URGENTE:

LA MANIFESTAZIONE DI LUNEDI’ 9 MAGGIO SI SVOLGERA’, ANZICHE’ PRESSO LA SACRA DI SAN MICHELE

IN VIA SANTA CHIARA 1, TORINO, 1°PIANO A SINISTRA

PRESSO IL CENTRO STUDI  SAN CARLO

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SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2022 PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”

INCONTRO INTRODUTTIVO

9 MAGGIO 2022, ORE 15,30-18,30

Credenziali per collegamento zoom:

Alpina Diàlexis ti sta invitando a una riunione pianificata in Zoom.

Argomento: CANTIERI D’EUROPA 2022 // Lunedì 9 Maggio ore 15:00
Ora: 9 mag 2022 03:00 PM Torino (TO)

Entra nella riunione in Zoom
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ID riunione: 858 6888 9952
Passcode: 673415

Le attività dell’ “Associazione Culturale Diàlexis”, che opera da 15 anni  nell’ area piemontese per promuovere una cultura più proattiva verso le crescenti difficoltà del territorio e verso le crisi dell’Europa, si stanno rivelando di giorno in giorno più necessarie, in considerazione, da un lato, dello svuotamento del Piemonte da parte dell’imprenditoria e de mondo istituzionale(che, come ha detto Monsignor Nosiglia, “non ha un’idea di futuro”), e, dall’ altro, dell’implosione dell’ Europa sotto l’effetto congiunto delle vecchie carenze irrisolte e del conflitto mondiale fra le grandi potenze.

Per questo, nonostante il mutare delle circostanze e le difficoltà indotte dalla pandemia e dalla guerra, non dobbiamo, e non vogliamo, interrompere la tradizione oramai consolidata di una presenza costante al Salone del Libro di Torino, con le nostre proposte di libri sull’ Europa e di temi ad essi connessi.

Inoltre, poiché quest’anno il Salone è stato collocato il 19-23 di Giugno, e, quindi, non coincide, come spesso accaduto in passato, con il Salone, abbiamo pensato d’introdurre e preparare il Salone con una manifestazione preliminare di riflessione, dedicata alla discussione sul 9 maggio, nei suoi aspetti storici e politici, quale momento cruciale di consapevolezza europea.

Infatti, i libri che presentiamo quest’anno al Salone trattano temi d’importanza fondamentale per l’Europa di oggi, dopo la fine “grigia”, come ha detto il Presidente Mattarella, della Conferenza sul Futuro dell’Europa, la quale presenterà le proprie conclusioni molto in sordina proprio il 9 maggio, eclissata dal clamore della guerra in Ucraina, che l’ Europa non è stata in grado, né di prevenire, né di concludere.

Il primo dei tre libri, dedicato a “Intelligenza Artificiale e Agenda Digitale” è dedicato al tema forse più urgente in questo momento: la comprensione, studio e discussione, degli effetti dell’Intelligenza Artificiale sul futuro dell’Umanità, e delle politiche poste in essere da parte delle diverse Autorità per tenerli sotto controllo.

La seconda opera, che costituisce una ristampa del nostro (tuttora attualissimo) Quaderno 3-2014 (“Ucraina, no a un’inutile strage”), è dedicata all’ inquadramento storico e culturale dell’attuale conflitto, nell’ ottica del recupero dell’ europeità, tanto dell’ Ucraina, quanto della Russia.        

La terza, anch’essa a nostro avviso attualissima (Progetti europei nella Resistenza), è dedicata alla rilettura di alcuni dei documenti più pertinenti per la comprensione del progetto europeo del dopoguerra, progetto realizzato solo in piccola parte, ma per la maggior parte inattuato, ed ora arenatosi di fronte all’incapacità dell’Unione di garantire la sovranità europea e la pace in Europa. In questi progetti, il volume rivendica il ruolo centrale delle Alpi Occidentali e del Piemonte.

Tutte le manifestazioni si svolgeranno in parte in presenza, in parte a distanza, mediante collegamenti zoom.

Le tre presentazioni, nel Salone In e nel Salone Off, saranno precedute da un incontro, il 9 maggio, nel quale, nella giornata che, in Europa Occidentale, è dedicata alla commemorazione della Dichiarazione Schuman, e, nell’ Europa Orientale, era stata tradizionalmente dedicata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tenteremo di fare il punto circa le conseguenze che si possono trarre dai temi dei tre libri, circa l’andamento delle drammatiche vicende in corso e le vie di uscita dalla crisi che l’ Europa dovrebbe ricercare.

9 MAGGIO:COMMENTO ALLE CONCLUSIONI DELLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa, indetta fin dal 2019,  avrebbe dovuto fornire idee condivise sul futuro iter dell’ integrazione europea, attraverso un complesso meccanismo basato, in parte, sulle Istituzioni, e, in parte, sulla “democrazia partecipativa”. La guerra in Ucraina, con le sue origini e conseguenze, vicine e lontane, ha dimostrato, se ve ne fosse bisogno, l’insufficienza di quest’ iniziativa per permettere all’ Europa di vivere appieno la propria esperienza nel 21° secolo, sventando anche le gravissime derive della situazione internazionale.

L’incontro sarà quindi dedicato a tre grandi temi:

-Le Conferenza nella storia dell’ Integrazione Europea;

-Le criticità dell’ Europa attuale di fronte alle sfide del presente e del futuro;

-Una strategia degli Europei per gestire in modo proattivo le trasformazioni in corso.

 PROGRAMMA DELLA GIORNATA:

15,30 Inizio dei lavori

15,45 Proiezione dell’estratto della giornata conclusiva della Conferenza sul Futuro dell’ Europa

16,00 Intervento del Presidente del Comitato del Movimento Europeo in Italia

16,30 Domande e dibattito

Modera Marco Margrita

PER “LIMES”, L’UE SCOMPARIRA’ENTRO IL 2050: altro che “Futuro dell’ Europa”!

Erdogan circondato da soldati
dei 16 imperi turchi

Luca Caracciolo non ha mai creduto molto nell’integrazione europea, ma il numero di ottobre di Limes ha raggiunto un livello di euroscetticismo che supera tutte le precedenti esperienze: nell’illustrare come sarà il mondo nel 2050, si è dimenticato (?) perfino di parlare (foss’anche male) dell’Unione Europea, partendo evidentemente dal presupposto che, in quell’anno, non esisterà proprio più. Il che era quanto era stato detto anche dall’ insospettabile Helmut Schmidt. La questione va quindi presa estremamente sul serio.

Tutto ciò dovrebbe infatti preoccupare non poco le Istituzioni e il Movimento Europeo, che vedono ora bocciate da un’autorevole rivista tutte le loro pretese di dare un futuro all’ Unione (almeno così com’ essa è). Questo fatto non può e non deve, a nostro avviso, rimanere fuori dei riflettori della Conferenza attualmente in corso, costituendo uno stimolo aggiuntivo a essere più concreti (a meno che non ci sia, sottointesa, l’idea di una grande messa in scena).

La mappa del mondo medievale nel Diwan Lughat it-Tuerk

(antologia delle lingue turciche)

1.L’Europa come preda di tutte le potenze del mondo

Nella rivista, ci sono infatti 3 articoli sul futuro della Cina, 2 sull’ Italia, due sull’ America, uno a testa su Russia, Francia, Inghilterra, Turchia, Germania, Giappone, uno sulla Chiesa Cattolica, ma nessuno sull’ Unione Europea, il cui nome non è neppure citato, mentre invece si afferma chiaramente che l’Europa non sarà, né un soggetto politico, né, tanto meno, un protagonista, bensì la preda a cui aspireranno tutte le potenze del mondo. Il che costituisce  per altro un fatto evidente, a meno che  l’Unione Europea non diventi rapidissimamente un vero soggetto -culturale, sociale, tecnologico, militare, statuale, economico e politico- degno di questo nome. Evidentemente,  “Limes” non crede che ci riuscirà, e non si può dargli torto visto che non ci sono in giro proposte concrete in questa direzione. Lo stesso Fabbrini, nel suo intervento settimanale su “Il Sole 24 Ore”, parla di “retorica”.

Per la Cina, intanto, secondo Limes “non si tratta di sbarcare in America, ma di legare a sé l’Europa per costringere Washington a riconoscere il primato sinico. Senza Europa non si dà Occidente – oggi sinonimo di impero americano-  nemmeno nella flebile complessione attuale. A quel punto, solo a quel punto l’America scadrebbe a Numero Due.”

Cosa parzialmente vera. L’idea che ci debba essere per forza un “Numero Uno”nel mondo (derivata da Hegel e da Marx) , per quanto profondamente radicata, è in sé discutibile. E’comunque vero che gli USA, senza l’Europa, perderebbero ogni credibilità, perché,  nati con la presunzione di rappresentare il mondo intero, già oggi rappresentano poco più di se stessi, e un’Europa più prossima alle proprie radici che alla secessione americana dimostrerebbe ulteriormente  la faziosità della pretesa dell’ America. Ma, a nostro avviso, non sarebbe affatto una sciagura per l’ Europa: anzi…

La Cina ha dal 1° novembre
il più ricco corpus di legislazione digitale

2.L’Europa potrebbe, se vuole, divenire “sovrana” come stanno dicendo Draghi e Macron

Proprio per quanto detto al punto precedente, non è vero che l’Europa non abbia scelta, vale a dire se essere suddita dell’America o della Cina, e, ciò , per una serie di ragioni che l’editoriale di Limes così sintetizza: ”Saremo sempre più vecchi, certo. Ma lo status quo in Europa, se esistito, non è mai durato oltre un secolo. Ci siamo quasi.”

L’incombente “balcanizzazione”, che tende a scalfire, non già la nostra indipendenza, che oggi non esiste, bensì il nostro attuale appiattimento sull’ Occidente, origina, come osserva Limes,  da molte parti: certo, dalla Cina, bisognosa d’intrattenere rapporti più stretti con tutto il mondo (cfr. Via della Seta e Trattato sugl’Investimenti); dalla Russia, unico Stato europeo oggi in grado, se lo volesse, di unificare il Continente; dalla Turchia, dall’ Ungheria e dalla Polonia, condannate dalla storia a rivendicare, chi l’Impero Ottomano ,  chi i Carpazi, chi le steppe pontiche. Ma, anche e soprattutto, dagli Stati Uniti, lacerati   fra le pulsioni anti-WASP di neri, latinos, sino-americani, nippo-americani, indo-americani…(“movimento “Woke”) lo “European Traditionalism” dei White Suprematists, dei Radical Democrats, degl’incorreggibili Sudisti, della working class, delle campagne, e, infine, l’imperialismo tecnologico dei GAFAM, che, impossessatisi del Parlamento, vi dettano oramai leggi militaristiche e poliziesche (come l’”Endless Frontier Act”), che tendono ad assoggettare lo Stato americano, e poi il mondo,  ai loro  progetti post-umanistici. Tutti  questi trends sono fonte di disorientamento negli establishments europei, avvezzi a ricevere imbeccate univoche da un’America auto-referenziale e rassicurante, e ora costretti a un tour de force contraddittorio fra sanzioni in tutte le direzioni, leggi Woke e compromessi con i GAFAM.

Certo, tali establishments sono i meno idonei a partecipare alla prevedibile lotta per il potere che si sta aprendo in Europa dopo il rarefarsi della morsa straniera, prima sovietica, ed ora anche americana. Infatti: socialmente, gli ottant’anni di Yalta hanno generato un establishment di deracinés deculturati ed opportunisti. Antropologicamente, l’educazione “anti-autoritaria” rende difficile la creazione di movimenti politici organizzati e combattivi; militarmente, gli eserciti europei sono disorganizzati, arretrati e infiltrati dagli Americani; politicamente, le agende dei vari Paesi europei sono quanto di più irrazionale, dispersivo e contraddittorio si possa immaginare…

Eppure, l’occasione fa l’uomo ladro.   Quando tutti vedranno che i migliori business si possono fare solo con la Cina e con la Russia (vedi per esempio il colloquio di “Conoscere Eurasia” del 24 al Grattacielo di Intesa); che vi sono vaste aree, come l’Ucraina, la Bosnia e la Macedonia, che possono essere facilmente contese da tutti; che tutte le grandi potenze hanno fatto loro programmi molto dettagliati per la conquista del mondo -appunto intorno al 2050-, vediamo se  non sorgeranno anche movimenti europei vogliosi di  scendere anch’essi in queste competizioni, quand’anche in modo asimmetrico.

A nostro avviso, in quel contesto, il trend più ragionevole per gli Europei resterebbe quello di continuare, sì con l’attuale politica conciliatoria fra Est e Ovest, Nord e Sud, ma in un modo più adeguato di oggi -vale a dire con una visione culturale ben più ampia, con obiettivi anche di sana autoconservazione e di autopromozione, e con molta maggiore assertività (quello che Draghi e Macron chiamano pomposamente “Sovranità Europea”, ma poi non perseguono seriamente)-.

I popoli turcichi si sovrappongono alla Russia, alla Via della Seta e all’ Europa Orientale

3.La rinascita panturchista quale modello per l’ Europa

Questo numero di Limes  fornisce stupefacentemente un’esemplificazione di come potrebbe funzionare una politica siffatta attraverso l’inattesa  l’esaltazione del neo-turanismo contenuta nell’ articolo “Perché la Turchia deve tornare impero entro il 2053”, di Daniele Santoro.

Anche il vessillo presidenziale turco, scelto da Atatuerk, come quello europeo contiene  molte stelle. Sono sedici: quelle dei sedici imperi della storia turca (unni, Goektuerk,avaro, cazaro, uiguro, karakhanide, gaznavide, selgichide, corasmio, dell’ Orda d’Oro, timuride, baburide e ottomano) .Quando riceve ospiti stranieri, Erdogan è circondato da 16 guardie del corpo, vestite con le armature dei soldati dei 16 imperi. Parlare di Neo-ottomanismo è perciò limitativo, perché i 16 imperi turchi andavano da Pechino   alla Slovenia, dal Mare Artico alla Moldova, da Mosca a Chennai: si tratta in realtà di neo-turanismo, o di “Stati Uniti Turchi”.  

L’articolo delinea i molti aspetti di questo fenomeno, che non è certo nuovo, ma trascende tanto la Repubblica, quanto lo stesso Ottomanismo, e si riallaccia all’ idea cinese di “Stato-civiltà”. Anche qui, essenziali sono la lingua e l’eredità culturale, visto che i territori dei “16 Imperi” sono diversissimi fra loro, ed anche il substrato etnico (come dimostrano le recenti ricerche di paleo-biologia) è diversissimo (fra Eurasiatici Orientali e Occidentali, Indo-Europei, Mediterranei…).Ci sono però le steli del monte Orkhon, del 6° secolo d.C.,in Mongolia,  scritte in rune turche, e, poi, una serie di altre opere altre opere, anche importanti, a cominciare dal Diwan Lüghat it-Türk, scritto dell’11°secolo a Baghdad  da Mahmud .di Kashgar, nel XinJiang, i quali testimoniano un’incredibile continuità linguistica e culturale turanica, che attraversa tutta l’ Asia e parti dell’ Europa e dell’ Africa per 1500 anni.

Anche le recenti scoperte archeologiche in Giappone, Cina e Corea portano a rivalutare l’idea di popolazioni “Transeurasiatiche”, e, quindi, le ipotesi uralo-altaica (Vambéry) e nostratica (Illich Svitich) e dei “popoli a cavallo” (Emori).

Inoltre, le popolazioni turche sono in gran parte sovrapponibili all’ ex-Unione Sovietica, e perfino all’ attuale Russia, e, in tal modo, le intere pretese turche si sovrappongono a quelle russe, come emergeva già dal libro-culto “Az i Ja”, all’origine delle rivendicazioni nazionali in URSS sotto Gobaciov.

Il Panturchismo si sovrappone ovviamente anche all’ Eurasiatismo e alla Via della Seta, e, infine, al progetto Gorbacioviano della “Casa Comune Europea”.

Il modello turco dimostra l’applicabilità, anche in contesti caratterizzati da una grande dispersione territoriale ed etnica, del modello dello Stato-Civiltà, basato essenzialmente sulla continuità della memoria culturale (Jan Assmann), che, a nostro avviso, costituisce la base metodologica utile anche per la ricerca dell’ Identità Europea (cfr. nostro libro omonimo).

Dal punto di vista pratico, la Turchia dimostra come sia perfino possibile fare parte della NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti (come richiesto a suo tempo dalla Russia). Ankara è l’unico Paese dell’ alleanza che si sia opposto con successo a  delle richiesta americane, come quando ha rifiutato la base di Incirlik per i bombardamenti in Irak e quando ha comprato i missili S-400 anziché i Patriot. E, questo, senz’alcuna sudditanza verso la Russia, come dimostra il suo appoggio all’ Ucraina e alla Bosnia. Questo esempio è mal sopportato dagli Stati Uniti, i quali hanno invitato al summit delle democrazie paesi alleati della Cina come il Pakistan, ma non gli alleati Turchia e Ungheria.

Orbene, se la Turchia può stare nella NATO pur senza obbedire ciecamente all’ America, perché non potrebbe farlo anche l’Unione Europea?

E, comunque, se Turchia e Russia sono condannate a sovrapporsi fra di loro e con l’ Europa, perché non ritornare a pensare alla Casa Comune Europea di Gorbaciov?

