COMMENTI ALLA STRATEGIA NAZIONALE PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE,ALLEGATO n 3. CORRISPONDENZA

Nella tornata di Novembre, il Parlamento è chiamato a sdecidere sugli emendamenti alla posizione del Consiglio sul progetto di bilancio dell’ UE per il 2021

Torino, 24/4/2020

Al Presidente del Parlamento Europeo

David Sassoli

Signor Presidente,

Mi permetto di inviarLe con urgenza questa mia opera, la quale tratta di un tema attualmente in discussione per il 28 aprile dinanzi alla Commissione Industria, Ricerca e  Energia del  Parlamento (il nuovo regolamento e la nuova agenda dell’Istituto Europeo d’innovazione e Tecnologia), relativamente al quale mi permetto di trovare poco appropriato il calendario dell’iter approvativo  quale emerge dal sito del Parlamento (https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_IT.html).

Le ragioni della mia critica sono contenute nel sito nel libro allegato “European Technology Agency”.

In sintesi, trovo prematuro approvare l’agenda e le modifiche al regolamento specifico dell’EIT (su cui le Istituzioni avevano già tanti dubbi) nel bel mezzo della crisi del Coronavirus (e senza sapere come questa andrà a finire), e, per giunta, stralciando una parte del budget pluriennale 2021-2027, che, secondo le Sue affermazioni e quelle della Presidentessa von der Leyen, dovrebbe essere tutto dedicato al cosiddetto “Piano Marshall”.

Ma c’è di più: secondo la tesi contenuta nel libro, si dovrebbe porre finalmente fine alla dispersione delle attività dedicate alla tecnologia in Europa, mettendo insieme l’ ESA, l’EIT e  l’AED,  per creare un DARPA, un MITI, un Commissariat au Plan o un’ IRI europea,  capace di riunire le scarse forze esistenti nel nostro Continente quanto a intelligenza strategica, finanza, tecnologie innovative, capacità di management e di ricerca, per  condurre finalmente una concorrenza efficace alle grandi potenze (ammesso che la si voglia fare). Si noti che, secondo il recentissimo studio pubblicato proprio dal Parlamento (allegato), la Cina ha oramai superato l’ Europa fin dal 2013 quanto a spese di ricerca e sviluppo. Domani l’EIT potrebbe non esserci neppure più, o, meglio, essere sostituito da qualcosa di molto più solido ed efficiente. Non possiamo compromettere il futuro approvando alla chetichella una soluzione stralcio..

Infine, la vergognosa vicenda di Immuni (copia pura e semplice dell’ Ant di Alipay, contratto segreto, abbandono del consorzio europeo,  indecisione sulle soluzioni tecniche, interferenze di Google e Apple, boicottaggio delle Regioni), dimostra che, prima che di soldi, abbiamo bisogno di idee e di potere. Il Parlamento deve bloccare Immuni e tutte le iniziative analoghe degli altri Paesi, e finanziare direttamente, con i soldi destinati all’ EIT, una sola soluzione e europea, obbligatoria dovunque, e messa a disposizione dalla Commissione Se necessario, occorrerà acquistare da Alipay una versione  modificabile, in cui inserire  tutte le regole del GDPR, e immagazzinare i dati in un server europeo, sotto il controllo della Corte di Giustizia e dell’ Europol.

Vorrei anche sfatare un mito, quello secondo cui l’Italia non avrebbe nulla da guadagnare dal potenziamento delle alte tecnologie, perché non avrebbe aziende qualificate, come l’Airbus o la SAP. Vorrei ricordare a questo proposito che l’Italia, oltre ad avere, come noto, una tradizione eccezionale (anche se purtroppo spezzata sul nascere) nel settore informatico, dispone attualmente di due centri fondamentali dell’industria spaziale europea, con cui ho avuto l’onore di collaborare: l’Avio di Colleferro, che fabbrica il lanciatore Vega e il booster dell’Ariane, e l’Alenia Thales di Torino, che fabbrica lo Space Rider, il Veicolo di Rientro Spaziale lanciato con il Vega.

Spero che apprezzerà la mia franchezza e che vorrà dare seguito, almeno parzialmente, a questi miei suggerimenti, intanto chiedendo una pausa di riflessione nell’iter approvativo del nuovo regolamento e dell’ agenda dell’EIT, e, poi, richiedendo anche un ampio dibattito sul bilancio pluriennale 2021-2027 per ciò che riguarda le nuove tecnologie. Mi sembra infatti che ci sia molta attenzione per le spese straordinarie per ovviare ai costi della crisi (non solo quella del Coronavirus, ma anche e soprattutto quella preesistente, e sottaciuta, dell’ economia), che non per gl’investimenti volti a creare nuove aree di attività (web economy, computers quantici, comunicazione digitale), e, quindi, nuove imprese, nuovo export, nuovi mercati, nuovi profitti, nuovi posti di lavoro, nuovi redditi.

Questo è particolarmente grave per un Paese come l’Italia, che, in passato (Olivetti), ma anche nel presente (Alenia Thales, Avio) ha enormi competenze tecnologiche non sfruttate, mentre infuria la disoccupazione, e, in particolare, quella intellettuale. Il miglior aiuto che l’ Europa potrebbe dare all’ Italia (e ai Paesi del Mediterraneo) sarebbe creare, intorno ad Enti Europei (come l’ESA, Arianespace e Galileo), delle nuove Silicon Valley (delle nuove Hanzhou e Shenzhen), per esempio in Alto Lazio (Frascati-Colleferro), e in Piemonte (Torino-Ivrea), per fare concorrenza, per esempio, al DARPA e a Elon Musk (come spiegato dettagliatamente nel libro allegato).

Ma, ora, il problema numero uno è bloccare prima di martedì prossimo (il 28) l’intempestiva approvazione delle proposte sull’ EIT da parete della Vostra Commissione Industria, Ricerca e Innovazione..

L’Associazione Culturale Diàlexis e il sottoscritto sono comunque a Sua completa disposizione per approfondire questi temi. Tra l’altro, avvicinandosi la celebrazione del 9 maggio, saremmo lieti di avere una Sua partecipazione digitale (scritta o filmata) alle nostre manifestazioni. Invieremo al Suo staff i necessari link

RingraziandoLa per l’attenzione,

Buon lavoro,

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente

Riccardo Lala

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La relazione proposta dalla Commissione annulla molti dei tagli proposti dal Consiglio

Da: SASSOLI David, President <President@europarl.europa.eu>
Inviato: martedì 12 maggio 2020 11:07
A: Riccardo Lala <riccardo.lala@alpinasrl.com>
Oggetto: RE: Sessione straordinaria del 28 aprile della Commissione Industria, Ricerca e Energia D(14934)

Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli

Turin, 24/4/2020

La relazione della Commissione propone un aumento considerevole dei contributi del bilancio 2021 alle priorità del Parlamento

Ursula Von der Leyen

Betr.: Marshallplan und Technologie : Sitzung 28 April des EP um EIT

Frau Präsidentin,

Wir wünschen hierbei Sie über die Sitzung , diejenige schon für April 28 bei dem Ausschuß “Industrie, Forschung und Energie” des Europäischen Parlaments,um das  Europäische Innovations- und Technologieinstitut  und die damit verbundene Strategische Innovationsagenda 2021–2027: Förderung des Innovationstalents und der Innovationskapazität programmiert ist aumerksam machen (sieh die  Tagesordnung des Ausschusses https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_DE.html ).

Wir betrachten das betreffende Vorhaben als unlogisch und gefährlich. In der Tat, ist, nach der Koronavirus-Krise, alles verändert, in Europa und überall in der Welt; infolgedessen, müssen alle vorherige Politiken durchgedacht werden. Wie Sie gesagt haben: “Die vielen Milliarden, die heute investiert werden müssen, um eine größere Katastrophe abzuwenden, werden Generationen binden. Deshalb haben wir die Pflicht, das Geld aus unserem nächsten Haushalt besonders klug und nachhaltig zu investieren. Es muss bewahren helfen, was uns lieb und teuer ist und das Gefühl der Gemeinschaft unter den Nationen Europas erneuern. Und es muss eine strategische Investition in unsere Zukunft sein”Damit unser Haushalt den neuen Anforderungen gerecht wird, müssen wir ihn entsprechend zuschneiden”

Im Licht Ihrer oben erwähnten Betrachtugen, fragen wir uns, welches Sinn eine neue Regelung  für Technologie in Europa machen kann, die schon vor der Entstehung der Koronavirus-Krise ausgedacht wurde, und die in diesem Augenbick diskutiert wird, wenn man noch nicht weißt, wie Dinge am Ende gehen werden, und  welche Strategie Europa für die nächsten 7 Jahre wählen wird. Sie haben auch eine erweiterte Debatte darum aufgefordert.

Zweitens, sollte sich die Konferenz für die Zukunft Europas nach dem technologischen Übergang, und nicht nach dem Status Quo,richten. Die bisherigen technologischen Tätigkeiten in Europa waren offenbar schon vor der Krise nicht zufriedenstellend. Die Rückständigkeit Europas gegenüber Amerika und China (Web Economy, Big Data, Kryptowährungen)  is ständig gewachsen, und wächst noch jetzt. Wie das europäische Parlament selbst festgestellt hat, hat China Europa seit 2013, für was die Investitionen in R&D anbelangt,  überwunden (sieh Anhang1). Was will Europa dagegen tun?

Sogar wenn die Politik dazu nicht zustimmen wollte, wird die wirtschaftliche Lage Europas am Ende der Krise so viel  geändert sein, daß die vorigen Prioritäten automatisch umgewältzt werden. Dies gilt auch für die Prioritäten der Kommission, wo die Fähigkeit neue, bedeutsame, Ertragsquellen für Bürger (nicht nur rechnungstechnischer Art) zu erschliessen, eine vorrangige Rolle spielen wird.

Sie auch haben gesagt: “Unsere Welt hat sich verändert”. Die bisherigen Praxen der europäischen Wirtschaft, wobei die neuen Entwicklungen in den Gebieten der Verteidigung, des Raum- und Luftfahrts, des Digitalen, der Biologie, der Transporten, der Umwelt, der Kommunikation, der Organisation, zu zersplittert waren, um eine kritische Masse gegenüber die Wettbewerber darzustellen,  müssen durchaus übergedacht und überwunden werden. Ein einziges europäisches Programm muß die Zentralbank, die Europäische Investitionsbank, die Kommission, den Rat, die Staaten, die Laender, die Unternehmen und die Städte so einbinden,  um uns zu erlauben, gleichzeitig DARPA und “China 2050” zu widerstehen.

Mitgliedstaaten benützen heute die Möglichkeiten, die paradoxerweise von der Krise angeboten weden, in einem selbstzestörerischen Weg. Z.B., haben die Italiener von “Immuni” das europäische Konsortium “PEPP-PT” verlassen, und jetzt werden sie von den italienischen Regionen, von Google und Microsoft boykottiert. Die Union muß diese Verwirrung aufhalten! Sie muß ein europäisches “Immuni”, mit Anwendung vom GDPR, unter der Kontrolle des europäischen Gerichtshofs und von Europol bereitstellen! Europa muß der Garant des GDPRs sein.

Mit all diesem in Sicht, haben wir jetzt das Buch “The European Technology Agency, with a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for the Conference on the Future of Europe” (Anhang 2) herausgegeben, das wir hoffen, den europäischen Gesetzgebern von Hilfe sein kann, wenigstens mit dem analytischen Vorschlag, der als Beilage des Buches erscheint. Wir senden das Buch auch den dazu zuständigen Kommissaren und Euroabgeordneten, in der Hoffnung, daß jemand zeitgemäß handelt.

Wir werden diese besondere Aufmerksamkeit auch zum Gedenken des 70.ten Jahrestags der Schuman Deklaration, und des 2500.ten Jahrestags der Kämpfe an den Thermopylen and von Salamina,  zwischen dem 9.ten Mai bis die ersten Tage von September widmen, die wir durch eine Serie von digitalen Veranstaltungen beleben werden, zu denen, hoffen wir, die Institutionen teilnehmen werden.Wir werden Ihrem Staff die link übersenden.

Wir hoffen auch, daß diese Veranstaltungen den Anfang einer kulturellen Bewegug darstellen können, diejenigen  die heutige Haltung der europäischen Eliten verändern wird. Sie sollen nicht die “planlosen Eliten” bleiben, die schon seit 30 Jahren Glotz, Hirsch und Süßmuth stigmatisiert hatten.

Wir bleiben jedenfalls zu Ihrer Verfügung, diese Themen zu vertiefen, mit dem Zweck einer erfolgreichen Lösung der vielen und dringlichen Fragen, die heute vor Europa stehen.

Ich danke Ihnen im vorab für Ihre Aufmerksamkeit, und verbleibe,

Für Associazione Culturale Diàlexis,

Der Vorsitzende

Riccardo Lala

Il Condiglio insiste sul taglio dei “programmi faro” per controbilanciare gli oneri aggiuntivi derivanti dal prefinanziamento dei programmi

Turin, 14/5/2020

To the members of the European Council

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” of the European Parliament in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to the rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, which we send to each of you, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of Parliament and relevant Commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

-the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

-Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision together with the Council (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking you for your attention,

Kindest regards,

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

COMMENTI SULLA STRATEGIA NAZIONALE ITALIANA PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE SECONDA PUNTATA SU QUESTO BLOG ALLEGATO 2

Dopo la II Guerra Mondiale, tutte le lettere in Europa venivano aperte
dalla censura militare americana

L’Allegato 1 e relativi commenti sono pubblicati in Inglese sul blog “Technologies for Europe”

Il Cloud Act impone ai gruppi di società con holding in America di trasmettere
all’intelligence americana tutte le informazioni che questa richieda

1.OUTSOURCING DA POSTE ITALIANE A MICROSOFT

A causa del forte parallelismo fra la situazione dell’ All.1 e questa dell’Allegato 2, facciamo precedere la pubblicazione dell’Allegato 2 da un breve riferimento in Italiano alla situazione descritta all’ All.1 (l’accordo interistituzionale fra le Istituzioni Europee e Microsoft).

Nel luglio scorso, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee aveva dichiarato che le formule adottate per poter continuare il trasferimento di dati ai GAFAM (Google, Amazon, Facebook e Microsoft), già condannate da in una precedente sentenza in una prima causa promossa da Maximilian Schrems (tanto quelle concordate dalla Commissione, quanto  le “Standard Contractual Clauses”, ideate dai GAFAM), erano invalide, e pertanto questo trasferimento era illegale, e dunque esso doveva cessare. Subito dopo, Max Schrems aveva presentato ben 101 azioni giudiziarie contro le Autorità nazionali per la protezione dei dati, le quali non stanno bloccando questi trasferimenti.

Nella sua relazione di Luglio, il Garante Europeo per la protezione dei dati (EDPRS) ci informava di un dato a dir poco sconvolgente: le Istituzioni Europee sono le prime a violare il GDPR e le sentenze Schrems I e Schrems II (“sentenza Schrems II, nella causa C-311/18”), non solo perché avevano concordato con gli Stati Uniti le formule giustificative del trasferimento poi giudicate illegali dalla Corte, ma perché esse avevano addirittura affidato a uno dei GAFAM , Microsoft, la gestione di tutte le loro attività digitali (molte delle quali in netto conflitto d’interessi con la Microsoft stessa), il tutto senza effettuare le verifiche imposte dal GDP e dalle sentenze Schrems. Pertanto, l’EDPRS ha emanato, il 29 ottobre scorso, la “Strategy for Union institutions, offices, bodies and agencies to comply with the ‘Schrems II’ Ruling”, una direttiva con cui  ha delineato la strategia d’azione dell’EDPS e individuato principi di carattere generale.

Il Garante ha accertato che un numero sempre più elevato di servizi, soprattutto in campo informatico, connessi all’espletamento delle attività istituzionali sia stato, nel corso degli ultimi anni ,esternalizzato affidandosi a providers con sede negli States (e quindi soggetti, per via del Patriot Act e del Cloud Act, a un accesso quasi illimitato da parte dell’ intelligence).

Il provvedimento che andiamo ad analizzare si rivolge espressamente alle istituzioni ed agli enti europei, tuttavia è lecito presumere che buona parte dei principi contenuti nello stesso assumeranno carattere generale, trovando applicazione a tutte le organizzazioni, pubbliche o private, che effettuino trasferimenti di dati al di fuori dell’Unione, in particolar modo qualora il paese di importazione dei dati siano gli Stati Uniti d’America.

Vi è dunque un obbligo di preventiva verifica, da parte dell’esportatore, in merito alla capacità del Paese verso cui si intendono trasferire i dati, di assicurare effettivamente, in considerazione della sua legislazione nazionale o dei suoi impegni internazionali, un livello di protezione delle libertà e dei diritti fondamentali sostanzialmente equivalente a quello garantito all’interno dell’Unione in forza del GDPR, letto alla luce della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Orbene, le sentenze Schrems hanno chiarito che gli Stati Uniti non possono dare questa garanzia perché il Patriot Act e il CLOUD Act concedono amplissimi diritti di accesso ai dati di tutte le società americane, anche se operanti all’ estero, su tutti i dati dei loro clienti (cioè, oggi, tutti i dati di tutti i cittadini e amministrazioni del mondo, tranne la Cina).

Il provvedimento delinea il piano d’azione per garantire il rispetto della normativa, che si prevede essenzialmente due tipologie di operazioni:

  1. nel breve termine, mappatura dei trasferimenti dati extra UE;
  2. nel medio termine, analisi degli stessi ed implementazione dei correttivi in base ai rischi rilevati.

Le autorità dovranno prestare particolare attenzione alle categorie di trasferimenti classificate più ad alto rischio dal provvedimento, e cioè quelli:

  • posti in essere in assenza di una delle condizioni di liceità del trasferimento individuate dalla normativa;
  • basati sulle deroghe specifiche al divieto di trasferimento in assenza di garanzie adeguate;
  • verso entità americane espressamente soggette all’art. 702 del FISA[4] e all’E.O. 12333[5] – ovverosia le disposizioni di diritto statunitense a fondamento delle attività di intelligence (quali i programmi PRISM e UPSTREAM) che hanno in primis determinato l’invalidazione del Privacy Shield da parte della CGUE – a maggior ragione ove queste prevedano il trasferimento di dati su larga scala, il trattamento di dati sensibili o operazioni complesse di trattamento (tra cui spiccano quelle che implichino l’analisi o l’elaborazione di big data, l’impiego di nuove tecnologie o di tecniche complesse di profilazione o processi decisionali automatizzati ecc.).

L’EDPS infine  “raccomanda fermamente alle autorità europee di evitare che qualsiasi nuova operazione di trattamento o nuovo contratto con fornitori di servizi comporti il trasferimento di dati personali verso Stati Uniti”.

Come indicato, il provvedimento del Garante Europeo non si applica, per ora, a soggetti diversi dalle Istituzioni Europee (le quali già prima avrebbero potuto, e dovuto, prendere siffatte precauzioni autonomamente, per evitare di mettere i loro vertici e i loro funzionari in balia dei GAFAM). Tuttavia, è chiaro che, essendo l’EDPRS la più autorevole fra le Autorità di Tutela dei Dati in Europa, ed essendo i suoi diretti “justiciables” le stesse Istituzioni che poi dovranno fare rispettare agli altri questi principi, il provvedimento ci indica già la direzione verso cui si muoverà presumibilmente l’intero sistema.

Ciò significa che il nascente cloud Gaia-X avrà ben presto un buon numero di clienti, almeno per ciò che concerne l’immagazzinamento (“storage”). . Gaia-X consentirà alle aziende di condividere e archiviare i dati nel cloud sotto la protezione delle leggi sulla privacy europee, in particolare il GDPR. Nello specifico, Gaia-X opererà come consorzio di fornitori e operatori autonomi, dovrà garantire la interoperabilità tra i servizi ed essere progettato per tutelare privacy e sicurezza informatica dei dati.Resta però da vedere come riusciranno i clouds europei di Gaia-X a impedire la fuga dei dati attraverso i GAFAM e la Intelligence Community americana, visto che tutte le istituzioni europee e nazionali hanno legami strettissimi con i GAFAM, e questi con l’intelligence e a oggi  non esiste una vera counterintelligence europea.

Intanto, Gaia-X sta avviando rapporti anche con le imprese italiane, seppure in modo ambiguo: ENEL e Poste Italiane hanno attivato  la loro partecipazione in Gaia-X, ma intanto continuano ad affidarsi a Microsoft e Amazon per il cloud; ENEL aveva scelto Amazon Web Services dal giugno 2015; Snam e Microsoft hanno iniziato a sviluppare un’infrastruttura di cloud ibrida; Intesa Sanpaolo ha siglato il Memorandum of Understanding   con Google e con Tim.

Il caso di Poste Italiane è comunque altrettanto scottante di quello delle Istituzioni, giacché Poste Italiane già gestisce il delicatissimo servizio postale (su cui la legislazione americana ha sancito, fin dalla Prima Guerra mondiale, un diritto extraterritoriale d’intercettazione da parte dell’Intelligence), ma anche una serie di servizi ancor più delicati, come il cloud e  le identità digitali.

Le viote degli altri: le intercettazioni della STASI erano ancora dilettantesche

L’ACCORDO

“Roma, 23 Maggio 2019 

Poste Italiane e Microsoft annunciano oggi un accordo per promuovere l’innovazione del Gruppo e la competitività dell’intero Paese, da un lato accelerando la trasformazione digitale dell’organizzazione e dall’altro attuando iniziative di formazione congiunta in ambito PMI, pubblica amministrazione e Cybersecurity nell’ambito del progetto Ambizione Italia.

La partnership vedrà il Gruppo Poste Italiane ampliare il fronte di collaborazione con Microsoft a supporto della propria crescita sostenibile in linea con il piano Deliver 2022. Poste Italiane ha infatti già avviato un percorso di trasformazione digitale e ora punta a migliorare produttività e collaborazione, contribuendo al rinnovamento della rete degli uffici postali e dell’ecosistema di servizi offerti a vantaggio di aziende, cittadini e Pubblica Amministrazione. A tal fine il Gruppo farà leva sulle tre piattaforme cloud di Microsoft, potendo beneficiare delle funzionalità di analisi e Intelligenza Artificiale integrate: Dynamics 365 per garantire la visione unica del cliente ed ottimizzare la Customer Experience su tutti i canali, Azure per una struttura IT più scalabile e sicura che permetta di rendere la società agile e veloce nell’innovazione su business diversi, dalla logistica ai servizi finanziari e Microsoft 365 per abilitare un nuovo modo di lavorare più collaborativo e produttivo, anche in una logica di smartworking.

Fattore strategico in questo percorso è la valorizzazione dei talenti, che in modo trasversale arriverà a coinvolgere i 134 mila dipendenti di Poste, dal management, agli impiegati, ai commerciali, ai postini: non solo potranno utilizzare nuovi strumenti informatici e canali di comunicazione digitale, ma anche beneficiare di iniziative di formazione ad hoc, il tutto secondo un approccio personalizzato su misura di ogni singolo collaboratore.

La partnership con Microsoft ha l’obiettivo di generare un incremento della produttività, con una riduzione dei tempi di lavoro ed il miglioramento dei processi decisionali. Il fine ultimo non è solo l’efficienza, bensì una maggiore intelligenza nei flussi e la capacità di prendere decisioni di business basate su dati e insight, così da offrire un servizio più in linea con le sfide di un mercato in evoluzione che integra settori differenti: dal recapito di corrispondenza e pacchi ai servizi finanziari e assicurativi, dai sistemi di pagamento alla telefonia mobile.

Il percorso di Poste verso il Modern Workplace sta già prendendo forma introducendo nel Gruppo il lavoro agile, inteso come una nuova modalità di lavoro più flessibile e collaborativa basata, da un lato, su tecnologie avanzate in grado di favorire lo scambio di documenti e conoscenza e, dall’altro, su formazione e iniziative HR volte a promuovere l’affermarsi di un nuovo digital mindset. Si tratta di un cambiamento culturale che partendo da Poste stessa può ispirare tutta la PA Italiana.

Esistono già delle applicazioni concrete che testimoniano questo percorso, come il progetto DiCo, una piattaforma integrata, basata su Microsoft 365, per condividere a tutto il personale commerciale informazioni personalizzate e sempre aggiornate, per ottimizzare la gestione consulenziale di Poste e consentire ai dipendenti di migliorare la relazione con la clientela. Un ulteriore esempio è il progetto “Postino Intelligente”, volto a migliorare la gestione dei team di postini e al contempo agevolarne il lavoro con suggerimenti per far loro risparmiare tempo, ad esempio ottimizzando gli spostamenti.

La partnership tra Poste Italiane e Microsoft vede, inoltre, i due player collaborare nell’ambito del progetto Ambizione Italia con un forte focus su formazione, sviluppo e digitalizzazione rispetto ad alcuni driver strategici per il Paese: PMI, Cybersecurity e PA. Facendo leva sul know-how tecnologico di Microsoft e sul radicamento capillare di Poste Italiane, i due player si impegneranno ad accompagnare le piccole e medie realtà del Paese nel percorso d’innovazione, grazie ad occasioni di formazione sul territorio e alla condivisione di best practice che possano ispirare, da un lato, il diffondersi di una cultura digitale e dall’altro favorire lo sviluppo di progetti nell’ambito dell’ e-commerce e del mobile payment. Altrettanto importante sarà l’impegno congiunto sul fronte Cybersecurity, per promuovere in collaborazione con istituzioni, enti di ricerca e organismi italiani e internazionali un framework in cui le aziende possano operare e crescere in modo sicuro, con maggiore consapevolezza delle priorità sul fronte sicurezza e privacy. Nell’ambito della partnership si investirà anche per accelerare il cammino della pubblica amministrazione italiana verso l’innovazione, grazie a nuovi servizi ed iniziative di formazione rivolti ai dipendenti pubblici e ai Responsabili per la Transizione Digitale.”

Riflessioni sull’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale con le osservazioni nella Consultazione del MISE sulla Strategia Nazionale

Sarebbe ora che l’Unione assumesse un atteggiamento più assertivo sulle tecnologie

Pubblichiamo qui di seguito in quattro blocchi i commenti presentati dall’ Associazione Culturale Diàlexis nell’ ambito della Consultazione del MISE sulla Strategia Nazionale dell’ Intelligenza Artificiale, inviati anche ai Ministri Patuanelli e Manfredi e al Presidente del Parlamento Europeo Sassoli.

Nella prima puntata, la parte generale, nella seconda (inn Inglese, su “Technologies for Europe”, il testo e il commento al parere dell’ EPDRS sull’Accordo Interistituzionale fra le Istituzioni dell’ Unione Europea e Microsoft, nella terza il testo e il commento dell’ accordo fra Poste Italiane e Microsoft, e nella quarta la Parte Speciale.

