“IL CUORE SANGUINA ANCORA”.

Al pettine tutti i nodi della crisi europea

Senza il “Tea Party”, non ci sarebbero state le “Rivoluzioni Atlantiche”

Voi – milioni. Noi – nugoli agguerriti.
Fateci guerra, o ardimentosi!
Sì, noi – gli asiatici! Sì, noi – gli Sciti,
Con gli occhi a mandorla e bramosi!

Noi – solo un’ora, voi secoli aveste.
Noi, servi docili e ubbidienti,
Fummo lo scudo tra le razze avverse
Dell’Europa e delle barbare genti!

Il vostro martello i secoli forgiava,
Coprendo il rimbombo della lavina,
E per voi una fiaba diventava
La distruzione di Lisbona e Messina!

Voi per centenni guardavate a Oriente,
Ammassando e fondendo i nostri ori,
E aspettavate il momento conveniente
Per puntarci contro i vostri cannoni!

E’ ora. Batte le ali la sventura,
E ogni giorno aumenta l’offesa,
E il momento verrà in cui nessuna
Traccia di Paestum resterà illesa!

O vecchio mondo! Finché non perirai,
Finché proverai un tormento amaro,
Rifletti, sii saggio, come Edipo vai
Davanti alla Sfinge col mistero arcano!

La Russia è la Sfinge. Esultante e afflitta,
Pur piangendo nero sangue con furore,
Essa ti guarda, ti guarda, ti fissa,
Con tutto il suo odio e tutto il suo amore!…

(Aleksandr’ Blok, “Gli Sciti”)

I Cosacchi scrivono al Sultano

Ancora una volta, oportet ut scandala eveniant. Proprio dagli eccessi della propaganda di guerra, di ambo le parti, potrebbe, e dovrebbe, nascere finalmente un dialogo senza pregiudizi e di alto profilo sull’autentica Identità Europea. Che non è affatto lineare, come vorrebbe il “mainstream” occidentale,  e come in fondo non vuole riconoscere nessuno (cfr. il nostro libro “10.000 anni d’identità europea”). Essa non comprende solo la “coscienza europea” occidentale, bensì anche, necessariamente, le culture dell’ Europa Centrale e Orientale.

Essa costituisce, a mio avviso, quella chiave per una “Nuova Architettura di Sicurezza”,  che  resterà introvabile  finché nessuno , né a Est, né ad Ovest, vorrà cercarla, mentre noi la stiamo indicando da ben 15 anni.

Ne posso parlare con coscienza di causa perché, contrariamente all’ attuale “establishment”, dell’Europa Centrale e Orientale, me ne sono sempre interessato, da molti decenni, impegnandomi per tante cause secolari che praticamente tutti  stanno scoprendo solo ora. Al tempo dei disordini studenteschi (‘68 e successivi), ero stato veramente uno dei pochi, o, meglio, l’unico, ad avere organizzato in Italia grandi manifestazioni di giovani contro ciascuna delle massime prevaricazioni del regime sovietico:

nel  1968, contro l’invasione di Praga;

-nel 1971, contro l’arresto a Danzica, dei sindacalisti del  Komitet Obrony Robotników  e, nel 1972, a Kiev, di Ivan Dziuba, (divenuto anni dopo  Ministro della Cultura), per il suo samizdat (in Ucraino)“Internacijonalizm czy Rusifikacija. In particolare, avevo affisso al portone dell’ Università di Torino un “Dazebao” in cui chiedevo (in tempi non sospetti) la liberazione  di Dziuba, arrestato per essersi occupato proprio del tema di oggi: “russità” e/o “ucrainità” dell’ Ucraina. Ne era seguita una rissa.

Quando noi facevamo quelle manifestazioni, nessuno si sognava neppure lontanamente di applaudirci, ché, anzi, eravamo stati ostacolati e minacciati, tanto dai partiti, quanto dalle istituzioni, quanto dai sedicenti “movimenti studenteschi”. Ricordo perfino che, avendo affisso uno striscione sul Palazzetto dello Sport chiedendo la liberazione della Cecoslovacchia durante una rappresentazione del Circo di Mosca, eravamo stati inseguiti con intenzioni minacciose dalla stessa polizia locale, oggi ovviamente impegnata nell’ assistenza agli Ucraini.

La verità è che l’attuale “establishment” non si è mai interessato dell’ Europa, bensì solo delle  sue obsolete ideologie, e, al massimo, dei rapporti fra le grandi potenze, in base ai quali i suoi membri  hanno orientato le loro carriere. E ciò ancor più ora, quando, con il suo appiattimento sulle posizioni americane, ha perso ogni residua legittimità ad esprimersi sul futuro del nostro Continente, o a pretendersi “europeista”.

Improvvisamente, quell’”establishment” e quelle persone (politici, giornalisti, intellettuali), che non volevano si protestasse contro eventi ben più inequivoci, adesso esigono un unanimismo “bulgaro”   circa le loro inutili lamentazioni sulle sorti di un’Ucraina che, allora, non sapevano neanche che cosa fosse.

Cito alcune frasi in Ucraino della sentenza contro Dziuba, praticamente simili, mutatis mutandis,  a quanto oggi l’ “establishment” divce di chi non si allinea con il “Pensiero Unico”: “L’”opera” di Dziuba ‘Internazionalismo o russificazione” è stata scritta  con un approccio non scientifico. Essa utilizza i classici del marxismo-leninismo, i documenti del Partito ed altre fonti, falsificandole e deformandole per sostenere la ‘concezione’ dell’ autore cherieccheggia le idee del nazionalismo borghese ucraino.’

Comunque, sempre con lo stesso risultato di allora: nessun miglioramento dell’insoddisfacente corso  degli avvenimenti, e solo l’avanzamento nella carriera  di quegl’interessati agitprop (sempre gli stessi sotto diverse bandiere)

Svolgiamo qui intanto alcune considerazioni, partendo da Dostojevskij, tirato in ballo inopinatamente dalla polemica fra l’Università “Bicocca” di Milano e lo scrittore Nori(autore del libro su Dostojevskij “Il cuore sanguina ancora”), per poi tornare a riproporre quella che era stata sempre la nostra posizione: l’Europa da Brest a Vladivostok, unica soluzione che eliminerebbe alla radice tutti i problemi, culturali, militari, economici e militari, che oggi ci tormentano, a Ovest come a Est.

Primavera di Praga

1.La battaglia intorno a  Dostojevskij

Ci associamo intanto all’articolo della coraggiosa Donatella di Cesare, che attaccava su “La Stampa” il conformismo russofobico imperante, citando giustamente Anna Netrebko, che, opponendosi al boicottaggio di Gergijev, ha scritto:«’Non è giusto costringere gli artisti ad esprimere pubblicamente le proprie opinioni politiche e a denunciare la propria terra d’origine’. Così chi ha la colpa di essere russo viene ovunque estromesso a priori da eventi artistici, organizzazioni sportive, tornei di calcio. Fifa e Uefa decretano l’espulsione della Russia, mentre il Comitato Olimpico esclude a priori cittadini russi e bielorussi, a meno che non si svestano dei loro panni di russi e bielorussi gareggiando come apolidi o neutrali. Ma la discriminazione si diffonde perfino nelle università e nelle accademie. Ricercatori che avevano scritto mesi fa articoli scientifici si vedono adesso rifiutare i propri contributi dalle riviste non con ragioni di merito, bensì per il semplice motivo di essere russi. Coinvolgere l’arte, lo sport, la scienza e la ricerca nella guerra non è una scelta saggia. Dovrebbe semmai essere l’esatto contrario: lasciare aperti proprio questi spazi al dialogo e alle prove di pace”. “Che chi è russo debba essere qui improvvisamente additato a nemico appare non solo inconcepibile, ma anche indegno di un Paese civile. È vero che i venti di guerra soffiano forti ormai anche per le nostre strade e nelle nostre piazze, e che c’è chi fa di tutto per accendere gli animi, ma forse occorrerebbe fermarsi prima di compiere gesti di cui pentirsi e vergognarsi”…. “Ha compiuto in tal senso un gesto più che discutibile Beppe Sala, primo cittadino di Milano, capitale dell’ospitalità, che ha portato Valerij Gergiev, sospetto di essere putiniano, a lasciare la direzione del Teatro alla Scala. Ma dirigere un’orchestra non è comandare una truppa militare. Questo significherebbe accettare solo gli artisti che, sotto intimidazione, abiurino pubblicamente”.

Il culmine di questa frenesia è la pretesa dell’autocritica. Bisogna dichiarare, non solo di essere contrari a questa guerra, bensì anche di essere contrari alla Russia (o almeno al suo Governo). Metodi cari al socialismo reale, di cui tutti accusano (poco logicamente) Putin, e alla cui realtà il “mainstream” europeo è in effetti molto più vicino. In generale, il “mainstream” occidentale è più l’erede dell’egemonia culturale marxista di quanto non lo siano i Paesi “sovranisti” dell’est (i quali sono semmai culturalmente gli eredi dei vecchi “dissidenti” come Florenskij, Gumilëv, Bahro, Amal’rik o Sol’zhenitsin). Era infatti il “socialismo reale” quello che credeva, come l’attuale “mainstream”, in una marcia trionfale del Progresso verso la Fine della Storia, pretendendo  che ogni evento fosse giudicato secondo questo metro, e deformando fatti e giudizi per farli coincidere con la “linea del partito”. Ora, quell’atteggiamento è stato “girato” semplicemente  nel senso che la “Fine della Storia” sarà costituita dalla Singularity Tecnologica, e che tutto ciò che serve a quello scopo (e in primis l’”Occidente”) va sottolineato ed esaltato, e tutto il resto va ostracizzato “senza se e senza ma”. Senza neppure documentarsi sui fatti, come fa il nostro “establishment”, che risponde oramai soltanto a riflessi pavloviani indotti da alcune lobby.L’iter provvidenziale verso la Singularity passa dunque, per gli attuali zhdanovisti, attraverso la “Missione dell’ Occidente”, la rivoluzione tecnologica, il mondo unipolare, i GAFAM, “lotta delle democrazie contro le autocrazie” e, soprattutto, l’ossequio allo Stato-guida americano.

I vecchi “dissidenti” e i “riformisti” dei Paesi comunisti, pur essendo diversissimi fra di loro, erano accomunati, nella loro diversità,  proprio dal rifiuto sostanziale di quella Modernità che accomunava sovietici e americani. Kadaré era un “nazionalcomunista” cultore dei miti ancestrali albanesi del Kanun e della Bessa; Sol’zhenitsin un nostalgico dell’ Impero Russo che teorizzava l’unità degli Slavi Orientali; Wałesa portava “la Madonna sul bavero della giacca”, ecc…E’ ovvio che i loro eredi intellettuali di oggi continuino a non apprezzare l’omologazione tecnocratica occidentale.

Di converso, le attuali paranoie piccolo-nazionaliste della Russia (e dell’ Ucraina) nascono proprio dalla pluridecennale repressione delle autentiche culture.

Sarebbe ora che si lasciasse “respirare con  i due polmoni dell’ Europa” un pensiero indipendente ed autentico, radicato nella nostra eredità culturale.

Ivan Dziuba, professore, patriota ucraino e ministro della cultura

2.”Filosofija Obśćego Diela”( “La Filosofia del Compito Comune”)

E’ paradossale che l’ideologia segreta dell’ attuale “mainstream” occidentale (il postumanesimo) prenda le mosse proprio da un ascetico e geniale bibliotecario di Mosca, Fëdorov, che, con la sua enorme personalità, era riuscito a trasformare, alla fine dell’ Ottocento, il suo modesto ufficietto in un cenacolo da cui passarono i massimi intellettuali russi del’ epoca: Dostojevskij, Tol’stoj, Berdiajev, Tsiolkovskij, Vernadskij…(i quali per altro sin gran parte si rivoltarono contro il suo insegnamento, ponendo le basi di quel “Pensiero Russo” che oggi sembrerebbe il nemico per eccellenza dell’ “Occidente”).

Secondo Fëdorov, l’Uomo doveva  innalzarsi dal suo stato di entità alle mercé di cieche forze naturali, e vittima di un’entropia dissolutrice, a quello di una realtà capace di controllare razionalmente i processi evolutivi e cosmici, al fine di risolvere definitivamente il problema della morte, che è alla radice di ogni male.

Nella concezione fedoroviana, la Natura è la nostra “nemica temporanea”, data la sua tendenza disgregatrice ed entropica; solamente una volta che avremo invertito il corso naturale che va dalla vita alla morte e reindirizzato tutto verso la “vita eterna”, essa diventerà la nostra “amica permanente”.

Se la Disintegrazione è infatti la regola universale, se la morte è il male più grande che affligge universalmente tutti gli uomini — un vero e proprio “crimine” che ha accompagnato l’uomo fin dalla sua comparsa — allora la Reintegrazione, la resurrezione dei morti, è il bene più alto e oggetto del compito umano. Ciò implica non solo raggiungere un’immortalità per coloro che nasceranno, ma ripristinare alla vita eterna tutte le persone che ci hanno preceduto, affinché possano condividere quel mondo perfezionato dalla ragione umana dove noi tutti vivremmo nella fraternità per sempre. La Resurrezione è la trasformazione dell’universo — dal caos verso il quale si sta muovendo — nel cosmo, in una grandezza di incorruttibilità e indistruttibilità.

Il Cristianesimo, secondo il filosofo russo, rimane l’unica religione “vivente ed attiva” che ha saputo trasformare fino in fondo il problema della vita e della morte in problema religioso, ma sarebbe sbagliato intendere la fede cristiana come una mera “commemorazione della vita” in quanto essa è anche, e soprattutto, “un compito di redenzione” che comprende  salvezza di tutto il cosmo.

Come nel “Primo Programma Sistemico dell’ idealismo tedesco”, la soluzione fedoroviana al problema della vita e della morte richiede l’unione delle due forme di ragione, teorica e pratica, e delle due classi, dotti e ignoranti.

Il “Compito Comune”, indicato dalla filosofia ‘supramoralista’ di Fiodorov, non farebbe altro che attuare ciò che Dio vuole da noi, ossia un progresso incessante delle conoscenze e un’applicazione continua delle stesse, in modo che l’uomo si avvicini in misura sempre maggiore alla perfezione divina.Fëdorov anticipava, tanto Teilhard de Chardin, quanto Ray Kurzweil.

Le Vie della Seta passano da Kiev

3. La “scienza della rianimazione”

L’uomo, grazie ai mezzi scientifico-tecnici, deve imparare non solo a migliorare se stesso, creando organi artificiali (protesi) adatti a nuovi ambienti ed estendendo ad infinitum la sua durata vitale, ma deve anche imparare a rianimare i suoi Antenati dalla polvere e dalle tracce che hanno lasciato. Tutta quanta l’attivitá scientifica dev’ essere dunque subordinata allo scopo finale di rintracciare gli atomi e molecole degli Antenati sparsi per il mondo, dato che “tutta la materia è la polvere degli Antenati”, per la loro ricostruzione in un nuovo glorioso corpo (come quelli degli estinti dinosauri che abbiamo visto rinascere miracolosamente in “Jurassic Park”.

E’ l’obiettivo perseguito implicitamente con le analisi dei reperti biologici in corso “a tappeto” da parte della scienza paleontologica, ed esplicitamente, dagli scienziati bolscevichi, con la mummificazione dei leader sovietici, con le ricerche sulla “quasi immortalità”, sulla criogenetica e sulla clonazione umana.

Fiodorov giunge a immaginare che, quando i discendenti dell’umanitá odierna, i ‘figli dell’uomo’, colonizzeranno tutto l’universo, trionferà la bellezza, tutto l’ordine cosmico diventerà così capolavoro artistico, prodotto adamantino e imperituro della creatività umana: l’estetica dell’astronautoica sovietica

La capacità di vivere in tutto l’Universo, consentendo alla razza umana di colonizzare tutti i mondi, ci darà il potere di unire  questi mondi  in un tutto artistico, in un’opera d’arte, della quale gli innumerevoli artisti, come nell’immagine del Creatore Uno e Trino, sarà l’intera razza umana, la totalità delle generazioni risorte e ricreate ispirate da Dio, dallo Spirito Santo, che non parleranno più attraverso certi individui, i profeti, ma agirà attraverso tutti i figli dell’uomo nella loro (supramorale) totalità etica o fraterna, attraverso i figli dell’uomo raggiungerà la perfezione (per Teilhard de Chardin, il “Punto Omega”; per Kurzweil, la “Singularity”).

I guerrieri “Yamnaya”
fra Russia e Ucraina

4.La leggenda del grande Inquisitore e il Racconto dell’ Anticristo

L’escatologia di Dostojevskij costituisce l’esatto opposto di quella del suo mentore, ed è questa la ragione per cui quest’autore può essere assunto come il lontano ispiratore della “Russia Sovrana”, e il nemico dell’ attuale “mainstream” occidentale. Il senso della Leggenda del Santo Inquisitore de “I Fratelli Karamazov” era stato  colto già da Rozanov, quando descriveva il viaggio dello scrittore  a Londra, in visita dell’esposizione universale del 1863. Nella folla raccolta a visitare i prodigi della scienza e dell’industrializzazione, egli riconosce …un quadro biblico, qualcosa della Babilonia, non so che profezia dell’Apocalisse che si va compiendo definitivamente” .

Secondo Dostojevskij, il socialismo ateo aveva trasformato il cristianesimo nei tre grandi miti di massa della società moderna: la moltiplicazione dell’avere, il valore eminente del fare e la sottomissione universale alla forza organizzativa del potere. Cristo aveva rifiutato l’invito di Satana a cambiare le pietre in pane rispondendogli che l’uomo non vive di solo pane. Ma le moltitudini affamate di beni da consumare non vorranno invece vivere soltanto per ciò che hanno o esigono di avere? L’uomo diventa così schiavo di ciò che possiede o di ciò che vuol possedere. Il secondo rifiuto di Cristo a Satana, che l’invita a gettarsi dal pinnacolo del Tempio per provare con un miracolo la propria divinità, significa la negazione che l’esorbitante potenza del fare sia la prova della grandezza dell’uomo. L’ultimo dono che il Tentatore offriva a Gesù nel deserto, tutti i regni della terra, viene sdegnosamente rifiutato.

L’interpretazione dell’omologazione modernistica come l’avvento dell’Anticristo sarà ripresa da Soloviov  nel Racconto dell’ Anticristo, una parabola ancor più esplicita del carattere ingannatore del mito del progresso universale, e della necessità dell’alleanza, contro di esso, di tutte le Chiese e religioni, ripreso dal “Ludus de Antichristo” di Ottone di Frisinga..

E’appunto a queste tendenze  di lungo periodo che si è riallacciato il Patriarca Kirill nelle sue recenti, contestatissime,  omelie, in cui ha ripreso il tema, classico nella cultura russa, della salvezza dell’ Europa per opera della Russia. Questo background è utile anche  per comprendere le passioni in gioco nella guerra di informazione in corso sulla guerra in Ucraina, che si sovrappone a due conflitti ben più globali e radicali, con cui non deve però essere confuso:

-quello fra la pressione globalizzatrice dell’ Occidente (“ogromnoje davlenije Zapada”), e la visione della Russia come Katèchon, ereditata dal Patriarca Filofej, autore dell’”Epistola sulla Terza Roma”, e ribadita, nei secoli,  da von Bader, da Dostojevskij, dai Neo-Eurasiatisti, e, da ultimo, dal Patriarca Kirill;

-quello fra gli antichi Imperi Eurasiatici (Cina, Russia, India, Iran, Pakistan), fautori di un Nuovo Ordine Mondiale multipolare, e la difesa a oltranza, da parte della NATO, di una sua pretesa superiorità -etica, esistenziale, economica, politica e militare-, contraddetta, però, tanto dai fatti, quanto dai numeri.

Ambo i conflitti debbono essere tenuti ben presenti nello studiare, valurtare e risolvere la guerra in corso. Invece, purtroppo,  a noi pare che le infinite forze che, in tutti i Continenti, si muovono contro il Post-umanesimo non riescano mai ad assurgere a un punto di vista più alto, in cui si comprendano veramente le cause di quanto accade, permettendo così l’elaborazione e la gestione di una strategia unitaria. Solo così questa battaglia potrebbe essere vinta.

Dopo la battaglia fra i Kievani
e i Polovesiani

4.L’Ucraina non è “Occidentale”

Le opposte propagande sono volte ad accreditare l’idea che l’Ucraina costituisca, come voleva già Brzezinskij, “la punta di diamante dell’ Occidente”contro la barbarie asiatica. In realtà, a mio avviso, l’Ucraina ha rappresentato in passato, e ancora rappresenta oggi, come dice il suo stesso nome, una terra di transizione fra Oriente e Occidente, e sarebbe un peccato se fosse costretta a scegliere, oggi, fra Russia e Occidente.

L’Ucraina ha condiviso con la valle del Don le prime civiltà indoeuropee; è stata il paese degli Sciti, dei Sarmati, dei Goti, dei Bulgari. dei Magiari, dei Khazari, dei Cumani, dei Peceneghi, dei Mongolo-Tartari, degli Ottomani, dei Cosacchi, dei Karaim e degli Askhenzaim. I Polacchi chiamavano l’Ucraina “Campi Selvaggi”, perché ivi cavalcavano senza freni i popoli nomadi delle steppe.

La stessa strenua resistenza dimostrata oggi contro l’Armata Russa dimostra il carattere guerresco degli Ucraini, non diverso in ciò da quello dei Russi, e non alieno dagli aspetti più severi dei costumi di guerra, dai poteri assoluti del Presidente, al divieto di tutti i partiti, all’ unificazione forzata delle reti televisive, agli omicidi dei “traditori”, alle deliberate eccezioni alla Convenzione di Ginevra, all’ uso di potenti milizie private fortemente ideologizzate. In realtà, il pericolo della cosiddetta “autocrazia” denunziato dalla retorica occidentale è un fenomeno universale, derivante dalla transizione digitale, dalla “guerra senza limiti” e dalla “Società del Controllo Totale”, che conferiscono ai Governi poteri sempre più estesi in qualunque ambito territoriale e geopolitico.

Comunque, nella narrazione ucraina, il Paese sarebbe l’erede culturale soprattutto dei selvaggi Cosacchi, il cui nome stesso è turco, e significa “cavalieri erranti”. Quindi, per definizione,ancora i popoli guerrieri e nomadi delle steppe, il cui prototipo è costituito dal Taras Bul’ba messo in scena del russo-ucraino  Gogol’. L’immagine più classica dell’antica Ucraina, quella che rappresenta i Cosacchi di Zaporozhe, che, incominciado a propendere per il Gran Principe di Mosca, scrivono collettivamente una provocatoria lettera di contumelie al Sultano, li rappresenta come un branco di selvaggi mongoli.

Tra parentesi, è grottesco come i nostri media i sforzino di minimizzare le caratteristiche “neonaziste” del battaglioni speciali dell’esercito ucraino, caratteristiche che sono evidenti a tutti, a partire dalla loro origine storica, per passare alla loro simbologia, e  finire alla storia dei loro collegamenti con vari eserciti occidentali, da quello austro-ungarico, passando da quello nazista, ed arrivare, alla fine, a quello americano. Nel Dopoguerra, i battaglioni speciali occidentali sono nati da organizzazioni politiche di “rivoluzionari di professione” filo-americani attivi su tutti i fronti delle guerre post-sovietiche (difesa del Parlamento di Vilnius, guerre ex Jugoslave, Cecenia), condividendo la parabola delle analoghe formazioni baltiche. Prima ancora, essi si riallacciavano all’ UPA e al tentativo di Rosenberg (stroncato da Hitler) di favorire la nascita di un’Ucraina indipendente alleata con la Germania. Prima ancora, i fondatori dell’ UPA erano stati legati alla Repubblica ucraina fondata da ufficiali austro-ungarici al comando dell’ “Atamano” Skoropadski.

La loro simbologia è altamente significativa a questo proposito: il loro emblema risulta dalla sovrapposizione della runa “Wolfsangel”, usata da varie divisioni di SS, al “Sole Nero” che troneggiava nella sala delle riunioni del Wewelsburg, la roccaforte delle SS. Se ci si chiede perché il Governo ucraino abbia inserito queste unità nell’esercito regolare, e non sia parco neppur oggi di riconoscimenti, né per il leader dell’ UPA Bandera, né per gli attuali comandanti del Battaglione Azov, la risposta è che, senza unità così motivate e determinate, non sarebbero stati possibili, né l’Euromaidan (un caso di scuola di insurrezione di piazza), né la riconquista e la attuale difesa di Mariupol, città fondamentale dal punto strategico e simbolico. D’altronde, anche quelle dei separatisti del Donbass sono milizie volontarie, che combattono nello stesso spirito.

Credo che non sia irrilevante, a questo proposito, ricordare che il Donbass è vicinissimo a Stalingrado: è la “Sacca del Don” dove sono morti tanti Italiani, proprio a Doneck, allora chiamata “Stalino”(per via delle acciaierie).E che il Battaglione Azov è stato fondato a Mariupol, dopo una prima occupazione dei separatisti. Certamente, nella memoria collettiva, tanto dei Russi, quanto degli Ucraini, questo ricordo è tutt’altro che irrilevante.

L’insieme di questa vicenda appare caratterizzato fin dalle origini da un uso abnorme della propaganda di guerra e della disinformazione, non solo da parte dei soggetti implicati direttamente nel conflitto, ma da parte di tutti. Non parliamo qui delle polemiche sulla strage di Bucha, che dimostrano, se non altro, l’assurdità di questa guerra, dove tutti possono essere tutto e il contrario di tutto: le vittime sono “ucraine” o “Russe”? Le hanno uccise i Russi, i Siberiani, gli Ucraini,, i “nazisti”? Ma situazioni di questo genere possono e debbono essere valutate adeguatamente solo da tribunali internazionali (che per lo più non ci riescono neppur essi), perché perfino le Nazioni Unite se ne stanno rivelando incapaci

Osserviamo solo un al fatto veramente imbarazzane: che tutti, nei filmati degli “Ucraini”, soprattutto quelli  più anti-russi, parlano fra di loro inRusso, e non ne fanno neppure mistero. Basti guardare la versione originale della serie televisiva “Sluga Narodu”, che ha come protagonista Zelenskij, e che ha costituito base delle sue fortune elettorali, dove l’unico a parlare , sempre in Russo, ma con accento ucraino, è un politico che viene ridicolizzato e isolato da tutti i membri del governo (fittizio) di Zelenskij. Si badi bene, non un accenno di accento ucraino, e neppure russo-meridionale, neanche una “G” o una “o” all posto di una “a” aspirata: purissimo Russo moscovita (tant’è vero che Zelenskii era stato scambiato per un “filo-russo”.Anche il doppiaggio in Italiano  ha suscitato corrispondenti critiche.Ma ciò che è più impressionante che, anche  sul sito del famigerato “Battaglione Azov” ,  i colloqui sono anche qui in purissimo Russo, in particolare quelli che mostrano l’addestramento dal vivo dei miliziani. Hanno un accento più “meridionale” i comandanti dei separatisti. Dal che si evince con tutta evidenza che non siamo in presenza, come si dice in Occidente, di uno scontro fra opposti nazionalismi (o patriottismi), bensì di una guerra civile inter-russa per procura, fra “eurasiatisti” e ”atlantisti”, che procede dal 2008, ma ha le sue radici ben prima. Cosa che non stupirebbe nessuno, dopo le rivolte cosacche, gli scontri fra Bianchi e Rossi, le Repubblichette rivoluzionarie, l’Holodomor, la guerra partigiana e i “Fratelli della Foresta”. Tra l’altro, come riuscire a comunicare, fra tanti “volontari” e “mercenari”, in una lingua così sconosciuta come l’Ucraino? Nello stesso modo che nell’Assedio di Vienna, i soldati di Sobieski avevano dovuto, per distinguersi dai Turchi, usare bracciali colorati, così accade oggi in Ucraina fra i bracciali azzurri e gialli degli Ucraini e quelli bianchi dei Russi.

Se scadente è la qualità delle messe in scena ucraine, altrettanto  non convincenti i propagandisti russi. Come si farebbe, anche potendo e volendo, a “denazificare”, e perfino a “de-ucrainizzare”l’ Ucraina?Qui non siamo nel 1945, non ci sono i “Tedeschi” da “convertire”. Russi e Ucraini si confondono veramente, come si confondono fra loro un po’ tutti i popoli d’ Europa, che sono un continuum di civiltà, di culture, di lingue, dialetti, paesaggi, idee, da Gibilterra alla Čukotka, già feudo di Abramović. Anche nel rapporto della politica ufficiale verso la Russia vi è una transizione impercettibile, con l’”establishment” occidentale sempre più ostile, proprio mentre Ungheria e Serbia  confermano a schiacciante maggioranza i loro leaders pro-russi.

L’“internazionalità” della guerra è per altro comprensibile a causa dell’inaudita posta in gioco, che coinvolge da un lato, la sopravvivenza stessa dei Paesi belligeranti, ma, dall’ altra, anche l’intera struttura ideologica ed economica degli equilibri mondiali.

Colin Powel mostra alle Nazioni Unite una fiala di finta arma batteriologica

4.L’Ucraina, centro dell’Europa sulla Via della Seta.

Per tutti questi motivi, non avrebbe senso, né che l’Ucraina venisse annessa, totalmente o parzialmente, alla Russia, né che divenisse un membro ordinario della UE, né, infine,  che le fosse semplicemente attribuito uno “status” di neutralità. La sua forza deriva proprio dall’essere essa un elemento di equilibrio fra Est e Ovest, con eccezionali rapporti con l’Europa, la Cina e, soprattutto, la Turchia, che infatti è stata ben lieta di ospitare le trattative addirittura nel palazzo imperiale ottomano di Dolmabahce. Ricordiamoci, infatti, che buona parte dell’Ucraina era appartenuta, fino al 1700, direttamente o indirettamente, all’ Impero Ottomano, e Maidan è una parola persiana (mediata dal Turco e dal Tataro di Crimea).

Durante il colloquio annuale fra Cina e Ue tenutosi un paio di giorni fa a Bruxelles, la Cina ha affermato di stare lavorando per la pace in Ucraina, “ma a modo suo”. Prima dell’inizio della guerra, Wang Yi aveva già affermato che il ruolo dell’Ucraina era quello di costituire un ponte fra Est ed Ovest.

Questa tesi era quella che avevamo già sostenuto nel Quaderno n. 3 dei nostri Quaderni di Azione Europeista, che stiamo per ripubblicare come Quaderno 1-2022, con qualche correzione della tempistica, giacché esso appare ancor oggi attualissimo.

Infatti, indipendentemente dall’ esito del conflitto russo-ucraino, sta procedendo il progetto della Via della Seta, che non è solo cinese. Tra l’altro, sono stati terminati, o in via di completamento, i ponti di Pamukkale, sull’ Ellesponto/Dardanelli) e di Pelješac (fra la Dalmazia e Dubrovnik), e il tunnel sotto il Bosforo.

L’integrazione dell’ Eurasia procede,dunque,  nonostante tuti i “decoupling” (e gli embargo e le sanzioni con cui li si mettono in pratica).Dopo il recente incontro con i vertici UE, il Presidente Xi  ha affermato che la Cina and  l’Unione Europea  devono respingere la rinascita della “mentalità dei blocchi e della Guerra Fredda”. Perciò, la Cina accoglie con calore gl’investimenti europei  e vorrebbe esplorare una accresciuta complementarietà fra questo suo atteggiamento aperto e un’ autonomia strategica aperta, come si addice a “due grandi civiltà”.Peccato che, fra embarghi e sanzioni, alle imprese europee non lasciamo più fare commercio estero.

Quanto all’ Ucraina, Xi ha citato: l’urgenza che tutte le parti favoriscano le  trattative, anziché boicottarle; lavorare concretamente contro l’aggravarsi dell’ emergenza umanitaria; ricercare, con il supporto della Cina, un quadro di sicurezza europea equilibrato, efficace e sostenibile e completo.

A nostro avviso, tale “quadro equilibrato” potrà essere raggiunto solo se l’”Europa  da Brest a Vladivostok” diverrà, come la Cina, uno Stato-Civiltà, con una sua chiara e distinta identità, un suo Governo autorevole ed efficace, un suo esercito autonomo, quale reso possibile già dall’ attuale elevatissimo livello di spesa militare, se del caso ulteriormente rafforzato nelle direzioni di una comune cultura militare, della messa in comune delle armi nucleari e spaziali e della digitalizzazione a tappeto.

Oltre a ciò, l’ Europa e la Cina dovrebbero farsi portatori, a livello mondiale, di serie trattative per un’Organizzazione Mondiale di Difesa del Principio di Precauzione, che assorba AIEA, UNESCO, OMS e Agenzia per la lotta contro le armi chimiche e biologiche, che sostituisca gli obsoleti trattati in campo missilistico, per stabilire un controllo a tappeto sulle nuove tecnologie per impedire il superamento degli uomini da parte dei robot, lo scatenamento a sorpresa di guerre totali, la diffusione di propaganda di guerra, la gestione politica delle epidemie, la dipendenza dal web, ecc…

COME USCIRE DAL VICOLO CIECO?

RIMANDARLI TUTTI A SCUOLA

Co n le sanzioni,
il business russo è schizzato alle stelle

Si discute giustamente in questi giorni sul se le sanzioni occidentali, e le relative contro-sanzioni russe (sommandosi alle sanzioni e contro-sanzioni con Iran e Cina, esistenti da decenni), abbiano danneggiato maggiormente la Russia o l’Occidente. Io credo l’Europa, e lo spiegherò nel corso di questo post.

Il “circo mediatico” non si sta accorgendo che, con queste sanzioni, l’’”establishment” occidentale sta facendo un gran favore, tanto a Putin, quanto alla Cina, nello stesso modo in cui esso era già stato deliberatamente complice dell’ URSS per  i  35 anni della Guerra Fredda, e continua a procedere con lo stesso cinismo (o incoscienza).  Lo dimostreremo al termine dell’articolo, chiedendoci anche il perché.

L’andamento della spesa militare in Europa e Russia

1.Le nostre classi dirigenti non sono mai state  all’ altezza di occuparsi di strategie

Per ora, incominciamo a notare solo che tutti “pontificano” sull’URSS, la Perestrojka, l’Europa Centrale e Orientale, ma  con un grado di competenza assolutamente insufficiente. Sfido per esempio la maggior parte dei commentatori politici a citare i nomi delle capitali dei Paesi dell’Europa Orientale, o i rispettivi presidenti e primi ministri.

L’ignoranza, da parte dell’”establishment”, delle realtà basilari della storia, della politica, della cultura e dell’economia, cancellate, nelle loro menti, dall’opportunismo e dal fanatismo ideologico, si rivela ogni giorno di più di fronte a realtà drammatiche come la pandemia e la crisi ucraina, che mettono a nudo la natura complessa e tragica della realtà, che non si lascia certo spiegare con gli slogan rassicuranti della Modernità.

Esempio tipico: Putin “sarebbe rimasto fermo al XIX secolo”. Anche i suoi detrattori usano, per altro, terminologie da 18° secolo.  Che il XX secolo sia stato migliore del XIX, e che il XXI sarà per forza migliore del XX, è ancora tutto da dimostrare.

Al di là di facili polemiche terminologiche, credo comunque di poter parlare, di mercato energetico e di oligarchi, con un po’ più di conoscenza di causa di altri, essendomi occupato, dal 1989 al 1993, cioè durante il periodo della Perestrojka, delle problematiche giuridiche degli investimenti FIAT in Russia, e, poi, fino al 2005, delle centrali a gas, delle reti elettriche, dei gasdotti e del loro finanziamento.

Soprattutto  mi ha stupito l’ignoranza del nostro Primo Ministro, esaltato da tutti per le sue pretese competenze di politica economica europea (è stato Governatore della Banca d Italia e Presidente della BCE) su un argomento che dovrebbe essere invece alla base delle sue riflessioni politiche ed economiche: l’aspetto economico delle politiche della difesa dei grandi Stati del mondo, e, in particolare, del’ Europa.

Non è, a mio avviso, ammissibile che un siffatto personaggio affermi, come ha fatto durante la conferenza – stampa dell’altro ieri, di non essersi accorto, fino a pochi giorni fa, quando glielo hanno fatto notare i suoi colleghi degli altri Stati membri, che, attualmente, l’Europa spende, per la propria difesa, quasi tre volte della Russia, ma con risultati neppure lontanamente comparabili.

Fatto che costituisce la realtà fondamentale dell’Europa, e ci fa capire le ragioni d’ essere della sua struttura e i suoi rapporti con il resto del mondo. Ci fa capire  che le attuali organizzazioni internazionali sono state costruite più per paralizzare l’ Europa che per favorirla e potenziarla (Ikenberry), e che tutta la nostra economia si regge sul boicottaggio istituzionale delle nostre imprese e istituzioni, la cui forza viene dispersa con politiche dissennate per favorire l’ America.

Ma proprio per questo è gravissimo che non sappia queste chi ha avuto, e ancora ha, le massime responsabilità nel governo dell’ Europa. Se queste cose non le sa Draghi, figuriamoci gli altri! Evidentemente, sono stati anch’essi avviluppati per decenni in una “bolla” costruita da consulenti internazionali, “gatekeepers”, accademici e militari deviati, che hanno creato un mondo fittizio di “magnifiche sorti e progressive”,di “liberi mercati” e di”conquiste sociali” che non esistono…..

Com’ è possibile, comunque, che permettiamo che ci governino persone che non conoscono quelle elementari verità, che sono accessibili a tutti anche solo tramite Internet, e sono state da noi ripetute almeno 100 volte in questo blog?

Tutti si chiedono perché da ben 70 anni non si faccia una politica estera e di difesa comune. Chi la potrebbe fare, se i governanti denotano una così grave e colpevole ignoranza? Certo, bellamente alimentata dai nostri generali “bibéronnés dans les campus américains”(Cfr. Le Monde Diplomatique).

Giustamente, Draghi ha dichiarato di essersi reso conto che occorre “un migliore coordinamento”. Era ora! Da modesto sottotenente di complemento di Amministrazione Militare ed ex Ufficiale Pagatore, mi permetto di ribadire quanto già scritto in un precedente post. Per una buona “spending review”,  bisognerebbe incominciare licenziando tutti i generali!

E, invece, che cosa sta facendo il Governo Tedesco? Sta aumentando la propria spesa militare come richiesto dagli USA: compra degli F-35, così sabotando la costruzione dei caccia europei. La spiegazione? Gli F35 sono gli unici idonei a trasportare le bombe atomiche americane “a doppia chiave” (vale a dire che possono essere usati solo con il consenso tedesco e americano). Ma queste bombe sono una follia! Senza essere di alcuna utilità in un mondo dominato dai missili balistici, espongono gli Europei (che non possono usarle autonomamente) alle rappresaglie russe. Soprattutto ora che sono ormai in uso (almeno da parte della Russia) i missili ipersonici da 12.500 Km/ora (e quindi inintercettabili), il primo dei quali è stato lanciato ieri dai Russi con successo per distruggere un bunker sotterraneo vicino alla Polonia con  missili forniti all’ Ucraina dalla NATO. Questi missili potrebbero benissimo essere utilizzati in pochi secondi per distruggere le bombe atomiche immagazzinate in Italia e Germania.

Le bombe “a doppia chiave” ci erano state imposte negli anni 60, quando (ma nessuno lo sa); Italia, Francia e Inghilterra stavano preparando la bomba atomica europea. Noi avevamo già prodotto e testato il nostro missile, lo “Alfa”. Il fallimento dell’ atomica europea e l’imposizione delle grottesche “bombe a doppia chiave” avevano prodotto la rivolta Di De Gaulle e la Force de Frappe. Così, gl’inglesi si sono fatti la loro bomba atomica, i francesi la loro, e noi siamo rimasti con le bombe “a doppia chiave”.

E’ ovvio che gli europeisti, e prima di tutto il Movimento Europeo, dovrebbero porre immediatamente all’ ordine del giorno della Conferenza sul Futuro dell’ Europa questa apparentemente innocente questione delMigliore coordinamento” delle politiche di difesa dell’ Europa, aprendo però un dibattito a tutto tondo sull’ argomento  (a cominciare da questi dei costi, della bomba atomica europea e dell’ utilità o meno delle sanzioni).

Infatti, se, come tutti ritengono oramai possibile, ci fosse per ipotesi un allargamento, sotto qualunque forma, della guerra al nostro territorio, mi risulta che avremmo un “nuovo 8 settembre”. Se guardiamo, infatti, all’esempio ucraino, è chiaro che le prime due cose da fare sarebbe individuare (se ne esistono), dei rifugi sotterranei, e, poi, predisporre le modalità per la mobilitazione, e/o evacuazione, della popolazione civile

Premesso che cinquant’anni fa, durante il servizio militare, ero preposto proprio a queste incombenze, devo ricordare che anche allora c’era una grande confusione (soprattutto per il timore che si scambiassero le esercitazioni  per la realtà). Ora, con l’abolizione del servizio di leva e con la corrispondente scomparsa della mobilitazione generale, credo che non si saprebbe proprio da dove cominciare. Non parliamo poi dei corridoi umanitari (uno dei compiti oggi più essenziali, ma a cui mi pare non si stia proprio pensando).

Le basi degli aerei italiani con a bordo le bombe atomiche americane

2.Gli effetti delle sanzioni

Le sanzioni hanno senso ed efficacia se imposte da uno Stato più forte a uno stato più debole. Se la situazione è opposta, non hanno senso. Infatti, il commercio internazionale è per natura reciproco. Se vendo qualcosa, devo pure acquistare qualcosa in cambio, e vice-versa. Se non vendo, non acquisto, e questo impoverisce anche chi impone le sanzioni.

Importazioni di gas in Italia

a)Dopo le sanzioni, la spesa energetica europea con la Russia è esplosa

L’Europa importa dalla Russia gas, petrolio e grano, ed esporta  macchinari, prodotti di lusso, agro-alimentari e servizi turistici. Se vieto le importazioni di gas, o la mia economia si blocca, o le merci importate divengono più care, e comunque i miei cittadini s’impoveriscono. E’ quanto sta accadendo in Europa, senza ancora che l’importazione dei beni essenziali sia vietata, ma già solo per effetto delle aspettative in tal senso degli operatori, e l’incremento del prezzo del gas, che favorisce solo i Russi. Ma c’è di più. Giacché gran parte del fabbisogno energetico europeo è coperto dal gas russo, nonostante le sanzioni, non abbiamo diminuito, bensì aumentato, le importazioni, mentre il prezzo è triplicato. Paghiamo ogni giorno alla Russia miliardi più che in passato e il gas importato, e così finanziamo la guerra. Altro che default della Russia!

Infine, quand’anche noi, o la Russia, volessimo interrompere completamente le importazioni, l’intera vita in Europa (che si basa sempre sull’ energia), cesserebbe in pochi minuti, con l’interruzione delle comunicazioni, dei servizi di sicurezza, dei trasporti, della refrigerazione, del riscaldamento, della produzione industriale, delle prestazioni sanitarie…Per distruggere l’Europa, non c’è bisogno neppure delle bombe atomiche.

L’economista Robin Brooks ha studiato come si siano evoluti, durante la crisi, i flussi di cassa verso la Russia, giungendo alla paradossale conclusione che, nonostante il blocco delle riserve finanziarie all’ estero, la Russia ne stia generando di nuove grazie all’ aumento del prezzo del gas, al ritmo di 1 miliardo di dollari al giorno.

Esposizione verso la Russia
delle banche italiane ed europee

b)Il cosiddetto “Default della Russia” consisterebbe nel fatto che fra  sono venuti a scadenza moltissimi titoli di debito russi. A parte il fatto che c’è già stato un periodo di grazia,  è intenzione della Russia  pagarli in rubli svalutati, così scaricando la svalutazione sui creditori esteri.

Tuttavia, le sanzioni modificano comunque i flussi di merci, e, in tal modo, le situazioni economiche e sociali dei Paesi coinvolti.Vediamo come.

c)Industria

Gli enormi effetti si erano già visti anche prima, a causa dei problemi nella fornitura di materiali, il gruppo BMW ha fermato o sta fermando:

  • gli stabilimenti BMW di Monaco e Dingolfing, entrambi in Germania;
  • lo stabilimento MINI di Oxford, in Inghilterra;
  • la fabbrica di motori BMW di Steyr, in Austria.

Mercedes-Benz riduce i turni di lavoro a causa della carenza di pezzi.

Porsche addirittura sospende completamente la produzione di Macan e Panamera a causa della mancanza dei componenti.

Toyota ha bloccato la produzione a San Pietroburgo delle RAV4 e Camry, destinate al mercato europeo, dove produceva 100.000 auto l’anno.

Renault affronta una vera crisi in quanto la Russia è il suo secondo maggior mercato (che gli vale 5 miliardi di euro l’anno) e ha dovuto interrompere la produzione a Togliattigrad, ma continua per ora a pagare gli stipendi in valuta locale.

Cominciano a scarseggiare gli pnenumatici (con tensioni sui prezzi) a causa della chiusura degli stabilimenti Continental di Kaluga e Bridgestone di Ulyanovsk.

La carenza di materie prime potrebbe portare ad un aumento dei prezzi al consumatore (e la crisi dei chip lo ha dimostrato già molto bene). La Russia, lo ricordiamo, è un importante fornitore di nichel, materiale essenziale, ad esempio, per la produzione di batterie per le auto elettriche.

Andamento dell’interscambio Russia-Cina

c)Incremento dei rapporti commerciali Cina-Russia

L’aspettativa di una riduzione (o non incremento) delle esportazioni russe di gas verso l’Europa (anche a causa del blocco ormai biennale di “North Stream 2)”  ha prodotto l’aumento del prezzo del petrolio esportato e del ricavato di Gazprom,  un aumento delle esportazioni verso la Cina e la diminuzione del prezzo degl’idrocarburi verso i cittadini russi. Tutti effetti  vantaggiosi per il Governo russo. Perfino la svalutazione del rublo mette a posto il bilancio dello Stato, visto che il petrolio si paga in dollari.

Intanto, si sta costruendo a ritmo serrato un nuovo gasdotto, che porterà il gas della Penisola di Yamal, non più in Europa, ma in Cina. Ancora non si è saputo dire come si riuscirà comunque ad evitare di comprare il gas russo prima di tre annoi da ora.

Parmigiano russo

d)Agroalimentare

Il divieto di importazione dell’agroalimentare ha costretto fin dal 2014 le industrie nazionali a produrre gli stessi prodotti nel Paese, con effetti positivi sull’ autonomia alimentare, sulla bilancia dei pagamenti, sull’ occupazione e sulle competenze delle imprese russe.

Abbiamo così i magazzini pieni di Parmesan e Shampanskoje russi, o della Crimea.

Ma perfino gli allevamenti di bestiame europei lamentano già ora lo scarseggiare dei mangimi in provenienza da Russa e Ucraina, con necessità di abbattere gli animali.

Gl’industriali italiani in teleconference con Putin

e)Investimenti stranieri

Il boicottaggio reciproco degl’investimenti stranieri in Russia ha reso più autonomo il Paese e rinsaldato i legami con la Cina e con altri alleati come Serbia, Siria e Paesi africani. Le imprese russe controllate da stranieri, e abbandonate alla loro sorte per via delle sanzioni, vengono ora gestite da una fiduciaria di Stato, e, in caso di fallimento, verranno vendute  al miglior offerente.

Il prezioso piumino italiano di Putin

e)Prodotti di lusso

Infine, la scomparsa in Russia dei prodotti stranieri di lusso ha rallentato l’occidentalizzazione della società russa. Per esempio, lo stesso piumino Loro Piana  indossato da Putin per l’anniversario della riunificazione con l’Ucraina non è più in vendita in Russia da molti anni.

Le ville italiane degli oligarchi

f)Sequestro dei beni degli oligarchi

Veniamo infine a una misura tanto conclamata: il sequestro dei beni degli Oligarchi.

Ricordiamo che gli Oligarchi sono una classe sociale emersa con la Perestrojka, grazie a cui i vertici della nomenklatura crearono piccole società finanziarie all’ estero, intestate a se stessi, su cui dirottarono un certo numero di fondi neri, per sostenersi in caso di caduta del sistema. Il fallimento dello stato sovietico rese poi controversa la proprietà di vari beni statali, il che consentì accordi informali con ex funzionari dell’URSS (principalmente in Russia e Ucraina) come un mezzo per acquisire proprietà statali.

