18 Ottobre 2021 14,30-17,00

Collegamento con la riunione dei responsabili del Movimento Europeo dell’ Europa Meridionale su Conferenza sul Futuro dell’ Europa

https://zoom.us/j/91957152382?pwd=VzIxNDFQYWxQKzg1aGNyVkRUUnhYZz09

“Sharing European Union, for a future-challenges-proof restart”

Meeting of the National Councils of the European Movement International in Italy, Portugal, Spain, France, Malta, Greece, Cyprus and Croatia on the future of Europe

Rome, 18-19 October 2021

Venue: Hotel Pace Helvezia

Via IV Novembre, 104 / +39 06 679 5105

Working Language: English and French with no translation

Monday, 18 October 2021

  Opening 14:30-15:00  Pier Virgilio Dastoli, President of EM-ITEva Maydell (Paunova), President of IEM and MEP (video)Antonio Parenti, Head of European Commission Representation in ItalyCarlo Corazza, Head of Office European Parliament in ItalyBenedetto Della Vedova, Secretary of State
  15:00-17:00 (First Session)  THE CONFERENCE ON THE FUTURE OF EUROPE   Moderator: Nicoletta Parisi, EM-IT Introductions by Yves Bertoncini, President EM-FR and Francisco Aldecoa Luzárraga, President EM-ES (members of the Conference)Vincenzo Amendola, Secretary of State (TBC)Ferdinando Nelli Feroci, President of the Italian scientific Committee on the Conference and of IAILara Lanzarini, Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation (TBC)Brando Benifei, MEP and Vice- President IEMLuca Visentini, Secretary General ETUC – European Trade Union ConfederationLia Quartapelle, Chamber of Deputies (TBC)

ORE 16,45: DIBATTITO

Pier Virgilio Dastoli, Presidente del Movimento Europeo in Italia
 
  ..…
 

UNA STRATEGIA EUROPEA PER LE PMI DI NUOVA GENERAZIONE

Cantieri d’Europa

Alpina Dialexis, Movimento Europeo, CNA, con il patrocinio della Commissione Europea

IN COLLABORAZIONE CON LA CONFEDERAZIONE NAZIONALE DELL’ ARTIGIANATO

SALONE OFF 

Sabato 16 ottobre 2021 ore 10:30 – 12:30

Biblioteca Ginzburg

Via Lombroso 9 Torino

Collegamento Online (Zoom):

https://zoom.us/j/93318223851?pwd=OUJnYWFBQkdsM0N3T091N2J3UERhdz09

Quale futuro e quali le sfide per la sostenibilità del sistema manifatturiero

Nel 2020 la Commissione Europea il 10  marzo 2020 ha promosso la “strategia europea PMI” ma non ha modificato nella sostanza nonostante gli effetti disastrosi della pandemia sul tessuto economico e sociale  e nonostante la Risoluzione del Parlamento Europeo e quella del Comitato Economico e Sociale che richiedevano una nuova stagione di politiche a misura di PMI e maggiore determinazione nell’analisi del loro impatto,  visti  anche i nuovi equilibri e la situazione globale nell’affrontare la crisi sanitaria.

Il Governo Francese sarà protagonista del  programma del Semestre di Presidenza di  Turno UE nel 2022,  1° Gennaio-30 giugno 2022 mentre si fa strada sul piano europeo la proposta  di  un piano decennale d’investimenti per una politica industriale europea: un piano altamente necessario visto che i maggiori concorrenti internazionali dell’ Europa stanno approntando singoli piani per il periodo 2025-2045, mentre il Recovery Plan/Next Generation , essendo esso una rielaborazione del Quadro Pluriennale 2021-2027, per la sua natura storicamente delimitata,  non sarebbe  idoneo a generare una comparabile politica proattiva a medio termine.

La Tavola rotonda, che coinvolgerà le imprese di settore delle PMI e dell’artigianato italiane ed europee, Rappresentanti della Commissione Europea e del Parlamento Europeo, Autorità, si articolerà su tre temi della massima attualità:

– le priorità per il rilancio produttivo dell’UE pluriennale europea in vista della Presidenza di turno dell’UE;

– le strategie UE per le piccole e medie imprese;

– le sfide per il sistema manifatturiero del Piemonte, in discussione fra Autorità europee, nazionali e locali.

Modera i lavori: CNA Torino Alessio Stefanoni 

Saluto del Presidente di Alpina/Diàlexis, Riccardo Lala

Interventi:

Guido Bolatto, Segretario Generale Camera di Commercio di Torino

Rappresentante Commissione Europea, rappresentante di policy DG GROW

Antonio Franceschini,     CNA Federmoda

Mirko Ferraro, Rappresentante CNA Produzione

Rappresentante U2P, SMEunited (Francese  , traduzione successiva

Rappresentante del Parlamento Europeo

Panagiotis Gkofas, Comitato Economico e Sociale Europeo (Inglese, con traduzione successiva)

Pier Virgilio Dastoli,          Presidente Movimento Europeo in Italia

Conclude: 

Presidenza del Consiglio dei Ministri  Dpt Politiche Europee Dir. Gen. le Prof. Francesco Tufarelli    

CREDENZIALI PER SALONE DEL LIBRO

per CANTIERI D’ EUROPA

Trasmettiamo qui di seguito le credenziali zoom per ciascuna delle 5 manifestazioni dei Cantieri d’ Europa.

Esse si svolgeranno tutte in presenza e online.

Per entrare in ciascuna manifestazione, è sufficiente cliccare sul link o incollare le credenziali della specifica manifestazione nella barra di ricerca del proprio brouser.

CREDENZIALI PER ACCEDERE ALLA MANIFESTAZIONI DEI CANTIERI D’EUROPA IN MODALITA’ ZOOM

conferenza stampa 14 ott 2021 10:00 AM

Sala Rossa Biblioteca Ginzburg

Via Lombroso 19

Entra nella riunione in Zoom

https://zoom.us/j/93500636795?pwd=YlM3V3krWm9kNnA2V0Z3aFE0WlQ3UT09

(ID riunione: 935 0063 6795;Passcode: 355174)

Nuove tecnologie

Ora: 15 ott 2021

Sala Argento Padiglione 3

Entra nella riunione in Zoom

https://zoom.us/j/98581759299?pwd=K3BIcUFubTNIUFRaNGd3S1E5Ym41UT09

(ID riunione: 985 8175 9299;Passcode: 224860)

Strategia industriale europea

Ora: 16 ott 2021 10:30

Sala Rossa Biblioteca Ginzburg Via Lombroso 19

Entra nella riunione in Zoom

https://zoom.us/j/93318223851?pwd=OUJnYWFBQkdsM0N3T091N2J3UERhdz09

(ID riunione: 933 1822 3851;Passcode: 254965)

Collegamento con Roma: Conferenza sul futuro dell’ europa

Ora: 18 ott 2021 02:30 P.M.

Entra nella riunione in Zoom

https://zoom.us/j/91957152382?pwd=VzIxNDFQYWxQKzg1aGNyVkRUUnhYZz09

(ID riunione: 919 5715 2382;Passcode: 270104)

Presentazione della rivista “la Società”

Ora: 18 ott 2021 05:00 PM

Entra nella riunione in Zoom

https://zoom.us/j/96685550666?pwd=SEltVlJyUmppNlhCN0VmTzhnK3hRUT09

(ID riunione: 966 8555 0666;Passcode: 071318)

Venerdì 15, ore 20, Sala Argento, Padiglione 3 SALONE DEL LIBRO: CANTIERI D’EUROPA 2021

Dialexis Movimento Europeo

Con il patrocinio della Commissione Europea

“Conferenza sul Futuro dell’Europa”

LE NUOVE TECNOLOGIE : SUPERARE LO STALLO

L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, European Technology Agency

con

con

Mojca Bozic, Vittorio Calaprice, Marcello Croce, Ferrante Debenedictis, Virgilio Dastoli, Markus Krienke, Riccardo Lala,  Nicoletta Parisi,  Roberto Saracco e Vitaliano Alessio Stefanoni

I computer quantici: nuova frontiera del digitale

In collaborazione con ALPINAAssociazione Culturale Diàlexis, Movimento Europeo e CNA e con il

Presentazione dei libri:Markus Krienke, L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, Alpina, Torino, 2021;Riccardo Lala, European Technology Agency , Alpina, Torino, 2020 

La storia della Modernità s’identifica con quella delle tecnologie: dall’ importazione di quelle orientali (occhiali, bussola, carta, moneta, stampa, polvere da sparo, armi da fuoco) nell’ era delle grandi esplorazioni, all’avvio delle prime  produzioni automatizzate, come quelle con il telaio Jacquard che originarono le  agitazioni luddiste, fino al motore  a vapore, che permise di accelerare la creazione delle nazioni europee e degl’imperi coloniali, e al motore a scoppio, che fu alla base delle due guerre mondiali, fino alla nascita della cibernetica dalla guerra sottomarina nel nord-atlantico, all’ industria nucleare partita dal Progetto Manhattan, e alla corsa allo spazio partita dal cosmismo russo e proseguita con la cibernetica americana, all’ ideologia californiana nata dalla contestazione studentesca e sviluppatasi grazie ai social network, per passare all’attuale equilibrio del terrore (“MAD”) basato sul controllo digitale delle armi nucleari, fino all’influenza  che il digitale ha sulla politica (Wikileaks, Cambridge Analytica, Fake News) e alle guerre tecnologiche in corso fra USA e Cina.

Per questo Alpina Diàlexis ha dedicato fin dall’ inizio un’estrema attenzione alle politiche digitali dell’Unione Europea e dell’ Italia, con parecchi libri, per lo più opere collettive, che si sono ora arricchiti di due opere di studio analitico della situazione esistente e di proposte analitiche per superare lo stallo esistente, che richiede, a nostro avviso, un’azione di emergenza, non già misure di ordinaria amministrazione:

-Markus Krienke (a cura di),L’Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale;

-Riccardo Lala, European Technology Agency,

che presentiamo in questa serata.

Come si vedrà, queste due opere adottano  un approccio molto critico nei confronti della situazione esistente, caratterizzata da una gravissima arretratezza dell’ ecosistema europeo rispetto a quelli  americano e cinese, e dall’assenza  di quella Sovranità Strategica Digitale Europea pur invocata dalle politiche europee.

Carro da guerra dei primi Indoeuropei:la tecnologia non è così moderna!

1.Il ruolo delle nuove tecnologie nell’ Unione

Nell’ Unione Europea il ruolo centrale delle nuove tecnologie è stato gradualmente, anche se tardivamente, riconosciuto, grazie anche alle esperienze negative di Echelon e Wikileaks, Prism, e all’ attuale rincorsa al digitale fra USA e Cina (Made in China 2025, NSCAI Report, China Standards 2030, caso Huawei,e, attualmente, il  Transatlantic Technology Council).

Questa crescente attenzione  aveva dato origine fin dal 2001 alla commissione d’ indagine del Parlamento Europeo su Echelon e, fin dal  2008, al “GDPR”, un regolamento europeo con il quale per la prima volta si erano affermati alcuni  dei diritti dei cittadini in rete. Intorno  al GDPR, l’Unione aveva costruito da allora una panoplia di altri documenti e politiche, che essa  vanta come una delle sue principali conquiste. Il 19 febbraio 2020, la Commissione aveva presentato un pacchetto di proposte per promuovere e sostenere la transizione digitale, che comprendeva la comunicazione- quadro in materia “Plasmare il futuro digitale dell’Europa”, la comunicazione sulla Strategia europea per i dati e il Libro Bianco sull’Intelligenza Artificiale. La comunicazione-quadro contemplava iniziative in ogni settore, dal potenziamento della connettività e del rapporto tra cittadini e pubbliche amministrazioni, a nuove misure per il sistema delle imprese e per potenziare le competenze digitali degli europei. La strategia per i dati proponeva la creazione di un cloud europeo per competere a livello internazionale nei big data (realizzato poi con GAIA-X) e il Libro bianco indicava strumenti e orientamenti per rendere accessibile l’Intelligenza Artificiale alle industrie, ma anche alle PMI e alla Pubblica Amministrazione. L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni europee era di assicurare all’UE la sovranità digitale, attraverso lo sviluppo di tecnologie e infrastrutture, reti e capacità digitali europee per ridurre la dipendenza nella fornitura di tecnologie da paesi extra europei e recuperare il ritardo che separava, e ancora separa, l’Europa da competitor come Stati Uniti e Cina

Lo studente Schrems ha fatto causa alla Facebook che aveva raccolto su di lui una trentina di pagine di dati a lui relativi: le sentenze a dsuo favore sono tuttora inattuate

2.I limiti del GDPR

E, in effetti, il GDPR è stato imitato da alcuni legislatori extraeuropei, come quello indiano e quelli di alcuni Stati degli USA. Soprattutto,  fra  20 giorni entrerà in vigore il GDPR cinese. Per questo, la Commissione si autodefinisce “Trendsetter of the Global Debate”. L’unico Paese che si rifiuta di tutelare i diritti di privacy dei cittadini, facendo prevalere quelli dei servizi segreti e della polizia, sono gli Stati Uniti.

Ciò che è paradossale è che, proprio per via di questa particolarità della legislazione americana, anche in Europa il GDPR risulta   sostanzialmente disapplicato. Né l’ Europa, né gli USA, hanno finora tentato seriamente di rimediare a questo grave vulnus allo Stato di diritto. Infatti, il GDPR si applica di fatto esclusivamente alle attività dei GAFAM, vale a dire Google,Apple,  Facebook, Amazon e Microsoft, perché questi hanno il monopolio delle attività digitali in Occidente. Purtroppo, esse sono imprese americane, che, come tali, sono soggette, per via della sua pretesa applicabilità extraterritoriale, alla completamente diversa legislazione americana (fra gli altri, il Patriot Act e il CLOUD Act, quest’ultimo adottato proprio per neutralizzare il GDPR), che invece impone alle imprese della rete di rendere accessibili i dati degli utenti alle 16 agenzie americane di intelligence (che, di fatto, già ora li usano senza problemi, come illustrato da Snowden, dalle due sentenze Schrems della Corte di Giustizia e dalle risoluzioni dello European Data Protection Board).

L’EDPB ha denunziato la dipendenza rtottale delle Istituzioni da Microsoft

3.L’arretratezza digitale della UE

Secondo la Commissione Europea, il settore digitale nel suo complesso contribuisce al PIL dell’UE per l’1,7%, a quello della Cina per il 2,2% e a quello degli USA per il 3,3% (Commissione Europea, DG Ricerca e innovazione, 2018 – Si noti che la Commissione, per riuscire a redigere  questa sua relazione, aveva dovuto fare ricorso a una società di consulenza americana, la McKinsey).

Ulteriori ricerche stimano che la dimensione dell’economia digitale possa variare dal 4,5 al 15,5 per cento del PIL mondiale a seconda degli indicatori considerati. L’economia digitale appare trainata da Stati Uniti e Cina, che rappresentano da soli il 75% di tutti i brevetti relativi alle tecnologie blockchain, il 50% della spesa globale per l’Internet of Things e oltre il 75% del mercato mondiale per il cloud computing pubblico. Stati Uniti e Cina detengono anche il 90% del valore di capitalizzazione di mercato delle 70 maggiori piattaforme digitali del mondo a fronte di una quota del 4% in Europa e dell’1% in Africa e America Latina assieme. Sette grandi piattaforme (Microsoft, Apple, Amazon, Google, Facebook, Tencent, Alibaba) rappresentano i due terzi del valore totale di mercato (UNCTAD, Digital economy report, 2019).

Perdura, secondo la Banca Europea degli Investimenti, il ritardo delle imprese europee nell’utilizzo di nuove tecnologie. Il divario tra Unione europea (74%) e Stati Uniti (83%) nell’adozione di strumenti come la stampa 3D, la robotica avanzata, automazione di routine e contenuti digitali, interessa in particolare le imprese operanti nel settore dei servizi.

Questa situazione d’impotenza dell’Europa dinanzi al mondo digitale ha dato luogo di tanto in tanto a dei sussulti di orgoglio, subito repressi. Il primo era stato quello dell’ Olivetti d’Ivrea, che, con l’ ELEA e il Programma 101, aveva costruito, fabbricato e distribuiti due dei primi e migliori computer, che avevano conquistato letteralmente in pochi giorni lo stesso mercato statunitense, per poi essere stati fatti misteriosamente cadere. Ricorre fra meno di un mese il sessantesimo anniversario della discussa morte di Mario Tchou, il giovanissimo direttore tecnico dell’ Olivetti che aveva realizzato il miracolo.

Successivi tentativi, meno geniali e comunque anch’essi falliti: Minitel e Qwant. Ora le Istituzioni e le imprese europee stanno riprovandoci con GAIA-X, ma i risultati si fanno attendere.

Tutta l’economia di oggi ruota
intorno all’ITC

4.La transizione digitale: una questione di vita o di morte per l’ Europa.

Qualsiasi territorio della Terra che non si dotasse, entro 10-20 anni,   di una capacità digitale complessiva comparabile a quelle di USA e Cina, si ridurrebbe alla condizione di un Paese sottosviluppato. Già ora, infatti, le multinazionali del web drenano in modo esponenziale le principali risorse di tutti i Paesi (informazioni, influenza politica, potere amministrativo, gettito fiscale, partecipazioni azionarie, supporto al management, informazioni sulle tecnologie, produzione e distribuzione, royalties per l’utilizzo dei loro sistemi), utilizzando le quali esse stanno scalzando i tradizionali creatori di ricchezza (Stati, Banche, Imprese, capitalisti), divenendo esse le uniche monopoliste in quasi tutti i settori economici (finanza,automotive, aerospazio, comunicazione, difesa…).

A ciò si aggiunga che, con i Big Data e l’ Internet of Things, interi settori amministrativi, produttivi e di servizi, verranno automatizzati, venendo controllati direttamente dalle imprese informatiche. Infine, la conquista dello spazio lanciata da Musk e Bezos si potrà realizzare solo inviando nelle spedizioni una gran massa di automi, gli unici a resistere in quelle condizioni, e i quali diverranno dunque i lavoratori del domani, controllati anch’essi dalle grandi imprese informatiche. Le imprese tradizionali (per esempio nei settori del commercio o dalla manifattura) si volatilizzeranno semplicemente (come sta accadendo per esempio con Amazon e Stellantis), per “rimaterializzarsi” nei Paesi leader sotto la forma di guru dell’ informatica, di cyber-spie, di azionisti, di cyberguerrieri, di consiglieri d’amministrazione, di hackers, di presidenti, di operatori digitali, di   funzionari, di attivisti post-umanisti…, che si sostituiranno ai funzionari, imprenditori e lavoratori dei Paesi controllati.

Dopo l’”Industria 4.0” (che ancora non siamo riusciti ad introdurre), sta già arrivando l’ “Industria 5.0”.

Ora, secondo l’indice DESI, l’ Italia è quartultima in Europa quanto a livello di digitalizzazione, davanti a Grecia e Bulgaria!

La Singularity promette la realizzazione del Paese di Bengodi

5.Improrogabilità della Web Tax

La Commissione intende presentare una comunicazione sulla tassazione delle imprese per il XXI secolo che affronti le sfide fiscali derivanti dalla digitalizzazione dell’economia tenendo conto dei progressi realizzati dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo). L’obiettivo è  rimediare alla situazione attuale, nella quale alcune imprese detentrici delle principali quote di mercato ottengono la maggior parte dei profitti sul valore creato in un’economia sui dati, potendo spesso beneficiare di una tassazione più favorevole in luoghi diversi da quelli dove operano, con effetti distorsivi sulla concorrenza. Nel marzo del 2018 l’UE aveva presentato alcune proposte in materia di tassazione digitale con l’intento di imprimere uno slancio alla discussione internazionale ed evitare una frammentazione nella regolamentazione degli Stati membri. In seguito, sono ripresi i lavori in sede OCSE/G20, tuttora in corso, e le proposte dell’UE sono state momentaneamente accantonate, ed alcuni Stati membri (come Francia, Italia, Austria) hanno nel frattempo adottato soluzioni a livello nazionale

Di fatto, le imprese digitali americane non pagano praticamente alcun’imposta da decenni sull’enorme quota di business ch’esse realizzano in Europa, distruggendo i canali commerciali tradizionali e rendendo impossibile per le imprese europee (che pagano dal 40% al 40% d’imposte) entrare nei business digitali presidiati dalle imprese americane. L’eventuale tassazione di questi redditi (specie se si contassero gli arretrati illecitamente trattenuti) basterebbe da sola a sanare il deficit di tutti gli Stati europei e a fare nascere nuovi concorrenti in Europa così come essi sono nati in Cina negli ultimi 20 anni.

Tuttavia, anche là dove (come in Italia) gli Stati membri hanno approvato le nuove imposte, la loro applicazione in concreto viene postposta di anno in anno con i più svariati pretesti.

L’attuale fuga dei cervelli dall’ Italia e dall’ Europa si spiega in gran parte con questi fenomeni.

I GAFAM sono monopolisti ovunque; gli Europei
sono sistematicamente assenti

6. Le politiche europee e nazionali

Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo prepararci anche noi a cambiare mestieri, dotandoci per tempo (con le risorse fiscali così conseguite) delle adeguate attrezzature, ma soprattutto inventandoci davvero una nostra civiltà digitale, come si dice oggi, “umanocentrica”(attualmente inesistente).

Termine su cui occorrerebbe soffermarsi, dato che il potere delle macchine intelligenti cresce in proporzione alla “decadenza” culturale, esistenziale ed etica dell’umanità, incapace di proporsi obiettivi, di compiere sforzi e di combattere, sì che non basta “porre l’uomo al centro della civiltà delle macchine intelligenti”, ma occorre anche capire quale tipo di uomo, dato che buona parte delle affermazioni delle macchine derivano da altrettante abdicazioni da parte dell’uomo.

La consapevolezza di questi problemi ha fatto nascere e svilupparsi in tutti i Paesi del mondo, un sistema di “politiche delle alte tecnologie”,  ove non si fa mistero del carattere strategico di queste tecnologie per la stessa sopravvivenza della propria nazione, e, per estensione, dell’ Umanità.

