternative all’automobile sono state gestite meglio di questa. L’enorme patrimonio naturale e storico non viene valorizzato se non in minima parte. Non si studia sufficientemente la nostra storia antica e medievale, né  gli agganci con le diverse culture europee (i Poeti Provenzali, De Maistre,  Nietzsche, Michels..).Ne deriva la  mancanza di “appeal” della nostra offerta culturale e politica.

Neppure il carattere fondamentalmente “museale” della città è stato rispettato, inserendo , in un contesto  di valore architettonico unico, due banali grattacieli (di cui uno -costruito sulle macerie del mio ufficio alla gloriosa FIAT Avio- e mai terminato). Non parlamo poi dell’ industria spaziale, distrutta dallo spezzatino della FIATV AVIO e dall’ assenza dell’ Europa dai più avanzati settori dell’ industria spaziale.

Tutto questo lo scrivo a ragion veduta perché:

-da più di 50 anni ho detto e scritto che ciò sarebbe inevitabilmente avvenuto se non si fosse perseguito un progetto alternativo di città, sulle orme di Adriano Olivetti, fondato sulla sinergia fra cultura, politica, finanza ed europeizzazione programmata delle industrie di alta tecnologia;

-mi ero dedicato appositamente allo studio del lavoro comparato perché vedevo chiaramente che solo un sistema di partecipazione del lavoro a tutti i livelli sul modello tedesco avrebbe potuto ovviare (seppure parzialmente), alle catastrofiche tendenze di lingo periodo dell’”establishment” italiano;

-ancora nel 2019 avevo presentato al Salone del Libro di Torino un libro (“Il ruolo dei lavoratori nell’ era dell’ Intelligenza Artificiale”), esito di un convegno presso l’ Unione Industriale, nel quale tentavo di dimostrare che il modello tedesco di Mitbestimmung è più che mi attuale nell’ era delle Macchine Intelligenti;

-fin dal 1977, mi ero attivato, nell’ ambito del Gruppo CIR, e, più tardi, di quello FIAT, per promuovere una delocalizzazione dell’industria piemontese verso i Paesi in Via di Sviluppo ed ex socialisti basata sul mantenimento sul territorio del controllo e sull’ “upskilling” della società piemontese,   con il rafforzamento delle funzioni politiche, finanziarie e manageriali di Torino, intesa quale centro dell’ economia europea e mondiale;

-anche l’attività di promozione culturale svolta negli ultimi 16 anni da parte di Alpina è andata in questa direzione, puntando tutto sull’ europeizzazione e sul rafforzamento dell’identità della città, come nel caso del progetto di Torino Capitale Europea della Cultura;

-ho appena pubblicato, per il marchio “Alpina”, un nuovo libro bianco sull’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, che pubblicheremo al prossimo Salone del Libro (14-18 ottobre);

Purtroppo, tutti questi sforzi pluridecennali sono stati inutili, di fronte alla palese volontà di una città di suicidarsi.

6.Il velleitarismo: copertura ideologica delle responsabilità dell’establishment

Purtroppo, sta prevalendo, in quei residui di classe dirigente che ancora sopravvivono a Torino, inaudite retoriche, secondo cui il fatto di essere stata, la nostra Città, fino al 1990, il centro di un impero industriale – come si diceva un tempo, ”Terra, mare cielo”- legittimerebbe la stessa a pretendere che le Autorità europee e nazionali e perfino Stellantis  concentrino qui alcune (per altro marginali), loro attività. In particolare, a proposito di batterie, vorrei ricordare che appena 5 anni fa la FIAT (oggi Stellantis) aveva venduto ai Giapponesi una delle più importanti imprese nel settore batterie per auto: la Magneti Marelli, di cui mi onoro di essere stato, fra il 1986 e il 1988, il responsabile dei Servizi Legali. Perché allora nessuno era venuto fuori con appelli per il mantenimento in Piemonte della manifattura? Avevamo ancora il bastone di comando anche in questo campo, in un colosso presente in tutto il mondo, e ora veniamo a piatire dalla Stellantis la creazione di una fabbrica che, nella migliore delle ipotesi, ci porterebbe in 10 anni 500 posti di lavoro da operaio. Perfino Termoli, che riceverà già a prima di queste fabbriche, si è lamentata del fatto ch’essa non compenserà certo i licenziamenti in corso pure laggiù.

Esemplare (in senso negativo), l’articolo di Salvatore Tropea su “La Repubblica” dell’8 agosto, che titolava con un’ affermazione già a prima vista insostenibile:”Il rilancio di Torino si fonda sull’ eccellenza del passato”. Ma quale eccellenza, se, nel giro di 50 anni, abbiamo ceduto tutte le nostre posizioni industriali alla Silicon Valley, a Milano, alla Motor Valley emiliana,  a Roma, a Parigi, a Detroit, a Shenzhen,  a tutte le province cinesi che, producono, ciascuna, anche con marchi tedeschi, più auto delle singole nazioni europee.

L’eccellenza industriale della Torino del passato era fondata innanzitutto sulle virtù politiche e militari dei Savoia e dei sudditi sabaudi, sulla grinta del sindaco Luserna di Rorà, di Gramsci,  del Senatore e dell’ Avvocato Agnelli, così come  sulla creatività di Adriano Olivetti. Una volta finite quelle generazioni, né la politica, né la cultura, né l’imprenditoria, né il management, si sono rivelati all’altezza di un passato sempre più lontano. Hanno prevalso la ristrettezza di orizzonti, il conformismo professionale e ideologico, gl’incesti fa politica ed economia, il servilismo dei gate-keepers, la mentalità burocratica del management,  la debolezza di carattere delle nuove generazioni, un’interpretazione quietistica del “pensiero unico” che incita all’ accettazione passiva di un presunto “corso della storia”.

Non vedo poi come Tropea possa affermare, con un riferimento criptico al recentissimo ridimensionamento dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che quella sarebbe stata una “scorciatoia”, mentre invece Torino dovrebbe continuare a fare ciò che ha fatto in passato (anche se gliene sono stati tolti i mezzi). Ma si rende conto Tropea che, in questi 75 anni, nel resto del mondo le vocazioni economiche prevalenti sono cambiate molte volte, con l’avanzare trionfale, prima, del terziario, e, ora, del digitale?che le multinazionali americane “tradizionali” hanno ceduto alla Big Tech i primi posti nelle classifiche del Dow Jones? che la Cina non è più, né un Paese in via di sviluppo, né un Paese agricolo, né la “fabbrica del mondo”, bensì il “cervello del mondo”, e non importa più, bensì esporta, tecnologia? E noi invece aspiriamo solo a tornare ad essere, molto in piccolo, ciò che eravamo, in grande, nel secolo scorso?

Purtroppo, di questi grandi temi non sentiamo parlare nella campagna elettorale oggi in corso, e ci chiediamo se qualcuno abbia una qualunque, seppur misera, idea da proporre in proposito agli elettori.

Un Progetto Economico Europeo non può avere al centro se non la programmazione della transizione digitale

7.Un  Progetto Economico Europeo al di là della “Strategia Industriale Europea”

Situazioni come quelle di Torino sono presenti ovunque in Europa, anche se in modo meno drammatico. Esse dipendono dall’ assenza di un qualunque serio accenno di capacità programmatica. Come abbiamo viso, il processo di specializzazione e riqualificazione delle varie aree dell’Europa, lasciato senza “paletti” a un mercato d’ imprese sub-marginali esposte a concorrenti enormi, agguerriti e liberi di muoversi, ha portato a risultati assurdi, come il concentrarsi di fatto del controllo dei grand gruppi europei nell’Europa Centrale, il predominio nell’ Europa Meridionale di manifatture obsolete e di una pletora d’ imprese familiari nei settori commerciale e dei servizi alle persone. Non sono state presidiate le aree, oggi determinanti, della cultura, dell’informatica, dell’aerospazio, oggi completamente in mano agli USA e alla Cina.

L’attuale Unione Europea, anziché porsi, come sarebbe  nelle sue ambizioni,  quale il “Trendsetter del Dibattito Globale”, insegue faticosamente i nuovi scenari mondiali. Per esempio, la “Strategia Industriale Europea” era stata annunziata il 20 marzo 2020, vale a dire il giorno prima che l’OMS dichiarasse iniziata la pandemia di Covid. Ma la Cina aveva già fornito ben tre mesi prima le famose informazioni sul Covid, che qualcuno pretenderebbe “ritardate”. Com’è possibile che, a Bruxelles, nessuno si fosse ancora accorto che la pandemia avrebbe modificato profondamente lo scenario economico mondiale?

E, infatti, un anno dopo, la Commissione si è vista costretta a emettere una rettifica alla strategia dell’anno scorso, focalizzata sulla ricerca di rimedi contro le cosiddette “dipendenze” dell’Europa. Ma anche questa rettifica è monca: essa non tratta in alcun modo del problema più grave dell’Europa: la mancanza di  industrie digitali europee. La quale costituisce la più spettacolare fra le nostre dipendenze, in quanto lascia cultura, difesa, politica ed economia europee in balia dei GAFAM, che ci sottraggono continuamente dati, risorse, intelletti e materia imponibile, trasferendoli  fuori della UE.

I provvedimenti previsti dal documento della Commissione affrontano poi la questione in un modo così indiretto, da condannare l’iniziativa all’ insuccesso.

Innanzitutto, vi sono l’”Alliance on Processors and Semiconductor Technologies” ,l’ “Alliance for Industrial Data, Edge and Cloud “, l’”Alliance on Space Launchers” e l’”Alliance on Zero Emission Aviation”. Come si era però visto nel settore aerospaziale, queste “alleanze” sono paralizzanti, tant’è vero che tanto Arianepace, quanto Airbus, sono state poi trasformate, per renderle efficienti, in società di capitali , come avevo potuto constatare personalmente in qualità di responsabile del servizio legale della FIAT Avio, partner e fornitrice strategica di ambedue. Non per nulla era stato creato appositamente vlo strumento della “Societas Europaea”

Questa inefficienza si è vista ancora pochi giorni fa coll’annullamento, per l’opposizione spagnola, dell’ assegnazione dell’ appalto per il centro di supercomputer di Barcellona, alla ditta franco-americana ATOS (di cui il Commissario Breton era stato fino a poco fa il presidente), quando invece gli Spagnoli ritenevano più competitiva quella  di un consorzio sino-americano.

Il bello è che, mentre gli Stati Uniti godono (forse ancora per poco), di una posizione dominante a livello mondiale nei settori di alta tecnologia, ma sono riluttanti ad applicare, alle proprie imprese in posizione dominante, i principi della libera concorrenza da essi tanto decantati, e applicati così rigorosamente fino a un secolo fa (casi Standard Oil e AT&T), e l’Europa, che pur stando appena emettendo, in questo campo, i primi vagiti, pretenderebbe di costituire il modello mondiale della governance digitale, la Cina, che solo in questo secolo ha raggiunto gli Stati Uniti, non solo li sta superando industrialmente, ma sta anche applicando, con la precisione di un manuale, ai propri BATX, tutte le regolamentazioni  previste dai prolifici legislatori americani ed europei, ma completamente disapplicate dai relativi Enti regolatori. In tal modo, la Cina sa proponendo a mondo un modello di mercato digitale continentale retto sulla concorrenza perfetta fra molti produttori nazionali e controllato attentamente da regolatori di mercato retti dalle migliori norme europee  e americane (il vero “Trendsetter del Dibattito Mondiale”), togliendo all’ Europa anche questo primato.

I riferisco in particolare a:

a) l’Antitrust: L’Amministrazione Statale per la Regolamentazione del Mercato (ciò che è in USA la Federal Trade Commission), creata appena nel 2018, ha incriminato, e, in molti casi, multato, 35 aziende informatiche nazionali per fusioni non dichiarate, contratti di esclusiva vietati e tattiche commerciali non trasparenti;

b)la Protezione dei Dati:L’Amministrazione Cinese del Ciberspazio, creata nel  2014, ha sospeso la quotazione negli Stati Uniti della società cinese Didi per violazione dei protocolli di sicurezza;

3) “Espansione disordinata”.Altre imprese sono state penalizzate per altre violazioni delle regole del mercato.

Secondo alcuni commentatori, la  Cina starebbe abbandonando il modello americano, incentrato sull’ high tech, per abbracciare quello “tedesco” fondato sulla “fabbrica intelligente”, anche per controbilanciare le pressioni americane per sabotare le filiere di fornitura cinesi; secondo altri, queste misure sarebbero state adottate per venire incontro al desiderio dei cittadini cinesi di vedersi maggiormente tutelati contro le multinazionali, come promesso da tutti i Governi del mondo, ma attuato seriamente solo dalla Cina. Ambedue obiettivi assolutamente legittimi, e che a parole sarebbero comuni anche ai legislatori e regolatori europei, che però in realtà non li perseguono per nulla , lasciando  i nostri concittadini, le nostre imprese e i nostri lavoratori,  assolutamente indifesi, con i risultati che vediamo nella nostra Città.

Soprattutto, l’attuazione di quelle politiche rende  il sistema industriale cinese un modello completo e avanzato, tanto dal punto di vista strutturale che da quello dei diritti, superando dunque, nel primo caso, i monopoli tecnologici americani, e, nell’ altro, le pretese di leadership dell’ Unione Europea quale Trendsetter del Mercato Globale.

Speriamo che si possano criticare tutte queste “défaillances” nella Conferenza sul Futuro dell’Europa, con l’obiettivo di una “perestrojka” radicale del sistema economico del nostro Continente e della rinascita delle nostre Città.

CONTRO I RISCHI ESISTENZIALI DEL XXI SECOLO: COSTRUIRE UN MONDO POLIEDRICO

La costernazione generale dell’establishment per il fatto che gli Stati Uniti abbiano rimpatriato le proprie truppe dall’ Afghanistan ha fatto perdere di vista un aspetto ben più vasto e generalizzato: che, nonostante gli USA abbiano proprie basi militari in tutto il mondo, al punto da ricomprendere, appunto, il mondo intero nelle proprie regioni militari (da cui non è esclusa alcuna parte del globo), essi non coincidono affatto (come giustamente rilevato da Giovanni Paolo II), con le Nazioni Unite, bensì sono solo un “impero nascosto”(Immerwahr) non riconosciuto da nessuno, e la cui effettività è tutt’altro che assodata, ma, anzi, è contestata un po’ da tutti.

Come ha scritto giustamente Cacciari su l’Espresso, “abbiamo affrontato  le crisi medio-orientali e la tragedia afghana alla luce di un bagaglio ormai confuso di idee di democrazia, di costituzione, di procedure parlamentari, distinguendo le forze in campo in base alla  loro distanza dai nostri ’valori’”.

Peccato che poi anche il nostro filosofo dimostri una confusione ancor maggiore là dove parla di “egemonia esercitata (anche attraverso l’ URSS!) da oltre due millenni”. Ma quando mai, l’ “Occidente” ha esercitato un’egemonia sul resto del mondo   prima dell’Ottocento? Ai tempi degl’ Imperi Persiano, Maurya, Han, Tang, islamico, mongolo, ottomano, Qing? A quelli di Buddha, Confucio, Ashoka, Maometto, Averroè, Avicenna, Chinggis Khan, Marco Polo, Akbar?

La pretesa egemonia occidentale, e l’idea stessa di “Occidente” nascono solo con le violente aggressioni contro l’ Algeria, la Cina e l’ India del secolo 19°. Prima di Condorcet, Saint-Simon, Hegel, Marx, Hugo, Mazzini e Kipling, nessuno aveva mai pensato ad un’”egemonia occidentale” nel mondo, dato che gl’imperi cinese, russo e ottomano erano i più estesi, i più ricchi e i più colti, tant’è vero che il Cristianesimo, l’Islam, la Via della Seta, le scoperte tecniche e scientifiche, erano venuti dall’Oriente fino a un paio di secoli fa. D’altra parte, Kircher, Fresnais, Leibniz, Voltaire, Federico II, prendevano a modello la Cina, e Schopenhauer, Blavatskij e Guénon, l’India. Mentre gli Utopisti e Marx si sforzavano di comprendere come potesse essere fatta una società socialista, i Taiping l’avevano già realizzata.

Dirò di più. Il fatto d’ignorare l’influenza dello zoroastrismo, del buddhismo, dei popoli delle steppe, delle culture islamiche, di quelle siniche tramite i Gesuiti, del Sarmatismo e dell’ Eurasiatismo, sulla storia e sulla cultura europee (per esempio, sull’Ellenismo, su Roma, sul Cristianesimo, sul  Rinascimento e l’ Illuminismo, su concetti costituzionali come “dispotismo illuminato” e “Stato Minimo”), impedisce agl’intellettuali “mainstream” di cogliere l’essenza stessa della storia europea, che è stata da sempre parte integrante di una dialettica mondiale, e, in particolare, eurasiatica.

L’incapacità di comprendere il “Socialismo con caratteristiche cinesi”, la “Sovranità Digitale” e  gli “Stati-Civiltà” c’impedisce poi anche di capire dove stia andando la politica contemporanea.

Il periodo di egemonia occidentale non è durato neppure 200 anni. La sua fine, evidenziata in modo spettacolare dai fatti di Kabul, fa intendere anche ai più ottusi che l’enorme castello di finzioni su cui si fondava il preteso “Ordine Mondiale” era basato su un sistema quasi insuperabile di equivoci: presunta vittoria del “materialismo volgare”, quando l’informatica e la quantistica hanno dimostrato in modo plastico la dematerializzazione del mondo; presunta insuperabilità degli “Stati Nazionali”, della Costituzione americana,  dell’ordinamento europeo….

Carro da guerra della cultura di Sintashta

1.Il vero quadro geopolitico odierno

A oggi, esistono, nel mondo, almeno 11 diversi centri di aggregazione geopolitica, di cui 10 non si riconoscono nella pretesa egemonica, ma neppure nella cultura, dell’ America, e, quindi, dell’ “Occidente”.

L’importanza di questi centri tende ad accrescersi soprattutto per via dell’inaudita concentrazione di potere generata dal web, che ha fatto sì che le sorti del mondo vengano decise sempre più in soli 2-3 centri operativi, condivisi fra guru del web e servizi segreti, di  quei Paesi.

Ne consegue che le diverse civiltà del mondo sono vieppiù costrette, se non vogliono essere schiacciate, a dotarsi di organismi statali e industriali giganteschi, capaci di padroneggiare la balcanizzazione del Web. Questa è la vera ragione del fascino esercitato dalla Cina, l’unico Paese che abbia, nel contempo, una popolazione di più di un miliardo di abitanti e un’industria del web fiorente e completamente autonoma.

Tutti i sub-continenti del mondo dovrebbero organizzarsi in Stati-Civiltà come la Cina, detentori del potere culturale, digitale e militare, delegando ad Entità minori (Euroregioni, Repubbliche, Emirati), le questioni di minore impatto, come le politiche economiche e sociali. Anche la questione della democrazia  si comprende solo se si ragiona in relazione ai diversi livelli di governance. E’ chiaro che Biden e Ji Xinping non decidono democraticamente le questioni della pace e della guerra, e se ne vedono le conseguenze. Trump e  Biden non hanno consultato, sull’ Afghanistan, nemmeno gli alleati (e neppure l’opposizione americana). Certo, si possono, e si devono, decidere in modo democratico e partecipato  il bilancio, la programmazione territoriale, l’urbanistica, a livelli inferiori come quelli macroregionali, nazionali, euroregionali, regionali, provinciali, cittadino e di quartiere.

Tentiamo di riassumere  la situazione attraverso la tabella seguente:

nomi delle grandi aree del mondo e Teorici più rappresentativiNumero di abitantiCaratteristiche essenzialiMaggiori divergenze dall’ “Occidente”
1.Anglosfera (Huntington)400 milioni (USA; UK, Canzus)Materialismo Puritanesimo Democrazia Millenarismo 
2.Europa Occidentale (Koudenhove-Kalergi, Spinelli)350 milioni(Iberia, Francia,Scandinavia, Benelux,Germania DSvizzera, Austria, , Italia, Lituania)Pluralismo Elitarismo ComunitarismoMito della cultura “alta” Interventismo statale
3.Europa Orientale (Gumiliov, figlio di Anna Ahmatova)250 milioni (Slavi Orientali, “16+1”,CaucasoParticolarismo Passionalità ComunitarismoOrgoglio Gerarchia
4.Grande Medio Oriente  (Ibn Haldun)1.400 milioni (Turcofonia, mondo iranico, Lega Araba, Sahil, Corno d’Africa, Pakistan, Bangladesh, Asia Centrale, Indonesia)Religiosità Particolarismo PassionalitàAutoritarismo Machismo
5. Subcontinente indiano (Gandhi)1.400 milioni:India, Nepal, Sri LankaReligiosità Particolarismo CasteRaffinatezza Partito forte di governo
6.Cina (Zhang WeiWei, Bell)1.400 milioniSincretismo Tradizionalismo SocialismoPartito comunista Coordinamento centrale
7.Asia-Pacifico (Shiratori)700 milioni (Corea,Giappone, ASEAN,PolinesiaParticolarismo Autoritarismo Laboriosità  Pluralità di Stati  
8.Africa Subsahariana (Senghor)1.100 milioniParticolarismo Tribalismo Primitivismo“Black Privilege Tradizionalismo
9.America Latina (Urarte, inventore della “Patria Grande”)650 milioniParticolarismo Tradizionalismo SolidarismoPluralità di Stati Antimodernismo
10.Israele (Eisenstadt,autore di “Civiltà Ebraica”)10 milioniStato confessionale Costituzione parlamentare Ruolo centrale dell’ esercitoIntellettualismo Clericalismo   
11.Roccaforti comuniste200: Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Venezuela)Dittatura Di partito Coordinamento centrale Isolamento intenazionaleRifiuto democrazia parlamentare Egualitarismo

Da questo semplice schizzo, si capisce quanto siano, ancor oggi, diverse le varie società del mondo, e quanto poco realistica sia la pretesa degli Americani (e di parte degli Europei) di voler trasformare tutte le altre parti del globo per adeguarle ai gusti di un’esigua maggioranza, che non raggiunge neppure l’1/% della popolazione mondiale (la “Società dell’ 1%”), con il cosiddetto “processo di Nation Building”, sul modello degli USA, della Grecia, dell’Italia, di Israele, dell’ India, del Pakistan, che, oltre ad essere obsoleto, è anche normalmente sanguinoso).

La civiltà del Gandhara

2.L’atteggiamento autenticamente “universalistico” .

Contrariamente alla retorica “mainsteam”, un autentico universalismo non potrebbe avere la pretesa di annientare le differenze culturali, bensì dovrebbe puntare a trovare ciò che unisce, senza sacrificare ciò che divide.

A questo punto, perché mai stupirsi se la pretesa del “Nation Building” all’ americana sia stata rifiutata nel modo più reciso dall’ Afghanistan, che aveva già respinto precedenti i tentativi di annessione, prima, nel Raj anglo-indiano (la celeberrima battaglia del Khyber Pass), poi, nel blocco sovietico? Con ciò, l’ Afghanistan ha dimostrato nei fatti di essere già non solo una nazione, ma addirittura uno Stato Civiltà, con un’identità culturale, una coesione politica e una volontà di libertà molto superiore a quelle della maggior parte dei Paesi del mondo.

Inoltre, l’Afghanistan appartiene, per cultura, per organizzazione sociale e per costumi, all’area medio-orientale: Islam, alfabeto arabo, abbigliamento, tribù…Ciò che costituisce il vero anacronismo del Medio Oriente nell’attuale società globalizzata (cfr. supra), è la sua tradizionale  frammentazione  confessionale, etnica e linguistica. Questa fa sì che inevitabilmente sorgano senza sosta movimenti rivoluzionari panislamici miranti alla costituzione in Medio Oriente di uno Stato-Civiltà delle dimensioni della Cina, dell’ India o dell’ Europa. In questo senso, il movimento dei Taliban non si distingue dal panarabismo, dal panislamismo, dalle internazionali Shi’ita e Wahabita, da al-Qaida, dall’Isis e perfino  dall’idea americana del Grande Medio Oriente. E’ quindi normale che un movimento indipendentista medio-orientale sia anche sovranista ed espansionista, e che, per questa ragione, sia condannato a scontrarsi con i sovranismi americano, europeo, israeliano, indiano e cinese, con punti di attrito quali le “guerre umanitarie”, il Sahel, la Palestina, il Caucaso, il Kashmir e il XinJiang. Nello stesso modo, il latino-americanismo si scontra con l’americanismo yankee a Cuba e in Venezuela, così come il sovranismo russo si scontra con quello europeo occidentale in Ucraina. E’ infatti impossibile stabilire in modo “obiettivo” se territori “di confine”, come l’Ucraina, la Somalia o il Kashmir appartengano all’ una o all’ altra area civilizzatoria. Eppure, de non altro per banali motivi organizzativi, questa questione va decisa. Inoltre, giacché un possibile Stato Civiltà medio-orientale sarebbe grande come la Cina, e molto più grande dell’ Europa e dell’ America, è del tutto spiegabile perché le attuali grandi potenze vogliano impedirne la nascita in ogni modo.