Gli oligarchi si appropriavano dei nuovi strumenti di business creati dalla Perestrojka, come licenze di importazione e posti direttivi nelle joint-ventures con gli stranieri, grazie a cui alimentarono ancora le proprie società finanziarie. Al tempo delle liberalizzazioni, si ponevano in qualità di intermediari con i partner esteri che investivano nelle imprese di Stato, divenendone dirigenti. Al tempo delle prime privatizzazioni “improprie”, si riservarono parte del capitale sociale delle grandi imprese, favorivano i partner esteri e ingrossavano i loro conti all’ estero. Tutto ciò veniva giustificato con il fatto che occorreva creare dal nulla un nuovo ceto imprenditoriale. Si diede a tutto ciò una facciata di diritto commerciale, e, con il meccanismo delle privatizzazioni di massa, si favorì l’azionariato popolare, che fu presto riscattato dagli oligarchi con la complicità della mafia .Le bande mafiose in combutta con gli oligarchi si combattevano nelle strade per il possesso dei pacchetti azionari. Nel frattempo, tutti evadevano le tasse, lo Stato s’impoveriva e gli oligarchi acquisivano la cittadinanza straniera. A un certo punto, Putin cominciò a mettere sotto controllo le grandi imprese e gli oligarchi, facendo effettuare controlli fiscali a tappeto, finché ebbe la certezza che avrebbe potuto colpirli.

A quel punto, propose ad essi un patto, in base al quale, in futuro, essi avrebbero dovuto sostenere il Governo ed astenersi da azioni contrarie all’ interesse nazionale. Alcuni accettarono, altri rifiutarono, e Khodorkovski si mise addirittura in rotta di collisione con il Presidente, venendo incarcerato, poi graziato. Nel frattempo, le imprese energetiche, sottratte agli oligarchi, venivano nuovamente nazionalizzate.

Quegli oligarchi che non accettarono il patto con Putin pur senza opporsi apertamente, com’è il caso di Abramovich, spostarono il centro dei loro interessi all’ estero, e, in particolare, a Londra. Ora, sono essi ad essere colpiti. Ma questo non è certo contrario agl’interessi della Russia, che, degli oligarchi, avrebbe potuto  volentieri fare a meno! Grazie alle misure contro gli oligarchi e alla fuga delle imprese straniere, il capitalismo di Stato riprende forza, accrescendo ulteriormente la presa dell’Esecutivo per costruire una permanente economia di guerra (cosa che per altro sta facendo Draghi da noi, con la “golden share”, il bando delle imprese di Paesi ostili, i sussidi a tappeto, la richiesta di sempre nuovi fondi dell’ Unione per contrastare pandemia e guerra).

Google ha eseguito la censura
per ordine della Commissione

f)Internet

Putin aveva definito Internet come una  “operazione speciale della CIA”. Proprio così: una “spetsijalmaja operatsija”, come quella svolta ora in Ucraina dall’ Armata Russa. Certo, non vi è chi non veda quante e quali incidenze militari abbia il web, dallo spionaggio, alla diffusione di notizie false e tendenziose, alla censura militare, alla propaganda, all’ organizzazione di operazioni coperte.

Si è visto con Google Analytica, con la legislazione sulle fake news, con il silenziamento di Trump, con la censura su RT e Sputnik, con lo hate speech di Facebook contro la Russia, che queste non sono solo vuote parole, bensì la realtà di tutti i giorni, che condiziona tutte le nostre vite e, in particolare,  lo scontro militare in corso.

Si era anche detto che l’11 marzo, nell’ ambito delle contro-sanzioni, la Russia sarebbe addirittura uscita dal WorldWide Web, attuando un piano che era stato studiato da tempo per il caso di guerra, usando una tecnologia parallela  a quella studiata, per circostanze simili, dall’ India. Invece, in seguito alla decisione unilaterale di Meta di sospendere la propria policy sullo hate speech solo nelle proprie versioni dell’Europa Orientale e per le espressioni di odio indirizzate alla Russia, la Russia stessa ha avviato la procedura per fare definire Facebook e Instagram organizzazioni terroristiche, e nel frattempo ne ha vietato l’uso in Russia.

Abbiamo perciò una separazione molto parziale. Il che dimostra per l’ennesima volta il potere esorbitante dei GAFAM perfino in Russia.

In Russia arrestano
chi critica la guerra:
qui censurano i Russi
tout court

f) Censura militare

Questo è uno dei temi più controversi, perché, in generale, l’Occidente è nato con la presunzione, settaria, di avere sempre ragione, e, pertanto, di avere il dovere, morale e religioso, di convertire il resto del mondo. quanto tutti i Paesi abbiano adottato, nell’ultimo secolo, almeno qualcosa  della cultura occidentale, per l’ America, questo non basta mai. SI ha sempre l’impressione che gli altri siano pazzi, vivano in una bolla, manipolino la realtà.

Che la scoperta dell’America abbia avviato un genocidio; che India e Cina fossero nettamente superiori all’Occidente fino al 1850; che i popoli eurasiatici sostengano i loro governi, sono tutte cose a cui gli Occidentali, e, in particolare, gli Americani, non riescono a credere.

Lo stato di guerra ha portato questa situazione fino al parossismo. Le radiotelevisioni di tutti gli Stati sputano in continuazione servizi sulla guerra, dove ogni dettaglio è, in Russia e in Occidente, specularmente opposto. Se la guerra nasce dalla volontà di potenza immotivata di Putin, per la Russia essa nasce invece da una russofobia ancestrale che ha provocato il continuo tentativo di attaccare la Russia e smembrala; se per gli Occidentali la lentezza  dell’ avanzata dipende dall’ inefficienza dell’ esercito russo, per i Russi essa deriva dalla volontà di non colpire i civili, specialmente trattandosi di un popolo fratello; se, per l’Occidente, le difficoltà dei cittadini di Mariupol derivano dall’assedio da parte dei Russi, per questi ultimi derivano dal fatto che il Battaglione Azov, nato a Mariupol, ha tenuto per settimane in ostaggio i civili come scudi umani; se, per gli Occidentali, una strage si è svolta a Kiev per colpa dei Russi, per questi si tratta di una strage a Doneck, fatta dal Battaglione Azov…

Per migliorare la situazione, la UE ha messo al bando le emittenti e i siti russi, e la Russia ha adottato una severissima legge sulla censura militare, sicché i due mondi sono ermeticamente isolato.

Ma questo permette di realizzare al meglio la “Dottrina Putin”, che mira alla militarizzazione della società per meglio sostenere lo scontro con l’ Occidente.

La prima pagina ingannatrice di Massimo Giannini

3.L’Occidente sta favorendo il progetto di Putin

In effetti, l’enorme polverone sollevato serve a nascondere l’impotenza degli Europei a fare qualcosa per evitare questa guerra fratricida, che, a mio avviso, si sarebbe potuta benissino evitare (come quelle del Nagorno Karabagh, Cecenia, Transnistria, Croazia, Bosnia, Kossovo, Georgia, Donbass), se solo fosse stata perseguita, nel 1989, la proposta di Gorbachev e Mitterrand di una Confederazione Europea (cfr. precedenti post), alla quale ovviamente l’America si era sempre opposta

Ancora oggi, quel progetto sarebbe proponibile. Infatti, l’elemento scatenante della guerra in corso è stato costituito dal pluridecennale rifiuto, da parte dell’Occidente, di creare un sistema condiviso di sicurezza europea, proposto dalla Russia, alla quale la NATO ha risposto con sempre nuovi allargamenti della NATO, indotti da un’ ideologia secolare e conclamata di conquista del mondo (l’”Esportazione della Democrazia”).

Ebbene, la Russia, prima di compiere la propria “operazione speciale” in Ucraina, aveva inviato agli Stati Uniti e alla NATO:

a) due bozze di trattato sulla sicurezza europea, che gli USA avevano rifiutato di discutere;

b)un documento sintetico con l’elenco delle proprie richieste, il cui rifiuto è stato la base dell’ attacco in Ucraina.

Certo, vi è un salto logico fra le ben argomentate e formalizzate richieste agli USA e alla NATO inviate da Lavrov e l’attacco militare all’  Ucraina (che non è neppure membra della NATO,  e che quindi non avrebbe potuto, neppure volendo, dare alla Russia le garanzie ch’essa richiede). L’Ucraina ha quindi certamente ragione a lamentarsi di essere stata brutalmente messa in mezzo in questo modo, ma l’alternativa per la Russia sarebbe stata, come detto dallo stesso Biden, un attacco alla NATO,e, quindi una Terza Guerra Mondiale nucleare. Si noti che vi siamo più vicini che mai, perché i missili ipersonici “Kindzhal”usati dalla Russia per la prima volta nella storia, per non parlare della guerra chimico-batteriologica, sono l’ultimo passo prima della guerra nucleare.

La guerra in Ucraina, con la distruzione di tutti gli armamenti forniti nei decenni dalla NATO e con il salato conto petrolifero, costituiva dunque l’unica arma di pressione sulla NATO e su quei Paesi (come Svezia, Finlandia e Georgia), i quali, pur non facendone parte, si comportano già come se lo fossero.Orbene, fornendo alla Russia l’occasione per fare ciò che avrebbe avuto tutto l’interesse a fare già da tempo, ma che non aveva mai osato fare, l’ America hareso, un favore a se stessa e nel contempo anche all’ Amministrazione Putin, ricostituendo il bipolarismo e assoggettando più che mai gli Europei.

Studenti torinesi bruciano
bandiera NATO

4.Come andrà a finire?

Visto quanto sopra, è ben difficile predire come le cose evolveranno. Certamente, l’Europa esce da questa vicenda più debole che mai, perché, a causa dell’ assenza di una sua qualsivoglia politica estera e di difesa europea (con un Comando Europeo, una Dottrina Militare Europea, un Esercito Europeo, un’Intelligence Europea, una Force de Frappe europea, una cyberguerra europea, un’accademia militare europea, non può evidentemente dire nulla in trattative internazionali, come quelle di questi giorni, che sono basate su equilibri geostrategici, tecnologici, militari e intelligence. Infatti, i molti e pure lodevoli tentativi di Macron, Draghi e Scholz, d’inserirsi nei frenetici pourparlers fra i leaders dei grandi Paesi, sono stati frustrati e caduti nel ridicolo.

Borrell, von der Leyen e Michel non ci hanno neppure provato, pur essendo Russia e Ucraina due grandi Paesi europei di cui essi dovrebbero prendersi cura.D’altronde, di cosa avrebbero potuto parlare, se tutti gli argomenti seri (che sono molti) sono già stato affrontati (senza risolverli), da Russi, Americani, Ucraini, Turchi, Cinesi e Israeliani?

Certo, è’ umiliante essere Europei in queste condizioni. Se la Conferenza sul Futuro dell’ Europa deve avere un senso, esso sarebbe quello di colmare questoi vuoto.

Come procedere?

ALLEGATO

BOZZE DI DOCUMENTI SULLA NUOVA ARCHITETTURA DDI SICUREZZA UROPEA,INVIATE DALLA RUSSIA A AMERICA E NATO

17 December 2021

Agreement on measures to ensure the security of The Russian Federation and member States of the North Atlantic Treaty Organization

Unofficial translation

Draft

The Russian Federation and the member States of the North Atlantic Treaty Organization (NATO), hereinafter referred to as the Parties,

reaffirming their aspiration to improve relations and deepen mutual understanding,

acknowledging that an effective response to contemporary challenges and threats to security in our interdependent world requires joint efforts of all the Parties,

determined to prevent dangerous military activity and therefore reduce the possibility of incidents between their armed forces,

noting that the security interests of each Party require better multilateral cooperation, more political and military stability, predictability, and transparency,

reaffirming their commitment to the purposes and principles of the Charter of the United Nations, the 1975 Helsinki Final Act of the Conference on Security and Co-operation in Europe, the 1997 Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security between the Russian Federation and the North Atlantic Treaty Organization, the 1994 Code of Conduct on Politico-Military Aspects of Security, the 1999 Charter for European Security, and the Rome Declaration “Russia-NATO Relations: a New Quality” signed by the Heads of State and Government of the Russian Federation and NATO member States in 2002,

have agreed as follows:

Article 1

The Parties shall guide in their relations by the principles of cooperation, equal and indivisible security. They shall not strengthen their security individually, within international organizations, military alliances or coalitions at the expense of the security of other Parties.

The Parties shall settle all international disputes in their mutual relations by peaceful means and refrain from the use or threat of force in any manner inconsistent with the purposes of the United Nations.

The Parties shall not create conditions or situations that pose or could be perceived as a threat to the national security of other Parties.

The Parties shall exercise restraint in military planning and conducting exercises to reduce risks of eventual dangerous situations in accordance with their obligations under international law, including those set out in intergovernmental agreements on the prevention of incidents at sea outside territorial waters and in the airspace above, as well as in intergovernmental agreements on the prevention of dangerous military activities.

Article 2

In order to address issues and settle problems, the Parties shall use the mechanisms of urgent bilateral or multilateral consultations, including the NATO-Russia Council.

The Parties shall regularly and voluntarily exchange assessments of contemporary threats and security challenges, inform each other about military exercises and maneuvers, and main provisions of their military doctrines. All existing mechanisms and tools for confidence-building measures shall be used in order to ensure transparency and predictability of military activities.

Telephone hotlines shall be established to maintain emergency contacts between the Parties.

Article 3

The Parties reaffirm that they do not consider each other as adversaries.

The Parties shall maintain dialogue and interaction on improving mechanisms to prevent incidents on and over the high seas (primarily in the Baltics and the Black Sea region).

Article 4

The Russian Federation and all the Parties that were member States of the North Atlantic Treaty Organization as of 27 May 1997, respectively, shall not deploy military forces and weaponry on the territory of any of the other States in Europe in addition to the forces stationed on that territory as of 27 May 1997. With the consent of all the Parties such deployments can take place in exceptional cases to eliminate a threat to security of one or more Parties.

Article 5

The Parties shall not deploy land-based intermediate- and short-range missiles in areas allowing them to reach the territory of the other Parties.

Article 6

All member States of the North Atlantic Treaty Organization commit themselves to refrain from any further enlargement of NATO, including the accession of Ukraine as well as other States.

Article 7

The Parties that are member States of the North Atlantic Treaty Organization shall not conduct any military activity on the territory of Ukraine as well as other States in the Eastern Europe, in the South Caucasus and in Central Asia.

In order to exclude incidents the Russian Federation and the Parties that are member States of the North Atlantic Treaty Organization shall not conduct military exercises or other military activities above the brigade level in a zone of agreed width and configuration on each side of the border line of the Russian Federation and the states in a military alliance with it, as well as Parties that are member States of the North Atlantic Treaty Organization.

Article 8

This Agreement shall not affect and shall not be interpreted as affecting the primary responsibility of the Security Council of the United Nations for maintaining international peace and security, nor the rights and obligations
of the Parties under the Charter of the United Nations.

Article 9

This Agreement shall enter into force from the date of deposit of the instruments of ratification, expressing consent to be bound by it, with the Depositary by more than a half of the signatory States. With respect to a State that deposited its instrument of ratification at a later date, this Agreement shall enter into force from the date of its deposit.

Each Party to this Agreement may withdraw from it by giving appropriate notice to the Depositary. This Agreement shall terminate for such Party [30] days after receipt of such notice by the Depositary.

This Agreement has been drawn up in Russian, English and French, all texts being equally authentic, and shall be deposited in the archive of the Depositary, which is the Government of …

17 December 2021

Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees

Unofficial translation

Draft

The United States of America and the Russian Federation, hereinafter referred to as the “Parties”,

guided by the principles contained in the Charter of the United Nations, the 1970 Declaration on Principles of International Law concerning Friendly Relations and Cooperation among States in accordance with the Charter of the United Nations, the 1975 Helsinki Final Act of the Conference on Security and Cooperation in Europe, as well as the provisions of the 1982 Manila Declaration on the Peaceful Settlement of Disputes, the 1999 Charter for European Security, and the 1997 Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security between the North Atlantic Treaty Organization and the Russian Federation,

recalling the inadmissibility of the threat or use of force in any manner inconsistent with the purposes and principles of the Charter of the United Nations both in their mutual and international relations in general,

supporting the role of the United Nations Security Council that has the primary responsibility for maintaining international peace and security,

recognizing the need for united efforts to effectively respond to modern security challenges and threats in a globalized and interdependent world,

considering the need for strict compliance with the principle of non-interference in the internal affairs, including refraining from supporting organizations, groups or individuals calling for an unconstitutional change of power, as well as from undertaking any actions aimed at changing the political or social system of one of the Contracting Parties,

bearing in mind the need to create additional effective and quick-to-launch cooperation mechanisms or improve the existing ones to settle emerging issues and disputes through a constructive dialogue on the basis of mutual respect for and recognition of each other’s security interests and concerns, as well as to elaborate adequate responses to security challenges and threats,

seeking to avoid any military confrontation and armed conflict between the Parties and realizing that direct military clash between them could result in the use of nuclear weapons that would have far-reaching consequences,

reaffirming that a nuclear war cannot be won and must never be fought, and recognizing the need to make every effort to prevent the risk of outbreak of such war among States that possess nuclear weapons,

reaffirming their commitments under the Agreement between the United States of America and the Union of Soviet Socialist Republics on Measures to Reduce the Risk of Outbreak of Nuclear War of 30 September 1971, the Agreement between the Government of the United States of America and the Government of the Union of Soviet Socialist Republics on the Prevention of Incidents On and Over the High Seas of 25 May 1972, the Agreement between the United States of America and the Union of Soviet Socialist Republics on the Establishment of Nuclear Risk Reduction Centers of 15 September 1987, as well as the Agreement between the United States of America and the Union of Soviet Socialist Republics on the Prevention of Dangerous Military Activities of 12 June 1989,

have agreed as follows:

Article 1

The Parties shall cooperate on the basis of principles of indivisible, equal and undiminished security and to these ends:

shall not undertake actions nor participate in or support activities that affect the security of the other Party;

shall not implement security measures adopted by each Party individually or in the framework of an international organization, military alliance or coalition that could undermine core security interests of the other Party.

Article 2

The Parties shall seek to ensure that all international organizations, military alliances and coalitions in which at least one of the Parties is taking part adhere to the principles contained in the Charter of the United Nations.

Article 3

The Parties shall not use the territories of other States with a view to preparing or carrying out an armed attack against the other Party or other actions affecting core security interests of the other Party.

Article 4

The United States of America shall undertake to prevent further eastward expansion of the North Atlantic Treaty Organization and deny accession to the Alliance to the States of the former Union of Soviet Socialist Republics.

The United States of America shall not establish military bases in the territory of the States of the former Union of Soviet Socialist Republics that are not members of the North Atlantic Treaty Organization, use their infrastructure for any military activities or develop bilateral military cooperation with them.

Article 5

The Parties shall refrain from deploying their armed forces and armaments, including in the framework of international organizations, military alliances or coalitions, in the areas where such deployment could be perceived by the other Party as a threat to its national security, with the exception of such deployment within the national territories of the Parties.

The Parties shall refrain from flying heavy bombers equipped for nuclear or non-nuclear armaments or deploying surface warships of any type, including in the framework of international organizations, military alliances or coalitions, in the areas outside national airspace and national territorial waters respectively, from where they can attack targets in the territory of the other Party.

The Parties shall maintain dialogue and cooperate to improve mechanisms to prevent dangerous military activities on and over the high seas, including agreeing on the maximum approach distance between warships and aircraft.

Article 6

The Parties shall undertake not to deploy ground-launched intermediate-range and shorter-range missiles outside their national territories, as well as in the areas of their national territories, from which such weapons can attack targets in the national territory of the other Party.

Article 7

The Parties shall refrain from deploying nuclear weapons outside their national territories and return such weapons already deployed outside their national territories at the time of the entry into force of the Treaty to their national territories. The Parties shall eliminate all existing infrastructure for deployment of nuclear weapons outside their national territories.

The Parties shall not train military and civilian personnel from non-nuclear countries to use nuclear weapons. The Parties shall not conduct exercises or training for general-purpose forces, that include scenarios involving the use of nuclear weapons.

Article 8

The Treaty shall enter into force from the date of receipt of the last written notification on the completion by the Parties of their domestic procedures necessary for its entry into force.

Done in two originals, each in English and Russian languages, both texts being equally authentic.

COS’E’ UNA “PACE GIUSTA”?

Commento all’ articolo A sinistra l’elmetto e a destra l’arcobaleno irenista? Cercasi la dottrina della ‘pace giusta’”

L’Ara Pacis a Roma

Nel suo articolo dell’ 8 Marzo 2022 su “www.strumentipolitici.it, Marco Margrita sollecita all’ attenzione dei lettori l’articolo di Rodolfo Casadei, che ha posto in evidenza, in un recente articolo su Tempi, che “L’invasione russa dell’Ucraina segna la fine dell’epoca della post-storia in Europa e dell’Unione Europea come entità post-storica. L’espansionismo russo costringe l’Unione Europea a fare ciò che si è sempre rifiutata di fare: a pensare la questione dei confini, e quindi a concepirsi come un’entità geopolitica, anziché post-storica e procedurale”.

Per Margrita, all’Europa, almeno all’UE, si era “chiesto di pensarsi e strutturarsi come attore di pace”, tuttavia, non si direbbe che la sua azione abbia portato finora a solidi risultati, visto che intorno a noi, e talvolta al nostro stesso interno, si sono visti conflitti di tutti i generi (guerre di Grecia, Albania, Corea, Suez, Cipro, Sahel, Corno d’Africa, Nagorno-Karabagh, Transnistria, Cecenia, ex Jugoslavia, Georgia, Ucraina; moti di Berlino, Budapest e Praga; guerriglie antisovietiche; terrorismi irlandese, basco, altoatesino, corso; di estrema sinistra ed estrema destra, dei Servizi deviati, palestinese, islamico), e, ora, la guerra in Ucraina.

Tutto ciò non è diverso dall’ America, che, con la fondazione delle Nazioni Unite, si era proposta come creatrice di pace, ma poi ha usato la bomba atomica (e continua a minacciarla), ha fatto le guerre di Corea, Vietnam. E’ stato il periodo della Guerra Fredda, detto anche della “Coesistenza Pacifica”.Il successivo periodo “unipolare” non è stato da meno Irak, Bosnia, Kossovo, Afghanistan, Jemen…

Questa eredità di guerre si volge oggi contro il cuore del Continente europeo, con la creazione, da ambedue le parti in lotta, di “Brigate Internazionali” provenienti dai Paesi che sono stati teatro, in tutto il mondo, di tutte quelle guerre, e che sono ancora politicamente collegati con i Paesi che hanno combattuto sui loro territori.

Il fatto è che, quand’anche si ritenga di essere ormai giunti “dentro l’Apocalisse”, che, secondo le tradizioni occidentali, inaugura la Parusìa finale e il Giudizio Universale, quando ci sarà veramente la “Pace Giusta”, occorre tenere a mente l’ Apocalisse non è un evento puntuale, bensì un processo, come bene illustra la sua versione zoroastriana, che parla di un intero Millennio (“Hazar”) di lotte fra angeli e demoni, fra il Paraclito e l’Anticristo.

Notiamo invece che, per quanto questo sia chiaro a pochi, il “mainstream”  si caratterizza proprio con il suo irrealismo  nel pretendere che la Fine della Storia sia già arrivata,  sì che ci “s’indigna” (o si finge d’indgnarsi) ogni volta che i fatti ci ricordano che non è così, e, che, anzi, ciascuna forzatura verso la Fine della Storia produce risultati opposti (l’“Eterogenesi dei Fini”).

Vietare le armi autonome

1.La pace nell’ era delle Macchine Intelligenti

Ma oramai anche il mondo unipolare è finito. Ora, le sfide per la pace sono di origine diversa dal passato. La pace è sconvolta, nel XXI secolo, soprattutto dall’imporsi del potere tecnologico che aspira al controllo planetario (gli “Imperi Sconosciuti” del Papa). Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki, l’equilibrio del terrore, Echelon, Prism, i missili ipersonici, la militarizzazione dello Spazio, sono tutte tappe di questa conquista del mondo da parte della Tecnica Dispiegata. La prossima guerra mondiale vedrà la distruzione dell’Umanità e  il fiorire delle Macchine Intelligenti, resistenti alle temperature estreme e alle radiazioni (cfr. De Landa).

Il fulmineo comparire del web come arma (censura del web a est e a ovest) dà il vero senso delle cose.

Tutto questo richiede un impegno inedito per la pace, che tenga conto di questa nuova minaccia emergente, che rende la catastrofe nucleare ancora più credibile. Ma non ci risulta che nessuno ne sia consapevole, ché, anzi, i diversi pacifismi ripetono in modo stantio e non convinto vecchi schemi (la “metanoia” dopo la IIa Guerra Mondiale, l’Europa post-istorica) che, data la mutata situazione, sono, meno credibili ed efficienti che mai. Oggi si richiederebbero  per esempio soprattutto  rinnovati sforzi contro lo “Hair Trigger Alert” e contro le armi autonome.

Certo, “ la specificità della tradizionale politica estera italiana (quando ve ne era una)”(quella fondata sulla presenza in Italia del Vaticano)potrebbe essere anche ora, mutatis mutandis, un modello da richiamare. Tuttavia, non siamo più all’ epoca della “politica dei due forni”, giustificata dall’ impossibilità di uscire dalla tutela americana, perché l’egemonia USA sul mondo è gravemente scossa, e non è chiaro quanto resisterà ancora, anche in Europa, alle pressioni concentriche di Cina, Russia e Islam. Per questo, la soluzione non è quella di fare qualche timida sortita “piccolo-nazionale” per dialogare ora con questo, ora con quell’altro “nemico dell’America” a beneficio della pace o proprio, bensì quello di costruire in modo sistematico un’identità europea diversa da quella “occidentale”, un’identità capace anche di sopravvivere al  declino dell’ egemonia americana. In fondo, è quello che hanno già fatto tutti i Paesi extra-europei, i quali, presentendo il crollo delle sovrastrutture modernistiche dei loro Stati (comunismo, laicismo modernizzante), hanno sviluppato lentamente, a partire dalla 2° guerra mondiale, delle culture radicate nelle rispettive tradizioni, la cui vera natura si sta manifestando appieno solo ora (nazional-comunismi, socialismo islamico,  islam politico,  neo-eurasiatismo, valori asiatici, Hindutva, patriottismo slavo..).

I diversi “sovranismi” dell’ Europa Occidentale, tanto  quelli piccolo-nazionali quanto quello europeo di Macron, non soddisfano ancora alle esigenze di questo trend mondiale, perché non sono adeguatamente radicati nei diversi volti della nostra cultura, così come gli altri sono radicati nelle loro: nel repubblicanesimo greco-romano (Ippocrate), nel Cristianesimo paolino (IIa Lettera ai Tessalonicesi), nel  Barbaricum (Aleksandr’ Blok), nella  cultura alta (“Odi profanum vulgus”), nel pluralismo (Aleksandr’ Marc), nella cultura critica (Horkheimer & Adorno)….In fondo, anch’essi sono semplici varianti del mondo americanocentrico (Bannon anziché Soros).

Manca nel mondo, ma soprattutto in Europa, una cultura alternativa, basata sull’educazione al rapporto con le macchine.

2. “Wa lā ghāliba illā-llāh”

“Non vi è vincitore al di fuori di Dio”:il motto dell’ Emirato di Granada, scolpito sulle mura dell’ Alhambra, significa che gl’ imperi non sono eterni: Egitto, Babilonia, Persia, Macedonia, Roma, Bisanzio, dinastie islamiche, Asburgo, Napoleone, Hitler, URSS…. Tutto passa, anche l’egemonia americana e la sua Modernità.

Nonostante che evoluzione storica dopo il crollo del Muro di Berlino vada nella direzione  di questo superamento, tuttavia l’Europa Occidentale tende ad allinearsi sempre più con il Complesso Informatico-Digitale, perché la politica interna europea è troppo facilmente influenzabile dall’ America (e dai GAFAM che controllano la censura via web). Scrive giustamente Margrita: “Certamente gli Stati Uniti sono molto sensibili a chi la pensa come loro: ogni anno pubblicano un volume nel quale prendono in esame tutti i voti che ci sono alle Nazioni Unite per osservare chi converge e chi diverge dalle proprie posizioni. I paesi dell’Ovest sono per il 78,4% nella stessa direzione; i paesi dell’Africa solo per il 48,7%; Israele è il più fedele, 95%, l’India la meno fedele con il 23%. L’Italia con il 73,4% è in una posizione molto giusta che permette una certa distensione”.

Ma perché parlare di “fedeltà”? L’articolo 13 del Trattato NATO afferma:” After the Treaty has been in force for twenty years, any Party may cease to be a Party one year after its notice of denunciation has been given to the Government of the United States of America.”  Quindi, non c’è nessun obbligo di restare nella NATO in eterno.Basta comunicare la disdetta. L’Italia, e l’ Europa, sono maestre in ciò (Vedi prima e seconda guerra mondiale). Per usare uno slogan caro agli atlantisti, l’Europa è libera di scegliere a quali alleanze partecipare (o non partecipare).

Nel 1989, a Praga, si sentirono le rimostranze degli USA

3. Il “tradimento di Gorbaciov”?

Per i motivi che precedono, nonostante l’articolo di Putin della scorsa estate sull’unità dei due popoli, la guerra in Ucraina non va certo considerata solo come un problema nazionale russo (che pure c’è), bensì come l’estensione, all’Europa, di un conflitto mondiale strisciante, con tutti i corollari che ne conseguono. Basti pensare alla creazione, da parte dei due fronti, di opposte “Brigate Internazionali” fortemente ideologizzate, con decine di migliaia di volontari che, da tutto il mondo, convergono in Europa.

Anche qui, Margrita cita Andreotti: “Nella stessa occasione, il poliedrico artefice della ‘pace nel realismo’ propose una lettura controcorrente dell’operato del presidente statunitense che ‘vinse la Guerra Fredda’, riferendo un suo discorso: “Uno dei momenti più esaltanti che vi siano stati negli ultimi decenni riguarda la presidenza Reagan. Questo presidente ha guidato una politica nell’Alleanza aperta ad un quadro più ampio del mondo. Ha concesso fiducia a Gorbaciov che cercava di innovare.”

Ricordiamoci, però, che  Gorbaciov è stato tradito, prima dall’ America e dall’ Europa, poi dai suoi stessi concittadini. Egli voleva integrare pariteticamente l’Unione Sovietica nell’ Unione Europea e nella NATO, ma i suoi progetti non sono stati assecondati da nessuno. Così, le dirigenze delle Repubbliche sovietiche gli hanno tolto la fiducia, e, per eliminare le basi del suo potere, hanno dissolto rozzamente l’Unione Sovietica, dando luogo ai problemi che i Russi hanno tentato da 30 anni di raddrizzare.

Però, in questo, gli Americani hanno ragione.

La Russia attuale ha poco a che fare con l’URSS. Le promesse fatte a Gorbaciov, che neppure furono scritte in un trattato, non vincolano la NATO, tanto più dopo l’uscita di scena, non solo di Gorbaciov, ma dell’ URSSstessa. Pur avendo seguito professionalmente questi temi per anni al tempo della Perestrojka, l’intera successione dell’ URSS e della Jugoslavia, con il loro groviglio di repubbliche, mi è ancora tutt’altro che chiara. Ciò non toglie che,  di fatto,il “Mondo Russo” abbia, ora, un ovvio senso di rivalsa e di timore verso tutti: Gorbaciov, l’URSS, l’America e l’ Europa, e, riacquistate le forze, voglia farlo valere. E che, di converso, l’”establishment” occidentale, erede, attraverso vari filoni (Burnham, “cancel culture”, mimetizzazione dei Partiti Comunisti, catto-comunismo, revisionismi, “viet-lib”, “materialismo volgare”, Teoria dello Sviluppo), dell’ egemonia culturale marxista, nutra un’isterica avversione per Russia e Cina in quanto “traditori” del comunismo, e che gran parte dell’opinione pubblica orientale (in particolare la Chiesa ortodossa) lo ricambi con una speculare avversione verso l’”establishment” occidentale (in Cinese, “Bai Zuo”, la “Sinistra Bianca”).

Anche le lodi che Andreotti tesseva di Reagan, citate da Margrita, si rivoltano poi, implicitamente, per contrasto, contro i presidenti successivi americani (i due Bush, Clinton, Obama, Trump e Biden):” Ha impostato la politica della riduzione degli armamenti, riuscendo ad avere la riduzione a metà degli arsenali.“Fatto veramente meritorio , ma che in 30 anni è stato completamente riassorbito e vanificato dai suoi eredi.

Infatti, il principale “tradimento”, non di un trattato, né di uno Stato, né di un uomo politico,  bensì per dell’ Europa e dell’ Umanità, più che sull’ allargamento, si è avuto sul controllo degli armamenti. Gli Stati Uniti (e, di riflesso, anche la Russia) si sono ritirati da tutti i trattati sul disarmo missilistico (l’ultimo dei quali nel 2019), e le richieste formulate l’anno scorso da Lavrov, il cui mancato accoglimento ha portato alla guerra in Ucraina, vertevano precisamente sul ristabilimento delle garanzie giuridiche sulla sicurezza in Europa date, non dall’ Ucraina, ma dagli Stati Uniti. E’ perciò iniquo anche che la guerra sia stata rivolta prioritariamente contro l’Ucraina, perché chi si  è rifiutato di negoziare le proposte russe sono stati gli USA e la UE (che però hanno la bomba atomica). D’altronde, l’ Ucraina non potrebbe, e non potrà, dare le garanzie richieste dalla Russia, perché quelle richiedono dei trattati internazionali, quali quelli proposti a USA e UE. L’Ucraina è dunque solo una vittima sacrificale.

A parte il fatto assurdo, che, oggi, ci troviamo ad avere distrutto i, seppur carenti,  trattati sul disarmo, quando invece la concertazione globale avrebbe dovuto allargarsi all’ intero rapporto con le macchine intelligenti. E senza contare l’accusa mossa, agli Americani da parte russa e cinese in discussione davanti al Consiglio di Sicurezza, di avere sviluppato, in laboratori di tutti gli stati ex-sovietici, ben 336 laboratori per armi batteriologiche ”mirate” geneticamente contro la popolazione russa (cfr. agenzia cfr.Xinhua,su cui i nostri media stanno stendendo un pietoso velo).

Ma chi dovrebbe lamentarsi più di tutti siamo noi Europei, messi in mezzo fra l’Atlantico e la Russia, e pieni di strutture nucleari americane (vedansi le 90 testate degli americane sui nostri aerei),che fanno di noi i primi  ghiotti bersagli in caso di guerra a tutto tondo.I B-52 stanno già volando…

Bisogna ricordare che alcuni Paesi europei, aderenti (Irlanda, Malta, Svezia, Finlandia, Austria)o meno (Svizzera, Islanda, Bosnia, Serbia, Kossovo, Moldova, Ucraina, Georgia, Armenia) alla UE, che, invece,  non hanno aderito alla NATO (spesso per radicate tradizioni o per trattati internazionali), sono sottoposti da anni a pressioni perché vi aderiscano, facendo venire meno una fascia protettiva intorno alla Russia.

Infine, la velocità dei nuovi missili ipersonici e spaziali rende praticamente impossibile intercettare un “primo colpo” nucleare, soprattutto per chi, come la Russia, ha le sue città principali a pochi chilometri dalla frontiera. E’ più che normale che, Gorbaciov o no, trattati o no, diritto internazionale o no, la Russia non possa fare a meno di chiedere, come ha fatto, una radicale revisione del sistema europeo di sicurezza, che tenga in considerazione soprattutto le nuove armi oggi disponibili.

Certo, la Russia ha violato (o almeno così sembrerebbe), il principio di non attaccare un altro Stato senza una solida ragione  (anche se una serie di documenti dimostrerebbero che, concomitantemente all’ attacco russo, stava partendo anche quello ucraino).In ogni caso, bisognerà pure che sia possibile difendersi da una miriade di pericoli incombenti da 30 anni, anche se relativamente “piccoli”, quali quelli citati nel documento russo. Pericoli non solo per la Russia, ma per tutti noi.

I Cristiani di Kiev celebrano la messa in segreto

4.Il popolo ucraino come vittima sacrificale

Mentre la vera materia del contendere sono queste modifiche dell’ Equilibrio del Terrore fra USA e Russia,  il popolo ucraino è stato messo in mezzo come vittima sacrificale.

Poste come sono nella pianura pontica, da sempre teatro delle scorrerie dei guerrieri nomadi, le popolazioni dell’ Ucraina sono state da sempre vittime delle violenze più estreme. Avevano cominciato i nostri antenati Yamnaya, che, come dimostrano le analisi del DNA, uccidevano, sul loro percorso, tutti gli avversari maschi. Continuarono i loro discendenti taurici, colchici e sarmati, che, nella mitologia greca (per esempio, in Ifigenia in Tauride e in Fedra) erano descritti come ferocissimi; poi, le guerre civili degli Sciti, le stragi di Anti da parte dei Goti, la lotta dei Polovesiani contro la Rus’ (Canto della Schiera del Principe Igor); le rivolte dei Cosacchi; il “Diluvio” di Svedesi (Sienkiewicz); le lotte fra proprietari polacchi e servi ruteni; la Guerra Civile russa; l’ Holodomor; l’Operazione Barbarossa; Baby Yar; gli scambi di popolazioni con la Polonia…

Anche questa volta, l’Ucraina è stata scelta come terreno di confronto fra l”Occidente” e la Russia. Prima c’era stato il esperimento di “rivoluzione arancione” organizzata da Washington con i veterani dell’ operazione Otpor a Belgrado, poi l’ Euromaidan, in cui l’eterodirezione è stata simboleggiata da Vittoria Nuland, che distribuiva sandwiches ai manifestanti e organizzava telefonicamente il nuovo governo scandendo “fuck EU”. Dall’ altra parte, i cosacchi, i veterani e i ceceni hanno sostenuto, anche platealmente, le repubbliche secessioniste del Donbass.

Oggi, il popolo ucraino fa oggetto di molteplici esperimenti strategici in preparazione della IIIa Guerra Mondiale. E’la “guerra senza limiti” teorizzata dai generali cinesi, che coinvolge nucleare e cyberguerra, superiorità aerea e cultura, carri armati e propaganda, aiuto umanitario e guerra batteriologica, diritto internazionale e internet…

In questo contesto, si è affermata una nuova dottrina, secondo cui occorre preliminarmente effettuare grandiose operazioni di salvataggio dei civili (i “corridoi umanitari”), per poter meglio combattere nelle città. E’ quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, che viene presentato come prova dell’orrore della guerra, ma testimonia soprattutto di una rinnovata, fortissima preoccupazione per evitare ogni “effetto collaterale”.

Ovviamente, gli interessi dei civili coinvolti, vittime di queste strategie, debbono essere tenuti in altissima considerazione da tutti, evitando le strumentalizzazioni propagandistiche di guerra (che invece i media sfruttano sfacciatamente).Ma soprattutto occorre evitare la deriva verso una guerra mondiale che vedrebbe la vittoria, sull’ Umanità, delle Macchine Intelligenti.

Le trattative ad Antalya

5.L’Unione Europea mediatrice?

Margrita invoca giustamente “Una strada per la ‘pace giusta’, insomma. Quella che l’Unione Europea non è sembrata voler imboccare. Rifiutando di assumersi il ruolo di mediatrice nel conflitto russo-ucraino”.

Assolutamente vero che quella del Mondo Unipolare non era in alcun modo una “pace giusta”, bensì un “vae victis” imposto  illogicamente a chi non aveva affatto perso una guerra, e ritiene anzi oggi di essere più forte che mai, né, a prima vista, può sembrarlo quella che sia il risultato di un’aggressione. Inoltre, sarebbe certo logico che l’Unione Europea si rendesse comunque mediatrice su una questione vitale per l’Europa stessa, come la guerra e la pace fra gli Slavi Orientali; tuttavia, purtroppo, essa non può obiettivamente svolgere tale ruolo, per almeno  cinque motivi:

a)la sua struttura giuridica non prevede un centro decisionale chiaro, come una presidenza unica, un Governo, un Direttorio. Al suo vertice stanno 5  presidenti, che non si coordinano fra di loro: come farebbero a imporre una trattativa, quando essi stessi sono in continua trattativa fra di loro e con i capi degli Stati Membri (pensiamo solo al “sofagate”)?;

b)per tutte le sue decisioni, attende sempre il beneplacito, implicito o esplicito, degli USA. Allora, tanto varrebbe rivolgersi direttamente a Washington. Soprattutto ora quando, grazie alla crisi ucraina, è stata ristabilita la “Linea Rossa” fra le due Superpotenze;

c)non han una credibile forza militare;

d)ha un atteggiamento sempre più preconcetto verso la Russia e la Cina, che la mette in situazioni insostenibili, come il vai e vieni sulle Vie della Seta e la censura dei media e perfino della cultura russi, e la rende inaffidabili come partner. Molti utilizzano contro la Russia gli stessi argomenti che usavano contro l’URSS, mentre la Federazione Russa è, al contrario dell’ URSS comunista, europea e cristiana. Ciò ha portato addirittura all’ abbandono, da parte della Russia, del Consiglio d’Europa;

e)gli Europei sono parti in causa, perché Russia e Ucraina sono parti dell’ Europa, e la loro guerra è in realtà una guerra civile europea, che, se l’ Europa fosse stata veramente padrona di se stessa, esse non avrebbero potuto  neanche pensare.

In conclusione, Russi e Ucraini preferiscono giustamente, come mediatori, i Bielorussi e i Turchi. E, di fatto, le trattative si stanno  svolgendo a Brest, Bielovieža e Antalya.

Margrita conclude  giustamente:” Così non è stato, l’Europa si è chiamata fuori da qualunque ruolo negoziale, e quello che alla fine succederà sarà che una soluzione negoziale – precaria o solida vedremo – si troverà, ma non sarà targata Bruxelles, bensì Pechino, Gerusalemme o addirittura Washington”.

Kiev al centro dell’ Europa

6. La Confederazione Europea

Forse,  al momento la soluzione più “giusta” sarebbe proprio, come suggeriscono Margrita e Casadei,  la neutralità dell’ Ucraina (certo radicata in un trattato internazionale come quelle svizzera e austriaca). Tuttavia, dal punto di vista strategico,  essa non risolverebbe la questione, perché l’attrito diretto fra Russia e Nato c’è anche in Scandinavia, Baltico e Caucaso (vedi manovre della NATO in corso). Bisognerebbe puntare invece alla Confederazione Europea, sulla falsariga delle proposte delle Assise di Praga del 1989, come da noi indicato nei precedenti post. In questo modo, la NATO, o  cesserebbe di esistere, o sarebbe parte di un grande accordo europeo, in cui la rivalità russo-americana perderebbe di attualità,  per l’interposizione di un nerboruto Esercito Europeo, capace di bilanciare la forza di quello russo. L’Ucraina ne sarebbe enormemente valorizzata come ponte fra Est ed Ovest perché sarebbe il centro della Confederazione Europea, e uno snodo fondamentale delle Nuove Vie della Seta.

Per  arrivare a questo, i Governi e le Istituzioni non bastano. Ci vuole un movimento dal basso di veri Europeisti, che, cancellate tutte le retoriche del modernismo, dell’ideologia californiana, dell’occidentalismo e della “cancel culture”, punti a un’Europa coerente con le sue antiche e nobili tradizioni culturali, che comprendono a pieno titolo la Russia, l’Ucraina, la Turchia e le religioni d’ Europa.

Su questo argomento, l’atteggiamento della Chiese potrebbe, certo, essere determinante, se non fosse che esse sono divise come l’Europa, con il Papa contrario alla fornitura di armi, i vescovi tedeschi favorevoli e il Patriarca Kirill che incita i Russi al combattimento citando parti della Lettera di Filofej di Pskov sulla Terza Roma. E questo non è un fatto occasionale, bensì una divisione fra i Cristiani che risale agli Apostoli, alle Guerre di Religione, al Cosmismo…

Da tempo insistiamo perché ci si parli su questi temi, partendo dal livello locale e dal Movimento Europeo.

Scriveteci (info@alpinasrl.com)

L’UCRAINA QUALE “PONTE FRA EST E OVEST”

Considerazioni sulla conferenza internazionale proposta dal Movimento Europeo

Teleconference Macron, Scholz
Xi Jinping

Oggi, il Presidente Xi Jinping ha avuto una teleconference con Macron e Scholz, con cui questi hanno praticamente investitoo, i modo informale, il Presidente cinese del ruolo di mediatore per conto dell’Europa. Per quanto la cosa possa sembrare esorbitante sotto tutti i punti di vista (a che titolo parlano Macron e Scholz? Perché l’ Europa non può mediare da sola? Cosa ci sta a fare Borrell?), l’iniziativa  dovrebbe essere foriera di sviluppi molto positivi.

La cosa va letta come l’ultimo episodio di un’evoluzione avviatasi già nei giorni passati. Al termine dei colloqui fra il Segretario di Stato Blinken e il primo ministro cinese Wang Yi, l’agenzia di stampa Xinhua aveva emesso un comunicato, in cui, tra l’altro, “la Parte Cinese“ also encourages the United States, the North Atlantic Treaty Organization (NATO), and the European Union to engage in equal dialogue with Russia

E’ importante rilevare come, secondo la Cina, anche l’Unione Europea e la NATO debbono partecipare alle trattative in esito alla guerra in Ucraina, per una soluzione globale delle tensioni di lungo periodo nell’ area europea (“ face up to the frictions and problems accumulated over the years”), e, in particolare all’ allargamento a EST della NATO “pay attention to the negative impact of NATO’s continuous eastward expansion on Russia’s security”, e per costruire un nuovo meccanismo europeo di sicurezza: “ and seek to build a balanced, effective and sustainable European security mechanism in accordance with the “indivisibility of security” principle”.

In una successiva dichiarazione, Wang Yi ha anche affermato:” Relations with Russia and those with the European Union were two separate issues, ….China’s relationship with Europe was not dependent on or related to any third party.”

Insomma, la Cina non vuole, né trovarsi imbarazzata dalla sua amicizia con la Russia, né essere ostacolata, nei suoi rapporti con l’ Europa, da interferenze americane. Di fatto, è in una posizione ideale per mediare, tenendo conto dell’ interesse del mondo intero per un’Europa pacifica ma anche forte.

Infatti, ha annunziato un prossimo summit fra Cina e UE, ed ha affermato che “Beijing firmly supported Europe’s “strategic autonomy””.Autonomia che però, nonostante le dichiarazioni retoriche, le Istituzioni della UE di fatto non stanno affatto perseguendo in concreto, e che non sarà probabilmente conseguita senza un sostanzioso aiuto cinese.

Alle “avances” cinesi corrisponde infatti la richiesta del Movimento Europeo di convocare una Conferenza per la sicurezza in Europa.

Mentre tutti i commentatori si concentrano sugli aspetti apparentemente più macroscopici della guerra in corso, dall’enormità sostanziale del conflitto, alle confliggenti interpretazioni e versioni dello stesso favorite dai diversi Governi, ai devastanti impatti economici, noi desideriamo qui concentrarci invece su queste  trasformazioni desiderabili e possibili degli attuali assetti europei che si potrebbero, e dovrebbero, perseguire in occasione delle future trattative, per una soluzione in profondità e di lungo periodo dei  molti, gravissimi e urgenti problemi del mondo.

In effetti, l’”Operazione Speciale” in Ucraina non è certo la linea più diretta e auspicabile per affrontare la questione della sicurezza europea (che sarebbe ovviamente compito prioritario degli Europei, e non di altri, e che dovrebbe essere stata affrontata diversamente da gran tempo). Però, come al solito, “oportet ut scandala eveniant”.

E comunque la Russia e l’Ucraina non possono essere gli unici interlocutori di una questione che riguarda evidentemente anche e soprattutto l’Unione Europea e la NATO. I cui trattati istitutivi sono da anni giustamente soggetti a critiche, che questa crisi potrebbe e dovrebbe aiutare a superare. Ma riguarda altrettanto la Cina, che, con le sue Nuove Vie della Seta, rivendica per sé un ruolo attivo in tutte le vicende dell’Eurasia, che impattano profondamente sulla sua economia e sulla sua società, largamente dipendenti dagli scambi internazionali. Basti pensare alle ferrovie che attraversano la Russia, l’Ucraina, la Polonia….E difatti, anche Borrell ha espresso il desiderio che la Cina promuova un negoziato, e Wang Yi ha affermato chiaramente che essa si sta predisponendo a farlo.

Gli Stati Uniti, che si erano illusi di avere soffocato le Vie della Seta – con il terrorismo islamico, con i moti di Hong Kong, con le ingerenze con i Governi europei (e in primis quello italiano), con le sanzioni contro la Cina- se la vedono oggi rispuntare sotto forma di mediatrice necessaria nel conflitto ucraino.

Ed è  su questa svolta che si potrebbe innestare il discorso più vasto sull’architettura europea.

Mitterrand a Praga

1.La Confederazione paneuropea (Assise di Praga del 1989).

Infatti, oggi, il problema immediato sentito da tutti, ma finora irrisolto, è quello di proporre una soluzione della crisi ucraina che sia accettabile a tutte le parti, e dotata di una sua intima coerenza. Tuttavia, una siffatta proposta non avrebbe, né chances, né un seguito, se non poggiasse su una solida base di riflessione e una proposta di più ampio respiro.

