RICAPITOLAZIONE E RETTIFICA DEL PROGRAMMA DELLE PRESENTAZIONI AL SALONE DEL LIBRO (Salone In e Off)

SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2022

PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”

SALONE IN

21 maggio, Lingotto,

Sala Arancio,ore 12.15

UN PONTE FRA EST E OVEST

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: UCRAINA; NO A UN’INUTILE STRAGE 

 Con: Virgilio Dastoli,Riccardo Lala, Marco Margrita Alessio Stefanoni, Enrico Vaccarino

Attenzione: le credenziali Zoom sono state cambiate:

Ora: 21 mag 2022 12:00 AM

Entra nella riunione in Zoom

https://us06web.zoom.us/j/81381685241

ID riunione: 813 8168 5241

Sabato 21 maggio Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1, ore 15.00

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE  NEI GIORNI  DEL CONFLITTO UCRAINO

PRESENTAZIONE DI: “ INTELLIGENZA ARTIFICIALE E AGENDA DIGITALE”, PENSARE PER PROGETTARE IL FUTURO

Con: Marcello Croce, Ferrante De Benedictis,Riccardo Lala,Marco Margrita, Enrica Perucchietti

Entra nella riunione in Zoom
https://us06web.zoom.us/j/89121340117?pwd=ajFZQ3NEdnlaWDVkUVEvRTAvTzdJZz09

ID riunione: 891 2134 0117
Passcode: 997292

Domenica, 22 Maggio,

Casa del Quartiere  di San Salvario, Via Morgari 10, ore 16.00

GALIMBERTI E CHABOD:

L’IMPRONTA DELLE ALPI OCCIDENTALI SU RESISTENZA ED EUROPA

DAL PASSATO AL FUTURO DELL’ EUROPA

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: PROGETTI EUROPEI NELLA RESISTENZA

 Con Pier Virgilio Dastoli, Marcello Croce, Marco Margrita. Aldo Rizza, Alessio Stefanoni

Entra nella riunione in Zoom
https://us06web.zoom.us/j/86298136839

ID riunione: 862 9813 6839

LA SITUAZIONE IN UCRAINA CONFERMA LA CENTRALITA’ DEI NOSTRI DIBATTITI

Invito alla presentazione del 21/5/2022 al Salone del Libro

SALONE IN

21 maggio, Lingotto,

Sala Arancio,ore 12.15

UN PONTE FRA EST E OVEST 

Con: Virgilio Dastoli,Riccardo Lala, Marco Margrita Alessio Stefanoni, Enrico Vaccarino

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: UCRAINA, NO A UN’INUTILE STRAGE 

RICCARDO LALA ti sta invitando a una riunione pianificata in Zoom.

Entra nella riunione in Zoom :
https://us06web.zoom.us/j/86298136839

ID riunione: 862 9813 6839 .Trova il tuo numero locale: https://us06web.zoom.us/u/kscAFeR7q

Un contributo sofferto, anche se indiretto, alla soluzione del problema più drammatico dell’oggi. 

L’opera affronta, con spirito costruttivo, un tema vessato quant’altro mai, in un’ottica poliedrica e anticonformistica, mostrando innanzitutto quanto le attuali controversie sull’ Ucraina siano la necessaria conseguenza della centralità geopolitica di quel Paese, da sempre punto d’incontro e di scontro delle più svariate tendenze etniche, culturali, politiche, religiose. Basti pensare ai Kurgan, alla Rus’ di Kiev, ai Cosacchi, al Cosmismo…

Dopo la battaglia del Principe Igor, fra Sloviansk e Izjum

1.La storia del volume 

Nel 2014, nel momento dell’Euromaidan e delle rivolte  nell’ Est e nel Sud dell’ Ucraina, avevamo raccolto fior d’ intellettuali per un dibattito, attraverso le pagine dei nostri “Quaderni di Azione Europeista”, circa la situazione conflittuale che si andava creando. Era nato così il volume n. 3-2014 dei nostri Quaderni di Azione Europeista (Ucraina 2014, no a un’inutile strage), Quaderni concepiti come  strumenti snelli per  un intervento corale su temi strategici per il futuro dell’ Europa, fuori, tanto dei consunti binari  del “mainstream”, che dei piagnistei inconcludenti degl’intellettuali che si pretendono “alternativi”.

Ricordiamo che l’organizzazione del Salone aveva annunziato di voler dedicare il Salone 2022 all’ Ucraina, ma, in realtà, il tema dell’ anno è stato definito come “Cuori Selvaggi”. Inoltre, nessuno tranne noi sta presentando un libro dedicato specificamente alla guerra in Ucraina.

Quanto il nostro “Quaderno” fosse profetico già nel 2014 dovrebbe risultare chiaro dal fatto che ci è bastato, sostanzialmente, togliere  l’indicazione dell’ anno 2014, per poter riproporre, sostanzialmente inalterata, un’opera che già allora aveva la non irrilevante ambizione di andare al di là del nascente conflitto, per guardare al futuro con uno sguardo ampio.

Già il titolo, “No a un’inutile strage”, con il suo richiamo all’arcinota frase con cui Benedetto XV° aveva stigmatizzato la 1° Guerra mondiale – una guerra contro l’Europa e le sue tradizioni-, era stato particolarmente profetico, in considerazione dell’interminabile conflitto ucraino, iniziato nel 2014, ulteriormente aggravatosi e che non sembra destinato a terminare a breve. Profetico soprattutto alla luce dell’esigenza, oggi sentita dalla maggior parte degli attori della politica, di trovare una via d’uscita alla guerra in corso.

Ma profetico soprattutto perché i punti di riferimento di fondo non sono cambiati rispetto al 2014.

La moschea di Roxana e Solimano a Mariupol

2.I contenuti

Basta, per comprenderlo, scorrere l’elenco degli articoli di cui quell’ opera si compone:

“Dall’ ‘allargamento’ al ‘completamento’ dell’ Unione”, introduzione dell’Associazione Diàlexis:    mette in luce la straordinaria convergenza, sull’ area ucraina, di una pluralità di tradizioni, culture, pretese, interessi, che ne ha fatto da sempre una delle aree più centrali dell’ Europa, la quale  avrebbe dovuto essere, in particolare, al centro della Confederazione Europea proposta, nel 1989, da Gorbaciov, Mitterrand e Giovanni Paolo II, mai attuata, ma oggi ripresa da molti, a cominciare dal Presidente pro-tempore del Consiglio Europeo, Macron, in occasione della seduta conclusiva della Conferenza sul Futuro d’ Europa;

-“Tra l’agitazione ucraina e la zona aerea d’identificazione cinese”, di Giovanni Martinetto: pone in evidenza già fin da allora la stretta connessione fra il conflitto ucraino e le tensioni fra Cina e Stati Uniti sul Mar della Cina, che rendevano, e rendono, vieppiù improrogabile,  una struttura coordinata fra USA, Europa e America, necessaria per partecipare attivamente alla gestione di un mondo dominato sempre più dagli stati-civiltà;

“Come impedire lo smembramento dell’ Ucraina”, di Lucio Levi: fa giustamente notare che un’ Ucraina “federalizzata” (come quella a cui aveva pensato il “Partito delle Regioni” avrebbe potuto essere il centro ideale dell’ auspicata Federazione Europea;

-“La restaurazione del Califfato?” di Franco Cardini: mette in evidenza uno dei principali elementi geopolitici al centro della crisi attuale-il ritorno della Turchia, o meglio del suo Impero- che si sta qualificando sempre più come un’autonoma potenza europea, capace di respingere le ingerenze americane, di moderare la Russia e l’ Ucraina, di utilizzare i suoi poteri sugli Stretti e nella NATO, di produrre efficaci tecnologie militari. Ricordiamo che, a Mariupol, si trova la Moschea di Roxana e Solimano, a ricordare l’origine ucraina dell’imperatrice ottomana, e dove si sono rifugiati, durante i combattimenti, i mussulmani presenti in città;

-“Una strategia dell’ Unione Europea per la crisi dell’ Ucraina”, di Alfonso Sabatino: invocava già allora un’inesistente azione diplomatica per creare un quadro europeo di sicurezza, che nessuno si è preoccupato, invece, di creare, mentre solamente la tardiva proposta “in quattro fasi” del nostro Governo alle Nazioni Unite sembra oggi riproporre;

-la Dichiarazione del Movimento Federalista Europeo sulla Crisi Ucraina: attribuiva all’ Unione Europea la massima responsabilità per la crisi, in quanto era stata la carenza di un’adeguata Politica Estera e di Difesa dell’ Europa ad avere aperto un vuoto, in cui si è inserita l’attuale destabilizzazione;

-la “European Charter for  regional or minority Languages”: approvata fin dal 1992, la sua applicazione avrebbe impedito la nascita stessa del problema delle minoranze linguistiche russofone in Ucraina, Moldova, Georgia e Paesi Baltici, e, di conseguenza, le guerre della Cecenia, della Transnistria, dell’ Abkhazia, dell’Ossezia e del Donbass.

Siamo nuovamente riuniti per discutere gli stessi temi di allora, avendo sotto gli occhi i risultati della mancata adozione di quanto da noi suggerito nel 2014, e non ci stanchiamo di sottoporre le nostre opere a chi ha poteri decisionali a questo proposito, nella speranza che, quand’anche in ritardo, i fatti stessi costringano tutti a prendere atto dell’ inevitabilità delle nostre proposte.

Intervenite numerosi, e aiutateci a diffondere, prima che sia troppo tardi, la consapevolezza di questi problemi!

O ДOНЧЕ! (O DONČE!/O DONETZ!)

E’ iniziata l’ennesima battaglia del Donbass.

I corpi dei caduti dopo la battaglia con i Polovesiani

“Уже бо выскочисте изъ дѣдней славѣ. Вы бо своими крамолами начясте наводити поганыя на землю Рускую”

(”Avete ripudiato l’antica della gloria. Con le vostre discordie avete aperto ai pagani  la strada verso le terre russe”).

(Il Canto della Schiera del Principe Igor)

La battaglia del Donbass si sta combattendo ormai presso i Laghi Salati (il “Kurort di Slaviansk”), dove, secondo il Canto della Schiera del Principe Igor,  c’era stato lo scontro fra i Kievani e i Polovesiani, e comunque presso Raygorodok, dove sarebbe stato posto l’accampamento dei Polovesiani, che avevano allestito le famose danze in onore del principe prigioniero.

E’ strano che, in una guerra che si sta giocando in gran parte intorno alla storia, tutte le parti in causa ignorino un fatto così importante dal punto di vista simbolico, così come altri due fatti fondamentali: il Donbass ,  coincide infatti anche, in gran parte, da un lato, con l’area della repubblica anarchica della Makhnovscina (il fronte passa anche per Huiapole), e, dall’altro, esso era stato teatro dell’ avanzata italiana nell’ ambito dell’ Operazione Barbarossa; infine,  esso è anche molto vicino a Nikolajevka, vale a dire a quella “Sacca del Don” dove, durante la ritirata, morirono molti soldati dell’ Asse, in primo luogo i nostri alpini. Il tutto, all’interno dell’ antica Sarmazia, a cui accenna l’ultramoderno missile russo “Sarmat”, lanciato l’altra settimana.

Forse perché, mentre i “Rus’” sono descritti, nel Canto, come una nazione unitaria, per quanto distinta fra diversi principati, il Donbass viene invece attribuito inequivocabilmente ai loro  antagonisti polovesiani. Infine, tutto il “Canto” è praticamente una perorazione, rivolta ai principi della Rus’, per una lotta contro i “pagani”, che per altro sono strettamente imparentati con i principi della “Rus’”. Dunque, questa narrazione non si presta a nessuna delle due opposte propagande di guerra. Semmai, avrebbe un maggiore senso per i Turchi (che, infatti, a Mariupol hanno la loro importante “moschea di Roxolana”, scenario di varie vicende belliche). Del pari, spiace in Italia associare il Donbass a Nikolajevka, perché il ricordo dell’ Operazione Barbarossa sembrerebbe confermare le accuse all’Occidente di voler “colonizzare” la Russia, nonché avvalorerebbe le accuse russe al “neonazismo” ucraino, accrescendo l’”appeal” dei “rosso-bruni” nostrani. Infine, nessuno ricorda più la Makhnovśćina, perché l’anarchismo non ha mai avuto buona stampa, né in Russia né in Ucraina, ed, oggi, anche  il suo ricordo rischierebbe di incoraggiare il “putinismo di sinistra”.Infine, non occorre dimenticare che il Sarmatismo, uno dei principali sforzi nella storia per affermare un’identità europea-orientale, esercita ancor oggi il suo fascino specie in ambienti atlantisti, attraverso l’eredità di Brzezinski.

Resta il fatto che questa guerra, e questa regione del mondo, dovrebbe sollecitare una seria riflessione, oltre ovviamente, che  sulla pace e sulla guerra,  sui popoli e la loro natura, confini e organizzazione.

Statua polovesiana nel Donbass

1. Il canto della Schiera del Principe Igor

Ha per argomento la sconfitta di un esercito  della Rus’, avvenuta nel 1185 ad opera dei Polovesiani o Cumani (in Russo, Polovcy), un popolo di origine turanica, stanziato a nord del Mar Nero, noto soprattutto per le Danze Polovesiane, inserite nell’ opera lirica “Il Principe Igor” di Borodin,riciclate poi dagli Americani sotto il titolo di “A Stranger in Paradise”

Scritto forse poco dopo gli eventi narrati, il poema si staglia quasi come un unicum nella letteratura antico-russa, in una prosa ritmica, straordinariamente ricca di allitterazioni, metafore, ambiguità testuali. Un’altissima poesia, coincisa, evocativa, fatta di immagini tumultuose, s’intreccia con dolenti riflessioni sulla situazione politica della Rus’ kievana, dominata dalle lotte intestine tra i principi, sulla conquista del potere e sui cinici meccanismi dell’arte del governo e della diplomazia. Sembra proprio di vedere l’attuale guerra russo-ucraina. E, in effetti, le guerre non sono mai cessate nel “Corridoio Pontico” fra l’ Europa e l’ Asia: il bellicoso popolo Yamnaya, i popoli dei Kurgan, gli Sciti, i Sarmati, gli Argonauti, i Persiani, i Goti, i Khazari, i Mongoli, i Tatari, i Polacchi, gli Ottomani, i Cosacchi, i Russi, gli Svedesi, Napoleone, gl’Inglesi, il Regno di Sardegna, gli Austro-tedeschi, i nazionalisti,  i Rossi, i Bianchi, i Nazisti, l’ARMIR, la Légiòn Azul, l’UPA, l’Armia Krajowa, l’Armata Rossa, il Pravy Sektor, le Repubbliche del Donbass, il Battaglione Azov, l’esercito ucraino, quello russo, i mercenari, la NATO, i Ceceni…

Nel Canto, spiccano indimenticabili sprazzi di umanità: per quanto ingigantiti dall’esagerazione epica, le emozioni dei personaggi fremono e vibrano su tutte le corde della natura umana, che, nonostante il diversissimo clima culturale, sembrano rivivere oggi nel contesto tragico di questa guerra, altrettanto difficile da comprendere. La sete di gloria, l’eroismo, la nostalgia, la disperazione, il cordoglio, emergono prepotenti sullo sfondo di un ambiente naturale che sembra accordarsi alle emozioni dei personaggi. Il testo risente moltissimo – anche se forse soltanto per aderenza a un tipo di poesia epica – dell’antico spirito pagano: le forze della natura sono vive e titaniche; il principe Igor’ può dialogare  direttamente con il fiume Donetz,  simbolo del mito fondatore panrusso, e la mesta Jaroslavna può effondere il suo lamento al sole e al vento dalle mura di Putivl’, sostanzialmente al centro della zona  di partenza russa per l’ “Operazione Speciale” in corso. L’ideologia pagana affiora sotto molti aspetti, dando l’idea di una stratificazione piuttosto complessa di idee e concezioni. Al livello più evidente, abbiamo varie citazioni di antiche divinità slave, quali Daz’bog, Stribog, Veles, Trojan. La poesia trasfigura eroi e cantori in lupi e in falchi, e quelle che sembrano similitudini poetiche sono forse l’eco di antiche concezioni venate di sciamanesimo, che riappaiono nelle metafore usate ancor oggi, come per esempio “l’orso russo”.  Questi riferimenti alle antiche divinità hanno allo Slovo di valore euristico inestimabile inestimabile per lo studioso cazaco Olžas Omarovič Sulejmenov (Olžas Omarulı Sülejmenov) il quale, nel suo libro Az i Ja, ha sostenuto che molti dei loci obscuri dello Slovo possono essere  compresi solo analizzando il poema da un punto di vista turcofono. Anche l’inserzione  di riferimenti scandinavi, e, in generale, di tutta l’ Europa, fa pensare a interpolazioni. Tutto ciò avvalora la tesi che, nei popoli russo ed ucraino, vi siano forti componenti (storiche, culturali ed etniche) uralo-altaiche. Basti pensare ai nomi di Chaaadajev, Diaghilev, Frunze, Kaganovich, Chapaiev, Achmatova, Chagal, Gumiliov, Gagarin,  Nureyev,  Shoigu….

Sotto molti aspetti , il Canto si apparenta alla contemporanea epica europea e medio-orientale, e, in primis, al Nibelungenlied  e al Kudrunslied, al   Cantar de Mio Cid e alle Gesta Regum Britanniae (anch’essa al confine fra le  visioni del mondo pagane e cristiana), confermando il carattere europeo fin dal nascere delle culture russa e ucraina.

I Peceneghi ungheresi sono i Polovesiani

2.La Rus’ di Kiev e i Polovesiani

La Rus’ di Kiev era una federazione politica medievale situata nell’area delle odierne Bielorussia, Ucraina e la parte più occidentale della Russia. La denominazione “Rus’ di Kiev” (Kievskaja Rus’), del XIX secolo,  ha lo stesso significato di “Terra dei Rus’” (Ruskaja Zemlja), nome con il quale la regione era conosciuta nel Medioevo, e tuttora usata ora dal Patriarca Kirill a sostegno dell’ idea russa di unicità del popolo slavo-orientale.

I Rus’(Variaghi) , menzionati per la prima volta negli Annali di Saint-Bertin e nella Racconto degli anni passati, del XII secolo, una cronaca in lingua “drevno-ruskij”, provenivano dal Baltico, ma la loro etnia non è mai stata stabilita con sicurezza. Nella  la Cronaca, sono identificati come  Svedesi, Normanni, Inglesi  , Goti. In Norreno: Væringjar, da vár, pegno; in Greco :ΒάραγγοιVárangoi; in Slavo Ecclesiastico :варяже, varyazhe or варязи, varyazi; in Inglese Antico  wærgenga; in Francone:  wargengus  e, in  Langobardo, waregang. Dal 1°° secolo, moltiVariaghi”  furono mercenari nell’ esercito bizantino, e la “Guardia Variaga” costituì la guardia del corpo dell’ Imperatore.

La Cronaca  racconta come, a metà del IX secolo, la gente abitante nell’ area che sarà poi chiamata “Rus’” aveva invitato i “Rus’” a governare e mantenere l’ordine nel loro paese. Tre fratelli, uno dei quali si chiamava Riurik, accettarono l’invito e fondarono la dinastia dei Riurikovici, che sarebbe durata per oltre 700 anni. Intorno al 750,  si era stabilito un insediamento variago a Staraja Ladoga, vicino alla Finlandia. Igor, il figlio  di  Riurik aveva  spostato la capitale da Novgorod a Kiev (882 circa), da dove i “Riurikovici” governarono collettivamente le città della “Rus’”, ruotando fra i vari Principati.

Quando l’imperatore bizantino Basilio II ( che regnò dal 976 al 1025) chiese al Gran Principe Vladimir di Kiev un aiuto militare per difendere il suo trono, Vladimir chiese in matrimonio la sorella di Basilio, Anna. Il matrimonio fu approvato a condizione che Vladimir si convertisse al Cristianesimo (il “Battesimo della Rus’ di Kiev”).Quest’ultima  cadde poi in mano ai Mongoli tra il 1237 e il 1242, in seguito al che si svilupparono  le distinte “nazioni” bielorussa, russa e ucraina.

I Polovesiani (Kipchak, Cumani, Kun) erano un popolo turcico, che abitava il Desht-i-Kipchak (Steppa Polovesiana),  dall’ Irtysh (nella Siberia Orientale), al Danubio, passando per il centro dell’attuale Ucraina. La loro capitale era Sharukan, presumibilmente presso Raygorodok (“il villaggio del Paradiso”), presso Slaviansk, proprio dove si sta ora combattendo più animatamente.

Come testimoniato proprio dal Canto,  Kievani e Polovesiani intrattenevano rapporti strettissimi ed erano fra di loro imparentati.

Ancor oggi, in tutti i musei del Donbass ci sono molte statue polovesiane, simili a quelle dell’antico regno dei Turchi Azzurri, ritrovate sulla loro montagna sacra, in Mongolia.

I Polovesiani e altri popoli affini (Peceneghi, Cumani, Jassiani) furono travolti dai Mongoli e si trasferirono in gran parte in Ungheria, dove crearono la provincia della “Piccola Cumania” (Kiskunhalas). Nella visione del romanziere ungherese Ferenc Herceg, i Peceneghi costituirebbero il vero e proprio simbolo  degl’indomiti popoli pagani delle steppe, rimasti indenni dalla forzata cristianizzazione degli Ungheresi.

Fu pecenego anche il “Nobile Baibars”, lo schiavo  divenuto sultano d’Egitto, il cui nome, in lingua Qipchak, significa “Principe-Tigre”.

L’anarchico ucraino Makhno

2.La Makhnovśćina

Durante la Guerra Civile Russa, l’area fra Mariupol e Volnavakha aveva fatto parte della repubblica anarchica di Hulia-polie, sotto la guida di Nestor Makhno, mentre la parte orientale dell’ Ucraina faceva parte della Repubblica del Donetz e di Krivoj Rog, la Crimea era occupata dai generali  “Bianchi” Denikin e Vrangel’, a Kharkov c’era una Repubblica sovietica, e in Galizia una repubblica filotedesca creata con la Pace di Brest-Litovsk.

Durante un casuale incontro con Lenin,  espresse la differente visione della società tra anarchici e bolscevichi apparve con tutta la sua evidenza:

« Lenin mi rispose allora: il fatto è che i vostri contadini sono contaminati dall’anarchia. È un male? gli risposi. Lenin mi chiese poi dei distaccamenti rossi, della loro lotta eroica contro l’occupante, della mancanza di sostegno dei contadini. Temo, compagno Lenin, che siate male informato, risposi. I vostri gruppi restano lontani dalle strade e non combattono nelle campagne, come potete pensare che i villaggi vi sostengano? Non li vedono mai. Lui si mise a ridere: voi anarchici scrivete e pensate al futuro, siete incapaci di pensare al presente.» Ed ecco l’inno di Makhno: “Makhnovśćina, Makhnovśćina,Le tue bandiere sono nere nel vento, Nere come il nostro dolore, rosse del nostro dolore,
Sulle montagne e nelle pianure,
Alla neve e nel vento.