Infine, l’ Afghanistan è una delle aree del mondo di più antica civilizzazione. Basti ricordare che questa fu l’area attraversata dalle migrazioni indoeuropee verso l’ India (la “Cultura di Sintashta”, del 2000 a.C., D. W. Anthony, The Sintashta Genesis: The Roles of Climate Change, Warfare, and Long-Distance Trade, in B. Hanks e K. Linduff (a cura di), Social Complexity in Prehistoric Eurasia: Monuments, Metals, and Mobility, Cambridge University Press, 2009, pp. 47–73), tanto che, anticamente, esso fu chiamato semplicemente “Aria”, in quanto possibile patria originaria dei popoli indoeuropei; ch’ essa fu il centro degl’imperi del Gandhara ,macedone, Maurya e dei Khushana, e un centro importante d’irradiazione, prima, del Buddhismo, e, poi, dell’ Islam, e, infine, il baricentro degl’imperi Ghaznavide e Ghuride….Perciò, nonostante che gli Afghani a noi appaiano oggi miseri ed arretrati, essi si considerano giustamente i discendenti di quegli antichi popoli guerrieri, simili ai Greci e agli Sciti delle Guerre Persiane. I quali  avevano anch’essi costumi durissimi proprio per il carattere militare delle loro società (schiavitù, “agogé”, maschilismo…).

Essi si considerano anche tutt’altro che incolti, visto che la loro stessa autodefinizione fa riferimento al loro carattere di “studiosi”. La parola persiana “Taliban”, dall’Arabo “Talibuni” (participio presente plurale di “talaba”, “cercare”), significa “ricercatori”, e, per antonomasia, ricercatori della verità attraverso lo studio della teologia islamica. Del resto, l’Afghanistan ha dato i natali a intellettuali di valore universale, come Jalal ad-Din Rumi.

Difficilmente gli Afgani avrebbero potuto, dunque,  accettare di essere assoggettati a un potere lontano e così diverso…I loro stessi costumi estremamente aspri (si pensi alla questione del burqa) si spiegano in gran parte con lo stato di guerra permanente a cui sono stati sottoposti da secoli dai loro vicini, che non hanno mai esitato, per esempio, a rapire le loro donne, come facevano per esempio in modo sistematico i Mongoli.

Su questo, perfino i vari commentatori “mainstream”, di solito così offuscati da comportamenti ideologici viscerali, sono oramai completamente allineati: la motivazione emotiva, religiosa, filosofica o anche solo patriottica dei Talibani, è risultata più forte di qualunque apparato militare burocratizzato. E, soprattutto, l’inaudita “coalition of the willing” raccolta da Bush con l’avallo dell’ ONU era incredibilmente sconclusionata: l’ONU aveva votato in spregio della sua missione; gli USA perseguivano interessi concreti inconfessabili (spirito di vendetta alla cow-boy, boicottaggio della Via della Seta); la NATO stava operando in netto contrasto con il proprio statuto; l’Europa andava in guerra solo per servilismo, e l’”esercito regolare” afghano ha  semplicemente frodato gli Occidentali spillando aiuti enormi senza fare assolutamente nulla.

In particolare, l’ Europa ha violato grossolanamente la sua pur traballante dottrina di Politica Estera e di Difesa, secondo cui, diversamente dagli Stati Uniti, l’ Europa rifiuterebbe l’idea di esportare la democrazia con le armi, come invece si è tentato di fare in Afghanistan almeno a partire dalla morte di Bin Laden, quando si è cambiata senza alcuna motivazione la giustificazione originaria dell’ invasione: dalla cattura di Bin Laden stesso, alla “costruzione di uno Stato democratico”

Era quindi impensabile che quest’enorme Armata Brancaleone potesse sostenere l’attacco del piccolo, ma motivato (e, diciamolo pure, eroico) esercito talibano.

Gli Occidentali hanno cercato di conquistare l’Afghanistan
dal 1800

3.Le incredibili oscillazioni negli atteggiamenti verso i Talibani

Le grandi potenze hanno trattato dunque l’Afghanistan come una lontana provincia da assoggettare ai loro conflitti geopolitici e ideologici, senz’alcun rispetto per la libertà di scelta di quel popolo e per l’antichità della sua civiltà.

E’ così che il fiero popolo afghano è stato in guerra da ben 40 anni contro due diversi occupanti a lor modo “occidentali”: i Sovietici e gli Americani. Fra i motivi del crollo dell’ Unione Sovietica ci fu quasi sicuramente lo smacco subito in Afghanistan, con la conseguente perdita di credibilità dell’ URSS, che si sciolse pochi anni dopo. E’possibilissimo che la stessa cosa accada ora all’ America, visto il repentino cambiamento di atteggiamento di molti politici, non solo islamici, in genere allineati con gli USA. Basti pensare ai nostri Conte e Di Maio, passati, dall’entusiasmo per la Cina ai tempi del MOU, di Geraci e di Tria, al blocco degli accordi con la Huawei, e ora nuovamente ansiosi di dialogare con Cina, Russia, Turchia e Talibani. Basti pensare alla Merkel e a Draghi, ora tutti attenti a coinvolgere Russia e Cina.

Questo zig-zag è tutt’altro che nuovo. La rivolta dei Talibani non avrebbe potuto neppure nascere senza l’appoggio della Casa reale saudita, delle grandi famiglie arabe (come i Bin Laden)  del Governo pachistano, e, soprattutto, di quello americano. Addirittura, quando i Talibani  avevano cacciato i Sovietici, gli Americani avevano sperato per molto tempo ch’essi riuscissero ad infiltrare l’Iran, le Repubbliche ex sovietiche e perfino il Xin Jiang cinese.

Fu solo quando, nel 2001, al-Qaida colpì le Torri Gemelle e diede ospitalità a Bin Laden, che improvvisamente i Taliban divennero il nemico numero uno e gli Usa attaccarono frontalmente il Paese, costringendo una ventina di Paesi (compresa l’ Italia) a partecipare a una colossale guerra di occupazione, con i pretesto di catturare Bin Laden. In realtà, come si vide molti anni dopo, Bin Laden si trovava, non già in Afghanistan, bensì in Pakistan, protetto dai servizi segreti di quel Paese, dove egli venne ucciso dagli Americani senza processo e con i suoi familiari.

Dopo di che, l’America, anziché scusarsi per l’enorme danno provocato all’ Afghanistan occupandolo senza alcun motivo, rimase ancora per un decennio nel Paese, con il nuovo pretesto del “Nation Building”, cioè di trasformare quel Paese agricolo, particolaristico e guerriero, in un Paese moderno di stampo occidentale (cosa che tra l’altro aveva già tentato inutilmente l’ Unione Sovietica).

In realtà, l’obiettivo dell’ occupazione dell’ Afghanistan era quello di avviare il “Pivot to Asia” lanciato da Obama, cioè di circondare Russia e Cina con una catena di Stati dipendenti dagli USA, come Turchia, Kurdistan, Afghanistan, Mongolia, Corea del Sud, Giappone, Taiwan e Vietnam, possibilmente aggiungendovi, grazie all’ ETIM, organizzazione terroristica uighura, anche il Xinjiang. Tra ‘altro, c’ è una singolare concomitanza fra la presa di Kabul da parte dei Taliban e lo stop della campagna mediatica anglo-americana sugli Uighuri.

Fu in quel contesto che Hilary Clinton aveva lanciato l’idea della “Nuova Via della Seta”, che avrebbe dovuto collegare tutti questi nuovi alleati, per disgregare quel blocco di Stati che s’identificano nell’ Organizzazione di Cooperazione di Shanghai.

Come si sa, quest’obiettivo non era poi riuscito proprio per il perdurare delle guerre in Kurdistan, Siria, Nagorno-Karabagh e Afghanistan, e per lo scarso impegno profuso nel progetto dall’ America, poco interessata allo sviluppo di quei territori, naturalmente parte di un mondo eurasiatico potenzialmente concorrente.

Questa contraddizione dell’ America era stata subito rilevata dalla Cina, ben più interessata allo sviluppo socio-economico di tutta l’ Eurasia, la quale ha ripreso subito, con il discorso di Xi Jinping ad Astana nel 2013, l’idea della nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), investendovi fin da subito tutto quanto necessario. Restava ancora la spina nel fianco, ora eliminata, dell’Afghanistan, così come sono cessate le ostilità In Siria, Kurdistan e Nagorno-Karabagh. La Belt and Road Initiative potrà così svilupparsi indisturbata, come avevamo previsto in un nostro post di qualche mese fa.

La città di Arkaim è la meglio conservata nella Cultura di Sintashta

4.Un nuovo generale ripensamento

Il dissolversi in pochissimi giorni dell’ esercito afghano filo-occidentale, creato e sostenuto per 20 anni dalla coalizione occidentale, e l’incapacità della NATO di portare in salvo almeno i propri cittadini e le proprie armi segrete, se non anche i collaboratori locali, ha provocato dunque un po’ in tutti un’accelerazione di quel distanziamento dagli USA che, prima, era stato solo abbozzato.

 In un mondo di opportunisti, di fronte alla debolezza degli USA, si cerca appoggio altrove. Inoltre, l’eterno, e sempre inconcludente, appello alla Politica Estera e di Difesa Comune europea si fa sempre pressante. E, tuttavia, in questi 70 anni non sono mai stati sciolti i nodi di base della Politica Europea Comune: mancanza (voluta) di un’Identità europea autentica; mancanza di un “Commander -in-Chief” per le emergenze; timore reverenziale verso gli USA, il vero “rivale sistemico” dell’ Europa; mancanza di motivazione dell’opinione pubblica, delle classi dirigenti e del ceto militare.

La realtà è che un’ Europa concepita come l’ultimo avatar del millenarismo immanentistico non è in grado di difendersi dal fondamentalismo, né da quello islamico, né da quello americano, né da quello  di altri Paesi, perché è essa stessa l’erede di correnti minoritarie fondamentalistiche (estranee al “mainstream” europeo): i Pauliciani, i Catari, gli Anabattisti, i “democratici radicali”, i cosmisti, i futuristi, i trockisti,  sempre sconfitte nella storia europea, a seconda del momento,  dalle Monarchie Nazionali, dalla Chiesa cattolica, dai Luterani, dai liberali, perfino dai bolscevichi…

Di conseguenza, quando gl’islamisti, ma anche gli Americani, rivendicano le ragioni astratte ed estremistiche delle loro lotte, le élites europee non osano opporvisi, perché condividono esse stesse lo stesso paradigma: “ritorno” attraverso la lotta politica allo stato originario di perfezione edenica (la “Fine della Storia”) e l’uso “magico” della scienza (gli Hojjatiyyeh e i Bahai).

Per me, invece, l’ Europa non è l’erede di alcun “filone” unitario. Al contrario, essa nasce dall’ incontro fra i cacciatori-raccoglitori, gli agricoltori medio-orientali, i navigatori atlantici e i popoli  nomadi delle steppe. Gli “Europaioi” erano originariamente tribù indoeuroee e semitiche sedentarizzate, indipendenti e guerriere descritte da Ippocrate, che hanno adottato religione, costituzione politica ed alfabeto   dai popoli medio-orientali (come narrato da Erodoto).

Come anticipato da Svetonio e da Tacito, essi si sono fusi con i popoli del Barbaricum, dando vita all’ Europa Cristiana, con la sua lotta per l’eredità dell’ Impero (Macedonia, Roma, Bisanzio, Norimberga, Veliko Tarnovo, Madrid, Mosca, Istanbul, San Pietroburgo, Parigi, Berlino, Bruxelles..).

L’Europa post-cristiana è stata innanzitutto aristocratica (Rochefoucauld, Saint-Pierre, Voltaire, Alessandro I, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi), poi relativista (Tilgher, Heysenberg, Pirandelo, De Finetti, Feyerabend), e, infine, elitaria (Spinelli, Galimberti, Olivetti). Nulla essa ha a che fare con l’attuale nichilismo “occidentale”, che nega ogni validità all’ eccellenza (la retorica minimalistica), alla cultura alta (cultura “mid-brow”) alle differenze (“cancel culture”). Come tale, essa non può pretendere di sostituirsi alla leadership americana delò “Progresso”semplicemente rialzando le bandiere dell’omologazione globalistica, dell’egualitarismo, del consumismo. Infatti, le sue vocazioni sono ben altre.

Tuttavia, forse, un qualche “Occidente” ha una sua ragion d’essere in quanto diverso dalle due altre grandi regioni storiche del mondo, l’ Oriente (Asu, Re Ben), con centro a Pechino), e il Sud  (Dar as-Sud, Sudan, con il suo centro intorno all’ Oceano Indiano: Chowduri) . I popoli dell’ “Occidente” hanno un grande senso della Storia, che manca, o è molto diverso, ad Est (l’eternità del mondo), e al Sud (l’infinità dei mondi). Ma, inteso in questo senso esteso, l’ Occidente va dalla Calotta Polare Artica al Mar della Cina, dalla California a Vladivostok. Il suo centro non è a New York, bensì dalle parti di Istanbul. L’Europa può aspirare a succedere nella leadership di questo “Occidente” solo se saprà incarnare questa centralità, fra il millenarismo tecnocratico americano, la religiosità medio-orientale e la “passionalità” dei Popoli delle Steppe (Gumiliov).

Perciò, ben vengano una Politica Estera di Difesa e una Autonomia Strategica dell’Europa, ma solamente se esse si fonderanno sulle premesse teoriche di cui sopra. Per poter realizzare queste premesse, è necessaria una vera rivoluzione culturale, sulla linea della Dialettica dell’ Illuminismo di Horkheimer e Adorno, che comprende tra gli altri Athanasius Kircher, Leibniz, Voltaire, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi, Guénon, Eliade…

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa avrebbe dovuto dedicarsi proprio a questo compito. Purtroppo, essa è stata deliberatamente “uccisa” da una congiura del silenzio, che ha fatto sì che non se ne parli, né nel mondo politico, né in campo mediatico, né fra gl’intellettuali, né nell’ opinione pubblica. Si teme troppo che questi temi vengano allo scoperto, sovvertendo la “grande narrazione” costruita con tanta fatica intorno all’ Unione Europea, ma che non sta in alcun modo funzionando.

Noi andiamo però avanti imperterriti, portando avanti le nostre istanze, confidenti nel fatto che, a forza d traumi sempre più profondi, l’attuale kafkiano menefreghismo generalizzato sul futuro dell’ Europa non potrà più reggere, venendo travolto dall’ ansia di trovare un significato, una risposta, una guida.

L’impero Ghaznavide

5.Studiare: la cultura europea; quelle extraeuropee; le nuove tecnologie

A causa di quella congiura del silenzio, gli Europei non sanno nulla di opere fondamentali come “Aria, acque e luoghi” di Ippocrate; “Le Costituzioni” di Aristotele; la “Germania” di Tacito; il “De Monarchia” di Dante; il “Discorso  sul Metodo” di Cartesio; “Novissima Sinica” di Leibniz; “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire; “Christenheit oder Europa” di Novalis; le “Lettere ai Buoni Europei” di Nietzsche; “Paneuropa”, di Coudenhove-Kalergi; la “Costituzione italiana ed europea di Galimberti”.

Tanto meno si preoccupano di Gilgamesh, dell’ Avesta, dei Classici Confuciani, dell’ Itivuttaka, del Bhagavad Gita, del Corano, delle Muqaddimat, del Datong Shu di Kang You Wei, dell’ Hind Swaraj di Gandhi…Come pure delle arti marziali, dello Yoga, del socialismo con caratteristiche cinesi.

Ma, soprattutto, e sorprendentemente, ancora meno sanno dell’informatica, della cibernetica, del Web, dell’Intelligenza Artificiale, della computazione quantica, del 6G, dell’ economia del web, delle criptovalute…

Come si può pensare che, con questi handicap,  gli Europei possano, non diciamo essere, come pretende la Commissione, i “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, ma almeno presenti sulla scena internazionale?

Quindi, ribadiamo, studiare, studiare e studiare, facendo dello studio e della ricerca la prima delle competenze e responsabilità  dell’ Unione Europea.

LA DEMOGRAFIA DELL’ EUROPA E DEL MONDO: decostruiti i luoghi comuni, resta il non piccolo problema di “decidere il Futuro dell’ Europa”

La fine dell’ Umanità può venire in molti modi

Il numero di “L’Express” dell’1-7 luglio, che titola in modo allarmante “Espèce en voie de disparition”, contiene vari articoli di “futurologia demografica”, che parlano di evoluzione della popolazione mondiale, di sostenibilità, di nuove tecnologie, di surriscaldamento atmosferico, di migrazioni -articoli fondati su studi di prestigiose istituzioni, che, sulla base di dati scientifici, non solo sconvolgono molte delle tesi più accreditate, ma aprono anche la strada a un dibattito serrato sui principi stessi-.

Inutile dirlo, l’ “Espèce en voi de disparition” è quella umana, minacciata, secondo la rivista, non solo dalla crisi economica, bensì anche dal calo della natalità. E, aggiungiamo noi, anche e soprattutto dal sorpasso dell’ uomo da parte delle macchine.

Questi servizi vanno per altro letti “in controluce” del fondamentale libro di Parag Khanna “Il movimento del mondo”,  il quale contribuisce anch’esso, anche se in modo troppo torrenziale e impreciso, a questa demistificazione, attraverso un’illustrazione “a 180° di questo mondo in via di movimento e di sommuovimento. Altrettanto rilevante, di Pascal Bruckner, “Un colpevole quasi perfetto”, un pamphlet che situa il dibattito sulle migrazioni sullo sfondo della “cancel culture” .

Vediamo intanto le tesi più rilevanti  contenute nel servizio de “L’Express”:

1)Dopo il 2064, la popolazione mondiale comincerà a ridursi, per via dell’incessante urbanizzazione, che porta con sé la diminuzione del tasso di fertilità(John Ibbitson)

2)l’ondata migratoria  dall’  Africa sarà  meno massiccia di quanto prevista, perché il PIL di quell’area sta aumentando, anche se non in modo sufficiente a compensare l’esplosione demografica (Clément Daniez);

3)La Cina ridurrà la propria popolazione a causa delle difficoltà incontrate dalla politica del “terzo figlio”(Cyrille Pluyette);

4)L’invecchiamento della popolazione in tutto il mondo(Clément Daniez),così come l’immigrazione negli Stati Uniti (Michel Guillot) sfavorirà le guerre, ma accrescerà i conflitti sociali;

5)Il Giappone sta già ovviando, con la produzione di automi, al suo rifiuto di accettare l’immigrazione, e alla conseguente mancanza di addetti ai servizi alla persona.

Nonostante questa dovizia d’informazioni, negli articoli in questione vengono lasciati da parte molti aspetti, collaterali ma tutt’altro che marginali, dell’argomento. Per esempio:

a)la fine dell’egemonia WASP negli Stati Uniti per la diluizione crescente della popolazione bianca (situazione già evidente nel Texas);

b)la trasformazione della Cina, da “fabbrica del mondo”, a “cervello del mondo;

c)l’accelerazione, in tutto l’Estremo Oriente, della sostituzione dell’uomo con i robot;

d)l’intensificazione, da parte della Cina, del controllo sui BATX;

e)una tensione crescente sull’ Artico, divenuto abitabile e navigabile a causa dello scioglimento dei ghiacci. Su questo aspetto si concentra Parag Khanna, che sottolinea giustamente le enormi sfide ad esso legate;

f)la crescente divaricazione fra le sempre più invasive retoriche pacifistiche, ambientalistiche, egualitarie e informatiche, e la realtà della corsa agli armamenti, dei disastri ambientali nel cuore dell’ Europa, della distruzione della dignità del lavoro e della dittatura dei GAFAM.

Il surriscaldamento atmosferico favorirà Europa, Russia e Canada

1.Contro il determinismo, il ritorno del volontarismo

Come sottolinea Khanna, più che dei fenomeni puramente naturali e deterministici, si tratta di fenomeni sociali altamente dipendenti dagli aspetti più intimi dell’umano: identità; riproduzione; egemonie; vitalità e decadenza; uomo vs. macchina; tensioni geopolitiche.

Non dipenderà dall’andamento dell’ economia, ma dalla cultura delle varie società, in quale misura e in che forme esse accetteranno il meticciato; se saranno inclinate, o meno, a fondare famiglie numerose; quali culture saranno dominanti (puritana, latinoamericana, africana,  mitteleuropea, ebraica, islamica, indica, confuciana); se  si diffonderà il nichilismo; come l’uomo s’interfaccerà con le macchine; come si relazioneranno vecchi e nuovi Stati-Civiltà; come verrà gestita l’allocazione delle risorse fra sfera politico-culturale, struttura tecnocratica e fabbisogni economici.

E, almeno a giudicare dal libro di Bruckner, questo genere di sensibilità è oramai colpito, per effetto di un crescente conformismo, da un turbinio di preconcetti ideologici  fra di loro contraddittori, che rendono sempre più difficile qualsivoglia decisione sensata. Il libro di Khanna potrebbe essere considerato un esempio di questo tipo di pregiudizi, anche se di colore differente da quelli del “politicamente corretto” bersaglio di Bruckner.

E’innanzitutto  assai discutibile che, come si afferma in vari servizi de l’ Express, le macchine non abbiano, né bisogni, né potere di acquisto. Per costruire le macchine ci vogliono energia e materie prime; per gestirle, altra energia. Come dimostrano i bitcoin e le terre rare, le macchine sono più voraci degli uomini, e quindi non risolvono la questione ecologica (che sarà risolta o per via “neo-malthusiana”, e/o con le migrazioni verso lo spazio, e/o attraverso un’ “ecologia profonda”, che incida sullo spirito delle persone prima che sulle cose).

Più in generale, le teorie ambientalistiche delle “élites”(elaborate preveggentemente sessant’anni fa a partire dal documento del Club di Roma)peccano oggi, nei suoi epigoni, di retorica, ideologia, autoreferenzialità e favori neanche troppo nascosti per le multinazionali (cfr. “Laudato sì”).

Il problema principale è probabilmente che, per gestire i fabbisogni delle macchine, si rivelano più adeguati i metodi digitali di programmazione che non quelli politici o di mercato. Per compensare questa crescente forza del “phylum macchinico”(Manuel De Landa), la sfera politico-culturale  dovrà essere più  potente di quella tecnologica (delle macchine e degli stessi uomini).In particolare, il controllo sui territori e sulle risorse naturali deve restare una questione squisitamente politica.

Più ancora di quanto avvenuto nel momento del massimo choc della Modernità, alla fine della IIa Guerra Mondiale (con la “questione della bomba” e la Shoah),  questa crisi  della Postmodernità porterà in evidenza nel modo più acuto le questioni più radicali: il nichilismo buddhista contro il pragmatismo confuciano; il “pari” pascaliano contro le “idee chiare e distinte” di Cartesio; il messianesimo occidentale contro il vitalismo delle “culture naturali”; il culto degli antenati o quello della tecnologia; quello del sangue o quello del  Libro. Per questo sarà necessario che, nelle competenti sedi internazionali, possano avere una voce (come aveva chiesto per esempio Herskovits alla fondazione dell’ ONU), tutte le grandi culture del mondo, e che comunque, sul proprio territorio, ciascuno sia libero di risolvere le questioni vitali in modo consono alle proprie tradizioni, senza ingerenza di un potere mondiale come quello occidentale attuale, in modo da poterne sperimentarne veramente l’efficacia (ecco che cosa sono le misteriore “sandboxes” citate in tanto documenti di “policy”!).

Per esempio:

-i “Paesi di immigrati” dovranno  ristabilire il giusto equilibrio, fra da un lato, ai diritti ancestrali dei nativi (le “leggi di restituzione”), e, dall’ altro,  la loro esigenza di selezionare i nuovi immigrati per mantenere l’identità del Paese (“green cards”);

-l’Europa deve rifiutare l’assimilazione azione culturale, ideologica e politica, ai “Paesi di Immigrati”, perché, essendo un “paese di emigrazione” hanno problemi opposti e speculari -colonizzazione e appropriazione culturale-, simili, sotto certi aspetti, a Medio Oriente, India e Cina;

-il “terraforming” dell’ Artico e della Siberia dovrà essere negoziata fra Russia, Canada, Europa, Cina e Sud del mondo, perchè non potrà essere fatta unilateralmente da nessuno;

-gli USA, l’India e il Giappone potranno pur dare, in coerenza con le loro tradizioni, sempre più largo spazio ai robot, ma non in modo da mettere in pericolo l’ Umanità intera …

Questo equilibrio potrà essere soltanto il prodotto  di indispensabili necessari processi nella sfera politico-culturale, soggetti alla negoziazione fra le diverse visioni del mondo,  che richiedono  la presenza di potenti Stati-Civiltà veramente autonomi.