E, innanzitutto,  occorre chiedersi perché l’unica soluzione lineare, quella proposta in passato, la Confederazione Europea di Mitterrand, discussa nel 1989 alle Assise di Praga, sia stata sempre scartata senza discussione, per le opposizioni degli Stati Uniti e delle classi dirigenti atlantiste:” à partir des accords d’Helsinki, je compte voir naître dans les années 1990 une Confédération européenne au vrai sens du terme qui associera tous les États de notre continent dans une organisation commune et permanente d’échanges, de paix et de sécurité.».

Si noti bene che le Assise di Praga erano un incontro non limitato ai politici, bensì aperto alla società civile di tutta Europa.

Fino a pochi anni fa (almeno fino al 2008), l’obiettivo di politica europea della Russia (sotto Gorbaciov, Elcin e Putin) sembrava rimasto appunto proprio quello di una strutturazione dell’Europa sulla base di una confederazione con l’Unione Europea, quale  già adombrata negli statuti del Consiglio d’ Europa e dell’ OCSE, (anche attesa l’indisponibilità della UE, espressa a Putin dal Presidente Prodi, ad una adesione della Russia alla UE, quale invece già richiesta da Elcin).

Invece, l’obiettivo dell’”establishment” occidentale era radicalmente diverso: “bloccare la storia” in modo da rendere irreversibile il suo”impero nascosto”  esteso a tutto il mondo: “La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica fecero emergere la falsa convinzione che la fine della guerra fredda e dell’imperialismo comunista avrebbe aperto la strada ad un mondo sostanzialmente unipolare nel quadro dell’egemonia degli Stati Uniti d’America e del libero mercato.I passi in avanti compiuti dal processo di integrazione europea, dall’Atto unico europeo del 1987 al Trattato di Lisbona del 2009 sono ben lontani dall’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa ribadito nel 1984 su Le Monde e il mondo unipolare immaginato nel 1989 ha lasciato il posto ad un pianeta sempre più ingovernabile con tensioni crescenti fra Stati che rivendicano al loro interno il principio della sovranità assoluta e all’esterno il ruolo di attori internazionali.(P.V. Dastoli, “Est-ce qu’il faut une troisième guerre mondiale pour créer les Etats-Unis d’Europe ?”) .

Come conseguenza, di fronte al “muro di gomma” degli Europei (vedi dichiarazioni di Prodi) e all’invasività delle sempre rinnovate politiche americane (Guerra del Kossovo, Operazione “GUAAM”, Euromaidan, erosione delle tradizionali neutralità di Svizzera, Austria, Svezia e Finlandia), la Russia è stata costretta, nei decenni, anziché a procedere, come avrebbe voluto, sulla strada dell’integrazione paneuropea, a difendere in tutte le direzioni in modo sempre più aggressivo la propria autonomia politica attraverso tattiche negoziali e militari alternate (interventi in Transnistria, Kossovo, Ossetia, Abkhazia, Donbass), ora sfociate nella guerra con l’Ucraina, più acuta ed evidente delle precedenti, ma qualitativamente non diversa.

Nel frattempo, tradizioni giuridiche secolari e sancite da trattati internazionali, come l’ “Immerwaehrende Neutralitaet” svizzera e austriaca, venivano (e vengono) erose con cavilli formalistici dalla NATO e dalla UE.

Per molto tempo, in quegli anni, Putin aveva parlato e operato a favore della UE, della democrazia e del mercato, ma, dopo tante delusioni, la sua visione politica è cambiata radicalmente:”dopo tanti anni di politica estera e di incontri con tanti presidenti americani ho capito che mai con gli USA ci potrà essere vera pace perchè sono contro di noi per il semplice motivo che esistiamo”. Per questa convinzione, egli ha progressivamente militarizzato la Russia, nell’ ideologia, nella cultura, nel diritto, nella società…, come risulta particolarmente evidente in questi giorni.

Tutte le potenze che sono intervenute nel conflitto con ambizioni di mediazione hanno tentato, per ora inutilmente, di delineare un’ipotesi di strutturazione dell’area est-europea che soddisfi le esigenze di tutte le parti in causa, ivi comprese le ”legittime preoccupazioni della Russia”. Per quanto ci riguarda, la confederazione paneuropea resta però l’unica prospettiva che permetterebbe di uscire in modo stabile da una conflittualità che oggi appare senza rimedio, non solo sull’ Ucraina, ma anche per ciò che concerne tutta l’Europa, e una conferenza internazionale, quale quella proposta dal Movimento Europeo,  sembra l’unico strumento veramente adeguato.

Attraverso le diverse pubblicazioni della Casa Editrice Alpina e dell’Associazione Culturale Diàlexis (in particolare, Ucraina, no a un’inutile strage, del 2014) avevamo già tentato da circa un decennio di delineare uno scenario complessivo che avrebbe permesso di raggiungere questo risultato.

Proprio il fatto che trovare una soluzione politica non sia facile potrebbe costituire in realtà un’opportunità per la UE, la quale, desiderando (a quanto da essa stessa dichiarato) fondare una visione nuova, basata sulla “sovranità europea” di cui parla Wang ( ma per cui non oggi esistono sufficienti basi materiali e spirituali), non può che giovarsi di uno scenario mobile, che offra il destro di uscire dal “Pensiero Unico”. Senza una forte spinta dal basso (e dall’ esterno), l’Unione non sarà mai all’altezza di quell’ obiettivo.

Tra l’altro, la crisi ucraina sta infatti coincidendo temporalmente con la fase terminale della Conferenza per il Futuro dell’Europa, che non sembra abbia raggiunto alcuna conclusione operativa (per dirla con il Presidente Mattarella, si sta concludendo in modo “grigio”). In particolare, non c’è nessuna proposta concreta sulla politica estera e di difesa dell’ Europa, che, come si può vedere proprio nel caso dell’ Ucraina, non esiste, perché tutte le cose importanti (per esempio la “no flight zone”, la fornitura dei MIG, la linea di successione di Zelenski, la mediazione cinese…) vengono ancor sempre decise, in realtà, fra Stati Uniti, Russia e Cina. Come difficoltà aggiuntiva c’è il fatto che, in una materia così fluida come quella militare, ci si debba sempre consultare in 27.

Sarebbe il caso che il Movimento Europeo, stigmatizzando in modo energico l’assenza di idee nella Conferenza, si esprimesse molto più chiaramente per una ripresa della proposta di Mitterrand e di Gorbaciov. L’attuale svolgimento della Conferenza (burocratico, autoreferenziale, e privo di entusiasmo, dialettica e concretezza) è, infatti, quanto di più lontano dalle realtà di quest’Europa scossa dalla pandemia, dalle sanzioni, dalla crisi economica, dalla guerra).La stessa presidenza di turno, quella francese, stretta fra la guerra e le elezioni, non ha fatto praticamente nulla per l’Europa, salvo ora la videoconferenza con Xi Jinping.

E’ dunque chiaro che:

il primo messaggio all’ Europa, è: datevi un “comandante in capo” in grado di trattare con poteri corrispondenti a quelli di Biden, Putin e Xi Jinping;

-Il secondo messaggio è: datevi una forza nucleare veramente europea. Certo, c’ è già quella francese, ma, a parte la sua debolezza rispetto a quelle russa e americana, è ad esclusiva discrezionalità del Presidente francese, che non è in grado di usarla politicamente. La Presidenza francese dovrebbe mettere la Force de Frappe a disposizione dell’Europa, precisandone le condizioni, e l’Unione che dovrebbe dotarsi di un meccanismo di gestione delle crisi che garantisca il comando unico;

-Terzo messaggio: datevi un profilo chiaro (una dottrina strategica comune), in modo da poter formulare risposte univoche;

-Quarto messaggio: spendete meglio i vostri soldi, licenziando praticamente tutti gli alti ufficiali, la maggioranza degli ufficiali, metà dei sottoufficiali e molti soldati, e dotatevi, al loro posto, di analisti, agenti segreti, ingegneri informatici, nucleari e spaziali, addestratori di milizie civili, contractors, come hanno gli altri eserciti. Sviluppate computer quantici, missili ipersonici, “gliders”, ecc…

Mariupol, centro del conflitto del Donbass

2.Il ruolo dell’ Ucraina nel futuro dell’ Europa

Gorbačëv aveva parlato di una “Casa Comune Europea” ispirandosi al papa Enea Piccolomini , Elcin, Putin e Erdoğan hanno continuato a caldeggiare, oramai da un ventennio, e con una pazienza veramente encomiabile,  l’adesione alla UE dei rispettivi Paesi, ricevendone risposte evasive o sdegnate. La realtà è che, come si era lasciato sfuggire Prodi con Putin,  Russia e Turchia sono troppo grandi, e potrebbero dettare le loro condizioni, anziché accettare supinamente quelle della UE.

E non si dica che non sono “democratici”. La storia di questi ultimi decenni ci insegna che Solidarnosc, FIDESZ, AKP, Edinaja Rossija, sono nate dalle vittoriose rivendicazioni antitotalitarie contro regimi liberticidi, come i Partiti Comunisti dell’ Est e i militari polacchi e turchi. Se i loro leaders hanno dovuto incrementare, nel corso di questi decenni d’indipendenza,  i poteri propri e dei loro Governi, ciò è stato dovuto alle pesanti forme di destabilizzazione subite, nonostante le loro origini e i loro meriti,   da parte dall’ America e dalla UE, come per esempio  la colonizzazione dei media e della cultura di Polonia e Ungheria da parte di gruppi finanziari e lobbistici occidentali, le Rivoluzioni Colorate serba, georgiana e ucraina preparate a tavolino secondo il manuale di Gene Sharp e finanziate dall’ Endowment for Democracy; il colpo di stato sobillato dal telepredicatore islamista Gülen  con sede in USA.

In conclusione, una proposta europea per l’Ucraina potrebbe situarsi lungo cinque linee di azione:

un nuovo tipo di confederazione dell’Unione Europea, da un lato con l’Unione Eurasiatica, e, dall’ altra, con la Turchia, secondo la vecchia proposta di Mitterrand (utilizzando “come veicolo” il Consiglio d’ Europa e/o l’ OSCE?);

-la “federalizzazione” dell’ Ucraina (ma anche della Turchia), come prevista dagli Accordi di Minsk, utilizzando ad esempio le esperienze della Finlandia, del Belgio e della Svizzera, oltre che le già esistenti 12 Euroregioni dell’Ucraina. Ricordiamo che il Belgio ha una Comunità neerlandofona, una francofona e una germanofona, più una “Città Capitale” che è anche la “capitale” della UE e della NATO;

-la trasformazione dell’ Ucraina nel “territorio confederale”, e, di Kiev, nella sua “capitale”. Intanto, per rispetto verso  i nostri partners orientali, e, in secondo luogo, per dare, all’ Ucraina un ruolo, “una missione”, come quella che giustamente rivendicava la “Confraternita Cirillo-Metodiana”tanto amata dai nazionalisti ucraini, che non sia solo quella di “Antirussia”;

-la neutralizzazione del territorio ucraino, con adeguate garanzie internazionali reciproche (come proposto, fra gli altri, da personaggi come Kissinger e Brzezinski). Non si capisce perché ciò che si è fatto, e si continua a fare, per quasi la metà degli stati europei, membri (Irlanda, Svezia, Finlandia, Austria, Malta) dell’ UE, e non-membri (Svizzera, Liechtenstein, Serbia, Georgia , Azerbaidjan, Islanda, Moldova) non possa essere fatto anche per l’Ucraina;

-una collaborazione urgente fra l’ America, la Russia e l’Europa, su  un progetto generale di controllo degli armamenti, non limitato alle armi nucleari  e alle difese antimissilistiche, bensì allargato a un’applicazione generalizzata del Principio di Precauzione. Infatti, le “garanzie” dell’equilibrio degli armamenti sono, prima che giuridiche, tecniche: vale a dire trasparenza delle tecnologie, efficacia dei controlli,ecc …;

-il passaggio della “Force de Frappe” francese sotto il controllo europeo;

-uno scadenziario preciso di trasferimento delle competenze militari (ivi compresi gli acquisti di materiale militare e le attuali basi NATO e americane), dagli USA e dalla NATO alla UE. E non si dica che un Esercito Europeo non sarebbe in grado di difendere l’ Europa, quando perfino l’esercito ucraino si sta rivelando capace di sostenere l’assalto di quello russo. Gli Europei stanno spendendo già adesso il doppio dei Russi, ma stanno semplicemente sprecando i loro soldi. E poi, non avendo noi l’ambizione di dominare il mondo, non avremmo bisogno di spendere quanto gli Americani. Semmai, bisognerebbe spostare un certo numero di stanziamenti verso l’AI, l’intelligence, il missilistico e il nucleare.

Si tratterebbe insomma semplicemente di ritornare all’ impostazione originaria del Movimento Federalista Europeo, che considerava la CSI come una realtà federale positiva e utile, con cui collaborare nell’ambito del Federalismo Mondiale. 

Occorre  sottolineare che, a causa della grande varietà di tradizioni delle diverse parti dell’ Ucraina, un aspetto importante dell’ Ucraina è la sua vocazione naturale  al  federalismo. Pensiamo ad aree altamente omogenee sotto tanti punti di vista, come Galizia Orientale (Leopoli), Podlessia (Cernihiv), Regione Kievana, Donbass (Kharkiv), Novorossija-Zaporizzhia (Dnipro), Bessarabia (Odessa), Rutenia Transcarpatica (Uzhgorod). Volendo, anche Crimea (Simferopol).

La “federalizzazione” era stata invocata fin dalla creazione del nuovo Stato, e già parzialmente attuata in Crimea. Essa costituiva il nucleo del programma del Partito delle Regioni che aveva vinto le elezioni. Questo progetto è già perfino accettato, negli Accordi di Minsk II, ma mai concretizzato per l’opposizione dell’ Ucraina. Esso è anche consono allo spirito federalistico dell’ Unione Europea. Non per nulla, l’Ucraina aveva fatto oggetto della creazione, grazie alle sue successive amministrazioni,  delle sue 12 Euroregioni. Come in altre parti d’Europa, le Euroregioni dell’ Ucraina non funzionano, ed era stato proprio Jatseniuk a lamentarsene quando era stato Ministro degli Esteri.

Da dove vennero i primi Indoeuropei

3.L’Ucraina  cuore dell’ Europa

A noi pare che la  materia più  delicata del contendere sia proprio quella  simbolica: la pretesa di centralità rispetto a una tradizione condivisa: quella della Rus’ di Kiev. La Russia non può permettere che Kiev, suo mitico luogo di origine, cada in mano a forze antirusse (l’”Antirussia” contro cui si scaglia ancora il Presidente Putin). Ne verrebbe sconvolto lo  stesso equilibrio culturale e psicologico del Paese (che punta tutto sulla propria continuità storica da Rjurik ,se non dagli Sciti, a Putin, sicché gli Slavi Orientali dovrebbero essere per i Russi non già dei partners, più o meno affidabili, bensì dei “fratelli”=“bratjà”).  Di converso, i nazionalisti ucraini (e dei Paesi vicini), che finalmente, dopo molti secoli, sono riusciti, anche se in modo discutibile e in ritardo sugli altri Europei, a crearsi una loro “identità nazionale”, non vogliono neppur essi “mollare la presa”, lasciando ai “Moscoviti” (i “Moskali”) la leadership dello Slavismo, che, secondo la “Comunità Cirillo-Metodiana”, sarebbe spettata all’Ucraina. È un vecchio conflitto, quello fra “Ucrainofili” e “Russofili”, che, per quanto limitato nello spazio e nel tempo, aveva già fatto molte vittime, per esempio in Galizia durante e dopo la 1° Guerra Mondiale. Ci sembra grave che, invece, non vengano mai ricordate le altre importanti tradizioni culturali dell’ Ucraina (greco-romana, turco-tartara, Polacco-Lituana, Ungherese, Rutena, Askhenazi, Karai).

Quella che noi suggeriamo è un’ulteriore  contromossa . Per noi, il Maidan non è il centro dell’ Ucraina Occidentale, né dell’Ucraina in generale: è il cuore dell’ Europa. Fin dagli inizi, l’Europa è stata molteplice: non per nulla, già Diocleziano aveva diviso l’Impero Romano in quattro parti. In Europa, vi sono almeno tre, se non quattro, “Rome”: oltre che la “Roma” propriamente detta, ci sono Istanbul e Mosca. Nessuna di queste può essere “il” centro dell’Europa. Fisicamente, il “centro” si situerebbe  proprio in Ucraina Occidentale (forse, in Bucovina, vicino al Castello di Hotyn).Secondo John Anthony, l’area si origine dei Proto-Indoeuropei si situerebbe lungo il medio corso del Don, nell’ Oblast di Samara, da dove essi sarebbero poi migrati verso l’Ucraina e la Romania. Quindi, non più Kiev origine degli Slavi Orientali (la Rus’ di Kiev), bensì la Russia meridionale quale origine degli Indo-Europei.

In Kiev, parzialmente slava e ortodossa, parzialmente cattolica, parzialmente medio-orientale (di cui è simbolo la Chiesa Cattolico-Orientale), come dice lo stesso nome “Maidan” (Turco, Arabo, Persiano, Urdu, Hindi) si potrebbe stabilire il “centro” dell’Europa, intesa, non già come semplice Unione Europea, bensì come Confederazione fra UE, Comunità Eurasiatica e Turchia.

Tuttavia, per fare questo, occorrerebbe che, al di sopra delle identità regionali e nazionali, emergesse con chiarezza la natura dell’ Identità Europea quale espressione della Dialettica dell’ Illuminismo nell’ era delle Macchine Spirituali. Tale dialettica si configura, oggi, come tensione fra, da un lato, la Rivoluzione Biopolitica perseguita dal Complesso Informatico-Militare, e, dall’ altra, l’aspirazione al superamento della Modernità nel nome delle tradizioni culturali e religiose. Quest’aspirazione, che oggi trova la sua incarnazione soprattutto nel dialogo interculturale ed ecumenico, dovrebbe trovare espressione anche in un movimento politico internazionale volto al controllo degli abusi delle nuove tecnologie, siano esse civili o militari.

A quel punto, la “radice” non sarebbe più nella Rus’ di Kiev (il “Russkij Mir”), bensì nelle culture di Yamnaya e di Tripollie (origine degli Europei),da cui si sarebbe dipartita anche la “Cultura di Sintashta” (dove Anthony vede similitudini con la cultura vedica).

L’ Europa, la Russia e l’Ucraina, per il loro carattere di “ponte” fra le culture occidentali e orientali, dovrebbero divenire il supporto politico di questo movimento. Per fare ciò, esse devono però riconoscere le loro radici comuni (i “due Polmoni” di cui parlava Papa Wojtyła), sviluppando forme di sinergia e di associazioni che accrescano il loro peso in quanto polo di trasformazione della società mondiale.

Ci si obietterà che ciò è irrealistico, in quanto, oggi, si andrebbe piuttosto verso una conflittualità crescente fra Occidente ed Eurasia. Si osserverà anche che questo è il momento di un forte “revival” di ogni tipo di nazionalismo:

-campanilistico-economicistico , come quello del “Made in Italy”;

-geopolitico-finanziario,come quello dell’”austerità” tedesca;

-populisico volgare, come quello anti-immigrati e anti-euro;

-quello sciovinistico novecentesco, come quello “sovranista”;

-quello del “ressentissement”, come quelli dei “popoli senza storia” contro gli “Herrenvölker;

-quello piccolo-nazionale, come quelli basco, catalano, scozzese o Fiammingo;

-quello letterario e aulico, come quello delle grandi “nazioni aristocratiche”;

-quello  opportunistico e filo-NATO, come quelli degli establishment militari;

-quello neo imperiale, come quello russo.

Noi crediamo invece che, in una visione pluricentrica e pluriculturale, tutte le forme di identità, comprese quelle nazionali, possano trovare uno sbocco e una fioritura, purché si inquadrino nell’ obiettivo storico dell’ Europa del XXI Secolo.

Così, la Russia potrebbe perseguire il suo ruolo di catalizzatore delle infinite forze dell’Eurasia; il mondo nordico potrebbe  continuare a costituire il cuore economico dell’ Europa; quello mediterraneo la colonna vertebrale di una rinnovata Società della Conoscenza intesa come Società della Cultura e delle Fedi; quello Centro-Orientale, una “cerniera” intorno alla quale si muovono tutte queste altre realtà. E, ancora all’ interno di ciascuno di quei “mondi”, si possono inserire le Macroregioni Europee (baltica, atlantica, alpina, adriatica, danubiana, ecc…) , ciascuna con delle sue specificità (quale ecologica, quale marinare, quale turistica, quale multiculturale, quale storica…).E, poi, ancora, nazioni, regioni, città, in un’Europa delle Identità in cui ogni anello della catena ha una propria vita.

Tuttavia, senza una nuova classe dirigente che approfondisca, maturi, formalizzi, consolidi, concretizzi, diffonda e difenda questa visione, l’ Europa va inesorabilmente verso il declino, l’irrilevanza, il conflitto e la distruzione: Complesso Informatico-militare contro democrazia; NATO contro Russia; nazionalismo russo contro revanscismo baltico e ucraino; arroganza tedesca contro Paesi mediterranei; Stati Nazionali contro micronazionalismi; nazionalità titolari contro minoranze etniche…

E’ chiaro che questo non è fino ad ora avvenuto perché tutte le componenti dell’ establishment non vogliono perseguire quell’ obiettivo, vuoi perché non informate, vuoi perché non lo condividono, vuoi perché paralizzate da  un’opinione pubblica succube dei “media”, vuoi perché eterodirette dall’ America.

Il problema politico sarà dunque come fare a conseguire quegli obiettivi nonostante quest’ ambiente circostante ostile.

Per quanto la pace in Ucraina sia un obiettivo immediato e la federazione eurasiatica un obiettivo di medio termine, le strategie per conseguirlo non devono contraddirsi reciprocamente, e devono tenere conto dei vincoli del realismo.

La strage di Srebrenica, sotto gli occhi dei Caschi Blu

4. Il federalismo mondiale non è un mondo angelico

La nascita del federalismo europeo si confonde, fin dai più lontani precedenti, con quella delle organizzazioni internazionali. Esso le ha sempre  sostenute  lealmente, anche perché esse costituiscono, per essa, il canale privilegiato per esercitare il suo ruolo nel mondo. Coerentemente con le impostazioni classiche del federalismo, il completamento dell’integrazione europea dovrebbe permettere anche la realizzazione del federalismo mondiale.

Tutto ciò presuppone però, a monte, una rivoluzione culturale, in quanto, nel dibattito culturale e politico, non sono ancora stati approfonditi adeguatamente concetti essenziali per tale riforma, come per esempio “Superpotenza”, “Confederazione”, “Impero”, “Imperialismo”, “Grande Potenza”, “Federazione”, “Stato”, “Stato Nazionale”, “Nazionalismo”, “Stato Federale”, “Federalismo”, che, infatti, tanto nella letteratura specialistica, quanto nei media, sono utilizzati in modo assai promiscuo. Intanto, quando si parla di federalismo mondiale, si pensa spesso a uno scenario utopico: tutti concordi su un unico modello, senza conflitti: la Fine della Storia. Questa però non sarebbe una federazione mondiale, bensì un impero mondiale, se non, addirittura, una tirannide universale (Rousseau, Kant).

Perciò. Il federalismo mondiale, la confederazione fra UE e Eurasia e lo stesso federalismo europeo potranno funzionare solo se interiorizzeranno la critica anti-utopica.Perfino all’ interno di un solo Stato ci sono insurrezioni, rivoluzioni e guerre civile. Uno Stato mondiale in cui tutte queste fossero rese impossibili sarebbe la fine dell’uomo. Non per nulla i cultori dello Stato Mondiale sono anche gli zelatori della Fine della Storia e della Singularity Tecnologica.Al contrario, il federalismo mondiale si pone in contraddizione estrema con il modello attualmente vincente, quello della globalizzazione tecnocratica (che aspira, appunto, a un  impero mondiale, e/o universale). Secondo tale modello di globalizzazione, dovrebbe esistere un unico centro (il Complesso Informatico-Militare), che imporrebbe a tutti gli Stati il livellamento delle loro culture per obbedire a direttive unitarie, che mirano a un modello si sviluppo finalizzato alla egemonia della tecnica (standardizzazione, concentrazione, conformismo, atomizzazione).

Il federalismo mondiale invece, aspirando a far partecipare al governo del mondo tutte le parti dello stesso, si sforza, al contrario, di organizzare una pluralità di soggetti politici, e di aggregarli, per rafforzarli, all’ interno di grandi “contenitori”  continentali o semi-continentali, come l’ India, l’ Europa, l’Africa, le Americhe, il Medio e l’Estremo Oriente, ecc…Esso prende atto del fatto che esistono, nel mondo, molti modelli culturali e politici (Kupchan, De Masi). Per questo motivo costituisce non già, come pretendono taluni teorici, la fine di tutti i conflitti, bensì l’avvio di conflitti di nuovo tipo. La causa immediata delle attuali tensioni a livello mondiale (corsa agli armamenti, conflitti locali) è costituita per esempio dal fatto che le forze della globalizzazione, non accettando questo pluricentrismo, lo sottopongono a pressioni di ogni genere.

Nell’ambito di questo conflitto generalizzato, si collocano conflitti più localizzati, vertenti sulle modalità secondo cui si vorrebbero organizzare i singoli soggetti continentali e/o subcontinentali (p.es., Palestina, Ucraina, Kashmir, isole Daoyu). Questo “pensare per continenti” che prende l’avvio dalla “Dottrina Monroe”, si sviluppa con l’”eurasiatismo” e “Paneuropa” per sconfinare nell’imperialismo (vedi “la Grande Asia” giapponese o “il Grande Medio Oriente” di Bush).

Esso ha, certo, paradossalmente, una certa parentela con lo “Scontro di Civiltà” di Huntington, solo che l’obiettivo è diverso: là, si trattava di una grande coalizione per vincere la Terza Guerra Mondiale; qui di un accordo multilaterale fra tutti i maggiori attori, per disinnescare il rischio della guerra mondiale (Habermas). Basti pensare che Huntington voleva dividere l’ Europa al confine coll’Ortodossia (paradossalmente, qualcosa di simile alle attuali rivendicazioni russe).

Anche per fare ciò, i politici dovrebbero acquisire una visuale culturale più ampia, comprensiva di  un’eccezionale competenza culturale comparata, cercando di vedere come certe soluzioni riescano a conciliare esigenze obiettive e pulsioni identitarie di soggetti diversi. L’ostacolo principale al raggiungimento di questo obiettivo è la “colonizzazione culturale” dell’ Europa da parte dell’ideologia californiana, che sta tentando d’ imporre, come fosse l’“Identità Europea”, l’egemonia culturale transumanista, introducendo in Europa una “cancel culture” che si traduce in un “Cancel Europe”. E, infine, nel “Cancel Mankind”.Il caso della persecuzione della cultura russa in tutto il nostro Continente è più che eloquente.

La retorica byroniana copriva le stragi della Guerra di Liberazione greca

5.Le Nazioni Unite dovranno “cambiare pelle”

Sono nate come alleanza vincitrice della 2° Guerra Mondiale, e ne mantengono l’ impronta e l’ideologia (il “One-Worldism” diffuso dagli Stati Uniti all’ inizio della Seconda Guerra Mondiale). L’Europa vi è rappresentata da  uno Stato Membro, ma non ha un proprio seggio. Anche il suo nome è obsoleto, si richiama alla Guerra antinapoleonica e alla  Battaglia di Waterloo, alla  Seconda Guerra Mondiale e agli Stati Uniti, dov’essa ha sede: “Millions of tongues record thee, and anew/Their children’s lips shall echo them, and say,/’Here, where the sword united nations drew,/Our countrymen were warring on that day !’ (Lord Byron, Childe Harold’s Pilgrimage).

Infine, dovrebbero essere trasferite in un Paese neutrale. Non sembra infatti ammissibile che, come nel recente caso del team russo, gli Stati Uniti possano negare l’accesso alle Nazioni Unite ai rappresentanti degli Stati membri.

Anche le Organizzazioni specialistiche sono obsolete. Esse non riescono a svolgere loro funzioni più fondamentali che mai, come, in primo luogo, un’applicazione giuridicamente vincolante a livello mondiale del Principio di Precauzione e del Principio della difesa dell’Identità Culturale. Vanno fuse e coordinate fra di loro e con le Nazioni Unite.

L’incontro di Pratica di Mare fra Putin e Bush

6.La NATO e l’OCSE potrebbero costituire la base di una Alleanza  del Nord del Mondo

A nostro avviso, essendo attualmente la NATO e l’OCSE le organizzazioni dei Paesi del Nord-Ovest del mondo, esse potrebbero diventare, fondendosi, un regime-quadro federale dei rapporti fra Europa, America e Medio Oriente. Quest’affermazione non è, a nostro avviso, contraddetta, bensì rafforzata, dalle recenti vicende ucraine. Infatti, la rivalità russo-occidentale è stata creata artificialmente per giustificare la sopravvivenza della NATO stessa come tale, mentre  Gorbačëv e Elcin avevano deliberatamente smobilitato il Patto di Varsavia nella speranza di essere accolti subito in Europa, venendo però respinti.

Come ha affermato l’Arcivescovo Emerito di Torino, Monsignor Bettazzi, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, la NATO stessa avrebbe dovuto essere sciolta, e sostituita da qualcosa di europeo.La NATO dovrà dunque mantenere solo i suoi compiti politici, abbandonando quelli militari, divenuti ormai obsoleti dopo la fine della Guerra Fredda e la creazione di una Politica Estera e di Difesa. Tra l’altro, i compiti dell’OCSE comprendono già precisamente il controllo degli armamenti, provvedimenti di sicurezza, diritti umani, minoranze etniche, democrazia, antiterrorismo e ambiente, anche se vengono in questo momento talvolta strumentalizzati.

Potrebbero essere membri della nuova organizzazione gli Stati Uniti, il Canada, il Consiglio d’Europa, la Conferenza degli Stati Islamici e Israele. E’ ovvio che ciascuno di questi soggetti potrebbe associarsi agli altri pur mantenendo la propria identità, ma abbandonandone le interpretazioni escatologiche ed assolutistiche. Compito principale: coordinare verso l’esterno le difese dell’area nord del mondo contro attacchi esterni (p.es., terroristici), e difesa antimissilistica. Svolgere una funzione arbitrale circa eventuali conflitti “interni” (p.es., il caso ucraino). Accordi ben precisi dovrebbero essere stabiliti fra questi organismi, le Nuove Vie della Seta e l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai.

Evitandosi (o, almeno, allontanandosi  dalla nostra area) la competizione fra i sistemi nucleari americano e russo, l’Europa potrebbe divenire veramente l’area più pacifica e sicura della terra, anche se ciò non eliminerebbe certo l’esigenza di un Esercito Europeo, e di una cooperazione di difesa con gli Stati Uniti e con il Medio Oriente, ma con finalità diverse da quelle attuali.

Questa autonomizzazione dell’Europa sarebbe facilitata da un sistema antimissilistico comune e dalla creazione di un Esercito Europeo capace di bilanciare quello russo, in attesa di integrarsi progressivamente con questo.

Roma, Costantinopoli, Mosca

7.Il Consiglio d’Europa potrebbe divenire la “Federazione delle Tre Europe”

Il Consiglio d’Europa è l’unica organizzazione che raggruppi tutti i Paesi d’Europa.  Potrebbe costituire l’ambito di cooperazione federale fra una ricostituita Comunità Europea, la costituenda Comunità Eurasiatica e una nuova auspicabile realtà federale anatolica o panturcica. In tal modo, senza scontentare gli oppositori di una più stretta integrazione europea di Russia e Turchia, si permetterebbe a questi due Stati di contare di più anche formalmente nelle politiche europee (cosa a cui fermamente essi aspirano, e che si è voluto fino ad ora ad essi negare). Si terrebbe così anche conto che le “tre Rome” eredi della Tetrarchia romana, quella “occidentale” (romana e germanica)  , quella balcanico-medio orientale (bizantino-turca), e quella “scitico-sarmatica” (Russia, Mar Nero, Siberia, Asia Centrale) costituiscono tutte insieme l’eredità storica dell’ Europa, senza che alcuna di esse possa vantarne il monopolio, così come Kaifeng, Xi’an, Nan Qing e Pechino condividono l’eredità del Tian Ming. Tutte insieme costituiscono il nostro Stato-Civiltà. Questo richiederebbe un ravvicinamento delle culture delle diverse aree. Volendo, si potrebbe anche pensare alle forme di partecipazione di una “Quarta Roma”, l’America. Certo, questo presupporrebbe un ulteriore cambiamento di cultura, quale quello auspicato a suo tempo dagli “Euroamericani” (Eliot, Pound, Dos Passos, Frantzen).

Modernità e post-modernità sono innervate dalla “lotta per il riconoscimento”: dal principio di eguaglianza presente nelle “carte atlantiche”, alla “Missione dei Popoli”, alla decolonizzazione, alle politiche di genere. Tuttavia, non è stato ancora dato un riconoscimento pieno alle tendenze culturali diverse dall’“Occidente”. Nel caso dell’Europa, alle tendenze “asiatiche” o “eurasiatiche”al suo interno(popoli delle steppe, ebraismo, Cristianesimo orientale, Euroislam, Costantinopoli, Slavismo), con l’abbandono, da parte dell’Europa e dell’ America, della cosiddetta “Arroganza Romano-Germanica” denunziata a suo tempo da Trubeckoj, e ancora aleggiante, tra l’altro,  nei programmi scolastici e in quelli dei partiti politici europei.

Quanto sta accadendo appunto con Russia e Turchia crea, certamente, dei nuovi ostacoli su questa strada. Da un lato, il Consiglio d’ Europa dovrà formulare  una sua nuova politica di partenariato con Russia e Turchia, che garantisca loro la partecipazione all’ Europa con un ruolo paritario e  la sicurezza, non solo nucleare, ma anche contro ogni forma di destabilizzazione. A quel punto, si vedrebbe che le questioni aperte, in primo luogo quelle dei missili e delle minoranze etniche, si risolverebbe automaticamente.

L’Unione ha perso qualcosa dell’ispirazione originale?

8.L’Unione Europea dovrebbe tornare a chiamarsi “Comunità Europea”.

Essa potrebbe articolarsi, al suo interno e verso l’alto, secondo il principio della “Multilevel Governance” (l’Europa a più Velocità, l’”Europa delle Regioni”). Barbara Spinelli ha auspicato che l’Europa divenga un “impero non imperialistico”. Espressione contorta per indicare l’atteggiamento di certi imperatori del passato, i quali deliberatamente avevano deciso, come Adriano,  di  rinunziare all’ espansionismo per concentrarsi sul governo dei propri territori. Questi “imperi non imperialisti” furono, in fin dei conti, la regola nel passato, in quanto ciascun impero (Sacro Romano Impero, Impero Russo, Ottomano, Mughal, Cinese) di fatto si concentrava su uno specifico “semicontinente”. Solo gl’imperi persiano ed islamico, e, oggi, quello “democratico”, avevano fatto dei  seri tentativi per divenire imperi mondiali. All’interno, gli Imperi sono caratterizzati dal carattere fluido delle diverse identità collettive (Città e Nazioni, Province ed Etnie, ecc..), che non vengono definite in senso rigido e gerarchico come nel caso degli attuali Stati Nazionali. Oggi, abbiamo a disposizione, per tutto questo,  l’espressione “Stato-Civiltà”

Come arrivare a questa soluzione?

Mitterrand e Gorbaciov a Praga

9.Le trattative per la fine della guerra ucraina: l’ occasione per una trattativa globale?

L’idea di una trattativa globale, che coinvolga anche gli Europei e le grandi potenze, sta oramai prendendo piede. Tutti sembrano rivolgersi alla Cina come possibile grande mediatore. Ora, non dobbiamo dimenticare che la Cina:

-ha come colonna portante della sua attuale politica le Nuove Vie della Seta”;

-ha come principale alleato la Russia;

-ha come importanti partner commerciali l’Ucraina e i Paesi di Visegràd (16+1);

-ha già espresso il suo desiderio che l’Europa sia più indipendente;

-è in attesa del prossimo meeting con la UE per rendere operativo il trattato finalizzato a fine 2021.

Agli Europei non resterebbe che inserirsi, in modo propositivo, creativo, indipendente ed energico, in questa dialettica.

Il Movimento Europeo propone giustamente una Conferenza Europea per la Pace e la Sicurezza, a favore della quale ci siamo già pronunziati nei nostri precedenti post:

“Si tratta di una questione essenziale per gli interessi strategici dell’Unione europea, che dovrebbe essere posta al centro delle prossime sessioni plenarie della Conferenza sul futuro dell’Europa i cui tempi e le cui modalità di decisione dovrebbero essere rivisti alla luce di quel che sta avvenendo in Ucraina”.

L’unico problema è che la nostra classe dirigente non è, né propositiva, né creativa, né indipendente, né energica, come dimostra il suo ininterrotto e monotono allineamento, culturale, militare, politico ed economico con i pregiudizi e gl’interessi americani. Si tratta perciò di costruire dal basso un’alternativa, fondata su una cultura veramente paneuropea e sovrana, capace di confrontarsi con quelle di tutto il mondo, senza demonizzare, né Confucio, né il Corano, né Dostojevskij.

LA GUERRA AL TEMPO DELLE MACCHINE INTELLIGENTI Dalla politica Estera e di Difesa al controllo sull’AI

Non ostante tante voci inascoltate, l’Europa è sempre più in ritardo

La guerra in corso in Ucraina sta costringendo i nostri abulici cittadini e le nostre deviate istituzioni a prendere atto che le promesse di Fine della Storia e di Pace Perpetua erano assolutamente irrealistiche, e che, anzi, le guerre contemporanee assumono, grazie alle nuove tecnologie, contorni sempre più inquietanti, per ciò che riguarda il postumanesimo, la militarizzazione della società, il keynesismo militare e l’intolleranza culturale. Tuttavia, l’interpretazione che ne viene data dal “mainstream” è estremamente riduttiva. Secondo questo “trend”, l’Europa pacifica sarebbe stata costretta suo malgrado ad “accorgersi”che ci sono anora delle malvagie forze che si oppongono, anche militarmente, alla vittoria mondiale dell’ Occidente. Per questo, l’ Europa dovrebbe armarsi un poco di più in difesa dell’ Occidente stesso.

La realtà che si rivela chiaramente negli ultimi avvenimenti è ben più profonda: l’utilizzo , da parte delle Macchine Intelligenti, dell’ opportunità dello scontro fra gli USA e il resto del mondo per prendere finalmente il controllo sulla società mondiale.E, per fare ciò, i post-umanisti hanno preso ufficialmente il controllo del Parlamento americano, che sta eseguendo fedelmente i diktat dell’ ex CEO di Google, Eric Schmidt, mentre bloccano gli sforzi delle autorità americane (per esempio, l’Antitrust) di bloccare il loro potere ormai sterminato.

L’Europa dovrebbe armarsi, più che contro le minacce “tradizionali”, per le quali è palesemente impreparata, alla guerra culturale per il controllo sulle macchine intelligenti.

Le macchine prendono
il controllo

1. Superate perfino le fantasie transumaniste di Manuel De Landa

Keelan Balderson  scrive su  @altnewsuk che i Ministeri inglese e tedesco hanno pubblicato uno studio in cui chiedono ai rispettivi parlamenti di abrogare i vincoli che oggi frenano l’uso, da parte  delle Forze Armate, delle varie forme di  “Enhancement” oggi disponibili: tecnologie indossabili, droghe psichedeliche, editing genetico, bioingegneria, esoscheletri, apparecchi per l’incremento della sensibilità e interventi invasivi, quali interfacce fra il cervello e la rete. Si parla di applicare queste tecnologie ai militari anche contro la loro volontà, applicando il principio dell’ obbedienza agli ordini.

Il documento giunge perfino ad affermare che l’Enhancement potrebbe  produrre un miglioramento morale, perché servirebbe a prevenire attività illecite.

La prefazione del documento si compiace del progressivo abbandono del tradizionale divieto di queste tecnologie, che dovrebbe portare perfino a una modifica dei principi etici consolidati: “The impact of legislative changes on moral beliefs is also important, with some evidence suggesting that changes to morality are often caused by legislative changes.” Addirittura,  “Defence, however, cannot wait for ethics to change before engaging with human augmentation.”

Anche il “NATO’s Innovation Hub” ha pubblicato  un documento sul “cognitive warfare” -, una dottrina mirante alla militarizzazione delle scienze del cervello, con lo scopo di risolvere l’eterno problema di “liberare l’umanità dai limiti del corpo”, che neppure la religione era mai riuscita ad affrontare.

Per studiare come raggiungere, nel 2040, la superiorità strategica in questo campo sopra i propri avversari, la NATO ha commissionato un romanzo distopico  in cui si immagina che, nel 2039, da autopsie condotte su  soldati cinesi morti in Zambia combattendo, sulla Via della Seta, contro gli Americani e gli Australiani,  si sarebbe stabilito che i soldati morti erano dei “superuomini” prodotti in laboratorio mediante l’editing genico, in modo da fornirli di muscoli rinforzati, visione notturna,  “resistenza alla privazione del sonno, sete, calore e umidità estremi.” L’anno successivo, sarebbe stata dichiarata la “cognitive war” .

Secondo il documento, “human mind should be NATO’s next domain of operation.” Stranamente, i rapporti dell’intelligence americana si concentrano sullo stato di salute mentale del Presidente russo.

Queste notizie confermano le ormai classiche teorie espresse nel libro di Manuel de Landa, “La guerra al tempo delle macchine intelligenti”, secondo cui, vista a posteriori dal punto di vista della “Teoria del Caos”, la storia umana appare oramai come un semplice stratagemma evolutivo delle macchine (il “phylum macchinico”), per sviluppare la loro superiore intelligenza (il “Superuomo”, che, secondo la NATO, la Cina starebbe già realizzando).

In effetti,tutta  l’evoluzione della società umana è stata caratterizzata proprio dallo sviluppo di tipi di armi incorporanti una sempre maggiore “intelligenza”: pietra grezza e poi levigata; fuoco; armi da lancio e da taglio; metalli; fortificazioni; armature; eserciti; macchine da guerra; arte della guerra; strutture di comando; mezzi di locomozione; navi; polvere da sparo;  propaganda; fino ad arrivare alla criptazione e decriptazione, all’ energia atomica, alla missilistica, alla mutua distruzione assicurata, alle intercettazioni, alle armi autonome, e ora alle protesi, all’Enhancement, al condizionamento del cervello e ai cyberguerrieri.

Secondo De Landa, proprio questa funzionalità dell’uomo rispetto alle macchine, e delle macchine rispetto alla guerra, fa sì che sia oramai vicinissimo il superamento delle macchine sull’ uomo.

La stessa panoplia di mezzi elettronici che si sta dispiegando intorno alla guerra in Ucraina (visioni satellitari, guerra informativa, pagamenti swift, messa in allerta dei sistemi missilistici) fa presagire l’avvicinarsi di quella svolta. Sotto questo punto di vista, questa guerra costituirà un ottimo test.

Oramai, siamo tutti mutanti

2.I mutanti conquistano il mondo

Costituisce un topos classico della filmografia americana quello dei mutanti, che, arrivati sulla terra dallo spazio, esercitano una morbosa attrazione sull’ umanità, ma tutti coloro che entrano in contatto con loro diventano a loro volta mutanti. I mutanti sono un’evidente metafora del mondo digitale. Attraverso le ramificazioni dell’informatica, i GAFAM trasformano il mondo a loro immagine e somiglianza, fino a trasformare gli uomini in “déracinés” telecomandati (Huxley); in cyborg asessuati (Donna Haraway), in identità uploaded (Matrix).

Come illustrato nei post precedenti, l’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha costituito una fondazione con cui egli condiziona lo Stato Americano, riuscendo a produrre in legge straordinaria (la cosiddetta “Endless Frontier Act”), in discussione al Parlamento, con cui gli USA, allo scopo di superare la Cina in tecnologia, compiranno il massimo intervento pubblico in economia nella storia degli Stati Uniti.

I comportamenti delle parti in gioco nelle varie crisi internazionali (Palestina, Turchia, Serbia, Ungheria, Polonia, Ucraina, Russia) in termini di  “Nazionalità”, di “Impero”, di “alleanze”sono superati. Esiste un solo “Impero Sconosciuto” per dirla con il Papa. È quello occidentale, governato dal sistema informatico-militare controllato dai GAFAM. Le “nazioni” sono “dead men walking”, tenuti in piedi per fare guerre per procura e mascherare i veri giochi del Complesso Informatico-Militare. Non ha senso creare nuove “sfere di influenza”: occorre spezzare, per poi condividere, questa unica sfera d’influenza: quella del governo mondiale  dei GAFAM.

Elie Kadurie aveva dimostrato, nel suo ottimo libro “Nazionalismo” quanto le varie “nazioni” manchino di sostanza. Basti pensare a nazioni “inventate” recentissimamente (come i “Palestinesi” che sono nati solo dopo l’arrivo dei Sionisti, gli “Ucraini” che sono stati un’”invenzione” di Austro-Ungarici, Bolscevichi, neo-nazisti e Americani), ma si potrebbe cercare anche più lontano. Per esempio, secondo l’ Enciclopedia Britannica “A fully independent Ukraine emerged only late in the 20th century, after long periods of successive domination by PolandLithuania, Russia, and the Union of Soviet Socialist Republics (U.S.S.R.). Ukraine had experienced a brief period of independence in 1918–20, but portions of western Ukraine were ruled by Poland, Romania, and Czechoslovakia in the period between the two World Wars, and Ukraine thereafter became part of the Soviet Union as the Ukrainian Soviet Socialist Republic (S.S.R.). When the Soviet Union began to unravel in 1990–91, the legislature of the Ukrainian S.S.R. declared sovereignty (July 16, 1990) and then outright independence (August 24, 1991), a move that was confirmed by popular approval in a plebiscite (December 1, 1991). With the dissolution of the U.S.S.R. in December 1991, Ukraine gained full independence. The country changed its official name to Ukraine, and it helped to found the Commonwealth of Independent States (CIS), an association of countries that were formerly republics of the Soviet Union.”

Non si vuole dire che non si possano creare nuove identità, ma queste hanno un senso solo se hanno dimensioni o collegamenti così vasti, da poter aere un’influenza attiva sulla storia mondiale. Vale a dire creare identità che si pongano almeno allo stesso livello di sovranità dei GAFAM. Fino ad oggi, solo la Cina è riuscita in questo compito, creando i BATX ed assoggettandoli a delle leggi. Ben precise.

La sovranità, e perfino l’identità di un popolo, dipende, oggi,  da quanto essa riesce a condizionare almeno una porzione del complesso informatico-militare mondiale: l’”indipendenza tecnologica”.

L’indipendentismo tecnologico è la Cina

3.”Indipendentismo  tecnologico”

Questo strettissimo collegamento fra geopolitica e nuove tecnologie sta permettendo di comprendere correttamente il peso da attribuirsi alla “sovranità tecnologica” di ciascun Paese, di fatto un elemento centrale della geopolitica nel XX° secolo. Che altro erano stati, infatti, la Centrale “Dnieprostroi”,  costruita  dalla general Electric nella Russia staliniana, là dove si sta combattendo ancor oggi, quale parte integrante delle politiche di colcosizzazione e dello Holodomor; o “le armi segrete di Hitler”; il “Progetto Manhattan”; Enigma e il Biuro Cyfry polacco che l’aveva decifrato; il Bletchley Park inglese dove lavorava Turing ; le Conferenze Macy; i programmi spaziali sovietico e americano; il computer, la rete; OKO; Echelon; Prism; i social network?

Tutti avevano, e hanno, fatto sforzi inauditi per disporre delle tecnologie più sofisticate, e, di conseguenza, delle armi più sofisticate.

All’inizio del XXI° Secolo, quest’ elementare realtà, ben nota a tutti, sembrava dimenticata sotto la retorica dell’“Ideologia Californiana”, secondo cui, essendo noi oramai pervenuti alla Fine della Storia, quell’inesorabile millenario collegamento fra tecnologia e guerra sarebbe ormai venuto meno, perché la globalizzazione occidentale avrebbe cancellato l’alterità fra le idee e i popoli, e quindi la ragion d’essere di ogni tipo di conflitto. Di conseguenza, nessuna discriminazione in base alla nazionalità delle imprese. Cosa per altro applicata in pochissimi luoghi; meno che mai negli USA, dove ogni rapporto con l’estero è stato da sempre soggetto a penetranti controlli militari (Trading with the Enemy Act, Cocom, SFIU). Ho avuto modo di constatarlo personalmente nella mia attività lavorativa, in occasione di rapporti di affari e di collaborazione tecnologica con imprese americane. In pratica,l’America voleva che tutti liberalizzassero le loro economie, mentre essa ha praticato sistematicamente il “Keynesismo militare”, grazie al quale, attraverso il complesso buroocratico-militare, essa controlla l’economia mondiale.