INTRODUZIONE

Prendendo atto del fatto che il Ministero ha giustamente esposto alla discussione, tanto la vera e propria Strategia, quanto le precedenti proposte del Gruppo di Esperti, abbiamo ritenuto di “sdoppiare” le nostre osservazioni, in una prima parte, che funge da premessa e quadro d’insieme per i singoli commenti,  e una seconda, dedicata al vero e proprio commento alla Strategia Nazionale.

Osserviamo  preliminarmente che la strategia del Ministero è molto più selettiva di quella del Gruppo di Esperti, e, come tale, corre il rischio di essere inutile, perché ignora i temi più controversi,  e in particolare la battaglia in corso, da parte delle Istituzioni (Commissione, Corte di Giustizia, EDPS, Antitrust italiano) , di imprese (Qwant) e cittadini europei (Schrems) contro il monopolio delle multinazionali del web, che  sono giunte a controllare le forniture di servizi alle Istituzioni Europee e alle amministrazioni pubbliche nazionali,  e gli sforzi in corso per creare, con Gaia-X, JEDI e Qwant, un ecosistema digitale europeo capace di dare all’ Europa l’autonomia strategica invocata, per esempio, da Macron, Altmaier e Breton. Proponiamo invece che l’autonomia digitale italiana ed europea sia inserita a pieno titolo fra gli obiettivi della strategia italiana.

Il profeta inascoltato delle tecnologie europee: Jean-Jacques Servan-Schreiber

PARTE GENERALE :COMMENTO ALLE PROPOSTE DEGLI ESPERTI

  1.    CONTRO L’ARRETRATEZZA DELL’ ITALIA E DELL’ EUROPA
  2.    DOPO IL COVID
  3.    DIGITAL HUMANITIES EUROPEE
  4.    UNA PEDAGOGIA PER IL XXI SECOLO
  5.    UNO SFORZO COORDINATO
  6.    TUTELA DEL PATRIMONIO INTELLETTUALE
  7.    HORIZON SCANNING
  8. DIGITAL UPSKILLING
  9.    L’ITALIA NEI CAMPIONI EUROPEI
  10.    AREE DI RICERCA E RICADUTE SUL TERRITORIO
  11.    DALL’ITALIA ALL’EUROPA
Il Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli

I.CONTRO L’ ARRETRATEZZA DELL’ ITALIA E DELL’ EUROPA

La crisi del Covid-19, che non accenna a cessare, sta dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, la mancanza di resilienza dell’Europa attuale, se confrontata, per esempio, con le società dell’Estremo Oriente (le “polveri bagnate dell’ Europa”).

Senza addentrarci in giudizi di valore, prendiamo intanto atto che questa mancata resilienza, che si è manifestata oramai ripetutamente – di fronte alla crisi energetica, a quella dei subprime, alle migrazioni, alla pandemia-, impone una drastica ristrutturazione delle nostre società, la quale non può prendere avvio se non dalla trasformazione digitale. Le autorità europee stanno incominciando a rendersene conto, come dimostrano i primi passi, per quanto per ora solo teorici, fatti, verso l’autonomia strategica digitale e verso la creazione di campioni digitali europei, nel Piano Coordinato dell’Unione Europea.

Un’ efficace strategia europea  di transizione dalle “Macchine Intelligenti” (robot) alle “Macchine Spirituali” (AI), per usare le parole del Direttore tecnico di Google, Ray Kurzweil, non può più partire, dato il ritardo accumulato dal nostro Continente, se non da un approccio “top down”, quale quello da noi delineato nel libro “European Digital Agency” inviato a tutte le Autorità competenti), in sostituzione di quello “bottom up” adottato fino ad ora, il quale non ha sortito gli effetti promessi dalla Strategia di Lisbona, da “Europa 2000” e da “Horizon 2000”, e, anzi, ha visto l’ Europa retrocedere rispetto a tutte le aree del mondo.

Un approccio che potrebbe essere chiamato, citando Macron, “DARPA EUROPEO”, o, secondo le proposte degli Esperti del MISE,  “un CERN ITALIANO”. Certo, non sono la stessa cosa: uno è un Ente militare, l’altro un centro di ricerca pura. In ogni caso, la Commissione, in persona dell’allora commissario Moedas, aveva già contestato a Macron l’idea del “DARPA EUROPEO”, precisando che Francia e Germania erano libere di perseguire questo approccio, ma per conto loro.

Purtroppo, com’ è stato scritto eloquentemente dagli Esperti, giacché i concorrenti da battere sono i GAFAM americani e i BAATX cinesi, che sono delle grandi imprese multinazionali, per giunta sostenute  apertamente dai rispettivi Governi, “un investimento distribuito e non coordinato” (com’è oggi quello europeo, e ancor più quello italiano) “rischia di rimanere sotto la soglia critica “.Tutto l’impianto della politica tecnologica europea, anche in epoca di Recovery Fund (Next Generation), è basato invece su un investimento “distribuito e non coordinato” di Commissione, BEI, EIT, ESA, 27 Stati Membri, 27 Istituti Europei di Tecnologia, 27 Istituti Europe dell’Intelligenza Artificiale, qualche centinaio di “Technological Hubs” e di “Regulatory Sandboxes”, migliaia di debolissime imprese…Nel frattempo, non casualmente, come ha rilevato la stessa Commissaria Vestager, i GAFAM non si sono mai arricchiti tanto alle spalle degli Europei, incuranti delle azioni della Commissione, del Parlamento, della Corte di Giustizia e dei Governi.

Inoltre, i programmi “Digital Europe” e ”Digital Services”, che saranno presentati a giorni, continuano a considerare, quale compito dell’ Europa digitale (Istituzioni, “Hubs”, Stati Membri), quello d’incoraggiare l’utilizzo, da parte della PA (comprese le Istituzioni) e delle imprese, dei prodotti e servizi digitali, che però non ci si premura affatto di produrre in Europa (come sarebbe fattibilissimo), dando implicitamente per scontato ch’ essi siano prodotti dai GAFAM (e, forse dai BAATX), senz’alcun ruolo per l’ Europa, così ridotta a “colonia tecnologica”, il tutto  con l’attiva cooperazione delle stesse Istituzioni Europee, che hanno acquistato dai GAFAM tutti i beni e servizi che servono per la loro attività (cfr. Allegato 2).

Alcune voci si sono levate, dai Governi e dalle stesse Istituzioni, per lamentare l’attuale eccessiva timidezza europea. In particolare, il Parlamento sta rifiutando ancor ora di accettare l’accordo con il Consiglio sul Quadro Pluriennale 2021-2027, tra l’altro, come da noi richiesto,  anche per i “tagli” ai programmi tecnologici. Anche l’EDPS (Autorità europea garante dei dati) ha presentato un rapporto durissimo in cui lamenta che l’appalto a Microsoft di tutte le attività digitali delle Istituzioni equivalga all’inversione del rapporto fra il controllore (le Autorità europee) e i controllati (il fornitore, per giunta soggetto alla legislazione americana), concretando una violazione gravissima dei divieti del DGPR e di quanto stabilito nelle sentenze della Corte di Giustizia.

Isaac Asimov: aveva previsto che “l’etica dell’ intelligenza artificiale” non poteva funzionare

II.DOPO IL COVID

La Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale, che stiamo qui commentando, impostata prima del Covid, tiene conto solo parzialmente degli effetti, sulla società, della pandemia, ma è ancora inevitabilmente troppo arretrata rispetto, non soltanto ai trend della concorrenza americana e cinese, ma perfino rispetto ai timidi tentativi industriali europei in corso (Qwant, JEDI. e Gaia-X, di cui la Strategia non fa assolutamente menzione, come se l’Italia potesse fare qualcosa di serio in materia digitale prescindendo dalle battaglie comuni degli Europei- buone o cattive ch’esse siano-), e dando anch’essa per scontato che l’approvvigionamento di beni e servizi avvenga presso i GAFAM (in particolare Microsoft, trasformatosi, secondo l’ EDPS, da controllato a controllore delle Istituzioni europee). Invece, se l’Europa non si doterà, entro i prossimi 10 anni, di un ecosistema digitale autonomo, comprensivo di una propria cultura digitale, di campioni europei nei settori del “local storage”, delle piattaforme digitali, dei calcolatori e satelliti quantici, delle reti intercontinentali e della cybersecurity, subirà un’ inimmaginabile decadenza culturale, politica ed economica, la ”spirale del sottosviluppo” come l’ha chiamata Stefano Allievi.

Per questo motivo, pur apprezzando la professionalità e la completezza delle Proposte e della Strategia,  e usando come punto di partenza molte delle loro considerazioni e suggerimenti, riteniamo che l’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale  dovrebbe andare al di là, tanto delle strategie europee, quanto di quella italiana, proponendosi come l’antesignano di un nuovo, energico, approccio continentale, a cui le stesse Proposte  fanno più di un accenno.

Infatti, gli approcci attuali sono oramai insufficienti. La pretesa della Commissione, di fare, dell’Unione, il “Trendsetter del Dibattito Globale”, per quanto giustificatissima e condivisa, è stata oramai banalizzata dal proliferare in tutto il mondo, degl’ infiniti  documenti  sull’“etica dell’ Intelligenza Artificiale” (che sembrano redatti al ciclostile dai GAFAM), i quali oramai accomunano tutti -dalla Cina al Vaticano, dal Pentagono alla Commissione- e il fallimento delle strategie minimalistiche di contrasto ai GAFAM perseguite dalla Commissione (come l’azione contro Apple per aiuti di Stato e il Privacy Shield) è stato certificato dalla Corte di Giustizia, che implicitamente ha imposto l’adozione di nuove, più drastiche, misure. Lo stesso Department of Justice americano ha addirittura portato in tribunale Google, ingiungendole di cessare le sue pratiche monopolistiche, per non parlare, infine, del drammatico rapporto dell’ EDPS. Si noti che, subito dopo, si è mosso, buon ultimo, anche l’antitrust italiano.

Anche per l’Intelligenza Artificiale occorre fare un energico passo in avanti, abbandonando i concetti, vecchi di settantant’ anni, delle “Leggi della Robotica” di Asimov, ma anche il nuovo concetto di “affidabilità”, proposto dalle varie “strategie” disponibili sul mercato, per mettere in evidenza invece, da un lato,  le capacità di controllo e di autocontrollo dell’umano (“Empowerment” ed “Enhancement”), e, dall’ altra, l’urgenza di tradurre i programmi e le norme europee (e, in primo luogo, il DGPR), in concrete realizzazioni legislative e tecniche, come il Cloud europeo, su cui si incomincia appena ora a lavorare con Gaia-X, ma di cui manca ancora una solida base culturale, tecnologica, politica, finanziaria, di sicurezza, giuridica, commerciale, che garantisca l’integrazione nella strategia di sicurezza, l’effettiva autonomia, la coerenza con le varie normative, l’effettivo utilizzo, la non ingerenza da parte delle multinazionali del web. Un compito a cui l’Istituto è chiamato a collaborare.

E’da quattro secoli che si disputa sugli automi, senza alcuna conclusione.

III.DIGITAL HUMANITIES EUROPEE

Come ha scritto Julian Nida-Rümelin, la transizione digitale dovrebbe costituire un’occasione per creare un umanesimo digitale. Direi di più: senza un umanesimo digitale, è inevitabile che, come pronosticato da ormai un secolo da moltissimi autori (Čapek, Asimov, Teilhard de Chardin, Kurzweil, von Neumann, Vinge, McLuhan, de Landa, Joy, Fukuyama, Hawking, Rees, Musk, Bell, Wang Pei…), le macchine prendano il sopravvento sugli uomini, anche e soprattutto grazie all’ intelligenza artificiale, come del resto sta già avvenendo nei sistemi di difesa nucleari, nelle borse, nei social networks (cfr. casi “Miortvaja Rukà” e “Google Analytica”). D’altra parte, l’idea di un “Intelletto Attivo” sovrastante l’Umanità costituisce una tentazione millenaria di tutte le civiltà (dallo Spirito Assoluto di Hegel, al General Intellect di Marx, alla Noosfera di Teilhard de Chardin).

Molti intellettuali, religiosi ed esperti, si sono preoccupati della questione. Tuttavia, i tagli alla cultura, gli errori di programmazione, l’abbandono delle periferie, le chiusure localistiche, la disoccupazione intellettuale, la decadenza degli studi, le incertezze fra discipline umanistiche e tecnico-scientifiche, e ora il Covid, tutto ha contribuito alla crisi dell’intera cultura pedagogica del XXI secolo, rendendo gli uomini deboli nel confronto con le macchine.

Sembra assodato che in ogni caso il costituendo Istituto, fortemente voluto dall’Arcidiocesi di Torino, dedicherà una parte delle sue ricerche all’etica dell’Intelligenza Artificiale, sulla falsariga dell’”Appello di Roma” sponsorizzato dal Vaticano. In effetti, c’è ancora moltissimo da fare in questa direzione, giacché l’idea di poter infondere un’etica (ma quale?) nelle macchine, senza aver fatto lo stesso prima nell’uomo, è una semplice illusione, perché le “macchine intelligenti” non fanno altro che cristallizzare e perennizzare i pregiudizi (i “bias”) dei loro creatori (come il sistema elettronico russo “Miortvaja Rukà”, che garantisce comunque alla potenza nucleare sconfitta la Mutua Distruzione Assicurata dell’avversario anche dopo lo sterminio dei suoi alti comandi, rendendo così irreversibile la decisione della leadership politica pro tempore).

L’idea delle “Leggi della Robotica” poteva essere semmai giustificabile quando i robot non c’erano ancora, eppure Asimov aveva dimostrato già 70 anni fa ch’ esse non possono funzionare. Per avere un “ecosistema digitale” virtuoso occorre invece che la società sia virtuosa. Nello specifico: se si vuole evitare che le macchine comandino agli uomini, occorre che gli uomini stessi siano capaci di comandare: che siano spiriti forti, liberi, aperti, come tentavano di farli le educazioni “classiche” di tutte le antiche civiltà, cosa che ha permesso di fermare, seppure in estremi, gli errori degli automi, come nel mito del Golem e nella vicenda del 1983 del Tenente-Colonnello Petrov.

Se l’ Europa vuole veramente qualificarsi come “Trendsetter del Dibattito Globale”, deve risolvere in primo luogo questa questione, rispondendo così alle ineludibili preoccupazioni di scienziati di primo piano, come Hawking e Rees.

La sopravvivenza del mondo è già ora nelle mani di complessi ecosistemi digitali

IV.UNA PEDAGOGIA DEL XXI SECOLO

Primo compito dell’Istituto dovrebbe dunque essere quello d’investigare su una nuova educazione del XXI secolo, adatta alla ”Società delle Macchine Spirituali”. Ciò comporterebbe una rivisitazione di vari aspetti della società delle scienze, “umane” ed “esatte”: la pedagogia (i curricula del Processo di Bologna); il “Lifelong learning” (non “re-skilling”, ma “up-skilling”); la neurobiologia e la bioingegneria (l’”Enhancement”); l’interfaccia uomo-macchina (l’”Empowerment”).

Il convivere con le macchine spirituali richiede comunque anche una massa molto più ampia di conoscenze, che l’Intelligenza Artificiale, se ben utilizzata e organizzata, può dare, attraverso una nuova forma di enciclopedismo (che comunque va organizzato, politicamente, giuridicamente, imprenditorialmente e tecnicamente): empowerment, ICT law, data economy, e.publishing. In generale, disciplinare l’Intelligenza Artificiale richiede ovviamente un enorme lavoro legislativo e di programmazione, come per esempio trasformare il GDPR in algoritmi che attuino in concreto i principi legislativi: conferire l’accesso solo agli aventi diritto, conciliando queste regole con il flusso internazionale dei dati, il controllo pubblico sulle reti, la proprietà intellettuale,  il diritto militare e fiscale, l’antitrust,  la procedura penale, la legislazione d’emergenza….

Sempre secondo le Proposte degli Esperti (che noi condividiamo energicamente), c’è bisogno di un’Accademia Digitale, da dedicarsi all’insegnamento al massimo livello delle discipline legate al digitale (etica digitale informatica, cibernetica, robotica, bioingegneria, economia e diritto digitali, automazione, cyber-sicurezza, cyber-intelligence, cyber-guerra, digital art, ecc..). L’area piemontese si distingue per le sue variegate competenze, che comprendono, oltre che il Politecnico e l’Università, anche il Centro di Formazione dell’ Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO), il Centro Europeo per la formazione in Est Europa, la Scuola Universitaria Interdipartimentale in Scienze Strategiche (SUISS) e la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione Parallela di Torino. A Ivrea si sta tentando, con l’iniziativa ICO Valley – Human Digital Hub, di fare rivivere, negli spazi che furono di Adriano Olivetti, lo spirito della sua epoca, con la creazione di un’Accademia che potrebbe molto opportunamente venire integrata in un unico “Distretto dell’ AI”, insieme a Torino. l’ACCADEMIA DIGITALE focalizzata sull’alta formazione nel digitale e più in generale nell’economia immateriale, coordinata da Torino Wireless, in stretta collaborazione con il Politecnico e con l’Università degli Studi di Torino, Ires Piemonte e Talent Garden, dall’altro un INCUBATORE/ACCELERATORE DI STARTUP per supportarne lo sviluppo attraverso specifici programmi di crescita, servizi professionali dedicati e opportunità di finanziamento di CDP e altri investitori.

Occorrerà per altro un controllo molto attento delle materie d’insegnamento, perché la nuova Accademia non divenga la brutta copia di Istituzioni già esistenti, bensì riempia i moltissimi spazi lasciati vuoti dall’inazione di Istituzioni e imprese, e svolga anche un ruolo critico nei confronti delle molte carenze del mondo digitale europeo.

Torino, al centro della cultura per il lavoro

V.UNO SFORZO COORDINATO

Le tradizionali politiche europee nel settore tecnologico sono fondate:

-sull’ idea che la UE sia, non già una federazione, come volevano Coudenhove-Kalergi e Spinelli, bensì un’”organizzazione sovranazionale”, che ha come elementi di base gli “Stati Nazionali” attualmente esistenti, e che quindi si sente obbligata a dividere per 27 tutte le nuove iniziative, anche quelle che avrebbero un senso solo a livello continentale;

-sulla delega agli Stati Uniti delle “attività strategiche” (intese in un senso esageratamente largo, comprendente, in sostanza, anche le nuove tecnologie, come si vede nel recentissimo caso dell’outsourcing  verso Microsoft delle Istituzioni UE e di Poste Italiane);

-su un’interpretazione restrittiva del “principio di sussidiarietà”, secondo cui occorrerebbe lasciare al livello più basso di governo tutto ciò che possa essere fatto a quel livello, non già solo ciò che possa essere fatto meglio a quel livello (sicchè nessuno svolge poi in realtà le attività più “nobili” ed impegnative, perché singoli Stati membri non sono all’altezza, ma non vogliono nemmeno che le svolga l’Unione). Quindi, le si delegano alle multinazionali del web;

-su un’interpretazione limitativa dell’economia sociale di mercato, secondo cui la “socialità” si riferirebbe soprattutto alla redistribuzione, e pochissimo al coordinamento e alla promozione delle attività economiche (l’“advocacy”).

Si susseguono quindi le proposte di creare nuovi organi centralizzati (Invitalia, Fondo per l’Innovazione, Cabina di Regia per l’AI.., Alto Commissario per il Recovery Fund). A ciò si aggiunga che già esiste a Genova un Istituto Italiano di Tecnologia, e sono stati appena confermati dal Governo, con un’azione anticipata assai discutibile, gli hub tecnologici europei creati sotto Horizon 2020. Tutte quelle proposte non vanno certo nel senso della semplificazione e della centralizzazione, bensì in quello della moltiplicazione degli Enti, delle sedi e delle poltrone. L’Associazione Culturale Diàlexis aveva scritto una serie di lettere (allegate) a tutte le Istituzioni e ai Governi, chiedendo di non rinnovare sic et simpliciter le strutture esistenti, semplicemente rifinanziandole per i prossimi 7 anni, perché, data la situazione, sarebbe stato richiesto, per questo periodo, un molto maggiore sforzo aggiuntivo. Purtroppo, i progetti della Commissione (per altro non approvati, né dal Consiglio, né dal Parlamento), sono molto simili a Horizon 2020 (e non tengono conto delle promesse di trasformazione radicale espresse in occasione del Covid).

Prendiamo atto del fatto che il Quadro Pluriennale è ancora fermo, come da noi richiesto, tra l’altro proprio per la sua insufficienza in campo tecnologico. Quindi, le attuali strutture non sono ancora state legalmente confermate, e, almeno in teoria, potrebbero ancora essere modificate. A regime, l’intero sistema europeo dovrebbe comunque essere drasticamente semplificato, come spiegato nel nostro libro, centralizzando in un’unica Agenzia Tecnologica Europea (DARPA EUROPEA, CERN delle tecnologie), quello che fanno oggi EIT, ESA, Agenzia Europea degli Armamenti, hubs tecnologici….

In attesa che quest’ esigenza venga metabolizzata, l’Italia non può fare a meno di formalizzare una propria strategia, come hanno già fatto altri Stati europei. Tuttavia, com’è espresso chiaramente nelle proposte che stiamo commentando, l’idea è che, attraverso la Strategia e l’Istituto, l’Italia possa assumere un ruolo di leadership nell’Intelligenza Artificiale, possa caldeggiare la creazione di un Istituto Europeo per l’Intelligenza Artificiale (che a quel punto non potrebbe non essere strutturato insieme all’ EIT), e candidarsi a ospitarlo.

Tutto ciò presuppone un’intensa capacità propositiva, anche per ciò che riguarda le strategie e le politiche: altro tema che potrebbe rientrare fra gli obiettivi del nuovo Istituto: la costruzione (eventualmente con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale), di scenari per il futuro dell’ industria digitale italiana ed europea.

Ciò presupporrebbe però che si facesse ordine innanzitutto in Italia, in particolare creando un piano dettagliato, che, come in questa nota, parta da alcune questioni di principio, per poi articolarsi, da un lato, in temi di ricerca, e, dall’ altro, in azioni di governo per sostenere i filoni strategici. Tutto ciò anche nell’ ottica di spendere al meglio le risorse del Recovery Fund.

Nel 2021, per le tecnologie europee non ci resta che lo “stato di emergenza”

VI.TUTELA DEL PATRIMONIO INTELLETTUALE

Una delle principali carenze del settore digitale europeo è che il suo patrimonio intellettuale non è, di fatto, tutelato. Questo spiega perché le imprese europee siano poco propense a investire in ricerca e sviluppo.

Certo, con il tempo, si è estesa di molto la protezione intellettuale del software e del know-how in generale. Tuttavia, un’enorme quota del patrimonio intellettuale dell’industria informatica è costituito da un  know-how informale, come pure da sperimentazioni non brevettate. Orbene, come è noto, questo tipo di patrimonio in Europa non è praticamente tutelato. Innanzitutto, come  messo in evidenza dalle due cause Schrems, l’intera massa dei dati degli Europei (delle Istituzioni europee e di molte amministrazioni nazionali), siano essi cittadini o imprese, è immagazzinata nei server dei GAFAM, i quali, ai sensi del Patriot Act e del CLOUD Act, sono tenuti a metterli a disposizione delle 16 agenzie americane d’intelligence, le quali a loro volta, come illustrato per esempio da “L’Express”, non hanno alcuna difficoltà  a renderli disponibili alle imprese americane. In secondo luogo, gli stessi Americani accusano un po’ tutto il mondo di carpire, attraverso l’hackeraggio, i segreti industriali di tutte le imprese occidentali. Quindi, i dati degli Europei vengono piratati almeno due volte.

Basti pensare a un tipico caso di sviluppo di prodotto italiano: il calcolatore “Programma 101” dell’Olivetti, che sarebbe stato teoricamente già ceduto alla General Electric per le pressioni del mondo politico e finanziario italiano, e che fu invece terminato “clandestinamente” dai tecnici dell’Olivetti, e venduto, soprattutto negli Stati Uniti, in 44.000 esemplari, che furono subito copiati e cannibalizzati dai concorrenti. Nessuno si curò neppure di proseguire la produzione di quel prodotto, già sviluppato a spese dell’impresa e con un così straordinario successo commerciale, né di difendere una proprietà intellettuale strategica per l’Italia e per l’Europa.

Un altro esempio drammatico è costituito dal recente accordo interistituzionale fra Commissione, Consiglio e Parlamento, in forza del quale tutte le attività di software dell’Unione Europea, compreso il trattamento dei dati, sono state appaltate a Microsoft. Lo stesso dicasi per molte pubbliche amministrazioni europee, in primis Poste Italiane (all.2). E’ ovvio che, in questo modo, tutto il know-how europeo viene messo a disposizione dei GAFAM, e questi non solo non pagano, ma vengono addirittura profumatamente retribuiti dagli Europei.

Occorrerebbe controllare che, almeno per l’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale, non avvenga lo stesso.

La bozza di “Digital Europe” che verrà presentata a giorni dedica una certa attenzione a questo problema.

“-garantire un’ampia implementazione delle soluzioni di cibersicurezza più recenti in tutti i settori economici;

-rafforzare le capacità negli Stati membri e nel settore privato per aiutarli a ottemperare alla direttiva UE recante misure per un livello comune elevato di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’Unione”.

Occorrerà vedere come si passerà dalle parole ai fatti. Uno dei compiti fondamentali dell’Istituto sarebbe, a nostro avviso, proprio quello di studiare come questi fenomeni possano e debbano cessare, attraverso un’adeguata politica legislativa, finanziaria, di “advocacy” e di supporto alle imprese nazionali ed europee innovative.

Ovviamente, tutto ciò presuppone anche un enorme lavoro tecnico nel settore della cyber-security, anche perché, qui come su altri punti, “Digital Europe” parte dall’ idea che dobbiamo “acquisire” i sistemi di sicurezza, non produrli. E perché mai? E’ difficile che chi produce i nostri sistemi di sicurezza non si riservi anche la chiave per poter accedere abusivamente ai nostri dati. Ed è comunque certo che non potrà rispettare il DGPR, perché le autorità del Paese sede della società gl’imporranno sicuramente di rendere i dati disponibili al Governo stesso. L’Europa, se non l’Italia, dev’essere assolutamente autonoma in questo campo, e l’Istituto dovrà gettare le basi teoriche perché l’industria europea possa generare e gestire essa stessa siffatti sistemi.

L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale, insieme all’ Istituto Tecnologico Italiano, deve innanzitutto “predire il futuro”

VII. HORIZON SCANNING

L’Intelligenza Artificiale, essendo il principale elemento di vantaggio competitivo nel commercio internazionale, ma anche in geopolitica, fa oggetto di una lotta accanita fra USA, Cina, Russia, Israele, India, Iran.