L’imperatore Kanxi, il grande protettore dei “Riti Cinesi”

4. Leggere Papa Francesco attraverso il progetto eurasiatico dei Gesuiti

I Gesuiti sono nemici dell’ Eurocentrismo. Essi hanno sempre inteso il ruolo della Chiesa come superiore a quello degl’Imperi (anche europei). In Asia, essi hanno avuto un rapporto  speciale con la Cina, non solo perché questa li ha accolti decisamente meglio del Giappone, forse per la particolare intelligenza di Matteo Ricci,  ma anche per la loro particolare affinità culturale con quel Paese, per la sua cultura gerarchica, epistocratica e tollerante.

Essi non solo riuscirono a diventare confidenti dell’Imperatore (p.es., Padre Verbiest), ma addirittura fondarono un’intera scuola di pensiero euro-cinese (le Lettres Amusantes et Curieuses), che si sarebbe poi riverberata sulle opere “filocinesi” di Leibniz e di Voltaire. Essi svilupparono in particolare la linguistica comparata, la logica e la matematica, e giunsero ad elaborare l’idea di una superiorità del cristianesimo cinese, ch’essi consideravano antichissimo grazie alla scoperta delle vestigia nestoriane a Xi’an (Kircher) e all’ utilizzo del Sutra di Gesù come fonte per la lingua delle traduzioni della Bibbia e per i Riti Cinesi.

Ancor oggi, secondo l’articolo di Piero Schiavazzi (“La Chiesa di Roma avrà il suo nuovo concilio”), vi è un feeling particolare fra Papa Francesco e la Cina (testimoniato dall’ accordo “segreto” sui Vescovi e dal testo dell’enciclica “Fratelli Tutti”, il cui ideale dell’ “Amicizia Sociale” è precisamente lo stesso dell’ omonima opera di Matteo Ricci, tratta dal “De Amicitia” di Cicerone. Ideale di armonia universale tipico dell’ Era Assiale, che unisce tutti i grandi imperi della Storia, e, in particolare, quelli romano e Han, da sempre considerati speculari (“Qin” e “Da Qin”, cfr. il nostro libro “Da Qin”). Un ideale umanistico radicalmente opposto a quelli messianici e politici  che gli USA vorrebbero imporre anche alla Chiesa quale prova concreta della sua sudditanza al progetto della globalizzazione occidentale.

La Chiesa si qualifica quindi ancora una volta come una delle poche forze che (come la Turchia e la Russia) riescano a mantenere in piedi delle tradizioni propriamente europee contro il “dirottamento” imposto dall’ Occidente, e, come tale, dovrebbe costituire un modello per l’ Europa.

I GAFAM tengono in ostaggio i cervelli del mondo intero

5.   La Cina sta frenando il Complesso Informatico-Militare.

Un ulteriore sguardo sul Futuro dell’ Europa di cui si sta discutendo nell’ omonima Conferenza, è fornito dall’ articolo “L’improbabile distopia post-umana”, di Enrico Pedemonte. Premetto subito che l’aggettivo “improbabile”, inserito in ossequio agl’inputs quietistici dei vari “gatekeepers”, è, a mio avviso, fuori luogo.

Infatti, non è particolarmente rilevante se effettivamente Google riuscirà tecnicamente, entro il 2100, come si accenna nelle opere di Kurzweil, nel suo progetto teurgico di eliminare la molteplicità dell’ Universo (Singularity), bensì che il mondo è già, antropologicamente, fin d’ora, configurato dalla Singularity.

Questo dal punto di vista tecnologico, perché tutte le tecnologie necessarie all’ abolizione della “distinzione delle persone” sono oramai operative (Worldwide Web, Mutually Assured Destruction, militarizzazione dello spazio, Intelligenza Artificiale,Cyberintelligence, Big Data, Cyberguerra,  Smartphones, Interfaccia mente-computer, Cyborgs, Robots, androidi, Prism,  Metaverso). Inoltre, gli attuali comportamenti sociali, basati sulle gerarchie fra potenze tenologici, sul monopolio dei GAFAM, sulla dittatura del Politically Correct, sull’ Occidentalismo, sulla repressione automatica delle Fake News, è già quello di un “General Intellect” che incombe sulle persone e sui popoli, annullando, non solo le libertà politiche, bensì proprio, alla radice, il libero arbitrio.

Di fronte a questo scenario, quanto è avvenuto e sta avvenendo in Cina è estremamente significativo. Secondo le retoriche occidentali, la centralizzazione del potere sarebbe solo una prova del fatto che la Cina, abbandonando proditoriamente l’apparente occidentalizzazione degli ultimi 50 anni, starebbe tornando a una forma estrema di potere maoista.

Certamente, l’idea stessa della transizioone dal ”capitalismo” a una qualsiasi forma di “socialismo” è già un’idea di centralizzazione. E certamente, questa centralizzazione si sposa benissimo con la “clonazione” dell’ America effettuata fin dall’ inizio dagli Stati comunisti (pensiamo a Dniprohydro, ai grattacieli moscoviti, ai “tresty” staliniani, alle Ford nere del KGB, alla bomba sovietica, ma anche all’“arricchirsi è glorioso”di Deng, allo skyline delle città cinesi…).

Certamente, poi, l’uso delle tecnologie digitali occidentali per politiche di pubblica sicurezza dimostra un certo apparentemento fra il totalitarismo tecnocratico occidentale e lo stato di sicurezza della Cina.

Ciò detto, occorre però anche osservare anche che:

a) nella transizione digitale, la Cina è ormai più avanzata degli USA, e quindi manifesta prima i problemi tipici, quali della Società delle Macchine Intelligenti, con anticipo sull’America e poi sul mondo intero;

b)gli USA stanno approntando in questo momento una serie di atti legislativi di tipo pre-bellico mirati precisamente contro la Cina (a cominciare dall’”Endless Frontier Act”), e quindi, da questo punto di vista, i due Paesi si  assomigliano già moltissimo;

c)l’Europa ha tentato di contrastare, con un pacchetto di progetti e qualche regolamento in campo digitale, il carattere totalitario del complesso informatico-digitale americano , ma continua a subire sconfitte su sconfitte (sentenze Schrems, Web Tax, Antitrust..) perché non controlla, né la cultura digitale, né le tecnologie, né lo spionaggio occidentale, né i giganti del web;

d)la sua pretesa di essere una “Potenza Civile” moralmente superiore ad America e Cina non è perciò attualmente credibile, perché l’Europa subisce invece di fatto tutte le scelte illiberali dell’ America (Controllo elettronico dei cittadini europei, monopolio dei GAFAM, dirottamento di risorse e di gettito fiscale, cancellazione della privacy), senza avere alcuno strumento, né tecnico, né processuale, per contrastarle;

d)La Cina ha “clonato” integralmente quest’anno quell’intero pacchetto digitale europeo, trasformandolo in leggi giuridicamente vincolanti già dal 1° novembre 2021, mentre in Europa nessuna di quelle norme è veramente operativa. La Cina lo può fare concretamente  perché, per ora almeno sul proprio territorio, controlla l’intero ciclo del digitale: cultura, progettazione, creazione e gestione d’imprese, ricerca, innovazione, mercato, costume, diritto, intelligence, cyberguerra, rapporti internazionali:“Negli ultimi mesi la Cina ha deciso di reagire allo strapotere dei propri campioni digitali ridimensionandone l’autonomia, mettendo così a rischio la propria futura supremazia tecnologica. Gli Europei possono solo svolgere un’opera di contenimento del potere delle piattaforme, creando regole più rigide. Per gli Stati Uniti è particolarmente difficile limitare il potere delle piattaforme: è necessario fare i conti non solo con lobby potentissime, ma anche con un’opinione pubblica largamente condizionata dalla cultura alimentata da questi colossi, oltreché dall’ utilità di servizi molto spesso gratuiti.”

In pratica, solo in Cina sono oggi garantiti i diritti digitali degli utenti proclamati dall’ Unione. Certo, i servizi di sicurezza possono usare tutti i dati del web e le tecnologie per il controllo della società e per la preparazione bellica. Ma, come dimostrano le sentenze Schrems e il loro seguito, l’unica differenza nella UE è che il controllo sugli Europei non è esercitato dai servizi segreti europei(che non esistono), bensì da quelli americani, che, secondo gli accordi (illegali) USA-UE, hanno accesso ai nostri dati.

In breve: certo, la Cina usa abilmente il sistema digitale da essa miracolosamente creato pur all’ interno di un ecosistema mondiale dominato dagli Stati Uniti, per contrastare questi ultimi, i GAFAM, e, per soprappeso, anche i propri oppositori, considerati, a torto o a ragione, delle quinte colonne degli Stati Uniti e dei GAFAM. Tuttavia, ciò facendo, oltre a compiere un’azione eguale e contraria a quella delle 16 agenzie americane,  svolge anche un compito preziosissimo a favore della sopravvivenza dell’Umanità, perché rallenta almeno l’avvento della supremazia delle macchine:

a)creando una concorrenza complessiva al sistema dei GAFAM (i BATX cinesi);

b)assoggettando i BATX cinesi alla legge (copiata da quelle che l’Europa scrive ma non è capace di attuare), e quella  a un progetto politico-culturale alternativo a quello post-umanista (quello a cui fa riferimento l’ enciclica “Fratelli Tutti”, che, come scrive Schiavazzi, sembra fatta apposta per il “mercato” cinese). Essa dimostra  con ciò che è tecnicamente possibile, se se ne ha la volontà politica, quella subordinazione del diritto all’ etica e della tecnologia al diritto che è al cuore delle retoriche europee (e anche pontificie) sull’ “Umanisimo Digitale”, ma poi, da noi, non riesce a tradursi in un sistema giuridico effettivo.

Se, poi, a più lungo termine, la concorrenza fra l’ecosistema cinese e quello americano porterà ad ancor più elevate capacità delle macchine, che prenderanno così ancor il controllo dei rispettivi sistemi, è ancora da vedere. Anche perché, nel frattempo, entreranno probabilmente in lizza i sistemi russo, indiano, israeliano (e altri), fra cui (si spera) anche quello europeo.

L’unica strategia realistica in questo campo sarebbe, per l’Europa, quella che puntasse ad inserirsi proprio in quel momento nella competizione mondiale (ma preparandosi fin da ora, cosa che invece non si sta facendo).

La partita a scacchi fra Lenin e Trockij
a Capri, un covo di postumanisti

6.Il ruolo della Russia

Limes dedica uno spazio anche all’ articolo di Trenin “2051, la Russia esisterà e guarderà dentro e fuori di sé”.

Vi si dice,intanto che la Russia esisterà, e ciò è diverso da ciò che si dice dell’ Unione Europea, cioè nulla. Il che significa implicitamente che, per Limes, la Russia esisterà, ma l’UE no.

Quest’articolo è per altro anche in implicito contrasto con quello sulla Turchia. Come potrebbe la Turchia realizzare il suo impero senza disgregare la Russia, visto che dovrebbe recuperare, fra l’altro, la Yacutia, l’ Altai e il Tatarstan, che sono nel cuore della Russia?

Ma, a prescindere da ciò, è ben vero che la Russia ha un suo significato geopolitico millenario, perché rappresenta il ruolo fondamentale dei popoli della steppa eurasiatica. Però, anche questo ruolo muta nel tempo: non può essere lo stesso al tempo degli uomini primitivi, dei cavalieri nomadi, della Transiberiana, degli Sputnik e di Internet.La Russia è , oggi, molto più integrata di un tempo, da un lato, con la Cina, dall’ altra, con l’Europa (North Stream, South Stream, Siria, Libia), e non potrà non esserlo ancor più nel futuro. Del resto, le recenti rivelazioni dell’ex segretario NATO Robertson confermano quanto già affermato da Putin nel 2000, che la Russia aveva chiesto di entrare nella NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti, anche perché si considerava a tutti gli effetti un Paese europeo. Il motivo per cui la Russia non si è integrata in Europa è che nessuno ha voluto accettarla alla pari, temendo, sotto un certo punto di vista a ragione, che, date le sue caratteristiche, avrebbe assunto presto un ruolo dominante.

Tuttavia, con l’indebolimento di America e Unione, è ora possibile che l’ingresso in Europa di Russia e Turchia, discusso da 30 anni, finalmente si realizzi. Il peso di questi due Paesi  potrebbe ricostituire un certo equilibrio in Europa.

Come affermato da Putin e da Erdogan in varie occasioni, ciò non stravolgerebbe la natura dell’ Europa, dato lo strettissimo rapporto ancestrale degli Europei con i popoli ad Oriente: gli agricoltori medio-orientali e gl’”immigranti” indo-europei, la Civiltà Danubiana, l’affinità reclamata dai Greci con Sciti e Sarmati, l’impero macedone, lo “Sprachbund” balcanico, lo slavismo, il Turanismo, la presenza in Russia di Goti e Bulgari, Magiari e Variaghi, Greci ed Ebrei, Polacchi e Lituani, Tedeschi e Svedesi; l’Impero Ottomano; le parentele europee degli Zar; la cultura europea di San Pietroburgo; l’Ermitage; il marxismo…

Il punto è che questo spirito asserivo nelle rispettive aree non lo stanno dimostrando solo Russia e Turchia, bensì anche Lituani e Polacchi, Bielorussi e Ungheresi, Serbi e Albanesi, sicché l’ Europa Centro-Orientale rischia di ridivenire un ginepraio (anche qui se l’Unione non fa finalmente qualcosa d’intelligente e di coraggioso, come cominciare un vero dialogo culturale a Oriente, rilanciare le Strategie Macroregionali Europee, e infine pensare a Territori Federali come Bosnia, Macedonia, Cipro,Ucraina…).

Qui come in altri campi, la visione di Limes sembrerebbe invece essere che, nonostante tutta la fragilità degli equilibri attuali, nei prossimi 30 anni, di nuovo non cambi nulla, fino all’ Apocalisse finale.

La “nave dei filosofi”, su cui Lenin espulse in un sol giorno tutta l’ “intelligentija”

7.Il “Conservatorismo moderato” di Putin

Il punto di vista  dell’ articolo di Trenin si sposa bene con l’atteggiamento  molto equilibrato dimostrato da Putin nel suo recente intervento di prammatica al forum 2021 del Club Valdai, tutto incentrato sull’ idea del “conservatorismo russo”, l’ideologia di Russia Unita, che non può non trovare vasti consensi ovunque, e in primo luogo in Europa, concentrato com’esso è nella critica al “politicamente corretto”, al movimento “woke” e alla “cancel culture”.

Putin riconduce gli eccessi di questi movimenti alla “hybris” dell’ Occidente dopo il crollo del Muro di Berlino:”.. coloro che, presumendosi vincitori  dopo la Guerra Fredda, …si credevano pari a degli Dei, dovettero ben presto accorgersi che proprio allora stava venendo il loro turno, che  il terreno stava loro crollando sotto i piedi, né potevano ‘fermare l’attimo’, per quanto bello esso potesse apparire.”  

Infatti, il crollo del muro di Berlino fu la premessa logica della decadenza dello stesso Occidente: “Guardiamo con raccapriccio ai processi in corso nei Paesi considerati tradizionalmente come i vessilliferi del progresso. Ovviamente, le crisi sociali e culturali in corso negli USA e in Europa non sono affar nostro, e non ce ne immischiamo.

Alcuni credono in Occidente che l’eliminazione violenta di intere pagine della loro storia, la repressione contro la maggioranza a favore di una minoranza e l’intimazione di rinnegare concetti radicati, come quelli di madre, di padre, di famiglia e perfino dei sessi, siano pietre miliari sulla strada dell’innovazione sociale.

Ribadisco che l’Occidente ha tutto il diritto di farlo, e che noi non ci immischiamo, ma chiedo dolo anche a loro di non immischiarsi negli affari nostri. Abbiamo punti di vista diversi, o, almeno, diciamo correttamente che la maggioranza schiacciante della società russa ha un punto di vista diverso. Crediamo di doverci fidare dei nostri valori spirituali, della nostra tradizione storica e della cultura della nostra nazione multietnica.”

Secondo Putin, l’attuale ondata di estremismo anti-tradizionalistico è semplicemente una ripetizione della frenesia postumanistica dei Bogostroiteli fra la Rivoluzione d’ Ottobre e la NEP, e pertanto la Russia avrebbe una grande esperienza da fare valere in proposito:”Permettetemi però di osservare che le vostre ricette non sono affetto nuove. Anche se qualcuno se ne stupirà, la Russia è già passata attraverso questa fase. Dopo la Rivoluzione del 1917, i Bolsceviochi, basandosi sui dogmi di Marx ed Engels, si ripromettevano anch’essi  di cambiare le regole e i costumi, non soltanto  politici ed economici,  e l’idea stessa della morale umana e le fondamenta di una società sana. La distruzione dei valori antichi, della religione e dei rapport interpersonali, ivi compreso perfino il rifiuto totale della famiglia, l’istigazione alla delazione  contro i propri cari, tutto ciò veniva proclamato come progresso ,ovviamente  con un forte supporto in  tutto il resto del mondo, dov’era molto di moda, proprio come oggi. Tra l’altro, i Bolscevichi erano assolutamente intolleranti delle opinioni diverse dalle loro.

Credo che questo ricordi in parte ciò a cui assistiamo oggi. Guardando ciò che accade in molti Paesi occidentali, siamo stupiti di vedere  in quelle nazioni comportamenti, che noi abbiamo, spero, fortunatamente abbandonato fino da tempi lontani. La lotta per l’eguaglianza e contro le discriminazioni si è convertita in un aggressive dogmatismo sconfinante nell’ assurdità: le opera dei grandi autori del passato  – come Shakespeare – non vengono più insegnate nelle scuole e nelle Università perché le loro idee si considerano retrograde. I classici sono dichiarati retrogradi e ignoranti sulle questioni di genere e di razza.

