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SALONE DEL LIBRO: I NOSTRI APPUNTAMENTI DI DOMANI

Il Salone del LIbro di Torino volge oramai al termine.

Abbiamo tenuto tre manifestazioni, la prima introduittiva, e le due successive dedicate, rispettivamente, alla transizione digitale in Europa e alle piccole e medie imprese.

Domani, abbiamo le ultime due manifestazioni:

a)il collegamento in diretta con la riunione a Roma dei responsabili dei movimenti europei dell’ Europa Meridionale;

b)l’incontro, in diretta e in digitale, presso la Biblioteca Ginzburg di Torino, con la rivista “La Società” della Fondazione Toniolo, dedicata alla digitalizzazione.

1.Collegamento con la riunione dei responsabili del Movimento Europeo dell’ Europa Meridionale su Conferenza sul Futuro dell’ Europa

https://zoom.us/j/91957152382?pwd=VzIxNDFQYWxQKzg1aGNyVkRUUnhYZz09

“Sharing European Union, for a future-challenges-proof restart”

Meeting of the National Councils of the European Movement International in Italy, Portugal, Spain, France, Malta, Greece, Cyprus and Croatia on the future of Europe

Rome, 18-19 October 2021

Venue: Hotel Pace Helvezia

Via IV Novembre, 104 / +39 06 679 5105

Working Language: English and French with no translation

Monday, 18 October 2021

  Opening 14:30-15:00  Pier Virgilio Dastoli, President of EM-ITEva Maydell (Paunova), President of IEM and MEP (video)Antonio Parenti, Head of European Commission Representation in ItalyCarlo Corazza, Head of Office European Parliament in ItalyBenedetto Della Vedova, Secretary of State
  15:00-17:00 (First Session)  THE CONFERENCE ON THE FUTURE OF EUROPE   Moderator: Nicoletta Parisi, EM-IT Introductions by Yves Bertoncini, President EM-FR and Francisco Aldecoa Luzárraga, President EM-ES (members of the Conference)Vincenzo Amendola, Secretary of State (TBC)Ferdinando Nelli Feroci, President of the Italian scientific Committee on the Conference and of IAILara Lanzarini, Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation (TBC)Brando Benifei, MEP and Vice- President IEMLuca Visentini, Secretary General ETUC – European Trade Union ConfederationLia Quartapelle, Chamber of Deputies (TBC)

ORE 16,45: DIBATTITO

2.PRESENTAZIONE DELLA RIVISTA “LA SOCIETÀ” DELLA FONDAZIONE TONIOLO NUMERO UNICO SULLA DIGITALIZZAZIONE

Sala Molinari

https://zoom.us/j/96685550666?pwd=SEltVlJyUmppNlhCN0VmTzhnK3hRUT09

In collaborazione con la rivista “La Società”, della Fondazione Toniolo

Presentazione del numero speciale di “La Società” dedicato alla digitalizzazione.

Ne discutono:

Marcello Croce

Ferrante Debenedictis

Markus Krienke

Riccardo Lala

Roberto Saracco

Modera Marco Margrita

La rivista “La Società” ha dedicato molto opportunamente un numero unico agli aspetti culturali della digitalizzazione, che spaziano dalla filosofia, alla teologia, alla politica, al diritto. Quest’opera copre un’ampia gamma di temi, con l’obiettivo di fare opera di informazione e di sintesi interdisciplinare, quanto più possibile obiettiva, cercando di mantenere le debite distanze dagli estremi del tecno-ottimismo e del catastrofismo apocalittico.

Questo incontra punta a rendere conto dei molteplici aspetti del tema, provocando anche a una riflessione su temi collegati, come per esempio l’incidenza che la digitalizzazione può avere su aspetti tradizionali dell’organizzazione del lavoro, quali la concertazione, la partecipazione, la tutela dei diritti, la diffusione della proprietà, le piccole e medie imprese…

STASERA AL SALONE EVENTO DELLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Venerdì 15, ore 20, Sala Argento, Padiglione 3 : CANTIERI D’EUROPA 2021

CREDENZIALI PER SEGUIRE IN STREAMING

https://zoom.us/j/93318223851?pwd=OUJnYWFBQkdsM0N3T091N2J3UERhdz09

Le politiche europee del digitale sono
ancora inattuate

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Dialexis Movimento Europeo

Con il patrocinio della Commissione Europea

“Conferenza sul Futuro dell’Europa”

LE NUOVE TECNOLOGIE : SUPERARE LO STALLO

L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, European Technology Agency

con

con

Mojca Bozic, Vittorio Calaprice, Marcello Croce, Ferrante Debenedictis, Virgilio Dastoli, Markus Krienke, Riccardo Lala,  Nicoletta Parisi,  Roberto Saracco e Vitaliano Alessio Stefanoni

I computer quantici: nuova frontiera del digitale

In collaborazione con ALPINAAssociazione Culturale Diàlexis, Movimento Europeo e CNA e con il

Presentazione dei libri:Markus Krienke, L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, Alpina, Torino, 2021;Riccardo Lala, European Technology Agency , Alpina, Torino, 2020

La storia della Modernità s’identifica con quella delle tecnologie: dall’ importazione di quelle orientali (occhiali, bussola, carta, moneta, stampa, polvere da sparo, armi da fuoco) nell’ era delle grandi esplorazioni, all’avvio delle prime  produzioni automatizzate, come quelle con il telaio Jacquard che originarono le  agitazioni luddiste, fino al motore  a vapore, che permise di accelerare la creazione delle nazioni europee e degl’imperi coloniali, e al motore a scoppio, che fu alla base delle due guerre mondiali, fino alla nascita della cibernetica dalla guerra sottomarina nel nord-atlantico, all’ industria nucleare partita dal Progetto Manhattan, e alla corsa allo spazio partita dal cosmismo russo e proseguita con la cibernetica americana, all’ ideologia californiana nata dalla contestazione studentesca e sviluppatasi grazie ai social network, per passare all’attuale equilibrio del terrore (“MAD”) basato sul controllo digitale delle armi nucleari, fino all’influenza  che il digitale ha sulla politica (Wikileaks, Cambridge Analytica, Fake News) e alle guerre tecnologiche in corso fra USA e Cina.

Per questo Alpina Diàlexis ha dedicato fin dall’ inizio un’estrema attenzione alle politiche digitali dell’Unione Europea e dell’ Italia, con parecchi libri, per lo più opere collettive, che si sono ora arricchiti di due opere di studio analitico della situazione esistente e di proposte analitiche per superare lo stallo esistente, che richiede, a nostro avviso, un’azione di emergenza, non già misure di ordinaria amministrazione:

-Markus Krienke (a cura di),L’Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale;

-Riccardo Lala, European Technology Agency,

che presentiamo in questa serata.

Come si vedrà, queste due opere adottano  un approccio molto critico nei confronti della situazione esistente, caratterizzata da una gravissima arretratezza dell’ ecosistema europeo rispetto a quelli  americano e cinese, e dall’assenza  di quella Sovranità Strategica Digitale Europea pur invocata dalle politiche europee.

Carro da guerra dei primi Indoeuropei:la tecnologia non è così moderna!

1.Il ruolo delle nuove tecnologie nell’ Unione

Nell’ Unione Europea il ruolo centrale delle nuove tecnologie è stato gradualmente, anche se tardivamente, riconosciuto, grazie anche alle esperienze negative di Echelon e Wikileaks, Prism, e all’ attuale rincorsa al digitale fra USA e Cina (Made in China 2025, NSCAI Report, China Standards 2030, caso Huawei,e, attualmente, il  Transatlantic Technology Council).

Questa crescente attenzione  aveva dato origine fin dal 2001 alla commissione d’ indagine del Parlamento Europeo su Echelon e, fin dal  2008, al “GDPR”, un regolamento europeo con il quale per la prima volta si erano affermati alcuni  dei diritti dei cittadini in rete. Intorno  al GDPR, l’Unione aveva costruito da allora una panoplia di altri documenti e politiche, che essa  vanta come una delle sue principali conquiste. Il 19 febbraio 2020, la Commissione aveva presentato un pacchetto di proposte per promuovere e sostenere la transizione digitale, che comprendeva la comunicazione- quadro in materia “Plasmare il futuro digitale dell’Europa”, la comunicazione sulla Strategia europea per i dati e il Libro Bianco sull’Intelligenza Artificiale. La comunicazione-quadro contemplava iniziative in ogni settore, dal potenziamento della connettività e del rapporto tra cittadini e pubbliche amministrazioni, a nuove misure per il sistema delle imprese e per potenziare le competenze digitali degli europei. La strategia per i dati proponeva la creazione di un cloud europeo per competere a livello internazionale nei big data (realizzato poi con GAIA-X) e il Libro bianco indicava strumenti e orientamenti per rendere accessibile l’Intelligenza Artificiale alle industrie, ma anche alle PMI e alla Pubblica Amministrazione. L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni europee era di assicurare all’UE la sovranità digitale, attraverso lo sviluppo di tecnologie e infrastrutture, reti e capacità digitali europee per ridurre la dipendenza nella fornitura di tecnologie da paesi extra europei e recuperare il ritardo che separava, e ancora separa, l’Europa da competitor come Stati Uniti e Cina

Lo studente Schrems ha fatto causa alla Facebook che aveva raccolto su di lui una trentina di pagine di dati a lui relativi: le sentenze a dsuo favore sono tuttora inattuate

2.I limiti del GDPR

E, in effetti, il GDPR è stato imitato da alcuni legislatori extraeuropei, come quello indiano e quelli di alcuni Stati degli USA. Soprattutto,  fra  20 giorni entrerà in vigore il GDPR cinese. Per questo, la Commissione si autodefinisce “Trendsetter of the Global Debate”. L’unico Paese che si rifiuta di tutelare i diritti di privacy dei cittadini, facendo prevalere quelli dei servizi segreti e della polizia, sono gli Stati Uniti.

Ciò che è paradossale è che, proprio per via di questa particolarità della legislazione americana, anche in Europa il GDPR risulta   sostanzialmente disapplicato. Né l’ Europa, né gli USA, hanno finora tentato seriamente di rimediare a questo grave vulnus allo Stato di diritto. Infatti, il GDPR si applica di fatto esclusivamente alle attività dei GAFAM, vale a dire Google,Apple,  Facebook, Amazon e Microsoft, perché questi hanno il monopolio delle attività digitali in Occidente. Purtroppo, esse sono imprese americane, che, come tali, sono soggette, per via della sua pretesa applicabilità extraterritoriale, alla completamente diversa legislazione americana (fra gli altri, il Patriot Act e il CLOUD Act, quest’ultimo adottato proprio per neutralizzare il GDPR), che invece impone alle imprese della rete di rendere accessibili i dati degli utenti alle 16 agenzie americane di intelligence (che, di fatto, già ora li usano senza problemi, come illustrato da Snowden, dalle due sentenze Schrems della Corte di Giustizia e dalle risoluzioni dello European Data Protection Board).

L’EDPB ha denunziato la dipendenza rtottale delle Istituzioni da Microsoft

3.L’arretratezza digitale della UE

Secondo la Commissione Europea, il settore digitale nel suo complesso contribuisce al PIL dell’UE per l’1,7%, a quello della Cina per il 2,2% e a quello degli USA per il 3,3% (Commissione Europea, DG Ricerca e innovazione, 2018 – Si noti che la Commissione, per riuscire a redigere  questa sua relazione, aveva dovuto fare ricorso a una società di consulenza americana, la McKinsey).

Ulteriori ricerche stimano che la dimensione dell’economia digitale possa variare dal 4,5 al 15,5 per cento del PIL mondiale a seconda degli indicatori considerati. L’economia digitale appare trainata da Stati Uniti e Cina, che rappresentano da soli il 75% di tutti i brevetti relativi alle tecnologie blockchain, il 50% della spesa globale per l’Internet of Things e oltre il 75% del mercato mondiale per il cloud computing pubblico. Stati Uniti e Cina detengono anche il 90% del valore di capitalizzazione di mercato delle 70 maggiori piattaforme digitali del mondo a fronte di una quota del 4% in Europa e dell’1% in Africa e America Latina assieme. Sette grandi piattaforme (Microsoft, Apple, Amazon, Google, Facebook, Tencent, Alibaba) rappresentano i due terzi del valore totale di mercato (UNCTAD, Digital economy report, 2019).

Perdura, secondo la Banca Europea degli Investimenti, il ritardo delle imprese europee nell’utilizzo di nuove tecnologie. Il divario tra Unione europea (74%) e Stati Uniti (83%) nell’adozione di strumenti come la stampa 3D, la robotica avanzata, automazione di routine e contenuti digitali, interessa in particolare le imprese operanti nel settore dei servizi.

Questa situazione d’impotenza dell’Europa dinanzi al mondo digitale ha dato luogo di tanto in tanto a dei sussulti di orgoglio, subito repressi. Il primo era stato quello dell’ Olivetti d’Ivrea, che, con l’ ELEA e il Programma 101, aveva costruito, fabbricato e distribuiti due dei primi e migliori computer, che avevano conquistato letteralmente in pochi giorni lo stesso mercato statunitense, per poi essere stati fatti misteriosamente cadere. Ricorre fra meno di un mese il sessantesimo anniversario della discussa morte di Mario Tchou, il giovanissimo direttore tecnico dell’ Olivetti che aveva realizzato il miracolo.

Successivi tentativi, meno geniali e comunque anch’essi falliti: Minitel e Qwant. Ora le Istituzioni e le imprese europee stanno riprovandoci con GAIA-X, ma i risultati si fanno attendere.

Tutta l’economia di oggi ruota
intorno all’ITC

4.La transizione digitale: una questione di vita o di morte per l’ Europa.

Qualsiasi territorio della Terra che non si dotasse, entro 10-20 anni,   di una capacità digitale complessiva comparabile a quelle di USA e Cina, si ridurrebbe alla condizione di un Paese sottosviluppato. Già ora, infatti, le multinazionali del web drenano in modo esponenziale le principali risorse di tutti i Paesi (informazioni, influenza politica, potere amministrativo, gettito fiscale, partecipazioni azionarie, supporto al management, informazioni sulle tecnologie, produzione e distribuzione, royalties per l’utilizzo dei loro sistemi), utilizzando le quali esse stanno scalzando i tradizionali creatori di ricchezza (Stati, Banche, Imprese, capitalisti), divenendo esse le uniche monopoliste in quasi tutti i settori economici (finanza,automotive, aerospazio, comunicazione, difesa…).

A ciò si aggiunga che, con i Big Data e l’ Internet of Things, interi settori amministrativi, produttivi e di servizi, verranno automatizzati, venendo controllati direttamente dalle imprese informatiche. Infine, la conquista dello spazio lanciata da Musk e Bezos si potrà realizzare solo inviando nelle spedizioni una gran massa di automi, gli unici a resistere in quelle condizioni, e i quali diverranno dunque i lavoratori del domani, controllati anch’essi dalle grandi imprese informatiche. Le imprese tradizionali (per esempio nei settori del commercio o dalla manifattura) si volatilizzeranno semplicemente (come sta accadendo per esempio con Amazon e Stellantis), per “rimaterializzarsi” nei Paesi leader sotto la forma di guru dell’ informatica, di cyber-spie, di azionisti, di cyberguerrieri, di consiglieri d’amministrazione, di hackers, di presidenti, di operatori digitali, di   funzionari, di attivisti post-umanisti…, che si sostituiranno ai funzionari, imprenditori e lavoratori dei Paesi controllati.

Dopo l’”Industria 4.0” (che ancora non siamo riusciti ad introdurre), sta già arrivando l’ “Industria 5.0”.

Ora, secondo l’indice DESI, l’ Italia è quartultima in Europa quanto a livello di digitalizzazione, davanti a Grecia e Bulgaria!

La Singularity promette la realizzazione del Paese di Bengodi

5.Improrogabilità della Web Tax

La Commissione intende presentare una comunicazione sulla tassazione delle imprese per il XXI secolo che affronti le sfide fiscali derivanti dalla digitalizzazione dell’economia tenendo conto dei progressi realizzati dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo). L’obiettivo è  rimediare alla situazione attuale, nella quale alcune imprese detentrici delle principali quote di mercato ottengono la maggior parte dei profitti sul valore creato in un’economia sui dati, potendo spesso beneficiare di una tassazione più favorevole in luoghi diversi da quelli dove operano, con effetti distorsivi sulla concorrenza. Nel marzo del 2018 l’UE aveva presentato alcune proposte in materia di tassazione digitale con l’intento di imprimere uno slancio alla discussione internazionale ed evitare una frammentazione nella regolamentazione degli Stati membri. In seguito, sono ripresi i lavori in sede OCSE/G20, tuttora in corso, e le proposte dell’UE sono state momentaneamente accantonate, ed alcuni Stati membri (come Francia, Italia, Austria) hanno nel frattempo adottato soluzioni a livello nazionale

Di fatto, le imprese digitali americane non pagano praticamente alcun’imposta da decenni sull’enorme quota di business ch’esse realizzano in Europa, distruggendo i canali commerciali tradizionali e rendendo impossibile per le imprese europee (che pagano dal 40% al 40% d’imposte) entrare nei business digitali presidiati dalle imprese americane. L’eventuale tassazione di questi redditi (specie se si contassero gli arretrati illecitamente trattenuti) basterebbe da sola a sanare il deficit di tutti gli Stati europei e a fare nascere nuovi concorrenti in Europa così come essi sono nati in Cina negli ultimi 20 anni.

Tuttavia, anche là dove (come in Italia) gli Stati membri hanno approvato le nuove imposte, la loro applicazione in concreto viene postposta di anno in anno con i più svariati pretesti.

L’attuale fuga dei cervelli dall’ Italia e dall’ Europa si spiega in gran parte con questi fenomeni.

I GAFAM sono monopolisti ovunque; gli Europei
sono sistematicamente assenti

6. Le politiche europee e nazionali

Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo prepararci anche noi a cambiare mestieri, dotandoci per tempo (con le risorse fiscali così conseguite) delle adeguate attrezzature, ma soprattutto inventandoci davvero una nostra civiltà digitale, come si dice oggi, “umanocentrica”(attualmente inesistente).

Termine su cui occorrerebbe soffermarsi, dato che il potere delle macchine intelligenti cresce in proporzione alla “decadenza” culturale, esistenziale ed etica dell’umanità, incapace di proporsi obiettivi, di compiere sforzi e di combattere, sì che non basta “porre l’uomo al centro della civiltà delle macchine intelligenti”, ma occorre anche capire quale tipo di uomo, dato che buona parte delle affermazioni delle macchine derivano da altrettante abdicazioni da parte dell’uomo.