Il dogma della “neutralità degli affari” aveva comunque incominciato a traballare con le rivelazioni di Echelon, Wikileaks e Prism, che dimostravano che l’informazione (militare, ma anche tecnologica ed economica) è sempre stata, ed è diventata sempre più, una fondamentale fonte di potere.  Ciò aveva legittimato, almeno in alcuni Paesi, come la Cina, la ricerca di tecnologie autonome, per minimizzare il controllo del sistema digitale americano, esercitato, tanto direttamente, quanto attraverso i GAFAM; questo sia in senso passivo (vale a dire ostacolando l’immissione di contenuti ostili –“Great Chinese Firewall”-), sia in forma attiva, favorendo un’industria nazionale del web (BATX), e, dopo, tutte le nuove tecnologie.

L’Economist ha pubblicato anche (“The Techno-Independence movement”, pag.52) i risultati di un’indagine su sei aree tecnologiche cinesi, fra cui vaccini, editing genetico, aerospaziale e microprocessori. Secondo la rivista inglese controllata dalla Famiglia Elkann, con una partecipazione minoritaria  dei Rothschild, naturalmente, la Cina, anziché ricercare l’indipendenza tecnologica, spendendo un sacco di soldi, farebbe meglio a risparmiare, e accontentarsi di fare da follower delle multinazionali americane.

Peccato che un altro articolo dello stesso giornale (“The Free Rider Continent”, a pag. 26) smentisca totalmente quest’ affermazione, mostrando in concreto come l’Europa, con la sua accettazione (se non “scelta”) di essere sempre un “follower” degli Stati Uniti, si sia ridotta molto male (l’Economist, alla fine,  sembrerebbe compiacersene).

Scrocconi e straccioni

4.“Un continente di scrocconi”

L’espressione “free-riders” (“scrocconi”), per designare gli Europei. era stata coniata da Trump. Secondo il Presidente, gli Europei sarebbero stati degli “scrocconi” perché, spendendo molto meno degli Americani per la difesa, godrebbero egualmente dei “benefici” di quella americana. Affermazione che potrebbe avere un senso solo se si ammettesse che (i) gli Europei non stiano spendendo nulla per la loro difesa (ii) abbiano eternamente bisogno di essere difesi da qualcuno (iii) che, grazie all’appartenenza alla sfera americana, gli Europei abbiano raggiunto risultati (almeno economici) apprezzabili.

Il che è quanto meno discutibile, e parzialmente negata nello stesso articolo.

Gli Europei spendono per la difesa almeno il doppio dei Russi, ma, proprio a causa del loro inserimento nella NATO, non raggiungono neppure una minima percentuale dell’efficienza dell’Armata Russa. In effetti, non hanno un’intelligence all’altezza di quelle delle Grandi Potenze e hanno una force de frappe modesta e senza condivisione a livello europeo. Soprattutto, non hanno una cultura e una dottrina militare comuni, utilizzando sempre e solo, di riflesso, quelle americane. Di conseguenza, non possono usare i loro eserciti, né come “prolungamento con altri mezzi della politica” (perché lo sono di quella americana), né  per il “Trickle down effect” sull’economia, perché non hanno mai prodotti innovativi, e, quando li hanno, questi sono copiati dagli Americani.

Secondo l’Economist, a questa situazione nel settore militare si aggiungono  situazioni simili nell’ ecologia e nelle nuove tecnologie. Gli Europei sarebbero convinti che, tanto, imitando gli Stati Uniti, si ottengono gli stessi risultati senza tanto sforzo. Cosa, anche questa, che avevo avuto modo di verificare io stesso con due indagini molto mirate nel Gruppo FIAT.

Dice giustamente l’Economist che, con questa politica, dopo tanti decenni, l’Europa non ha ancora raggiunto gli Stati Uniti (e, aggiungiamo noi, mentre la Cina sì). Infatti, sul breve periodo si possono conseguire risultati relativamente buoni (come durante le “Trente Glorieuses” dedicate alla ricostruzione), ma, a lungo termine, si tratta di una svendita del Paese ai Poteri Forti e ai concorrenti da essi controllati.

Secondo l’Economist, tutto ciò sarebbe dovuto al fatto che gli Americani lavorerebbero di più (anche 12 ore al giorno), mentre gli Europei “lavorerebbero solo 35 ore alla settimana e andrebbero in pensione giovani”. Stupisce che l’Economist sia così disinformato. In realtà,  come ben noto, da molto tempo, gli Europei in sostanza  non lavorano proprio, perché gli Americani hanno spostato tutte le posizioni lavorative interessanti (intellettuali, supermanagers, professionisti, tecnici) negli Stati Uniti, lasciando in Europa solo delle succursali che sono state progressivamente svuotate (es.p.es: Chrysler, Whirlpool…), sicché ci sono sempre meno offerte di lavoro, e, quelle poche che ci sono, sono dequalificanti. E, infine, quei pochi che lavorano (o che hanno lavorato) veramente, sono stati capacissimi, per difendere le nostre imprese contro la rapacità dei concorrenti internazionali, di lavorare perfino di notte, nei week-end e nelle ferie. Parlo anche qua per esperienza personale.

Coloro che, come la Famiglia Olivetti, avrebbero voluto creare in Europa aziende di avanguardia, le quali ci avrebbero permesso di eccellere in tutti i campi, a cominciare proprio dal militare, sono stati da tempo boicottati e bloccati. Sono sopravvissuti solo imprenditori antinazionali e antieuropei, che hanno trasferito altrove buona parte delle loro ricchezze, depauperando così ulteriormente l’Europa.

Finalmente, l’Economist dice qualcosa di vero a proposito del ritiro dell’Afghanistan e della guerra in Ucraina, vale a dire che essi hanno costituito una sorta di richiamo all’ordine per gli Europei, perchè qualcosa andrebbe comunque fatto  nel senso di una maggiore assertività. Tuttavia, conclude l’articolista, nell’ insieme, perfino questi fatti avrebbero dimostrato cheè più comodo e sicuro ricompattarsi dietro all’ America, senza pretendere di raggiungerla o di superarla.

Per stabilire se ciò sia vero, bisognerà vedere come andrà a finire il braccio di ferro fra Est e Ovest in Ucraina.

La dittatura dei virologi

5.Epistemocrazia

Donatella di Cesare critica giustamente su La Stampa l’impostazione  “superficiale e sviante” che i media mainstream stanno dando alla crisi ucraina (“scontro fra democrazie occidentali e autocrazia”), invocando una voce dell’Europa meno fanatica e più vicina a quella che è la visione filosofica dell’ Europa, e dunque di alto profilo. Tuttavia, in un altro articolo, questa volta sulla “La Repubblica” di Domenica, se la prende anche contro la tendenza del Governo Draghi verso l’’”epistemocrazia”, senza però andare a fondo della questione.

Si tratta in ambo i casi di due tendenze fanatiche e intolleranti, che è giusto stigmatizzare entrambe come fa Di Cesare. L’esaltazione irrazionale della “funzione di guida” della medicina sulla società ha raggiunto livelli grotteschi, con i virologi promossi a guide spirituali del Paese e “la Scienza” esaltata come l’unica vera religione. Questo fanatismo è un inequivoco avatar della “Religione della Scienza” dei Positivisti, che porta, come nel Socialismo Reale, verso la dittatura dell’unica ideologia “scientifica”, e un preludio della trasformazione degli uomini in Cyborg, secondo le aspirazioni di Musk e della NATO. Anche sotto questo punto di vista, essa ha un carattere totalitario, che ricorda la logica della “Distruzione della Regione” di Lukàcs, e la sua “Reductio ad Hitlerum”, giustamente citata da Di Cesare a proposito dell’orgia di russofobia in corso.

Eppure, non si può negare che l’”epistemocrazia”, o “epistocrazia” (Zhang Weiwei, Daniel A.Bell), stia prendendo piede in tutto il mondo, e che questa sia la causa prima della crescente centralizzazione di tutti i sistemi politici, nazionali e internazionali che tutti denunciano come “deficit di democrazia”, senza però comprenderne le cause.

Con l’arrivo della globalizzazione alla sua fase finale, in cui gli organismi direttivi dei continenti e dei subcontinenti debbono decidere in ogni istate su questioni complessissime e vitali (dall’intelligenza artificiale, alle pandemie,  all’equilibrio del terrore), rese più difficili dalle rivalità reciproche, è una mera illusione che i singoli cittadini possano avere qualcosa da dire sui massimi problemi del mondo, indipendentemente dalla forma di rappresentanza adottata, visto che non sanno neppure che cosa siano gli algoritmi, i virus e la Mutua Distruzione Assicurata). Sarebbe già una grande vittoria se almeno i vertici politici  e l’intelligencija fossero liberi dai diktat del Complesso Informatico-Militare.

Di qui l’”outsourcing” d’intere politiche alle multinazionali, la presa del potere da parte delle “burocrazie non elette” , il commissariamento d’interi Stati, i presidenti a vita, il potere militare…(il cosiddetto “deficit di democrazia”).

Quest’impotenza dei leaders perfino di una perfetta federazione mondiale del futuro è descritta magistralmente nella novella di Asimov, “Una decisione inevitabile”, in cui gli unici che possono decidere veramente qualcosa importanti restano i robot.

Il problema, a nostro avviso, è quindi l’opposto: perfino l’”epistocrazia” denunziata da Di Cesare (nello specifico, la dittatura dei virologi), è ancora troppo lontana dalla comprensione dei veri problemi generali (p.es., il controllo sui robot, la conquista dello lo spazio, la gestione della rete, Est e Ovest…). Tutto ciò richiederebbe, sì, delle grandi competenze, ma di un livello ben più elevato. Sopra i virologi, i “medici” a tutto tondo (come Ippocrate), e sopra i medici, gli “scienziati universali”. Sopra gli scienziati, poi, ancora i politici, e, come scrive giustamente Di Cesare, i filosofi.

Perché, come scrive arditamente Di Cesare,  “l’Europa è filosofia”, e solo con la filosofia si potrà decidere che cosa sia  l’Europa. Ma anche (e soprattutto) fuori dell’ Europa, stanno riprendendo forza (in Paesi che il “mainstream” depreca) ceti di  “politici-filosofi”, dotati di competenze generalistiche, come i “fuqaha” sci’iti (i giuristi islamici: in Iran “Vilayet-i-Faqih”, il “Governo del Giureconsulto”), o i membri del PCC, che rinverdiscono le glorie degli antichi “Ru” (“Mandarini”).

In ogni caso, tutte le classi dirigenti attuali in Occidente sono insufficienti a gestire la transizione digitale, e, se si vuole che l’Europa non diventi un mostro sottosviluppato,  militarizzato e anti-umano, occorre intraprendere un lungo cammino di pensiero e di azione. Incominciando dal distinguere fra l’”epistocrazia”, propria  del Re Filosofo,  e la “tecnocrazia” dell’ Intelligenza Artificiale e delle Banche Centrali.

Solo dopo, e grazie a, questo passaggio, si potrà agire politicamente per i sacrosanti obiettivi illustrati da Di Cesare, come evitare di “Perdere la Russia”, e, con ciò, aggiungiamo noi, l’Europa e l’Umanità stessa (Trubeckoj, L’Europa e l’U,anità).

L’Unione Europea ha paura di due siti?

6.La tirannide digitale

L’ambiente tecnologico in cui viviamo incide anche sulle modalità con cui la guerra, e, in particolare, la guerra informatica, viene condotta. Contrariamente, per esempio, alla Guerre del Golfo, ampiamente spettacolarizzate, la guerra in Ucraina viene condotta sostanzialmente fuori della portata delle telecamere (e degli smartphones). Il grosso dei combattimenti avviene in  steppe desolate. Le città vengono giustamente  evitate per non fare vittime. Esistono da subito corridoi umanitari per permettere l’evacuazione degli abitanti, ma questo rende la guerra ancor meno spettacolare. Quanto alla guerra aerea, essa è finita relativamente presto.

In questo contesto, le dichiarazioni ufficiali (che avranno un effetto pratico, semmai, con molto ritardo), e la censura militare e ideologica, restano le due cose a prima vista più evidenti. Molto difficile è capire che cosa realmente accada sul terreno, perché ambo i contendenti hanno interesse a minimizzare i fatti.

Inoltre, l’Occidente, e, in particolare, l’Europa, si distinguono per la loro faziosità. Si è partiti già da uno “zoccolo” molto importante di leggi liberticide, come quelle memoriali, i reati di opinione, il blocco automatico delle cosiddette “fake news”, la censura elettronica della “fact-checking”, il divieto dei “contenuti d’odio”;  a cui si aggiungono oggi vere e propri divieti della libertà di stampa, come il bando delle catene televisive Sputnik e RT, colpevoli di essere controllate dalla Russia, e, per ciò stesso, di “diffondere le bugie di Putin”(von der Leyen).

E a chi la Unione Europea ha “affidato” il compito di attuare il bando? Alla Google, che non se l’è fatto dire due volte. Alla Google è stato affidato il compito che oggi in Cina viene svolto dal “Great Chinese Firewall” (quello della censura). Allora si capisce perché i Cinesi abbiano fatto di tutto per non avere più Google fra di loro.

Nei momenti più caldi della Guerra fredda era stato tuttavia sempre possibile, nelle grandi metropoli,  acquistare la Pravda, il Renmin Zhibao, al-Mujahid, Fuerza Nueva, ecc… (senza contare i giornali “sovversivi” italiani, come “Potere Operaio”, “Lotta Continua”, “Ordine Nuovo”, “Nuova Repubblica” e “l’Orologio”). Oggi, invece, è perfino vietato seguire i canali russi. Ma di che cosa hanno paura i nostri governanti? Hanno veramente “la coda di paglia”.

Certo, queste inedite forme di censura mediatica si sposano con una più generale  imposizione della “correttezza politica” in ogni forma di espressione. Per esempio, sono state passate praticamente sotto silenzio notizie esplosive come quella secondo cui l’Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia ha organizzato una manifestazione contro la guerra in cui ne ha attribuito la responsabilità alla NATO. Infine, “last but not least”, il sindaco di Milano, Sala, ha bellamente licenziato il direttore d’orchestra russo Valerij Gergiev, che doveva dirigere, alla Scala, l’opera russa “Pikovaja Dama” di Caikovskij, con l’incredibile motivazione che si era rifiutato di esprimere una condanna dell’intervento russo in Ucraina.

La cosa invece oggi non suscita nessuno stupore, perché, nel contempo, sono stati annullati anche i suoi concerti da qui alla prossima estate in tutti i Paesi occidentali. I teatri dell’ opera sono competenti ad adottare sanzioni militari? Un musicista non può più lavorare se non accetta di essere anche un agit-prop? Neppure i vecchi regimi totalitari pretendevano tanto.

Gergiev, è in pericolo anche di perdere diverse posizioni-chiave, tra cui il podio a Monaco di Baviera e la sua posizione di direttore onorario della Rotterdam Philharmonic Orchestra. non dirigerà più i Wiener Philharmoniker nella tournée negli Usa che vede l’orchestra viennese in programma alla Carnagie Hall di New York per tre date. Anche il sindaco di Monaco di Baviera, Dieter Reiter, ha lanciato un ultimatum, affermando che Gergiev deve condannare la “brutale guerra aggressiva contro l’Ucraina” di Putin prima di lunedì prossimo o sarà espulso dall’orchestra, tre anni prima della scadenza del suo contratto. Un avvertimento simile minaccia di cancellare il “Festival Gergiev” in programma per settembre.

La cantante Anna Netrebko, per protesta contro il trattamento riservato a Gergjev, non verrà alla Scala, dichiarando: “Non verro”, scrive. Le ragioni le aveva già spiegate il giorno prima precisando: “Non è giusto costringere un’artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la sua patria”.

Invece, in Russia, gli oppositori, pochi o tani che siano, possono esprimere il loro dissenso dalla guerra. Il titolo scelto per la prima pagina della Novaja Gazeta  è stato «La Russia bombarda l’Ucraina», ei sottotitolo «Novaja Gazeta considera la guerra una follia, non vede il popolo ucraino come un nemico e la lingua ucraina”.

L’ultimo esercito europeo che s’è visto è quello del Principe Eugenio e Sobieski

7.Ora, tutti vogliono la Politica Estera e di Difesa Europea.

Come noto, il primo progetto di eserecito europeo era stato elaborato fin dal 1950 (5 anni dopo la fine della IIa Guerra Mondiale),  per poter integrare truppe tedesche nella difesa americana contro il nascente Patto di Varsavia, secondo quella che era stato addirittura una speranza di alcuni gerarchi tedeschi negli ultimi giorni del Reich. Per raggiungere questo fine, venne ideato da Jean Monnet (e poi presentato da René Pleven, primo ministro, e quindi detto “Piano Pleven” il progetto di  un esercito europeo da comporsi di sei divisioni, sotto il comando della NATO e gestito da un ministro europeo della difesa, con annesse istituzioni (sostanzialmente ricalcanti quelle della CECA),se vogliamo, sul modello (ma in formato ridotto) delle Waffen SS estere (create fuori della Wehrmacht e delle “vere” SS),  le cui 58 “legioni” erano state in gran parte appena sciolte a causa della sconfitta della Germania (ma alcune combatteranno ancora per anni sotto la denominazione di “Fratelli della Foresta”, in particolare quelle baltiche:  20. Waffen-Grenadier-Division der SS e   Legione Lettone). Come si vede, su 38  legioni di Waffen, circa una ventina non erano tedesche. E non erano neppure una cosa così lontana dall’oggi, perché, per esempio, il Batalion Azov, formazione paramilitare integrata nell’ esercito ucraino, ha esattamente lo stesso simbolo della 34 divisione SS, quella olandese, “Landstorm Nederland” (mentre il simbolo dell’ Euro è lo stesso della Divisione “Estland”) In seguito alla desegretazione della CIA, è stato reso accessibile il fascicolo  “Die national-ukrainische Widerstandssbewegung” or “Ukrainian national resistance.”, dove si vede che fra questi alleati della CIA c’era l’Unione degli Ucraini, ancora attiva sulla scena politica ucraina. Come si vede, l’idea di Putin. Di “de-nazificare l’ Ucraina” ha anche una qualche base storica fattuale.

Come le Waffen SS, così l’esercito europeo sarebbe stato subordinato a un esercito straniero (in questo caso, quello americano), e non avrebbe avuto, né marina, né aviazione, né intelligence. Pura carne da cannone. Come si può pensare che quello potrebbe costituire il modello per un esercito europeo del XXI° secolo?

Nel XXI° secolo, un vero esercito presuppone un potere politico sovraordinato (un governo con pieni poteri decisionali), un comando unificato (anche dell’arma spaziale e nucleare), un’intelligence, una cultura militare comune, un apparato di armamenti condiviso, una suddivisione funzionale e geografica, un’industria militare, un’interfaccia con i civili.

Alcune di queste cose (Governo, cultura condivisa) oggi proprio non esistono, e vanno create da zero. La Conferenza Internazionale dovrebbe creare le condizioni esterne della sua possibilità (per esempio con un percorso concordato per il ritiro degli Americani e per la messa sotto controllo europeo della “Force de Frappe”). Abbiamo già detto altre volte che, essendo l’Europa una “multi-level governance”, prima di modificare i Trattati dell’ Unione, occorrerà rivedere tutto ciò che sta loro intorno.

Riusciremo a riportare gli Europei su un piede di serietà?

8. La posizione del Movimento Europeo (Bruxelles, 28 febbraio 2022)

Che la conferenza sul futuro dell’Europa si stia chiudendo, come ha detto Mattarella, in un modo “grigio”, senza avere affrontato nessuno dei temi veramente importanti (quali quelli di cui parliamo qui), è, non soltanto, sotto gli occhi di tutti, bensì, ormai, addirittura un’ovvietà. Perciò, giustamente il Movimento si preoccupa che l’Unione si occupi di cose più serie, e, in particolare, del mantenimento della pace, che sarebbe stato l’obiettivo originario di Coudenhove Kalergi, di Spinelli e di Monnet, ma, di fatto, è stato completamente abbandonato a vantaggio di temi originariamente nemmeno previsti.

Il Movimento insiste perciò su “una Conferenza europea sulla sicurezza e sulla pace sotto l’egida dell’OSCE e delle Nazioni Unite ripartendo dagli accordi di Helsinki con l’obiettivo di sottoscrivere un trattato internazionale fra tutti gli attori coinvolti sul continente europeo superando l’azione in ordine sparso dei paesi europei e il quadro ristretto che portò Francia, Germania, Russia e Ucraina nel febbraio 2015 alla sottoscrizione dei ‘secondi accordi di Minsk’ che non sono mai stati rispettati e applicati dall’Ucraina e dalla Russia.”

Come scritto in precedenza, quest’obiettivo, giusto e realistico ( dato anche che i negoziati fra Russia e Ucraina sono già perfino in corso ai confini della Bielorussia), è insufficiente.

Proprio perché, tanto i Russi, quanto gli Europei Occidentali, considerano la guerra in corso come un momento storico di svolta (anche se in direzioni opposte), occorre oggi più che mai una profonda e coraggiosa riflessione degli Europei“tous les azimuts”, quale quella che stiamo promuovendo da 15 anni, per concentrarci sulle cose che veramente contano. Se questo si facesse, si riuscirebbe a comprendere su quali punti di base sarebbe possibile trovare un accordo, e, da questi, discendere alla soluzione delle questioni che sembrano oggi impossibili, riuscendo a trovare un punto di collegamento fra le attuali posizioni, che sembrano inconciliabili semplicemente perché si riallacciano a concetti obsoleti, ignorando le questioni essenziali dell’oggi.

In particolare, il risultato della Conferenza  sull’ Ucraina invocata dal  Movimento dovrebbe collegarsi con un’altra proposta del Movimento Europeo stesso, sulla Politica Estera e di Difesa Comune, che, per i motivi sopra elencati, non può essere sostanzialmente ancora quella della CED.Contestualmente, la Commissione europea deve aprire una riflessione sulle priorità del Next Generation EU, nato per far fronte all’emergenza della pandemia, finalizzato alla transizione ecologica e digitale e chiamato ora ad affrontare nuove e probabilmente più pesanti responsabilità.

Ma, ancora più urgentemente , ci dovrà essere una riflessione approfondita sulla guerra nell’ era delle macchine intelligenti e sulla loro messa sotto controllo, prima di trasformarci tutti in mutanti.

UCRAINA, NO A UN’INUTILE STRAGE-2

Commento all’ intervista di Massimo d’Alema su La Stampa del 25 febbraio 2022.

La diplomatica americana distribuisce panini all’ Euromaidan

Come promesso, pubblichiamo qui di seguito il secondo degli articoli sull’ Ucraina contenuti nell’opera collettiva “UCRAINA, no a un’inutile strage”, del 2014, tutt’ora, purtroppo, attualissima, e che pertanto ripubblicheremo.

Inseriamo inoltre, come introduzione, un breve commento a quanto dichiarato stamattina l’on.le Dalema su “La Stampa” , con l’ auspicio di una nuova conferenza sulla sicurezza dell’ Europa.

A questo proposito, notiamo che questa proposta era già conteuta nel nostro articolo del 2014. Comunque, il riferimento a Helsinki è discutibile, perché buona parte dei problemi che sono insorti in seguito (primo fra i quali quello delle minoranze etniche) sono derivati proprio da quella Costituzione, che, in ogni Repubblica, distingueva una “nazionalità titolare” e una o più “nazionalità minoritarie”, il che derivava quasi come conseguenza diretta dal contrasto intrinseco fra le realtà geografiche ed etnografiche e quelle giuridiche.

Inoltre, la costituzione soviertica era del 1936 , e l’Atto Finale di Helsinki del 1975. Nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente almeno due volte,passando dalla globalizzazione finanziaria a quella tecnologica, sicché le soluzioni geopolitiche debbono anch’esse evolversi con i tempi.

Certamente, andando avanti di quresto passo, con un muro contro muro che sfocia in guerre sempre più sanguinose, il destino dell’ Europa e dell’ Eurasia è segnato: vale adire la continuazione della decadenza culturale, politica, economica e militare che , dall’ attentato di Sarajevo in poi, non ha mai smesso di accrescersi, segnando un sempre maggiore distacco da USA e Cina.

L’unica via per la prosperità dell’ Europa e della Russia consiste nell’integrazione delle loro società, assolutamente complementari da tutti i punti di vista.

Lo avevano già capito da 400 anni  Bandeiras, Leibniz, von Bader, Alessandro I, Blok. Concrete proposte erano state fatte (sempre da parte russa) negli anni 60, e poi soprattutto a partire dalla Perestrojka, ampiamente illustrate nei blog precedenti, ma nessuno in Europa ha mai voluto darvi seguito perché la prosperità di una Grande Europa toglierebbe agli Stati Uniti il ruolo di “Leader dell’ Occidente”, e, di conseguenza, anche quello di centro del mondo. Di qui il boicottaggio di Gorbaciov, citato da Alema, della conferenza di Praga lanciata da Mitterrand, gli oltraggi a Elcin, l’organizzazione a tavolino delle “rivoluzioni colorate”….

Ha perfettamente ragione D’Alema nel vedere l’ascesa di Putin come l’inevitabile conseguenza di questo continuo ostracismo. Dopo essere stati trattati come gente del passato, degli straccioni, con cui non si voleva proprio avere a che fare, i Russi hanno accolto con ovvio favore un militare in grado di riconquistare e integrare la Cecenia, di disciplinare gli oligarchi, di recuperare la tecnologia svenduta, di vendere il gas al meglio. Fare tutto questo ha richiesto, come si può vedere, necessariamente una progressiva militarizzazione della società, di cui ora vediamo il risultato.

Se gli Europei ritorneranno sui loro passi, accettando di accogliere la Russia con pari dignità e poteri, dopo Putin potremmo avere un nuovo Gorbaciov.

Tuttavia, ciò sarà tutt’altro che facile, innanzitutto perché richiede di sprovincializzare e di desettarizzare la cultura europea dominante, e, in secondo luogo, perché, sulla nostra strada, incontreremo sicuramente un’opposizione intransigente dell’ America.

La moschea di Roxolana e Solimano il Magnifico a Mariupol, nel Donbass

L’UCRAINA, AL CUORE DELLA CULTURA EUROPEA

“Saçı varım kaşı yâyım gözü pür-fitne bîmârım/Ölürsem boynuna kanım meded hey nâ-Müslümân’ım/ Kapında çünki meddâhım seni medh iderim dâim /Yürek pür-gam gözüm pür-nem Muhibb’îyem ve hoş hâlim”

(“Mia paziente amata dai lunghi capelli, dalle ciglia come archi, dagli occhi inquietanti/Hai il mio sangue sulle tue mani.S’io muoio, abbi pietà, o mia Infedele./Adoratore dinanzi alla tua porta, non cesso di lodarti,io, il tuo Muhibbi, con il cuore pieno di tristezza e di felicità”)      Solimano il Magnifico all’Imperatrice consorte, “Roxelana” (=“la Ucraina”)

Se ci si vuole “allargare” a un territorio, specie se lo si vuole “assorbire” come ancora annunziavano presuntuosamente i programmi elettorali per il 2014 dei maggiori partiti, allora bisognerebbe, come minimo, conoscerlo a tal punto da “ritrovarcisi come un pesce nell’acqua”, così come Mao voleva che fossero i suoi attivisti. Da  questo nostro contributo dovrebbe risultare, a nostro avviso, chiaro, che la realtà dell’Ucraina, e della stessa Russia, è ben più complessa di quanto non s’immaginino i nostri politici e i nostri media, e che sarebbero semmai gli Ucraini e i Russi a poterci insegnare molte cose, visto ch’essi hanno approfondito le questioni della modernità e della postmodernità europee con molto anticipo e con più zelo degli Europei Occidentali. Inoltre, come sostenuto, a suo tempo,  per esempio, già dal nostro Leone Ginzburg   (nativo anch’egli di Odessa), nel suo “Scrittori Russi”,  tutta la loro  storia culturale europea è così strettamente interconnessa, che è impossibile parlare di  Ucraina senza Russia, di Russia senza Ucraina e di Europa senza gli Slavi Orientali.

Per questo, al fine di rendere più intelleggibili gl’interventi specialistici di questo volume (su temi politici, economici, istituzionali, militari, ecc…), abbiamo ritenuto indispensabile inserirvi una, seppur fuggevole, “cavalcata” attraverso la storia culturale dell’ Ucraina.

La Torre di Talin, bogostritel’ ucraino

1. In Ucraina,  l’origine e la critica del Postumanesimo.

La prima e fondamentale ragione per riconoscere, all’Ucraina, un ruolo centrale nella formazione della cultura mondiale moderna, e, in primo luogo, di quella europea, è costituita dalla determinante influenza, diretta e indiretta, dei suoi intellettuali, sullo sviluppo del “Progetto Incompiuto della Modernità”.  Fra i moltissimi cittadini, o originari, dell’Ucraina, che, come vedremo, si distinsero ovunque, ma soprattutto in Russia, in tutti campi delle  attività umane, occorre ricordare, a questo proposito, personalità quali Nikolaj  Fëdorov, Anatoli Lunačarskij,  Lev Trockij e Vladimir Tatlin, che hanno contribuito in modo determinante, nel bene come nel male, alla definizione al quadro complessivo di quella  visione tecnocratica “postumanistica”, che è stata poi fatta propria  da Čapek, da Asimov,da von Neumann, da Esfandiari, e, soprattutto, da Kurzweil, fino a imprimere, a nostro avviso, la sua impronta  maggioritaria all’attuale fase storica. Come se ciò non bastasse, degli autorevoli conterranei di quegli Autori, come Solovëv, Berdiaiev e Bulgakov, dopo avere, per un momento, simpatizzato con il post-umanesimo, ne divennero i più stringenti critici.

Quella cultura di Fëdorov, che trova ancor oggi eredi  in vari filoni della cultura, tanto  locali, quanto internazionali,  s’inseriva perfettamente, come verdremo,  nel clima culturale della Russia, e, in particolare, dell’Ucraina, dell’ inizio del ‘900.

Nikolaj Fëdorov, un nobile decaduto di Odessa, partendo da un fondo culturale slavofilo, era pervenuto, già alla fine del XIX Secolo, a un’originale, e grandiosa, visione  cosmica, che costituisce ancor oggi, a nostro avviso, la più dettagliata e centrale  teorizzazione  del “Progetto Incompiuto della Modernità”. Non per nulla,i maggiori autori dell’ epoca (Dostojevskij, Tol’stoj e Berdiaiev), avevano tutti riconosciuto il loro debito verso Fëdorov.

Il suo pensiero spazia attraverso i campi più disparati. Il punto di partenza era costituito dall’idea di Progresso, secondo cui il processo evolutivo  tenderebbe, nel suo complesso, verso l’incremento dell’intelligenza e della vita, dove l’uomo costituirebbe l’apogeo dell’evoluzione. A quest’ultima, resterebbe ancora un ultimo passo da compiere: la mortalità fisica dell’uomo sarebbe, infatti, il sintomo più evidente della  sua  natura ancora  imperfetta, e la ragione profonda  del male e del nichilismo.  La lotta contro la morte fisica dovrebbe diventare, perciò, una causa che unirebbe  spontaneamente tutti i popoli della Terra, indipendentemente dalla loro nazionalità, razza, cittadinanza o ricchezza (la “Filosofia della Causa Comune”).  Quello che, in passato, era stata l’aspirazione di quasi tutte le religioni, diviene, così, l’oggetto dell’azione sociale, culturale e tecnologica:una radicale mistica immanentistica, preludio delle utopie della Postmodernità. Si realizzerebbe così anche l’obiettivo, già formulato nell’”älterer Systemprogramm des deutschen Idealismus” – che l’ uomo “si salvi da solo”, attraverso un nuovo genere di fisica e una “nuova mitologia”-

Fëdorov pensava dunque, estremizzando le idee dei positivisti, che la morte avrebbe dovuto fare oggetto di un’ indagine scientifica globale, poiché il massimo obiettivo della scienza sarebbe stato quello di raggiungere l’immortalità e la rinascita. Queste conoscenze avrebbero dovuto uscire dai laboratori  scientifici, divenendo  proprietà comune: ognuno avrebbe dovuto imparare, e tutto fare oggetto di conoscenza e di azione.

Per la morte, vi sono, a suo avviso,  due ragioni. La  prima è intrinseca : per via della sua struttura materiale, l’ essere umano  è insuscettibile di  infinito auto-rinnovamento: per ovviare a ciò , è necessario il disciplinamento psicofisiologico dell’ organismo umano (oggi, diremmo “la bioingegneria”). L’ uomo dovrà diventare, perciò, il creatore e l’organizzatoredel proprio organismo  ( “il nostro corpo sarà il nostro business“). La seconda ragione è costituita dall’ostilità della Natura,  dell’ambiente esterno , il cui carattere distruttivo  richiede anch’esso un disciplinamento  , l’infusione, nella natura, della volontà e della ragione” .

La favola è divenuta realtà

2. Attualità di Fëdorov   

Fëdorov aveva anche tentato  di organizzare azioni specifiche miranti a delle ricerche scientifiche sulla possibilità di ripristinare le vite estinte. Il suo primo progetto in tal senso era stato dedicato alla raccolta e alla sintesi di resti degradati di defunti, sulla base della         ” conoscenza e del controllo su tutti gli atomi e le molecole del mondo” . Quest’idea  anticipa oltre che un  intero filone della fantascienza e dell’“horror”, proprio certe pratiche oggi della massima attualità, come quelle della clonazione e dei “Big Data”.
Nel passato, questi obiettivi erano stati perseguiti incrementando il potere dell’ uomo attraverso  protesi e macchine, mentre  il corpo umano rimaneva   imperfetto. Fëdorov riteneva, invece, necessario colmare la differenza tra la potenza della tecnologia e la debolezza della forma fisica umana (per dirla con Anders, l’”Antiquatezza dell’ Uomo”), in modo che quest’ultimo potesse, per esempio,  volare, vedere più lontano e più in profondità, viaggiare attraverso lo spazio, vivere in qualsiasi ambiente, così come vorrebbe oggi Ray Kurzweil. L’uomo dovrebbe  perciò diventare capace di             “sviluppare i propri organi”, cosa che, finora, solo la natura è stata in grado di fare (il cosiddetto “enhancement”). 

Fëdorov risulta, così, incredibilmente vicino, da un lato,  ai pensatori del XVIII secolo e ai socialisti utopisti, ma, dall’ altro, anche agli attuali alfieri della “Rivoluzione Biopolitica”. Egli crede nella possibilità senza limiti di creare un mondo ordinato, naturale e giusto, e nel potere direttivo della ragione, spostando l’interesse,  dalla sfera dell’esistente, a quella  progettuale. Il fantastico e l’utopia si intrecciano, in lui,  con il realismo e il materialismo. Anticipatore della società attuale anche il ruolo da attribuirsi alle forze armate nella promozione della ricerca scientifica (le “tecnologie duali”). Secondo Fëdorov, l’esercito avrebbe dovuto essere trasformato nella sua stessa essenza,  da strumento di morte, in strumento della resurrezione, divenendo la forma tipica della mobilitazione  del popolo a favore della ricerca tecnico-scientifica.  Alla fine, l’Umanità, rigenerata dalla religione e dalla scienza, avrebbe popolato lo spazio.

Fëdorov, pur essendo solo il semplice bibliotecario di una biblioteca di Mosca, influenzò profondamente molti intellettuali russi, e, soprattutto, Tsiolkovskij, il fondatore, anch’egli autodidatta, della tecnologia missilistica e  il teorizzatore della colonizzazione dello spazio – un autore studiato  perfino da von Braun-, nonché Vernadskij, il padre della bomba sovietica e l’ideatore dei concetti di “biosfera” e di “noosfera”!

Al “Cosmismo”,  tradizionale nella cultura russa e ucraina, si sarebbe riallacciato anche,  nell’ambito della rivoluzione bolscevica, la tendenza, sostenuta, tra gli altri, dagli ebrei ucraini Lunačarskij e Trockij, a  considerare come di natura religiosa tutta l’attività creativa degli esseri umani: una nuova “religione proletaria”  senza Dio , che, di fatto diviene la deificazione del collettivo e del progresso , chiamati a suscitare un  “complesso sentimento creativo di fede nelle proprie forze e di speranza per la vittoria dell’amore della vita” (M. Gorkij , Otviet na anketu ” Francuskogo Merkurija “). E’ il “Bogostroitel’stvo”, la “Creazione di Dio”, che si situa, così, a mezza strada fra la teurgia, la ” Religione positiva “ di Comte o la ” Religione dell’Umanità “ di Feuerbach. Nel 1909, i leader del Bogostroitel’stvo organizzano, sull’isola di Capri (luogo di esilio di Gor’kij),  una scuola per lavoratori che sarà denominata  “Centro Letterario per il Bogostroitel’stvo”.

Il carattere ambiguo del messianesimo di Fëdorov sarà denunziato da Solovëv ne “Il Racconto dell’ Anticristo e Bulgakov, con le sue opere satiriche, come “Cuore di cane” e “Uova fatali”,  metterà alla berlina la pretesa progressista di una mutazione ontologica dell’ uomo attraverso la scienza. Nel suo discorso del 13 Dicembre 2013 al Cremlino, Vladimir Putin ha citato un altro discepolo e critico di Fëdorov, Berdiaiev: “il senso del conservatorismo non è ostile al progresso in avanti e verso l’alto, mentre si oppone al movimento all’indietro e verso il caos”.

Soprattutto Tsiolkovsji e Vernadskij influenzeranno, sulla scia delle dottrine di Fëdorov, l’interesse dei Russi e dei Sovietici per lo spazio, considerato come il luogo di elezione dove si realizzeranno le promesse messianiche della Modernità, e nel quale i Sovietici conseguiranno, obiettivamente, inequivocabili  successi, quali ad esempio quegli con gli Sputnik e con una presenza dell’uomo nello spazio (Gagarin) .Proprio costui, nell’ incontro con Khrušćev sulla Piazza Rossa dopo la sua avventura nello spazio, aveva effettuato un’indiretta, ma inequivocabile,  citazione di Fëdorov, quando aveva dichiarato diaver eseguito il compito assegnatogli dal Partito” (“la Causa Comune”). Anche l’idea del “Dio che è fallito” ,che è alla base della critica del comunismo e del “Dissenso”, è legata all’”incepparsi” di questo vortice messianico, con la “Stagnazione Brežneviana”. Se il Comunismo non è in grado di guidare l’Umanità nella sua marcia trionfale verso la scienza e verso le stelle, esso perde l’”aura” che gli conferisce il ruolo di “leadership” dell’ Umanità, lasciando la staffetta nelle mani di qualcun altro.

Il postumanismo aveva trovato  sostenitori in tutti i Paesi del mondo: dal commediografo ceco Karel Čapek, che conia il termine “robot” per indicare non già, come si può pensare,  l’uomo meccanico, bensì precisamente  l’uomo artificiale (in carne ed ossa), che prende il posto di quello naturale; allo scrittore russo-americano Asimov, che teorizza l’ineluttabilità del passaggio dallo uomo ai robot; al padre della missilistica americana, von Neumann, ideatore del concetto di” Singularity”;a “FM-2030” (Ferîdûn M.Esfandiari), un futurologo iraniano che aveva individuato, appunto in quella data, il momento del sorpasso del robot sull’uomo, e, soprattutto, a Ray Kurzweil, esperto di intelligenza artificiale e attuale direttore tecnico di Google, il quale, riprendendo quasi integralmente le teorie di Fëdorov e di Esfandiari, si dichiara, nei suoi numerosi libri, impegnato a realizzare, entro e non più tardi del 2029, anche grazie al suo attuale, influentissimo, ruolo professionale, una nuova generazione di software, ch’egli chiama “le Macchine Spirituali”, capaci di sostituirsi all’uomo al cento per cento. Si noti che Kurzweil pecca, in realtà, non già per eccesso, bensì per difetto. Infatti, il cosiddetto “Test di Turing”, che avrebbe sancito (appunto, nel 2029), la superiorità del computer sull’ uomo, è stato, in realtà già superato in questi giorni. Questa “Rivoluzione Biopolitica”, se non tempestivamente disciplinata,  costituirebbe la vittoria totale dei Postumanisti “à la Fëdorov”.

Come ha messo bene in evidenza Manuel  De Landa, il campo di azione preferito di questo tipo di sperimentazioni è costituito dalle tecniche belliche, le quali, contrariamente a quanto auspicato da Fëdorov, se si sono, certo,  trasformate in “duali”, tardano invece  a divenire completamente, come da lui auspicato, pacifiche, mentre, invece, tendono divenire una parte integrante ed essenziale di una “Guerra Senza Limiti”, vale a dire della militarizzazione di tutta la vita umana, quale ci annunzia, nel suo insieme, la vicenda ucraina. Addirittura, è proprio attraverso questa militarizzazione generalizzata dell’Umanità che si sta affermando, oggi,  in concreto, il Postumanismo. E, aggiungiamo noi, soprattutto attraverso le tecnologie connesse alla difesa antimissilistica, le quali richiedono, oramai, tempi di reazione di pochissimi minuti, come dimostrato dalla recentissima simulazione di guerra nucleare realizzata l’8 maggio dalla Comunità di Stati Indipendenti, e  correlata con la crisi ucraina, nonché dalla recente guerra missilistica fra Hamas e Israele.

In effetti, buona parte del conflitto ucraino attualmente in corso verte proprio sulla preoccupazione, espressa dalla Russia, che l’eccessiva vicinanza dei territori della NATO ai suoi confini occidentali permetta di collocare i sistemi di difesa (ma anche di offesa) occidentali, in una posizione così avanzata da vanificare qualsivoglia tentativo di possibile difesa russa. L’eventuale entrata dell’ Ucraina nella NATO permetterebbe, infatti, di collocare i missili balistici americani a 700 chilometri da Mosca, così rendendo i tempi di reazione della Russia particolarmente ridotti. E, in ogni caso, la crisi ucraina sta inducendo vari Paesi europei (come per esempio la Germania  e la Polonia) a dotarsi di propri sistemi di difesa antimissilistica, accrescendo così esponenzialmente il rischio di un avvio inavvertito di una guerra mondiale. Di converso, la Russia ha anche recentissimamente annunziato che (sulla scia delle tradizioni di Fëdorov, di Tsiolkovskij, di Vernadskij), nonché grazie alle decisioni di finanziamento assunte nel 2013, le sue ricerche in materia di androidi (tradizionalmente molto avanzate) restano anche ora all’avanguardia rispetto a quelle occidentali.

In definitiva, come accenna l’intervento di Martinetto, l’intera questione ucraina verte, al di là delle reali, e/o asserite, questioni etniche, politiche o economiche, sullo scontro fra due grandi sistemi di controllo totale: quello occidentale, che preme tutto intorno all’Eurasia, e quelli dei grandi Stati continentali, la Cina e la Russia, i quali, raggiunta finalmente una certa quale parità economica e tecnologico-militare con l’Occidente, ovviamente mal sopportano di essere controllate e minacciate da centri decisionali situati al di fuori delle rispettive aree geopolitiche.Anche la vicenda di Edward Snowden dimostra che il confronto è, oramai, fra sistemi complessivi di controllo tecnologico e politico, gli unici capaci di interloquire in questa lotta fra titani (cfr. il numero di Limes del Luglio 2014). Così pure,  le modalità concrete del conflitto in Ucraina, fondate sulla guerra informativa, sulle “covert operations” e sulle sanzioni economiche, si inquadrano perfettamente nella “Guerra senza Limiti” di cui parlano Liang Qiao e XuangSui Wang nel loro libro omonimo.

In questo contributo, seguiremo fin dai suoi primordi, seppure a volo d’uccello, la vicenda storica che ha generato nel tempo questo confronto, tentando, alla fine, di formulare alcune considerazioni di carattere generale circa le possibili soluzioni illustrate in altri interventi

Nel fare ciò, tenteremo, pertanto, di attenerci a un’ottica universale ed europea, e, pertanto, di sfuggire ai tranelli delle narrazioni propagandistiche, siano esse, nello specifico, quella “ucrainofila”, quella “russofila” o quella “occidentalistica”

I primi Indoeuropei
vissero fra Russia e Ucraina

3. L’Ucraina arcaica.

Già in epoca neolitica, l’Ucraina ci appare come una punta avanzata, che va dall’ Eurasia all’ Europa, di un’ampia realtà geopolitica, corrispondente grosso modo all’ attuale Comunità Economica Eurasiatica: la Civiltà dei Kurgan, così chiamata a causa del suo costume di seppellire i morti di alto rango in grandi tumuli, i Kurgan.

La Civiltà dei Kurgan è stata da molti identificata con  il popolo indoeuropeo. Nel corso dei millenni, essa  si confonderà,  progressivamente, sempre di più con la civiltà degli Sciti, popolo nomade presumibilmente di lingua iranica o mongolica. Essendo in contatto con le civiltà mesopotamica, caucasica e mediterranea, l’Ucraina si civilizzò più celermente che non altre  parti della Scizia, divenendo essa la sede di tribù che si distinguevano per  un grado elevato di evoluzione, come per esempio i Sarmati. Per questo motivo, mentre gl’intellettuali russi ameranno identificarsi con gli Sciti, i Polacchi (anche grazie all’ opera dell’ Italo-Polacco Guagnini) si erano immaginati invece come i discendenti dei Sarmati. Le steppe pontiche furono anche una delle sedi predilette della mitologia greca, a causa del carattere avventuroso delle vicende dei coloni greci che vi si recavano e/o vi si stabilivano. A queste vicende si riallacciano miti come quelli delle Amazzoni, di Ifigenia in Tauride e della “Nekya” dell’ Odissea. Dopo le guerre mitridatiche, che videro la Crimea trasformarsi  nella roccaforte del re pontico Mitridate, fiero avversario dei Romani, la Crimea e le aree confinanti divennero la sede di un regno misto, greco-scitico, il Regnum Bospori, “socium” dell’ Impero Romano.

La Rus’ di Kiev, “fra i Greci e i Variaghi”

4.Agl’ inizi del  “melting-pot” ucraino

A partire dal 4° Secolo d.C., in Ucraina sarà tutto un susseguirsi di “invasioni barbariche”, che influenzeranno in modo determinante le tradizioni e la variegata composizione etnica dei suoi abitanti. Questo soprattutto perché quasi tutti i popoli che invasero l’ Europa, dagli Unni, ai Germani, agli Avari, dai  Bulgari, agli Slavi, ai Magiari, ai Turchi, attraversarono il territorio dell’ Ucraina, lasciandovi tutti le loro tracce.

La Bibbia tradotta dal vescovo Wulfila nel Sud dell’ Ucraina fu la prima in una lingua germanica, mentre il libro “Getica”, scritto dallo storico gotico Jordanes, costituisce la principale fonte storica sulle migrazioni barbariche e un’origine dell’ideologia pangermanica. Dopo i Goti (“Cultura di Černjakiv”), due altri popoli “barbari” che abitarono, per un certo periodo, l’Ucraina, furono  quelli  degli Avari e dei “Proto-Bulgari”, che si trasferirono completamente nella Valle del Danubio, sospinti dall’incalzare dei Khazari. Questi ultimi avevano costituito un grande impero fra il Mar Caspio e l’Europa Orientale, convertendosi alla religione ebraica.

Mentre, nell’Ucraina Orientale e  Meridionale, transitavano questi popoli migratori, in quella Nord-Occidentale si impiantavano gli Slavi. Nel contempo, giungevano in Russia e nell’Ucraina Settentrionale, attraverso i grandi fiumi, i Variaghi – un popolo nordico di difficile identificazione, che stava incominciando a colonizzare la Russia-. Le città russe e ucraine, abitate da Variaghi, Slavi, Ugro-Finni e Tartari, furono dominate dalla metropoli di Kiev: la “Kievskaja Rus’”, da cui il “Gran Principe” regnava, “primus inter pares”, anche sulle altre città-stato  e su  popoli tributari. Le vicende di questi Stati, che, a un osservatore occidentale, potrebbero apparire esotiche e marginali, sono invece centrali per comprendere le attuali vicende ucraine. Infatti, durante gli ultimi tre secoli, non si è mai smesso di disputare circa l’influenza dei Germani, dei Variaghi, degli Slavi, dei Khazari, dei Tartari-Mongoli, dei Bizantini e degli Europei Occidentali sulla cultura e sulla storia della Russia e dell’ Ucraina. I diversi posizionamenti di popoli e movimenti nei confronti di quelle influenze hanno fornito  spesso la giustificazione ideologica per la teorizzazione della fondazione e del mantenimento  di Stati e imperi.

In particolare, sembra quasi ovvio che, essendo nati i popolo slavi proprio in un’ incerta zona di confine (“Krajina”), si siano scatenate dispute a non finire circa il “diritto di primogenitura” fra di essi.