Il Governo Italiano, nelle sue iniziative presso l’Unione Europea, la NATO, le Nazioni Unite e la Cina, ha bisogno, per tutelare al massimo i propri interessi e valori, di difendere il know-how italiano, migliorare le performances dell’ Unione Europea e conseguire vantaggiosi accordi tecnologici e militari, di un sostanzioso  e competente supporto tecnico, economico e giuridico, che l’ Istituto dovrebbe essere in grado di dare.

Ci riferiamo in particolare agli argomenti seguenti:

-strategia europea per l’intelligenza artificiale;

-norme internazionali sull’ intelligenza artificiale;

-cyber-security;

-cyber-guerra;

-strategie di trasformazione digitale della scuola, dell’amministrazione, delle forze armate, della sanità, dell’industria;

-legislazione in materia d’ intelligenza artificiale;

-precisazione dell’inserimento dell’Intelligenza Artificiale nei curricula scolastici e del lifelong learning.

Nello stesso modo, le imprese innovative debbono essere guidate nell’ individuazione dei filoni più promettenti, attraverso uno studio attento dell’evoluzione del mercato mondiale, che dev’essere accessibile alle imprese nazionali ed europee.

Entro 10 anni, tutta la nostra società dev’essere digitalizzata e riqualificata

VIII.DIGITAL UPSKILLING

Le previsioni circa il possibile impatto sul lavoro dell’ intelligenza artificiale rischiano di essere  errate per difetto.

In effetti, l’intelligenza artificiale permette di automatizzare quasi tutte le attività umane:

-quelle politiche (voto elettronico, big data, social networks);

-quelle culturali (visite a distanza, webinar, e.publishing);

-quelle militari (cyber-intelligence, cyber-guerra);

-quelle digitali (didattica a distanza);

-quelle economiche (dematerializzazione della borsa, e.commerce)

-quelle produttive (machine learning, fabbriche 5.0);

-quelle burocratiche (lavoro da remoto);

-quelle tecniche (video-perizie)

-quelle religiose (cerimonie in streaming);

-quelle ludiche (videogiochi).

La pandemia ha dimostrato che, in certi casi, questa trasformazione può addirittura essere necessaria. Una volta superate le difficoltà tecniche (cosa relativamente alla quale l’intelligenza artificiale darà certamente un suo contributo), si rivelerà ch’ esse saranno anche più economiche di quelle fisiche, e, quindi, saranno competitive. Il risparmio si farà non tanto, o non soltanto, sul lavoro umano, ma anche e soprattutto sull’ enorme fabbisogno di infrastrutture, immobili, trasporti, che oggi è reso necessario dagli spostamenti di miliardi di persone sui territori.

Tutti si pongono il problema di chi lucrerà su questi vantaggi, ma il tema è mal posto, perché, sul medio-lungo, si ha comunque sempre un trasferimento di ricchezza fra ceti e persone. Il legislatore ha incominciato a individuare forme di trasferimento adeguate all’ attuale transizione, come la tassazione del web, il supporto alle start-up, il reddito di cittadinanza. Certo, dovranno essere studiati, sviluppati ed attuati, sistemi estremamente più sofisticati.

Quanto al ruolo dell’uomo nel mondo delle “macchine spirituali”, questo è un buon tema di riflessione per un istituto di ricerca. A nostro avviso, il ruolo dell’umanità si sposterà dalle operazioni fisiche (zappare, avvitare), a quelle intellettuali (progettare, amministrare); da quelle ripetitive (operazioni bancarie, vendite telefoniche); a quelle creative (soluzione di problemi, organizzazione di reti); da quelle burocratiche a quelle imprenditoriali (dall’amministrazione al controllo); da quelle esecutive a quelle deliberative (dai funzionari dello Stato agli organi politici), ecc…In tutto questo processo, non mancheranno per le persone(se questi saranno adeguatamente preparate), un gran numero di ruoli da svolgere, di momenti di decisione e controllo, di possibilità di acquisire reddito e proprietà.

Per esempio:

-politici eletti (che dovranno guidare la transizione);

-consulenti della politica (esperti di big data, di data mining..);

-intellettuali (self publishers, bloggers);

-insegnanti (dal vivo e a distanza);

-artisti (cyber-art);

-divulgatori (social networks);

-amministratori locali (il Comune digitalizzato);

-imprenditori dell’informatica (i proprietari delle piattaforme);

-professionisti digitalizzati (l’ospedale informatico, lo studio legale informatico);

-i fornitori digitali (i titolari delle fabbriche 5.0 e oltre);

-i subfornitori digitali (gestori di singole supply chains, free-lance automatizzati, ecc…).

Questa configurazione della società futura richiede la sincronizzazione della trasformazione digitale della società e della formazione digitale della popolazione, in modo da ottimizzare il “time to market” (che ogni salto tecnologico corrisponda ad un’effettiva esigenza sociale, e che ogni trasformazione sia accompagnata dalla formazione richiesta, oltre che da un’evoluzione del diritto, che offra adeguate tutele ad ogni ruolo sociale).

L’intelligenza artificiale, con i big data, la modellizzazione e la ricerca operativa, dovrà permettere di conseguire questo complesso risultato.

Resteranno certamente fuori un certo numero di attività che, per il loro alto valore simbolico, non potranno, o non dovranno, essere automatizzate (per esempio le messe, i matrimoni, i funerali, gl’incontri sportivi, le feste, le visite in luoghi naturali o della memoria, le cerimonie militari…).

Queste occasioni, proprio perché più rare, diverranno più importanti, e sarà compito degl’intellettuali valorizzarle, attraverso la sottolineatura dell’elemento cerimoniale, la memoria culturale e la cura dell’identità (sulla falsariga di Confucio, di Foscolo, dei coniugi Assmann..).

Con “Programma 101”, l’Italia era al vertice dell’industria digitale: poi, più nulla.

IX. L’ITALIA NEI CAMPIONI EUROPEI

Contro la creazione dei cosiddetti “Campioni Europei” si sono sempre cumulate difficoltà di ogni genere: geopolitiche, ideologiche, nazionalistiche, di marketing, di management. In ultima analisi, dopo 70 anni, gli unici tre “campioni europei” esistenti sono quelli dell’aerospaziale civile:  Arianespace, Airbus e Galileo.

Attualmente, i Francesi e i Tedeschi stanno proponendo agli altri Europei di entrare in tre aspiranti “campioni”:JEDI, nel campo del finanziamento alle imprese tecnologiche, Qwant, nel campo dei motori di ricerca, e, soprattutto, Gaia-X. Tuttavia, le modalità di questo ingresso sono tutt’altro che chiare, anche e soprattutto perché altri Paesi europei, come l’Italia, mancano di soggetti importanti fornitori di tecnologia, e possono partecipare per lo più soltanto come acquirenti. Il che è meglio di niente, ma spesso non è abbastanza attraente per questi stessi soggetti, che continuano a lavorare con i GAFAM.

S’impone preliminarmente un’attività di “horizon scanning”, per comprendere le ragioni di questa situazione e per individuare via di uscita.

Dopo di che, l’Italia dovrebbe creare veicoli pubblici-privati per veicolare una partecipazione italiana attiva nei campioni europei.

Dopo essere stato completato di nascosto ed esposto a New York quasi
di nascosto, il P101 fu venduto in 44.000 esemplari, e poi dismesso

X.AREE DI RICERCA E RICADUTE SUL TERRITORIO

Nonostante l’affollamento di iniziative ed Enti, esistono ancora molte aree dell’intelligenza artificiale dove si possono compiere progressi importanti, il cui utilizzo potrebbe risultare particolarmente utile per l’Italia e per l’Europa, in quanto afferenti ad attività in cui esistono tradizionali o potenziali vocazioni, e che non sono ancora presidiate da concorrenti internazionali:

  1. repertoriazione, divulgazione e disseminazione culturale;
  2. traduzione automatica;
  3. promozione dei territori;
  4. fintech (valute artificiali);
  5. manifattura automatizzata e parzialmente automatizzata (prodotti ad alto valore qualitativo);
  6. ospedale automatizzato;
  7. ufficio automatizzato;
  8. ricerca giuridica e progettazione giuridica;
  9. comparazione giuridica;
  10. scrittura di documentazione giuridica;
  11. simulazioni economiche e politiche;
  12. arte automatizzata;
  13. e.publishing.

Si ha tuttavia l’impressione che, in Europa, l’approfondimento dell’impatto della ricerca sui territori sia molto limitato, perché l’impostazione del ruolo politico delle attività di ricerca è stato minimalistico, e si mira semplicemente a dare qualche vantaggio alle attività esistenti, senza l’ambizione di crearne di nuove.

Si sono confuse arbitrariamente la ricerca pura, che dovrebbe avere uno scopo culturale ed essere tendenzialmente aperta a tutti, e la R&D, che spesso altro non è che il mascheramento di attività di progettazione, o addirittura solo di calcolo o disegnazione, ma che per fini vari (finanziamenti, statistiche) si vogliono “nobilitare”. In realtà, la vera ricerca si situa a metà strada fra questi due estremi, e ha un reale valore economico, perché permette alle imprese un salto qualitativo (è “disruptive”). Tuttavia, perché da questa parte della ricerca si arrivi ad un reale impatto positivo per i territori, ci vogliono ancora parecchi passaggi.

Intanto, occorre che, pur trattandosi di ricerca finanziata, sia ammissibile vincolarne la fruizione all’ utilizzo economico nel territorio. Questi vincoli sono stati visti fino a recentemente con sfavore, in quanto in Europa, sul “nazionalismo economico”, ha prevalso un generico liberismo, spesso accoppiato al “sublime tecnologico”, grazie a cui, ai GAFAM, veniva attribuito addirittura un valore salvifico. Ancor oggi la creazione in Italia o in Europa di un magazzino di Amazon, di un ufficio amministrativo di Facebook o di un server di Google veniva “venduto” come un grande avanzamento per un territorio, che alla fine si vedeva accrescere la forza lavoro di qualche decina di magazzinieri, contabili o periti informatici, mentre invece escono dal territorio (per giunta con l’etichetta nobilitante di “europei”) miliardi e miliardi dei dati dei cittadini,  molti cervelli che vanno a ricoprire ruoli ancillari altrove, e soprattutto fiumi di profitti non tassati.

Anche nel caso dell’Istituto per l’Intelligenza Artificiale, viene “venduto” come un grande vantaggio il fatto di occupare 600 ricercatori. Tuttavia, se si pensa che sono previsti  7 ulteriori hub sparsi nel territorio, si capisce che gl’ideatori di Digital Europe, ma anche dell’Istituto,  hanno in mente quel modello “disperso” che così pochi frutti ha dato fino ad ora, e che soprattutto rischia di non favorire il Piemonte in alcun modo sostanziale. In quest’ottica, l’Istituto sarebbe solo un gestore dei fondi europei, da spendersi in tutta Italia.

A nostro avviso, pur non essendovi obiezioni (in una situazione in cui il lavoro a distanza diviene la regola, soprattutto per gl’informatici) alla distribuzione degli hub sul territorio, è invece fondamentale che la ricerca non si disperda, bensì che le risorse dedicate a questi temi da Digital Europe, che sono veramente scarse, come sostiene lo stesso Parlamento Europeo), vengano spese razionalmente.

Ricordiamo che, negli Anni ’60, in Piemonte vi erano, non solo la holding FIAT, con i suoi azionisti, i suoi professionisti e dirigenti e i suoi più di dieci settori di attività (dall’auto i veicoli commerciali e industriali, dall’aviazione allo spazio, dai giornali alle banche, dalla finanza alla componentistica, dalla formazione alla chimica, dalla difesa all’ informatica,…), ma anche  la RAI, il Banco di San Paolo, la Cassa di Risparmio di Torino, la SAI, la Toro Assicurazioni, la Lancia, la Olivetti, la RIV, la CIR,  la CEAT e la SEAT, la Ferrero, la Zegna, la Burgo, la Microtecnica, l’Einaudi, la Bollati Boringhieri, la Loescher, la Paravia, la De Agostini…Oggi, si tratta di sostituire tutto questo con attività di alta tecnologia e culturali.

Una vera ricaduta positiva sul territorio si avrebbe solo se si approfittasse della presenza dell’Istituto per modificare l’atmosfera culturale, politica ed imprenditoriale del Piemonte, sottolineando le spinte verso produzioni vendibili internazionalmente o comunque utili per colmare le lacune dell’informatica europea, costituendo anche un elemento di rinnovamento dell’accademia, delle amministrazioni locali e delle imprese.

Soprattutto, andrebbe creato un intero ecosistema d’investitori, di leaders, d’inventori, d’imprenditori, di professionisti, di politici, d’intellettuali, di studiosi, di specialisti, di managers, di fornitori di servizi che ruotino intorno all’ intelligenza artificiale.

Dopo la crisi energetica, quella dei subprime, quella del Covid, le imprese italiane sono deserte

XI. DALL’ITALIA ALL’EUROPA

Nelle Proposte per una Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale, si accenna al fatto che l’Italia dovrebbe esercitare un ruolo attivo nella definizione della strategia europea, e che, ciò facendo, potrebbe legittimamente ambire a ospitare un Istituto Europeo dell’Intelligenza Artificiale. Per questo, vale la stessa considerazione che vale per un accordo mondiale sull’ Intelligenza Artificiale: che, cioè, l’Europa potrà essere qualificata al ruolo di “Trendsetter del Dibattito Internazionale” se, e nella misura in cui, saprà eccellere in questo campo. Lo stesso vale per l’Italia

A nostro avviso, data la debolezza dell’intero sistema europeo del settore, la strategia corretta sembrerebbe quella di specializzarsi in studi e ricerche che abbiano un valore di orientamento generale, come quelle relative all’ etica dell’intelligenza artificiale, all’”horizon scanning”, all’”upskilling sociale”, alle piattaforme, al fintech, in modo da potersi poi proporre in Europa con funzioni di “leadership”.

Inoltre, occorrerebbe, pur nell’ obiettiva necessità di andare sempre più verso l’automazione, valorizzare al massimo, a titolo compensativo, gli aspetti ambientali (ritorno al territorio), culturali (le tradizioni di editoria, Salone del Libro, cinema e televisione, collaborazioni transfrontaliere e con l’ Est Europa), formazione (ISVOR), progettualità politico-sociale (Olivetti, Fondazione Agnelli, Circolo dei Lettori, Biennale Tecnologia), che si possono e si debbono integrare  perfettamente con l’intelligenza artificiale.

Infine, la vicinanza con Genova, con Ivrea, e, volendo, anche con Milano (Human Technopole e Tribunale Europeo dei Brevetti), Ginevra (CERN), Nizza (Sophia Antipolis), dovrebbe permettere di promuovere Torino quale centro di un’area particolarmente qualificata in questo senso.

La nostra Associazione si propone, come sempre, come luogo di riflessione, di divulgazione, di studio, di proposizione, di disseminazione, a Torino, in Italia e in Europa.

EUROPEAN DEMOCRACY ACTION PLAN ,PARTE II:UNA NECESSARIA AUTOCRITICA

Visto che si parla sempre dei diritti umani dei rifugiati:
che fine hanno fatto gli esuli serbi della Krajina croata?

E’ positivo il punto di partenza del documento del Parlamento Europeo, “An EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights” :

“the EU has so far been unable to comprehensively tackle violations of EU values through its ordinary monitoring and enforcement activities”.

I motivi di questa incapacità non vengono per altro investigati. Essi sono legati al fatto che, nel XXI Secolo, anche  nell’ Unione Europea, sotto l’etichetta “democrazia” s’intendono “far passare” concetti e principi assolutamente eterogenei, il cui unico punto in comune è costituito dall’ essere essi tutti il frutto della  presunzione millenaristica ereditata dal “Sogno di Serse”  descritto da Erodoto (“conquistare tutta l’ Europa affinché l’Impero raggiunga il confine del regno degli Dei”, oggi “rendere il mondo sicuro per la democrazia”), con la conseguente “eterogenesi dei fini” (cfr. post precedente).

In sintesi, il fascicoletto cita come essenziali per il concetto europeo di “democrazia”:

-i “valori comuni degli Stati membri”;

-la cosiddetta “Rule of Law” (che tradurrei come ”principio di legalità”);

-i diritti fondamentali, ivi compresi quelli delle minoranze.

Questi tre elementi, che sono alcuni di  quelli citati nella lettera di missione di Vera Jourova,non mi sembrano minimamente appropriati quali elementi qualificanti dell’attuale regime europeo.

Da otto anni Schrems chiede giustizia alla Corte di Giustizia e ai tribunali nazionali, ma Google e Facebook continuano a trasferire illegalmente in America i nostri dati

1.La “Rettifica dei Nomi”

Intanto, i “valori comuni degli Stati membri” sono meno numerosi e meno chiari di quanto possa sembrare: basti pensare alla cogestione tedesca(p.es., la “Volkswagengesetz”) nei suoi rapporti, con l’”autonomia delle parti sociali” degl’Italiani; la teocrazia polacca nei confronti della “laicité à la Francaise”(per esempio, il divieto del velo); il comunitarismo belga in confronto con il centralismo spagnolo (cfr. la repressione in Catalogna).

Anche il principio di legalità  (“the Rule of Law”) è assolutamente ambiguo. Intanto, non riuscendo l’Unione Europea a legiferare fin dall’ inizio in relazione all’ impressionante turbinio di esigenze sociali che si pongono oggi in uno spazio semi-continentale come quello dell’Europa Occidentale, la Corte di Giustizia ha sempre adottato una giurisprudenza altamente creativa, “pescando” appunto liberamente nei principi giuridici comuni degli Stati Membri (l’ “Europa dei Giudici”, di cui la Corte si vantava quando ero funzionario della stessa). Orbene, questo è il metodo legislativo tipico degli antichi regimi feudali, come l’Impero Romano, quello germanico e il Regno d’Inghilterra.

Oggi, poi, assistiamo in Europa a un grado elevatissimo di disapplicazione del diritto: da un lato, del diritto internazionale e europeo, e, dall’ altro, degli stessi diritti nazionali. Basti ricordare l’opposizione degli Stati europei al Trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari, disapplicato dalla maggiorana degli Stati membri; la partecipazione a campagne militari, come quella alla 2° Guerra del Golfo,  non coperte da una risoluzione delle Nazioni Unite; lo status di “non cittadini” di una parte considerevole degli abitanti dei Paesi Baltici; l’esilio, da più di 30 anni, di 350.000 Serbi della Krajina;  la detenzione ancora non finita dopo anni di buona parte del Governo catalano; la sentenza della Corte di Giustizia Tedesca che rifiuta di assoggettarsi alla giurisdizione della Corte di Giustizia delle Comunità Europee; l’inottemperanza, alla sentenza Schrems II, di tutte le autorità nazionali per la tutela della privacy, i reati di opinione diffusi in tutti i Paesi membri…

Tutta l’area dei rapporti con il Complesso Informatico-militare è informato al principio di coprire, con un apparente  rigore, una assoluta sudditanza ai GAFAM, tanto che l’ Europa è l’unica area del mondo a non avere le proprie piattaforme, e a confidare esclusivamente su quella americana perfino per l’ intelligence, la guida dei missili nucleari, i collegamenti satellitari, ecc…Dopo 10 anni di sforzi giudiziari, la Commissione e l’ anti trust europei non sono ancora riusciti a “incastrare” Google, nello stesso modo in cui la magistratura e la polizia italiane non sono riuscite a catturare Messina Denaro. Invece, proprio ora il Ministro della Giustizia degli Stati Uniti, insieme a quelli di molti Stati, ha depositato, davanti al District Court del District of Columbia un atto d’accusa con cui si chiede la cessazione dei comportamenti anti-concorrenziali di Google.

Il rapporto del Parlamento Europeo cita poi giustamente il caso eclatante delle Extraordinary Renditions, per le quali, né gli agenti della CIA, né i funzionari nazionali conniventi, hanno subito alcuna sostanziale condanna, così pure come nessuno dei funzionari americani responsabili dello spionaggio ai danni degli Europei  nei casi Echelon e Prism. Ma ricordiamoci anche che non si è ancora fatto chiarezza su vicende fondamentali come l’ attentato a Giovanni Paolo II, le uccisioni di Herrhausen e di Moro, le stragi di Portella della Ginestra, Ustica, Piazza Fontana, Bologna, oltre che sulla misteriosa fioritura delle mafie in tutti gli Stati membri nonostante gli apparenti sforzi per sradicarle…

Non parliamo poi del rifiuto degli Stati Uniti di sottostare, tanto alle corti europee, quanto a quelle internazionali (congiunta alla loro pretesa di applicare extraterritorialmente il loro diritto anche in Europa),  nonché la creazione di corti speciali corti post factum come la corte Penale Internazionale per la ex-Yugoslavia, che violano grossolanamente i il principio del “giudice naturale” e dell’ indipendenza, nonché la pretesa espressa in più occasioni da parte dei vertici americani di esercitare lo spionaggio in Europa senza che gli Stati europei abbiano il diritto di fare altrettanto negli Stati Uniti. Al punto ch’è stato detto che “in Deutschland gilt nicht deutsches Recht“.

In tutta Europa è esistito fino almeno al 1990, senza essere attaccato in giudizio ,
un esercito segreto al servizio della NATO.

2.La “Rule of Law Review”

Anche la più recente “Rule of Law Review Cycle”, citata dal Parlamento Europeo,  tocca vari punti, in cui per altro si vedono sempre e soltanto le colpe di alcuni Stati membri, ma non quelle generalizzate in tutta l’ Unione:

1)l’indipendenza dei giudici, certamente discutibile in Spagna, in Francia e in Italia (vedi i casi Catalogna, Dieudonné e Abu Omar);

2)l’anti-corruzione, totalmente fallimentare ovunque (vedi i casi Messina Denaro, Tangentopoli, Chirac, Kohl, Juan Carlos…), è comunque frustrata dall’egemonia sociale della mafia, che si sta espandendo, dall’ Italia, ad altri Paesi d’ Europa;

3)il pluralismo dei media, assolutamente discutibile ovunque, data l’egemonia culturale del mainstream, l’enorme concentrazione della proprietà delle testate e delle case editrici e l’assurda legislazione contro le “fake news” che colpisce, in pratica, solo le notizie non mainstream. E’ stato ristampato proprio ora il libro di Bernays, il fondatore delle tecniche  propaganda, in cui egli dimostrava testualmente che la propaganda è lo strumento con cui i poteri occulti inevitabilmente plasmano le democrazie;

4)la mancanza di un vero “equilibrio dei poteri” che garantisca le minoranze, non solo di genere, etniche o politiche, ma soprattutto culturali (p.es, islamiche, siniche, antimoderne).

Se questo è lo “Stato di Diritto”, allora, come sarebbe uno “Stato arbitrario”?

Alla stregua del nuovo regolamento in discussione al Parlamento Europeo, le sanzioni dovrebbero essere applicate, anziché a Paesi extraeuropei o a quelli di Visegrad, anche e soprattutto all’ Italia (mafia, disapplicazione delle norme, concentrazione delle testate), alla Francia (islamofobia, dittatura del politically correct), ai Paesi Baltici (i “non cittadini”), alla Spagna (la detenzione del governo catalano)…Tutte violazioni talmente macroscopiche del principio di legalità da inficiare la legittimità stessa di questi Stati. Come accertare che (come insinuato per esempio da Rutte), visto che lo Stato italiano, che ha condannato più volte all’ergastolo Messina Denaro per una serie infinita di reati gravissimi, l’abbia poi lasciato continuare a dirigere la mafia per decenni senza mai arrestarlo, non sia una copertura della mafia i fondi europei non siano distolti dalla criminalità organizzata? E che dire del Regno di Spagna, che tiene in galera e anni il governo della sua regione più evoluta per avere osato votare per l’indipendenza? O dei Paesi Baltici, che non cedono il diritto di voto alle minoranze russofone perché in tal caso i futuri parlamenti decreterebbero probabilmente il passaggio all’ Unione Eurasiatica?

Di converso, risulta anche assai discutibile che Ungheria e Polonia costituiscano il modello per eccellenza della violazione dei diritti civili europei. Per esempio, le nuove leggi di quei paesi riguardanti i giornali non sembrano, né particolarmente liberticide, né molto diverse da quelle dell’Unione Europea e degli Stati membri. Il divieto delle concentrazioni giornalistiche perseguito  in Polonia è coerente con l’ antitrust europeo e anche italiano, così pure come i limiti al controllo estero sui giornali fa parte proprio delle normative recentemente introdotte sulla “golden share” sugl’ investimenti strategici. Si noti anche che la proprietà estera di quotidiani si giustifica male dal punto di vista concorrenziale, perché,  visto che l’ editoria è sempre in perdita, l’ unico scopo di acquistare dei giornali all’ estero sembra essere il  condizionamento dell’opinione pubblica. D’ altra parte, non si capisce neanche perchè tutti i giornali in Polonia e in Ungheria debbano essere posseduti da Americani e Tedeschi, non già da Polacchi e Ungheresi (o, al limite, altri cittadini dell’Unione), né mi risulta che Polacchi e Ungheresi posseggano giornali in America o in Germania.

In realtà, l’insistenza nell’attaccare Polonia e Ungheria deriva più dai loro miti culturali (la Szlachta, la Repubblica nobiliare, i “soldati maledetti”, il  Pannonismo, il ’56, la Chiesa militante), che vengono considerati incompatibili con l’ “ethos” cosiddetto post-ideologico della cultura  “mainstream”. Ed è rafforzata dal fatto che esse hanno combattuto molto più convintamente ed efficacemente, contro nazismo e comunismo, dei Paesi dell’ Europa Occidentale (Insurrezioni di Varsavia, rifiuto di Horthy di consegnare gli Ebrei, rivolte di Budapest, Poznan’, Danzica.., mentre abbiamo avuto l’Asse,le Legi Razziali, la Shoah, il drole de guerre, il Vel d’Hiv, la consegna all’URSS di cosacchi e baltici…).

Secondo punto: siamo sicuri che il principio di legalità costituisca la massima espressione della civiltà giuridica? Tutte le civiltà hanno conosciuto una contrapposizione fra le “leggi scritte” (”engraphoi nomoi”) , e “leggi non scritte”(“agraphoi nomoi”), fra “fas e Jus”, fra “Li” e “Fa”. Orbene, secondo Euripide e Confucio, le leggi non scritte  (quelle dell’ etica) sono superiori a quelle scritte, tant’è vero che alcuni diritti, come l’ Halakhà ebraica, la Shari’a islamica e la Common Law, non ammettono in linea di principio una legge scritta che deroghi a quella tradizionale (pensiamo ad Antigone, all’ invocazione della Torà e del Corano nelle costituzioni medio-orientali e al rifiuto di una Costituzione scritta da parte del Regno Unito).

Quanto, infine, ai cosiddetti “diritti fondamentali”, l’Unione Europea non è ancora riuscita neppure a definire chiaramente quali sono i “diritti civili” che spettano ai cittadini dell’Unione Europea, e, quindi, ai cittadini degli Stati Membri, e quali i “Diritti umani”, che spettano a tutta l’Umanità (basti vedere la confusione che c’è sui migranti). In tal modo, è molto vaga anche la delimitazione dei diritti azionabili davanti alla Corte di Giustizia e alla Corte Internazionale dei Diritti dell’Uomo.