Secondo Khanna, prevarranno ovunque migrazioni e meticciato: però, lo stesso Khanna omette di chiarire come ciò sarà possibile in una situazione in cui il tenore di vita generale tenderà (per sua stessa ammissione)  a diminuire, visto che le migrazioni hanno un costo per lo più  esorbitante in proporzione al reddito che permettono di conseguire. Basti già pensare a quanto costa (in termini di denaro, di rischi e anche di tempo) un’emigrazione clandestina attraverso il Mediterraneo (assolutamente non alla portata di una famiglia africana, non diciamo povera, ma neppure media). Oppure alle condizioni in cui vivono i giovani migranti intellettuali precari all’ interno della stessa Europa.

Il nomadismo intercontinentale di cui parla Khanna continuerà ad essere possibile solo per una ristrettissima fascia medio-alta (a cui egli appartiene) di giovani ricchi e super specializzati, che sfuggiranno alla disoccupazione in patria solo accettando perennemente lavori inferiori alla loro qualificazione, e un tenore di vita bassissimo, distruggendo perfino  a medio termine il loro patrimonio familiare.

Queste profezie (che non si autoavverano, ma che invece provocano tanti fallimenti fra giovani migranti africani ed europei) sono per altro funzionali alla strategia dei GAFAM, i quali stanno appunto tentando di sostituire il governo delle multinazionali a quello dei governi, tanto amato da Khanna. E rientrerebbero anche nelle ambizioni dei BATX, che però il Governo cinese per ora sta tenendo a bada, applicando in modo finalmente serio quelle legislazioni sulla privacy, antitrust e di banca e borsa che  la Cina ha appena “copiato” dall’Occidente, ma sta prendendo ben altrimenti sul serio.

La crisi in corso può, e deve, mettere in crisi i vecchi riflessi condizionati

3.Uno scenario assolutamente inedito.  

 Con tutti i loro limiti, gli studi  sopra menzionati ridimensionano i problemi che invece il “mainstream” considera centrali:

a. Il surriscaldamento atmosferico, che dovrebbe comunque rallentare per l’effetto congiunto delle tecnologie ecologiche e della diminuzione della popolazione, e perfino favorire, anche culturalmente,  certi Paesi, come la Russia, il Canada e l’ Europa settentrionale (quindi, in un qualche modo, anche noi);

b.La questione della “povertà assoluta”, che si sta riducendo sul piano mondiale (in Cina è stata eliminata quest’anno), mentre sta aumentando solo in Europa (confronta a questo proposito le incredibili  affermazioni della Presidentessa Von der Leyen al “Vertice Sociale di Porto”, secondo cui, in base al Piano della Commissione, alla fine  degli Anni ’20,“il 78% degli adulti dovrebbe avere un lavoro”, e “15 milioni di Europei dovrebbero essere liberati dalla povertà assoluta”).

Il guaio della crisi del “Progetto della Modernità” (oramai data da tutti come un fatto acquisito)è che, essa  non presenta più alcuna via d’uscita ”positiva”, che, come invece avevano profetizzato un po’ tutti (Giocchino da Fiore, Saint Simon, Hegel, Marx, Nietzsche, Tsiolkovski),che pensavano ch’essa fosse in grado di risolvere tutte le contraddizioni.

Nonostante l’apparente unanimismo degli obiettivi 2030 delle Nazioni Unite, quale  potrebbe essere infatti oggi un possibile obiettivo condiviso di un auspicabile “Projekt Weltethos” (Hans Kueng), capace di affrontare in modo condiviso le sfide atuali dell’ Umanità?

-Affermare ovunque e comunque la presenza della nostra specie (Specismo)?

-Prolungare comunque la vita per ottenere la “quasi eternità”(Vitalismo)?

-Il benessere economico per il più gran numero(Eudemonismo)?

-L’assenza di conflitti (Irenismo)?

-La fine della Storia (Chiliasmo)?

-La sua continuazione indefinita (l’Eterno Ritorno)?

-La fine di tutte le differenze (l’Egualitarismo assoluto)?

-Una buddistica fine del soggetto (Ego-dissolution) ?

-Il ristabilimento dell’equilibrio fra gli ex colonizzati e gli ex colonizzatori (la “Sostituzione etnica”)?

Le scelte su temi come questi sono sempre, per loro natura, parziali, contingenti, localizzate, transeunti :”Es irrt der Mensch, solange er strebt”(Goethe); purtroppo, invece, oggi troppi giurano che uno o più di questi obiettivi (fra di loro contraddittori) , “non sono negoziabili”.

Una soluzione sarebbe possibile solo partendo da un punto di vista ben più alto, che riporti tutte queste pretese alle loro giuste dimensioni.

Di questa grande conflittualità, in cui l’ Europa è immersa, dovrebbe tenersi conto innanzitutto nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, per sfuggire al rischio di lavorare prendendo le mosse da scenari ormai superati, propri del XX° secolo, e di non riuscire, così, ad affrontare i reali problemi “del Futuro d’Europa” -un futuro che va dal 2023 ai decenni che seguono, e per il quale i Paesi nostri concorrenti hanno già delineato precisi scenari, ma noi no-.

REPLY OF ASSOCIAZIONE CULTURALE DIALEXIS TO The EMI network consultation: Europe’s Digital Transition (July 2021)

Can values be “not negotiable”?

We present here below the commentaries of Associazione Culturale Dialexis to the consultations of the European Movement on the EU technology policy, within the framework of the Conference on the Future of Europe.

A “Concrete Politica Ideal” is better than a Utopia

1. Which fundamental values, rights and principles should guide the EU’s policies shaping Europe’s digital transition?

A)VALUES:

The expression “values” is often utilised in an improper way (Rémi Brague). Introduced into the cultural discourse by Nietzsche, by the expression “Umwandlung aller Werte”, it has, first of all, a commercial backtaste (values which are traded on a marketplace), and, from another point of view, “values”are conceived as continuously changing (“Umwandlung”), as they factually are. This conception is paradoxically in stark contradiction with the idea, dear to UE politicians and Churches, that “values” are “not negotiable”(Benedict XVI), and “valid in any time and in any place”(George Bush Jr.).

For avoiding any misunderstanding, we will use, for the present purposes,  the wording “Concrete political ideals”, introduced by Martin Buber and accepted also by Benedict XVI.

Now, we think that the Concrete Political Project which should lead the legislative activities of the European Union as concerns Digital Transition in front of the challenge of Artificial Intelligence (Including first of all the Conference for the Future of Europe) should be:

(i) the Survival of Mankind, jeopardized by the unlimited autonomisation of the technological and digital complex from the control of culture and politics, in first instance via the control over on the outperformance  of Mankind by Artificial Intelligence (Čapek, Asimov, von Neumann, Kurzweil, Joy, Hawking, Rees), and, first of all, the automatization of warfare (de Landa)

(ii)The  rejuvenation of “natural” humanity, as shaped by Axial Civilisations, with its objective  of an equitable balance of right and duties, and a corresponding relationship with nature (“suum cuique tribuere”).

The Movimento Comunità of Adriano Olivetti tried to balance digital industry, rights and duties

B)RIGHTS

Also the term “Rights” is often utilised in an improper way, since “rights” are just one of the faces of a relationship, the other being “duties”. So, there are no rights without a corresponding duty imposed on anther legal subject (be it other citizens, enterprises, the State or foreign powers). Relationships which are in urgent danger and which Europe should protect are the ones deriving from its pluralistic traditions, and, in particular:

(i)The traditional freedoms – of  conscience, of expression and of association-, jeopardised by hidden persuasion, opinion crimes, political correctness, mass surveillance, fake news,  web censorship, and prosecution of whistleblowers;

(ii)Privacy, put at jeopardy by the ineffectiveness of consent policies, the omnipresence  intelligence agencies, international treaties breaching the citizens’ rights, non compliance with GDPR and with the Court of Justice’s judgements;

(iii)Non discrimination of European enterprises and citizens with regards to the GAFAM, for tax treatment as well as to freedom of speech, presently completely ignored by ourt comntinent’s legislators;

(iv)reverse discriminations brought about by all forms of “affirmative action”.

The focal question is to avoid machines outsmarting mankind

C)PRINCIPLES:

The policy guidelines which, according to us, shyould enable the European Union to achieve its Concrete Political Objective of item A) while protecting the relationships of item B) should be:

(i)Recognizance that the emergence of Artificial Intelligence has put in jeopardy the bases of post-war world arrangements (Western hegemony; Cold War political systems, European welfare, industrial society).with the risk,  for both the European Union and  the European Movement, to have become obsolete, unless they affirm their specific point of view and their leadership on the ongoing change of paradigm.

(ii)Putting  Artificial Intelligence at the centre of the Conference on the Future of Europe, of the ten-year European Economic Plan proposed by France and of the programs of the European Movement. In fact, all activities of Mankind (from religion to handworking, from culture  to economy, from art to warfare, from politics to administration, are presently carried out (and still more will be carried out within ten years) by Artificial Intelligence. So, it is impossible to think of a future of Europe outside Artificial Inytelligence, so as it is impossioble to think of the USA without the NSCAI Commission and of China without China Standards 2030.

(iii)Education of Europeans to man-machine interface, at all level of schooling and in lifelong learning. The attention of Europe for education, and, specifically, for technological education, is not even comparable with the one of other areas of the world, and, in particular, with the ones of Asia. Already this trend condemns Europe to underdevelopment.

(iv)Superiority of culture on politics, of politics on economy, to be achieved by enhancing the independence of teaching, the representation of academy at political level, a European Economic planning as requested by France and Germany, but never done,a, strict application of the rule of law towards economic powers (lobbies, finance, multinationals, trusts), workers’ participation according to the Betriebsverfassungsgesetz and the Directives on European Workers Councils;

(v)A Strategical sovereignty of Europe, as requested by Macron, Altmeier and Borrell, but never really pursued, to be achieved by a cultural transformation of the ruling classes, by new curricula, more respectful of both science and classical cultures,  the study of the policies of great powers, the creation of an appropriate economic and defence governance,the technological fall out of cyberwar on the whole European digital sector, transparency in the relationships with multinationals;

(vi)A political decision for a transition from “followers” to “leaders”, like it is happening  in China under our eyes in the cultural, political, economic, social, technological and military fields (see Pieranni, Lo Specchio Rosso; David P.Goldman, You will be assimilated);

(viii)A market-enhancing policy, able to remedy, by strategical interventions of the public sector, to the gigantic market failure of Europe vis-à-vis USA and China , to be achieved by fostering the birth of a plurality of European enterprises in all sectors and by an adequate antitrust reform;

(ix)A really progressive taxation of digital enterprises, avoiding to tax Web giants less than European SME and citizens, so reversing half a century of shameless privileges, which not even the recent decision of the G7 is able to challenge (Alain Denault,Le Monde Diplomatuique, July 2021);;

2. How can the EU strike a balance between regulating the tech industry and promoting fair competition and digital innovation in Europe?

Environment must not become a pretext for propaganda, business and marketing

A)CONTRADICTIONS BETWEEN THEORY AND REALITY

There should be no conflict among regulation, fair competition and digital innovation in Europe, if European academy, public opinion, politics and media would nurture an objective vision of  the following  facts:

(i)presently,  all high tech companies operating in Europe are US worldwide monopolies, with tight connections with the military-bureacratic complex;

(ii)de facto, there is a subordination of the policies of member States an d of European Institutions  towards the GAFAM;

(iii)After years of threats, to the GAFAM, by European Institutions, only Biden has succeded in taking a limited step against them (the 15% minimum tax), what shows all  powerlessness of the EU vis-à vis the US Digital-military complex;

(iii) already in 1960 ,the Olivetti Case (see Meryle Secrest. The mysterious Affair at Olivetti) that European Digital enterprises had been severely boycotted in Italy  for engaging in competition with the US;

(iv)European Institutions have subcontracted since more than 10 years all of their digital activities to Microsoft notwithstanding the warnings of the EDPB;

(v)as stated still recently by Max Schrems,after the “Schrems II Decision” of the Court of Justice:

-only a fraction of European businesses have moved towards hosting personal data in Europe, or other safe regions, as required by the “Schrems Decisions”;:

-a hoard of industry lawyers and US cloud providers, instead of investing in secure IT systems, invest in PR efforts that fake compliance with the Shrems Decisions;

-of the 101 model complaints noyb (Schrems’ organisation) filed following “Schreems II”, none have yet been decided, despite the creation of a task force by DPAs;

-the original complaint on Facebook, filed in 2013, was delayed by an unnecessary second investigation by the Irish Data Protection Commission;

-the European Commission is muddying the waters by issuing new transfer tools, like “Standard Contractual Clauses“, that carefully by-pass a clear say on EU-US transfers and allow industry lawyers to avoid long-term solutions;

-there seems to be little to no appetite to change the root of the problem: overreaching US surveillance laws.

-unless the US industry heavily lobbies Washington to improve protections for foreign customers, it is unlikely that US surveillance laws will change;

-a long-term solution can only be some form of “no spy” agreement, requested by Merkel more than 10 years ago, among democratic nations that protects users’ human right to privacy independent of location and citizenship.

The European Court of Justice is the only Institution having taken seriously European Digital Law

B)REGULATORY  PRECONDITIONS FOR THE BIRTH OF A EUROPEAN DIGITAL INDUSTRY:

Digital innovation in Europe can be started only by:

preventing in our Continent undue influences of the US bureaucratic-military complex, what President Eisenhower had invited Americans to do already 70 years ago;

– creating IMMEDIATELY  continental champions in Europe alongside the Arianespace, Airbus, Google, Apple, Microsoft, Facebook, Amazon, Alibaba, Baidu, Tencent, Huawei, ZTE, models;

-allowing tax holidays  and low cost financing for European infant industries while taxing monopolies at least at full amount (the 60% real tax impact of the average European enterprise, NOT THE 15% of the Biden proposal);

-dismantling digital monopolies alongside the Standard Oil, AT&T, SKF and GE-Honeywell models;

-allowing a European Preference to European  high tech; enterprises in public procurement, alongside the patterns of European defence procurement;

– creating a sole European Technology Agency programming, coordinating, implementing and controlling legislation, financing, research, development, creation and transformation of of companies, curricula, schools, lifelong learning, cooperation between Civil and Military, according to the  German, US and Chinese examples, as well as of the US DARPA and the Vatican RenAIsssance Foundation;

-setting precise targets and deadlines, in the European Ten-year Plan proposed by France, to the specific achievements of European legislation and economy in the high tech field, as done by the Chinese by the “Made in China 2025” Plan.

3. What elements of the EU’s plans to regulate digital services and online platforms should be further strengthened or emphasised? What role should civil society play in the oversight of digital platforms?

An overall world monopolisation has never existed like the one GAFAM

A)ELEMENTS OF EU PLANS TO BE STRENGTHENED:

(i)Utilising Artificial Intelligence not as an object to be programmed, but as the tool number one for working out the Master Plan for the future of Europe, based upon the study of:

 futurological assumptions extracted from Big Data;

-working out of models for geopolitical strategies;

-environment dynamics;

-demographics;

-economic planning;

(ii)Merging ESA, ETI, GAIA-X and the European Defence Fund into the European  Technology Agency (see our book European Technology Agency);

(iii)Creating a European Digital Academy and a European Military Academy as proposed by the European Parliament and by the French Government, alongside what suggested in the US by the NSCAI Commission, in order to enhance a European Culture of Digital Humanism (nida-Ruemelin), with the links among digital industry, culture and territory proposed by Adriano Olivetti;

(iv )Merging the existing European police and cybersecurity agencies into a full-fledged European Intelligence Service, as the initial cell of the future European Army;

(v)Re-founding European Antitrust in order to take into account that platforms are not just enterprises, but a hybrid  of Churches, parties, banks, enterprises and intelligence services, and that they monopolize worldwide culture, military, politics, economy and society. As a consequence, they should be subject to the principles of separation of State and Church, of the democratic governance of parties, of banking and stock exchange regulations, or the law on State secrets  and on the freedom of culture, and of military laws…

(vi)Starting to seriously  implement the two Schrems Judgements and the Resolutions of the European Data Protection Board concerning the GDPR, and in any case forbidding any transfer, by Institutions, States or enterprises, of the Europeans’ data into countries where they are made accessible to  a foreign State administration;

(vii)Introducing a Web Tax wherever possible notwithstanding the requests of both the United States and the European tax heavens, including the recovery of moneys lost because of past breaches of law or help to GAFAM by European tax heavens. As explained by Alain Deneault in Le Monde Diplomatique of July 2021, the 15% minimum tax proposed at the G7 by President Biden is not sufficient for restoring equal treatment with the usual European enterprise who pay an average of 60%;

(viii)Seriously pursuing Member States which (like Ireland, but not only) boycott European policies for complacency towards GAFAM, and recovering taxes not perceived in the past;

(ix)Writing into the proposed European Ten Year Economic Plan the ideas that the Digital Ecosystem is a basic element of European Culture, European Security and EuropeanEconomy, and that, therefore, the whole technological and economic cycle of digital industries must be mastered inside Europe, and governed, as such, by special security regulation;

(x)Instead of the present lack of competition among platforms,  putting European Platforms  in a position to compete among themselves and with third parties on the European market and worldwide, so as China has made its own platforms competitive both at home and abroad;

(xi)To become really the “Trendsetter of the Worldwide Debate on Digital”, signing agreements on an equal footing with all worldwide players on the above principles: non-spying, non-interference, war prevention,  antitrust, fair taxation.

The only obstacle found by GAFAM have been the BATX

B)ROLE OF CIVIL SOCIETY IN THE OVERSIGHT OF DIGITAL PLATFORMS

In the consulting procedures and in the governing bodies entrusted with control over the digital governance of the European Digital Ecosystem, the influence of GAFAM and of the European specialists colonized by GAFAM should be balanced by representatives of organisations and culture independent from the GAFAM, moved by different worldviews, with the aim to create a genuinely European digital ruling class of the Digital Ecosystem.

In particular, the European Movement International, being the forerunner of European Citizens fighting for the unification and freedom of Europe, must claim a leading role in the oversight of the Digital-Military complex, both as a challenging representative of civil society and as an institutional representative inside the governance bodies odf the European Economic Planning, and, in particular, of the European Technology Agency. For this purpose, the European Movement International shall develop internally the necessary skills.

4. What skills will be most relevant for the digital transition and how can citizens, businesses, and policymakers be better equipped?

(i)Awareness of the philosophical, historical, political, technical, legal, economic and military nature of digital transition (studying the history of philosophy, science and digitalisation, geopolitics, strategic sciences);

(ii)General cultural education strengthening citizen’s stamina for the difficult struggles of digital transition and worldwide competition, as  demonstrated by the Red Army producing Lieutenant-Colonel Petrov, as well the US Army producing Edward Snowden, both freedom fighters in the interests of the whole Mankind;

(iii)Coupling engineering and multipolar humanistic culture with managerial and political skills;

(iv)Strong civic engagement of all people involved in the transition;

(v)Protection worldwide of the fighters for the control by Mankind over Intelligent Machines (like Assange and Snowden), who must be sustained, if necessary intervening with the US and UK administrations, as suggested by Holger Stark in the front page of Die Zeit of July, 15th.

5. How can the EU protect social standards and workers’ rights in the digital transition?

European  Labor Law, which has expressed special standards and labour rights, is the heir of long standing European traditions , starting with guilds, Christian  Social Doctrine, arriving at the European Social Market Society, based on the idea of workers’ participation as a “Jus Activae Civitatis”.

Its principles are not limited to the declining Industrial Era, but, adequately modified, are apt to substantiate a brand-new Society of Intelligent Machines governed by Digital Humanism.

For this aim, cultural, ideological, political, legal and social bases must be adequated, by doctrine, politics, entrepreneurship, trade unions and workers’creativity and collective action, to the changed social needs:

(i)By planning and implementing a deep restructuring of European Industry, with the upskilling of every present role in the economy, and the objective to transform all workers into digital-self employed,  integrated within large organisations, financially supported by the public sector and protected by collective rules on workers’ participation;

(ii)By coordinating the transformation of industry with the enhancement of all skills, so that organisations evolve in parallel with their members;

(iii)By enhancing productivity, so that economy may transfer always higher shares of revenue to culture and services to the public, so to have a competent ruling class, as necessary to govern a post-industrial superpower.

6. How can Europe ensure that the digital transition benefits the environment and supports the EU’s environmental and climate ambitions?

European climate ambitions are fully justified by  Europe’s cultural heritage of harmony between man and nature in classical and Christian societies, as well as of the romantic revolt against the evils of industrialisation. These heritages must be re-interpreted alongside the needs of the society of Intelligent Machines and of Digital Humanism, overcoming the present contradictions between environmental choice and its practical hurdles, such as  the centrality in European economy of strong energy-consuming activities, like private transportation,and  mass events and the same fact that digital devices (including ecological ones, like electrical cars) are presently often more energy-consuming than old, non digital,  ones.

The environmental and climate ambitions of Europe may be achieved:

-by transforming the present days “quantitative” approach into a “qualitative approach” (“Deep Ecology”), where environment becomes just an element of a Europe conceived as a bulwark of culture, as hinted in the Encyclica “Laudato sì”;

-by mastering the technical side of digital transition, whereby the technologies for the Green Deal will not be purchased abroad, but developed in Europe having in mind Deep Ecology;

-by utilising Artificial Intelligence for understanding the overall impact of the ongoing transformations, such as the warming of the Arctic Region, the desertification of the Tropics, the migration and infrastructural needs, to be negotiated with all partners worldwide:

7. How can Europe’s digital transition strengthen other policy areas and sectors (incl. health, education, culture, etc.)?

First of all, the European Union has to oversight the modalities of the digital transition utilised by States and corporations, which is carried out, presently, in an abusive way,  where, by ineffective and cumbersome digital bureaucracies, the costs and inefficiencies of both public and private sectors are put on trhe shoulders of citizens, who are obliged to painful extra work for obtaining satisfaction of their rights via digital procedures which are much more time consuming than the previous paper-based ones.

We have discussed the solution -the European Digital Agency- with all European Institutions and political forces,
but nothing has happened

A)HEALTH

It is a typical example of how digital transition will change dramatically all professions.

Via digitalisation, a single “digital physician” may manage autonomously a whole clinic, from exams, to diagnoses, to hospitalisation and bureaucratic aspects (first of all, tracing medical histories of patients and of entire populations). Huge shared  databases will allow to follow-up all evolutions of sciences, and medical robots will take care of patients.

The European Union shall launch financing and organisational programs for restructuring healthcare alongside the same patterns of industry and administration, with a tight network of State Institutions, autonomous administrations healthcare corporations and self-employed professionals, holders of sophisticated medical infrastructures

The Italian Government has just split and vilified the Italian Institute for Artificial Intelligence

B)EDUCATION

The recent experience of confinement says that DAD has not achieved good results over the pandemic, but we must recognize that, during this period, DAD has been utilized in an emergency mood, not on a regular basis, nor taking profit of all techniques of remote learning, which would allow it to be much more intriguing. By the way, a large amount of University students learn today via  DAD, which, under many circumstances, is even more appropriate, like for instance for technical matters or for research of international literature.

The humanistic and human side of education should be furthered via associations, arts and sport, by civil service and the union of civil and military.

The new Huawei Campus in Dongguan is a Homage to European Culture

C)CULTURE

Europe would be a cultural superpower if it would join an increased awareness of the strength of its cultural identity with an appropriate utilisation of the most modern techniques:

(i)language pluralism: This is particularly important for Europe, where we need to enhance at the same time the knowledge:

-of our ancient cultures (Middle East, ClassicaL, abramitic,);

-of the classical cultures of the world (Asiatic, African, pre-Colombian);

-of all countries of Europe (modern, post-modern).

(ii)Art and performing arts:  The whole European cultural heritage shall be transformed into digital resources, in order to make it available worldwide, as a basis for the widespread knowledge of our culture, an enhancement to tourism and education to European Identity.

8. Considering the increasing geopolitical competition and rising external security threats, how can Europe ensure digital sovereignty while protecting citizens’ rights?:

A)Creating an organic European Digital Ecosystem, including:

(i)A European Digital Governance, including:the European Technology Agency, the European Digital Champions, the European Intelligence Service, the European Army

(ii)a true European Army, focussed on defence culture (Academy), cyberwar, technological fall-down of military technologies, people’s self defence, against all kind of threats (“tous les azimouts”);

(iii)A European digital law code (see our book “Codex Iuris Technologici”), including:-international law; military law; constitutional law; administrative law; commercial law; civil law; criminal law; antitrust law; financial law; technical law; industrial property law; digital procedural law;

(iv)Platforms for the diffusion of European Identity alongside the ones of DW, al-Jazeera and CGTN.