Il  dominio del Gran Principe di Kiev si estendeva infatti, oltre che alla Moscovia, anche all’attuale Ucraina Nord-Occidentale, mentre, in quella Centrale e Orientale (i “Campi Selvaggi” per i Polacchi), vivevano i popoli nomadi, come i Khazari, i Cumani, i Qipchaq, i Peceneghi e i Tartari, che nei documenti medievali russi sono chiamati  tra l’altro “Polovcy” (“Polovesiani”), e che, nelle epopee, sono identificati come gli antagonisti dei “Russi” di Kiev. Il “Canto della Schiera del Principe Igor” parla proprio di una guerra fra il Principe Igor di Novhorod-Siverski, città ucraina del Nord, e i Polovesiani. L’importanza simbolica di Kiev deriva dal fatto di essere stata essa il centro della prima Russia, sì che raccogliere la sua eredità potrebbe significare poter rivendicare l’egemonia del mondo slavo orientale, e, in generale, europeo orientale, e, con ciò, anche eventualmente spostare verso Occidente lo stesso nazionalismo russo. Infatti, Ševčenko riteneva che la leadership dei popoli slavi dovesse spettare agli Ucraini.D’altre parte, Guagnini, nel definire la discendenza dei Polacchi dai Sarmati, aveva identificato gli stessi con gli Slavi, e ne aveva posta la sede originaria in Ucraina. E non per nulla il Presidente ucraino è oggi l’unico in Europa a fregiarsi di insegne quasi regali.

L’ equilibrio fra la “Rus’ di Kiev” e i Polovesiani sarà poi rotto dall’invasione dei Mongoli, i quali sconfiggeranno anche questi ultimi, costringendoli a emigrare in Ungheria (nella “Piccola Cumania”), o assorbendoli all’ interno del proprio impero, mentre le città russe venivano  rese tributarie dei Mongoli,  il principato della Galizia veniva influenzato dalla Polonia, e le città bielorusse cadevano sotto l’influenza lituana. In Crimea, i Genovesi colonizzavano le città costiere che erano state greco-romane. Per circa due secoli, l’odierna Feodosia (Kaffa) sarà una delle più importanti città d’Europa  per la posizione strategica del suo porto, soprattutto per il commercio degli schiavi (non dissimile sotto molti aspetti dalla successiva “Tratta Atlantica”). Non per nulla, tanto il Sultano egiziano Baibars, quanto l’imperatrice turca Roxelana, erano giunt in Medio Oriente nella condizione di schiavi, dopo essere stati catturati in Ucraina.

In seguito all’invasione mongola, le città stato della Rus’ di Kiev decadono. Mentre  il Sud-Est della Russia e dell’ Ucraina (soggetto all’Orda d’Oro e abitato dai Mongoli Nogai) andava autonomizzandosi dal resto dell’ Impero Mongolo, con la costituzione del Khanato di Crimea,  la Polonia annetteva la Galizia, e, la Lituania, la Bielorussia . Il Granducato di Lituania diviene prima alleato, poi associato, della Polonia all’ interno di un’ “unione personale”. Le terre ucraine non seguono però, in ciò, il resto del Granducato, passando sotto il controllo diretto della Corona Polacca, salvo che nell’ultimo periodo, quando verrà fondato l’ Etmanato Cosacco. Il Khanato di Crimea diverrà  vassallo dell’ Impero Ottomano, e, la Lituania, una vassalla, del Regno di Polonia. Si creano così i presupposti per l’attuale contrapposizione fra le varie aree dell’Ucraina.

L’antica capitale del khanato di Crimea, Bahçisaray, è stata caratterizzata da sempre dal suo fascino orientale. Puškin l’avrebbe celebrata nell’omonimo poema. Ancor oggi, sono visitabili i suoi palazzi e le sue moschee. Ancor oggi, vi sono nella penisola dei discendenti dei coloni genovesi e altri Italiani immigrati in seguito.

Nell’ area centrale e sud-orientale dell’Ucraina, già occupata dai Cumani e dai Peceneghi,  si afferma, durante il Medioevo,  un nuovo popolo nomade, quello dei Cosacchi, che parla una a lingua slava orientale,  ha come  religione quella ortodossa, ed è  legato  alla Corona Polacca. Compito dei Cosacchi: garantire la difesa della Rzeczpospolita contro l’Impero Ottomano. I Cosacchi ucraini  erano concentrati in un’enorme serie di fortificazioni, chiamate “Zaporožie Sich”, che potremmo tradurre liberamente come “le Fortezze oltre le Rapide” (del Dniepr).

I Cosacchi  hanno costituito per secoli questa sorta di “cerniera” fra l’Ungheria e la Romania, fra la Polonia e la Moldova, fra l’Ucraina e la Russia, fra il Kazakhstan e le Isole Curili, rappresentando  il “cuscinetto” fra le varie forze in campo per il controllo dello spazio eurasiatico (Turchia e Polonia, Russia e Germania), non diversamente da come, nei Balcani, il “Confine Militare” e le sue truppe serbe e bosniache costituivano il “cuscinetto” fra l’ Austria e la Turchia. Non per nulla, ambedue i territori hanno assunto un nome che incorpora il termine  “Krajna” (“Confine”), confine per altro tutt’ altro che impermeabile, come testimonia, appunto, la storia di queste regioni.   Lo spirito cosacco è stato esaltato da Gogol’ nel suo romanzo Taras Bul’ba. Ancor oggi, abbiamo  Cosacchi in divisa russa, che hanno partecipato alla recente operazione in Crimea, e Ucraini che, comportandosi come gli antichi Cosacchi, hanno partecipato al movimento del Maidan.

Come già detto, anche l’unica consorte di Solimano il Magnifico (Hürrem Haseki Sultan– i Sultani in genere non si sposavano, “accontentandosi” delle loro concubine-) era Ucraina, anzi, ”l’Ucraina” per eccellena (“Roxelana”) . Come tantissimi suoi conterranei, essa fu fatta, infatti,  prigioniera dai mercanti tartari di schiavi, e portata a Istanbul. Roxelana era una ragazza galiziana; per questo, le verrà affibiato, appunto, il nome di “Roxelana”, che, secondo il poeta polacco contemporaneo Simon Zimorowicz, autore delle “Roxolanki”, significherebbe “Panna Ruska” (oggi tradotto come “damigella ucraina”). Un magnate turco e gli abitanti mussulmani della città di Mariupol, nel Donbass, oggi oggetto di fitti combattimenti, hanno dedicato, a lei e suo marito,  una moschea. Il “serial” turco “Muhteşem Yüzyil” (“il Secolo Magnifico”), dedicato a Roxelana e Solimano, è stato tradotto in almeno cinquanta lingue, fra cui tutte quello dell’ ex Impero Ottomano, e, in particolare, una ventina europei.

La conquista russa dell’ Ucraina

5. Galizia vs. “Piccola (Nuova) Russia”.

Con la battaglia di Çesme e con il Trattato di Küçük-Kainarga, Caterina Seconda acquisisce, dall’ Impero Ottomano, una serie di territori che formeranno la “Piccola (Nuova) Russia”, che è sostanzialmente quel territorio dove ora ferve la rivolta filorussa contro Kiev, mentre, con le tre Spartizioni della Polonia, otterrà anche la parte orientale di quest’ultima, comprensiva dell’Ucraina Centrale, mentre, invece, la Galizia resterà nell’ Impero Austriaco. Ancor oggi, Putin parla della prima di queste regioni come della “Piccola Russia”o “Nuova Russia”(“Novorossija”, Malorossija”).

Comincia in quell’ epoca la politica degli “scambi di popolazioni”, con la cacciata delle popolazioni mussulmane. Per i “Tartari di Crimea”, che, in realtà, sono un miscuglio dei popoli più svariati, antichi abitanti del territorio,  inizia così la definitiva decadenza. La Galizia (Regno di Galizia e Lodomeria) fa parte, e farà parte fino alla fine,  dell’Impero Austriaco, ma continua ad essere amministrata dai Polacchi, che, per altro, vivono nel terrore dei contadini ucraini (ruteni) e delle loro rivolte.

Nella “Piccola  (Nuova) Russia”, si trovavano, nel 700, soprattutto abitanti nomadi (le “Orde Nogai «e i Cosacchi), subito espulsi, e pochi abitanti stanziali, per lo più rumeni e ruteni, che, sotto il regno di Caterina II, verranno rincalzati con nuove ondate di immigrazione da tutti i Paesi d’Europa, con una prevalenza di Russi nelle città e Ucraini nelle campagne (ma anche molti Tedeschi, coperti di privilegi, ma che gradualmente se ne andranno, lasciando però a Hitler l’idea di una colonizzazione tedesca della Russia). Questa è la radice del carattere “cosmopolita” della regione, ma anche di una certa quale xenofobia dei ceti popolari nei confronti delle varie élites straniere confluite nella regione, veicolata dal nazionalismo estremo.

La figura di Caterina è stata fondamentale sotto molti aspetti per la creazione dell’identità ucraina. Prima di essa, vi erano, in Ucraina, come minimo, una Rutenia, appartenente alla Corona polacca, l’Etmanato Cosacco di Zaporožie, parzialmente indipendente, una Kiev russa, una Piccola Tartaria abitata dai Nogai, e  un Khanato di Crimea, ciascuno con una sua storia, una sua lingua (Polacco, Slavo Ecclesiastico, Russo, Mongolo, Tartaro, Turco), una sua tradizione culturale. Caterina annette e unifica questi territori, salvo la Galizia, che continua a spettare all’ Austria. Il Governatore degli stessi e, si dice, suo sposo segreto, il Principe Potiomkin,  fonda molte città. Vengono coinvolti nell’opera personaggi di tutto il mondo, dal fondatore stesso di Odessa, il comandante de Ribas, di origini spagnole e italiane, all’architetto italiano Boffo, autore della celeberrima scalinata eternata dal film “la corazzata Potiomkin” di Eizenštejn, fino al Governatore francese Richelieu.

È rimasto memorabile il viaggio di Caterina con i maggiori sovrani europei per mostrare loro la “Nuova Russia” conquistata e civilizzata. Caterina sostenne anche ufficialmente, nei confronti dell’ Austria,  il “Progetto Greco”, già elaborato da Pietro il Grande, cioè quello di ricostituire un nuovo impero bizantino cristiano. Leibniz aveva sottolineato l’indispensabilità, a questo scopo, della città di Odessa.

L’eccessivo attivismo russo verso l’ Impero Ottomano suscita l’ostilità dei Paesi Occidentali. Quando, perciò, la Russia intima alla Turchia di concederle una presenza in Terrasanta quale attualizzazione del diritto di protezione dei Cristiani dell’Impero, invadendo i territori balcanici di quest’ultimo, Francia e Inghilterra mobilitano un ingente corpo di spedizione: è la Guerra di Crimea. Guerra che, conclusasi con un nulla di fatto, anticipa, per le sue stragi (500.000 persone), le due Guerre Mondiali. Importante soprattutto, come noto, per l’ Italia. La Guerra di Crimea viene oggi evocata in connessione con la recentissima annessione della Crimea da parte della Russia, anche per l’ondata di propaganda antirussa scatenatasi già in quell’ occasione. Certamente, dal punto di vista emotivo, le reminiscenze della Guerra di Crimea, in cui la Russia, da sola, aveva sostenuto  l’urto di tutte le potenze mondiali, hanno molto pesato in tutta la vicenda ucraina.

L’Ucraina (insieme a tutto il resto dell’antico Regno di Polonia) costituisce, dal 1791 alla Prima Guerra Mondiale, insieme alla Polonia russa, alla Lituania e alla Bielorussia, la “Zona di Residenza” degli Ebrei Orientali. Gli Ebrei non possono più risiedere nel resto della Russia, per evitare la concorrenza con la borghesia nazionale. La percentuale di popolazione ebraica nella zona è dunque particolarmente elevata, cosa che faciliterà, certo, prima i pogrom, poi le stragi naziste, ma, d’altro canto, anche lo sviluppo delle tradizioni culturali ebraiche (chiazzare, karate, ashkenazite, qabbalistiche, chassidiche, lubawicz, frankiste), e  anche la nascita dei movimenti culturali e politici ebraici (letteratura yiddish, sionismo e bundismo).

In Ucraina si avvia intanto una Campagna di Russificazione, che è una delle principali ragioni dell’attuale conflitto etnico. L’Ucraino è ufficialmente bandito, mentre continua a sopravvivere il Polacco, lingua della nobiltà della Galizia, e si diffondono il Francese, lingua dell’ aristocrazia russa, e lo Yiddisch, quella degli Ebrei Askhenazim. All’interno del movimento panslavista, nasce la Confraternita Cirillo-Metodiana, che, con Kostomarov e Ševčenko, persegue lo sviluppo della cultura ucraina nell’ ambito di una federazione slava democratica. Il loro programma è contenuto nei “Libri del Divenire del Popolo Ucraino”.

L’Ucraina rivendica così l’idea di essere la “vera” culla del popolo slavo, mentre l’impero moscovita sarebbe inficiato dalle nefaste influenze straniere -tartare, germaniche e occidentali-. Nella Galizia sotto l’Impero Austriaco, il movimento politico ucraino si afferma gradualmente fra i ceti popolari, come contrappeso al predominio della minoranza polacca al potere. Tuttavia, esso si divide sempre più al suo interno, fra “ucrainofili” austriacanti e “russofili”, che propendono per l’uso del Russo e l’annessione all’ Impero Russo. Il Ruteno   era una delle lingue ufficiali dell’ Impero austriaco. Gli storici ucraini parlano della Galizia come di un “Piemonte ucraino”, così come i militari nazionalisti serbi chiamavano “Pijemont” la loro rivista, per indicare che la Serbia avrebbe dovuto essere, per la Jugoslavia, ciò che il Piemonte era stato per l’ Italia.

Bahcisarai, capitale del khanato di Crimea

5. L’Ucraina cosmopolita

Anche grazie al suo carattere cosmopolita, l’Ucraina diviene la fucina di svariate tendenze culturali e politiche. La maggior parte degli  autori, come Gogol’ (Hohol), Čechov, Berdiajev, Bielyj, Bulgakov, Šestov, Trockij, Babel’, Achmatova, Erenburg e Grossman scrivono in Russo, mentre  von Sacher-Masoch,  Buber, von Mises, Roth,Reich, Celan e von Rezzori in Tedesco;  Bialik in Ebraico e Yiddish,e Sholem-Aleichem solo in questa lingua. D’altra parte, Ben Jehudà aveva “inventato” a Odessa l’Ebraico moderno (”Israelith”), Zamenhof lo yiddish e l’ Esperanto; Illich-Svitych studia il Nostratico; i leader bolscevichi Trotzki, Lunacarskij, Ždanov,Khrušćev e Brežnev erano ucraini, lo storico Leone Ginzburg (che scrive in Italiano) diOdessa. Provenivano dall’Ucraina buona parte dei fondatori del Sionismo, da Buber, a Žabotin’ski, a Ahad Ha’am, a Ben Gurion, a Golda Meir.

Certamente, come in tutto l’ex Regno di Polonia,  questo predominio storico di culture “straniere” ha costituito un “vulnus”  per la cultura popolare locale, che, come tutto il panslavismo, si riallaccia al mondo contadino e alle rivolte dei servi della gleba e dei Cosacchi (Chmel’nicki, Mazepa)contro i “popoli di signori”, cioè gli aristocratici  polacchi, i mercanti italiani ed ebrei, gli schiavisti tartari, i funzionari russi, alla fine anche i militari tedeschi e austriaci.Di qui, certi aspetti obiettivamente xenofobici e antisemiti del nazionalismo ucraino, e di qui anche l’ alleanza con i Polacchi e i Baltici contro una Russia che viene oggi “letta” come la quintessenza e il più recente collettore e rappresentante delle vecchie “élites” straniere. Tuttavia, l’Europa, così preoccupata ai valori della continuità culturale, dovrebbe stare molto attenta all’ emergere di una tendenza politica che, nel nome dei “Popoli senza storia”, miri a cancellare una tradizione storica di “cultura alta” millenaria, che costituisce un vanto dell’ Ucraina,  non solo russa, ma anche turca, polacca, ebraica e tedesca, facendone uno dei maggiori centri culturali dell’ Europa.

L’atmosfera culturale a cavallo fra il XIX° e il XX° Secolo è particolarmente favorevole allo sviluppo dell’ utopismo, che troverà in Fiodorov il suo esponente più radicale, il quale influenzerà a sua volta intellettuali russi ma anche occidentali. Pensiamo ad esempio al chiliasmo dello “pseudo-Messia” rabbi Jakob Frank (che per primo definì il suo “dio minore” come “il Grande Fratello”), alle radici delle culture “gender” esplorate da von Sacher-Masoch ne “la Venere in Pelliccia”, recentemente riscoperte, sulla base di quella, da Polanski. Pensiamo alle origini ucraine di Elena Blavatskij, che, con la  sua “teosofia”, influenzò, da un lato la cultura esoterica di mezzo mondo, a cominciare dai russi Rerih e Gurdjev, e, dall’altra, la stessa nascita del Partito Indiano del Congresso; pensiamo alla cosiddetta “Torre” di  Tatlin (il “Monumento alla Terza Internazionale”), e ai progetti di architettura futuristica e sovietica a Zaporožie e a Kharkov; pensiamo all’esaltazione “futuristica” del Donbass fatta da Vertov e Šostakovic. Pensiamo alla repubblica anarchica di Makhno e ai teorici del Bogostroitel’stvo, del Trockismo, del Sionismo e del Bundismo. Pensiamo allo zarismo utopico di Vrangel.  Pensiamo che alla ”città segreta” di Dniepropetrovsk, da cui  uscivano e, in parte, escono ancor oggi, le mitiche bombe atomiche sovietiche, i missili balistici intercontinentali utilizzati, almeno parzialmente, in tutti i programmi spaziali e gli aerei Antonov, i più grandi del mondo.

Džiga Vertov: Entusiasmo, Simfonia del Donbasshttp://voffi08.files.wordpress.com/2009/09/dziga-vertov.jpg

Il fronte nella 1a Guerra Mondiale

7. Guerra e Rivoluzione

Con la Prima Guerra Mondiale, comincia un periodo frenetico di rivolgimenti politici, che hanno in Ucraina il loro epicentro. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, le vittoriose truppe austro-tedesche irrompono in Ucraina e nei territori vicini, favorendo la costituzione, come in Polonia, Finlandia, Paesi Baltici e Bielorussia,  di una repubblica nazionale (che si trasformerà, con un colpo di Stato, nell’”Etmanato” di Skoropadskyj). Vi sono anche, allo stesso tempo, almeno  altre  tre repubbliche: una in Galizia, una repubblica sovietica a Kharkov , e una a Donetzk e Krivoj Rog, corrispondente all’ attuale Repubblica del Donbass. In Galizia, la contrapposizione fra ucrainofili, russofili, austro-ungarici e russi è sanguinosa, con deportazioni e stragi che anticipano l’Holodomor e la Shoah. La parte meridionale dell’ Ucraina, e, in particolare, la Crimea, costituisce una roccaforte dei generali “bianchi”, e, in particolare, di Vrangel,  mentre da Huljajpole opera l’anarchico Nestor Makhno. Ambedue, personaggi mitici. Il primo, perché fondatore della prima Repubblica di Crimea, riconosciuta dal Governo Francese, e legislatore socialisteggiante, che diede ufficialmente la terra ai contadini; il secondo, perché creatore dell’ unica entità politica anarchica della storia (la “Makhnovšćina”).

A tutto ciò fa riferimento  Bulgakov nel suo romanzo “La Guardia Bianca”. Alla fine, prevarrà l’Armata Rossa, che sostiene la Repubblica Sovietica di Ucraina, prima alleata, poi federata, con la Russia all’ interno dell’ Unione Sovietica.

Fino al 1920, si protrae in Ucraina la guerra polacco-sovietica. Il Trattato di Riga lascia molti Ucraini in Polonia e molti Polacchi in Ucraina. In base ai principi della “politica delle nazionalità”, si avvia una politica di “ucrainizzazione”, che, però, viene presto interrotta da Stalin con le purghe e i processi di industrializzazione, di “dekulakizzazione” e di “decosacchizzazione”. L’Ucraina diviene, con le sue dighe sul Dniepr (“Dnieprostroj”),  il simbolo della politica staliniana di massiccia industrializzazione, che è stata considerata come un modello per le politiche “keynesiane”, imitato da  Roosevelt con la sua  Tennessee Valley Authority, da Mussolini con le sue  Paludi Pontine e da Hitler con  le sue autostrade. Il regista Džiga Vertov e il compositore Šostakovič ci  forniscono un esempio dello spirito intransigente di quegli anni, con il film “Entusiasmo, Sinfonia del Donbass.

Proprio mentre Vertov e Šostakovič esaltano la nuova Ucraina che cresce nel Donbass grazie alle politiche staliniane, si avviano i processi politici che portano alla carestia del 1932 (“Holodomor”), comprendenti la requisizione del frumento, non solo ai kulaki, ma perfino alle fattorie collettive per l’esportazione e per nutrire la popolazione urbana e gli operai e pagare la General Electric per costruire il Dnieprostroj, nonché la repressione armata contro certo contadino. Vi è quindi qualche strano parallelismo fra lo sviluppo industriale accelerato e la militarizzazione della società, che farà parlare, all’ economista polaccio Kalecki, di un “Keynesismo militare”, che assomiglia molto all’economia di guerra dell’ America attuale. Si calcola che parecchie milioni di contadini, soprattutto in Ucraina e nelle zone allora ucrainofone della Ciscaucasia, abbiano lasciato la vita durante l’Holodomor, che è stato paragonato, sotto molti aspetti, alla Shoah.

.Holodomor: un genocidio o un crimine di classe?

Dekulakizzazione

8. E ora?

Questa rapida scorsa attraverso la storia della cultura ucraina dovrebbe aiutarci ad affrontare ora anche noi, nell’ ambito del dibattito aperto con questo Quaderno, la soluzioni per procedere oltre.

Le sanzioni contro la Russia per l’annessione della Crimea costituiscono il primo, scottante, problema da affrontare, e, probabilmente, una delle cause principali degli attuali avvenimenti, in quanto, indipendentemente dal merito, esse si prestano egregiamente a frenare in modo strumentale l’attuale crescente  grado d’integrazione economica paneuropea , accelerato addirittura in modo esponenziale dalle urgenze della crisi mondiale. Il trasferimento del baricentro della crescita mondiale verso l’area centrale dell’ Eurasia è oramai talmente avanzato che già solo le prime, blande, minacce di sanzioni contro la Russia (che, in realtà, sono contro gli scambi bilaterali) hanno rovesciato drasticamente le prospettive di crescita di tutto l’Occidente, e in primis degli Stati Uniti, che hanno subito una correzione in discesa del 5% sulle previsioni del PIL.

Nel caso dell’ Italia, questo colpo è già oggi  semplicemente ferale. Secondo l’ICE, la diminuzione dell’export italiano verso la Russia nel  primo trimestre 2014 è del 7%, che, se moltiplicato per 4, rappresenterebbe un calo di 1/3, e che comunque ha già contribuito pesantemente al calo dello 0,5% del PIL italiano, da confrontarsi con l’incremento dello 0,5% promesso dalle organizzazioni occidentali e dal Governo. Questo continuo calo costituissce una mina vagante per il Governo. Secondo il FinancialTimes, l’interscambio dell’ Italia con la Russia sarebbe di circa 30 miliardi di Euro.

In effetti, fin dagli ultimi tempi dell’ Unione Sovietica, gli Stati Uniti avevano cercato, per altro senza successo, di ostacolare lo sviluppo dei rapporti commerciali fra la Russia e l’ Europa, incominciando dal gasdotto costruito negli anni ’80. Fin dall’inizio degli Anni ’90, il ritornello dei politici e dei media era stato stato invece che la Repubblica Russa, dopo il crollo dell’ URSS e le liberalizzazioni, era divenuta un parter inaffidabile per l’eccessiva debolezza delle Autorità. Tuttavia, quell’atteggiamento non collaborativo dell’ Occidente non faceva che accrescere ulteriormente quell’anarchia e quell’inaffidabilità, fino a giungere a fenomeni estremi come il conflitto armato Presidente-Parlamento e alle guerre civili nel Caucaso. Non appena, alla fine del decennio, le Autorità russe intrapresero le prime azioni rimediali, nel senso di riaffermare l’autorità dello Stato, di controllare l’evasione fiscale, di combattere il secessionismo, di consolidare la dialettica parlamentare, cominciaromo a farsi sentire le lamentele opposte, fino a giungere ad accusare la Russia di fare (più rudimentalmente) cose che gli altri fanno in grande stile da sempre: una politica di potenza; l’ingerenza nella vita politica di altri Paesi; sostenere le proprie imprese nel commercio internazionale, ecc… Se Gorbačëv e Elcin erabo troppo tolleranti, adesso Putin sarebbe divenuto troppo autoritario, militaristico e aggressivo, anche se le spese militari della Russia sono un quinto di quelle dell’ America e un terzo di quelle dell’ Europa, quindi un ottavo di quelle della NATO. Anche se di segno opposto,  tali relativamente nuove critiche sono quindi altrettanto  pretestuose delle prime , e non dovrebbero neppure pregiudicare gl’indispensabili, e comunque crescenti,  rapporti fra Europa e Russia.

E, in effetti, nonostante questi ostacoli, nel 2007, il 24,3% del gas consumato nella UE affluiva in Europa attraverso ben 12 gasdotti in provenienza dalla Russia, di cui Norh Stream e South Stream sono solo una parte. Attualmente, si sta ancora discutendo animatamente del nuovo gasdotto “South Stream”. Inoltre, Europei e Russi stanno fabbricando insieme cose delicatissime come aerei, lanciatori spaziali, autoblindo e navi portaelicotteri (il che fa dubitare dell’ immagine di radicale contrapposizione che ci viene venduta dai media).

Tra l’altro, per quanto blande, delle sanzioni contro la Russia erano già state lanciate prima delle Olimpiadi, con il pretesto evanescente della pretesa legislazione omofobica russa (che, ammesso che fosse tale, lo sarebbe comunque sempre meno di quella degli Stati Uniti, dove 11 Stati puniscono penalmente l’omosessualità, salvo che la Corte Costituzionale ne ha bloccato l’operatività da 10 anni). Ricordiamo, poi, che Alan Turing, il grande specialista inglese di informatica, il quale avrebbe potuto conferire all’ Europa la supremazia sugli Stati Uniti in questo campo, era stato portato al suicidio da un’incredibile persecuzione giudiziaria basata sull’ omosessualità. Infine, esistono moltissimi Stati che hanno, e stanno addirittura, aggravando, leggi penali contro l’omosessualità, ma a nessuno è venuto in mente di lanciare, contro di essi, neppure la più modesta sanzione.

In realtà, si dovevano trovare pretesti quanto più credibili possibile per ostacolare il ravvicinamento in corso fra Russia ed Europa, legato al South Stream, alla crisi economica dell’Occidente, ma anche alla svolta conservatrice della Russia e della Cina, che ha aperto, a questi Paesi, molte  nuove amicizie.

Nonostante tutto, come ribadito in una recente  intervista di Putin ai giornalisti francesi, l’obiettivo della Russia era, e resta, una strutturazione dell’ Europa sulla base di una confederazione con l’Unione Europea, quale quella proposta da Mitterrand a Gorbačëv nel 1989, e già adombrata negli statuti del Consiglio d’ Europa e dell’ OCSE. Tuttavia, di fronte al “muro di gomma” degli Europei e all’invasività delle sempre rinnovate politiche americane la Russia è costretta, di fatto, anziché a procedere, come vorrebbe, sulla strada dell’integrazione paneuropea, a difendere la propria autonomia politica in tutte le direzioni attraverso tattiche negoziali alternate, che coniugano dialogo e contrattacco (la “Difesa Offensiva” di cui parla Fiona Hill). Un’eventuale applicazione seria delle nuove sanzioni per la Crimea (la cosiddetta “Fase 3”) comporterebbe però, più che danni per la Russia, un ulteriore aggravarsi della recessione in Europa, poiché la prevista “ripresina” avrebbe dovuto essere generata sostanzialmente proprio dalle nuove esportazioni in Russia. Già solo pochi fatti come la multa americana contro la BNP, la cancellazione dei contratti per le portaelicotteri Mistral e per il South Stream e, chissà, anche delle esistenti joint ventures di Siemens, Alenia e IVECO, comporterebbero, per l’ Europa, la perdita di investimenti e mercati insostituibili nel breve termine, a dispetto di tutti gli sforzi ora giustamente dispiegati verso la Cina). Ma anche lo stesso “slittamento” della Russia verso la Cina costituirebbe, come acennato da Martinetto, una sconfitta per l’ Europa, che si vedrebbe sostituita, su un così importante mercato, da un concorrente formidabile. Certo, i politici europei stanno anch’essi correndo verso la Cina, ma, divisi com’essi sono, non riusciranno mai a proporre un progetto negoziale completo come quello della Russia.

Comunque sia, in questo momento di crisi, le sanzioni sono assolutamente impopolari in tutta Europa. I Tedeschi (i primi ad avere enormi interessi in gioco con Mosca) si stanno agitando su diversi scacchieri. In Germania, vi è una netta divisione fra gli avversari delle sanzioni: Schröder, Schmidt, die Linke, i Verdi, le Associazioni Industriali, i vertici delle grandi imprese, e i sostenitori delle stesse: i vertici dei partiti di governo, i media.Una recente indagine mostra che il 49% della popolazione vorrebbe lasciare la NATO, e solo il 45% vorrebbe restarvi. Secondo lo Spiegel, il 57% dei Tedeschi vorrebbe essere più indipendenti dagli USA, e solo il 36% vorrebbero collaborare più strettamente. In Italia, più della metà degli elettori ha votato per dei politici  contrari alle sanzioni (per i “5 Stelle”, il  21,1%; per Forza Italia, il 16,8%; per la Lega, il 6,15%, per Tsipras, il  4,03, per Fratelli d’ Italia, il 3,66%; totale: il 51,74%).Varie Associazioni di categoria hanno indirizzato petizioni al Governo affinché non accetti, néapplichi, le sanzioni stesse. Non per nulla, secondo il Financial Times, l’Italia, favorevole a South Stream e contraria alle sanzioni, verrebbe accasata dalla Polonia e dai Paesi Baltici di eccessiva simpatia per la Russia.

Sta di fatto che l’Italia, che sta perdendo il controllo di tutte le proprie grandi iniziative industriali, non può, piaccia o non piaccia,  fare a meno delle sue collaborazioni con la Russia, nell’ energia, ma anche nell’aerospazio e nella difesa, anche se la flotta, inspiegabilmente e quasi di nascosto, partecipa alla presenza NATO nel Mar Nero con le navi Elettra e Aviere.

Il russo Sojuz è uno dei 4 lanciatori del consorzio europeo

Il Soyuz è adottato come lanciatore dell’ Agenzia Spaziale Europea

9.Rendere operativi il Consiglio d’ Europa e l’ OCSE

Chi, in questo momento, non ha alcuna linea politica in assoluto, è, come sempre, l’Unione Europea. Essa, come l’Ucraina del Tardo Medioevo, può essere descritta, dal punto di vista politico,  come quei “Campi Selvaggi”, in cui si scontravano, nella steppa sterminata, Mongoli e Polacchi, Tartari e Cosacchi. E’ vero che Baibars e Roxelana erano poi divenuti imperatori, ma solo “all’ estero”, e dopo essere stati fatti schiavi. Vogliamo subire anche noi una simile sorte?

Dopo la crisi ucraina, è l’intera  posizione ufficiale dell’Unione, anche  quella sull’”allargamento”, a essere divenuta insostenibile alla luce dei fatti. Non sembra intanto, da quanto detto in questo Quaderno,  che le modalità con cui l’Ucraina è arrivata alla firma del Trattato di Associazione siano particolarmente democratiche (cioè, sparando al Presidente e dichiarandolo decaduto solo perché, per salvaguardare la propria incolumità, era fuggito dalla capitale), né che si sia contribuito al libero commercio dell’Ucraina imponendole l’ aut aut: “o con la Russia o con noi”, senza neanche un dialogo a tre, né, infine, che l’idea stessa delle sanzioni sia particolarmente in linea con quella del “libero scambio”. Tra l’altro, le sanzioni funzionano quando si è in una posizione di forza, non giù quando si è in una posizione di debolezza com’è oggi l’Occidente. Al contrario, come ben sanno (ma non dicono) i nostri vertici, l’Europa deve oramai buttarsi a capofitto sui mercati eurasiatici, perché solo lì può trovare uno sbocco che compensi la nostra cronica recessione. Infatti, Putin ha annunziato che, fra i BRICS, si sta discutendo come applicare, dandosene il caso, all’ Occidente delle sanzioni multilaterali. Ora, perfino il mondo americano del business sta facendo lobby contro le sanzioni. Se la General Electric non disdegnava di farsi pagare sa Stalin per il Dnieprostroj con il maltolto dell’ Holodomor, perchè mai punire il mondo intero per il referendum in Crimea, che non è costato la vita neppure di una sola persona?

Quindi, anche sui vantaggi economici della EU rispetto alla UEE,  c’è poi, da ridire: “I vantaggi del mercato unico sono considerevoli: crescita economica con conseguente tenore di vita più elevato, beni di consumo più sicuri, prezzi inferiori…..” In realtà, l’Unione Europea è l’unica area del mondo che continua a non crescere da parecchi anni..che, anzi, riesce a non decrescere troppo solo grazie all’ export in Russia e in Cina. Inoltre, sono oramai molti anni che l’unico argomento di cui si discute in Europa è che la Germania si rifiuta di partecipare, non diciamo al ripianamento, ma, almeno, alla garanzia, dei debiti degli altri Stati Membri. Queste difficoltà diverranno sempre più gravi a mano a mano che si allargherà l’Unione a Paesi pieni di difficoltà, come l’ Ucraina, la Georgia, ecc.. Tra l’altro, si è fatto, invece, di tutto per non ammettere i due soli Paesi europei con un’economia forte, la Russia e la Turchia – anzi, per ostacolare addirittura il commercio con gli stessi, e se ne stanno pagando ogni giorno le conseguenze-.

In realtà, come accennato nell’ intervento di Martinotto, le potenzialità economiche date dall’eventuale e auspicabile combinazione  delle dimensioni demografiche e culturali dell’Europa, degli spazi, delle risorse naturali e delle tecnologie militari della Russia, e delle possibili influenze geopolitiche e commerciali della Turchia sarebbero semplicemente smisurate. E’ singolare che non se ne parli mai.

Quanto sopra dimostra che la ragioni che stanno dietro l’unilateralismo dell’attuale “Politica di Allargamento”, vale a dire la presunzione di  espandere, e, così, di rafforzare, un preteso modello di successo, che si assumerebbe superiore e indiscutibile, non hanno più alcuna ragion d’essere. Premesso che esistono varie regioni del mondo con uno sviluppo economico superiore a quello dell’ Europa, come il Medio e l’ Estremo Oriente, bisognerà anche ammettere che ci possano essere altre, diverse, ricette per far funzionare l’Europa, e/o singoli Stati, e che ci siano altri Europei che le stiano studiando e sperimentando (come in Russia e in Turchia), come,  e perfin   meglio, di noi. Per fare un esempio banale, non appena la Crimea è stata annessa alla Russia, gli stipendi e le pensioni sono aumentati da un giorno all’ altro del 50%, o anche del 100%. Che differenza con le penose trafile per l’adesione dei nuovi Associati  (a cominciare dall’ Ucraina), e dei nuovi Stati Membri (come per esempio la Croazia), i quali, come prima cosa, sono chiamati a fare i famosi ”sacrifici”..! Non parlamo dei grattaceli di Istanbul, criticati perché “antiecologici”, ma, forse, perché noi non potremmo permetterceli.

Non sarà per caso che si vive meglio nell’“Unione Eurasiatica” che non nell’ Unione Europea? In pratica, l’idea di  “allargamento”, che era alla base della nuova bozza di Trattato di Cooperazione e Partenariato con la Russia era che, teoricamente, la Russia dovesse accettare, come tutti i candidati, a scatola chiusa l’ “Acquis Communautaire”. Molto più logico sarebbe, invece, parlare  di un “Completamento”dell’ integrazione europea ,  che implicherebbe che noi vogliamo “includere” subito tutti gli Europei, senza “esami” né “compiti a casa”, discutendo tutti insieme  su un metodo comune, che rispetti le peculiarità di ciascuno, e che si tenga conto delle esperienze altrui, comprese quelle negative, come per esempio il cambio fisso dell’Euro, l’”esportazione della democrazia”, la partitocrazia, PRISM, la degenerazione dell’insegnamento scolastico, ecc.…

Questo era lo spirito con cui Gorbačëv aveva parlato di una “Casa Comune Europea” ispirandosi al papa Enea Piccolomini (cioè, a un Papa italiano), e  con cui Elcin, Putin e Erdoğan hanno continuato a caldeggiare, oramai da un ventennio, e con una pazienza veramente invidiabile,  l’adesione dei rispettivi Paesi, ricevendone risposte evasive o sdegnate. La realtà è che, come si era lasciato sfuggire Prodi con Putin, quei Paesi sono troppo grandi, e potrebbero dettare loro condizioni, anziché accettare supinamente quelle della UE.

Tuttavia, visto lo stallo dell’economia europea, lo scontro continuo sull’Ucraina, e, ora, anche la crisi politica in Turchia e l’incredibile rilancio dell’Islam radicale, sembrerebbe proprio giunto il momento di “ripartire da 0”, prendendo finalmente in considerazione un approccio diverso, fondato su cinque linee di azione:

-un nuovo tipo di confederazione dell’Unione Europea, da un lato con l’Unione Eurasiatica, e, dall’ altra, con la Turchia, secondo la vecchia proposta di Mitterrand (utilizzando il Consiglio d’ Europa e/o l’ OSCE?);

-la “federalizzazione” dell’ Ucraina (ma anche della Turchia), utilizzando ad esempio le esperienze della Finlandia, del Belgio e della Svizzera, oltre che le già esistenti 12 Euroregioni dell’Ucraina. Ricordiamo che il Belgio ha una Comunità neerlandofona, una francofona e una germanofona, più una “Città Capitale” che è anche la “capitale” della UE e della NATO;

-la trasformazione dell’ Ucraina nel “territorio federale” di questa nuova associazione, e, di Kiev, nella sua “capitale”,intanto, per rispetto verso  i nostri partners orientali, e, in secondo luogo, per dare, all’ Ucraina un ruolo, “una missione”, come quella che giustamente rivendicava la “Confraternita Cirillo-Metodiana”;

-la neutralizzazione del territorio ucraino, con adeguate garanzie militari reciproche (come proposto, fra gli altri, da personaggi come Kissinger e Brzezinski). Non si capisce perché ciò che si è fatto, e si continua a fare, per quasi la metà degli stati europei (Irlanda, Svezia,Liechtenstein,Finlandia, Svizzera, Austria, Malta, Serbia, Montenegro, Georgia , Azerbaidzan, Islanda,Moldova) non possa essere fatto anche per l’Ucraina. La quale ha già,teoricamente, dal 2010, uno “status” unilaterale di neutralità;

una collaborazione urgente fra l’ America, la Russia e l’Europa, a un progetto generale di controllo degli armamenti, non limitato alle armi nucleari  e alle difese antimissilistiche, bensì allargato a un’applicazione generalizzata del Principio di Precauzione. Infatti, le “garanzie” dell’equilibrio degli armamenti sono, prima che giuridiche, tecniche: vale a dire trasparenza delle tecnologie, efficacia dei controlli,ecc …

Si tratterebbe semplicemente di ritornare all’ impostazione originaria del Movimento Federalista Europeo, che considerava la CSI come una realtà federale positiva e utile, con cui collaborare nell’ambito del Federalismo Mondiale.  Occorre anche ricordare che, a causa della grande varietà di tradizioni delle diverse parti dell’ Ucraina, un aspetto importante del paese è la sua vocazione al  federalismo. La “federalizzazione” era stata invocata fin dalla creazione del nuovo Stato, e già parzialmente attuata in Crimea. Essa costituiva il nucleo del programma del Partito delle Regioni che aveva la vinto le elezioni. Questo progetto è già perfino accettato, a parole, da tutte le parti in causa, ma mai concretizzato. Esso è anche consono allo spirito federalistico dell’ Unione Europea. Non per nulla, l’Ucraina aveva fatto oggetto della creazione, grazie alle sue successive amministrazioni,  delle sue 12 Euroregioni, Come in altre parti d’Europa, le Euroregioni dell’ Ucraina non funzionano molto bene, ed era stato proprio Jatseniuk a lamentarsene quando era stato Ministro degli Esteri.

Il Donbass cuore della Russia

10.Identità regionali e integrazione europea

A noi pare che la  materia più  delicata del contendere sia proprio quella  simbolica: la pretesa della centralità rispetto a una tradizione; quella della Rus’ di Kiev. La Russia non può permettere che Kiev, suo mitico luogo di origine, cada in mano a forze antirusse. Ne verrebbe sconvolto lo  stesso equilibrio culturale e psicologico del Paese (che punta tutto sulla propria continuità storica da Rjurik (se non dagli Sciti) a Putin, sicché gli Slavi Orientali non sono per i Russi dei partners, più o meno affidabili, bensì “fratelli”=“bratjà”).  Di converso, i nazionalisti ucraini (e dei Paesi vicini), che finalmente, dopo molti secoli, sono riusciti, anche se in modo discutibile e in ritardo sugli altri Europei, a crearsi una loro “identità nazionale”, non vogliono neppur essi “mollare la presa”, lasciando ai “Moscoviti” (i “Moskali”) la leadership dello Slavismo, che, secondo la “Comunità Cirillo-Metodiana”, sarebbe spettata all’Ucraina. È un vecchio conflitto, quello fra “Ucrainofili” e “Russofili”, che, per quanto limitato nello spazio e nel tempo, aveva fatto molte vittime, per esempio in Galizia durante e dopo la 1° Guerra Mondiale.Nella 2°, esso si era intrecciato così strettamente con le contrapposizioni ideologiche e con le pulizie etniche incrociate, da non essere più risultato così evidente.

Oggi, con una mossa assai discutibile, ma ardita e significativa, è stato usurpato dalla destra ucraina, di concerto con la Presidenza Lituana e in occasione del Consiglio Europeo di Vilnius,  il titolo, piuttosto ambiguo,  di “Euromaidan”, da parte di soggetti a cui, in realtà, dell’Europa importa certamente molto meno che della loro nazione e/o dello Slavismo.

Quella che noi suggeriamo è un’ulteriore  contromossa . Per noi, il Maidan non è il centro dell’ Ucraina Occidentale, né dell’Ucraina in generale: è il cuore dell’ Europa. Fin dagli inizi, l’Europa è stata molteplice: non per nulla, già Diocleziano aveva diviso l’Impero Romano in quattro parti. In Europa, vi sono almeno tre, se non quattro, “Rome”: oltre che la “Roma” propriamente detta, ci sono Istanbul e Mosca. Nessuna di queste può essere “il” centro dell’Europa. Fisicamente, il “centro” si situerebbe  proprio in Ucraina Occidentale (forse, in Bucovina, vicino al Castello di Hotyn).

InKiev, parzialmente slava e ortodossa, parzialmente cattolica, parzialmente medio-orientale (di cui è simbolo la Chiesa Cattolico-Orientale), come dice lo stesso nome “Maidan” (Turco, Arabo, Persiano, Urdu, Hindi) si potrebbe stabilire il “centro” dell’Europa, intesa, non già come semplice Unione Europea, bensì come Confederazione fra UE, Comunità Eurasiatica e Turchia.

Tuttavia, per fare questo, occorrrerebbe che, al di soppra delle identità regionali e nazionali, emergesse con chiarezza la natura dell’ Identità Europea quale espressione della Dialettica dell’ Illuminismo nell’ era delle Macchine Spirituali. Tale dialettica si configura, oggi, come tensione fra, da un lato, la Rivoluzione Bipolitica perseguita dal Complesso Informatico-Militare, e, dall’ altra, l’aspirazione al superamento della Modernità nel nome delle tradizioni culturali e religiose. Quest’aspirazione, che oggi trova la sua incarnazione soprattutto nel dialogo interculturale ed ecumenico, dovrebbe trovare espressione anche in un movimento politico internazionale volto al controllo degli abusi delle nuove tecnologie, siano esse civili o militari.

L’ Europa e la Russia, per il loro carattere di “ponte” fra le culture occidentali ed orientali, dovrebbero divenire il supporto politico di questo movimento. Per fare ciò, esse devono però riconoscere le loro radici comuni (i “due Polmoni” di cui parlava Papa Wojtyła ), sviluppando forme di sinergia e di associazioni che accrescano il loro peso in quanto polo di trasformazione della società mondiale.

Ci si obietterà che ciò è irrealistico, in quanto, oggi, si andrebbe piuttosto verso una conflittualità crescente fra Occidente ed Eurasia. Si osserverà anche che questo è il momento di un forte “revival” di ogni tipo di nazionalismo:

-campanilistico-economicistico , come quello del “Made in Italy”;

-geopolitico-finanziario,come quello dell’”austerità” tedesca;

-populisico volgare, come quello anti-immigrati e anti-euro;

-quello sciovinistico novecentesco, come quello “sovranista”;

quello del “ressentissement”, come quelli dei “popoli senza storia” contro gli “Herrenvölker;

-quello piccolo-nazionale, come quelli basco, catalano, scozzese o Fiammingo;

-quello letterario e aulico, come quello delle grandi “nazioni aristocratiche”;

quello  opportunistico e filo-NATO, come quelli degli establishment militari;

-quello neo imperiale, come quello russo.

Noi crediamo invece che, in una visione pluricentrica e pluriculturale, tutte le forme di identità, comprese quelle nazionali, possano trovare uno sbocco e una fioritura, purché si inquadrino nell’ obiettivo storico dell’ Europa del XXI Secolo, che è quello di delineare un’alternativa alla Fine dell’ Uomo perseguita dal Movimento Post-Umanista.

Così, la Russia potrà perseguire il suo ruolo di catalizzatore delle infinite forze dell’Eurasia; il mondo nordico può continuare a costituire il cuore economico dell’ Europa; quello mediterraneo la colonna vertebrale di una rinnovata Società della Conoscenza intesa come Società della Cultura e delle Fedi; quello Centro-Orientale, una “cerniera” intorno alla quale si muovono tutte queste altre realtà.

E, ancora all’ interno di ciascuno di quei “mondi”, si possono inserire le Macroregioni (baltica, atlantica, alpina, adriatica, danubiana, ecc…) , ciascuna con delle sue specificità (quale ecologica, quale marinare, quale turistica, quale multiculturale, quale storica…).E, poi, ancora, nazioni, regioni, città, in un’Europa delle Identità in cui ogni anello della catena ha una propria vita.

In particolare, i Paesi della ex Rzeczpospolita Polacco-Lituana, detti anche “Yiddischland” (fra i quali l’ Ucraina) fanno bene a rivendicare una propria identità, distinta da quella della Russia. Ma ciò non significa ch’essi possano negare la loro stessa storia, con le sue radici anche germaniche, slave  ed ebraiche, appiattendola sulla “Grande Narrazione” di una “nazione titolare” ingiustamente conculcata (che poi non si sa bene quale sia). In Polonia, c’erano più Slavi Orientali che Polacchi, nei Paesi Baltici più Germani e Slavi che Balti, in Lituania, si parlava Slavo Ecclesiastico, Latino e Polacco. E dovunque c’erano Ebrei…

Crediamo che una visione olistica e dialettica delle Identità Regionali all’ interno dell’ Integrazione Europea possa e debba costituire il solo, potente strumento di “governance” dell’ Europa quale protagonista del mondo postmoderno. Quello strumento ricercato invano dall’ attuale classe politica tecnocratica.

Tuttavia, senza una nuova classe dirigente che approfondisca, maturi, formalizzi, consolidi, concretizzi, diffonda e difenda questa visione, l’ Europa va inesorabilmente verso il declino, l’irrilevanza, il conflitto e la distruzione: Complesso Informatico-militare contro democrazia; NATO contro Russia; nazionalismo russo contro revanscismo baltico; arroganza tedesca contro Paesi mediterranei; Stati Nazionali contro micronazionalismi; nazionalità titolari contro minoranze etniche…

IL FUTURO DELLA “GRANDE EUROPA” DOPO L’INTERVENTO RUSSO IN UCRAINA

Commento agli articoli di Massimo Cacciari (La Repubblica della Domenica del 20 febbraio 2022), di Ezio Mauro “Il fronte dell’ Est”(La Repubblica del 21 febbraio) e di Silvia Ronchey (“La Repubblica” del 24 febbraio).

La situazione sul campo oggi

La crisi in corso fra Russia e NATO dimostra che l’attuale approccio alla geopolitica non è in grado di risolvere i problemi emergenti, sì che si rende urgente la ricerca, da noi sempre perseguita, di approcci nuovi.