A Hollywood distribuiscono veline sulla correttezza richiesta nelle trame dei film e sul numero di personaggi di quale colore debbano esserci. Peggio del vecchio dipartimento ‘Agitprop’ del Comitato Centrale del PCUS”.

In definitiva,dopo i Trockisti, i Bogostroiteli, i Cosmisti e lo Zhdanovismo, la Russia ha pieno titolo ad ammonire gli Occidentali contro gli eccessi del post-umanesimo:“attenti a non andare là dove i Bolscevichi avevano solo tentato  di arrivare – socializzare non solo il pollame, ma  perfino le donne-. Ancora un passo, e voi ci sarete arrivati.

Gli zeloti di queste nuove tendenze arrivano a pretendere la pura e semplice abolizione di questi concetti: chiunque osi accennare all’esistenza effettiva di uomini e donne quale fatto biologico rischiano l’ostracismo”.

“Anche qui, nulla di nuovo: negli Anni 20, I cosiddetti Kulturtraeger sovietici avevano inventato un “newspeak” nella presunzione di creare una nuova coscienza, cambiando così i  valori. Come ho già detto, si creò una confusione tale, e ancora tremiamo al ricordo”.

Implicitamente, Putin ha messo il dito sulla piaga  delle attuali ideologie occidentali: quando in Russia prevaleva l’estremismo rivoluzionario comunista, i borghesi occidentali applaudivano; ora che la Russia, grazie alle sue tristi esperienze, è tornata a un saggio conservatorismo, l’Occidente l’aggredisce e la calunnia perché vuole ripetere le gesta dei primi Bolscevichi:

“Oggi, quando il mondo è nel vortice di una destrutturazione strutturale ,l’importanza di porre alla base della nostra linea politica un ragionevole conservatorismo è cresciuta in modo esponenziale proprio a causa del moltiplicarsi di rischi e pericoli, e della fragilità della fragilità della realtà che ci circonda.

Non si tratta di ottuso tradizionalismo, di paura delle novità o di una tattica banalizzatrice, né, infine, di rintanarci nel nostro guscio. Innanzitutto, confidiamo nelle nostre antiche e tradizioni; garantiamo la nostra crescita demografica; valutiamo obiettivamente noi stessi e gli altri; stabiliamo precise priorità;  confrontiamo necessità e possibilità; rifiutiamo radicalmente i metodi estremistici. A mio parere, un moderato conservatorismo è la linea di condotta più ragionevole nel periodo che ci attende, di ricostruzione del mondo, un  periodo  lungo e dagli sbocchi imprevedibili. Le cose cambieranno inevitabilmente prima o poi, ma, fino ad allora, il principio più razionale sembra essere ‘Noli Nocere’ (non nuocere), il principio-base della medicina.”

Se questa è la posizione tenuta nella seduta plenaria del Club Valdai, a margine del convegno Putin ha manifestato punti di vista più assertivi e impegnati, probabilmente riferiti alla “fine del periodo di ricostruzione del mondo”, là dove ha citato Ilyin, Berdiajev e, soprattutto, Dostojevskij, che, come noto, vedeva, nella Russia, la salvatrice dell’Europa

Dostojevskij, il maggiore assertore della “Russia salvatrice dell’ Europa”

8.Gl’insegnamenti per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Nonostante la ricchezza dei contributi, questo numero di Limes è particolarmente deludente perché, a dispetto delle sue pretese di specialismo e di anticonformismo, non fornisce idee nuove.

Tuttavia, in una situazione di quietismo generalizzato, è comunque utile, in quanto fornisce un argomento in più a coloro che, come noi, vorrebbe “dare la sveglia” alle Autorità e alla società civile, facendo presente che, continuando di questo passo, non esisteremo proprio più.

A meno che l’obiettivo nascosto di tutti, con un abile gioco delle parti, non sia proprio questo: abituare gradualmente gli Europei a un ruolo sempre più marginale nella cultura, nella politica, nell’economia, fino a che gli Europei si adatteranno ad accettare lavori meno prestigiosi, ad avere meno figli, e, alla fine, ad essere sostituiti da immigrati da tutto il mondo, che faranno perdere definitivamente la memoria delle nostre tradizioni, in preparazione della completa meccanizzazione del mondo. Obiettivo che già traspariva sessant’anni fa nel boicottaggio sistematico delle imprese europee innovative, a partire dalla Olivetti, dall’ ENI, dal Concorde…, in modo da salvaguardare il ruolo di primadonna dell’ America (la “Fine della Storia” di Fukuyama, l’”America First” di Trump, l’”America is Back” di Biden). Idea che a mio avviso non è estranea alla linea politica di molti, a cominciare da Limes, che infatti conclude il volume con l’idea dell’insostituibilità degli Stati Uniti, e che talvolta sembra condivisa perfino da Putin, che (forse per colpa nostra), ci accomuna oramai agli aborriti  decadenti americani.

Nel caso di Torino questo risultato è già stato conseguito, con una diminuzione costante della popolazione (la “Fuga dal Piemonte”, Leonardo di Paco, La Stampa, 25 Novembre). Peccato che l’obiettivo sia stato centrato così bene, che perfino gl’immigrati se ne stanno già andando (in un anno, 300.000 uscite dall’ Italia). Dov’è finita la paura per l’arrivo degl’immigrati? Adesso,sono gl’immigrati che hanno paura di venire in Europa, e, soprattutto,a Torino.

Occorre impedire che la Conferenza sul Futuro dell’Europa venga utilizzata per sterilizzare il dibattito su quanto precede. Per questo è importante che le nostre proposte sul futuro dell’Europa – un futuro che ha da essere molto diverso dal deludente presente- facciano oggetto di un vero dibattito, alternativo alle messe in scena ufficiali, e forniscano outputs pluralistici accessibili a tutti e per la “Fase Costituente” che dovrebbe seguire.  

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VENTI DI GUERRA IN EST EUROPA:

CHI E’ PER L’EUROPA: CHI REMA CONTRO?

“Marsz, marsz, Dąbrowski, z ziemi wloskiej, do Polski”

L'”Azione Vistola” per trasferire i Polacchi dalla Galizia all’ex Prussia

In questi giorni stanno  accavallandosi vari eventi problematici che riguardano la Polonia e i Paesi circostanti (l’ex “Grande Polonia”), i quali dimostrano, come minimo, la centralità, nello scacchiere politico europeo,  della sua parte orientale, così spesso dimenticata dall’ opinione pubblica e dalle Istituzioni (e ignorata dall’accademia), e che pure è stato spesso (nella storia e nell’ attualità), al centro delle vicende europee:

-Il primo di questi  è stato il plateale conflitto, di competenze ma anche ideologico, fra le Autorità polacche e le Istituzioni Europee, circa  una serie di situazioni diverse, ma fra loro collegate, come l’atteggiamento verso i migranti e le politiche familiari, nonché l’interpretazione del diritto europeo;

-Il secondo, lo stato di emergenza militare (“Stan Wyjontkowy”) alla frontiera con la Bielorussia, a causa della situazione dei migranti, che rientra in uno stato di tensione generalizzato fra NATO e Russia;

-Il terzo è il problema irrisolto dei Balcani Orientali, dove, successivamente all’incontro di Lubiana con l’Unione Europea (a presidenza slovena),  il cantone serbo della Bosnia Erzegovina si è dissociato dal governo federale, minacciando un “effetto  domino”.

La Repubblica Polacco-lituana

Cerchiamo di dar conto di questi intricati fenomeni di primario interesse per l’ Europa, innanzitutto riportando integralmente l’ utile approfondimento sul conflitto di giurisdizione fra Corte di Giustizia Europea e Corte Costituzionale polacca scritto dal Presidente del Movimento Europeo in Italia, Pier Virgilio Dastoli, che dimostra quanto sia complessa la vicenda che va dalle sentenze della Corte di Giustizia sul primato del diritto europeo fino agli attuali conflitti  in cui è implicata la Polonia.

Pier Virgilio Dastoli, AL DI FUORI DELLA “DIETA POLACCA” VERSO L’EUROPA FEDERALE

Il progetto di trattato che istituisce l’Unione europea (“progetto Spinelli”) aveva iscritto – fin dal suo preambolo – la preminenza del diritto dell’Unione sui diritti nazionali, considerandola come una condizione indispensabile per garantire nello stesso tempo l’uguaglianza delle cittadine e dei cittadini europei davanti alla legge (europea) e l’uguaglianza fra gli Stati che avrebbero composto la futura Unione.

Al tema del primato del diritto dell’Unione, il “progetto Spinelli” dedica l’art. 42 che si ispira a tre sentenze della Corte di Giustizia che sono pane quotidiano degli studiosi del diritto europeo e degli studenti di diritto internazionale in tutta Europa e cioè la sentenza Van Geen en Loos del 1963 (Aff n° 26-62 Rec. Vol. IX, p. 1), la sentenza Costa c. Enel del 1964 (Aff. N° 6-64 Rec. Vol X p. 1141) e la sentenza Simmenthal del 1978 (Aff. N° 106-77 Rec. 1979 p. 629) peraltro seguite da numerose sentenze analoghe.

Vale la pena di ricordare che nell’ordine di priorità delle istituzioni previste dal “progetto Spinelli” la Corte di Giustizia precedeva il Consiglio europeo e che i giudici europei avrebbero dovuto essere nominati per metà dal Parlamento europeo e per metà dal Consiglio dell’Unione e dunque con una doppia “delega” da parte dei rappresentanti degli elettori e degli Stati e non una delega “di primo livello” dei soli rappresentanti degli Stati all’interno del Consiglio.

La logica del primato del diritto dell’Unione ribadita dalla Corte prima e dal “progetto Spinelli” poi si fonda sul fatto che i trattati sono approvati democraticamente dagli Stati o per via parlamentare o per via referendaria, che le leggi europee (regolamenti o direttive, di cui i primi sono direttamente applicabili negli Stati membri) sono sempre approvate dagli Stati membri e che con il “progetto Spinelli” il processo decisionale europeo si sarebbe fortemente rafforzato dal punto di vista democratico perché il Parlamento europeo sarebbe diventato autorità legislativa su un piede di uguaglianza con il Consiglio legiferando insieme agli Stati sulla base delle proposte della Commissione o sostituendosi ad essa nel caso di una sua carenza.

Sotto la spinta del “progetto Spinelli” il Parlamento europeo legifera ormai insieme al Consiglio in una progressione che lo ha condotto – dall’Atto Unico fino al Trattato di Lisbona – ad acquisire poteri di decisione che coprono più del 60% delle competenze dell’Unione in una democrazia sopranazionale ancora incompiuta ma certo più sostanziale di quello che avviene nel diritto internazionale.

Nella Convenzione sull’avvenire dell’Europa (2001-2003), il progetto di trattato-costituzionale approvato da rappresentanti dei governi e dei parlamenti non solo dei paesi membri dell’Unione europea a 15 ma anche dei paesi candidati all’adesione ivi compresi quelli del Gruppo di Visegrad conteneva un articolo 6 che codificava la giurisprudenza della Corte sul primato del diritto dell’Unione all’interno di un progetto ben lontano dall’obiettivo di uno “stato federale” che sarebbe stato invece il risultato dell’entrata in vigore del “progetto Spinelli” fra gli Stati e i popoli che lo avessero accettato.

Come sappiamo il progetto di trattato-costituzionale approvato dalla Convenzione sull’avvenire dell’Europa fu prima annacquato dai governi nazionali che lo sottoposero alle ratifiche nazionali e, dopo i referendum negativi in Francia e Paesi Bassi, fu tradotto nel Trattato di Lisbona da cui furono eliminati tutti i riferimenti di natura costituzionale.

Contrariamente ad una opinione diffusa nella stampa, la mancata entrata in vigore del progetto di Trattato-costituzionale non rappresentò il fallimento dell’obiettivo dello “stato federale” ma la sconfitta dei governi che decisero di tradire il testo originale trasformandolo in un mostro giuridico sotto forma di centauro metà uomo (il trattato costituzionale) e metà capra (i trattati esistenti) e che fu definito da Giuliano Amato un ermafrodito.

Pur non “costituzionalizzando” il primato del diritto dell’Unione, tutti i governi che sottoscrissero il Trattato di Lisbona, fra cui i paesi di Visegrad, firmarono una dichiarazione (n° 17) nella quale si confermava la costante interpretazione della Corte di Giustizia sul primato del diritto dell’Unione peraltro condivisa da un parere del Servizio Giuridico del Consiglio secondo cui “il primato del diritto comunitario è un principio fondamentale di questo diritto”.

L’interpretazione delle Corti costituzionali nazionali sulla questione dì tale primato non solo sul diritto “infra-costituzionale” ma sulle costituzioni nazionali è stata inizialmente non univoca perché in Irlanda e nei Paesi Bassi è stato riconosciuto il primato del diritto comunitario anche in relazione alle costituzionali nazionali mentre in Italia con la teoria dei “contro-limiti” (sentenza Frontini del 1973 e Fragd del 1989) e in Germania con le decisioni Solange del 1974, del 1986 e del 2000 per non citare il Consiglio costituzionale francese c’è stato un iniziale rifiuto di riconoscere la prevalenza del diritto dell’Unione sulle costituzioni nazionali.

Negli ultimi anni, anche grazie al dialogo fra le Corti ma anche alle modifiche introdotte nelle costituzioni nazionali per adattarle ai trattati europei, abbiamo assistito ad una sostanziale evoluzione di un sistema giudiziario multilivello in cui anche i giudici nazionali sono diventati….europei, l’autorità della Corte di Giustizia non è più messa in discussione ed è soprattutto riconosciuta dagli Stati come è avvenuto da parte del governo federale tedesco quando il Tribunale di Karlsruhe pose la questione di una decisione ultra vires della Corte di Giustizia sulla politica della BCE.

La sentenza del Tribunale costituzionale polacco, sostenuta dal governo polacco che controlla la maggioranza dei giudici di quel Tribunale, rappresenta un vulnus intollerabile per tutta l’Unione ma soprattutto per le cittadine e i cittadini polacchi e per difendere il principio dell’uguaglianza degli Stati nell’Unione.

Abbiamo sperimentato l’inefficacia dell’art 7 TUE che affida al Consiglio europeo secondo una decisione unanime il compito di constatare l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori comuni così come conosciamo l’effetto marginale del ricorso della Commissione contro uno Stato membro sulla base dell’art. 258 TFUE, sapendo che la Commissione è spesso lasciata sola perché gli altri Stati intervengono raramente ad adiuvandum sulla base dell’art. 259 TFUE.

Conosciamo infine l’ambiguità della cosiddetta “condizionalità” sul rispetto dello stato di diritto che imporrebbe alla Commissione di bloccare i fondi europei e in particolare il NGEU ma la Commissione ha fatto sapere al Parlamento europeo che essa intende aspettare la decisione della Corte di Giustizia sui ricorsi polacco e ungherese, una decisione che arriverà fra molti mesi e il suo esito – se ci dovessimo basare sull’udienza pubblica del 19 ottobre non appare scontato.

La vicenda polacca ha messo ancora una volta in luce l’ambiguità e il malessere del sistema europeo – denunciati con grottesco ritardo dalla ormai ex-cancelliera Angela Merkel all’uscita dal suo 107mo Consiglio europeo.

A noi è sembrato fin dall’inizio un grave errore non aver voluto invitare al tavolo della Conferenza sul futuro dell’Europa la Corte di Giustizia e crediamo che il Comitato esecutivo, i tre co-presidenti e i presidenti delle tre istituzioni debbano rapidamente invitare la Corte a partecipare al Gruppo di Lavoro sulla democrazia e alla sessione plenaria di dicembre.

A monte, deve essere risolta l’ambiguità di un sistema inizialmente fondato sul metodo comunitario, sottoposto poi ai vincoli e alle strettoie del metodo intergovernativo con il Trattato di Lisbona e sempre più lontano dalla finalità federale del processo di integrazione europea.

La via da percorrere non è quella di Polexit ma di una fase costituente che eviti l’ostacolo del negoziato intergovernativo per modificare questo o quell’articolo dei trattati e che abba come finalità quella di riunire in un insieme coerente le norme costituzionali relative agli obiettivi, alla ripartizione delle competenze, alle procedure e alle politiche dell’Unione sostituendo l’intero Trattato di Lisbona e sottoponendo il nuovo Trattato ad un referendum pan-europeo in occasione delle elezioni nel maggio 2024.

Sarano le cittadine e i cittadini europei a decidere se vorranno o non vorranno entrare nella nuova Unione.

Pier Virgilio Dastoli

Roma, 25 ottobre 2021

SWIĘTO NIEPODLEGŁOŚCI (“FESTA DELL’ INDIPENDENZA”)

Tartari polacchi

Dopo  l’ intervento di Dastoli, pubblichiamo alcune nostre considerazioni sulla situazione polacca in generale. L’esperienza costituzionale di quel Paese non può essere ridotta, infatti  “Liberum Veto”, la regola dell’unanimità al Sejm, caratteristico  dell’ ultima fase della storia polacca (18° Secolo), bensì risale al pieno Medioevo, quando la Polonia aveva dimostrato un grado di rappresentatività e di tutela dei diritti civili particolarmente elevato (l’”Aurea Libertas”). Tra parentesi, si noti che tutte le “confederazioni” pre-moderne, come il Sacro Romano Impero, l’Olanda e la Svizzera, erano basate sulla regola del consenso, ma le esigenze pratiche (e, soprattutto, militari) le hanno poi portate, nell’Ottocento, a trasformarsi in “federazioni”: Svizzera, 1848; II Reich, 1870. L’Olanda, invece, nel periodo napoleonico, divenne uno Stato Unitario.