B)By strictly implementing the existing DGPR, first of all blocking all illegal transfers and abusive intelligence activities, and secondly fully utilizing the opportunities offered bu GAIA-X and by QWANT;

C)By negotiating with all partners of the world a series of treaties on Precautionary Principle, Hair Trigger Alert; no-spying; no extraterritoriality; universal early prevention of conflicts—

The American NSCAI Commission has proposed to send back Generals to school to study Artificial Intelligence

ADDITIONAL REMARKS (CONCLUSIONS):

Digital Transition is the transformation of human civilisation from the Industrial Era to the Era of Spiritual Machines (Ray Kurzweil).

As a consequence, it represents a change of paradigm (von Bartholffy), such as the passage to the Stone or to the Metallic Ages. Al aspects of mind, culture, language, society, are involved (artificial intelligence, multipolar culture, post-industrial economy).

The European construction may not remain unaffected. The crisis of the European Union derives indirectly from the absence of Digitalisation from the core of European life. Presently, Europe plays just a passive role in Digital Transition. Notwithstanding the rhetoric of European politics, EU’s regulatory activities do not play any relevant role in world economy or politics, because Europe has no digital industry, and it cannot pretend that other countries apply its rules.

This implies a subordinate role of Europe  in culture, research, military, economy, intelligence, society, today, vis-à-vis the US; tomorrow, possibly, also of other players.

 For becoming relevant in all areas of human life, Europe must create its own digital enterprises. This must be the first priority of Europe in the next few years. For this aim, it must launch, at the beginning of next year, within the framework of the European Ten Years Economic Plan, the creation of at least a European Digital Finance Institution, of a European Search Engine, of a European e.Commerce Platform, of a European Social Network, of a European e.Payments platform.

In order to make sense in the present historical moment, also the European Movement shall make, of this battle for a Sovereign Digital Ecosystem, promised by Macron and Borrell ( but never started),  its core activity, on which history will measure its effectiveness.

The publishing house Alpina, together with Associazione Culturale Diàlexis, has published, in the last 10 years, 5 books about the impacts, for Europe, of the digital transition.

Two of them,  in English, are attached hereto:

-Re-starting EU Economy via Technology-Intensive Industries (2014);

-European Digital Agency (2020), which will be presented at the Salone Internazionale del Libro of Torino (14-18 October).

Both have been widely diffused throughout European Institutions and the Governments of Member States

Associazione Culturale Diàlexis would be happy to discuss this matter with the European Movement at the next “Cantieri d’ Europa” within Torino book Fair or otherwise, and cooperate to a thorough transformation of political discourse in Europe.

Moreover, public events, both inside and outside the Conference, shall be organized

For Associazione Culturale Diàlexis,

The Chairman

Riccardo Lala

Legend: Cep = Centres for European Policy Network  FREIBURG | BERLIN | PARIS | ROMA

“GIGAFACTORY”, INTELLIGENZA ARTIFICIALE, FACOLTA’ DI STUDI STRATEGICI

Continua il declassamento di Torino

Un legionario romano misura il territorio per la fondazione di una città

La notizia dell’assegnazione a Termoli della terza “gigafactory” per le batterie di Stellantis è stata accolta con atteggiamenti diversi da Autorità  e organizzazioni sindacali.

Premesso che quello di fare sempre commenti a caldo, pro o contro, è una sorta di malvezzo, perché i fenomeni sociali vanno valutati nel loro complesso, a noi sembra che comunque, per Torino e il Piemonte, le nuove notizie siano sempre più negative.

Infatti, la notizia della Gigafactory a Termoli è arrivata insieme a quella di un drastico ridimensionamento dell’ Istituto per l’ Intelligenza Artificiale (che non si chiamerà più così, ridotto a uno dei tanti hub, con soli 20 milioni di Euro, e limitato al trasferimentio di tecnologie ad auto, spazio e robotica).

Infine, non c’è più il progetto dei compressori, e, dulcis in fundo, si parla anche di abolire la Facoltà di Scienze Strategiche e di Sicurezza.

Bonifacio del Monferrato, conquistatore del Levante

1. Trasformazioni inevitabili

 Certo, è scontato che, con il passare del tempo, un mercato di beni di consumo, com’è quello dell’auto, si sposti sempre più verso i paesi di recente industrializzazione, dove ci sono miliardi di nuovi clienti. Basti dire che in Cina si producono oggi mediamente trenta milioni di veicoli all’ anno, di fronte ai quali anche i due milioni dell’ Italia nei tempi migliori non possono che impallidire.Per non parlare dei 400.00 dell’ Italia di oggi,  dei 40.000 di Torino-quantità assolutamente irrilevanti-.

E’ anche vero che le case automobilistiche decidono le strategie  in base alle loro convenienze, e che in Italia c’è ancora una politica per il Mezzogiorno, di cui la stessa FIAT aveva fruito a suo tempo ad abundantiam. E’ la FIAT, non Stellantis, né il Ministro Giorgetti, ad avere costruito Termoli.E’ la FIAT, non Stellantis, né Giorgetti, ad avere trasferito la propria sede all’ estero.  E’ anche vero che Stellantis è ormai, nella sostanza, un’impresa degli stakeholders, corrispondente agli standards europei di “public company” e al vecchio ideale mitteleuropeo dell’ “Unternehmen an sich” esaltato da Rathenau, ed è quindi logico che, semmai, guardi a un interesse generale europeo piuttosto che a interessi settoriali locali o cittadini (pensiamo al classico esempio della Società dei Battelli del Reno).

Tuttavia, resta il fatto che una politica locale democratica mantiene un qualche senso se essa persegue interessi a lungo termine degli specifici territori. Proprio gli stakeholders sono per natura “situati”(“geortet”). Interessi che dovrebbero essere coordinati con quelli generali, attraverso il concetto di “missione” e gl’istituti giuridici della partecipazione (dei lavoratori, del management, del Governo). Secondo un insegnamento tradizionale, le nazioni europee avrebbero ciascuna una loro “missione”, e, in ciascuna nazione, i singoli territori dovrebbero avere le loro specifiche missioni. Inoltre, in un’impresa cogestita secondo il modello mitteleuropeo, le rappresentanze dei vari settori aziendali e dei vari territori dovrebbero essere bilanciaste, come accade ad esempio nel Gruppo Volkswagen, ma non nel Gruppo Stellantis (dove la Francia è sovrarappresentata). E qui mi chiedo quale sia la responsabilità dei sindacati, che ora tanto si lamentano, ma non hanno mai voluto loro rappresentanti negli organi societari.

Torino nel 1706: la più grande fortezza d’Europa

2.Le vecchie missioni di Torino

In passato, l’idea di una “missione di Torino” era stata in un modo o nell’ altro perseguita, con l’idea del federalismo quale contributo dell’Italia all’ Europa (vedi per esempio il Movimento “Comunità”), e quella della FIAT quale fabbrica intelligente di Torino in Europa. Pensiamo alla Fondazione Agnelli, alle mostre organizzate al Lingotto e a Palazzo Grassi. Ma l’intero sistema Fiat andava molto al di là della Città dell’ Auto, con la finanza, il management, la cultura, i giornali, i sindacati, la Difesa, l’aerospazio, lo sport,…con una logica di “patriottismo cittadino” teorizzata dall’ Avvocato Agnelli.

Ora, tutte queste tradizioni sembrano spezzate. L’Europa non riesce a farsi valere nel mondo, anche perché non sa  diventare nemmeno una federazione (quando dovrebbe oramai essere uno Stato-civiltà), e Torino, dopo la distruzione dell’ Olivetti e il trasferimento  della CIR e della  holding FIAT, non è più (contrariamente a quanto si continua a millantare)una metropoli industriale.

Il che, di per sé, non sarebbe un problema se, negli ultimi 50 anni, i poteri forti della città avessero lavorato nel senso, a suo tempo promesso, di una conversione al settore dei servizi, quella conversione per cui noi avevamo lavorato, nella proprietà intellettuale, nel diritto del lavoro, nel business development, nei mergers  acquisitions: un centro d’innovazione tecnologica e sociale capace di irradiarsi nel  resto del mondo (come attraverso le infinite controllate che aveva il Gruppo FIAT, un centro di finanza internazionale, come aveva tentato di essere il gruppo CIR, la Città della Cultura promessa dalle amministrazioni locali). In realtà, nessuno di questi progetti è stato seriamente perseguito, né dal mondo imprenditoriale, né da quello politico,  i quali, incapaci d’incarnare idee forti e competitive,  hanno preferito inchinarsi ai trend dominanti, cedendo la leadership ad altri, siano essi la Silicon Valley, la piazza finanziaria di Londra, i paradisi fiscali, la Cina, la Francia, anche soltanto Milano.

Il Principe Eugenio di Savoia, comandante in capo delle armate imperiali, massimo condottiero d’Europa

3. Fine del progetto modernista europeo

Il tragico è che, anche in un mondo competitivo come quello attuale, tutti i territori sono costretti, volenti o nolenti, a reinventarsi continuamente una nuova missione. Chi l’avrebbe detto, quarant’anni fa, che Shenzhen sarebbe diventata la capitale dell’informatica o Dubai del turismo di lusso?)

Quindi, nonostante gli sconvolgimenti in corso negli scenari mondiali, è normale che i cittadini continuino ad attendersi, dalle loro classi politiche, se non delle soluzioni, almeno delle proposte in tal senso. Invece,  anche se forse loro malgrado, i politici locali riescono sempre meno a fare proposte sensate, perché è la società europea nel suo complesso che non ha progetti. E questo lo dicono oramai tutti, anche i vertici dell’ “establishment” locale, che non si rendono conto di essere loro la causa di tutti questi problemi.

Nell’Ottocento, gli Stati europei perseguivano  obiettivi di forza politico-militare perché questa permetteva la razionalizzazione delle infrastrutture e la partecipazione all’ impresa coloniale(i treni, la flotta); nel ‘900, essi si attribuirono una funzione sociale per trainare l’industrializzazione e i consumi (l’auto, le assicurazioni sociali, l’edilizia popolare,la televisione); alla fine del secolo scorso, si perseguirono progetti di promozione sociale (il welfare State europeo) per coinvolgere le masse nella globalizzazione. Oggi, av prescinere dal fatto che quelli precedenti avessero un senso, i Governi europei non hanno più progetti. Il Green New Deal è innanzitutto un progetto cinese (massimo produttore di attrezzature per l’economia “verde”). La digitalizzazione europea è stata subappaltata ai GAFAM. La leadership della globalizzazione è passata, prima all’America, poi alla Cina; il benessere si diffonde negli ex Paesi sottosviluppati; la pretesa dell’Europa di essere leader della società dell’ informazione è sempre meno credibile.

Il Next Generation EU e il PNRR, gli ultimi miti dell’Europa, si stanno rivelando per quello che sono: dei modesti rattoppi su una situazione compromessa. Intanto, essi rappresentano una quota infinitesimale  del PIL europeo e italiano. Inoltre, come ha rilevato il  Giorgio Metta, direttore scientifico dell’ Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, essi considerano l’Intelligenza Artificiale, che è l’asset centrale del futuro, non come “una disciplina su cui investire a livello di ricerca” bensì come  “una commodity da acquistarsi da qualcuno”. In queste condizioni, è chiaro che l’Italia e l’Europa sono condannate a divenire delle colonie tecnologiche. Anche Torino, un tempo, con l’auto e il cinema, la moda e l’aeronautica, la cultura e la finanza, cuore pulsante dell’ economia italiana e una delle principali metropoli europee, non può fare altro che ripiegarsi su se stessa, rassegnandosi a una forma di musealizzazione. Una “Residenz”, come la chiamava Nietzsche, ma che aveva il suo stile (parzialmente conservato fino ad ora) solo grazie al fatto di essere ancora, dopo la perdita della capitale, la patria dei Grandi del Regno .

In Corso Marconi, dove c’era la Holding FIAT, s’erano incontrati nel 1821, gl’insorti della Cittadella di Alessandria e gli studenti rivoluzionari

4.Schizofrenia delle Autorità

Le Autorità locali hanno un bel gridare all’unisono al tradimento (da parte del Governo), finalmente in modo “bipartisan”, ma quale obbligo  avrebbero quelle nazionali di sostenere questa o quella città?

Secondo il Presidente Cirio e la Sindaca Appendino, la “gigafactory” doveva essere collocata a Torino per via della tradizione automobilistica  della Città “che ha inventato l’automobile”. Ma non è vero!L’auto fu inventata in Francia e in Germania da Cugnot, Lenoir e Benz.  E poi, chi l’ha detto che, anche cambiando totalmente l’economia mondiale, le città debbano continuare a produrre eternamente le stesse cose? Infine, già oggi c’è più automobile nel Sud Italia e in Emilia Romagna che a Torino. (400.000 auto prodotte in Italia contro le 40.000 a Torino).

Poi, non è neanche vero che la Gigafactory ha bisogno del Politecnico di Torino.500 dipendenti entro 10 anni,. Una cifra infinitesimale dei 7.000 managers degli ex “Enti centrali” che Stellantis si accinge a licenziare. E, poi, non si crederà mica che per fare andare avanti una fabbrica automatizzata di batterie ci vogliano tanti managers o progettisti locali? Basta andare a vedere la fabbrica modello della Lamborghini di Sant’Agata Bolognese, dove il capo progettista è Mitja Borkert, inviato dal Gruppo Volkswagen. Gli “operai” sono essenzialmente dei periti usciti dalle ITIS bolognesi e forniti di uno speciale training.

Non si può, né si deve, poi, arrivare, agli estremi di garantismo della cosiddetta “Embraco” (che in realtà è l’Aspera Frigo di Riva di Chieri),  ceduta al cliente  Whirpool, che la cedette a sua volta  alla sua controllata brasiliana Embraco, che a metà degli anni ’80 vantava 2500 lavoratori impiegati ed una produzione di 4 milioni e mezzo di compressori. Ma anche la Embraco venne ceduta dalla Whirlpool  ai Giapponesi, che di Riva di Chieri non ne vollero sapere. Il Governo italiano aveva tentato di riciclare lo stabilimento, con il trasferimento del ramo d’azienda alla Ventures Srl (israeliani e cinesi). Questa avrebbe dovuto diversificare la produzione (non più compressori ma robot) assicurando lavoro e reddito agli ultimi sopravvissuti di quella che fu una grande azienda, vale a dire più o meno 500 lavoratori in cassa integrazione. Invece giunsero la magistratura, la Guardia di Finanza, le perquisizioni e i sequestri: la Ventures fallì prima di iniziare l’attività, portando sulle spalle il peso di un’accusa di bancarotta fraudolenta.

Adesso è fallito l’ ennesimo progetto governativo: la fusione tra l’ Ex-Embraco e la ACC-Wanbao (entrambe in crisi): nome Italcomp; obiettivo, salvare 700 posti di lavoro in totale. Il tutto con l’intervento economico di soldi pubblici e privati.

Ma che senso ha che si sostenga per decenni un’attività che nessuno vuole (né la FIAT, né gli Americani, né i Brasiliani, né i Giapponesi, né gl’Israeliani, né i Cinesi) quando ce ne sarebbero cento altre da creare in Italia, molto redditive  richieste dai mercati di oggi?

Gli scontri di Piazza Castello nel 1864

5. Le missioni delle città sono sempre “polemiche”

D’altronde, la cosa non si è mai detta fino in fondo, ma la fortuna di Torino quale città della metalmeccanica è un’eredità della politica militaristica dei Savoia e del fascismo. La FIAT decollò con la guerra  italo-turca e divenne quel colosso che era grazie alla prima e alla seconda guerra mondiale. Anche dopo la seconda, la conversione all’ economia di pace fu facilitata dalle commesse militari. Con il diminuire delle guerre in Europa, e con la tecnicizzazione delle stesse, non c’è più bisogno di un’enorme industria meccanica nazionale. La “reindustrializzazione” è di moda negli USA perché essi si preparano a una guerra e non si fidano degli alleati. Ma, a parte il fatto che gli Europei sono più pacifisti, qui abbiamo bisogno di un’industria meccanica europea integrata, non già nazionale. Semmai, ci sarebbe bisogno di un’industria elettronica ed aerospaziale europea, a cui però gli Stati Uniti non ci vogliono dare accesso, come dimostrato già cinquant’anni fa dalla vicenda Olivetti.

E’per questo che l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale  sarebbe stato così importante, ed è per questo ch’esso è stato “smontato”, trasformandosi in un innocuo “hub” per il trasferimento di tecnologia alle (scvarse) industrie esistenti.Infatti, le più recenti formulazioni di compromesso parlano di soli 20 milioni (contro gli 80 originari),  destinati solo al trasferimento di tecnologie alle industrie esistenti: automotive (che quasi non c’è più), robotica e aerospaziale.

Resterebbero la cultura e il turismo, ma anche queste non vengono coltivate come dovrebbero perché un loro approfondimento implicherebbe anch’ esso di evidenziare aspetti non “politicamente corretti”, quali le onnipresenti radici sabaude e cattoliche, il carattere polemico ed anticonformistico della cultura piemontese, da Alfieri a Salgari, da Nietzsche a Gramsci, da Burzio a Pavese.

Vogliamo ricordarlo che, a fasi alterne, sono stati tabù le lettere di Nietzsche, i Quaderni dal Carcere, il Demiurgo di Burzio e il diario segreto di Pavese?

Perfino l’enorme influenza del modello del Lingotto sull’ architettura razionalista è stata tenuta nascosta per le sue assonanze futuristiche e littorie. Non parliamo poi di quando si era scoperto che la Juergen Ponto Platz di Berlino era stata copiata da Via Roma.

Adesso vogliono togliere a Torino anche  qualcosa del corso di laurea di Scienze Strategiche e della Sicurezza, erede ultima delle tradizioni antiche delle “Regie Scuole Teoriche e Pratiche di Artiglieria e Fortificazione” volute da Carlo Emanuele III di Savoia.

L’occupazione delle fabbriche a Torino nel 1921

6. Che fare?

Perfino i giornalisti mainstream, come Luigi La Spina sui La Stampa, giungono a conclusioni sconfortanti: ”parole di cui abbiamo già sentito, di cui abbiamo già verificato i risultati e che non vorremmo più ascoltare nella loro genericità, e quindi, inutilità, il mistero delle concrete scelte  dei candidati alla poltrona di sindaco resta insondabile”.

Alla fine, la stessa Stampa invita all’ astensionismo alle prossime elezioni amministrative: ”E crescerà la voglia di sottrarsi a una così allettante competizione”.

Non crediamo che sia questa la soluzione. La tradizione storica di Torino è polemica come poche altre. Dal villaggio taurino incendiato da Annibale perché si opponeva all’ invasione dell’ Italia, ai legionari le cui centuriazioni si vedono ancora dal Bosco del Vai, alle lotte solitarie del dissidente vescovo Claudio di Torino, dell’autoproclamato Re d’Italia Arduino, di Bonifacio del Monferrato, che tentò di conquistare la Macedonia e del Colonnello Arnaud, fino alle vittorie geopolitiche di Emanuele Filiberto e il Principe Eugenio, comandanti in capo delle truppe del Sacro Romano Impero, fino alla più grande fortezza d’Europa, alle guerre risorgimentali, all’ occupazione gramsciana delle fabbriche (esaltata da Gobetti come “Rivoluzione Liberale”,  al programma “Terra, Mare, Cielo”, alla Resistenza, all’Autunno Caldo, alla produzione dell’F104, del Tornado e del Typhoon.

Perfino Mussolini, in un discorso a Torino, si era sentito in obbligo di scusarsi per il fatto che parlava di pace a un pubblico ch’egli riteneva particolarmente bellicoso.

A questo punto, c’è da chiedersi: ha senso che i Torinesi accettino ormai da gran tempo tutte queste “capitis deminutiones” senza mai reagire?

Certo, non sono più i tempi dell’insurrezione carbonara della Cittadella di Alessandria, né dei moti del 1864, quando i Carabinieri ammazzarono una cinquantina di Torinesi, né quelli di Nizza, dove lo stewsso fece la Guarde Nationale, né dei fatti di Piazza Statuto.

Tuttavia, ancor oggi, in tutto il mondo vi sono momenti di protesta corale nelle città, come per esempio ciò che continua a succedere in Catalogna, per non parlare di “Black Lives Matters”. Senza necessariamente chiedere a nessuno di scendere materialmente in piazza, s’imporrebbe da parte di tutti una maggior radicalità nel pensiero e nella prassi politica.

PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DI UN ISTITUTO ITALIANO PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE?

La Germania è il solo Paese europeo che, con l’ Istituto Fraunhofer, abbia un unico istituto centralizzato per le tecnologie

Per quanto la notizia che il Ministro Colao abbia annunziato che l’Istituto per l’Intelligenza Artificiale, in quanto Ente unitario con competenze generali, non si farà, non giunga del tutto inaspettata, essa costituisce comunque  un ennesimo colpo per Torino e anche per la credibilità della classe politica, che ha nutrito la cittadinanza di aspettative immotivate.

Non per nulla, si sta giustamente creando (anche se un po’ tardivamente) una “lobby” torinese per convincere il Governo a tornare sulle sue posizioni.

1.Lo “spezzatino” non può funzionare

Come avevamo  cercato di spiegare nel nostro Libro Bianco, una suddivisione delle attività italiane nel settore dell’ AI attraverso vari hub sul territorio non è la stessa cosa di un Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, quale proposto nella Strategia Italiana per l’ Intelligenza Artificiale presentata lo scorso anno dal comitato di esperti. Infatti, nelle diverse “missioni”, e, in particolare, in quelle proposte per Torino, mancherebbe proprio la cosa più importante -la riflessione di carattere umanistico e politico- che avrebbe dovuto costituire la base per lo sviluppo ulteriore della strategia italiana, secondo la formula olivettiana della congiunzione fra cultura, politica e tecnologia.

Le  considerazioni esposte nel nostro Libro Bianco restano quindi perfettamente valide. Non si tratta di continuare con un “trasferimento” di tecnologie create altrove, bensì di riflettere obiettivamente sul ruolo dell’ intelligenza artificiale nel futuro dell’ Europa, come sarebbe necessario se si vuole dare un minimo di serietà alla Conferenza in corso (e di cui non si sente proprio  parlare).

Come ha detto giustamente don Luca Peyron, con l’Istituto è in gioco innanzitutto il nostro ruolo in Europa. Infatti, da un lato, tutto il mondo si sta rendendo conto di aver bisogno di una “testa pensante” sull’ Intelligenza Artificiale, ma nessun Paese riesce a darsela, per le stesse difficoltà politiche e culturali che incontriamo in Italia. Alleghiamo, come testimonianza di questo dibattito internazionale, la sintesi del rapporto finale della commissione parlamentare tedesca.

2.O trasformarsi o perire

Se non si parla del ruolo dell’ Europa nella società dell’ Intelligenza Artificiale che inizia proprio adesso con Made in China 2025 e con la “Commissione NSCAI” del Congresso, di che cosa vogliamo parlare alla Conferenza sul Futuro dell’ Europa? In  capo a un decennio, le società di tutto il mondo saranno, infatti, irriconoscibili.

La rete e l’intelligenza artificiale sottrarranno a finanza e cultura, politica e forze armate, imprese e privati, ogni forma di autonomia. Chiunque sarà fuori della piramide dio potere dei guru dell’informatica, dei servizi segreti, dei governi delle Grandi Potenze, non conterà nulla. Altro che fuga dei cervelli! Avremo una vera e propria schiavizzazione dei cervelli più efficienti, che saranno costretti a lavorare solo per i poteri forti, come successe dopo la II guerra mondiale a von Braun e ad Antonov!

Anche  per ciò che concerne i singoli lavoratori, chi non si sarà trasformato in un piccolo imprenditore informatico, che svolga automaticamente  il lavoro prima effettuato da centinaia di addetti, non potrà proprio più lavorare. Nessuno riuscirà a fare alcun lavoro da solo, ma solo assoggettandosi a grandi catene (come oggi Amazon o Uber), o ottenendo un solido supporto dallo dal proprio Stato, che potrà, e vorrà, sostenere questa piccola imprenditoria così come si fa ora con l’agricoltura mediante i mutui agricoli che permettono a semplici agricoltori di divenire proprietari di colossali macchine agricole automatizzate.

Orbene, perfino l’America sta incontrando notevoli difficoltà a darsi una “testa” siffatta, per il braccio di ferro per la conquista del potere  fra Google e il Pentagono, e l’Europa, dal canto suo,  non sta facendo proprio  nulla, perché ancora dominata all’idea di una ricerca decentrata, del tutto inutile per gestire una trasformazione tumultuosa come quella in corso.