E’ paradossale che si attacchi, per violazione di diritti di libertà, proprio la Polonia, che prima di ogni altro Paese Europeo si era data costituzioni a tutela dell’ “Aurea Libertas”

3.La ”Battle of Narratives”

Un argomento sul quale queste valutazioni hanno avuto un impatto determinante è il confronto fra Occidente e Cina nella gestione del Covid-19, che, a mio avviso, dimostra il grado di totalitarismo raggiunto dall’ Occidente. La gestione della pandemia è stata sotto ogni punto di vista più efficace in Cina che non in Occidente, tant’è vero che, in Cina, su 1.400.000 abitanti, ci sono stati circa 1000 morti, mentre, negli Stati Uniti, su 350 milioni di abitanti, ci sono già stati 220.000 morti, e l’epidemia non soltanto non accenna a diminuire, ma addirittura sta ancora aumentando. Questo dovrebbe bastare da solo a tutti per concluderne che, almeno sulle questioni sanitarie, il sistema cinese è infinitamente più efficace, come minimo, di quello americano. Ciò costituisce però anche una schiacciante confutazione della propaganda costante, da almeno 75 anni, da parte del “mainstream”, secondo cui il sistema “liberaldemocratico” americano sarebbe non soltanto il più giusto, ma anche il più efficace, sicché tutte le cosiddette “riforme” introdotte o da introdursi mirano in sostanza a copiare gli Stati Uniti (dagli aiuti condizionali al deficit spending, dal federalismo all’ antitrust, dalle liberalizzazioni alle privatizzazioni…).

Ecco allora scatenarsi la propaganda a tutti i livelli, da quello culturale a quello politico, da quello giornalistico ai social networks, per mascherare o contestare quell’ ovvio paragone. Perfino fonti amiche alla Cina Popolare (come il South China Morning Post) invitano costantemente i Cinesi a non parlare troppo della lotta contro il virus (i “lupi guerrieri”) perché questo indispettirebbe inutilmente gli Occidentali, venendo interpretato come un’odiosa vanteria. Punto su cui, almeno  sul piano dello “stile”, concordo. Il punto è che in effetti il confronto lo fanno non già i Cinesi, bensì alcuni studiosi occidentali, che stanno valutando la questione in modo obiettivo, come Brennan e Bell, o giornalisti provetti come Giovanna Bottero, che suscitano infatti le ire dell’“establishment”. Tant’è vero che Khanna, additato come il vessillifero dell’autocrazia neo-confuciana, si è ora premurato di precisare che non è “la Cina”, bensì “l’Asia” quella che ha resistito così bene al Covid 19. Poco importa, perché, secondo le teorie di Khanna, la vera forza dell’Asia sarebbe la tecnocrazia confuciana, sia essa quella di Singapore o della Corea), che, come brillantemente spiega Bell, valorizza “le giuste gerarchie”.

Se l’Occidente non fosse così presuntuoso da rasentare la cecità, tutto ciò non potrebbe non farlo riflettere. E, in realtà, finalmente ci sta riflettendo, eccome! (basti pensare agl’interventi giornalistici che ho citato), solo che ha deciso di fingere di non farlo, pur di mantenere un’aura di sacralità intorno all’attuale sistema occidentale. Questa situazione è stata ben sintetizzata da  Alex Lo sul South China Morning Post, “Once, when Christians thought their religion was the one and only true faith, they didn’t need to learn from other religions because they were all false. If you think democracy, without even bothering to define it, is the best, any other non-democratic government is, a priori, inferior. If you know China and its government are bad, there is no need to actually study them in depth. You can spread democracy, peacefully or by force, just like Christians did before…And how can a Western democracy not be better at dealing with a pandemic than a communist state?Like it or not, the Chinese Communist Party and the state it runs have very high-functioning bureaucratic capacities. You need to know what your enemy is capable of if you want to predict more realistic outcomes.”

Inoltre, sempre con riferimento alla prevenzione della pandemia, l’ Occidente sta dimostrando anche la totale incongruenza dei propri valori. La prevenzione del Covid è dettata dalla sacrosanta esigenza di salvare delle vite umane (che dovrebbe essere uno dei primi obiettivi di una politica umanitaria), e invece viene “venduta” da molti come un odioso attacco al sacrosanto “tran-tran” dei bamboccioni, e una minaccia sovversiva contro l’abnorme settore commerciale della ristorazione e del turismo -quindi, un’insopportabile limitazione della libertà-.

Quand’anche si ritenga che i vantaggi del modo di vita occidentale siano tali da soverchiare quello, fondamentale, dell’insuperata resilienza di quello cinese, resterebbe ancora da chiedersi: come fare a non essere scavalcati da un sistema tanto più efficiente del nostro? Invece, s’ inventano storie che semmai scalfiscono in misura minima, quando addirittura non ingigantiscono, la superiorità cinese, e ne accelerano l’avvento. La Cina avrebbe inventato il virus per distruggere l’Occidente? Bene, allora, c’è riuscita: tanto di cappello al “rivale sistemico”, altro che commissioni d’ inchiesta! La Cina avrebbe impiegato qualche mese a riconoscere la pandemia e per combatterla? Bene, gli Stati Uniti non ci sono riusciti neppure adesso, dopo un anno. In ogni caso, il risultato di tutto ciò è che ora i cittadini cinesi sono liberi dal virus e l’economia cinese sale del 4,9% distanziando mediamente quelle del resto del mondo di 15 punti.

Fareed Zakaria, inventore dell’ espressione “Democrazia Illiberale”

4. Uno Stato del XXI secolo rispecchiante veramente l’Identità Europea.

Una delle tante accuse rivolte alla Cina è quella di voler esportare il proprio sistema. In realtà, se c’è qualcuno che, da duecentocinquant’anni, sta cercando di esportare il proprio, questi sono proprio gli Stati Uniti. Forse, parzialmente, lo erano stati l’ Unione Sovietica, e, ancor più parzialmente, gli Stati islamici, ma non certo la Cina, la quale, pure all’ epoca delle Guardie Rosse, si atteneva sostanzialmente alla massima di  Mao: Scavate profonde trincee e non aspirate mai. all’ egemonia.” Nessuno (salvo forse il Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista) ha mai teorizzato l’applicazione del sistema cinese ad altri Paesi, tant’è vero che il “socialismo con caratteristiche cinesi” viene definito come “unico”. Si noti tra l’altro che “caratteristiche cinesi” è un-espressione inventata dai missionari protestanti per condannare la presunta “identità  cinese” (servilismo, formalismo, falsità) , ma che, negli ultimi decenni, da quando la Cina è ridivenuta una grande potenza, è stata ripresa con orgoglio dalla dirigenza del paese.

Ne consegue anche, di converso, che il percorso da adottarsi, per evitare di essere cancellati dalla Storia dal preteso “sistema cinese”, non sono neppure l’imitazione servile di quel sistema, così come non ha certo risolto i problemi dell’ Europa l’imitazione servile di quello americano.

Al contrario, come dicevamo, il nostro sistema era  stato, nell’ antichità, la “Patrios Politeia” di Aristotrele, e, nel Medioevo, l’”Antica Costituzione Europea” di Montesquieu e Tocqueville, un sistema con quattro-cinque livelli di governo, forniti di logiche e meccanismi diversi. Nello stesso modo dovremmo ora affrontare i problemi del 21° secolo. Com’ è pensabile che un manovale immigrato o un anziano in una casa di riposo si appassioni ai trattati contro la proliferazione nucleare o al Recovery Fund? Come credere che il Presidente del Consiglio Europeo possa interessarsi delle discariche di Napoli, o che il Presidente della Valle d’ Aosta abbia proposte pertinenti sulla cyberguerra?

Polacchi e Ungheresi hanno celebrato insieme le battaglie del ’56

5.Il centralismo è inevitabile, ma può essere controllato

A mio avviso, il generale “trend” verso una maggiore centralizzazione del potere deriva, non già da cause politiche, bensì innanzitutto dalla concorrenza fra le macchine e l’uomo. Contro la situazione di fatto del dominio delle macchine  (e, attualmente, ancora dei GAFAM che, per un poco, le dirigono), s’impone il rafforzamento del “governo degli uomini”, nei suoi due aspetti, delle strutture e delle culture. Ciascun continente sta tentando di risolvere il problema a modo proprio: l’ America, attraverso la rivalutazione della sua storia e il dialogo diretto fra il Presidente e il popolo; la Cina, attraverso la riabilitazione della classicità cinese e la guida della politica (del Partito) sullo sviluppo tecnologico; la Russia, attraverso lo sganciamento progressivo dal World Wide Web, la figura del Presidente/zar, la rivalutazione della cultura popolare russa e della religione ortodossa.

L’Europa si concentra sulle due idee, potenzialmente confliggenti, della “diversità” e delle regole. Per trovare una sintesi fra questi due poli, un sistema politico veramente europeo non può essere l’imitazione, né della costituzione americana, né di quella cinese (e neppure di quella russa), bensì dev’essere in grado di rispondere al particolare tipo di problemi dell’ Europa nella particolare epoca storica della transizione alla società delle macchine intelligenti. Nel fare ciò, deve prendere in considerazione i diversi punti di vista, e il diverso grado di competenza,  delle famiglie, delle imprese, dei quartieri, delle Università, dei Comuni, delle metropoli, delle Province (Contee, Dipartimenti, Kreise), delle Regioni (Laender), degli Stati Nazionali, delle Macroregioni, del’ Europa e del mondo, attraverso un sistema costituzionale efficace.

Il centralismo, che impone al Commander in Chief di stare sempre con gli occhi puntati sulle nuove ricerche tecnologiche, sullo “Hair Trigger Alert”, sulla “Battle of Narratives”, sulle “covert operations” (proprie e. soprattutto, altrui), può e deve valere solo per i poteri subcontinentali. Alle Macroregioni europee (atlantica, mitteleuropea, mediterranea, baltica, pontica, orientale..)spetterebbero  i non meno importanti compiti delle politiche economiche e culturali, della Difesa, del Diritto Costituzionale. Agli Stati Membri, io lascerei la legislazione ordinaria e i curricula di formazione; alle Regioni le scuole e le imprese. Alle metropoli, i tribunali e la microeconomia; ai Comuni, la programmazione territoriale e la piccola e media impresa; ai quartieri l’urbanistica e l’arredo urbano.

Per tutto ciò, è urgente che la Conferenza sul Futuro dell’ Europa parta immediatamente e possa affrontare tutti i temi: Umanità e tecnica; identità dell’ Europa e ruolo dell’ Europa nel mondo; natura e ruolo dell’ organo apicale europeo, che non può rimanere, come oggi, un coacervo disordinato di NATO, Consiglio Europeo, Commissione e Parlamento.  

EUROPEAN DEMOCRACY PLAN, PARTE I: UN MECCANISMO CHE FUNZIONI

Un dovere tradito dell’ Europa: difendere i Whistleblowers

Una delle priorità della Commissione von der Leyen e della futura Conferenza sul Futuro dell’Europa era costituita dalla promozione di una “democrazia europea”, fondata su  resilienza,sul pluralismo dei media, sulla trasparenza del processo legislativo, sulla Convenzione Europea dei Diritti Umani, sull’ identità europea, sulla cittadinanza europea,  sul dialogo con le Chiese , su un partenariato strategico con il Regno Unito… L’incarico di monitorare tutto ciò era stato affidato a Vera Jourova, la quale è tenuta a presentare annualmente un “Rule of Law Report”, che è simile, nella sostanza, ad analoghi documenti presentati con eguale cadenza dall’”Integrity Manager” nelle imprese europee, i quali (lo dico per esperienza diretta), essendo membro dello staff dirigenziale, non può fare altro che sfornare, anche se controvoglia,la certificazione di una  fittizia  regolarità..

Dopo più di un anno, la pandemia ha messo a nudo le debolezze dell’ intero impianto costituzionale europeo, dimostrando anche la gravità dell’ errore di aver ritardato sine die la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’unica istanza in cui il richiamo diretto ai cittadini potrebbe forse controbilanciare l’inconcludenza dell’ establishment, costituendo un forte elemento di discontinuità, quale richiesta dalla situazione.

L’incapacità dell’Europa di bloccare la “seconda ondata” del virus ( mentre l’ Asia ci è riuscita brillantemente), l’omologazione delle grandi testate, l’inestricabile complicazione dei processi di approvazione del bilancio 2021-2027 quando più ce ne sarebbe stato bisogno, l’assenza di un dibattito a tutto tondo sulle identità e sul pluricentrismo dell’ Europa sono sfociati nel ritardo di un anno nell’ approvare il Recovery fund (che avrebbe dovuto costituire un provvedimento d’urgenza) e nel “No Deal” con la Gran Bretagna.

Il Parlamento vota contro il Consiglio, i Paesi nordici bloccano gli aiuti a quelli del Sud, mentre quelli dell’ Ovest pretendono di sanzionare quelli dell’ Est, e infine il partito di maggioranza, il PPE,a cui appartiene la Presidentessa,  blocca i lavori del Parlamento

Addirittura, le Istituzioni,  invece di risolvere tutti questi  problemi della UE,  si stanno ora preoccupando di un meccanismo per sanzionare Polonia e Ungheria, e di un regolamento generale per disciplinare le sanzioni extra-UE, pretendendo d’impartire una lezione al resto del mondo.

I Governi nazionali e locali non sono da meno, con il loro continuo up and down di provvedimenti sanitari inconcludenti dimostrano di non sapere assolutamente che fare, anche in quei casi (come quello italiano), in cui erano stati tempestivamente ammaestrati dagli esperti cinesi reduci dalla “Battaglia di Wuhan”.

Non per nulla, Cesare de Seta intitola l’editoriale de L’Espresso, testata assolutamente pro-establishment, con “Fallimento”.

Alla luce degli sviluppi della situazione attuale, viene spontaneo chiedersi se gli Europei abbiano ancora  chiaro che cosa essi vogliano e, in particolare, come intendano riformare nell’ ambito della prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa, una democrazia europea così fallimentare.

Intanto, se è vero che la parola “democrazia” fu inventata in Europa duemilacinquecento anni fa  (tant’è vero che è difficile tradurla in molte lingue extraeuropee), è anche vero ch’essa ha cambiato mille volte di significato, tanto da non averne oggi più praticamente nessuno. Poi, al di fuori dell’ Unione Europea, la “democrazia” non sembra più essere una priorità per nessuno. Non che nessuno le sia ostile, ma tutti pensano, e non del tutto a torto,  che vi sia qualcosa di più urgente: chi la difesa dei propri privilegi, chi la lotta per la supremazia, chi la difesa della patria, chi la religione…, e la stessa democrazia  diventa addiruittura una sorta di metafora, per “anglosfera”, “nazionalismo”,  “antiglobalismo”,“teologia del pueblo”..

In effetti, tutti, amici e nemici, parlano piuttosto, ed appropriatamente di un “Impero Americano” (“nascosto”, per citare  Immerwahr),  per taluni da temere, per altri da mantenere, per altri ancora, da abbattere. Anche entro questi limiti, il termine  “democrazia” sembrerebbe comunque inappropriato a descrivere l’attuale società occidentale dominata dai GAFAM, dalle 16 agenzie americane d’”intelligence”, dai capricci di Trump e dall’inconcludenza burocratica europea, vale a dire un mix casuale senza alcun chiaro principio ispiratore – un mix di esoterismo, tecnocrazia, informatica, costituzionalismo, mafie, razzismo, messianismo, capitalismo, servizi segreti, elettoralismo, propaganda, politicamente corretto, che fanno tutti capo, in un modo o nell’ altro, agli Stati Uniti-. Sembra perciò preliminarmente necessaria una previa chiarificazione del concetto di “democrazia”, Per dirla con Confucio, una “rettifica dei nomi”.

L’aeropago di Atene, là dove Eschilo colloca la nascita divina della polis

1.Per una storia controcorrente della democrazia

L’espressione era nata (in Erodoto) con una connotazione senz’altro negativa, ch’è stata certo lentamente mitigata nel corso dei millenni, ma solo recentemente ha assunto un significato neutro, e solo da pochissimi anni un senso assolutamente positivo. Ma anche in tutto il corso della sua storia il termine ha avuto per lo più un significato ambiguo, quando non controfattuale, sicché c’è da chiedersi se non vi sia una profonda verità nascosta sotto l’espressione secondo cui la democrazia è fragile”:ch’essa è innaturale, e quindi, per mantenerne almeno l’apparenza, si sia continuamente costretti a inventare una gran quantità di artifici. Si sia costretti a “far diventare gli uomini eguali”, mentre in realtà non lo sono, e tenderanno sempre a diversificarsi.

Erodoto, cittadino della Ionia, o più precisamente della Caria (Alicarnasso), e quindi suddito persiano, ne parlava a proposito del dibattito svoltosi in Persia quando era stata sventata la congiura del “falso Smerdi”. In quell’ occasione, Otane aveva proposto d’introdurre in Persia la “democrazia” (presumibilmente, il sistema tribale degli antichi Indoeuropei), ma la sua proposta era stata rifiutata perché avrebbe minato la solidità dell’Impero. Al suo posto, fu instaurata invece la monarchia achemenide. Lo stesso Erodoto dice poi (ironizzando sulla mitologia “democratica” cara agli Ateniesi),  che fu sempre un Persiano, vale a dire il generale Mardonio, a imporre la democrazia agli Ioni assoggettati, dopo avere crocifisso alcuni “tiranni”, per impedire che gli Ioni si ribellassero nuovamente, perché i regimi democratici non sono così gelosi della loro indipendenza quanto quelli monarchici, come si vide poi con il comportamento alle Termopili del re Leonida di Sparta, mirabilmente descritto sempre da Erodoto. Quando si vede che Sparta fu considerata (per esempio da Rousseau, St.Just) come il massimo modello di “democrazia”, allora si capisce in che modo le idee su questo termine siano state sempre quanto meno confuse. Premesso che la vicenda delle Termopili dimostra che il Re di Sparta aveva diritto di vita e di morte sui cittadini, con una consultazione assai blanda degli stessi Efori, resta poi anche il fatto che, a Sparta, i pochissimi cittadini optimo jure avevano una posizione di assoluto privilegio su tutti gli altri ceti, e, anzi, erano tenuti ad effettuare omicidi gratuiti fra i sudditi per mantenere il massimo della distanza dai sottoposti. Il carattere assertivamente “democratico” di Sparta veniva visto, dai giacobini”, per reazione all’ aristocrazia settecentesca, essenzialmente nella frugalità dei costumi e nel patriottismo, caratteristiche proprie piuttosto della borghesia nella sua fase iniziale, mentre, in quella successiva, di consolidamento, Constant la vedeva, al contrario, come uno strumento delle classi abbienti per godersi senza fastidi le loro ricchezze..

Tornando ai Greci, Socrate e Platone erano palesemente elitari, e furono perseguitati proprio per questo; Aristotile, loro discepolo e maestro di Alessandro Magno, indicava la “democrazia”, insieme alla tirannide e all’ oligarchia, fra i regimi degenerati deviati (parekbaseis), in quanto viola i principi dell’«utilità comune» (koinei sympheron), contrapposti a quelli retti: la monarchia, l’aristocrazia e la “repubblica” (quest’ultima, il sistema cetuale ancestrale) essendo la versione “buona” della democrazia.

Certo, gli Ateniesi dei tempi di Socrate e Platone avevano introdotto, con Clistene,  “un regime chiamato democrazia”, che era comunque anch’esso un sistema incredibilmente elitario, che coinvolgeva qualche migliaio di “cittadini” contro i milioni di sudditi di Atene, ed era diretta da un “Protos Anèr”, un “Principe”: Pericle. Nonostante questo, i teorici romani e medievali si attennero alle valutazioni negative dei classici greci, rendendole ancor più severe, considerando addirittura la democrazia ateniese come la causa del crollo della Grecia antica.

Anche le “repubbliche” premoderne e rivoluzionarie erano tutt’altro che “democratiche”: schiavitù, ceti, censo, dittatori, terrore. Saint Just e Mazzini preconizzavano un regime militarizzato e punitivo di ogni deviazione (basti leggere in originale gli scritti politici dei due autori, che propugnano, tra l’altro, l’adozione di un’uniforme per tutti i cittadini, l’uccisione dei politici con un programma “antinazionale” e il dominio mondiale delle “razze vediche”).Ma lo stesso Montesquieu sosteneva che la democrazia era applicabile solo in piccole città, ed impossibile negli Stati di grandi dimensioni. Frase ripresa di peso, da Caterina di Russia nelle istruzioni alla Commissione Legislativa,  per giustificare il proprio dispotismo illuminato.

Non casualmente il dibattito  sulla democrazia si era sviluppato soprattutto nelle effimere repubbliche (Cisalpina,Cispadana) create in Italia dalle armate napoleoniche (quando fu inventata la bandiera italiana sul calco di quella francese), e che si trasformarono in pochissimi anni in Regno d’Italia. Infatti, l’imposizione, da parte di un impero della creazione di “democrazie” negli Stati tributari costituisce, fin dai tempi dei Persiani, la prima fase del processo di subordinazione dei territori conquistati al nuovo impero in espansione,

Non solo le rivoluzioni atlantiche, ma anche il ’48 e la Comune del ’70 (nonché le relative repressioni) furono regimi di terrore (tant’è vero che Nietzsche trasse le sue convinzioni antidemocratiche dagli articoli sulla devastazione del Louvre da parte dei Comunardi).  

L’entrata in vigore del suffragio universale (per altro in un più vasto contesto autoritario) spianò poi la strada alle vittorie elettorali dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, in Italia, in Russia, Italia e Germania, e, con ciò, all’ avvento dei totalitarismi. I Bolscevichi andarono al potere con  lo slogan “tutto il potere ai soviet” Soviet; Mussolini con una coalizione trasversale di larghe intese maggioritaria in Parlamento e con l’investitura del Re; Hitler con una coalizione coni nazional-tedeschi dopo avere stravinto ben due elezioni e dopo essere stato investito dal Presidente e finanziato da banche americane e tedesche…

Quanto ai regimi post-seconda guerra mondiale, essi furono definiti molto correttamente (da Duverger, da Sartori) come “partitocratici. I partiti del CLN si appropriarono “pro quota” delle istituzioni di massa del Partito Fascista e delle sue pratiche verticistiche, e non applicarono mai le disposizioni “democratiche” della Costituzione (come quelle sull’ organizzazione democratica dei partiti, sulla partecipazione dei lavoratori e sull’ equo salario). L’organizzazione interna, basata sui, “migliori” i “cavalli di razza”, i “signori delle tessere”, “Gladio”, “Gladio Rossa”, ecc…, era semplicemente la moltiplicazione per 9 delle strutture dei partiti totalitari, con i Segretari Generali, i Comitati Centrali, il “centralismo democratico”, la gioventù (magari chiamata “Pionieri” come in Unione Sovietica), i sindacati “cinghie di trasmissione”, ecc….

Solo con l’egemonia democristiana il termine “democrazia” aveva acquisito un certo significato affermativo, venendo visto come sinonimo del partito di maggioranza relativa, anche se si trattava di nuovo di una “democrazia bloccata”, che escludeva una vera alternanza, sostituita (ed era già un miracolo), dall’ alternanza delle correnti democristiane alleate con i 9 partiti del Parlamento. Nel gergo popolare, si parlava di “democrazia” contro “comunismo”. Un sistema in ultima analisi non troppo distante da quello della Germania Est, dove un amplissimo pluralismo politico e partitico formale non riusciva certo a celare la ferrea egemonia della SED, il partito “socialista unificato” filosovietico.

Il Sessantotto portò con sé un nuovo significato della parola, divenuto sinonimo di assemblearismo e antiautoritarismo; di fatto, nel Movimento Studentesco, nei “gruppuscoli” e, poi, nel terrorismo, vigevano il culto del capo, il fanatismo assembleare, l’intolleranza verso gli avversari.

L’affermarsi di una valutazione positiva del concetto democratico portò con sé anche il risultato dell’“eterogenesi dei fini”, per cui, più la democrazia si sforzava di beneficiare il popolo e di coinvolgerlo, più si allungavano le ombre sul suo operato, con i misteri della mafia, l’intolleranza estremistica, i cadaveri eccellenti, le stragi, le “conventiones ad excludendum”, gli anni di piombo, Tangentopoli, la mafia.

“Tutto il potere ai soviet” : la parola d’ordine più democratica fonda il potere più autocratico

2.L’ossessione democratica

La vera e propria ossessione per il termine “democrazia” cominciò poi solo con la caduta del Muro di Berlino, anche per effetto della “lunga marcia attraverso le istituzioni” compiuta dai sessantottini (Cohn-Bendit, Fischer, Barroso), quando “democrazia” divenne sinonimo di “Occidente”, per la trasmigrazione degli ex marxisti “disoccupati” nell’ estremismo democratico, e anche per lo sfiancamento delle tradizionali retoriche conservatrici e socialiste. Basti vedere che, in prima linea nelle manifestazioni in Est Europa contro le cosiddette “autocrazie” spiccano sempre manifestanti con il pugno chiuso, il che dimostra che si tratta di una sorta di rivincita contro il rovesciamento delle culture politiche di quei Paesi dopo l’ ‘89.

Quel termine venne attribuito da allora sostanzialmente solo ai Paesi che fossero alleati degli Stati Uniti ed avessero una costituzione comparabile a quella degli stessi (con quello che Canfora chiama il democratometro”). Questa situazione di fatto ha messo in evidenza una ridda di contraddizioni dell’ideologia democratica. Basta il venir meno di una delle due caratteristiche, e il Paese non è più “democratico”. In Venezuela si vota, ma il Paese è anti-americano: quindi, non è democratico. L’Arabia Saudita è filo-americana, ma non si vota, quindi è antidemocratica. Fin qui tutto bene, ma  con quale logica preferire una Unione Sovietica stalinista a una Russia presidenzialista, una monarchia assoluta islamica, come l’Arabia Saudita, a una repubblica islamica, come l’Iran, o addirittura una crudele dittatura militare, come quella egiziana, ai Fratelli Mussulmani eletti democraticamente?

Il bello è che i Paesi “anti-democratici” sono normalmente soggetti a sanzioni, delle Nazioni Unite, americane, europee o di tutti questi Paesi insieme. Adesso, il Parlamento Europeo vorrebbe introdurre norme generali sulle sanzioni, per farle divenire, per così dire, un “fatto strutturale”. Non è chiaro con quale diritto, e neppure con quale logica, visto che le sanzioni rafforzano inevitabilmente i regimi che ne sono colpiti, poiché questi sono costretti, da un lato, a compattarsi, commerciando fra di loro, e, dall’ altro, a sviluppare la sostituzione delle esportazioni, divenendo temibili concorrenti di quelli che li hanno sanzionati. Forse la logica vera è quella di colpire, attraverso la Cina, la Russia, l’Iran, la Bielorussia, i loro partners europei perché non si arricchiscano troppo, superando gli Stati Uniti. Infatti, le sanzioni sono state sempre un autogoal per gli Europei, i quali, a causa della loro scomoda posizione internazionale, possono sopravvivere solo grazie alla cosiddetta “politica dei due forni”, commerciando al contempo con gli Stati Uniti e i loro avversari, mentre il “muro contro muro” con gli Stati anti-americani non fa che affrettare il loro comunque prevedibile collasso.