Ricordiamo però anche che la grande tradizione storica e culturale della Polonia la porta spesso, come accade però anche ad Inghilterra, Francia e Russia, a posizioni eccessivamente soggettive, che possono costituire detrimento per altri Paesi d’ Europa, e soprattutto per l’integrazione europea. Pensiamo al ruolo esercitato dalle legioni polacche nell’occupazione napoleonica dell’Italia(in particolare i ducati dell’ Emilia-Romagna), alla distruzione di Cassino, e, ora, alla reazione spropositata e strumentale agli aiuti dati dalla Bielorussia ai migranti che vogliono raggiungere l’Europa Centrale.

L’11 Novembre si è svolta in tutta la Polonia la Festa dell’Indipendenza (Swieto Niepodleglosci), un evento che si era tradotto  da molti anni in uno scontro di piazza fra centinaia di migliaia di “nazionali” (i “Narodowci”), e le Forze dell’ Ordine, ma quest’anno (grazie anche proprio alle diatribe con la UE, la Bielorussia e la Russia), si è svolta in modo pacifico, in piena concordia fra le Istituzioni e la piazza nazionalista, e con un tono nettamente militare. La festa ricorda infatti l’arrivo a Varsavia,l’11 novembre 1918, dopo la sconfitta della Germania, del Maresciallo Pilsudski, un ex ufficiale austriaco sostenuto dagl’Imperi Centrali e poi fondatore della IIa Repubblica Polacca. Era stata vietata dal Governo comunista, e ripristinata nel 1989.

Occorre poi ricordare che Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lituania e Lettonia avevano vissuto per secoli all’ interno della “1° Rzeczpospolita”, una grande potenza che i nazionalisti polacchi ancora rimpiangono. Nella “Marcia dell’ Indipendenza” si sentiva risuonare, almeno fino all’ anno scorso, lo slogan “Wielka Polska Katolicka”, che faceva riferimento a quell’importante Stato dell’Ancien Régime (il più grande d’  Europa all’ inizio del 17° secolo). Quest’anno si è giunti (anche grazie alla sentenza della Corte Costituzionale sulla superiorità del diritto polacco e al Muro alla frontiera), a una tregua politica, che ha permesso ai vertici polacchi di celebrare la giornata, nell’ ordine più assoluto, sostanzialmente come una festa militare.

La solidarietà fra polacchi, lituani, ucraini e lettoni risale molto indietro nel tempo. Già nel 1386, il re lituano  Jagellone aveva sposato Edvige di  Polonia, creando una prima effimera unione personale. Il costituzionalismo polacco è antico quanto quello britannico. Esisteva un parlamento centrale (il Sejm, 1493, diviso in Senato e Camera dei Deputati). Secondo la legge  Nihil novi nisi commune consensus, del  1505, il Re non poteva adottare nuove leggi senza l’approvazione del Senato.

Già prima esistevano tanti “Sejmiki” (parlamenti locali). Esisteva perfino un Sejmik ebraico, il “Va’ad Arba’a Aratsoth”, primo abbozzo di Stato ebraico, e punto di riferimento giuridico per tutte le Comunità ebraiche d’Europa. Intorno al Castello Granducale lituano di Trakai esisteva, ed esiste ancora, un villaggio di guerrieri ebrei Caraiti di Crimea, che costituivano la fedelissima guardia lituana.

La Polonia era, dunque, una costruzione giuridica atipica (come oggi l’Unione Europea, che potrebbe anche ispirarvisi): una monarchia plurinazionale come la Spagna, l’Inghilterra, l’ Unione di Kalmar, il Regno d’Ungheria, l’Impero Russo e quello ottomano, e, nello stesso tempo, una repubblica aristocratica come Genova e Venezia, e una federazione come il Sacro Romano Impero, l’ Olanda e la Svizzera.

Nel 1569, era stata proclamata l’unione con la Lituania (Unia Lubelska). Quell’ era è  ora ricordata con nostalgia dai Polacchi, come “l’Età Aurea”.

Re Jan Sobiecki, salvatore dell’ Europa all’assedio di Vienna, era nato ad Olesko, in Ucraina. Il suo esercito era quanto di più europeo e multiculturale  si potesse immaginare. Accanto agli ussari alati polacchi e ai cosacchi ucraini, schierava mercenari britannici, milizie cittadine tedesche, honved ungheresi,  carabinieri valacchi, giannizzeri balcanici , cavalieri caraiti e tartari.

Nel 1700, in seguito alle spartizioni della Polonia, era nata un’identità popolare “rutena”, basata sui contadini uniati della Galizia soggetti agli Asburgo. Nel 1791, era stata adottata la prima costituzione d’Europa non puramente aristocratica (e lodata da Rousseau): la “Costituzione del 3 Maggio”.

Nel 1834, Jan Mickiewicz, poeta nazionale polacco e fondatore, nel 1848, di una seconda Legione Polacca in Italia, aveva ambientato in Lituania il suo poema “Pan Tadeusz, L’ultima faida in Lituania”, che comincia con le parole “Litwa, Ojczyzna moja”(“Lituania, patria mia”).In realtà, egli era nato a Navahradac, in Bielorussia, una delle capitali del Granducato di Lituania.

I “Democratici Polacchi” (il primo partito politico europeo che si sia qualificato come tale) avevano come punto numero uno del loro programma (il “Manifesto di Cracovia” del 1846) la nazionalizzazione delle terre (obiettivo realizzato, seppure parzialmente, solo dai Bolscevichi, e da allora molto contestato ovunque, perfino in URSS, per non parlare della Polonia).Anche Pan Tadeusz è un aristocratico polacco-lituano (ufficiale di Napoleone) che dona le sue terre ai contadini.

L’inno nazionale polacco è la “Marcia delle legioni polacche in Polonia”, scritta a Reggio Emilia, che ricorda la marcia dei soldati polacchi che occupavano l’Emilia per conto di Napoleone, dall’ Italia alla Polonia per raggiungere l’Imperatore. Proprio a un suo verso (“Marsz, Marsz, Dąbrowski, z ziemi Wloski, do Polski”), è ispirata la “Marsz Niepodleglosci” del Giorno dell’ Indipendenza. In particolare, l’inno era stato cantato dai soldati sotto le finestre dell’Arcivescovado di Reggio occupato da Dąbrowski dopo avere domato l’ insorgenza della Padania contro le tasse imposte dai Francesi (Branda Lucioni). Questa musica era poi divenuta la base degl’inni panslavisti e  jugoslavi, ed, oggi, lo resta di quello croato.

Nel 1920, il Maresciallo Pilsudski, aveva sconfitto l’Armata Rossa comandata da Trockij, che, come aveva affermato Lenin,  stava conquistando l’intera Europa, ma, nel 1939, il patto Molotov-Ribbentrop aveva già ripristinato un vecchio confine fra Prussia e Austria, da un lato, e l’ Impero Russo, dall’ altro (la “Linea Curzon”), dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale. E’ lì che è stato costruito in questi giorni il nuovo muro fra Polonia e Bielorussia (già Granducato di Lituania), che spezza in modo anche visibile l’unità dell’ antica Rzecz Pospolita. Il che non stupisce, perché l’attuale nazionalismo “piccolo polacco” non è attaccato tanto alle tradizioni della Grande Polonia, quanto a quelle della Piccola Polonia giacobina e comunista. Eppure, buona parte dei problemi politici dell’ Est Europa di oggi si riferiscono proprio all’ eredità della “Repubblica dei due Popoli”: il confine lungo il Don; i Cosacchi; la Moldova e la Transnistria; l’Ucraina Occidentale e Orientale…

Nel 1989, Papa Giovanni Paolo II aveva contribuito notevolmente, insieme al Presidente russo Gorbachev, alla caduta del Muro di Berlino ed era stato costituito in Polonia il primo governo di democrazia rappresentativa in Est Europa. Oggi, invece, tutti corrono a costruire muri fra l’ Europa Centrale e quella Orientale. Ultima trovata, quella di chiedere l’intervento degli USA per difendere la Polonia…dai migranti!?

In ogni caso, queste forzature e queste contraddizioni ottengono il risultato opposto a quello voluto: mettere in evidenza che vi è un progetto sempre meno nascosto di sobillare ogni genere di disaccordi fra Europa, Russia e Turchia per sottolineare il ruolo della NATO in Europa in un momento in cui esso viene posto in discussione.

Fra questi rientrano, non solo la kafkiana vicenda di un muro sul modello trumpiano (in programma da anni, ed ora in costruzione a pieno ritmo) le manovre NATO in corso nel Mar Nero con testate nucleari.

Ovviamente, non si possono dimenticare tutti questi fatti nel riflettere sulle attuali problematiche della Polonia.

L’esercito di Sobieski

1.Le ragioni della crisi

L’idea di base dell’integrazione europea era stata, dai tempi del Progetto di di Saint-Pierre, quella di unificare gli Europei, costituendo una realtà più grande, non certo quella di spezzettare ulteriormente la “Kleinstaaterei” medievale, rinata come esito dell’agitazione nazionalista e della 1° Guerra Mondiale. Quella di una federazione voleva appunto rispondere, sulla base delle idee di Althusius, Pufendorf e Montesquieu, all’ esigenza di far salve le particolarità pur nella costruzione di un Paese più grande (la “Casa Comune Europea”di Gorbachev e Giovanni Paolo II).

E invece, ecco che, a trentadue anni dalla caduta del Muro di Berlino costruito dalla DDR contro la Repubblica Federale, gli Europei (Polacchi e Lituani) costruiscono un nuovo muro, questa volta  contro i Bielorussi e gl’immigrati, e i Greci un altro muro, quest’ultimo contro i Turchi e gl’immigrati. Certo, tutto ciò non è strettamente legato alla disputa costituzionale fra UE e Polonia, ma certo con essa si interseca. Si riparte con la “Kleinstaaterei”per rendere impossibile l’ “Europe Puissance”e perpetuare l’egemonia americana.

Di chi la “colpa”? Solo di Lukaszenko, di Putin? Non è questa la sede per indagare le colpe storiche di ciascuno, che sono comunque molto risalenti nel tempo (pensiamo all’esacerbarsi,  a partire dal ‘500-‘600, della rivalità fra Moscovia e Polonia per l’egemonia sull’ Europa Orientale), né le ininterrotte trame americane per mettere gli Europei gli uni contro gli altri. Quello che conta è il risultato complessivo, veramente scandaloso dal punto di vista dell’integrazione europea, e l’assoluta mancanza, ch’esso rivela,  di una visione genuinamente europea del tipo di convivenza da proporsi all’ Europa Centrale e Orientale. Figuriamoci se, in seguito a questo gioco di ripicche incrociate, dovesse scoppiare addirittura una guerra!

Ed è su questo che bisogna intervenire, sul concetto dell’identità complessiva dell’Europa, sulla sua ragion d’essere, sui suoi progetti, in modo che gli Europei sappiano che fare di fronte a qualunque evento, anche il più disastroso. Orbene, l’esperienza dimostra che l’identità “fredda” dell’ Europa, basata sull’idea messianica ed hegeliana della “Fine della Storia” non può essere la base dell’integrazione europea, in primo luogo perché sarebbe, semmai, quella dell’impero nascosto americano, e, poi, perché gli stessi intellettuali e politici mainstream l’hanno oramai rinnegata (vedi Fukuyama).

3.La questione delle competenze

Con questo obiettivo in mente, veniamo ora alle questioni giuridiche sottese all’ articolo di Dastoli.

A me sembra chiaro che, in Europa come in tutte le altre grandi del mondo, più che un problema di “superiorità” o di “inferiorità” fra ordinamenti giuridici, di cui parlano a sproposito le corti supreme, c’è una questione di “competenze” in una “Multi-level governance”. Vale a dire “chi fa che cosa”? Cosa che in Europa non è affatto chiara ed impedisce permanentemente di adottare qualsiasi decisione.

Il Trattato di Lisbona, essendo confuso, si presta a elucubrazioni giuridiche pretestuose, come quelle della Corte polacca, ma anche di altre corti nazionali e della stessa Corte Europea. E’ ovvio che, nella Conferenza sul Futuro dell’Europa, la ripartizione delle competenze va riscritta completamente, sulla base del concetti di sussidiarietà e di esclusività.

Fra l’altro, è ora di farla finita con l’idea di una “federazione di Stati Nazionali” (i quali, se, per il Manifesto di Ventotene, nel 1941, erano già obsoleti, oggi non esistono neppure più, cancellati, come sono,  dalla NATO e dai GAFAM:dead men walking”). Quando si parla di “Stati Membri” si parla di strutture, di narrazioni e di personale politico che sono stati da sempre dei “cloni” dell’ America. A sua volta, una federazione di “Stati Nazionali”(ammesso che fosse possibile, sarebbe è una brutta copia della federazione americana (come è dimostrato dal culto di Hamilton e del “Federalist”). La lealtà primaria degli Europei non è mai andata, né va ora, ai cosiddetti “Stati Nazionali”, bensì, o all’Europa nel suo insieme (Nietzsche, Coudenhove Kalergi, Drieu la Rochelle, Weil, Galimberti, Marc, Spinelli, De Rougemont, Milosz), o a realtà più vaste o più piccole degli Stati membri, dalle singole “corone” britanniche e iberiche, ai “Laender” tedeschi e austriaci, ai Cantoni svizzeri, all’ “Intermarium” polonocentrico….(quello che in termini costituzionali europei sarebbero Macroregioni, Euroregioni, Regioni, città metropolitane..).

Oggi, di fronte a pericoli come la fine dell’umano e la IIIa Guerra Mondiale, è necessario più che mai che la solidarietà prevalente, e militante, degli Europei, vada all’ Europa (“Identità Europea”), l’unica potenzialmente all’ altezza di combattere questa grande battaglia. Ma, per fare questo, è necessario che l’Europa sappia incarnare le identità, le idee e le volontà di tutti gli Europei, che, come è logico in una (con-)federazione, debbono poter esprimere tutti se stessi, ciascuno al suo livello più adeguato (“suum cuique tribuere”).

La Commissione aveva lanciato le sue strategie macroregionali (atlantica, alpina, mediterranea, baltica, danubiana, ecc…), che riecheggiavano antiche aree civilizzatorie (anglo-normanna, norrena, celtica, romana, anseatica, austro-ungarica), ma, come il 99% dei progetti europei, queste non si erano poi materializzate.La Costituzione europea, quando ci sarà, dovrà essere una “multi-level governance”, che, pur essendo  focalizzata sulla difesa a tutto tondo dell’Europa stessa verso l’esterno (“l’autonomia strategica europea”), renda giustizia all’ infinita poliedricità dell’Europa. Solo su queste basi sarà possibile evitare i conflitti di competenza fra i vari livelli, permettendo ai livelli più bassi forme di autonomia che non compromettano l’autonomia strategia europea.

Nel fare ciò, occorrerebbe evitare di assumere posizioni ideologiche preconcette. Per esempio, sembrerebbe logico che, sulle questioni di diritto di famiglia che tanto pesano sui rapporti con l’ Europa Orientale, possano legiferare poteri intermedi, come per esempio una  Macroregione erede storica del Gruppo di Visegrad (e/o della Rzecz Pospolita pre-moderna), mentre, ovviamente, circa gli eventuali “muri” verso l’esterno e sul controllo delle frontiere (che  costituiscono parte integrante ed essenziale della “Sovranità Strategica”) dovrebbe legiferare l’ Unione, o la (Con-)Federazione che dovrebbe succederle (che io chiamerei semplicemente “Res Publica Europaea”. Tutto il contrario oggi, quando l’UE vorrebbe imporre alla Polonia le sue politiche familiari, e poi ammette che per la gestione di una crisi umanitaria si faccia intervenire la NATO, in netto contrasto con una UE passiva e priva d’idee.

CONTRO I RISCHI ESISTENZIALI DEL XXI SECOLO: COSTRUIRE UN MONDO POLIEDRICO

La costernazione generale dell’establishment per il fatto che gli Stati Uniti abbiano rimpatriato le proprie truppe dall’ Afghanistan ha fatto perdere di vista un aspetto ben più vasto e generalizzato: che, nonostante gli USA abbiano proprie basi militari in tutto il mondo, al punto da ricomprendere, appunto, il mondo intero nelle proprie regioni militari (da cui non è esclusa alcuna parte del globo), essi non coincidono affatto (come giustamente rilevato da Giovanni Paolo II), con le Nazioni Unite, bensì sono solo un “impero nascosto”(Immerwahr) non riconosciuto da nessuno, e la cui effettività è tutt’altro che assodata, ma, anzi, è contestata un po’ da tutti.

Come ha scritto giustamente Cacciari su l’Espresso, “abbiamo affrontato  le crisi medio-orientali e la tragedia afghana alla luce di un bagaglio ormai confuso di idee di democrazia, di costituzione, di procedure parlamentari, distinguendo le forze in campo in base alla  loro distanza dai nostri ’valori’”.