In particolare, la cosiddetta “guerra commereciale” fra Cina e USA consiste in realtà in un’imitazione continua fra le due potenze (“rivalità mimetica”) per ciò che riguarda le nuove tecnologie. All’ inizio, gli Stati Uniti avevano creato il proprio ecosistema digitale, e lo Stato Cinese aveva tentato di imitarlo almeno per ciò che concerne la sicurezza e la difesa; quando gli USA avevano favorito la nascita dei GAFAM, la Cina ha dapprima cercato di ostacolarne lo sviluppo sul proprio mercato nazionale, poi sostenuto la crescita dei propri BATX. In una terza fase, i GAFAM hanno  raggiunto il monopolio sui mercati occidentali, e la Cina, non avendo accesso a questi mercati, ha sviluppato nuove forme di creatività imprenditoriale e/o sociale, come per esempio i sistemi 5G e 6G, i Bitcoin di Stato, il sistema di credito sociale, il sistema digitale di tracciamento delle pandemie….A ciò gli USA hanno risposto con il bando a Huawei e creando una politica pubblica a sostegno dell’Intelligenza Artificiale (lo NSCAI Report, che mira deliberatamente ad evitare il sorpasso da parte della Cina).

Oggi, anche l’Europa sta cercando di darsi una siffatta politica, la cui ingente mole non può però nascondere le debolezze.

Intanto, come abbiamo detto, nell’ area della tutela dei dati, che sembrerebbe la più importante e la meglio presidiata, i dati degli Europei continuano (per affermazione della Corte di Giustizia e del European Data Protection Board), ad essere trasferiti (per omissioni delle Istituzioni Europee e delle Autorità nazionali) in Paesi che non offrono le adeguate garanzie (in particolare gli Stati Uniti), e ad essere usati liberamente da imprese, Stati, eserciti e polizie extraeuropei , senza renderne conto ai cittadini danneggiati, ma nemmeno alle Istituzioni, ai Governi, alla magistratura, ai servizi di sicurezza e alle autorità di Difesa europei.

Quanto al Cloud, dal 2020 è stata fondata l’associazione GAIA-X, dedicata all’immagazzinamento di dati in Europa (per scoraggiarne il trasferimento fuori Europa), ma fino ad ora non sussistono dati rilevanti sull’effettivo utilizzo dei cloud di GAIA-X e sulla quantità di dati che sono stati sottratti, in tal modo, al controllo dei GAFAM, e, di conseguenza, delle autorità americane.

Quanto alle imprese europee nel settore, esse sono praticamente inesistenti, o comunque non comparabili ai GAFAM e ai BATX cinesi), e nessuna seria azione viene annunziata, né da parte dell’ Unione, né da parte degli Stati membri, per crearne.

Invece, a nostro avviso, solo un’azione proattiva del settore pubblico potrebbe oramai colmare l’enorme gap fra l’economia europea e quella dei Paesi leader.

Una siffatta azione dovrebbe comprendere almeno:

-la promozione di una nuova cultura digitale e di cyber-difesa;

-la creazione d’ imprese pilota a guida pubblica e integrate nel sistema della Politica Estera e di Difesa;

-l’applicazione rigorosa delle diverse legislazioni  che concernono il digitale, a cominciare dalle sentenze della Corte di Giustizia e dalle risoluzioni dello European Data Protection Board..

Siffatti interventi sarebbero giustificabili  perfino alla stregua dei criteri liberistici più estremi. Per esempio:

-l’assenza di industrie europee del web dà luogo ad un’insanabile debolezza della difesa europea, a cui occorre rimediare nell’ interesse della sicurezza nazionale;

-l’assenza di operatori europei  in questo campo strategico indebolisce la libertà dei cittadini e l’operatività delle imprese e dello stesso apparato normativo e repressivo (“Market failure”);

-la concessione, da parte di una serie di Stati membri e soprattutto dei loro Territori e Dipendenze d’ Oltremare, di tax rulings che equivalgono alla cancellazione delle imposte, costituisce un aiuto di Stato e una gravissima distorsione della concorrenza ai danni delle imprese europee.

Nel libro “European Technology Agency”, si caldeggia la creazione, nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa, di un’apposita agenzia europea che gestisca in modo unitario tutte queste azioni.

Oggi, certamente, la situazione è opposta.Buona parte di coloro che operano in Europa nei settori più avanzati della ricerca digitale operano di fatto con ruoli sussidiari nei confronti o della NATO o dei GAFAM. La ricerca condotta da istituzioni nazionali o imprese non è coordinata e non persegue nessun obiettivo strategico. I finanziamenti europei non sono finalizzati alla sovranità strategica europea, e il meccanismo dei “progetti europei”, anziché avere l’effetto di concentrare gli sforzi su precisi obiettivi, tende a disperderli “a pioggia”.

La caldeggiata Agenzia dovrebbe poter disporre dell’autorevolezza politica, delle risorse economiche e umane e di un ampio mandato, che le permettano di progettare ed attuare una politica d’emergenza per il raggiungimento degli obiettivi dell’ Autonomia Strategica Europea: cultura digitale, coordinamento con la Difesa, web europeo, cloud europeo, imprese digitali europee.

Nell’ opera collettiva “L’Istituto Italiano di Intelligenza Industriale di Torino”, abbiamo raccolto i numerosi documenti, europei ed italiani,  che hanno contrassegnato la formazione della Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale, consigliando anche al Governo di creare un unitario Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale. Il Governo Conte 1 aveva in effetti iscritto l’ Istituto nel PNRR. Il Conte 2, dopo vari tentennamenti, non solo aveva reinserito l’Istituto nel Piano, ma aveva perfino indicato che avrebbe dovuto trovarsi a Torino.

Il Governo Draghi ha infine chiarito che un vero Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale non verrà creato, ché, anzi, 30 milioni di Euro, ad esso destinati, erano già stati stanziati per ricerche sull’Intelligenza Artificiale e sulla robotica, da realizzarsi fra iìl Politecnico di Torino e la Stellantis. Il resto dei previsti 90 milioni verrebbe distribuito fra i vari hub italiani.

Come si vede, l’instabilità politica italiana permette ai successivi governi di rimangiarsi qualsivoglia decisione. A nostro avviso, lo “spacchettamento” del previsto Istituto è grave per lo stesso motivo per cui lo è l’assenza, a livello europeo, di un ‘unitaria Agenziaì Tecnologica. Se, infatti, l’arretratezza italiana ed europea è così grave, s’impone un programma d’emergenza, non già degli aiuti a pioggia fra Università e imprese.

L’eutanasia  dell’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale ci ricorda da vicino quella, avvenuta sessant’anni fa, della Divisione Elettronica della Olivetti.

Non bisogna dare per chiusa la partita. Nei prossimi anni, anzi mesi, la nostra arretratezza diventerà sempre più evidente, sì che s’imporranno decisioni coraggiose. D’altro canto, il Governo francese già incombe con il suo Piano Decennale di finanziamento per le industrie europee. Occorrerà battersi perché il digitale vi sia rappresentato con il peso che gli compete in questo decennio.

Giovedì 14/10/2021

10:00-13:00

Biblioteca Ginzburg, Via Lombroso 19

Sala Rossa (Piano terra, Ingresso dal giardino)

CONFERENZA STAMPA INTRODUTTIVA DEI CANTIERI D’EUROPA 2021

NELL’ AMBITO DELLA CONFERENZA PER IL FUTURO DELL’ EUROPA

Con la collaborazione di Alpina, Diàlexis, CNA Comunicazione e con il patrocinio della Commissione Europea

Presentazione del progetto editoriale “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”

Con

Pier Virgilio Dastoli, Massimo Gaudina, Marco Margrita, Vitaliano Stefanoni

Il progetto di Saint-Pierre anticipava tutti gli aspetti dell’Unione Europea

Quest’anno, i tradizionali “Cantieri d’ Europa” dell’ Associazione Culturale Diàlexis assumono una valenza particolare:

a)per la concomitanza con la Conferenza sul Futuro d’ Europa;

b)per il patrocinio della Commissione Europea;

c)per il momento di particolare tensione nel settore delle nuove tecnologie;

Non per nulla, il programma che abbiamo sviluppato ruota innanzitutto intorno alle Nuove Tecnologie, nel loro triplice aspetto: istituzionale (serata del 15) ; industriale (mattinata del 16); teologico-filosofico (pomeriggio del 18).

Kant è stato il massimo commentatore de “La Pace Perpetua” di Saint-Pierre

LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA:

Le modalità della Conferenza hanno fatto oggetto di serrate critiche da parte di importanti opinionisti (come Fabbrini e Dassù), oltre che dallo stesso Movimento Europeo. In particolare:

a)essa fa troppo affidamento sulla “democrazia deliberativa”, cioè sulla discussione casuale fra cittadini scelti a sorte, anziché su quelle diretta, rappresentativa o “epistocratica”, svuotando così parlamenti, Istituzioni, Governi, partiti, associazioni di categoria, Regioni, Città…;

b)non si parte da nessuna proposta specifica, né”governativa”, né dal basso, né ”bipartisan”, né “partigiana”, sicché non  è neppure chiaro su che cosa si debba discutere;

c)non si coinvolge in alcun modo il dibattito fra i cittadini, perché oramai la palla è in mano a dei ristretti panel di soggetti selezionati dal vertice;

d)gli stessi “media” vicini all’ Unione coprono la Conferenza con una cortina di silenzio;

Queste critiche non implicano però che i problemi che stanno al centro della Conferenza siano irrilevanti. In primo luogo:

-le nuove tecnologie: vogliamo restare eternamente dei “followers”, che si accontentano dei ruoli di comparse poco retribuite, o, peggio, divenire un branco di schiavi dei robot?

-guerra e pace: vogliamo partecipare alla preparazione della IIIa Guerra Mondiale da parte di varie coalizioni create dagli USA (Aukus, Quad, Five Eyes), che potrebbe scatenarsi in ogni momento nel Mar della Cina?

-lavoro: ci rendiamo conto che entro un paio di decenni tutto il lavoro sarà automatizzato, e, se non ci saremo organizzati, saremo tutti disoccupati, mentre ogni tipo di business sarà condotto, in proprio, solo dalle industrie informatiche americane e cinesi?

S’impone pertanto un drastico e rapido cambiamento di rotta, che solo un’Unione Europea rafforzata potrebbe realizzare in tempo utile,ma solo se  adeguatamente e tempestivamente riformata. Tale è necessaria anche per la salvezza del mondo, perché solo un’Europa fedele alla propria tradizione  pluralistica, se consolidata dal punto di vista politico e tecnologico, potrebbe porre sul piatto della bilancia, nel dibattito mondiale, il peso della propria cultura e intelligenza, controbilanciando le pretese di leadership planetaria delle superpotenze e il progetto antiumanistico delle multinazionali (il “Trendsetter del Dibattito Mondiale”).

Le difficoltà, per l’”establishment”, nel disegnare una siffatta Europa capace di navigare nel XXI secolo derivano dall’ indisponibilità ad identificarsi non già come parti in causa, bensì in questo ruolo riequilibratore, e, di conseguenza, dall’ostentata indifferenza per la Conferenza, in primo luogo da parte dei Partiti Europei che si pretenderebbero “europeisti”, documentata e criticata dal Movimento Europeo.

A questa carenza del mondo istituzionale, può e deve rimediare il Movimento Europeo, inteso quale il canale privilegiato per la mobilitazione della società civile europeistica, se sostenuto dall’ apporto concettuale e politico di tutti.

Voltaire aveva invitato gli Europei (e Rousseau)
a copiare l’ Impero Cinese

UNA SERIE D’ INCONTRI PER PREPARARE UN’OPERA COLLETTIVA

Il progetto SALVARE L’ EUROPA PER SALVARE IL MONDO” E’ DEDICATO ALLA PROGETTAZIONE DI QUESTO COMPITO VICARIO, IN VISTA DI UN FUTURO “MOMENTO COSTITUENTE” CHE SI AUSPICA SIA MEGLIO CONCEPITO E MEGLIO ATTUATO DI QUELLO DELLA CONFERENZA DEL 2003.

Delineiamo qui un programma di discussioni miranti a costruire un’opera collettiva che tenti di rispondere a queste domande, un’opera da pubblicare prima della fine della Conferenza (eventualmente al Salone del Libro del 2022).La forma più idonea resta quella del libro.

Queste discussioni si dovrebbero cristallizzare in una serie di proposte:

-sulla cultura e sull’ identità europea;

-sulla politica tecnologica e industriale;

-sul ruolo dell’ Europa nel mondo;

-sui processi decisionali e la riforma dei Trattati;

-sulla “Fase Costituente” che dovrà fare seguito alla Conferenza;

-sul ruolo del Movimento Europeo.

Coudenhove-Kalergi avevas tentato di scrivere non solo il primo progetto dettagliato di Federazione Europea e mondiale, ma anche un libro sull’ identità europea, che oggi, in Germania, è vietato.

PRIMA PARTE. L’IDENTITA’ EUROPEA QUALE PRESUPPOSTO PER LA RIFORMA DELL’ UNIONE

Gli Stati Membri avevano già riconosciuto  fino dal 1973, con la Dichiarazione di Copenhaghen, l’imprescindibilità dell’ Identità Europea per poter gestire e completare l’integrazione europea, la cui priorità era allora costituita dall’ Ostpolitik di Willi Brandt, che avrebbe poi portato alla caduta del Muro e alle politiche di allargamento.

In seguito al successo di cinquant’anni di quella politica, l’Unione Europea ha ormai raddoppiato il numero degli Stati Membri, ma la questione dell’ identità è stata completamente trascurata. Dimenticando l’identità degli Europei Orientali, che, con Cirillo e Metodio, Hus, Skanderbeg, Mickiewicz, Herczeg, Kafka, Seferis, Hikmet, Gimbutas, Papa Wojtyla, Lech Walesa, Imre Nagy, Pal Maleter, hanno profondamente segnato la storia europea, l’Unione Europea ha  scavato una fossato culturale, in particolare con Polonia, Ungheria, Russia, Turchia, che ora si ritorce contro di essa, sulle questioni dei diritti civili, dell’allargamento, dei rapporti con la Cina, dei migranti, del conflitto fra diritto europeo e diritti nazionali…Intanto, abbiamo avuto la Brexit, e l’allargamento incontra sempre più difficoltà.

L’incapacità delle Istituzioni di coinvolgere emotivamente i cittadini, dimostrata anche dal tasso enorme di astensionismo alle elezioni, si supera solamente rifondando le politiche, europee, nazionali e locali, non già su slogan astratti lontani dalla realtà e dalla sensibilità dei cittadini, bensì toccando le molle più profonde dell’Identità Europea ( arte, religione, cultura, natura, tradizioni): Catal Huyk e Troia, Iliade e Odissea, Creta e Micene, Ippocrate ed Eschilo, Atene e le Termopili, Socrate e Platone, il Foro Romano e San Pietro, Orazio e il Vangelo, Ravenna e Istanbul, Sant’Agostino e Dante,  Acquisgrana e Granada, Parsifal e Ariosto, Firenze e Venezia, Goethe e Leopardi, San Pietroburgo e Vienna, Foscolo e Mozart, Parigi e Londra, Beethoven e Nietzsche, Mosca e Varsavia, Puccini e Kafka…

La ricerca dell’Identità Europea deve andare quindi al di là delle sensibilità della politica del giorno per giorno, scavando nelle comunanze della storia antica e delle religioni mediterranee, nella cultura “alta” europea, premoderna e moderna, in modo da trovare punti d’incontro fra Visegrad e i Paesi nordici, l’arcipelago britannico e i Balcani, l’Europa renana, quella mediterranea e quella orientale.

Le grandi questioni da esplorare saranno allora:

-esistono, e che cosa sono, le identità collettive?

-quali sono le identità delle grandi aree del mondo?

-come disegnare l’identità europea?

Lo slogan del Salone è inquietante: si riferisce ad un’immane esplosione cosmica

SECONDA PARTE: L’EUROPA NELL’ERA DELLE MACCHINE INTELLIGENTI

Si era detto che, se gli Stati Nazionali europei potevano essere considerati come  caratteristici dell’ era industriale, gli Stati-Civiltà, con centinaia di milioni di cittadini e un forte orientamento verso la tecnologia, costituiscono la forma statuale tipica dell’ era digitale.

Progetti come il Web mondiale, la computazione quantica, la conquista dello spazio, le megalopoli,  l’Intelligenza Artificiale,  possono essere portati avanti, e gestiti in sicurezza,  solo da aree geopolitiche che controllino almeno un miliardo di utenti e dispongano di un know-how e di un’infrastruttura digitale da grande potenza. Se l’Europa vuol essere una protagonista dell’era digitale, deve darsi una dimensione e una capacità decisionale pari a quella dei suoi concorrenti.

Ciò richiede una capacità di attrazione verso il resto d’ Europa, una concentrazione di competenze, un’autonomia decisionale e un sostegno alle “infant industries” che essa oggi non possiede. Le riforme da discutersi “hic et nunc” dovrebbero essere orientate in tal senso.

Per pervenire alla loro definizione, occorre preliminarmente affrontare la necessità della critica dell’attuale “retorica dell’ idea di Europa”, che parte dall’idea mistificante di una forte discontinuità fra l’ Europa postbellica e la storia millenaria del Continente. L’identità europea, nonostante tutti gli sforzi per negarla o per confonderla, riemerge nell’attaccamento alla storia arcaica, nell’infinito riproporsi delle religioni abramitiche,  nel fascino delle tradizioni architettoniche, artistiche, musicali, nella rivendicazioni delle tradizioni euro-regionali (come quelle euro-islamica e nordica), nazionali (come quelle ungherese o turca) o regionali (come quelle scozzese o catalana).  Occorre poi anche prendere atto che la storia dell’Europa non è solo nichilistica (come sembrerebbe dalle sue manifestazioni “mainstream”), ma, anzi, è maggioritariamente assertiva (Ippocrate, Aristotele, i lirici greci e latini, la IIa Lettera ai Tessalonicesi, la Civitas Dei, Machiavelli, Matteo Ricci, Goethe, Nietzsche, Saint Exupéry, Spinelli).

Infine, la cultura europea, lungi dall’esaltarsi per le “magnifiche sorti e progressive”, è tutta pervasa dalla critica dell’egemonia tecnocratica (Huxley, Hawking, Reese).

Per non alimentare l’ “Uomo a una dimensione”, l’Europa deve recuperare la propria identità “poliedrica”, che le permetteva di assegnare un ruolo a ogni cosa: alle religioni e alle tecnologie, alla politica e all’ economia, all’arte e alla scienza militare, all’etica e alla vita privata, alla famiglia e alla società, all’ Umanità e alla Patria.

Una Supernova potrebbe nascere anche dall’ esplosione del Sole

TERZA PARTE: LA POLITICA EUROPEA DELLE NUOVE TECNOLOGIE

L’Unione Europea potrebbe aiutare a risolvere i problemi universali dell’Umanità focalizzandosi sul controllo delle nuove tecnologie, nella triplice direzione della competizione con USA e Cina nelle nuove scoperte, del controllo culturale e politico sulle “macchine Intelligenti”, e  della difesa dell’ ambiente umano, naturale e culturale.

Ciò richiederebbe di centralizzare  la gestione dei nuovi sviluppi, concentrare i finanziamenti sul controllo dei sistemi complessi ed applicando senza connivenze alle imprese digitali le sue esistenti normativesul segreto di Stato, sulla privacy, sul controllo degl’investimenti esteri,  sulla tassazione delle imprese, sull’ antitrust.

Ai fini dell’elaborazione del documento, occorrerebbe analizzare e discutere:

-l’impatto sulla società dell’ insieme delle nuove tecnologie (bioingegneria, intelligenza artificiale, big data, cyber-intelligence, cyberguerra, IoT);

-la tutela della concorrenza sul mercato mondiale, con la creazione di new entrants nell’ economia del web, anche utilizzando adeguatamente l’antitrust, l’equità fiscale, il sostegno dei campioni europei, la sovranità strategica;

-l’effettiva attuazione dell’ esistente legislazione a tutela dei dati degli Europei;

-il coordinamento fra le diverse politiche, economiche, industriali e sociali.

SALONE DEL LIBRO: CANTIERI D’EUROPA 2021

Dialexis Movimento Europeo

Con il patrocinio della Commissione Europea

“Conferenza sul Futuro dell’Europa”

Salone del Libro di Torino: 14-18 Ottobre

Finalmente, riapre il Salone.

Alpina/Dialexis non poteva non essere presente, come da 15 anni, con i suoi libri, esposti nello stand della CNA (Confederazione Nazionale dell’ Artigianato), con le sue novità, presentate il 15 in Sala Argento, e con una serie di manifestazioni nel Salone Off, dedicate alla Conferenza sul Futuro dell’ Europa ed aperte dalla Conferenza Stampa del 14 alla Biblioteca Ginzburg.

Infatti, è in corso (anche se pochissimi lo sanno) la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, che dovrebbe, nelle intenzioni degli Sti Membri e delle Istituzione, affrontare una serie di nodi irrisolti dell’ integrazione europea, a partire dai suoi rapporti con le tecnologie e con il resto del mondo, la sua struttura decisionale, il suo impegno per la salvezza del Creato dalla demonia dell’ economia.

L’iniziativa si pone nel solco di una grande quantità di tentativi fatti in passato per trasformare l’idea letteraria di una generica “Physis ton Europaion” in un’integrazione effettiva del nostro Continente, sulla falsariga di quanto fatto altrove (per esempio in Cina e negli Stati Uniti). Quest’esigenza, appena abbozzata dai Romani, dai Bizantini, dalla Chiesa e dall’ Impero, aveva cominciato a concretizzarsi dal Medioevo con i progetti di crociata e per la Pace Perpetua, pervenendo a formulazioni giuridiche a metà del ‘900, e dando vita a una serie d’Istituzioni Europee (come il Consiglio d’Europa, l’Unione Europea Occidentale, la Banca Europea degl’Investimenti, la Banca Europea di Coperazione e Sviluppo , la Banca Centrale Europea, l’Agenzia Spaziale Europea, e, soprattutto, prima, le Comunità Europee e oggi l’ Unione Europea).