Il fascismo andò al potere con una maggioranza parlamentare trasversale e con l’incarico del Re a formare il Governo, e fu confermato da elezioni e plebisciti

3.La “tentazione autocratica”

Oggi, il confine fra le “democrazie” e gli “altri” (che, in mancanza di meglio, vengono definiti, assai incongruamente, “autocrazie”) sono sempre più labili. Questa constatazione viene considerato tabù poiché l’”autocrazia” (sia essa quella orientale, quella antica, quella “totalitaria” o quella ”autoritaria”), costituisce, per la “religione civile” dei Moderni, il “Male Assoluto”, su cui non si può discutere, ma che va solo esorcizzato (o sterminato).

Le singolari vicende del concetto di “autocrazia” nel mondo contemporaneo solo analizzate magistralmente nel dossier della rivista francese  “Books” dell’ Ottobre 2020, che ha introdotto , la distinzione  fra le cosiddette “autocrazie chiuse”, che “non accettano di essere contestate”(Cina, 1 miliardo e 400milioni;  Corea del Nord, 25 milioni; Vietnam, 100.000 milioni, Egitto, 100 milioni, Arabia Saudita,33 milioni, per un  totale di circa due miliardi) e i “regimi misti” (che “riguardano più della metà del Pianeta”).

Ora, sembrerebbe  già strano che il regime “normale” fosse quello adottato da una piccola minoranza, mentre un altro, diverso, regime fosse invece stato adottato dalla maggioranza. Sembrerebbe anche che sarebbe quest’ultimo a dover essere invece considerato “normale”. A parte che il “regime misto” era quello prediletto dalla maggior parte dei grandi autori, da Aristotile a san Tommaso a Montesquieu, il fatto che tante precedenti “democrazie formali” vadano verso un modello di “democrazia illiberale” sembrerebbe indicare che si tratta di una forma di necessario adattamento alle condizioni particolarmente aspre dell’attuale periodo storico, dominato dallo “stato di eccezione” (nucleare, terroristico, sanitario, digitale).

Come scrive Cacciari su l’ Espresso dell’11 ottobre, “Trump è l’’immagine’ di un sistema in cui imprese multinazionali, burocrazia militare, élites politiche, sempre più strategicamente in simbiosi, intendono decidere su tutte le questioni davvero rilevanti della nostra esistenza, superando, per  quanto possibile, regole e procedure della ‘antica’ democrazia. Una campagna a tutto campo sulle impotenze, i freni, i ritardi che quest’ ultima comporterebbe, è condizione indispensabile per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di avviarne il ‘superamento’”.

E’ un fenomeno mondiale, indotto soprattutto dalla centralizzazione informatizzata della “Mutual Assured Destruction” nucleare (MAD), e dalla conseguente esigenza, da parte dei vertici delle Grandi Potenze, di controllare capillarmente il proprio “blocco” in previsione di uno scontro totale e istantaneo basato su colpi micidiali, segreti e rapidissimi, che occorre prevedere anche da indizi infinitesimali (il famoso “first strike”). Sono quelli che hanno ispirato documenti come il “Trading with the enemy act”, il  “Patriot ACT” e il “CLOUD Act”, che hanno codificato negli Stati Uniti uno stato permanente di emergenza.

Tutto ciò impone certamente di riconsiderare le idee degli Europei sulla democrazia, ed è ciò che tenta di fare appunto il recentissimo opuscoletto dell’ Ufficio Studi del Parlamento Europeo, “An EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights.”

Il quale per altro non poteva tener conto dello spettacolo sconcertante di un’ Europa (e dei suoi Stati Membri), che, dopo 9 mesi di pandemia, non solo non riescono a frenarla, ma non riescono neppure ad adottare elementari provvedimenti finanziari per finanziare i sistemi sanitari e sostenere l’economia.

DIBATTITO SU SITUAZIONE ECONOMICA POST-COVID

Si è svolta il 16 ottobre all’ Istituto San Carlo di Torino ,Via Monte di Pietà 1, la manifestazione “IMPRESE e TERRITORIO: LE SFIDE POST COVID-19”, organizzata congiuntamente da Rinascimento Europeo e da DAI IMPRESA.

Hanno partecipato gli assessori regionali Andrea TRONZANO (Bilancio,Sviluppo delle attività  produttive e delle PMI)e Maurizio MARRONE. (Rapporti con il Consiglio Regionale e Affari Legali)

Il Prof. Carlo MANACORDA,Docente di Economia Pubblica, esperto di bilanci dello Stato ha parlato su EMERGENZA ECONOMICA E AIUTI PUBBLICI:RISCHIO CAPITALISMO DI STATO?

Il sottoscritto è intervenuto su L’AGENZIA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A TORINO: OPPORTUNITÀ PER IMPRESE E PROFESSIONISTI.

MODERATORE, Marco MARGRITA,Giornalista

Il tema del colloquio era estremamente vasto, e, forse, perfino prematuro, visto che l’epidemia di Covid-19 sta riprendendo più vigorosa che mai, e anche il Recovery Fund arriverà solo a metà 2021. Tuttavia, l’incontro ha avuto comunque il pregio di porre sul tavolo diverse prospettive e di ascoltare il punto di vista della Regione.

1.L’intervento del Prof. Manacorda

L’oggetto dell’ intervento del Professor Manacorda erano le preoccupazioni per le partecipazioni di Invitalia rese necessarie dalla crisio da Covid. Il Professore   si è chiesto se gl’interventi pubblici richiesti dalla crisi da Covid, in particolare in Italia, per quanto obiettivamente indispensabili, possano assumere un carattere permanente, in quanto non si riesca, o non si voglia, salvare in breve tempo le imprese in difficoltà. Si noti che questa preoccupazione, lungi dall’essere un’opinione solo del Professor Manacorda o di una parte dell’accademia e del mondo politico, costituisce la politica ufficiale dell’Unione Europea. La Commissaria Vestager, che, essendo responsabile per la Concorrenza, è chiamata anche a limitare gli aiuti di Stato alle imprese, hadichiarato che, se è vero che la Commissione staconcedendo  agli Stati ampie esenzioni dal divieto per contrastare la crisi da Coronavirus, queste esenzioni saranno molto ben delimitate.

Personalmente credo che la Commissaria Vestager rappresenti una visione “vecchio stile” del diritto della concorrenza, che non tiene conto della realtà economica e politica del nostro secolo, dove non si contrappongono più tanto Stato e mercato, bensì la linea politica delle Grandi Potenze definita brillantemente a suo tempo dal Kalecki come “Keynesismo militare”, in cui le esigenze economiche teoriche vengono subordinate a quelle militari, che a loro volta  vengono trasformate in stimoli per il PIL nazionale,  e quella definita allora da Fanfani come “corporativismo democratico”, adottata in fondo poi dall’ Unione Europea, secondo la quale il potere pubblico si fa portatore degl’interessi costituiti più forti o meglio rappresentati, senza l’ambizione di una precisa strategia.

Quest’orientamento da parte dell’Unione sta producendo, a mio avviso, effetti sempre più dannosi per l’Europa, come dimostrato dall’ incredibile mancanza di tempestività e di resilienza  a cui sono stati dovuti la lentezza del processo di formazione della nuova Commissione, la farraginosità dei programmi economici, il continuo slittamento della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’incredibile lentezza, rispetto ai Paesi asiatici, nel contrastare la pandemia, e, infine, l’ incapacità di adottare, in otto mesi, non soltanto i “provvedimenti urgenti”, che dovrebbero rilanciare l’economia, ma, addirittura, il Quadro Finanziario Pluriennale (cioè il bilancio) 2021-2027, che, secondo precedenti esternazioni della Commissione, avrebbe dovuto sostenere il raggiungimento, da parte dell’ Unione, di una posizione di leadership mondiale.

2.Il ruolo centrale dell’ intelligenza artificiale

Nel mio intervento, ho ricordato come sia difficile separare l’intelligenza artificiale, non solo dagli altri settori dell’informatica, bensì da tutti gli ambiti di attività della vita moderna, che si tratti di strategia, di politica, di scienze, di didattica, di medicina, di amministrazione, di comunicazione, di produzione, di economia. L’Intelligenza Artificiale costituisce uno degli elementi fondamentali nella costruzione delle società contemporanee, e per questo motivo le Grandi Potenze, a partire dagli Stati Uniti, ne hanno fatto (e ne fanno sempre più) una questione strategica per la sicurezza nazionale. Per questo l’informatica e l’intelligenza artificiale sono state favorire, e, anzi, addirittura create, con i fondi di un Ente Statale responsabile per lo sviluppo delle tecnologie militari, il DARPA. Sulla falsariga degli Stati Uniti, quasi tutti i Paesi del mondo si stanno dotando di un organismo simile al DARPA, che, in Cina, si chiama, significativamente, “Comitato per l’ Unione fra il Civile e il Militare”. In ambo i Paesi, lo Stato detta i percorsi che le aziende del settore, che sono prevalentemente private, (GAFAM e BATX) debbono seguire per fornire al Paese le adeguate competenze.

3.La situazione in Europa

In Europa, prevale la tutela degl’interessi costituiti, sicché, non essendoci forti gruppi economici operanti nel settore, vi sono poche pressioni per favorirlo. Ciò detto, l’Unione ha, e continua a perseguire, anch’essa,  proprie politiche di sviluppo del digitale, adottando documenti programmatici (come il pacchetto presentato il 28 febbraio), e sponsorizzando iniziative del settore privato, ma con molto meno energia dei suoi concorrenti. Inoltre, il “pacchetto” finanziario che avrebbe dovuto sostenere un deciso “salto” del digitale europeo è in ritardo di un anno a causa dei disaccordi sulle linee programmatiche secondo cui supportare le economie colpite dal Coronavirus, sicché i fondi dedicati a questo tema sono stati drasticamente ridotti, non se ne conosce l’importo definitivo, e saranno comunque disponibili solo a partire dall’estate prossima.

Vi sono varie iniziative in fieri, che procedono a bassa intensità oppure sono ancora latenti, ed attendono una decisione sui finanziamenti italiani, che verranno presumibilmente sbloccati solo quando si saprà di quelli europei.

Il paradosso è che, giacché il Recovery Fund, come pure i corrispondenti finanziamenti italiani, erano stati concepiti come provvedimenti d’urgenza, il lavoro di programmazione è ,non solo iniziato, ma in certi casi è già perfino finito anche se non è chiaro se le misure previste saranno poi quelle effettivamente finanziate.

Comunque sia, ci troviamo di fronte a una pletora di documenti che definiscono, in termini estremamente vaghi, ciò che dovrebbe essere fatto, ma si tratta di programmi non adeguatamente “sgrossati”, di cui si sa fin dall’ inizio che solo una parte potrà essere realizzata.

4. L’Istituto

L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale fa parte della Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Il Governo attende, per la fine del mese, commenti, che l’Associazione Culturale Diàlexis sta finalizzando. Comunque, le cose che interessano di più la maggioranza, cioè sede ed assunzioni, si faranno nel 2021 (quando, si spera, ci saranno i soldi).

Purtroppo, quest’incertezza sull’Istituto deriva da una generale incertezza sulle politiche dell’Unione. Manca una precisa strategia. A questo problema ho dedicato un libro, inviato a tutti i vertici dell’Unione, in cui propongo che, invece di creare 27 istituti nazionali di tecnologia e 27 istituti nazionali per la proprietà intellettuale, se ne crea uno solo (European Technology Agency, EIT). A Bruxelles, mi rispondono che ne esiste già uno, l’ Istituto Europeo per la Tecnologia, con sede a Budapest, la cui disciplina è stata rivista a Luglio perché la Corte dei Conti aveva trovato delle magagne. Ho scritto a tutti i membri della Commissione del Parlamento Europeo, in seguito ad una lettera di Sassoli, di non votare il rifinanziamento dell’ EIT fino a che non si sia fatta chiarezza su una strategia unitaria. Ho inviato a tutti una copia del libro sull’Agenzia Europea per la Tecnologia, invitandoli a fare, dell’Istituto Europeo, una vera agenzia centrale con competenza su tutti gli sviluppi tecnologici europei. Di fatto, il Parlamento sta rifiutando l’intero pacchetto finanziario tra l’altro perché non c’è un’adeguata copertura delle spese tecnologiche.

Nel frattempo, l’unica cosa utile per territori, istituzioni e imprese, è continuare a fare progetti e a cercare di farsi sentire dalle diverse Autorità (Commissione, Governo, APRE, Enti locali) che si stanno occupando della questione.

L’Associazione Culturale Diàlexis si propone come tramite dei suggerimenti di tutti e organizzerà al più presto un momento di confronto. Visto che siamo in un mezzo lockdown, si tratterà quasi sicuramente di un webinar.

5.Le ricadute sul Territorio

In particolare, per ciò che riguarda l’Istituto, la preoccupazione maggiore è quella che, come al solito, esso si traduca solo in una riallocazione di fondi fra i soggetti che già ne fruiscono, come l’Università e il Politecnico, senza che il territorio ne tragga alcun giovamento.

Ricordiamo che il nostro territorio versa in una crisi gravissima, che la politica e i media tendono a sottovalutare, o ad annegare in nella generica crisi da Coronavirus, mentre invece si tratta di una crisi torinese immersa  in una crisi italiana che fa parte di una crisi europea, che richiederebbe una strategia specifica, la quale invece non c’è. Occorrerebbe finalmente dirci tutta la verità sul perché di questa crisi (fine degli strascichi del “keynesismo militare”, fine della presenza della FIAT Holding, della capogruppo di Fiat Auto e di buona parte dell’ indotto, insufficienza delle politiche culturali..)

Soprattutto in questo momento, in cui tutto viene trasformato in uno strumento di potere, o almeno di concorrenza economica, vale più che mai l’idea che la ricerca debba avere una ricaduta pratica, economica, e, perché no, anche politica, Altrimenti, a che cosa servirebbe la proprietà intellettuale? Orbene, l’idea che non sia previsto un utilizzo concreto della ricerca, né che ci siano vincoli al suo utilizzo fuori del territorio, mi sembra veramente suicida.

Un esempio tipico di come un istituto di ricerca possa sganciato da una ricaduta pratica per il territorio mi sembra l’Istituito Italiano di Tecnologia di Genova (a cui per altro le Autorità sembrano ispirarsi). Non mi sembra che il livello culturale, l’occupazione o il reddito di Genova siano stati sostenuti in qualche modo percettibile dalla presenza dell’ Istituto.

In realtà, come evidenziato nel mio libro, ci sono qui enormi lacune, sia nel campo della ricerca accademica e della cultura, che in quello della ricerca applicata: anche se molti vi si sono cimentati ed esiste una pletora di documenti ufficiali, mancano studi adeguati sull’ etica dell’intelligenza artificiale e sulle strategie delle industrie del web in Europa. Mancano piattaforme in concorrenza con i GAFAM americani e i BAATX cinesi, in particolare per ciò che riguarda la promozione dei territori e il web marketing.  Manca soprattutto una strategia precisa per l’upskilling digitale a tutti i livelli, che potrebbe eventualmente fare rinascere una competenza tradizionale torinese, quella dell’ISVOR.

Soprattutto, visto che l’Istituto per l’Intelligenza Artificiale è a Torino, e non lontano dall’ Istituto Italiano di Tecnologia, e non esiste, né in Italia, né in Europa, alcun altro centro delegato a studiare le future strategie digitali per l’Europa, sarebbe il caso che l’Istituto avesse, tra l’altro, il compito di fare proprio questo: studiare e proporre strategie (teoriche e pratiche) per il digitale, da poi proporre (e/o vendere) altrove (all’ Unione Europea, agli altri Stati membri, alle Autorità, alla finanza, alle imprese.

Il dibattito che si dovrebbe aprire intorno all’ intelligenza artificiale può essere un punto di partenza per un dibattito più ampio sull’informatica nella società del XXI secolo, sfatando quei molti luoghi comuni che impediscono di darci una strategia seria.

In conclusione, abbiamo una serie di scadenze;

1)formulare proposte per il Governo, le Istituzioni, la Commissione…

2)costituire un luogo di dibattito e di aggregazione del territorio intorno alla questione delle strategie di digitalizzazione, in modo da creare una massa critica;

3)stabilire  un trait d’Union con la proposta del Comune di candidare Torino come Capitale Europea della Cultura;

4)preparare iniziative editoriali specifiche (come databases interattivi);

5)finalizzare e distribuzione dei libri già pronti;

6)fare un webinar entro dicembre con tutti gl’interessati

CRISTIANESIMO-CINA: un rapporto che prosegue da più di 1000 anni

Riportiamo qui di seguito il comunicato pubblicato  dell’ Osservatore Romano che annuncia il rinnovo dell’ accordo del 2018 sulla nomina dei vescovi, venuto a scadenza ed osteggiato violentemente dal Governo americano.

Premetteriamo una nota di carattere storico, in modo da permettere ai “nostri quattro lettori” di meglio comprendere il significato di lungo termine dell’ evento, che trascende le polemiche sollevate, per esempio, dal Segretario di Stato americano, Pompeo.

Infatti, il Cristianesimo si auto-concepisce come “universale”. e “cattolico” significa precisamente questo, tant’è vero che l’espressione “cattolico” è anteriore allo scisma d’Occidente. Di fatto, la Chiesa cattolica è l’unica organizzazione religiosa mondiale presente da più di 2000 anni, e il Cristianesimo in generale è nato in Asia, si è sviluppato lungo le Vie della Seta ed è presente fin dal suo inizio nel Mediterraneo, Caucaso, Persia, India, e, da più di un millennio, in Asia Centrale e Cina (in pratica, tutta l’ Eurasia),

Di converso, lo “Stato-civiltà” cinese esiste da 5000 anni (pensiamo all’ Imperatore Giallo), e ha occupato una parte importante dell’ Asia, irradiandovi la sua civiltà. Sarebbe stato così impossibile che quei due soggetti storici non si incontrassero, e, particolare, che non partecipassero, ciascuno a modo proprio, alla Belt and Road Initiative, che costituiscono l’attualizzazione delle antiche Vioe della Seta lungo le quaali il Cristianesimo si è diffuso.

Ovviamente, in tutti questi anni,  i rapporti fra Cristianesimo e Cina, fra diverse confessioni cristiane e non, fra l’ Europa e la Cina, ecc.., hanno subito incessanti trasformazioni, con alti e bassi, ma l’importante è che essi continuino, nell’ ottica di contribuire a una migliore comprensione, non soltanto fra diverse civiltà e comunità, ma anche in generale degli uomini nei confronti di se stessi, della propria ragion d’essere e dei propri problemi

La stele nestoriana, di epoca Tang

1.Il Cristianesimo sulle Vie della Seta

La storia del Cristianesimo si svolge, fino al Medioevo, esclusivamente lungo le Vie della Seta. Già nel vecchio Testamento, Abramo proveniva da Ur dei Caldei e si trasferiva ad Harran (quindi, percorreva l’antica Via Regia degli Assiri), mentre gli altri Patriarchi si recavano in Egitto, per poi tornare, con Mosè, in Galilea, e unirsi, con la Regina di Saba, ai Sabei e agli Etiopi (dome narra il Debra Nagast).  Dopo di che, la Vita di Gesù, preannunziata dalla venuta dall’ Oriente dei Magi, e preceduta dalla Fuga in Egitto,  si svolge in Palestina. Paolo di Tarso è anatolico; egli e San Pietro vengono martirizzati a Roma, Sant’Andrea in Russia e San Tommaso a Chennai, lungo la Via delle Spezie.

I primi regni cristiani furono quelli della Cappadocia, del Caucaso, dell’ Egitto e dell’ Etipia, dove si tradusse la Bibbia in aramaico, in copto e gheez. L’apocalisse fu scritta a Patmos, di fronte le coste anatoliche, ibncorporandio le tradizioni apocalittiche persiane ed ebraiche,  e destinata alle Sette Chiese dell’ Asia Minore, ove si svolsero i primi concili. La Chiesa Orientale trae origine da Costantinopoli. Il più grande concilio nestoriano fu quello di Ctesifonte, con cui l’imperatore persiano assegnò ai Nestoriani le diocesi dell’ Asia.

L’Islam nasce nell’ Higiaz con influenze cristiane orientali. Partendo dalla Sogdiana, i Nestoriani fecero proselitismo fra i regnanti cinesi, turcofoni e mongoli, fino ad essere riconosciuti come una religione dell’ impero Tang, stabilendo la propria sede patriarcale a Xian, traducendo la Bibbia e producendo i Sutra di Gesù.

Quando i Tang smisero di riconoscere le “religioni straniere”, i nestoriani si trasferirono in Mongolia.

Il trasbordo in Occidente dell’ideologia imperiale cinese: Laozi, i Gesuiti e gl’Illuministi

2.Le missioni cattoliche

Nel 1245, in seguito alle conquiste in Europa del Khan Ögödei, Papa Innocenzo IV aveva inviato, a partire dal 1245, presso il suo successore, per proporre un accordo, diversi religiosi, tra cui   il francescano Giovanni da Pian del Carpine, ch’erano, però,   tornati  in Italia nel 1247 senza risultati politici, ma  lasciandoci invece il suo libro “Historia Mongalorum”, una delle prime opere medievali su quell’impero. Grazie a un’altra di queste opere, il “Milione”, le missioni in Cina della famiglia Matteo, Niccolò e Marco Polo sono divenute   le più famose, e la Cina aveva acquisito il fascino che la caratterizza ancor oggi, legato alla dimensione unica della sua civiltà.  Il Gran Khan aveva richiesto al Pontefice, attraverso i Polo, l’invio di un’ importante missione, richiesta  però sostanzialmente non soddisfatta dalla seconda missione, quella di Marco.

Nel 1288, mentre Marco Polo era ancora attivo in Cina,  papa Nicola IV  aveva affidato  a Giovanni da Montecorvino il compito di fondare missioni nell’Estremo Oriente, fra cui quella in Cina. Nel 1299 fra’ Giovanni aveva dunque costruito la prima chiesa di Khān Bālīq (Pechino),  traducendo poi  anche il Nuovo Testamento ed il Libro dei Salmi. Clemente V  aveva inviato poi altri sette frati francescani (molto meno di quanto desiderato dal Gran Khan) con compito di aiutarlo e di consacrarlo arcivescovo di  Pechino e “sommo vescovo” di tutta la Cina.

Buddha-Gesù

3.Il ruolo dei Gesuiti

Era stata poi la volta dei gesuiti Michele Ruggieri e Matteo Ricci, arrivati in Cina nel 1582. Ricci, che   si era stabilito a Pechino nel 1601,
scrisse numerose opere in Cinese per promuovere e presentare la religione cristiana, ma anche l’Europa in generale e la sua cultura tecnica e umanistica, pubblicando tra l’altro  il primo mappamondo di tipo occidentale scritto in Cinese. Fu anche l’iniziatore del primo progetto di dizionario cinese-latino, il cosiddetto «dizionario Ricci», che costituì la base concettuale dei “Riti Cinesi”.

Per più di cent’anni, la missione gesuitica svolse una fondamentale funzione di collegamento fra le culture cinese e occidentale, diffondendo in Cina la cultura matematica, astronomica ed artistica  europea (in particolare, Giovanni Castiglione fu pittore e architetto di corte), e,  in Europa, quella linguistica, filosofica e artistica cinese. Grazie a loro si diffuse in Europa lo stile cinesizzante, e i “philosophes” illuministi -in particolare Leibniz, Voltaire e Fresnais-, diffusero il mito della Cina, presentata, nelle loro opere, come un modello per le monarchie illuminate, in particolare per quelle di Luigi XIV e Federico II di Prussia. La “Controversia dei Riti”, con cui parti della Chiesa contestavano ai Gesuiti, tra l’altro, la traduzione della Bibbia e il culto degli antenati, si estese ben oltre il mondo ecclesiale, coinvolgendo tutta la cultura europea fra il ‘600 e il ‘700, su tutti i grandi temi -della filosofia, della teologia, della storia, della politica e della linguistica-, avendo per conseguenza la chiusura della missione dei Gesuiti in Cina e contribuendo addirittura allo scioglimento dell’ Ordine.

Le attuali Vie della Seta

4.Altre missioni

La chiusura della missione gesuitica non escluse nell’Ottocento e Novecento la presenza di altre missioni, cattoliche e protestanti, che influenzarono, nel bene come nel male, i rapporti fra la Cina e il Cristianesimo. Basti pensare alla forte influenza protestante sui Taping e sul Kuomingtang-, come pure al ritiro della condanna dei Riti Cinesi per le pressioni, su quello italiano, dell’ allora Governo collaborazionista.

Dopo il 1949, il Cattolicesimo,come tutte le religioni, poté operale solo sotto il controllo dell’Amministrazione degli Affari religiosi  e all’ interno dell’ Associazione del Cattolici Patriottici, che mira alla “sinicizzazione” della Chiesa Cattolica (sulla falsariga di quanto era avvenuto con la Chiesa nestoriana e quanto avviene con le Chiese protestanti). Sinicizzazione che prende di mira, più  che gli aspetti propriamente religiosi, quelli lato sensu culturali, come lo stile esotico dei luoghi di culto (chiese o moschee), l’ uso dell’ Arabo e di abiti islamici, e  questioni di prestigio (dimensione di templi, minareti o croci …).

L’attuale accordo costituisce finalmente una ripresa  delle antiche relazioni, grazie anche al fatto che Francesco è il primo papa gesuita. Per i motivi che precedono, sarebbe sviante ricondurre le discussioni  attualmente  in corso in Occidente sul nuovo accordo, a circoscritte questioni di carattere contingente, dovendo vedersi in esse invece il portato di una problematica di lungo periodo, che incide sull’idea stessa che i vari popoli hanno delle civiltà e della loro coesistenza.

Le Vie della Seta antiche

Da “l’Osservatore Romano” del 16/20/2020

Rinnovato per due anni l’Accordo Provvisorio tra Santa Sede e Cina

L’annuncio in un comunicato diffuso dalla Sala Stampa: “L’avvio è stato positivo, grazie alla buona comunicazione e collaborazione tra le parti”. Pubblichiamo un articolo che esce su L’Osservatore Romano di oggi per spiegare le ragioni della decisione

L’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, riguardante la nomina dei Vescovi, è stato firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Entrato in vigore un mese dopo, con la durata di due anni ad experimentum, l’Accordo, dunque, scade oggi. In prossimità di tale data, le due Parti, hanno valutato vari aspetti della sua applicazione, e hanno concordato, tramite lo scambio ufficiale di Note Verbali, di prolungarne la validità per altri due anni, fino al 22 ottobre 2022. Il rinnovo, quindi, dell’Accordo Provvisorio sembra essere un’occasione propizia per approfondirne lo scopo e i motivi.