La consapevolezza di questi problemi ha fatto nascere e svilupparsi in tutti i Paesi del mondo, un sistema di “politiche delle alte tecnologie”,  ove non si fa mistero del carattere strategico di queste tecnologie per la stessa sopravvivenza della propria nazione, e, per estensione, dell’ Umanità.

In particolare, la cosiddetta “guerra commereciale” fra Cina e USA consiste in realtà in un’imitazione continua fra le due potenze (“rivalità mimetica”) per ciò che riguarda le nuove tecnologie. All’ inizio, gli Stati Uniti avevano creato il proprio ecosistema digitale, e lo Stato Cinese aveva tentato di imitarlo almeno per ciò che concerne la sicurezza e la difesa; quando gli USA avevano favorito la nascita dei GAFAM, la Cina ha dapprima cercato di ostacolarne lo sviluppo sul proprio mercato nazionale, poi sostenuto la crescita dei propri BATX. In una terza fase, i GAFAM hanno  raggiunto il monopolio sui mercati occidentali, e la Cina, non avendo accesso a questi mercati, ha sviluppato nuove forme di creatività imprenditoriale e/o sociale, come per esempio i sistemi 5G e 6G, i Bitcoin di Stato, il sistema di credito sociale, il sistema digitale di tracciamento delle pandemie….A ciò gli USA hanno risposto con il bando a Huawei e creando una politica pubblica a sostegno dell’Intelligenza Artificiale (lo NSCAI Report, che mira deliberatamente ad evitare il sorpasso da parte della Cina).

Oggi, anche l’Europa sta cercando di darsi una siffatta politica, la cui ingente mole non può però nascondere le debolezze.

Intanto, come abbiamo detto, nell’ area della tutela dei dati, che sembrerebbe la più importante e la meglio presidiata, i dati degli Europei continuano (per affermazione della Corte di Giustizia e del European Data Protection Board), ad essere trasferiti (per omissioni delle Istituzioni Europee e delle Autorità nazionali) in Paesi che non offrono le adeguate garanzie (in particolare gli Stati Uniti), e ad essere usati liberamente da imprese, Stati, eserciti e polizie extraeuropei , senza renderne conto ai cittadini danneggiati, ma nemmeno alle Istituzioni, ai Governi, alla magistratura, ai servizi di sicurezza e alle autorità di Difesa europei.

Quanto al Cloud, dal 2020 è stata fondata l’associazione GAIA-X, dedicata all’immagazzinamento di dati in Europa (per scoraggiarne il trasferimento fuori Europa), ma fino ad ora non sussistono dati rilevanti sull’effettivo utilizzo dei cloud di GAIA-X e sulla quantità di dati che sono stati sottratti, in tal modo, al controllo dei GAFAM, e, di conseguenza, delle autorità americane.

Quanto alle imprese europee nel settore, esse sono praticamente inesistenti, o comunque non comparabili ai GAFAM e ai BATX cinesi), e nessuna seria azione viene annunziata, né da parte dell’ Unione, né da parte degli Stati membri, per crearne.

Invece, a nostro avviso, solo un’azione proattiva del settore pubblico potrebbe oramai colmare l’enorme gap fra l’economia europea e quella dei Paesi leader.

Una siffatta azione dovrebbe comprendere almeno:

-la promozione di una nuova cultura digitale e di cyber-difesa;

-la creazione d’ imprese pilota a guida pubblica e integrate nel sistema della Politica Estera e di Difesa;

-l’applicazione rigorosa delle diverse legislazioni  che concernono il digitale, a cominciare dalle sentenze della Corte di Giustizia e dalle risoluzioni dello European Data Protection Board..

Siffatti interventi sarebbero giustificabili  perfino alla stregua dei criteri liberistici più estremi. Per esempio:

-l’assenza di industrie europee del web dà luogo ad un’insanabile debolezza della difesa europea, a cui occorre rimediare nell’ interesse della sicurezza nazionale;

-l’assenza di operatori europei  in questo campo strategico indebolisce la libertà dei cittadini e l’operatività delle imprese e dello stesso apparato normativo e repressivo (“Market failure”);

-la concessione, da parte di una serie di Stati membri e soprattutto dei loro Territori e Dipendenze d’ Oltremare, di tax rulings che equivalgono alla cancellazione delle imposte, costituisce un aiuto di Stato e una gravissima distorsione della concorrenza ai danni delle imprese europee.

Nel libro “European Technology Agency”, si caldeggia la creazione, nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa, di un’apposita agenzia europea che gestisca in modo unitario tutte queste azioni.

Oggi, certamente, la situazione è opposta.Buona parte di coloro che operano in Europa nei settori più avanzati della ricerca digitale operano di fatto con ruoli sussidiari nei confronti o della NATO o dei GAFAM. La ricerca condotta da istituzioni nazionali o imprese non è coordinata e non persegue nessun obiettivo strategico. I finanziamenti europei non sono finalizzati alla sovranità strategica europea, e il meccanismo dei “progetti europei”, anziché avere l’effetto di concentrare gli sforzi su precisi obiettivi, tende a disperderli “a pioggia”.

La caldeggiata Agenzia dovrebbe poter disporre dell’autorevolezza politica, delle risorse economiche e umane e di un ampio mandato, che le permettano di progettare ed attuare una politica d’emergenza per il raggiungimento degli obiettivi dell’ Autonomia Strategica Europea: cultura digitale, coordinamento con la Difesa, web europeo, cloud europeo, imprese digitali europee.

Nell’ opera collettiva “L’Istituto Italiano di Intelligenza Industriale di Torino”, abbiamo raccolto i numerosi documenti, europei ed italiani,  che hanno contrassegnato la formazione della Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale, consigliando anche al Governo di creare un unitario Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale. Il Governo Conte 1 aveva in effetti iscritto l’ Istituto nel PNRR. Il Conte 2, dopo vari tentennamenti, non solo aveva reinserito l’Istituto nel Piano, ma aveva perfino indicato che avrebbe dovuto trovarsi a Torino.

Il Governo Draghi ha infine chiarito che un vero Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale non verrà creato, ché, anzi, 30 milioni di Euro, ad esso destinati, erano già stati stanziati per ricerche sull’Intelligenza Artificiale e sulla robotica, da realizzarsi fra iìl Politecnico di Torino e la Stellantis. Il resto dei previsti 90 milioni verrebbe distribuito fra i vari hub italiani.

Come si vede, l’instabilità politica italiana permette ai successivi governi di rimangiarsi qualsivoglia decisione. A nostro avviso, lo “spacchettamento” del previsto Istituto è grave per lo stesso motivo per cui lo è l’assenza, a livello europeo, di un ‘unitaria Agenziaì Tecnologica. Se, infatti, l’arretratezza italiana ed europea è così grave, s’impone un programma d’emergenza, non già degli aiuti a pioggia fra Università e imprese.

L’eutanasia  dell’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale ci ricorda da vicino quella, avvenuta sessant’anni fa, della Divisione Elettronica della Olivetti.

Non bisogna dare per chiusa la partita. Nei prossimi anni, anzi mesi, la nostra arretratezza diventerà sempre più evidente, sì che s’imporranno decisioni coraggiose. D’altro canto, il Governo francese già incombe con il suo Piano Decennale di finanziamento per le industrie europee. Occorrerà battersi perché il digitale vi sia rappresentato con il peso che gli compete in questo decennio.

Presentazione della rivista “La Società” della Fondazione Toniolo numero unico sulla digitalizzazione

Lunedì 18 ottobre,Ore 17:00-19:00

Biblioteca Natalia Ginzburg,Via Lombroso 16,

Sala Molinari

https://zoom.us/j/96685550666?pwd=SEltVlJyUmppNlhCN0VmTzhnK3hRUT09

In collaborazione con la rivista “La Società”, della Fondazione Toniolo

Presentazione del numero speciale di “La Società” dedicato alla digitalizzazione.

Ne discutono:

Marcello Croce

Ferrante Debenedictis

Markus Krienke

Riccardo Lala

Roberto Saracco

Modera Marco Margrita

La rivista “La Società” ha dedicato molto opportunamente un numero unico agli aspetti culturali della digitalizzazione, che spaziano dalla filosofia, alla teologia, alla politica, al diritto. Quest’opera copre un’ampia gamma di temi, con l’obiettivo di fare opera di informazione e di sintesi interdisciplinare, quanto più possibile obiettiva, cercando di mantenere le debite distanze dagli estremi del tecno-ottimismo e del catastrofismo apocalittico.

Questo incontra punta a rendere conto dei molteplici aspetti del tema, provocando anche a una riflessione su temi collegati, come per esempio l’incidenza che la digitalizzazione può avere su aspetti tradizionali dell’organizzazione del lavoro, quali la concertazione, la partecipazione, la tutela dei diritti, la diffusione della proprietà, le piccole e medie imprese…

SALONE DEL LIBRO: CANTIERI D’EUROPA 2021

Dialexis Movimento Europeo

Con il patrocinio della Commissione Europea

“Conferenza sul Futuro dell’Europa”

Salone del Libro di Torino: 14-18 Ottobre

Finalmente, riapre il Salone.

Alpina/Dialexis non poteva non essere presente, come da 15 anni, con i suoi libri, esposti nello stand della CNA (Confederazione Nazionale dell’ Artigianato), con le sue novità, presentate il 15 in Sala Argento, e con una serie di manifestazioni nel Salone Off, dedicate alla Conferenza sul Futuro dell’ Europa ed aperte dalla Conferenza Stampa del 14 alla Biblioteca Ginzburg.

Infatti, è in corso (anche se pochissimi lo sanno) la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, che dovrebbe, nelle intenzioni degli Sti Membri e delle Istituzione, affrontare una serie di nodi irrisolti dell’ integrazione europea, a partire dai suoi rapporti con le tecnologie e con il resto del mondo, la sua struttura decisionale, il suo impegno per la salvezza del Creato dalla demonia dell’ economia.

L’iniziativa si pone nel solco di una grande quantità di tentativi fatti in passato per trasformare l’idea letteraria di una generica “Physis ton Europaion” in un’integrazione effettiva del nostro Continente, sulla falsariga di quanto fatto altrove (per esempio in Cina e negli Stati Uniti). Quest’esigenza, appena abbozzata dai Romani, dai Bizantini, dalla Chiesa e dall’ Impero, aveva cominciato a concretizzarsi dal Medioevo con i progetti di crociata e per la Pace Perpetua, pervenendo a formulazioni giuridiche a metà del ‘900, e dando vita a una serie d’Istituzioni Europee (come il Consiglio d’Europa, l’Unione Europea Occidentale, la Banca Europea degl’Investimenti, la Banca Europea di Coperazione e Sviluppo , la Banca Centrale Europea, l’Agenzia Spaziale Europea, e, soprattutto, prima, le Comunità Europee e oggi l’ Unione Europea).

Nello sviluppo postbellico dell’integrazione europea, si erano tenuti vari incontri fra gli Stati Euriopei, come le Conferenze di Messina e di Laeken, i trattati di Maastricht, di Amsterdam e di Lisbona, e si era tentato anche di scrivere e approvare una Costituzione Europea, che però era state bocciata dagli elettori.

Con il passare dei secoli, poi dei decenni, l’esigenza di una forma statuale continentale, sia essa una Confederazione, una Federazione, un’Unione o uno Stato-Civiltà, è divenuta sempre più impellente, con il passaggio da strutture di tipo tribale a quelle di carattere feudale, poi, con la nascita di culture e mercati nazionali, per culminare infine ai margini del conflitto fra superpotenze tecnologiche sull’arena mondiale.

Se l’Europa ha sofferto fin dall’ inizio del suo eccessivo particolarismo, quest’ultimo è divenuto, negli ultimi secoli, foriero d’ insostenibili lotte intestine, fino a sfociare in una vera e propria paralisi dinanzi al potere globale delle multinazionali dell’ informatica.

L’Unione Europea, che manifesta tutt’ora l’ambizione di partecipare su un piede di parità alle grandi decisioni mondiali, e addirittura, come afferma la Commissione, di porsi quale “Trendsetter del dibattito globale”, non può letteralmente più permettersi di procedere in ordine sparso, con i suoi 27 Stati Membri, che per altro, dopo Brexit, rappresentano appena la metà del continente europeo.

Per questo motivo, la cuiltura europea, se vuole mantenere un qualsivoglia significato, non può esimersi dallo studiare, approfondire, sviluppare e popolarizzare la sempre più scottante Questione Europea, comn l’obiettivo di formulare un progetto coerente, da diffondere, attraverso il MOvimento, nella Società Civile, e, da questa, nell’ arena politica, in modo da stimolare, dopo la Conferenza, una Fase Costituente che dovrebbe portare a catalizzare il dibattito delle elezioni europee del 2024 intorno al ruolo dell’Europa nel Mondo, alle imprese europee di alta tecnologia, al rafforzamento dell’ Esecutivo Europeo, al passaggio all’ Europa, dagli Stati Membri, delle competenze per le politiche economiche e culturali.

Il Salone del Libro e la Conferenza per il Futuro dell’ Europa offrono le condizioni ideali per avviare questa battaglia sui piani cuilturale ed istituzionale.

Per un’ Europa poliedrica

IL PROGRAMMA DEI CANTIERI D’EUROPA 2021

Tema del ciclo:

LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA

Rientra  da sempre nell’orizzonte e negli obiettivi dei nostri Cantieri d’ Europa costituire un momento di stimolo non convenzionale per i dibattito intorno al nostro Continente.

Quest’anno, essi possono, e debbono, costituire il necessario complemento della Conferenza, attualmente  in corso, sul Futuro d’ Europa.

Coerentemente con quanto dichiarato dal Presidente Janša nell’ inaugurare il semestre di presidenza slovena , questo periodo dovrà essere caratterizzato da un intenso dibattito senza pregiudizi, in cui tutti i cittadini europei potranno fare sentire la loro voce, soprattutto coloro che hanno da dire qualche cosa “al di fuori del coro”. Il Salone del Libro non potrà mancare proprio quest’anno di fornire una tribuna per questo sforzo collettivo.

Data la complessità e l’impegno della tematica in oggetto, l’iniziativa si articolerà, come gli anni passati, fra Salone In e Salone Out.

Inoltre, sulla base dell’ evoluzione della crisi pandemica, una parte delle manifestazioni si svolgerà a distanza.

I tre presidenti aprono i lavori della Conferenza

Giovedì 14 Ottobre

Ore 10:00-12:00

Biblioteca Natalia Ginzburg

Via Lombroso 16 Torino

CONFERENZA STAMPA INAUGURALE

“SALVARE L’EUROPA PER  SALVARE IL MONDO”

Con Massimo Gaudina,  Riccardo Lala, Marco Margrita e Vitaliano Stefanoni

L’Europa non è nata con la Dichiarazione Schuman, ma secoli (se non millenni) addietro.
Qui, la Cappella Palatina del palazzo di Carlo Magno, ad Aquisgrana

L’ Europa, che è chiamata, dalla Conferenza, a pensare al proprio futuro, non può pensarlo se non all’interno  del futuro del mondo intero. Essere “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, come vuole la Commissione, significa innanzitutto, a nostro avviso,  individuare i pericoli  che incombono sulla sopravvivenza dell’ Umanità, e indirizzare  al mondo proposte per contrastarli.

Nel fare ciò, le Istituzioni potrebbero svolgere un ruolo centrale, coordinando i vari aspetti culturali, di politica internazionale, industriale e di difesa, di disciplina del mercato e fiscale. Verrà proposto, tra l’altro, progetto editoriale dell’ Associazione Culturale Diàlexis, SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO

Partecipare alle grandi decisiooni del mondo presuppone
di porsi alla pari delle tecnologie americane e cinesi

Venerdì 15 ottobre, Ore 20:00-21:00

Sala Argento, PAD 3

LE NUOVE TECNOLOGIE IN EUROPA E A TORINO: SUPERARE LO STALLO

L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, European Technology Agency

L’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale:un’ennesima occasione perduta per Torino?

In collaborazione con ALPINA, Associazione Culturale Diàlexis, Movimento Europeo e CNA e con il

Presentazione dei libri:Markus Krienke, L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, Alpina, Torino, 2021;Riccardo Lala, European Technology Agency , Alpina, Torino, 2020 

Con questi due libri, dedicati ai livelli italiano ed europeo, il marchio Alpina  fornisce il proprio contribuito al dibattito in corso, in un’ottica al contempo propositiva e critica. L’Associazione Culturale Diàlexis si farà parte zelante nel portare all’ interno della Conferenza la consapevolezza che, o l’Europa s’inserirà nella attuale corsa tecnologica con un ruolo di leadership, tecnica, ma soprattutto culturale e giuridica, oppure il nostro Continente sarà condannato ad un ruolo sempre più marginale.

Se l’Unione Europea non metterà sotto controllo tutti gli sforzi europei per la corsa alle nuove vtecnologie, l’Europa non riuscirà a raggiungere in tempo utile Stati Uniti e Cina

Sabato 16 Ottobre, Ore 10:00-13:00

Biblioteca Natalia Ginzburg, Via Lombroso 16

   “UNA STRATEGIA EUROPEA PER LE PMI DI NUOVA GENERAZIONE: quale futuro e quali le sfide per la sostenibilità del sistema manifatturiero”  

L’industria europea, grande, piccola o piccolissima, deve accettare l’idea che, entro tempi brevissimi, tutta l’economia (progettazione, produzione, distribuzione, servizi) sarà digitalizzata, e che coloro che non si adegueranno saranno espulsi dal mercato

Nel 2020 la Commissione Europea il 10  marzo 2020 ha promosso la “Strategia Europea PMI”, ma non ha modificato nella sostanza nonostante gli effetti disastrosi della pandemia sul tessuto economico e sociale  e nonostante la risoluzione del Parlamento Europeo e quella del Comitato Economico e Sociale che richiedevano una nuova stagione di politiche a misura di PMI e maggiore determinazione nell’analisi del loro impatto,  visti  anche i nuovi equilibri e la situazione globale nell’affrontare la crisi sanitaria. 

Il Governo Francese sarà protagonista del  programma del Semestre di Presidenza di  Turno UE nel 2022,  1° Gennaio-30 giugno 2022, mentre si fa strada sul piano europeo la proposta  di  un piano decennale d’investimenti per una politica industriale europea:  un piano altamente necessario visto che i maggiori concorrenti internazionali dell’ Europa stanno approntando singoli piani per il periodo 2025-2045, mentre il Recovery Plan/Next Generation , essendo esso una rielaborazione del Quadro Pluriennale 2021-2027, per la sua natura storicamente delimitata,  non sarebbe  idoneo a generare una comparabile politica proattiva a medio termine.  