Nello sviluppo postbellico dell’integrazione europea, si erano tenuti vari incontri fra gli Stati Euriopei, come le Conferenze di Messina e di Laeken, i trattati di Maastricht, di Amsterdam e di Lisbona, e si era tentato anche di scrivere e approvare una Costituzione Europea, che però era state bocciata dagli elettori.

Con il passare dei secoli, poi dei decenni, l’esigenza di una forma statuale continentale, sia essa una Confederazione, una Federazione, un’Unione o uno Stato-Civiltà, è divenuta sempre più impellente, con il passaggio da strutture di tipo tribale a quelle di carattere feudale, poi, con la nascita di culture e mercati nazionali, per culminare infine ai margini del conflitto fra superpotenze tecnologiche sull’arena mondiale.

Se l’Europa ha sofferto fin dall’ inizio del suo eccessivo particolarismo, quest’ultimo è divenuto, negli ultimi secoli, foriero d’ insostenibili lotte intestine, fino a sfociare in una vera e propria paralisi dinanzi al potere globale delle multinazionali dell’ informatica.

L’Unione Europea, che manifesta tutt’ora l’ambizione di partecipare su un piede di parità alle grandi decisioni mondiali, e addirittura, come afferma la Commissione, di porsi quale “Trendsetter del dibattito globale”, non può letteralmente più permettersi di procedere in ordine sparso, con i suoi 27 Stati Membri, che per altro, dopo Brexit, rappresentano appena la metà del continente europeo.

Per questo motivo, la cuiltura europea, se vuole mantenere un qualsivoglia significato, non può esimersi dallo studiare, approfondire, sviluppare e popolarizzare la sempre più scottante Questione Europea, comn l’obiettivo di formulare un progetto coerente, da diffondere, attraverso il MOvimento, nella Società Civile, e, da questa, nell’ arena politica, in modo da stimolare, dopo la Conferenza, una Fase Costituente che dovrebbe portare a catalizzare il dibattito delle elezioni europee del 2024 intorno al ruolo dell’Europa nel Mondo, alle imprese europee di alta tecnologia, al rafforzamento dell’ Esecutivo Europeo, al passaggio all’ Europa, dagli Stati Membri, delle competenze per le politiche economiche e culturali.

Il Salone del Libro e la Conferenza per il Futuro dell’ Europa offrono le condizioni ideali per avviare questa battaglia sui piani cuilturale ed istituzionale.

Per un’ Europa poliedrica

IL PROGRAMMA DEI CANTIERI D’EUROPA 2021

Tema del ciclo:

LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA

Rientra  da sempre nell’orizzonte e negli obiettivi dei nostri Cantieri d’ Europa costituire un momento di stimolo non convenzionale per i dibattito intorno al nostro Continente.

Quest’anno, essi possono, e debbono, costituire il necessario complemento della Conferenza, attualmente  in corso, sul Futuro d’ Europa.

Coerentemente con quanto dichiarato dal Presidente Janša nell’ inaugurare il semestre di presidenza slovena , questo periodo dovrà essere caratterizzato da un intenso dibattito senza pregiudizi, in cui tutti i cittadini europei potranno fare sentire la loro voce, soprattutto coloro che hanno da dire qualche cosa “al di fuori del coro”. Il Salone del Libro non potrà mancare proprio quest’anno di fornire una tribuna per questo sforzo collettivo.

Data la complessità e l’impegno della tematica in oggetto, l’iniziativa si articolerà, come gli anni passati, fra Salone In e Salone Out.

Inoltre, sulla base dell’ evoluzione della crisi pandemica, una parte delle manifestazioni si svolgerà a distanza.

I tre presidenti aprono i lavori della Conferenza

Giovedì 14 Ottobre

Ore 10:00-12:00

Biblioteca Natalia Ginzburg

Via Lombroso 16 Torino

CONFERENZA STAMPA INAUGURALE

“SALVARE L’EUROPA PER  SALVARE IL MONDO”

Con Massimo Gaudina,  Riccardo Lala, Marco Margrita e Vitaliano Stefanoni

L’Europa non è nata con la Dichiarazione Schuman, ma secoli (se non millenni) addietro.
Qui, la Cappella Palatina del palazzo di Carlo Magno, ad Aquisgrana

L’ Europa, che è chiamata, dalla Conferenza, a pensare al proprio futuro, non può pensarlo se non all’interno  del futuro del mondo intero. Essere “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, come vuole la Commissione, significa innanzitutto, a nostro avviso,  individuare i pericoli  che incombono sulla sopravvivenza dell’ Umanità, e indirizzare  al mondo proposte per contrastarli.

Nel fare ciò, le Istituzioni potrebbero svolgere un ruolo centrale, coordinando i vari aspetti culturali, di politica internazionale, industriale e di difesa, di disciplina del mercato e fiscale. Verrà proposto, tra l’altro, progetto editoriale dell’ Associazione Culturale Diàlexis, SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO

Partecipare alle grandi decisiooni del mondo presuppone
di porsi alla pari delle tecnologie americane e cinesi

Venerdì 15 ottobre, Ore 20:00-21:00

Sala Argento, PAD 3

LE NUOVE TECNOLOGIE IN EUROPA E A TORINO: SUPERARE LO STALLO

L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, European Technology Agency

L’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale:un’ennesima occasione perduta per Torino?

In collaborazione con ALPINA, Associazione Culturale Diàlexis, Movimento Europeo e CNA e con il

Presentazione dei libri:Markus Krienke, L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, Alpina, Torino, 2021;Riccardo Lala, European Technology Agency , Alpina, Torino, 2020 

Con questi due libri, dedicati ai livelli italiano ed europeo, il marchio Alpina  fornisce il proprio contribuito al dibattito in corso, in un’ottica al contempo propositiva e critica. L’Associazione Culturale Diàlexis si farà parte zelante nel portare all’ interno della Conferenza la consapevolezza che, o l’Europa s’inserirà nella attuale corsa tecnologica con un ruolo di leadership, tecnica, ma soprattutto culturale e giuridica, oppure il nostro Continente sarà condannato ad un ruolo sempre più marginale.

Se l’Unione Europea non metterà sotto controllo tutti gli sforzi europei per la corsa alle nuove vtecnologie, l’Europa non riuscirà a raggiungere in tempo utile Stati Uniti e Cina

Sabato 16 Ottobre, Ore 10:00-13:00

Biblioteca Natalia Ginzburg, Via Lombroso 16

   “UNA STRATEGIA EUROPEA PER LE PMI DI NUOVA GENERAZIONE: quale futuro e quali le sfide per la sostenibilità del sistema manifatturiero”  

L’industria europea, grande, piccola o piccolissima, deve accettare l’idea che, entro tempi brevissimi, tutta l’economia (progettazione, produzione, distribuzione, servizi) sarà digitalizzata, e che coloro che non si adegueranno saranno espulsi dal mercato

Nel 2020 la Commissione Europea il 10  marzo 2020 ha promosso la “Strategia Europea PMI”, ma non ha modificato nella sostanza nonostante gli effetti disastrosi della pandemia sul tessuto economico e sociale  e nonostante la risoluzione del Parlamento Europeo e quella del Comitato Economico e Sociale che richiedevano una nuova stagione di politiche a misura di PMI e maggiore determinazione nell’analisi del loro impatto,  visti  anche i nuovi equilibri e la situazione globale nell’affrontare la crisi sanitaria. 

Il Governo Francese sarà protagonista del  programma del Semestre di Presidenza di  Turno UE nel 2022,  1° Gennaio-30 giugno 2022, mentre si fa strada sul piano europeo la proposta  di  un piano decennale d’investimenti per una politica industriale europea:  un piano altamente necessario visto che i maggiori concorrenti internazionali dell’ Europa stanno approntando singoli piani per il periodo 2025-2045, mentre il Recovery Plan/Next Generation , essendo esso una rielaborazione del Quadro Pluriennale 2021-2027, per la sua natura storicamente delimitata,  non sarebbe  idoneo a generare una comparabile politica proattiva a medio termine.  

La Tavola rotonda, che coinvolgerà le imprese di settore delle PMI e dell’artigianato italiane ed europee, Rappresentanti della Commissione Europea e del Parlamento Europeo, Autorità, si articolerà su tre temi della massima attualità:  

– le priorità per il rilancio produttivo dell’UE pluriennale europea in vista della Presidenza di turno dell’UE;  

– le strategie UE per le piccole e medie imprese;  

– le sfide per il sistema manifatturiero del Piemonte, in discussione fra le Autorità nazionali e locali. 

Con:Dominique Anract, Marco Bolatto, Claudio Cappellini, Ferruccio Dastoli, Antonio Franceschini, Panagiotis Gkofas, Audrey  Gourraud, Vitaliano Alessio Stefanoni

Il piano decennale di investimenti è fortemente voluto
da Macron

Lunedì 18 ottobre, Ore 14:30-17:00

Biblioteca Natalia Ginzburg,

Via Lombroso 16,

“SHARING EUROPEAN UNION, FOR

A FUTURE-CHALLENGES-PROOF RESTART”

Meeting of the National Councils of the European Movement International in Italy, Portugal, Spain, France, Malta, Greece, Cyprus and Croatia on the future of Europe Rome Working Language: English and French with no translation Monday

Opening 14:30-15:00

· Pier Virgilio Dastoli, President of EM-IT

· Eva Maydell (Paunova), President of IEM and MEP (video)

· Antonio Parenti, Head of European Commission Representation in Italy

· Carlo Corazza, Head of Office European Parliament in Italy

· Benedetto Della Vedova, Secretary of State

15:00-17:00 (First Session) THE CONFERENCE ON THE FUTURE OF EUROPE Moderator: Nicoletta Parisi, EM-IT ·

 Introductions by Yves Bertoncini, President EM-FR and Francisco Aldecoa Luzárraga, President EM-ES (members of the Conference)

· Vincenzo Amendola, Secretary of State (TBC)

· Ferdinando Nelli Feroci, President of the Italian scientific Committee on the Conference and of IAI

· Lara Lanzarini, Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation (TBC)

· Brando Benifei, MEP and Vice- President IEM

· Luca Visentini, Secretary General ETUC – European Trade Union Confederation

· Lia Quartapelle, Chamber of Deputies (TBC)

Debate in connection with the Salone del Libro of Turin

Chi vorrà, potrà proseguire il collegamento online della conferenza il 19 Ottobre.

Markus Krienke presenta la rivista “La Società”

Lunedì 18 ottobre,Ore 17:00-19:00

Biblioteca Natalia Ginzburg,Via Lombroso 16,

In collaborazione con la rivista “La Società”, della Fondazione Toniolo

Presentazione del numero speciale di “La Società” dedicato alla digitalizzazione.

Ne discutono:

Marcello Croce

Ferrante Debenedictis

Markus Krienke

Riccardo Lala

Roberto Saracco

Modera Marco Margrita

La rivista “La Società” ha dedicato molto opportunamente un numero unico agli aspetti culturali della digitalizzazione, che spaziano dalla filosofia, alla teologia, alla politica, al diritto. Quest’opera copre un’ampia gamma di temi, con l’obiettivo di fare opera di informazione e di sintesi interdisciplinare, quanto più possibile obiettiva, cercando di mantenere le debite distanze dagli estremi del tecno-ottimismo e del catastrofismo apocalittico.

Questo incontra punta a rendere conto dei molteplici aspetti del tema, provocando anche a una riflessione su temi collegati, come per esempio l’incidenza che la digitalizzazione può avere su aspetti tradizionali dell’organizzazione del lavoro, quali la concertazione, la partecipazione, la tutela dei diritti, la diffusione della proprietà, le piccole e medie imprese…

In vendita al Salone tutte le collane di Alpina

VENDITA LIBRI

I libri del marchio Alpina, venduti dall’ Associazione Culturale Diàlexis, sono disponibili nello stand della CNA Comunicazione:

J.P.Malivoir, 50 ans d’Europe, images et reflexions

R.Lala, 10.000 anni d’identità europea, I° Volume, Patrios Politeia

A.A.V.V. Il ruolo dell’ Europa nel mondo

A.A.V.V. Intorno alle Alpi Occidentali, Identità di un’ Euroregione

M. Krienke (a cura di) L’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale di Torino

R.Lala, DA QIN

R.Lala, Il ruolo dei lavoratori nell’ì era dell’ intelligenza artificiale

A.A.V.V, Es Patrida Gaian

M. Georgopoulou, Grammatica di Neogreco

M.Georgopoulou, Esercitazioni di Neogreco

INCONTRI DI LAVORO

I responsabili Alpina/Diàlexis sono disponibili nell’ area B2B

COLLEGAMENTI ONLINE

Tutte le manifestazioni potranno essere fruite tanto in presenza, quanto online.

Le credenziali verranno diffuse attraverso le newsletter di Alpina Diàlexis

”UNBUNDLING” DEL GRUPPO CINESE ANT: VERSO LA CONTENDIBILITA’ DEL MERCATO DIGITALE GLOBALE?

La notizia che la capitalizzazione di borsa dei GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft)  ha raggiunto 9.396 miliardi di dollari rende bene l’idea di come il loro potere nel mondo sia così forte come mai fino ad ora.

E,  contemporaneamente,il Governo cinese, con una mossa inaspettata, l’ “unbundling” di ANT, ha indicato la strada per sventare questo monopolio mondiale.

Secondo l’Enciclopedia Treccani, l’”unbundling” è la “ Separazione tra le varie componenti della filiera produttiva di un’impresa verticalmente integrata finalizzata a introdurre una maggiore competitività nel mercato di riferimento. L’u. promuove l’apertura del mercato nei segmenti potenzialmente concorrenziali (produzione, approvvigionamento e vendita), separandoli dalle attività strutturalmente monopolistiche e favorendo l’accesso reale e non discriminatorio dei terzi ai servizi offerti dai proprietari delle infrastrutture (Third Party Access, TPA). Le attività caratterizzate da monopolio naturale sono tipicamente quelle legate alle infrastrutture essenziali non duplicabili (essential facilities), in quanto gravate da elevati costi fissi e costi non recuperabili (➔ sunk cost).”

Il satellite quantico Micius, progettato in Austria
e realizzato in Cina

1. Che cos’è il Complesso Informatico-Militare?

Il pericolo, da molti paventato, di una vera e propria dittatura mondiale dei GAFAM (Google, Apple,Facebook,Amazon, Microsoft), teorizzata da Eric Schmidt (amministratore delegato di Google), è tutt’ora più che mai incombente, sì che risultano particolarmente gravi le pretestuose tergiversazioni giuridiche delle autorità americane ed europee volte a dilazionare sine die le misure contro i GAFAM, annunziate da qualche decennio e mai attuate (se non sulla carta).

L’epoca storica che si apre in questi anni è stata definita, dal suo demiurgo Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google e animatore del movimento post-umanista, come l’”Era delle Macchine Spirituali”, quella in cui le macchine sono in grado, non solo di pensare, bensì perfino di creare. Lo sbocco di tale era sarebbe, secondo lui, la Singularity, vale a dire in pratica, la ricostituzione, tramite il digitale, dell’unità originaria dell’ Essere (l’Uno di Plotino, il Tikkun ha-’Olam della Kabbalah, la Biomeccanica  del Cosmismo di Lunacarskij, Bogdanov, Platonov e Gustev):”’Singolarità’ si riferisce all’ idea che, attraverso  la condivisione diretta dei miei pensieri e delle mie esperienze con gli altri (una macchina che legge i miei processi mentali può anche trasporli in un’altra mente), nasce una sfera di esperienza mentale, condivisa a livello globale, che funzionerà come una nuova forma di divinità: i miei pensieri saranno direttamente immersi in un Pensiero globale dell’ universo stesso”(Slavoj Zizek, Hegel e il cervello postumano).

In effetti, i nostri anni sono caratterizzati in tutti i loro aspetti (ontologico, filosofico, religioso, storico, geopolitico, culturale, sociale, antropologico, economico, tecnico) dall’ onnipervasività del digitale, che rientra in una deriva assolutistica della nostra cultura, legata alla tradizione dell’ apocalittica immanentistica, che percorre le eresie medievali, le filosofie hegeliane e  la religione positivistica della scienza e del progresso. Sul piano ontologico, abbiamo la fusione dell’ uomo con la rete attraverso l’ identità digitale, la bioingegneria e i social network. Su quello filosofico, notiamo il prevalere  di teorie transumaniste e postumaniste. Su quello religioso,  la confusione del linguaggio teologico con quello informatico.  Nella ricerca storica, assumono un peso sempre più determinante la genetica storica e le simulazioni digitali. La geopolitica è dominata dai diversi sistemi di  cyberguerra, e la cultura dai social, dagli e.book, dagli eventi online. La società è incardinata sull’ economia digitale, mentre, con l’ Internet delle Cose, la rete collega l’intero universo materiale, senza più l’intervento dell’ uomo.

Il potere di chi controlla questi complessi meccanismi non può che accrescersi. Infatti, l’informatica finisce per divenire lo snodo principale della cultura, della politica e dell’ economia, con le imprese digitali che fungono da “gatekeepers”. Le nuove tecnologie vengono sviluppate insieme alle forze armate, con cui si stabilisce una forma di simbiosi, e vengono applicate prima dall’industria della difesa, poi in quella civile. I detentori delle tecnologie informatiche divengono così i partners necessari di Governi e imprese commerciali. Grazie a questa simbiosi, essi sviluppano servizi in rete che poi vendono direttamente al pubblico, creando dipendenze e canali di comunicazione alternativi.  Con ciò, essi condizionano politica, finanza e intelligence. I flussi  di cassa legati alle commesse pubbliche, ai beni strumentali e di consumo e alla pubblicità permettono di controllare interi settori economici e sociali, come per esempio la finanza, il commercio, l’editoria, le elezioni…, in un regime di vero e proprio monopolio (Morozov, Zuboff). I molti che si erano spesi così tanto contro i monopoli della RAI e dell’ ENEL se ne stanno ben zitti, e giungono perfino ad esaltare i monopoli dei GAFAM come una “vittoria del mercato”.

Organizzazioni sociali con un siffatto potere non si erano mai viste nella storia, sicché le disposizioni esistenti circa il monopolio statale della forza, il pluralismo delle idee, la tutela della concorrenza e la fiscalità, nate circa un secolo fa ed esaltate come il baluardo delle libertà democratiche, risultano ormai di fatto inapplicabili. Il “mainstream” occidentale appare percorso da una “hidden agenda” che, mentre pubblizza la libertà e la pace, in realtà persegue l’omologazione e l’imposizione.

Le informazioni disponibili attraverso la rete sono più preziose per la difesa nazionale di quelle dei servizi segreti; esse possono essere raccolte aggirando le normative sulla privacy; le informazioni così diffuse dalla rete hanno un impatto, sulla psicologia delle masse, sulle elezioni e sulle strategie d’impresa, ben superiore a quello di stampa, televisione e marketing. Ciascuno dei GAFAM controlla integralmente, senza concorrenza, il proprio  segmento dell’economia (chi la rete fisica, chi il web,chi il cloud, software, chi i big data, chi l’ e.commerce, chi i social networks..), e li usa per espandersi in settori paralleli (veicolistica, trasporti, bioingegneria, spazio…). L’informatica permette di gestire scenari di guerre nucleari di sterminio della durata di pochi minuti, sostituendo così Parlamenti, servizi segreti, Capi di Stato, Stati Maggiori a proposito del potere estremo della politica.

Di fronte a queste modalità operative inaudite divengono inefficaci le disposizioni costituzionali sullo stato di guerra, sull’ inviolabilità della corrispondenza, sul controllo sulla stampa, sull’ antitrust, sull’equità fiscale…, ma ancor più le tradizionali libertà costituzionali: di pensiero, di espressione, di partecipazione politica, d’intrapresa. Questo è il motivo di fondo per cui tutti gli Stati si sono già trasformati in “democrazie illiberali”, indipendentemente dalla loro storia e dall’ ideologia professata. Il dominio del Politically Correct e della Cancel Culture non sono altro che l’espressione sovrastrutturale della Società del Controllo Totale, in quanto lo stato di guerra nucleare potenziale indotto dallo “Hair Trigger Alert” e dal “Dead Hand” digitale impongono il controllo totale della società da parte dei servizi segreti. Alla fine del suo mandato, il Presidente Eisenhower aveva denunziato alla Nazione il pericolo costituito dal “Complesso Burocratico-Militare”, quell’ insieme di poteri economici, politici, militari, spionistici, ideologici e industriali rafforzatisi a dismisura durante la IIa Guerra Mondiale, e che avrebbero portato al maccartismo. Oggi siamo di fronte a una riedizione esponenziale di quel Complesso Burocratico-Militare, che ho battezzato “Complesso Informatico-Militare”,perché, nella forma promossa da Eric Schmidt, il collante non è più l’industria della difesa (la Lockheed), bensì quella digitale.

In effetti, l’aspirazione neppure tanto nascosta della tradizione immanentistica a cui si ispira l’attuale ”Occidente” (mazdeismo, manicheismo, averroismo latino, idealismo, marxismo, attualismo, bogograditel’svo), era sempre stata quella di fare delle persone degli organi dell’Intelletto Collettivo (cfr. Slavoj Zizek, supra).Gli sviluppi attesi prossimamente sono la trasformazione degl’individui in cyborg collegati in rete, la convivenza con ogni tipo di automi e di altri soggetti artificiali autonomi, la censura e manipolazione automatica delle comunicazioni, il passaggio dalle elezioni ai sondaggi online, il monopolio dei GAFAM sul trasporto spaziale..Seguiranno l’integrazione totale delle reti dei Paesi Occidentali, lo svincolo delle stesse dai controlli statali, l’uploading nel cloud delle identità umane. A quel punto, sarà finita non soltanto ogni forma politica costituzionale (sia essa liberale, democratica, socialista o totalitaria), bensì la stessa antropologia umana quale noi la conosciamo.