Attraverso l’Ucraina, insorgono i nostri partigiani
La primavera dei Trattati di Lenin ha consegnato l’Ucraina alla Germania;
In Autunno hanno disperso al vento la Makhnovśćina;

L’Armata Bianca di Denikin è entrata in Ucraina cantando,

Ma ben presto la Makhnovśćina l’ha dispersa nel vento.
Makhnovśćina, Makhnovśćina,

Che hai combattuto in Ucraina contro i Bianchi e i Rossi;
Makhnovśćina, Makhnovśćina,

Armata nera dei nostri partigiani, che voleva cacciare tutti i tiranni
Per sempre dall’ Ucraina. Makhnovśćina….”  
La ritrata dell’ ARMIR

3.La “Sacca del Don”

Qualche giorno fa, nel più completo silenzio, è stato approvato al Senato italiano il disegno di legge che istituisce la Giornata Nazionale della Memoria e del Sacrificio degli Alpini . Il provvedimento ha avuto 189 voti favorevoli, nessun contrario e un astenuto.  L’intento è di celebrare la Giornata il 26 gennaio di ogni anno in ricordo dell’eroismo dimostrato dal corpo d’armata nella battaglia di Nikolajevka del 26 gennaio del 1943, durante la seconda guerra mondiale. Gli bersaglieri, recandosi sul Don, erano avanzati attraverso Donetzk (Stalino/Staline) e, al contempo, calando da nord, la “Pasubio” si era aperta la strada verso la città combattendo contro agguerrite truppe motorizzate sovietiche. La battaglia di Nikolajevka, combattuta il 26 gennaio 1943, fu un feroce scontro tra le incalzanti truppe sovietiche e le forze residue dell’Asse in caotico ripiegamento dopo la sconfitta di Stalingrado e costituì la fase cruciale e risolutiva della ritirata, determinando l’annientamento delle truppe italiane dell’ ARMIR, decimate da morti, feriti e prigionieri, con una minima parte in grado di uscire dalla “sacca”.

Dopo la resa di Stalingrado, gli Italiani dell’ ARMIR  si ritirarono verso Occidente lungo una direttrice lievemente a nord del Donbass, passando per Nikolajevka: il 26 gennaio 1943 gli alpini e i rimanenti cannoni d’assalto tedeschi si scagliarono con le ultime energie contro le linee sovietiche e, alla fine della sanguinosa battaglia di Nikolajevka riuscirono finalmente a rompere l’accerchiamento. Come noto, un certo numero di reduci passò dalla parte dei partigiani, e un distaccamento aveva addirittura tentato di catturare Hitler e Mussolini.

Ovviamente, anche l’idea di celebrare Nikolajevka, il giorno prima della Giornata della Memoria, ha dato luogo a polemiche, dato che molti vi hanno visto un tentativo di banalizzare la Shoah, esaltando le truppe dell’Asse impegnate nell’Operazione Barbarossa. Tutto ciò sullo sfondo della rivalutazione del collaborazionismo ucraino, quale premessa alle attuali azioni della destra ucraina e del Battaglione Azov, che ricordano molto le modalità della resistenza a Stalingrado di von Paulus (che però, alla fine, non solo si arrese, ma addirittura passò ai Sovietici senza perdere il suo grado, e concluse la sua carriera in Germania Est).

Come si vede, i missili russi colpiscono un po’ dovunque all’ impazzata, anche nell’ immobile stagno delle politiche italiane della memoria.

Il “sarmatismo” della Confederazione polacco-lituana

4.Sarmat”, Sarmatismo

Ieri è stato effettuato il primo lancio ufficiale del missile balistico intercontinentale ipersonico russo “Sarmat”, dal nome del popolo che abitava anticamente l’Ucraina. E’ singolare la scelta di questo nome, legato all’Ucraina, alla Lituania, alla Polonia e alla Prussia.

Con un raggio d’azione di circa 18.000 km, il Sarmat è in grado di colpire qualsiasi punto del globo eludendo le difese  ABM statunitensi oggi in servizio, semplicemente ricorrendo ad una traiettoria che passi al di sopra del polo, zona non coperta da alcun apparato radar di “early warning” o sistema missilistico difensivo.

Lo sviluppo del nuovo ordigno era stato decretato nel 2010, In risposta allo schieramento dei missili antimissile statunitensi GMD, e dell’avvio da parte del Pentagono del programma Prompt Global Strike (PGS), nel 2009. Per garantire la sopravvivenza del sistema d’arma, il tempo di preparazione al lancio previsto è di 1 minuto, riducendo notevolmente la probabilità di essere colpito nel silo da un attacco preventivo nemico lanciato da sommergibili. A difesa dei siti di lancio è prevista l’installazione del sistema “Mozyr”, formato da un insieme di cannoni che sparano una “nuvola” di piccoli proiettili, costituiti da cilindretti di metallo che a una quota di 6 km d’altezza rilasciano 40.000 palline del diametro di 3 cm.

Lo sviluppo di sistemi d’arma sempre più sofisticati sta costringendo almeno qualcuno in Europa (compresi vari generali in congedo), a discutere sullo stato increscioso delle nostre difese antimissile, che contrasta in modo impressionante con l’inopinata presenza sui nostri aerei di testate nucleari comandate dall’ America, in palese spregio del Trattato anti-nucleare delle Nazioni Unite entrato in vigore l’anno scorso, ma non firmato dall’ Italia, che ci espone ad essere i primi destinatari dei missili russi. Laura Boldrini sta molto opportunamente preparando un progetto di legge a questo proposito, ma mi sembra molto improbabile che il Parlamento lo approvi.

I Sarmati, che come altri “barbari” a partire dal II-III secolo avevano ottenuto di stabilirsi nel territorio dell’Impero; in cambio dovevano fornire soldati per l’esercito romano. La Notitia Dignitatum attesta la presenza in Italia, nei primi anni del V secolo, di 15 colonie militari di Sarmati, soprattutto nella pianura del Po, sotto il comando di un Praefectus Sarmatarum Gentilium. Una di queste guarnigioni era stanziata nell’odierna provincia di Cuneo, a Pollentia (oggi Pollenzo), nota per essere stata teatro nel 402 della battaglia tra i Visigoti di Alarico e i Romani, fra le cui file erano presenti cavalieri Sarmato-Alani (e oggi sede dell’ Università del Gusto). In seguito si sarebbero spostati dove oggi sorge il piccolo paese di Salmour.

Nella Confederazione Polacco-lituana si credeva che molti nobili fossero in qualche misura discendenti dei Sarmati. In particolare, gli “Ucraini” di quel periodo affermavano di essere discendenti dei Roxolani e dei Khazari turchici. I loro antenati avrebbero asservito gli Slavi nativi e, come i Bulgari in Bulgaria o i Franchi germanici che conquistarono la Gallia (Francia), alla fine avrebbero adottato la lingua locale. La nobiltà giunse quindi a credere di appartenere a un popolo diverso  dagli Slavi che governavano: la “Nazione Aristocratica” (“Herrenvolk”). Gli studiosi moderni hanno scoperto  prove che mostrano che effettivamente gli Alani, un popolo tardo-sarmatico che parlava un idioma iranico (oggi, gli Osseti, divisi fra le Repubbliche dell’Alania russa e Ossetia “alleata”, centro di un altro conflitto post-sovietico), avevano effettivamente assoggettato prima del VI secolo le tribù slave nell’Europa orientale, e che questi “Sarmati” formavano effettivamente la classe dominante dell’area. Nella sua pubblicazione del 1970 “The Sarmatians” (nella serie “Ancient Peoples and Places”) Tadeusz Sulimirski (1898–1983), discuteva  queste prove dell’antica presenza sarmatica nell’Europa orientale, ad esempio, i ritrovamenti di vari oggetti funebri come ceramiche, armi e gioielli.

In Europa, Hürrem Sultan, l’unica imperatrice ottomana, è conosciuta come Roxelana, nome attribuitole dall’ambasciatore di Amburgo, il  quale sosteneva che fosse originaria dell’attuale Ucraina e si chiamasse in realtà Alexandra. Roxolana era il nome in Latino della sua terra di origine, la “ Roxolania” (Rutenia), dal nome di una tribù sarmata. Infatti, i poeti polacchi dell’ epoca scrivevano le poesie “Roxolanae” in onore delle damigelle ucraine.

Aleksandra era stata ceduta dai Tatari di Crimea ai mercanti di schiavi genovesi di Caffa, che  portarono la ragazza, allora probabilmente quattordicenne, al loro mercato degli schiavi di Costantinopoli nel distretto Genovese di Pera e Galata , dove fu “acquistata” dall’Harem del Solimano il Magnifico.

Nel XIX secolo la cultura sarmatista della Confederazione polacco-lituana fu ritratta e popolarizzata da Henryk Sienkiewicz nella sua trilogia: Col ferro e col fuoco (Ogniem i mieczem), Il diluvio (Potop) e Il signor Wołodyjowski (Pan Wołodyjowski). Perfino Nietzsche, teorico per eccellenza  dell’aristocrazia europea,  pretendeva di discendere dalla Szlachta e si atteggiava a “sarmata”, in particolare  con i suoi baffi “a manubrio”, tipici  della piccola aristocrazia polacca e dei Cosacchi. Sosteneva anche che il suo cognome originario fosse Nitzski.

Il Battaglione Azov, elemento fondante del nazionalimo ucraino

5.”Nation Building”

Come risulta dai fatti precedentemente citati, anticamente non c’era una distinzione fra Russi, Bielorussi ed Ucraini. Questo fatto può evidentemente portare alle due diverse conclusioni: (i)i tre Paesi sono uno solo, come sostengono Sol’zheitzin e Putin, oppure che (ii)sono distinti e contrapposti, come sostengono Shevchenko e Zelenskii.

I primi fanno leva soprattutto sul fatto culturale: la letteratura, la musica, la politica, russe ed ucraine sono praticamente identiche (La “Cronaca” e il “Canto”, la lingua “drevno-ruski”, i Cosacchi, Gogol’, Trockij, Khrusciov,Brezhniev). I secondi, sull’ etnos: i Moscoviti sarebbero una sintesi di Finnici e Mongoli, mentre gli Ucraini sarebbero una sintesi di Slavi e Germani. Questo avvicina paradossalmente la “metanarrazione” dell’Ucraina “post-Maidan” a quella del Mein Kampf, paradossalmente perché l’obiettivo storico centrale di Hitler era proprio la distruzione di tutti i Paesi slavi orientali (da trasformarsi nel terreno principale d’insediamento dei Tedeschi, il Lebensraum), anche se il vero e proprio “genocidio” avrebbe dovuto colpire soprattutto “la Russia del Nord”. La prima fase del Generalplan Ost comprendeva proprio l’Ucraina centrale (“Gothenland”) e la Crimea “Mark Thaurid”). Gli Ucraini avevano anche sviluppato, sulla base di quella nazista, tutta una loro teoria razziale ucraina, e si erano distinti per operazioni di pulizia etnica, tanto contro gli Ebrei, quanto contro i Polacchi. Questo  fa parte della controversa storia dell’ OUN, dell’ UPA, del Battaglione Azov e delle lotte interne alla Germania nazista a proposito del ruolo dell’ Ucraina nel Nuovo Ordine Europeo. Si sta vedendo quanto siano centrali queste memorie in tutte le guerre attualmente in corso, che sorprendentemente tutti tendono a dimenticare in questo caso, mentre ciò non succede certo in tutti gli altri casi di collaborazionismo.

Tutto quanto sopra dimostra quanto le dispute culturali o giuridiche sui “confini” delle “nazioni” siano sempre state (e continuino ad essere) pretestuose, perché i “confini” cambiano continuamente, e le “nazioni” non sono l’unica forma di organizzazione “politica”. Esistono anche le famiglie, le città, clan, le leghe, le tribù, le classi, i regni, i partiti, le allenze, gl’imperi,le Chiese,gli Stati-Civiltà …Chi invoca l’”essenza” di una “nazione” lo fa in genere in modo strumentale (l’”Anglo-saxon idea”; la “laicité à la Francaise; la “romanità” dell’ Italia). Basti pensare alle differenze fra America, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Galles; fra lo spirito giacobino e quello vandeano…E poi, l’Alto Adige, l’Istria, la Dalmazia, sono “intrinsecamente” italiane, tedesche, austriache, slovene, croate? Infine, l’idea moderna di “nazione” non è europea, bensì americana: nasce con la Rivoluzione Americana, per essere poi trapiantata in Francia, Grecia, Germania, Italia, Finlandia, Polonia, Belgio, Ungheria, Sudamerica, e negl’Imperi russo e austro-ungarico, e imposta con un movimento violento di “Nation Building”(il deputato Barère, il Trail of Tears, la strage di Tripolitsa, la spedizione dei “Mille”,  la Guerra Civile americana, la Prima Guerra Mondiale, la strage armena, l’Olocausto, le Foibe, la cacciata dei Tedeschi Orientali, l’Operazione Vistola, le guerre dell’ ex Jugoslavia…

Invece, oggi, come chiarito, tra gli altri,  da Zhang Wei Wei e da Christopher Coker, ciò che conta sono gli “Stati Civiltà”:”Gli Stati europei non capiscono che gli Stati-civiltà sono distinti dagli Stati-nazione. Per uno Stato-civiltà, i cambiamenti politici significano poco. “

Gli “Stati-Civiltà”, metamorfosi postmoderna degli “Imperi”, sono chiamati a compiti  assolutamente differenti dagli Stati Nazionali: strategie culturali, politiche, economiche, militari, mondiali. Per essi, la conflittualità è permanente, perché essi sono impegnati contemporaneamente su tutti i fronti: Est-Ovest, Corea, equilibrio nucleare, Cuba, Vietnam, Afghanistan, Cecenia,  Irak, Bosnia, Kossovo, Georgia, Spazio, Artico, Ucraina…

Solo l’America, la Cina e l’India oggi di fatto lo sono (anche se spesso neppure essi in modo inequivoco), mentre la Russia, l’Europa e il mondo islamico non sono ancora riusciti a darsi un’identità sufficientemente forte de poter rappresentare sul piano mondiale la loro civiltà.

I Russi di oggi sono persuasi che, riunendo in un qualche modo “i cocci” dell’impero sovietico, essi potranno raggiungere la necessaria massa critica per essere uno “Stato-Civiltà”, evitando così, tanto la dissoluzione attraverso delle “rivoluzioni colorate” pilotate dalla NATO, quanto un lento assorbimento da parte della Cina. Gli Europei sembrano invece accontentarsi di essere un sub-assieme disorganico subordinato dell’Impero americano, che, secondo il “mainstream”, darebbe loro la tranquillità e il relativo benessere necessari per condurre un’ectoplasmatica vita “post-istorica”, senza capacità d’influire sulle sorti del mondo, ch’essi vogliono perciò considerare già decise a priori, “a prescindere, senza se e senza ma”. Noi siamo quindi parte dello “Stato-Civiltà” americano così come il Tibet, il Xinjiang, la Mongolia Interna, il Ningxia e lo Yunnan sono parte dello “Stato-Civiltà” cinese.

L’ascesa della Cina e la riottosità della Russia stanno dimostrando che “la Storia non è finita”, e che, pertanto, non è possibile, neanche per gli Europei, disinteressarsi delle sorti del mondo. Ché, anzi, oramai ogni frammento della nostra vita, dalla religione alla cultura, dall’ideologia alla politica, dall’ economia al lavoro, dalla casa al tempo libero, sono condizionati al 100% dallo “Scontro fra gli Stati-Civiltà”, attraverso le sanzioni, i profughi, l’escalation propagandistica.

Certo, le narrative geopolitiche di Russia ed Europa sono oggi fra loro molto distanti. Ma soprattutto, nessuna delle due è convincente, perché ambedue inconcludenti, e non adeguate all’ attuale stato del mondo. Infatti, esse non stanno portando, né l’una né l’altra, ad essere uno “Stato Civiltà”, come sarebbe oggi indispensabile per sopravvivere e come esse vorrebbero. La critica delle attuali narrative europee, russa e neo-ottomana deve costituire l’urgente strumento per la riscoperta dell’Identità Europea. Solo questa ci permetterà di ipotizzare una classe dirigente animata dalla difesa, con spirito unitario, delle particolarità dell’Europa, per opporci al Complesso Informatico-Militare.

Il simbolo del Battaglione Azov: Wolfsangel più Sole Nero

6. La “multi-level governance” al tempo delle macchine intelligenti

Il conflitto in corso è, fondamentalmente , parte di un conflitto fra i due unici Stati-Civiltà realmente esistenti: Gli USA e la Cina, combattuto, “per procura” da Russia e Ucraina. In situazioni di questo tipo, gli “Stati nazionali” tradizionali di stampo europeo (Inghilterra, Svezia, Finlandia, Germania, Polonia, Bielorussia, Ucraina, Francia, Italia, Ungheria, Serbia, Giappone, Australia),e la stessa Russia,  sembrerebbero  avere ancora un loro ruolo storico, come alleate o come avversarie degli Stati-Civiltà. Ma, in un mondo dominato dalle alte tecnologie, dove si collocano essi veramente?

Nel caso della Cina, essa segue la collaudata logica del “Tian Xia” quale codificato fin dai tempi della Dinastia Shang, o dei “cerchi concentrici”, che risale a Qin Shi Huang Di, vale a dire: Zhong Guo (Regno di Mezzo), province, ”concessioni”,  Stati tributari, Tian Xia (Ecumene): per esempio, Città  Metropolitana di Pechino, Province Ordinarie, Nazionalità, Province autonome, ”Una Nazione-due sistemi” (Hong Kong, Taiwan), CSO…

Nel caso dell’ America, c’ è qualcosa di simile (Stati federati, territori come Guam e Porto Rico, “alleati” NATO e AUKUS, Paesi sotto occupazione, come l’Irak e Okinawa)…(cfr. Immerwahr, l’Impero Nascosto).Almeno metà del globo fa parte di questo impero, come illustrato da Antonio Valladao (l’”America Mondo”). E’ proprio questo ciò che è oggi in discussione. Cina e Russia contestano che possa esistere un’”America-Mondo” che ingloba tutti i Continenti, come illustrato plasticamente dalla mappa del mondo dell’Esercito Americano, nella quale ogni parte del mondo fa parte di un comando americano, e come testimoniato dalle mosse americane negli ultimi anni (Prism, sanzioni a mezzo mondo, Patriot Act, Cloud Act, boicottaggio delle Nuove Vie della Seta, Endless Frontier Act…). La Cina e la Russia affermano ormai da gran tempo di non accettare un ulteriore rafforzamento dell’”America Mondo”, che si sta traducendo in un assedio “ibrido” nei confronti di più di metà del mondo e in un tentativo di loro strangolamento economico (come ben evidenziato nel recente conflitto). Questo rifiuto si è tradotto, nella recente dichiarazione congiunta di Pechino, nel lancio di un piano per sostituire l’attuale sistema internazionale, basato sulle alleanze dell’ America (l’”America-Mondo di Antonio Valladao), con un nuovo sistema multipolare. L’accettazione, da parte della FED, della continuazione delle forniture di gas russo all’ Europa, e, da parte della UE, del sistema di pagamenti in rubli, dimostra che questo progetto sta procedendo speditamente.

Ciò detto, dove si collocano oggi, in particolare, Russia, Ucraina ed Europa?

Il problema nasce dal fatto che l’Europa non è riuscita a realizzare la transizione fra gli Stati Nazionali ad una forma statuale continentale, foss’anche federale o confederale, come denunziato inutilmente da 70 anni dal federalismo europeo. In ciò sta il suo tipo specifico di particolarismo. Anche in Cina, in India e negli Stati Uniti, vi sono forti particolarismi, ma quelli europei sono così forti da rendere impossibile un’azione comune. Ai tempi della Battaglia di Teutoburgo, Roma sperava conquistare la Magna Germania, ma, dopo di essa, aveva rinunziato al Barbaricum. Jiri z Podebrad, re di Boemia, aveva poi addirittura inviato, nel XV Secolo,  come proposta, ai sovrani d’ Europa, il testo con tanto di timbri di un trattato per costituire un’organizzazione federale europea. Napoleone e Hitler avevano tentato di unire l’ Europa con la forza, a Alessandro I si era autoproclamato “Imperatore degli Europei”.

Tuttavia, (forse con la sola esclusione del periodo 1942-43) non vi è mai stato un momento in cui la maggioranza dei territori europei sia stata sotto il controllo di un unico potere, come invece successo nella Cina dei Qin, degli Han, dei Tang, degli Yuan e dei Ming, dei Ching, e sotto la Repubblica Popolare, o nell’ India dei Gupta, dei Maurya, dei Mughal e dell’ Impero Anglo-Indiano, oppure oggi, sotto il Bharat.

Le Comunità Europee, e, oggi, l’Unione Europea, sono stati due tentativi  di conciliare il tradizionale particolarismo europeo con l’esigenza di una gestione unitaria. Se tali tentativi erano stati assolutamente realistici negli anni ‘60 e ‘70 del ‘900, essi erano oramai insufficienti negli anni ‘80 e ’90, sotto la pressione della Perestrojka, e sono divenuti addirittura grotteschi nel XXI secolo, di fronte alla Società del Controllo Totale. Non per nulla, molti osservatori ritengono che l’Unione Europea abbia fallito il suo compito, in particolare nella crisi ucraina, dimostrando di essere solo un satellite degli USA.

In considerazione di quest’insufficienza, e della conferma del particolarismo europeo data dall’ emergere di ben precise soggettività della Russia, dell’Inghilterra e della Turchia, risulta più che mai indispensabile quella costruzione confederale ch’era stata proposta, alle Assise di Praga,  da Mitterrand e Gorbačev sotto l’egida di Giovanni Paolo II.

Questa sarebbe stata l’unica proposta sensata a conclusione della Conferenza sul Futuro dell’ Europa che si sta concludendo “grigiamente” (Mattarella). Come noto, oggi i più votati politici italiani (Letta, Meloni) stanno tentando per fortuna di appropriarsi di questa proposta, ma, intanto, la stanno deformando ideologicamente per farla diventare qualcosa di molto diverso.

Infatti, quella proposta aveva un senso solo se essa permetteva all’Europa, come diceva Giovanni Paolo II, di “respirare con i suoi due polmoni”, l’Europa Occidentale (con la sua cultura modernistica), e quella orientale (con la”pasionarnost”-per dirla con Gumilev- da una parte, del Ruskij Mir, e, dall’ altra, dell’ Euroislam).Crediamo che ci sarà molto da combattere su questo

“IL CUORE SANGUINA ANCORA”.

Al pettine tutti i nodi della crisi europea

Senza il “Tea Party”, non ci sarebbero state le “Rivoluzioni Atlantiche”

Voi – milioni. Noi – nugoli agguerriti.
Fateci guerra, o ardimentosi!
Sì, noi – gli asiatici! Sì, noi – gli Sciti,
Con gli occhi a mandorla e bramosi!

Noi – solo un’ora, voi secoli aveste.
Noi, servi docili e ubbidienti,
Fummo lo scudo tra le razze avverse
Dell’Europa e delle barbare genti!