La Tavola rotonda, che coinvolgerà le imprese di settore delle PMI e dell’artigianato italiane ed europee, Rappresentanti della Commissione Europea e del Parlamento Europeo, Autorità, si articolerà su tre temi della massima attualità:  

– le priorità per il rilancio produttivo dell’UE pluriennale europea in vista della Presidenza di turno dell’UE;  

– le strategie UE per le piccole e medie imprese;  

– le sfide per il sistema manifatturiero del Piemonte, in discussione fra le Autorità nazionali e locali. 

Con:Dominique Anract, Marco Bolatto, Claudio Cappellini, Ferruccio Dastoli, Antonio Franceschini, Panagiotis Gkofas, Audrey  Gourraud, Vitaliano Alessio Stefanoni

Il piano decennale di investimenti è fortemente voluto
da Macron

Lunedì 18 ottobre, Ore 14:30-17:00

Biblioteca Natalia Ginzburg,

Via Lombroso 16,

“SHARING EUROPEAN UNION, FOR

A FUTURE-CHALLENGES-PROOF RESTART”

Meeting of the National Councils of the European Movement International in Italy, Portugal, Spain, France, Malta, Greece, Cyprus and Croatia on the future of Europe Rome Working Language: English and French with no translation Monday

Opening 14:30-15:00

· Pier Virgilio Dastoli, President of EM-IT

· Eva Maydell (Paunova), President of IEM and MEP (video)

· Antonio Parenti, Head of European Commission Representation in Italy

· Carlo Corazza, Head of Office European Parliament in Italy

· Benedetto Della Vedova, Secretary of State

15:00-17:00 (First Session) THE CONFERENCE ON THE FUTURE OF EUROPE Moderator: Nicoletta Parisi, EM-IT ·

 Introductions by Yves Bertoncini, President EM-FR and Francisco Aldecoa Luzárraga, President EM-ES (members of the Conference)

· Vincenzo Amendola, Secretary of State (TBC)

· Ferdinando Nelli Feroci, President of the Italian scientific Committee on the Conference and of IAI

· Lara Lanzarini, Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation (TBC)

· Brando Benifei, MEP and Vice- President IEM

· Luca Visentini, Secretary General ETUC – European Trade Union Confederation

· Lia Quartapelle, Chamber of Deputies (TBC)

Debate in connection with the Salone del Libro of Turin

Chi vorrà, potrà proseguire il collegamento online della conferenza il 19 Ottobre.

Markus Krienke presenta la rivista “La Società”

Lunedì 18 ottobre,Ore 17:00-19:00

Biblioteca Natalia Ginzburg,Via Lombroso 16,

In collaborazione con la rivista “La Società”, della Fondazione Toniolo

Presentazione del numero speciale di “La Società” dedicato alla digitalizzazione.

Ne discutono:

Marcello Croce

Ferrante Debenedictis

Markus Krienke

Riccardo Lala

Roberto Saracco

Modera Marco Margrita

La rivista “La Società” ha dedicato molto opportunamente un numero unico agli aspetti culturali della digitalizzazione, che spaziano dalla filosofia, alla teologia, alla politica, al diritto. Quest’opera copre un’ampia gamma di temi, con l’obiettivo di fare opera di informazione e di sintesi interdisciplinare, quanto più possibile obiettiva, cercando di mantenere le debite distanze dagli estremi del tecno-ottimismo e del catastrofismo apocalittico.

Questo incontra punta a rendere conto dei molteplici aspetti del tema, provocando anche a una riflessione su temi collegati, come per esempio l’incidenza che la digitalizzazione può avere su aspetti tradizionali dell’organizzazione del lavoro, quali la concertazione, la partecipazione, la tutela dei diritti, la diffusione della proprietà, le piccole e medie imprese…

In vendita al Salone tutte le collane di Alpina

VENDITA LIBRI

I libri del marchio Alpina, venduti dall’ Associazione Culturale Diàlexis, sono disponibili nello stand della CNA Comunicazione:

J.P.Malivoir, 50 ans d’Europe, images et reflexions

R.Lala, 10.000 anni d’identità europea, I° Volume, Patrios Politeia

A.A.V.V. Il ruolo dell’ Europa nel mondo

A.A.V.V. Intorno alle Alpi Occidentali, Identità di un’ Euroregione

M. Krienke (a cura di) L’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale di Torino

R.Lala, DA QIN

R.Lala, Il ruolo dei lavoratori nell’ì era dell’ intelligenza artificiale

A.A.V.V, Es Patrida Gaian

M. Georgopoulou, Grammatica di Neogreco

M.Georgopoulou, Esercitazioni di Neogreco

INCONTRI DI LAVORO

I responsabili Alpina/Diàlexis sono disponibili nell’ area B2B

COLLEGAMENTI ONLINE

Tutte le manifestazioni potranno essere fruite tanto in presenza, quanto online.

Le credenziali verranno diffuse attraverso le newsletter di Alpina Diàlexis

“E’ L’ORA DELL’ EUROPA”

ANCHE SENZA UN ECOSISTEMA DIGITALE SOVRANO?

Tratta atlantica e Trail of Tears, il peccato originale del puritanesimo americano

Certo oggi è, come ha affermato Ursula von der Leyen, l’ora dell’Europa, perché, essendosi incrinata, grazie anche al Coronavirus,  la maggior parte dei vecchi miti su cui si è retto il sistema geopolitico degli ultimi 75 anni, l’Europa sta forse riuscendo a intravvedere senza paraocchi ideologici la realtà vera del mondo d’oggi e a pensare realistiche vie d’uscita dalla propria decadenza.

Tutte cose che, fino a pochi giorni fa, erano perfino inimmaginabili, perché ancora vigevano le “retoriche dell’idea d’Europa”, e, in particolare: il disdegno per le identità, la UE area più florida del mondo, il progresso continuo, lo “scudo atlantico”, il “diritto mite” dell’Occidente, il “piccolo è bello”, l’inefficienza del settore pubblico, il divieto d’ indebitamento della UE, e così via…

La battaglia fra Kowloon e Victoria, nel cuore di Hong Kong

1.La realtà svelata

Intanto, il Parlamento Europeo, nel suo studio “Thinking about the future of Europe” ha riconosciuto che l’integrazione europea non può procedere senza l’Identità Europea, e si è riproposto addirittura di promuoverla, pur senza fare troppi riferimenti ai miopi schemi pedagogici del passato. Questo cambio di passo è stato reso per altro inaggirabile dalla smentita, da parte della realtà, delle costruzioni ideologiche che avvolgevano finora il discorso pubblico. L’Europa, che fino a un paio di mesi fa si baloccava con l’eufemismo di un’asserita “stagnazione”, è stata costretta a riconoscere la realtà di una secca decrescita dell’Occidente, che non è una “fake news” di Mosca o di Pechino, ma una realtà comprovata dai numeri, di cui il Coronavirus costituisce in un certo senso solo un capro espiatorio. Poi, al progresso continuo della Scienza, dopo i balbettii dei virologhi di tutto il mondo e le fosse comuni in America e Brasile, non crede più nessuno. Quanto al preteso “scudo nucleare atlantico”, i dubbi di Trump sull’articolo 5, il rifiuto degli Europei di aumentare la spesa militare, il fallimento di Defender Europe 2020, la denunzia dei trattati nucleari, la militarizzazione dello spazio, i nuovi missili mare-terra, il ritiro delle truppe dalla Germania, i sondaggi pro-Cina e pro- Russia e il conflitto fra Trump e il Pentagono, è ovvio che esso semplicemente non esiste (se mai è esistito), mentre, in suo luogo, c’è invece una corsa senza limiti agli armamenti, che gli Europei non condividono ma a cui non  riescono ad opporsi. Il coprifuoco in America  supera di gran lunga quello di Hong Kong, e soprattutto ci ricorda che gli Stati attuali  hanno tutti, in un modo o nell’altro,  sulle spalle i colossali crimini del colonialismo  su cui si è fondata la Modernità e da cui soprattutto l’anglosfera non può uscire: nei due casi specifici, lo sterminio dei nativi americani, la tratta atlantica e le Guerre dell’Oppio (iniziata nel 1839 dalla più grande operazione antidroga della storia, quando gl’Inglesi, per difendere i narcotrafficanti, fecero fuoco, nella baia di Hong Kong, contro i battelli dell’ esercito imperiale cinese).   Il Coronavirus si è incaricato poi di dimostrare la debolezza strutturale di milioni e milioni d’imprese europee sub-marginali e tecnologicamente arretrate, che vivacchiano da decenni per inerzia, mentre Amazon, Facebook, Google, Tesla, Alibaba e Wechat (come ha riconosciuto la Commissaria Vestager che da tempo le avrebbe dovute contrastare)  sono uscite dalla pandemia ulteriormente rafforzate. Grandi imprese europee come Lufthansa e Alitalia debbono essere ricapitalizzate con la benedizione dell’ antitrust; gli eurobond sono in pratica già quasi realtà.

Unione e Stati Membri si stanno rendendo conto, seppure malvolentieri, di questo crollo dei vecchi miti, adottando qualche, seppur modesto, provvedimento nella giusta direzione, e, in tal modo, mettendo “un tampone” (è il caso di dirlo) sulle falle più evidenti, che potrà prolungare la nostra agonia, ma non impedire il decesso. Certo, sarebbe tragico se non facessero neppure questo, ma l’interminabile trattativa e le argomentazioni utilizzate dagli Stati membri sviliscono i seppur apprezzabili risultati raggiunti. Basti pensare alle assurde accuse degli Olandesi all’ Europa Meridionale (anche se non senza ragioni: il “bonus vacanze”), quando l’Olanda, con la sua connivenza con le multinazionali e con gli Stati Uniti sui “tax rulings”, è (insieme al Lussemburgo, all’Irlanda e al Regno Unito) fra le cause prime della decadenza dell’Europa, e, perciò, quasi responsabile di alto tradimento. O come quella dell’Ungheria, che lamenta che i “paesi ricchi” (ma quali sono?) vengano aiutati dai Paesi poveri.

Ma soprattutto risulta sfatata la pretesa che la solidarietà sia un valore precipuamente europeo (e perché non africano, islamico e cinese?), mentre invece, di fronte all’immane tragedia del Coronavirus, non si è ancora riusciti, dopo 4 mesi, ad approvare neppure la sostanzialmente neutra comunitarizzazione del debito.  Che cosa ha fatto per il Coronavirus il Corpo Europeo di Solidarietà?

Il problema è che la cultura mainstream, ostaggio di ideologie che hanno, come minimo, 50 anni, non possiede neppure le basi minime necessarie per il  dibattito sul XXX millennio, quale espresso in America, per esempio,  da Asimov, von Neumann, Esfandiari, Kubrick, Joy, Kurzweil, De Landa, Schmidt e Cohen, dove le tecnologie digitali non sono solo un orpello per discorsi della domenica, bensì il  cuore pulsante di un apocalittico progetto globale. I rari Europei che vi ci sono cimentati, come Hawking, Rees, Bostroem, Tegmark, Ferrando, Laurent, Floridi, Nida-Ruemelin sono rimasti al livello di studi accademico, senza aspetti propositivi.

Ne consegue che tutto il grande agitarsi intorno all’”Altra Europa” ha appena scalfito la superficie dei problemi di oggi, perché non ha fatto i conti con i veri convitati di pietra:  l’”algoritmo decisivo”, la “Macchina Mondiale”,  gli squilibri  nucleari, Prism, ecc…

L’esecuzione dei leaders dei Sepoys a cannonate da parte delle truppe inglesi

2.Perchè non ci stiamo ancora muovendo?

Il problema principale è quello del timing. Le positive  tendenze che stanno emergendo (constatazione della “fragilità” di tutti noi Europei, sospetto  verso i “consulenti” tecnici o economici dei Governi, equidistanza fra USA e Cina, interesse per le grandi imprese e i campioni europei, rivalutazione di funzioni pubbliche come la sanità e i fondi sovrani, perfino la faticosa nascita degli Eurobond), arrivano dopo che i nostri principali concorrenti (Cina e USA) sono già andati molto più avanti su queste strade, con sussidi pubblici immediati alle vittime della pandemia, gestione della crisi in prima persona da parte dei Presidenti, investimenti colossali  nelle nuove tecnologie, valute digitali, “advocacy” sfacciata a favore dei propri colossi, militarizzazione della sanità, applicazione del diritto economico di guerra, scavalcamento delle autorità locali in base allo stato di eccezione).

Come non ci stanchiamo d’insistere, l’area in cui il sorpasso sull’Europa è più evidente è quello delle nuove tecnologie, in cui tutti i Paesi del mondo continuano ad avanzare a tappe forzate, e di cui, in Europa, tutti rifiutano perfino di parlare. E’uscito recentemente un eccellente libro di Simone Pieranni, “Lo specchio rosso”, in cui quest’ autore ci illustra in modo competentissimo, dettagliato ma chiaro, come tutte le innovazioni sociali sognate e tentate dall’utopismo tecnologico californiano abbiano già trovato attuazione in Cina, in modo che, estrapolando comparativamente gli scenari dei due Paesi, possiamo comprendere quale sarà il prossimo futuro del mondo. Un futuro certo difficilissimo per gl’individui amanti della libertà, e dove l’Europa sarà un soggetto puramente passivo, in quanto tutti i suoi dati continueranno ad essere detenuti “in ostaggio” dalle Superpotenze, e l’Europa stessa mancherà di qualunque strumento -concettuale, umano, tecnologico, militare- per influenzare in qualche modo l’avvenire antropologico del mondo. Quindi, il contrario dell’auspicata “esemplarità”.A meno di prendere la situazione di petto hic et nunc, molto più di petto di quanto non si stia facendo adesso. Come scrive Dario Fabbri su Limes, “Così oggi miliardi di cittadini – attraverso post, mail, blog – affidano i loro pensieri più intimi alle società della californiana Silicon Valley, più Microsoft e Amazon che hanno sede a Seattle. Di fatto, l’80% della popolazione connessa nel pianeta, che offre agli americani la più grande quantità di informazioni della storia”.

A partire da Crucé, per passare a Kant e Coudenhove-Kalergi, per arrivare a Spinelli e a Papa Francesco, l’Europa ha sempre preteso di costituire un modello per il mondo grazie alla sua ambizione di costruire un ordine mondiale di carattere consensuale, sia esso di carattere etico o di carattere istituzionale. La definizione dell’ Europa quale “Trendsetter”, contenuta nel pacchetto digitale della Commissione, si riallaccia a questa pretesa con un termine nuovo. Tuttavia, come noto, tutti i grandi Stati subcontinentali hanno questa pretesa di esemplarità, a cominciare dalla dal Tian Ming cinese, per passare al “Patto” di Israele,alla “Hvarenah” achemenide,  alla “Hierotate Chora” dei Tolomei, alla Pax Augusta, al Califfato, al Tercio Imperio portoghese, alla “Casa sulla collina” dei Puritani, all’ “internazionalismo proletario”. Questa pretesa universalistica traduce semplicemente una legittima ambizione di “leadership”, espressamente riconosciuta come benefica per esempio dal Corano. Tuttavia, essa, per essere credibile, deve tradursi in fatti concreti, ché, altrimenti, si traduce nella copertura ideologica di altri interessi.

Purtroppo, nel momento stesso in cui l’Europa avanza questa pretesa,  la situazione effettiva dei diritti degli Europei è la più grave in tutto il mondo, perchè le nostre Autorità, a dispetto dell’ enorme produzione cartacea (cfr. i Quaderni  di Azione Europeista “Habeas Corpus Digitale” e “Corpus Iuris Technologici” dell’ Associazione Culturale Diàlexis) , non hanno fatto ancora nulla sul piano tecnico per difendere i cittadini contro la colonizzazione culturale denunziata dal Papa, come dimostrato per acta dalla causa Schrems. In base alle risultanze processuali e ai documenti di Snowden pubblicati da Wikileaks,  i nostri dati  sono già stati trasferiti, e continuano ad essere trasferiti,  nonostante il DGPR e addirittura grazie al Privacy Shield e alle Standard Contractual Clauses, nei server delle OTTs e della NSA, mentre, a detta di quest’ultima, l’intelligence cinese starebbe hackerando tutti i database americani, cosicché i nostri dati, militari, tecnologici, economici e personali sono in pratica disponibili a tutti tranne che all’Unione Europea, ai nostri Governi, alle nostre imprese e ai nostri eserciti (i quali tutti avrebbero pure diritto, a mio avviso, alle condizioni del GDPR, di poterne fruire, e di negare invece tale fruizione ai soggetti extraeuropei, come fanno, appunto, USA e Cina, ma, in gran parte, anche India e Israele).

L’iniziativa Gaia-X, di un cloud europeo (un consorzio di dodici piccole realtà esistenti), inaugurata il 9 maggio dai ministri francesi e tedeschi, costituisce, nonostante le roboanti promesse di sconfiggere gli OTTs, l’ennesimo pannicello caldo, perché è solo sperimentale, si riferisce solo ai dati delle imprese, e non quelli dei cittadini, è comunque parziale e non protetta contro lo spionaggio delle Grandi potenze. Nel 2018, gli Stati Uniti avevano  approvato il cosiddetto Cloud act: una legge federale che – fra le altre cose – permette alle autorità giudiziarie statunitensi di ottenere dai fornitori di servizi cloud di diritto Usa dati e informazioni sensibili anche quando sono depositati fuori dal perimetro statunitense. Compresi quindi i server fisicamente in Europa, zeppi di dati di cittadini europei, ma di aziende Usa. Una misura che si scontra in pieno con gli articoli del GDPR sulla tutela dei dati dei cittadini europei, ed ha provocato molte cause e sanzioni contro imprese europee.

Questa situazione permette  agli Americani di pilotare la politica, la tecnologia e l’economia mondiali, e, soprattutto, europee, facendo in modo soprattutto che non si formi mai, in Europa, un agglomerato di forze capaci di “sfidare”  come dicono gli Americani, le Grandi potenze. Questo è valido in primo luogo in campo economico, dove i profitti di Google, Amazon e Facebook, realizzati con l’utilizzazione economica dei nostri dati e scontando, grazie ai “tax rulings”, imposizioni irrisorie, costituisce, come ha spiegato Evgeny Morozov, una vera imposta sull’ economia reale, i cui utili vengono reinvestiti fuori dell’Europa per espandere ai nostri danni un impero tecnologico mondiale dei cui frutti non godiamo. Come scrive Pieranni, “per l’ Europa, poi, il destino potrebbe apparire inesorabilmente legato alla seguente domanda: preferiremo che i nostri dati siano in mano cinese o in mano americana?”