Peccato che poi anche il nostro filosofo dimostri una confusione ancor maggiore là dove parla di “egemonia esercitata (anche attraverso l’ URSS!) da oltre due millenni”. Ma quando mai, l’ “Occidente” ha esercitato un’egemonia sul resto del mondo   prima dell’Ottocento? Ai tempi degl’ Imperi Persiano, Maurya, Han, Tang, islamico, mongolo, ottomano, Qing? A quelli di Buddha, Confucio, Ashoka, Maometto, Averroè, Avicenna, Chinggis Khan, Marco Polo, Akbar?

La pretesa egemonia occidentale, e l’idea stessa di “Occidente” nascono solo con le violente aggressioni contro l’ Algeria, la Cina e l’ India del secolo 19°. Prima di Condorcet, Saint-Simon, Hegel, Marx, Hugo, Mazzini e Kipling, nessuno aveva mai pensato ad un’”egemonia occidentale” nel mondo, dato che gl’imperi cinese, russo e ottomano erano i più estesi, i più ricchi e i più colti, tant’è vero che il Cristianesimo, l’Islam, la Via della Seta, le scoperte tecniche e scientifiche, erano venuti dall’Oriente fino a un paio di secoli fa. D’altra parte, Kircher, Fresnais, Leibniz, Voltaire, Federico II, prendevano a modello la Cina, e Schopenhauer, Blavatskij e Guénon, l’India. Mentre gli Utopisti e Marx si sforzavano di comprendere come potesse essere fatta una società socialista, i Taiping l’avevano già realizzata.

Dirò di più. Il fatto d’ignorare l’influenza dello zoroastrismo, del buddhismo, dei popoli delle steppe, delle culture islamiche, di quelle siniche tramite i Gesuiti, del Sarmatismo e dell’ Eurasiatismo, sulla storia e sulla cultura europee (per esempio, sull’Ellenismo, su Roma, sul Cristianesimo, sul  Rinascimento e l’ Illuminismo, su concetti costituzionali come “dispotismo illuminato” e “Stato Minimo”), impedisce agl’intellettuali “mainstream” di cogliere l’essenza stessa della storia europea, che è stata da sempre parte integrante di una dialettica mondiale, e, in particolare, eurasiatica.

L’incapacità di comprendere il “Socialismo con caratteristiche cinesi”, la “Sovranità Digitale” e  gli “Stati-Civiltà” c’impedisce poi anche di capire dove stia andando la politica contemporanea.

Il periodo di egemonia occidentale non è durato neppure 200 anni. La sua fine, evidenziata in modo spettacolare dai fatti di Kabul, fa intendere anche ai più ottusi che l’enorme castello di finzioni su cui si fondava il preteso “Ordine Mondiale” era basato su un sistema quasi insuperabile di equivoci: presunta vittoria del “materialismo volgare”, quando l’informatica e la quantistica hanno dimostrato in modo plastico la dematerializzazione del mondo; presunta insuperabilità degli “Stati Nazionali”, della Costituzione americana,  dell’ordinamento europeo….

Carro da guerra della cultura di Sintashta

1.Il vero quadro geopolitico odierno

A oggi, esistono, nel mondo, almeno 11 diversi centri di aggregazione geopolitica, di cui 10 non si riconoscono nella pretesa egemonica, ma neppure nella cultura, dell’ America, e, quindi, dell’ “Occidente”.

L’importanza di questi centri tende ad accrescersi soprattutto per via dell’inaudita concentrazione di potere generata dal web, che ha fatto sì che le sorti del mondo vengano decise sempre più in soli 2-3 centri operativi, condivisi fra guru del web e servizi segreti, di  quei Paesi.

Ne consegue che le diverse civiltà del mondo sono vieppiù costrette, se non vogliono essere schiacciate, a dotarsi di organismi statali e industriali giganteschi, capaci di padroneggiare la balcanizzazione del Web. Questa è la vera ragione del fascino esercitato dalla Cina, l’unico Paese che abbia, nel contempo, una popolazione di più di un miliardo di abitanti e un’industria del web fiorente e completamente autonoma.

Tutti i sub-continenti del mondo dovrebbero organizzarsi in Stati-Civiltà come la Cina, detentori del potere culturale, digitale e militare, delegando ad Entità minori (Euroregioni, Repubbliche, Emirati), le questioni di minore impatto, come le politiche economiche e sociali. Anche la questione della democrazia  si comprende solo se si ragiona in relazione ai diversi livelli di governance. E’ chiaro che Biden e Ji Xinping non decidono democraticamente le questioni della pace e della guerra, e se ne vedono le conseguenze. Trump e  Biden non hanno consultato, sull’ Afghanistan, nemmeno gli alleati (e neppure l’opposizione americana). Certo, si possono, e si devono, decidere in modo democratico e partecipato  il bilancio, la programmazione territoriale, l’urbanistica, a livelli inferiori come quelli macroregionali, nazionali, euroregionali, regionali, provinciali, cittadino e di quartiere.

Tentiamo di riassumere  la situazione attraverso la tabella seguente:

nomi delle grandi aree del mondo e Teorici più rappresentativiNumero di abitantiCaratteristiche essenzialiMaggiori divergenze dall’ “Occidente”
1.Anglosfera (Huntington)400 milioni (USA; UK, Canzus)Materialismo Puritanesimo Democrazia Millenarismo 
2.Europa Occidentale (Koudenhove-Kalergi, Spinelli)350 milioni(Iberia, Francia,Scandinavia, Benelux,Germania DSvizzera, Austria, , Italia, Lituania)Pluralismo Elitarismo ComunitarismoMito della cultura “alta” Interventismo statale
3.Europa Orientale (Gumiliov, figlio di Anna Ahmatova)250 milioni (Slavi Orientali, “16+1”,CaucasoParticolarismo Passionalità ComunitarismoOrgoglio Gerarchia
4.Grande Medio Oriente  (Ibn Haldun)1.400 milioni (Turcofonia, mondo iranico, Lega Araba, Sahil, Corno d’Africa, Pakistan, Bangladesh, Asia Centrale, Indonesia)Religiosità Particolarismo PassionalitàAutoritarismo Machismo
5. Subcontinente indiano (Gandhi)1.400 milioni:India, Nepal, Sri LankaReligiosità Particolarismo CasteRaffinatezza Partito forte di governo
6.Cina (Zhang WeiWei, Bell)1.400 milioniSincretismo Tradizionalismo SocialismoPartito comunista Coordinamento centrale
7.Asia-Pacifico (Shiratori)700 milioni (Corea,Giappone, ASEAN,PolinesiaParticolarismo Autoritarismo Laboriosità  Pluralità di Stati  
8.Africa Subsahariana (Senghor)1.100 milioniParticolarismo Tribalismo Primitivismo“Black Privilege Tradizionalismo
9.America Latina (Urarte, inventore della “Patria Grande”)650 milioniParticolarismo Tradizionalismo SolidarismoPluralità di Stati Antimodernismo
10.Israele (Eisenstadt,autore di “Civiltà Ebraica”)10 milioniStato confessionale Costituzione parlamentare Ruolo centrale dell’ esercitoIntellettualismo Clericalismo   
11.Roccaforti comuniste200: Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Venezuela)Dittatura Di partito Coordinamento centrale Isolamento intenazionaleRifiuto democrazia parlamentare Egualitarismo

Da questo semplice schizzo, si capisce quanto siano, ancor oggi, diverse le varie società del mondo, e quanto poco realistica sia la pretesa degli Americani (e di parte degli Europei) di voler trasformare tutte le altre parti del globo per adeguarle ai gusti di un’esigua maggioranza, che non raggiunge neppure l’1/% della popolazione mondiale (la “Società dell’ 1%”), con il cosiddetto “processo di Nation Building”, sul modello degli USA, della Grecia, dell’Italia, di Israele, dell’ India, del Pakistan, che, oltre ad essere obsoleto, è anche normalmente sanguinoso).

La civiltà del Gandhara

2.L’atteggiamento autenticamente “universalistico” .

Contrariamente alla retorica “mainsteam”, un autentico universalismo non potrebbe avere la pretesa di annientare le differenze culturali, bensì dovrebbe puntare a trovare ciò che unisce, senza sacrificare ciò che divide.

A questo punto, perché mai stupirsi se la pretesa del “Nation Building” all’ americana sia stata rifiutata nel modo più reciso dall’ Afghanistan, che aveva già respinto precedenti i tentativi di annessione, prima, nel Raj anglo-indiano (la celeberrima battaglia del Khyber Pass), poi, nel blocco sovietico? Con ciò, l’ Afghanistan ha dimostrato nei fatti di essere già non solo una nazione, ma addirittura uno Stato Civiltà, con un’identità culturale, una coesione politica e una volontà di libertà molto superiore a quelle della maggior parte dei Paesi del mondo.

Inoltre, l’Afghanistan appartiene, per cultura, per organizzazione sociale e per costumi, all’area medio-orientale: Islam, alfabeto arabo, abbigliamento, tribù…Ciò che costituisce il vero anacronismo del Medio Oriente nell’attuale società globalizzata (cfr. supra), è la sua tradizionale  frammentazione  confessionale, etnica e linguistica. Questa fa sì che inevitabilmente sorgano senza sosta movimenti rivoluzionari panislamici miranti alla costituzione in Medio Oriente di uno Stato-Civiltà delle dimensioni della Cina, dell’ India o dell’ Europa. In questo senso, il movimento dei Taliban non si distingue dal panarabismo, dal panislamismo, dalle internazionali Shi’ita e Wahabita, da al-Qaida, dall’Isis e perfino  dall’idea americana del Grande Medio Oriente. E’ quindi normale che un movimento indipendentista medio-orientale sia anche sovranista ed espansionista, e che, per questa ragione, sia condannato a scontrarsi con i sovranismi americano, europeo, israeliano, indiano e cinese, con punti di attrito quali le “guerre umanitarie”, il Sahel, la Palestina, il Caucaso, il Kashmir e il XinJiang. Nello stesso modo, il latino-americanismo si scontra con l’americanismo yankee a Cuba e in Venezuela, così come il sovranismo russo si scontra con quello europeo occidentale in Ucraina. E’ infatti impossibile stabilire in modo “obiettivo” se territori “di confine”, come l’Ucraina, la Somalia o il Kashmir appartengano all’ una o all’ altra area civilizzatoria. Eppure, de non altro per banali motivi organizzativi, questa questione va decisa. Inoltre, giacché un possibile Stato Civiltà medio-orientale sarebbe grande come la Cina, e molto più grande dell’ Europa e dell’ America, è del tutto spiegabile perché le attuali grandi potenze vogliano impedirne la nascita in ogni modo.

Infine, l’ Afghanistan è una delle aree del mondo di più antica civilizzazione. Basti ricordare che questa fu l’area attraversata dalle migrazioni indoeuropee verso l’ India (la “Cultura di Sintashta”, del 2000 a.C., D. W. Anthony, The Sintashta Genesis: The Roles of Climate Change, Warfare, and Long-Distance Trade, in B. Hanks e K. Linduff (a cura di), Social Complexity in Prehistoric Eurasia: Monuments, Metals, and Mobility, Cambridge University Press, 2009, pp. 47–73), tanto che, anticamente, esso fu chiamato semplicemente “Aria”, in quanto possibile patria originaria dei popoli indoeuropei; ch’ essa fu il centro degl’imperi del Gandhara ,macedone, Maurya e dei Khushana, e un centro importante d’irradiazione, prima, del Buddhismo, e, poi, dell’ Islam, e, infine, il baricentro degl’imperi Ghaznavide e Ghuride….Perciò, nonostante che gli Afghani a noi appaiano oggi miseri ed arretrati, essi si considerano giustamente i discendenti di quegli antichi popoli guerrieri, simili ai Greci e agli Sciti delle Guerre Persiane. I quali  avevano anch’essi costumi durissimi proprio per il carattere militare delle loro società (schiavitù, “agogé”, maschilismo…).

Essi si considerano anche tutt’altro che incolti, visto che la loro stessa autodefinizione fa riferimento al loro carattere di “studiosi”. La parola persiana “Taliban”, dall’Arabo “Talibuni” (participio presente plurale di “talaba”, “cercare”), significa “ricercatori”, e, per antonomasia, ricercatori della verità attraverso lo studio della teologia islamica. Del resto, l’Afghanistan ha dato i natali a intellettuali di valore universale, come Jalal ad-Din Rumi.

Difficilmente gli Afgani avrebbero potuto, dunque,  accettare di essere assoggettati a un potere lontano e così diverso…I loro stessi costumi estremamente aspri (si pensi alla questione del burqa) si spiegano in gran parte con lo stato di guerra permanente a cui sono stati sottoposti da secoli dai loro vicini, che non hanno mai esitato, per esempio, a rapire le loro donne, come facevano per esempio in modo sistematico i Mongoli.

Su questo, perfino i vari commentatori “mainstream”, di solito così offuscati da comportamenti ideologici viscerali, sono oramai completamente allineati: la motivazione emotiva, religiosa, filosofica o anche solo patriottica dei Talibani, è risultata più forte di qualunque apparato militare burocratizzato. E, soprattutto, l’inaudita “coalition of the willing” raccolta da Bush con l’avallo dell’ ONU era incredibilmente sconclusionata: l’ONU aveva votato in spregio della sua missione; gli USA perseguivano interessi concreti inconfessabili (spirito di vendetta alla cow-boy, boicottaggio della Via della Seta); la NATO stava operando in netto contrasto con il proprio statuto; l’Europa andava in guerra solo per servilismo, e l’”esercito regolare” afghano ha  semplicemente frodato gli Occidentali spillando aiuti enormi senza fare assolutamente nulla.

In particolare, l’ Europa ha violato grossolanamente la sua pur traballante dottrina di Politica Estera e di Difesa, secondo cui, diversamente dagli Stati Uniti, l’ Europa rifiuterebbe l’idea di esportare la democrazia con le armi, come invece si è tentato di fare in Afghanistan almeno a partire dalla morte di Bin Laden, quando si è cambiata senza alcuna motivazione la giustificazione originaria dell’ invasione: dalla cattura di Bin Laden stesso, alla “costruzione di uno Stato democratico”

Era quindi impensabile che quest’enorme Armata Brancaleone potesse sostenere l’attacco del piccolo, ma motivato (e, diciamolo pure, eroico) esercito talibano.

Gli Occidentali hanno cercato di conquistare l’Afghanistan
dal 1800

3.Le incredibili oscillazioni negli atteggiamenti verso i Talibani

Le grandi potenze hanno trattato dunque l’Afghanistan come una lontana provincia da assoggettare ai loro conflitti geopolitici e ideologici, senz’alcun rispetto per la libertà di scelta di quel popolo e per l’antichità della sua civiltà.

E’ così che il fiero popolo afghano è stato in guerra da ben 40 anni contro due diversi occupanti a lor modo “occidentali”: i Sovietici e gli Americani. Fra i motivi del crollo dell’ Unione Sovietica ci fu quasi sicuramente lo smacco subito in Afghanistan, con la conseguente perdita di credibilità dell’ URSS, che si sciolse pochi anni dopo. E’possibilissimo che la stessa cosa accada ora all’ America, visto il repentino cambiamento di atteggiamento di molti politici, non solo islamici, in genere allineati con gli USA. Basti pensare ai nostri Conte e Di Maio, passati, dall’entusiasmo per la Cina ai tempi del MOU, di Geraci e di Tria, al blocco degli accordi con la Huawei, e ora nuovamente ansiosi di dialogare con Cina, Russia, Turchia e Talibani. Basti pensare alla Merkel e a Draghi, ora tutti attenti a coinvolgere Russia e Cina.

Questo zig-zag è tutt’altro che nuovo. La rivolta dei Talibani non avrebbe potuto neppure nascere senza l’appoggio della Casa reale saudita, delle grandi famiglie arabe (come i Bin Laden)  del Governo pachistano, e, soprattutto, di quello americano. Addirittura, quando i Talibani  avevano cacciato i Sovietici, gli Americani avevano sperato per molto tempo ch’essi riuscissero ad infiltrare l’Iran, le Repubbliche ex sovietiche e perfino il Xin Jiang cinese.

Fu solo quando, nel 2001, al-Qaida colpì le Torri Gemelle e diede ospitalità a Bin Laden, che improvvisamente i Taliban divennero il nemico numero uno e gli Usa attaccarono frontalmente il Paese, costringendo una ventina di Paesi (compresa l’ Italia) a partecipare a una colossale guerra di occupazione, con i pretesto di catturare Bin Laden. In realtà, come si vide molti anni dopo, Bin Laden si trovava, non già in Afghanistan, bensì in Pakistan, protetto dai servizi segreti di quel Paese, dove egli venne ucciso dagli Americani senza processo e con i suoi familiari.

Dopo di che, l’America, anziché scusarsi per l’enorme danno provocato all’ Afghanistan occupandolo senza alcun motivo, rimase ancora per un decennio nel Paese, con il nuovo pretesto del “Nation Building”, cioè di trasformare quel Paese agricolo, particolaristico e guerriero, in un Paese moderno di stampo occidentale (cosa che tra l’altro aveva già tentato inutilmente l’ Unione Sovietica).

In realtà, l’obiettivo dell’ occupazione dell’ Afghanistan era quello di avviare il “Pivot to Asia” lanciato da Obama, cioè di circondare Russia e Cina con una catena di Stati dipendenti dagli USA, come Turchia, Kurdistan, Afghanistan, Mongolia, Corea del Sud, Giappone, Taiwan e Vietnam, possibilmente aggiungendovi, grazie all’ ETIM, organizzazione terroristica uighura, anche il Xinjiang. Tra ‘altro, c’ è una singolare concomitanza fra la presa di Kabul da parte dei Taliban e lo stop della campagna mediatica anglo-americana sugli Uighuri.