Contrariamente a quanto avvenuto fino al 1991 con gli Stati Uniti e con l’Unione Sovietica, che pretendevano entrambi di essere i Paesi Guida nella marcia universale verso il Progresso, ed in base a questo vivevano la loro “Coesistenza Pacifica” che bloccava lo sviluppo intellettuale del mondo, un nuovo patto mondiale   nell’ era della transizione digitale potrebbe, e dovrebbe, essere organizzato su base paritaria fra le diverse aree del mondo (il vero “multilateralismo”). Trattandosi infatti essenzialmente di una battaglia culturale nell’ interesse prioritario comune, per vincerla ci sarà senz’altro bisogno di tutte le energie intellettuali e morali del mondo intero, al di là degli attuali conflitti.

Paradossalmente,  quello in corso intorno all’ Ucraina, riportando un po’ più di equilibrio tra l’ Occidente e il resto del mondo, potrebbe essere prodromico, se ci impegniamo tutti energicamente, a questo nuovo patto, come tentiamo di illustrare qui di seguito.

E, di fatto, tutte le grandi aree del mondo hanno al loro interno energie che, se adeguatamente orientate, possono contribuire a superare questa drammatica fase della storia:

-gli Stati Uniti posseggono una cultura digitale impareggiabile, e sono il Paese in cui il problema è più sentito. Inoltre, il fatto che siano così forti, nel Paese, correnti (seppure reciprocamente escludentisi) così attive nella critica alle tradizioni modernistiche del Paese (movimenti “woke” e suprematisti bianchi), fa sperare ch’ essi non restino per sempre così passivi come oggi nella resistenza ai GAFAM, e che si affermino anche e soprattutto  lì politiche fortemente ostili agli sviluppi in corso, fino al crollo dell’ egemonia dei GAFAM;

l’India, in quanto Paese che ha inventato gran parte delle matematiche, nonché molte idee che sottostanno alla transizione digitale, ha (soprattutto attraverso i Bramini del Tamil Nadu, primo fra i quali Sundar Pichai) una competenza tecnica e culturale generale, che le permette di raggiungere ai massimi livelli nei GAFAM, pure restando fedele (almeno a quanto si dice), alle pratiche religiose ed etiche dell’induismo;

la Cina, nella sua generale ed efficace resistenza al tentativo di omologazione mondiale, costituisce oggi la forza trainante contro l’egemonia mondiale dell’“Impero Nascosto” americano (Immerwahr), o “Impero Sconosciuto”( Laudato sì);

-l’ Europa pretenderebbe di stare dando il contributo più determinante  alla creazione di un’”Intelligenza Artificiale Umanocentrica”. Obiettivo lodevole, ma, in precedenti post, abbiamo dimostrato che ancora non si è fatto nulla di serio in questa direzione.

Ora, con la sua risoluta azione per la riscrittura delle regole del sistema internazionale, la Russia si è inserita prepotentemente fra i leaders mondiali. Come scriveva bene Ezio Mauro nel suo articolo del 21, la Russia sta rivendicando “una preminenza culturale, o, addirittura… un destino della storia”.

Che questo non sia una vana affermazione è dimostrato dalla vicenda del Donbass. La determinazione della Russia dimostra che, alla base, vi è una radicale scelta identitaria, che Silvia Ronchey riconduce giustamente a Bisanzio, ma, a mio avviso, dovrebbe andare ancora indietro nel tempo, come illustrato nei successivi paragrafi.

Scriveva ancora Mauro: “il nuovo ordine ha bisogno di una nuova gerarchia di valori”. Orbene, secondo i fautori del nuovo corso,  “Per milioni di persone – ha aggiunto – i valori della tradizione sono più stabili e più importanti  di questa concezione liberale che sta morendo”.Tuttavia, una visione del mondo capace di attualizzare le tradizioni dell’ Epoca Assiale nell’ Era delle Macchine Intelligenti ancora non si vede, né, tanto meno, la stessa Russia ha tentato di articolarla.

I reperti della prima civiltà “Yamnaya” (Proto-Indo-Europei) sono stati trovati in Russia, nell’ Oblast di Samara, fra il Volga e il Don, a pochi chilometri dal Donbass

1.”Democrazia” vs. “Liberalismo” e “oclocrazia”

I commentatori occidentali sbagliano, come sempre,  a ridurre  la dialettica centrale della geopolitica attuale alla contrapposizione “di stile” fra “democrazia” e “autocrazie”, quando il tema centrale è il rapporto fra uomo e nuove tecnologie.

Non che quella distinzione non abbia un qualche aspetto credibile, ma, certo, non solo non è quella dirimente,  ma neppure è concettualmente significativa. Non è da essa che si può partire per individuare le priorità del mondo.

Come già scritto, proprio il  termine “democrazia” è stato  da sempre espressione di una fondamentale ipocrisia: in quella tradizione “mainstream” che parte dalla Grecia e arriva ai GAFAM, l’esaltazione del ruolo della  maggioranza ha celato da sempre una prassi oligarchica, mascherata dalla retorica ufficiale (la “Democrazia dei Signori” di Luciano Canfora). Basti pensare allo schiavismo degli Ateniesi, al genocidio dei Meli, alle motivazioni della Dichiarazione d’Indipendenza americana, al “Trail of Tears”

Inoltre, fino alle Rivoluzioni Atlantiche (XVIII-XIX Secolo), nella dottrina politologica, “democrazia” aveva designato sempre e soltanto un regime degenerato, governato dalla plebaglia (l’“oclocrazia” dei Greci), imposto dai Persiani alle città della Ionia – quello che oggi viene chiamato “populismo”-. La forma corretta di governo, per Platone e Aristotele, era invece quella della “patrios politeia” (la “Repubblica”), un regime cetuale misto.Unica -ma solo apparente-, eccezione a questa damnatio memoriae, il discorso attribuito da Tucidide a Pericle per la commemorazione dei morti nelle Guerre Peloponneso, in cui il “Protos Anér” (principe)affermava che gli Ateniesi “chiamano” il loro regime “democrazia”, implicando così che si tratta di un nome ingannatore, visto, appunto, che il potere viene esercitato da “un uomo solo al comando”. In ogni caso, questo regime sarebbe stato presto abbattuto dai “Trenta Tiranni”.

Tocqueville, che, con la sua opera “La Democrazia in America” aveva rimesso in circolo il termine, apprezzava molto di più l’”antica costituzione europea”, vale a dire il regime cetuale dell’Ancien Régime quale descritto da Montesquieu, e corrispondente alla “Patrios Politeia” di Platone. In questi stessi anni, fra le due Americhe e alcuni Paesi europei si muoveva, con lo slogan della “democrazia” un vasto ambiente di cospiratori “repubblicani”(p.es., Mazzini e Garibaldi) accomunati, più che da un’ideologia precisa, dal reducismo dalle guerre napoleoniche (Bonvini,  Risorgimenti italiani e lotte internazionali per la libertà).

In buona parte d’Europa, di “democrazia” in senso moderno, per un motivo o per l’altro, si è cominciato a parlare solo dopo la vittoria americana del 1945, perchè il Continente era stato diviso, fino ad allora,  fra aristocrazie onnipervasive, come quelle inglese, polacca e ungherese, repubbliche plutocratiche, come quelle francese e svizzera, e dittature di destra e di sinistra.

L’attuale ibrido sistema chiamato  “democrazia” o “democrazia liberale” non ha nulla a che fare con il “liberalismo” ottocentesco. Intanto, seguendo la terminologia americana, “liberale” è diventato sinonimo di “egualitario”, “omologatore”, perdendo del tutto il significato originario di difesa delle differenze contro le imposizioni, sia del potere, che della massa, e identificandosi invece con il determinismo storico e il conformismo. Questa denominazione “omnibus” serve soltanto a caratterizzare in senso positivo coloro che sono allineati all’ agenda del livellamento tecnocratico a guida americana, e a demonizzare tutti gli altri.

I regimi instaurati nel 1945 sotto l’influenza americana in parte dell’Europa Occidentale (con l’esclusione dei Paesi iberici e del Sud-Est), furono chiamati piuttosto “partitocrazie”, perché i ricostituiti partiti esercitavano di fatto collettivamente quella funzione di chiusura al dibattito politico (la “Serrata del Gran Consiglio”), prima esercitata dal fascismo con le sue diverse correnti (che infatti si sono tutte praticamente riproposte nei “partiti democratici” : i fascisti di sinistra nel PCI -Ingrao, Pajetta, Napolitano-; i legionari fiumani nel sindacalismo -de Ambris-;  i clerico-fascisti, nella DC-Fanfani-; i fascisti repubblicani nel MSI-Almirante-……).

“Last but not least”, il ruolo degli Stati Uniti quale Paese-guida dell’ Europa Occidentale, esclude la possibilità che i Paesi Europei potessero scegliere autonomamente i loro orientamenti culturali, la loro collocazione internazionale, la loro forma costituzionale, la loro organizzazione economica, le loro politiche governative…,come dimostrano i casi delle  centinaia di basi militari in Europa  a 77 anni dalla guerra, di Gladio, della messa fuori legge del BdJ, dei moltissimi “cadaveri eccellenti”, delle Extraordinary Renditions, nonché l’impossibilità di venire a capo delle organizzazioni segrete, criminali e settarie con agganci oltre Oceano che dopo Ottant’anni riemergono periodicamente (Caso Banco Ambrosiano, Gelli, “Loggia Ungheria”, Mafia, Camorra, Ndrangheta, Sacra Corona Unita…).Nel XXI secolo, questi  superfluità e mendacio dei meccanismi cosiddetti “democratici” europei sono stati esaltati dal sovrapporsi, al preesistente attuale controllo ideologico, militare, poliziesco ed economico, di quello digitale (Echelon, Wikileaks, Prism..), rivelandosi così essi sempre più come una semplice copertura del piano inclinato verso la Singolarità Tecnologica pilotata dai GAFAM.

Tutto ciò concorre a configurare un regime ipocrita, il cui la vera linea di comando passa dai GAFAM, all’ Intelligenze, alla diplomazia, alla NATO, e in cui s’ impongono, come ossequi obbligatori, i mantra del “newspeak”: egualitarismo, politically correct, antirazzismo, vere “armi di distrazione di massa” contro la legittima rabbia  per l’eterodirezione da parte del Complesso Informatico-Militare occidentale.

I Protobulgari provenivano dalla Ciscaucasia e dal DonbassI

2.Autocrazia, sovranità, epistocrazia, teocrazia, aristocrazia.

L’espressione “autocrazia” può forse essere accettabile per definire la Russia, che ha ereditato, tramite la Translatio Imperii,  da Bisanzio , il concetto di “autokratia” (che significa “sovranità”, “indipendenza”-“Samoderzhavlje”-,cfr. Ronchey). Essosignifica che il potere, sul proprio territorio, non è soggetto a potestà terze, né civili, né religiose (“Russia Sovrana”). Con l’avvertenza che, anche in questi limiti, la Russia di oggi è comunque una democrazia rappresentativa -anzi, più rappresentativa di quelle occidentali, perché c’è una reale competizione fra molti partiti, e soprattutto nessuna ingerenza da parte delle lobby occidentali.-

Invece, il termine “autocrazia” non si adatta bene a tanti altri Paesi, come la Cina, l’Islam e la Repubblica Polacca, che hanno diversissime tradizioni culturali.

La Cina non ha un problema di “sovranità”, bensì di centralità (Zhong Guo=Paese di Mezzo). Essendo stata da sempre il Paese più antico, più grande e più avanzato del mondo (Zhong Guo), essa ha da sempre attirato in modo spontaneo verso di sé l’interesse di uomini ed energie da ,moltissimi altri Paesi (da Bodhidharma a Chinggis Khan, da Marco Polo a Matteo Ricci, dall’ambasciatore Mcartney a Leibniz, da Voltaire a Jung, da Malraux a Pound), e l’ Imperatore, “Figlio del Cielo”, assegnava annualmente gli obiettivi e i compiti a uomini e dei. La “sovranità” dell’ Imperatore era più che altro un fattore culturale (egli era soprattutto un grande sacerdote e un grande intellettuale).Sotto di lui, pochi (relativamente alle dimensioni del Paese) “letterati”, che incarnavano l’ordine morale confuciano e lo applicavano alla gestione del Paese (l’”epistocrazia” di cui parlano Daniel A.Bell e Zhang Weiwei. Nulla di arbitrario, né di forzato, ché, anzi, i Confuciani aborrivano i sistemi coercitivi propugnati dai “Legisti”. Oggi, la Cina è all’ avanguardia nella legislazione per la protezione dei cittadini dagli abusi delle piattaforme digitali.

Nell’ Islam, la sovranità (“Hakimiyya”)è di Dio. I leaders politici possono solo sforzarsi di interpretare la volontà di Dio espressa dalle Sacre Scritture, ma senza mai raggiungere la perfezione. Però, l’unità della Umma è impensabile perfino per il Corano, e vi sono assenza di Chiesa e pluralità  di “scuole”. Prevale una continua anarchia (“fitna”). Una democrazia islamica è possibile eccezionalmente  in qualche caso nazionale come l’ autogestione del clero sciita, o come democrazia rappresentativa confessionale della Turchia.

Nell’ Europa Orientale abbiamo repubbliche rappresentative di tipo occidentale,  le quali però sono abitate da cittadini che non condividono totalmente gli orientamenti culturali del “mainstream” europeo occidentale, restando invece fedeli all’ambiente culturale tradizionale delle loro rispettive identità (cattolicesimo, aristocrazia, nazionalismo): come si fa a qualificarli come “democrazie autoritarie”? Essi sono  democrazie rappresentative più propriamente di quelle occidentali, perché non condizionate dall’ esterno, solo che al governo ci sono partiti diversi da quelli occidentali (certo non più “autoritari” dei loro omologhi, anche se con diverse preferenze culturali, religiose o etiche).La “Repubblica Polacca”, che era stata storicamente il più grande Paese d’Europa, era un connubio fra un regno elettivo e una repubblica aristocratica, che aveva anticipato, con le sue costituzioni, quelle dell’ Europa Occidentale.. Lungi dall’ incarnare il dispotismo monarchico, essa era caratterizzata dall’”aurea libertas” dell’ aristocrazia (“Nie rządem Polska Stoi”=La Polonia si regge sull’assenza di governo). 

Oggi, in Europa Centro-Orientale, ad essere contestati non sono i “valori della democrazia”, bensì quel  “sistema di credenze” (la “religione civile dell’ Occidente” di cui parla Ezio Mauro) che, secondo quell’Autore,  l’Unione Europea (o meglio alcune sue élites), si è sforzata di trasformare in regole (i cosiddetti “valori europei”), vale a dire:

-materialismo pratico: ciò che conta è l’economia (o al massimo il benessere), il resto (quelle “vocazioni naturali” e “vincoli metafisici”citati da Mauro) sono delle pure metafore;

-determinismo storico (la “teoria dello sviluppo” di Rostow);

-la transizione di fatto fra Cristianesimo e scientismo (Lessing, Saint-Simon, Comte);

-il livellamento generale (culturale, geopolitico, professionale, cetuale, sessuale, lavorativo);

-l’uso  deviato del termine “Stato di Diritto”, perché semmai i meno rispettosi del diritto sono proprio gli Stati occidentali, che violano le loro stesse leggi (Extraordinary Renditions, Guantanamo, intercettazioni, sentenze Schrems..), mentre tutti i grandi Paesi del mondo funzionano oggi di fatto attraverso un sofisticato meccanismo giuridico, non già (o non solo) attraverso l’arbitrio amministrativo;

-censura generalizzata (reati memoriali e di opinione, fake news, hate speech, cancel culture);

-dipendenza dal Complesso Informatico-Militare;

-buonismo retorico senza basi fattuali.

Non possiamo aspirare ad imporre ad altri questa nostra pretesa “religione civile”, se non altro perché, da un lato, noi non la viviamo veramente,  e, dall’ altro, il resto del mondo ha ben altro da pensare. Ad esempio:

-gli Stati Uniti sono sull’ orlo della guerra civile per un conflitto estremistico fra i valori tribali del Sud del mondo (“Cultura Woke”), il suprematismo bianco della middle class WASP (“European Traditionalism”) e le pretese dittatoriali dei GAFAM (vedi Commissione NSCAI);

-in Cina, il “Socialismo con caratteristiche cinesi”, che s’ ispira, tra l’altro, al conservatorismo confuciano, punta soprattutto a superare le prestazioni economiche dell’America;

-nei Paesi Islamici è in corso un violento confronto fra diverse interpretazioni dell’ Islam Politico: monarchie teocratiche, repubbliche sciite, repubbliche familiste, repubbliche rappresentative ma confessionali, regimi tribali…

Purtroppo, la “religione civile” occidentale di cui parla Mauro impedisce ai propri fedeli di cogliere queste diversità fra le pretese “autocrazie”, perchè essendo, la “democrazia”stessa, un “Dio geloso”, essa considera tutte le alternative a se stessa come “il Male Assoluto”(la “Mosäische Unterscheidung” di Jan Assmann), a cui è vietato perfino pensare nel foro interiore (i sogni del Diavolo di cui è ricca la storia dell’ Inquisizione).

Essa impedisce anche di prendere in considerazione un fatto elementare: nonostante 200 anni di egemonia occidentale, e nonostante l’incredibile apparato bellico, ideologico ed economico americano presente capillarmente nel mondo, il modello occidentale è ancora minoritario, e sta ulteriormente perdendo terreno: “A colpire è questo dato: il 38% della popolazione globale vive in Paesi “Non Free” (una delle tre categorie del Report), la più alta percentuale dal 1997. Nei Paesi “Free” invece abita il 20% delle persone. Il restante è nei Paesi definiti “Partly Free”, (parzialmente liberi). Se una volta i Paesi autoritari erano meno e più isolati, oggi invece hanno capacità di sostenersi reciprocamente per sostenere le pressioni dei Paesi democratici. Un esempio sono le sanzioni, il cui impatto viene così diluito. La conclusione di Freedom House è se i paesi democratici non riusciranno a fare fronte comune, il modello autoritario alla fine prevarrà. —”(rapporto 2022 di Freedom House).

La Rus’ di Kiev è antica quanto il Sacro Romano Impero

3.Radici storiche dell’ arroganza romano-germanica

E’ vero, c’è in Europa una faglia culturale fra Est ed Ovest, che va sanata perché altrimenti lo scontro, già oggi elevato, diverrà insostenible.

Essa c’è sempre stata, perché deriva addirittura dalle quattro grandi componenti etno-culturali del Paleolitico:

-cacciatori-raccoglitori nell’ area alpina e carpatica;

-civiltà megalitiche lungo il fronte atlantico

-agricoltori medio-orientali nei Balcani;

-cultura  “Yamnaya” (dei Kurgan) dalla Russia fino al Mare del Nord.

I popoli di cultura “Yamnaya” hanno portato verso sud la tecnologia del cavallo (Anthony) e il patriarcato (sono gli antenati dei Cosacchi); gli agricoltori medio-orientali hanno costruito i primi villaggi nell’ area anatolica e danubiana (Göbekli Tepe, Çatal Hüyük, Lepenski Vir, Vinča); i popoli megalitici (maltese, nuragico)  hanno introdotto il commercio marittimo.

Attraverso il Mediterraneo, i popoli agricoltori hanno conosciuto le civiltà più antiche , mentre i  discendenti degli “Yamnaya” hanno dato origine alle élites medio-orientali (Hurriti, Mittanni, Hittiti, Micenei, Popoli del Mare).

Dal Mediterraneo sono partite le civiltà greco-romana e cristiana, mentre  dai poli “Yamnaya” si è sviluppato il “Barbaricum” (Germani, Unni, Slavi, Avari, Balti, Bulgari, Magiari. Mongoli). La divisione fra Impero Romano d’Oriente e di Occidente ha portato alla nascita di due diversi Cristianesimi, mentre le eresie ne hanno prodotti altri. Ciascuno dei due imperi ha convertito una parte del Barbaricum (a Occidente, i Goti, i Burgundi, i Visigoti, i Franchi, gli Alemanni, i Bavaresi, i Sassoni, gli Anglo-Sassoni, i Vikinghi, i Magiari); a Oriente: gli Egizi, gli Etiopi, i Caucasici, i Mongoli, i Bulgari, gli Slavi).

Ed è di qui che è partita la distinzione fra l’Est ortodosso e mussulmano e l’Ovest cattolico e protestante: gli uni si sono sviluppati con l’idea della “Symphonia” fra i Impero e Chiesa, gli altri all’interno del conflitto Chiesa-Regno/Impero(Lotta per le Investiture, Thomas-à-Beckett, Jan Nepomuk).

Disintegrazione del Khanato di Crimea

5.Le missioni della Russia e dell’ Ucraina: Oriente e Occidente

L’Occidente ha sdegnato i Bizantini (giungendo fino all’ oltraggio della presa di Costantinopoli) come  pure i Barbari, e l’Oriente ha preferito gli Ottomani ai Latini, mandando a monte la riunificazione con il Concilio di Firenze (con la conseguente Translatio Imperii verso Mosca).

Il “Russia Bashing” è cominciato allora, spargendo false informazioni sulla Moscovia di Ivan il Terribile, per poi continuare dopo la fallita rivolta degli Octiabristi. Ma, nello stesso tempo, sciamavano alla corte dello Zar molti “proto-Europeistidelusi dall’ incapacità della Casa d’Austria di unificare l’ Europa, come tentato da Carlo V e Filippo II (Križanić; Bandeiras, e perfino Leibniz, Herder, De Maistre, von Bader e von Krüdener).

Ivan III e Ivan IV avevano recepito da Zoe (Sofia)  Paleologo la missione escatologica della Terza Roma. Da allora, era nata la contrapposizione fra due versioni della storia della Russia: era nata dai Germani (Vikinghi, consiglieri di Pietro il Grande, Baltici, dinastia Romanov), o dai Mongoli e dai Tartari (l’Eredità di Chingghis Khan)?La polemica  Slavofili-Occidentalisti si riverbera anche sul Congresso Pan-Slavista di Praga,e  sulle opere di Mickiewicz, Tjutčev, Dostojevskij, Herceg, Sienkiewicz, Trubeckoj, Gumilëv.

Secondo Fëdorov, la Russia avrebbe portare a termine il disegno divino della Terza Roma attraverso la conquista dello Spazio e la resurrezione dei morti, studiate poi attentamente dal fondatore dell’ingegneria spaziale, Teodor Ciolkovski. Molto opportunamente, perciò,  Mauro cita l’impresa di Gagarin, degno completamento delle teorie di Fëdorov e di Ciolkovski. La sua navicella spaziale si chiama infatti “Vostòk”, perché il “compito comune”, la “missione” di cui parlava Gagarin con Khruśčëv, è  quella dell’ Oriente misconosciuto e represso dall’ “Arroganza Romano-germanica”(Trubeckoj).

La missione escatologica della Russia si contrapponeva così all’ eccezionalismo americano.

Secondo la teleologia hegeliana, il corso della civiltà andrebbe da Est a Ovest. Alla morte del filosofo, questo corso era giunto, non sorprendentemente, in Germania. Nel frattempo, essendo passati due secoli, avrebbe senso ipotizzare che questo corso sia ancora proseguito verso l’America, e di nuovo l’Eurasia.

Di qui la necessità si stabilire che cosa intendiamo per “Occidente”, e, soprattutto, “Oriente”.

Se “Occidente” è un termine generico, che ha potuto andar bene per le Isole dei Beati, l’ Impero Romano, per l’America e per la NATO, “Oriente” è un termine ancor più vago, applicabile, di volta in volta, ai Persiani, all’ Impero d’Oriente, ai Cristianesimi orientali, alle Vie delle Spezie, alla Civiltà Tradizionali, al Socialismo Reale, all’ alleanza Russia-Cina-Iran-Pakistan….Nulla sintetizza tutto questo meglio delle Nuove Vie della Seta, le quali vogliono riportare al centro del mondo  gli scambi all’ interno dell’Eurasia, agli Oceani Indiano e Artico e al Mediterraneo, togliendoli dagli oceani Atlantico e Pacifico, seguendo, in ciò. le orme di Alessandro Magno, Bodhidharma, Xuanzang, Ibn Battuta, Chingghis Khan, Marco Polo, Matteo Ricci…

Orbene, Russia e Ucraina si collocano proprio su una delle “Vie della Seta”, quella che congiunge la Cina con l’ Europa attraverso le molte ferrovie che già da ora stanno alimentando il traffico euro-cinese. A questo ruolo di unione, non già di conflitto, che spetterebbe all’ Ucraina ha richiamato il ministro cinese degli Esteri Wang Yi alla Conferenza di Monaco del 2022.

Euromaidan 2014

4.”De-komunizacija”

Nel discorso del 21 febbraio, volto ad illustrare le ragioni del riconoscimento delle Repubbliche separatiste del Donbass, il Presidente Putin ha esposto le sue ben note critiche alla politica sovietica delle nazionalità, spiegandola, da un lato, con la situazione insostenibile della dirigenza bolscevica dopo Brest-Litovsk, e, dall’ altra, con la capacità di Stalin di mantenere in vita, ma solo con il terrore, un sistema istituzionale ingestibile. In realtà, occorrerebbe andare più a fondo, ricordando che  lo stesso nome Ucraina (“al confine”) deriva dal fatto che il Paese è stato da sempre oggetto di violenti scontri fra centri di potere contrapposti (Persiani e Sciti; Goti e Anti; Bulgari e Khazari; Kievani e Polovesiani; Mongoli e Cumani; Polacchi e Moscoviti; Cosacchi e Turchi; lo Stato Ucraino dei nazionalisti filo-tedeschi a Kiev, i russi bianchi nel Sud, gli anarchici della Makhnovsina (anarchici), nel Donbass del Sud;e i bolscevichi a Kharkov; stalinisti e nazional-comunisti; nazisti e UPA; intelligencija e PCU….)..0

Questo spiega perché l’Ucraina è così importante per tutti.

Con quel discorso, Putin ha compiuto un  passo ulteriore nella concretizzazione del suo progetto politico, che non ha definito  affatto come ”ricostituire l’Unione Sovietica”,  bensì (con stupore generale) come portare fino in fondo la “dekomunizacija” invocata dal Governo di Kiev, vale a dire eliminando i residui “anti-russi”  della politica sovietica delle nazionalità. A cui si aggiunge anche la “de-nazifikacija” dell’ Ucraina. Al che, si direbbe, dovrebbe seguire il ritorno all’ impero. A nostro avviso, però, non bisogna sempre cercare solo di rifarsi al passato. Certo, la Russia (come l’Europa) non è atta a sopravvivere se non divenendo più grande, perché altrimenti resterebbe, per dirla con Cacciari, “prigioniera dei propri confini”. Coerentemente con le tendenze dell’ era delle macchine intelligenti, la Russia aspira però ora, secondo Cacciari, a divenire una “grande area non spazializzabile”, cioè una “potenza in grado si svolgere un ruolo planetario” (in termini cinesi, uno “Stato-Civiltà”).Come non bastano i 50 milioni dell’ Italia, così non ne bastano i 150 di Russi, ma neanche i  450 “in ordine sparso” come gli Europei.

Bisogna anche superare l’identificazione meccanica con fenomeni del XX Secolo, il comunismo o il nazionalismo. Imitando anche qui la Cina, Putin vorrebbe costituire uno “Stato-civiltà”.Il parallelismo con la Cina è scioccante: come lì ci sono i “Cento Anni di Umiliazione”, qui ci sono i  100 anni di errata politica bolscevica delle nazionalità, volta a indebolire il mondo russo (“Russkij Mir”).

Formazione dell’ Ucraina

5. L’insufficienza del “Russkij Mir” (mondo russo)

Per quanto grandioso/ambizioso/preoccupante possa sembrare il piano di Putin, il suo punto debole è che uno Stato-Civiltà non può aspirare all’ omogeneità etno-culturale (Russia e Ucraina quali unico popolo). Ci hanno provato per esempio gli Stati Uniti, con la politica di integrazione degli inizi del ‘900. Tuttavia, con il passare degli anni, questa politica si è rivelata sempre più difficile. Dall’ iniziale impossibilità di integrare gli Afro-Americani, per passare alla discriminazione di latinos, tedeschi, italiani, ebrei, asiatici, fino all’ Anti Defamation League, alle lotte per la parità di diritti, the Nation of Islam, el Dìa de la Raza, il Black Power,l’ Affirmative Action,  Black Lives Matter, la Critical Race Theory, la Cancel Culture, il movimento Woke…

Oggi, alla soglia del “sorpasso” dei “non-whites” sui “whites”, gli Stati Uniti sono rigidamente divisi in tribù etno-culturali in guerra fra di loro.

Uno Stato-Civiltà deve riuscire a convivere con la diversità, gestendo in modo intelligente la dialettica maggioranze-minoranze. Qui, una ricetta universale non esiste. Ad esempio, nel caso della Cina c’è stato un “melting pot” plurimillenario concentrato sugli Han Zi. Certo, i Cinesi sono molto diversi fra di loro. Però, la maggior parte di loro si riconosce almeno in quel metodo di scrittura, che permette di scrivere in modo eguale lingue diversissime (anche non siniche, come dimostrano i casi del Giapponese, del Coreano e del Vietnamita), e, in tal modo, di leggere la letteratura di tutta l’ area, costituendo così un’unica civiltà.

Invece, l’uso di formule giuridiche sofisticate, come la politica sovietica delle nazionalità o l’ “acquis communautaire”, non risolve il problema, bensì rischia di aumentarlo, cercando “quadrare il cerchio”, forzando in schemi rigidi una realtà estremamente fluida.

Sarebbe quindi intanto da capire come Putin, se ne avesse la possibilità, intenderebbe unificare gli Slavi Orientali: in forma federale o accentrata; con lingue nazionali o con il Russo ovunque?

Il punto è che Putin, contrariamente a quanto sostiene il Movimento Europeo, non muove affatto da un approccio etno-nazionalista, bensì dal progetto gaulliano dell’ Europa dall’ Atlantico  a Vladivostok (Grande Europa),  che risale a Gorbačëv e Mitterrand e riproposto personalmente (in Tedesco) davanti al Bundestag nel 2011, ma neppure preso in considerazione dagli Europei, come dimostremo nei paragrafi successivi.

Secondo un articolo di Karaganov per RT, “Il problema è: come ‘unire’ le nazioni in modo efficente e utile per la Russia, alla luce delle esperienze zariste e sovietiche, quando la sfera d’influenza russa fu estesa oltre ogni limite ragionevole?”

L’Ucraina è il baricentro fra Unione Europea e Unione Eurasiatica

6.Russkij Mir ed Europa

Il punto cruciale è: può uno Stato Civiltà avere solo le dimensioni di “tutte le Russie” o dell’ Europa? Coudenhove Kalergi aveva risolto il problema ipotizzando che la Paneuropa unita unificasse anche le proprie colonie. Ma non sembra essere questa, oggi, la soluzione.

In realtà, questo tema era stato affrontato da molti e da molto tempo. I “Proto-Europeisti” (Bandeiras, Leibniz, von Bader) pensavano in sostanza che, dato che la dinastia degli Asburgo (che pure era riuscita ad unire con il Sacro Romano Impero la Spagna, il Regno di Napoli e un vasto impero coloniale, non era riuscita ad unificare l’Europa, ed anzi si era divisa in due (Spagna ed Austria), questo ruolo unificatore dovesse spettare a una Russia con imperatori e consiglieri occidentali. Per esempio, Sofia Paleologo discendeva, oltre che dagl’imperatori bizantini, da mercanti genovesi e dagli zar bulgari.

Quell’ idea è stata nuovamente al centro della politica estera russa a partire da Gorbačëv. E’ in quel contesto che si era proposta nel 1991 (Gorbačëv, Mitterrand, Giovanni Paolo II), l’idea di una Confederazione fra Europa e Russia. Quest’idea, riproposta successivamente da Elcin e soprattutto da Putin, è alla radice dell’attuale conflittualità, perché, nonostante tutte le offerte e i sacrifici della Russia per ottenerla, essa era stata costantemente rifiutata in modo subdolo. La ragione dell’ esasperazione russa consiste proprio nell’ arroganza da “parvenus” con cui gli Stati d’Europa hanno continuato a snobbare da 30 anni tutte le proposte del maggiore fra di essi, per obbedire ciecamente a una potenza extraeuropea.

Secondo Karaganov, si trattava di “una fase di debolezza e di illusioni, quando si credeva che la democrazia occidentale ci avrebbe salvati”.Purtroppo, nel 1993, Boris Yeltsin  aveva firmato un documento in cui affermava che “capiva il progetto della Polonia di aderire alla NATO.” , e, nel 1994, Kozyrev aveva iniziato una negoziazione in proposito. La Russia aveva firmato con la NATO l’Atto Fondativo della Cooperazione Sicurezza reciproca, in cui l’Occidente s’impegnava a non trasferire sistemi d’arma complessi nei nuovi Stati membri. Impegno ovviamente non rispettato.

Al Vertice del Consiglio d’ Europa di  Strasburgo del 1997, Elcin aveva dichiarato:“Stiamo ora per costruire insieme una nuova Grande Europa senza frontiere, nella quale nessuno stato  potrà imporre la propria volontà ad altri; un’Europa in cui Paesi grandi e piccoli saranno partners paritetici uniti da comuni principi democratici.” “Questa Grande Europa può divenire una potente comunità di nazioni con un potenziale non raggiungibile da altre aree del mondo e la capacità di garantire la propria sicurezza, approfittando dell’esperienza e dell’ eredità culturale, nazionale e storica di tutti i popoli d’Europa. La strada verso la Grande Europa è lunga e difficile ma è nell’ interesse di tutti gli Europei. La Russia aiuterà a creare quest’unione.”

Nel giugno del 2008, Medvedev aveva proposto una conferenza pan-europea per creare un nuovo sistema di sicurezza basato su un Trattato sulla Sicurezza Europea. Tuttavia, il ritiro degli USA dal Trattato ABM segnalava  già la volontà americana di rompere l’equilibrio strategico, il che costrinse anche la Russia al riarmo.

L’idea di un’ Europa dall’ Atlantico agli Urali (originariamente del Generale De Gaulle) era stata ripresa da Putin nel suo discorso in Tedesco al Bundestag del 25 settembre 2011:
“sono  convinto che l’Europa si riaffermerà seriamente e permanentemente quale centro forte e veramente indipendente della politica mondiale se riuscirà a fondere le proprie risorse umane, territoriali e naturali, e il proprio potenziale economico, culturale e di difesa, con quelli della Russia.”Ma è proprio la prospettiva di questo centro forte e indipendente della politica mondiale ciò che l’ America aborre con tutte le sue forze.

Nell’ articolo pubblicato su Le Figaro il 7 maggio 2005, Putin scriveva fra l’ altro:“Gli Europei possono fare pieno affidamento sulla Russia per perseguire quest’opportunità di un futuro pacifico, prospero e degno, nello stesso modo in cui lo avevano fatto per la lotta contro il nazismo. Crediamo anche che gli sforzi della Russia per sviluppare l’integrazione con gli Stati dell’ EU e con quelli della CSI costituiscano un unico, organico, processo volto all’espansione di uno spazio armonico di sicurezza, democrazia e cooperazione economica in quest’area gigantesca.”

Nell’articolo del 25 Novembre 2010 sulla Süddeutsche Zeitung, Putin scriveva:

“L’Europa ha bisogno di una visione sua propria del futuro. Proponiamo di configurarla insieme, con una partnership Russia-Europa, un progetto comune di successo e competitività  per il mondo moderno….”

Purtroppo, la “grigia conclusione” della Conferenza sul Futuro dell’Europa di cui ha parlato Mattarella dimostra che tale visione veramente europea del futuro non è ancora stata trovata perché gli Europei sono succubi intellettualmente, moralmente, politicamente e militarmente degli Stati Uniti, che vedono nell’ Europa il loro massimo concorrente.

Nell’ articolo  Putin presentava addirittura un programma completo della Grande Europa, quale nessuno nella UE ha mai avuto il coraggio d’immaginarla:

”1.Una comunità economica armonica , da Lisbona a Vladivostok..

2.Una politica industriale comune, fondata sulle sinergie fra i potenziali tecnologici e le risorse dell’UE e della Russia..

3.Un unico complesso energetico europeo…

4.Cooperazione nella scienza e nell’ educazione..

5.Eliminazione degli ostacoli ai contatti umani e commerciali.”

Come si può vedere, dopo 30 anni, tutti questi sforzi della Russia, e in particolare di Putin, per creare un’integrazione fra UE e Russia sono falliti. Come aveva dichiarato l’ex presidente della Commissione, Romano Prodi, gli Europei (come gli Americani) temono follemente che, cooperando con la Russia (e con la Turchia) emerga la loro pochezza (demografica, territoriale, culturale, politica e militare): basti vedere che cosa succederebbe delle regole europee  se ci fossero, fra gli Stati  membri, Russia, Turchia, Ucraina, Bielorussia, Balcani Occidentali e Caucaso (il 40% degli Europarlamentari sarebbe costituito da Europei Orientali).

Secondo Karaganov, la fase che si sta aprendo con l’ “Operazione Speciale” in Ucraina  dovrebbe essere definita come “di distruzione creativa(Schumpeter), una fase non aggressiva, salvo che sul confronto con la NATO per la sua espansione ad Oriente.A questo proposito, la Russia aveva scritto nel 2021 una nota agli Stati Uniti e alla NATO, con cui richiedeva di fermare lo sviluppo delle infrastrutture militari  vicino alle frontiere della Russia. La risposta negativa a questa richiesta è stata la ragione dell’ intervento in Ucraina, che, secondo Karaganov, avrebbe l’obiettivo di costruire, nel corso del prossimo decennio, un nuovo sistema di sicurezza e cooperazione per tutta la Grande Eurasia.

La Repubblica dei Calmucchi in Russia Europea

7.Ma esiste un “messaggio dell’ Oriente”?

Il punto numero uno è  l’imperativo di una maggiore obiettività ed umiltà dell’Occidente, che deve accettare la realtà di essere solo una parte dell’ Umanità, e che la sua presunta eccezionalità è un semplice mito (Cacciari).

Le famose tre invenzioni che, secondo Bacone, avrebbero rivoluzionato il mondo – la  bussola, la polvere da sparo e la stampa, furono fatte in Asia molto prima che in Europa. L’Europa semplicemente le utilizzò al meglio per conquistare il resto del mondo. Ma anche l’egemonia europea sul modo durò meno di un secolo, dal 1850 al 1945, non essendo in grado di cancellare le civiltà preesistenti, le quali tutte, dopo un periodo di crisi, sono emerse più potenti che mai, ed essendo comunque superata dagli USA e dall’ URSS.

Anche la pretesa superiorità del protestantesimo quale motore della Storia si è rivelata un bluff, con l’incredibile e rapidissima crescita della Cina. Ma lo stesso Max Weber aveva già riconosciuto la forza del Confucianesimo e della Shi’a quali molle per lo sviluppo economico.

Ma, al di là di ciò, è proprio la struttura mentale dell’ Oriente, la “logica fuzzy” (non per nulla riscoperta da un matematico iraniano) a rendere l’oriente superiore concettualmente a un Occidente che, con una lettura deformata di Cartesio, ha imposto la supremazia delle cosiddette “Idee chiare e distinte”, portando la cultura occidentale sul binario morto del determinismo storico e della Singularity.

In un momento in cui l’Umanità sta per superare il paradigma dell’ Epoca Assiale, tornano di attualità aspetti come l’indeterminatezza dei Veda e del Cinese classico, gli esperimenti  di bioingegneria citati nelle epopee assirobabilonesi e indù, la contrapposizione cinese fra la Virtù confuciana e le rigide leggi dei legisti, le arti marziali…

Anche all’ interno dell’ Europa, i messaggi dell’ Oriente tornano indispensabili, per superare quell’ abisso che Trubeckoj aveva visto crearsi fra Europei orientali e occidentali, e che Blok voleva scongiurare.

Noi non siamo capaci di comprendere gli Europei Orientali perché non abbiamo studiato la loro storia. Essi sono  gli eredi più prossimi dei Popoli Originari, da cui discendono gli Europei di oggi, siano essi Indo-Europei, Uralo-altaici o Semiti: Yamnaya, Proto -Trans-Europei, Proto-Semiti, le cui sedi si trovavano nelle steppe della Russia e dell’Arabia. Come scriveva Ibn Haldun, i nomadi creano gl’imperi e i cittadini li distruggono. L’Europa Occidentale ha esaurito la sua fase creativa: è ora il momento dell’ Europa Orientale, senza perdere il contatto con l’Estremo Oriente.

In un momento in cui, come scrive giustamente Cacciari, l’Europa è “una balena spiaggiata sulle spiagge dell’ Asia”, l’Europa stessa, se vuole sopravvivere, non può non sforzarsi di comprendere gli Europei Orientali e gli Estremo-Orientali, certamente non come dei nemici metafisici (o “rivali sistemici”)a cui è perfino vietato pensare.

Il centro geografico dell’ Europa è in Ucraina

8.Qual’è il posto dell’ Europa nel mondo?

Come scrive Cacciari su “L’Espresso” del 20 Febbraio 2022, essa si deve collocare“Nella divisione del mondo in grandi aree non spazializzabili, formate da terra, mare, cielo, -erano due, e ora sono almeno cinque o sei – e al  loro interno vivono due terzi della popolazione mondiale – e entità statali prigioniere dei propri confini-“

Tuttavia, di fronte al sempre maggiore accrescersi dei conflitti e della confusione culturale e politica, è lecito chiederci: “Potrà un nuovo Nomos della terra uscire ‘pacificamente’ da quest’opera di semplice impedimento dell’ aperto conflitto bellico?” Purtroppo, ”A Questo Nomos nessuno oggi pensa e tantomeno qualcuno ci lavora…”

Orbene, il nostro compito è proprio quello di pensarci e di lavorarci, ed a questo abbiamo dedicato, e continuiamo a dedicare la nostra pubblicistica. Citiamo solo, a titolo di esempio, il libro DA QIN, tredici ipotesi di lavoro per un’Europa sovrana in un  mondo multipolare.

Ritornando all’inizio di questo post, il principio dominante di  un siffatto nuovo “Nomos della Terra” dovrà essere il controllo sulle macchine intelligenti. Per esprimerci in termini cari a Cacciari, occorrerà  “andare oltre la linea”, esercitando un energico “contraccolpo” contro l’autonomizzazione delle macchine.

Occorre cioè muoversi lungo due direttive parallele:

-da un lato, far nascere un nuovo tipo di cultura che rafforzi l’umano nei confronti della macchina;

-dall’ altro, favorire il dialogo fra gli Stati perché, attraverso un sistema di autolimitazioni e di controlli incrociati (come sull’ energia nucleare), evitare che il livello d’incisività dell’intelligenza artificiale autonoma la porti a sopravanzare le capacità decisionali dell’uomo.

Questi due compiti dovrebbero partire da una semplice osservazione: più la gioventù si integra nel sistema digitale, meno essa riesce ad affrontare autonomamente le difficoltà della vita; s’impigrisce; si trasforma in “bamboccioni”.

Tutto ciò non è inevitabile, a condizione che si abbandonino le visioni irrealistiche della società, che hanno fatto ritenere che non fosse più necessaria, come parte integrante dell’educazione, la formazione del carattere, con l’esempio, con lo studio, con l’esercizio fisico…

A ciò si aggiunga che, per fronteggiare l’enorme potere di calcolo e l’incredibile efficacia delle macchine, i giovani dovranno essere istruiti a lungo sulle basi teoriche, sulla tecnica e sulla gestione delle macchine intelligenti. In questo contesto, anche l’uso moderato dell’ “enhancement” potrebbe avere un senso.

Una società che, invece  di subire passivamente un sempre più esteso uso delle macchine intelligenti senza alcun controllo e programmazione, si ponga come primo compito quello di progettare e guidare lo sviluppo tecnologico, come, in parte, stanno facendo i maggiori paesi, ma incrementandolo ancora quantitativamente, e, soprattutto, qualitativamente.

Nella corsa sfrenata di USA, Cina, Russia e Israele per incrementare l‘efficacia bellica dell’ Intelligenza Artificiale, l’Europa è l’unica che si sia concentrata, per altro fino ad oggi irrealisticamente, a perseguire un’”Intelligenza Artificiale antropocentrica”. Irrealisticamente non soltanto perché l’Europa è inesistente dal punto di vista dell’ Intelligenza Artificiale, ma anche perché il tipo di “etica digitale” che l’Unione pensa d’iniettare nel sistema è pura retorica, eredità delle vecchie, fallimentai ideologie occidentali.

Basti pensare all’ ossessione per la “privacy”, che non è mai riuscita, né a fornire una protezione efficiente dei cittadini, né a fare rispettare i principi dai principali attori, che sono i GAFAM e le agenzie di intelligence americane, ma anche gli Enti pubblici nazionali (come le Poste Italiane), e perfino le Istituzioni Europee e i giudici europei e nazionali.

Basti pensare anche alle opere distopiche della fantascienza, e, in primis, a quelle di Asimov, dove la supremazia dei robot sull’ umanità si rivela proprio nell’ essere divenuti questi più umani dell’umanità stessa (arrivando perfino a ingannare a fin di bene).

Orbene, se vogliamo che l’Umanità vada oltre a queste situazioni tutt’altro che improbabili, occorre uno Stato che si ponga come missione prioritaria quella di essere veramente “the Trendsetter of Global Debate” come presume la Commissione.Alle Istituzioni europee un siffatto programma sembra facile, ed, anzi, lo dichiarano già perfino conseguito. Invece, esso è caratterizzato da un’inaudita complessità, perchè si tratta niente meno che di costringere le Grandi Potenze a discutere su questo tema, di cui sono così gelose, e a disfarsi dei GAFAM, che già oggi ci dominano.

Se l’Europa vuole veramente essere, in mezzo al bailamme del conflitto per la supremazia fra di loro, il “Golden Standard” della società digitale, deve diventare quel modello di efficienza amministrativa, politica economica e militare, che oggi non è.

Avendo noi assistito agli inutili sforzi di tutti gli Stati del mondo (e d’ Europa), per fare discutere USA, Russia e Ucraina, possiamo renderci conto di quanto sia difficile fare, dell’ Europa, un simile Stato.

Per questo motivo, “oportet ut scandala eveniant”; che l’attuale equilibrio si rompa, e che forze nuove ed energiche possano nascere, prosperare ed affermarsi.

Tanto per cominciare, mentre concordiamo pienamente con la proposta del Movimento Europeo di convocare una Conferenza Internazionale sulla sicurezza e sulla pace in Europa sotto l’egida dell’OSCE e delle Nazioni Unite con l’obiettivo di sottoscrivere un Trattato Internazionale fra tutti gli attori coinvolti sul continente europeo (Europa dall’ Atlantico a Vladivostok-“Grande Europa”-progetto presentato  già da Putin nel 2011 al Bundestag-).

Aggiungiamo anche la contemporanea proposta di discutere un Trattato Internazionale per il controllo dell’ Intelligenza Artificiale, che dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale della “Grande Europa”.

L’UCRAINA NELLA STORIA D’EUROPA.I

Dall’allargamento al completamento dell’ Unione

L’Europa non è un insieme di Stati, bensì un caleidoscopio poliedrico di etnie e di culture.

8 anni fa, la prima crisi ucraina, che ha portato alla trasformazione del Paese in senso filo-occidentale, alla rivolta del Donbass, alla secessione della Crimea e agli Accordi di MInsk.

Oggi, quella crisi, anziché risolversi, si è ulteriormente acuita, fino al rischio della guerra.

In quell’occasione, l’Associazuione Culturale Diàlexis, aveva pubblicato il Quaderno n. 4 del 2014, “No a un inutile strage”, valido ancor oggi. Perciò, in attesa che la crisi attuale si risolva, in un senso o nell’ altro, riteniamo utilissimo ripubblicare almeno qualcuno degl’interventi di allora, ancora pienamente attuali. Ci risrerviamo, una volta che la situazione si sia chiarita, di pubblicare un intervento di attualizzazione.

L’Ucraina potrebbe essere il centro di una grade confederazione eurasiatica

DALL’ “ALLARGAMENTO” AL “COMPLETAMENTO” DELL’ UNIONE

Quest’anno ricorre il 100° anniversario dello scoppio della Ia Guerra Mondiale. I confronti militari che  si stanno sviluppando in tutto il mondo (basti pensare alle improvvise fiammate di guerra in Irak e in Palestina) fanno pensare che, anche contro la stessa volontà dei protagonisti, ne potrebbe scoppiare presto un’altra. Inoltre, data l’esistenza di sistemi sempre più sofisticati di combattimento e di difesa automatizzati, la guerra potrebbe scatenarsi anche per un banale errore.

Per poter prendere posizione seriamente, e tanto più per decidere, occorre avere le idee molto chiare. Il primo compito di questo Quaderno sarà perciò, intanto,  quello di rimediare, a costo di essere pedanti,  alle enormi  carenze informative dei media ufficiali, impegnati, con quelli russi e filo-russi, in una vera guerra mediatica. Riteniamo che questo possa essere il nostro miglior contributo alla commemorazione (e alla critica) della Grande Guerra.