Pensando all’enormità del valore sottratto all’ Europa e al gettito evaso, è facile capire il perché del deficit cronico delle nostre economie, “potate” dagli OTTs di una bella fetta del PIL, e continuerà ad esserlo anche dopo la (ancora ipotetica) web tax.

Ma perfino nel campo della lotta alle malattie, ogni forma di progresso avviene esclusivamente all’ interno delle strutture per la “Guerra Senza Limiti” fra le Grandi Potenze.  Mentre nel 2018, il Commissario Moedas aveva risposto a Macron che l’ Europa non vuole creare la propria DARPA, Obama  creava la BARDA (“Biological Advanced Research and Development Authority”), ricalcata esattamente sul DARPA, per affrontare le pandemie e sviluppare i vaccini. Visto che la BARDA sta facendo vistosamente cilecca, e il Coronavirus sta provocando all’ America più danni della guerra del Vietnam, Trump ha  lanciato l’ “Operation Warp Speed”, che richiama al contempo la tsiolkovskiana Warp Speed di Star Trek e il Project Manhattan di Hiroshima e Nagasaki, ponendo alla sua testa un generale. Anche in Israele, l’Istituto per la ricerca biologica di Nes Tsiona è legato al Ministero della Difesa. Infine, anche  in Cina, la ricerca del vaccino è diretta Maggiore Generale Chen Wen, ufficiale medico   in servizio permanente effettivo.

3.Uno strano silenzio

Dunque, senza un web europeo e agenzie europee per la tecnologia, le pur meritorie azioni di Corte di Giustizia, Commissione, Parlamento e Consiglio, sul GDPR, sull’antitrust, sulla Web Tax, rischiano di rimanere puramente simboliche, come dimostrano i casi Echelon, Wikileaks, Prism e Schrems, visto che il GDPR, a causa delle leggi americane, non viene rispettato dalle OTTs, la Commissione riscuote qua e là qualche multa, ma non colpisce la monopolizzazione in sé, la Web Tax continua a non essere riscossa mentre dovremmo chiedere anche gli arretrati, Obama aveva rifiutato di firmare un no-Spy Agreeement, Assange e Manning restano in carcere senz’alcuna protesta da parte UE, Schrems sta tentando da 12 anni di vedere riconosciuto dalla Corte di Giustizia il suo diritto alla privacy e i cittadini di Hong Kong che avevano aiutato Snowden a fuggire dagli USA hanno dovuto a loro volta fuggire in Canada.

Non per nulla Zuckerberg e Pichai, che avevano fatto visita alla Commissione nei giorni immediatamente precedente la pubblicazione del pacchetto digitale europeo, ne sono usciti raggianti, mentre altri guru digitali americani firmavano addirittura un protocollo in Vaticano.

Commenta Colliot da Limes: “Nonostante le ambizioni, però, l’Europa rischia di fermarsi a metà del guado sul digitale: un ambito in cui per ora sembra giocare di sponda, accettando l’egemonia statunitense e cercando al massimo di regolarne gli eccessi. Malgrado gli sforzi e le dichiarazioni, l’UE non appare ancora capace di sviluppare un equivalente di Google o di Facebook: delle 200 principali aziende digitali del mondo, solo 8 sono europee.”

Non è vero che non sia possibile scalzare l’assoluto monopolio delle OTTs, perché la Cina ci è riuscita brillantemente in una ventina di anni, creando delle equivalenti di Google, Facebook e Amazon (in concorrenza fra di loro sul mercato cinese). Ed è questa la chiave di lettura centrale dello scontro USA-Cina: mentre Schmidt e Cohen avevano teorizzato che Google avrebbe sostituito Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo, ora un’azione analoga la starebbe compiendo Huawei a favore della Cina.

Tuttavia, poiché gli Stati Uniti hanno impiegato più di 20 anni per passare dall’ invenzione di Internet da parte delle forze armate fino al suo lancio commerciale, forse solo se l’Europa partisse adesso con la prima fase, quella “segreta”, riuscirebbe ad arrivare sul mercato prima del “sorpasso” delle macchine sull’uomo, o della guerra fra superpotenze, ambedue probabili sbocchi fatali provocati dalla corsa generalizzata verso la cyberguerra.

E questo sarebbe il momento ideale per farlo, perché  perfino Elon Musk sta proponendo all’autorità antitrust americana, proprio per uno scrupolo di libertà di pensiero,  il “break-up” di Amazon, di cui la creazione di un campione europeo potrebbe essere il logico “pendant” in Europa.

Se l’Europa vuole proporsi veramente come il “trendsetter” in campo digitale contro il progetto apocalittico degli OTTs, e pertanto costringere le Grandi Potenze a sedersi intorno a un tavolo per stipulare un accordo sul digitale come quelli sul nucleare, non può presentarsi al tavolo delle trattative come semplice un mercato da colonizzare, bensì deve già avere un proprio web, sul quale sperimentare e dimostrare la validità del suo “umanesimo digitale” di Nida-Ruemelin, e comunque sottraendo i suoi cittadini al controllo di potenze extraeuropee. Come hanno detto Trump e Macron e in netto contrasto con la retorica “angelistica” (come la chiama Papa Francesco), in queste cose vengono rispettati solo i soggetti forti e autonomi. Questo vale tra l’altro anche in campo nucleare.

Le Istituzioni (compreso soprattutto l’onnipotente Consiglio) debbono spiegare agli Europei perché non si stia facendo nulla in questo campo, e neppure se ne discuta. Non ci si dica che non esistono le competenze giuridiche europee, perché lo stesso Parlamento, con lo Studio dell’ EPRS intitolato “Unlocking the potential of the EU Treaties”, ha chiarito che  si può utilizzare a questo proposito l’art. 171 TFEU.

Notiamo con preoccupazione che nessuno dei documenti pubblicati dalla Commissione e dal Parlamento sul digitale fa alcun riferimento a un’azione concreta relativa alla sovranità digitale europea, invocata invece a gran voce da Macron e dal Senato francese. C’è un accordo segreto? Le visite alla Commissione di Zuckerberg e Pichai lo fanno pensare. I due sono molto bravi a fare credere a Europei e Cinesi di essere indipendenti dallo Stato americano, ma, se ciò veramente fosse, i loro rispettivi business non esisterebbero neppure, come dimostrano Cambridge Analytica e la “precettazione” di Google in base al War Production Act per combattere al crollo del valore dei bitcoins.

I medici albanesi in Lombardia

4.I voti  del Parlamento Europeo in materia digitale.

Per tutti questi motivi, avevamo indirizzato nelle scorse settimane una serie di lettere con cui pregavamo la Commissione ITRE del Parlamento di non votare il rinnovo “tels quels” per il prossimo settennio, delle circa 40 agenzie della Commissione, per lo più di carattere tecnico, tutte basate sull’ idea di “congelare” il mercato tecnologico europeo, come pure di tutti i programmi e strumenti tecnologici europei esistenti, senza invece l’obiettivo di un vero “ecosistema digitale sovrano europeo”, indipendente dalle OTTs (obiettivo conclamato, ma mai perseguito). Purtroppo, a parte una cortese e.mail del Presidente Sassoli, non abbiamo ricevuto alcuna reazione sulla sostanza della questione, per cui presumiamo che si procederà alla conferma del pregresso, così bloccando un dibattito che, invece, in pendenza del nuovo quadro settennale e della Conferenza sul Futuro dell’Europa, dovrebbe restare aperto, proprio per fare salvo il principale obiettivo di sostanza: il web europeo.

In generale, si può dire che, non solo per ciò che riguarda queste agenzie, ma in generale per tutto ciò che concerne le politiche tecnologiche dell’Unione, le Istituzioni stiano già “blindando” il prossimo settennio, escludendo che in questo periodo si possa concretamente perseguire la sovranità digitale (e salvaguardando così gl’interessi, non solo degli OTTs, ma anche di molti  Enti di sottogoverno la cui utilità è dubbia, e che, a nostro avviso dovrebbero essere sostituiti da un potente DARPA europeo).

Confidiamo nella Sessione Plenaria del Parlamento per un intervento correttivo, che lasci alle Istituzioni e alla Conferenza il margine necessario per lanciare l’Ecosistema Digitale Autonomo (al limite con strumenti finanziari, ma soprattutto normativi, a oggi non esistenti).

Torneremo ovviamente, e abbondantemente, su questi argomenti.

Abbiamo girato intanto lettera, opportunamente aggiornata, anche ai presidenti dei gruppi politici del Parlamento, sperando che facciano qualcosa (cfr. “Technologies for Europe”). Poi, come aveva scritto Carlo Marx alla fine della Critica al Programma di Gotha,  dovremo dire: “Scripsi, et salvavi animam meam”.

L’arresto di Assange, una vergogna per l’Inghilterra e per l’ Europa

VOGLIAMO FARE, O NO, IL WEB EUROPEO?

La Commissaria Europea competente per il web

Non solo la lettura dei classici costituisce una guida inaggirabile per interpretare anche l’oggi, ma, addirittura, alcuni testi vengono riscoperti quasi ossessivamente a ogni svolta importante della storia. Uno di questi è l’incipit della Politica di Aristotele, dove si parla della schiavitù. Tema ripreso nei dibattiti dell’Università di Salamanca sull’estensione in America dell’impero asburgico; nella teoria hegeliana sulla Storia come storia della libertà, nelle idee marxiana e nietzscheana sulla centralità ancor oggi della schiavitù.

Il nocciolo della controversa tesi di Aristotele è che la schiavitù è un fenomeno naturale, e, quindi, inevitabile, che nasce sostanzialmente dalla guerra. Essa è infatti la condizione normale di colui che si arrende, a cui il vincitore risparmia la vita in cambio della rinuncia alla libertà.

Per questo è così fondamentale, nella costruzione della memoria culturale, riuscire sempre a definire se stessi come vincitori, anche quando in realtà si sia stati sconfitti. Secondo la tesi di Aleida Assmann, tutti i Paesi europei basano la loro memoria condivisa su un’elaborazione specifica del tema della sconfitta nella IIa Guerra Mondiale, e questa è una delle ragioni fondamentali della difficoltà di costruire un’ identità europea comune (dato che ciascuno ha perduto in modo diverso).

Comunque, che il senso generale della seconda Guerra Mondiale sia quello di una sconfitta ci viene confermato ogni giorno dalle manifestazioni quotidiane del rapporto USA-Europa, che è, da ambo le parti, quello tipico della dipendenza.

Dipendenza che è data per scontata nel comportamento quotidiano degli Stati Uniti, per esempio nella gestione della NATO, dove decisioni fondamentali per l’Europa, come quelle sul fare o non fare le esercitazioni  sul nostro Continente vengono adottate unilateralmente dagli USA e neppure annunziate agli Europei; dove Trump ha tentato per ben due volte di ”scippare” platealmente  il vaccino contro il Coronavirus alla Germania e alla Francia, sempre con lo stesso meccanismo: finanziare aziende europee con un accordo secondo cui, in caso di scoperta del vaccino, questo avrebbe dovuto essere dato in licenza esclusivamente agli Americani – dipendenza che si rafforza, soprattutto, sempre più con il perdurare del controllo, da parte delle Big Five americane, dell’ intera Web Economy europea-.

Trump ha interessi finanziari nell’ industria dei vaccini

1.L’offensiva sul vaccino del Coronavirus

Si noti che l’accordo imposto da Trump prima a CureVac, e, poi, a Sanofi, è contrario, oltre che a evidenti considerazioni umanitarie, proprio nella sua sostanza a un meccanismo fondamentale del diritto della proprietà intellettuale di tutti i Paesi del mondo, che prevedono la possibilità di espropriazione, a favore delle forze armate nazionali nel caso di un brevetto che riguardi la difesa nazionale. Orbene, le vicende di Defender Europe 2020 e delle parate del 9 maggio in Europa Orientale hanno dimostrato che un vaccino, soprattutto se dato in esclusiva agli Stati Uniti, avrebbe in impatto enorme sulla geopolitica.

Intanto, nel caso specifico di Sanofi, il ministro francese della Difesa ha un diritto di controllo su tutte le domande di brevetto depositate in Francia, sì che Macron avrebbe serie difficoltà a giustificare una resa a Trump su questo punto. Le domande sono segrete. L’Istituto della Proprietà Intellettuale comunica al depositante se l’invenzione interessa il Ministero della Difesa, nel qual caso  la domanda viene segretata e il titolare è soggetto al divieto di utilizzare l’invenzione, e può venire espropriato, a meno che non addivenga a una convenzione con il Ministero della Difesa.

Tutto  potrebbe fermarsi qui, se non fosse che Trump ha anche una “piccola partecipazione personale” in Sanofi, il produttore farmaceutico francese che produce il farmaco. Secondo il New York Times, il modulo di divulgazione finanziaria del 2019 di Trump elenca le partecipazioni in Trust familiari 1, 2 e 3 valutate tra $ 1,001 e $ 15000. Quindi, se Trump ha il massimo di $ 15.000 in ciascuna delle società fiduciarie, detiene una partecipazione in Sanofi che vale $ 1.485 e, come minimo, solo $ 99.Si è scoperto però che sembra avere in Sanofi più di quel modico importo investito,  perché, cosa non menzionata nel rapporto del Times, i trust del Presidente detengono anche fondi indicizzati di borsa più ampi in Europa.

Si noti infine che Sanofi ha anche, insieme alla Fondazione Bill & Melinda Gates, una partecipazione nella CureVac tedesca, con cui gli USA avevano fatto un simile patto circa un mese fa, un patto poi sventato dall’ azione congiunta di Ursula von der Leyen, Angela Merkel e Peter Altmaier.

Dunque, nonostante la vicenda CureVac, Trump sta continuando imperterrito a scalare sotterraneamente, come Stato e come privato, tutte le imprese europee che potrebbero produrre un vaccino per il Coronavirus, per fare, di quest’ultimo, un bottino e un’arma contro tutto il mondo (e, in primo luogo, contro l’ Europa, che verrebbe privata di un patrimonio intellettuale fondamentale per la sua stessa sopravvivenza). Ciò dimostra la ferrea costanza nel tempo della pretesa americana di essere “la guida” in ogni campo, pretesa che costituisce la radice storica della speculare pretesa della Cina di detronizzarvela. Pretesa, quest’ultima, che, non per nulla, risale proprio al momento della massima umiliazione dell’ Impero Cinese: le Guerre dell’ Oppio e la Rivolta dei Taiping.

2. La dipendenza bio-tecnologica

La frenesia del controllo delle industrie digitali e  bio-mediche deriva da una comprensione, da parte degli USA e della Cina, molto più profonda di quanto non lo sia la nostra, delle trasformazioni in corso nel mondo, che comportano una forma di divisione internazionale del lavoro ben diversa da quella dei tempi della società industriale, nella quale l’ Europa si era collocata, prima, in una posizione di leadership, poi, in quella di un satellite ben retribuito per la propria acquiescenza.

Oggi, il centro della creatività, e perciò anche del potere, della ricchezza e delle possibilità di autoaffermazione di ceti, organizzazioni e persone, è dato dal controllo del mondo digitale, che garantisce conoscenza, potere e ricchezza. Ad esso si stanno affiancando sempre più le bioscienze e le biotecnologie, che, attraverso il Coronavirus, si stanno dimostrando più che mai un potentissimo strumento di controllo sociale. I casi di Wuhan e della Corea del Sud hanno infatti dimostrato che, unendo la biotecnologia e il controllo digitale totale, si ottiene una protezione veramente efficiente contro gli ultimi capricci della natura ostile. Protezione che, per il suo carattere “magico”, garantisce a sua volta un consenso vastissimo, “carismatico” (basti vedere la spettacolare scalata della Cina nelle preferenze degli Europei).

Non per nulla vecchi guru dell’informatica (come Gates, Brin e Ma), hanno abbandonato le precedenti, prestigiosissime, posizioni operative nei relativi imperi digitali per divenire dei sedicenti “filantropi”, che sono, in realtà, attraverso delle “fondazioni”di copertura, dei potentissimi investitori in industrie biomediche (come nel laboratorio di Wuhan, nel CureVac tedesco e in Sanofi), che, già da ben prima del Coronavirus, hanno dimostrato quanto pesi questo settore negli equilibri mondiali.

Sta di fatto che, se l’expertise in materia di digitale e biomedica, il suo controllo poliziesco e militare, le sue reti e database, restano tutti concentrati nelle due Superpotenze, il ruolo degli altri Paesi tenderà, nel tempo, ad essere sempre meno rilevante su tutti i piani. E, in un’era in cui le macchine tendono a sostituire gli uomini perché più capaci degli stessi, gli abitanti dei Paesi dominanti (ideologhi, lobbisti, finanziatori, guru, militari, imprenditori, politici, agenti segreti, manager, ingegneri, tecnici) avranno molte più chances di non soccombere (o di soccombere più tardi), né alla disoccupazione tecnologica, né alle guerre per procura, che non quelli dei Paesi non sovrani, condannati progressivamente a ruoli sempre più marginali, “stupidi” e male (o per nulla) retribuiti.

Dunque: dalla schiavitù nei confronti della superpotenza, alla schiavitù nei confronti delle macchine.Basti pensare alla sorte dei nostri operai licenziati, agl’ingegneri costretti ad emigrare, agli eterni precari, al commercio al minuto distrutto da Amazon e dai supermercati, alla chiusura degli sportelli bancari…

Basti pensare, soprattutto,  a quanti nostri giovani, esclusi dal mercato del lavoro, stiano servendo, e continuino a servire, per quanto assolutamente illegale, sotto le bandiere dell’ ISIS  o dell’ Ucraina, dei Curdi e delle Repubbliche del Donbass. Una sorte comune, nel tempo, ai soldati germanici nelle legioni romane, a quelli africani e slavi negli eserciti islamici, ai Gurkha nell’esercito inglese, agli Ascari in quello italiano…Siamo giunti al punto che un Ucraino naturalizzato italiano, che combatteva fra le file dell’esercito ucraino, sia stato condannato da un tribunale italiano per aver ucciso in battaglia un altro Italiano, un fotografo che lavorava fra le truppe indipendentiste.