Il vostro martello i secoli forgiava,
Coprendo il rimbombo della lavina,
E per voi una fiaba diventava
La distruzione di Lisbona e Messina!

Voi per centenni guardavate a Oriente,
Ammassando e fondendo i nostri ori,
E aspettavate il momento conveniente
Per puntarci contro i vostri cannoni!

E’ ora. Batte le ali la sventura,
E ogni giorno aumenta l’offesa,
E il momento verrà in cui nessuna
Traccia di Paestum resterà illesa!

O vecchio mondo! Finché non perirai,
Finché proverai un tormento amaro,
Rifletti, sii saggio, come Edipo vai
Davanti alla Sfinge col mistero arcano!

La Russia è la Sfinge. Esultante e afflitta,
Pur piangendo nero sangue con furore,
Essa ti guarda, ti guarda, ti fissa,
Con tutto il suo odio e tutto il suo amore!…

(Aleksandr’ Blok, “Gli Sciti”)

I Cosacchi scrivono al Sultano

Ancora una volta, oportet ut scandala eveniant. Proprio dagli eccessi della propaganda di guerra, di ambo le parti, potrebbe, e dovrebbe, nascere finalmente un dialogo senza pregiudizi e di alto profilo sull’autentica Identità Europea. Che non è affatto lineare, come vorrebbe il “mainstream” occidentale,  e come in fondo non vuole riconoscere nessuno (cfr. il nostro libro “10.000 anni d’identità europea”). Essa non comprende solo la “coscienza europea” occidentale, bensì anche, necessariamente, le culture dell’ Europa Centrale e Orientale.

Essa costituisce, a mio avviso, quella chiave per una “Nuova Architettura di Sicurezza”,  che  resterà introvabile  finché nessuno , né a Est, né ad Ovest, vorrà cercarla, mentre noi la stiamo indicando da ben 15 anni.

Ne posso parlare con coscienza di causa perché, contrariamente all’ attuale “establishment”, dell’Europa Centrale e Orientale, me ne sono sempre interessato, da molti decenni, impegnandomi per tante cause secolari che praticamente tutti  stanno scoprendo solo ora. Al tempo dei disordini studenteschi (‘68 e successivi), ero stato veramente uno dei pochi, o, meglio, l’unico, ad avere organizzato in Italia grandi manifestazioni di giovani contro ciascuna delle massime prevaricazioni del regime sovietico:

nel  1968, contro l’invasione di Praga;

-nel 1971, contro l’arresto a Danzica, dei sindacalisti del  Komitet Obrony Robotników  e, nel 1972, a Kiev, di Ivan Dziuba, (divenuto anni dopo  Ministro della Cultura), per il suo samizdat (in Ucraino)“Internacijonalizm czy Rusifikacija. In particolare, avevo affisso al portone dell’ Università di Torino un “Dazebao” in cui chiedevo (in tempi non sospetti) la liberazione  di Dziuba, arrestato per essersi occupato proprio del tema di oggi: “russità” e/o “ucrainità” dell’ Ucraina. Ne era seguita una rissa.

Quando noi facevamo quelle manifestazioni, nessuno si sognava neppure lontanamente di applaudirci, ché, anzi, eravamo stati ostacolati e minacciati, tanto dai partiti, quanto dalle istituzioni, quanto dai sedicenti “movimenti studenteschi”. Ricordo perfino che, avendo affisso uno striscione sul Palazzetto dello Sport chiedendo la liberazione della Cecoslovacchia durante una rappresentazione del Circo di Mosca, eravamo stati inseguiti con intenzioni minacciose dalla stessa polizia locale, oggi ovviamente impegnata nell’ assistenza agli Ucraini.

La verità è che l’attuale “establishment” non si è mai interessato dell’ Europa, bensì solo delle  sue obsolete ideologie, e, al massimo, dei rapporti fra le grandi potenze, in base ai quali i suoi membri  hanno orientato le loro carriere. E ciò ancor più ora, quando, con il suo appiattimento sulle posizioni americane, ha perso ogni residua legittimità ad esprimersi sul futuro del nostro Continente, o a pretendersi “europeista”.

Improvvisamente, quell’”establishment” e quelle persone (politici, giornalisti, intellettuali), che non volevano si protestasse contro eventi ben più inequivoci, adesso esigono un unanimismo “bulgaro”   circa le loro inutili lamentazioni sulle sorti di un’Ucraina che, allora, non sapevano neanche che cosa fosse.

Cito alcune frasi in Ucraino della sentenza contro Dziuba, praticamente simili, mutatis mutandis,  a quanto oggi l’ “establishment” divce di chi non si allinea con il “Pensiero Unico”: “L’”opera” di Dziuba ‘Internazionalismo o russificazione” è stata scritta  con un approccio non scientifico. Essa utilizza i classici del marxismo-leninismo, i documenti del Partito ed altre fonti, falsificandole e deformandole per sostenere la ‘concezione’ dell’ autore cherieccheggia le idee del nazionalismo borghese ucraino.’

Comunque, sempre con lo stesso risultato di allora: nessun miglioramento dell’insoddisfacente corso  degli avvenimenti, e solo l’avanzamento nella carriera  di quegl’interessati agitprop (sempre gli stessi sotto diverse bandiere)

Svolgiamo qui intanto alcune considerazioni, partendo da Dostojevskij, tirato in ballo inopinatamente dalla polemica fra l’Università “Bicocca” di Milano e lo scrittore Nori(autore del libro su Dostojevskij “Il cuore sanguina ancora”), per poi tornare a riproporre quella che era stata sempre la nostra posizione: l’Europa da Brest a Vladivostok, unica soluzione che eliminerebbe alla radice tutti i problemi, culturali, militari, economici e militari, che oggi ci tormentano, a Ovest come a Est.

Primavera di Praga

1.La battaglia intorno a  Dostojevskij

Ci associamo intanto all’articolo della coraggiosa Donatella di Cesare, che attaccava su “La Stampa” il conformismo russofobico imperante, citando giustamente Anna Netrebko, che, opponendosi al boicottaggio di Gergijev, ha scritto:«’Non è giusto costringere gli artisti ad esprimere pubblicamente le proprie opinioni politiche e a denunciare la propria terra d’origine’. Così chi ha la colpa di essere russo viene ovunque estromesso a priori da eventi artistici, organizzazioni sportive, tornei di calcio. Fifa e Uefa decretano l’espulsione della Russia, mentre il Comitato Olimpico esclude a priori cittadini russi e bielorussi, a meno che non si svestano dei loro panni di russi e bielorussi gareggiando come apolidi o neutrali. Ma la discriminazione si diffonde perfino nelle università e nelle accademie. Ricercatori che avevano scritto mesi fa articoli scientifici si vedono adesso rifiutare i propri contributi dalle riviste non con ragioni di merito, bensì per il semplice motivo di essere russi. Coinvolgere l’arte, lo sport, la scienza e la ricerca nella guerra non è una scelta saggia. Dovrebbe semmai essere l’esatto contrario: lasciare aperti proprio questi spazi al dialogo e alle prove di pace”. “Che chi è russo debba essere qui improvvisamente additato a nemico appare non solo inconcepibile, ma anche indegno di un Paese civile. È vero che i venti di guerra soffiano forti ormai anche per le nostre strade e nelle nostre piazze, e che c’è chi fa di tutto per accendere gli animi, ma forse occorrerebbe fermarsi prima di compiere gesti di cui pentirsi e vergognarsi”…. “Ha compiuto in tal senso un gesto più che discutibile Beppe Sala, primo cittadino di Milano, capitale dell’ospitalità, che ha portato Valerij Gergiev, sospetto di essere putiniano, a lasciare la direzione del Teatro alla Scala. Ma dirigere un’orchestra non è comandare una truppa militare. Questo significherebbe accettare solo gli artisti che, sotto intimidazione, abiurino pubblicamente”.

Il culmine di questa frenesia è la pretesa dell’autocritica. Bisogna dichiarare, non solo di essere contrari a questa guerra, bensì anche di essere contrari alla Russia (o almeno al suo Governo). Metodi cari al socialismo reale, di cui tutti accusano (poco logicamente) Putin, e alla cui realtà il “mainstream” europeo è in effetti molto più vicino. In generale, il “mainstream” occidentale è più l’erede dell’egemonia culturale marxista di quanto non lo siano i Paesi “sovranisti” dell’est (i quali sono semmai culturalmente gli eredi dei vecchi “dissidenti” come Florenskij, Gumilëv, Bahro, Amal’rik o Sol’zhenitsin). Era infatti il “socialismo reale” quello che credeva, come l’attuale “mainstream”, in una marcia trionfale del Progresso verso la Fine della Storia, pretendendo  che ogni evento fosse giudicato secondo questo metro, e deformando fatti e giudizi per farli coincidere con la “linea del partito”. Ora, quell’atteggiamento è stato “girato” semplicemente  nel senso che la “Fine della Storia” sarà costituita dalla Singularity Tecnologica, e che tutto ciò che serve a quello scopo (e in primis l’”Occidente”) va sottolineato ed esaltato, e tutto il resto va ostracizzato “senza se e senza ma”. Senza neppure documentarsi sui fatti, come fa il nostro “establishment”, che risponde oramai soltanto a riflessi pavloviani indotti da alcune lobby.L’iter provvidenziale verso la Singularity passa dunque, per gli attuali zhdanovisti, attraverso la “Missione dell’ Occidente”, la rivoluzione tecnologica, il mondo unipolare, i GAFAM, “lotta delle democrazie contro le autocrazie” e, soprattutto, l’ossequio allo Stato-guida americano.

I vecchi “dissidenti” e i “riformisti” dei Paesi comunisti, pur essendo diversissimi fra di loro, erano accomunati, nella loro diversità,  proprio dal rifiuto sostanziale di quella Modernità che accomunava sovietici e americani. Kadaré era un “nazionalcomunista” cultore dei miti ancestrali albanesi del Kanun e della Bessa; Sol’zhenitsin un nostalgico dell’ Impero Russo che teorizzava l’unità degli Slavi Orientali; Wałesa portava “la Madonna sul bavero della giacca”, ecc…E’ ovvio che i loro eredi intellettuali di oggi continuino a non apprezzare l’omologazione tecnocratica occidentale.

Di converso, le attuali paranoie piccolo-nazionaliste della Russia (e dell’ Ucraina) nascono proprio dalla pluridecennale repressione delle autentiche culture.

Sarebbe ora che si lasciasse “respirare con  i due polmoni dell’ Europa” un pensiero indipendente ed autentico, radicato nella nostra eredità culturale.

Ivan Dziuba, professore, patriota ucraino e ministro della cultura

2.”Filosofija Obśćego Diela”( “La Filosofia del Compito Comune”)

E’ paradossale che l’ideologia segreta dell’ attuale “mainstream” occidentale (il postumanesimo) prenda le mosse proprio da un ascetico e geniale bibliotecario di Mosca, Fëdorov, che, con la sua enorme personalità, era riuscito a trasformare, alla fine dell’ Ottocento, il suo modesto ufficietto in un cenacolo da cui passarono i massimi intellettuali russi del’ epoca: Dostojevskij, Tol’stoj, Berdiajev, Tsiolkovskij, Vernadskij…(i quali per altro sin gran parte si rivoltarono contro il suo insegnamento, ponendo le basi di quel “Pensiero Russo” che oggi sembrerebbe il nemico per eccellenza dell’ “Occidente”).

Secondo Fëdorov, l’Uomo doveva  innalzarsi dal suo stato di entità alle mercé di cieche forze naturali, e vittima di un’entropia dissolutrice, a quello di una realtà capace di controllare razionalmente i processi evolutivi e cosmici, al fine di risolvere definitivamente il problema della morte, che è alla radice di ogni male.

Nella concezione fedoroviana, la Natura è la nostra “nemica temporanea”, data la sua tendenza disgregatrice ed entropica; solamente una volta che avremo invertito il corso naturale che va dalla vita alla morte e reindirizzato tutto verso la “vita eterna”, essa diventerà la nostra “amica permanente”.

Se la Disintegrazione è infatti la regola universale, se la morte è il male più grande che affligge universalmente tutti gli uomini — un vero e proprio “crimine” che ha accompagnato l’uomo fin dalla sua comparsa — allora la Reintegrazione, la resurrezione dei morti, è il bene più alto e oggetto del compito umano. Ciò implica non solo raggiungere un’immortalità per coloro che nasceranno, ma ripristinare alla vita eterna tutte le persone che ci hanno preceduto, affinché possano condividere quel mondo perfezionato dalla ragione umana dove noi tutti vivremmo nella fraternità per sempre. La Resurrezione è la trasformazione dell’universo — dal caos verso il quale si sta muovendo — nel cosmo, in una grandezza di incorruttibilità e indistruttibilità.

Il Cristianesimo, secondo il filosofo russo, rimane l’unica religione “vivente ed attiva” che ha saputo trasformare fino in fondo il problema della vita e della morte in problema religioso, ma sarebbe sbagliato intendere la fede cristiana come una mera “commemorazione della vita” in quanto essa è anche, e soprattutto, “un compito di redenzione” che comprende  salvezza di tutto il cosmo.

Come nel “Primo Programma Sistemico dell’ idealismo tedesco”, la soluzione fedoroviana al problema della vita e della morte richiede l’unione delle due forme di ragione, teorica e pratica, e delle due classi, dotti e ignoranti.

Il “Compito Comune”, indicato dalla filosofia ‘supramoralista’ di Fiodorov, non farebbe altro che attuare ciò che Dio vuole da noi, ossia un progresso incessante delle conoscenze e un’applicazione continua delle stesse, in modo che l’uomo si avvicini in misura sempre maggiore alla perfezione divina.Fëdorov anticipava, tanto Teilhard de Chardin, quanto Ray Kurzweil.

Le Vie della Seta passano da Kiev

3. La “scienza della rianimazione”

L’uomo, grazie ai mezzi scientifico-tecnici, deve imparare non solo a migliorare se stesso, creando organi artificiali (protesi) adatti a nuovi ambienti ed estendendo ad infinitum la sua durata vitale, ma deve anche imparare a rianimare i suoi Antenati dalla polvere e dalle tracce che hanno lasciato. Tutta quanta l’attivitá scientifica dev’ essere dunque subordinata allo scopo finale di rintracciare gli atomi e molecole degli Antenati sparsi per il mondo, dato che “tutta la materia è la polvere degli Antenati”, per la loro ricostruzione in un nuovo glorioso corpo (come quelli degli estinti dinosauri che abbiamo visto rinascere miracolosamente in “Jurassic Park”.

E’ l’obiettivo perseguito implicitamente con le analisi dei reperti biologici in corso “a tappeto” da parte della scienza paleontologica, ed esplicitamente, dagli scienziati bolscevichi, con la mummificazione dei leader sovietici, con le ricerche sulla “quasi immortalità”, sulla criogenetica e sulla clonazione umana.

Fiodorov giunge a immaginare che, quando i discendenti dell’umanitá odierna, i ‘figli dell’uomo’, colonizzeranno tutto l’universo, trionferà la bellezza, tutto l’ordine cosmico diventerà così capolavoro artistico, prodotto adamantino e imperituro della creatività umana: l’estetica dell’astronautoica sovietica

La capacità di vivere in tutto l’Universo, consentendo alla razza umana di colonizzare tutti i mondi, ci darà il potere di unire  questi mondi  in un tutto artistico, in un’opera d’arte, della quale gli innumerevoli artisti, come nell’immagine del Creatore Uno e Trino, sarà l’intera razza umana, la totalità delle generazioni risorte e ricreate ispirate da Dio, dallo Spirito Santo, che non parleranno più attraverso certi individui, i profeti, ma agirà attraverso tutti i figli dell’uomo nella loro (supramorale) totalità etica o fraterna, attraverso i figli dell’uomo raggiungerà la perfezione (per Teilhard de Chardin, il “Punto Omega”; per Kurzweil, la “Singularity”).

I guerrieri “Yamnaya”
fra Russia e Ucraina

4.La leggenda del grande Inquisitore e il Racconto dell’ Anticristo

L’escatologia di Dostojevskij costituisce l’esatto opposto di quella del suo mentore, ed è questa la ragione per cui quest’autore può essere assunto come il lontano ispiratore della “Russia Sovrana”, e il nemico dell’ attuale “mainstream” occidentale. Il senso della Leggenda del Santo Inquisitore de “I Fratelli Karamazov” era stato  colto già da Rozanov, quando descriveva il viaggio dello scrittore  a Londra, in visita dell’esposizione universale del 1863. Nella folla raccolta a visitare i prodigi della scienza e dell’industrializzazione, egli riconosce …un quadro biblico, qualcosa della Babilonia, non so che profezia dell’Apocalisse che si va compiendo definitivamente” .

Secondo Dostojevskij, il socialismo ateo aveva trasformato il cristianesimo nei tre grandi miti di massa della società moderna: la moltiplicazione dell’avere, il valore eminente del fare e la sottomissione universale alla forza organizzativa del potere. Cristo aveva rifiutato l’invito di Satana a cambiare le pietre in pane rispondendogli che l’uomo non vive di solo pane. Ma le moltitudini affamate di beni da consumare non vorranno invece vivere soltanto per ciò che hanno o esigono di avere? L’uomo diventa così schiavo di ciò che possiede o di ciò che vuol possedere. Il secondo rifiuto di Cristo a Satana, che l’invita a gettarsi dal pinnacolo del Tempio per provare con un miracolo la propria divinità, significa la negazione che l’esorbitante potenza del fare sia la prova della grandezza dell’uomo. L’ultimo dono che il Tentatore offriva a Gesù nel deserto, tutti i regni della terra, viene sdegnosamente rifiutato.

L’interpretazione dell’omologazione modernistica come l’avvento dell’Anticristo sarà ripresa da Soloviov  nel Racconto dell’ Anticristo, una parabola ancor più esplicita del carattere ingannatore del mito del progresso universale, e della necessità dell’alleanza, contro di esso, di tutte le Chiese e religioni, ripreso dal “Ludus de Antichristo” di Ottone di Frisinga..

E’appunto a queste tendenze  di lungo periodo che si è riallacciato il Patriarca Kirill nelle sue recenti, contestatissime,  omelie, in cui ha ripreso il tema, classico nella cultura russa, della salvezza dell’ Europa per opera della Russia. Questo background è utile anche  per comprendere le passioni in gioco nella guerra di informazione in corso sulla guerra in Ucraina, che si sovrappone a due conflitti ben più globali e radicali, con cui non deve però essere confuso:

-quello fra la pressione globalizzatrice dell’ Occidente (“ogromnoje davlenije Zapada”), e la visione della Russia come Katèchon, ereditata dal Patriarca Filofej, autore dell’”Epistola sulla Terza Roma”, e ribadita, nei secoli,  da von Bader, da Dostojevskij, dai Neo-Eurasiatisti, e, da ultimo, dal Patriarca Kirill;

-quello fra gli antichi Imperi Eurasiatici (Cina, Russia, India, Iran, Pakistan), fautori di un Nuovo Ordine Mondiale multipolare, e la difesa a oltranza, da parte della NATO, di una sua pretesa superiorità -etica, esistenziale, economica, politica e militare-, contraddetta, però, tanto dai fatti, quanto dai numeri.

Ambo i conflitti debbono essere tenuti ben presenti nello studiare, valurtare e risolvere la guerra in corso. Invece, purtroppo,  a noi pare che le infinite forze che, in tutti i Continenti, si muovono contro il Post-umanesimo non riescano mai ad assurgere a un punto di vista più alto, in cui si comprendano veramente le cause di quanto accade, permettendo così l’elaborazione e la gestione di una strategia unitaria. Solo così questa battaglia potrebbe essere vinta.

Dopo la battaglia fra i Kievani
e i Polovesiani

4.L’Ucraina non è “Occidentale”

Le opposte propagande sono volte ad accreditare l’idea che l’Ucraina costituisca, come voleva già Brzezinskij, “la punta di diamante dell’ Occidente”contro la barbarie asiatica. In realtà, a mio avviso, l’Ucraina ha rappresentato in passato, e ancora rappresenta oggi, come dice il suo stesso nome, una terra di transizione fra Oriente e Occidente, e sarebbe un peccato se fosse costretta a scegliere, oggi, fra Russia e Occidente.

L’Ucraina ha condiviso con la valle del Don le prime civiltà indoeuropee; è stata il paese degli Sciti, dei Sarmati, dei Goti, dei Bulgari. dei Magiari, dei Khazari, dei Cumani, dei Peceneghi, dei Mongolo-Tartari, degli Ottomani, dei Cosacchi, dei Karaim e degli Askhenzaim. I Polacchi chiamavano l’Ucraina “Campi Selvaggi”, perché ivi cavalcavano senza freni i popoli nomadi delle steppe.

La stessa strenua resistenza dimostrata oggi contro l’Armata Russa dimostra il carattere guerresco degli Ucraini, non diverso in ciò da quello dei Russi, e non alieno dagli aspetti più severi dei costumi di guerra, dai poteri assoluti del Presidente, al divieto di tutti i partiti, all’ unificazione forzata delle reti televisive, agli omicidi dei “traditori”, alle deliberate eccezioni alla Convenzione di Ginevra, all’ uso di potenti milizie private fortemente ideologizzate. In realtà, il pericolo della cosiddetta “autocrazia” denunziato dalla retorica occidentale è un fenomeno universale, derivante dalla transizione digitale, dalla “guerra senza limiti” e dalla “Società del Controllo Totale”, che conferiscono ai Governi poteri sempre più estesi in qualunque ambito territoriale e geopolitico.

Comunque, nella narrazione ucraina, il Paese sarebbe l’erede culturale soprattutto dei selvaggi Cosacchi, il cui nome stesso è turco, e significa “cavalieri erranti”. Quindi, per definizione,ancora i popoli guerrieri e nomadi delle steppe, il cui prototipo è costituito dal Taras Bul’ba messo in scena del russo-ucraino  Gogol’. L’immagine più classica dell’antica Ucraina, quella che rappresenta i Cosacchi di Zaporozhe, che, incominciado a propendere per il Gran Principe di Mosca, scrivono collettivamente una provocatoria lettera di contumelie al Sultano, li rappresenta come un branco di selvaggi mongoli.

Tra parentesi, è grottesco come i nostri media i sforzino di minimizzare le caratteristiche “neonaziste” del battaglioni speciali dell’esercito ucraino, caratteristiche che sono evidenti a tutti, a partire dalla loro origine storica, per passare alla loro simbologia, e  finire alla storia dei loro collegamenti con vari eserciti occidentali, da quello austro-ungarico, passando da quello nazista, ed arrivare, alla fine, a quello americano. Nel Dopoguerra, i battaglioni speciali occidentali sono nati da organizzazioni politiche di “rivoluzionari di professione” filo-americani attivi su tutti i fronti delle guerre post-sovietiche (difesa del Parlamento di Vilnius, guerre ex Jugoslave, Cecenia), condividendo la parabola delle analoghe formazioni baltiche. Prima ancora, essi si riallacciavano all’ UPA e al tentativo di Rosenberg (stroncato da Hitler) di favorire la nascita di un’Ucraina indipendente alleata con la Germania. Prima ancora, i fondatori dell’ UPA erano stati legati alla Repubblica ucraina fondata da ufficiali austro-ungarici al comando dell’ “Atamano” Skoropadski.