Qualora l’Italia si desse un suo Istituto centralizzato, andrebbe in controtendenza, e potrebbe addirittura influenzare il resto d’Europa.

Le società che non si organizzeranno con questi criteri periranno. Non c’è nessuna scusa per non fare queste cose in Europa (come quando Valletta diceva che l’ Italia non poteva permettersele), perché l’Europa unita ha tutte le capacità organizzative e finanziarie per realizzare anche io programmi più ambiziosi.

E li deve realizzare prima dell’America e della Cina, perché, altrimenti, la sua pretesa di costituire un modello sistemico (il “Trendsetter del dibattito mondiale” di cui tanto parla la Commissione) evaporerà come neve al sole, di fronte all’incapacità di farsi valere nei confronti delle multinazionali che dominano il mercato europeo.

I politici che tanto si agitano per la cosiddetta “Gigafactory” (che vorrebbero contendere a Pomigliano, con una penosa guerra fra poveri) non tengono conto che, in quel caso, si tratterebbe di 500 posti di lavoro esecutivi e diretti dall’ esterno, che potrebbero crearsi nella migliore delle ipotesi nel 2030 (quando, se non cambiamo le nostre politiche, non ci sarà più Stellantis, e forse nemmeno l’ Italia e l’ Europa), mentre i 600 posti dell’ Istituto sarebbero posti di ricercatori, pensatori e tecnologi operativi fin da subito per riorientare il panorama italiano ed europeo della ricerca, della tecnologia e della società, prima che la nostra decadenza (inevitabile senza la rivoluzione digitale) divenga irreversibile.

AI Arm wrestling

ALLEGATO

Deutscher Bundestag

SCHLUSSBERICHT DER ENQUETE-KOMMISSION KÜNSTLICHE INTELLIGENZ

EXECUTIVE SUMMARY OF THE FINAL REPORT OF THE STUDY COMMISSION ON ARTIFICIAL INTELLIGENCE

The text below summarises the main findings of the German Bundestag’s Study Commission on Artificial Intelligence -Social Responsibility and Economic, Social and Ecological Potential established in 2018.

Introduction

Artificial intelligence (AI) is set to play a relevant role in increasing areas of our lives in the future. AI systems recognise voice commands, filter out spam, recognise images, sort search results, correct typos and suggest products. They translate texts and play Go or chess, the latter long since better than

a human. These systems control robot vacuum cleaners, driver assistance systems and entire production plants. AI systems are increasingly helping doctors make diagnoses and select the best therapy for the individual patient. This entails various advantages such as convenience and efficiency, but it is also a matter of safety and health. Furthermore, AI and intelligent systems harbour great potential for solving current societal challenges, such as an ageing society or climate change.

What definition of AI has the Study Commission agreed on? To lay the foundation for discussion, the Study Commission agreed on a description of AI. During the Commission’s work, there was recurring criticism of the awkward and emotionally charged term “AI”, which can trigger exaggerated expectations and fears alike. The Study Commission deliberately refrained from defining AI itself and instead sought to clarify the term (see relevant chapter). In its work, it primarily addressed the aspect of learning systems. Why should policymakers and society actively address this issue? The use of AI in ever more areas will continuously change our working and private lives far more

drastically going forward. It is neither possible nor would it make sense to halt this change. The challenge and aspiration is to shape this change and ensure that it is guided by values for the good of humans and the environment. To manage this feat, Germany and Europe must assume a leading role in the development and use of this key technology. The benefits and opportunities arising from the new technological possibilities should be fostered and harnessed, at the same time weighing up the risks and, if need be, limiting them.

What was the Study Commission’s brief? For this reason, on 26 June 2018 the German Bundestag established a Study Commission with the brief of closely examining AI and its societal, economic and ecological impacts. Based on a common understanding of the technologies, existing and future impacts on different areas of society were to be investigated and recommendations for action for lawmakers were to be developed jointly.

27 October 2020

Who was involved in the Study Commission? The Study Commission comprised members of the Bundestag and experts in equal numbers. In

addition, numerous further experts were invited to both the meetings of the project groups and the meetings of the Study Commission, enriching the discussions with ideas and in-depth knowledge. How did the Study Commission involve the public? Even though a Study Commission is established first and foremost to make recommendations to the

German Bundestag, there was a cross-party consensus that the public should be involved. This is why all the presentations given by experts in the Study Commission’s meetings are available to the general public.1 The Study Commission published the summaries of the individual reports at the end of each project group phase and in spring 2020 set up a digital platform enabling interested citizens to enter into dialogue with each other and with the members of the Study Commission. The presentation of the findings on 28 September 2020 was also broadcast as a livestream where it was possible to put questions to the members of the Study Commission. The publication of this final report will potentially contribute to a broad debate on AI. The Study Commission would like to take this opportunity to thank all citizens and experts for their valuable contributions once again.

What was the setting for the Study Commission’s work? The work of this Study Commission is embedded in a variety of policy initiatives addressing the implications of an increasingly widespread use of AI in all areas of society. These include, for instance, updating the Federal Government’s AI strategy, the work by the Data Ethics Commission, the European Commission’s White Paper on AI and the numerous AI initiatives by European partners. It is of course important to continue this dialogue at all political levels going forward, too. How did the corona pandemic impact the Study Commission’s work? The Covid-19 pandemic was a watershed for the Study Commission and its work, too. Instead of meeting in person, the individual groups then began working first and foremost in video conferences and using digital platforms. Meetings of the entire commission took place online or in hybrid form. The experiences with the pandemic also gave the Study Commission new food for thought in terms of content, which has been included in the final report.2 In addition to this, it was no longer possible to hold focus groups and a delegation trip to Russia and Finland that had been planned had to be cancelled.

Overview of the project groups and the general report

The report in its entirety is the product of in-depth study of the technology, its requirements and areas of use, as well as the opportunities and risks it gives rise to. The Study Commission decided to divide it into six project groups, whose brief was to examine specific cases of AI use in various policy areas. The project group members discussed the current state of play, future challenges and resulting recommendations for action, documenting this in their project group reports. On the basis of these specialist and yet practice-related discussions, the members of the Study Commission then jointly identified overarching topics cutting across all areas of use. These were pooled in the general section of the report. The report concludes with a chapter on the Study Commission’s working methods. The text below briefly outlines the different parts of the report and their content and structure.

1     They are available at https://www.bundestag.de/ausschuesse/weitere_gremien/enquete_ki (last consulted on 13 October 2020).

2     See also chapter 10 of the general report [AI and SARS-CoV-2].

General report: overarching topics The general report starts with the chapter entitled “Clarification of the term Artificial Intelligence” explaining the key basic terms used in the different sections of the report. The following chapters address meta topics such as data or law. Basic principles and findings that are important for the reader’s overall understanding of the report are described and general recommendations for action are made.3 Artificial Intelligence and Business (project group 1) The “AI and Business” project group commences its report with an objective stocktake of the current

situation and a common objective for the year 2030. Using specific scenarios, it discusses the situation and options for action available to the three key players -start-ups, SMEs and corporations. A SWOT analysis then ascertains the current state of play in business-related research and in AI implementation in selected sectors (industry/production, commerce, finance and insurance, the agricultural economy and agriculture) and for the three players cited above. This was then the basis for a catalogue of recommendations for action.

Artificial Intelligence and Government (project group 2) Due to the broad scope of government use of AI, the project group report was divided into three parts, each of which was compiled by a working group (WG). WG 1 examined AI in public administration, WG 2 addressed the issues of smart cities and open data and WG 3 discussed AI in the context of public safety, national security and IT security. The WG reports are preceded by a general section containing a comprehensive catalogue of recommendations for action that cut across the different subjects. In addition, subject-specific recommendations for action are listed at the end of the relevant chapter in the WG report. Artificial Intelligence and Health (project group 3) The report by the “AI and Health” project group starts with an overview of examples of the specific areas of use (such as early diagnosis, care and monitoring, personalised therapies, nursing), followed by a SWOT analysis for Germany. This is followed by an overview of AI-specific fields of action (in particular digitisation and data availability, Germany as a centre of research and business, liability and approval, intelligent assistance systems, for instance in nursing care). For each of the fields of action, specific recommendations are made, which are summarised in the introduction in the form of ten selected recommendations for action.

Artificial Intelligence and Work, Education and Research (project group 4) This project group examined first the use cases and impacts of AI on the world of work, and second how AI can be used in education and continued education and training, in which fields of education instruction and continued training should be provided on the subject of AI and finally also which research fields are relevant to AI. The report looks at use cases to study where AI is being tried and tested in business and administrative settings, and how AI is already being used. Similarly, it cites examples of where AI can or already is being used in schools and universities and in research. The use cases are shored up with a vision for the year 2030 and as such what the world of work, education and research of tomorrow might look like, as well as an examination of the drivers and brakes to this development. Following this overview, the main challenges in all areas are identified and corresponding recommendations for action developed. Artificial Intelligence and Mobility (project group 5) In addition to its executive summary, preliminary remarks and introduction, the report by this project

group consists of a number of thematic focal points. First, it discusses AI-based visions of the future

of mobility as well as intermodality and platforms. It then studies road, rail, air and water transport in terms of the use of AI, and finally analyses the meta issues of the economy, competition and urban development. Each of the resulting chapters on each thematic focus contains its own recommendations for action, addressing both passenger and freight transport.

Artificial Intelligence and the Media (project group 6) The “AI and the Media” project group took into account the multi-faceted nature of the media. The report first addresses the links between AI and the media in a broad sense. These sections examine both the perspective of the users/consumers of media and that of the providers/the market. The report studies both information and entertainment media. In addition to this, in the scope of its market analysis the report takes a comprehensive look at the platform markets. Second, the report explores specific issues such as deep fakes, recommendation systems, automated journalism, social bots and political microtargeting in depth. Third, the report puts the spotlight on media regulation, dealing with AI relevance in the context of hate speech or upload filters in the context of large platforms. Each of the sections, which adopted different approaches, is rounded off by specific recommendations for action taking into account the diversity of the media and AI linkages. Brief and background of the Study Commission The chapter “The Study Commission’s Brief and Working Methods” provides an overview of the background, composition and work of the Study Commission. The list of external experts is provided in annex 2.4.11 [guests invited to Study Commission consultations] and in annex 2.4.12 [guests invited to project group consultations].

Summary and recommendations for action (selection)

Some aspects were omnipresent in the work of the Study Commission. A selection is presented below.

AI’s potential to change our society

AI is the next stage of digitisation driven by technological progress. Its potential to bring about far¬reaching changes in many areas of life and society is evident in the analyses of the status quo of the project group reports (see chapter 3.1 of the report by the “AI and Work, Education and Research” project group [Basic Principles and Stocktake of the Current Situation], chapter 2.1 of the report by the “AI and Government” project group [Introduction], chapter 4.4.2 of the report by the “AI and Health” project group [Status Quo of AI Applications in Nursing Care], chapter 4.1 of the report by the “AI and Business” project group [Status Quo of AI in Business], chapter 4.1 of the report by the “AI and Mobility” project group [Future of Mobility], chapter 3.2 of the report by the “AI and the Media” project group [Introduction to the Technical Foundations]). The change in values that goes hand in hand with technological change is not bad per se; changing values are part and parcel of the development of humankind and society. This means that technological development needs to be shaped democratically -on the basis of an agreement on a good and just way of living now and for future generations (see chapter 6.1 of the general report [Aims and Objectives of AI Ethics]). The Study Commission identified a need for society to reflect on the impact of AI systems, outlined direct impacts on society of using AI systems and the discourses on them, and explored the possibilities of sustainable and prosperity¬oriented policymaking to shape of the opportunities and impacts of AI systems (see chapter 7 of the general report [AI and Society]).

Humans front and centre

In its debates, the Study Commission was guided by the model of human-centred AI. This means that AI applications should be geared first and foremost towards human well-being and dignity and should bring benefits to society. Here, it should be borne in mind that the use of AI systems preserves and possibly even bolsters people’s control over how they live and act and their freedom of decision. The Study Commission is confident that this premise enables the positive potential of AI applications to be fully harnessed and the confidence and trust of users in the use of AI systems to be best developed and strengthened. This trust is the fundamental key to the societal acceptance and economic success of this technology. And this success, in turn, is the key to establishing this as “AI made in Europe”, to ensuring a future-proof economy and to our society not being shaped by AI with different underlying fundamental values.

New technology highlights and sometimes reinforces the need for action

AI systems sometimes make a need for action in existing societal, economic and government tasks more visible or even reinforce it. This includes areas such as educational and gender justice, combating racism and other forms of discrimination and overseeing ecological and economic structural change. The Study Commission’s debates repeatedly highlighted that AI systems are a powerful tool, but ultimately just a tool. Parliament and the Government still need to find political solutions to societal challenges -AI can then be harnessed for implementation. Sometimes, though, AI can also open up new approaches to challenges society faces. It is worth noting that even the discussion about AI itself is leading business, workers and policymakers alike to not just look closely at the technological aspects of AI, but also issues such as distributive justice and ways to design fair digital markets (see chapter 4.1.3 of the report by the AI and Business project group [Current State of the Market]).

A common European AI strategy

A strong, recurring element in the Study Commission’s discussions was thinking about a future AI

strategy in European terms. AI development hinges on the cooperation of different players in the fields of research, development and application. On its own, Germany has little chance of shaping the development of AI systems to meet the aforementioned objectives. So what is needed is a European understanding in order to be able to design AI applications in line with European ideas.

This was also reflected in many central recommendations for action, which recommend a European dimension with regard to a digital infrastructure (see chapter 9.2 of the general report [Guidelines]) and an accelerated expansion of capacities throughout Europe and Germany, for instance in cloud computing and network buildout. Securing technological sovereignty (see chapter 5.1.3 of the report by the “AI and Business” project group [Technological Sovereignty]), a joint research strategy (see chapter

9.5 of the general report [Central Recommendations for Action for Government]), a data policy rooted in European values (see chapter 2.6 of the general report [Political Framework for Action on AI and Data]) and uniform regulation throughout Europe (see chapter 4.4 of the general report [AI-specific Risk Management]) have also all been called for.

Interdisciplinarity unlocks potential

An interdisciplinary dialogue between the different players and society is necessary to unlock the potential surrounding AI, to identify possible risks early on and to duly reflect the complexity of this subject. This means initial and continuing education and training on AI will have to be broad-based to facilitate this interdisciplinary dialogue. Education and information campaigns will also help address fears and preferences relating to AI-driven societal development at an early stage and paint a more realistic picture of the opportunities and risks of using AI systems.

Likewise, technical interdisciplinarity is key to successful AI innovation in Germany: AI software, AI hardware and AI use must be considered together, as only together can an energy-efficient solution be achieved, the safety (robustness, reliability) of the overall solution (for instance for autonomous means of transport) be ensured or -in the case of the commercial use of an AI solution – the costs compared.

Foster standardisation

Standardisation and certification processes are tried and tested means in many sectors of the economy to foster exchanges between companies and to establish products and services on the market quickly and easily. They also often make it possible to dovetail technologies across different sectors. There are therefore high expectations that standardisation and certification will help propel companies to success in the AI sector. The Study Commission sees a need for adjustment here, inter alia in regulations or standards issued for introducing AI into industrial processes and products.

Innovation and experimental spaces

Experimental spaces, also known as sandboxes, are a frequently cited way to push AI innovation forward. Experimental spaces are needed in order to be able to safely test and further develop AI technologies in real environments. This also supports research findings being swiftly translated into applications as is often called for. Particularly in the business, mobility and health project groups, but also in the chapter on research, experimental spaces were mentioned as an effective method. Lawmakers need to shore this up by defining the legal framework and supporting the designation of experimental spaces.

Digital infrastructure is a prerequisite for using AI

A performing digital infrastructure in public administration (see the report by the “AI and Government” project group in chapter C III [Artificial Intelligence and Government (project group 2)]), in the health sector (see the report by the “AI and Health” project group in C IV [Artificial Intelligence and Health (project group 3)]), in educational establishments and nationwide is a must for AI to be able to be used in various different sectors. Here, the Federal Government and the federal states must work together even more closely to close existing gaps in the supply of broadband, but also in hardware and software in public institutions.

The following chapters quote selected recommendations for action from the overall report in abbreviated form. The aim of this list is to help readers identify and find central recommendations for action.

1 Data

Data plays a central role for AI systems in use, testing, but above all in training. In reflection of this, many sections of the report contain recommendations for action to improve how data is handled. The sample recommendations for action listed here address better availability through trust centres, higher interoperability thanks to the use of standards, promoting open data and more precise data protection provisions.

2.Data availability

Additional policy measures can improve data availability outside of government and administration, too. In science and academia, for instance, there are often insufficient resources to make data collated in research projects more widely available. The exchange or shared use of data between companies entails legal uncertainty, especially in relation to antitrust law. Here there is a need for action

3

For this chapter, there is a dissenting opinion from the CDU/CSU parliamentary group.

4

[Dissenting opinion on chapter 1 of the executive summary of the report (“Data”) as well as chapter 5.7 of the general report (“AI and Law -Recommendations for Action”) by the expert member Dr Sebastian Wieczorek and Members of the Bundestag Marc Biadacz, Hansjörg Durz, Ronja Kemmer, Jan Metzler, Stefan Sauer, Professor Claudia Schmidtke, Andreas Steier und Nadine Schön and the expert members Susanne Dehmel, Professor Wolfgang Ecker, Professor Alexander Filipović,

Professor Antonio Krüger and Professor Jörg Müller-Lietzkow].

5 Use of data

The [Study Commission] has the expectation that the amount of available training data could increase by propagating trust-building concepts for the anonymisation and pseudonymisation of data. It therefore recommends putting in place trust structures for the interdisciplinary, trustworthy sharing of non-personal data.

6. Data release

The [Study Commission] recommends enabling phased, voluntary and revocable data release in close consultation with the data protection supervisory authorities, using coordinated, interoperable and, where possible, open standards […], putting in place a national health care register or a group of registers and the associated decentralised registers and swiftly harmonising data protection legislation for the field of health on the basis of the General Data Protection Regulation (GDPR).

7 Networked data infrastructure

Dependence on providers based outside of the EU can only be curbed by developing or strengthening our own expertise. Public administration has an important lever at its disposal here in the form of public procurement. Furthermore, the skills of European companies in this field should be bolstered. With the GAIA-X initiative, the Federal Government has launched a European initiative to set up a networked data infrastructure. In the area of research, the development of a National Research Data Infrastructure is designed to connect and strengthen expertise in the management of research data. When putting infrastructure in place, the sustainable use of resources must be heeded.

8.Data standards promote interoperability

Data standards foster the cross-organisational use of data and support broad application possibilities of and interoperability between AI systems. Standards also facilitate the merging of data sets from different sources. The Study Commission therefore recommends linking decentralised data sets, for instance in value chains, research networks and public administrations more interoperably. This should entail supporting flagship initiatives to network and connect decentralised data, such as International Data Spaces, the aforementioned National Research Data Infrastructure or the Open Knowledge Foundation, by appropriate underlying legal conditions and targeted funding.

9 Further develop open data legislation

Further developing the extremely varied open data legislation at federal, federal state and European level is also central to the development of a data policy. It must stress the protection of fundamental rights and be positioned as an alternative to data models driven by state security and control interests like in China, and heavily influenced by the interests of large Internet platforms and the tech industry like in the US.

10 Data protection

The balance struck by the GDPR between data protection and innovation should be preserved. Legal uncertainties that persist in the interpretation of the GDPR rules with regard to the functioning of AI systems need to be clarified. This should be done in part by further specifying the rules applying through the regulated self-regulation provided for in the GDPR, so in the form of codes of conduct and certification. The voluntary commitments should be evaluated after five years and, if need be, replaced by appropriate legal provisions. Second, problems identified during the GDPR evaluation should be eliminated by way of clarification. This is without prejudice to the fundamental principles of the GDPR. […] Attempts to link anonymised data to individuals to date do not constitute a criminal offence. It should be examined whether and to what extent it would make sense to criminalise intentional de¬anonymisation of data.

11 Research

In many sub-areas of AI, research in Germany enjoys an outstanding reputation internationally. Europe as a whole is on a par with the US and China, depending on the data available. Germany has a lot of catching up to do in the field of cutting-edge research, both in terms of its remuneration system and research conditions, and in terms of attracting foreign researchers and keeping researchers here. Leading German research institutions are not very visible by international comparison. Targeted additional investments could enable Germany to set its own priorities, building on existing strengths and developing selected core topics of relevance to society as a whole in particular (see chapter 9.1 [Introduction and Overview], chapter 9.4.1 [What are the Strengths of AI Research in Germany?], chapter 9.4.2 [What are the Problems of AI Research in Germany?], chapter 9.4.3 [What Potential can be Harnessed?] and chapter 9.5 [Central Recommendations for Action for Government] of the general report).

Values

Societal values, human well-being and the acquisition of knowledge must take centre stage in the endeavours by science and research. The findings and the applications based on them should be sustainable, trustworthy and mindful of resources.

12 Funding

To have a say in shaping AI, Germany, in concert with other European states, must invest far more resources in research on AI. This will also make it possible to ensure technological sovereignty. Here, it is not just national flagship projects that are important and needed -European efforts to establish centres based on broad research and industry networks require backing. This also entails making Germany more attractive as a place to conduct research for international researchers. Foundational AI research on algorithms, systems, hardware and software also need to be expanded and permanently embedded in universities and research institutions. Emerging fields, that is to say fields harbouring high potential in terms of development and success, already need to be established and heavily promoted now.

13 Transfer

The cooperation between research, business and industry and society is essential in order to transfer technologies out of the realm of research and onto the market and into society. A central issue here is providing the data and technologies that research needs. To enable this transfer, processes should be simplified at universities and research institutions and special rules should be developed for the collaboration with start-ups. To ensure society as a whole benefits from the progress made in AI research, a high-performing, nationwide research infrastructure needs to be put in place and interconnected.

14 Research topics

The opportunity and challenge for research funding in the field of AI consists of identifying medium to long-term topics of major strategic, economic and societal importance in the areas of foundational research and applications. Alongside the bases of AI algorithms and AI systems, these include above all the energy supply, industrial manufacturing, transport and logistics, smart cities, e-democracy and societal discourse, education and continuing education and training, social inclusion by means of assistance and communication systems, security and defence, diagnostics and, overall, improving prevention, intervention and care in the health sector. The mechanisms and impacts of algorithmically personalised messages, microtargeting, filter bubbles and hate speech also need to be researched.

15  Sustainability thanks to AI and sustainable AI

Sustainability in its holistic sense was a subject in almost all of the Study Commission’s project groups. Various aspects of the social, economic and ecological dimensions of sustainability were also described in the general report (see chapter 7.3 [Developing and Using AI Systems for Sustainability and Prosperity] and chapter 8 [AI and Ecological Sustainability] of the general report).

AI systems have the potential to contribute to the sustainable development of mobility (see chapter 4.1 of the report by the “AI and Mobility” project group [Future of Mobility]), to a more efficient use of resources and to a successful energy transition (see chapter 8.3 of the general report [AI’s Potential for Advancing the Energy Transition]), in turn supporting the attainment of the climate goals. The Study Commission advocates AI systems also being used in a targeted manner to support societal progress – for instance for less discrimination, more equal opportunities, better working conditions and attaining the UN Sustainable Development Goals (SDGs).

At the same time, it is important to remeber that using AI solutions is not per se economically, ecologically and socially sustainable. Here, an environment with clear conditions must be established that fosters sustainable innovation (see chapter 8.6 of the general report [Conclusion]).

Sustainable and prosperity-oriented use of AI

AI harbours wide-ranging potential to solve pressing future problems -from climate change to demographic change. Whether this potential can be tapped depends largely on whether these approaches are deliberately promoted at the level of research and economic development funding, particularly in fields that are not yet market-ready.

16 Sustainable AI as a brand

It is recommended that the (market) potential of a “Sustainable AI” brand (see chapter 1 of the report by the “AI and Business” project group [Executive Summary of the Project Group Report]), say AI applications that are optimised in terms of energy and resource use and their efficiency potential when in use, be a key consideration in further developing the AI Strategy. This ties in with a recommendation for more research on the systematic analysis of the potential to save on CO2 harboured by AI applications in the key sectors of energy, industry, agriculture, housing and mobility. This should take into account sufficiency issues.

17 Improve the data base on energy consumption and sustainable IT

It is recommended that the data base on AI applications’ contribution to the energy consumption trend, both in terms of positive and negative impacts, be improved. The Study Commission also recommends more funding for sustainable IT as an infrastructural pre-condition for reducing AI’s ecological footprint.