Non vi sarebbe proprio nessuna difficoltà, volendo, per le Grandi Potenze, a creare simili scontri fra Italiani filoislamici e Italiani islamofobici, fra Turchi e Curdi, fra Bosniaci di vari gruppi religiosi, fra Moldavi e Transnistriani, fra Lettoni russofoni e russofobi, fra Irlandesi e Inglesi, Catalani e Castigliani…

Il Parlamento Europeo a Strasburgo

3.Non c’è futuro senza un’industria indipendente del web

Già da quanto affermato ai punti precedenti s’intuisce quanto sia fondamentale, per l’autonomia di un Paese, essere padroni del proprio web. A oggi, ciò è riuscito soltanto a due Paesi: gli USA e la Cina.

Pur essendo divenuto nel frattempo sempre più evidente che Internet è il vero e proprio sistema nervoso del mondo, e che da esso dipende ogni altra cosa, da circa 40 anni, nonostante le continue affermazioni in contrario, l’Europa non sta proprio facendo nulla in questo campo, come se ci fosse un accordo segreto con l’ America su questo punto, proprio sulla base dell’accettazione segreta, da parte degli Europei, in contrasto con le retoriche ufficiali, del ruolo degli sconfitti, e, quindi, degli schiavi. E, infatti come dimostreremo in seguito, oggi, chi non possiede un web autonomo è, di fatto, proprio uno schiavo.

Molti sostengono che ciò deriva automaticamente dal fatto che Internet (come dimostra la vicenda del 5G) ha oramai un’importanza militare rilevante. Peccato che, con il diffondersi della “guerra senza limiti”, il concetto di “militare” e di “dual use” s’è talmente allargato che, chi non controlla quest’area centrale dei sistemi “militari” viene espulso progressivamente dall’intera economia mondiale (come sta accadendo in primo luogo all’ Italia).

Il bello è che le prime sperimentazioni di Internet erano state quelle del belga Otlet, dell’ inglese Wells e della Wehrmacht, così pure come il primo computer, ch’era stato realizzato dal tedesco Konrad Zuse.Anche il Biuro Cyfrowy polacco aveva acquisito una grande esperienza. Durante la IIa Guerra Mondiale, John Vincent Atanasoff aveva ricevuto un finanziamento per costruire un computer allo Iowa State College, e Tommy Flowers aveva progettato per le Forze Armate Inglesi il computer Colossus, per decifrare i messaggi tedeschi. Anche il primo computer commerciale americano aveva in realtà come unico cliente la US Navy.

Già nel 1973, l’ ARPA, Ente americano che finanzia le tecnologie duali, aveva commissionato una ricerca sulle reti di comunicazione mobili, ma solo nel 1983 era stato lanciato, Internet come un modesto esperimento del Governo americano,  emergendo solo nel 1992, un anno dopo la caduta dell’ Unione Sovietica,come lo standard mondiale.

Da allora, Internet ha realizzato un’infinità di obiettivi diversi, che materializzano l’insieme delle aspirazioni e delle distopie della modernità: da un cervello unico mondiale (localizzato negli Stati Uniti), che immagazzina e sorveglia ogni forma di comunicazione nel mondo, a una forma nuova di sociabilità, sostitutiva di quella, tradizionale, fisica (che ha provato la sua più matura espressione nelle forme di comunicazioni imposte dal confinamento da Coronavirus), fino a uno strumento unico di marketing, tanto commerciale quanto politico, capace di sconfiggere ogni canale concorrente.

Essendo i servers e i centri direzionali di Internet situati negli Stati Uniti, ed essendo la rete mondiale controllata dal governo e dall’ esercito americani, Internet costituisce oggi, come documentato in modo schiacciante da Assange, Snowden e Morozov, lo strumento principale dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Questo spiega l’incredibile situazione di assenza degli Europei.

Molti (e in primo luogo la Russia e l’India) hanno operato per ridurre questo controllo, ma l’unica che è riuscita a tenerlo fuori dalle proprie frontiere è stata la Cina. Gli Europei stanno parlando da decenni della loro aspirazione alla sovranità digitale, ma in realtà non hanno mai fatto nulla per conquistarsela, anche quando un semplice sguardo ai “Case Studies” di America e Cina sarebbero bastati per capire che cosa occorre fare.

La Commissaria Jourovà con Mark Zuckerberg

4.La nostra proposta

Visto che, per quanto sopra, la causa prima dell’attuale decadenza dell’Europa è costituita dalla sua dipendenza tecnologica dagli USA, l’unica “Recovery” possibile, capace di tradurre in fatti i tanti discorsi dei politici, consiste nella ripresa della nostra autonomia tecnologica. Il caso della Cina dimostra che il problema non è tecnico, bensì politico: all’ interno, con la creazione di una classe dirigente animata dall’umanesimo tecnologico; all’ esterno, recidendo i legami con l’ideologia californiana, con il Complesso Informatico-Digitale, con i diktat commerciali, con le OTTs.

Certamente, tutto ciò è complesso e difficile.Tuttavia, con le premesse fatte sopra, la nostra proposta, contenuta, da un lato, nel libro “A European Technologuy Agency“, e, dall’ altra, nel “Pleading for a European Technology Agency”,anche se molto articolata, risulta relativamente semplice da comprendere.

Il concetto è:

-per superare tutte queste difficoltà, occorre concentrare tutte le forze in un solo punto. Oggi esse sono disperse “a pioggia” fra individui, imprese, istituzioni, Città, Regioni, Stati, Istituzioni Europee, Agenzie, singoli Commissari.

Per forza di cose, nessuno di essi può avere una visione globale delle trasformazioni esistenziali e sociopolitiche in corso, del loro impatto sulle diverse tecnologie e sula geopolitica, dell’ andamento dei singoli sviluppi, delle nostre imprese, della concorrenza, delle competizioni, dei conflitti, dei finanziamenti delle ricerche, della formazione, dell’occupazione, in campo tecnologico. Ci vuole qualcuno che, formandosi, individualmente o collettivamente, questa visione d’insieme e, fornito dell’ adeguato “status” e carisma possa sapere, intervenire, guidare

Qualcuno che non abbia, come ora, un timore reverenziale verso la diplomazia americana e i giganti del web..

Questa sarebbe l’Agenzia Europea della Tecnologia, destinata a fondere in sé le strutture, l’expertise, le risorse, il personale e le competenze di almeno una quarantina di Enti, che perseguono in modo confuso e contraddittorio obiettivi disparati, mentre i nostri concorrenti hanno obiettivi ben precisi, come domostrano gli scritti di Kurzeil, di Schmidt, di Cohen, come pure documenti ufficiali cinesi, come “Made in China 2025” e “China’s Standards 2035”.

Abbiamo mandato il libro e la proposta a tutte le istituzioni dell’ Unione, ai vertici degli Stati Membri e ad Enti e istituzioni taliani.

Stiamo cominciando a ricevere alcune reazioni positive.

Innanzitutto, da parte del Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli, il quale ci ha scritto:

“Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli”

Dando seguito alle indicazioni del Presidente del Parlamento, abbiamo inviato il libro, con una versione aggiornata della lettera, a ciascun membro della Commissione ITRE,e a ciascun membro del Consiglio Europeo, che si allega.

Contestualmente, stiamo organizzando, nell’ ambito di “Cantieri d’ Europa”, un dibattito specifico su questo tema, con l’obiettivo di preparare, sia la presentazione del libro nell’ ambito del Salone del Libro di Torino, sia l’iserimento della sua ultima parte nei lavori della Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Il libro inviato a tutte le posizioni apicali in Europa

5.Il testo della lettera

Pubblichiamo qui di seguito il teso della lettera inviata ai membri della Commissione ITRE del Parlamento Europeo, sia ai membri del Consiglio Europeo.

Turin, 14/5/2020

To The members of the ITRE Committee of the European Parliament

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to your rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of parliament and relevant commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Council ad to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking  you in advance for your attention,

We remain,

Yours Faithfully

For Associazione Culturale Diàlexis

The President

Riccardo Lala

INCALZARE LE AUTORITA’ NEOELETTE: RISPOSTA A LUCIO LEVI

 

Dopo un’estenuante (e mai finita) campagna elettorale, oggi in Europa il tema del giorno per i media resta purtroppo quello dei rapporti di forza fra i partiti – fra i grandi gruppi europei a Strasburgo e a Bruxelles, fra Lega e 5 stelle a Roma, fra CDU e SPD in Germania, fra conservatori e Brexit Party in Inghilterra, fra gollisti e macroniani in Francia-. Invece, delle cose che veramente contano, come le discussioni al G20 sul digitale, degli sviluppi sempre più catastrofici delle guerre commerciali di Trump, e degli aspetti irrazionali della teoria economica che sta alla base dei cosiddetti “vincoli europei”, e, infine, delle concrete operazioni finanziarie, industriali e/o commerciali che riguardano i nostri territori, quasi non si parla.

 

Perciò, molto opportuno mi pare il commento di Lucio Levi nel suo articolo, “I partiti europeisti prevalgono nelle elezioni europee”, che invita a una visione d’insieme della situazione post-elettorale, che si elevi a un livello più alto, e che riguarda proprio la necessità di un pacchetto d’interventi in relazione alla nuova legislatura del Parlamento Europeo. E, aggiungerei io, di quella della Regione Piemonte.

L’Europa è una  buona quarta nella competizione internazionale

1.Basta con un “approccio ordinario” (vale a dire novecentesco)

 

Giustamente quindi scrive  Levi: “Il fatto è che i partiti tradizionali hanno adottato provvedimenti ordinari, mentre la rivoluzione scientifica della produzione materiale, la crisi economica e ambientale e le crescenti tensioni internazionali, dovute al ritorno del protezionismo e della corsa agli armamenti, richiedono misure straordinarie”.

 

Questo è certamente il punto: i partiti tradizionali, nati, chi nel 18°, chi nel 19°, chi nel 20° secolo, non comprendono (o fanno finta di non comprendere) il 21°, e quindi continuano ad adottare provvedimenti non solo “ordinari”, bensì semplicemente vecchi di almeno 100 anni, i quali, appunto per questo, non solo non risolvono i problemi o addirittura li aggravano, ma si prestano anche a nascondere le inquietanti realtà dei nostri giorni:

 

I liberali erano nati per difendere l’aristocrazia dai sovrani illuminati (la Fronda,la “Glorious Revolution”), ma avevano già avuto difficoltà a difendere la borghesia contro lo statalismo giacobino, e, poi , la libertà tout court contro la tirannide dalla maggioranza sotto le democrazie. Oggi, non sono in grado neanche d’immaginare come fare a sgominare la società del controllo totale. Le leggi sulla “privacy” sono infatti pannicelli caldi.

 

I nazionalisti erano nati per affermare il Terzo Stato contro lo stato patrimoniale”(Sieyès dei monarchi); hanno fatto difficoltà a difendere “il popolo” contro gl’imperi, e “le nazioni” contro l’occupazione straniera. Oggi, non riescono a comprendere che l’indipendenza della “patria” va difesa contro l’unico apparato informatico-militare che ha pretese mondiali. Il “sovranismo” degli Stati Membri è una carnevalata, smascherata dall’ adesione al “Movement” di Bannon.

 

I socialisti erano nati per affermare le esigenze dell’organizzazione sociale contro quelli dell’atomismo asociale (Saint-Simon, Owen, Fourier).  Avevano già difficoltà a riconciliarsi, tanto con lo spirito ottocentesco della libertà, quanto con la necessità, emersa nel Novecento, delle “vie nazionali al socialismo”. Oggi non capiscono lo sfuggente “socialismo con caratteristiche cinesi”, che è il vero modello di successo del XXI secolo. Negano addirittura che in fondo la sfida ideologica è stata vinta dal socialismo, con lo Stato cinese che impone l’agenda dello sviluppo economico mondiale e con le altre Grandi Potenze con l’ARPA americana, le grandi holding russe e i fondi sovrani arabi ed anche europei, che seguono a ruota.

 

Si potrebbe continuare così con democristiani, comunisti, neofascisti e verdi, ma non è questa la sede più appropriata.

Huawei vittima del protezionismo

2.Il “ritorno del protezionismo”

Unico barlume di attenzione per l’attualità, l’appello di Di Maio a “trattare con Trump sui dazi” automobilistici, anche se, significativamente, il ministro non ha detto, né come, né perchè. Appello seguito, seppur tardivamente, dall’ incontro fra le Autorità piemontesi e il responsabile dell’EMEA (area Europa, Medio Oriente e Africa) del gruppo FCA -accettando con ciò però implicitamente che, mentre, per Francia (e forse America), le trattative si svolgono al vertice, per noi hanno luogo al “piano di servizio”-

 

Questo vuoto si comprende benissimo in considerazione di tre fatti fondamentali: (a) l’Italia non ha (più?) propri costruttori nazionali, e anche  ben pochi componentisti indipendenti, tant’ è vero che il Governo si disinteressa sostanzialmente delle sorti del Gruppo FCA, che è essenzialmente americano (66% del fatturato realizzato negli Stati Uniti);(b)ben poche fra le automobili fabbricate in Italia sono esportate negli Stati Uniti, dove Chrysler aveva già le proprie fabbriche; il grosso delle automobili, ma soprattutto dei componenti esportati dall’ Italia, viene esportato nella UE, dove il problema dei dazi non si pone; (c)l’Italia non ha più competenza giuridica in materia di dazi doganali, che fanno parte della politica commerciale comune dell’ Unione Europea. Quindi, la crisi dell’industria italiana, e soprattutto dell’ industria “veicolistica” del Piemonte (-22%!) passa innanzitutto attraverso la riduzione dei mercato tedesco e, indirettamente, cinese (visto che la maggior parte delle auto delle case tedesche viene venduta, e per lo più anche fabbricata, in Cina).

Per ciò che riguarda l’ Italia in generale, si tratta solo di una mancata crescita, tuttavia grave perché,almeno a partire dal 2010, l’unico fattore economico che sia cresciuto per il nostro Paese è stato l’export (secondo SACE +6,4% fino al 2017), mentre tutti gli altri contributori del PIL, ovvero consumi, investimenti pubblici e privati, hanno registrato un netto segno meno. Perciò, tradotto in numeri, l’impatto della guerra commerciale sull’export italiano nel 2020 sarebbe dello 0,6% in meno; dell’1,1% in calo per le vendite verso gli Usa e di -1% per quelle verso la Germania.E pensare che l’Italia non è stata colpita direttamente, perché i dazi attualmente in vigore hanno rilevanza solo marginale per il nostro Paese, ma le imprese USA che fanno produzione all’estero (come la FCA) vengono colpite direttamente e indirettamente dai dazi di ritorsione (oltre che dalle controsanzioni russe, dalle sanzioni iraniane e dalla crisi provocata deliberatamente in Turchia).

 

Un altro aspetto da non sottovalutare è che già dal 2015 si era ridotto il tasso di crescita delle esportazioni, reali mentre ha continuato ad aumentare il tasso di crescita degli scambi digitali. Con la conseguenza che si è creata una divaricazione tra economie basate sui prodotti digitali e produttori di mezzi reali: la perdita è stata pesante per i Paesi europei che hanno proprie industrie digitali (cfr. punto 4 infra).

Infine, l’ Italia è nella lista dei Paesi che hanno un surlpus commerciale con gli USA e che quindi, secondo la “dottrina Trump”, dovrebbero essere direttamente penalizzati.

Nonostante tutto quanto sopra, gli sforzi dell’Ue per frenare il declino economico in questi anni sono stati rivolti invece a politiche interne dei Paesi (parametri di Maastricht) piuttosto che al valore complessivo di PIL che possiamo esprimere (fra cui l’industria digitale)(cfr. Cassese)

Il dibattito sullo “sforamento del 3% del rapporto fra debito e PIL sta portando taluni (come Cassese), a chiedersi la ragion d’essere e la sensatezza delle politiche europee di bilancio all’insegna della “stabilizzazione”. Perché mai l’economia dovrebbe essere “stabile”? Ammettiamolo pure che questo possa essere utile dal punto di vista dei ceti e delle nazioni più avvantaggiate, ma, tradizionalmente, per gli svantaggiati, l’optimum sarebbe che l’economia subisse profondi stravolgimenti, sperando così di risalire la china nella quale si è precipitati.

Quindi, “negoziare con Trump”, o meglio, affrontare il nodo dei rapporti con l’America, è la vera questione prioritaria della politica europea. Invece, attualmente le discussioni con gli USA si fanno alla spicciolata e alla chetichella, sperando di non “svegliare il can che dorme”.

 

I comandi delle Forze Armate americane sono come le province romane

3.Le “crescenti tensioni internazionali”.

Sembra  assurdo che gli Europei si preoccupino tanto della “stabilità”, che in pratica significa ingessare una situazione di subordinazione come quella attuale, in cui il nostro Continente  non ha accesso alle risorse-chiave, come una moneta di riserva e il controllo del Web. Come sembra assurdo ripetere fino alla nausea che siamo un Continente ricchissimo, mentre la realtà è che siamo in costante decadenza, non controlliamo le risorse essenziali e fra qualche anno non esisteremo praticamente più.

Intanto, non si capisce perché la BCE debba essere priva della possibilità di fare una sua politica monetaria come fanno la FED e la Bank of China. Come conseguenza, oggi l’iniziativa per l’aumento o la diminuzione dei tassi o per la svalutazione o la rivalutazione dell’Euro la prendono in pratica la FED e la Bank of China. Tra l’altro, l’assurda teoria che la BCE non deve poter svalutare l’Euro è contraddetta dal fatto che l’Euro si è svalutato pesantemente (30% circa) nei confronti dello Yuan. Quindi, l’Euro non deve svalutarsi rispetto al dollaro, ma, se si svaluta verso lo Yuan, tutti sono ben felici (salvo poi stracciarsi i capelli perché i Cinesi corrono a comprare le nostre aziende). Se la svalutazione dell’Euro (che c’è già stata) non è poi quella grande jattura, perché mai si dovrebbe imporre l’equilibrio di bilancio? Solo perché, se ciascuno potesse fare i bilanci come gli pare, qualcuno potrebbe “fare il furbo”, indebitandosi “a spese degli altri”? Ma neanche questo è totalmente vero, perché chi si indebita troppo subisce comunque lo “spread”.