Lo scopo principale dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi in Cina è quello di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in quelle terre, ricostituendo la piena e visibile unità della Chiesa. I motivi principali, infatti, che hanno guidato la Santa Sede in questo processo, in dialogo con le Autorità del Paese, sono fondamentalmente di natura ecclesiologica e pastorale. La questione della nomina dei Vescovi riveste vitale importanza per la vita della Chiesa, sia a livello locale che a livello universale. Al riguardo, il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, afferma che “Gesù Cristo, pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli apostoli, come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Gv 20,21), e ha voluto che i loro successori, cioè i vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli. Affinché poi lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione”. (Lumen Gentium, 18).

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03/10/2020

Parolin: quello con la Cina è un accordo cercato da tutti gli ultimi Papi

Questo insegnamento fondamentale, che riguarda il ruolo peculiare del Sommo Pontefice all’interno del Collegio Episcopale e nella stessa nomina dei Vescovi, ha ispirato le trattative ed è stato di riferimento nella stesura del testo dell’Accordo. Ciò assicurerà, poco a poco, cammino facendo, sia l’unità di fede e di comunione tra i Vescovi sia il pieno servizio a favore della comunità cattolica in Cina. Già oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i Vescovi in Cina sono in comunione con il Vescovo di Roma e, grazie all’implementazione dell’Accordo, non ci saranno più ordinazioni illegittime.

Bisogna tuttavia rilevare che con l’Accordo non sono state affrontate tutte le questioni aperte o le situazioni che suscitano ancora preoccupazione per la Chiesa, ma esclusivamente l’argomento delle nomine episcopali, decisivo e imprescindibile per garantire la vita ordinaria della Chiesa, in Cina come in tutte le parti del mondo. Recentemente, l’Em.mo Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, intervenendo su “La Chiesa cattolica in Cina tra passato e presente” al Convegno svoltosi a Milano il 3 c.m., in occasione del 150° anniversario dell’arrivo dei missionari del Pime in Henan, ha fatto presente che sull’Accordo Provvisorio sono sorti alcuni malintesi. Molti di questi sono nati dall’attribuzione all’Accordo di obiettivi che esso non ha, o dalla riconduzione all’Accordo di eventi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina che sono ad esso estranei, oppure a collegamenti con questioni politiche che nulla hanno a che vedere con l’Accordo stesso. Ricordando che l’Accordo concerne esclusivamente la nomina dei Vescovi, il Cardinale Parolin si è detto consapevole dell’esistenza di diversi problemi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina, ma anche dell’impossibilità di affrontarli tutti insieme.

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29/09/2020

Santa Sede e Cina, le ragioni di un Accordo sulla nomina dei vescovi

La stipulazione dell’Accordo, dunque, costituisce il punto di arrivo di un lungo cammino intrapreso dalla Santa Sede e dalla Repubblica Popolare Cinese, ma è anche e soprattutto il punto di partenza per più ampie e lungimiranti intese. L’Accordo Provvisorio, il cui testo, data la sua natura sperimentale, è stato consensualmente mantenuto riservato, è frutto di un dialogo aperto e costruttivo. Tale atteggiamento dialogante, nutrito di rispetto e amicizia, è fortemente voluto e promosso dal Santo Padre. Papa Francesco è ben cosciente delle ferite recate alla comunione della Chiesa nel passato, e dopo anni di lunghi negoziati, iniziati e portati avanti dai suoi Predecessori e in una indubbia continuità di pensiero con loro, ha ristabilito la piena comunione con i Vescovi cinesi ordinati senza mandato pontificio e ha autorizzato la firma dell’Accordo sulla nomina dei Vescovi, la cui bozza peraltro era stata già approvata da Papa Benedetto XVI.

Il Cardinale Parolin ha sottolineato che l’attuale dialogo tra Santa Sede e Cina ha radici antiche ed è la continuazione di un cammino iniziato molto tempo fa. Gli ultimi Pontefici, infatti, hanno cercato ciò che Papa Benedetto XVI ha indicato come il superamento di una “pesante situazione di malintesi e di incomprensione”, che “non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina”. Citando il suo predecessore Giovanni Paolo II, scriveva nel 2007: “Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e – credo – a vantaggio di tutta l’umanità, auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo” (Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi, ai Presbiteri, alle Persone Consacrate e ai Fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, N. 4).

Da parte di alcuni settori della politica internazionale si è cercato di analizzare l’operato della Santa Sede prevalentemente secondo un’ermeneutica geopolitica. Nel caso della stipula dell’Accordo Provvisorio, invece, per la Santa Sede si tratta di una questione profondamente ecclesiologica, in conformità a due principi così esplicitati: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia” (Sant’Ambrogio) e “Ubi episcopus, ibi Ecclesia” (Sant’Ignazio di Antiochia). Inoltre, c’è la piena consapevolezza che il dialogo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese favorisce una più proficua ricerca del bene comune a vantaggio dell’intera comunità internazionale.

Proprio con questi intendimenti, l’Arcivescovo Paul R. Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ha incontrato il Sig. Wang Yi, Consigliere di Stato e Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, nel pomeriggio del 14 febbraio 2020, a Monaco di Baviera, a margine della 56^ edizione della Conferenza sulla Sicurezza, anche se di fatto, il loro primo incontro personale, benché non ufficiale, era avvenuto in occasione di una Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York.  Occorre notare che ambedue gli incontri hanno avuto luogo nel contesto della diplomazia multilaterale che agisce in favore della pace e della sicurezza globale, cercando di cogliere ogni segnale, anche minimo, che permetta di sostenere la cultura dell’incontro e del dialogo.

Come reso pubblico dalla Santa Sede, nel corso del colloquio svoltosi in Germania sono stati evocati i contatti fra le due Parti, sviluppatisi positivamente nel tempo. In tale occasione, poi, si è rinnovata la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese. Si è auspicata, inoltre, maggiore cooperazione internazionale al fine di promuovere la convivenza civile e la pace nel mondo e si sono scambiate considerazioni sul dialogo interculturale e i diritti umani. In particolare, è stata evidenziata l’importanza dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi, ora prorogato, con l’auspicio che i suoi frutti siano sempre maggiori, in base all’esperienza maturata nei primi due anni della sua applicazione.

Per quanto riguarda i risultati finora raggiunti, sulla base del quadro normativo stabilito dall’Accordo, sono stati nominati due Vescovi (S.E. Mons. Antonio Yao Shun, di Jining, Regione autonoma della Mongolia Interna, e S.E. Mons. Stefano Xu Hongwei, a Hanzhong, Provincia di Shaanxi), mentre diversi altri processi per le nuove nomine episcopali sono in corso, alcuni in fase iniziale altri in fase avanzata. Anche se, statisticamente, questo può non sembrare un grande risultato, esso rappresenta, tuttavia, un buon inizio, nella speranza di poter raggiungere progressivamente altre mete positive. Non è possibile trascurare il fatto che negli ultimi mesi il mondo intero è stato quasi paralizzato dall’emergenza sanitaria, che ha influenzato la vita e l’attività, in quasi tutti i settori della vita pubblica e privata. Il medesimo fenomeno ha influito, ovviamente, anche sui contatti regolari tra la Santa Sede e il Governo cinese e sulla stessa attuazione dell’Accordo Provvisorio.

L’applicazione dell’Accordo, con l’effettiva e sempre più attiva partecipazione dell’Episcopato cinese, dunque, sta avendo una grande importanza per la vita della Chiesa cattolica in Cina e, di riflesso, per la Chiesa universale. In tale contesto, si colloca anche l’obiettivo pastorale della Santa Sede, di aiutare i cattolici cinesi, a lungo divisi, a dare segnali di riconciliazione, di collaborazione e di unità per un rinnovato e più efficace annuncio del Vangelo in Cina. Alla comunità cattolica in Cina – ai Vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai fedeli – il Papa ha affidato in modo particolare l’impegno di vivere un autentico spirito di amore fraterno, ponendo dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni, testimoniando la propria fede e un genuino amore. É doveroso riconoscere che permangono non poche situazioni di grande sofferenza. La Santa Sede ne è profondamente consapevole, ne tiene ben conto e non manca di attirare l’attenzione del Governo cinese per favorire un più fruttuoso esercizio della libertà religiosa. Il cammino è ancora lungo e non privo di difficoltà.

La Santa Sede, con piena fiducia nel Signore della storia, che guida indefettibilmente la sua Chiesa, e nella materna intercessione della Ss.ma Vergine Maria, Madonna di Sheshan, affida al sostegno cordiale e, soprattutto, alla preghiera di tutti i cattolici questo passaggio delicato e importante, auspicando che i contatti e il dialogo con la Repubblica Popolare Cinese, che hanno maturato un primo frutto nella firma dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi e la proroga di oggi, contribuiscano alla soluzione delle questioni di comune interesse ancora aperte, con particolare riferimento alla vita delle comunità cattoliche in Cina, nonché alla promozione di un orizzonte internazionale di pace, in un momento in cui stiamo sperimentando numerose tensioni a livello mondiale 22 ottobre 2020, 12:00.”

FINE DELLE GRANDI NARRAZIONI O SCONTRO FRA NUOVE NARRAZIONI?

L’obiettivo del Postumanesimo è l’ Apocalisse

La gravità dello stallo dell’integrazione europea è dimostrata dal fatto che perfino il Movimento Europeo lo denunzia oramai continuamente , non lesinando critiche ai vertici dell’ Unione (vedi newsletter allegata).

Anche autori sostanzialmente allineati con il Mainstream, come Massimo Cacciari, sparano oramai a zero sull’ “establishment”.

L’11 settembre, Cacciari aveva pubblicato su “La Repubblica” un articolo dal o titolo “L’ Europa non pensa più”. Titolo significativo, che documenta il disorientamento gravissimo in cui versa l’establishment europeo fino dalla caduta del Muro di Berlino.  A mio avviso, non è esatto che l’Europa non pensi più: è, piuttosto, che l’establishment non può più utilizzare oltre il tempo massimo gli stereotipi inventati callidamente alla caduta del Muro di Berlino per frenare la naturale rivincita del potere europeo (l’”Europe Puissance” di Giscard d’ Estaing) in seguito alla caduta del ricatto bipolare , e, non avendone saputi costruire altri credibili, si rivolge al pubblico europeo con discorsi palesemente incoerenti, basati su puri giochi linguistici, che vengono giustamente assimilati allo stop cerebrale denunziato da Macron nella NATO.

Ulrike Guérot vede il futuro come molto conflittuale

1.Dalle ideologie sette-ottocentesche al comunitarismo

Il crollo del  socialismo reale aveva implicato altresì la destabilizzazione del sistema occidentale, che, nella specularità con il blocco socialista, trovava una ragion d’essere e una legittimazione nella comune adesione al messianesimo immanentistico, chiudendo così la porta ad altre alternative storiche.

In questa luce, on risulta comprensibile anche la radicalizzazione l’esplosione dei comunitarismi americani: i fanatici dell’”American Creed” come Trump contro gli Afrocentristi. Infatti, la decadenza dell’ America come baluardo contro il comunismo ha fatto perdere agli Americani la fede messianica nel Destino Manifesto, come pure il senso di sicurezza derivante dall’ appartenenza a un popolo eletto. Ciascuno cerca, dunque, ora rifugio nella propria identità ancestrale: WASPS e sino-americani, latinos e afro-americani…

I primi, chiedono, con il Presidente Trump, che, nelle scuole, si cambino i programmi di storia per esaltare il contributo dato all’ America al progresso della Modernità; i secondi sono trincerati dietro il “Progetto 1619”, che mira a porre in luce quanto, della storia americana, sia contrassegnato dalla conquista, dallo schiavismo, dalla spoliazione, dalla discriminazione e dall’ ipocrisia.

Con il comunitarismo degli anni ‘80,la “Gemeinschaft” di Toennies vinceva su tutti i fronti contro la “Gesellschaft” hegeliana. Il caso più eclatante era però quello delle “Comunità Europee” che vsvano fatto di tutta l’ Europa un fascio di comunità. Già erano nati (e/o rinascevanono) infatti ovunque, in omaggio al principio della “Différence” derridiana, nuovi pensieri politici (come il “Novij Russkyi Konzervatizm” e lo “Jeni Osmancilik”), non più eredi della Rivoluzione Francese come erano state le vecchie, strumentali, “Ideologie” criticate già sul nascere, come astratte e parziali, da Napoleone e da Carlo Marx. Un esito certo non previsto da molti, e traumatico a causa del carattere religioso (direi anzi fideistico) di quelle ideologie, ben messo in evidenza ancora recentemente dal Nelson, un carattere che le rende rigide (come si suol dire con un orribile neologismo, “non negoziabili”).

Che i diversi nuovi comunitarismi, dall’ortodossia ebraica all’islam politico, da Solidarnosc al neo-ottomanismo,  costituissero anche un’ implicita sfida alla egemonia “occidentale” (perché negavano l’universalità dei suoi valori) era del tutto prevedibile (e compreso perfettamente  per esempio da coloro che avevano osteggiato Gorbaciov, Walesa e Jelcin, per non ammettere delle “via nazionali” slave verso l’Europa).Il comunitarismo aveva, già in quegli anni, influenti seguaci in tutte le latitudini, da Israele al mondo islamico e indico, per poi porsi alla base di Solidarnosc e dei regionalismi europei. Perfino le Repubbliche post-sovietiche si erano autoproclamate, per “rivalità mimetica”, “Comunità di Stati Indipendenti”.

Solo l’Europa, muovendo in controtendenza, aveva chiamato, con il Trattato di Lisbona, la propria organizzazione “Unione Europea”, eliminando il glorioso nome di Comunità Europee. Ciò era avvenuto in gran parte per un’espressa domanda della Gran Bretagna, che aveva obbligato ad espungere addirittura dal Trattato inno e bandiera, per togliere all’ Unione ogni carattere identitario. Il punto era, ed è, che l’unico comunitarismo ammesso è quello americano, sì che forme diverse di comunitarismo non sono ammissibili, perchè farebbero ombra all’ identità americana. Tuttavia, ora, dopo la Brexit, il comunitarismo europeo dovrebbe prendersi la sua rivincita.

Ciò ha portato a un’ovvia debolezza dell’ identità europea, che per le sue origini e caratteristiche è distinta da quella americana,  delegittimando in particolare  le radici eurasiatiche dell’ Europa a favore di quelle occidentali, e di mantenendo gli Europei centro-orientali in uno stato di minorità.

Oggi ci si lamenta della rivolta del Donbass, dell’annessione della Crimea, dell’ appoggio della Turchia a Serraj, dell’estremismo religioso di Kaczynski e della guerra di Orban contro Soros, ma si dimentica quanto il rifiuto di legittimare la Perestrojka, l’Europa Orientale e la Turchia Europea abbia a contribuito ad esacerbare tutti i nostri partner, inizialmente sostenitori quasi fanatici dell’ integrazione europea. Basti pensare all’ articolo di Putin sulla prima pagina de “La Stampa” di Torino per il 50° anniversario dell’Unione Europea,

Da allora, sono iniziati l’attacco all’Ossezia, la denigrazione della Russia, il boicottaggio delle trattative di adesione della Turchia e via discorrendo.

La Russia starebbe destabilizzando l’ Europa, Semmai, quella che oggi è destabilizzata è l’America, e l’ Europa non può trarne che un vantaggio.

In “Paneuropa”, Coudenhove Kalergi aveva già lanciato un progetto molto chiaro di federalismo mondiale

2. Borrell: “Multipolarismo senza consenso”? o “Multipolarismo multuculturale”?

Le recenti prese di posizione dell’Alto Rappresentante Borrell circa l’”autonomia strategica dell’ Europa” ci spingono a un’ulteriore, anche se breve, riflessione su questo cruciale passaggio della nostra identità culturale.

Secondo Borrell,  si assiste al“l’emergere di un mondo multipolare con sempre più attori ma senza che ci sia un vero consenso intorno ad essi”. Ricordiamo che l’ Europa si era sempre schierata a favore di un mondo multipolare, ma con l’arrière pensée ch’esso sarebbe  stato anche monoculturale, cioè copertamente occidentale. Invece, oggi un consenso culturale c’è, eccome, ma sta proprio (ovunque, anche in America) nell’opposizione contro l’egemonia occidentale ammantata dall’ ideologia del progresso (il cosiddetto “Washington Consensus”). È ciò che Borrell definisce “un mondo multipolare senza multilateralismo”, ma.che,in realtà, è un mondo al contempo multipolare e multiculturale. Che altro infatti è il multiculturalismo se non il tanto deprecato relativismo culturale, che ritiene che possano, e debbano, partecipare, alla configurazione del mondo, non soltanto i messianesimi occidentali, ma anche le filosofie orientali e i popoli pre-alfabetici, l’ Islam e il politeismo dell’ Asia Meridionale e del Giappone. Le Nazioni Unite debbono essere il foro in cui si confrontano le diverse visioni del mondo.

Borrell dimentica anche di precisare che l’attuale segmentazione del mondo in centri di potere sempre più confliggenti fra di loro deriva esclusivamente dalla volontà dell’ America, che, per evitare i vincoli posti al suo messianesimo dalle Nazioni Unite, ha lanciato le “guerre umanitarie” (Irak, Afghanistan, Libia) senza l’avallo delle stesse, fondandosi invece solo sulle “coalitions of the Willing”, vale a dire fasci di accordi bilaterali minoritari. Con ciò prima legittimando, poi promuovendo attivamente, una politica di “giri di Walzer” simile a quella che aveva portato alla Ia e alla IIa Guerra Mondiale. A questo punto, come stupirsi se gl’interlocutori degli Stati Uniti si sono visti spinti in tutti i modi a far leva ciascuno sulla propria specifica identità per contare di più nel mondo multipolare?

Di fronte a questa obiettiva realtà mondiale, l’obiettivo dichiarato da Borrell (“livellare il campo di gioco tra gli Stati, dar vita a norme e standard applicabili allo stesso modo per tutti gli attori globali in modo da rendere più eque le loro relazioni commerciali, economiche”)è, a nostro avviso, al contempo, troppo poco ambizioso, troppo astratto, e, comunque, ampiamente mistificante. Durante tutti questi 70 anni, “livellare il campo di gioco” ha significato in realtà aprire la strada ai poteri forti (concentrazioni editoriali e cinematografiche, industrie del web, servizi segreti, grandi famiglie, eserciti delle grandi potenze),  in modo che potessero  occupare sempre più interstizi in tutte le società, impedendo ai diversi popoli e alle diverse culture di dare i proprio contributo al futuro del mondo attraverso un’equa partecipazione ideologica, professionale, economica e politica. Abbiamo avuto così il pensiero unico, i GAFAM, Echelon, Prism, la Società dell’ 1%, la perpetuazione dell’ occupazione dell’ Europa…Perché mai dovremmo spianare la strada ai GAFAM che sono allo stesso tempo sette, chiese, servizi segreti, Stati nello Stato?

In particolare, in Europa, “livellare il campo da gioco”  è stato solo un paravento evitare la nascita di Campioni Europei, lasciando libero il campo ai giganti americani (Ford, General Motors, General Electric, Boeing, Lockheed, IBM, i GAFAM), per ritardare sine die la nascita di una cultura europea e di un esercito europeo..

In realtà, l’Unione si è resa complice, con la sua politica fiscale, antitrust e di outsourcing, del predominio tirannico dei GAFAM, e, con la sua critica ossessiva delle politiche dei Pasi extraeuropei, delle effettive forme di repressione esistenti nel nostro Continente: dalle leggi memoriali al capitalismo della sorveglianza, dalla negazione della cittadinanza alle minoranze nel Baltico alla detenzione sine die del Governo catalano e di Assange.

Fra i vecchi imperi ci sono anche quelli che hanno fatto la storia d’Europa

3.La rivincita dei vecchi imperi

“Il ritorno dei vecchi imperi” che Borrell vorrebbe scongiurare altro non è che l’espressione più appariscente   di quella resistenza delle altre parti del mondo contro la manovra livellatrice dell’ “Impero nascosto” di cui parla Immerwahr, quella in esito della quale nel 2001 lo slogan corrente era “siamo tutti americani”.

Infatti:

a)il solo vero impero, erede del “sogno di Serse” di conquistare l’Europa per essere pasri agli Dei,  è oggi più che mai quello americano;

b)gli altri “Stati civiltà” di cui si parla in Cina, vale a dire gli Stati semi-continentali capaci di esprimere le specificità di una propria cultura, possono ovviamente sorgere più facilmente dove in passato sono esistiti degl’imperi, intendendo, con questo termine, degli Stati sovrannazionali che s’identificavano, anziché con un’etnia, con un modello di umanità, ma non devono necessariamente identificarsi con la hybris achemenide;

c)anche l’idea originaria del federalismo europeo era quella di attribuire un qualche carattere imperiale, nell’ambito di una  “Translatio Imperii” biblica e classica, all’ Unione Europea, sulla scia di Voltaire, di Coudenhove Kalergi e dello stesso Spinelli, ma questo storico obiettivo era stato travolto dall’ideologia “angelistica” affermatasi dopo la caduta del Muro di Berlino, secondo cui l’Unione Europea sarebbe stata, come dice Borrell, “il rifiuto del potere”;

d)multilateralismo significa la possibilità di tutti i popoli di operare a livello mondiale su un piede di parità, e questo è appunto il primo obiettivo dell’Unione europea, ma ciò non è mai avvenuto in pratica perché tutte le grandi decisioni sul piano mondiale sono state sempre determinate dai soli Stati Uniti, anche per l’autolesionistico “rifiuto del potere” da parte degli Europei;

e)L’Unione Europea, soggetto nuovo che però ha dietro di sé una storia antichissima, ha oggi esattamente lo stesso problema di tutti gli altri Stati-Civiltà: come fare sentire la propria voce sui futuri assetti del mondo a dispetto del debordante potere dell’unico “Impero Nascosto”. E il primo a saperlo dovrebbe essere, per la sua carica, proprio Borrell, il quale si trova tutti i giorni confrontato all’impossibilità, per le Istituzioni europee, di creare, come tutti invece si aspetterebbero,  una loro “civiltà digitale”, alternativa a quella, imperante, della “Singularity” e della sorveglianza , e che vedono le proprie iniziative, come quelle sul clima o in Iran, cassate brutalmente dagli Stati Uniti;

f) la cosiddetta “rivincita dei vecchi imperi”  costituisce anche l’abbozzo del tentativo concreto  di superare un’altra difficoltà denunziata da Borrell, quella del “proliferare degli Stati sovrani”, che rende impossibile un dialogo coerente a livello mondiale. La creazione di grandi Stati-Civiltà, uniti ciascuno dal fatto di rappresentare una determinata tradizione culturale (esempi tipici, gli USA e la Cina), permette un dibattito trasparente e alla pari, fra soggetti dotati di adeguata forza, competenza e motivazione;

g) alcuni dei “Vecchi imperi” (Turchia, Russia) sono in realtà delle sub-sezioni dell’Europa, che, nel corso dei millenni, avevano  rivendicato per sé la translatio imperii biblica e romana (la “seconda e la terza roma”), così come Song e Jin avevano rivendicato quella sinica, e abbassidi e fatimidi quella islamica. Ma anche Spagna, Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Polonia e Ungheria sono resti di vecchi imperi, ed è per questo ch’essi rivendicano ancor oggi una qualche forma “sovranità internazionale” (vedi la repressione dell’indipendenza catalana e scozzese, la “francofonia”, le bandiere della Rzeczpospolita a Minsk…). L’Europa non può tener conto solo dei suoi sedicenti “Stati Membri” (che comunque sono anch’essi troppo numerosi), ma deve dare un ruolo effettivo nella governance  e distinto alle sue grandi Regioni storiche, alle microregioni e alle città, che corrispondono alle vecchie Monarchie, Corone, Stati e Città.

h)Come spiega Immerwahr nel suo “Impero Nascosto”, la “creazione di principi e ruoli universali” è stato il capolavoro del Presidente americano Hoover, che, attraverso la standardizzazione, ha assoggettato il mondo. Tuttavia, il rendere tutto standardizzato elimina l’umano, che è imperfezione e soggettività, a favore della macchina, che è tutta logica e principi.

L’Europa senza potere è un’Europa dove il potere ce l’hanno gli altri

4.Il “rifiuto del potere”: causa prima dell’anarchia europea

L’intervento di Borrell parte, come del resto interventi simili da parte di altri esponenti europei, dalla convinzione che il motore primo dell’ Unione Europea sia stato il rifiuto del potere.

Quest’affermazione è, intanto, poco credibile, perché qualunque uomo politico, e qualunque organizzazione politica, non può che ricercare il potere, altrimenti non esisterebbe, né si guadagnerebbe da vivere.

In secondo luogo, essa è in netto contrasto con i grandi fautori dell’ integrazione europea, da Dubois a Podiebrad, da Sully a Saint Pierre, da Voltaire  Nietzsche a Spinelli, da Giscard d’ Estaing a Joschka Fischer. In particolare,  Spinelli rivendicava l’amore per il potere quale motivazione prima del suo impegno politico, Giscard rivendicava l’ “Europe Puissance” e Fischer la ”Selbstbehauptung Europas”.

In realtà, il “rifiuto del potere” (emerso nel discorso europeo solo dopo la trasformazione in “Unione”) costituisce sostanzialmente  da sempre il programma del movimento anarchico, e dunque è normale che, da quando esso è divenuto anche quello dominante nell’ Unione Europea, noi viviamo ora nel caos che vediamo ogni giorno, con il Complesso Informatico-Militare che spadroneggia impunito (come testimoniano le sentenze Assange, Schrems e Apple), con la Turchia e la Grecia che si minacciano di guerra e l’Italia che partecipa alle manovre navali su ambedue i fronti, con un Recovery Fund che non è ancora stato approvato dal Parlamento Europeo, mentre intanto i ministeri degli Stati Membri affastellano milioni di progetti irrealizzabili, anziché presentare i pochissimi utili.

Che i vertici europei rifiutino di esercitare il loro potere è un regalo eccezionale ai nemici dell’Europa, un regalo troppo bello per essere casuale.