18Business and work 19

The disruptive nature of AI technologies enables not just totally new products, but also novel business models. New competitors will come onto the scene to challenge established companies, but there will also be opportunities for new business. The failure to rapidly scale up ideas and pilots into effective large-scale projects and players, the lagging expansion of nationwide digital infrastructure and the absence of technological sovereignty, for instance when it comes to the development of computing power (including hardware and quantum computing), cloud structures or data pooling, were identified as key problems in asserting German and European approaches in the field of AI. Recommendations for action addressing these issues are included in the report by the “AI and Business” project group in chapter C II [Artificial Intelligence and Business (project group 1)].

AI also makes new forms of automation possible, which on the one hand enable monotonous, dangerous or strenuous activities to be performed by machines, but on the other hand also eliminate jobs and create new ones with new demands and requirements. AI also enables new personnel management methods.

19. Systematic monitoring of AI

For law and policymaking to effectively strategically steer the important topic of AI, a sound analysis of strengths and weaknesses and realistic technical and economic expectations are needed. The Study Commission therefore suggests compiling a valid, differentiating data base on the economic impacts of the use of AI for Germany (and Europe) as a foundation for decision-making. Furthermore, a dynamic goal and monitoring system should be designed that supports a central control structure for AI with the power to issue instructions. To better prepare and shape structural change, evidence-based research and reliable projections of the economic and employment impacts of using AI are indispensable. In addition to the activities of the AI Observatory, special funding programmes need to be set up to systematically record and analyse the impacts of AI that have a bearing on the labour market.

20 Start-ups driving the AI transformation

Start-ups are seen as a major driving force behind the AI transformation, leading to various recommendations to bolster an AI start-up ecosystem. These include measures such as funds and

funding opportunities in the growth phase of fledgling companies provided by the EU, the Federal Government and the federal states and proposals for improving the translation of current research into new business models through spin-off processes and research spin-offs. Awarding more public administration contracts to German start-ups is seen not only as a way to strength the start-up ecosystem, but also to enable more collaboration between AI start-ups and SMEs. This requires barriers to participating in public procurement processes being lowered further and these processes being made more start-up-friendly, for example by reducing red tape further, through quick award decisions and award procedures that promote innovation, based on the “competitive dialogue” and “innovation partnerships” under European public procurement law.

21 Incentives for SMEs/economic development funding

When it comes to SMEs, advice and concrete support services for technology scouting and transfer provided through the SME 4.0 competence centres, AI trainers and specific skills development measures should be intensified. The creation of data pools, for instance in the form of interdisciplinary data cooperatives, and the continued promotion of regional clusters and hubs appear key. Furthermore, greater incentives should be created for SMEs and ways to share non-personal or anonymised data securely and jointly with other companies and organisations need to be demonstrated so as to generate added value for all those involved, for instance through trust centres for data sharing or by creating interdisciplinary data cooperatives […]. This will allow concentration effects and monopolisation tendencies in the data economy to be curbed, which give major international players (especially GAFAM) a competitive edge in the AI market thanks to their extensive data stocks and data expertise.

22 AI Moonshot projects

AI harbours wide-ranging potential to solve pressing problems of the future. Whether this potential can be tapped hinges crucially on whether such approaches are singled out for research and business development funding though, especially in fields that are not yet market-ready or whose use is not yet rewarded by competition incentives. As an instrument for this, the Study Commission proposes funding and implementing “AI Moonshot Projects” that are beneficial to society.

23 Promote the transfer from research to practice

AI is more than just a technology; the changes it engenders are already disrupting some economic sectors and markets, and in other areas changes are highly probable. […] Policymakers and government must help shape this transformation. The Study Commission recommends expanding advice for companies on the transformation of their own business processes and models and the sharing of best practices further […], merging existing decentralised AI resources on a platform under neutral, non¬commercial leadership and with political support, and putting in place “regulatory sandboxes” […] or free experimental spaces which researchers can use to conduct real-life experiments under suitable conditions.

24 Use AI to secure decent work

To nurture the potential for emancipation, sustainability and decent work, and to minimise risks for employees posed by the downgrading of their skills, to their personal rights and their ability to secure work in the future, and to avoid unjustified control and scrutiny, employees becoming disempowered, work concentration and job losses, work design needs to be guided by special principles. It makes sense to gear the influence of lawmakers and other standard-setters inter alia towards the following aims: The potential of AI for increasing productivity and improving the well-being of the working population should be leveraged to develop and promote new business models which help secure and expand employment, to develop “decent work by design” and to first and foremost transfer monotonous or dangerous tasks to machines, […] and to ensure that as social beings humans have the opportunity to interact socially with other humans at their place of work, receive human feedback and see themselves as part of a workforce.

25 Modernise co-determination

Acceptance among employees and the successful implementation of AI hinges significantly on early information and involvement. To preserve the opportunities for employees to influence the protection of their personal rights, to avoid excessive strain, to cope with the transformation of their place of work and to design employment conditions, co-determination needs to be updated taking into account technological developments and evolving the previous balance struck between employee rights and property rights. In reflection of the process characteristics of learning machines and in order to have a forward-looking, effective and rapid impact, co-determination at plant level needs be geared towards the concept of developing, using and further developing systems. It also needs to be able to address the normative effect of all major issues relating to personal rights and effectively influence the amount of work, organisation of work and requisite skills development arising in connection with the use of AI systems.

26 Conditions for AI use in the field of human resources

When using AI applications, it needs to be ensured that humans continue to decide on personnel matters. When it comes to managing human resources, it must be ensured that no data is allowed be collected and used for automated programmes or AI solutions that are no longer under the deliberate control of the people concerned.

27 Further develop social security systems

The increasing prevalence of AI systems in business and society makes the debate on the further development of social security systems already under way all the more important. The recommendation is to establish an Expert Commission on this issue during the German Bundestag’s next electoral term. Taking empirical research findings as the basis, it should be reviewed whether and to what extent suitable criteria and provisions can be created for designating vulnerable workers at platform companies as requiring coverage under social security law.

28 Skills, education, empowerment

Nearly all project groups formulated recommendations on the investments needed to build up AI expertise and skills. These recommendations relate to all facets of the education sector, with a special emphasis on ensuring the requisite foundation is laid for AI (especially in the MINT subjects and soft skills), the general development of AI skills starting at school – for girls and boys equally – and in continuing professional development. At school, it should also be reviewed whether and how AI can be used to assist teaching. It is also a matter of measures which enable society to deal with AI in an empowered way.

Expand education policy to include AI-specific issues

Another key field is education policy. Here, government is called upon to initiate comprehensive measures starting in school that promote and foster education in the field of AI, especially in the MINT subjects, but also in the sense of overarching, interdisciplinary education, so that enough young people are able to fully take advantage of the courses offered at universities. Only then will it be possible in the medium to long term to train a sufficiently large number of AI specialists at universities, who are needed in all areas, and make them available for research as well as for applications in business and industry and government.

29 Explore the use of AI systems in the classroom further

To use AI in learning processes in an educationally meaningful way, even more research should be done on how AI systems impact learners and teachers and how they can support them in achieving educational goals (inter alia inclusion). When introducing AI systems and the data infrastructure this entails, media-education process support should be provided.

30 Promote diversity

Imbalances that exist between girls and boys or women and men in terms of their knowledge and use of AI should be redressed. This can entail both schools and universities developing programmes and courses which encourage girls’ and young women’s interest in information technology and AI and give them the opportunity to get involved. During their training, teachers should be sensitised towards this. Universities should examine the possibilities of specific programmes for girls and boys within computer science courses. The general public’s knowledge of AI should be expanded in an inclusive way, that is to say reflecting both the heterogeneity of society and the different areas of use.

31 Create initial and continuing education and training programmes on AI

In the field of initial and continuing education and training, education programmes need to be put in place that promote the workforce’s AI skills and expertise. These training courses should comply with uniform standards. […] Boosting continuing professional development at companies is key to enabling lifelong learning, which AI is making increasingly important. The mismatch problem, so there simultaneously being job losses and a shortage of skilled workers on the labour market, can only be tackled by tangibly expanding a functioning knowledge infrastructure. Continuing professional development is a task for education policy and it must be accessible to everyone.

32 Educate and inform people about the use of AI

People need to be prepared as optimally as possible for the social upheavals ahead (both positive and negative) stemming from the use of AI systems through opinion-forming, empowerment, transparency, participation and protection to secure broad acceptance of AI systems. An important field of action is fostering understanding and awareness of the opportunities offered by AI systems and with regard to one’s own skills and knowledge about how they work and their impact.

33 Create a publicly available continuing education and training platform for AI

To empower the general public to understand fundamental interrelationships in the field of AI and how it works, a continuing education and training platform should be developed. […] Here, attention should be paid to ensuring that a government continuing education and training platform is not limited to just pooling different offers and courses, but that access is low-threshold.

34 Study the impact of AI recommendations on decision-making autonomy

It is unclear what influence recommendations by AI systems have on final decisions by humans. For instance, it is questionable whether and to what extent administration employees contradict AI recommendations in their everyday work and in turn help avoid mistakes being made. This gives rise to a need to study the sociological and psychological impacts of AI recommendations on humans and their decision-making autonomy. AI systems should always be designed in such a way that they do not run contrary to the autonomy of the individual. There is a clear and interdisciplinary need for research here, which is why studies on this issue need to be actively promoted.

35  People and society

36 AI-based systems are already impacting the behaviour and knowledge of individuals in many areas of society today and so in turn are also a factor impacting collective behaviour. Examples are vehicle navigation and the content displayed or recommended on social networks and video portals. The Study Commission discussed the design processes and design of such systems in many contexts. Recommendations for action in the areas of mobility and the media are listed below, with a special focus on the issues of freedom and diversity of opinion, non-discrimination, transparency and traceability.

Holistic view of mobility

The mobility of the future and in turn AI applications in mobility have to be viewed holistically. […] This entails combining innovative and expedient endeavours in a holistic approach, to in turn advance AI for the entire mobility sector. This requires greater interconnectedness and networking in transport planning, research and development and the legal framework in Germany and Europe alike.

37 Preserve media diversity

The potency or leverage effect of using AI in recommendation systems is evident and strengthens intermediaries in the media markets in particular, even if they do not offer their own media content. […] If media diversity is to be preserved, a useful instrument from this perspective -in addition to the application of antitrust law – remains the introduction of a digital tax on the AI-based services of platform and social media providers, which secure them a disproportionate share of advertising markets.

38 Recommendations on Decision-making Autonomy].

Limit political microtargeting

Similar to personalised targeting offline (for instance in election advertising sent by mail), there should be limits to what data on personal behaviour is allowed to be used for political microtargeting. This limitation should apply to both targeting (by advertisers) and display (by the platforms’ AI). Legal rules should replace the voluntary measures of some commercial platforms here.

39 No upload filters for the time being

The uncontrolled use of upload filters should not be allowed as far as possible when it comes to assessments that depend on context or that are not trivial in legal terms. This does not preclude using AI-based filtering systems for pre-sorting prior to review by a human. Against this background, it seems advisable that systems currently in use be improved and their use be subject to regulatory oversight, whereby an automation of law enforcement should definitely be avoided. Automated erasure or non¬publication should be limited to cases where the dissemination of specific content has to be prevented regardless of any and every conceivable context.

40 Research transfer in the detection of discrimination

There has been a great deal of research in recent years on detecting and preventing discrimination in AI systems. The next step, transferring these findings to everyday software development, should be promoted so that the findings can be translated into practice as swiftly and broadly as possible and overseen by researchers.

41Review AI-based decisions regularly to verify non-discrimination

It must be ensured that AI systems developed and used by government are non-discriminatory […]. There must be reviews of whether the data in the algorithmic decision-making system is used in a field of application where fundamental rights have to be protected and where equal treatment is especially important (for instance access to social benefits). If so, the result of the machine decision and […] that of the final human decision must be regularly examined to determine whether the decision is discriminatory.

42 Make AI use transparent

Rules governing the use of AI therefore need to be developed that reflect the diversity of society and, where appropriate, involving those affected. Depending on how critical the context is, citizens must be informed of the use of AI and generally educated in how to deal with AI. […] Wherever people are affected by the consequences of a decision based on an AI system, they must receive sufficient information to be able to exercise their rights adequately and, potentially, question the decision.

43 Regulation and government

As a body established by lawmakers, the Study Commission repeatedly examined regulatory issues relating to AI. The Basic Law of the Federal Republic of Germany and the Charter of Fundamental Rights of the European Union, with the concept of human dignity as the yardstick for all policymaking, form the broader framework for shaping AI. As evidenced by the recommendations for action cited here, the issues addressed included the definition of principles, questions of proportionality, the need for risk¬specific and sector-specific regulation and liability questions. The general and ex ante categorisation of AI systems into risk classes, as recommended by the Data Ethics Commission, was controversial in the Study Commission.

Build trust through a trustworthy AI

Trust is an important factor for the success AI. This is why when using AI systems, sufficient traceability and transparency has to be ensured for consumers and employees alike. Concerns voiced by the public should be actively addressed and allayed through suitable information campaigns, protection mechanisms and requirements. Here it is important to strike the right balance between consumer and businesses’ interests – measures must be transparent and practicable for both sides so as not to be an obstacle to innovation.

44 Ensure proportionality

When assessing the use of AI systems in the field of public safety, alongside the cost-benefit ratio, the proportionality of measures should be verified. Here, the fundamental rights of those concerned must be carefully weighed up.

45 Sector-specific regulation

Existing sector-specific regulatory regimes should be reviewed and expanded to include AI-specific requirements where the use of AI in the specific use case gives rise to additional risks. […] The supervision and enforcement of rules should primarily be the role of sectoral supervisory authorities that have already developed sector-specific expertise.

46 Liability

In the view of the Study Commission, the existing liability system is fundamentally suited to ensuring compensation for damages caused by AI systems as well. It does not currently see any urgent need to put in place new liability provisions specifically for AI systems. When standardising AI systems, however, particular attention should be paid to ensuring that processes in AI systems are traceable and thus demonstrable.

47 Government as a service provider

AI systems should make life easier both for citizens when it comes to obtaining information and lodging applications and administrative staff when it comes to processing them. AI systems should help make it possible to extend the services offered so that they include a round-the-clock, multilingual, barrier¬free and free-of-charge range of services. AI systems can improve accessibility and fulfil people’s right to participate. AI systems should be used to home in on lowering bureaucratic hurdles, which can in turn fundamentally simplify access to information and the entire application process.

48 International ban on lethal autonomous weapon systems

In the future, too, at international level the Federal Government must advocate and work towards a worldwide ban on lethal autonomous weapon systems, adopting a path that allows the largest possible group of states to be involved.

49   See also chapter 1 of the report by the “AI and Business” project group [Executive Summary of the Project Group Report].

45   See also chapter 3.1 of the report by the “AI and Government” project group [Public Safety].

46   See also chapter 4.5 of the general report [Recommendations for Action].

47   See also chapter 5.5 of the general report [Liability Law].

48   See also chapter 1.1 of the report by the “AI and Government” project group [Introduction].

49   See also chapter 3.2.3 of the report by the “AI and Government” project group [Recommendations for Action and Operationalisation].

COMMENTO AL MANIFESTO DEI 16 PARTITI SOVRANISTI NEL PARLAMENTO EUROPEO

I Paesi “sovranisti” sono quelli che hanno combattuto duramente per la sovranità

La lentezza con cui in Europa si muovono tutti i processi politici costituisce la prova provata dell’inidoneità del sistema attuale a fronteggiare i problemi del XXI° secolo, dominato da colossali Stati-civiltà capaci d’ immaginare il futuro guardando al passato, di delineare politiche nuove dedicate ai problemi dell’oggi (tecnologia, geopolitica), di formare classi dirigenti “epistocratiche”, di scrivere leggi leggibili e di attuarle, e, soprattutto, di agire in pochissimi anni…

Come noto, l’esempio tipico di uno Stato-civiltà (Wénmíng guójiā) è costituito dalla Repubblica Popolare Cinese, che, nata nel 1949 dalle macerie lasciate da cent’anni di guerre, ha saputo riconquistare in 100 anni alla Cina il suo ruolo millenario di prima potenza mondiale. Invece, l’Unione Europea, nata (come Comunità Europee) più o meno negli stessi anni, non è ancora riuscita a unificare il nostro Continente, è ancora occupata da una potenza straniera, “perde continuamente  pezzi” (cfr. Brexit, Turchia) , e, infine, è divisa al suo interno ad un  punto tale che il presidente di turno, lo sloveno Janez Janša, è stato costretto ad affermare, nel suo discorso inaugurale, che il suo Paese viene trattato, dall’ Unione Europea, “come una colonia”. Il che è particolarmente grave per chi, come Janša, trent’anni fa aveva combattuto armi alla mano per una Slovenia indipendente.

Tutto quanto sopra rende più necessaria che mai una vera Conferenza sul Futuro dell’Europa, per affrontare, e, possibilmente, eliminare questi difetti della costruzione europea. Purtroppo, come risulta sempre più evidente di giorno in giorno, e come denunziato sempre più frequentemente dagli stessi federalisti europei, la Conferenza indetta dalle Istituzioni si sta rivelando, come ha scritto Virgilio Dastoli, “una farsa”.

Infatti, mentre la logica vorrebbe che si partisse da uno studio storico-filosofico comparativo, dell’Europa e degli altri Continenti, nell’era delle macchine intelligenti, per poi passare all’elaborazione,  sul piano culturale, di ipotesi politiche di trasformazione, di qui a un dibattito nel mondo politico, nell’ accademia, nella società civile, e ,solo allora, al confronto politico (e, semmai, elettorale),  qui si sta invece procedendo in un modo anodino, praticamente segreto, senz’alcun progetto, con una piattaforma digitale che sfigura, non solo nel confronto con quelle dei GAFAM e dei BATX, ma perfino con la vecchia piattaforma di Juncker, con “rappresentanti dei cittadini” scelti a sorte…

In queste condizioni, ha perfettamente ragione l’ “Appello sul Futuro dell’ Europa” dei 16 partiti “sovranisti” del Parlamento Europeo a criticare l’approccio verticistico della Conferenza, anche se poi i sovranisti stessi si comportano esattamente nello stesso modo delle Istituzioni. Tanto per cominciare, l’Appello non è stato pubblicato sul sito di nessuno dei 16 movimenti firmatari, salvo che su quello del Rassemblement National di Marine Le Pen, dove (con un trucchetto usato sistematicamente dalle Istituzioni) lo hanno collegato con un link così instabile ch’è impossibile accedervi.

Inoltre, l’elenco dei pretesi “valori dell’ Europa” per i sovranisti è altrettanto stantio quanto quello dell’ establishment, e le proposte concrete per il futuro dell’ Europa, inesistenti.

E’ chiaro che le forze politiche presenti nel Parlamento Europeo (siano esse di sinistra o di destra) hanno sempre più paura che si cominci a dibattere sui veri problemi dell’Europa del XXI secolo (che non hanno più nulla in comune con le loro vecchie ideologie), perché un siffatto dibattito, mettendo in luce la loro inconsistenza culturale, renderebbe più acuta che mai l’urgenza del ricambio integrale della classe politica.

L’eroismo oggi

1.I “VALORI”

Rémi Brague, forse l’unico teorico europeo serio nell’area conservatrice, ha giustamente rilevato che il termine “valori” non è appropriato, né per descrivere la visione del mondo classica, né per quella postmoderna.

Infatti, il termine “valori” (che fa parte evidentemente di una terminologia mercantile) è stato usato da Nietzsche proprio per sottolineare il loro carattere relativo e transeunte (“la trasmutazione di tutti i valori”), mentre, nelle culture dell’Era Assiale (fra cui il Cristianesimo), si usava il termine “virtù” (“areté”, “De”), e, in quella dell’attuale “establishment” si pretende che essi siano validi “in ogni tempo e in ogni luogo”.

I “valori” dei “populisti”, allo stesso modo di quelli dei “progressisti”, non sono “virtù”, bensì puri e semplici slogan, espressione di una società vuota e ipocrita che si dirige direttamente verso la distruzione dell’uomo, preconizzata da Asimov, Anders, von Neumann, Kurzweil, Joy, Hawking e Rees.

La sola differenza è che i primi si rifanno alle retoriche delle Chiese dell’era maccartistica,  quando la precettistica tridentina veniva usata sostanzialmente come giustificazione della repressione e del disciplinamento dei popoli sotto l’Occidente, mentre quelli dei “progressisti” ripetono semplicemente le ossessioni dell’ideologia californiana, un mix di Kabbala, marcusianesimo e postumanesimo.

Le “virtù” dell’Era Assiale (-Jaspers, Eisenstadt, Assmann-, fossero esse quelle “teologali” o quelle “cardinali”), erano quegli strumenti di educazione dell’ uomo che gli permettevano di resistere alla natura e ai conflitti umani in un’era di risorse limitate.  Le “virtù” di oggi, per essere valide,  dovrebbero permettere all’ uomo postmoderno di resistere all’ avanzata delle Macchine Intelligenti. Esempi di virtù postmoderne: il coraggio di Petrov nel rifiutarsi di scatenare la guerra nucleare; l’ingegnosità di Assange nel raccogliere e divulgare il materiale compromettente di tutti i Governi mondiali; la determinatezza di Snowden nel carpire i segreti della NSA, e nel passare indenne attraverso le più rischiose frontiere. Invece, nulla di tutto questo esiste fra i politici europei, né da una parte, né dall’ altra. Tutti mirano a rendere l’umanità di oggi sempre più disciplinata (vuoi con la repressione, vuoi con la dissoluzione delle personalità),  in  modo che gli scienziati pazzi, le macchine intelligenti, il complesso informatico-militare, i GAFAM e i BATX, possano svolgere indisturbati il loro lavoro di asservimento dell’ Umanità.

Quali diritti abbiamo oggi se tutto ciò che facciamo è spiato e se tutto ciò che diciamo è regolamentato dal “politicamente corretto”?

2.I “DIRITTI”.

La contrapposizione fra “tradizione cristiana occidentale” e “diritti umani” è anch’essa semplicemente fuori luogo in questo contesto. Il Cristianesimo occidentale (oltre che essere un’infima parte del Cristianesimo in generale, il quale comprende anche l’Ortodossia, le Chiese Orientali, le Chiese africane ed asiatiche, la Teologia della Liberazione… , ma perfino della Chiesa Cattolica, che ha, per esempio, un Papa gesuita e sudamericano), non può affatto vantare un blocco uniforme di valori sociali, spaziando esso dall’anarchismo della comunità gerosolimitana e delle eresie medievali al cesaropapismo bizantino e ortodosso; dal machismo di San Paolo alle religiosità femministe di Santa Chiara, Teresa di Avila e Teresa di Lisieux; dalla teologia gerarchica di Dionigi lo pseudo-areopagita, a quella anarchica di Gioacchino da Fiore;  dal relativismo di Tertulliano al dogmatismo di San Tommaso; dal determinismo di Lutero al volontarismo di Erasmo; dal filo-confucianesimo di Matteo Ricci al filo-buddhismo di Raimon Panikkar (ambedue gesuiti). Basti pensare che, fino a metà del Medioevo, anche i sacerdoti cattolici potevano sposarsi, come quelli orientali e protestanti, senza che ciò avesse suscitato controversie di rilievo. L’unica cosa che ha accomunato, nel tempo e nello spazio, tutta questa gente disparata è la fede in Gesù Cristo.

Nello stesso modo, le idee sui “diritti umani” nella cultura “laica” europea sono anch’esse le più varie: dall’assoluta disciplina del singolo allo Stato o al Partito, che viene espressa di Saint-Just e Mazzini, all’indiscriminato  arbitrio individuale di Stirner; dalla repressione penale dell’omosessualità in quasi tutti i Paesi europei fino agli anni ’60  del secolo scorso, all’ esaltazione della stessa nella cultura “gender”; dalla difesa a ogni costo della libertà di pensiero in Stuart Mill, all’elenco dei libri proibiti di Lukàcs.

Personalmente, non trovo che i “diritti civili” siano particolarmente ben difesi in Europa. Il fatto stesso che i documenti ufficiali li esaltino, ma poi la realtà dei fatti li neghi (con gli abusi delle multinazionali, le epurazioni, le censure, i reati di opinione; lo scioglimento di movimenti politici; le “extraordinary renditions”; la repressione di minoranze come quelle conservatrice, islamica, catalana, nord-irlandese, serba, russofona; la detenzione di Assange, le violenze nelle prigioni…), ridicolizza il concetto stesso di “Stato di Diritto”, che, a mio avviso, dovrebbe significare invece che, una volta che ci sia dati (quale che sia la procedura legislativa) una legge (costituzionale, civile o penale), poi le autorità la devono applicare in modo obiettivo e rigoroso, senza distinguere se i soggetti colpiti siano grandi potenze o comuni cittadini, di destra o di sinistra, di una o di un’altra religione, multinazionali o piccole-medie imprese. Invece, in Europa le Autorità applicano in modo sistematicamente discriminatorio le legislazioni sulla privacy, sulla cittadinanza, sul segreto di Stato, fiscale e antitrust, e perfino quella penale (pensiamo ad Abu Omar, al Cermis, all’ omicidio Meredith, per non parlare delle leggi memoriali e sui delitti d’opinione), a seconda che si tratti o no dei poteri forti, con le conseguenze aberranti che stiamo vedendo ancora recentemente nei casi  Schrems, Web Tax e antitrust.