E, anche ammettendo che l’attuale ingessata disciplina europea di bilancio abbia un senso, è comunque l’orientamento di politica economica sottostante al “fiscal compact” ad essere insensato. Quest’orientamento parte dall’idea che l’allocazione delle risorse  fra i vari Paesi sia un dato immutabile, e che l’unico intervento dei governi possa consistere nell’ottimizzare l’output con delle politiche monetarie o con degli efficientamenti. Invece, tutta la storia economica è lì per dimostrare il contrario. La struttura economica degli Stati Uniti è stata modificata più volte con azioni di forza da parte del Governo Federale:-con la guerra d’indipendenza, per appropriarsi dei territori indiani e mantenere la schiavitù, vietata invece in  Inghilterra;-con l’acquisto della Luisiana da Napoleone per 10.000 dollari;-con la conquista armata di metà del Messico;-con la Tennessee Valley Authority;-con le spese di guerra che hanno raddoppiato il PIL americano fra il 1941 e il 1945;-con il Piano Marshall; -con la NASA e l’ARPA, che, con la scusa del “duale”, hanno letteralmente inventato tutte le industrie di alta tecnologia; ultimamente, -con i dazi di Trump, che stanno dirottando tutte le filiere produttive mondiali. Non parliamo poi di ciò che ha fatto e sta facendo la Cina, prima con le nazionalizzazioni e poi, le privatizzazioni, le Zone Economiche Speciali, la Nuova Via della Seta…

Noi Europei, nel frattempo, non solo non stiamo facendo assolutamente nulla (anche se ne avremmo il massimo bisogno), non solo di politica industriale, ma, in generale, di politica economica, ma addirittura ci vietiamo di fare qualunque cosa in questi campi(programmazione, campioni nazionali, imprese pubbliche, svalutazioni competitive, “keynesismo militare”….). Quanto poi all’Italia, i dati (anche della disoccupazione e dell’emigrazione) ci stanno riportando praticamente al 1911, quando Giovanni Pascoli , nel “Discorso di Barga” aveva parlato della “Grande Proletaria”, costretta alle guerre espansionistiche per ovviare alla disoccupazione e all’emigrazione. E in questa situazione non dovremmo cercare di alterare questa struttura dell’economia reale, imitando almeno in parte quanto già fatto dall’ America e dalla Cina?

L’aspetto più grottesco di questa situazione è che, secondo la teoria alla base dei “vincoli di bilancio” assunta come un dogma dalla Commissione, la “disoccupazione strutturale” dell’Italia dovrebbe aggirarsi intorno al 10% (quindi, restare quella che è), e l’unico modo per ridurla (per esempio al 4%, come in Germania), sarebbe costituito da una sorta di “spending review”. Ma allora, il “diritto al lavoro”, sancito fin dal 1920 dalla Carta del Carnaro di Fiume e ribadita dalla Carta Europea dei Diritti dei Lavoratori di Torino del 1961 deve rimanere, dopo un secolo, una vuota promessa?

Ma perché mai ci dovrebbe essere una disoccupazione strutturale? Come se non mancassero attività socialmente utili (e anzi indispensabili per l’economia), che in realtà non si fanno, come per esempio un’ intelligence politica ed economica europea, gli studi sociali ed economici a lungo termine, la programmazione economica, le imprese di alta tecnologia, l’educazione permanente, la protezione del territorio, la promozione internazionale del turismo…Ammettiamo pure (ma bisognerebbe ancora dimostrarlo) che certe (moltissime) attività non si possano fare oggi in Europa  a condizioni di mercato- (i “fallimenti del mercato”) ebbene,  si possono comunque effettuare con l’intervento pubblico (per esempio, con l’EFSI o la Cassa Depositi e Prestiti), creando nuove imprese pubbliche, oppure, con il volontariato, con il servizio civile o con la militarizzazione di certe attività, come la ricerca o le comunicazioni…-

Dirò di più: senza quelle nuove attività, che costituirebbero  per l’Europa dei veri e propri nuovi segmenti di offerta, non vi è alcuna possibilità di creare nuovi posti di lavoro “veri”, cioè posti di lavoro che generino nuovi flussi positivi di profitti e di reddito ed elevino il livello sociale e culturale degli Europei rispetto alla media mondiale. Quindi, non spendiamo soldi in assistenzialismo, bensì spendiamoli per organizzare, possibilmente a costi minimi, tutte quelle attività. D’altronde, a che cosa dovrebbero servire i fondi strutturali, la BEI, l’EFSI e i fondi sovrani degli stati Membri e delle autorità locali?

L’Europa non dovrebbe vietare agli Stati membri di fare tutte quelle cose, bensì farle essa stessa, o almeno imporre agli Stati membri di farle, premiando chi le fa e penalizzando chi non le fa (i “vincoli europei invertiti”).

Di converso, non si comprende come il reddito minimo o la flat tax possano ovviare alla mancanza di imprese nazionali nei settori di punta. Nell’ attuale situazione, anziché all’ “espansione dell’0 economia”, esse porteranno solo alla sopravvivenza per qualche mese di imprese decotte e al fallimento delle poche che ancora stanno in piedi.

Tutti i mari del mondo sono testimoni di confronti fra le marine

4.La “corsa agli armamenti”

 

L’unica spiegazione di questa paralisi delle politiche economiche europee è che, in una situazione, come dicono i Cinesi, di “guerra senza limiti”, una vera politica economica fa parte di un’onnicomprensiva politica estera e di difesa comune, che è interdetta agli Europei dalla situazione internazionale.

 

Ancora la scorsa settimana,  è stato pubblicato su “la Repubblica” un articolo di Luca Caracciolo, con cui il noto giornalista insisteva su un tema sviluppato ampiamente nell’ultimo numero di Limes, secondo cui l’Europa dovrebbe compiere una scelta drastica fra gli Stati Uniti e la Cina (gli unici Stati che secondo l’articolista possano fare oggi una politica internazionale). Ora, per quanto ciò possa sembrare fantascientifico, la scelta attuale della maggioranza degli Stati Membri, e, in seguito (9 maggio) a quella, anche della Commissione uscente, è stata quella di aderire alla Via della Seta. Se togliessimo, dalla Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, questa che potremmo chiamare  “politica dei due forni” fra USA e Cina, non ci resterebbe più nessuna politica estera e di difesa. Tanto varrebbe che, nei rapporti internazionali, ci facessimo rappresentare dal Segretario Generale della NATO. Ma c’è di più. Seppur eliminando, in tal modo, la Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, anche la politica estera e di difesa degli Stati Membri consiste attualmente in un barcamenarsi fra gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, Israele e i Paesi Arabi. Anche qui, se si eliminasse la possibilità di questi giochi, tanto varrebbe eliminare i Ministri degli Esteri e della Difesa. Però, a quel punto, non resterebbe che brigare per essere annessi tutti dagli Stati Uniti. Essendo noi 500 milioni, e loro solo 300, conteremmo certamente di più di adesso.

 

Quindi, il nodo gordiano della politica estera e di difesa resta l’autonomia dagli Stati Uniti o almeno il ribaltamento delle posizioni di forza, un nodo che, per altro, né i “sovranisti”, né gli “Europeisti” sembrano voler risolvere.

 

Neppure il voto a maggioranza sulle questioni di politica estera non scioglierebbe questo nodo, perché la politica estera e di difesa non è fatta in nessun Paese dal Parlamento, bensì, ovunque, dal Capo dello Stato o del Governo attraverso la diplomazia, le Forze Armate e soprattutto i servizi segreti. Un giorno, viene arrestata in Canada la figlia del presidente di Huawei, un altro,  viene revocata dall’ Ecuador la protezione diplomatica ad Assange, un terzo, un convoglio americano attraversa il Mar della Cina, il quarto, l’ India bombarda il Pakistan, il quinto  c’è una manifestazione a Hong-Kong contro l’estradizione nei “quartieri” confinanti del “PRD”, il sesto si svela il passato di Angela Merkel nella STASI, il settimo Trump revoca i dazi contro il Messico, ecc…Tutto questo viene coordinato minuto per minuto direttamente da Trump, Xi Jinping, Putin e Modi. Né in America, né in Cina, né in India, si vota su alcuno di questi argomenti (né, materialmente, si potrà mai farlo, perché sono cose che accadono nell’ immediato e lontano dal potere legislativo).

L’Europa non avrebbe quindi bisogno di una nuova procedura di voto sulla politica estera e di difesa, bensì di un Alto Rappresentante che fosse veramente il Comandante in Capo di tutte quelle attività militari “non tradizionali” che oggi le Grandi Potenze stanno facendo e che gli Stati membri della invece UE non stanno facendo. Ma per poter fare questo, egli (ella) dovrebbe essere in grado d’incarnare idealmente gl’interessi vitali dell’Europa, così come il maggiore Petrov incarnava, quella notte del 1983, gl’interessi reali dei popoli dell’URSS (anche contro il PCUS e il Soviet Supremo). Non basterebbe, per questo, che fosse eletto: occorrerebbe che vi fossero a monte una cultura strategica e un ethos militare comuni.

 

Consideriamo ora anche quanto scritto sempre nell’editoriale del numero 4/2019 di Limes:”Nella riunione segreta del 3 aprile 1949 con i ministri degli Esteri dei paesi che il giorno dopo avrebbero firmato il Patto Atlantico, discettando della bomba Truman avrebbe lasciato cadere un caveat sulla necessità di doverla eventualmente usare contro i nostri alleati dell’ Europa occidentale quando fossero occupati.”Anche questo, è mai stato votato? Per quanto riguarda l’Italia, il Generale Mini ha dichiarato in un’intervista che, in una manovra NATO a cui aveva partecipato , si era simulato appunto  il bombardamento atomico, da parte della NATO, di Udine occupata dal Patto di Varsavia, un bombardamento che avrebbe provocato deliberatamente 300.000 morti. Gli Europei accettano ancora questi principi? E, se no, sono disposti a fare a meno dell’ombrello americano? Sono disposti a costruirsene uno totalmente europeo, e contro chi lo userebbero, visto che noi e i Russi siamo strettamente interconnessi, per esempio nel Baltico e lungo il Mar Nero?

Ma, soprattutto, alcune domande a monte: ha senso per l’Europa una politica estera che si basi sulla minaccia reciproca, con i nostri vicini più prossimi, di un auto-annientamento sulla falsariga dei kamikaze di al Qaida  e dell’ ISIS moltiplicato per centinaia di migliaia di vite? Non esistono alternative culturali, politiche e anche militari-tecnologiche totalmente alternative?

E, infine, quale alto ufficiale europeo potrebbe assumersi simili responsabilità?

 

L’Africa resta arretrata, ma si sta avvicinando all’ Europa

5.Ripensare “la politica per lo sviluppo dell’ Africa”

Parliamo poi anche dell’ Africa. Scrive Levi:” l’UE dovrebbe promuovere un piano di sviluppo con l’Unione africana che miri a gestire la migrazione nel lungo periodo attraverso investimenti per progetti infrastrutturali”. In realtà ,questo piano esiste, ed è già stato attuato, da ben 50 anni, precisamente per ”aiutare gli Africani a casa loro”, come si dice oggi, tant’è vero che il PIL dell’Africa sta crescendo del 3,7%, mentre quello dell’ UE cresce appena del 2,4%.

Gli accordi di Yaoundé, di Lomé e di Cotonou trattano, fin dal 1963:

-delle migrazioni (art. 13)” each ACP or EU State shall accept the return of and readmit any of its nationals who are illegally present on the territory of a EU or ACP State , at that State’s request and without further formalities. The Agreement also includes a provision establishing non-discriminatory treatment of legally employed workers from ACP countries in EU Member States or of workers from the EU in ACP countries”.

-dell’assistenza finanziaria:The overall amount of EU financial assistance for the first five years of the Agreement (2003-2008) is €13 500 million. An additional €2 500 million from previous European Development Funds (EDF) is available, bringing the total to €16 000 million. Loans worth €1 700 million from the European Investment Bank are also available. Under the European Development Fund, €10 000 million in grants is earmarked for supporting long term development. The Investment Facility aims to help businesses in ACP countries by supporting sound private companies, privatisation, providing long term finance and risk capital, and strengthening local banks and capital markets. It will receive €2 200 million to be managed by the European Investment Bank, with €1 300 million for regional cooperation. It has been agreed that the ACP will define the regions eligible for support”.

I fatti dimostrano che il risultato dichiarato è stato raggiunto, perchè l’economia africana ha oramai prospettive migliori di quella europea. Anzi, il fatto stesso che gli Africani riescano ad emigrare dimostra che il denaro circola in Africa, visto che ogni emigrazione, specie se clandestina, costa qualche migliaio di Euro.

Già nel 1981, avevo scritto a Lussemburgo un libro su questo argomento (“Les procédures de la coopération financière et techniques dans le cadre del II Convention de Lomé”). Avevo anche  “ girato come una trottola”, da Algeri a Tunisi, da Niamey a Abidjan, da  Lomé a Lagos, da Douala a Johannesburg, da Mbabane a Nairobi, a visitare mattatoi, magazzini, concerie, fabbriche di pelletterie, banche di sviluppo, ministeri, società di consulenza, organizzazioni internazionali,  parlamenti, per costruire laggiù delle “industries adaptées” favorevoli allo sviluppo. Perché allora continuiamo a  comportarci come se per cinquant’anni non si fosse fatto nulla? E, di converso, è poi un risultato così positivo il fatto che il PIL dell’Africa cresca molto più di quello italiano? Non saremmo ora noi a dover essere aiutati? Ricordo a questo proposito che la Cassa per il Mezzogiorno (Svimez) e i Fondi Strutturali Europei erano nati proprio per aiutare le regioni svantaggiate dell’Italia e, rispettivamente, dell’Europa, ma non sembra che abbiamo ottenuto grandi risultati, se si guarda, per esempio, alla Grecia o all’ILVA. Oggi, comunque, non funzionano più, almeno per ciò che riguarda l’Italia.

Infine, la politica per l’Africa la si sta studiando insieme alla Cina, la quale, non solo la sta attuando in modo ben più energico di noi, ma ha anche una cultura manageriale più consona alle enormi problematiche dei Paesi in via di Sviluppo.

“Odissea nello spazio” resta la migliore metafora del XXI secolo

6.La “rivoluzione scientifica della produzione materiale”              

Nel corso delle riunioni del G20 in Giappone, si è parlato parecchio, appunto, di nuova economia, sotto due importanti punti di vista. Da un lato, si è manifestato un certo consenso sul fatto che occorrano accordi internazionali per  tassare in modo corretto il commercio digitale transfrontaliero, che oggi sfugge a una tassazione secondo il principio generale del diritto fiscale internazionale, quello dell’imposizione nel Paese dove il reddito è prodotto; dall’ altro, si è preso posizione a favore delle direttive OSCE per un’Intelligenza Digitale sostenibile.

Mentre non si può che plaudire al fatto che si stia affermando un consenso circa la necessità di accordi internazionali in materia, resta da dire i documenti delle organizzazioni internazionali non sono altro che stinte descrizioni delle prassi attuali, senz’alcuna capacità (né intenzione) d’incidere seriamente, né sull’utilizzo dei dati come strumento di dominio delle grandi potenze sul resto del mondo, né sulla macchinizzazione delle società, con la conseguente perdita dei valori umanistici e l’instaurazione di una tirannide degli algoritmi.

Questo fatto conferma l’egemonia, nelle attività legislative internazionali, delle lobby tecnocratiche, che concepiscono la cooperazione internazionale come un ulteriore canale per l’affermazione di un tipo di uomo privo di volontà, perfetto schiavo delle grandi organizzazioni digitali (siano esse pubbliche o private).

Invece, se l’Europa vuole tenere fede alla propria “immagine di marca” di roccaforte delle libertà e della cultura, deve costruire, in ambo i settori, una cultura radicalmente diversa, fondata sulla prevalenza dell’umano, e farla divenire la sua arma di battaglia nei consessi internazionali (come quello, appunto, di Tsukuba). Anzi, questa battaglia dovrebbe divenire, dal mio punto di vista, la ragion d’essere stessa di uno Stato europeo, che su di essa e per essa dovrebbe essere modellato. Non più sulle logiche di una società prevalentemente agricola, come lo sono stati tutti gli Stati attualmente esistenti, specie in Europa, bensì su una società post-moderna dematerializzata e integrata a livello mondiale.

Per ottenere questo risultato, è fuori luogo scervellarsi per definire in astratto un’identità europea distinta, da un lato da quella delle singole Nazioni, religioni e regioni dell’Europa, e, dall’ altra, da quella dell’Occidente, e, in particolare, dell’America. L’identità europea è quella già ben definita da ben 2500 anni da Ippocrate e da Erodoto, come quella degli “autonomoi”, contrapposti all’ impero universale del Re di Persia, e ridefinita da Machiavelli come “qualche regno e infinite repubbliche”, così come anche quelle della Cina e dell’ India sono quelle definite dalle rispettive filosofie del 1° millennio a.C.. Oggi, quei “qualche regno e infinite repubbliche” dove vivono gli “autonomoi” non devono inventarsi nulla di nuovo: devono semplicemente continuare la lotta che fu di Leonida contro Serse, solo che, questa volta, non è la guerra contro un esercito in carne ed ossa, bensì quella contro l’”esercito” dei logaritmi, che vuole ridurre i nostri regni e le nostre repubbliche a un unico impero digitale.

La battaglia per la libertà e la sopravvivenza passa per l'”ecologia della mente”

  1. La “Green Economy”

Nel fare ciò, per quanto l’economia verde sia una cosa utile e necessaria (l’”ecologia profonda”), c’è qualcosa di ancor più urgente per la nostra economia e per la nostra società (l’”ecologia della mente”), qualcosa che tutti gli altri hanno, tranne noi: un’industria del web (simile alla Google, alla Facebook e all’Amazon  americane, alla Baidu e all’ Alibaba cinesi, alla Yandex e alla VKontakte russe). Tutta l’economia, dalla borsa alle comunicazioni, dalla cultura all’ entertainment, dal commercio ai trasporti, dal turismo all’ immobiliare, sono oggi governati da Internet, che sta compiendo una mutazione antropologica dell’Umanità e allo stesso tempo sposta ingenti masse di denaro in tutto il mondo. Non solo, ma su Internet si giocano la nostra libertà e la nostra identità. Perché la BEI, l’ EFSI e i fondi sovrani degli Stati membri hanno investito così poco su Internet, e, quando l’hanno fatto, l’hanno fatto su progetti non trasparenti e minimalistici come Qwant? Qwant ha ottenuto , fra l’ EFSI, la Cassa Depositi e Prestiti francese e il Gruppo Springer, 35 milioni di Euro per creare il web europeo. Qualcuno ne ha poi più sentito parlare?