L’Europa dovrebbe difendere l’umano contro il complesso informatico-militare

5. Un’ Europa che rifiuta il potere tradisce la sua missione

In un precedente blog, avevamo scritto: “All’Europa spetterebbe dunque, all’ interno di questa sfida mondiale, grazie al suo tradizionale attaccamento alla libertà, una  specifica ‘missione’ prioritaria: quella d’ inventare (o reinventare) una cultura capace di tenere a freno le pretese totalitarie del sistema macchinico, opponendo ad esse la ‘prassi liberante’ propria dell’Umano (Burgess, Kubrick, Barcellona). Tuttavia, l’attuale cultura occidentale, imperniata sul sansimonismo, sull’etica puritana, sui miti deterministici dell’’intelligenza collettiva’ e del ‘lavoratore’, non è la più adatta a generare questo nuovo tipo di uomo, signore e padrone del mondo macchinico. L’Europa si trova perciò oggi in un vicolo cieco.

L’attuale debolezza politica, culturale e militare del Continente non può costituire una scusa, ma, anzi, deve costituire uno stimolo per l’impresa memorabile di ‘rovesciare il tavolo’. Per essere all’altezza della situazione, la cultura deve ritornare ai valori ‘assiali” della saggezza, della filosofia, ‘dell’’humanitas’, che l’accomunano alle altre antiche civiltà, contrapposti al ‘banauson ergon’ (quel ‘lavoro bruto’ che oggi si identifica con le macchine intelligenti, mentre il lavoratore-macchina sta finalmente sparendo dall’ orizzonte).”

Quando Cacciari scrive che “ l’ Europa non pensa più”, cioè non è più in grado di definire adeguatamente  se stessa,  è proprio perché, a partire dalla sua trasformazione in Unione Europea, avvenuta con il Trattato di Lisbona, essa aveva tentato impropriamente  di assumere, quale propria ideologia, precisamente quella del “Rifiuto del Potere”, un fine, cioè,  che non era, né quello proprio  della tradizione europea, né quello ch’era stato  enunziato all’inizio alle Comunità Europee, né, infine, quello che si richiederebbe ora, nel XXI secolo, di fronte alle sfide della Transizione Digitale, bensì un fine eterodiretto, rientrante in ultima analisi nel progetto della modernità americana: l’omologazione mondiale. Se gli Europei rifiutano il potere, ma in sostanza sostengono il potere americano, quest’ultimo riuscirà a domare anche i popoli più cocciuti, e ci sarà veramente la Fine della Storia, cioè la sottomissione dell’uomo alla macchina (la Singularity).

Oggi, non essendo  completato neppure ancora il controllo dell’Europa, le forze che avevano patrocinato la “rinunzia al potere” sono rimaste disorientate, e non hanno ancora trovato  una propria linea difensiva, mentre neppure il resto (maggioritario) dell’ Europa, diseducato da quel periodo di egemonia conformistica, è riuscito ancora a far emergere una sua adeguata classe dirigente.

Coincidenza fra l’Europa senza potere e l’ideologia californiana

6.Da dove viene  questo rifiuto?

L’idea della Fine della Storia ha un’origine antichissima, da ricercarsi presumibilmente nell’ apocalisse zoroastriana (“Frasho Kereti”), ed è trasmigrata in modo carsico, nel corso dei  millenni, fra l’apocalittica ebraica, le eresie cristiane e  islamiche e il chiliasmo materialista moderno di Lessing  e postmoderno di Kurzweil.

Essa si era nuovamente concretizzata per la prima volta come vero e proprio progetto politico, dopo la sfortunata spedizione di Serse in Grecia, sotto la forma dell’ “American Creed” di Friske (il “Destino Manifesto”), sboccato infine nel postumanesimo dell’ Ideologia Californiana. Quest’ ultima è poi andata in crisi all’ inizio del XXI secolo di fronte alla resistenza opposta dall’ Islam politico e del sovranismo russo (i cui esiti si vedono ancor oggi in Afghanistan, in Turchia e in Ucraina), sì che l’establishment americano era stato costretto ad escogitare nuove strategie per permettere la sopravvivenza del progetto. Così, mentre Fukuyama “si rimangiava” la sua tesi, secondo cui la Fine della Storia sarebbe oramai avvenuta, Samuel Huntington teorizzava lo scontro di civiltà. Sono venuti poi il TTIP e il TTP, e, infine, l’ “America First”. Fin dall’ inizio l’Europa  il ruolo in quel progetto, pilotato dall’ America,  è stato  passivo: dalle Rivoluzioni Atlantiche, al taylorismo e fordismo, fino alla Guerra Civile Europea e all’ordine di Yalta. Cacciari scrive che “Vi fu chi comprese che la fine del tragico Novecento offriva all’ Europa una grande e irripetibile occasione per affermare una propria nuova, originale ‘centralità’.”.  In particolare, l’Unione Europea, rimasta sconcertata dalle politiche dei due Bush e di Clinton, aveva tentato d’inserirsi in quei tentativi di revisione dell’ideologia occidentale “Anche riscoprendo una sua ’storia segreta’, voci inascoltate della sua tradizione”, vale a dire  riprendendo  a proprio vantaggio la retorica americana dell’ “esportazione della democrazia”, descrivendo se stessa quale l’ultimo vero erede della tradizione chiliastica occidentale,  e spacciando abusivamente la propria storia come una “success story” sul cammino della pace universale (trascurando così Suez, la guerra greco-turca, l’IRA, l’Afghanistan, la Transnistria, la ex Yugoslavia, Tskhinval, l’Irak,la Libia). In particolare, Jeremy Rifkin aveva teorizzato la “translatio” del Sogno Americano nel Sogno Europeo. Quindi, una riedizione aggiornata dell’ idea “funzionalistica”, secondo cui l’integrazione parziale dell’ Europa avrebbe aperto la strada all’ integrazione mondiale, secondo la logica deterministica della “Teoria della Sviluppo”di Rostow.

L’idea attuale della Commissione, quella di essere un “Trendsetter nell’ elaborazione delle norme”  vorrebbe forse riprendere quella tentazione. Si tratterebbe quindi, ben lungi dal preteso “utopismo” dei federalisti,  di un rifiuto del loro realismo politico, tentando invece di rimettere in circolo il chiliasmo dei “funzionalisti”, che assomiglia oggi molto al postumanesimo dell’ideologia californiana (a cui l’accomuna la stessa matrice filosofica).

La Fine della Storia è la vittoria del Sogno di Serse

7. La via non percorsa: quella del Federalismo Integrale

Il richiamo indiretto fatto negli anni 80 e 90, per rivitalizzare l’Europeismo reso esangue dal funzionalismo,  al “federalismo integrale” di Grotius, Althusius, Tocqueville, De Rougemont, Marc e Olivetti e a quello politico spinelliano,   avvenne   purtroppo in un modo estremamente reticente (Michel Albert), perché questi erano  già stati sconfitti dal funzionalismo sotto la spinta degli Stati Membri, di Monnet e di Schuman.

L’informatica, era divenuta in quegli anni la nuova frontiera della terza guerra mondiale (la “giustizia infinita” lanciata da Bush e descritta più appropriatamente dagli strateghi cinesi come “guerra senza limiti”, e dal Papa come “terza guerra mondiale a pezzi”), come  avevano dimostrato Stux, Echelon e Prism. Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google,  aveva precisato che l’essenza  della Fine della Storia era la “Singularity Tecnologica”, cioè  il ritorno dell’ Universo all’ Uno  grazie alle tecnologie informatiche ( l’”Unus Sumus”  di cui parla Cacciari): un’idea  che trova i suoi precedenti nel Buddismo e nella Qabbalà. In quella fase, Schidt e Cohen (membri del Consiglio di Amministrazione della stessa società), scrivevano, sulle rovine della Baghdad ingiustamente bombardata e conquistata, che oramai Google aveva sostituito Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo (The New Digital Age).Veniva così dichiarato pubblicamente che la Fine della Storia, ovvero la Pace Perpetua, era il progetto dei GAFAM, e che tutti coloro  -fossero essi Saddam o Assange, Gheddafi o Manning, Morales o Snowden-, dovevano oramai essere eliminati o resi inoffensivi (cfr. caso Olivetti).

Anche  la pretesa dell’Unione d’ incarnare l’”autentico” Sogno Americano veniva  messa i ombra dal progetto dei GAFAM. Comunque, questi avevano trovato ben presto il modo di convivere con le Istituzioni europee (non diversamente che con il Partito Comunista Cinese). A maggior ragione, in questo contesto, trovava difficoltà a materializzarsi un ruolo specifico per gli Europei  perché l’Unione Europea era stata esclusa deliberatamente dalla civiltà digitale, e le Istituzioni, contrariamente al Governo cinese, non facevano nulla per rialzare il  suo profilo in questo campo.

Inoltre, mentre il “funzionalismo” tradizionale dell’Unione Europea era  già un embrionale esempio di “governo delle regole”, e quindi predisposto verso il  “Governo delle Macchine” oggetto della Singularity, il  federalismo integrale tradizionale dell’ Europa  costituisce una forma altamente sofisticata di “governo degli uomini sugli uomini”, e, come tale, incominciava già allora a stridere con il progetto americano di globalizzazione tecnocratica. Basti pensare all’approvazione del GDPR da parte delle Istituzioni europee, una vera bomba a orologeria per i rapporti euro-atlantici, di cui solo ora si incomincia a percepire la portata.

L’Europa è riuscita ad essere il “trendsetter del dibattito mondiale”?

8.Al di la del conflitto con la Cina, il federalismo mondiale

Negli stessi anni, l’inaudito sviluppo della Cina  portava allo scavalcamento dell’America in molte fondamentali  tecnologie, quali i computer quantici, le valute elettroniche, i social network, l’ingegneria medicale, i social networks, i treni ad alta velocità. Questo  provocava  di riflesso a sua volta una frenata nello sviluppo sul piano mondiale della Società del Controllo Totale americana (con esiti diversi per la Cina, la Russia, l’India e Israele). Oggi è la Cina a rivendicare l’eredità del “sogno Americano” (“Zhongguo Meng”), anche se le sue tradizioni culturali le rendono impossibile realizzarlo con la stessa radicalità.

In questo scenario sovraffollato, l’Europa non sa più quale spazio occupare, né dal punto di vista fattuale, né da quello concettuale. Dal punto di vista fattuale, il mondo è dominato dalla nuova guerra fredda voluta da Trump (che ora si ritorce contro l’ America). Da quello concettuale, si contrappongono un nuovo maccartismo americanocentrico e il progetto eurasiatico della Via della Seta, che sfocia nella negazione di un ruolo provvidenziale degli Stati Uniti (“la sola nazione indispensabile”), mirando addirittura a  ridimensionare gli stessi fino al livello di uno qualunque fra i grandi Stati-civiltà che si contendono il ruolo di comprimari nel mondo.

Il vecchio federalismo europeo “funzionalistico” era sempre stato favorito in quanto indeboliva l’ Europa, impedendole di divenire un soggetto politico forte, e, quindi, capace di dialogare alla pari con le grandi potenze. Dal punto di vista del multiculturalismo eurasiatico, un “federalismo integrale” europeo forte costituirebbe il parallelo del federalismo mondiale veramente multiculturale come era stato concepito da De las Casas e Coudenhove Kalergi, e a cui aspirano oggi Cina e Russia. Questo tipo di federalismo era sempre stato al centro della storia dell’identità europea: dal tribalismo dei popoli dei Kurgan e medio-orientali, al cetualismo delle poleis, alle leghe, agl’imperi occidentali, delle “repubbliche aristocratiche”, ai progetti premoderni e moderni di federazione. Il Federalismo Mondiale non può sussistere senza Stati che vogliano e possano federarsi; degli “Stati-Civiltàche accettino il pluralismo delle culture. Oggi, l’unico Stato che sia, e si senta, tale, è la Cina, e non è un caso ch’essa svolga un ruolo così centrale nel mondo di oggi. Gli altri quattro Stati-civiltà che aspirano a questo ruolo, presentano ciascuno dei notevoli inconvenienti. L’America vorrebbe  rappresentare l’unico impero mondiale pur continuando a mantenendo il potere entro la limitatissima “Società dell’1%” (WASP), vale a dire pochi milioni di persone. L’India non riesce ad avere una propria identità “forte” perché insanabilmente divisa fra religioni, etnie e caste. La Russia rappresenta adeguatamente l’eredità dei Popoli delle Steppe, ma, mancando di un’adeguata popolazione ed avendo confini indefiniti, è costretta, per sopravvivere, ad acettare la conflittualità impostale dall’ esterno. L’Europanon sa più , appunto, ciò che vuole, non è uno Stato ed è in completa balia degli Stati Uniti dal punto di vista culturale, militare e politico.

Il federatore dev’essere il popolo europeo

 9.Quale  “federatore”?

Cacciari individua, fra le carenze dell’integrazione europea attuale,  l’assenza di un federatore.  A mio avviso, questo federatore c’è. Anzi, il termine “federatore” era  stato coniato (precisamente dal Generale De Gaulle), per designare questo “federatore esterno”: gli Stati Uniti, vero motore dell’ integrazione europea, con il Senatore Fulbright, che aveva fatto approvare dal Senato una mozione a favore della Federazione Europea; con il direttore della CIA, Donovan, che finanziava il Movimento Europeo di Churchill;  con il Segretario di Stato, Dean Acheson, che, piombato inaspettatamente l’ 8 maggio a Parigi, aveva riscritto l’ultima versione della “Dichiarazione Schuman”;  con lo studio Cleary and Gottlieb, che aveva  scritto i Trattati Europei per conto di Jean Monnet; con  la NATO a cui hanno dovuto aderire i Paesi dell’ Est Europa prima di poter aderire all’ Unione Europea. Gli Stati Uniti non hanno invece mai tollerato la nascita di un “Federatore Interno”. Basti vedere i casi di De Gaulle e di Gorbaciov.

Inoltre, gli Stati Uniti non riconoscono l’ Unione Europea, con la quale nessun presidente americano ha mai dialogato, come un partner del loro stesso livello. Invece, il presidente Xi Jinping s’incontra periodicamente con i vertici europei, e il ministro degli esteri Wang Yi ha dichiarato a Roma, al termine dell’incontro con il Ministro di Maio, che la Cina vuole un’Unione Europea forte e unita. Infatti, aggiungiamo noi, solo un’Europa che abbia rapporti culturali, tecnologici ed economici intensi con tutto il mondo potrà alimentare concretamente il proprio federalismo integrale, e, come tale, costituirsi in soggetto solido e autonomo, alternativo, e comunque allo stesso livello, degli Stati Uniti. Per questo vi è tanta avversione, negli ambienti atlantici, contro il Papa gesuita, contro Huawei e contro il North Stream, che, attraverso rapporti trasversali, rafforzano la posizione negoziale dell’ Europa.

Barcellona vs. Cacciari: il Katechon contro “la Cosa Ultima”

10. L’Europa come Katechon

A mio avviso, sta proprio in questa situazione  di tensione generalizzata il lato positivo della transizione in corso nell’ Europa di oggi, la quale ultima, grazie ad essa, è passata in una decina di anni, dal più estremo fanatismo  per la Fine della Storia (“siamo tutti americani”), ad una prima, seppur timida,  messa in dubbio del “politicamente corretto” occidentale. L’evoluzione storica ha infatti dimostrato che l’unico senso concreto che poteva avere quel richiamo ossessivo all’ unità della “comunità internazionale” (oltre ad essere ovviamente in contrasto con il tanto conclamato pluralismo europeo) era quello della Singularity Tecnologica, l’unità fra uomo e macchina, che infatti, mai fu perseguita con tanta decisione come in quegli anni.

Nel suo articolo, Cacciari richiama ,fra gli altri, come possibile fonte culturale di un’ Europa culturalmente autonoma, lo scrittore settecentesco tedesco Efraim Lessing. Orbene, l’interpretazione lessinghiana delle radici cristiane dell’Europa come preparazione della Modernità in cui, secondo il Primo Programma Sistemico dell’Idealismo,  l’uomo si salverebbe da solo con” una nuova scienza”, porta implicitamente al governo mondiale da parte dei Big Data e dell’ Intelligenza Artificiale.

Concordo tuttavia che, per sostanziare il Federalismo Integrale, occorra un richiamo, come scrive Cacciari,  ad aspetti nascosti della tradizione culturale europea, ma mi rivolgo, per questo, in una direzione diversa da quella a cui Cacciari pensa citando Lessing e Goethe. A mio avviso, infatti, l’accademia. e la cultura ufficiale in generale hanno privilegiato indebitamente  (per quanto manipolandone i significati), solo certi autori, come Platone, Tucidide, l’ Apocalisse, Dante, De Maistre, Locke, Hegel, Marx, Tocqueville, Nietzsche, Popper, Rostow, Teilhard de Chardin,…, letteralmente oscurandone altri, pur centrali nella storia della cultura europea, come Sinliqiunnini, Socrate, Aristotele, i Padri della Chiesa, la Scolastica,  De Las Casas, Machiavelli,  i Gesuiti, Pascal, Montesquieu, Dostojevskyj,  l’ “Italian Thought” dell’ inizio del XX Secolo,  Burgess, Anders, St.Exupéry, McLuhan…. Secondo  questi autori, mentre la pretesa di unificare sacro e profano nell’unità finale suona addirittura anticristica (vedi “il Grande Inquisitore”), la Città di Dio e la Città dell’ Uomo debbono procedere in parallelo, per “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”.

Ricordiamo che il riconoscimento che la teologia della fine della storia porta alla Singularity tecnologica ha indotto alcuni autori recenti, e, in primis, il secondo Fukuyama e l’ultimo Barcellona, a ipotizzare la necessità di un Katèchon. Soprattutto Barcellona ha concepito l’ Europa come Katechon.  Costoro hanno visto la riduzione dell’utopia a ideale normativo non già come un’ inspiegabile rinunzia, bensì come la conseguenza logica della concezione europea della laicità.

I whistleblowers sono ancora perseguitati, e noi non li stiamo aiutando

 11.Dopo “Schrems 2”: dare ospitalità a Snowden e Assange

Come conseguenza di ciò che precede, mentre Cacciari ei vede la situazione attuale come la fine del pensiero dell’ Europa, io invece la vedo come il concreto avvio di una situazione nuova, in cui  questa incomincia a liberarsi dai lacci e lacciuoli -culturali, ideologici, tecnologici, politici e militari-  che la tenevano avvinta al progetto chiliastico americano, per avviarsi su un inedito cammino di riflessione culturale, di maturità politica e di autonomia storica. Come abbiamo visto, l’Europa ha dismesso anche l’immotivata presunzione di autodefinirsi come la patria della “modernità occidentale” cominciando a concepirsi, come dice la Commissione, solo più come come “il trendsetter del dibattito mondiale”. Un dibattito che deve evidentemente essere aperto a tutte le culture, senza preconcetti o primogeniture.

In questo senso, le sentenze della Corte di Giustizia nelle due cause Schrems, e i 101 ricorsi proposti dall’organizzazione di Schrems dinanzi alla autorità nazionali di tutela dei dati contemporaneamente alla Global Initiative for Data Protection proposta da Wang Yi costituiscono l’annunzio del tipo di battaglia che si apre dinanzi noi, proprio nell’ area sensibilissima dei dati, in cui i popoli del mondo non accettano più di essere soggetti passivi dell’ America e dei GAFAM, ma pretendono di godere di una reale parità di trattamento in quest’area, che è decisiva per l’avvenire del mondo.

Invece d’inventarsi ruoli astratti e mistificanti su temi superati dalla storia, l’Unione dovrebbe concentrarsi  sul dare attuazione pratica a quanto richiesto autorevolmente  dalla Corte di Giustizia con le sentenze Apple a Schrems: porsi alla testa di una lotta senza quartiere contro la dittatura antropologica e culturale, poliziesca e militare, ideologica, politica, sociale ed etica, del Complesso Informatico-Militare.

Primo passo: dare ospitalità ai Whistleblowers che tanto hanno patito, e ancora patiscono, per avere contestato la società della sorveglianza, e che hanno chiesto (inutilmente) di essere ospitati in Europa. E, in primo luogo, se sarà liberato, a Julian Assange, di cui non è ancora finita l’incredibile odissea poliziesca.

Virgilio Dastoli

ALLEGATO

Newsletter n.29/2020 del Movimento Europeo in Italia – Sfide interne ed esterne per l’Unione europea

I silenzi di Ursula von der Leyen

Dedichiamo una parte importante della newsletter al lungo discorso sullo stato dell’Unione  pronunciato davanti al Parlamento europeo a Bruxelles il 16 settembre dalla Presidente Ursula Von der Leyen.

Come per Eduardo De Filippo, se ci si consente il paragone, si potrebbe parlare del colore delle parole e della temperatura dei silenzi.

Vogliamo concentrarci qui sulla temperatura dei silenzi limitandoci a due aspetti essenziali del futuro dell’Unione europea: la dimensione sociale e la Conferenza sul futuro dell’Europa lasciando a Fabio Masini un’analisi critica sulle priorità in materia di politica estera..

Il primo aspetto concerne il pilastro sociale e cioè la lotta alle diseguaglianze che non può essere risolta solo dal fiume di danaro che dovrebbe scorrere dalla sorgente di Bruxelles verso i paesi membri e suddividersi in sette rami diversi in parte sotto forma di prestiti (la maggioranza), in parte sotto forma di sovvenzioni dirette ma in parte attraverso programmi europei la cui destinazione nazionale non è garantita in partenza.

La pandemia non ha avuto effetti solo sull’economia e sulle finanze dei nostri paesi ma sui modelli delle nostre società a cominciare dal ruolo del lavoro, la mobilità, il tempo libero, il gap generazionale, le pari opportunità, i rapporti tra le città e le aree interne, le politiche di inclusione, gli effetti della società digitale e dello sviluppo della robotica, l’uso di strumenti come il blockchain che è andato ben al di là della diffusione dei bitcoin e infine – last but not least – il tema della democrazia economica.

La temperatura del silenzio nel discorso sullo stato dell’Unione può essere rapidamente verificata sia perché il 14 ottobre si terrà il “vertice sociale tripartito” fra istituzioni europee e parti sociali (rappresentanti dei lavoratori e imprenditori) che, ai tempi di Jacques Delors, era l’occasione per mettere sul tavolo proposte precise della Commissione sulla dimensione sociale, sia perché l’attuale Commissione presieduta da Ursula von der Leyen (che è stata ministra del lavoro in Germania) si è per ora limitata a dire e a proporre un metodo di sviluppo del Pilastro Sociale – adottato “solennemente” a Göteborg nel novembre 2017 – fondato su “piani di azione” e non su strumenti giuridicamente vincolanti  o finalmente rispettosi della clausola sociale orizzontale introdotta all’art. 9 nel Trattato sul  funzionamento dell’Unione europea.

L’idea dei piani d’azione è stata lanciata dalla Commissione europea in una comunicazione pre-pandemia del gennaio 2020 su cui vi è stata un’ampia consultazione e ci si poteva immaginare che dalle parole si passasse ai fatti e cioè a proposte legislative.

Il silenzio del 16 settembre è stato invece assordante e, nella lettera di intenti per il 2021 inviata al Presidente del PE David Sassoli e alla cancelliera Angela Merkel, Ursula von der Leyen preannuncia ventisette iniziative legislative ma solo un altro piano di azione sul Pilastro Sociale, su una garanzia per l’infanzia, su una strategia per l’occupazione e per l’economia sociale.

La seconda temperatura del (quasi) silenzio riguarda la Conferenza sul futuro dell’Europa, un’idea piuttosto vaga che fu lanciata da Emmanuel Macron il 4 marzo 2019 e che si sarebbe dovuta concludere alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi nella primavera del 2022.

Il Parlamento europeo ha considerato che la Conferenza potesse essere uno spazio per affermare la sua leadership e tentare di riaprire il cantiere dell’Unione europea chiedendo una riforma dei trattati a più di dieci anni dall’entrata in vigore di quello di Lisbona nel dicembre 2009.

Apparentemente bloccata dalla pandemia, la Conferenza non è partita perché sono molto distanti le posizioni fra il Parlamento europeo e i governi non solo sul principio della revisione dei trattati (che è condiviso per ora solo dal governo austriaco che vorrebbe ridare agli Stati delle competenze attribuite all’Unione) ma sulla governance (e cioè su chi deve presiederla), sui suoi tempi, sulle modalità del coinvolgimento della società civile e sul destino delle sue proposte.

Alla Conferenza Ursula von der Leyen ha dedicato trenta parole in quindici pagine dicendo che una delle sue missioni – “nobili e urgenti” – sarà la questione delle competenze in materia sanitaria. Non una parola sulla Conferenza è stata invece spesa in altre parti del discorso sul futuro dell’Unione che pur richiederebbero una riforma che potremmo chiamare costituzionale.

Possiamo immaginare che il solido pragmatismo tedesco abbia portato lentamente la Presidente della Commissione europea a riflettere sui rischi che una Conferenza promossa sulla base di un più che minimo comun denominatore fra Parlamento e governi possa diventare rapidamente uno spazio all’interno del quale scaricare tutte le questioni del “potere costituito” (e cioè delle decisioni che dovrebbero essere prese dalle istituzioni sulla base dei trattati e delle procedure attuali) lasciando da parte il “potere costituente” (e cioè tutto quel che deve essere fatto al di là dei trattati).

Le materie – “nobili e urgenti” – da sottoporre al potere costituente non mancano e sono state messe in evidenza in questi mesi di pandemia: la capacità fiscale dell’Unione europea e le risorse proprie (due parole chiave assenti nel discorso sullo stato dell’Unione), la governance dell’UEM per risolvere quella che Carlo Azeglio Ciampi chiamava la sua zoppìa, la paralisi nella politica estera e della sicurezza ivi compresa la dimensione della difesa per la prevalenza assoluta del metodo intergovernativo, l’integrazione differenziata e cioè il tema dell’Europa a due velocità, l’inadeguata ripartizione delle competenze e last but not least il tema della incompleta democrazia europea.

Speriamo che la temperatura del silenzio della presidente Ursula von der Leyen sulla Conferenza per il futuro dell’Europa preluda ad un suo atto di rottura dell’apparente pax  interistituzionale e degli inutili tri-dialoghi fra i presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio europeo e della Commissione europea.

Speriamo soprattutto che il Parlamento europeo comprenda rapidamente il tempo perso nella ricerca di un minimo comun denominatore con il Consiglio europeo e con il Consiglio e proponga alla Commissione una via alternativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa, infragilita anch’essa dalle conseguenze del COVID-19, un’alternativa che passi dall’incontro fra la democrazia rappresentativa e quella partecipativa affinché questa legislatura diventi finalmente costituente per costruire una “unione vitale in un mondo fragile”.

La Conferenza sul futuro d’ Europa dev’essere fatta dal popolo europeo

COMMEMORAZIONE DELLE TERMOPILI E SALAMINA (480 a.C.-2020 d.C.)

Ugo Foscolo nasce a Zacinto

“Il navigante

Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,

Vedea per l’ampia oscurità scintille

Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,

Fumar le pire igneo vapor, corrusche

D’armi ferree vedea larve guerriere

Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni

Silenzi si spandea lungo ne’ campi

Di falangi un tumulto e un suon di tube

E un incalzar di cavalli accorrenti

Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,

E pianto, ed inni, e delle Parche il canto”.