La loro simbologia è altamente significativa a questo proposito: il loro emblema risulta dalla sovrapposizione della runa “Wolfsangel”, usata da varie divisioni di SS, al “Sole Nero” che troneggiava nella sala delle riunioni del Wewelsburg, la roccaforte delle SS. Se ci si chiede perché il Governo ucraino abbia inserito queste unità nell’esercito regolare, e non sia parco neppur oggi di riconoscimenti, né per il leader dell’ UPA Bandera, né per gli attuali comandanti del Battaglione Azov, la risposta è che, senza unità così motivate e determinate, non sarebbero stati possibili, né l’Euromaidan (un caso di scuola di insurrezione di piazza), né la riconquista e la attuale difesa di Mariupol, città fondamentale dal punto strategico e simbolico. D’altronde, anche quelle dei separatisti del Donbass sono milizie volontarie, che combattono nello stesso spirito.

Credo che non sia irrilevante, a questo proposito, ricordare che il Donbass è vicinissimo a Stalingrado: è la “Sacca del Don” dove sono morti tanti Italiani, proprio a Doneck, allora chiamata “Stalino”(per via delle acciaierie).E che il Battaglione Azov è stato fondato a Mariupol, dopo una prima occupazione dei separatisti. Certamente, nella memoria collettiva, tanto dei Russi, quanto degli Ucraini, questo ricordo è tutt’altro che irrilevante.

L’insieme di questa vicenda appare caratterizzato fin dalle origini da un uso abnorme della propaganda di guerra e della disinformazione, non solo da parte dei soggetti implicati direttamente nel conflitto, ma da parte di tutti. Non parliamo qui delle polemiche sulla strage di Bucha, che dimostrano, se non altro, l’assurdità di questa guerra, dove tutti possono essere tutto e il contrario di tutto: le vittime sono “ucraine” o “Russe”? Le hanno uccise i Russi, i Siberiani, gli Ucraini,, i “nazisti”? Ma situazioni di questo genere possono e debbono essere valutate adeguatamente solo da tribunali internazionali (che per lo più non ci riescono neppur essi), perché perfino le Nazioni Unite se ne stanno rivelando incapaci

Osserviamo solo un al fatto veramente imbarazzane: che tutti, nei filmati degli “Ucraini”, soprattutto quelli  più anti-russi, parlano fra di loro inRusso, e non ne fanno neppure mistero. Basti guardare la versione originale della serie televisiva “Sluga Narodu”, che ha come protagonista Zelenskij, e che ha costituito base delle sue fortune elettorali, dove l’unico a parlare , sempre in Russo, ma con accento ucraino, è un politico che viene ridicolizzato e isolato da tutti i membri del governo (fittizio) di Zelenskij. Si badi bene, non un accenno di accento ucraino, e neppure russo-meridionale, neanche una “G” o una “o” all posto di una “a” aspirata: purissimo Russo moscovita (tant’è vero che Zelenskii era stato scambiato per un “filo-russo”.Anche il doppiaggio in Italiano  ha suscitato corrispondenti critiche.Ma ciò che è più impressionante che, anche  sul sito del famigerato “Battaglione Azov” ,  i colloqui sono anche qui in purissimo Russo, in particolare quelli che mostrano l’addestramento dal vivo dei miliziani. Hanno un accento più “meridionale” i comandanti dei separatisti. Dal che si evince con tutta evidenza che non siamo in presenza, come si dice in Occidente, di uno scontro fra opposti nazionalismi (o patriottismi), bensì di una guerra civile inter-russa per procura, fra “eurasiatisti” e ”atlantisti”, che procede dal 2008, ma ha le sue radici ben prima. Cosa che non stupirebbe nessuno, dopo le rivolte cosacche, gli scontri fra Bianchi e Rossi, le Repubblichette rivoluzionarie, l’Holodomor, la guerra partigiana e i “Fratelli della Foresta”. Tra l’altro, come riuscire a comunicare, fra tanti “volontari” e “mercenari”, in una lingua così sconosciuta come l’Ucraino? Nello stesso modo che nell’Assedio di Vienna, i soldati di Sobieski avevano dovuto, per distinguersi dai Turchi, usare bracciali colorati, così accade oggi in Ucraina fra i bracciali azzurri e gialli degli Ucraini e quelli bianchi dei Russi.

Se scadente è la qualità delle messe in scena ucraine, altrettanto  non convincenti i propagandisti russi. Come si farebbe, anche potendo e volendo, a “denazificare”, e perfino a “de-ucrainizzare”l’ Ucraina?Qui non siamo nel 1945, non ci sono i “Tedeschi” da “convertire”. Russi e Ucraini si confondono veramente, come si confondono fra loro un po’ tutti i popoli d’ Europa, che sono un continuum di civiltà, di culture, di lingue, dialetti, paesaggi, idee, da Gibilterra alla Čukotka, già feudo di Abramović. Anche nel rapporto della politica ufficiale verso la Russia vi è una transizione impercettibile, con l’”establishment” occidentale sempre più ostile, proprio mentre Ungheria e Serbia  confermano a schiacciante maggioranza i loro leaders pro-russi.

L’“internazionalità” della guerra è per altro comprensibile a causa dell’inaudita posta in gioco, che coinvolge da un lato, la sopravvivenza stessa dei Paesi belligeranti, ma, dall’ altra, anche l’intera struttura ideologica ed economica degli equilibri mondiali.

Colin Powel mostra alle Nazioni Unite una fiala di finta arma batteriologica

4.L’Ucraina, centro dell’Europa sulla Via della Seta.

Per tutti questi motivi, non avrebbe senso, né che l’Ucraina venisse annessa, totalmente o parzialmente, alla Russia, né che divenisse un membro ordinario della UE, né, infine,  che le fosse semplicemente attribuito uno “status” di neutralità. La sua forza deriva proprio dall’essere essa un elemento di equilibrio fra Est e Ovest, con eccezionali rapporti con l’Europa, la Cina e, soprattutto, la Turchia, che infatti è stata ben lieta di ospitare le trattative addirittura nel palazzo imperiale ottomano di Dolmabahce. Ricordiamoci, infatti, che buona parte dell’Ucraina era appartenuta, fino al 1700, direttamente o indirettamente, all’ Impero Ottomano, e Maidan è una parola persiana (mediata dal Turco e dal Tataro di Crimea).

Durante il colloquio annuale fra Cina e Ue tenutosi un paio di giorni fa a Bruxelles, la Cina ha affermato di stare lavorando per la pace in Ucraina, “ma a modo suo”. Prima dell’inizio della guerra, Wang Yi aveva già affermato che il ruolo dell’Ucraina era quello di costituire un ponte fra Est ed Ovest.

Questa tesi era quella che avevamo già sostenuto nel Quaderno n. 3 dei nostri Quaderni di Azione Europeista, che stiamo per ripubblicare come Quaderno 1-2022, con qualche correzione della tempistica, giacché esso appare ancor oggi attualissimo.

Infatti, indipendentemente dall’ esito del conflitto russo-ucraino, sta procedendo il progetto della Via della Seta, che non è solo cinese. Tra l’altro, sono stati terminati, o in via di completamento, i ponti di Pamukkale, sull’ Ellesponto/Dardanelli) e di Pelješac (fra la Dalmazia e Dubrovnik), e il tunnel sotto il Bosforo.

L’integrazione dell’ Eurasia procede,dunque,  nonostante tuti i “decoupling” (e gli embargo e le sanzioni con cui li si mettono in pratica).Dopo il recente incontro con i vertici UE, il Presidente Xi  ha affermato che la Cina and  l’Unione Europea  devono respingere la rinascita della “mentalità dei blocchi e della Guerra Fredda”. Perciò, la Cina accoglie con calore gl’investimenti europei  e vorrebbe esplorare una accresciuta complementarietà fra questo suo atteggiamento aperto e un’ autonomia strategica aperta, come si addice a “due grandi civiltà”.Peccato che, fra embarghi e sanzioni, alle imprese europee non lasciamo più fare commercio estero.

Quanto all’ Ucraina, Xi ha citato: l’urgenza che tutte le parti favoriscano le  trattative, anziché boicottarle; lavorare concretamente contro l’aggravarsi dell’ emergenza umanitaria; ricercare, con il supporto della Cina, un quadro di sicurezza europea equilibrato, efficace e sostenibile e completo.

A nostro avviso, tale “quadro equilibrato” potrà essere raggiunto solo se l’”Europa  da Brest a Vladivostok” diverrà, come la Cina, uno Stato-Civiltà, con una sua chiara e distinta identità, un suo Governo autorevole ed efficace, un suo esercito autonomo, quale reso possibile già dall’ attuale elevatissimo livello di spesa militare, se del caso ulteriormente rafforzato nelle direzioni di una comune cultura militare, della messa in comune delle armi nucleari e spaziali e della digitalizzazione a tappeto.

Oltre a ciò, l’ Europa e la Cina dovrebbero farsi portatori, a livello mondiale, di serie trattative per un’Organizzazione Mondiale di Difesa del Principio di Precauzione, che assorba AIEA, UNESCO, OMS e Agenzia per la lotta contro le armi chimiche e biologiche, che sostituisca gli obsoleti trattati in campo missilistico, per stabilire un controllo a tappeto sulle nuove tecnologie per impedire il superamento degli uomini da parte dei robot, lo scatenamento a sorpresa di guerre totali, la diffusione di propaganda di guerra, la gestione politica delle epidemie, la dipendenza dal web, ecc…

COME USCIRE DAL VICOLO CIECO?

RIMANDARLI TUTTI A SCUOLA

Co n le sanzioni,
il business russo è schizzato alle stelle

Si discute giustamente in questi giorni sul se le sanzioni occidentali, e le relative contro-sanzioni russe (sommandosi alle sanzioni e contro-sanzioni con Iran e Cina, esistenti da decenni), abbiano danneggiato maggiormente la Russia o l’Occidente. Io credo l’Europa, e lo spiegherò nel corso di questo post.

Il “circo mediatico” non si sta accorgendo che, con queste sanzioni, l’’”establishment” occidentale sta facendo un gran favore, tanto a Putin, quanto alla Cina, nello stesso modo in cui esso era già stato deliberatamente complice dell’ URSS per  i  35 anni della Guerra Fredda, e continua a procedere con lo stesso cinismo (o incoscienza).  Lo dimostreremo al termine dell’articolo, chiedendoci anche il perché.

L’andamento della spesa militare in Europa e Russia

1.Le nostre classi dirigenti non sono mai state  all’ altezza di occuparsi di strategie

Per ora, incominciamo a notare solo che tutti “pontificano” sull’URSS, la Perestrojka, l’Europa Centrale e Orientale, ma  con un grado di competenza assolutamente insufficiente. Sfido per esempio la maggior parte dei commentatori politici a citare i nomi delle capitali dei Paesi dell’Europa Orientale, o i rispettivi presidenti e primi ministri.

L’ignoranza, da parte dell’”establishment”, delle realtà basilari della storia, della politica, della cultura e dell’economia, cancellate, nelle loro menti, dall’opportunismo e dal fanatismo ideologico, si rivela ogni giorno di più di fronte a realtà drammatiche come la pandemia e la crisi ucraina, che mettono a nudo la natura complessa e tragica della realtà, che non si lascia certo spiegare con gli slogan rassicuranti della Modernità.

Esempio tipico: Putin “sarebbe rimasto fermo al XIX secolo”. Anche i suoi detrattori usano, per altro, terminologie da 18° secolo.  Che il XX secolo sia stato migliore del XIX, e che il XXI sarà per forza migliore del XX, è ancora tutto da dimostrare.

Al di là di facili polemiche terminologiche, credo comunque di poter parlare, di mercato energetico e di oligarchi, con un po’ più di conoscenza di causa di altri, essendomi occupato, dal 1989 al 1993, cioè durante il periodo della Perestrojka, delle problematiche giuridiche degli investimenti FIAT in Russia, e, poi, fino al 2005, delle centrali a gas, delle reti elettriche, dei gasdotti e del loro finanziamento.

Soprattutto  mi ha stupito l’ignoranza del nostro Primo Ministro, esaltato da tutti per le sue pretese competenze di politica economica europea (è stato Governatore della Banca d Italia e Presidente della BCE) su un argomento che dovrebbe essere invece alla base delle sue riflessioni politiche ed economiche: l’aspetto economico delle politiche della difesa dei grandi Stati del mondo, e, in particolare, del’ Europa.

Non è, a mio avviso, ammissibile che un siffatto personaggio affermi, come ha fatto durante la conferenza – stampa dell’altro ieri, di non essersi accorto, fino a pochi giorni fa, quando glielo hanno fatto notare i suoi colleghi degli altri Stati membri, che, attualmente, l’Europa spende, per la propria difesa, quasi tre volte della Russia, ma con risultati neppure lontanamente comparabili.

Fatto che costituisce la realtà fondamentale dell’Europa, e ci fa capire le ragioni d’ essere della sua struttura e i suoi rapporti con il resto del mondo. Ci fa capire  che le attuali organizzazioni internazionali sono state costruite più per paralizzare l’ Europa che per favorirla e potenziarla (Ikenberry), e che tutta la nostra economia si regge sul boicottaggio istituzionale delle nostre imprese e istituzioni, la cui forza viene dispersa con politiche dissennate per favorire l’ America.

Ma proprio per questo è gravissimo che non sappia queste chi ha avuto, e ancora ha, le massime responsabilità nel governo dell’ Europa. Se queste cose non le sa Draghi, figuriamoci gli altri! Evidentemente, sono stati anch’essi avviluppati per decenni in una “bolla” costruita da consulenti internazionali, “gatekeepers”, accademici e militari deviati, che hanno creato un mondo fittizio di “magnifiche sorti e progressive”,di “liberi mercati” e di”conquiste sociali” che non esistono…..

Com’ è possibile, comunque, che permettiamo che ci governino persone che non conoscono quelle elementari verità, che sono accessibili a tutti anche solo tramite Internet, e sono state da noi ripetute almeno 100 volte in questo blog?

Tutti si chiedono perché da ben 70 anni non si faccia una politica estera e di difesa comune. Chi la potrebbe fare, se i governanti denotano una così grave e colpevole ignoranza? Certo, bellamente alimentata dai nostri generali “bibéronnés dans les campus américains”(Cfr. Le Monde Diplomatique).

Giustamente, Draghi ha dichiarato di essersi reso conto che occorre “un migliore coordinamento”. Era ora! Da modesto sottotenente di complemento di Amministrazione Militare ed ex Ufficiale Pagatore, mi permetto di ribadire quanto già scritto in un precedente post. Per una buona “spending review”,  bisognerebbe incominciare licenziando tutti i generali!

E, invece, che cosa sta facendo il Governo Tedesco? Sta aumentando la propria spesa militare come richiesto dagli USA: compra degli F-35, così sabotando la costruzione dei caccia europei. La spiegazione? Gli F35 sono gli unici idonei a trasportare le bombe atomiche americane “a doppia chiave” (vale a dire che possono essere usati solo con il consenso tedesco e americano). Ma queste bombe sono una follia! Senza essere di alcuna utilità in un mondo dominato dai missili balistici, espongono gli Europei (che non possono usarle autonomamente) alle rappresaglie russe. Soprattutto ora che sono ormai in uso (almeno da parte della Russia) i missili ipersonici da 12.500 Km/ora (e quindi inintercettabili), il primo dei quali è stato lanciato ieri dai Russi con successo per distruggere un bunker sotterraneo vicino alla Polonia con  missili forniti all’ Ucraina dalla NATO. Questi missili potrebbero benissimo essere utilizzati in pochi secondi per distruggere le bombe atomiche immagazzinate in Italia e Germania.

Le bombe “a doppia chiave” ci erano state imposte negli anni 60, quando (ma nessuno lo sa); Italia, Francia e Inghilterra stavano preparando la bomba atomica europea. Noi avevamo già prodotto e testato il nostro missile, lo “Alfa”. Il fallimento dell’ atomica europea e l’imposizione delle grottesche “bombe a doppia chiave” avevano prodotto la rivolta Di De Gaulle e la Force de Frappe. Così, gl’inglesi si sono fatti la loro bomba atomica, i francesi la loro, e noi siamo rimasti con le bombe “a doppia chiave”.

E’ ovvio che gli europeisti, e prima di tutto il Movimento Europeo, dovrebbero porre immediatamente all’ ordine del giorno della Conferenza sul Futuro dell’ Europa questa apparentemente innocente questione delMigliore coordinamento” delle politiche di difesa dell’ Europa, aprendo però un dibattito a tutto tondo sull’ argomento  (a cominciare da questi dei costi, della bomba atomica europea e dell’ utilità o meno delle sanzioni).

Infatti, se, come tutti ritengono oramai possibile, ci fosse per ipotesi un allargamento, sotto qualunque forma, della guerra al nostro territorio, mi risulta che avremmo un “nuovo 8 settembre”. Se guardiamo, infatti, all’esempio ucraino, è chiaro che le prime due cose da fare sarebbe individuare (se ne esistono), dei rifugi sotterranei, e, poi, predisporre le modalità per la mobilitazione, e/o evacuazione, della popolazione civile

Premesso che cinquant’anni fa, durante il servizio militare, ero preposto proprio a queste incombenze, devo ricordare che anche allora c’era una grande confusione (soprattutto per il timore che si scambiassero le esercitazioni  per la realtà). Ora, con l’abolizione del servizio di leva e con la corrispondente scomparsa della mobilitazione generale, credo che non si saprebbe proprio da dove cominciare. Non parliamo poi dei corridoi umanitari (uno dei compiti oggi più essenziali, ma a cui mi pare non si stia proprio pensando).

Le basi degli aerei italiani con a bordo le bombe atomiche americane

2.Gli effetti delle sanzioni

Le sanzioni hanno senso ed efficacia se imposte da uno Stato più forte a uno stato più debole. Se la situazione è opposta, non hanno senso. Infatti, il commercio internazionale è per natura reciproco. Se vendo qualcosa, devo pure acquistare qualcosa in cambio, e vice-versa. Se non vendo, non acquisto, e questo impoverisce anche chi impone le sanzioni.

Importazioni di gas in Italia

a)Dopo le sanzioni, la spesa energetica europea con la Russia è esplosa

L’Europa importa dalla Russia gas, petrolio e grano, ed esporta  macchinari, prodotti di lusso, agro-alimentari e servizi turistici. Se vieto le importazioni di gas, o la mia economia si blocca, o le merci importate divengono più care, e comunque i miei cittadini s’impoveriscono. E’ quanto sta accadendo in Europa, senza ancora che l’importazione dei beni essenziali sia vietata, ma già solo per effetto delle aspettative in tal senso degli operatori, e l’incremento del prezzo del gas, che favorisce solo i Russi. Ma c’è di più. Giacché gran parte del fabbisogno energetico europeo è coperto dal gas russo, nonostante le sanzioni, non abbiamo diminuito, bensì aumentato, le importazioni, mentre il prezzo è triplicato. Paghiamo ogni giorno alla Russia miliardi più che in passato e il gas importato, e così finanziamo la guerra. Altro che default della Russia!

Infine, quand’anche noi, o la Russia, volessimo interrompere completamente le importazioni, l’intera vita in Europa (che si basa sempre sull’ energia), cesserebbe in pochi minuti, con l’interruzione delle comunicazioni, dei servizi di sicurezza, dei trasporti, della refrigerazione, del riscaldamento, della produzione industriale, delle prestazioni sanitarie…Per distruggere l’Europa, non c’è bisogno neppure delle bombe atomiche.

L’economista Robin Brooks ha studiato come si siano evoluti, durante la crisi, i flussi di cassa verso la Russia, giungendo alla paradossale conclusione che, nonostante il blocco delle riserve finanziarie all’ estero, la Russia ne stia generando di nuove grazie all’ aumento del prezzo del gas, al ritmo di 1 miliardo di dollari al giorno.

Esposizione verso la Russia
delle banche italiane ed europee

b)Il cosiddetto “Default della Russia” consisterebbe nel fatto che fra  sono venuti a scadenza moltissimi titoli di debito russi. A parte il fatto che c’è già stato un periodo di grazia,  è intenzione della Russia  pagarli in rubli svalutati, così scaricando la svalutazione sui creditori esteri.

Tuttavia, le sanzioni modificano comunque i flussi di merci, e, in tal modo, le situazioni economiche e sociali dei Paesi coinvolti.Vediamo come.

c)Industria

Gli enormi effetti si erano già visti anche prima, a causa dei problemi nella fornitura di materiali, il gruppo BMW ha fermato o sta fermando:

  • gli stabilimenti BMW di Monaco e Dingolfing, entrambi in Germania;
  • lo stabilimento MINI di Oxford, in Inghilterra;
  • la fabbrica di motori BMW di Steyr, in Austria.

Mercedes-Benz riduce i turni di lavoro a causa della carenza di pezzi.

Porsche addirittura sospende completamente la produzione di Macan e Panamera a causa della mancanza dei componenti.

Toyota ha bloccato la produzione a San Pietroburgo delle RAV4 e Camry, destinate al mercato europeo, dove produceva 100.000 auto l’anno.

Renault affronta una vera crisi in quanto la Russia è il suo secondo maggior mercato (che gli vale 5 miliardi di euro l’anno) e ha dovuto interrompere la produzione a Togliattigrad, ma continua per ora a pagare gli stipendi in valuta locale.

Cominciano a scarseggiare gli pnenumatici (con tensioni sui prezzi) a causa della chiusura degli stabilimenti Continental di Kaluga e Bridgestone di Ulyanovsk.

La carenza di materie prime potrebbe portare ad un aumento dei prezzi al consumatore (e la crisi dei chip lo ha dimostrato già molto bene). La Russia, lo ricordiamo, è un importante fornitore di nichel, materiale essenziale, ad esempio, per la produzione di batterie per le auto elettriche.

Andamento dell’interscambio Russia-Cina

c)Incremento dei rapporti commerciali Cina-Russia

L’aspettativa di una riduzione (o non incremento) delle esportazioni russe di gas verso l’Europa (anche a causa del blocco ormai biennale di “North Stream 2)”  ha prodotto l’aumento del prezzo del petrolio esportato e del ricavato di Gazprom,  un aumento delle esportazioni verso la Cina e la diminuzione del prezzo degl’idrocarburi verso i cittadini russi. Tutti effetti  vantaggiosi per il Governo russo. Perfino la svalutazione del rublo mette a posto il bilancio dello Stato, visto che il petrolio si paga in dollari.

Intanto, si sta costruendo a ritmo serrato un nuovo gasdotto, che porterà il gas della Penisola di Yamal, non più in Europa, ma in Cina. Ancora non si è saputo dire come si riuscirà comunque ad evitare di comprare il gas russo prima di tre annoi da ora.

Parmigiano russo

d)Agroalimentare

Il divieto di importazione dell’agroalimentare ha costretto fin dal 2014 le industrie nazionali a produrre gli stessi prodotti nel Paese, con effetti positivi sull’ autonomia alimentare, sulla bilancia dei pagamenti, sull’ occupazione e sulle competenze delle imprese russe.