Ciò detto, l’Europa può e deve partecipare alla “rivoluzione verde” in corso nel mondo. Tuttavia, anche qui c’è qualcosa di strano nel comportamento, non solo delle autorità, ma anche delle imprese, in relazione ai nuovi settori tecnologici. Prendiamo per esempio l’auto elettrica. Sta partendo in questi giorni per la Cina da Beinasco un carico di 400 container contenente, impacchettata, una linea completamente automatizzata per costruire in Cina un SUV elettrico, costruita dalla CPM, una controllata della tedesca Duerr. A parte il fatto che la notizia apparsa sulla Repubblica sia stata forse esagerata (si tratterebbe solo di una linea di verniciatura), il  giornalista di Repubblica ha posto, al Presidente dell’ Unione Industriale di Torino, Gallina, la domanda, del tutto pertinente “Perché è così utopistico pensare che quella fabbrica potesse essere realizzata qui in Piemonte?” In effetti, trattandosi di una fabbrica automatizzata, la questione decisiva non è certamente il costo del lavoro. Eppure, il Presidente non ha saputo dare una risposta, limitandosi a dire che bisogna cercare di attrarre gl’investitori. Ma perché, come si è fatto con Qwant, non si possono spendere 35 milioni di Euro dell’EFSI, della Cassa Depositi e Presiti e di un investitore privato per creare ex novo in Piemonte una fabbrica di auto elettriche, anziché chiudere l’esistente  Blue Car di Bairo?

Alla fine, a dispetto delle retoriche mercatistiche, la quantità di trasferimenti finanziari pubblici che di fatto si sviluppano fra Europa, America e Paesi in Via di Sviluppo, fra Bruxelles, Stati Membri e Regioni, è così impressionante, che è impossibile capire chi ne sia avvantaggiato e chi ne sia svantaggiato: contributi NATO, acquisto di aerei americani, trasferimento all’ estero di imprese, aiuti allo sviluppo, contributi all’ Unione, fondi strutturali non spesi, fondi BEI non utilizzati per mancanza di progetti. Prima di accapigliarsi circa la destinazione dei vari fondi, sarebbe necessario fare come minimo un po’ di trasparenza dei reali flussi, e di come questi impattino sul PIL dei vari territori;. La “glasnost” di Gorbaciv che precedette la “Perestrojka” dell’ impero sovietico.

Non smettere d’interrogare la società

  1. Richiedere i “provvedimenti straordinari” accennati da Levi alle nuove Autorità (europee e locali)

Le istituzioni europee (ma anche locali) potranno essere prese sul serio (indipendentemente se le loro maggioranze saranno “europeiste” o “sovraniste”), solo se esse affronteranno, e subito, i nodi gordiani elencati in questo post. I movimenti europeistici dovrebbero incalzare fin da subito i nuovi parlamentari, i gruppi politici europei, le nuove Istituzioni e le nuove autorità, comunque e ovunque elette, perché, non dico risolvano questi problemi, ma almeno avviino un dialogo sugli stessi senza lasciare sempre tutto nel vago, di modo che a ogni nuova legislatura non dobbiamo porci le stesse domande, solo con una situazione ulteriormente deteriorata.

In occasione delle precedenti elezioni europee (2014), l’Associazione Culturale Diàlexis aveva pubblicato presso Alpina tre opere volte a sollecitare decisioni in queste materie:

-“Corpus Iuris Technologici”, dedicato alla nuova legislazione europea sul web, inviata alla Presidentessa Boldrini e al presidente Rodotà;

– “Restarting EU Economy”, una lettera aperta al Presidente Juncker perché indirizzasse l’ FSI verso le nuove tecnologie;

-100 tesi sull’ Europa (inviate a tutti gli Europarlamentari) con cui si valutavano criticamente i programmi dei partiti europei per le elezioni del 2014.

Nel Salone del Libro di Torino abbiamo presentato 4 libri dedicati a quattro filoni di approfondimento  (i “Cantieri d’ Europa”: riforma istituzionale; tecnologia; lingue; rapporti con la Cina). Contiamo di proseguire questo lavoro al salone “Più libri, più liberi” di Roma. Come è già successo con il Salone di Torino, invitiamo tutti a contribuire a questo sforzo collettivo.

Soprattutto, invitiamo tutti ad avviare un dialogo con i nuovi eletti, che stanno affrontando il non facile compito di fronteggiare i nodi ormai inestricabili di cui abbiamo parlato nei punti precedenti, con l’obiettivo di raggiungere almeno nuovi livelli di consapevolezza, per esempio sulla tematica della sovranità e sulle competenze tecnico-giuridiche-economiche necessarie per inserirsi nello sviluppo dell’ Asia.

* * * * *

Si allegano i principi sull’ intelligenza artificiale che il G20 in Giappone ha fatto suoi prendendo semplicemente a prestito quelli dell’ OCSE, i quali, a loro volta, assomigliano molto a quelli dell’ Unione Europea.

ALLEGATO

Torino centro della cultura tecno-umanistica?

G20 AI PRINCIPLES

 

The G20 supports the Principles for responsible stewardship of Trustworthy AI in Section 1 and takes note of the Recommendations in Section 2.

 

Section 1: Principles for responsible stewardship of trustworthy AI

 

1.1. Inclusive growth, sustainable development and well-being Stakeholders should proactively engage in responsible stewardship of trustworthy AI in pursuit of beneficial outcomes for people and the planet, such as augmenting human capabilities and enhancing creativity, advancing inclusion of underrepresented populations, reducing economic, social, gender and other inequalities, and protecting natural environments, thus invigorating inclusive growth, sustainable development and well-being.

 

1.2. Human-centered values and fairness a) AI actors should respect the rule of law, human rights and democratic values, throughout the AI system lifecycle. These include freedom, dignity and autonomy, privacy and data protection, non-discrimination and equality, diversity, fairness, social justice, and internationally recognized labor rights. b) To this end, AI actors should implement mechanisms and safeguards, such as capacity for human determination, that are appropriate to the context and consistent with the state of art.

 

1.3. Transparency and explainability AI Actors should commit to transparency and responsible disclosure regarding AI systems. To this end, they should provide meaningful information, appropriate to the context, and consistent with the state of art: i. to foster a general understanding of AI systems; ii. to make stakeholders aware of their interactions with AI systems, including in the workplace; iii. to enable those affected by an AI system to understand the outcome; and, iv. to enable those adversely affected by an AI system to challenge its outcome based on plain and easy-to-understand information on the factors, and the logic that served as the basis for the prediction, recommendation or decision.

 

1.4. Robustness, security and safety a) AI systems should be robust, secure and safe throughout their entire lifecycle so that, in                                                    2 This Annex draws from the OECD principles and recommendations.

12

 

conditions of normal use, foreseeable use or misuse, or other adverse conditions, they function appropriately and do not pose unreasonable safety risk. b) To this end, AI actors should ensure traceability, including in relation to datasets, processes and decisions made during the AI system lifecycle, to enable analysis of the AI system’s outcomes and responses to inquiry, appropriate to the context and consistent with the state of art. c) AI actors should, based on their roles, the context, and their ability to act, apply a systematic risk management approach to each phase of the AI system lifecycle on a continuous basis to address risks related to AI systems, including privacy, digital security, safety and bias.

 

1.5. Accountability AI actors should be accountable for the proper functioning of AI systems and for the respect of the above principles, based on their roles, the context, and consistent with the state of art.  

13

 

Section 2: National policies and international co-operation for trustworthy AI

 

2.1. Investing in AI research and development a) Governments should consider long-term public investment, and encourage private investment, in research and development, including inter-disciplinary efforts, to spur innovation in trustworthy AI that focus on challenging technical issues and on AI-related social, legal and ethical implications and policy issues. b) Governments should also consider public investment and encourage private investment in open datasets that are representative and respect privacy and data protection to support an environment for AI research and development that is free of inappropriate bias and to improve interoperability and use of standards.

 

2.2. Fostering a digital ecosystem for AI Governments should foster the development of, and access to, a digital ecosystem for trustworthy AI. Such an ecosystem includes in particular digital technologies and infrastructure, and mechanisms for sharing AI knowledge, as appropriate. In this regard, governments should consider promoting mechanisms, such as data trusts, to support the safe, fair, legal and ethical sharing of data.

 

2.3 Shaping an enabling policy environment for AI a) Governments should promote a policy environment that supports an agile transition from the research and development stage to the deployment and operation stage for trustworthy AI systems. To this effect, they should consider using experimentation to provide a controlled environment in which AI systems can be tested, and scaled-up, as appropriate. b) Governments should review and adapt, as appropriate, their policy and regulatory frameworks and assessment mechanisms as they apply to AI systems to encourage innovation and competition for trustworthy AI.

 

2.4. Building human capacity and preparing for labor market transformation a) Governments should work closely with stakeholders to prepare for the transformation of the world of work and of society. They should empower people to effectively use and interact with AI systems across the breadth of applications, including by equipping them with the necessary skills. b) Governments should take steps, including through social dialogue, to ensure a fair transition for workers as AI is deployed, such as through training programs along the working life, support for those affected by displacement, and access to new opportunities in the labor market.

14

 

  1. c) Governments should also work closely with stakeholders to promote the responsible use of AI at work, to enhance the safety of workers and the quality of jobs, to foster entrepreneurship and productivity, and aim to ensure that the benefits from AI are broadly and fairly shared.

 

2.5. International co-operation for trustworthy AI a) Governments, including developing countries and with stakeholders, should actively cooperate to advance these principles and to progress on responsible stewardship of trustworthy AI. b) Governments should work together in the OECD and other global and regional fora to foster the sharing of AI knowledge, as appropriate. They should encourage international, cross sectoral and open multi-stakeholder initiatives to garner long-term expertise on AI. c) Governments should promote the development of multi-stakeholder, consensus-driven global technical standards for interoperable and trustworthy AI. d) Governments should also encourage the development, and their own use, of internationally comparable metrics to measure AI research, development and deployment, and gather the evidence base to assess progress in the implementation of these principles.

G20 AI PRINCIPLES

 

The G20 supports the Principles for responsible stewardship of Trustworthy AI in Section 1 and takes note of the Recommendations in Section 2.

 

Section 1: Principles for responsible stewardship of trustworthy AI

 

1.1. Inclusive growth, sustainable development and well-being Stakeholders should proactively engage in responsible stewardship of trustworthy AI in pursuit of beneficial outcomes for people and the planet, such as augmenting human capabilities and enhancing creativity, advancing inclusion of underrepresented populations, reducing economic, social, gender and other inequalities, and protecting natural environments, thus invigorating inclusive growth, sustainable development and well-being.

 

1.2. Human-centered values and fairness a) AI actors should respect the rule of law, human rights and democratic values, throughout the AI system lifecycle. These include freedom, dignity and autonomy, privacy and data protection, non-discrimination and equality, diversity, fairness, social justice, and internationally recognized labor rights. b) To this end, AI actors should implement mechanisms and safeguards, such as capacity for human determination, that are appropriate to the context and consistent with the state of art.

 

1.3. Transparency and explainability AI Actors should commit to transparency and responsible disclosure regarding AI systems. To this end, they should provide meaningful information, appropriate to the context, and consistent with the state of art: i. to foster a general understanding of AI systems; ii. to make stakeholders aware of their interactions with AI systems, including in the workplace; iii. to enable those affected by an AI system to understand the outcome; and, iv. to enable those adversely affected by an AI system to challenge its outcome based on plain and easy-to-understand information on the factors, and the logic that served as the basis for the prediction, recommendation or decision.

 

1.4. Robustness, security and safety a) AI systems should be robust, secure and safe throughout their entire lifecycle so that, in                                                    2 This Annex draws from the OECD principles and recommendations.

12

 

conditions of normal use, foreseeable use or misuse, or other adverse conditions, they function appropriately and do not pose unreasonable safety risk. b) To this end, AI actors should ensure traceability, including in relation to datasets, processes and decisions made during the AI system lifecycle, to enable analysis of the AI system’s outcomes and responses to inquiry, appropriate to the context and consistent with the state of art. c) AI actors should, based on their roles, the context, and their ability to act, apply a systematic risk management approach to each phase of the AI system lifecycle on a continuous basis to address risks related to AI systems, including privacy, digital security, safety and bias.

 

1.5. Accountability AI actors should be accountable for the proper functioning of AI systems and for the respect of the above principles, based on their roles, the context, and consistent with the state of art.  

13

 

Section 2: National policies and international co-operation for trustworthy AI

 

2.1. Investing in AI research and development a) Governments should consider long-term public investment, and encourage private investment, in research and development, including inter-disciplinary efforts, to spur innovation in trustworthy AI that focus on challenging technical issues and on AI-related social, legal and ethical implications and policy issues. b) Governments should also consider public investment and encourage private investment in open datasets that are representative and respect privacy and data protection to support an environment for AI research and development that is free of inappropriate bias and to improve interoperability and use of standards.

 

2.2. Fostering a digital ecosystem for AI Governments should foster the development of, and access to, a digital ecosystem for trustworthy AI. Such an ecosystem includes in particular digital technologies and infrastructure, and mechanisms for sharing AI knowledge, as appropriate. In this regard, governments should consider promoting mechanisms, such as data trusts, to support the safe, fair, legal and ethical sharing of data.

 

2.3 Shaping an enabling policy environment for AI a) Governments should promote a policy environment that supports an agile transition from the research and development stage to the deployment and operation stage for trustworthy AI systems. To this effect, they should consider using experimentation to provide a controlled environment in which AI systems can be tested, and scaled-up, as appropriate. b) Governments should review and adapt, as appropriate, their policy and regulatory frameworks and assessment mechanisms as they apply to AI systems to encourage innovation and competition for trustworthy AI.

 

2.4. Building human capacity and preparing for labor market transformation a) Governments should work closely with stakeholders to prepare for the transformation of the world of work and of society. They should empower people to effectively use and interact with AI systems across the breadth of applications, including by equipping them with the necessary skills. b) Governments should take steps, including through social dialogue, to ensure a fair transition for workers as AI is deployed, such as through training programs along the working life, support for those affected by displacement, and access to new opportunities in the labor market.

14

 

  1. c) Governments should also work closely with stakeholders to promote the responsible use of AI at work, to enhance the safety of workers and the quality of jobs, to foster entrepreneurship and productivity, and aim to ensure that the benefits from AI are broadly and fairly shared.

 

2.5. International co-operation for trustworthy AI a) Governments, including developing countries and with stakeholders, should actively cooperate to advance these principles and to progress on responsible stewardship of trustworthy AI. b) Governments should work together in the OECD and other global and regional fora to foster the sharing of AI knowledge, as appropriate. They should encourage international, cross sectoral and open multi-stakeholder initiatives to garner long-term expertise on AI. c) Governments should promote the development of multi-stakeholder, consensus-driven global technical standards for interoperable and trustworthy AI. d) Governments should also encourage the development, and their own use, of internationally comparable metrics to measure AI research, development and deployment, and gather the evidence base to assess progress in the implementation of these principles.

PROTEZIONISMO E INFORMATICA, In margine alla multa di Google

L’’imporsi dell’ informatica come fenomeno centrale del XXI Secolo ha stravolto,  già di per sé, molti dei presupposti -filosofici, politici, economici e giuridici- delle società contemporanee, a partire dalle idee di libertà, di Stato e di concorrenza, rendendo obsolete, tra l’altro, le vecchie ideologie e le vecchie scuole economiche e giuridiche. E’evidente, infatti, che le Big Five non sono soltanto delle imprese, ma corrispondono anche, contemporaneamente,  a ciò che un tempo erano     gli Stati, le Chiese e i servizi segreti. Difendere l’Umano contro i Big Data e l’uomo artificiale richiede molta più energia e ingegnosità che non difendere i cittadini  separatamente contro lo Stato, la Chiesa o la repressione poliziesca, come si era fatto nel ‘600 con l’Habeas Corpus, nel ‘700 con il Toleration Act, o nell’ Ottocento con le costituzioni liberali.

Per questo le Autorità americane stanno giustamente ripensando all’intero impianto della legislazione antimonopolistica, nata proprio in America per difendere, prima che i consumatori, la stessa democrazia, la quale non può coesistere con un potere preponderante, superiore a quello di Stato, Chiesa e polizia messe insieme. Infatti, le Big Five spiano quotidianamente ciascuno di noi, a cominciare dal Papa e dal Presidente degli Stati Uniti, manipolano le elezioni in tutti i Paesi del mondo, ma soprattutto in America, rivendono i nostri dati acquisendo un potere economico che permette loro di acquistare aziende aerospaziali e interi territori, catene editoriali e fabbriche automobilistiche, catene distributive e fabbriche di robot: distruggendo l’intero ceto imprenditoriale e gran parte di quelli tecnici e operai, in tutto l’ Occidente.

Ma, per fermare le Big Five, non resta che ricreare la concorrenza (per esempio, quella dei concorrenti europei che oggi non ci sono).

La polemica forzata di Trump contro la decisione della Commissione ha se non altro il pregio di mettere in evidenza una serie di verità lapalissiane che tutti hanno preferito ignorare per molti decenni. Al di là dei mutevoli e mistificati rapporti in politica interna, vi è una sostanziale convergenza fra, da un lato, il perpetuarsi dello strapotere delle Big Five, e, dall’ altra, le politiche protezionistiche, aperte o nascoste, dello Stato Americano, di oggi e di ieri.

1.L’informatica quale arma suprema del XXI Secolo

Dato, infatti, il carattere centrale dell’ informatica nella società di oggi, e, soprattutto, di domani, essa rappresenta oggi l’arma suprema, superiore perfino a quella nucleare. Come ha detto il Presidente Putin, “chi controlla l’ Intelligenza Artificiale controlla il mondo”. Questo l’avevano scritto per primi Eric Schmidt e Jared Cohen, membri del CdA di Google: “mentre,  nel XX Secolo, era stata la Lockheed a guidare l’America alla conquista del mondo, nel XXI secolo, questo compito spetterà a Google”. D’altra parte, questo lo sapeva per primo il Department of Defence americano, che, in piena Seconda Guerra Mondiale, aveva lanciato “AAA Predictor”, un programma che aspirava  nientemeno che a prevedere le mosse del nemico. Se non è questa l’Intelligenza Artificiale! E, nello stesso modo, lo sapevano  i vertici del PCUS, che, dal 1983, avevano affidato la decisione della eventuale rappresaglia nucleare, a un sistema informatico detto “OKO” (Occhio).

E’ questo il motivo per cui tutti gli Europei (Governi, Istituzioni, partiti, imprenditoria) non hanno mai fatto nulla contro lo strapotere delle Big Five, concepito come una semplice e logica estensione della cessione agli Stati Uniti del diritto di pace e di guerra. Ed è questo per cui il seppur modesto attacco odierno della Commissione alla Google viene descritto da Trump come un’insopportabile prevaricazione degli Europei, che va repressa al più presto.