Fu in quel contesto che Hilary Clinton aveva lanciato l’idea della “Nuova Via della Seta”, che avrebbe dovuto collegare tutti questi nuovi alleati, per disgregare quel blocco di Stati che s’identificano nell’ Organizzazione di Cooperazione di Shanghai.

Come si sa, quest’obiettivo non era poi riuscito proprio per il perdurare delle guerre in Kurdistan, Siria, Nagorno-Karabagh e Afghanistan, e per lo scarso impegno profuso nel progetto dall’ America, poco interessata allo sviluppo di quei territori, naturalmente parte di un mondo eurasiatico potenzialmente concorrente.

Questa contraddizione dell’ America era stata subito rilevata dalla Cina, ben più interessata allo sviluppo socio-economico di tutta l’ Eurasia, la quale ha ripreso subito, con il discorso di Xi Jinping ad Astana nel 2013, l’idea della nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), investendovi fin da subito tutto quanto necessario. Restava ancora la spina nel fianco, ora eliminata, dell’Afghanistan, così come sono cessate le ostilità In Siria, Kurdistan e Nagorno-Karabagh. La Belt and Road Initiative potrà così svilupparsi indisturbata, come avevamo previsto in un nostro post di qualche mese fa.

La città di Arkaim è la meglio conservata nella Cultura di Sintashta

4.Un nuovo generale ripensamento

Il dissolversi in pochissimi giorni dell’ esercito afghano filo-occidentale, creato e sostenuto per 20 anni dalla coalizione occidentale, e l’incapacità della NATO di portare in salvo almeno i propri cittadini e le proprie armi segrete, se non anche i collaboratori locali, ha provocato dunque un po’ in tutti un’accelerazione di quel distanziamento dagli USA che, prima, era stato solo abbozzato.

 In un mondo di opportunisti, di fronte alla debolezza degli USA, si cerca appoggio altrove. Inoltre, l’eterno, e sempre inconcludente, appello alla Politica Estera e di Difesa Comune europea si fa sempre pressante. E, tuttavia, in questi 70 anni non sono mai stati sciolti i nodi di base della Politica Europea Comune: mancanza (voluta) di un’Identità europea autentica; mancanza di un “Commander -in-Chief” per le emergenze; timore reverenziale verso gli USA, il vero “rivale sistemico” dell’ Europa; mancanza di motivazione dell’opinione pubblica, delle classi dirigenti e del ceto militare.

La realtà è che un’ Europa concepita come l’ultimo avatar del millenarismo immanentistico non è in grado di difendersi dal fondamentalismo, né da quello islamico, né da quello americano, né da quello  di altri Paesi, perché è essa stessa l’erede di correnti minoritarie fondamentalistiche (estranee al “mainstream” europeo): i Pauliciani, i Catari, gli Anabattisti, i “democratici radicali”, i cosmisti, i futuristi, i trockisti,  sempre sconfitte nella storia europea, a seconda del momento,  dalle Monarchie Nazionali, dalla Chiesa cattolica, dai Luterani, dai liberali, perfino dai bolscevichi…

Di conseguenza, quando gl’islamisti, ma anche gli Americani, rivendicano le ragioni astratte ed estremistiche delle loro lotte, le élites europee non osano opporvisi, perché condividono esse stesse lo stesso paradigma: “ritorno” attraverso la lotta politica allo stato originario di perfezione edenica (la “Fine della Storia”) e l’uso “magico” della scienza (gli Hojjatiyyeh e i Bahai).

Per me, invece, l’ Europa non è l’erede di alcun “filone” unitario. Al contrario, essa nasce dall’ incontro fra i cacciatori-raccoglitori, gli agricoltori medio-orientali, i navigatori atlantici e i popoli  nomadi delle steppe. Gli “Europaioi” erano originariamente tribù indoeuroee e semitiche sedentarizzate, indipendenti e guerriere descritte da Ippocrate, che hanno adottato religione, costituzione politica ed alfabeto   dai popoli medio-orientali (come narrato da Erodoto).

Come anticipato da Svetonio e da Tacito, essi si sono fusi con i popoli del Barbaricum, dando vita all’ Europa Cristiana, con la sua lotta per l’eredità dell’ Impero (Macedonia, Roma, Bisanzio, Norimberga, Veliko Tarnovo, Madrid, Mosca, Istanbul, San Pietroburgo, Parigi, Berlino, Bruxelles..).

L’Europa post-cristiana è stata innanzitutto aristocratica (Rochefoucauld, Saint-Pierre, Voltaire, Alessandro I, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi), poi relativista (Tilgher, Heysenberg, Pirandelo, De Finetti, Feyerabend), e, infine, elitaria (Spinelli, Galimberti, Olivetti). Nulla essa ha a che fare con l’attuale nichilismo “occidentale”, che nega ogni validità all’ eccellenza (la retorica minimalistica), alla cultura alta (cultura “mid-brow”) alle differenze (“cancel culture”). Come tale, essa non può pretendere di sostituirsi alla leadership americana delò “Progresso”semplicemente rialzando le bandiere dell’omologazione globalistica, dell’egualitarismo, del consumismo. Infatti, le sue vocazioni sono ben altre.

Tuttavia, forse, un qualche “Occidente” ha una sua ragion d’essere in quanto diverso dalle due altre grandi regioni storiche del mondo, l’ Oriente (Asu, Re Ben), con centro a Pechino), e il Sud  (Dar as-Sud, Sudan, con il suo centro intorno all’ Oceano Indiano: Chowduri) . I popoli dell’ “Occidente” hanno un grande senso della Storia, che manca, o è molto diverso, ad Est (l’eternità del mondo), e al Sud (l’infinità dei mondi). Ma, inteso in questo senso esteso, l’ Occidente va dalla Calotta Polare Artica al Mar della Cina, dalla California a Vladivostok. Il suo centro non è a New York, bensì dalle parti di Istanbul. L’Europa può aspirare a succedere nella leadership di questo “Occidente” solo se saprà incarnare questa centralità, fra il millenarismo tecnocratico americano, la religiosità medio-orientale e la “passionalità” dei Popoli delle Steppe (Gumiliov).

Perciò, ben vengano una Politica Estera di Difesa e una Autonomia Strategica dell’Europa, ma solamente se esse si fonderanno sulle premesse teoriche di cui sopra. Per poter realizzare queste premesse, è necessaria una vera rivoluzione culturale, sulla linea della Dialettica dell’ Illuminismo di Horkheimer e Adorno, che comprende tra gli altri Athanasius Kircher, Leibniz, Voltaire, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi, Guénon, Eliade…

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa avrebbe dovuto dedicarsi proprio a questo compito. Purtroppo, essa è stata deliberatamente “uccisa” da una congiura del silenzio, che ha fatto sì che non se ne parli, né nel mondo politico, né in campo mediatico, né fra gl’intellettuali, né nell’ opinione pubblica. Si teme troppo che questi temi vengano allo scoperto, sovvertendo la “grande narrazione” costruita con tanta fatica intorno all’ Unione Europea, ma che non sta in alcun modo funzionando.

Noi andiamo però avanti imperterriti, portando avanti le nostre istanze, confidenti nel fatto che, a forza d traumi sempre più profondi, l’attuale kafkiano menefreghismo generalizzato sul futuro dell’ Europa non potrà più reggere, venendo travolto dall’ ansia di trovare un significato, una risposta, una guida.

L’impero Ghaznavide

5.Studiare: la cultura europea; quelle extraeuropee; le nuove tecnologie

A causa di quella congiura del silenzio, gli Europei non sanno nulla di opere fondamentali come “Aria, acque e luoghi” di Ippocrate; “Le Costituzioni” di Aristotele; la “Germania” di Tacito; il “De Monarchia” di Dante; il “Discorso  sul Metodo” di Cartesio; “Novissima Sinica” di Leibniz; “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire; “Christenheit oder Europa” di Novalis; le “Lettere ai Buoni Europei” di Nietzsche; “Paneuropa”, di Coudenhove-Kalergi; la “Costituzione italiana ed europea di Galimberti”.

Tanto meno si preoccupano di Gilgamesh, dell’ Avesta, dei Classici Confuciani, dell’ Itivuttaka, del Bhagavad Gita, del Corano, delle Muqaddimat, del Datong Shu di Kang You Wei, dell’ Hind Swaraj di Gandhi…Come pure delle arti marziali, dello Yoga, del socialismo con caratteristiche cinesi.

Ma, soprattutto, e sorprendentemente, ancora meno sanno dell’informatica, della cibernetica, del Web, dell’Intelligenza Artificiale, della computazione quantica, del 6G, dell’ economia del web, delle criptovalute…

Come si può pensare che, con questi handicap,  gli Europei possano, non diciamo essere, come pretende la Commissione, i “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, ma almeno presenti sulla scena internazionale?

Quindi, ribadiamo, studiare, studiare e studiare, facendo dello studio e della ricerca la prima delle competenze e responsabilità  dell’ Unione Europea.

LA MALATTIA DELL EUROPA E QUELLA DEL MONDO

Considerazioni preliminari all’ inaugurazione della Conferenza sul Futuro dell’ Europa: 9 maggio 2021

Domenica, alle 15.00, avrà luogo da Strasburgo l’inaugurazione ufficiale della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, già avviata con la piattaforma futureu.europa.eu#.

CREDENZIALI PER PARTECIPARE (DOMENICA 9 ALLE 10.00)

https://zoom.us/j/99951521048?pwd=MHdsRlJkSEJwVUQvcVZ1bGcvQW01UT09
L’evento è inserito sulla piattaforma https://futureu.europa.eu/?locale=it 


IL NOSTRO WEBINAR:

Visto in astratto, si tratterebbe di un momento epocale, che dovrebbe segnare veramente il passaggio da un’era ad un’altra. Tuttavia, alla luce, da una parte, di una serie di fallimenti dei precedenti esercizi dello stesso tipo, e, dall’altra, delle modalità e delle tempistiche con cui la Conferenza è stata pensata ed attuata, prevale un generalizzato scetticismo.

Personalmente, nonostante che partecipare alla Piattaforma comporti, per ciascun cittadino, uno sforzo tecnico ed editoriale non indifferente a fronte di un modesto risultato atteso, mi è sembrato doveroso dedicarvi il massimo sforzo, perché, altrimenti, con che animo potremo criticare, a posteriori,  la classe politica per non aver fatto l’Europa?Vista  infatti la nostra generale ignavia politica, questo sforzo è il minimo contributo dovuto, che invito tutti a dare.

Nell’aggiungere le mie critiche costruttive all’ iniziativa  a quelle di tanti autorevoli europeisti (a cominciare dal Movimento Europeo e dal Movimento Federalista), mi sono concentrato innanzitutto sulla superficialità con cui si presume di poter banalizzare in modo propagandistico dei problemi dell’Europa, che, se sono rimasti fino ad ora irrisolti, è  perché sono difficilissimi. Mi riferisco  in particolare al rapporto con la tecnica, ai presupposti culturali dell’ integrazione europea e al tema della decadenza, la “malattia dell’ Europa”, oggetto specifico dell’ incontro a distanza da noi organizzato per Domenica Mattina (cfr. infra).

Malattia che è, al tempo stesso, politica, economica, etica e tecnologica. Si potrebbe, e dovrebbe, definire come “olistica”.

1.Riandare ai presupposti dell’integrazione europea.

Per tutti questi temi di carattere preliminare, abbiamo suggerito che si svolgano, in parallelo  con le attività della piattaforma, non idonee a un lavoro serio e approfondito, altre attività, di carattere conoscitivo, come questa serie dedicata ai presupposti culturali dell’integrazione, che abbiamo inserito nella piattaforma e che cercheremo anche di coordinare, con il supporto del Movimento Europeo e del Movimento Federalista, con altre analoghe iniziative.

Il tema della malattia dell’Europa, oltre ad essere altamente evocativo in quest’era di pandemia, è anche il primo, perché è il punto di partenza, la crisi da cui parte la motivazione per l’integrazione dell’Europa.

A dire il vero, l’idea di una grande crisi della società è stata da sempre alla radice della creazione delle unità politiche in Europa. La Pax Augusta viene presentata dai poeti augustei come il ritorno dell’Età dell’ Oro dopo la crisi del Mos Maiorum e le guerre civili (“aurea volvent saecula”). Il progetto di Pace Perpetua dell’Abate di Saint Pierre, negoziatore del Trattato di Utrecht, si poneva come rimedio alle guerre di religione e dinastiche. La Santa Alleanza viene venduta da Alessandro I, dopo la Rivoluzione Francese e le guerre napoleoniche, come la ricostituzione dell’unità religiosa fra i popoli d’Europa. Anche Coudenhove Kalergi, Spinelli e Juenger vedevano il progetto europeo come una qualche forma di restaurazione di un’antica Europa pacifica („Die Welt von Gestern“ di Zweig).

2.Finis Europae?

In effetti, il senso della crisi esistenziale a cui l’ Europa tenta di fare argine, con il ruolo del paolino Katèchon, non è mai stato così forte come a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, con le opere di Simone Weil e di Pietro Barcellona (“l’ Europa come Katèchon”).

In realtà, il senso di un’universale entropia era diffusissimo da più di un secolo in tutta la cultura, non solo europea: da Kierkegaard a Nietzsche, da Leontijev a Weininger, da Freud a Guénon, da Berdjajev a Eliot, da Pound a Jaspers, da Heidegger a Anders.Come noto, molteplici sono le ragioni addotte per questo senso incombente di crisi: dallo Scisma d’Occidente (Hoelderlin), ai peccati dell’ aristocrazia francese (De Maistre), dall’eredità ascetica orientale (Nietzsche), alla perdita, delle tradizioni arcaiche  salvate solo dagl’indù e dagl’islamici (Guénon), dal moralismo borghese (Freud), all’irrazionalismo mitteleuropeo (Benda, Huizinga, Lukàcs), fino all’abbandono dell’ equilibrio della esperienza religiosa (tema che emerge soprattutto nelle pastorali degli ultimi tre pontefici).

Tuttavia,  la spiegazione più convincente e preveggente è stata, secondo noi, quella della sostituzione della macchina all’uomo, come tematizzato da un robusto filone di pensiero, che parte da Max Weber, attraversa Capek, Heidegger, Asimov e Anders, e sfocia nel pessimismo culturale di grandi tecnologi, scienziati ed economisti  come Bill Joy, Martin Rees, John Hawking, Evgeny Morozov e Shoshana Zuboff.

Secondo questo filone, l’uomo ha cominciato a perdere di autenticità con l’inizio della civiltà, per poi venire alienato dalle tecniche, e progressivamente soppiantato dalle macchine, fino a ridursi, come oggi, a un uomo senza qualità (Musil),e a una dimensione (Marcuse).

E, in effetti, quest’ultima spiegazione assorbe dentro di sé tutte le altre. Com’ è stato autorevolmente riconosciuto, fra gli altri, da Newton, Lessing, St.Simon, Comte, Fiodorov, Weber, Capek, Voegelin, Musso, la religione della tecnica costituisce l’esito naturale del processo di secolarizzazione, vale a dire della trasformazione della fede messianica delle religioni occidentali di salvezza (incluse quelle mazdea, manichea, ebraica ed islamica) in una nuova escatologia materialistica, incentrata sul ruolo redentore della scienza e della tecnica. Il Cristianesimo ridotto a “educazione dell’ Umanità” come voleva Lessing, o le “radici cristiane” invocate, forse improvvidamente, da Benedetto XVI.

3. La seconda Guerra Mondiale come nemesi e catarsi.

Com’è noto, anche i due grandi eventi catastrofici della Seconda Guerra Mondiale, la Shoah e la bomba atomica, sono stati ripresi dall’escatologia materialistica della tecnica (Heidegger, Horkheimer e Adorno).

Tuttavia, nella teologia politica europea, il momento di svolta sarebbe costituito soprattutto dalla Shoah, che, riassumendo in sé tutti i mali della storia, avrebbe costituito per gli Europei, e soprattutto per la Germania, una catarsi, con cui sarebbe stata superata (per Girard) la fase storica dominata dall’idea di sacrificio umano. In questo senso, la sorte dell’Europa sarebbe nuovamente paradigmatica per tutto il mondo.

Così, paradossalmente, la Shoah è divenuta la fonte di un nuovo tipo di eccezionalismo, non solo ebraico, ma anche europeo, e, in particolare, tedesco.

Come brillantemente illustrato, per esempio, da Aleida Assmann, il  discorso pubblico europeo è profondamente impregnato di questa dottrina.In effetti, essa serve mirabilmente ad assorbire, senza però rinnegarle,  le precedenti retoriche sulla missione civilizzatrice dell’ Europa. L’enfasi posta su una presunta superiorità morale del modello europeo e sul dovere di diffonderla costituisce un’ennesima eco delle invettive di Condorcet e di Hugo.