Abbiamo così i magazzini pieni di Parmesan e Shampanskoje russi, o della Crimea.

Ma perfino gli allevamenti di bestiame europei lamentano già ora lo scarseggiare dei mangimi in provenienza da Russa e Ucraina, con necessità di abbattere gli animali.

Gl’industriali italiani in teleconference con Putin

e)Investimenti stranieri

Il boicottaggio reciproco degl’investimenti stranieri in Russia ha reso più autonomo il Paese e rinsaldato i legami con la Cina e con altri alleati come Serbia, Siria e Paesi africani. Le imprese russe controllate da stranieri, e abbandonate alla loro sorte per via delle sanzioni, vengono ora gestite da una fiduciaria di Stato, e, in caso di fallimento, verranno vendute  al miglior offerente.

Il prezioso piumino italiano di Putin

e)Prodotti di lusso

Infine, la scomparsa in Russia dei prodotti stranieri di lusso ha rallentato l’occidentalizzazione della società russa. Per esempio, lo stesso piumino Loro Piana  indossato da Putin per l’anniversario della riunificazione con l’Ucraina non è più in vendita in Russia da molti anni.

Le ville italiane degli oligarchi

f)Sequestro dei beni degli oligarchi

Veniamo infine a una misura tanto conclamata: il sequestro dei beni degli Oligarchi.

Ricordiamo che gli Oligarchi sono una classe sociale emersa con la Perestrojka, grazie a cui i vertici della nomenklatura crearono piccole società finanziarie all’ estero, intestate a se stessi, su cui dirottarono un certo numero di fondi neri, per sostenersi in caso di caduta del sistema. Il fallimento dello stato sovietico rese poi controversa la proprietà di vari beni statali, il che consentì accordi informali con ex funzionari dell’URSS (principalmente in Russia e Ucraina) come un mezzo per acquisire proprietà statali.

Gli oligarchi si appropriavano dei nuovi strumenti di business creati dalla Perestrojka, come licenze di importazione e posti direttivi nelle joint-ventures con gli stranieri, grazie a cui alimentarono ancora le proprie società finanziarie. Al tempo delle liberalizzazioni, si ponevano in qualità di intermediari con i partner esteri che investivano nelle imprese di Stato, divenendone dirigenti. Al tempo delle prime privatizzazioni “improprie”, si riservarono parte del capitale sociale delle grandi imprese, favorivano i partner esteri e ingrossavano i loro conti all’ estero. Tutto ciò veniva giustificato con il fatto che occorreva creare dal nulla un nuovo ceto imprenditoriale. Si diede a tutto ciò una facciata di diritto commerciale, e, con il meccanismo delle privatizzazioni di massa, si favorì l’azionariato popolare, che fu presto riscattato dagli oligarchi con la complicità della mafia .Le bande mafiose in combutta con gli oligarchi si combattevano nelle strade per il possesso dei pacchetti azionari. Nel frattempo, tutti evadevano le tasse, lo Stato s’impoveriva e gli oligarchi acquisivano la cittadinanza straniera. A un certo punto, Putin cominciò a mettere sotto controllo le grandi imprese e gli oligarchi, facendo effettuare controlli fiscali a tappeto, finché ebbe la certezza che avrebbe potuto colpirli.

A quel punto, propose ad essi un patto, in base al quale, in futuro, essi avrebbero dovuto sostenere il Governo ed astenersi da azioni contrarie all’ interesse nazionale. Alcuni accettarono, altri rifiutarono, e Khodorkovski si mise addirittura in rotta di collisione con il Presidente, venendo incarcerato, poi graziato. Nel frattempo, le imprese energetiche, sottratte agli oligarchi, venivano nuovamente nazionalizzate.

Quegli oligarchi che non accettarono il patto con Putin pur senza opporsi apertamente, com’è il caso di Abramovich, spostarono il centro dei loro interessi all’ estero, e, in particolare, a Londra. Ora, sono essi ad essere colpiti. Ma questo non è certo contrario agl’interessi della Russia, che, degli oligarchi, avrebbe potuto  volentieri fare a meno! Grazie alle misure contro gli oligarchi e alla fuga delle imprese straniere, il capitalismo di Stato riprende forza, accrescendo ulteriormente la presa dell’Esecutivo per costruire una permanente economia di guerra (cosa che per altro sta facendo Draghi da noi, con la “golden share”, il bando delle imprese di Paesi ostili, i sussidi a tappeto, la richiesta di sempre nuovi fondi dell’ Unione per contrastare pandemia e guerra).

Google ha eseguito la censura
per ordine della Commissione

f)Internet

Putin aveva definito Internet come una  “operazione speciale della CIA”. Proprio così: una “spetsijalmaja operatsija”, come quella svolta ora in Ucraina dall’ Armata Russa. Certo, non vi è chi non veda quante e quali incidenze militari abbia il web, dallo spionaggio, alla diffusione di notizie false e tendenziose, alla censura militare, alla propaganda, all’ organizzazione di operazioni coperte.

Si è visto con Google Analytica, con la legislazione sulle fake news, con il silenziamento di Trump, con la censura su RT e Sputnik, con lo hate speech di Facebook contro la Russia, che queste non sono solo vuote parole, bensì la realtà di tutti i giorni, che condiziona tutte le nostre vite e, in particolare,  lo scontro militare in corso.

Si era anche detto che l’11 marzo, nell’ ambito delle contro-sanzioni, la Russia sarebbe addirittura uscita dal WorldWide Web, attuando un piano che era stato studiato da tempo per il caso di guerra, usando una tecnologia parallela  a quella studiata, per circostanze simili, dall’ India. Invece, in seguito alla decisione unilaterale di Meta di sospendere la propria policy sullo hate speech solo nelle proprie versioni dell’Europa Orientale e per le espressioni di odio indirizzate alla Russia, la Russia stessa ha avviato la procedura per fare definire Facebook e Instagram organizzazioni terroristiche, e nel frattempo ne ha vietato l’uso in Russia.

Abbiamo perciò una separazione molto parziale. Il che dimostra per l’ennesima volta il potere esorbitante dei GAFAM perfino in Russia.

In Russia arrestano
chi critica la guerra:
qui censurano i Russi
tout court

f) Censura militare

Questo è uno dei temi più controversi, perché, in generale, l’Occidente è nato con la presunzione, settaria, di avere sempre ragione, e, pertanto, di avere il dovere, morale e religioso, di convertire il resto del mondo. quanto tutti i Paesi abbiano adottato, nell’ultimo secolo, almeno qualcosa  della cultura occidentale, per l’ America, questo non basta mai. SI ha sempre l’impressione che gli altri siano pazzi, vivano in una bolla, manipolino la realtà.

Che la scoperta dell’America abbia avviato un genocidio; che India e Cina fossero nettamente superiori all’Occidente fino al 1850; che i popoli eurasiatici sostengano i loro governi, sono tutte cose a cui gli Occidentali, e, in particolare, gli Americani, non riescono a credere.

Lo stato di guerra ha portato questa situazione fino al parossismo. Le radiotelevisioni di tutti gli Stati sputano in continuazione servizi sulla guerra, dove ogni dettaglio è, in Russia e in Occidente, specularmente opposto. Se la guerra nasce dalla volontà di potenza immotivata di Putin, per la Russia essa nasce invece da una russofobia ancestrale che ha provocato il continuo tentativo di attaccare la Russia e smembrala; se per gli Occidentali la lentezza  dell’ avanzata dipende dall’ inefficienza dell’ esercito russo, per i Russi essa deriva dalla volontà di non colpire i civili, specialmente trattandosi di un popolo fratello; se, per l’Occidente, le difficoltà dei cittadini di Mariupol derivano dall’assedio da parte dei Russi, per questi ultimi derivano dal fatto che il Battaglione Azov, nato a Mariupol, ha tenuto per settimane in ostaggio i civili come scudi umani; se, per gli Occidentali, una strage si è svolta a Kiev per colpa dei Russi, per questi si tratta di una strage a Doneck, fatta dal Battaglione Azov…

Per migliorare la situazione, la UE ha messo al bando le emittenti e i siti russi, e la Russia ha adottato una severissima legge sulla censura militare, sicché i due mondi sono ermeticamente isolato.

Ma questo permette di realizzare al meglio la “Dottrina Putin”, che mira alla militarizzazione della società per meglio sostenere lo scontro con l’ Occidente.

La prima pagina ingannatrice di Massimo Giannini

3.L’Occidente sta favorendo il progetto di Putin

In effetti, l’enorme polverone sollevato serve a nascondere l’impotenza degli Europei a fare qualcosa per evitare questa guerra fratricida, che, a mio avviso, si sarebbe potuta benissino evitare (come quelle del Nagorno Karabagh, Cecenia, Transnistria, Croazia, Bosnia, Kossovo, Georgia, Donbass), se solo fosse stata perseguita, nel 1989, la proposta di Gorbachev e Mitterrand di una Confederazione Europea (cfr. precedenti post), alla quale ovviamente l’America si era sempre opposta

Ancora oggi, quel progetto sarebbe proponibile. Infatti, l’elemento scatenante della guerra in corso è stato costituito dal pluridecennale rifiuto, da parte dell’Occidente, di creare un sistema condiviso di sicurezza europea, proposto dalla Russia, alla quale la NATO ha risposto con sempre nuovi allargamenti della NATO, indotti da un’ ideologia secolare e conclamata di conquista del mondo (l’”Esportazione della Democrazia”).

Ebbene, la Russia, prima di compiere la propria “operazione speciale” in Ucraina, aveva inviato agli Stati Uniti e alla NATO:

a) due bozze di trattato sulla sicurezza europea, che gli USA avevano rifiutato di discutere;

b)un documento sintetico con l’elenco delle proprie richieste, il cui rifiuto è stato la base dell’ attacco in Ucraina.

Certo, vi è un salto logico fra le ben argomentate e formalizzate richieste agli USA e alla NATO inviate da Lavrov e l’attacco militare all’  Ucraina (che non è neppure membra della NATO,  e che quindi non avrebbe potuto, neppure volendo, dare alla Russia le garanzie ch’essa richiede). L’Ucraina ha quindi certamente ragione a lamentarsi di essere stata brutalmente messa in mezzo in questo modo, ma l’alternativa per la Russia sarebbe stata, come detto dallo stesso Biden, un attacco alla NATO,e, quindi una Terza Guerra Mondiale nucleare. Si noti che vi siamo più vicini che mai, perché i missili ipersonici “Kindzhal”usati dalla Russia per la prima volta nella storia, per non parlare della guerra chimico-batteriologica, sono l’ultimo passo prima della guerra nucleare.

La guerra in Ucraina, con la distruzione di tutti gli armamenti forniti nei decenni dalla NATO e con il salato conto petrolifero, costituiva dunque l’unica arma di pressione sulla NATO e su quei Paesi (come Svezia, Finlandia e Georgia), i quali, pur non facendone parte, si comportano già come se lo fossero.Orbene, fornendo alla Russia l’occasione per fare ciò che avrebbe avuto tutto l’interesse a fare già da tempo, ma che non aveva mai osato fare, l’ America hareso, un favore a se stessa e nel contempo anche all’ Amministrazione Putin, ricostituendo il bipolarismo e assoggettando più che mai gli Europei.

Studenti torinesi bruciano
bandiera NATO

4.Come andrà a finire?

Visto quanto sopra, è ben difficile predire come le cose evolveranno. Certamente, l’Europa esce da questa vicenda più debole che mai, perché, a causa dell’ assenza di una sua qualsivoglia politica estera e di difesa europea (con un Comando Europeo, una Dottrina Militare Europea, un Esercito Europeo, un’Intelligence Europea, una Force de Frappe europea, una cyberguerra europea, un’accademia militare europea, non può evidentemente dire nulla in trattative internazionali, come quelle di questi giorni, che sono basate su equilibri geostrategici, tecnologici, militari e intelligence. Infatti, i molti e pure lodevoli tentativi di Macron, Draghi e Scholz, d’inserirsi nei frenetici pourparlers fra i leaders dei grandi Paesi, sono stati frustrati e caduti nel ridicolo.

Borrell, von der Leyen e Michel non ci hanno neppure provato, pur essendo Russia e Ucraina due grandi Paesi europei di cui essi dovrebbero prendersi cura.D’altronde, di cosa avrebbero potuto parlare, se tutti gli argomenti seri (che sono molti) sono già stato affrontati (senza risolverli), da Russi, Americani, Ucraini, Turchi, Cinesi e Israeliani?

Certo, è’ umiliante essere Europei in queste condizioni. Se la Conferenza sul Futuro dell’ Europa deve avere un senso, esso sarebbe quello di colmare questoi vuoto.

Come procedere?

ALLEGATO

BOZZE DI DOCUMENTI SULLA NUOVA ARCHITETTURA DDI SICUREZZA UROPEA,INVIATE DALLA RUSSIA A AMERICA E NATO

17 December 2021

Agreement on measures to ensure the security of The Russian Federation and member States of the North Atlantic Treaty Organization

Unofficial translation

Draft

The Russian Federation and the member States of the North Atlantic Treaty Organization (NATO), hereinafter referred to as the Parties,

reaffirming their aspiration to improve relations and deepen mutual understanding,

acknowledging that an effective response to contemporary challenges and threats to security in our interdependent world requires joint efforts of all the Parties,

determined to prevent dangerous military activity and therefore reduce the possibility of incidents between their armed forces,

noting that the security interests of each Party require better multilateral cooperation, more political and military stability, predictability, and transparency,

reaffirming their commitment to the purposes and principles of the Charter of the United Nations, the 1975 Helsinki Final Act of the Conference on Security and Co-operation in Europe, the 1997 Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security between the Russian Federation and the North Atlantic Treaty Organization, the 1994 Code of Conduct on Politico-Military Aspects of Security, the 1999 Charter for European Security, and the Rome Declaration “Russia-NATO Relations: a New Quality” signed by the Heads of State and Government of the Russian Federation and NATO member States in 2002,

have agreed as follows:

Article 1

The Parties shall guide in their relations by the principles of cooperation, equal and indivisible security. They shall not strengthen their security individually, within international organizations, military alliances or coalitions at the expense of the security of other Parties.

The Parties shall settle all international disputes in their mutual relations by peaceful means and refrain from the use or threat of force in any manner inconsistent with the purposes of the United Nations.

The Parties shall not create conditions or situations that pose or could be perceived as a threat to the national security of other Parties.

The Parties shall exercise restraint in military planning and conducting exercises to reduce risks of eventual dangerous situations in accordance with their obligations under international law, including those set out in intergovernmental agreements on the prevention of incidents at sea outside territorial waters and in the airspace above, as well as in intergovernmental agreements on the prevention of dangerous military activities.

Article 2

In order to address issues and settle problems, the Parties shall use the mechanisms of urgent bilateral or multilateral consultations, including the NATO-Russia Council.

The Parties shall regularly and voluntarily exchange assessments of contemporary threats and security challenges, inform each other about military exercises and maneuvers, and main provisions of their military doctrines. All existing mechanisms and tools for confidence-building measures shall be used in order to ensure transparency and predictability of military activities.

Telephone hotlines shall be established to maintain emergency contacts between the Parties.

Article 3

The Parties reaffirm that they do not consider each other as adversaries.

The Parties shall maintain dialogue and interaction on improving mechanisms to prevent incidents on and over the high seas (primarily in the Baltics and the Black Sea region).

Article 4

The Russian Federation and all the Parties that were member States of the North Atlantic Treaty Organization as of 27 May 1997, respectively, shall not deploy military forces and weaponry on the territory of any of the other States in Europe in addition to the forces stationed on that territory as of 27 May 1997. With the consent of all the Parties such deployments can take place in exceptional cases to eliminate a threat to security of one or more Parties.

Article 5

The Parties shall not deploy land-based intermediate- and short-range missiles in areas allowing them to reach the territory of the other Parties.

Article 6

All member States of the North Atlantic Treaty Organization commit themselves to refrain from any further enlargement of NATO, including the accession of Ukraine as well as other States.

Article 7

The Parties that are member States of the North Atlantic Treaty Organization shall not conduct any military activity on the territory of Ukraine as well as other States in the Eastern Europe, in the South Caucasus and in Central Asia.

In order to exclude incidents the Russian Federation and the Parties that are member States of the North Atlantic Treaty Organization shall not conduct military exercises or other military activities above the brigade level in a zone of agreed width and configuration on each side of the border line of the Russian Federation and the states in a military alliance with it, as well as Parties that are member States of the North Atlantic Treaty Organization.

Article 8

This Agreement shall not affect and shall not be interpreted as affecting the primary responsibility of the Security Council of the United Nations for maintaining international peace and security, nor the rights and obligations
of the Parties under the Charter of the United Nations.

Article 9

This Agreement shall enter into force from the date of deposit of the instruments of ratification, expressing consent to be bound by it, with the Depositary by more than a half of the signatory States. With respect to a State that deposited its instrument of ratification at a later date, this Agreement shall enter into force from the date of its deposit.

Each Party to this Agreement may withdraw from it by giving appropriate notice to the Depositary. This Agreement shall terminate for such Party [30] days after receipt of such notice by the Depositary.

This Agreement has been drawn up in Russian, English and French, all texts being equally authentic, and shall be deposited in the archive of the Depositary, which is the Government of …

17 December 2021

Treaty between The United States of America and the Russian Federation on security guarantees

Unofficial translation

Draft

The United States of America and the Russian Federation, hereinafter referred to as the “Parties”,

guided by the principles contained in the Charter of the United Nations, the 1970 Declaration on Principles of International Law concerning Friendly Relations and Cooperation among States in accordance with the Charter of the United Nations, the 1975 Helsinki Final Act of the Conference on Security and Cooperation in Europe, as well as the provisions of the 1982 Manila Declaration on the Peaceful Settlement of Disputes, the 1999 Charter for European Security, and the 1997 Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security between the North Atlantic Treaty Organization and the Russian Federation,

recalling the inadmissibility of the threat or use of force in any manner inconsistent with the purposes and principles of the Charter of the United Nations both in their mutual and international relations in general,

supporting the role of the United Nations Security Council that has the primary responsibility for maintaining international peace and security,

recognizing the need for united efforts to effectively respond to modern security challenges and threats in a globalized and interdependent world,

considering the need for strict compliance with the principle of non-interference in the internal affairs, including refraining from supporting organizations, groups or individuals calling for an unconstitutional change of power, as well as from undertaking any actions aimed at changing the political or social system of one of the Contracting Parties,

bearing in mind the need to create additional effective and quick-to-launch cooperation mechanisms or improve the existing ones to settle emerging issues and disputes through a constructive dialogue on the basis of mutual respect for and recognition of each other’s security interests and concerns, as well as to elaborate adequate responses to security challenges and threats,

seeking to avoid any military confrontation and armed conflict between the Parties and realizing that direct military clash between them could result in the use of nuclear weapons that would have far-reaching consequences,

reaffirming that a nuclear war cannot be won and must never be fought, and recognizing the need to make every effort to prevent the risk of outbreak of such war among States that possess nuclear weapons,

reaffirming their commitments under the Agreement between the United States of America and the Union of Soviet Socialist Republics on Measures to Reduce the Risk of Outbreak of Nuclear War of 30 September 1971, the Agreement between the Government of the United States of America and the Government of the Union of Soviet Socialist Republics on the Prevention of Incidents On and Over the High Seas of 25 May 1972, the Agreement between the United States of America and the Union of Soviet Socialist Republics on the Establishment of Nuclear Risk Reduction Centers of 15 September 1987, as well as the Agreement between the United States of America and the Union of Soviet Socialist Republics on the Prevention of Dangerous Military Activities of 12 June 1989,

have agreed as follows:

Article 1

The Parties shall cooperate on the basis of principles of indivisible, equal and undiminished security and to these ends:

shall not undertake actions nor participate in or support activities that affect the security of the other Party;

shall not implement security measures adopted by each Party individually or in the framework of an international organization, military alliance or coalition that could undermine core security interests of the other Party.

Article 2

The Parties shall seek to ensure that all international organizations, military alliances and coalitions in which at least one of the Parties is taking part adhere to the principles contained in the Charter of the United Nations.

Article 3

The Parties shall not use the territories of other States with a view to preparing or carrying out an armed attack against the other Party or other actions affecting core security interests of the other Party.

Article 4

The United States of America shall undertake to prevent further eastward expansion of the North Atlantic Treaty Organization and deny accession to the Alliance to the States of the former Union of Soviet Socialist Republics.

The United States of America shall not establish military bases in the territory of the States of the former Union of Soviet Socialist Republics that are not members of the North Atlantic Treaty Organization, use their infrastructure for any military activities or develop bilateral military cooperation with them.

Article 5

The Parties shall refrain from deploying their armed forces and armaments, including in the framework of international organizations, military alliances or coalitions, in the areas where such deployment could be perceived by the other Party as a threat to its national security, with the exception of such deployment within the national territories of the Parties.

The Parties shall refrain from flying heavy bombers equipped for nuclear or non-nuclear armaments or deploying surface warships of any type, including in the framework of international organizations, military alliances or coalitions, in the areas outside national airspace and national territorial waters respectively, from where they can attack targets in the territory of the other Party.

The Parties shall maintain dialogue and cooperate to improve mechanisms to prevent dangerous military activities on and over the high seas, including agreeing on the maximum approach distance between warships and aircraft.

Article 6

The Parties shall undertake not to deploy ground-launched intermediate-range and shorter-range missiles outside their national territories, as well as in the areas of their national territories, from which such weapons can attack targets in the national territory of the other Party.

Article 7

The Parties shall refrain from deploying nuclear weapons outside their national territories and return such weapons already deployed outside their national territories at the time of the entry into force of the Treaty to their national territories. The Parties shall eliminate all existing infrastructure for deployment of nuclear weapons outside their national territories.

The Parties shall not train military and civilian personnel from non-nuclear countries to use nuclear weapons. The Parties shall not conduct exercises or training for general-purpose forces, that include scenarios involving the use of nuclear weapons.

Article 8

The Treaty shall enter into force from the date of receipt of the last written notification on the completion by the Parties of their domestic procedures necessary for its entry into force.

Done in two originals, each in English and Russian languages, both texts being equally authentic.

COS’E’ UNA “PACE GIUSTA”?

Commento all’ articolo A sinistra l’elmetto e a destra l’arcobaleno irenista? Cercasi la dottrina della ‘pace giusta’”

L’Ara Pacis a Roma

Nel suo articolo dell’ 8 Marzo 2022 su “www.strumentipolitici.it, Marco Margrita sollecita all’ attenzione dei lettori l’articolo di Rodolfo Casadei, che ha posto in evidenza, in un recente articolo su Tempi, che “L’invasione russa dell’Ucraina segna la fine dell’epoca della post-storia in Europa e dell’Unione Europea come entità post-storica. L’espansionismo russo costringe l’Unione Europea a fare ciò che si è sempre rifiutata di fare: a pensare la questione dei confini, e quindi a concepirsi come un’entità geopolitica, anziché post-storica e procedurale”.