Non mi risulta che nessuno (né di sinistra, né di destra) si sia scomodato al Parlamento Europeo per ospitare Assange o Snowden, per confermare la condanna dei sequestratori di Abu Omar, per scorporare i GAFAM, per applicare le sentenze SCHREMS  o per vietare i tax rulings.

L’identità europea non nasce 70 anni fa

3.L’”IDENTITÀ EUROPEA”.

Ambedue i fronti “contrapposti” al Parlamento Europeo pretenderebbero  di difendere la “vera identità europea”, ma, a mio avviso, sono, gli uni e gli altri, fra coloro che la stanno distruggendo. Per gli uni, la “vera identità europea” consisterebbe nel cristianesimo modernistico e chiliastico; per gli altri, nella “laicité à la Francaise”. In realtà, ambedue queste correnti sono ora, e sono state sempre nella storia, minoritarie in Europa. Basti pensare a Sant’Agostino, al Dictatus Papae, a Dante,a Matteo Ricci, a Pascal, a Kierkegaard, a Guénon, a Saint-Exupéry, a Simone Weil…, che non si possono certo inquadrare nell’una, né nell’ altra scuola.

E’ assurdo anche sostenere, come fanno i cosiddetti “sovranisti”, che gli unici difensori dell’Identità Europea siano gli Stati Membri. Per me, l’identità europea è iscritta innanzitutto nell’inconscio collettivo (Freud, Jung), poi nelle opere di Omero, Ippocrate, Erodoto, Socrate, Orazio, Dante, Machiavelli, Pascal, Rousseau, Leibniz, Voltaire, Alfieri, Foscolo, Kierkegaard, Baudelaire, Nietzsche, Freud, Jung, Wittgenstein, Coudenhove-Kalergi, Saint Exupéry, Drieu la Rochelle, Chabod, che non hanno affatto un carattere “nazionale”. Certo, vi sono anche le identità euroregionali (nordica, atlantica, mitteleuropea, eurasiatica, mediterranea, balcanica), come pure quelle nazionali, regionali e cittadine, ma sono  funzioni di una poliedrica identità europea (così come Chabod aveva illustrato mirabilmente abbinando il suo libro sulla storia dell’ idea di Europa a quello sull’ idea di nazione.

A me sembra che ambedue le fazioni siano ispirate in realtà dalla più totale ignoranza (cfr. Tinagli, la grande ignoranza;  Iacci, Sotto il segno dell’ ignoranza). Avendo dedicato decenni della mia vita a studiare l’Identità Europea, so che, per capire che cosa abbiano avuto, ed abbiano, in comune, miliardi di persone delle epoche più diverse, occorre uno studio accanito e puntiglioso, di antropologia, filosofia, filologia, storia, sociologia, economia, politica, storia della cultura. Inoltre, l’Europa è sempre stata un Paese altamente elitario, dove gl’ideali culturali sono sempre stati patrimonio di pochi (i “kaloikagathoi”, i “saggi”, i “santi”, i “chierici”, gli “iniziati”, gli “hommes d’esprit”). Come stupirsi che le tracce dell’identità europea siano così difficili a ricostruirsi?

Eppure, l’esperienza acquisita mi dice che quel poco che si trova in materia è più che sufficiente a riempire molti volumi, e comunque è troppo abbondante  per poter essere facilmente comunicato. Basti considerare che già soltanto il primo volume della mia storia dell’ Identità Europea (“10.000 anni d’identità europea”) è di quasi 400 pagine.

Molti degli aspetti di quell’ identità si riallacciano a culture ancestrali, come quelle di Jamnaja, danubiana, dei mitici Tùatha de Danann; altre, alla cultura greco-romana; altre ancora alle religioni abramitiche; alcune  ai Popoli delle Steppe; altre ancora a Paesi che oggi non sono Stati, come il sacro Romano Impero, gl’Imperi dell’ Europa Orientale e dell’ Oltremare, l’Aragona, la Provenza, la Borgogna, la Scozia, il Galles, la Prussia, la Jugoslavia…

L’educazione degli Europei dovrebbe passare attraverso quest’esercizio della memoria.

L’identità comincia dalla cultura

4. La “DIFESA DELL’ IDENTITÀ”

Se c’è qualcosa in cui i “sovranisti” hanno ragione è nel fatto che le identità (tutte le identità, personali, sessuali, familiari, locali, territoriali, religiose, cetuali, ideologiche, nazionali, etniche, continentali), vanno difese energicamente (la “Selbstbehauptung” di heideggeriana memoria), mentre troppi pretesi “europeisti” vorrebbero in realtà ch’esse sparissero, per fare luogo a un amalgama indifferenziato di “persone” ( “anthropoi”, “Menschen, “Ljudy”,”emberek”, “Nas”) senza qualità.

Sotto il punto di vista della difesa delle identità, le carte in regola le hanno più  i “sovranisti” dell’ Est, che, per difendere quelle identità, hanno combattuto tante guerre, dalle insurrezioni dell’ Ottocento, a quelle durante la IIa Guerra Mondiale, alle guerriglie del Dopoguerra, ai fatti di Berlino, Budapest, Poznan, Praga, Danzica, Vinius, …e per questo è del tutto comprensibile che i governanti ungheresi, polacchi o sloveni, si ribellino all’accusa di “illibertà” rivolta loro da molti  leaders europei occidentali, che, quando gli orientali combattevano e morivano, simpatizzavano magari per le forze dell’Asse o per il blocco comunista, e comunque non hanno mai  imbracciato un fucile in difesa della libertà, come il presidente Janša.

E, certo, fa parte della difesa dell’identità anche la gestione della demografia e dei flussi migratori, ma questa non può  essere fatta in modo aprioristico ed astorico, bensì solo tenendo conto dei legami storici con i vari Paesi, del surriscaldamento atmosferico, dei rapporti con lo slavismo, la Russia e la Siberia…

Infine, la polemica contro il preteso “Superstato” europeo è semplicemente irreale,  se si pensa che basta un viaggio in Europa di Soros, di Bannon, di Pompeo , di Biden o di Blinken per fare cambiare tutte le idee a tutti i politici europei (altro che Superstato! Piuttosto, una colonia, di cui sono complici tanto gli “europeisti” quanto i “sovranisti”).

I “sovranisti” dovrebbero intanto spiegarci come si fa a difendere la sovranità dei popoli d’Europa nell’ era dello “Hair Trigger Alert”, del CRISPR, delle  gravidanze eterologhe, dell’Intelligenza Artificiale, di Echelon, di Prism, senza Stati-potenza, capaci di una difesa nucleare, come diceva De Gaulle, “à tous les azimuts”, di un proprio Internet, dell’”unione del civile e del militare”, di servizi segreti autonomi worldwide. E ci spieghino anche se, secondo loro,  ciascuno dei 27 Stati “sovrani” dell’ Unione possa, o debba, dotarsi di tutto ciò.

Di converso, le Istituzioni ci dovrebbero spiegare come fanno a contrastare la propaganda sovranista  contro il depotenziamento degli Stati Membri,  quando, in 60 anni, non hanno neppure iniziato a discutere su come dotare l’Unione degli attributi della sovranità  come sopra. Altro che “Superstato”! L’Unione e gli Stati Membri sono dei semplici Stati-fantoccio in balia del Complesso Informatico-Militare americano. E’ovvio che, in questa situazione,l’adozione di un eventuale “regola della maggioranza” nelle istituzioni europee non cambierebbe nulla  e, anzi, renderebbe solo più facile agli emissari americani vedere eseguiti i propri ordini. Infatti, tutti i politici, di tutti i partiti e di tutti gli Stati, quando sono in gioco gl’interessi americani, sono sempre tutti d’accordo (come sulla questione delle basi e sui GAFAM). Il problema è quindi a monte: bisogna eleggere come rappresentanti dell’Europa persone non manipolabili dall’esterno.

E’ paradossale, ma l’unico difensore della sovranità europea è oggi Ji Xinping, che si è visto vede costretto a convincerne  Merkel e Macron via teleconference. Secondo la televisione cinese CNTV, il presidente ha infatti espresso ieri ad Angela Merkel ed Emmanuel Macron  l’auspicio che “gli Europei possano svolgere un ruolo più attivo negli affari internazionali e raggiungere l’indipendenza strategica”.Gli uffici stampa dei due Governi  in questione hanno confermato ufficialmente solo a metà questo scambio di  punti di vista con Xi Jinping, che comunque resta rilevante ai fini di quanto andiamo qui affermando: che cioè i leaders europei hanno purtroppo bisogno di qualcuno che gli ricordi dall’ esterno che debbono essere più indipendenti . 

L’Europa ha un’identità poliedrica

5. Una “TERZA VIA”, semplicemente… “europea”

Da quest’ analisi comparativa delle questioni più qualificanti, risulta che, né le posizione dei “sovranisti”, né quelle dell’ “establishment”, sono atte a far uscire l’Europa dall’ “empasse” cui essa si trova, e che esse, al di là delle apparenze, sono in realtà molto simili fra di loro.

Per questo motivo, abbiamo proposto, e continuiamo a proporre, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa e fuori di essa, una posizione ancora diversa:

1)L’Europa unita è necessaria al mondo quale strumento per contrastare il tentativo del Complesso Informatico-militare di eternare il proprio controllo sull’ Umanità mediante la centralizzazione del sistema digitale (la “Singularity”di von Neumann e di Kurzweil);

2)L’Europa potrà svolgere questo suo compito solo inserendosi autorevolmente nel conflitto in corso fra le grandi potenze digitali, in modo da affermarsi  quale sistema sociale e tecnico alternativo, fondato sul rilancio, contro  la decadenza e contro la tecnocrazia, dei valori dell’Età Assiale (l’”Europa Poliedrica” di cui hanno parlato i Pontefici);

3)Per divenire multipolare, l’Europa deve rendersi indipendente, prima culturalmente, poi politicamente, poi economicamente, e, infine, militarmente, dal blocco occidentale in cui oggi è inserita (la “Sovranità Strategica” vagheggiata da Macron e da Borrell, ma che, come si vede, non viene concretamente perseguita);

4)Per raggiungere veramente una siffatta sovranità, l’Europa deve rafforzare le proprie resistenze immunitarie all’omologazione tecnocratica, prima riscoprendo la propria cultura, poi dandosi un’industria digitale, e, infine, coordinando le due nell’ ambito di un nuovo sistema sociale digitale partecipato (una sorta di cogestione dell’industria digitale, ampliando e modernizzando il “diritto sociale europeo”).

Tutto ciò significa che i pensatori e le organizzazioni veramente e semplicemente “europeisti” non potranno esimersi dall’ entrare in conflitto, tanto con i “sovranisti” di facciata, quanto con un “establishment” che si pretende “europeista”, ma non fa neppure più finta di preoccuparsi del futuro dell’Europa (e dell’Umanità).

Dobbiamo creare, in sostanza, un “TERZO FRONTE”, semplicemente “europeo”, alleandoci con chiunque (in primo luogo Russia e Cina) ci possa aiutare a creare un qualche margine di libertà per il nostro Continente, e recuperando tutte le memorie eccentriche che, nel corso della Storia, hanno creato l’Identità Europea contro tutti gli arrendisti, i conformisti e, in generale, i mediocri, che non sono mancati e non mancano tutt’ora nel nostro Continente.

I 100 ANNI DEL PARTITO COMUNISTA CINESE, Un’occasione per ripensare la storia mondiale

Qin Shih Huang Di, il Primo Imperatore

“Mi svegliai sospirando, pensando alla capitale dell’ impero dei Zhou”

(da “Le memorie di uno storico” di Sima Qian)

Il 1° luglio, la Cina ha celebrato il centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese. Al di là delle diatribe ideologiche, è questo il momento di ricapitolare, per ora solo artigianalmente, un po’ di storia mondiale, per capire dove ci troviamo, in particolare noi Europei.

I Tù,: la base storica della scrittura cinese

1.Le grandi civiltà dell’Epoca Assiale

Per fare ciò, è necessario riandare alla storia del mondo, di cui tanto noi, quanto la Cina (ma non gli Stati Uniti), siamo stati fra i grandi protagonisti. Solo a fronte di questa profondità storica è possibile comprendere la natura e il destino degli “Stati-civiltà”, a cui noi apparteniamo, e, in particolare, quelli della Cina e dell’Europa.

A partire dal quinto millennio a.C., nelle grandi pianure fertili, alcuni popoli si avviavano lungo un percorso di sedentarizzazione, costruendo villaggi e creando forme embrionali di società, fra di loro comparabili:

-nel mondo proto-sinico, lungo l’alto corso del Fiume Giallo (la Cultura di Erlitou, il mondo dell’ “Imperatore Giallo”);

-la Civiltà Indo-Sarasvati, lungo il corso dell’ Indo (Mehrgarh, il mondo del Kumari Kandam);

-la civiltà mesopotamica, nella bassa valle del Tigri e dell’ Eufrate (el-Obaid, Uruk, il mondo di Utnaspishtim);

-quella egizia, lungo il Nilo (la Cultura pre-dinastica, il mondo degli “Shemsu Her”);

-quella dei Kurgan , lungo il Volga (Srednyj Stol, la “Cultura Jamnaja”).

La civiltà europea è l’erede di quelle medio-oreientali e della Cultura di Jamnaja; quella cinese, della cultura di Erlitou.

Molte di queste civiltà  ebbero loro eroi mitici, come l’Imperatore Giallo, Yu, Gilgamesh, il Re Scorpione. Da esse derivarono i primi imperi storici: quello degli Xia, quello elamita, quello sumerico, quelli dell’Alto e del Basso Egitto, oltre che le civiltà di Mohendjo Daro e danubiana.

Nel 3200 a.C. nascono le scritture cuneiforme ed egizia e si costruiscono Stonehenge e Skara Brae.Nel 2800 a.C., nasce in China la cultura di Longshan,  mentre, a Creta,  Knossos  raggiunge gli 80.000 abitanti. Intorno al 2700 a.C., viene scritta l’ Epopea di Gilgamesh, e verso il 2600 a.C., inizia la fase matura della Cultura Indo-Sarasvati; nel 2270 viene fondato l’impero di Akkad.

Nel 1800 a.C., nascono nel Sinai e a Ugarit i primi alfabeti; in Mesopotamia, vengono scritti  l’ Epopea di Gilgamesh  e il Codice di Hammurabi.

Nel 1600 a.C.,  nascono le Civiltà micenea e hittita e la Dinastia Shang , con il suo sistema di scrittura sulle ossa divinatorie (Tù), simile, sotto certi aspetti, da un lato ai simboli usati dall’ uomo preistorico, e, dall’altro, alle prime forme dei pittogrammi egizi e mesopotamici.

Come si vede, un impero centralizzato cinese esisteva fin dagli albori della civiltà, al tempo dei Cretesi e degli Ittiti.

Nel 1500 inizia la composizione del Rgveda.

Sul limitare fra il I° e il II° millennio, nascono civiltà che influenzano profondamente le culture successive: i Zhou, idealizzati da Confucio e da Sima Qian; i Popoli del Mare (Shardanas,Tursenas, Sikler, Theuker, Pelast,probabili  antenati degl’Italici); si generano i fatti narrati nell’ Esodo e la Guerra di Troia; nell’ Europa Centrale vivono  le culture di Hallstatt  e La Tène.

Le affascinanti dame dell’ Era Tang

2.Alfabeti e religioni lungo la Via della Seta

Nel corso del I°millennio a.C., si sviluppano le culture confuciana, vedica, persiana e greco-romana.

Gl’imperi Qin e Han, Maurya e Gupta, arsacide e romano  furono collegati dalle Vie della Seta e dalle spedizioni evangelizzatrici di buddhisti, nestoriani e islamici. Ad essi succedettero  i Sassanidi, il Califfato, l’Impero carolingio.

All’inizio del 7° d.C secolo, nasce la Dinastia Tang, e la Cina completa il Grande Canale che l’attraversa ancor oggi, e inventa l’arte della stampa. Mieszko I  diviene duca di Polonia, e nel sacro Romano Impero viene proclamata per la prima volta la “Trewa Dei” (“Ewiger Landtfrid”), antenata del “progetto di Pace Perpetua”).

Nascono gl’ imperi selgiuchide e Azteco.

Nel XIV secolo, si affermano ancora nuovi imperi: i Ming, i Mughal, gli Asburgo, e, in America, gl’ Inca. Nel XV, tanto i Cinesi quanto gli Europei avviano  esplorazioni oceaniche su larga scala. Gli Europei importano molte invenzioni cinesi, indiane ed arabe (algebra, bussola, polvere da sparo, stampa, carta moneta), sviluppando moderne tecnologie culturali e navali che permettono  loro di espandersi un po’ dovunque; in Estremo Oriente, fioriscono  potenti imperi come quello Qing e quello  giapponese  dell’ Era di Edo, con un livello di vita e di cultura nettamente superiore a quello europeo.

I Gesuiti si configurano quali gli agenti di un’ inedita globalizzazione culturale, che va dalla Spagna della Reconquista sl Giappone, dal Québec alla Cina, dal  Sudamerica alla Bielorussia,  spaziando fra teologia tecnologia, didattica ed economia, politica e arte, linguistica e  matematica.

Intanto, si afferma il ruolo centrale dell’America, e le tredici colonie inglesi raggiungono l’indipendenza. La Compagnia delle Indie assume il controllo dell’Asia Meridionale, e gli Occidentali impongono l’apertura commerciale a Cina e Giappone. Con il saccheggio di Delhi e di Pechino, India e Cina, che, ancora a metà Ottocento, rappresentavano più della metà del PIL mondiale, vengono ridotte ad uno stato semi-coloniale, con una corrispondente decadenza economica (i “Cento Anni di Umiliazione”). “ Il paese ha subito un’intensa umiliazione, il popolo è stato sottoposto a grande dolore e la civiltà cinese è stata fatta sprofondare nell’oscurità. Da quel momento, il ringiovanimento nazionale è stato il sogno più grande del popolo cinese e della nazione cinese.”(Xi Jinping)

Si manifestano i primi movimenti di resistenza, come quelli dei Sepoys e dei Taiping, da cui scaturiranno i primi moti d’indipendenza di India e Cina: “il Movimento del Regno Celeste di Taiping, il Movimento di riforma del 1898, il Movimento Yihetuan e la Rivoluzione del 1911 sorsero uno dopo l’altro e furono escogitati una varietà di piani per garantire la sopravvivenza nazionale , ma tutto questo si è concluso con un fallimento. La Cina aveva urgente bisogno di nuove idee per guidare il movimento per salvare la nazione e una nuova organizzazione per radunare le forze rivoluzionarie..

Qianlong, l’imperatore dell’ era illuminista

3.Il ringiovanimento  della Cina

Nella visione del Partito Comunista Cinese, la rinascita ( o ilo “ringiovanimento”) della Cina, inizia con la sua fondazione, che ha sostituito, ai 100 anni di “umiliazione”, i 100 anni di “ringiovanimento”.

Mentre Gandhi inizia il suo apostolato, Mao fonda, nel 1921, il Partito Comunista Cinese. La Seconda Guerra Mondiale non iniziava, contrariamente a quanto affermato in Occidente, con l’attacco tedesco alla Westerplatte (1939), bensì con l’Incidente al Ponte Marco Polo a Pechino, nel 1938 (Grosser). Inoltre, la maggior parte delle vittime della IIa Guerra Mondiale non fu, né israelitica, né russa, né tedesca, bensì cinese.

Ne consegue che, nel 1949, alla fine della Guerra Civile, la Cina era distrutta. Le successive campagne di Mao (“Cento Fiori”, “Grande Balzo in Avanti”, “Rivoluzione Culturale”), che, si dice in Occidente, furono sanguinarie e perfino inutili, servirono in realtà a ricostituire e consolidare uno Stato, un’economia, un partito e una società sconvolti da continue guerre, e comportarono comunque una crescita economica e tecnologica rispetto al precedente stato di totale distruzione.

Le riforme di Deng Xiaoping, così come l’apertura al commercio con l’estero e al mercato, e le Zone Economiche Speciali, segnarono poi, sfruttando anche i presupposti storici dell’era maoista, un ritorno alla gloriosa economia mista della Cina Imperiale, che permise alla Cina di divenire la ”fabbrica del mondo”.

Personalmente, avevo avuto il privilegio di visitare la Fiera di Canton nel 1978, precisamente all’ inizio delle riforme di Deng Xiaoping. La Cina di allora era ben diversa da quella di oggi. Tanto per cominciare, era protetta, anche verso Hong Kong, da una sorta di Grande Muraglia, con Shenzhen che era solo un’ enorme risaia,e con milioni di biciclette in giro per le strade anche nel cuore della notte(senza illuminazione). Che differenza dall’attuale megalopoli dell’ Area della Baia del Fiume delle Perle (Yuegangao Dàwānqū) !

Con l’inizio del nuovo secolo, la Cina ha stretto legami sofisticati con il resto del mondo, e, in particolare, con gli Stati Uniti, sviluppando autonomamente tutte le tecnologie di avanguardia (energia nucleare, treni ad alta velocità, missilistica,  stazioni spaziali,  informatica, computer quantici, ambiente), e dotandosi di una modernissima classe dirigente.

Oggi, con una popolazione di 1.400.000 abitanti e un PIL di 16,642.32 milioni di dollari, la Cina è tornata ad essere complessivamente il principale Paese del mondo, cosa che (come si vede dal rapido excursus del punto precedente) era sempre stata in tutto il corso della storia. Già come tale, essa, in un’era in cui  “uno vale uno”, è divenuta automaticamente, per definizione, il Paese inaggirabile. Inoltre, in un momento in cui la transizione all’era delle macchine intelligenti sta provocando un profondo disorientamento ideale, non solo in Occidente, ma in tante aree del mondo, a cominciare dal Medio Oriente, il fatto di riallacciarsi, seppure in forma inedita, al suo passato, fa della Cina un paese forte e interessante, anche se non necessariamente un modello per altri.

Infatti, in tutto il mondo la transizione al post-umano sta portando in evidenza la questione circa che cosa sia propriamente umano, e la conseguente urgenza dello studio delle civiltà dell’Era Assiale, di cui quelle asiatiche costituiscono un esempio vivente.

Kojève, che aveva dedicato tutta la sua attività di filosofo be di funzionario internazionale a sviluppare la teoria hegelo-marxista della Fine della Storie, era stato scioccato, alla fine della sua vita, nell’ ver dovuto constatare che il Giappone è un paese addirittura “pre-assiale” sopravvissuto fino add oggi. Tuttavia, la Cina ha superato la vecchia contraddizione est-asiatica sintetizzata dallo slogan giapponese “Wakon Yosai” (“la tecnica occidentale come mezzo, la cultura orientale come valore”). Infatti, anche la tecnica è oramai orientale. Inoltre, essa (anche a causa dell’effetto  “massa critica” dato dalle sue dimensioni e dalla sua compattezza, ma soprattutto per la sua violenta reazione ai “cento anni di umiliazione”), essa è un Paese particolarmente proiettato nel domani: è al contempo pre-assiale e post-moderna.

Questi sono gli obiettivi successi che sono stati celebrati da Xi Jinping con le cerimonie di Pechino del 1° luglio: sicurezza, tradizione, tecnologia, benessere, commerci internazionali, futuro. Essi non possono certamente essere negati, ed è per questo che gli Stati Uniti vi assistono con sgomento, senza sapere neppure che dire, perché il loro progetto di dominazione mondiale (il “Destino Manifesto”) viene implicitamente posto in dubbio stessa dall’esistenza di un Paese in grado di pretendere di essere trattato  dall’America su un piede di parità.

Questo spiazza anche l’establishment europeo, che non può certo dire lo stesso dell’Europa.

La questione deli “diritti umani”, unico argomento contro lo sviluppo attuale della Cina, è mal posto. Innanzitutto perché non è vero che tutti i Paesi del mondo vadano verso un sistema più partecipativo e permissivo, mentrteb risulta chiaro che la nuova guerra fredda, lil Pensiero Unico e la digitalizzazione portano ovunque, dove più, dove meno, alla centralizzazione del potere, sì che la Cina +è tutt’altro che un’eccezione. Poi, perché il principale accusatore della Cina, gli Stati Uniti, non si segnala certo, dal punto di vista del controllo da parte del potere, della tolleranza, del livello di repressione in patria e all’ estero, fra i Paesi più liberali.