Tutto ciò è semplicemente l’antitesi di quanto la Presidente von der Leyen ha sintetizzato, nel Discorso sullo Stato dell’ Unione 2021, come l’”Anima dell’ Europa”:“Volevano libertà di parola e media indipendenti. Volevano porre fine alla delazione e allo spionaggio di Stato e combattere la corruzione. Volevano la libertà di essere diversi dalla maggioranza. In altre parole, come ha sottolineato l’ex presidente ceco Vaclav Havel, volevano tutti questi ‘straordinari valori europei’. Sono quei valori che hanno le loro radici nell’eredità culturale, religiosa e umanistica dell’Europa. Fanno parte della nostra anima, sono parte di ciò che siamo oggi. Questi valori sono sanciti nei nostri trattati europei. E ci siamo tutti impegnati a rispettarli nel momento in cui, come Stati liberi e sovrani, siamo entrati a far parte dell’Unione. Abbiamo deciso di difendere questi diritti e il nostro impegno”.In realtà, le Istituzioni, nonostante i loro buoni propositi, non stanno facendo nulla per arginare la Società del Controllo Totale, quando non ne agevolano lo sviluppo. Infatti, purtroppo,  le rendite di posizione dei GAFAM hanno  dato loro una tale forza, ch’essi s’impongono automaticamente alla politica, per esempio attraverso la diffusione capillare dell’ Ideologia Californiana”, l’isolamento dei contestatori come Bill Joy, il dirottamento dei fondi pubblici, come con il Progetto Brain, l’outsourcing di funzioni pubbliche come il funzionamento di istituzioni europee e di Ministeri, ma, soprattutto, una lobby martellante che impedisce l’adozione di qualunque normativa che possa limitare il loro arbitrio.

Tutto ciò senza che cessi la retorica pseudo-liberista, secondo cui l’assenza di regole sul web testimonierebbe della grande libertà di cui godrebbero i cittadini.

E’ in corso la competizione USA-Cina sulle tecnologie

2.Il movimento normativo a favore della privacy

Non che non sia esistito quasi fin dall’ inizio, e non esista ora, un ampio movimento normativo per la regolamentazione dell’informatica, né paralleli trends in favore del divieto dei monopoli, e della tassazione delle operazioni commerciali internazionali. Anzi, buona parte di queste normative sono nate proprio negli Stati Uniti, e gli altri Paesi “occidentali”, in primo luogo l’ Unione Europea, avevano dovuto adottarli nel secolo scorso anche per effetto di un generale processo di americanizzazione del mondo avviato con la “rieducazione” di Germania e Giappone.

La Corte Suprema degli Stati Uniti aveva derivato  il diritto alla privacy  dal 1°, 3°, 4° e 5° emendamento alla Costituzione, e il Giudice Brandeis aveva pubblicato già nel 1880, sul Law Review , l’articolo “Right to Privacy”, cercando to“consider whether the existing law affords a principle which can properly be invoked to protect the privacy of the individual.”Nel 1917, era stata adottato il “Ruling on Protection of Sealed Mail”, a tutela del segreto epistolare. Tuttavia, nel secondo decennio del ‘900, l’ FBI , nelle sue indagini sull’estremismo politico, sorvegliando e leggendo la corrispondenza delle persone sospette, ma, quando aveva richiesto ufficialmente di poterlo fare il Giudice Lamar aveva negato il proprio consenso.

Nel 1995, l’Unione Europea aveva adottato a sua volta la sua Direttiva sulla Protezione dei Dati, e, nel 2018, il Regolamento sulla Protezione Generale dei Dati, che assoggetta tutt’ora a molte limitazioni il trasferimento dei dati dei cittadini europei, vietando, in particolare, ch’ essi possano fare oggetto di ri-trasferimento non autorizzato, di accesso da parte delle Autorità o di trasferimento in Paesi che non permettano le stesse garanzie. Negli ultimi anni, alcuni Stati americani, l’Inghilterra,  il Brasile, l’ India e altri Stati hanno adottato norme simili a quelle europee, cosa che aveva fatto affermare ai vertici dell’Unione che tutto il mondo stava seguendo l’esempio dell’ Unione Europea (non più quello dell’ America), cosa che, come vedremo, è vera solo parzialmente.

I GAFAM hanno una posizione dominante a livello mondiale

3.Altre norme giuridiche applicabili ai giganti del web

Si suole affermare che ciò è illegale nel mondo reale dovrebbe essere illegale anche nel web.Di conseguenza, i giganti del web sarebbero  soggetti, come tutte le altre imprese, alle normative antitrust, fiscale, di sicurezza, sulle comunicazioni e sulla fede pubblica. Anche queste normative erano nate in molti casi negli Stati Uniti, e, poi, esportate in Europa. E’ il caso, in particolare, dell’ “antitrust”, introdotto negli Stati Uniti addirittura nel 1890 (Sherman Act), e attuato rigorosamente all’ inizio  del 1900 (casi Northern Securities Company, American Tobacco Company, Standard Oil AT&T).

In effetti, anche ora le autorità di tutti i Paesi hanno avviato azioni contro i GAFAM per la violazione dei principi di tutti questi corpi di diritto, ma la capacità di questi interventi repressivi di contenere  il potere dominante dei GAFAM è risultata irrisoria. Tutti i GAFAM sono stati accusati infatti, di volta in volta, dalla FTC americana, dalla Commissione Europea e dall’ Autorità Antitrust italiana, di abuso di potere dominante; una tassazione dei redditi delle società digitali è in discussione da decenni in tutto il mondo; i GAFAM sono stati accusati allo stesso tempo di  violare le norme di sicurezza americane e di agevolare lo spionaggio americano in Europa; si sta cercando di responsabilizzare i GAFAM per i contenuti  illegali veicolati dai social, come pure per la diffusione di notizie false e tendenziose (“fake news”).

In nessuno di questi campi si sono ottenuti risultati concreti, innanzitutto  perché fino ad ora si è tentato di estendere per analogia ai comportamenti dei GAFAM misure repressive nate per colpire altri tipi di abuso e aventi una  struttura differente, ma poi anche per l’eccezionale capacità di lobby dei GAFAM. Il comportamento concreto dell’ antitrust americano, della Commissione Europea, dei legislatori nazionali e dei vari garanti della privacy dimostra inequivocabilmente che tutte queste forme di repressione sono interpretate dalle Autorità stesse come meri specchietti per le allodole per l’opinione pubblica (Morozov), mentre in realtà si vuole mantenere ed accrescere il potere dominante dei GAFAM quale ultimo baluardo del potere occidentale in un momento di crisi della sua ideologia, della sua economia, della sua forza militare e della sua credibilità diplomatica.

IL Complesso Informatico-Militare è la sintesi di tutte le distopie

4.I GAFAM e l’ “America-Mondo” (cfr.Antonio Valladao, Il XXI secolo sarà americano)

Da quando, con la caduta del Muro di Berlino, gli Stati Uniti avevano avuto l’illusione di essere divenuti “la sola superpotenza”, vi era stata una progressiva identificazione la fra politica americana e i GAFAM, in  quanto, come teorizzato da Eric Schmidt, avrebbe dovuto sostituire la Lockheed quale guida dell’ America alla conquista del mondo. Infatti, alla Guerra Fredda si stava sostituendo la “globalizzazione”, nella quale, sotto il pretesto della liberalizzazione, si sarebbe dovuto estendere ovunque il “soft power” americano, che, dell’ informatica, avrebbe fatto il “passe-partout” per inserirsi, in modo apparentemente “asettico”, nei nodi vitali di tutte le società del mondo.  

Nasceva così l’idea (espressa senza mezzi termini, per esempio, da Casaleggio), di una democrazia diretta digitale come forma di eliminazione delle differenze (“uno vale uno”), e, quindi, di rafforzamento del potere occulto della “società dell’ 1%”. Vedendo dunque l’informatica come uno strumento essenziale della politica estera degli USA, le autorità americane avevano cominciato a ignorare sistematicamente tutti i principi costituzionali o di legge (di libertà, antitrust, tassazione) tradizionali della cultura americana, ma oramai capaci d’indebolire la loro presa imperiale sul mondo,  sviluppando anzi, sotto il pretesto della lotta al terrorismo, tutta una serie di attività, legislative e tecniche, in stridente contrasto con i succitati valori, volte a realizzare il controllo totale di tutte le comunicazioni a livello mondiale, cominciando dal Patriot Act e dal CLOUD Act per passare all’hackeraggio di tutte le reti mondiali e all’ ascolto di tutte le conversazioni degli organi governativi stranieri e delle Istituzioni europee, come documentato fino nei minimi dettagli da Assange e da Snowden.

Tutto questo in cooperazione totale con gli altri Paesi anglofoni, e con una cooperazione asimmetrica e riluttante con gli Stati Europei, che ancora continua ed è la ragione vera della mancanza di politiche europee credibili di sovranità, e, in particolare, di sovranità digitale.

L’industria digitale europea è stata boicottata fin dal nascere

4.Il fallimento dell’Europa quale “Trendsetter del dibattito globale”.

Per reazione contro queste attività americane e alle rivelazioni di Assange e di Snowden, l’ Unione Europea aveva intrapreso un’azione minuziosa di carattere legislativo, ch’essa pretendeva avere addirittura  un carattere esemplare a livello mondiale (qualificandola come “Trendsetter of the Worldwide Debate”), ma con un grave handicap: la loro totale ineffettività.

Infatti:

1)le normative europee sul digitale si riferiscono ad un’attività (il web) svolta in tutto il mondo occidentale, e anche in Europa, esclusivamente dai GAFAM, che hanno sede negli Stati Uniti e sono soggetti alla legislazione militare americana, che garantisce alla “comunità dell’ intelligence” la piena disponibilità dei dati degli Americani e degli stranieri;

2)gli Stati Uniti hanno ribadito all’ infinito la loro indisponibilità a derogare alla loro legislazione in materia d’intelligence e di non rinunziare in alcun modo a spiare gli Europei e le loro autorità;

3)gli Europei sono totalmente dipendenti tecnicamente dai GAFAM dal punto di vista tecnico, che le stesse Istituzioni europee hanno delegato da sempre alla Microsoft tutte le loro attività informatiche, cosa che rende assurda ed ipocrita la retorica dell’ “indipendenza digitale e strategica” dell’ Europa;

4)nonostante che la Corte di Giustizia abbia reiteratamente dichiarato che l’attuale trasferimento in America di tutti i dati degli Europei è illegale (sentenze Schrems), la Commissione, le imprese e gli Stati continuano ad effettuarlo, senza incorrere in alcuna sanzione;

5)gli abusi dei GAFAM sono quindi come quelli della mafia: le Autorità fingono di darsi un gran daffare contro di essi, ma, in realtà, non hanno fatto neppure il minimo passo in avanti sulla strada della soluzione del problema.

Se le Istituzioni credono davvero nella “sovranità digitale europea”, debbono risolvere immediatamente i loro contratti con la Microsoft, affidando le loro attività digitali a soggetti, pubblici o privati, europei, capaci di svolgere queste semplici attività (basti pensare agli appositi servizi delle Forze Armate), e attuare rigorosamente le due Sentenze Schrems. Il fatto che, contrariamente a quanto falsamente comunicato dai Media, la Presidente von der Leyen abbia accennato, nel Discorso sullo Stato dell’ Unione, per potenziare la difesa europea, non già a un’Intelligence Europea, bensì solo a un possibile “Centro comune di conoscenza situazionale”, la dice lunga sulla sincerità della pretesa intenzione di sganciarsi dagli USA: “Se gli Stati membri attivi nella stessa regione non condividono le loro informazioni a livello europeo, siamo destinati a fallire. È essenziale quindi migliorare la cooperazione in materia di intelligence; non si tratta solo di intelligence in senso stretto, ma della necessità di accorpare le conoscenze provenienti da tutti i servizi e da tutte le fonti, dallo spazio ai formatori del personale di polizia, dall’open source alle agenzie di sviluppo. Dal loro lavoro scaturisce un patrimonio dalla portata e profondità uniche: esiste già, ma possiamo usarlo per prendere decisioni informate solo se disponiamo di un quadro completo della situazione. Al momento non è così. Abbiamo le conoscenze, ma separate. Le informazioni sono frammentarie. Per questo motivo l’UE potrebbe prendere in considerazione la creazione di un proprio ‘Centro comune di conoscenza situazionale’ per accorpare tutte le diverse informazioni”.Inoltre, la Presidentessa si è guardata bene, nel Discorso sullo Stato dell’ Unione, dal citare lo slogan dellasovranità digitale europea (che, del resto, è un calco linguistico sul cinese 数字主权, di cui non possiede certo la concretezza). Questo significa che, in pratica l’intelligence deve restare monopolio americano.

Ma c’è di più:la “Digital Decade” (2020-2030) a cui si riferisce il “Digital Compass” è sostanzialmente vuota. Mentre la Cina e gli Stati Uniti competono per il predominio in tutti i settori delle tecnologie ICT (motori di ricerca, AI, cloud, big data, quantum computing, veicoli intelligenti, IoT), l’Unione si limita a fissare obiettivi generici e non qualitativi, e a scrivere procedure di riunioni: insomma, i soliti “ludi cartacei”

Il Sogno Cinese

5.La nascita dei BATX e la “Balcanizzazione del web”

Contro l’applicazione delle norme europee, e, in particolare, delle Sentenze Schrems, la retorica dei GAFAM insiste da almeno 20 anni sul fatto che la cosiddetta “balcanizzazione del web” (cioè la creazione di ecosistemi digitali concorrenziali fra di loro (come accade in tutti gli altri settori dell’ economia, anche molto simili, come l’aerospaziale), sminuirebbe i potenziali innovativi del web, perché solo ingenti risorse finanziarie permettono la ricerca e sviluppo delle nuove tecnologie digitali.

A prescindere dal dubbio sul fatto che lo sviluppo del web, e, in particolare, questo sviluppo del web trainato dai GAFAM, abbia effettivamente aspetti positivi eccedenti gli svantaggi, resta il fatto che vi è da chiedersi perché mai le ingenti risorse richieste per questo sviluppo debbano essere gestite dai GAFAM in regime di monopolio, piuttosto che da Enti pubblici (come il DARPA che ha sostenuto i GAFAM al loro inizio, oppure l’ Esercito Europeo) .

In realtà, la cosiddetta “balcanizzazione del web” non porterebbe ad altro che a una pluralità di attori nell’ arena, prima che economica, culturale, politica e militare, ricostituendo quelle condizioni di libertà che solo il pluralismo può garantire. Invece, la creazione di un gruppo di monopoli americani, collegati fra loro da legami territoriali, politici, culturali e familiari, e strettamente interconnessi, fra di loro e con l’ “Intelligence Community” costituisce l’esempio più estremo di Stato totalitario mondiale.

D’altro canto, la nascita in Cina, nel corso di questo secolo,  di un completo ecosistema digitale  alternativo ha costituito la smentita più plateale della narrativa dei GAFAM. Anche senza i GAFAM e il loro monopolio, vi sono dunque risorse disponibili, non solo per fare nascere altri giganti del web, ma addirittura per renderli ancor più innovativi dei GAFAM, come dimostra l’attuale trend dei GAFAM stessi di copiare i BATX cinesi.

Così stando le cose, la propaganda dei GAFAM, rilanciata dalla pubblicistica “mainstream”, ha ora cambiato tattica. Essa afferma ora che, sì, è vero, i BATX sono molto efficienti, ma, essendo la longa manus del Partito Comunista Cinese, sono oppressivi e illiberali. Le recentissime misure per restringere le pratiche abusive dei BATX dimostrano invece che i tradizionali strumenti “liberali” per il controllo del potere dominante dei monopoli del web funzionano in Cina e non in Occidente, mentre invece il dibattito più recente (Rampini, L’Economist) dimostra che l’Occidente sta copiando a piene mani dalla Cina, e che tanto la destra quanto la sinistra occidentali stanno divenendo “illiberali”.

L’impero dei Zhou orientali

6.La ristrutturazione della legislazione cinese: clonazione e inveramento della legislazione europea

Dieci anni fa, si sarebbe potuto credere che il progetto della “Googleization of the World” ( la realizzazione della Singularity di Kurzweil grazie alla guida globale americana trainata dal web) si sarebbe potuta realizzare rapidamente, a causa dell’ inesistenza di qualsivoglia alternativa sostanziale. Basti pensare ai casi Echelon e Prism, e alle scadenze ravvicinate poste, da Kurzweil, alla realizzazione della Singularity (presumibilmente, per bruciare sul tempo i possibili concorrenti).

Tuttavia, proprio in quel periodo si era incominciato a parlare del web cinese, con le sue imprese Baidu, Alibaba, Ant, Tencent, Huawei, GTE (i “BATX”), le sole in grado di fare concorrenza ai GAFAM. Huawei era stata fondata nel 1987, Alibaba nel 1999 e Baidu nel 2000. Viste inizialmente solo come un sottoprodotto del “Great Chinese Firewall”, queste iniziative avevano, allora, quote di mercato piuttosto modeste. Tuttavia, le loro potenzialità di mercato erano già allora infinite, perché, da un lato, il pubblico cinese degl’internauti superava già allora quello americano, e, dall’ altro, le crescenti difficoltà dei GAFAM con le regolamentazioni e con il mercato cinesi,  facevano pensare a un rallentamento dell’ invasione digitale della Cina.

E, di fatto, le multinazionali cinesi del Web, seppure in concorrenza fra di loro, hanno conquistato in pochi anni la maggior parte del mercato cinese, riducendo a poca cosa la presenza dei giganti americani e iniziando ad espandersi all’ estero.Gli ultimi anni ci hanno permesso di assistere alle spettacolari performances, tecniche, commerciali e finanziarie, dei colossi cinesi: Alibaba, Huawei, GTE, TikTok, Wechat…, con il risultato, ben descritto da Forbes, ch’esse si stanno ora rivolgendo ai mercati esteri.A quel punto, si sono levate le voci di coloro che vogliono “frenare la politica predatrice dei Cinesi” con divieti, contingentamenti, ostracismi, in netto contrasto con la politica liberistica predicata (ma mai attuata) dagli Occidentali. Si accusano proprio i Cinesi di concorrenza sleale, come  se gli esorbitanti poteri dei GAFAM non derivassero dai soldi del DARPA e dal boicottaggio dei new entrants europei, quindi da un secolo di politiche protezionistiche e mercantilistiche americane, a cui gli altri soggetti mondiali possono rispondere solo con corrispondenti contromisure.

Di fatto, la guerra commerciale contro la Cina si è rivelata un boomerang almeno quanto quella militare contro l’Afghanistan. Se Huawei si è un po’ fermata, sono apparsi nuovi, ancor più aggressivi, marchi cinesi, come Oppo e Xiaomi; il contingentamento dei materiali strategici ha portato alla scarsità dei semiconduttori, che, a sua volta, ha prodotto una moria generalizzata di fabbriche in Occidente (com’è successo a Melfi e Pomigliano).

Così, in seguito alla reazione alla pandemia, miracolosa in Cina e catastrofica negli Stati Uniti, che detengono il record mondiale di morti di Covid, la Cina è divenuta, di fatto, un modello a cui tutti (a cominciare dagli USA) si ispirano, come spiega brillantemente Rampini nel suo ultimo libro. La Cina è oramai il Paese nettamente più avanzato nel mondo per ciò che concerne la transizione digitale ed ecologica, sicché si trova ad affrontare per primo problemi nuovi, come l’organizzazione di un enorme mercato interno con colossali conglomerati digitali, quali non hanno neppure gli USA. Basti pensare che il conglomerato Alibaba-Ant-Alipay gestisce pagamenti e prestiti digitali per un importo superiore all’ intero PIL della stessa Cina.

In tal modo, con l’abilità che le è unanimemente riconosciuta nel campo della “rivalità mimetica” (Toynbee, Girard), la Cina, dopo aver clonato, coi Taiping, il Cristianesimo; con il Kuomingtang, il nazionalismo; con Mao, il marxismo;  con Deng Xiaoping, l’America, ora, con Xi Jinping,  sta clonando la legislazione digitale europea, non già come essa è – cioè, come abbiamo visto, sostanzialmente inattuata-, bensì com’ essa pretenderebbe di essere, vale a dire il “Trendsetter of the Global Debate”. Questa “clonazione” è stata avviata una decina di anni fa, con il concetto di “Sogno Cinese” (中國夢)tratto dallo Shijing (2012) e  ricalcato sul “Sogno Europeo” coniato da Jeremy Rifkin (2005), il quale, a sua volta, voleva espressamente rifarsi al “Sogno Americano” (che, per Rifkin, sarebbe stato incarnato dalla cultura del West, e, in particolare, dalla California del ‘68).In sostanza, Rifkin (un Americano consulente dell’ Unione Europea) ipotizzava una sorta di “translatio imperii” del progressismo mondiale, dall’ ideologia californiana all’economia sociale di mercato europea.

L’idea del “Sogno Cinese” sarebbe che il “socialismo con caratteristiche cinesi” avrebbe potuto eguagliare le prestazioni del “welfare State” europeo. In realtà, il significato originario del termine riandava all’ identificazione confuciana del Datong con la Dinastia Zhou (poesia “quella primavera”). Oggi, quando i limiti  del modello europeo sono sotto gli occhi di tutti, la Cina vuole forse dimostrare la sua capacità di realizzare le promesse non mantenute dall’ Europa.