Per Margrita, all’Europa, almeno all’UE, si era “chiesto di pensarsi e strutturarsi come attore di pace”, tuttavia, non si direbbe che la sua azione abbia portato finora a solidi risultati, visto che intorno a noi, e talvolta al nostro stesso interno, si sono visti conflitti di tutti i generi (guerre di Grecia, Albania, Corea, Suez, Cipro, Sahel, Corno d’Africa, Nagorno-Karabagh, Transnistria, Cecenia, ex Jugoslavia, Georgia, Ucraina; moti di Berlino, Budapest e Praga; guerriglie antisovietiche; terrorismi irlandese, basco, altoatesino, corso; di estrema sinistra ed estrema destra, dei Servizi deviati, palestinese, islamico), e, ora, la guerra in Ucraina.

Tutto ciò non è diverso dall’ America, che, con la fondazione delle Nazioni Unite, si era proposta come creatrice di pace, ma poi ha usato la bomba atomica (e continua a minacciarla), ha fatto le guerre di Corea, Vietnam. E’ stato il periodo della Guerra Fredda, detto anche della “Coesistenza Pacifica”.Il successivo periodo “unipolare” non è stato da meno Irak, Bosnia, Kossovo, Afghanistan, Jemen…

Questa eredità di guerre si volge oggi contro il cuore del Continente europeo, con la creazione, da ambedue le parti in lotta, di “Brigate Internazionali” provenienti dai Paesi che sono stati teatro, in tutto il mondo, di tutte quelle guerre, e che sono ancora politicamente collegati con i Paesi che hanno combattuto sui loro territori.

Il fatto è che, quand’anche si ritenga di essere ormai giunti “dentro l’Apocalisse”, che, secondo le tradizioni occidentali, inaugura la Parusìa finale e il Giudizio Universale, quando ci sarà veramente la “Pace Giusta”, occorre tenere a mente l’ Apocalisse non è un evento puntuale, bensì un processo, come bene illustra la sua versione zoroastriana, che parla di un intero Millennio (“Hazar”) di lotte fra angeli e demoni, fra il Paraclito e l’Anticristo.

Notiamo invece che, per quanto questo sia chiaro a pochi, il “mainstream”  si caratterizza proprio con il suo irrealismo  nel pretendere che la Fine della Storia sia già arrivata,  sì che ci “s’indigna” (o si finge d’indgnarsi) ogni volta che i fatti ci ricordano che non è così, e, che, anzi, ciascuna forzatura verso la Fine della Storia produce risultati opposti (l’“Eterogenesi dei Fini”).

Vietare le armi autonome

1.La pace nell’ era delle Macchine Intelligenti

Ma oramai anche il mondo unipolare è finito. Ora, le sfide per la pace sono di origine diversa dal passato. La pace è sconvolta, nel XXI secolo, soprattutto dall’imporsi del potere tecnologico che aspira al controllo planetario (gli “Imperi Sconosciuti” del Papa). Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki, l’equilibrio del terrore, Echelon, Prism, i missili ipersonici, la militarizzazione dello Spazio, sono tutte tappe di questa conquista del mondo da parte della Tecnica Dispiegata. La prossima guerra mondiale vedrà la distruzione dell’Umanità e  il fiorire delle Macchine Intelligenti, resistenti alle temperature estreme e alle radiazioni (cfr. De Landa).

Il fulmineo comparire del web come arma (censura del web a est e a ovest) dà il vero senso delle cose.

Tutto questo richiede un impegno inedito per la pace, che tenga conto di questa nuova minaccia emergente, che rende la catastrofe nucleare ancora più credibile. Ma non ci risulta che nessuno ne sia consapevole, ché, anzi, i diversi pacifismi ripetono in modo stantio e non convinto vecchi schemi (la “metanoia” dopo la IIa Guerra Mondiale, l’Europa post-istorica) che, data la mutata situazione, sono, meno credibili ed efficienti che mai. Oggi si richiederebbero  per esempio soprattutto  rinnovati sforzi contro lo “Hair Trigger Alert” e contro le armi autonome.

Certo, “ la specificità della tradizionale politica estera italiana (quando ve ne era una)”(quella fondata sulla presenza in Italia del Vaticano)potrebbe essere anche ora, mutatis mutandis, un modello da richiamare. Tuttavia, non siamo più all’ epoca della “politica dei due forni”, giustificata dall’ impossibilità di uscire dalla tutela americana, perché l’egemonia USA sul mondo è gravemente scossa, e non è chiaro quanto resisterà ancora, anche in Europa, alle pressioni concentriche di Cina, Russia e Islam. Per questo, la soluzione non è quella di fare qualche timida sortita “piccolo-nazionale” per dialogare ora con questo, ora con quell’altro “nemico dell’America” a beneficio della pace o proprio, bensì quello di costruire in modo sistematico un’identità europea diversa da quella “occidentale”, un’identità capace anche di sopravvivere al  declino dell’ egemonia americana. In fondo, è quello che hanno già fatto tutti i Paesi extra-europei, i quali, presentendo il crollo delle sovrastrutture modernistiche dei loro Stati (comunismo, laicismo modernizzante), hanno sviluppato lentamente, a partire dalla 2° guerra mondiale, delle culture radicate nelle rispettive tradizioni, la cui vera natura si sta manifestando appieno solo ora (nazional-comunismi, socialismo islamico,  islam politico,  neo-eurasiatismo, valori asiatici, Hindutva, patriottismo slavo..).

I diversi “sovranismi” dell’ Europa Occidentale, tanto  quelli piccolo-nazionali quanto quello europeo di Macron, non soddisfano ancora alle esigenze di questo trend mondiale, perché non sono adeguatamente radicati nei diversi volti della nostra cultura, così come gli altri sono radicati nelle loro: nel repubblicanesimo greco-romano (Ippocrate), nel Cristianesimo paolino (IIa Lettera ai Tessalonicesi), nel  Barbaricum (Aleksandr’ Blok), nella  cultura alta (“Odi profanum vulgus”), nel pluralismo (Aleksandr’ Marc), nella cultura critica (Horkheimer & Adorno)….In fondo, anch’essi sono semplici varianti del mondo americanocentrico (Bannon anziché Soros).

Manca nel mondo, ma soprattutto in Europa, una cultura alternativa, basata sull’educazione al rapporto con le macchine.

2. “Wa lā ghāliba illā-llāh”

“Non vi è vincitore al di fuori di Dio”:il motto dell’ Emirato di Granada, scolpito sulle mura dell’ Alhambra, significa che gl’ imperi non sono eterni: Egitto, Babilonia, Persia, Macedonia, Roma, Bisanzio, dinastie islamiche, Asburgo, Napoleone, Hitler, URSS…. Tutto passa, anche l’egemonia americana e la sua Modernità.

Nonostante che evoluzione storica dopo il crollo del Muro di Berlino vada nella direzione  di questo superamento, tuttavia l’Europa Occidentale tende ad allinearsi sempre più con il Complesso Informatico-Digitale, perché la politica interna europea è troppo facilmente influenzabile dall’ America (e dai GAFAM che controllano la censura via web). Scrive giustamente Margrita: “Certamente gli Stati Uniti sono molto sensibili a chi la pensa come loro: ogni anno pubblicano un volume nel quale prendono in esame tutti i voti che ci sono alle Nazioni Unite per osservare chi converge e chi diverge dalle proprie posizioni. I paesi dell’Ovest sono per il 78,4% nella stessa direzione; i paesi dell’Africa solo per il 48,7%; Israele è il più fedele, 95%, l’India la meno fedele con il 23%. L’Italia con il 73,4% è in una posizione molto giusta che permette una certa distensione”.

Ma perché parlare di “fedeltà”? L’articolo 13 del Trattato NATO afferma:” After the Treaty has been in force for twenty years, any Party may cease to be a Party one year after its notice of denunciation has been given to the Government of the United States of America.”  Quindi, non c’è nessun obbligo di restare nella NATO in eterno.Basta comunicare la disdetta. L’Italia, e l’ Europa, sono maestre in ciò (Vedi prima e seconda guerra mondiale). Per usare uno slogan caro agli atlantisti, l’Europa è libera di scegliere a quali alleanze partecipare (o non partecipare).

Nel 1989, a Praga, si sentirono le rimostranze degli USA

3. Il “tradimento di Gorbaciov”?

Per i motivi che precedono, nonostante l’articolo di Putin della scorsa estate sull’unità dei due popoli, la guerra in Ucraina non va certo considerata solo come un problema nazionale russo (che pure c’è), bensì come l’estensione, all’Europa, di un conflitto mondiale strisciante, con tutti i corollari che ne conseguono. Basti pensare alla creazione, da parte dei due fronti, di opposte “Brigate Internazionali” fortemente ideologizzate, con decine di migliaia di volontari che, da tutto il mondo, convergono in Europa.

Anche qui, Margrita cita Andreotti: “Nella stessa occasione, il poliedrico artefice della ‘pace nel realismo’ propose una lettura controcorrente dell’operato del presidente statunitense che ‘vinse la Guerra Fredda’, riferendo un suo discorso: “Uno dei momenti più esaltanti che vi siano stati negli ultimi decenni riguarda la presidenza Reagan. Questo presidente ha guidato una politica nell’Alleanza aperta ad un quadro più ampio del mondo. Ha concesso fiducia a Gorbaciov che cercava di innovare.”

Ricordiamoci, però, che  Gorbaciov è stato tradito, prima dall’ America e dall’ Europa, poi dai suoi stessi concittadini. Egli voleva integrare pariteticamente l’Unione Sovietica nell’ Unione Europea e nella NATO, ma i suoi progetti non sono stati assecondati da nessuno. Così, le dirigenze delle Repubbliche sovietiche gli hanno tolto la fiducia, e, per eliminare le basi del suo potere, hanno dissolto rozzamente l’Unione Sovietica, dando luogo ai problemi che i Russi hanno tentato da 30 anni di raddrizzare.

Però, in questo, gli Americani hanno ragione.

La Russia attuale ha poco a che fare con l’URSS. Le promesse fatte a Gorbaciov, che neppure furono scritte in un trattato, non vincolano la NATO, tanto più dopo l’uscita di scena, non solo di Gorbaciov, ma dell’ URSSstessa. Pur avendo seguito professionalmente questi temi per anni al tempo della Perestrojka, l’intera successione dell’ URSS e della Jugoslavia, con il loro groviglio di repubbliche, mi è ancora tutt’altro che chiara. Ciò non toglie che,  di fatto,il “Mondo Russo” abbia, ora, un ovvio senso di rivalsa e di timore verso tutti: Gorbaciov, l’URSS, l’America e l’ Europa, e, riacquistate le forze, voglia farlo valere. E che, di converso, l’”establishment” occidentale, erede, attraverso vari filoni (Burnham, “cancel culture”, mimetizzazione dei Partiti Comunisti, catto-comunismo, revisionismi, “viet-lib”, “materialismo volgare”, Teoria dello Sviluppo), dell’ egemonia culturale marxista, nutra un’isterica avversione per Russia e Cina in quanto “traditori” del comunismo, e che gran parte dell’opinione pubblica orientale (in particolare la Chiesa ortodossa) lo ricambi con una speculare avversione verso l’”establishment” occidentale (in Cinese, “Bai Zuo”, la “Sinistra Bianca”).

Anche le lodi che Andreotti tesseva di Reagan, citate da Margrita, si rivoltano poi, implicitamente, per contrasto, contro i presidenti successivi americani (i due Bush, Clinton, Obama, Trump e Biden):” Ha impostato la politica della riduzione degli armamenti, riuscendo ad avere la riduzione a metà degli arsenali.“Fatto veramente meritorio , ma che in 30 anni è stato completamente riassorbito e vanificato dai suoi eredi.

Infatti, il principale “tradimento”, non di un trattato, né di uno Stato, né di un uomo politico,  bensì per dell’ Europa e dell’ Umanità, più che sull’ allargamento, si è avuto sul controllo degli armamenti. Gli Stati Uniti (e, di riflesso, anche la Russia) si sono ritirati da tutti i trattati sul disarmo missilistico (l’ultimo dei quali nel 2019), e le richieste formulate l’anno scorso da Lavrov, il cui mancato accoglimento ha portato alla guerra in Ucraina, vertevano precisamente sul ristabilimento delle garanzie giuridiche sulla sicurezza in Europa date, non dall’ Ucraina, ma dagli Stati Uniti. E’ perciò iniquo anche che la guerra sia stata rivolta prioritariamente contro l’Ucraina, perché chi si  è rifiutato di negoziare le proposte russe sono stati gli USA e la UE (che però hanno la bomba atomica). D’altronde, l’ Ucraina non potrebbe, e non potrà, dare le garanzie richieste dalla Russia, perché quelle richiedono dei trattati internazionali, quali quelli proposti a USA e UE. L’Ucraina è dunque solo una vittima sacrificale.

A parte il fatto assurdo, che, oggi, ci troviamo ad avere distrutto i, seppur carenti,  trattati sul disarmo, quando invece la concertazione globale avrebbe dovuto allargarsi all’ intero rapporto con le macchine intelligenti. E senza contare l’accusa mossa, agli Americani da parte russa e cinese in discussione davanti al Consiglio di Sicurezza, di avere sviluppato, in laboratori di tutti gli stati ex-sovietici, ben 336 laboratori per armi batteriologiche ”mirate” geneticamente contro la popolazione russa (cfr. agenzia cfr.Xinhua,su cui i nostri media stanno stendendo un pietoso velo).

Ma chi dovrebbe lamentarsi più di tutti siamo noi Europei, messi in mezzo fra l’Atlantico e la Russia, e pieni di strutture nucleari americane (vedansi le 90 testate degli americane sui nostri aerei),che fanno di noi i primi  ghiotti bersagli in caso di guerra a tutto tondo.I B-52 stanno già volando…

Bisogna ricordare che alcuni Paesi europei, aderenti (Irlanda, Malta, Svezia, Finlandia, Austria)o meno (Svizzera, Islanda, Bosnia, Serbia, Kossovo, Moldova, Ucraina, Georgia, Armenia) alla UE, che, invece,  non hanno aderito alla NATO (spesso per radicate tradizioni o per trattati internazionali), sono sottoposti da anni a pressioni perché vi aderiscano, facendo venire meno una fascia protettiva intorno alla Russia.

Infine, la velocità dei nuovi missili ipersonici e spaziali rende praticamente impossibile intercettare un “primo colpo” nucleare, soprattutto per chi, come la Russia, ha le sue città principali a pochi chilometri dalla frontiera. E’ più che normale che, Gorbaciov o no, trattati o no, diritto internazionale o no, la Russia non possa fare a meno di chiedere, come ha fatto, una radicale revisione del sistema europeo di sicurezza, che tenga in considerazione soprattutto le nuove armi oggi disponibili.

Certo, la Russia ha violato (o almeno così sembrerebbe), il principio di non attaccare un altro Stato senza una solida ragione  (anche se una serie di documenti dimostrerebbero che, concomitantemente all’ attacco russo, stava partendo anche quello ucraino).In ogni caso, bisognerà pure che sia possibile difendersi da una miriade di pericoli incombenti da 30 anni, anche se relativamente “piccoli”, quali quelli citati nel documento russo. Pericoli non solo per la Russia, ma per tutti noi.

I Cristiani di Kiev celebrano la messa in segreto

4.Il popolo ucraino come vittima sacrificale

Mentre la vera materia del contendere sono queste modifiche dell’ Equilibrio del Terrore fra USA e Russia,  il popolo ucraino è stato messo in mezzo come vittima sacrificale.

Poste come sono nella pianura pontica, da sempre teatro delle scorrerie dei guerrieri nomadi, le popolazioni dell’ Ucraina sono state da sempre vittime delle violenze più estreme. Avevano cominciato i nostri antenati Yamnaya, che, come dimostrano le analisi del DNA, uccidevano, sul loro percorso, tutti gli avversari maschi. Continuarono i loro discendenti taurici, colchici e sarmati, che, nella mitologia greca (per esempio, in Ifigenia in Tauride e in Fedra) erano descritti come ferocissimi; poi, le guerre civili degli Sciti, le stragi di Anti da parte dei Goti, la lotta dei Polovesiani contro la Rus’ (Canto della Schiera del Principe Igor); le rivolte dei Cosacchi; il “Diluvio” di Svedesi (Sienkiewicz); le lotte fra proprietari polacchi e servi ruteni; la Guerra Civile russa; l’ Holodomor; l’Operazione Barbarossa; Baby Yar; gli scambi di popolazioni con la Polonia…

Anche questa volta, l’Ucraina è stata scelta come terreno di confronto fra l”Occidente” e la Russia. Prima c’era stato il esperimento di “rivoluzione arancione” organizzata da Washington con i veterani dell’ operazione Otpor a Belgrado, poi l’ Euromaidan, in cui l’eterodirezione è stata simboleggiata da Vittoria Nuland, che distribuiva sandwiches ai manifestanti e organizzava telefonicamente il nuovo governo scandendo “fuck EU”. Dall’ altra parte, i cosacchi, i veterani e i ceceni hanno sostenuto, anche platealmente, le repubbliche secessioniste del Donbass.

Oggi, il popolo ucraino fa oggetto di molteplici esperimenti strategici in preparazione della IIIa Guerra Mondiale. E’la “guerra senza limiti” teorizzata dai generali cinesi, che coinvolge nucleare e cyberguerra, superiorità aerea e cultura, carri armati e propaganda, aiuto umanitario e guerra batteriologica, diritto internazionale e internet…

In questo contesto, si è affermata una nuova dottrina, secondo cui occorre preliminarmente effettuare grandiose operazioni di salvataggio dei civili (i “corridoi umanitari”), per poter meglio combattere nelle città. E’ quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, che viene presentato come prova dell’orrore della guerra, ma testimonia soprattutto di una rinnovata, fortissima preoccupazione per evitare ogni “effetto collaterale”.

Ovviamente, gli interessi dei civili coinvolti, vittime di queste strategie, debbono essere tenuti in altissima considerazione da tutti, evitando le strumentalizzazioni propagandistiche di guerra (che invece i media sfruttano sfacciatamente).Ma soprattutto occorre evitare la deriva verso una guerra mondiale che vedrebbe la vittoria, sull’ Umanità, delle Macchine Intelligenti.

Le trattative ad Antalya

5.L’Unione Europea mediatrice?

Margrita invoca giustamente “Una strada per la ‘pace giusta’, insomma. Quella che l’Unione Europea non è sembrata voler imboccare. Rifiutando di assumersi il ruolo di mediatrice nel conflitto russo-ucraino”.

Assolutamente vero che quella del Mondo Unipolare non era in alcun modo una “pace giusta”, bensì un “vae victis” imposto  illogicamente a chi non aveva affatto perso una guerra, e ritiene anzi oggi di essere più forte che mai, né, a prima vista, può sembrarlo quella che sia il risultato di un’aggressione. Inoltre, sarebbe certo logico che l’Unione Europea si rendesse comunque mediatrice su una questione vitale per l’Europa stessa, come la guerra e la pace fra gli Slavi Orientali; tuttavia, purtroppo, essa non può obiettivamente svolgere tale ruolo, per almeno  cinque motivi:

a)la sua struttura giuridica non prevede un centro decisionale chiaro, come una presidenza unica, un Governo, un Direttorio. Al suo vertice stanno 5  presidenti, che non si coordinano fra di loro: come farebbero a imporre una trattativa, quando essi stessi sono in continua trattativa fra di loro e con i capi degli Stati Membri (pensiamo solo al “sofagate”)?;

b)per tutte le sue decisioni, attende sempre il beneplacito, implicito o esplicito, degli USA. Allora, tanto varrebbe rivolgersi direttamente a Washington. Soprattutto ora quando, grazie alla crisi ucraina, è stata ristabilita la “Linea Rossa” fra le due Superpotenze;

c)non han una credibile forza militare;

d)ha un atteggiamento sempre più preconcetto verso la Russia e la Cina, che la mette in situazioni insostenibili, come il vai e vieni sulle Vie della Seta e la censura dei media e perfino della cultura russi, e la rende inaffidabili come partner. Molti utilizzano contro la Russia gli stessi argomenti che usavano contro l’URSS, mentre la Federazione Russa è, al contrario dell’ URSS comunista, europea e cristiana. Ciò ha portato addirittura all’ abbandono, da parte della Russia, del Consiglio d’Europa;

e)gli Europei sono parti in causa, perché Russia e Ucraina sono parti dell’ Europa, e la loro guerra è in realtà una guerra civile europea, che, se l’ Europa fosse stata veramente padrona di se stessa, esse non avrebbero potuto  neanche pensare.

In conclusione, Russi e Ucraini preferiscono giustamente, come mediatori, i Bielorussi e i Turchi. E, di fatto, le trattative si stanno  svolgendo a Brest, Bielovieža e Antalya.

Margrita conclude  giustamente:” Così non è stato, l’Europa si è chiamata fuori da qualunque ruolo negoziale, e quello che alla fine succederà sarà che una soluzione negoziale – precaria o solida vedremo – si troverà, ma non sarà targata Bruxelles, bensì Pechino, Gerusalemme o addirittura Washington”.

Kiev al centro dell’ Europa

6. La Confederazione Europea

Forse,  al momento la soluzione più “giusta” sarebbe proprio, come suggeriscono Margrita e Casadei,  la neutralità dell’ Ucraina (certo radicata in un trattato internazionale come quelle svizzera e austriaca). Tuttavia, dal punto di vista strategico,  essa non risolverebbe la questione, perché l’attrito diretto fra Russia e Nato c’è anche in Scandinavia, Baltico e Caucaso (vedi manovre della NATO in corso). Bisognerebbe puntare invece alla Confederazione Europea, sulla falsariga delle proposte delle Assise di Praga del 1989, come da noi indicato nei precedenti post. In questo modo, la NATO, o  cesserebbe di esistere, o sarebbe parte di un grande accordo europeo, in cui la rivalità russo-americana perderebbe di attualità,  per l’interposizione di un nerboruto Esercito Europeo, capace di bilanciare la forza di quello russo. L’Ucraina ne sarebbe enormemente valorizzata come ponte fra Est ed Ovest perché sarebbe il centro della Confederazione Europea, e uno snodo fondamentale delle Nuove Vie della Seta.

Per  arrivare a questo, i Governi e le Istituzioni non bastano. Ci vuole un movimento dal basso di veri Europeisti, che, cancellate tutte le retoriche del modernismo, dell’ideologia californiana, dell’occidentalismo e della “cancel culture”, punti a un’Europa coerente con le sue antiche e nobili tradizioni culturali, che comprendono a pieno titolo la Russia, l’Ucraina, la Turchia e le religioni d’ Europa.

Su questo argomento, l’atteggiamento della Chiese potrebbe, certo, essere determinante, se non fosse che esse sono divise come l’Europa, con il Papa contrario alla fornitura di armi, i vescovi tedeschi favorevoli e il Patriarca Kirill che incita i Russi al combattimento citando parti della Lettera di Filofej di Pskov sulla Terza Roma. E questo non è un fatto occasionale, bensì una divisione fra i Cristiani che risale agli Apostoli, alle Guerre di Religione, al Cosmismo…

Da tempo insistiamo perché ci si parli su questi temi, partendo dal livello locale e dal Movimento Europeo.