Infine, perché non bisogna confondere i “diritti civili” (quali quelli di rappresentanza di pluralismo, ecc…), con i diritti umani, che attengono alla vita, alla salute, all’assistenza sociale, nei quali la Cina è spesso più avanzata, non solo degli Stati Uniti, ma addirittura dell’Unione Europea (che non riesce neppure, per la sua stessa ammissione, a eliminare fra i suoi cittadini la povertà assoluta).

Alla frontiera di Shenzhen nel 1978

4.Le ”Lezioni Cinesi”

In occasaione delle celebrazioni per il centenario, Xi Jinping ha fatto affermazioni molto impegnative:“La nazione cinese è una grande nazione. Con una storia di oltre 5.000 anni, la Cina ha dato un contributo indelebile al progresso della civiltà umana.” A causa di queste sue particolari caratteristiche, la essa aveva costituito per secoli un modello per i Paesi confinanti (per la Mongolia, l’Asia Centrale, la Corea, il Sud Est Asiatico, il Giappone), ma anche  la Francia di Luigi XIV(Fresnais), il Sacro Romano Impero (Leibniz), l’ Europa (Voltaire). Oggi, soprattutto per gli USA, i quali, dopo essersi illusi di manipolare la Cina, sono oggi costretti a rincorrerla,  sull’intelligenza artificiale, i 5 G, ecc…Gli stessi progetti parlamentari di campagne anticinesi, come il “Final Report” della Commissione NSCAI e la bozza della “Resolution 1169”, sono infarciti di citazioni a politiche e istituzioni cinesi, oltre che di citazioni di Xi Jinping.

Perciò, anziché parlare, come aveva fatto Italo Calvino, di “Lezioni Americane”, oggi si tende piuttosto a parlare di “Lezioni Cinesi”(Francesco Grillo).

Eravamo stati fra i primi a seguire questa strada. Infatti, nel nostro libro DA QIN, del 2017-2018, avevamo già scritto: “l’ emergere ella Cina quale nuovo player determinante su tutti gli scacchieri mondiali sta per altro fornendo, a mio avviso, all’ Europa, un “leverage” per rovesciare questa situazione di stallo, ispirandosi innanzitutto all’ inattesa crescita di quel Paese rispetto al modello americano-in tutti i settori, a cominciare dalla sua efficacia complessiva tanto sul piano dei rapporti di forza, quanto su quello culturale. “

Nella nostra visione, è chiaro che l’attuale lotta contro il controllo sull’umanità da parte delle macchine intelligenti presuppone  volontà culturali e politiche forti, capaci, da un lato, di formare e consolidare le personalità umane, e, dall’ altra, di formare un sistema legislativo e amministrativo efficiente. Tutto ciò non si ritrova nello scenario occidentale dominato da un unico centro di potere, funzionale alla strategia dei GAFAM, che sono lo strumento per l’affermazione delle macchine intelligenti, come chiaramente affermato da Eric Schmidt, Amministratore delegato della Google e presidente della Commissione NSCAI. Né si trova in un’ Europa che è l’unica area del mondo a non avere neppure tentato (come Russia, India e Corea del Sud) di limitare seriamente il potere del complesso informatico-militare americano.

Per fare  questo, sono necessari infatti grandi Stati sub-continentali, capaci, da un lato, di svolgere i compiti educativi e legislativi di cui sopra, e, dall’altro, di controbilanciare il monopolio del potere tecnocratico occidentale. Gli attuali Stati-civiltà (USA, Cina, Russia) non sono, per motivi vari, in linea con questo compito: gli USA perché sostengono addirittura i GAFAM, dando prestigiosi incarichi istituzionali ai loro dirigenti; la Cina perché tutta assorbita dal difendersi dagli USA, e la Russia perché non è tecnicamente all’ altezza. L’ Europa e l’India potrebbero fare molto di più, coniugando le loro competenze tecniche con le loro culture millenarie e il loro tradizionale orientamento a favore del pluralismo. Tuttavia, anch’esse non possono oggi contribuire in modo adeguato, perché, anziché collaborare in modo spassionato con il resto del mondo, si fanno trascinare dagli USA in un’assurda crociata anticinese, che ha come prima conseguenza l’impossibilità di collaborare con la Cina nei settori culturali e tecnologico, che sarebbero quelli da presidiare per fronteggiare l’emergenza delle macchine intelligenti, facendo anche dell’Europa e dell’India due “Stati-civiltà”.

In questa situazione complessa la Cina  svolto fino ad ora, e ancora svolge,  il ruolo comparativamente più positivo, ponendo in essere, con la propria “Sovranità digitale”(Shùzì zhǔquán), idea poi “copiata” da Macron e Borrell), il maggiore ostacolo oggi realmente esistete esistente alla realizzazione del programma di controllo mondiale  di Schmidt e Kurzweil. Essa, infatti, è riuscita a creare tecnicamente un “web cinese”, a separarlo da quello a guida americana, a creare proprie multinazionali del web, con una reale concorrenza interna, e, infine, ad abbozzare, attraverso Huawei, Alibaba e Tik Tok, una strategia di competizione internazionale con i big americani.

Questa lotta contro il monopolio americano del web  costituisce un modello per la resistenza delle altre parti del mondo (in particolare, Unione Europea, Russia e India), le quali non hanno ancora raggiunto, come la Cina, un’adeguata massa critica, né culturale, né politica, né tecnologica, né militare.

Se la Cina è contraria all’ imposizione in tutto il mondo di un unico modello culturale e politico,  è perché essa ha una sua visione per la coesistenza mondiale•         “La fondazione di un partito comunista in Cina è stato un evento epocale, che ha cambiato profondamente il corso della storia cinese nei tempi moderni, ha trasformato il futuro del popolo e della nazione cinesi e ha alterato il panorama dello sviluppo mondiale.”

Tale visione è fondata su tre pilastri:

•        „Multipolarismo”, dove  USA, Cina, Europa, Russia, e forse, India, siano su un piede di parità;.

•        „Multilateralismo“,   dove nessuno Stato indichi agli altri la direzione di marcia;

•        „ Pluralismo  Ideologico“,  dove non ci sia una sola forma di regime accettabile sullo scenario mondiale.

•        A nostro avviso, la visione del mondo che deriva dalle tradizioni culturali europee è in ultima analisi simile a quella cinese,  anche se non identica:

•        -intanto, non ha senso prescrivere un numero limitato di soggetti politici accettabili sulla scena mondiale. Per esempio, anche il Sud America e l’ Islam avrebbero  pieno titolo ad affermare un loro progetto, mentre Russia e Turchia si situerebbero forse più opportunamente all’ interno dell’ Europa;

•        -certo, non è opportuno, né giusto, che vi sia uno “Stato Guida”,  ma in più è anche logico che vi sia una competizione culturale fra le civiltà, come indicato, per esempio, nel Corano;

•        – il pluralismo è un bene prezioso da difendere, ma non lo chiamerei “ideologico”, perché le visioni del mondo, a cominciare da quelle americana e cinese,  sono piuttosto filosofiche (il  messianesimo puritano, il “Datong” e lo Xiaokang confuciani).

Lo skyline di Canton oggi

5.Le tredici ipotesi di studio per il federalismo europeo

Il nostro libro: “Da Qin”, del 2018, costituiva un tentativo di utilizzare le esperienze fatte dalla Cina sviluppandole nel senso di proposte per il federalismo europeo.

Ne erano nate 13 idee-guida, fra le quali ricordiamo:

-la“Poliedricità” dell’ Europa;

-la distinzione della stessa dall’ America;

-L’Europa quale “Stato-Civiltà”;

-l’Europa come Katechon;

-più poteri all’ Europa;

-una digitalizzazione sul modello cinese;

-no a una nuova Guerra Fredda;

-sì alla “Patria Europea”; no all’ Europa organizzazione internazionale o protettorato americano.-

Poco dopo, Francesco Grillo pubblicava il suo libro “Lezioni Cinesi”, in cui anch’egli suggeriva di assumere, proprio in concomitanza con le elezioni europee del 2019,  la Cina come modello per l’ Europa, lamentando il fatto che Macron, dopo avere adottato l’idea di una  “rifondazione euiropea” (“Renew Europe”, che corrisponde al “Zhōnghuá mínzú fùxīng” di Xi Jinping), non aveva fatto seguire alle parole dei fatti concludenti.

Grillo traeva anch’egli, dalle soluzioni cinesi, suggerimenti per una riforma dell’ Europa:

-istituzioni flessibili e pragmatismo (“non importa se i gatti siano bianchi o neri, purchè acchiappino i topi”);

-una cittadinanza europea meritocratica, sul modello dell’ “epistocrazia” cinese e del cursus honorum romano.

Non ci resta che augurare all’ Europa e alla Cina tutto il successo possibile, e adoprarci per evitare una nuova Guerra Fredda, che per l’ Europa sarebbe semplicemente autolesionistica.

PROFEZIE CHE SI AVVERANO

La battaglia di Frankenhausen, in cui gli anabattisti issarono la bandiera arcobaleno

Nei nostri ultimi post avevamo affrontato una serie di temi interconnessi (dalla visita di Biden in Europa, alle previsioni sul futuro di quest’ultima, alla Via della Seta, fino al modo di scrivere la storia). Una serie di prese di posizione  forse estreme, scoordinate ed estemporanee. Nel corso dello scorso week-end, molte delle nostre ipotesi, anche quelle appena accennate, si sono però rivelate azzeccate, dimostrando che esiste uno spazio politico e culturale per posizioni  molto personali come le nostre, le quali hanno  forse qualche chance di avere un seguito in questa confusa transizione europea.

Subito dopo la UE e la NATO, Biden ha incontrato Putin

1.La crociata incompiuta di Biden

Esattamente come prevedevamo, la crociata si è rivelata molto meno aggressiva e meno incisiva quanto previsto, visto che si è conclusa con una parziale apertura alla Russia, testimoniata  innanzitutto dall’ l’O.K. americano al North Stream 2 (ma a quale titolo gli USA avrebbero potuto continuare a impedire un rapporto commerciale così importante fra due Stati sovrani? E come potrebbe l’Europa garantirsi approvvigionamenti energetici stabili, economici, e sostanzialmente sostenibili ambientalmente se non dalla Russia? Dallo Shale gas? Dal carbone polacco? Dai gasdotti che passano dal Donbass, dal Caucaso o dal Kurdistan?)

In realtà, anche se non lo si dice, agli USA non dispiace che l’Europa riallacci il dialogo con la Russia, sperando così di isolare la Cina, come dimostrato dalla proposta del summit Europa-Russia lanciata da Merkel e da Macron. Tra l’altro, tutto il gas venduto agli Europei non è venduto alla Cina, riducendo l’interdipendenza frav quei due Paesi.

Di converso, se l’America rinunzia a interferire nel North Stream 2, a che titolo può ragionevolmente imporre un analogo boicottaggio della Via della Seta?

Non per nulla, il Ministro Wang Yi ha già telefonato a Di Maio per proporgli di ricominciare le attività comuni sulla stessa.

Nello stesso tempo, prendiamo atto che perfino un periodico tipicamente atlantista come Panorama ha dato ospitalità a un articolo, senz’altro equilibrato, ma che dice le stesse cose che diciamo noi: “Il mondo si riapre a più scenari, la storia non va più a senso unico. Ma all’ insorgenza di outsider popolari reagisce l’Apparato mondiale, l’ Establishment tecno-finanziario-multinazionale e le caste politico-culturali-finanziarie dei singoli Paesi.”

Marcello Veneziani perviene così in sostanza alla nostra stessa conclusione: “E se al ripristino dell’ Occidente si debba preferire un mondo multipolare di aree sovrane che trovano punti di accordo? E se il destino italiano ed europeo fosse quello di interagire in autonomia con l’America e la Russia, senza schiacciarsi su una delle due?”

Il North Stream è stato completato con la benedizione di Biden

2.Scontri militari e politici in Europa

Neppure la previsione che l’area europea rischi di trasformarsi in un campo di battaglia di schegge impazzite è risultata fuori luogo.

Intanto, 4 mesi fa si era concluso, con la conquista da parte asera del Nagorno Karabagh, la guerra più che trentennale fra Armenia e Azerbaidjan, la quale, insieme ai moti di Danzica e all’invasione dell’Afghanistan, era stata la scintilla che aveva provocato la fine dell’impero sovietico. Essa aveva infatti dimostrato che, se due repubbliche federate potevano impunemente farsi la guerra fra di loro, né l’Unione Sovietica era più uno Stato, né il Patto di Varsavia era più un efficiente alleanza militare.Si sta verificando così, nell’indifferenza generale, un nuovo, impressionante esodo di Armeni, simile a quell’ altro, ancora non sanato, dei Serbi dalla Krajina, e per fortuna non comparabile a quello forzato del 1914-15, il “Genocidio Armeno”.

L’armistizio era stato raggiunto grazie alla Russia, non più unilateralmente filo-armena, bensì neutrale, anche per mantenere buoni rapporti con la Turchia, vicina all’ Azerbaidjan, e la Russia sta seguendo passo passo l’attuazione degli accordi. Inoltre, si sta completando nel Nagorno-Karabagh un tratto della ferrovia turca Kars-Baku, che può essere considerata un segmento della Via della Seta, senza che nessuno protesti.

Gli Armeni fuggono bruciando le proprie case e trascinando via, con auto e furgoni, perfino gli alberi, come a suo tempo  i Serbi della Krajna. Come mai a questo esodo forzato  i media non hanno dato lo stesso spazio di quello dedicato ai richiedenti asilo? Forse perché la Russia neo-zarista si sta imponendo come una forza pacificatrice dove là dove l’ Unione Sovietica aveva fallito. Quando non è nell’ interesse propagandistico della strategia euroatlantica, fenomeni di così ampia portata vengono bellamente ignorati.

Ancor più recentemente, in controtendenza rispetto all’atteggiamento aperturista di Biden, la Marina Inglese ha tentato di affermare la propria presenza tramite crociere delle proprie navi da guerra al largo della Crimea (in parallelo a quelle nel Mar della Cina), ricevendo (forse) qualche cannonata da parte dei Russi. Alla faccia della “Pace Perpetua”, stiamo tornando alle deportazioni di popolazioni (1870-1948), alle Guerre dell’ Oppio (1839-60) e di Crimea (1853-56).

Ma è in campo politico che l’Europa si sta spaccando puntualmente in blocchi contrapposti: pro e contro il dialogo con la Russia e/o con la Cina; pro o contro l’Ungheria; Nord contro Sud; Regno Unito contro tutti.

La guerra del Nagorno Karabakh ha più di 100 anni

3.Sostanza statuale del Vaticano

Avevamo indicato, nei precedenti post, fra i soggetti attivi dal punto di vista geopolitico, il Vaticano.

Il giorno dopo, è stata presentata al Governo italiano, la nota vaticana in cui si  è fatta valere la sussistenza, nel Ddl Zan, di un profilo di violazione del Trattato del Laterano, che garantisce alla Chiesa la libertà di opinione, là dove il decreto in questione potrebbe essere interpretato nel senso ch’esso vieterebbe la critica all’ “ideologia gender”.

Il bello che, dopo poche, pallide proteste, la nota vaticana  ha dato luogo ad un intenso lavorio parlamentare per risolvere i problemi da essa sollevati. Con ciò riconoscendo la forza del Vaticano  quale Stato sovrano, quale organismo internazionale e parte contraente della Repubblica Italiana.

Contestualmente, non si è potuto verificare il preconizzato incontro con il Papa del Presidente Biden, che, come è noto, è cattolico, ma è aspramente criticato dall’ episcopato americano, in quanto “pro choice” (cioè favorevole a lasciare alle donne la libertà di abortire). Questo mancato incontro fa il paio con quello con Pompeo, inviato a Roma dal precedente presidente americano.

Senza entrare qui nel merito di queste mosse, mi limito a notare che l’ultima, da molti contestata, configura un passo in avanti, da parte del Vaticano, nel presentarsi come un soggetto geopolitico a tutto tondo, e indipendente da ogni pressione esterna. Tale pretesa è, a nostro avviso, del tutto giustificata, innanzitutto dal fatto che la Città del Vaticano è uno Stato riconosciuto da tutto il mondo e  intrattiene rapporti diplomatici con tutti i Paesi, ma, soprattutto, che la Chiesa Cattolica è l’unica chiesa avente un’organizzazione centralizzata e capillare presente a livello mondiale, sì che anche le altre religioni le riconoscimento un ruolo rappresentativo e di leadership del movimento ecumenico. Come tale, essa interviene, anche con accenti dissonanti, in tutte le grandi questioni del mondo, e, in primis, nella nascente conflittualità fra gli USA e le potenze eurasiatiche.

Se si riconosce in pratica un ruolo geopolitico, spesso centrale, ai GAFAM, ai BATX e alle ONG, che vengono consultati in sede di modifica delle norme che li riguardano, e a loro volta chiedono spesso, anche in modo aggressivo, modifiche di tali leggi, come sarebbe possibile non riconoscere questo ruolo alla Chiesa Cattolica?

Si dice che, in tal modo, la Chiesa violerebbe la laicità dello Stato. Ma quest’ultima è disciplinata (e quindi, ovviamente, delimitata) dai Patti Lateranensi (opera di Mussolini) come successivamente modificati (per opera di Craxi), e recepiti nella Costituzione (grazie a Togliatti). Fra gli Stati e le Chiese, sempre e dovunque, vige una situazione di compromesso, perché non è possibile tracciare una linea precisa là dove finisce la politica e comincia la religione. Inoltre, nel caso in questione, credo che chiunque – Stato, organizzazione o cittadino che sia-, possa appellarsi a un principio costituzionalmente riconosciuto, come la libertà di opinione, in quasi tutto il mondo, e, ciò, anche con un’azione di tipo politico, come riconosciuto a qualsiasi organizzazione e ONG.

Infine, non si capisce perché tutti i distinguo che si fanno nei confronti delle religioni “classiche” (non solo quella cristiana, ma anche quella islamica, che ha ormai in Europa milioni di aderenti), non si fanno anche nei confronti delle “nuove religioni”, quali quella di Internet e quella “dei diritti”. Con la scusa che esse non sarebbero “religioni”, non si pone ad esse alcun limite, di modo che esse possano tranquillamente soppiantare quelle “tradizionali”, ristrette da lacci e lacciuoli (cfr. Laicité à la Francaise).

Il Vaticano, erede dell’ Impero Romano

4. “Regenbogenfahne”

Nel fare ciò, il Vaticano ha toccato un altro dei punti dei nostri blog della scorsa settimana, vale a dire il peso soffocante che il “politically correct” e il “pensiero unico” stanno acquisendo nelle società occidentali, sì che attendiamo solo che qualche forza organizzata prenda l’iniziativa per avviare una sollevazione generale  contro il conformismo generalizzato nel nome delle tradizionali libertà che l’ Occidente e l’ Europa affermano affannosamente (ma poco credibilmente) di perseguire, violandole invece continuamente di fatto.

A questo proposito, può essere sembrato, a taluni, irriverente aver paragonato, nei nostri post, il sistema politico attuale alla ex DDR, con la sua “Blockpolitik” , facendo indirettamente riferimento anche al mito della Rivolta Anabattista (violentemente combattuta, non solo dai Principi Tedeschi, ma, soprattutto, da Lutero e da Zwingli, che consideravano estraneo alla Riforma il suo chiliasmo materialistico e immanentistico e i suoi risvolti terroristici), ma, invece, esaltata dal nazionalsocialismo (che dedicò a Florian Geyer una divisione di SS), e poi dalla DDR (che costruì un grandioso memoriale sullo Schlachtberg a Frankenhausen e creò una “brigata contadina”con lo stesso nome e un campo di addestramento dei “Pionieri” dedicato a Muentzer). Nel precedente post, avevamo inserito l’immagine di una bandiera della DDR incrociata con una Regenbogenfahne, la “bandiera arcobaleno”, che i più ignorano fosse stata originariamente il simbolo degli Anabattisti (come rivelato, forse casualmente, dall’ edizione del Giugno 2021 di “Geschichte”, ma che comunque appare, nel monumento di Stolberg,  nelle mani di Muenzer).

La “Bandiera arcobaleno”, come del resto tanti altri simboli politici (come ad esempio l’aquila bicipite, la stella rossa, il saluto romano), ha una storia successiva altrettanto tortuosa. Infatti, dopo essere stata assunta come simbolo del movimento italiano per la pace fondato da Lucio Capitini e dell’ opposizione alla guerra in Irak, è divenuta, rimodellata (con 6, anziché 7, strisce: chissà perché?), la bandiera del movimento LGTB, quella che si è tentato inutilmente di proiettare sullo stadio di Monaco prima della partita con l’ Ungheria.

Il movimento di Muentzer, presentato dalle storiografie comunista e nazista essenzialmente come di rivolta sociale, aveva assunto, con la presa di Muenster, i risvolti di una violenta palingenesi chiliastica, con una teocrazia sul modello veterotestamentario e un regime di condivisione di donne e beni e pratiche di purificazione degli eletti (roghi di libri, riti catartici collettivi, espulsioni, ecc.).

Gli Anabattisti avevano chiamato Muenster  Nuova Sion e se ne erano proclamati re. Avevano imposto la totale comunione dei beni, al punto di proibire la chiusura delle porte delle case perché chi era nel bisogno potesse prendere ciò che gli serviva quando lo desiderava.  Era stato abolito il denaro, ed ogni bene prezioso fu espropriato dai governanti per la causa. Ogni libro, ad eccezione della Bibbia, era stato bruciato, mentre chi si opponeva veniva eliminato. Venne imposta una poligamia forzata: nessuna aveva diritto di restare nubile. Il rifiuto della donna equivaleva alla morte sulla pubblica piazza

C’è veramente qualcosa di strano  nell’ammantarsi ,nella bandiera di Muentzer di tutta l’Europa protestante, quando i protestanti, e soprattutto i “principi della nazione tedesca” sobillati da Lutero, furono i nemici implacabili degli Anabattisti. In effetti, molte delle vicende odierne hanno ancora l’andamento tipico di una guerra di religione, dove il richiamo, ossessivo e non argomentato, ai “nostri valori”, o, per altri, ai “valori non negoziabili” (che si rivelano spesso quelli delle eresie più estreme) rivela la potente presenza di una non trasparente “teologia politica”. Tra parentesi, come ha scritto Rémi Brague, parlare di “valori” è limitativo, perché presuppone ch’essi valgano solo soggettivamente: sicché i “valori europei”, mentre pretendono di essere universali, in realtà sono quelli di un’infima setta, che è riuscita a prevalere sulle altre.  Il discorso “maistream” occidentale sta muovendosi lungo una sorprendente curvatura dei “fanatici dell’ Apocalisse” , che difficilmente avrebbero approvato, né  i fondatori della Riforma, né quelli dell’Unione Europea (come per esempio il futuro beato Schuman), e che non è, comunque, in linea con le esigenze attuali di opposizione al dominio delle macchine intelligenti, ma, anzi, lo favorisce.

Alcune, fra le controversie di cui sopra, si riallacciano a concezioni settarie del sacro, tipiche dell’era della Rivoluzione industriale e degli Stati Nazione. Guardando le cose da un’ottica ben più ampia, millenaria e mondiale, il sacro, come c’insegna Jan Assmann, è tollerante perché è pluralista. Come scrive su “La Stampa” Umberto Galimberti, esso è addirittura indifferenziato, al punto da non distinguere fra il Bene ed il Male. Tenere il sacro fuori dalla vita dei popoli è impossibile. La “religione” che ci era familiare e a cui tutti pensano costituiva in realtà un fragile compromesso, che evitava tanto il carattere tragico del sacro antico, quanto un’irruzione del sacro chiliastico, ben più violente di quelle paventate dai laicisti. Rotti gli argini delle “repressive” teologie razionali, torniamo ora al “Dio Invitto”, come descritto nell’omonimo libro di Altheim dedicato all’imperatore/dio/sacerdote Elagabalo.

Se si abbattono le religioni istituite, ritorna il sacro illimitato, come ai tempi
del Despotatus: l’Imperatore dio del Sole

5.L’attualità del nostro impegno culturale

In un momento in cui, per il pressapochismo della Conferenza sul Futuro dell’Europa, per l’indifferenza a tutti i livelli per i problemi reali, e, infine, per le prepotenze degli Stati Uniti e dei GAFAM, si potrebbe pensare che qualunque impegno serio  a favore del nostro Continente sia condannato all’insuccesso, queste piccole vittorie intellettuali nella tempestiva lettura degli eventi contemporanei ci incoraggiano a proseguire nella nostra opera di studio e informazione. Da modesti pensieri possono nascerne grandi azioni.

Tra l’altro, è in corso di pubblicazione sui temi qui trattati un profluvio di nuovi libri, sui quali vi relazioneremo sinteticamente.