A parte il fatto che la Cina sta rendendo possibile anche la realizzazione dei progetti più avanzati della scienza e dell’imprenditoria europee soffocati dall’ angustia di nostri Stati e dei nostri mercati e dalla tutela americana (vedi i casi dell’ industria automobilistica tedesca e degli studiosi austriaci dei computer quantici), essa ha sta anche imitando con una rapidità pazzesca l’intero pacchetto della legislazione tecnologica europea, de iure condito e, soprattutto, de iure condendo. Occorre, a questo proposito, ricordare che l’Unione Europea è innanzitutto un incredibile deposito di progetti inattuati. Nata da un millenario progetto incompiuto, l’integrazione ha ereditato, di secolo in secolo, e, poi, di generazione in generazione, una massa sempre crescente di progetti incompiuti (spesso segreti o comunque riservati): il “De Recuperanda Terra Sancta”, il Trattato di Podiebrad, il Gran Dessin di Sully, il Projet di Saint Pierre e quello di Thierry, la versione russa della Santa Alleanza, Paneuropa, la costituzione italiana ed europea di Galimberti, la Dichiarazione di Ventotene, i vari progetti poi bocciati di costituzione europea e di campioni europei…

La Cina ha semplicemente messo insieme tutti i progetti europei inattuati nei settori tecnologici e li sta realizzando nel corso di un paio di anni. A titolo di curiosità, ricordo anche che, quando Rousseau aveva sottoposto a tutti i sovrani ed intellettuali il progetto di Saint-Pierre, tanto Leibniz, quanto Voltaire avevano risposto, in sostanza, che l’Europa avrebbe dovuto “copiare” la Cina (Leibniz, Novissima Sinica; Voltaire, Rescrit de l’ Empereur de la Chine).

Come base di partenza, la Cina ha adottato un codice civile e uno della proprietà intellettuale di tipo europeo. Inoltre ha concordato con il vertice europeo un Trattato UE-Cina per la protezione reciproca degl’investimenti, congelato immediatamente dopo su richiesta di Biden.  Poi, sta applicando già fin d’ora a tempo di corsa non solo questo trattato ancora sub judice, ma anche  i principi di diritto fiscale, della privacy, sulla sicurezza e sui mercati finanziari che l’Europa stava cercando di approvare ed attuare da decenni, senz’alcun  risultato, e che, per la piccola parte già adottata, non vengono però attuati.

Last but not least, essa ha attuato, contro ANT, la filiale di Alibaba che domina il mercato cinese dei pagamenti digitali, quella misura che tutti da decenni hanno inutilmente invocato in America e in Europa contro i GAFAM: l’”Unbundling”, vare a dire lo “spezzatino”, creando una pluralità d’imprese più piccole, in concorrenza fra di loro e con i terzi. Si noti che questa misura era stata ideata ed attuata in America fin dall’ Ottocento (Sherman Act), ma la politica americana si è sempre guardata bene dall’ applicarla ai GAFAM, con il pretesto che, ciò facendo, si sarebbe “fatto un regalo ai Cinesi”. Ora è chiaro che i Cinesi non hanno bisogno di questo “regalo”, perché, in Cina , la pluralità del web esiste, e questo dà ai suoi cittadini una libertà che gli Occidentali non hanno.

Certo, non si tratta ancora dello “spezzatino” a cui pensiamo noi per il mercato “europeo”, dove il monopolio dei GAFAM si tramuta in una vera e propria forma di colonialismo americano, con cui agli Europei viene praticamente impedito di creare imprese informatiche. Lo “spezzatino” di cui avremmo bisogno consisterebbe nel rimpicciolire i giganti americani per permettere ai new entrants di altri Paesi di occupare spazi di mercato, e per rendere le nostre Autorità meno dipendenti da essi. Si tratta comunque di un utile sasso nello stagno, che, o provocherà reazioni a catena, o comunque aumenterà l’appetibilità del sistema cinese e l’accettabilità all’estero dei BATX opportunamente ridimensionati, sempre utili alternative ai GAFAM.

Più in generale, la corsa normativa del Governo Cinese (che segue quella dell’ Unione dalla fine del 2019 alla primavera 2021) risponde all’ esigenza di dimostrare nei fatti che il suo sistema è meno “illiberale” di quello americano e realizza in concreto le esigenze di libertà e di trasparenza che l’Unione Europea ambirebbe a perseguire, ma che invece non persegue affatto perché impedita dalla tutela americana. Il “Trendsetter of the Global Debate” risulta  così essere oggi a tutti gli effetti la Cina, che diventa più che mai un partner obbligato dell’ Unione nell’ ambito del necessario dialogo internazionale sulla regolamentazione del Web.Le imprese cinesi potrebbero anche rappresentare partners fondamentali per cquelle europee per crescere, affrancandosi da quelle americane.

La tomba degl’imperatori Zhou a Luoyang: “Ho sognato la capitale dei Zhou”

7.Per un ecosistema digitale umanistico, poliedrico e multiculturale

L’unico modo in cui i GAFAM e i BATX potranno convivere proficuamente sul mercato mondiale del digitale è che tutti i Paesi attuino e applichino seriamente misure contro il monopolio dell’ecosistema digitale.

Le moderne tecnologie permettono perfettamente di ottenere i risultati perseguiti (privacy dei dati, accessi possibili a pagamento o per motivi di ordine pubblico), separando le diverse funzioni (abbonamenti al web, cessione di dati, accessi nell’ ambito di procedure pubbliche). Gli Stati e l’ Unione debbono poter controllare il rispetto di tali regole, nello stesso modo in cui possono controllare l’accesso alla telefonia fissa, agli abbonamenti televisivi o alle intercettazioni da parte della polizia.

Le imprese di tutti i Paesi devono poter competere senza posizioni dominanti, e gli Stati debbono supplire alle “market failures”, come quella dell’ industria digitale europea, con imprese di Stato, agevolazioni fiscali ai new entrants, preferenze nazionali, ecc…

Quello che proponiamo nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’ Europa è dunque che:

1)si svolga un dibattito a tutto tondo su digitale e società, come quello che stiamo organizzando all’ interno del Salone del Libro di Torino;

2)si studi adeguatamente il problema;

3)si crei l’Agenzia Tecnologica Europea;

4)Si renda operativa la Web Tax (già approvata da anni);

5)si vieti definitivamente l’esportazione dei dati fuori dell’ Unione (attuando finalmente le sentenze Schrems);

6)si negozi una disciplina mondiale del web;

7)si creino dei campioni europei “forti” (non delle semplici “alleanze”);

8)si ponga al centro della Politica Estera e di Difesa l’autonomia digitale dell’ Europa dagli Stati Uniti, secondo il vecchio modello “tous azimuts”;

9)Si crei, non già un anodino “centro di conoscenze situazionali”, bensì una vera “intelligence europea”.

LA RIVINCITA DELLA MITBESTIMMUNG

Battiamoci per un vero piano industriale europeo

Volkswagen in Cina

Le ormai prossime elezioni amministrative dovrebbero cvostituire (ma non lo sono) un momento di approfondito  ripensamento sul futuro dei nostri territori.

La perdita, da parte  di Torino, di quasi tutte le prerogative tradizionali che la caratterizzavano  almeno nell’ immaginario collettivo costituisce un caso estremo del più generale fenomeno di deindustrializzazione dell’Italia e dell’Europa, che non può essere metabolizzato se non mediante un radicale rovesciamento delle vocazioni economiche dei nostri territori. Contrariamente a quanto annunziato un anno fa in un eccesso di entusiasmo, il Recovery Plan non sta realizzando nulla in questo senso, dato il suo carattere d’urgenza, i limiti dei trattati europei e quelli delle culture dominanti. La politica europea si rende forse oggi conto che, subito dopo il “Recovery Plan”, insufficiente e tardivo, occorre un secondo, ben più energico, intervento (la “Strategia Industriale Europea”), ma dubitiamo che saprà veramente lanciarlo.

In questo post, vediamo in primo luogo come si possano emendare gli errori attuali, indotti dalle limitazioni culturali e antropologiche della classe dirigente, per poi arrivare a parlare di un vero e proprio “progetto economico europeo” che dovrebbe, a nostro avviso, costituire il nocciolo duro della suddetta “Strategia Industriale Decennale Europea”, già anticipata, e perfino rivista, dall’ Unione, che la Francia vorrebbe proporre energicamente nel suo semestre europeo, che inizia il 1° Gennaio 2022, ma che, a causa dei fallimenti del passato, si presenta fin dall’ inizio come troppo limitativa.

Partiamo, per fare questo, dalla situazione di Torino e del Piemonte, che consideriamo paradigmatica di quella europea, per terminare, come usiamo fare, con una visione comparativa delle diverse situazioni di Europa, USA e Cina.

I miei 4 lettori mi perdoneranno se, nel fare ciò, farò qua e là riferimento alle mie esperienze di lavoro, a Torino e in Europa, che mi hanno permesso di constatare in prima persona quali siano stati gli effettivi , trasparenti, meccanismi  attraverso i quali la situazione dei Torino, dell’ Italia e dell’ Europa si è deteriorata nel corso degli ultimi 50 anni.

  1. L’eutanasia dell’Olivetti e della Fiat

Dovrebbe stupire innanzitutto che, in tutte le analisi che vengono pubblicate sul declino del Piemonte, non si riveda mai la dinamica concreta della sua de-industrializzazione, basata sulle catastrofi parallele e complementari dell’industria metalmeccanica, di quella informatica e di quella culturale, e causata, in tutti e tre i casi, dalla mancanza di progettualità da parte delle autorità europee, e, innanzitutto, italiane. Il cosiddetto “corporativismo democratico” teorizzato da Fanfani, incarnatosi nella difesa “a pioggia” dei soggetti di fatto esistenti ha fatto sì che si gonfiassero a dismisura automotive ed occupazione operaia a scapito di altre attività produttive (per esempio, informatica, aerospaziale, cultura e servizi), molto più promettenti nella prospettiva della Quarta Rivoluzione Industriale.

A cavallo della IIa Guerra Mondiale, erano stati inventati, tra l’altro, l’energia atomica, la cibernetica, il motore a reazione, la missilistica, la televisione, tutte tecnologie decisive per la divisione internazionale del lavoro nell’ era industriale. Tuttavia, per ragioni legate essenzialmente all’ esito della guerra e alla successiva Guerra Fredda, l’applicazione in Europa di quelle tecnologie strategiche sarebbe tardata, o ben presto abortita. Si svilupparono invece le industrie destinate ai prodotti di largo consumo, fabbricate, come al Lingotto e a Mirafiori, in stabilimenti prima prevalentemente militari, e, come tali, finanziati, durante la guerra, essenzialmente dal settore capitale pubblico, e poi “ereditate” dagli imprenditori.

Questo tipo di sviluppo dell’economia europea  non aveva fin dall’ inizio la capacità di reggersi nel lungo periodo, perché fondato, essenzialmente, sulla non ripetibile situazione post-bellica, caratterizzata dall’impressionante base industriale creata dall’ Asse per fini bellici e dalla copiosa offerta di mano d’opera qualificata e sottopagata in seguito alla smobilitazione, situazione anticipata dagl’incontri durante la guerra fra la FIAT e il dipartimento americano dell’ Industria.

Nei successivi 75 anni, l’Europa, trincerandosi dietro una retorica iperliberista incompatibile con le sue dichiarate ambizioni di potenza economica subcontinentale, si è sempre rifiutata di adottare le contromisure contro questa situazione di programmato sottosviluppo tecnologico, denunziata da rari teorici come Servan Schreiber, e, anzi, ha boicottato, dietro le pressioni americane documentate come nei casi di ENI, Olivetti ed Airbus,  le proprie imprese che tentavano di uscirne. I lamentati interventi “statalisti” hanno avuto anch’essi un carattere “a pioggia”, non atti a sostenere la sovranità tecnologica delle nostre imprese, condannate ad essere eterne “followers” di quelle americane.

Ancor oggi, i documenti dell’Unione sono basati sull’ insostenibile presupposto che, per rilanciare l’economia europea, bastino una politica monetaria espansiva,  il supporto alla ricerca e sviluppo e l’incoraggiamento delle “alleanze” fra piccoli produttori europei, senz’ affatto considerare che certi tipi di attori (come le piattaforme di Internet) sono in Europa totalmente assenti, sì che il mercato (non solo digitale) è interamente dominato dai GAFAM americani. Non solo, ma questi ultimi stanno accrescendo ulteriormente il loro potere sul mercato, da un lato entrando in nuovi settori strategici come l’industria spaziale, e, dall’altro, ottenendo continui dilazionamenti, di anno in anno, delle misure già predisposte contro di essi dalle autorità americane e soprattutto europee (divieto di esportazione dei dati, web tax, fine degli abusi di posizione dominante).

Questo è particolarmente grave perché, come aveva rivelato già Milward, fin dal principio era stato chiarito al nostro mondo industriale che il boom trainato dalla conversione, in industria dei trasporti, dell’industria bellica, concentrato su vetture di bassa gamma, come consigliato dal dipartimento americano dell’Industria, non avrebbe potuto durare in eterno, proprio a causa del prevedibile successo di tale boom e della conseguente “trappola del reddito medio”. Inoltre, come dichiarato a suo tempo alla stampa dal compianto Ing. Chou dell’ Olivetti,  era stato anche soffocato il tentativo, veramente innovativo, dell’azienda di Ivrea  di entrare da leader nel mercato e nella cultura dell’informatica, la quale ultima domina oggi ogni aspetto dell’economia e della politica mondiali. Anche l’industria culturale torinese (Einaudi, Loescher, IPSOA, ISVOR)  avrebbe potuto svilupparsi solo seguendo l’approccio multidisciplinare favorito da Olivetti, mentre invece il suo ossequio ai dettati del “mainstream” politico ne aveva decretato l’insostenibilità nel lungo periodo.

Ne consegue che l’idea di cedere a un partner estero il controllo della FIAT e, di conseguenza, di disinvestire anche dal vastissimo indotto auto (cioè, in sostanza, da tutta l’economia del Piemonte), non è di oggi. Fin dagli inizi, nel 1971,  della mia vita lavorativa nell’ industria metalmeccanica cittadina, avevo assistito al prevalere di  quell’ orientamento, inaugurato dalla cessione della maggioranza italiana in  prestigiose aziende  componentistiche come RIV e Way-Assauto, per le quali avevo lavorato. Dopo di allora, a quante dismissioni avevo dovuto assistere! Sono stato perfino preposto all’ Ente “Dismissioni” della SEPIN.

Ricordo però che quando, nel 1985, si era profilato l’accordo FIAT-Ford, l’opposizione del management torinese, di cui facevo parte, era stata determinante, perché, a dispetto della retorica della “fusione fra eguali”, era chiaro a tutti già fin da allora che l’accordo avrebbe significato la subordinazione di Torino a Detroit. Cosa che, allora, la tecnostruttura FIAT giustamente rifiutava, e l’Avvocato Agnelli era restio a imporre, conscio che la vera forza della sua famiglia consisteva nel catalizzare le energie culturali, politiche, tecnologiche e professionali del Piemonte, che non era certo il caso di alienarsi :”Alla fine la Ford era pronta a cedere il controllo della nuova società alla Fiat, ma solo per un periodo transitorio da 5 a 7 anni. Ghidella avrebbe dovuto guidare la società per questo periodo o almeno per la prima parte di questi anni. Quindi la nuova società sarebbe stata posseduta al 51% dalla Fiat e al 49% dalla Ford per i primi anni e dopo il controllo sarebbe passato nelle mani degli americani”.

Il progetto era però, come dicevamo, in preparazione da tempo (forse dalla Seconda Guerra Mondiale). E infatti esso,  alla prima occasione, fu ritentato, questa volta con General Motors, nel 2000. Ma qui era stata la stessa proprietà a voler rescindere l’accordo già firmato, approfittando delle favorevoli clausole di uscita previste nel contratto:”Esso prevedeva che GM sottoscrivesse una partecipazione del 20% in Fiat Auto, in cambio di azioni della stessa GM per una quota pari a circa il 5,1% (percentuale tale da far diventare Fiat il primo azionista industriale in GM) della capitalizzazione della società di Detroit equivalente ad un valore di 2,4 miliardi di dollari (www.fiatgroup.com). L’intesa ha portato alla creazione di due joint venture paritetiche, una negli acquisti e l’altra nei motori e nei cambi. L’accordo è stato firmato per Fiat dal presidente di allora Paolo Fresco e dall’amministratore delegato Paolo Cantarella. Per GM, invece, erano presenti l’ad John Smith e il presidente Richard Wagoner. Nell’area degli acquisti Fiat Auto e GM sfrutterebbero le proprie capacità specifiche, compresi il team interfunzionale “piattaforma componenti” di Fiat Auto e i “creativity teams” di GM. Il volume totale di acquisti delle due società consentirebbe importanti possibilità di sinergie. Inoltre, Fiat Auto e GM, con il suo partner nei motori diesel Isuzu, intendono sfruttare le proprie risorse per incrementare l’offerta di motori e cambi, migliorare le prestazioni e ridurre i costi. Gli accordi prevedevano anche il riconoscimento a favore del Lingotto di un diritto d’opzione per cedere il restante 80% a General Motors, nel periodo tra il 24 gennaio 2004 (spostata poi al 2 febbraio 2005) e il 23 luglio 2009 (24 luglio 2010)”.

Del resto, era stato lo stesso Avvocato Agnelli, in un libro-intervista, a teorizzare una sorta di “nazionalismo economico” di Torino incentrato sul ruolo internazionale della FIAT. In quel libro, Agnelli usciva dal solito schema della città operaia, per includere, fra i beneficiari dell’ egemonia torinese, i fornitori, i professionisti e il ceto medio (gli “stakeholders”).

In effetti, a dispetto della retorica “mainstream” sul preteso carattere impersonale e a-nazionale delle concentrazioni industriali internazionali, queste sono rette invece da una ben “localizzata” volontà di potenza, che si manifesta attraverso i tre capisaldi del controllo unitario, della nazionalità e della politicità (basti pensare a tutta la politica attuale delle “Golden Shares”).

Nel 2012, la crisi della Chrysler (già ceduta alla Mercedes, ribattezzata Daimler, ma poi rimessa sul mercato per via giudiziaria grazie al sostanzioso supporto politico di Obama) aveva dato a qualcuno l’illusione di poter acquisire il gruppo americano mantenendo il controllo in Italia. Una’illusione infondata, visto che il precedente accordo Daimler-Chrysler era fallito proprio per la pretesa del socio americano Cerberus che la promessa di Schremp di un “merger among equals” venisse poi veramente mantenuta dai Tedeschi, che non lo potevano invece fare a causa della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa (Mitbestimmung), che non avrebbe potuto essere preservata con una fusione alla pari. La politica dell’ “America First” non aveva mai mancato, fino da allora, d’incidere pesantemente anche sulle fusioni societarie internazionali, con pesanti pressioni affinché fosse mantenuta sempre almeno una funzione di controllo americana (cosa poi realizzatasi soprattutto con la complessa legislazione  fiscale su quelle transatlantiche)

Fu così che, per prevenire le suscettibilità americane, fu necessario rendere labile e irriconoscibile, non solo la nazionalità degli Elkann, ma anche il reale centro di FCA (con una spartizione di fatto fra Dearborn, Londra e Amsterdam, e l’esclusione di Torino).

Il “Patriottismo industriale torinese” di Giovanni Agnelli
  • 2. In Stellantis, comanda la Francia

Questa dinamica “geopolitica” dei M&A (Mergers and Acquisitions) è stata confermata, nel caso della recente “fusione” tra Fiat-Chrysler (FCA) e il Gruppo Peugeot Sa (PSA), dal ruolo determinante dell’industria di Stato francese (supportata dalla “participation”, corrispettivo francese della Mitbestimmung), e dal “portage” di azioni da parte di prestanomi.

Anche qui l’illusione del “merger among equals” (alimentata questa volta dai Francesi) non si è potuta mantenere, perché in realtà c’è sempre qualcuno che, grazie ai patti parasociali, comanda, e le autorità di banca e borsa lo vogliono sapere. La risposta ufficiale è stata che comanda la “PSA”, vale a dire il Gruppo francese il cui azionista di riferimento (come anche nella Renault) è il Governo francese (unico soggetto politico ed economico smanioso di estendere il proprio controllo sull’ industria europea, mentre Stati e famiglie imprenditoriali sembrano fare a gara per cedere il controllo ad estranei).

Come da accordi, ognuno dei due gruppi ha nominato cinque membri, con l’undicesima poltrona assegnata a Carlos Tavares, già presidente del consiglio di gestione di PSA, il quale ha ottenuto la carica di amministratore delegato. Proprio questa nomina è il peso che fa pendere l’ago della bilancia dalla parte transalpina, concedendo di fatto la maggioranza assoluta, nel cda, a PSA, mentre la presidenza affidata a John Elkann è più di rappresentanza che non decisionale. Del resto, per capire chi comanda, basta vedere che Tavares guadagna 4 volte più di Elkann.E sarebbe assurdo se così non fosse, dato che la quota aggregata di John Elkann, grazie ad un sistema di scatole cinesi oggi messa in discussione dalla madre Margherita, è appena dell’ 1,75%.

Come si può vedere, nonostante tutte le retoriche ufficiali, siano esse liberistiche o statalistiche, l’industria automobilistica è sempre stata  politicamente determinante e determinata, e il controllo ultimo, la “golden share” appartiene da sempre a un Governo o qualche oligarca legato a un Governo. Con tutto quello che si dice di Cina e Russia, sono poi invece sempre i Paesi europei quelli che si riservano maggiormente il controllo (anche se discreto) delle loro grandi imprese. Solo l’Italia sembra essere un’eccezione, perché la FIAT è stata da sempre, più che sotto il controllo italiano, sotto quello di governi “amici”. Infatti, il Governo italiano  si è sempre rifiutato di influenzare direttamente le scelte strategiche delle sue grandi imprese, a tal punto che sono state spesso le imprese stesse (e perfino quelle di Stato) a dare ordini al Governo, e non viceversa, come nel caso della legge fiscale modificata in concomitanza con il trasferimento all’ estero della sede della FIAT.

Non è un caso  che, mentre le bombe alleate radevano al suolo mezza Torino, e in particolare chiese e monumenti, la FIAT, massima industria militare del Paese, per giunta  presidiata dalla Wehrmacht, fosse sopravvissuta indenne a tutta la guerra. Né che Raffaele Mattioli avesse affermato di avere pilotato egli stesso, dagli uffici della Comit di Milano, l’intera transizione da Mussolini a Badoglio,  passando niente po’ po’ di meno che attraverso la rivolta del Gran Consiglio del Fascismo, il colpo di Stato del Re, l’Armistizio di Cassibile e il Processo di Verona.