Scriveteci (info@alpinasrl.com)

L’UCRAINA QUALE “PONTE FRA EST E OVEST”

Considerazioni sulla conferenza internazionale proposta dal Movimento Europeo

Teleconference Macron, Scholz
Xi Jinping

Oggi, il Presidente Xi Jinping ha avuto una teleconference con Macron e Scholz, con cui questi hanno praticamente investitoo, i modo informale, il Presidente cinese del ruolo di mediatore per conto dell’Europa. Per quanto la cosa possa sembrare esorbitante sotto tutti i punti di vista (a che titolo parlano Macron e Scholz? Perché l’ Europa non può mediare da sola? Cosa ci sta a fare Borrell?), l’iniziativa  dovrebbe essere foriera di sviluppi molto positivi.

La cosa va letta come l’ultimo episodio di un’evoluzione avviatasi già nei giorni passati. Al termine dei colloqui fra il Segretario di Stato Blinken e il primo ministro cinese Wang Yi, l’agenzia di stampa Xinhua aveva emesso un comunicato, in cui, tra l’altro, “la Parte Cinese“ also encourages the United States, the North Atlantic Treaty Organization (NATO), and the European Union to engage in equal dialogue with Russia

E’ importante rilevare come, secondo la Cina, anche l’Unione Europea e la NATO debbono partecipare alle trattative in esito alla guerra in Ucraina, per una soluzione globale delle tensioni di lungo periodo nell’ area europea (“ face up to the frictions and problems accumulated over the years”), e, in particolare all’ allargamento a EST della NATO “pay attention to the negative impact of NATO’s continuous eastward expansion on Russia’s security”, e per costruire un nuovo meccanismo europeo di sicurezza: “ and seek to build a balanced, effective and sustainable European security mechanism in accordance with the “indivisibility of security” principle”.

In una successiva dichiarazione, Wang Yi ha anche affermato:” Relations with Russia and those with the European Union were two separate issues, ….China’s relationship with Europe was not dependent on or related to any third party.”

Insomma, la Cina non vuole, né trovarsi imbarazzata dalla sua amicizia con la Russia, né essere ostacolata, nei suoi rapporti con l’ Europa, da interferenze americane. Di fatto, è in una posizione ideale per mediare, tenendo conto dell’ interesse del mondo intero per un’Europa pacifica ma anche forte.

Infatti, ha annunziato un prossimo summit fra Cina e UE, ed ha affermato che “Beijing firmly supported Europe’s “strategic autonomy””.Autonomia che però, nonostante le dichiarazioni retoriche, le Istituzioni della UE di fatto non stanno affatto perseguendo in concreto, e che non sarà probabilmente conseguita senza un sostanzioso aiuto cinese.

Alle “avances” cinesi corrisponde infatti la richiesta del Movimento Europeo di convocare una Conferenza per la sicurezza in Europa.

Mentre tutti i commentatori si concentrano sugli aspetti apparentemente più macroscopici della guerra in corso, dall’enormità sostanziale del conflitto, alle confliggenti interpretazioni e versioni dello stesso favorite dai diversi Governi, ai devastanti impatti economici, noi desideriamo qui concentrarci invece su queste  trasformazioni desiderabili e possibili degli attuali assetti europei che si potrebbero, e dovrebbero, perseguire in occasione delle future trattative, per una soluzione in profondità e di lungo periodo dei  molti, gravissimi e urgenti problemi del mondo.

In effetti, l’”Operazione Speciale” in Ucraina non è certo la linea più diretta e auspicabile per affrontare la questione della sicurezza europea (che sarebbe ovviamente compito prioritario degli Europei, e non di altri, e che dovrebbe essere stata affrontata diversamente da gran tempo). Però, come al solito, “oportet ut scandala eveniant”.

E comunque la Russia e l’Ucraina non possono essere gli unici interlocutori di una questione che riguarda evidentemente anche e soprattutto l’Unione Europea e la NATO. I cui trattati istitutivi sono da anni giustamente soggetti a critiche, che questa crisi potrebbe e dovrebbe aiutare a superare. Ma riguarda altrettanto la Cina, che, con le sue Nuove Vie della Seta, rivendica per sé un ruolo attivo in tutte le vicende dell’Eurasia, che impattano profondamente sulla sua economia e sulla sua società, largamente dipendenti dagli scambi internazionali. Basti pensare alle ferrovie che attraversano la Russia, l’Ucraina, la Polonia….E difatti, anche Borrell ha espresso il desiderio che la Cina promuova un negoziato, e Wang Yi ha affermato chiaramente che essa si sta predisponendo a farlo.

Gli Stati Uniti, che si erano illusi di avere soffocato le Vie della Seta – con il terrorismo islamico, con i moti di Hong Kong, con le ingerenze con i Governi europei (e in primis quello italiano), con le sanzioni contro la Cina- se la vedono oggi rispuntare sotto forma di mediatrice necessaria nel conflitto ucraino.

Ed è  su questa svolta che si potrebbe innestare il discorso più vasto sull’architettura europea.

Mitterrand a Praga

1.La Confederazione paneuropea (Assise di Praga del 1989).

Infatti, oggi, il problema immediato sentito da tutti, ma finora irrisolto, è quello di proporre una soluzione della crisi ucraina che sia accettabile a tutte le parti, e dotata di una sua intima coerenza. Tuttavia, una siffatta proposta non avrebbe, né chances, né un seguito, se non poggiasse su una solida base di riflessione e una proposta di più ampio respiro.

E, innanzitutto,  occorre chiedersi perché l’unica soluzione lineare, quella proposta in passato, la Confederazione Europea di Mitterrand, discussa nel 1989 alle Assise di Praga, sia stata sempre scartata senza discussione, per le opposizioni degli Stati Uniti e delle classi dirigenti atlantiste:” à partir des accords d’Helsinki, je compte voir naître dans les années 1990 une Confédération européenne au vrai sens du terme qui associera tous les États de notre continent dans une organisation commune et permanente d’échanges, de paix et de sécurité.».

Si noti bene che le Assise di Praga erano un incontro non limitato ai politici, bensì aperto alla società civile di tutta Europa.

Fino a pochi anni fa (almeno fino al 2008), l’obiettivo di politica europea della Russia (sotto Gorbaciov, Elcin e Putin) sembrava rimasto appunto proprio quello di una strutturazione dell’Europa sulla base di una confederazione con l’Unione Europea, quale  già adombrata negli statuti del Consiglio d’ Europa e dell’ OCSE, (anche attesa l’indisponibilità della UE, espressa a Putin dal Presidente Prodi, ad una adesione della Russia alla UE, quale invece già richiesta da Elcin).

Invece, l’obiettivo dell’”establishment” occidentale era radicalmente diverso: “bloccare la storia” in modo da rendere irreversibile il suo”impero nascosto”  esteso a tutto il mondo: “La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica fecero emergere la falsa convinzione che la fine della guerra fredda e dell’imperialismo comunista avrebbe aperto la strada ad un mondo sostanzialmente unipolare nel quadro dell’egemonia degli Stati Uniti d’America e del libero mercato.I passi in avanti compiuti dal processo di integrazione europea, dall’Atto unico europeo del 1987 al Trattato di Lisbona del 2009 sono ben lontani dall’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa ribadito nel 1984 su Le Monde e il mondo unipolare immaginato nel 1989 ha lasciato il posto ad un pianeta sempre più ingovernabile con tensioni crescenti fra Stati che rivendicano al loro interno il principio della sovranità assoluta e all’esterno il ruolo di attori internazionali.(P.V. Dastoli, “Est-ce qu’il faut une troisième guerre mondiale pour créer les Etats-Unis d’Europe ?”) .

Come conseguenza, di fronte al “muro di gomma” degli Europei (vedi dichiarazioni di Prodi) e all’invasività delle sempre rinnovate politiche americane (Guerra del Kossovo, Operazione “GUAAM”, Euromaidan, erosione delle tradizionali neutralità di Svizzera, Austria, Svezia e Finlandia), la Russia è stata costretta, nei decenni, anziché a procedere, come avrebbe voluto, sulla strada dell’integrazione paneuropea, a difendere in tutte le direzioni in modo sempre più aggressivo la propria autonomia politica attraverso tattiche negoziali e militari alternate (interventi in Transnistria, Kossovo, Ossetia, Abkhazia, Donbass), ora sfociate nella guerra con l’Ucraina, più acuta ed evidente delle precedenti, ma qualitativamente non diversa.

Nel frattempo, tradizioni giuridiche secolari e sancite da trattati internazionali, come l’ “Immerwaehrende Neutralitaet” svizzera e austriaca, venivano (e vengono) erose con cavilli formalistici dalla NATO e dalla UE.

Per molto tempo, in quegli anni, Putin aveva parlato e operato a favore della UE, della democrazia e del mercato, ma, dopo tante delusioni, la sua visione politica è cambiata radicalmente:”dopo tanti anni di politica estera e di incontri con tanti presidenti americani ho capito che mai con gli USA ci potrà essere vera pace perchè sono contro di noi per il semplice motivo che esistiamo”. Per questa convinzione, egli ha progressivamente militarizzato la Russia, nell’ ideologia, nella cultura, nel diritto, nella società…, come risulta particolarmente evidente in questi giorni.

Tutte le potenze che sono intervenute nel conflitto con ambizioni di mediazione hanno tentato, per ora inutilmente, di delineare un’ipotesi di strutturazione dell’area est-europea che soddisfi le esigenze di tutte le parti in causa, ivi comprese le ”legittime preoccupazioni della Russia”. Per quanto ci riguarda, la confederazione paneuropea resta però l’unica prospettiva che permetterebbe di uscire in modo stabile da una conflittualità che oggi appare senza rimedio, non solo sull’ Ucraina, ma anche per ciò che concerne tutta l’Europa, e una conferenza internazionale, quale quella proposta dal Movimento Europeo,  sembra l’unico strumento veramente adeguato.

Attraverso le diverse pubblicazioni della Casa Editrice Alpina e dell’Associazione Culturale Diàlexis (in particolare, Ucraina, no a un’inutile strage, del 2014) avevamo già tentato da circa un decennio di delineare uno scenario complessivo che avrebbe permesso di raggiungere questo risultato.

Proprio il fatto che trovare una soluzione politica non sia facile potrebbe costituire in realtà un’opportunità per la UE, la quale, desiderando (a quanto da essa stessa dichiarato) fondare una visione nuova, basata sulla “sovranità europea” di cui parla Wang ( ma per cui non oggi esistono sufficienti basi materiali e spirituali), non può che giovarsi di uno scenario mobile, che offra il destro di uscire dal “Pensiero Unico”. Senza una forte spinta dal basso (e dall’ esterno), l’Unione non sarà mai all’altezza di quell’ obiettivo.

Tra l’altro, la crisi ucraina sta infatti coincidendo temporalmente con la fase terminale della Conferenza per il Futuro dell’Europa, che non sembra abbia raggiunto alcuna conclusione operativa (per dirla con il Presidente Mattarella, si sta concludendo in modo “grigio”). In particolare, non c’è nessuna proposta concreta sulla politica estera e di difesa dell’ Europa, che, come si può vedere proprio nel caso dell’ Ucraina, non esiste, perché tutte le cose importanti (per esempio la “no flight zone”, la fornitura dei MIG, la linea di successione di Zelenski, la mediazione cinese…) vengono ancor sempre decise, in realtà, fra Stati Uniti, Russia e Cina. Come difficoltà aggiuntiva c’è il fatto che, in una materia così fluida come quella militare, ci si debba sempre consultare in 27.

Sarebbe il caso che il Movimento Europeo, stigmatizzando in modo energico l’assenza di idee nella Conferenza, si esprimesse molto più chiaramente per una ripresa della proposta di Mitterrand e di Gorbaciov. L’attuale svolgimento della Conferenza (burocratico, autoreferenziale, e privo di entusiasmo, dialettica e concretezza) è, infatti, quanto di più lontano dalle realtà di quest’Europa scossa dalla pandemia, dalle sanzioni, dalla crisi economica, dalla guerra).La stessa presidenza di turno, quella francese, stretta fra la guerra e le elezioni, non ha fatto praticamente nulla per l’Europa, salvo ora la videoconferenza con Xi Jinping.

E’ dunque chiaro che:

il primo messaggio all’ Europa, è: datevi un “comandante in capo” in grado di trattare con poteri corrispondenti a quelli di Biden, Putin e Xi Jinping;

-Il secondo messaggio è: datevi una forza nucleare veramente europea. Certo, c’ è già quella francese, ma, a parte la sua debolezza rispetto a quelle russa e americana, è ad esclusiva discrezionalità del Presidente francese, che non è in grado di usarla politicamente. La Presidenza francese dovrebbe mettere la Force de Frappe a disposizione dell’Europa, precisandone le condizioni, e l’Unione che dovrebbe dotarsi di un meccanismo di gestione delle crisi che garantisca il comando unico;

-Terzo messaggio: datevi un profilo chiaro (una dottrina strategica comune), in modo da poter formulare risposte univoche;

-Quarto messaggio: spendete meglio i vostri soldi, licenziando praticamente tutti gli alti ufficiali, la maggioranza degli ufficiali, metà dei sottoufficiali e molti soldati, e dotatevi, al loro posto, di analisti, agenti segreti, ingegneri informatici, nucleari e spaziali, addestratori di milizie civili, contractors, come hanno gli altri eserciti. Sviluppate computer quantici, missili ipersonici, “gliders”, ecc…

Mariupol, centro del conflitto del Donbass

2.Il ruolo dell’ Ucraina nel futuro dell’ Europa

Gorbačëv aveva parlato di una “Casa Comune Europea” ispirandosi al papa Enea Piccolomini , Elcin, Putin e Erdoğan hanno continuato a caldeggiare, oramai da un ventennio, e con una pazienza veramente encomiabile,  l’adesione alla UE dei rispettivi Paesi, ricevendone risposte evasive o sdegnate. La realtà è che, come si era lasciato sfuggire Prodi con Putin,  Russia e Turchia sono troppo grandi, e potrebbero dettare le loro condizioni, anziché accettare supinamente quelle della UE.

E non si dica che non sono “democratici”. La storia di questi ultimi decenni ci insegna che Solidarnosc, FIDESZ, AKP, Edinaja Rossija, sono nate dalle vittoriose rivendicazioni antitotalitarie contro regimi liberticidi, come i Partiti Comunisti dell’ Est e i militari polacchi e turchi. Se i loro leaders hanno dovuto incrementare, nel corso di questi decenni d’indipendenza,  i poteri propri e dei loro Governi, ciò è stato dovuto alle pesanti forme di destabilizzazione subite, nonostante le loro origini e i loro meriti,   da parte dall’ America e dalla UE, come per esempio  la colonizzazione dei media e della cultura di Polonia e Ungheria da parte di gruppi finanziari e lobbistici occidentali, le Rivoluzioni Colorate serba, georgiana e ucraina preparate a tavolino secondo il manuale di Gene Sharp e finanziate dall’ Endowment for Democracy; il colpo di stato sobillato dal telepredicatore islamista Gülen  con sede in USA.

In conclusione, una proposta europea per l’Ucraina potrebbe situarsi lungo cinque linee di azione:

un nuovo tipo di confederazione dell’Unione Europea, da un lato con l’Unione Eurasiatica, e, dall’ altra, con la Turchia, secondo la vecchia proposta di Mitterrand (utilizzando “come veicolo” il Consiglio d’ Europa e/o l’ OSCE?);

-la “federalizzazione” dell’ Ucraina (ma anche della Turchia), come prevista dagli Accordi di Minsk, utilizzando ad esempio le esperienze della Finlandia, del Belgio e della Svizzera, oltre che le già esistenti 12 Euroregioni dell’Ucraina. Ricordiamo che il Belgio ha una Comunità neerlandofona, una francofona e una germanofona, più una “Città Capitale” che è anche la “capitale” della UE e della NATO;

-la trasformazione dell’ Ucraina nel “territorio confederale”, e, di Kiev, nella sua “capitale”. Intanto, per rispetto verso  i nostri partners orientali, e, in secondo luogo, per dare, all’ Ucraina un ruolo, “una missione”, come quella che giustamente rivendicava la “Confraternita Cirillo-Metodiana”tanto amata dai nazionalisti ucraini, che non sia solo quella di “Antirussia”;

-la neutralizzazione del territorio ucraino, con adeguate garanzie internazionali reciproche (come proposto, fra gli altri, da personaggi come Kissinger e Brzezinski). Non si capisce perché ciò che si è fatto, e si continua a fare, per quasi la metà degli stati europei, membri (Irlanda, Svezia, Finlandia, Austria, Malta) dell’ UE, e non-membri (Svizzera, Liechtenstein, Serbia, Georgia , Azerbaidjan, Islanda, Moldova) non possa essere fatto anche per l’Ucraina;

-una collaborazione urgente fra l’ America, la Russia e l’Europa, su  un progetto generale di controllo degli armamenti, non limitato alle armi nucleari  e alle difese antimissilistiche, bensì allargato a un’applicazione generalizzata del Principio di Precauzione. Infatti, le “garanzie” dell’equilibrio degli armamenti sono, prima che giuridiche, tecniche: vale a dire trasparenza delle tecnologie, efficacia dei controlli,ecc …;

-il passaggio della “Force de Frappe” francese sotto il controllo europeo;

-uno scadenziario preciso di trasferimento delle competenze militari (ivi compresi gli acquisti di materiale militare e le attuali basi NATO e americane), dagli USA e dalla NATO alla UE. E non si dica che un Esercito Europeo non sarebbe in grado di difendere l’ Europa, quando perfino l’esercito ucraino si sta rivelando capace di sostenere l’assalto di quello russo. Gli Europei stanno spendendo già adesso il doppio dei Russi, ma stanno semplicemente sprecando i loro soldi. E poi, non avendo noi l’ambizione di dominare il mondo, non avremmo bisogno di spendere quanto gli Americani. Semmai, bisognerebbe spostare un certo numero di stanziamenti verso l’AI, l’intelligence, il missilistico e il nucleare.

Si tratterebbe insomma semplicemente di ritornare all’ impostazione originaria del Movimento Federalista Europeo, che considerava la CSI come una realtà federale positiva e utile, con cui collaborare nell’ambito del Federalismo Mondiale. 

Occorre  sottolineare che, a causa della grande varietà di tradizioni delle diverse parti dell’ Ucraina, un aspetto importante dell’ Ucraina è la sua vocazione naturale  al  federalismo. Pensiamo ad aree altamente omogenee sotto tanti punti di vista, come Galizia Orientale (Leopoli), Podlessia (Cernihiv), Regione Kievana, Donbass (Kharkiv), Novorossija-Zaporizzhia (Dnipro), Bessarabia (Odessa), Rutenia Transcarpatica (Uzhgorod). Volendo, anche Crimea (Simferopol).

La “federalizzazione” era stata invocata fin dalla creazione del nuovo Stato, e già parzialmente attuata in Crimea. Essa costituiva il nucleo del programma del Partito delle Regioni che aveva vinto le elezioni. Questo progetto è già perfino accettato, negli Accordi di Minsk II, ma mai concretizzato per l’opposizione dell’ Ucraina. Esso è anche consono allo spirito federalistico dell’ Unione Europea. Non per nulla, l’Ucraina aveva fatto oggetto della creazione, grazie alle sue successive amministrazioni,  delle sue 12 Euroregioni. Come in altre parti d’Europa, le Euroregioni dell’ Ucraina non funzionano, ed era stato proprio Jatseniuk a lamentarsene quando era stato Ministro degli Esteri.

Da dove vennero i primi Indoeuropei

3.L’Ucraina  cuore dell’ Europa

A noi pare che la  materia più  delicata del contendere sia proprio quella  simbolica: la pretesa di centralità rispetto a una tradizione condivisa: quella della Rus’ di Kiev. La Russia non può permettere che Kiev, suo mitico luogo di origine, cada in mano a forze antirusse (l’”Antirussia” contro cui si scaglia ancora il Presidente Putin). Ne verrebbe sconvolto lo  stesso equilibrio culturale e psicologico del Paese (che punta tutto sulla propria continuità storica da Rjurik ,se non dagli Sciti, a Putin, sicché gli Slavi Orientali dovrebbero essere per i Russi non già dei partners, più o meno affidabili, bensì dei “fratelli”=“bratjà”).  Di converso, i nazionalisti ucraini (e dei Paesi vicini), che finalmente, dopo molti secoli, sono riusciti, anche se in modo discutibile e in ritardo sugli altri Europei, a crearsi una loro “identità nazionale”, non vogliono neppur essi “mollare la presa”, lasciando ai “Moscoviti” (i “Moskali”) la leadership dello Slavismo, che, secondo la “Comunità Cirillo-Metodiana”, sarebbe spettata all’Ucraina. È un vecchio conflitto, quello fra “Ucrainofili” e “Russofili”, che, per quanto limitato nello spazio e nel tempo, aveva già fatto molte vittime, per esempio in Galizia durante e dopo la 1° Guerra Mondiale. Ci sembra grave che, invece, non vengano mai ricordate le altre importanti tradizioni culturali dell’ Ucraina (greco-romana, turco-tartara, Polacco-Lituana, Ungherese, Rutena, Askhenazi, Karai).

Quella che noi suggeriamo è un’ulteriore  contromossa . Per noi, il Maidan non è il centro dell’ Ucraina Occidentale, né dell’Ucraina in generale: è il cuore dell’ Europa. Fin dagli inizi, l’Europa è stata molteplice: non per nulla, già Diocleziano aveva diviso l’Impero Romano in quattro parti. In Europa, vi sono almeno tre, se non quattro, “Rome”: oltre che la “Roma” propriamente detta, ci sono Istanbul e Mosca. Nessuna di queste può essere “il” centro dell’Europa. Fisicamente, il “centro” si situerebbe  proprio in Ucraina Occidentale (forse, in Bucovina, vicino al Castello di Hotyn).Secondo John Anthony, l’area si origine dei Proto-Indoeuropei si situerebbe lungo il medio corso del Don, nell’ Oblast di Samara, da dove essi sarebbero poi migrati verso l’Ucraina e la Romania. Quindi, non più Kiev origine degli Slavi Orientali (la Rus’ di Kiev), bensì la Russia meridionale quale origine degli Indo-Europei.

In Kiev, parzialmente slava e ortodossa, parzialmente cattolica, parzialmente medio-orientale (di cui è simbolo la Chiesa Cattolico-Orientale), come dice lo stesso nome “Maidan” (Turco, Arabo, Persiano, Urdu, Hindi) si potrebbe stabilire il “centro” dell’Europa, intesa, non già come semplice Unione Europea, bensì come Confederazione fra UE, Comunità Eurasiatica e Turchia.