Che la lotta per il controllo dell’Ucraina possa dare eventualmente avvio a una Terza Guerra Mondiale deriva già dal fatto che il controllo di questo territorio costituisce un importante anello delle strategie mondiali di tutte le grandi potenze (il “Grande Gioco” anglo-russo, l’ “Intermarium” di Piłsudski, il “Lebensraum” hitleriano, la “Grande Scacchiera” di Brzezinski). Esso costituiva già, tra l’altro, secondo il Mein Kampf, una delle principali motivazioni, per Hitler, per avviare la IIa Guerra Mondiale.

Si noti che, nell’ ultima sessione della VII Legislatura del Parlamento Europeo, dedicata all’Ucraina, si scontrarono posizioni così consolidate degli schieramenti pro-Russia e Anti-Russia, che qualcuno dei parlamentari aveva commentato che questo era proprio lo spirito con cui era cominciata la 1a Guerra Mondiale. D’altronde, mentre, nel 28 giugno 2014, a Sarajevo, UE, Austriaci, Croati e Mussulmani commemoravano l’ Arciduca Ferdinando, nella Republika Srspska, le Autorità, Kusturica e autorevoli ospiti russi commemoravano Nicola II, Ivo Andrič e Gavrilo Princip. Tutto ciò è l’ ovvio risultato del non aver voluto affrontare la questione dell’ Identità Europea, che non significa affatto un’ Identità Condivisa a forza, bensì un’”élite” capace di comprendere  la storia della cultura europea al di là dei dogmatismi e delle ideologie.

In ogni caso, giacché, in Ucraina, si trova il centro geografico dell’Europa, è evidente l’importanza militare del suo controllo. Un altro aspetto degno di nota è il mancato mantenimento, da parte della NATO, delle promesse fatte a Gorbaciov rispetto al suo non allargamento a Oriente.

Poi, l’Ucraina è un Paese incredibilmente denso di cultura, dove si incrociano e competono molteplici miti politici: il ruolo dell’idea di “patria comune degli Indoeuropei”, posseduto dalla “Madre Russia”,  in quanto luogo da cui sono partite tutte le migrazioni di popoli, ma poi anche l’idea della  Rus’ di Kiev come della “vera” Russia, atta a legittimare la “centralità” , nel mondo slavo, della Federazione Russa o, per altri, della Repubblica Ucraina , e, perché no, del  Regno dei Khazari quale culla dell’ ebraismo Askenazita; oppure, infine, aggiungiamo noi,  il peso misconosciuto dell’eredità culturale di Nikolaj Fiodorov all’interno dell’ attuale movimento post umanista, e, quindi, del “Progetto Incompiuto della Modernità”. Chi controlla Kiev può pretendere di rappresentare “l’ Europa”, ma anche “gli Slavi”, e perfino “la Modernità”. Infine, l’idea di un “Donbass Cuore della Russia” (per altri, “cuore dell’ Ucraina”).

Non va certo dimenticato che in Ucraina passa  il 55-60% del gas fornito dalla Russia all’Europa, che, a sua volta, costituisce il 30% del consumo dell’ Europa stessa. Il resto proviene, tra l’altro, da Paesi medio-orientali, per lo più altamente instabili, e solo un terzo è estratto in territorio europeo, nel Mare del Nord. Per il resto, buona parte del prodotto industriale, e del PIL, dell’ Ucraina, derivano dal Donbass.

Riteniamo pertanto necessario qui, come premessa dei singoli interventi, ricapitolare subito, a beneficio dei più, gli eventi storici e politici relativamente più recenti riguardanti l’Ucraina, che costituiscono le premesse quasi immediate della situazione attuale.

a) L’Ucraina nella IIa Guerra Mondiale

La Russia e l’ Ucraina furono i Paesi che dovettero pagare i maggior contributo di vite umane alla IIa Guerra Mondiale (come già anche nella Ia). Nell’intera URSS, ci furono 27 milioni di vittime, di cui 7 milioni nella sola Ucraina, e furono rase al suolo 1.700 città, di cui 700 solo in Ucraina. Nelle recenti celebrazioni in Normandia, i Russi non hanno certo mancato di ricordare il loro decisivo contributo alla vittoria.

Già l’orientamento verso l’ Est del progetto espansionistico hitleriano indicava, quali prime vittime designate, non solo gli Ebrei (numerosissimi nell’area), ma anche i Polacchi, gli Ucraini e i Russi. Come (parzialmente) per la guerra russo-tedesca, per l’occupazione occidentale dopo la 1° Guerra Mondiale e l’invio in Russia di Lenin e Trockij, e com’è ancor oggi, le poste in gioco erano, e sono,  il controllo delle sterminate pianure agricole della Russia, l’ egemonia sui  popoli che vivono intorno al Caspio, e il possesso di risorse naturali  che, tutte insieme,  possono conferire , in pratica, il controllo sul mondo intero. Tra l’altro, una parte considerevole di queste risorse  si trova proprio fra il Donbass e il Caucaso (i territori ancor oggi più contesi).

Queste aree, strappate ai mongoli e ai Tartari fra il ‘500 e il ‘700, erano state oggetto di una colonizzazione multietnica forzata comparabile a quella del Nord America e dell’ Oceania, che Hitler ambiva a replicare sotto l’egemonia tedesca.

A partire dall’ occupazione austro-tedesca durante la 1a Guerra Mondiale, i contatti fra i nazionalisti ucraini e la politica e l’esercito tedeschi non si erano mai interrotti, sicché Skoropadskij, l’”Etmano”della Repubblica Ucraina, era divenuto addirittura il collaboratore del baltico Rosenberg, a sua volta responsabile del Partito Nazista per l’espansione a Est. Per questo, gli Ucraine speravano che la Germania volesse costituire nuovamente delle repubbliche indipendenti in Europa Orientale, sulla falsariga della Jugoslavia. Tuttavia, Hitler, che aveva in mente di “svuotare” l’ Europa Orientale per far posto ai coloni tedeschi, con metodi simili all’Holodomor staliniano e a quanto stava già attuando in Bielorussia,  riteneva anche, proprio in base all’ esperienza della 1° Guerra Mondiale, che eventuali Repubbliche autonome che la Germania avesse creato, le si sarebbero ribellate al più presto.

Per questo conflitto interno, i nazionalisti ucraini dell’ OUN, che partecipavano all’ “Operazione Barbarossa” nell’ ambito della Legione Ucraina (Battalion Nachtigall), organizzata dai servizi segreti tedeschi, anziché discuterne apertamente con i Tedeschi stessi, si affrettarono a proclamare , tramite la radio di Leopoli e d’accordo con la Chiesa Uniate locale,  l’indipendenza dell’ Ucraina, la sua alleanza con la Germania e la nomina a Governatore di Stepan Bandera. Proprio per questo,  i promotori dell’iniziativa furono arrestati e inviati nei campi di concentramento, e la Legione Ucraina totalmente riorganizzata. Ragion per cui, (anche se fu responsabile di gravissimi atti di violenza), l’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) ,il braccio armato del nazionalismo ucraino  (OUN), non era stato “tecnicamente “collaborazionista. Hitler aveva creato, in alternativa, proprio a Leopoli, un Distrikt Galizien, che si situava sul territorio del vecchio Regno austro-ungarico di “Galizia e Lodomeria”, come parte del Governatorato Generale di Varsavia, e, nella restante parte dell’ Ucraina, un Reichskommissariat Ukraine, ambedue retti da ufficiali tedeschi. Anche qui, un evidente tentativo di dividere ‘Ucraina (come tutti i paesi occupati) –cosa, questa, che sta accadendo nuovamente ora. Allora, si era detto che i Galiziani, oltre che essere antichi sudditi dell’ Austria, avevano anche qualche po’ di sangue germanico (la “Cultura di Černjiakiv”?), cose che aveva convinto anche i razzisti più estremisti a lasciarli entrare in massa nelle SS. Nel “Distretto”, era stata creata,  dai Tedeschi, la Divisione SS Galizien, forte di 80.000 uomini, che dovette escludere molti fra i moltissimi candidati, data l’ostilità di Hitler ad accrescere il ruolo degli Ucraini. Questa simpatia tedesco-galiziana continua fino ad oggi, quando i giovani galiziani sfilano per Leopoli con la stessa scenografia di allora, sotto le insegne della Division Galizien, e i nazionalisti di Svoboda (oggi al governo) vanno in Sassonia dai Tedeschi dell’ NPD. E’ sconcertante che il Governo Tedesco, che tanto si accanisce sulla NPD, sostenga poi così vigorosamente i suoi alleati ucraini.

La regione di Odessa e la Bucovina venivano assegnate alla Romania, nell’ambito dell’ alleanza con il Generale Antonescu, con il risultato di provocarvi stragi ancora peggiori di quelle dei territori sotto occupazione tedesca (le “Stragi di Odessa”). A partire dal 1942, l’UPA aveva cominciato  a operare nella Volinia, combattendo contemporaneamente contro l’Armija Krajowa polacca, l’ Armata Rossa sovietica e, in molti casi, dopo un’ iniziale collaborazionismo, anche contro le truppe di occupazione tedesche. 

Tutto il variegato mondo dell’ attuale estrema destra ucraina (UNA-UNSO,  Svoboda, Pravi Sektor) si riallaccia, bene o male, a quei partiti e quelle  milizie ucraine della seconda Guerra Mondiale. Gli atteggiamenti  di quelle organizzazioni politiche, e, in particolare, del loro capo  Stepan Bandera,  riguardo alla collaborazione con i Tedeschi,  variarono nel tempo e secondo le circostanze. Ancor oggi, i nazionalisti ucraini tendono a sopravvalutare il ruolo dell’Ucraina nella IIa Guerra Mondiale, sostenendo che la sconfitta della Germania sarebbe derivata dal suo rifiuto di quell’auspicata alleanza “a tutto tondo” con il nazionalismo ucraino.

Non vi è per altro dubbio sul fatto che anche tali formazioni nazionaliste , oltre alle unità tedesche e sovietiche, e allo stesso esercito polacco, si macchiarono, durante la guerra, di atrocità enormi, tanto verso i gruppi etnici rivali, quanto contro le altre fazioni politiche. La valutazione dei comportamenti di tutte le forze in campo  ha continuato a fare  oggetto di  strumentalizzazioni politiche da tutte le parti. Tipica, ad esempio, la risoluzione del 25 febbraio 2010  del  Parlamento Europeo, contro la riabilitazione di Bandera, inspiegabilmente e radicalmente opposta all’attuale atteggiamento della UE.

Il comportamento,  durante la IIa Guerra Mondiale,  dei Tartari di Crimea (un miscuglio di tutti gli antichi abitanti dell’Ucraina Sud-Occidentale, accomunati dall’ uso di una lingua turcica e dalla religione islamica, e giustamente amareggiati per la perdita delle loro terre) fu qualificato, a torto o a ragione,  come “collaborazionistico” da parte di Stalin, il quale, nel 1944, li deportò in massa nell’Asia Centrale, dalla quale sono ritornati fino ad ora solo in minima parte. Non v’è dubbio che ai Tartari abbia nuociuto l’”attestato di fedeltà” loro rilasciato da Hitler. In occasione della recente annessione della Crimea alla Russia, il Presidente Putin ha firmato una legge che riabilita i Tartari di Crimea e prevede un risarcimento per il danno subito con la loro deportazione. I pochi Italiani residenti ancora in Crimea dai tempi delle Repubbliche Marinare erano stati anch’essi deportati con i Tartari, in quanto sospettati di complicità con le truppe dell’ Asse (Tedeschi, Italiani, ma anche Rumeni, Ungheresi, Croati, Slovacchi, Spagnoli e Portoghesi), che stavano invadendo l’Ucraina (e, in particolare, attaccarono e occuparono il Donbass, distruggendo Donetsk).

Gli Ebrei ucraini pagarono un notevole tributo di sangue alla Shoah (700.000, su 1.000.000 nell’ intera URSS), sotto la forma di enormi pogrom di dimensioni incredibili, come quelli nei villaggi della Volinia, a Leopoli e a Odessa, perpetrato dalle truppe rumene, e, infine,   quello di Babyj Yar, eternato dalla musica di Šostakovič e dai versi di Evtušenko, e con la deportazione nei ghetti e nei lager in Polonia e in Germania. Attualmente, la questione ucraina è divenuta un tema caldissimo nella politica israeliana.

Interessante il fatto che, per un certo periodo, il fronte fra, da una parte, la Germania e i suoi alleati, e, dall’ altro, le truppe sovietiche, corse proprio attraverso il Donbass  (la “Sacca del Don”- anche se in Russo si parla piuttosto del “Bacino carbosiderurgico del Donetz” e se le città si chiamavano allora diversamente da oggi-es.: Donetzk=Stalino, da “Stal”= “acciaio”; prima, si chiamava Juzovka, dal nome dell’industriale gallese Hughes, un “self made man” che, nel  1869, aveva fondato l’industria carbosiderurgica intorno a cui nacque la città). All’avanzata verso la città di Stalino , aveva partecipatp  la Divisione italiana “Celere”,  con i suoi reggimenti di cavalleria e bersaglieri. La città fu quasi completamente distrutta e spopolata, trasformata in un ghetto e in un campo di concentramento. Fu ricostruita da prigionieri catturati dai Sovietici fra le minoranze tedesche dell’ Est Europa (“Volksdeutsche”),  e ripopolata da immigrati, fino a raggiungere poi l’attuale popolazione di 1.200.000 abitanti. Ciò   costituisce un ulteriore elemento dell’ identità di Donetsk, divenuta sempre più “pansovietica” dopo la sua industrializzazione, l’Holodomor e la IIa Guerra Mondiale, fatto che l’ha resa la capitale ideale  per l’autoproclamata “Repubblica del Donbass”. L’”identità del Donbass” passa anche attraverso la congiunzione di uno spirito “di frontiera”, una “tradizione di classe” dei minatori (“šakhtëri”, “šakhtari”, da cui la squadra di calcio “Šakhtar” di Donetsk), e, infine, la forza delle sue lobby all’ interno del Partito delle regioni.

Dopo la IIa Guerra Mondiale, le organizzazioni militari anticomuniste operanti in Ucraina continuarono a condurre una lotta di guerriglia almeno fino al 1947, non differentemente, per altro, da quello che accadeva negli ex-Paesi orientali dell’ Asse  (altro elemento essenziale per comprendere le vicende attuali).

Formazione dell’ Ucraina

b) L’Ucraina di Khrušćev e di Brežnev

E’ paradossale che il consolidamento di una nazione ucraina sia avvenuto, a dispetto di quanto potrebbe immaginarsi,  soprattutto ad opera dell’ Unione Sovietica. La Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, sotto Khrušćev, molto legato al paese e prima segretario del Partito Comunista Ucraino, poi di quello sovietico, fu ingrandita a spese dei Paesi confinanti (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania), e potenziata dal punto di vista economico, per costituire una specie di “vetrina” dell’ URSS (la seconda fra le Repubbliche Federate) , rafforzando la credibilità della sua struttura istituzionale. Addirittura, Stalin ottenne che,  non solo l’URSS in quanto tale, ma anche l’Ucraina e la Bielorussia come singole Repubbliche, fossero fra i membri fondatori  delle Nazioni Unite, dando loro, già così, uno “status” di sovranità superiore addirittura a quello della Russia. Si realizzò poi, con mezzi violenti, un impressionante spostamento “a catena” di popolazioni dall’Ucraina Occidentale  (Galizia, Volinia, Podolia), verso la Polonia (e di qui verso la Germania), poi, con l’”Operazione Vistola”, un grandioso “scambio di popolazioni” con la Polonia. Inoltre, si  attribuirono all’Ucraina la Bessarabia, la Bucovina, e, infine, la Rutenia Transcarpatica. Per ultimo, come noto,  la Crimea,  nel  1954, da lungo tempo russa, fu, come si dice, “regalata” all’ Ucraina da Khrušćev per commemorare il trattato di Perejaslav, del 1654, con cui  l’Atamano cosacco aveva riconosciuto la sovranità dell’ Impero Moscovita. Questa complessa genesi dell’attuale Stato spiega il carattere eterogeneo delle sue regioni,  aventi legami tradizionali strettissimi con moltissimi Paesi vicini e lontani.  Quest’eterogeneità è stata complicata dalle politiche sovietiche delle nazionalità, che hanno favorito, a corrente alternata, l’”ucrainizzazione” e la “russificazione”, nel quadro di un equilibrio instabile fra la “nazionalità titolare”, quella ucraina, che dà il nome alla Repubblica, e le altre. Anche  la storia dell’ Ucraina indipendente sarà quindi  segnata dall’alternarsi del federalismo, sostenuto dalle etnie minoritarie, e del centralismo, sostenuto dalla “nazionalità titolare”.

L’Ucraina sovietica  era anche un’importante  realtà industriale, possedendo, oltre a una florida agricoltura (“il Granaio d’ Europa”), anche il bacino carbosiderurgico del Donbass e importanti industrie aerospaziali, come il centro di progettazione e due stabilimenti aeronautici della Antonov, e l’intera città militare di Dniepropetrovsk, sede del complesso  missilistico Juzhnoe (poi,  “Pivdenne”) e delle produzioni nucleari sovietiche. Infine, la Crimea era  divenuta “la California dell’ Urss” per la sua industria turistica. Già la Conferenza di Pace, tenutasi a Jalta nel 1944 fra USA, Gran Bretagna e URSS quando la guerra era ancora in corso,  ebbe un significato storico eccezionale, gettando le basi di un equilibrio mondiale  mantenutosi inalterato per 45 anni, e che ancor oggi non è totalmente superato, come ben si vede dall’ attuale conflitto. Il leader comunista italiano Togliatti morì a Jalta, scrivendovi il suo testamento politico (il “Memoriale di Jalta”), che è stato alla base dell’occidentalizzazione dei movimenti comunisti europei. Il Governo russo, dopo l’annessione della Crimea, conta di svilupparla ulteriormente in senso turistico.

Anche durante il periodo sovietico, le tensioni nazionali furono importanti. Dopo un iniziale periodo di obbligatorietà dell’ Ucraino, la liberalizzazione delle scelte delle famiglie nella decisione sulla scuola per i figli portò a un’ulteriore ondata di russificazione, denunziata da Ivan Dziuba.

Solzhenitsin, nel proporre lo scioglimento dell’Unione Sovietica, chiedeva di mantenere uniti gli Slavi Orientali.

c)L’Ucraina indipendente

Il leader ucraino di allora era stato tra i firmatari, con Elcin, degli accordi che avevano portato alla trasformazione  dell’ Unione Sovietica nella più “leggera” “Comunità di Stati Indipendenti”: da una federazione a una confederazione, la quale ultima, a sua volta, non ha mai cessato di  tentare, seppur   faticosamente, di ridarsi una maggiore funzionalità, mutuando le forme delle organizzazioni internazionali proprie dell’Europa Occidentale (in particolare, dell’Unione Europea). Mentre, infatti, da un lato si voleva smantellare l’apparato totalitario dell’ URSS, dall’altro, ci si rendeva conto che, in un mondo sempre più integrato, occorreva mantenere i legami giuridici, economici, militari e culturali preesistenti da secoli. Ed è questa la ragione di sostanza per cui continua a essere così difficile scardinare l’esistente “Comunità Eurasiatica”, come vorrebbe, invece, la politica americana.

Questa complessa attività diplomatica volta a consolidare e modernizzare le forma di collaborazione fra gli Stati dell’ ex-Unione Sovietica, e  fra questi e l’Europa Occidentale,    deliberatamente ignorata in Occidente,  mira invece proprio a rendere possibile l’integrazione fra le due Europe, in linea con le proposte della “Casa Comune Europea”, formulata da Gorbačëv, e  di una Federazione UE-Russia, formulata da Mitterrand. Come si sono ignorati, in Occidente,  i conflitti esistenti fin dall’ inizio, in tutte le Repubbliche, fra la “nazionalità” delle repubbliche stesse,come se il pericolo fosse solo quello di una Russia che aspira ad una forma di egemonia nella propria area, e non soprattutto quello delle ex-Repubbliche che mirano all’annientamento delle loro minoranze etniche. Nel caso della Georgia, le etnie minoritarie (Abkhazia e Ossetia) hanno fatto oggetto di veri e propri pogrom (come quelli di Tskhinval), con il successivo massiccio intervento russo. Nel caso dell’Estonia e della Lettonia, dove, la minoranza russa non ha fatto oggetto di forme violente di repressione, ma le è stata negata, in pratica,  la cittadinanza (i cosiddetti “non-cittadini”; nepilsoņi”,”välismaalase”), un atteggiamento verso le minoranze etniche che non ha precedenti se non nelle legislazioni ultranazionalistiche dell’epoca delle Guerre Mondiali. Tra l’altro, l’espressione “non-cittadino” era quella adottata, per indicare gli Ebrei, nell’ URSS occupata dall’ Asse.

L’Unione Europea, dopo aver ammesso i Paesi Baltici che praticano politiche siffatte, e rifiutato per un decennio  di ammettere la Russia e la Turchia su un piede di parità,  ha voluto inquadrare i propri rapporti con le ex-repubbliche nel concetto dell’ “Allargamento”, partendo dal presupposto che le  stesse (ma non la Russia e la Turchia) dovessero essere “assorbite” nell’“acquis communautaire” e nell’“Occidente” come già gli ex-“satelliti” dell’ URSS, perdendo, così, molta parte della loro individualità, mentre invece, le minoranze etniche ivi esistenti, come, ma non soltanto, quella russofona, non conterebbero nulla, sicché potrebbero essere ad esse negati i diritti usuali in tutta l’ Unione Europea. Russia e Turchia non dovrebbero  essere ammesse proprio perché non suscettibili di essere “assorbite”. Paradossalmente, sono invece proprio i Governi della Russia e della Turchia quelli che, nell’ ultimo decennio, hanno assunto le posizioni più nettamente europeistiche, come quando Putin aveva scritto su “La Stampa” di Torino, per i 50 anni dei Trattati di Roma, che “l’Unione Europea costituisce la maggiore realizzazione politica dell’ ultimo secolo”, o quando, dinanzi alla Confindustria tedesca, si era proposto per portare a termine l’opera di Kohl: dall’ unificazione della Germania a quella dell’ Europa. Quanto a Erdoğan, è nota la sua affermazione secondo cui, se tutti gli Europei si convertissero all’ Islam, nessuno se ne accorgerebbe, perché Europei e Turchi già ora sono eguali.

Le vicende di questa primavera costituiscono il logico sbocco di questo ventennale conflitto. Infatti, come noto, l’Ucraina, tradizionalmente impegnata nella CSI e nella Comunità di Stati Indipendenti, stava  negoziando con l’Unione Europea un Trattato di Associazione, che, in teoria e nel lungo periodo, avrebbe dovuto portare alla sua  adesione alla UE. Tuttavia, all’ ultimo momento, la Russia, facendo leva sugli aiuti economici che solo essa, non già la UE, è in grado di fornire, aveva convinto l’allora Presidente Janukovič, a firmare, invece, un accordo finanziario con la Russia, dilazionando così  l’associazione alla UE.

Recentissimamente, nonostante la crisi ucraina, i presidenti di Russia, Bielorussia e Kazakistan hanno comunque firmato, il  29 maggio, a Astana (Kazakhstan), il Trattato Istitutivo  dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE), che si riallaccia quasi pedissequamente a quello di Lisbona istitutivo della UE. In tal modo,  essi hanno reagito all’accelerazione, da parte della EU, degli Accordi di Associazione con l’Ucraina e la Moldova, firmati a Gennaio al Consiglio di Vilnius. Tra l’altro, il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Libermann, nato nell’ URSS e veterano dell’Armata Rossa, ha dichiarato che, entro il 2014, sarà firmato il Trattato Istitutivo della Zona di Libero Scambio fra Israele, la Russia e il Kazakhstan, che costituirà anche l’avvio di una nuova fase di cooperazione politica.

Infine, il 27 giugno 2014, l’Unione Europea ha formalizzato la firma degli Accordi di Associazione con Ucraina, Moldova e Georgia.

Alla radice dell’attuale conflitto, e a monte dell’apparente competizione  fra le due unioni economiche confinanti e concorrenti, si situa la contrapposizione, oramai venticinquennale, fra le strategie geopolitiche degli USA e quelle della nuova Repubblica Federativa Russa, che ha sostituito la vecchia contrapposizione sovietico-americana. Esse sono oramai cristallizzate, in quanto  formalizzate da più di 20 anni in documenti ufficiali quali il “Rapporto Wolfowitz” e il “Rapporto Surikov”, nonché in libri come “La Grande Scacchiera” di Brzezinski.

Come ribadito ancora recentissimamente da Obama con il suo discorso all’ Accademia di West Point, gli USA intendono restare l’unico polo di riferimento culturale, politico, militare, economico e sociale del mondo intero (“la Guida”), a cui tutte le Potenze regionali, le Organizzazioni Internazionali e gli Stati dovrebbero fare, in ultima analisi, riferimento. La Russia non cessa, invece,  di sostenere che il mondo debba essere organizzato in forma multipolare, attraverso organizzazioni regionali e  potenze regionali.

Fra queste due posizioni, fondate su radicate ed opposte tradizioni nazionali, non è stato fino ad ora possibile, in assenza di un’adeguata riflessione sulla Modernità, proporre alcuna forma di mediazione. Ci proponiamo, tra l’altro, di fornire elementi per questa riflessione, che spetterebbe all’ Europa stimolare.

Nello specifico , mentre, per gli Stati Uniti, come sostenuto da sempre da Brzezinski, l’Ucraina dovrebb’essere essere “la punta di diamante verso l’ Europa Orientale” dell’ Unione Europea, e quest’ultima dovrebbe  concepirsi a sua volta come  “ l’ avamposto dell’ Occidente sul Continente Eurasiatico”, per la Russia , il paese dovrebbe costituire una parte di quell’organizzazione regionale euroasiatica, che aveva trovato il suo primo teorizzatore in Sol’ženitsin. Faticosa, però, come si vedrà, anche la definizione di quersta “Eurasia”.

All’inizio della vita dell’Ucraina indipendente, la conflittualità con la Russia era ridotta. Erano invece forti le tendenze federalistiche e separatistiche, non solo nel Sud Est, ma anche a Odessa, in Bukovina e in Carpazia. Il Partito delle Regioni del Presidente Janukovič, cacciato da Kiev dalla piazza alla fine di gennaio, rappresentava, appunto, una coalizione di forze autonomistiche locali, così forte da essere risultato, alle ultime elezioni, il maggiore partito (30%).

Dal canto loro, le organizzazioni politiche del nazionalismo ucraino sono esistite fin dal primo Ottocento. L’UNA (Ukrainian National Association) esisteva in America già dalla fine del secolo, mentre UPA e l’OUN sopravvissero in Cecoslovacchia fra le due Guerre Mondiali. L’ UNA-UNSO, che si riallacciava, da un lato, all’Armata Insurrezionale Ucraina (l’“UPA” di Bandera), tramite il figlio del Comandante  Shukhevich)  e, dall’altra, all’ emigrazione ucraina in America, tramite Valeriy Bobrovych, veterano del Vietnam, aveva partecipato militarmente a tutti i maggiori conflitti dello spazio post-sovietico:  la difesa del Parlamento di Vilnius; quella del Parlamento russo contro il colpo di stato del 1991; le guerre della Cecenia, del Kossovo e della Georgia. Inoltre, il movimento aveva partecipato “manu militari” come oggi, fin dagli anni ’90 – tollerato, e, anzi, sostenuto, dal Governo di Kiev- ,  alla repressione dei vari movimenti separatisti delle regioni ucraine: quelli del Donbass, di Odessa, della Bucovina e dellaTranscarpazia.

La storia dell’ UNA-UNSO getta nuova luce sugli eventi post-sovietici, uniti da una sorta di “filo rosso”, in cui si formano e si disfano alleanze e inimicizie. Per esempio, l’UNA-UNSO ha combattuto in Cecenia accanto ai wahhabiti filo-saudiani, e, in Georgia, accanto alle truppe governative, e, quindi,  continua a vantare e a promuovere amicizie con i terroristi ceceni;  in tal modo, i Ceceni filorussi, nonché gli Osseti  vittime delle stragi di Beslan e di Tskhinval, si ritengono più che mai loro nemici giurati, e pertanto tendono a  simpatizzare per i separatisti. In generale, si intensificano le voci di volontari e mercenari di tutti i Paesi, che starebbero affluendo nei gruppi paramilitari dei Governativi e dei ribelli, come del resto è già successo in tutte le guerre postsovietiche.

Cosa che corrisponde anche alla strategia dichiarata da  Obama, il quale, pur ribadendo con un’ energia senza pari il concetto della “leadership americana”, anziché impegnare direttanente sul campo le truppe regolari, preferisce limitarsi a quel sostegno alla “lotta anti-terroristica” dei Governi locali e dei “contractors”, che ha caratterizzato sempre le politiche americane (dalle Rivoluzioni Atlantiche, al “filibustering” in Sud America ai rapporti con gli Stati totalitari). Trasformando, così, ogni guerra in guerra civile e in “covert operation”( per le quali non c’è più bisogno, né dell’ approvazione del Congresso, né di quella delle Nazioni Unite).  Non per nulla, il nuovo Governo di Kiev si è affrettato a battezzare la guerra civile nel Sud-Est come “Operazione Antiterroristica”.

Sotto un questo profilo,  “Euromaidan” è stata una sorta di “ripetizione” della “Rivoluzione Arancione”, la quale, a sua volta, ricalcava l’”Alternativa Arancione”, il movimento politico-artistico surrealistico dell’eccentrico “Maggiore Frydrykh”, che si muoveva al margine  di Solidarność, e delle successive  “rivoluzioni colorate”.

A costo di essere tacciati di seguaci della “teoria del complotto”, a noi sembra che, da sempre, ma, soprattutto, nell’ultimo secolo, tutte legran di trasformazioni politiche siano state preparate con estrema cura da un intenso lavorio sotterraneo delle grandi potenze e di altre organizzazioni internazionali: basti pensare al passaggio di Mussolini all’interventismo, all’arrivo di Lenin e di Trotskij in Russia, alla presa del potere da parte di Hitler, alla rivolta di Solidarność, ecc.. Non è perciò credibile voler negare il sostegno diretto degli Stati Uniti alle Rivoluzioni Colorate (testimoniato da tutti i documenti ufficiali americani), né quello russo alle repubbliche autonome separatiste, che hanno potuto sopravvivere contro quelle “titolari” solo grazie all’ appoggio russo. Nello specifico, come illustrato nel dettaglio dal documentario “Lotta per l’ Ucraina” di Končalovskij e come descritto tecnicamente da Alfredo Macchi in Limes del Luglio 2014, la “Rivoluzione Arancione” è stata preparata “ a tavolino” sulla base di precedenti esperienze analoghe, e realizzata da  organizzazioni internazionali specializzate, come   Otpor,PORA, UNA-UNSO, CANVAS, IRI, NED,  Academi, sostenute dai molti milioni di dollari del Governo e delle ONG americane, e da questi rivendicati con orgoglio . Addirittura, il simbolo delle pretese rivoluzioni “antisovietiche” serba, georgiana e ucraina è stato sempre, misteriosamente, lo stesso:, il “pugno chiuso”, a suo tempo, saluto comunista quant’altri mai. C’è qualche legame fra gli “antisovietici” di oggi e fazioni comuniste riciclate?  Come affermato esplicitamente da queste stesse organizzazioni, quella della rivolta di piazza è divenuta oramai una tecnologia, che richiede manuali operativi, istruttori specializzati e una non indifferente infrastruttura informatica. Basti consultare a questo proposito la “vetrina” pubblicitaria delle “covert operations”sul sito di “Google Ideas” (http://www.google.com/ideas/projects/network-mapper/).

Lingue in Ucraina: Ucraino, Russo, Surzyk, Ruteno, Ungherese, Polesiano…

4. Kiev contro il Donbass?

Come oramai arcinoto,  vi è stata, nell’ ultimo secolo, anche una contrapposizione di carattere geografico fra il Nord-Ovest “Ucraino” e il Sud-Est “Russo”, con l’effetto, tra l’altro, che “la piazza” è, a Kiev, ucrainofona e “filooccidentale”, e dall’altra, quella delle città del Sudest, è inequivocabilmente russofona e russofila.Come abbiamo incominciato a vedere, le radici storiche di questa contrapposizione sono risalenti e complesse.

Secondo la tesi di Rycak e Liasz,che ricalca quella dei nazionalisti baltici,  esse non sarebbero solo etniche, ma perfino esistenziali: In primo luogo, l’Ucraina non è soltanto un paese postcomunista, ma è anche un paese postcoloniale, abitato in parti più o meno uguali da comunità di ‘aborigeni’ e di ‘coloni’, ognuna con i propri miti, simboli, narrazioni storiche, eroi, culture e lingue.”.Tuttavia, proprio mentre il fatto linguistico viene assunto come riferimento per la definizione delle “nazionalità”,   non vengono invece, mai ricordati, come dovrebbero, alcuni fatti fondamentali, quali, innanzitutto:

-l’esistenza di dialetti intermedi: il Suržyk in Ucraina, e il Balačka inRussia, due “lingue franche” russo-ucraine che, come in tutte le ex-repubbliche sovietiche (e in tutti i paesi post-imperiali),  permettono di passare agevolmente da una lingua all’ altra;

-il prevalere in pratica del Russo  nell’uso familiare e nei media,  tanto che perfino  i più intransigenti sostenitori della supremazia ucraina (e perfino la Guardia Nazionale)  proprio mentre esprimono i loro progetti più estremi, e addirittura al comando delle truppe in combattimento, lo fanno, paradossalmente, in Russo (che, in fondo, dimostrano di considerare, nonostante tutto, come la loro “vera” lingua);

-l’esistenza di un’intera “Kulturnation” russo-ucraina (“piccolo russa”), che va ben al di là della Crimea e del Donbass, comprendendo più della metà degli scrittori e intellettuali di lingua russa fra l’Ottocento e il Novecento – una ricchezza culturale superiore, da sola, per esempio, a quella della maggior parte delle culture europee dello stesso periodo;

-il vero ruolo esercitato dal Russo, che è, o pretende di essere, una lingua di comunicazione interculturale, come l’Inglese, il Mandarino, l’Arabo Classico o l’Hindi, e può (anzi, deve) coesistere tranquillamente con le altre diverse lingue dei suoi parlanti all’interno del “Russkij Mir” (il “Mondo Russo”), siano esse l’Inglese o il Tedesco, l’Ebraico o il Francese, le lingue baltiche, quelle slave, quelle turciche, iraniche o cartveliche. Esso ambisce, quindi, ad essere in competizione, non già con l’Ucraino, bensì con l’ Inglese;

-infine, la non corrispondenza fra l’uso delle due lingue, la scelta della “lingua nazionale”, le preferenze geopolitiche e l’adesione a una determinata etnia, tutte le combinazioni essendo possibili e documentate, tan’è vero che, per esempio,  i Cosacchi del Don e del Kuban, assolutamente filorussi, parlano in Balačka, ma lo considerano un dialetto russo;

-ma, soprattutto, il fatto che, se rapporto coloniale vi è stato, esso non è stato tanto fra Russi e Ucraini, bensì fra gli Slavi Orientali nel loro insieme e i precedenti abitanti dell’Ucraina (Tartari, Polacchi, Ebrei, ecc..), che sono stati cacciati e decimati negli ultimi tre secoli, fino a rappresentare una quota modesta dell’ attuale popolazione, e, se vi è ancora, è con gli USA, che, come si è visto, decidono direttamente la formazione dei Governi.

Infatti, se il presente conflitto ha già motivazioni storiche e ideologiche importanti, tuttavia, il coinvolgimento, in questa fase di crisi, dei Governi esteri,  e, in particolare, del Governo e del mondo politico americano,  è stato così pesante da esasperarlo fino all’inverosimile, ridicolizzando addirittura  l’idea di un’asserita ”indipendenza” ucraina, che, invece, ha costituito il Leimotiv dell’“Euromaidan”.  Basti vedere l’atteggiamento tenuto dal Sottosegretario Nuland (quella del “Fuck the EU”) e dall’Ambasciatore Pyatt, che hanno attuato, senza nasconderlo, un piano ideato a Washington fin nei minimi dettagli.  Pravi Sektor e Svoboda  hanno ricevuto così, nel nuovo Governo Jatseniuk, vari posti ministeriali, mentre, per esempio, il partito UDAR  di Vitali Kličko, sostenuto dalla Germania ma osteggiato dalla Nuland, non ne ha ricevuto, nonostante il suo grande impegno,  nessuno. Tra l’altro, anche l’appoggio tedesco a Kličko era stato senza veli, con finanziamenti vantati perfino sul sito web, con “corsi” per gli attivisti sulla propaganda e sul Trattato di Associazione, con una “consulenza” sulla gestione delle attività parlamentari e dell’attività legislativa.

Gli Slavi Orientali sono
il blocco viola a destra

d)La posizione della Russia

A sua volta, l’ Occidente accusa la Russia:

-di avere creato e sospinto il separatismo della Crimea, fino all’ annessione della stessa;

-d’incoraggiare e sostenere i separatisti del Donbass

Occorre ricordare che, al di là del merito della questione ucraina, la Russia ha, con gli Stati Uniti, contenziosi ben più ampi e più vasti, che si inquadrano all’ interno delle loro opposte visioni strategiche, come quelli sulla difesa nucleare e sui rapporti con l’Europa, all’ interno dei quali soltanto può interpretare e gestire la crisi ucraina. Ai suoi occhi, la crisi ucraina non deve, innanzitutto, né indebolire l’equilibrio strategico con la NATO, né i suoi rapporti commerciali con l’ Europa. Solo dopo possono  venire in considerazione le singole questioni specifiche.

Ammesso poi che si potesse, e si volesse  veramente, motivare la Russia, anche in base a quesì suoi interessi globali,   a modificare sostanzialmente il proprio atteggiamento, e quello dei Russofoni del Sud-Est, sulla questione ucraina,  quest’ultimo, comunque lo si definisca, ha più di 10  milioni di abitanti, e la stessa Donetzk  più di un milione di abitanti: uno Stato delle dimensioni di un’ Ungheria, di un Portogallo o di una Grecia, che non è certo facile per nessuno controllare come se si trattasse di un teatro di burattini. Tant’è vero che Putin sta rischiando molto della sua popolarità con la sua attuale relativa presa di distanza dalla Repubblica del Donbass.

Infine, non si può neppure dimenticare che la politica di “de-russificazione”, obiettivamente  perseguita, sulla falsariga di altre Repubbliche, dal nuovo governo ucraino e, prima ancora, dalle tendenze politiche che lo compongono, è nel più totale   contrasto con i principi stabiliti in materia linguistica, ma anche proprio istituzionale, dall’Unione Europea, alla quale, invece,  il nuovo Governo ucraino pretenderebbe di riallacciarsi (cfr. la Carta Europea per le lingue regionali o minoritarie – All.1-). Essa mira infatti, addirittura, a delegittimare e a vanificare quello russofono dell’Ucraina (i “Piccoli Russi”) quale gruppo etno-culturale specifico, nonostante che esso possegga dimensioni demografiche superiori a quelle, per esempio,  dei Catalani, e abbia un suo intrinseco valore nella storia della cultura europea, degradandolo indebitamente a “lingua regionale”, a cui viene sostituita,poi, in pratica, quella Inglese (che infatti compare in tutte le targhe segnaletiche accanto all’Ucraino). Ricordiamo che, invece, la Finlandia, il Belgio e la Svizzera, in casi esattamente analoghi, hanno, non solo realizzato una forma praticamente perfetta di plurilinguismo, ma anche fatta salva la diversità delle tradizioni culturali dei loro territori. Accettare l’attuale politica giacobina sulle minoranze dei Paesi est-europei significherebbe perciò rinnegare tutta la logica delle Organizzazioni Internazionali, e dell’Unione Europea in particolare, che è quella della tutela delle identità storiche, non già dell’ appiattimento sulla cultura “mainstream” .

Victoria Nuland distribuisce sandwiches ai manifestanti

e) Dall’Euromaidan a oggi.

Lo scenario ucraino attuale, che viene degnato finalmente, seppure “in extremis”,  di un minimo di attenzione da parte dall’opinione pubblica mondiale , riprende un circolo vizioso già più volte ripetutosi negli ultimi dieci anni:

-la piazza di Kiev reclama un governo più filo-occidentale, che viene effettivamente nominato, se necessario forzando, poco o molto, le leggi;

-con il passar del tempo, l’intensità dei rapporti con la Russia e il peso elettorale delle etnie minoritarie provoca l’emergere, da parte degli stessi governi, o da parte dell’elettorato,  di tendenze più filorusse;

la piazza ricomincia a protestare.

La novità degli ultimi mesi consiste, semmai, nel carattere più aperto  che hanno assunto, sotto la spinta di una generalizzata conflittualità a livello mondiale , i giochi di tutti gli attori coinvolti. Sotto un certo  punto di vista, le vicende ucraine richiamano oramai alla mente, più ancora di tanti altri aspetti del conflitto fra Russia e America, una “partita di scacchi”, in linea con l’idea cara a Brzezinski, della “Grande Scacchiera” (ove, per altro, come si vedrà, le mosse dei giocatori sono in gran parte prevedibili, grazie ai “rapporti” pubblicati da gran tempo dai vari politici e politologhi) .

Alla fine del 2013, era sostanzialmente già pronto per la firma il Trattato Istitutivo della Comunità Economica Eurasiatica. Sotto l’ influenza della Presidenza lituana ,caratterizzata in senso fortemente antirusso,  l’ Unione Europea quest’ultima decideva di stipulare anche con l’Ucraina l’Accordo di Associazione, che, secondo le prassi comunitarie, preluderebbe (anche se i tempi sono tutt’altro che definiti) all’adesione all’ Unione Europea (e perfino alla NATO). Nonostante l’impossibilità, in tempi brevi, di un’adesione che comporterebbe comunque un forte impegno economico, l’accordo aveva un importante significato politico, trattandosi, addirittura, della scelta fra due “sfere d’influenza”.

Tradizionalmente, si affermava che la Russia avesse avuto sempre un atteggiamento in ultima analisi difensivo in politica internazionale (una “potenza-status quo”). Dovendo difendere il territorio più vasto del mondo, e memore delle invasioni “barbariche”, mongole, polacca, svedese, napoleonica, della Crimea,  occidentale e nazista, la Russia tiene una politica apparentemente militaristica, ma in realtà attenta soprattutto a circondarsi di “stati-cuscinetto”. Se compie dei “salti in avanti”, come ai tempi della Santa Alleanza, del Patto Ribbentrop-Molotov, della “Corsa verso Berlino” o della “Corsa agli Armamenti”, lo fa soprattutto per precostituirsi delle difese (con il cosiddetto “Approccio Survivalista”, come la chiamato Fiona Hill).

Anche nel nostro caso, il Presidente russo Putin, pur non obiettando formalmente, né allora, né oggi,  alla possibile firma del Trattato con la UE, aveva già segnalato profili di contraddizione fra l’adesione alla UE e la permanenza dell’Ucraina nel mercato comune eurasiatico, ed espresso, soprattutto, già a fine dicembre, la propria convinzione che l’Occidente fosse intenzionato, in concomitanza con i Giochi Olimpici di Soči, fondamentali per il prestigio della Russia, a favorire azioni ostili, come preannunziato, per esempio,  dalle polemiche sulle leggi russe in materia di pedofilia, e dall’invio di navi militari americane davanti alle coste del Mar Nero. Queste nuove strategie di destabilizzazione avevano suggerito alla Russia nuovi tipi di reazione (quella che Fiona Hill ha definito “Difesa Offensiva”). Il 13 dicembre 2013, Putin, nella sua annuale allocuzione di fine anno, aveva annunziato infatti un più assertivo  corso di politica estera, fondato su due presupposti assolutamente nuovi: il progetto di riunire, intorno alla Russia, un movimento internazionale di orientamento conservatore (cosa che sta già ora avvenendo), e la decisione di compiere una serie di importanti investimenti tecnologici per evitare il crearsi di qualsiasi dislivello di carattere militare con gli Stati Uniti (cosa che sta già anch’essa oggi verificandosi con la sperimentazione di nuovi missili balistici e di nuovi modelli di androidi).

Da parte sua,  a  causa della perdurante crisi economica dell’Unione Europea, l’Unione non poteva, di fatto, concedere, a Kiev, neanche una quota, seppur  modesta, del pesante supporto economico che questa necessita, e che invece la Russia le stava di fatto già dando (già solo sotto la forma di sconti e pagamenti sul gas), visto soprattutto che, addirittura, l’Unione  sta richiedendo, perfino  ai propri Stati fondatori, sacrifici ch’essi non sono in grado di sostenere. A sua volta, la Russia non era disponibile a continuare a sostenere economicamente un’Ucraina che, con  la sua  “scelta occidentale”, indebolisse obiettivamente il movimento, attualmente in corso, verso l’allargamento, a ulteriori Stati, del Trattato Istitutivo  dell’Unione Economica  Eurasiatica.Tant’è che, ora, Gazprom pretende, per le prossime forniture di gas, il pagamento anticipato.

Per questi motivi, l’allora presidente ucraino Janukovič, dopo trattative tanto con la UE quanto con la Russia, aveva rifiutato (come d’altronde anche quello armeno) di siglare a Vilnius, a Gennaio , il Trattato di Associazione, come avevano invece fatto la Georgia e la Moldova, e aveva invece firmato, con la Russia, un accordo di emergenza, con cui questa si impegnava a intervenire con un sostanzioso aiuto finanziario, e, soprattutto, la proroga dei pagamenti per il gas. Ciò aveva comportato la ripresa, da parte dei partiti allora di opposizione (e, oggi, di governo), di manifestazioni di piazza sul modello della “Rivoluzione Arancione”, ma che, questa volta, si svolgevano con una violenza particolare, nei confronti di un sistema di ordine pubblico caratterizzato da una inspiegabile tolleranza).

Con un certo stravolgimento del senso del Trattato, si pretendeva che lo scopo dello stesso fosse non già un ben delimitato accordo doganale, bensì una pretesa “scelta di civiltà”.

Non dimentichiamo che, allora, il Governo ucraino era sostenuto dalla maggioranza parlamentare delle ultime elezioni, basata sulla coalizione, intorno al “Partito delle Regioni”, di tutte le forze che si identificano con il federalismo e le minoranze etniche, le quali, nel loro complesso, prima della recentissima secessione della Crimea e del Sud-Est, costituivano, con il 30%, il maggior partito del Paese, leader della coalizione di governo.

Essendo inoltre in corso proprio allora, in territorio russo, ma  alla frontiera  con l’ Ucraina e la Georgia,  le Olimpiadi di Soči, il Governo ucraino non riteneva, probabilmente, opportuno adottare, nei confronti dei manifestanti, misure impopolari come per esempio  la dichiarazione dello stato di emergenza,).

Nel frattempo, il mondo politico europeo e americano si esibiva, a Kiev,  in uno show politico mai visto prima d’allora: ministri (come Westerwelle, Fabius e Sikorski), europarlamentari (come Verhofstadt), sottosegretari (come Nuland), leaders dell’ opposizione (come Mc Cain e Kaczinski), che vanno in delegazione a Kiev, danno ordini al Presidente e all’ opposizione, arringano la folla, distribuiscono perfino personalmente panini agli attivisti.

Particolarmente inconsistente  è stato il ruolo della UE. Nonostante che i manifestanti , in condizioni analoghe , in vari  Paesi dell’ Unione , e, in particolare, proprio in Germania e in Polonia, sarebbero stati passibili di scioglimento, se non di arresto, sotto vari capi d’accusa, dal porto d’armi abusivo  alla ricostituzione del partito fascista (vedi NPD), all’esibizione di simboli vietati (come il pugno chiuso dell’ UDAR e le rune naziste di Pravi Sektor, vedi leggi polacche in materia), e, inoltre, dimostrassero un’assoluta indifferenza per le iniziative europee, i politici della UE si presentavano sul Maidan a braccetto dei leader estremisti che avevano fino ad allora condannato, e pretendevano perfino di  dettare delle soluzioni, mentre, invece, quelle “vere” risulteranno poi essere quelle comunicate telefonicamente da Washington. Di fatto, il documento firmato (ma con quale legittimità?) dai Ministri degli Esteri polacco, francese e tedesco, con il Presidente e con i capi dell’ opposizione, che prevedeva un Governo di unità nazionale e le elezioni a Dicembre, poté durare appena alcuni minuti (come, a suo tempo, lo Stato ucraino indipendente di Bandera), poiché,  uscito dal palazzo del governo, il Presidente Janukovič  (che pure aveva vinto le elezioni) fu fatto oggetto di colpi d’arma da fuoco, e non poté fare a meno, prima, di nascondersi, e, poi, di fuggire in Russia.