Non stupisce allora neanche che oggi, nel Consiglio di Amministrazione di  Stellantis, non sieda alcun rappresentante dei lavoratori italiani, mentre sono rappresentati quelli del gruppo PSA. Infatti, politici e sindacati italiani hanno sempre rifuggito ogni discorso sulla rappresentanza societaria degli stakeholders (oggi pressoché universale in Europa), unico (anche se misconosciuto) reale baluardo contro l’alienazione de controllo sulle imprese strategiche (come ha dimostrato la storia delle imprese tedesche e francesi, ambedue all’ avanguardia nel campo della cogestione).

Singolare il meccanismo di rappresentanza dei lavoratori che nella sostanza aggira le prescrizioni delle leggi francesi, tedesche ed europee sulla partecipazione di quelle italiane. Nel board di Stellantis non c’è alcun rappresentante dei dipendenti italiani e tedeschi mentre c’è Jacques de Saint-Exupery (che non è un sindacalista operaio) a rappresentare (ma solo formalmente) quelli francesi. Fiona Clare Cicconi, nominata da FCA quale rappresentante dei suoi lavoratori, è  invece l’ex responsabile delle risorse umane della contestatissima Astrazeneca (anglo-svedese). I sindacati italiani lamentano che: «Fca ha deciso di fare da sé nell’individuare il componente che dovrebbe, simmetricamente a quello già presente in PSA, rappresentare i lavoratori in Stellantis».

Abbiamo così il paradosso di una Stellantis che vpotrebbe essere un modello perfetto di “società europea” e invece ha lo statuto di una Naamloze Vennootschap olandese, è dominata dal Governo Francese e non ha una rappresentanza europea dei lavoratori.

Mercedes in Cina

3.Torino deliberatamente umiliata

Non può quindi infine stupire in alcun modo il drastico ridimensionamento, non solo economico, ma, anche e soprattutto, sociale e culturale, della Città di Torino, città simbolo di questa cultura “anti-partecipazione” dei Governi, dei sindacasti e degl’imprenditori.

Gli effetti di questa cultura sono eclatanti soprattutto se confrontati alla storia della capitale della Volkswagen, Wolfsburg, oggi più che mai centrale nel mondo dell’ auto anche quando la maggior parte delle auto Volkswagen viene prodotta e venduta in Cina.

Intanto, coerentemente con i piani dell’accordo messo nero su bianco lo scorso dicembre fra FCA e PSA (il “Combination agreement”), sono saliti a 800 gli esodi incentivati nell’area metropolitana. Coinvolte la Teksid di Carmagnola e l’ ex TEA di Grugliasco. Pensione anticipata anche per 350 dipendenti del settore impiegatizio. Solo cento i nuovi assunti. L’ha reso noto la FIOM dopo la firma dell’accordo alla Carrozzeria di Mirafiori per l’uscita incentivata di 160 addetti e quello per i 100 della Maserati di Grugliasco. Sin qui i circa 300 esodi volontari già comunicati per quanto riguarda il polo torinese che comprende Mirafiori e l’ex Bertone.

Agli inizi di settembre, inoltre, verrà perfezionato l’accordo per gli impiegati degli Enti Centrali, che prevede 350 uscite e un centinaio di ingressi.

Intanto, non è stata assegnata a Torino la cosiddetta “Gigafactory” della Stellantis per le batterie elettriche (la quale per altro neppure a Termoli compenserà gli attuali licenziamenti).La Maserati si trasferisce a Mirafiori e l’ex stabilimento Bertone di Grugliasco rischia di diventare presto un pezzo di archeologia industriale, con la chiusura definitiva di quello che era nato come “polo del lusso”, con la Maserati, che oggi lavora a singhiozzo, e in cui le ore di cassa integrazione superano quelle di attività.  Si tratta dell’accorpamento di tutta la produzione torinese a Mirafiori, con l’affiancamento alla Levante delle produzioni di Gran Cabrio e Gran Turismo, tutti modelli Maserati. A Grugliasco resterà un’attività residuale legata a Ghibli e Quattroporte.

Situazione ulteriormente aggravata dalla chiusura di Melfi e Pomigliano.

Tutto ciò ammesso che le politiche della transizione ecologica accelerata non portino di fatto (come alcuni paventano) alla chiusura di tutte le fabbriche europee di auto di lusso.

Tutto ciò nonostante che la FCA abbia contratto un prestito COVID-19 con lo Stato Italiano, che proteggerebbe l’occupazione dei siti italiani. Sebbene il prestito ricevuto da FCA nel 2020, erogato da Banca Intesa Sanpaolo e garantito dalla società pubblica SACE, contenga clausole legate al reinvestimento esclusivamente in Italia dei fondi ricevuti,  Stellantis da allora ha cessato le attività in ben 4 stabilimenti italiani e continua a ridurre l’occupazione.

La cogestione è attualissima anche nella società delle macchine intelligenti

4.Ci  sarebbe voluta anche in Italia la cogestione

Ribadiamo che la chiave di lettura di questa  vera e propria cancellazione del nucleo originario della FIAT va ricercata, non tanto in un processo ineluttabile di crisi del mercato automobilistico e di delocalizzazione, né in una cattiva volontà della proprietà, bensì nelle scelte autolesionistiche della politica, dei sindacati e degli stessi lavoratori.

Nella generale trasformazione del mercato veicolistico in seguito al “middle income trap” in Occidente e alla crescita dell’ Asia, l’industria veicolistica europea può essere salvata (almeno temporaneamente, in attesa di cambiamenti più radicali) proprio con la strategia adottata dai Gruppi tedeschi, basata sulla partecipazione dei lavoratori, sull’ altissima qualità, sull’ automazione e sul presidio diretto del mercato cinese, forte di 30 milioni di vetture all’ anno. Il loro contesto societario, dominato dalla cogestione dei lavoratori e dalla separazione della proprietà dal management, era stato concepito, a partire dal caso Volkswagen negli anni 50,  come una formula per evitare la cannibalizzazione dell’industria tedesca,  allora più che mai possibile per via del regime di occupazione e delle epurazioni. Ricordiamo che la Volkswagen apparteneva originariamente al sindacato nazista “Front der Arbeit”.

In Italia, gl’insostenibili miti dell’insuperabilità della lotta di classe e dell’inaccettabilità di limitazioni ai diritti della proprietà hanno prodotto una debolezza tanto delle direzioni aziendali, che dei lavoratori, di fronte alle inevitabili pressioni delle grandi potenze, dei partiti, della finanza e della concorrenza,  e allo smantellamento delle nostre imprese.

E’ ben vero che, in un’Europa unita con un miliardo di abitanti, non avrebbe probabilmente senso che tutti i Paesi abbiano tutti i tipi di produzione, e quindi l’ Europa del Sud avrebbe dovuto comunque “barattare” con il Nord e con L’Est la manifattura con la cultura, l’ecologia e i servizi,   ma ciò avrebbe dovuto essere deciso dall’ Europa e negoziato fra i Paesi, non già essere il risultato di una serie di fatti compiuti imposti dai più furbi.  In pratica, nulla vieta che le holding dei grandi gruppi siano collocate in Europa Centrale, né che le fabbriche siano in Cina, purché i centri di ricerca, gli uffici finanziari e commerciali, l’indotto del terziario, siano sparsi in tutta Europa, e che, in cambio, vengano collocati nell’ Europa mediterranea istituti e industrie culturali.

Questo per dire che la pur necessaria ristrutturazione, anche territoriale, dell’ economia europea è stata non solo iniqua, ma anche e soprattutto inadatta a combattere efficacemente la concorrenza internazionale.

In conclusione, l’infausta sorte della nostra “Città dell’Auto” era scritta da molti decenni, da quando tanto la  politica, quanto l’imprenditoria, quanto il sindacato avevano rifiutato di seguire il modello tedesco, basato sulla cogestione, sull’ alta qualità e su delocalizzazioni controllate. Oggi, le imprese tedesche, seguendo la clientela,  producono e vendono la maggior parte delle loro auto all’ estero, però la “testa” è sempre più fermamente a Wolfsburg, a Stoccarda e a  Monaco, con la partecipazione alla gestione e agli utili del Governo, del management, delle Autorità locali e dei lavoratori. Addirittura, il Governo cinese ha loro permesso nel 2020, in anticipazione del Trattato UE-Cina poi “congelato”, di acquisire il 100% della proprietà delle fabbriche cinesi loro partner. Le imprese cogestite tedesche sono più forti, non solo della loro dispersa “proprietà”, bensì dei Governi, cinese, tedesco e perfino americano.

Come risultano cocenti, alla luce di questo confronto internazionale, gli ultimi smacchi delle Autorità, managers, lavoratori, torinesi, avvezzi da decenni a prendere schiaffi da proprietà e governo, costituiscono il naturale esito dell’ autolesionismo della strategia fino ad oggi perseguita. Basti pensare al trasferimento all’ estero della sede della FIAT, poi alla scomparsa del marchio, e ora alla chiusura  (e addirittura, vendita all’asta) dello storico edificio del Lingotto, simbolo, non solo della FIAT, ma anche dell’architettura razionalistica italiana, e perfino della tradizione del movimento operaio. A parte il fatto che, contemporaneamente, si stanno vendendo anche le Cartiere Burgo, e perfino la Galleria del Romano, su cui affacciava la stanza del Nietzsche “torinese”. Infine, è stato praticamente azzerato l’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, senza che le nostre Istituzioni siano riuscite ad ottenere nulla dal Governo.

Altro che “fare squadra” per la città! Siamo di fronte a una sommatoria di carenze, errori e tradimenti che hanno portato a una sconfitta totale. Colpa di Chiamparino o di Cota, di Ghigo o della Bresso, di Fassino, dell’ Appendino o di Ghigo? In realtà, sembra che le colpe risalgano ancor più indietro, e vadano equamente condivise. La colpa è fondamentalmenten degli elettori torinesi, che hanno votato quei politici e continuano a votare gli stessi partiti.

Senza l’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, il futuro di Torino è più difficile

5.Il futuro di Torino, dell’ Italia e dell’ Europa

Fino a qualche giorno fa, tutti parlavano ancora di un futuro di Torino nel settore autoveicolistico. Perfino dopo quest’ultima doccia fredda, in piena vigilia elettorale, i politici reclamano ancora una rinegoziazione con Stellantis e con il Governo per una (o due )nuova/e “gigafactory” di batterie. Questo gran parlare è  semplicemente grottesco, per una serie di ragioni, prima fra le quali è che il ridimensionamento, in questi 50 anni, dell’industria metalmeccanica piemontese, è oramai talmente macroscopico, che ne restano solo le briciole, che riguardano al massimo qualche decina di migliaia di operai, su quasi un milione di abitanti di Torino (quando, come noto, un tempo  già soltanto i quadri della FIAT erano 40.000). E’ quest’ultima la classe sociale più penalizzata.Comunque, è oramai evidente che a Torino non vi sarà nessun’attività direzionale, né progettuale, e che anche l’occupazione operaia sarà ridotta ai minimi termini.

Il peggio è che neppure le attività alternative all’automobile sono state gestite meglio di questa. L’enorme patrimonio naturale e storico non viene valorizzato se non in minima parte. Non si studia sufficientemente la nostra storia antica e medievale, né  gli agganci con le diverse culture europee (i Poeti Provenzali, De Maistre,  Nietzsche, Michels..).Ne deriva la  mancanza di “appeal” della nostra offerta culturale e politica.

Neppure il carattere fondamentalmente “museale” della città è stato rispettato, inserendo , in un contesto  di valore architettonico unico, due banali grattacieli (di cui uno -costruito sulle macerie del mio ufficio alla gloriosa FIAT Avio- e mai terminato). Non parlamo poi dell’ industria spaziale, distrutta dallo spezzatino della FIATV AVIO e dall’ assenza dell’ Europa dai più avanzati settori dell’ industria spaziale.

Tutto questo lo scrivo a ragion veduta perché:

-da più di 50 anni ho detto e scritto che ciò sarebbe inevitabilmente avvenuto se non si fosse perseguito un progetto alternativo di città, sulle orme di Adriano Olivetti, fondato sulla sinergia fra cultura, politica, finanza ed europeizzazione programmata delle industrie di alta tecnologia;

-mi ero dedicato appositamente allo studio del lavoro comparato perché vedevo chiaramente che solo un sistema di partecipazione del lavoro a tutti i livelli sul modello tedesco avrebbe potuto ovviare (seppure parzialmente), alle catastrofiche tendenze di lingo periodo dell’”establishment” italiano;

-ancora nel 2019 avevo presentato al Salone del Libro di Torino un libro (“Il ruolo dei lavoratori nell’ era dell’ Intelligenza Artificiale”), esito di un convegno presso l’ Unione Industriale, nel quale tentavo di dimostrare che il modello tedesco di Mitbestimmung è più che mi attuale nell’ era delle Macchine Intelligenti;

-fin dal 1977, mi ero attivato, nell’ ambito del Gruppo CIR, e, più tardi, di quello FIAT, per promuovere una delocalizzazione dell’industria piemontese verso i Paesi in Via di Sviluppo ed ex socialisti basata sul mantenimento sul territorio del controllo e sull’ “upskilling” della società piemontese,   con il rafforzamento delle funzioni politiche, finanziarie e manageriali di Torino, intesa quale centro dell’ economia europea e mondiale;

-anche l’attività di promozione culturale svolta negli ultimi 16 anni da parte di Alpina è andata in questa direzione, puntando tutto sull’ europeizzazione e sul rafforzamento dell’identità della città, come nel caso del progetto di Torino Capitale Europea della Cultura;

-ho appena pubblicato, per il marchio “Alpina”, un nuovo libro bianco sull’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, che pubblicheremo al prossimo Salone del Libro (14-18 ottobre);

Purtroppo, tutti questi sforzi pluridecennali sono stati inutili, di fronte alla palese volontà di una città di suicidarsi.

6.Il velleitarismo: copertura ideologica delle responsabilità dell’establishment

Purtroppo, sta prevalendo, in quei residui di classe dirigente che ancora sopravvivono a Torino, inaudite retoriche, secondo cui il fatto di essere stata, la nostra Città, fino al 1990, il centro di un impero industriale – come si diceva un tempo, ”Terra, mare cielo”- legittimerebbe la stessa a pretendere che le Autorità europee e nazionali e perfino Stellantis  concentrino qui alcune (per altro marginali), loro attività. In particolare, a proposito di batterie, vorrei ricordare che appena 5 anni fa la FIAT (oggi Stellantis) aveva venduto ai Giapponesi una delle più importanti imprese nel settore batterie per auto: la Magneti Marelli, di cui mi onoro di essere stato, fra il 1986 e il 1988, il responsabile dei Servizi Legali. Perché allora nessuno era venuto fuori con appelli per il mantenimento in Piemonte della manifattura? Avevamo ancora il bastone di comando anche in questo campo, in un colosso presente in tutto il mondo, e ora veniamo a piatire dalla Stellantis la creazione di una fabbrica che, nella migliore delle ipotesi, ci porterebbe in 10 anni 500 posti di lavoro da operaio. Perfino Termoli, che riceverà già a prima di queste fabbriche, si è lamentata del fatto ch’essa non compenserà certo i licenziamenti in corso pure laggiù.

Esemplare (in senso negativo), l’articolo di Salvatore Tropea su “La Repubblica” dell’8 agosto, che titolava con un’ affermazione già a prima vista insostenibile:”Il rilancio di Torino si fonda sull’ eccellenza del passato”. Ma quale eccellenza, se, nel giro di 50 anni, abbiamo ceduto tutte le nostre posizioni industriali alla Silicon Valley, a Milano, alla Motor Valley emiliana,  a Roma, a Parigi, a Detroit, a Shenzhen,  a tutte le province cinesi che, producono, ciascuna, anche con marchi tedeschi, più auto delle singole nazioni europee.

L’eccellenza industriale della Torino del passato era fondata innanzitutto sulle virtù politiche e militari dei Savoia e dei sudditi sabaudi, sulla grinta del sindaco Luserna di Rorà, di Gramsci,  del Senatore e dell’ Avvocato Agnelli, così come  sulla creatività di Adriano Olivetti. Una volta finite quelle generazioni, né la politica, né la cultura, né l’imprenditoria, né il management, si sono rivelati all’altezza di un passato sempre più lontano. Hanno prevalso la ristrettezza di orizzonti, il conformismo professionale e ideologico, gl’incesti fa politica ed economia, il servilismo dei gate-keepers, la mentalità burocratica del management,  la debolezza di carattere delle nuove generazioni, un’interpretazione quietistica del “pensiero unico” che incita all’ accettazione passiva di un presunto “corso della storia”.

Non vedo poi come Tropea possa affermare, con un riferimento criptico al recentissimo ridimensionamento dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che quella sarebbe stata una “scorciatoia”, mentre invece Torino dovrebbe continuare a fare ciò che ha fatto in passato (anche se gliene sono stati tolti i mezzi). Ma si rende conto Tropea che, in questi 75 anni, nel resto del mondo le vocazioni economiche prevalenti sono cambiate molte volte, con l’avanzare trionfale, prima, del terziario, e, ora, del digitale?che le multinazionali americane “tradizionali” hanno ceduto alla Big Tech i primi posti nelle classifiche del Dow Jones? che la Cina non è più, né un Paese in via di sviluppo, né un Paese agricolo, né la “fabbrica del mondo”, bensì il “cervello del mondo”, e non importa più, bensì esporta, tecnologia? E noi invece aspiriamo solo a tornare ad essere, molto in piccolo, ciò che eravamo, in grande, nel secolo scorso?

Purtroppo, di questi grandi temi non sentiamo parlare nella campagna elettorale oggi in corso, e ci chiediamo se qualcuno abbia una qualunque, seppur misera, idea da proporre in proposito agli elettori.

Un Progetto Economico Europeo non può avere al centro se non la programmazione della transizione digitale

7.Un  Progetto Economico Europeo al di là della “Strategia Industriale Europea”

Situazioni come quelle di Torino sono presenti ovunque in Europa, anche se in modo meno drammatico. Esse dipendono dall’ assenza di un qualunque serio accenno di capacità programmatica. Come abbiamo viso, il processo di specializzazione e riqualificazione delle varie aree dell’Europa, lasciato senza “paletti” a un mercato d’ imprese sub-marginali esposte a concorrenti enormi, agguerriti e liberi di muoversi, ha portato a risultati assurdi, come il concentrarsi di fatto del controllo dei grand gruppi europei nell’Europa Centrale, il predominio nell’ Europa Meridionale di manifatture obsolete e di una pletora d’ imprese familiari nei settori commerciale e dei servizi alle persone. Non sono state presidiate le aree, oggi determinanti, della cultura, dell’informatica, dell’aerospazio, oggi completamente in mano agli USA e alla Cina.

L’attuale Unione Europea, anziché porsi, come sarebbe  nelle sue ambizioni,  quale il “Trendsetter del Dibattito Globale”, insegue faticosamente i nuovi scenari mondiali. Per esempio, la “Strategia Industriale Europea” era stata annunziata il 20 marzo 2020, vale a dire il giorno prima che l’OMS dichiarasse iniziata la pandemia di Covid. Ma la Cina aveva già fornito ben tre mesi prima le famose informazioni sul Covid, che qualcuno pretenderebbe “ritardate”. Com’è possibile che, a Bruxelles, nessuno si fosse ancora accorto che la pandemia avrebbe modificato profondamente lo scenario economico mondiale?

E, infatti, un anno dopo, la Commissione si è vista costretta a emettere una rettifica alla strategia dell’anno scorso, focalizzata sulla ricerca di rimedi contro le cosiddette “dipendenze” dell’Europa. Ma anche questa rettifica è monca: essa non tratta in alcun modo del problema più grave dell’Europa: la mancanza di  industrie digitali europee. La quale costituisce la più spettacolare fra le nostre dipendenze, in quanto lascia cultura, difesa, politica ed economia europee in balia dei GAFAM, che ci sottraggono continuamente dati, risorse, intelletti e materia imponibile, trasferendoli  fuori della UE.

I provvedimenti previsti dal documento della Commissione affrontano poi la questione in un modo così indiretto, da condannare l’iniziativa all’ insuccesso.

Innanzitutto, vi sono l’”Alliance on Processors and Semiconductor Technologies” ,l’ “Alliance for Industrial Data, Edge and Cloud “, l’”Alliance on Space Launchers” e l’”Alliance on Zero Emission Aviation”. Come si era però visto nel settore aerospaziale, queste “alleanze” sono paralizzanti, tant’è vero che tanto Arianepace, quanto Airbus, sono state poi trasformate, per renderle efficienti, in società di capitali , come avevo potuto constatare personalmente in qualità di responsabile del servizio legale della FIAT Avio, partner e fornitrice strategica di ambedue. Non per nulla era stato creato appositamente vlo strumento della “Societas Europaea”

Questa inefficienza si è vista ancora pochi giorni fa coll’annullamento, per l’opposizione spagnola, dell’ assegnazione dell’ appalto per il centro di supercomputer di Barcellona, alla ditta franco-americana ATOS (di cui il Commissario Breton era stato fino a poco fa il presidente), quando invece gli Spagnoli ritenevano più competitiva quella  di un consorzio sino-americano.

Il bello è che, mentre gli Stati Uniti godono (forse ancora per poco), di una posizione dominante a livello mondiale nei settori di alta tecnologia, ma sono riluttanti ad applicare, alle proprie imprese in posizione dominante, i principi della libera concorrenza da essi tanto decantati, e applicati così rigorosamente fino a un secolo fa (casi Standard Oil e AT&T), e l’Europa, che pur stando appena emettendo, in questo campo, i primi vagiti, pretenderebbe di costituire il modello mondiale della governance digitale, la Cina, che solo in questo secolo ha raggiunto gli Stati Uniti, non solo li sta superando industrialmente, ma sta anche applicando, con la precisione di un manuale, ai propri BATX, tutte le regolamentazioni  previste dai prolifici legislatori americani ed europei, ma completamente disapplicate dai relativi Enti regolatori. In tal modo, la Cina sa proponendo a mondo un modello di mercato digitale continentale retto sulla concorrenza perfetta fra molti produttori nazionali e controllato attentamente da regolatori di mercato retti dalle migliori norme europee  e americane (il vero “Trendsetter del Dibattito Mondiale”), togliendo all’ Europa anche questo primato.