Tuttavia, per fare questo, occorrerebbe che, al di sopra delle identità regionali e nazionali, emergesse con chiarezza la natura dell’ Identità Europea quale espressione della Dialettica dell’ Illuminismo nell’ era delle Macchine Spirituali. Tale dialettica si configura, oggi, come tensione fra, da un lato, la Rivoluzione Biopolitica perseguita dal Complesso Informatico-Militare, e, dall’ altra, l’aspirazione al superamento della Modernità nel nome delle tradizioni culturali e religiose. Quest’aspirazione, che oggi trova la sua incarnazione soprattutto nel dialogo interculturale ed ecumenico, dovrebbe trovare espressione anche in un movimento politico internazionale volto al controllo degli abusi delle nuove tecnologie, siano esse civili o militari.

A quel punto, la “radice” non sarebbe più nella Rus’ di Kiev (il “Russkij Mir”), bensì nelle culture di Yamnaya e di Tripollie (origine degli Europei),da cui si sarebbe dipartita anche la “Cultura di Sintashta” (dove Anthony vede similitudini con la cultura vedica).

L’ Europa, la Russia e l’Ucraina, per il loro carattere di “ponte” fra le culture occidentali e orientali, dovrebbero divenire il supporto politico di questo movimento. Per fare ciò, esse devono però riconoscere le loro radici comuni (i “due Polmoni” di cui parlava Papa Wojtyła), sviluppando forme di sinergia e di associazioni che accrescano il loro peso in quanto polo di trasformazione della società mondiale.

Ci si obietterà che ciò è irrealistico, in quanto, oggi, si andrebbe piuttosto verso una conflittualità crescente fra Occidente ed Eurasia. Si osserverà anche che questo è il momento di un forte “revival” di ogni tipo di nazionalismo:

-campanilistico-economicistico , come quello del “Made in Italy”;

-geopolitico-finanziario,come quello dell’”austerità” tedesca;

-populisico volgare, come quello anti-immigrati e anti-euro;

-quello sciovinistico novecentesco, come quello “sovranista”;

-quello del “ressentissement”, come quelli dei “popoli senza storia” contro gli “Herrenvölker;

-quello piccolo-nazionale, come quelli basco, catalano, scozzese o Fiammingo;

-quello letterario e aulico, come quello delle grandi “nazioni aristocratiche”;

-quello  opportunistico e filo-NATO, come quelli degli establishment militari;

-quello neo imperiale, come quello russo.

Noi crediamo invece che, in una visione pluricentrica e pluriculturale, tutte le forme di identità, comprese quelle nazionali, possano trovare uno sbocco e una fioritura, purché si inquadrino nell’ obiettivo storico dell’ Europa del XXI Secolo.

Così, la Russia potrebbe perseguire il suo ruolo di catalizzatore delle infinite forze dell’Eurasia; il mondo nordico potrebbe  continuare a costituire il cuore economico dell’ Europa; quello mediterraneo la colonna vertebrale di una rinnovata Società della Conoscenza intesa come Società della Cultura e delle Fedi; quello Centro-Orientale, una “cerniera” intorno alla quale si muovono tutte queste altre realtà. E, ancora all’ interno di ciascuno di quei “mondi”, si possono inserire le Macroregioni Europee (baltica, atlantica, alpina, adriatica, danubiana, ecc…) , ciascuna con delle sue specificità (quale ecologica, quale marinare, quale turistica, quale multiculturale, quale storica…).E, poi, ancora, nazioni, regioni, città, in un’Europa delle Identità in cui ogni anello della catena ha una propria vita.

Tuttavia, senza una nuova classe dirigente che approfondisca, maturi, formalizzi, consolidi, concretizzi, diffonda e difenda questa visione, l’ Europa va inesorabilmente verso il declino, l’irrilevanza, il conflitto e la distruzione: Complesso Informatico-militare contro democrazia; NATO contro Russia; nazionalismo russo contro revanscismo baltico e ucraino; arroganza tedesca contro Paesi mediterranei; Stati Nazionali contro micronazionalismi; nazionalità titolari contro minoranze etniche…

E’ chiaro che questo non è fino ad ora avvenuto perché tutte le componenti dell’ establishment non vogliono perseguire quell’ obiettivo, vuoi perché non informate, vuoi perché non lo condividono, vuoi perché paralizzate da  un’opinione pubblica succube dei “media”, vuoi perché eterodirette dall’ America.

Il problema politico sarà dunque come fare a conseguire quegli obiettivi nonostante quest’ ambiente circostante ostile.

Per quanto la pace in Ucraina sia un obiettivo immediato e la federazione eurasiatica un obiettivo di medio termine, le strategie per conseguirlo non devono contraddirsi reciprocamente, e devono tenere conto dei vincoli del realismo.

La strage di Srebrenica, sotto gli occhi dei Caschi Blu

4. Il federalismo mondiale non è un mondo angelico

La nascita del federalismo europeo si confonde, fin dai più lontani precedenti, con quella delle organizzazioni internazionali. Esso le ha sempre  sostenute  lealmente, anche perché esse costituiscono, per essa, il canale privilegiato per esercitare il suo ruolo nel mondo. Coerentemente con le impostazioni classiche del federalismo, il completamento dell’integrazione europea dovrebbe permettere anche la realizzazione del federalismo mondiale.

Tutto ciò presuppone però, a monte, una rivoluzione culturale, in quanto, nel dibattito culturale e politico, non sono ancora stati approfonditi adeguatamente concetti essenziali per tale riforma, come per esempio “Superpotenza”, “Confederazione”, “Impero”, “Imperialismo”, “Grande Potenza”, “Federazione”, “Stato”, “Stato Nazionale”, “Nazionalismo”, “Stato Federale”, “Federalismo”, che, infatti, tanto nella letteratura specialistica, quanto nei media, sono utilizzati in modo assai promiscuo. Intanto, quando si parla di federalismo mondiale, si pensa spesso a uno scenario utopico: tutti concordi su un unico modello, senza conflitti: la Fine della Storia. Questa però non sarebbe una federazione mondiale, bensì un impero mondiale, se non, addirittura, una tirannide universale (Rousseau, Kant).

Perciò. Il federalismo mondiale, la confederazione fra UE e Eurasia e lo stesso federalismo europeo potranno funzionare solo se interiorizzeranno la critica anti-utopica.Perfino all’ interno di un solo Stato ci sono insurrezioni, rivoluzioni e guerre civile. Uno Stato mondiale in cui tutte queste fossero rese impossibili sarebbe la fine dell’uomo. Non per nulla i cultori dello Stato Mondiale sono anche gli zelatori della Fine della Storia e della Singularity Tecnologica.Al contrario, il federalismo mondiale si pone in contraddizione estrema con il modello attualmente vincente, quello della globalizzazione tecnocratica (che aspira, appunto, a un  impero mondiale, e/o universale). Secondo tale modello di globalizzazione, dovrebbe esistere un unico centro (il Complesso Informatico-Militare), che imporrebbe a tutti gli Stati il livellamento delle loro culture per obbedire a direttive unitarie, che mirano a un modello si sviluppo finalizzato alla egemonia della tecnica (standardizzazione, concentrazione, conformismo, atomizzazione).

Il federalismo mondiale invece, aspirando a far partecipare al governo del mondo tutte le parti dello stesso, si sforza, al contrario, di organizzare una pluralità di soggetti politici, e di aggregarli, per rafforzarli, all’ interno di grandi “contenitori”  continentali o semi-continentali, come l’ India, l’ Europa, l’Africa, le Americhe, il Medio e l’Estremo Oriente, ecc…Esso prende atto del fatto che esistono, nel mondo, molti modelli culturali e politici (Kupchan, De Masi). Per questo motivo costituisce non già, come pretendono taluni teorici, la fine di tutti i conflitti, bensì l’avvio di conflitti di nuovo tipo. La causa immediata delle attuali tensioni a livello mondiale (corsa agli armamenti, conflitti locali) è costituita per esempio dal fatto che le forze della globalizzazione, non accettando questo pluricentrismo, lo sottopongono a pressioni di ogni genere.

Nell’ambito di questo conflitto generalizzato, si collocano conflitti più localizzati, vertenti sulle modalità secondo cui si vorrebbero organizzare i singoli soggetti continentali e/o subcontinentali (p.es., Palestina, Ucraina, Kashmir, isole Daoyu). Questo “pensare per continenti” che prende l’avvio dalla “Dottrina Monroe”, si sviluppa con l’”eurasiatismo” e “Paneuropa” per sconfinare nell’imperialismo (vedi “la Grande Asia” giapponese o “il Grande Medio Oriente” di Bush).

Esso ha, certo, paradossalmente, una certa parentela con lo “Scontro di Civiltà” di Huntington, solo che l’obiettivo è diverso: là, si trattava di una grande coalizione per vincere la Terza Guerra Mondiale; qui di un accordo multilaterale fra tutti i maggiori attori, per disinnescare il rischio della guerra mondiale (Habermas). Basti pensare che Huntington voleva dividere l’ Europa al confine coll’Ortodossia (paradossalmente, qualcosa di simile alle attuali rivendicazioni russe).

Anche per fare ciò, i politici dovrebbero acquisire una visuale culturale più ampia, comprensiva di  un’eccezionale competenza culturale comparata, cercando di vedere come certe soluzioni riescano a conciliare esigenze obiettive e pulsioni identitarie di soggetti diversi. L’ostacolo principale al raggiungimento di questo obiettivo è la “colonizzazione culturale” dell’ Europa da parte dell’ideologia californiana, che sta tentando d’ imporre, come fosse l’“Identità Europea”, l’egemonia culturale transumanista, introducendo in Europa una “cancel culture” che si traduce in un “Cancel Europe”. E, infine, nel “Cancel Mankind”.Il caso della persecuzione della cultura russa in tutto il nostro Continente è più che eloquente.

La retorica byroniana copriva le stragi della Guerra di Liberazione greca

5.Le Nazioni Unite dovranno “cambiare pelle”

Sono nate come alleanza vincitrice della 2° Guerra Mondiale, e ne mantengono l’ impronta e l’ideologia (il “One-Worldism” diffuso dagli Stati Uniti all’ inizio della Seconda Guerra Mondiale). L’Europa vi è rappresentata da  uno Stato Membro, ma non ha un proprio seggio. Anche il suo nome è obsoleto, si richiama alla Guerra antinapoleonica e alla  Battaglia di Waterloo, alla  Seconda Guerra Mondiale e agli Stati Uniti, dov’essa ha sede: “Millions of tongues record thee, and anew/Their children’s lips shall echo them, and say,/’Here, where the sword united nations drew,/Our countrymen were warring on that day !’ (Lord Byron, Childe Harold’s Pilgrimage).

Infine, dovrebbero essere trasferite in un Paese neutrale. Non sembra infatti ammissibile che, come nel recente caso del team russo, gli Stati Uniti possano negare l’accesso alle Nazioni Unite ai rappresentanti degli Stati membri.

Anche le Organizzazioni specialistiche sono obsolete. Esse non riescono a svolgere loro funzioni più fondamentali che mai, come, in primo luogo, un’applicazione giuridicamente vincolante a livello mondiale del Principio di Precauzione e del Principio della difesa dell’Identità Culturale. Vanno fuse e coordinate fra di loro e con le Nazioni Unite.

L’incontro di Pratica di Mare fra Putin e Bush

6.La NATO e l’OCSE potrebbero costituire la base di una Alleanza  del Nord del Mondo

A nostro avviso, essendo attualmente la NATO e l’OCSE le organizzazioni dei Paesi del Nord-Ovest del mondo, esse potrebbero diventare, fondendosi, un regime-quadro federale dei rapporti fra Europa, America e Medio Oriente. Quest’affermazione non è, a nostro avviso, contraddetta, bensì rafforzata, dalle recenti vicende ucraine. Infatti, la rivalità russo-occidentale è stata creata artificialmente per giustificare la sopravvivenza della NATO stessa come tale, mentre  Gorbačëv e Elcin avevano deliberatamente smobilitato il Patto di Varsavia nella speranza di essere accolti subito in Europa, venendo però respinti.

Come ha affermato l’Arcivescovo Emerito di Torino, Monsignor Bettazzi, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, la NATO stessa avrebbe dovuto essere sciolta, e sostituita da qualcosa di europeo.La NATO dovrà dunque mantenere solo i suoi compiti politici, abbandonando quelli militari, divenuti ormai obsoleti dopo la fine della Guerra Fredda e la creazione di una Politica Estera e di Difesa. Tra l’altro, i compiti dell’OCSE comprendono già precisamente il controllo degli armamenti, provvedimenti di sicurezza, diritti umani, minoranze etniche, democrazia, antiterrorismo e ambiente, anche se vengono in questo momento talvolta strumentalizzati.

Potrebbero essere membri della nuova organizzazione gli Stati Uniti, il Canada, il Consiglio d’Europa, la Conferenza degli Stati Islamici e Israele. E’ ovvio che ciascuno di questi soggetti potrebbe associarsi agli altri pur mantenendo la propria identità, ma abbandonandone le interpretazioni escatologiche ed assolutistiche. Compito principale: coordinare verso l’esterno le difese dell’area nord del mondo contro attacchi esterni (p.es., terroristici), e difesa antimissilistica. Svolgere una funzione arbitrale circa eventuali conflitti “interni” (p.es., il caso ucraino). Accordi ben precisi dovrebbero essere stabiliti fra questi organismi, le Nuove Vie della Seta e l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai.

Evitandosi (o, almeno, allontanandosi  dalla nostra area) la competizione fra i sistemi nucleari americano e russo, l’Europa potrebbe divenire veramente l’area più pacifica e sicura della terra, anche se ciò non eliminerebbe certo l’esigenza di un Esercito Europeo, e di una cooperazione di difesa con gli Stati Uniti e con il Medio Oriente, ma con finalità diverse da quelle attuali.

Questa autonomizzazione dell’Europa sarebbe facilitata da un sistema antimissilistico comune e dalla creazione di un Esercito Europeo capace di bilanciare quello russo, in attesa di integrarsi progressivamente con questo.

Roma, Costantinopoli, Mosca

7.Il Consiglio d’Europa potrebbe divenire la “Federazione delle Tre Europe”

Il Consiglio d’Europa è l’unica organizzazione che raggruppi tutti i Paesi d’Europa.  Potrebbe costituire l’ambito di cooperazione federale fra una ricostituita Comunità Europea, la costituenda Comunità Eurasiatica e una nuova auspicabile realtà federale anatolica o panturcica. In tal modo, senza scontentare gli oppositori di una più stretta integrazione europea di Russia e Turchia, si permetterebbe a questi due Stati di contare di più anche formalmente nelle politiche europee (cosa a cui fermamente essi aspirano, e che si è voluto fino ad ora ad essi negare). Si terrebbe così anche conto che le “tre Rome” eredi della Tetrarchia romana, quella “occidentale” (romana e germanica)  , quella balcanico-medio orientale (bizantino-turca), e quella “scitico-sarmatica” (Russia, Mar Nero, Siberia, Asia Centrale) costituiscono tutte insieme l’eredità storica dell’ Europa, senza che alcuna di esse possa vantarne il monopolio, così come Kaifeng, Xi’an, Nan Qing e Pechino condividono l’eredità del Tian Ming. Tutte insieme costituiscono il nostro Stato-Civiltà. Questo richiederebbe un ravvicinamento delle culture delle diverse aree. Volendo, si potrebbe anche pensare alle forme di partecipazione di una “Quarta Roma”, l’America. Certo, questo presupporrebbe un ulteriore cambiamento di cultura, quale quello auspicato a suo tempo dagli “Euroamericani” (Eliot, Pound, Dos Passos, Frantzen).

Modernità e post-modernità sono innervate dalla “lotta per il riconoscimento”: dal principio di eguaglianza presente nelle “carte atlantiche”, alla “Missione dei Popoli”, alla decolonizzazione, alle politiche di genere. Tuttavia, non è stato ancora dato un riconoscimento pieno alle tendenze culturali diverse dall’“Occidente”. Nel caso dell’Europa, alle tendenze “asiatiche” o “eurasiatiche”al suo interno(popoli delle steppe, ebraismo, Cristianesimo orientale, Euroislam, Costantinopoli, Slavismo), con l’abbandono, da parte dell’Europa e dell’ America, della cosiddetta “Arroganza Romano-Germanica” denunziata a suo tempo da Trubeckoj, e ancora aleggiante, tra l’altro,  nei programmi scolastici e in quelli dei partiti politici europei.

Quanto sta accadendo appunto con Russia e Turchia crea, certamente, dei nuovi ostacoli su questa strada. Da un lato, il Consiglio d’ Europa dovrà formulare  una sua nuova politica di partenariato con Russia e Turchia, che garantisca loro la partecipazione all’ Europa con un ruolo paritario e  la sicurezza, non solo nucleare, ma anche contro ogni forma di destabilizzazione. A quel punto, si vedrebbe che le questioni aperte, in primo luogo quelle dei missili e delle minoranze etniche, si risolverebbe automaticamente.

L’Unione ha perso qualcosa dell’ispirazione originale?

8.L’Unione Europea dovrebbe tornare a chiamarsi “Comunità Europea”.

Essa potrebbe articolarsi, al suo interno e verso l’alto, secondo il principio della “Multilevel Governance” (l’Europa a più Velocità, l’”Europa delle Regioni”). Barbara Spinelli ha auspicato che l’Europa divenga un “impero non imperialistico”. Espressione contorta per indicare l’atteggiamento di certi imperatori del passato, i quali deliberatamente avevano deciso, come Adriano,  di  rinunziare all’ espansionismo per concentrarsi sul governo dei propri territori. Questi “imperi non imperialisti” furono, in fin dei conti, la regola nel passato, in quanto ciascun impero (Sacro Romano Impero, Impero Russo, Ottomano, Mughal, Cinese) di fatto si concentrava su uno specifico “semicontinente”. Solo gl’imperi persiano ed islamico, e, oggi, quello “democratico”, avevano fatto dei  seri tentativi per divenire imperi mondiali. All’interno, gli Imperi sono caratterizzati dal carattere fluido delle diverse identità collettive (Città e Nazioni, Province ed Etnie, ecc..), che non vengono definite in senso rigido e gerarchico come nel caso degli attuali Stati Nazionali. Oggi, abbiamo a disposizione, per tutto questo,  l’espressione “Stato-Civiltà”

Come arrivare a questa soluzione?

Mitterrand e Gorbaciov a Praga

9.Le trattative per la fine della guerra ucraina: l’ occasione per una trattativa globale?

L’idea di una trattativa globale, che coinvolga anche gli Europei e le grandi potenze, sta oramai prendendo piede. Tutti sembrano rivolgersi alla Cina come possibile grande mediatore. Ora, non dobbiamo dimenticare che la Cina:

-ha come colonna portante della sua attuale politica le Nuove Vie della Seta”;

-ha come principale alleato la Russia;

-ha come importanti partner commerciali l’Ucraina e i Paesi di Visegràd (16+1);

-ha già espresso il suo desiderio che l’Europa sia più indipendente;

-è in attesa del prossimo meeting con la UE per rendere operativo il trattato finalizzato a fine 2021.

Agli Europei non resterebbe che inserirsi, in modo propositivo, creativo, indipendente ed energico, in questa dialettica.

Il Movimento Europeo propone giustamente una Conferenza Europea per la Pace e la Sicurezza, a favore della quale ci siamo già pronunziati nei nostri precedenti post:

“Si tratta di una questione essenziale per gli interessi strategici dell’Unione europea, che dovrebbe essere posta al centro delle prossime sessioni plenarie della Conferenza sul futuro dell’Europa i cui tempi e le cui modalità di decisione dovrebbero essere rivisti alla luce di quel che sta avvenendo in Ucraina”.

L’unico problema è che la nostra classe dirigente non è, né propositiva, né creativa, né indipendente, né energica, come dimostra il suo ininterrotto e monotono allineamento, culturale, militare, politico ed economico con i pregiudizi e gl’interessi americani. Si tratta perciò di costruire dal basso un’alternativa, fondata su una cultura veramente paneuropea e sovrana, capace di confrontarsi con quelle di tutto il mondo, senza demonizzare, né Confucio, né il Corano, né Dostojevskij.

DA QIN

Già gli antichi Cinesi avevano intravisto una forte analogia fra il primo grande Impero Cinese e l’impero Romano, tanto che avevano chiamato quest’ultimo “DA QIN”(“Grande Cina”). In effetti, come afferma Wang Weiwei, la Cina di oggi è quello che sarebbe l’Impero Romano se fosse rimasto unito, uno “Stato-civiltà” come la Cina e l’India.

Per questo, in un momento in cui i vizi originari dell’Unione Europea (subordinazione al progetto tecnocratico occidentale, funzionalismo, poliarchia) stanno rendendo sempre più impossibile all’ Unione Europea di svolgere i compiti di un grande Stato del XXI Secolo, provocando una decadenza generalizzata delle sue società, risulta improrogabile mobilitare tutte le risorse concettuali possibili per trovare soluzioni alternative per la governance in Europa, atte ad invertire la rovinosa rotta imboccata, e riportando i paesi d’ Europa sulla strada della costruttività, dell’armonia, dell’ entusiasmo, della costruzione fiduciosa del’ avvenire. In questa ricerca, non sii possono non considerare le strade percorse, da un lato, dall’India, e, soprattutto, dall’ altro, dalla Cina, due grandi civiltà antiche almeno quanto la nostra, che, nel corso di un secolo, sono riuscite a passare, dalla massima abiezione (quando a Shanghai era scritto: “accesso vietato ai cani e ai Cinesi”) fino a raggiungere il vertice mondiale nel campo dell’intelligenzatecmologica e del potere economico e politico.

Anno di pubblicazione 2018

L’EUROPA SULLE VIE DELLA SETA

con prefazione di S. E. Alberto Bardanini

Al centro della presente fase della storia mondiale si situa la sfida all’impero americano dei popoli eurasiatici, che, prima della Seconda guerra mondiale, avevano dominato lo scenario della storia mondiale, e che invece, a partire dall’ invenzione della bomba atomica, erano stati mantenuti in uno stato di larvata soggezione. Dopo la caduta del muro di Berlino, possenti forze tradizionali prima rimaste latenti, come l’Islam politico e il nazionalismo russo, sono riemerse rivendicando un loro spazio nella storia del mondo. Il massimo vincitore di questa sfida risulta essere però la Cina, da sempre il più antico e il più grande agglomerato sub-continentale, la quale, dopo il secolare decadimento seguito alle Guerre dell’ Oppio, ha rapidamente riconquistato la sovranità, la salute economica, e, alla fine, anche l’assertività politica necessari per pretendere di assurgere a un rango almeno pari a quello degli Stati Uniti.

In questo contesto, il progetto di una Nuova Via della Seta, carezzato, ma mai attuato, dalle varie potenze occidentali, è stato ripreso proprio dalla Cina, che lo sta proponendo ai Paesi dell’ Eurasia, come un modello di sviluppo alternativo a quello americano. L’adesione, seppur tentennante, dei popoli europei, a questo progetto, culminata nella firma, da parte dell’Italia, nel 2019, del Memorandum sulla Via della Seta, è stato un momento culminante del conflitto in corso.

Il libro fornisce “una fotografia” dei rapporti fra Cina ed Europa jn attesa della firma, attesa da dodici anni, del Trattato sulla Protezione Reciproca degli Investimenti.

Data di pubblicazione 2019

Prezzo € 20,00 ISBN 978-88-95657-20-2