La retorica della “potenza mite” e del rifiuto della guerra sono servite anche per marcare un’ impercettibilmente differenza dagli Stati Uniti che, nella realtà, non esiste, perché l’ Europa spende in armamenti, rispetto al suo impegno su un solo continente, proporzionalmente più degli stessi Stati Uniti (oltre che della Russia e della Cina), ed è stata coinvolta ininterrottamente in guerre di tutti i tipi, nel Continente e altrove (da quelle civili est-europee e irlandese, a quelle di Corea, Suez, Algeria, Greco-turca,Libano, in Medio Oriente e nel Sahel).Se nell’ Europa di oggi la violenza è meno palese che altrove, ciò avviene per due ragioni: il livello medio di vita, ancora leggermente superiore alla media mondiale, e l’equilibrio del terrore, che ha il suo baricentro proprio in Europa, e che, per essere mantenuto, richiede il controllo totale sugli Europei. Controllo, che,  a sua volta,  è facilitato dall’apparenza di benessere e dalla conseguente diffusa mentalità piccolo-borghese.

Nell’ ultimo secolo, di fronte all’ affievolirsi dei ricordi delle Guerre Mondiali, all’acuirsi della crisi economica  e agli spettacolari ed inquietanti sviluppi dell’ Intelligenza Artificiale, sta sviluppandosi una nuova retorica dell’ Europa, figlia e parallela a quella precedente, basata sempre sulla “catarsi”, ma orientata verso  l’Intelligenza Artificiale.

Scelta politica lodevolissima, se solo fosse declinata in modo serio e coerente.

4. Trendsetter del dibattito mondiale”?

Oggi,  questo preteso eccezionalismo europeo finisce per essere identificato sempre più con la capacità dell’Unione di regolamentare il web, attraverso la fitta serie di libri bianchi e di regolamenti sulle attività dell’ industria digitale, ch’essa pubblica a getto continuo . Questo tema esula per altro  dall’oggetto della giornata di domenica, e fa invece oggetto dell’altra serie di approfondimenti, quella sull’ Intelligenza Artificiale. Qui mi limiterò a rilevare due cose:

1)dal punto di vista programmatico, la scelta di concentrare tutte le ambizioni dell’Europa sulla messa sotto controllo della transizione digitale è geniale, perchè obiettivamente, di fronte alla corsa verso l’Intelligenza Artificiale, in atto fra gli USA e la Cina, il mondo corre veramente il rischio di vedersi dominato fra breve da “soggetti autonomi” militari, come previsto lucidamente da tempo da Manuel De Landa. Per i motivi indicati all’ inizio,  esso ha quindi veramente un urgente  bisogno di un potente difensore (un “Trendsetter del dibattito globale”), che orienti  quest’ultimo verso un nuovo umanesimo digitale;

2)tuttavia, come e più che in casi precedenti, l’atteggiamento dell’Europa appare qui abilmente opportunistico e sostanzialmente ipocrita: come ha rilevato il New York Times, essa, non essendo minimamente nelle condizioni di padroneggiare le tecnologie decisive per il mondo contemporaneo, né di condizionare le Grandi Potenze e le multinazionali che le posseggono, ed essendo, per questo, destinata al declino (questo significa in realtà il dibattito sulla Sovranità Strategica Digitale), consola i propri cittadini, fingendo di convincere le Grandi Potenze ad adottare i suoi principi giuridici, che, se adottati, servirebbero a limitare i difetti delle nuove tecnologie. In realtà, da un lato, USA, Cina e Russia non stanno neppure consultando l’Europa sulle trattative, che si avvieranno fra breve, sul controllo digitale della guerra nucleare; inoltre, le tanto decantate normative europee sulla privacy sono state disapplicate fin dal primo giorno da tutti i soggetti rilevanti, a cominciare proprio da tutte le Istituzioni Europee, con i loro contratti con Microsoft, con i quali esse hanno delegato in bianco a questa multinazionale, soggetta alle norme inderogabili delle leggi militari americane, la gestione di tutte le informazioni sui suoi funzionari e sulle attività politiche dei loro organi, e continuano  a rendere possibili (con accordi illegittimi secondo la Corte di Giustizia) la gestione da parte dei GAFAM dei dati di tutti i cittadini europei.

Se qualcuno (per esempio la Cina) sta copiando la normativa europea, è proprio per la sua collaudata capacità di fare da paravento all’ arbitrio delle imprese e degli Stati.

Certamente, l’ Europa può, e deve, divenire il “trendsetter del dibattito mondiale” sull’ Intelligenza Artificiale, ma, per fare questo, deve modificare radicalmente i propri comportamenti pratici, e, in primo luogo, perseguire veramente la Sovranità Strategica Digitale sempre conclamata e mai perseguita veramente, con una propria cultura strategica e digitale, con propri investitori nel settore digitale, con dei veri servizi segreti e  proprie imprese del web, e, infine,  con una Politica Estera e di Difesa  veramente sovrana, che non segua pedissequamente i “richiami all’ordine” (“Rallies”) delle successive Amministrazioni americane.

5.L’arretratezza dell’ Europa

La mancanza di una politica europea del digitale, iniziata con la disaggregazione, da parte del Gruppo d’Intervento, della divisione informatica della  Olivetti nel momento della sua massima creatività (ELEA9003 e P101), è la chiave di lettura per comprendere declino europeo. Senza un’ industria digitale, non è possibile, né un’intelligence moderna, né l’accesso all’ economia della rete; senza un’ Intelligence autonoma non è possibile una reale politica estera, e senza economia della rete, sempre nuove risorse vengono trasferite fuori dell’ Europa.

Senza una politica estera, anche la società civile viene cloroformizzata, e senza l’economia della rete, i settori economici tradizionali divengono sempre più obsoleti. Con una società civile sonnecchiante e con un’economia perennemente in crisi, non si dà né politica demografica, né ricambio generazionale, né innovazione, e, senza questi, la società si dibatte in un senso di vuoto e di mancanza di prospettive. L’Europa è ancora con questo emblematica della crisi del mondo intero.

6.La malattia del mondo.

Anche il mondo, infatti, soffre (anche se in grado minore), delle stesse malattie dell’Europa. Anche nel resto del mondo impera  la società de controllo totale (in molti casi, in modo più soffocante ancora che non in Europa). Ma, a parte che in certi Paesi sono concentrate le élites che traggono profitto da questa situazione, colà,  il fatto di essere situati nel cuore del sistema permette anche di comprenderlo e di criticarlo più efficacemente, e, soprattutto, di maturare  i necessari anticorpi e di ribellarsi in modi più efficaci (come nei casi di Petrov, di Assange e di Snowden). In altri Paesi, poi, il sistema informatico mondiale non ha ancora tutto il peso che esso ha in Occidente, in Cina o in Russia. Ovunque, le idee delle precedenti tradizioni culturali e politiche (siano esse l’American Creed o il veterocomunismo, l’ebraismo o l’ortodossia,  l’islamismo o l’induismo) sono ancora così radicate, che la società non è ancora stata plasmata integralmente dal web.

Eppure, dovunque imperversa, ove più, ove meno, il “disagio della civiltà” denunziato a suo tempo da Freud: l’integrazione ancora mancata fra le idee tradizionali della propria civiltà e i problemi dell’ età postmoderna

Se la classe dirigente europea fosse meno radicata nelle retoriche del XX° Secolo e meno dipendente dall’America e dai GAFAM, essa potrebbe divenire veramente il “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, direttamente  per ciò che riguarda il mondo digitale, e, indirettamente, per ciò che riguarda la “crisi di civiltà” nel suo complesso.

Essere “Trandsetter” non significa essere la Terra Promessa, né lo Stato Guida, né il centro di un Impero, bensì un creatore di modelli che possono, o meno, essere utilizzati.

Il mondo ha bisogno di questi modelli, innanzitutto nel rapporto uomo-macchina.Il problema non è, come tanti affermano, se le macchine prenderanno o meno il sopravvento sull’ uomo, o se l’Intelligenza Artificiale verrà progettata (come vogliono i legislatori europei)in modo da rispettare gli (attuali) Diritti Umani (che sono diversissimi da quelli di 20 anni fa, e saranno sicuramente ancor più diversi fra altri 20 anni. Il problema è che,  a causa delle macchine, noi siamo diversi già da oggi da com’eravamo 20 anni fa, e non siamo necessariamente migliori. Gli effetti del web che si vorrebbero “curare” con le nuove legislazioni sono in realtà, amplificati, i difetti della nostra società: allontanamento dalla natura; perdita di personalità; discriminazioni da parte degli attuali ceti dominanti; conformismo; incomunicabilità, burocrazia, irresponsabilità.. Per ovviare a questi difetti, non dobbiamo programmare meglio le macchine, bensì cambiare la cultura, la società e l’educazione, perché, almeno fino ad ora, siamo noi che imprimiamo nelle macchine i nostri viozi e le nostre virtù..

Dobbiamo smetterla di idolatrare la “Rule of Law” (che altro non è che la legge scritta –“Rechtsstaatlichkeit”-così definita perché importata in America dalla Germania nel secolo scorso), e tornare invece, almeno parzialmente alle “leggi non scritte”(“Agrafoi nomoi”), vale a dire, in sostanza alle”virtù”. Solo se i cittadini saranno capaci di praticare le virtù, saranno in grado di non farsi influenzare dalla burocrazia digitale, dalle “Grandi Narrazioni”, dai “social networks”, dalle “bolle digitali”, dalle “fake news”…

E’ su questo che l’ Europa potrebbe dialogare con altre culture, egualmente attente alle “virtù”, come quelle asiatiche, anch’esse alla ricerca di un nuovo equilibrio, che l’ Europa potrebbe suggerire, in un confronto serrato e continuo. Questo è esattamente il contrario della “Guerra Fredda Culturale” che gli Americani, e gli Europei fomentati da loro, stanno cercando di creare.

7.La  cultura del XXI Secolo e il futuro dell’ Europa

La riforma dell’Europa, a cui la Conferenza dovrebbe tendere, dovrebbe avere, come punto qualificante, proprio questo: una nuova cultura, capace di porsi come “punto di riferimento per il mondo intero”,  cheil Pontefice aveva  ascritto all’ Europa nel suo discorso di Strasburgo.

Orbene, perché questa nuova cultura possa nascere, occorrono due grandi condizioni: da un lato, la conoscenza di tutte le grandi culture e delle più moderne tecnologie, e, dall’ altro, una società capace di garantire la propria sopravvivenza, non una di perdenti come quella attuale.

Per ottenere questi due risultati, occorrono due battaglie: l’una, culturale, per liberarci dalle incrostazioni di casta e  di setta, delle imposizioni straniere e degli stereotipi del politicamente corretto; l’altra, politica ed economica, per la Sovranità Digitale Europea, e quindi, in definitiva, per la rinascita della nostra società.

Le strutture e le politiche dell’Unione dovrebbero essere al servizio di queste battaglie.

Quindi, una diversa distribuzione dei ruoli sociali fra cultura, politica, economia e lavoro; un vertice europeo più assertivo; la rinegoziazione del nostro ruolo internazionale; una struttura costituzionale ed economica basata sulle nuove tecnologie.

Questo è appunto l’oggetto della nostra presenza sulla piattaforma futureu.europa.eu# e edei Cantieri Digitali d’ Europa.

SAVE THE DATE: Venerdì 19 marzo 2021

L’ISTITUTO ITALIANO PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLE STRATEGIE DIGITALI  DELLA UE

Nell’attesa che ridivenga possibile realizzare manifestazioni in presenza, e, soprattutto, che si tenga un vero Salone del Libro, l’Associazione Culturale Diàlexis prosegue con le sue manifestazioni a distanza.

Abbiamo già tenuto, il 9 maggio2020, un dibattito sull’ Europa e le sue nazioni, poi un primo incontro con Don Luca Peyron sull’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale di Torino e, infine, un dibattito sul nuovo trattato euro-cinese sugli investimenti. Fra breve, commemoreremo nuovamente il 9 maggio.

Il  19 marzo, sarà una data importante perché realizzeremo, su suggerimento del Presidente Sassoli, un incontro fra la Commissione del Parlamento Europeo per l’ Intelligenza Artificiale (AIDA) e la società civile torinese, per fare il punto sull’ iter costitutivo del nuovo Istituto, che può rappresentare, se ben impostato, il punto di partenza della rinascita del nostro territorio, in crisi da almeno 30 anni, ma addirittura dell’ Europa intera, visti gli sforzi inauditi che tutti i Paesi del mondo stanno effettuando in questo momento per arrivare primi nella corsa  verso l’ AI.

Stiamo pubblicando un “Libro Bianco” che verrà pubblicato al più presto per permettere al Governo di tenerne conto nell’attuazione del PNRR. Successivamente, organizzeremo una serie d’incontri sullo stesso argomento:

CANTIERI D’EUROPA DIGITALI 2021

L’istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale: Un’occasione da non perdere.

19 marzo 2021, ore 15,00

Vi invieremo le credenziali

Nel corso del 2020, è maturata in Italia, in modo autonomo ma coordinato con l’Unione, una politica del digitale, che dovrebbe avvalersi anche delle opportunità offerte dal Recovery Fund/Next Generation e dal Piano nazionale di ripresa e resilienza -. L’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, con sede a Torino, s’inserirà in questa recente tendenza, che prende le mosse dall’”acquis” europeo circa i più recenti sviluppi delle nuove tecnologie.

Nel presentare il suo sempre più corposo pacchetto di politiche digitali, la Commissione si è data l’ambiziosissimo obiettivo di qualificarsi quale “Trendsetter del dibattito mondiale”, in pratica impegnandosi, non solo ad entrare con decisione nel dialogo internazionale sulla tecnica, ma anche a proporre un proprio modello, approfondito e convincente.

Nella prospettiva della prossima Conferenza sul Futuro dell’Europa, si va ripetendo incessantemente che occorre stimolare la partecipazione dei cittadini alle scelte strategiche -in questo caso, la digitalizzazione, vero motore di questo secolo e una delle priorità dell’Unione-. Quale migliore campo sperimentale di questo vasto programma se non la creazione di un’Istituzione, come l’Istituto, con potenzialità epocali, anche in considerazione dell’assenza, per ora, d’istituti comparabili nel resto d’ Europa?

Nel fare ciò, i cittadini (e, in primis, la società civile torinese) avrebbero un’occasione unica per proporre alle Istituzioni una propria visione a tutto tondo del futuro digitale. Non si tratta solo di ripetere, come si è fatto fino ad ora, che si tratta di un’ottima opportunità per Torino e il Piemonte, drammaticamente provati dalla crisi delle industrie e delle culture tradizionali, dalla delocalizzazione verso altri continenti, dalla crisi demografica e, da ultimo, dal Covid-19. S’impone innanzitutto un serio dibattito sul significato, per l’Europa e per l’Italia, della rivoluzione digitale, come pure sulle future vocazioni del Nord-Ovest nel nuovo scenario culturale, geopolitico ed economico.

Torino ha un’ottima occasione per proporsi come punto d’incontro di questo percorso di dibattito e di studio, di proposizione e di progettazione, di ricerca e d’ imprenditorialità, apportando un patrimonio di esperienze alle Autorità chiamate a definire governance e progetti del nuovo Istituto.

Il presente ciclo, che, in attesa che l’uscita dalla pandemia renda nuovamente possibile il Salone del Libro in presenza, inaugura le attività dei “Cantieri Digitali d’ Europa 2021”, si  articolerà in una serie d’incontri, destinati a focalizzare i vari aspetti del problema: le politiche europee in materia di digitale e d’ intelligenza artificiale; le esperienze di altri Paesi; l’intelligenza artificiale nella cultura e nelle politiche sociali; la posizione dell’ Istituto fra gli hubs tecnologici; l’Istituto fra il territorio e i campioni europei.

Il primo incontro, che, dedicato specificatamente all’Istituto, mirerà ad inquadrarlo sinteticamente nelle politiche europee del digitale, e, in particolare, nella strategia per l’intelligenza artificiale, si svolgerà il 19 marzo.

COMMENTI ALLA STRATEGIA NAZIONALE PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE,ALLEGATO n 3. CORRISPONDENZA

Nella tornata di Novembre, il Parlamento è chiamato a sdecidere sugli emendamenti alla posizione del Consiglio sul progetto di bilancio dell’ UE per il 2021

Torino, 24/4/2020

Al Presidente del Parlamento Europeo

David Sassoli

Signor Presidente,

Mi permetto di inviarLe con urgenza questa mia opera, la quale tratta di un tema attualmente in discussione per il 28 aprile dinanzi alla Commissione Industria, Ricerca e  Energia del  Parlamento (il nuovo regolamento e la nuova agenda dell’Istituto Europeo d’innovazione e Tecnologia), relativamente al quale mi permetto di trovare poco appropriato il calendario dell’iter approvativo  quale emerge dal sito del Parlamento (https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_IT.html).

Le ragioni della mia critica sono contenute nel sito nel libro allegato “European Technology Agency”.

In sintesi, trovo prematuro approvare l’agenda e le modifiche al regolamento specifico dell’EIT (su cui le Istituzioni avevano già tanti dubbi) nel bel mezzo della crisi del Coronavirus (e senza sapere come questa andrà a finire), e, per giunta, stralciando una parte del budget pluriennale 2021-2027, che, secondo le Sue affermazioni e quelle della Presidentessa von der Leyen, dovrebbe essere tutto dedicato al cosiddetto “Piano Marshall”.