I riferisco in particolare a:

a) l’Antitrust: L’Amministrazione Statale per la Regolamentazione del Mercato (ciò che è in USA la Federal Trade Commission), creata appena nel 2018, ha incriminato, e, in molti casi, multato, 35 aziende informatiche nazionali per fusioni non dichiarate, contratti di esclusiva vietati e tattiche commerciali non trasparenti;

b)la Protezione dei Dati:L’Amministrazione Cinese del Ciberspazio, creata nel  2014, ha sospeso la quotazione negli Stati Uniti della società cinese Didi per violazione dei protocolli di sicurezza;

3) “Espansione disordinata”.Altre imprese sono state penalizzate per altre violazioni delle regole del mercato.

Secondo alcuni commentatori, la  Cina starebbe abbandonando il modello americano, incentrato sull’ high tech, per abbracciare quello “tedesco” fondato sulla “fabbrica intelligente”, anche per controbilanciare le pressioni americane per sabotare le filiere di fornitura cinesi; secondo altri, queste misure sarebbero state adottate per venire incontro al desiderio dei cittadini cinesi di vedersi maggiormente tutelati contro le multinazionali, come promesso da tutti i Governi del mondo, ma attuato seriamente solo dalla Cina. Ambedue obiettivi assolutamente legittimi, e che a parole sarebbero comuni anche ai legislatori e regolatori europei, che però in realtà non li perseguono per nulla , lasciando  i nostri concittadini, le nostre imprese e i nostri lavoratori,  assolutamente indifesi, con i risultati che vediamo nella nostra Città.

Soprattutto, l’attuazione di quelle politiche rende  il sistema industriale cinese un modello completo e avanzato, tanto dal punto di vista strutturale che da quello dei diritti, superando dunque, nel primo caso, i monopoli tecnologici americani, e, nell’ altro, le pretese di leadership dell’ Unione Europea quale Trendsetter del Mercato Globale.

Speriamo che si possano criticare tutte queste “défaillances” nella Conferenza sul Futuro dell’Europa, con l’obiettivo di una “perestrojka” radicale del sistema economico del nostro Continente e della rinascita delle nostre Città.

CONTRO I RISCHI ESISTENZIALI DEL XXI SECOLO: COSTRUIRE UN MONDO POLIEDRICO

La costernazione generale dell’establishment per il fatto che gli Stati Uniti abbiano rimpatriato le proprie truppe dall’ Afghanistan ha fatto perdere di vista un aspetto ben più vasto e generalizzato: che, nonostante gli USA abbiano proprie basi militari in tutto il mondo, al punto da ricomprendere, appunto, il mondo intero nelle proprie regioni militari (da cui non è esclusa alcuna parte del globo), essi non coincidono affatto (come giustamente rilevato da Giovanni Paolo II), con le Nazioni Unite, bensì sono solo un “impero nascosto”(Immerwahr) non riconosciuto da nessuno, e la cui effettività è tutt’altro che assodata, ma, anzi, è contestata un po’ da tutti.

Come ha scritto giustamente Cacciari su l’Espresso, “abbiamo affrontato  le crisi medio-orientali e la tragedia afghana alla luce di un bagaglio ormai confuso di idee di democrazia, di costituzione, di procedure parlamentari, distinguendo le forze in campo in base alla  loro distanza dai nostri ’valori’”.

Peccato che poi anche il nostro filosofo dimostri una confusione ancor maggiore là dove parla di “egemonia esercitata (anche attraverso l’ URSS!) da oltre due millenni”. Ma quando mai, l’ “Occidente” ha esercitato un’egemonia sul resto del mondo   prima dell’Ottocento? Ai tempi degl’ Imperi Persiano, Maurya, Han, Tang, islamico, mongolo, ottomano, Qing? A quelli di Buddha, Confucio, Ashoka, Maometto, Averroè, Avicenna, Chinggis Khan, Marco Polo, Akbar?

La pretesa egemonia occidentale, e l’idea stessa di “Occidente” nascono solo con le violente aggressioni contro l’ Algeria, la Cina e l’ India del secolo 19°. Prima di Condorcet, Saint-Simon, Hegel, Marx, Hugo, Mazzini e Kipling, nessuno aveva mai pensato ad un’”egemonia occidentale” nel mondo, dato che gl’imperi cinese, russo e ottomano erano i più estesi, i più ricchi e i più colti, tant’è vero che il Cristianesimo, l’Islam, la Via della Seta, le scoperte tecniche e scientifiche, erano venuti dall’Oriente fino a un paio di secoli fa. D’altra parte, Kircher, Fresnais, Leibniz, Voltaire, Federico II, prendevano a modello la Cina, e Schopenhauer, Blavatskij e Guénon, l’India. Mentre gli Utopisti e Marx si sforzavano di comprendere come potesse essere fatta una società socialista, i Taiping l’avevano già realizzata.

Dirò di più. Il fatto d’ignorare l’influenza dello zoroastrismo, del buddhismo, dei popoli delle steppe, delle culture islamiche, di quelle siniche tramite i Gesuiti, del Sarmatismo e dell’ Eurasiatismo, sulla storia e sulla cultura europee (per esempio, sull’Ellenismo, su Roma, sul Cristianesimo, sul  Rinascimento e l’ Illuminismo, su concetti costituzionali come “dispotismo illuminato” e “Stato Minimo”), impedisce agl’intellettuali “mainstream” di cogliere l’essenza stessa della storia europea, che è stata da sempre parte integrante di una dialettica mondiale, e, in particolare, eurasiatica.

L’incapacità di comprendere il “Socialismo con caratteristiche cinesi”, la “Sovranità Digitale” e  gli “Stati-Civiltà” c’impedisce poi anche di capire dove stia andando la politica contemporanea.

Il periodo di egemonia occidentale non è durato neppure 200 anni. La sua fine, evidenziata in modo spettacolare dai fatti di Kabul, fa intendere anche ai più ottusi che l’enorme castello di finzioni su cui si fondava il preteso “Ordine Mondiale” era basato su un sistema quasi insuperabile di equivoci: presunta vittoria del “materialismo volgare”, quando l’informatica e la quantistica hanno dimostrato in modo plastico la dematerializzazione del mondo; presunta insuperabilità degli “Stati Nazionali”, della Costituzione americana,  dell’ordinamento europeo….

Carro da guerra della cultura di Sintashta

1.Il vero quadro geopolitico odierno

A oggi, esistono, nel mondo, almeno 11 diversi centri di aggregazione geopolitica, di cui 10 non si riconoscono nella pretesa egemonica, ma neppure nella cultura, dell’ America, e, quindi, dell’ “Occidente”.

L’importanza di questi centri tende ad accrescersi soprattutto per via dell’inaudita concentrazione di potere generata dal web, che ha fatto sì che le sorti del mondo vengano decise sempre più in soli 2-3 centri operativi, condivisi fra guru del web e servizi segreti, di  quei Paesi.

Ne consegue che le diverse civiltà del mondo sono vieppiù costrette, se non vogliono essere schiacciate, a dotarsi di organismi statali e industriali giganteschi, capaci di padroneggiare la balcanizzazione del Web. Questa è la vera ragione del fascino esercitato dalla Cina, l’unico Paese che abbia, nel contempo, una popolazione di più di un miliardo di abitanti e un’industria del web fiorente e completamente autonoma.

Tutti i sub-continenti del mondo dovrebbero organizzarsi in Stati-Civiltà come la Cina, detentori del potere culturale, digitale e militare, delegando ad Entità minori (Euroregioni, Repubbliche, Emirati), le questioni di minore impatto, come le politiche economiche e sociali. Anche la questione della democrazia  si comprende solo se si ragiona in relazione ai diversi livelli di governance. E’ chiaro che Biden e Ji Xinping non decidono democraticamente le questioni della pace e della guerra, e se ne vedono le conseguenze. Trump e  Biden non hanno consultato, sull’ Afghanistan, nemmeno gli alleati (e neppure l’opposizione americana). Certo, si possono, e si devono, decidere in modo democratico e partecipato  il bilancio, la programmazione territoriale, l’urbanistica, a livelli inferiori come quelli macroregionali, nazionali, euroregionali, regionali, provinciali, cittadino e di quartiere.

Tentiamo di riassumere  la situazione attraverso la tabella seguente:

nomi delle grandi aree del mondo e Teorici più rappresentativiNumero di abitantiCaratteristiche essenzialiMaggiori divergenze dall’ “Occidente”
1.Anglosfera (Huntington)400 milioni (USA; UK, Canzus)Materialismo Puritanesimo Democrazia Millenarismo 
2.Europa Occidentale (Koudenhove-Kalergi, Spinelli)350 milioni(Iberia, Francia,Scandinavia, Benelux,Germania DSvizzera, Austria, , Italia, Lituania)Pluralismo Elitarismo ComunitarismoMito della cultura “alta” Interventismo statale
3.Europa Orientale (Gumiliov, figlio di Anna Ahmatova)250 milioni (Slavi Orientali, “16+1”,CaucasoParticolarismo Passionalità ComunitarismoOrgoglio Gerarchia
4.Grande Medio Oriente  (Ibn Haldun)1.400 milioni (Turcofonia, mondo iranico, Lega Araba, Sahil, Corno d’Africa, Pakistan, Bangladesh, Asia Centrale, Indonesia)Religiosità Particolarismo PassionalitàAutoritarismo Machismo
5. Subcontinente indiano (Gandhi)1.400 milioni:India, Nepal, Sri LankaReligiosità Particolarismo CasteRaffinatezza Partito forte di governo
6.Cina (Zhang WeiWei, Bell)1.400 milioniSincretismo Tradizionalismo SocialismoPartito comunista Coordinamento centrale
7.Asia-Pacifico (Shiratori)700 milioni (Corea,Giappone, ASEAN,PolinesiaParticolarismo Autoritarismo Laboriosità  Pluralità di Stati  
8.Africa Subsahariana (Senghor)1.100 milioniParticolarismo Tribalismo Primitivismo“Black Privilege Tradizionalismo
9.America Latina (Urarte, inventore della “Patria Grande”)650 milioniParticolarismo Tradizionalismo SolidarismoPluralità di Stati Antimodernismo
10.Israele (Eisenstadt,autore di “Civiltà Ebraica”)10 milioniStato confessionale Costituzione parlamentare Ruolo centrale dell’ esercitoIntellettualismo Clericalismo   
11.Roccaforti comuniste200: Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Venezuela)Dittatura Di partito Coordinamento centrale Isolamento intenazionaleRifiuto democrazia parlamentare Egualitarismo

Da questo semplice schizzo, si capisce quanto siano, ancor oggi, diverse le varie società del mondo, e quanto poco realistica sia la pretesa degli Americani (e di parte degli Europei) di voler trasformare tutte le altre parti del globo per adeguarle ai gusti di un’esigua maggioranza, che non raggiunge neppure l’1/% della popolazione mondiale (la “Società dell’ 1%”), con il cosiddetto “processo di Nation Building”, sul modello degli USA, della Grecia, dell’Italia, di Israele, dell’ India, del Pakistan, che, oltre ad essere obsoleto, è anche normalmente sanguinoso).

La civiltà del Gandhara

2.L’atteggiamento autenticamente “universalistico” .

Contrariamente alla retorica “mainsteam”, un autentico universalismo non potrebbe avere la pretesa di annientare le differenze culturali, bensì dovrebbe puntare a trovare ciò che unisce, senza sacrificare ciò che divide.

A questo punto, perché mai stupirsi se la pretesa del “Nation Building” all’ americana sia stata rifiutata nel modo più reciso dall’ Afghanistan, che aveva già respinto precedenti i tentativi di annessione, prima, nel Raj anglo-indiano (la celeberrima battaglia del Khyber Pass), poi, nel blocco sovietico? Con ciò, l’ Afghanistan ha dimostrato nei fatti di essere già non solo una nazione, ma addirittura uno Stato Civiltà, con un’identità culturale, una coesione politica e una volontà di libertà molto superiore a quelle della maggior parte dei Paesi del mondo.

Inoltre, l’Afghanistan appartiene, per cultura, per organizzazione sociale e per costumi, all’area medio-orientale: Islam, alfabeto arabo, abbigliamento, tribù…Ciò che costituisce il vero anacronismo del Medio Oriente nell’attuale società globalizzata (cfr. supra), è la sua tradizionale  frammentazione  confessionale, etnica e linguistica. Questa fa sì che inevitabilmente sorgano senza sosta movimenti rivoluzionari panislamici miranti alla costituzione in Medio Oriente di uno Stato-Civiltà delle dimensioni della Cina, dell’ India o dell’ Europa. In questo senso, il movimento dei Taliban non si distingue dal panarabismo, dal panislamismo, dalle internazionali Shi’ita e Wahabita, da al-Qaida, dall’Isis e perfino  dall’idea americana del Grande Medio Oriente. E’ quindi normale che un movimento indipendentista medio-orientale sia anche sovranista ed espansionista, e che, per questa ragione, sia condannato a scontrarsi con i sovranismi americano, europeo, israeliano, indiano e cinese, con punti di attrito quali le “guerre umanitarie”, il Sahel, la Palestina, il Caucaso, il Kashmir e il XinJiang. Nello stesso modo, il latino-americanismo si scontra con l’americanismo yankee a Cuba e in Venezuela, così come il sovranismo russo si scontra con quello europeo occidentale in Ucraina. E’ infatti impossibile stabilire in modo “obiettivo” se territori “di confine”, come l’Ucraina, la Somalia o il Kashmir appartengano all’ una o all’ altra area civilizzatoria. Eppure, de non altro per banali motivi organizzativi, questa questione va decisa. Inoltre, giacché un possibile Stato Civiltà medio-orientale sarebbe grande come la Cina, e molto più grande dell’ Europa e dell’ America, è del tutto spiegabile perché le attuali grandi potenze vogliano impedirne la nascita in ogni modo.

Infine, l’ Afghanistan è una delle aree del mondo di più antica civilizzazione. Basti ricordare che questa fu l’area attraversata dalle migrazioni indoeuropee verso l’ India (la “Cultura di Sintashta”, del 2000 a.C., D. W. Anthony, The Sintashta Genesis: The Roles of Climate Change, Warfare, and Long-Distance Trade, in B. Hanks e K. Linduff (a cura di), Social Complexity in Prehistoric Eurasia: Monuments, Metals, and Mobility, Cambridge University Press, 2009, pp. 47–73), tanto che, anticamente, esso fu chiamato semplicemente “Aria”, in quanto possibile patria originaria dei popoli indoeuropei; ch’ essa fu il centro degl’imperi del Gandhara ,macedone, Maurya e dei Khushana, e un centro importante d’irradiazione, prima, del Buddhismo, e, poi, dell’ Islam, e, infine, il baricentro degl’imperi Ghaznavide e Ghuride….Perciò, nonostante che gli Afghani a noi appaiano oggi miseri ed arretrati, essi si considerano giustamente i discendenti di quegli antichi popoli guerrieri, simili ai Greci e agli Sciti delle Guerre Persiane. I quali  avevano anch’essi costumi durissimi proprio per il carattere militare delle loro società (schiavitù, “agogé”, maschilismo…).

Essi si considerano anche tutt’altro che incolti, visto che la loro stessa autodefinizione fa riferimento al loro carattere di “studiosi”. La parola persiana “Taliban”, dall’Arabo “Talibuni” (participio presente plurale di “talaba”, “cercare”), significa “ricercatori”, e, per antonomasia, ricercatori della verità attraverso lo studio della teologia islamica. Del resto, l’Afghanistan ha dato i natali a intellettuali di valore universale, come Jalal ad-Din Rumi.

Difficilmente gli Afgani avrebbero potuto, dunque,  accettare di essere assoggettati a un potere lontano e così diverso…I loro stessi costumi estremamente aspri (si pensi alla questione del burqa) si spiegano in gran parte con lo stato di guerra permanente a cui sono stati sottoposti da secoli dai loro vicini, che non hanno mai esitato, per esempio, a rapire le loro donne, come facevano per esempio in modo sistematico i Mongoli.

Su questo, perfino i vari commentatori “mainstream”, di solito così offuscati da comportamenti ideologici viscerali, sono oramai completamente allineati: la motivazione emotiva, religiosa, filosofica o anche solo patriottica dei Talibani, è risultata più forte di qualunque apparato militare burocratizzato. E, soprattutto, l’inaudita “coalition of the willing” raccolta da Bush con l’avallo dell’ ONU era incredibilmente sconclusionata: l’ONU aveva votato in spregio della sua missione; gli USA perseguivano interessi concreti inconfessabili (spirito di vendetta alla cow-boy, boicottaggio della Via della Seta); la NATO stava operando in netto contrasto con il proprio statuto; l’Europa andava in guerra solo per servilismo, e l’”esercito regolare” afghano ha  semplicemente frodato gli Occidentali spillando aiuti enormi senza fare assolutamente nulla.

In particolare, l’ Europa ha violato grossolanamente la sua pur traballante dottrina di Politica Estera e di Difesa, secondo cui, diversamente dagli Stati Uniti, l’ Europa rifiuterebbe l’idea di esportare la democrazia con le armi, come invece si è tentato di fare in Afghanistan almeno a partire dalla morte di Bin Laden, quando si è cambiata senza alcuna motivazione la giustificazione originaria dell’ invasione: dalla cattura di Bin Laden stesso, alla “costruzione di uno Stato democratico”

Era quindi impensabile che quest’enorme Armata Brancaleone potesse sostenere l’attacco del piccolo, ma motivato (e, diciamolo pure, eroico) esercito talibano.

Gli Occidentali hanno cercato di conquistare l’Afghanistan
dal 1800

3.Le incredibili oscillazioni negli atteggiamenti verso i Talibani

Le grandi potenze hanno trattato dunque l’Afghanistan come una lontana provincia da assoggettare ai loro conflitti geopolitici e ideologici, senz’alcun rispetto per la libertà di scelta di quel popolo e per l’antichità della sua civiltà.

E’ così che il fiero popolo afghano è stato in guerra da ben 40 anni contro due diversi occupanti a lor modo “occidentali”: i Sovietici e gli Americani. Fra i motivi del crollo dell’ Unione Sovietica ci fu quasi sicuramente lo smacco subito in Afghanistan, con la conseguente perdita di credibilità dell’ URSS, che si sciolse pochi anni dopo. E’possibilissimo che la stessa cosa accada ora all’ America, visto il repentino cambiamento di atteggiamento di molti politici, non solo islamici, in genere allineati con gli USA. Basti pensare ai nostri Conte e Di Maio, passati, dall’entusiasmo per la Cina ai tempi del MOU, di Geraci e di Tria, al blocco degli accordi con la Huawei, e ora nuovamente ansiosi di dialogare con Cina, Russia, Turchia e Talibani. Basti pensare alla Merkel e a Draghi, ora tutti attenti a coinvolgere Russia e Cina.

Questo zig-zag è tutt’altro che nuovo. La rivolta dei Talibani non avrebbe potuto neppure nascere senza l’appoggio della Casa reale saudita, delle grandi famiglie arabe (come i Bin Laden)  del Governo pachistano, e, soprattutto, di quello americano. Addirittura, quando i Talibani  avevano cacciato i Sovietici, gli Americani avevano sperato per molto tempo ch’essi riuscissero ad infiltrare l’Iran, le Repubbliche ex sovietiche e perfino il Xin Jiang cinese.

Fu solo quando, nel 2001, al-Qaida colpì le Torri Gemelle e diede ospitalità a Bin Laden, che improvvisamente i Taliban divennero il nemico numero uno e gli Usa attaccarono frontalmente il Paese, costringendo una ventina di Paesi (compresa l’ Italia) a partecipare a una colossale guerra di occupazione, con i pretesto di catturare Bin Laden. In realtà, come si vide molti anni dopo, Bin Laden si trovava, non già in Afghanistan, bensì in Pakistan, protetto dai servizi segreti di quel Paese, dove egli venne ucciso dagli Americani senza processo e con i suoi familiari.

Dopo di che, l’America, anziché scusarsi per l’enorme danno provocato all’ Afghanistan occupandolo senza alcun motivo, rimase ancora per un decennio nel Paese, con il nuovo pretesto del “Nation Building”, cioè di trasformare quel Paese agricolo, particolaristico e guerriero, in un Paese moderno di stampo occidentale (cosa che tra l’altro aveva già tentato inutilmente l’ Unione Sovietica).

In realtà, l’obiettivo dell’ occupazione dell’ Afghanistan era quello di avviare il “Pivot to Asia” lanciato da Obama, cioè di circondare Russia e Cina con una catena di Stati dipendenti dagli USA, come Turchia, Kurdistan, Afghanistan, Mongolia, Corea del Sud, Giappone, Taiwan e Vietnam, possibilmente aggiungendovi, grazie all’ ETIM, organizzazione terroristica uighura, anche il Xinjiang. Tra ‘altro, c’ è una singolare concomitanza fra la presa di Kabul da parte dei Taliban e lo stop della campagna mediatica anglo-americana sugli Uighuri.

Fu in quel contesto che Hilary Clinton aveva lanciato l’idea della “Nuova Via della Seta”, che avrebbe dovuto collegare tutti questi nuovi alleati, per disgregare quel blocco di Stati che s’identificano nell’ Organizzazione di Cooperazione di Shanghai.

Come si sa, quest’obiettivo non era poi riuscito proprio per il perdurare delle guerre in Kurdistan, Siria, Nagorno-Karabagh e Afghanistan, e per lo scarso impegno profuso nel progetto dall’ America, poco interessata allo sviluppo di quei territori, naturalmente parte di un mondo eurasiatico potenzialmente concorrente.