A questo punto, i manifestanti assalivano alcuni deputati del partito di maggioranza relativa, costringendoli con la forza a votare a favore della decadenza del Presidente per abbandono del suo posto, nonché a nominare come presidente ad interim quello del Parlamento, in quale in  poche ore sostituì tutte le massime cariche dello Stato, mentre il Parlamento stesso adottava norme draconiane, come quella che aboliva l’uso del Russo perfino come lingua regionale. Il tutto ovviamente senza un gran rispetto delle norme costituzionali, a cominciare, ovviamente, dalla “vacatio legis”. Per concludere in bellezza, come primo ministro veniva nominato Jatseniuk, designato ufficiosamente per telefono dal sottosegretario americano Nuland, mentre invece Vitali Kličko, creatura dalla Germania e favorito da Angela Merkel (parla solo Russo e Tedesco, e male l’ Ucraino) veniva puntualmente tenuto fuori dal governo, come imposto sempre dalla Nuland. Alla faccia delle bandiere blustellate.

Il tutto durante la cerimonia di chiusura dei giochi di Soči, esattamente nello stesso modo in cui , nel 2008, l’attacco georgiano all’Ossetia  era avvenuto poco prima della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino, quando i leaders erano in aereo . E dire che gli antichi Greci, durante le Olimpiadi, interrompevano invece qualunque guerra!

Inutile dire che, non diversamente da quanto accaduto nel 2008, non appena conclusasi la cerimonia, i Russi e gli Ucraini filogovernativi o filorussi (che conoscevano benissimo il trucco) si mettevano immediatamente in moto (come i loro colleghi nel 2008, che si erano precipitati con i blindati attraverso il tunnel di Roki)  per rovesciare la situazione creatasi qualche minuto prima a Kiev. Il giorno dopo, infatti, al Palazzo dello Sport di Kharkov, il sindaco di quella città riuniva alcune migliaia di amministratori locali in una riunione in cui si decideva, sostanzialmente,  che gli Enti Locali arruolassero  milizie di autodifesa dell’Ucraina Orientale (cosa che è oramai chiaramente sotto i nostri occhi). Si noti che il sindaco fu poi oggetto di un grave attentato, e se ne andò a farsi curare. A scanso di equivoci, in Israele.

Nel 1969, a Praga, Mitterrand aveva proposto una confederazione europea comprendente la Russia

Il giorno dopo, il parlamento della Repubblica Autonoma della Crimea deliberava la secessione della penisola dall’ Ucraina. Poco dopo, mentre milizie sconosciute (crimeane, russe?) prendevano il controllo dei punti strategici della penisola, il Parlamento annunziava l’ intenzione di indire un referendum, che si è poi effettivamente svolto il 16 aprile. Il resto è ben noto: l’annessione della Crimea alla Russia, la costituzione, in tutto il Donbass, di milizie di autodifesa che presidiano gli edifici pubblici e l’ingresso delle città, il rogo di Odessa, gli scontri armati e i referendum, la proclamazione delle Repubbliche di Donetzk e di Lugansk e la loro fusione in una nuova Repubblica del Donbass, le sanzioni contro la Russia, la campagna militare del Governo centrale contro i secessionisti, le interminabili trattative per il “cessate il fuoco”.

Certamente, l’avere, se non assecondato, almeno non sconfessato, il separatismo della “Nuova Russia”, cioè un movimento secessionistico, per quanto praticamente unanime e con solide giustificazioni culturali e storiche, costituisce uno strappo ai principi del “Diritto Internazionale Classico”, di cui normalmente proprio la Russia postsovietica è stata la più accanita fautrice, mentre gli “occidentali” in genere lo hanno contestato in nome dei diritti inalienabili dei popoli, che renderebbero lecite guerriglie, insurrezioni, guerre civili e “interventi umanitari” (come in Kossovo, in Libia, in Siria e nelle “rivoluzioni colorate”). Tant’è vero che, in ossequio a quei criteri, la Russia si rifiuta da più di 20 anni di ammettere nella sua Federazione le Repubbliche della Transnistria, dell’Ossetia e dell’ Abkhazia, che sono in una situazione analoga a quella della Crimea. Ma potrebbe la Russia ragionevolmente,  in nome di un  rigoroso puntiglio formale, mettere a serio repentaglio il suo equilibrio strategico, la sicurezza dei suoi connazionali e la diffusione della sua cultura nel suo habitat naturale, di fronte a una coalizione multiforme che non nasconde in alcun modo la propria intenzione di cancellare il ruolo dei Russi su ciascuno di questi fronti? Sotto un certo punto di vista, l’atteggiamento russo ha costituito dunque una forma inevitabile di adeguamento alla nuova, ancor più radicale, strategia americana per gestire le crisi internazionali, non più negando, come fino ad ora, bensì aggirando, il diritto internazionale, mediante la creazione accelerata di movimenti politici artificiali. I comportamenti dei separatisti del Donbass sono stati non casualmente  esattamente speculari a quelli dell’Euromaidan, nella loro organizzazione paramilitare, nell’occupazione degli spazi pubblici, nelle tattiche di guerriglia, nella ritualità,  ecc..D’altro canto, già anche le prime Rivoluzioni Atlantiche e le “guerre d’indipendenza” dell’Ottocento, a cui si rifà la maggior parte dei nostri Stati,  erano incominciate proprio con la creazione di movimenti culturali alternativi (i patrioti italiani concentrati da Cavour a Torino), azioni dimostrative provocatorie (il “Tea Party”), l’ occupazione di edifici pubblici (la “Presa della Bastiglia”), e guerre insurrezionali (i “Mille”).

Perchè tutti hanno dimenticato la
Conferenza di Praga?

e) Tornare alla proposta di Mitterrand del 1989.

La soluzione  pratica da darsi alla discussione circa l’associazione   dell’ Ucraina all’ UE (che, ricordiamolo, è stata, per tutte le parti in causa, il pretesto scatenante del conflitto), che vorremmo esplorare con questo Quaderno, sarebbe quella, apparentemente più semplice e più risalente, verso la quale, paradossalmente, nessuno ha più indirizzato, da tempo, la propria attenzione: una qualche forma di confederazione fra l’Unione Europea e l’Unione Eurasiatica, all’interno della quale l’Ucraina potrebbe trovare un suo ruolo di “cerniera”, se non addirittura di “centro”. Si tratterebbe, come proposto nell’ intervento di Lucio Levi, di “evitare lo smembramento dell’Ucraina”, eventualmente garantendo a quest’ultima, come proposto da alcuni autorevoli commentatori, uno status simile a quello della neutralità finlandese (e perché non svizzera?). Sul piano del Federalismo Interno, non mancano precedenti in tutta Europa.Dal punto di vista giuridico e doganale, poi, i rapporti “a più velocità” sono oramai la regola in tutto il mondo.

Tale soluzione avrebbe anche, a nostro avviso,  il vantaggio di rovesciare l’impostazione sempre più sbilanciata che si sta dando, negli ultimi anni, all’integrazione europea, riportandola  alle idee originarie del federalismo mondiale, inteso quale associazione paritetica fra organizzazioni regionali, anche quando animate da visioni culturali diverse.

Quindi, non più una megalomane “politica di allargamento”, di natura  imperialistica e di estensione   indefinita, volta a ”manipolare” i nuovi Stati Membri a propria immagine e somiglianza, bensì un “completamento” dell’Europa, comprendente, su un piede di parità, tutti i suoi popoli.

Essa altro non sarebbe che la continuazione della proposta formulata a suo tempo da Mitterrand, che prevedeva, a una parte, l’Unione Europea, e, dall’ altra, l’allora  Unione Sovietica (oggi, l’Unione Economica Eurasiatica).  Da quell’idea era poi nato il cosiddetto “Partenariato Russia-UE” (1997), a cui aveva fatto seguito il “Consiglio Russia-NATO” di Pratica di Mare (2002), di cui non si sono visti i risultati pratici. La  proposta di Mitterrand non aveva avuto infatti seguito per il già descritto atteggiamento strumentale dei Paesi Occidentali. Si era preferìto adottare il macchinoso meccanismo dei “partenariati orientali”, della “politica di vicinato”, dei trattati di associazione e di adesione, che ha provocato la progressiva disgregazione dell’URSS e della Jugoslavia, e le relative guerre, oltre che una sempre crescente alienazione reciproca fra Russia e UE, le quali invece, nel 1989, si consideravano ancora  “dalla stessa parte della barricata”.

Con questa proposta, sarebbe forse ancora possibile sanare quella frattura che sta portando a uno scontro frontale a Est e Ovest, secondo la linea che parrebbe essere quella dello stesso Governo Italiano.  La soluzione concreta verso cui tendere pare dunque, agli Autori dei vari contributi quella di puntare su un’organizzazione (per esempio, il Consiglio d’Europa), che, raggruppando l’ Unione Europea, l’Unione Eurasiatica, la Turchia e altre controparti nel Medio Oriente, fornisca la base per la collaborazione culturale, politica, economica e finanziaria in Europa, associandosi, per esempio all’ interno dell’OSCE, agli Stati Uniti, per creare un ampio “Sistema Europeo di Sicurezza”.

In questo contesto, l’Ucraina, o, almeno, la sua parte centrale, potrebbe costituire il “Territorio Federale” di questa confederazione, così come Ginevra è sede di varie Organizzazioni specialistiche delle Nazioni Unite, e Bruxelles di varie istituzioni europee. Tra l’altro, solo una soluzione come questa  potrebbe  rappresentare un’attuazione quasi  “alla lettera” dell’idea originaria dell’“Euromaidan” (cioè, in Arabo, Turco, Persiano, ecc.., una “piazza”, un’ “agorà” europeo), dove si incontrino e dove dibattano tutti gli Europei.

Insistiamo che, perché questa proposta possa essere accettata a livello politico, occorrerebbe innanzitutto, “a monte”, una riflessione comune fra le grandi culture del mondo sui rischi della Postmedernità, e, in particolare, sulla deriva totalitaria del Sistema Informatico-militare, e, in particolare, all’ interno dell’Europa, sulla sulla missione delle diverse tradizioni culturali all’ interno della Dialettica dell’ Illuminismo, riflessione a cui questi Quaderni vorrebbero essere propedeutici.    

Questa nostra opera collettiva affronta il tema sotto punti di vista differenti, che saranno trattati nei diversi contributi:

-una riflessione in ottica paneuropea sui rapporti fra la Russia e l’ Europa, da un lato, e la Cina, dall’ altro, quale quella contenuta nell’ intervento di Giovanni Martinetto;

-un esame “tecnico” delle proposte politiche sul tappeto, e, in particolare, della confederazione che andiamo discutendo fa oggetto dell’ intervento diLucio Levi, Presidente del Movimento Federalista Europeo;

una rapida “corsa” attraverso la storia della cultura ucraina, quale quella contenuta nell’intervento di Riccardo Lala, volta a dimostrare che non stiamo qui parlando di astruse questioni circa un paese lontano ed esotico, bensì di sfide centrali per tutti noi, che riguardano un Paese a soli 850 chilometri dall’Italia, ma, soprattutto, cercando, come ci ricorda il Sommo Pontefice, di  evitare una guerra oramai incombente nel cuore stesso dell’ Europa;

-un contributo dello storico Franco Cardini circa l’attualità del dibattito sul califfato, per ricordare che , fra le varie identità che si scontrano in Ucraina, c’è anche quella islamica (tant’è vero che l’ISIS sta rtivendicando l’ Ucraina meridionale, già ottomana);

-una valutazione politica complessiva da parte di Alfonso Sabatino, Segretario piemontese dell’Associazione Comuni e Regioni d’ Europa (AICCRE);

-il documento sulla crisi ucraina del Movimento Federalista Europeo;

-l’Allegato n. 1, contenente la Carta Europea delle Lingue e dei Popoli Minoritari, approvata dal Consiglio d’ Europa

Tutte le parti dell’ Europa possono
(e debbono) avere un loro ruolo

FINALMENTE, LA RIVOLUZIONE EUROPEA!?

La dichiarazione del Movimento Europeo per i Trent’anni di Maastricht (Newsletter del 7 Febbraio 2022)

Macron da Putin

L’EDITORIALE in oggetto contiene, sorprendentemente, il lodevole, e non usuale, proposito di avviare una “Rivoluzione Europea”, partendo da un’”Operazione Verità”.

E, in effetti, questa si sta rivelando l’unica via per raggiungere gli obiettivi dichiarati da sempre, ma mai seriamente perseguiti, dall’eterogeneo insieme degli Europeisti:

1)un’Europa unita;

2)il multilateralismo sul piano mondiale;

3)la sovranità europea;

4)la competitività dell’Europa con USA e Cina.

L’approccio funzionalistico, nato nel primo Dopoguerra  sotto l’influenza americana, e mai abbandonato da allora, non poteva, né può neppure ora, portarci a questi risultati, perché i suoi obiettivi erano, e sono, diversi:

a)l’inserimento dell’ Europa nel sistema americanocentrico (Huntington);

b)il salvataggio delle obsolete classi dirigenti degli Stati nazionali e la prevenzione della nascita di una classe dirigente alternativa (Brzezinski);

c)la divisione permanente dell’Europa fra Est e Ovest (dottrina Brezhniev);

d)il contingentamento dell’ economia europea in modo che non possa mai superare quella americana (Trotzkij).

Oggi però, come affermano i Movimenti Europei, “L’intero pianeta è interessato da processi che, in maniera sempre più interdipendente e con velocità crescente, ne mettono in discussione l’assetto geopolitico…”,vale a dire  proprio questo assetto politico americanocentrico.

Di conseguenza, all’Europa  si presenta ancora una volta un’occasione per tentare di perseguire  quei quattro obiettivi condivisi, sfuggendo momentaneamente al controllo delle grandi potenze, rovesciando le classi dirigenti conniventi, unificando il Continente e permettendo finalmente il libero sviluppo della sua economia, cultura, finanza, innovazione sociale, digitale, aerospaziale e  difesa…, oggi subordinati al Big Business d’Oltreoceano.

Ma, il documento prosegue, “Questi processi interdipendenti, se non governati da autorità sopranazionali, provocheranno devastazioni degli assetti istituzionali anche nelle democrazie più progredite del pianeta:…i problemi messi in luce nel saggio di Ida Magli (‘il depauperamento dei popoli, privati di tutto quello che ne costituisce il valore: la patria, la lingua, i confini, l’identità, il futuro, la responsabilità individuale’) sono stati esaltati dalle nuove sfide di fronte alle quali si sono trovate le nostre società”.

Anche se Ida Magli (un’ ottima antropologa conservatrice citata nell’Editoriale) aveva  sbagliato, come chiarito nell’ Editoriale stesso,  le sue profezie apocalittiche, la sostanza delle cose  resta egualmente negativa: “Amplificata dalla rivoluzione tecnologica e digitale, la globalizzazione ha sconvolto in questi anni gli equilibri più di quanto si immaginasse, causando una rapida redistribuzione internazionale del lavoro, delle ricchezze e degli investimenti…. l’Unione europea è apparsa incapace di agire, vittima del suo gradualismo, delle risibili risorse finanziarie (tutto il contrario della ‘enorme massa di denaro che passa attraverso Bruxelles’) del bilancio UE gestito da una euro-burocrazia che costa ad ogni cittadino europeo 1.40 Euro al mese e di un forte potere dei governi nazionali in settori chiave per la gestione di problemi a carattere nazionale.”

Si impone ora di ripartire con un progetto diverso, non più gradualistico perché le scadenze ci sono dettate ormai dai nostri interlocutori extraeuropei: Metaverso (che ricatta la UE fin da subito), Made in China 2025(in corso), Endless Frontier Act (in via di approvazione in America).

La Nation Security Commission on Artificial Intelligence, pietra di paragone per l’ Europa

1.Una colpevole, pluridecennale, negligenza

L’ Editoriale  parte affermando che “La velocità delle trasformazioni negli ultimi venticinque anni (google è nato proprio nel 1997 mentre l’uso pubblico del World Wide Web fu deciso dal CERN il 30 aprile 1993)”” avrebbe reso difficile qualunque previsione”, ma, poi, precisa che tali previsioni in Europa non si fecero perché la cultura mainstream era male ispirata :” da pregiudizio o dal ‘compito delle scienziato (di) fare diagnosi e prevedere il decorso degli avvenimenti col minimo scarto possibile’”.

Questi cecità, miopia e mutismo sono spiegabili sia con i traumi da cambiamento di regime,  con la subordinazione ai blocchi, con la distruzione della borghesia intellettuale, con l’obsolescenza delle ideologie otto-novecentesche e con la difesa a oltranza di posizioni acquisite nell’editoria, nell’ Università, nei media.

In realtà, questo futuro tecnologico, pluricentrico e conflittuale era già stato studiato ad abundantiam fra il 1946  e il 1953 dalle Conferenze Macy, e illustrato fin da allora dalle opere di Horkheimer e Adorno (1947), di Asimov (1949) e di Anders  (1956).

Altiero Spinelli e Eric Przywara avevano contestato fin dall’ inizio l’impostazione funzionalistica ed economicistica delle Comunità Europee. La necessità che l’Europa investisse in nuove tecnologie era stata enunziata da Servan-Schreiber fino dal 1968; la questione ucraina era già presente nella petizione a Cernienko di Dziuba, Antonov e altri, del 1969, e, poi, in un pamphlet di Sol’zhenitsin del 1989; il crollo dell’ Unione Sovietica era stato profetizzato da Amal’rik fino dal 1970. La crisi ecologica era stata denunziata nel 1972 dal Club di Roma; mentre e Manuel de Landa aveva scritto nel 1991 sulla guerra nell’ era delle macchine intelligenti, e, nel 1999, Qiao Liang e Wang Xiangsui, della “guerra senza limiti”.Gorbachev aveva parlato nel 1988 di una “Casa Comune Europea”, e Putin nel 2001 aveva proposto al parlamento tedesco di continuare e completare l’opera di Kohl. Ora, invece, data la sordità degli Europei, ha finito per riallacciarsi a Bismark.

Infine, nel 2003, i guru dell’ informatica avevano teorizzato la guida di Google sull’ America e, nel 2003,  la Singularity e sul mondo, e, Assange(2006), Snowden(2013) e Schrems (2015) hanno illustrato a tutto il mondo quanto i GAFAM condizionino biologia, cultura, politica ed economia. Ancor oggi, Zuckerberg si permette di minacciare l’Unione Europea se finalmente desse attuazione alle due sentenze Schrems della Corte di Giustizia. Dice che Facebook lascerà l’ Europa: benissimo! Finalmente nasceranno i social europei. E’ così che sono nati i BATX, e la Cina à divenuta leader mondiale dell’ ICT.

Tuttavia, una classe dirigente culturalmente fossilizzata, “bibéronnée dans les campus américains”(Le Monde Diplomatique), settaria e opportunista, non aveva dato fino ad oggi alcun riscontro a questi chiari avvertimenti. Come scrive l’ Editoriale,”L’illusione degli Stati europei che ritengono di attraversare , immuni, gli sconvolgimenti planetari ai quali assistiamo rinchiudendosi nell’ ottocentesca dimensione nazionalista sarà spazzata via, non solo dai flussi migratori africani e asiatici, ma anche dal progredire degli stati continentali”.

Ecco un altro tabù finalmente superato: gli Stati-civiltà. Gli “stati Nazionali” sono un’invenzione ottocentesca, che non va confusa né con le “nazioni ancestrali”(Eisenstadt), di carattere culturale,  esistenti da tempo immemorabile (Israele, Grecia, Italia, Gallia/Francia, Germania), né con gli Stati Continentali (USA, Cina, India), che esercitano oggi, ed eserciteranno sempre più (grazie alla tecnologia), quella funzione egemone che nel secolo scorso avevano avuto gli Stati nazionali.

Questo deve aiutarci a riconsiderare il federalismo europeo nella storia e nella cultura politica.

Il federalismo europeo “realmente esistito” non è mai stato federalismo fra “Stati Nazionali”. Storicamente e concettualmente, esso si riallaccia al tribalismo dell’ Europa preistorica, alle poleis, agl’Imperi medievali e moderni, al feudalesimo, alle teorie di Grotius, Althusius, Pufendorf, Vergnaud, Proudhon, Cattaneo, gli Alt-konservative, le Milletler, l’Ausgleich, l’Austro-marxismo, la teoria sovietica e jugoslava delle nazionalità, Alexandre Marc, Jovan Djordjevic, Guy Héraud…Anche se in modo meno percettibile, anche l’ Europa ha avuto il suo “Tian Ming” (la Translatio e Renovatio Imperii), il che le permette di divenire anch’essa un nuovo tipo di Stato Continentale. Non più una “loose confederation” di Stati nazionali (non “sovrani” perché soggetti agli USA), bensì una “Multi-Level Governance” (Bruno Frey, Walter Eucken Institut), fra NATO, OSCE, Unione Europea, Unione Eurasiatica, Regno Unito, Macroregioni Europee, Nazioni Europee, Euroregioni, Regioni, Città, dove la lealtà fondamentale dei cittadini, e i poteri d’imperio (cultura, tecnologia, esercito), devono spettare all’ Europa (importa poco se la chiamiamo “Res Publica”, “Imperium”, “Congregatio”, “Unione”, “Confederazione”, “Federazione”)

Il generale Donovan, fondatore, al contempo, della CIA e dello American Committee for for a United Europe

2.L'”Operazione Verità”

Oggi, tutti i pregiudizi e i tabù di questi decenni (dalle “magnifiche sorti e progressive” all’ignoranza sulle nuove tecnologie, dal filosovietismo storico della sinistra all’indifferenza per la perestrojka e per la nuova Russia, fino alla retorica del “Superstato”), sono stati oramai smascherati dai fatti stessi, e la sfiducia nella classe politica ha raggiunto l’apice con le diatribe che hanno circondato l’elezione del Presidente della Repubblica italiana, e con il procedere in ordine sparso degli Europei in quella crisi ucraina che riguarda proprio l’Europa (e nessun altro).

Il momento culminante di questo discredito è stato costituito infatti dalla smentita,ieri, da parte dello speaker presidenziale russo Peskov, delle dichiarazioni trionfalistiche di Macron: “Considerata la situazione attuale, Mosca e Parigi non possono aver definito alcun accordo – ha affermato – È semplicemente impossibile. La Francia è sia un Paese Ue, con la Presidenza di turno, che della Nato, alleanza di cui però non detiene la leadership che è di un altro Paese. Quindi di quale accordo stiamo parlando?”

L’Europa non è sovrana né nei confronti dell’ America, né nei confronti degli Stati membri: non ha gli strumenti, né nell’ ordinamento interno, né in quello internazionale, per decidere alcunché. Ce lo dice la Russia (Russkaja Federacija), che questi strumenti li ha, in quanto unica vera federazione plurinazionale esistente in Europa (22 Repubbliche Autonome). Più chiaro di cosi?! 

D’altronde, i primi lavori per creare le Istituzioni europee erano stati condotti…(ad Harvard!),  dal Gruppo di studi sul federalismo guidato da Robert R. Bowie, docente alla Law School, e Carl J. Friedrich, docente alla Harvard University, che lavorava in stretta collaborazione con il Comitato di studi per la Costituzione europea creato su iniziativa di Paul-Henri Spaak. Di qui un certo anacronismo del dibattito in Europa, basato sull’America del 18° Secolo (Hamilton), ben diversa dall’ Europa del 20° (e ancor più del 21°). Quegli studi  erano stati raccolti nel volume Studi sul federalismo, che, come affermò Spaak, «rappresentano il contributo degli amici americani sulla fondamentale opera giuridica che si spera di realizzare. l’American Committee per l’Europa Unita, sotto la guida autorevole e devota di William J. Donovan, dopo aver ottenuto il generoso aiuto della Fondazione Ford ed esser stato informato del lavoro che si stava compiendo in Europa, organizzò […] un importantissimo centro di ricerche […].».

Quindi, “Oportet ut scandala eveniant”. Finalmente, il Movimento Europeo sembra fare ammenda di un troppo lungo periodo di sudditanza culturale e politica verso l’”establishment”, riaggiustando il tiro quanto al significato storico dell’integrazione europea ”nella prospettiva di rinsaldare la secessione secolare con l’ Oriente e il Mediterraneo”: quindi, sì all’ Euroislam, alla Via della Seta, alla Casa Comune Europea?!

Come afferma brillantemente l’editoriale, un’”Operazione verità”, che  spezzi le rigidità culturali del 20° secolo, riscoprendo la vera storia dell’ Identità Europea, dalle grandi correnti fondatrici preistoriche (Gimbutas, Anthony), alle teorie politiche classiche (Ippocrate, Erodoto, Socrate, Platone, Aristotele, Dante, Machiavelli), al Barbaricum (Modzelewski), ai progetti medievali e premoderni di federazione europea (Dubois, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Kant, Voltaire), agli autori  alieni al “mainstream” occidentale (de Las Casas, Kierkegaaard, Baudelaire, Nietzsche, Huxley, Eliot, Pound, Eliade),  fino a Paneuropa, Galimberti, Weil, e allo studio della reale meccanica con cui è nata l’integrazione postbellica (l’American Committee for the United Europe,ACUE; la Dichiarazione Schuman scritta in realtà da Monnet; il ruolo di Mitrany, di Acheson….…). D’altra parte, anche il Partito Indiano del Congresso era stato fondato dagl’ Inglesi.

Il Movimento Europeo, che, al di là della storia, nutre la sacrosanta pretesa d’ incarnare la volontà di unità degli Europei, vorrebbe ora forse finalmente assumere quel ruolo propulsivo che da sempre gli sarebbe spettato: ”un vasto movimento di opinione ben al di là dell’ associazionismo europeista, una alleanza di innovatori che nasca dal mondo dell’economia e del lavoro, della cultura e della ricerca, delle organizzazioni giovanili e del volontariato coinvolgendo tutti coloro che vivono l’utilità dell’ integrazione europea e pagano le conseguenze dei costi della non-europa in vista di una fase costituente che dovrà evitare il rischio di una ‘grigia conclusione’ della Conferenza sul futuro dell’ Europa e aprire la strada ad una Comunità federale.”.

Tutto ciò è riassunto nell’Editoriale. Ci permettiamo qui d’interpretare  i suoi propositi in senso estensivo. Quindi:

-collegarsi con gl’intellettuali europeisti per fondare una Weltanschauung alternativa alla tecnocrazia americana imperante (l’”operazione verità”);

-dibattere “con chi ci sta” strategie atte ad accelerare l’unità dell’Europa entro i tempi strettissimi imposti dalla transizione digitale e dall’evoluzione istituzionale in USA e in Cina (in contemporanea con l’iter parlamentare dell’Endless Frontier Act americano,  l’analisi dei pericoli della “Singularity”; prima dell’ estate, una valutazione complessiva di ciò che sta veramente accadendo in  Europa; entro il 2022 , un piano  per la prosecuzione della Conferenza; entro il 2023, un progetto di  revisione dei Trattati; prima delle Elezioni Europee, la ridiscussione degli assetti di sicurezza del Continente ; entro il 2035,termine per l’attuazione dell’Endless Frontier Act, il dialogo con gli altri Stati continentali sul futuro delle tecnologie; entro il 2049, centenario della RPC, la costruzione di una federazione mondiale tecno-umanistica e pluralistica, secondo quanto ipotizzato per esempio da Coudenhove Kalergi);

-parlare direttamente ai cittadini per pretendere, anche dalle piazze, l’avvio di una siffatta azione europea proattiva da parte di Istituzioni, Stati e partiti, in alternativa alla “grigia conclusione” della Conferenza, di cui ha parlato Mattarella, e che, a cinque mesi dalla scadenza, è già sotto gli occhi di tutti.

Come giustamente affermato dall’Editoriale, il compito immediato è quello di creare “un vasto movimento di opinione ben al di là dell’ associazionismo europeista, una alleanza di innovatori”.

Chi ha da proporre idee a questo proposito ci scriva a questo indirizzo:

 info@alpinasrl.com

LO STATO, COMITATO D’AFFARI  DEI GAFAM?

Il Parlamento Europeo ha approvato il “Digital Services Act” mentre i GAFAM  colonizzano la politica occidentale

Il Services Act, una normativa europea che dovrebbe rappresentare la pietra miliare nel modo in cui i giganti di Internet saranno regolamentati in Europa e forniranno maggiore sicurezza agli utenti, è stato approvato dal Parlamento Europeo, che avvierà così i negoziati con gli Stati membri e la Commissione. Le aziende Big Tech hanno condotto una lunga ed aspra campagna per annacquare la proposta, e crediamo che, come al solito, ci siano riuscite brillantemente. Infatti, lo scenario mondiale attuale è dominato dalla lotta fra i GAFAM e la Cina per il controllo della nuova società delle macchine intelligenti. In questo contesto, il Governo americano, e ancor più l’Unione Europea, fanno solo la figura di comparse, spesso conniventi, se non corrotte.

Per questo motivo, non possiamo essere d’accordo con l’assunto di base del libro di Paolo Guerrieri , “Partita a tre”, che si riferisce a una presunta competizione per l’egemonia tecnologica (e quindi globale), fra Cina, USA ed Europa. La vera partita è, come si vedrà, fra la PCC e i GAFAM. Semmai, un ruolo occulto potrebbe essere giocato da Russia, Israele e India, che però (potendoselo permettere, perché sono indipendenti) non mostrano a oggi le loro carte, riservandosi di giocarle in un secondo momento.

L’idea alla base del Service Act è che ciò che è illegale nel mondo reale, dovrebbe esserlo anche nel mondo online. Idea a nostro avviso totalmente sbagliata, perché parte dal presupposto che l’ICT sia un semplice strumento per eseguire le varie attività umane (pensiero, cultura, calcolo, comunicazione, politica, business, strategia). Invece, l’ICT è una universo alternativo al “mondo vero” (un “multiverso”).

La nuova legge riguarderà ai GAFAM: la legge si applicherà infatti anche alle società con sede al di fuori dell’Unione, se forniranno servizi nel mercato unico (ma come sarà possibile impedire che continuino i loro abusi, visto che sono in America e sostenuti dagli USA?). Soprattutto l’aspettativa dei legislatori, che questa normativa permetta la nascita di “new entrants”,in particolare europei, è assolutamente immotivata. Basta guardare come è andata a finire con GAIA-X, che fino dall’ inizio è stata dominata dai GAFAM (cfr. precedente post), e, molto prima, con la Olivetti. Ma, soprattutto, come si vedrà qui di seguito, tutti gli organi preposti alla regolamentazione dell’ecosistema digitale e alla sua implementazione sono sostanzialmente infeudati ai GAFAM, e ne favoriscono l’espansione, menttre boicottano i “new entrants” europei.

Ora il Parlamento Europeo dovrebbe iniziare i colloqui sul Service Act sia con il Consiglio europeo che con la Commissione, e lì la lobby dei GAFAM si farà certamente sentire. La Francia, che attualmente detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione, vuole completare l’opera prima della scadenza del suo mandato a luglio; tuttavia molti esperti affermano che ciò è altamente improbabile. Infatti (come descritto in un post precedente),  la Francia è infeudata ai GAFAM  almeno quanto l’ Italia.

Una volta conclusi i colloqui, gli eurodeputati dovranno votare l’accordo finale, dopodiché la legislazione dovrà essere applicata dagli Stati membri.

Bill Gates investe
nel Big Pharm

1.I  veri padroni sono i GAFAM

Contemporaneamente allo sviluppo delle iniziative legislative europee, si è scatenata più che mai l’offensiva lobbistica dei GAFAM, tanto negli Stati Uniti, quanto nell’ Unione, quanto, infine,  negli Stati Membri, volta a subordinare completamente la politica al progetto postumanistico dell’ industria digitale americana.

Il Senato americano ha approvato lo Advancing American AI Innovation Act e l’Endless Frontier Act (the U.S. Innovation and Competition Act),i massimi esempi d’ interventismo industriale nella storia americana, riformando la National Science Foundation, assegnandole decine di miliardi di dollari fra il 2022 e il 2026, e creando un Directorate for Technology and Innovation con l’obiettivo di “porre le basi di un altro secolo di egemonia americana.

Non per nulla questa legge è il risultato dell’ impegno di una vita di Eric Schmidt, che,già nel suo libro “The New Digital Age” (2003) aveva scritto che Google avrebbe sostituito la Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo. Infatti, la nuova legislazione, oltre ad essere il risultato dei lavorio dela commissione NSCAI del Parlamento, presieduta dallo stesso Schmidt, è anche sostenuta finanziariamente dallo Eric & Wendy Schmidt Fund for Strategic Innovation, una ONG a controllo familiare, parallela a quelle di Gates e di Jack Ma.  Eric Schmidt era stato Amministrazione delegato di Alphabet (Google), poi presidente del comitato NSCAI e del Pentagon’s Defense Innovation Board, scrivendo i “DOD’s ethical principles for AI. Come si vede, un “complesso informatico-militare” tutto fatto in casa da poche famiglie onnipotenti.

Schmidt si ispira al Rockefeller Special Studies Project del 1956, lanciato da Nelson A. Rockefeller, nipote John D. Rockefeller Sr., cofondatore della Standard Oil, guarda caso, un monopolio però  dissolto dall’ Antitrust cent’anni fa (cosa che oggi nessuno vuole più fare).

Il senso della nuova legislazione è stato ben sintetizzato dal senatore Schumer, che ha affermato. “credo che questa legge permetterà agli Stati Uniti di innovare, produrre e mettere fuori combattimento la concorrenza del mondo intero nelle industrie del futuro”.Come si vede, non solo la Cina, bensì “il resto del mondo.”L’Europa è avvertita.

Zuckerberg spadroneggia in tutti i continenti

2. L’Europa colonizzata da META (alias Facebook)

Come scrive Federica Bianchi su “La Repubblica” della domenica, “Quando quasi due anni fa Aura Salla, la giovane politica finlandese consigliera della Commissione Europea su materie come la sicurezza informatica, le minacce ibride e l’interferenza nelle elezioni, annunciò su Twitter le sue dimissioni per diventare la responsabile esterna delle relazioni  di Facebook in Europa, divenne chiaro come il colosso tecnologico americano fosse determinato a provarle tutte  per stroncare qualsiasi tentativo di limitare la sua influenza nella vita politica ed economica del Vecchio Continente.”

Alexandra Geese, eurodeputata verde che ha partecipato alla stesura del Service Act, ha dichiarato: “E’ ben lontana da quella che avrebbe potuto essere a causa dell’ impatto enorme delle lobby su liberali e popolari”.“Almeno 14 dei principali think tank di Bruxelles, hanno scoperto i ricercatori di Corporate Europe Observatory, prendono soldi da Big Tech, inclusa Facebook, e redigono rapporti che sembrano obiettivi ma che accomodano le posizioni dell’ industria, da Ceps a Bruegel, a Friends of Europe” Tutte insieme, le 612 società tecnologiche e le loro associazioni di categoria investono oltre 97 milioni l’anno e 452 lobbisti per portare i legislatori dalla loro parte.

A loro volta, Vittorio Malegatti e Carlo Tecce relazionano, sempre su La Repubblica della domenica,  sulla colonizzazione, da parte di Facebook (Meta) del mondo politico italiano, attraverso Binario F e la Fondazione Italiana di Tecnologia, con il coinvolgimento del fior fiore del mondo  politico italiano.

Questa colonizzazione dell’ “establishment” italiano da parte di Big Tech trova riscontro anche nell’ atteggiamento dei giornali padronali nei confronti dei tentativi dell’ Antitrust americano di tornare all’ ispirazione tradizionale dello Sherman Act. Alla faccia del tradizionale atteggiamento pro libera concorrenza, Mario Platero echeggia la retorica delle Big Tech, secondo cui un’applicazione dell’antitrust americano (quale sembrerebbe favorita da vari collaboratori di Biden (come Khan, Wu e Kanter) va scartata perché favorirebbe la concorrenza cinese. Il fatto che Khan e Wu, oltre ad essere molto giovani, appartengano alle minoranze pachistana e cinese, non li aiuterà certo ad applicare rigorosamente la normativa antitrust.

I guru cinesi debbono sottostare alla politica
e al diritto

3.La Cina prende il sopravvento nella legislazione sul digitale.

L’affermazione che l’applicazione coerente della legislazione antitrust americana favorirebbe la concorrenza cinese  non potrebbe essere più discutibile, perché, come vedremo in seguito, il recente cosiddetto “crackdown” del Governo cinese sui BATX dimostra che la Cina crede invece che la concorrenza fra i BATX stessi incrementi, non già indebolisca, la forza strategica del Paese, perché pone in essere nel Paese una realtà di effettivo controllo del diritto sulle multinazionali del web nell’ interesse dei cittadini (oltre che dello Stato), che a lungo termine costituirà il “golden Standard” della legislazione digitale a livello mondiale (cfr. infra). Rovesciando così gli stereotipi occidentali e le presuntuose pretese della UE.

Infatti, in netto contrasto con la situazione di stallo legislativo in America e in Europa, la Cina ha realizzato, nel corso del 2020 e 2021, un impressionante “tour de force normativo”, che l’ha portata ad essere il Paese dove i principi della libera concorrenza e della privacy nel settore high tech, enunziati in America e conclamati in Europa, si sono finalmente realizzati. Essi non si possono invece realizzare in Paesi, come i nostri, dove le norme giuridiche vengono adottate più per esigenze propagandistiche che non con la reale intenzione di applicarle. Basti leggere l’art. 11 della Costituzione sul ripudio della guerra, i principi costituzionali di libertà di pensiero, di espressione, di associazione, di non discriminazione, il divieto dei monopoli e quello di discriminazione, il diritto al lavoro, la partecipazione dei lavoratori,  la legislazione speciale contro la mafia…Le norme che colpiscono i GAFAM, e, più in generale, il complesso informatico-digitale americano, vengono anch’esse tacitamente insabbiate, in modo che i GAFAM possano completare indisturbati la loro opera di controllo  e distruzione delle nostre società.

Baidu ha spodestato Google

4.Lo sviluppo dell’ecosistema digitale cinese.

Ricordiamo intanto che lo sviluppo di un completo e complesso ecosistema digitale cinese, di dimensioni pari a quello occidentale, è recentissimo.

Esso ha avuto luogo a partire da esperienze dei fondatori dei BATX (piattaforme cinesi) con imprese americane. Ad esempio,nel  1994, Robin Li (Li Yanhong) era stato assunto dalla IDD Information Services,  divisione del New Jersey della Dow Jones,  per sviluppare un software per l’edizione online del  The Wall Street Journal, realizzando l’algoritmo  RankDex ed ottenendo un brevetto americano anteriore al PageRank di Google. Li utilizzò poi RankDex per la sua Baidu, una piattaforma cinese corrispondente a Google.  Baidu  era stata fondata nel 2000, dallo stesso Li e da Eric Xu, e era stata quotata nel 2005 a Wall Street.

Il  28 giugno 1999, Jack Ma  aveva fondato, nel suo appartamento di  Hangzhou,Alibaba.com,  ottenendo un finanziamento di   25 milioni di dollari  da Goldman Sachs e  da SoftBank. Quando eBay  aveva annunziato  i suoi piani di espansione in  Cina  nel 2003, Ma, considerandola  un concorrente straniero,  aveva respinto l’offerta per la controllata Taobao, che,successivamente, avrebbe costretto la stessa  eBay ad uscire dal mercato cinese. Poi, Alibaba aveva acquistato il  40% delle azioni di Yahoo!.

Nel 2013, Baidu  aveva lanciato l’ app “Personal Assistant”, e, nel 2014,  aveva nominato Andrew Ng  direttore tecnico a Pechino e nella Silicon Valley.

Nel 2017, Baidu aveva annunziato il lancio  del Progetto Apollo per veicoli autonomi, in  partnership con le tedesche Continental e Bosch. Nello stesso anno, Baidu  aveva creato il suo traduttore portatile, e Jack Ma,  aveva annunziato le proprie dimissioni per dedicarsi, come Bill Gates, Eric Schmidt e Marc Zuckerberg,  alla  “filantropia”.

La crisi ucraina è circondata
dalla cyberguerra

5.I più recenti sviluppi normativi

Nella tabella qui di seguito sono sintetizzate le principali tappe della cosiddetta “stretta” del Governo cinese sui monopoli digitali nazionali, per riportarli a sani principi di concorrenza e di rispetto della “privacy” dei cittadini:

3/11/2020Sospensione dell’IPO del Gruppo Ant
7/2/2021nuove direttive antitrust per l’High Tech
10/4/2021Multa di 2,8 milioni di dollari contro Alibaba per comportamenti Monopolistici
12/4/2021Il gruppo Ant viene ristrutturato secondo i principi delle società finanziarie
4/7/2021Divieto al gruppo Didi di gestire app stores
10/7/2021Proposta dell’obbligo dell’ approvazione di banca e borsa per le piattaforme con più di un milione di utenti per potersi quotare all’ estero
30/8/2021Divieto per i bambini di giocare online per più di tre ore alla settimana
1/11/2021Entrata in vigore della Legge sulla sicurezza dei dati e della Legge sui dati personali
  

La Legge sulla Sicurezza dei Dati classifica i dati stessi secondo il loro impatto potenziale sulla sicurezza nazionale(europea), e disciplina l’immagazzinamento e il loro trasferimento a seconda del loro livello di segretezza. Essa costituisce la risposta della Cina al Clarifying Lawful Overseas  Use of Data Act (CLOUD Act) che dà alle autorità americane il diritto di obbligare le imprese soggette alla legge americana a produrre dei dati di qualunque provenienza, ovunque essi siano immagazzinati.

La Legge sulla Sicurezza dei Dati si applica essenzialmente ai “Dati Fondamentali”, che sono quelli che riguardano la sicurezza nazionale ed economica, il benessere dei cittadini o rilevanti interessi pubblici. E’ vietato rendere accessibili ad autorità estere dati senza la previa autorizzazione delle autorità cinesi. Qualcosa di simile alle due Sentenze Schrems, con la differenza che queste ultime sono completamente disattese dalle autorità europee. La Legge sulla Protezione dei Dati Personali è infatti ricalcata sul GDPR dell’ Unione Europea, con la differenza che, siccome l’industria informatica cinese (contrariamente a quella europea) è quasi integralmente nazionale, il controllo azionario, la sede operativa, i server e il management sono tutti sotto il controllo di fatto delle autorità cinesi. Ciò è confermato dal cosiddetto “crackdown”, che altro non è stato che l’applicazione puntuale di un pacchetto nuove leggi su banca e borsa, tutela del lavoro, sicurezza delle reti, antitrust, fiscale e di tutela dei consumatori, simili a quelle europee, ma realisticamente attuabili proprio grazie al carattere nazionale dell’ intero ecosistema digitale, che lo rende coercibile. D’altronde, alcune delle norme violate riguardavano precisamente la violazione del principio del controllo nazionale.

Ora, il valore dell’economia digitale in Cina è pari al 35-40% del PIL cinese, e più di metà di quella mondiale, sicché ciò che accade nel cyberspazio cinese si riverbera automaticamente nel resto del mondo, anche a dispetto dei GAFAM

Queste considerazioni dovrebbero fare riflettere:

-sull’impossibilità di imporre alla Cina politiche diverse in queste materie, ed anzi sulla probabilità che, per tutelare almeno un minimo gli Europei, dovremo ispirarci noi alle loro leggi;

-sulla conseguente impossibilità di presentare l’Unione Europea come standard normativo mondiale in materia digitale, avendo la Cina, non soltanto copiato le nostre normative, ma anche realizzato norme dello stesso tipo, più efficaci e coercibili a causa del controllo  nazionale sull’ ecosistema;

-sulla necessità di riconoscere che la Cina è una forma di Stato di diritto di livello sovrannazionale (è grande 4 volte l’Unione Europea), e che, proprio per le sue dimensioni, riesce a tutelare, nell’ era delle Macchine Intelligenti,  i beni giuridici in generale perseguiti in Europa, ma in un modo più efficace e trasparente;

-che, al contrario, sono gli Stati Uniti che stanno  adottando quelle politiche ch’essi da sempre attribuiscono ai loro avversari: militarizzazione dell’ economia, statalismo, protezionismo, egemonismo (in particolare nei confronti dell’ Europa, che, in questa prospettiva, è praticamente inesistente).

In questa situazione di conflittualità sempre crescente, cresce di giorno in giorno il rischio che l’ICT sfugga al controllo umano. In particolare, che, come aveva profetizzato De Landa (in “La guerra nell’ era delle Macchine Intelligenti”), una guerra digitale possa risultare il momento scatenante della presa di controllo, da parte delle macchine, sull’ uomo.

Ricordiamoci che ciò stava già per avvenire nel 1983, quando il nuovo sistema di allarme digitale sovietico, OKO, stava già per scatenare la 3° Guerra Mondiale per un errore di avvistamento, venendo bloccato all’ ultimo momento dal maggiore Petrov.

La dichiarazione congiunta firmata a Pechino dai Presidenti Putin Xi Jinping afferma: “Le parti confermano la loro disponibilità ad approfondire la collaborazione nell’area della sicurezza informatica internazionale e a contribuire alla creazione di un ambiente digitale aperto, sicuro, sostenibile ed accessibile…salutano con favore la messa in opera di un processo globale di negoziati sulla sicurezza informatica internazionale e sostengono in questo contesto l’attività del Gruppo di Lavoro permanente delle Nazioni Unite sulla sicurezza e nell’uso delle tecnologie dell’ informazione e della comunicazione..Le parti ritengono che l’ Iniziativa Globale sulla Sicurezza dei Dati, proposta dalla Cina e sostenuta, in linea di principio, dalla Russia, fornisca una base per la discussione, da parte del Gruppo di Lavoro, e per elaborare delle risposte alle minacce alla sicurezza dei dati be altre minacce alla sicurezza internazionale dei dati.”

La Guerra di Trìoia alle radici
dell’ Identità Europea

6.I classici contro il metaverso

In questo contesto, degli spunti rilevanti ci vengono offerti dal libro di Giorgio Ficara, Classici in cammino, il quale ripropone i classici quali modello culturale alternativo alla “fine della Storia” tecnologica proposta dai GAFAM (l’”uso contundente dei classici”), e dal non lontano “Il Continente Epico” di Nicholas Jubber, che ci invita a rileggere i poemi epici: “Queste storie sono le colonne portanti su cui si regge l’ Europa, e resteranno in piedi fino alla fine, ammonendo e allettando, come divinità permalose le cui intime intenzioni rimangono ignote ai comuni mortali.”

In ambo i casi, si tratta di mobilitare le tradizioni culturali dell’ Europa per compiere un’operazione diversa da tutte quelle tentate fino ad ora.

Il Digitale, e soprattutto l’Intelligenza Arificiale, costituiscono infatti l’ultimo avatar di una tendenza culturale di lungo periodo e di direzione opposta, che, partendo dal nichilismo, dall’emanatismo e dai messianismi, attraversa la cultura medievale e moderna (l’”Intelletto Attivo”, lo “Spirito Assoluto”, il “General Intellect”), per giungere al cosmismo (la “Filosofia dell’ Opera Comune” di Fiodorov,) al totalitarismo (l’Uomo Nuovo, il PRoletKu’t, la Mistica Fascista), e sfociare nell’Ideologia Californiana e nel Postumanesimo.

Si tratta di una forma di presa del potere della tecnica, ma preparata e indotta dall’omologazione culturale prodotta dal puritanesimo e dalla società di massa, che si sono innestate su quelle premesse culturali. Gli obiettivi dell’ umanità futura enunziati dai guru dell’ informatica   si confondono in un’unica distopia nichilistica, che corre senza freni verso l’eterogenesi dei fini: abolizione del male, onnipotenza umana, quasi-eternità, abolizione delle differenze. Per questo, quando la cultura “mainstream” e i politici dell’“establishment” sostengono che occorre porre l’uomo al centro della società digitalizzata, essi non stanno affatto  proponendo  dei contrappesi all’ omologazione tecnocratica, bensì la sua intensificazione :a ncora maggiore libertà ai GAFAM contro gli Stati e le loro leggi; ancora nuovi strumenti tecnologici (come il Metaverso) mirati deliberatamente contro il principio di realtà e/o contro l’autonomia individuale (Alexa, Decidim).

Noi dobbiamo invece proporre modelli d’intervento pubblico che vadano in controtendenza.Sostanzialmente, i classici “ci mostrano tangibilmente – direi plasticamente- che una vita in cui esiste il caso, l’avventura, il conflitto, perfino la noia (ogni tanto), il rischio di contagio, la precarietà di ogni conquista, la possibilità di fallire o di perdersi, la disperazione (capace di convertirsi in felicità), il disordine, risulta assai più avvincente della vita illimitatamente manipolabile immaginata dai filantropi della Silicon Valley”. (Filippo La Pota, La Repubblica).

Mancano tuttavia le necessarie ulteriori elaborazioni sul tema, come per esempio tutto ciò che i classici ci insegnano sulla Paideia (Senofonte), sulla lotta contro il nichilismo (Mefistofele, Zarathustra),  sul culto dei morti e degli eroi (Foscolo, Carlyle), come pure la necessità d’inglobare, nel nostro “canone”, Gilgamesh, il Bhagavad Gita e i Classici Confuciani.

Occorrerebbe coltivare tutto un universo di studi su questi temi, nonché stimolare la nascita di nuovi classici.Questo sarebbe il vero compito (assolutamente ignorato) dell’ Europa!