(Ugo Foscolo, I Sepolcri)

2500 ANNI DALLE TERMOPILI:IL MODELLO IDEALE DI FOSCOLO

Quest’anno ricorre il 2500 anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina, che costituiscono una delle fonti più antiche dell’identità europea.

Purtroppo, a causa della recrudescenza del Coronavirus, in Grecia non è stato possibile organizzare le previste manifestazioni, sicché anche il previsto webinar del 29 è stato cancellato. Speriamo di poter riprendere il tutto dal vivo nel corso del Salone del Libro di Torino, che, secondo le ultime voci, si terrà in forma ibrida a cavallo dell’Immacolata Concezione dell’ 8 dicembre.

Contiamo di riunire tutte le attività dei Cantieri d’Europa Virtuali 2020 in quell’ occasione. Vi terremo informati.

Venendo alle Guerre Persiane, non per nulla, ne “I Sepolcri”, Foscolo cita le tombe erette di fronte all’Eubea ai caduti delle Termopili e di Maratona, come modello  per il culto degli eroi, al centro del pensiero suo e di molti autori romantici europei. È infatti innanzitutto a questo ch’egli, italo-greco, pensa come fonte d’ispirazione per la religione civile degl’Italiani (e, aggiungiamo noi,  degli Europei).

Gli fa eco Byron, che morì giovanissimo a Missolungi combattendo nella Guerra d’Indipendenza greca:

“the voices of the dead/Sound like a distant torrent’s fall,

And answer, ’Let one living head,/But one, arise,?we come, we come!’/’Tis but the living who are dumb.”(“Le voci dei morti risuonano come il lontano rimbombo d’un torrente, e rispondonoSorgerà un capo vivente, uno solo? Ma i vivi, sordi sono”).

E, di fatto, all’aristocratico guerriero, discendente di Eracle, fedele alla religione e alle leggi patrie, ricercante l’”apothéosis” attraverso la morte in battaglia, penseranno tutti i letterati europei, da Turoldo a Schiller, da Gogol’ a Herceg, fino alla Spigolatrice di Sapri(“Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”).

Quanto all’ europeismo del secondo Dopoguerra, anche il comandante partigiano e storico dell’ identità europea Federico Chabod fa partire l’identità europea dalle Guerre Persiane. Il fatto che oggi la quasi totalità dei politici e degl’intellettuali in Europa sia invece fondamentalmente contraria all’etica eroica delle Termopili costituisce invece un obiettivo problema, perché, come dimostra la crisi del Coronavirus, il carattere tragico della vita e della storia è oggi più evidente che mai, e l’appello (anche solo retorico) all’ eroismo è inevitabile in situazioni come quella presente.

In definitiva, contrariamente a quanto pensava Brecht, non è felice il paese che non ha bisogno di eroi, perché l’eroismo ci vuole anche già soltanto per affrontare la vita di tutti i giorni. Ma, quando qualcuno evoca quest’etica eroica, ammesso che ci creda almeno lui, pochissimi lo seguono Questo anche perché si è fatto di tutto per cancellare negli Europei le tracce  di quell’etica. Le Istituzioni e l’ accademia lamentano costantemente l’assenza di un pathos patriottico negli Europei, ma dovrebbero riconoscere onestamente ch’essi sono alla radice di questa pretesa carenza dei cittadini, perché sono essi quelli che hanno negletto, criticato, svuotato e perfino attaccato lo spirito eroico degli Europei, chi in ossequio al quietismo di Constant, chi alla “cultura del sospetto”, chi al sociologismo pragmatista, chi al postumanesimo, ecc… Basti pensare al rapido abbandono, da parte della sinistra, del mito di Garibaldi. D’altra parte, quanti degli esaltatori della Resistenza avevano realmente combattuto, e quanti erano rimasti in Svizzera a discutere sugli assetti post-bellici, o avevano semplicemente continuato le loro occupazioni, per poi svegliarsi “resistenti”?

Già l’Ariosto aveva osservato indispettito che, con l’avvento delle armi da fuoco, l’eroismo dei “cavalieri antiqui” andava perso dinanzi alla callida premeditazione degli artificieri. Oggi, questo è niente rispetto alle auto-bombe nei mercati, alle bombe atomiche,  all’ “hair trigger alert”, ai droni assassini…Se poteva dirsi eroico un combattente individuale omerico, che, come Achille o Ulisse (o anche Stargaard o Cù Chùlainn), affrontava da solo decine o centinaia di nemici, non così si può dire di un operatore che, da una base di Stoccarda, stermina coi droni intere famiglie in Medio Oriente standosene tranquillamente seduto a una consolle.

Che non si tratti più (almeno nei Paesi altamente sviluppati) dello stesso tipo di eroismo che caratterizzava gli eroi classici (per esempio, in Medio Oriente, la situazione è ancora simile a quella di allora) non cambia molto circa le qualità umane necessarie per la sopravvivenza di una società in generale.

Lord Byron a Missolungi

1.L’eroismo oggi

Anche oggi, c’è un eroismo: quello giustamente esaltato dei medici, degl’infermieri e dei volontari, ma anche quello di chi, anche nel cuore dei meccanismi infernali ideati dalla tecnica, ha la determinatezza, le capacità e il coraggio di fermarle, come Vanunu, Petrov, Assange, Snowden e Manning.  Nessuno invece celebra questi moderni eroi, che, o muoiono abbandonati da tutti come Petrov, o passano lunghi anni di prigionia come Vanunu, Manning e Assange, o sono costretti all’ esilio come Snowden. Proprio in questi giorni assistiamo al silenzio assordante dei media sul processo ad Assange. Un eroismo forse più cerebrale, addirittura interiore, come la figura dell’ eroe in Jung.

Per questo, credo che l’Europa debba tornare a valorizzare molte fra le sue più importanti fonti culturali, come l’Iliade, l’Odissea,  il Beowulf, la Laudatio Novae Militiae, i poemi cavallereschi, i romanzi di Walter Scott e di Sienkiewicz, la Paideia di Jaeger;  le mura di Troia, i monumenti delle Termopili e di Maratona, il Limes, Santa Croce, Les Invalides, lo Hösök Tere, il monumento della Vittoria di Volgograd, la piazza delle croci a Vilnius, che ricordano tutti, sotto angolature diverse, le virtù guerriere degli Europei.

Gli Achei sotto Troia

2.  Il “vero” spirito dell’ Ellade antica

Nessuno è riuscito a definire in modo univoco e convincente la “natura” della grecità: una civiltà che, nell’ arco di 5.000 anni, ha espresso società estremamente diverse. Dalla pacifica civiltà egea all’ opulenta talassocrazia cretese; dai signori della guerra micenei all’ agreste Ellade di Esiodo; dalla corrusca Sparta alla raffinata Ionia; dalla repubblica ateniese alla tirannide siracusana; dell’ ideocrazia di Pitagora alla monarchia di Filippo; dall’impero universale di Alessandro ai regni greco-orientali dei Diadochi; dall’ellenofilia dei Romani alla patristica orientale; dall’ Impero d’Oriente all’apostolato degli Slavi; dalle guerre d’indipendenza alla monarchia; dai colonnelli all’Unione Europea.

Anche le “letture” che se ne diedero nell’ Europa Occidentale nel corso dei secoli furono le più svariate: dai “Graeculi” dei Romani ai “Rhomaioi” dei Bizantini; dal neo-platonismo fiorentino al biblismo protestante; dalla visione apollinea di Winckelmann a quella dionisiaca di Nietzsche; dalla Grecia “ariana” di Hitler  a quella “democratica” di oggi.

Pur non potendomi evidentemente qui addentrare in queste controversie (per la quale rimando alla versione online di “10.000 anni d’identità europea”, appena pubblicata), osservo che, a mio avviso, la visione più falsata è proprio la più recente. Credo infatti che la cultura greca sia, fra tutte, la più critica del principio democratico. Non si trova in tutta la storia della letteratura greca antica (ma nemmeno romana) neppure un autore che elogi apertamente la democrazia. Perfino il famoso discorso attribuito da Tucidide a Pericle in onore dei caduti nella Guerra del Peloponneso, e che Giscard d’Estaing avrebbe voluto citare in exergo alla Costituzione Europea, contiene, come ben messo in evidenza da Luciano Canfora, molti elementi di reticenza. Pericle non è stato il fondatore della democrazia, bensì sostanzialmente l’anticipatore di Augusto e dell’impero romano. “Princeps”, il titolo di Augusto, è la semplice traduzione del  “Protos anèr”, il “Primo uomo”: la prima fase dell’ evoluzione imperiale, e l’erede del contemporaneo termine greco “tyrannos”, che non era affatto dispregiativo, bensì la semplice traslitterazione del “seren” anatolico, che, a sua volta, altro non sarebbe se non una volgarizzazione dello “Šarru Šarrani”, il re assiro-babilonese. E, dopo Pericle, verrà Alessandro, che si credeva addirittura un faraone e un’incarnazione di Amon Ra.

L’antica costituzione europea

3. La Grecia antica, quintessenza dell’ Antichità

Certamente, il modo di vivere e di pensare degli Antichi era diverso dal nostro, e non sarebbe oggi accettabile. La distruzione di Troia, quale descritta ne “Le Troiane” è il prototipo della “debellatio” antica: dai costumi del primitivo popolo di Yamnaya alla distruzione di Cartagine: passare a fil di spada i maschi, anche bambini, e fare schiave le donne. Per altro, nelle “Guerre del Signore” della Bibbia si fa ancora di peggio. Gli eroi omerici ritengono normale spartirsi le prigioniere ridotte a schiave, in proporzione al loro rango dinastico; Ulisse bastona Tersite perché, non essendo re, ardisce esprimere opinioni personali in assemblea; Ulisse e Oreste, al ritorno in patria, fanno strage di loro concittadini ribelli; equanimemente, gli Spartani massacravano gl’iloti così come, gli Ateniesi, i Meli; gl’Israeliti, i Cananei, e, i Romani, i Galli.

Quanto poi alle diverse voci della cultura greca antica, nessuna ha preso radicalmente congedo da quel duro substrato arcaico: Ippocrate esalta gli “autonomoi”, vale a dire i guerrieri possidenti, non già il popolo; Erodoto (ionico) sostiene che la democrazia è stata imposta , agli Ioni, dai Persiani (che la respingono  come inadatta a se stessi), per  garantirsi la loro arrendevolezza; Socrate sostiene il governo degli esperti, e Platone quello del “re filosofo”; Aristotele pensa che gli uomini si distinguano per natura fra liberi e schiavi, che la schiavitù derivi dalla resa dei guerrieri vinti,  i quali così dimostrano la loro inferiorità morale. Si potrebbe andare avanti all’ infinito.

Nonostante tutto questo, le Guerre Persiane sono state da sempre la vera base storica della cultura europea: per Eschilo e Federico Chabod sono l’inizio dell’idea di Europa; sono il momento dell’inizio della riflessioni filosofica e politica greca; sono la premessa storica per le guerre egemoniche fra i Greci e per la conquista dell’Oriente da parte di Alessandro. Sono il modello della contrapposizione fra Roma e l’ Egitto di Cleopatra e per le Crociate, sulle cui esigenze furono ricalcati i progetti di integrazione europea di Dubois, Podiebrad, Saint Pierre, Mazzini e Coudenhove-Kalergi. Possiamo non condividere al 100% questa veneranda impostazione, ma non possiamo certo costruire l’ Europa di oggi sull’ignoranza della stessa.

Oggi, le Guerre Persiane vengono usate (a mio avviso abusivamente, come prototipo della lotta fra Est e Ovest, fra “autocrazia” e “Democrazia”, fra “laicità” e “fondamentalismo”, perfino fra Grecia e Turchia). Basti pensare al celeberrimo film americano ”Trecento”. La scottante realtà  è invece che buona parte delle idee della Modernità derivano più dall’ Impero Persiano che non dall’ antica Grecia. Dall’imposizione della democrazia alle città ioniche da parte del generale persiano Mardonio, all’idea mazdea ed achemenide della guerra santa fra il Dio del Bene e il Male Assoluto, per fondare un millennio di pace,  passando poi all’ idea del Salvatore, della “Fortuna Principis”, del potere sacerdotale, del regno universale, del libro sacro onnicomprensivo, fino all’ idea della “Quinta Monarchia” iberica e poi americana e della Fine della Storia. Questo non fa che confermare che le Guerre Persiane sono ancora al cuore dell’ identità europea; quindi, come minimo, non si può non parlarne. Soprattutto oggi, quando lo stesso Fukuyama ha riconosciuto la fine della Fine della Storia, e sostiene un regno di Fiducia per capace di contrastare il Post-Umanesimo.

Solo che, almeno a mio avviso, l’Identità Europea è tutt’altro che semplice, o, addirittura, manichea: essa s’identifica con la Dialettica dell’ Illuminismo, che è una dialettica dell’ ambiguità.

Le lingue classiche come lingue veicolari dell’ Europa

4.Pàtrios Politeia e Antica Costituzione Europea

La primitiva costituzione ateniese, chiamata “pàtrios politèia”, l’Europa l’ha sostanzialmente ereditata e conservata per tutta la sua storia, tant’è vero che ancora Tocqueville la chiama “l’Antica Costituzione Europea”, dalla cui decadenza egli vede tanti problemi. Di qui il concetto, irrealizzato ancor oggi, di una “Costituzione Europea”, ispirata al  “principio di sussidiarietà”, che è il più coerente con l’idea di una dialettica: ciascuno svolge, in una società complessa come quella europea, il ruolo per cui è vocato : e, come ci dimostra la nostra quotidianità,  è già tanto se riesce a svolgere almeno quello.

Questa impossibilità della Costituzione Europea dimostra la forza degli elementi che ad essa vi si oppongono.

Ciò che gli antichi autori difendevano con il termine “Politèia” (Res pubblica) era, in realtà un “regime misto”, in cui avrebbero dovuto prevalere i “cittadini” con patrimoni medi (oggi diremmo la “piccola aristocrazia”, i Romani “equites”, e nel Medioevo la “gentry”, la “Szlachta”), ostile tanto alla plutocrazia quanto alla demagogia popolare (oggi diremmo “populista”). La situazione ideale era quindi quella dell’impero (alessandrino, romano o germanico), che teneva a freno le ambizioni, tanto dei magnati, quanto della plebe.

Ismail kadaré:Eschilo l’eterno perdente

4.Grecia antica e Romeossìni

Per ciò che concerne l’oggi, l’antica Grecia dovrebbe dunque ricordarci l’importanza, per la Città, da un lato,  dell’eccellenza, nelle sue varie forme (solidità di carattere, coraggio civico, educazione familiare, dedizione alla cultura, virtù positive, patriottismo, sano spirito di competizione), e, dall’ altra, dell’equilibrio, necessario per governare una realtà plurinazionale complessa.

Tutto ciò premesso, l’ Europa dovrebbe guardarsi dai riflessi pavloviani della propaganda che abusa delle reminescenze classiche. Anche i popoli delle steppe e l’Euro-Islam costituiscono una parte integrante ed essenziale della storia dell’identità europea, e balcanica in particolare, e, di conseguenza, occorre evitare di opporvisi “a prescindere”.

D’altra parte, il grande musicista greco Theodoràkis, per indicare la sua identità nazionale, si riferiva non già alla Grecia, bensì alla grande comunità culturale bizantino-ottomana: “I romeossìni mu”.

Al Salone del Libro di Torino del 2019, la Casa Editrice Alpina e l’ Associazione Culturale Diàlexis avevano presentato, tra l’altro, l’opera collettiva Es Patrìda Gaian (a cui avevano collaborato luminari di tutta Europa, fra cui la  specialista dell’ Unione Europea Catherine Vieilledent Monfort, lo storico turco della cultura Irvin Şik  e la latinista, decana dell’ Università di Atene, Stella Priòvolu), in cui si dibatteva del ruolo delle lingue nel futuro dell’ Europa dopo la Brexit.

Come si prevedeva, l’Unione, dopo l’uscita dell’ Inghilterra, non solo non ha diminuito il ruolo dell’ Inglese quale lingua veicolare, ma addirittura l’ha accresciuto, con la Presidente della Commissione che, pur essendo tedesca e nata a Bruxelles, si esprime normalmente in Inglese, anziché in Francese o in Tedesco.

Questa prassi non ha alcuna base normativa nell’ Unione, perché tanto l’Irlanda, quanto Malta, hanno registrato nella UE, quale lingua ufficiale, la loro lingua nazionale, vale a dire, rispettivamente, il gaelico e il maltese. Capiamo benissimo che esistano potenti forze politiche per forzare la situazione, ma a queste forzature va opposto un discorso altrettanto politico: Brexit ha non soltanto tolto la base giuridica per l’uso dell’Inglese, ma ha anche squalificato l’egemonia dell’anglosfera sull’ Europa. Almeno a medio termine, avrebbe senso riesaminare l’uso moderno delle lingue classiche (sulla falsariga dell’Ebraico, dell’Arabo Classico e del Sanscrito), come alternativa all’ egemonia culturale dell’Inglese.

LETTERA APERTA A MARIO CALDERINI

L’istituto italiano per l’intelligenza artificiale deve divenire europeo

SULL’ISTITUTO ITALIANO INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Professor Calderini,

Mi permetta di congratularmi per il fatto che finalmente qualcuno con un diritto di tribuna sulla grande stampa abbia finalmente avuto il coraggio di dire ciò che Lei ha detto nella sua intervista a La Repubblica sull’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, che è totalmente in linea con quanto noi andiamo scrivendo da anni, e, con particolare insistenza negli ultimi mesi, nei nostri libri (All.1 e 2) e blog (All. 3 e 4; http://www.alpinasrl.com), e nella corrispondenza con i vertici dell’Unione Europea, del Governo , degli Enti Locali e della società civile .

Concordo innanzitutto con Lei sul fatto che un richiamo generico alla “Ricerca e Sviluppo” non costituisce una risposta adeguata alla decadenza economica, culturale e sociale dei nostri territori. L’unica differenza è che, a mio avviso, quest’equivoco esiste non soltanto a Torino, ma in tutta Italia e  nell’ Unione Europea.

Condivido, poi, il principio di base: “gli investimenti in ricerca e innovazione creano sviluppo, a certe condizioni”. Queste condizioni sono, a mio avviso:

-che si sappia quale sviluppo si vuole promuovere;

-che si ricerchino quelle conoscenze e risultati che servono per promuovere lo sviluppo di cui sopra;

-che le risorse scarse disponibli vengano razionalizzate e controllate;

-che esistano nel territorio soggetti atti a trasformare i risultati delle ricerche in concreti strumenti di “leverage”economico, di reddito e di benessere;

-che i risultati della ricerca siano gestiti in modo economico e legale, impedendone un abuso da parte dei concorrenti;

-che il regime di proprietà, di controllo e di distribuzione dei profitti sia coerente con il modello socio-politico perseguito.

Purtroppo, non solo a Torino, ma ovunque in Europa, queste condizioni mancano, sì che gl’investimenti in ricerca e sviluppo sono stati fino ad ora un semplice  spreco, come molti manager hanno addirittura teorizzato, spacciando per ricerca e sviluppo cose che con questa non c’entrano nulla, come per esempio la creazione di lucrative sinecure, oppure attività di disegnazione o ingegnerizzazione poi rivendute, in varie forme ,dirette o indirette, per fare cassa o acquisirsi meriti, ai concorrenti esteri. Nella mia lunga attività passata come manager torinese ed europeo, sono venuto in contatto in molti casi con quest’atteggiamento aberrante, a cui però, applicando rigorosamente le regole, ho dimostrato che  si può ovviare.

Per ora i fini della transizione digitale coincidono con la Singualarity di Ray Kurzweil

1.L’ignoranza circa i fini

Con la Sua intervista, Lei ha posto poi, giustamente, la questione d’individuare una strategia adeguata per fare, degl’investimenti in R&D, e, in particolare, dell’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, uno strumento per ottenere ricadute economiche sul territorio del Piemonte, e, in tal modo, per arrestare l’ormai pluridecennale decadenza.

Nell’ Italia del Dopoguerra, vi erano imprenditori (non molti, per la verità), come Olivetti e Mattei, che perseguivano obiettivi chiari, onesti e in linea con i tempi: uno sviluppo industriale armonioso in un contesto sociale e di sovranità nazione ed europea. Nello stesso tempo, il Governo aveva tentato, con il Piano Economico Nazionale, di imprimere una direzione unitaria ai nuovi investimenti, che allora si sarebbero dovuti concentrare sul Mezzogiorno, Sappiamo che fine hanno fatto Olivetti, Mattei e il Piano

Oggi, non basterebbero neppure più i programmi di Olivetti, Mattei e Saraceno, che, come Lei ha detto alla Repubblica, sembrerebbero comunque  più adatti agli Anni Ottanta che alle sfide del presente.

Oggi, infatti, l’economia mondiale è diretta dall’ informatica, come hanno rivendicato orgogliosamente Schmidt e Cohen nel loro “The New Digital Age”. Echelon. Prism e le intelligence dell’ Est permettono ai Big Data dell’ Intelligence Community di conoscere e orientare tutti i trend culturali, militari, politici, economici, tecnologici e sociali del mondo; i GAFAM e i BATX dirottano tutta la parte del PIL mondiale eccedente la mera manutenzione del capitale investito verso i paradisi fiscali, everso  una crescita interna dei GAFAM esponenziale che blocca l’ accesso a qualsiasi “new entrant”; prendono in appalto servizi pubblici essenziali come la difesa e la sanità; controllano Stati, organizzazioni internazionali e socoetà. Come hanno rilevato preoccupati la Commissaria Vestager e il Commissario Gentiloni, il controllo dei GAFAM sull’economia si è ancora rafforzato grazie al Covid e alle conseguenti crisi del lavoro in presenza, della ristorazione e della distribuzione tradizionale. Non è un caso che gli unici ad assumere, anche nella nostra Regione, siano oggi Apple, Google ed Amazon, ovviamente in ruoli ancillari delle loro strutture.

Il nostro lòibro “Torino, Capitale Europea dela Cultura”

2.Fare luce sul futuro

Chi non dispone di un proprio ecosistema  digitale autonomo non controlla la sua stessa economia.

Oggi, l’attività economica prioritaria in Europa, perché preliminare, è lo studio dei fini dell’economia. Delle imprese tradizionali  comedi quelle informatiche, ma anche e soprattutto delle imprese in generale. Cosa devono produrre: prodotti fisici, lavoro,  élites, cash, libertà, cultura? Oggi. un Paese altamente sviluppato produce innanzitutto servizi digitali (bitcoin, servizi sul web, cybrintelligence, cyberfinanza, cyberdifesa, bioingegneria), e teoricamente, potrebbe delocalizzare tutto il resto, come tentano di  fare soprattutto il Giappone, la Corea del Sud e Israele. Certo, per motivi di sicurezza o sociali, si potrebbe puntare a mantenere sul territorio una qualche produzione fisica (come vuol fare Trump), ma solo come fatto residuale. Certo, a questo ruolo di Paese altamente sviluppato, puntano in molti, sì che la concorrenza è feroce.

Inoltre, una città come Torino è evidentemente inserita in un “Sistema Europa” e in un “Sistema Italia”. Sembrerebbe illogico che Torino possedesse un ecosistema digitale che, né l’Italia, né l’Europa, posseggono. E, in effetti, sarebbe molto difficile che una qualsiasi città d’Europa pretendesse un monopolio sul digitale europeo, anche se vi sono casi di località che si avvicinano a quest’obiettivo nei rispettivi sistemi-paesi, come la Silicon Valley, Hangzhou, il Delta del Fiume delle Perle e Skolkovo.

Occorre tuttavia osservare che, come ampiamente illustrato nel libro ”European Digital Agency” (di cui Le trasmetto una versione digitale provvisoria), un tema centrale e complesso è costituito dalla strategia di avvicinamento al tanto decantato, ma ad oggi inesistente, Sistema Digitale Sovrano Europeo, di cui hanno parlato Macron e Breton. Infatti, occorre prima passare attraverso vari fasi, di ricerca, di dibattito, di lotta politica, di riforma istituzionale, di pianificazione indicativa e operativa. Queste fasi sono, anche se disordinatamente e inefficientemente, in corso. Cito come esempi:

.l’indagine Echelon;

-l’approvazione del GDPR;

-il caso  Snowden,

-Horizon 2020;

-gli IPCEI;

-Quero, Qwant, JEDI e Gaia-X;

-il Pacchetto digitale del 20 febbraio 2020 dell’Unione Europea;

-il Rome Call for AI Ethics del Vatcano ;

-le sentenze Apple e Schrems, I e II.

Julian Nida-Ruemelin, autore di “Umanesimo Digitale”

3.Una leadership italiana ed europea

Chi saprà navigare attraverso questa complessa materia acquisirà una qualche leadership (all’ inizio anche solo intellettuale) (come quelle che furono dei leaders del Risorgimento, dei fondatori delle grandi imprese piemontesi, di intellettuali legati a Torino, come Nietzsche, Gramsci, Galimberti e Olivetti, che hanno contribuito potentemente a definire i contorni di questa società  della tecnica dispiegata in cui stiamo vivendo ; cfr. libri “Torino Capitale Europea della Cultura” e “Intorno alle Alpi Occidentali”).

Torino dovrebbe aspirare proprio a questo ruolo, attraverso un’attività di studio e operativa che le permetta di creare un’élite di esperti non solo di AI, ma di Digital Economy in generale, capace di:

-sviluppare la nuova cultura umanistico-digitale;

-inserire questi temi nella dialettica politica italiana ed europea, e, in primo luogo, nella prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa;

-gettare le basi dei primi strumenti operativi per l’Ecosistema digitale sovrano dell’Europa, come l’ Accademia Digitale  Europea, l’Accademia Militare Europea, una Piattaforma Europea di e.Commerce;

-attirare a Torino coloro (intellettuali, finanzieri, politici, imprenditori, tecnici) che intendano partecipare al progetto.

Cantieri d’ Europa, il forum per discutere sul nostro futuro

4.Le iniziative di Diàlexis

Per svolgere il compito di cui al punto 3, stiamo sviluppando le seguenti iniziative:

-predisponiamo, con una serie d’intellettuali europei, un nuovo volume, dedicato all’Umanesimo digitale Europeo, di cui ha scritto Julian Nida Ruemelin;

-discutiamo, nell’ ambito dei “Cantieri Virtuali d’ Europa 2020”, queste tematiche (cfr All5).

Saremmo onorati se volesse partecipare alle nostre iniziative. A questo scopo, sarei lieto d’incontrarLa, per approfondire questa complessa materia.

La presente lettera aperta viene pubblicata sui blog “Da Qin” e “Technologies for Europe” nel sito http://Alpinasrl.com.

RingraziandoLa anticipatamente per l’attenzione,

Cordiali saluti,

Riccardo Lala