Questa contraddizione dell’ America era stata subito rilevata dalla Cina, ben più interessata allo sviluppo socio-economico di tutta l’ Eurasia, la quale ha ripreso subito, con il discorso di Xi Jinping ad Astana nel 2013, l’idea della nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), investendovi fin da subito tutto quanto necessario. Restava ancora la spina nel fianco, ora eliminata, dell’Afghanistan, così come sono cessate le ostilità In Siria, Kurdistan e Nagorno-Karabagh. La Belt and Road Initiative potrà così svilupparsi indisturbata, come avevamo previsto in un nostro post di qualche mese fa.

La città di Arkaim è la meglio conservata nella Cultura di Sintashta

4.Un nuovo generale ripensamento

Il dissolversi in pochissimi giorni dell’ esercito afghano filo-occidentale, creato e sostenuto per 20 anni dalla coalizione occidentale, e l’incapacità della NATO di portare in salvo almeno i propri cittadini e le proprie armi segrete, se non anche i collaboratori locali, ha provocato dunque un po’ in tutti un’accelerazione di quel distanziamento dagli USA che, prima, era stato solo abbozzato.

 In un mondo di opportunisti, di fronte alla debolezza degli USA, si cerca appoggio altrove. Inoltre, l’eterno, e sempre inconcludente, appello alla Politica Estera e di Difesa Comune europea si fa sempre pressante. E, tuttavia, in questi 70 anni non sono mai stati sciolti i nodi di base della Politica Europea Comune: mancanza (voluta) di un’Identità europea autentica; mancanza di un “Commander -in-Chief” per le emergenze; timore reverenziale verso gli USA, il vero “rivale sistemico” dell’ Europa; mancanza di motivazione dell’opinione pubblica, delle classi dirigenti e del ceto militare.

La realtà è che un’ Europa concepita come l’ultimo avatar del millenarismo immanentistico non è in grado di difendersi dal fondamentalismo, né da quello islamico, né da quello americano, né da quello  di altri Paesi, perché è essa stessa l’erede di correnti minoritarie fondamentalistiche (estranee al “mainstream” europeo): i Pauliciani, i Catari, gli Anabattisti, i “democratici radicali”, i cosmisti, i futuristi, i trockisti,  sempre sconfitte nella storia europea, a seconda del momento,  dalle Monarchie Nazionali, dalla Chiesa cattolica, dai Luterani, dai liberali, perfino dai bolscevichi…

Di conseguenza, quando gl’islamisti, ma anche gli Americani, rivendicano le ragioni astratte ed estremistiche delle loro lotte, le élites europee non osano opporvisi, perché condividono esse stesse lo stesso paradigma: “ritorno” attraverso la lotta politica allo stato originario di perfezione edenica (la “Fine della Storia”) e l’uso “magico” della scienza (gli Hojjatiyyeh e i Bahai).

Per me, invece, l’ Europa non è l’erede di alcun “filone” unitario. Al contrario, essa nasce dall’ incontro fra i cacciatori-raccoglitori, gli agricoltori medio-orientali, i navigatori atlantici e i popoli  nomadi delle steppe. Gli “Europaioi” erano originariamente tribù indoeuroee e semitiche sedentarizzate, indipendenti e guerriere descritte da Ippocrate, che hanno adottato religione, costituzione politica ed alfabeto   dai popoli medio-orientali (come narrato da Erodoto).

Come anticipato da Svetonio e da Tacito, essi si sono fusi con i popoli del Barbaricum, dando vita all’ Europa Cristiana, con la sua lotta per l’eredità dell’ Impero (Macedonia, Roma, Bisanzio, Norimberga, Veliko Tarnovo, Madrid, Mosca, Istanbul, San Pietroburgo, Parigi, Berlino, Bruxelles..).

L’Europa post-cristiana è stata innanzitutto aristocratica (Rochefoucauld, Saint-Pierre, Voltaire, Alessandro I, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi), poi relativista (Tilgher, Heysenberg, Pirandelo, De Finetti, Feyerabend), e, infine, elitaria (Spinelli, Galimberti, Olivetti). Nulla essa ha a che fare con l’attuale nichilismo “occidentale”, che nega ogni validità all’ eccellenza (la retorica minimalistica), alla cultura alta (cultura “mid-brow”) alle differenze (“cancel culture”). Come tale, essa non può pretendere di sostituirsi alla leadership americana delò “Progresso”semplicemente rialzando le bandiere dell’omologazione globalistica, dell’egualitarismo, del consumismo. Infatti, le sue vocazioni sono ben altre.

Tuttavia, forse, un qualche “Occidente” ha una sua ragion d’essere in quanto diverso dalle due altre grandi regioni storiche del mondo, l’ Oriente (Asu, Re Ben), con centro a Pechino), e il Sud  (Dar as-Sud, Sudan, con il suo centro intorno all’ Oceano Indiano: Chowduri) . I popoli dell’ “Occidente” hanno un grande senso della Storia, che manca, o è molto diverso, ad Est (l’eternità del mondo), e al Sud (l’infinità dei mondi). Ma, inteso in questo senso esteso, l’ Occidente va dalla Calotta Polare Artica al Mar della Cina, dalla California a Vladivostok. Il suo centro non è a New York, bensì dalle parti di Istanbul. L’Europa può aspirare a succedere nella leadership di questo “Occidente” solo se saprà incarnare questa centralità, fra il millenarismo tecnocratico americano, la religiosità medio-orientale e la “passionalità” dei Popoli delle Steppe (Gumiliov).

Perciò, ben vengano una Politica Estera di Difesa e una Autonomia Strategica dell’Europa, ma solamente se esse si fonderanno sulle premesse teoriche di cui sopra. Per poter realizzare queste premesse, è necessaria una vera rivoluzione culturale, sulla linea della Dialettica dell’ Illuminismo di Horkheimer e Adorno, che comprende tra gli altri Athanasius Kircher, Leibniz, Voltaire, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi, Guénon, Eliade…

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa avrebbe dovuto dedicarsi proprio a questo compito. Purtroppo, essa è stata deliberatamente “uccisa” da una congiura del silenzio, che ha fatto sì che non se ne parli, né nel mondo politico, né in campo mediatico, né fra gl’intellettuali, né nell’ opinione pubblica. Si teme troppo che questi temi vengano allo scoperto, sovvertendo la “grande narrazione” costruita con tanta fatica intorno all’ Unione Europea, ma che non sta in alcun modo funzionando.

Noi andiamo però avanti imperterriti, portando avanti le nostre istanze, confidenti nel fatto che, a forza d traumi sempre più profondi, l’attuale kafkiano menefreghismo generalizzato sul futuro dell’ Europa non potrà più reggere, venendo travolto dall’ ansia di trovare un significato, una risposta, una guida.

L’impero Ghaznavide

5.Studiare: la cultura europea; quelle extraeuropee; le nuove tecnologie

A causa di quella congiura del silenzio, gli Europei non sanno nulla di opere fondamentali come “Aria, acque e luoghi” di Ippocrate; “Le Costituzioni” di Aristotele; la “Germania” di Tacito; il “De Monarchia” di Dante; il “Discorso  sul Metodo” di Cartesio; “Novissima Sinica” di Leibniz; “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire; “Christenheit oder Europa” di Novalis; le “Lettere ai Buoni Europei” di Nietzsche; “Paneuropa”, di Coudenhove-Kalergi; la “Costituzione italiana ed europea di Galimberti”.

Tanto meno si preoccupano di Gilgamesh, dell’ Avesta, dei Classici Confuciani, dell’ Itivuttaka, del Bhagavad Gita, del Corano, delle Muqaddimat, del Datong Shu di Kang You Wei, dell’ Hind Swaraj di Gandhi…Come pure delle arti marziali, dello Yoga, del socialismo con caratteristiche cinesi.

Ma, soprattutto, e sorprendentemente, ancora meno sanno dell’informatica, della cibernetica, del Web, dell’Intelligenza Artificiale, della computazione quantica, del 6G, dell’ economia del web, delle criptovalute…

Come si può pensare che, con questi handicap,  gli Europei possano, non diciamo essere, come pretende la Commissione, i “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, ma almeno presenti sulla scena internazionale?

Quindi, ribadiamo, studiare, studiare e studiare, facendo dello studio e della ricerca la prima delle competenze e responsabilità  dell’ Unione Europea.

LA DEMOGRAFIA DELL’ EUROPA E DEL MONDO: decostruiti i luoghi comuni, resta il non piccolo problema di “decidere il Futuro dell’ Europa”

La fine dell’ Umanità può venire in molti modi

Il numero di “L’Express” dell’1-7 luglio, che titola in modo allarmante “Espèce en voie de disparition”, contiene vari articoli di “futurologia demografica”, che parlano di evoluzione della popolazione mondiale, di sostenibilità, di nuove tecnologie, di surriscaldamento atmosferico, di migrazioni -articoli fondati su studi di prestigiose istituzioni, che, sulla base di dati scientifici, non solo sconvolgono molte delle tesi più accreditate, ma aprono anche la strada a un dibattito serrato sui principi stessi-.

Inutile dirlo, l’ “Espèce en voi de disparition” è quella umana, minacciata, secondo la rivista, non solo dalla crisi economica, bensì anche dal calo della natalità. E, aggiungiamo noi, anche e soprattutto dal sorpasso dell’ uomo da parte delle macchine.

Questi servizi vanno per altro letti “in controluce” del fondamentale libro di Parag Khanna “Il movimento del mondo”,  il quale contribuisce anch’esso, anche se in modo troppo torrenziale e impreciso, a questa demistificazione, attraverso un’illustrazione “a 180° di questo mondo in via di movimento e di sommuovimento. Altrettanto rilevante, di Pascal Bruckner, “Un colpevole quasi perfetto”, un pamphlet che situa il dibattito sulle migrazioni sullo sfondo della “cancel culture” .

Vediamo intanto le tesi più rilevanti  contenute nel servizio de “L’Express”:

1)Dopo il 2064, la popolazione mondiale comincerà a ridursi, per via dell’incessante urbanizzazione, che porta con sé la diminuzione del tasso di fertilità(John Ibbitson)

2)l’ondata migratoria  dall’  Africa sarà  meno massiccia di quanto prevista, perché il PIL di quell’area sta aumentando, anche se non in modo sufficiente a compensare l’esplosione demografica (Clément Daniez);

3)La Cina ridurrà la propria popolazione a causa delle difficoltà incontrate dalla politica del “terzo figlio”(Cyrille Pluyette);

4)L’invecchiamento della popolazione in tutto il mondo(Clément Daniez),così come l’immigrazione negli Stati Uniti (Michel Guillot) sfavorirà le guerre, ma accrescerà i conflitti sociali;

5)Il Giappone sta già ovviando, con la produzione di automi, al suo rifiuto di accettare l’immigrazione, e alla conseguente mancanza di addetti ai servizi alla persona.

Nonostante questa dovizia d’informazioni, negli articoli in questione vengono lasciati da parte molti aspetti, collaterali ma tutt’altro che marginali, dell’argomento. Per esempio:

a)la fine dell’egemonia WASP negli Stati Uniti per la diluizione crescente della popolazione bianca (situazione già evidente nel Texas);

b)la trasformazione della Cina, da “fabbrica del mondo”, a “cervello del mondo;

c)l’accelerazione, in tutto l’Estremo Oriente, della sostituzione dell’uomo con i robot;

d)l’intensificazione, da parte della Cina, del controllo sui BATX;

e)una tensione crescente sull’ Artico, divenuto abitabile e navigabile a causa dello scioglimento dei ghiacci. Su questo aspetto si concentra Parag Khanna, che sottolinea giustamente le enormi sfide ad esso legate;

f)la crescente divaricazione fra le sempre più invasive retoriche pacifistiche, ambientalistiche, egualitarie e informatiche, e la realtà della corsa agli armamenti, dei disastri ambientali nel cuore dell’ Europa, della distruzione della dignità del lavoro e della dittatura dei GAFAM.

Il surriscaldamento atmosferico favorirà Europa, Russia e Canada

1.Contro il determinismo, il ritorno del volontarismo

Come sottolinea Khanna, più che dei fenomeni puramente naturali e deterministici, si tratta di fenomeni sociali altamente dipendenti dagli aspetti più intimi dell’umano: identità; riproduzione; egemonie; vitalità e decadenza; uomo vs. macchina; tensioni geopolitiche.

Non dipenderà dall’andamento dell’ economia, ma dalla cultura delle varie società, in quale misura e in che forme esse accetteranno il meticciato; se saranno inclinate, o meno, a fondare famiglie numerose; quali culture saranno dominanti (puritana, latinoamericana, africana,  mitteleuropea, ebraica, islamica, indica, confuciana); se  si diffonderà il nichilismo; come l’uomo s’interfaccerà con le macchine; come si relazioneranno vecchi e nuovi Stati-Civiltà; come verrà gestita l’allocazione delle risorse fra sfera politico-culturale, struttura tecnocratica e fabbisogni economici.

E, almeno a giudicare dal libro di Bruckner, questo genere di sensibilità è oramai colpito, per effetto di un crescente conformismo, da un turbinio di preconcetti ideologici  fra di loro contraddittori, che rendono sempre più difficile qualsivoglia decisione sensata. Il libro di Khanna potrebbe essere considerato un esempio di questo tipo di pregiudizi, anche se di colore differente da quelli del “politicamente corretto” bersaglio di Bruckner.

E’innanzitutto  assai discutibile che, come si afferma in vari servizi de l’ Express, le macchine non abbiano, né bisogni, né potere di acquisto. Per costruire le macchine ci vogliono energia e materie prime; per gestirle, altra energia. Come dimostrano i bitcoin e le terre rare, le macchine sono più voraci degli uomini, e quindi non risolvono la questione ecologica (che sarà risolta o per via “neo-malthusiana”, e/o con le migrazioni verso lo spazio, e/o attraverso un’ “ecologia profonda”, che incida sullo spirito delle persone prima che sulle cose).

Più in generale, le teorie ambientalistiche delle “élites”(elaborate preveggentemente sessant’anni fa a partire dal documento del Club di Roma)peccano oggi, nei suoi epigoni, di retorica, ideologia, autoreferenzialità e favori neanche troppo nascosti per le multinazionali (cfr. “Laudato sì”).

Il problema principale è probabilmente che, per gestire i fabbisogni delle macchine, si rivelano più adeguati i metodi digitali di programmazione che non quelli politici o di mercato. Per compensare questa crescente forza del “phylum macchinico”(Manuel De Landa), la sfera politico-culturale  dovrà essere più  potente di quella tecnologica (delle macchine e degli stessi uomini).In particolare, il controllo sui territori e sulle risorse naturali deve restare una questione squisitamente politica.

Più ancora di quanto avvenuto nel momento del massimo choc della Modernità, alla fine della IIa Guerra Mondiale (con la “questione della bomba” e la Shoah),  questa crisi  della Postmodernità porterà in evidenza nel modo più acuto le questioni più radicali: il nichilismo buddhista contro il pragmatismo confuciano; il “pari” pascaliano contro le “idee chiare e distinte” di Cartesio; il messianesimo occidentale contro il vitalismo delle “culture naturali”; il culto degli antenati o quello della tecnologia; quello del sangue o quello del  Libro. Per questo sarà necessario che, nelle competenti sedi internazionali, possano avere una voce (come aveva chiesto per esempio Herskovits alla fondazione dell’ ONU), tutte le grandi culture del mondo, e che comunque, sul proprio territorio, ciascuno sia libero di risolvere le questioni vitali in modo consono alle proprie tradizioni, senza ingerenza di un potere mondiale come quello occidentale attuale, in modo da poterne sperimentarne veramente l’efficacia (ecco che cosa sono le misteriore “sandboxes” citate in tanto documenti di “policy”!).

Per esempio:

-i “Paesi di immigrati” dovranno  ristabilire il giusto equilibrio, fra da un lato, ai diritti ancestrali dei nativi (le “leggi di restituzione”), e, dall’ altro,  la loro esigenza di selezionare i nuovi immigrati per mantenere l’identità del Paese (“green cards”);

-l’Europa deve rifiutare l’assimilazione azione culturale, ideologica e politica, ai “Paesi di Immigrati”, perché, essendo un “paese di emigrazione” hanno problemi opposti e speculari -colonizzazione e appropriazione culturale-, simili, sotto certi aspetti, a Medio Oriente, India e Cina;

-il “terraforming” dell’ Artico e della Siberia dovrà essere negoziata fra Russia, Canada, Europa, Cina e Sud del mondo, perchè non potrà essere fatta unilateralmente da nessuno;

-gli USA, l’India e il Giappone potranno pur dare, in coerenza con le loro tradizioni, sempre più largo spazio ai robot, ma non in modo da mettere in pericolo l’ Umanità intera …

Questo equilibrio potrà essere soltanto il prodotto  di indispensabili necessari processi nella sfera politico-culturale, soggetti alla negoziazione fra le diverse visioni del mondo,  che richiedono  la presenza di potenti Stati-Civiltà veramente autonomi.

Secondo Khanna, prevarranno ovunque migrazioni e meticciato: però, lo stesso Khanna omette di chiarire come ciò sarà possibile in una situazione in cui il tenore di vita generale tenderà (per sua stessa ammissione)  a diminuire, visto che le migrazioni hanno un costo per lo più  esorbitante in proporzione al reddito che permettono di conseguire. Basti già pensare a quanto costa (in termini di denaro, di rischi e anche di tempo) un’emigrazione clandestina attraverso il Mediterraneo (assolutamente non alla portata di una famiglia africana, non diciamo povera, ma neppure media). Oppure alle condizioni in cui vivono i giovani migranti intellettuali precari all’ interno della stessa Europa.

Il nomadismo intercontinentale di cui parla Khanna continuerà ad essere possibile solo per una ristrettissima fascia medio-alta (a cui egli appartiene) di giovani ricchi e super specializzati, che sfuggiranno alla disoccupazione in patria solo accettando perennemente lavori inferiori alla loro qualificazione, e un tenore di vita bassissimo, distruggendo perfino  a medio termine il loro patrimonio familiare.

Queste profezie (che non si autoavverano, ma che invece provocano tanti fallimenti fra giovani migranti africani ed europei) sono per altro funzionali alla strategia dei GAFAM, i quali stanno appunto tentando di sostituire il governo delle multinazionali a quello dei governi, tanto amato da Khanna. E rientrerebbero anche nelle ambizioni dei BATX, che però il Governo cinese per ora sta tenendo a bada, applicando in modo finalmente serio quelle legislazioni sulla privacy, antitrust e di banca e borsa che  la Cina ha appena “copiato” dall’Occidente, ma sta prendendo ben altrimenti sul serio.

La crisi in corso può, e deve, mettere in crisi i vecchi riflessi condizionati

3.Uno scenario assolutamente inedito.  

 Con tutti i loro limiti, gli studi  sopra menzionati ridimensionano i problemi che invece il “mainstream” considera centrali:

a. Il surriscaldamento atmosferico, che dovrebbe comunque rallentare per l’effetto congiunto delle tecnologie ecologiche e della diminuzione della popolazione, e perfino favorire, anche culturalmente,  certi Paesi, come la Russia, il Canada e l’ Europa settentrionale (quindi, in un qualche modo, anche noi);

b.La questione della “povertà assoluta”, che si sta riducendo sul piano mondiale (in Cina è stata eliminata quest’anno), mentre sta aumentando solo in Europa (confronta a questo proposito le incredibili  affermazioni della Presidentessa Von der Leyen al “Vertice Sociale di Porto”, secondo cui, in base al Piano della Commissione, alla fine  degli Anni ’20,“il 78% degli adulti dovrebbe avere un lavoro”, e “15 milioni di Europei dovrebbero essere liberati dalla povertà assoluta”).

Il guaio della crisi del “Progetto della Modernità” (oramai data da tutti come un fatto acquisito)è che, essa  non presenta più alcuna via d’uscita ”positiva”, che, come invece avevano profetizzato un po’ tutti (Giocchino da Fiore, Saint Simon, Hegel, Marx, Nietzsche, Tsiolkovski),che pensavano ch’essa fosse in grado di risolvere tutte le contraddizioni.

Nonostante l’apparente unanimismo degli obiettivi 2030 delle Nazioni Unite, quale  potrebbe essere infatti oggi un possibile obiettivo condiviso di un auspicabile “Projekt Weltethos” (Hans Kueng), capace di affrontare in modo condiviso le sfide atuali dell’ Umanità?

-Affermare ovunque e comunque la presenza della nostra specie (Specismo)?

-Prolungare comunque la vita per ottenere la “quasi eternità”(Vitalismo)?

-Il benessere economico per il più gran numero(Eudemonismo)?

-L’assenza di conflitti (Irenismo)?

-La fine della Storia (Chiliasmo)?

-La sua continuazione indefinita (l’Eterno Ritorno)?

-La fine di tutte le differenze (l’Egualitarismo assoluto)?

-Una buddistica fine del soggetto (Ego-dissolution) ?

-Il ristabilimento dell’equilibrio fra gli ex colonizzati e gli ex colonizzatori (la “Sostituzione etnica”)?

Le scelte su temi come questi sono sempre, per loro natura, parziali, contingenti, localizzate, transeunti :”Es irrt der Mensch, solange er strebt”(Goethe); purtroppo, invece, oggi troppi giurano che uno o più di questi obiettivi (fra di loro contraddittori) , “non sono negoziabili”.

Una soluzione sarebbe possibile solo partendo da un punto di vista ben più alto, che riporti tutte queste pretese alle loro giuste dimensioni.

Di questa grande conflittualità, in cui l’ Europa è immersa, dovrebbe tenersi conto innanzitutto nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, per sfuggire al rischio di lavorare prendendo le mosse da scenari ormai superati, propri del XX° secolo, e di non riuscire, così, ad affrontare i reali problemi “del Futuro d’Europa” -un futuro che va dal 2023 ai decenni che seguono, e per il quale i Paesi nostri concorrenti hanno già delineato precisi scenari, ma noi no-.