L’approccio di Trump si differenzia perciò da quello di Obama solamente per lo stile. L’Amministrazione Obama si era illusa di rendere irreversibile il predominio delle Big Five (e, quindi, del proprio Complesso Informatico-Militare), attraverso il TTIP e il TTP, mettendo al bando  come “protezionismo” ogni misura volta a rafforzare le nascenti industrie europea e giapponese del Web Poiché non si sono potuti stipulare i due trattati, si è scelto ora il rude approccio di Trump: non potete multare la Google (seppure applicando la normativa antitrust, che è un prodotto del liberismo giuridico americano) perché la Google è americana, e gli Europei stanno già  traendo fin troppi  vantaggi (quali?) dalla cooperazione con l’America. L’atteggiamento di Trump è simile a quello del lupo nella favola di Esopo/Fedro e Lamartine, in cui  questo  animale divora l’agnello dopo averlo accusato di una colpa irrisoria e comunque impossibile (avere sporcato l’acqua d’un ruscello quando in realtà era l’agnello ad essere a valle del lupo).

2.L’insostenibilità della subordinazione europea

Addirittura, l’insufficienza economica, a parere di tutti, della multa miliardaria comminata a Google dalla Commissione, rispetto all’ enormità dei danni causati dall’ impresa, mette a nudo l’insostenibilità di un tipo di rapporto, fra Europa e America, fondato su una totale sproporzione di potere. Infatti, già soltanto  mantenendosi entro i ristrettissimi limiti del diritto europeo positivo (ripetiamolo, di origine americana) esisterebbero  strumenti ben più efficaci, come l’”order to divest”, che nessuno si sogna però neppure di suggerire. Ricordo che questa soluzione era stata applicata fin dagli inizi dell’antitrust americano a conglomerate, come la Standard Oil, ben meno minacciose che non le Big Five di oggi. Quanto poi alle diatribe euro-americane, avevo avuto modo già negli anni ’70 di assistere ad un “order to divest” piuttosto discutibile, quello contro la SKF svedese (per cui lavoravo), evidentemente per favorire i suoi concorrenti americani.

Ma c’e di più: sempre secondo la stessa teoria liberistica, lo Stato deve intervenire nell’ipotesi di un “fallimento del mercato”. Ebbene, questo è appunto il nostro caso, perché, senza un aiuto dello Stato (o meglio dell’ Unione Europea), un’industria europea del web non sorgerà mai, e, quindi, in Occidente non sorgeranno mai dei concorrenti delle Big Five come Alibaba o Baidu in Cina .E giacché, senza un’industria informatica autonoma, non è possibile, né una politica di difesa, né un’industria delle comunicazioni, né un sistema commerciale efficiente, né un’industria dei trasporti, ecc…, se l’ Europa non si dota della sua autonoma  industria del web, essa sarà condannata a una decadenza rapidissima, sul genere di quella che stiamo già sperimentando in Italia, dove da più di un decennio,  la “crescita”, mai superiore all’ 1%, non compensa neppure l’inflazione programmata. Non per nulla, l’Italia costituisce un caso estremo di rinunzia a tutte le tecnologie di punta: dall’ informatica (ricordiamo il caso Olivetti), al nucleare (vedi referendum), alle portaerei (vedi il caso delle nostre portaelicotteri), alla propulsione aerospaziale (caso Fiat Avio). Un’Italia priva delle industrie di punta è condannata a non offrire più alcun posto di lavoro interessante, soprattutto per gl’intellettuali, i managers, gl’ingegneri, i finanzieri, i legali, perché questi si concentrano ovunque là dove c’è un potere effettivo: intorno alla Silicon Valley, a Shenzhen, al Pentagono, al Cremlino,  a Wall Street, a Gerusalemme, a Pechino, a Riad….Qui restano solo posti da politici di second’ordine, da burocrati esecutori, da camerieri, da contabili e  lavoratori manuali in attesa di essere sostituiti dai robot…

La difesa d’ufficio che il Presidente Trump sta facendo di Google conferma che si tratta di una lotta per la sopravvivenza fra le economie americana ed europea. D’altronde, il caso di Cambridge Analytica dimostra che anch’egli, come già Obama, non avrebbe vinto le elezioni senza l’appoggio determinante delle Big Five. Dove poi l’influenza russa, per altro non dimostrata e non specificata, sarebbe stata infinitesimale rispetto a quella, confessa, di Facebook e di suoi partners.

Urge un’azione da parte della società civile per fare pressione sulle Autorità Europee. Se l’Unione Europea non saprà tutelare i suoi cittadini contro questa che è la minaccia più grave nei confronti della nostra libertà e della nostra stessa sopravvivenza, non vedo come essa possa rivendicare una qualsivoglia legittimità democratica, e come faccia a evitare il prevalere di forze che promettono (sinceramente o meno), nuovi assetti, radicalmente diversi.

 

ALPINA VIENT DE PUBLIER “LE LIVRE NUMERIQUE ET LE RENOUVEAU DE L’EDITION DIGITALE”, D’ILARIA BARALE (https://stores.streetlib.com/it/search?q=ilaria%20barale)

copertina1-150x150[1]Cette étude affronte le thème de l’introduction du livre numérique dans le marché de l’édition. Il met en évidence ses caractéristiques, ses qualités et ses défauts par rapport au format traditionnel, offre une vision complète des principales questions qu’il soulève et fait le point sur l’évolution du marché du livre numérique international. Alors que la diffusion de plus en plus importante et accélérée du livre numérique apparait inévitable, le monde de l’édition doit nécessairement savoir se rénover et accueillir le nouveau format pour répondre aux nouvelles exigences des lecteurs et saisir les opportunités qu’il offre. Cette étude démontre que le numérique n’est pas en train de prendre la place du livre papier, mais, au contraire, que le lecteur pourra désormais choisir entre différents formats de livres, selon les usages et les différentes situations de lecture. En ne prétendant pas prévoir l’avenir du livre et de la lecture, l’auteur nous offre les clés de lecture pour comprendre la révolution numérique en cours, en prenant appui sur des données et des statistiques concrètes..

A Torino la XIII conferenza sulle Alpi

A Torino la XIII conferenza sulle Alpi

(pubblicato su Articolo 3 Quotidiano online – clicca per leggere)

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Certamente, l’integrazione europea è stata un fenomeno onnipresente nella nostra storia, ma passato per lo più inosservato.

Per esempio, gl’incredibili passi in avanti nell’unificazione europea realizzati dalla Casa giulio-claudia, che aveva aggregato all’ Impero Romano Francia, Benelux, Germania Occidentale, Svizzera, Austria, Croazia. Oppure, quando, sotto carlo V, facevano capo agli Asburgo Germania, Benelux, Austria, Svizzera, Boemia, Italia e Spagna. O, infine, anche e soprattutto oggi, quando ogni campo dell’attività umana, dalla religione alla scienza, dalla filosofia politica allo Stato, dai Partiti  alle imprese, dalla cultura alla scuola, dalle Regioni alle città, ha una sua estrinsecazione“europea” (dalla Lettera Pastorale “Ecclesia in Europa” al CNR, dal federalismo all’Unione Europea, dall’ ASI ai Gruppi Politici del Parlamento Europeo, dall’ Euro alle Società  Europee, dalle Accademie Europee a Erasmus, dalle Macroregioni alle Capitali europee della Cultura.

Eppure:

-non lo sa nessuno, neppure gli addetti ai lavori

-tutto viene abbozzato, e poi lasciato lì, incompleto. Si è così infatti giustamente parlato di “Cantieri europei” (“Baustellen Europas”, a cui si riferisce l’omonima collana di libri della Casa Editrice Alpina ; cfr. http://www.alpinasrl.com/category/collane/baustellen-europas/)

E’ comunque interessante quest’ aspetto quasi esoterico, quasi che qualcuno avesse paura di fare sul serio, ma tenesse tutto pronto per la prima buona occasione. Così come, da sempre, tuti gli eserciti del mondo tengono pronte, in magazzini reconditi, decine di milioni di divise piene di naftalina , di vecchi fucili e qualche miliardo di insipide gallette, che ne estraggono solo per le “esercitazioni”, le “grandi manovre” e le “mobilitazioni generali”. Infatti…non si sa mai che cosa potrebbe accadere….

Il nostro punto di vista è che la crisi del sistema si stia avvicinando a un punto tale, da rendere necessaria una rassegna di questo armamentario, un esercizio per vedere se potrebbe funzionare ancora, un apprendistato da parte dei cittadini, come nel caso delle esercitazioni militari.

Sono stato, infatti, ufficiale dell’ Amministrazione Militare. Fra l’altro, in un “Deposito Divisionale”, cioè di uno di quei dimessi magazzini dove sono depositate divise, viveri e munizioni. Ho partecipato a un paio di esercitazioni, quando si svegliavano le reclute nel cuore della notte, e li portava sulla riva del mare (nel caso specifico, a Paestum), per sparare all’ impazzata come nello Sbarco in Normandia.

L’armamentario della cultura e del diritto comunitari dev’essere ripreso e ricollaudato come l’equipaggiamento di un’armata dormiente.

1. Cos’è la Convenzione delle Alpi?

Ho detto tutto questo perché, la prossima settimana, nei giorni 20 e 21, avrà luogo, a Torino, la XIII Conferenza delle Alpi, un evento importante per la vita dell’ Europa. Infatti, giustamente l’Unione e gli Stati membri si erano preoccupati fin dal principio che l’ Unione non divenisse (come invece sta purtroppo succedendo), un mostro burocratico distaccato dai cittadini, e attento solo alle esigenze di potere delle grandi potenze, della finanza anonima e delle burocrazie nazionali. Per evitare questo, l’Unione si è data la sua politica culturale, la sua politica sociale e la sua politica regionale, attraverso le quali essa contava di entrare in contatto con le esigenze reali dei cittadini, permettendo loro di partecipare, e creando, così, uno “spirito di corpo” europeo.

Purtroppo, in questo come in tanti altri campi, le cose hanno preso una direzione diversa da quanto previsto. I fondi europei, che avrebbero dovuto essere gestiti fra Unione ed Enti locali per stimolare le iniziative vicine alle popolazioni, sono divenute un opaco flusso di denaro spesso inutilizzato, gestito per scopi non chiari da anonime burocrazie. Le Regioni, che, con la loro autonomia fiscale, avrebbero dovuto esprimere il controllo dei cittadini sull’uso della cosa pubblica, sono divenute una delle fonti principali di spreco e di corruzione.

Tutto il fenomeno euroregionale e macroregionale, che avrebbe dovuto tenere conto dell’ esistenza di identità storiche ben consolidate, che travalicano i confini degli Stati Membri, sono divenuti un inflazionato fatto esoterico, in cui si accavallano Euroregioni, Macroregioni e “GECT” della cui esistenza non sono più consapevoli neppure i politici che senza interruzione li creano e li distruggono. Non parliamo, ovviamente, dei cittadini…

In una primissima fase, le Euroregioni erano state create dalle regioni frontaliere stesse, spesso in aree linguistiche transfrontaliere, come il Tirolo, il Lussemburgo e i Paesi Baschi, per fruire dei fondi che l’Unione destina alla cooperazione transfrontaliera. A quell’ epoca, gli Stati membri ignoravano le Euroregioni, negando ad esse qualunque valenza, tanto politica, quanto giuridica.

In una seconda fase, fu creato uno Statuto Standard, e il Comitato delle Regioni (altro illustre sconosciuto) se ne fece paladino.

In una terza fase, l’unione creò il GECT (Gruppo Europeo di Cooperazione Transfrontaliera), in modo da far entrare le Euroregioni nel mondo del diritto pubblico. Non mancarono, per altro, già in questa fase, controversie giuridiche fra Stati Membri e Regioni a proposito delle competeze dei GECT (prima fra le quali quella fra lo Stato Italiano e la Regione Liguria per lo statuto del GECT “Alpi-Mediterraneo”).

In una quarta fase, certe regioni, come quelle alpine dell’ Austria, della Svizzera e della Germania, si dichiararono fautrici di aggregazioni più ampie e più potenti: delle Euroregioni più grandi, le Macroregioni. Ma, anche qui, la natura e il ruolo delle Macroregioni restavano nel vago: come avrebbero potuto coesistere con le Euroregioni?

In quest’ultima, recente, fase, entrano in scena l’Unione Europea e gli Stati Membri, i quali si accorgono, finalmente, che le Regioni sono troppo deboli per operare su questi temi, e che  le politiche regionali della UE, che si pretendeva fondate sul Principio di Sussidiarietà, e, quindi, sullo spontaneismo “dal basso” delle Regioni stesse, non funziona, e che, pertanto, si impone un’esigenza programmatica centrale, da parte dell’ Unione stessa. Ma come “far passare” un siffatto messaggio in un momento in cui, da un lato, gli Stati Membri rifiutano tale ruolo imperativo dell’ Unione, e, dall’altro, la retorica politica dominante rigetta ogni idea di programmazione? Da un lato, concentrandosi su esigenze naturali obiettive, come per esempio quelle del commercio nel Baltico,  esistenti dai tempi dei Venedi, dei Paleoslavi, dei Variaghi dei Vikinghi e  dell’ Hansa; quella della navigazione del Danubio, sede della prima civiltà europea, e a cui,  con la Convenzione di Parigi (1856), Austria, Francia, Gran Bretagna, Russia, Regno di Sardegna e Turchia avevano stabilito la piena libertà di navigazione e l’uguaglianza di trattamento per tutte le bandiere. A questo scopo erano stati creati due organi internazionali: la Commissione europea del Danubio (CED), con il compito di eseguire lavori di drenaggio e la Commissione degli Stati Ripuari, con lo scopo di elaborare un regolamento per la navigazione e la polizia fluviale. Tale regime di libertà rimase immutato anche dopo la Prima guerra mondiale.

Infine, ed è il caso che ci interessa, la Macroregione Alpina, che comprende praticamente tutti i territori che Augusto aveva unificato e che sono descritti al Trophée des Alpes di La Turbie:

« All’imperatore Augusto, figlio del divo [Giulio] Cesare, pontefice massimo, nell’anno 14° del suo impero, 17° della sua potestà tribunizia, il senato e il popolo romano [eressero] poiché sotto la sua guida e i suoi auspici tutte le genti alpine, che si trovavano tra il mare superiore e quello inferiore sono state assoggettate all’impero del popolo romano. »

2. La Convenzione delle Alpi e la XIII Conferenza delle Alpi.

trofeo-delle-alpi-300x199(Trofeo delle Alpi)

La Convenzione delle Alpi è un trattato internazionale sottoscritto dai Paesi Alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Monaco, Slovenia e Svizzera), e dall’Unione Europea con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile nell’area alpina: “La Convenzione delle Alpi mira ad armonizzare la protezione e lo sviluppo economico, con l’obiettivo di sostenere le Alpi sia come spazio di vita per la popolazione e la natura, sia come zona di attività economica. Le Alpi, con il loro capitale di biodiversità e le riserve di acqua e legno, sono un ambiente naturale, culturale, di vita e di lavoro per quasi 14 milioni di persone nonché un’importante destinazione turistica che attira circa 120 milioni di visitatori ogni anno”.

La Conferenza delle Alpi si occuperà dei seguenti temi principali:

  • Cambiamenti climatici ed energia: sotto la guida della presidenza italiana, sono state preparate le “Linee Guida per l’adattamento ai cambiamenti climatici a livello locale nelle Alpi”.
  • Demografia e occupazione nelle Alpi: Il Report completo sarà adottato dalla Conferenza, mentre il prossimo report, che sarà pubblicato nell’autunno 2016, tratterà il tema della green economy nelle Alpi.
  • Strategia Macroregionale per le Alpi (EUSALP): la strategia è al momento in fase di elaborazione e diverrà realtà nell’estate del 2015.
  • Gruppo di verifica: è un organo incaricato di controllare l’adempimento degli impegni e degli obblighi risultanti dalla Convenzione delle Alpi
  • EXPO 201
  • . Partecipare alla  XIII Conferenza delle Alpi.

Proprio per i motivi enumerati all’ inizio di quest’articolo, non crediamo certo di essere meno critici del verticismo degli organi europei (fra i quali la stessa Macroregione Alpina) di quanto non lo sia il cittadino medio europeo, il quale, da un lato, nota, con crescente raccapriccio,  l’incapacità dell’”establishment” di affrontare in qualsivoglia modo l’inesorabile declino dell’ Europa, da “donna di province” a “bordello”, per usare i classici termini usati da Dante per l’Italia del Medioevo,  e, dall’ altro, si accorge in ogni momento che esistono enormi e incredibili risvolti della vita pubblica (dal Datagate al TaxLeaks, dalla fuga della Fiat alle politiche regionali), di cui nessuno aveva mai loro parlato.

E, tuttavia, fedeli a un’etica di servizio, sarebbe il caso di dirlo, anche se inattuale, da ufficiale e da servitore dello Stato, nonché in quanto cocciuti abitatori della parte più alta e impervia delle Alpi, continuiamo a cercare di salvare quanto di valido c’è in tutte queste esperienze. E, per quanto qui trattato, nell’idea di una Conferenza delle Alpi, espressione, bene o male, di quest’ ancestrale identità dei “Popoli Alpini”, di cui con ammirazione parlavano già Hoelderlin e Nietzsche.

La Casa Editrice Alpina e l’Associazione Culturale Diàlexis, vogliono offrire ai nostri concittadini dei Popoli Alpini, e, in primis, ai Piemontesi, l’occasione di condividere l’orgoglio per ciò che ancor oggi si sta facendo per le Alpi.

Certo, è sempre troppo poco. Abbiamo dovuto partecipare, addirittura, per quanto indirettamente, a dei lutti dovuti all’ inaccettabile degrado naturale delle nostre  Alpi.

Non abbiamo mancato, in questi mesi, di tenerci nel più stretto contatto con tutte le possibili Istituzioni del nostro Territorio, per garantire la presenza, in questi processi, dei cittadini delle Regioni Alpine: Presidenza dell’ Unione, Governo, Presidenza Italiana, segretariato, Enti locali. Come risultati, abbiamo ottenuto:

-il Convegno del 19 Novembre presso il Consiglio Regionale, nel quale potranno confrontarsi federalisti europei, esperti di realtà transfrontaliere, esponenti delle nuove tecnologie e dell’editoria e cittadini delle nostre Regioni, al fine di elaborare concreti progetti euroregionali per rilanciare l’occupazione.