Ma c’è di più: secondo la tesi contenuta nel libro, si dovrebbe porre finalmente fine alla dispersione delle attività dedicate alla tecnologia in Europa, mettendo insieme l’ ESA, l’EIT e  l’AED,  per creare un DARPA, un MITI, un Commissariat au Plan o un’ IRI europea,  capace di riunire le scarse forze esistenti nel nostro Continente quanto a intelligenza strategica, finanza, tecnologie innovative, capacità di management e di ricerca, per  condurre finalmente una concorrenza efficace alle grandi potenze (ammesso che la si voglia fare). Si noti che, secondo il recentissimo studio pubblicato proprio dal Parlamento (allegato), la Cina ha oramai superato l’ Europa fin dal 2013 quanto a spese di ricerca e sviluppo. Domani l’EIT potrebbe non esserci neppure più, o, meglio, essere sostituito da qualcosa di molto più solido ed efficiente. Non possiamo compromettere il futuro approvando alla chetichella una soluzione stralcio..

Infine, la vergognosa vicenda di Immuni (copia pura e semplice dell’ Ant di Alipay, contratto segreto, abbandono del consorzio europeo,  indecisione sulle soluzioni tecniche, interferenze di Google e Apple, boicottaggio delle Regioni), dimostra che, prima che di soldi, abbiamo bisogno di idee e di potere. Il Parlamento deve bloccare Immuni e tutte le iniziative analoghe degli altri Paesi, e finanziare direttamente, con i soldi destinati all’ EIT, una sola soluzione e europea, obbligatoria dovunque, e messa a disposizione dalla Commissione Se necessario, occorrerà acquistare da Alipay una versione  modificabile, in cui inserire  tutte le regole del GDPR, e immagazzinare i dati in un server europeo, sotto il controllo della Corte di Giustizia e dell’ Europol.

Vorrei anche sfatare un mito, quello secondo cui l’Italia non avrebbe nulla da guadagnare dal potenziamento delle alte tecnologie, perché non avrebbe aziende qualificate, come l’Airbus o la SAP. Vorrei ricordare a questo proposito che l’Italia, oltre ad avere, come noto, una tradizione eccezionale (anche se purtroppo spezzata sul nascere) nel settore informatico, dispone attualmente di due centri fondamentali dell’industria spaziale europea, con cui ho avuto l’onore di collaborare: l’Avio di Colleferro, che fabbrica il lanciatore Vega e il booster dell’Ariane, e l’Alenia Thales di Torino, che fabbrica lo Space Rider, il Veicolo di Rientro Spaziale lanciato con il Vega.

Spero che apprezzerà la mia franchezza e che vorrà dare seguito, almeno parzialmente, a questi miei suggerimenti, intanto chiedendo una pausa di riflessione nell’iter approvativo del nuovo regolamento e dell’ agenda dell’EIT, e, poi, richiedendo anche un ampio dibattito sul bilancio pluriennale 2021-2027 per ciò che riguarda le nuove tecnologie. Mi sembra infatti che ci sia molta attenzione per le spese straordinarie per ovviare ai costi della crisi (non solo quella del Coronavirus, ma anche e soprattutto quella preesistente, e sottaciuta, dell’ economia), che non per gl’investimenti volti a creare nuove aree di attività (web economy, computers quantici, comunicazione digitale), e, quindi, nuove imprese, nuovo export, nuovi mercati, nuovi profitti, nuovi posti di lavoro, nuovi redditi.

Questo è particolarmente grave per un Paese come l’Italia, che, in passato (Olivetti), ma anche nel presente (Alenia Thales, Avio) ha enormi competenze tecnologiche non sfruttate, mentre infuria la disoccupazione, e, in particolare, quella intellettuale. Il miglior aiuto che l’ Europa potrebbe dare all’ Italia (e ai Paesi del Mediterraneo) sarebbe creare, intorno ad Enti Europei (come l’ESA, Arianespace e Galileo), delle nuove Silicon Valley (delle nuove Hanzhou e Shenzhen), per esempio in Alto Lazio (Frascati-Colleferro), e in Piemonte (Torino-Ivrea), per fare concorrenza, per esempio, al DARPA e a Elon Musk (come spiegato dettagliatamente nel libro allegato).

Ma, ora, il problema numero uno è bloccare prima di martedì prossimo (il 28) l’intempestiva approvazione delle proposte sull’ EIT da parete della Vostra Commissione Industria, Ricerca e Innovazione..

L’Associazione Culturale Diàlexis e il sottoscritto sono comunque a Sua completa disposizione per approfondire questi temi. Tra l’altro, avvicinandosi la celebrazione del 9 maggio, saremmo lieti di avere una Sua partecipazione digitale (scritta o filmata) alle nostre manifestazioni. Invieremo al Suo staff i necessari link

RingraziandoLa per l’attenzione,

Buon lavoro,

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente

Riccardo Lala

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La relazione proposta dalla Commissione annulla molti dei tagli proposti dal Consiglio

Da: SASSOLI David, President <President@europarl.europa.eu>
Inviato: martedì 12 maggio 2020 11:07
A: Riccardo Lala <riccardo.lala@alpinasrl.com>
Oggetto: RE: Sessione straordinaria del 28 aprile della Commissione Industria, Ricerca e Energia D(14934)

Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli

Turin, 24/4/2020

La relazione della Commissione propone un aumento considerevole dei contributi del bilancio 2021 alle priorità del Parlamento

Ursula Von der Leyen

Betr.: Marshallplan und Technologie : Sitzung 28 April des EP um EIT

Frau Präsidentin,

Wir wünschen hierbei Sie über die Sitzung , diejenige schon für April 28 bei dem Ausschuß “Industrie, Forschung und Energie” des Europäischen Parlaments,um das  Europäische Innovations- und Technologieinstitut  und die damit verbundene Strategische Innovationsagenda 2021–2027: Förderung des Innovationstalents und der Innovationskapazität programmiert ist aumerksam machen (sieh die  Tagesordnung des Ausschusses https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/ITRE-OJ-2020-04-28-1_DE.html ).

Wir betrachten das betreffende Vorhaben als unlogisch und gefährlich. In der Tat, ist, nach der Koronavirus-Krise, alles verändert, in Europa und überall in der Welt; infolgedessen, müssen alle vorherige Politiken durchgedacht werden. Wie Sie gesagt haben: “Die vielen Milliarden, die heute investiert werden müssen, um eine größere Katastrophe abzuwenden, werden Generationen binden. Deshalb haben wir die Pflicht, das Geld aus unserem nächsten Haushalt besonders klug und nachhaltig zu investieren. Es muss bewahren helfen, was uns lieb und teuer ist und das Gefühl der Gemeinschaft unter den Nationen Europas erneuern. Und es muss eine strategische Investition in unsere Zukunft sein”Damit unser Haushalt den neuen Anforderungen gerecht wird, müssen wir ihn entsprechend zuschneiden”

Im Licht Ihrer oben erwähnten Betrachtugen, fragen wir uns, welches Sinn eine neue Regelung  für Technologie in Europa machen kann, die schon vor der Entstehung der Koronavirus-Krise ausgedacht wurde, und die in diesem Augenbick diskutiert wird, wenn man noch nicht weißt, wie Dinge am Ende gehen werden, und  welche Strategie Europa für die nächsten 7 Jahre wählen wird. Sie haben auch eine erweiterte Debatte darum aufgefordert.

Zweitens, sollte sich die Konferenz für die Zukunft Europas nach dem technologischen Übergang, und nicht nach dem Status Quo,richten. Die bisherigen technologischen Tätigkeiten in Europa waren offenbar schon vor der Krise nicht zufriedenstellend. Die Rückständigkeit Europas gegenüber Amerika und China (Web Economy, Big Data, Kryptowährungen)  is ständig gewachsen, und wächst noch jetzt. Wie das europäische Parlament selbst festgestellt hat, hat China Europa seit 2013, für was die Investitionen in R&D anbelangt,  überwunden (sieh Anhang1). Was will Europa dagegen tun?

Sogar wenn die Politik dazu nicht zustimmen wollte, wird die wirtschaftliche Lage Europas am Ende der Krise so viel  geändert sein, daß die vorigen Prioritäten automatisch umgewältzt werden. Dies gilt auch für die Prioritäten der Kommission, wo die Fähigkeit neue, bedeutsame, Ertragsquellen für Bürger (nicht nur rechnungstechnischer Art) zu erschliessen, eine vorrangige Rolle spielen wird.

Sie auch haben gesagt: “Unsere Welt hat sich verändert”. Die bisherigen Praxen der europäischen Wirtschaft, wobei die neuen Entwicklungen in den Gebieten der Verteidigung, des Raum- und Luftfahrts, des Digitalen, der Biologie, der Transporten, der Umwelt, der Kommunikation, der Organisation, zu zersplittert waren, um eine kritische Masse gegenüber die Wettbewerber darzustellen,  müssen durchaus übergedacht und überwunden werden. Ein einziges europäisches Programm muß die Zentralbank, die Europäische Investitionsbank, die Kommission, den Rat, die Staaten, die Laender, die Unternehmen und die Städte so einbinden,  um uns zu erlauben, gleichzeitig DARPA und “China 2050” zu widerstehen.

Mitgliedstaaten benützen heute die Möglichkeiten, die paradoxerweise von der Krise angeboten weden, in einem selbstzestörerischen Weg. Z.B., haben die Italiener von “Immuni” das europäische Konsortium “PEPP-PT” verlassen, und jetzt werden sie von den italienischen Regionen, von Google und Microsoft boykottiert. Die Union muß diese Verwirrung aufhalten! Sie muß ein europäisches “Immuni”, mit Anwendung vom GDPR, unter der Kontrolle des europäischen Gerichtshofs und von Europol bereitstellen! Europa muß der Garant des GDPRs sein.

Mit all diesem in Sicht, haben wir jetzt das Buch “The European Technology Agency, with a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for the Conference on the Future of Europe” (Anhang 2) herausgegeben, das wir hoffen, den europäischen Gesetzgebern von Hilfe sein kann, wenigstens mit dem analytischen Vorschlag, der als Beilage des Buches erscheint. Wir senden das Buch auch den dazu zuständigen Kommissaren und Euroabgeordneten, in der Hoffnung, daß jemand zeitgemäß handelt.

Wir werden diese besondere Aufmerksamkeit auch zum Gedenken des 70.ten Jahrestags der Schuman Deklaration, und des 2500.ten Jahrestags der Kämpfe an den Thermopylen and von Salamina,  zwischen dem 9.ten Mai bis die ersten Tage von September widmen, die wir durch eine Serie von digitalen Veranstaltungen beleben werden, zu denen, hoffen wir, die Institutionen teilnehmen werden.Wir werden Ihrem Staff die link übersenden.

Wir hoffen auch, daß diese Veranstaltungen den Anfang einer kulturellen Bewegug darstellen können, diejenigen  die heutige Haltung der europäischen Eliten verändern wird. Sie sollen nicht die “planlosen Eliten” bleiben, die schon seit 30 Jahren Glotz, Hirsch und Süßmuth stigmatisiert hatten.

Wir bleiben jedenfalls zu Ihrer Verfügung, diese Themen zu vertiefen, mit dem Zweck einer erfolgreichen Lösung der vielen und dringlichen Fragen, die heute vor Europa stehen.

Ich danke Ihnen im vorab für Ihre Aufmerksamkeit, und verbleibe,

Für Associazione Culturale Diàlexis,

Der Vorsitzende

Riccardo Lala

Il Condiglio insiste sul taglio dei “programmi faro” per controbilanciare gli oneri aggiuntivi derivanti dal prefinanziamento dei programmi

Turin, 14/5/2020

To the members of the European Council

Ladies and gentlemen,

We had addressed ourselves to the rapporteurs to the Committee “Industry, Research and Energy” of the European Parliament in the session of April 28 for the discussion (and possible approval in first reading) of two proposals, concerning a revision of the regulation governing the EIT, and its re-financing for the period 2021-2027.

In that letter, we emphasized  that, after the Coronavirus crisis, everything had changed in the world, so that  preceding policies should be in any case modified. As President Ursula von der Leyen had said “…because this crisis is different from any other, so must our next seven-year budget be different from what we know. We will need to frontload it so we can power investment in those crucial first years of recovery”.

We had sent to the rapporteurs  the digital file of the book  “A European Technology Agency”, which we send to each of you, including a proposal of Associazione Culturale Diàlexis for an overall restructuring of European technology policy alongside the Commission’s priorities, and especially its Digital Strategy, thoroughly revised in the light of the recovery needs after the incoming economic crisis and Coronavirus.

We start by noting that the European Coal and Steel Authority, of which the 9th of May has been the anniversary, was at the end of the day a European agency for the management of a European consortium, which, at that time, represented the core of crucial industries. In the same way, we propose now to put, under the common European control, the most sensitive European industries: the ones of new technologies. As the Coal and Steel Industries were pooled because they constituted the basis of military preparedness, such are today Internet, European Champions, Artificial Intelligence, Digital Currencies, Energy control, Biomedical.

The approach followed up to now, where new technological developments in defence, aerospace, digital, biology, transportation, environment, communication, organisation, are so much dispersed as to result ineffective , has to be reconsidered thoroughly, with the idea of a sole planning organisation, common to EIB, Commission, Council, Member States, Regions, Companies and Cities, which may concentrate this huge effort of the next few years, for challenging, from one side, DARPA, and, from the other, “Made in China 2025”and “China Standards 2035”.

Let’s recall also that Jean Monnet, before been appointed the first Chairman of the High Authority, had been the French Commissaire Général au Plan, and before, had worked for a military consortium of the Allied forces.

It is sufficient to say that, as it results from the papers to which the Parliament is confronted now for the discharge of their  accounts, the Agencies and Public-Private Entities of the Commission (mostly with high technological responsibilities) are almost 40, to which important entities such as ESA have to be added. It would be much more reasonable to have a sole big entity like MITI or DARPA, with a global vison of what is going on in all branches of technology, and the capability to react immediately.

We had sent the book and the proposals to members of Parliament and relevant Commissioners, urging them to consider its arguments and the proposals contained in it. Finally, we are also preparing a second book, devoted to a debate among intellectuals, politicians, European Movements  and  civil society, on technological humanism in Europe after coronavirus. We hope we will receive contributions from everybody, in time for influencing the ongoing debates. Of course, we think, in fist instance, of the addressees of this communication.

The basic idea is that, already before the Coronavirus crisis, the authoritative studies carried out by the French Senate (Rapport Longuet) and by the German Government (Nationale Wirtschaftsstrategie) had certified that Europe has no prospect to recover in time its positions in web industries, European Champions, cyber-intelligence, Artificial Intelligence, quantum computing, cyberwar, digital currencies, biotechnologies, before the proposed deadline of 2030, and the joint French-German Manifesto has already been overcome by the events of the last few months.

As a consequence, Europe’s situation is  condemned to deteriorate constantly, from the point of view of overall economic results (see Mazzucato, Morozov and Zuboff), from the one of military security (De Landa, Dinucci, Mini) of environmental crisis (Greta Thunberg, “Laudato Sì, Querida Amazonia) and of the protection of citizen’s rights (Assange, Snowden, Greenwald), unless the European Union undertakes an overall strategy of reflection, of political debate, of institutional reform, culminating in a new era of Digital Humanism, alternative to the one of Superpowers.

For the above reasons, during the discussions about the 2021 seven years budget which are bound to start soon, as well in the ones that must precede the Conference on the Future of Europe, the question of an overall restructuring (philosophical, conceptual, geo-political, institutional, technological and financial) of the orientation of European society cannot be escaped.

For these reasons, a preliminary question is whether the existence of EIT still makes sense, and whether or not should it be merged with ESA and other entities.

Let’s recall just some fundamental and unresolved issues, which have to be addressed before it is too late:

-the lack of a digital-humanistic ruling class;

-the abuses of the digital-military complex in the areas of data storage, tax evasion and antitrust;

-the upgrading of the European society, from an Industrial Society, to a Society of Intelligent Machines;

-Europe as an ideal battlefield among great powers in all possible areas of human life: economic war, battle of narratives, NCBW, political destabilisation…

Our book, and our formal proposal for the Conference, has the ambition to suggest the headlines of a global response to these unanswered questions

President Sassoli has replied to us very kindly, suggesting to address all the members of the ITRE Committee, who are, in last instance, responsible for a decision together with the Council (see below).

We are at your disposal for further illustrating the proposals, as well as for collaborating with your services in arriving at more concrete results. At the same time, we are addressing the same appeal to the Commission, so that this crucial deadline of European history is not missed.

We would be honoured by any reaction on your side, and we remain available for any form of cooperation.

Thanking you for your attention,

Kindest regards,

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

WEBINAR 9 MAGGIO: 70 ANNI DALLA DICHIARAZIONE SCHUMAN, 2500 ANNI DALLE TERMOPILI

Sabato 9 maggio, ore 9,00

Webinar sul tema:

2020,

-2500 ANNI DI EUROPA

-70 ANNI DAL PIANO SCHUMAN

-AVVIO DELLA CONFERENZA SUL FUTURO D’EUROPA

Che quest’anno sia cruciale per il futuro del mondo, e soprattutto dell’ Europa, lo dimostra non soltanto l’incidenza eccezionale della pandemia su modi di pensare, culture, ideologie, organizzazioni, rapporti geopolitici, abitudini ed economie, ma anche la coincidenza fra molte scadenze fondamentali per l’identità europea.

Durante questo lungo periodo che ci separa dal ritorno alla normalità e all’esercizio ordinario dell’attività editoriale (sintetizzata dall’apertura dei saloni del libro di Torino e di Francoforte), Alpina Dialexis sta sviluppando un intenso dialogo con i suoi lettori, con le Istituzioni, con il Movimento Europeo, con il mondo intellettuale, per fare chiarezza sull’ identità europea, sulla sua storia, sulla sfida tecnologica e sulle strategie da seguire per sfuggire all’entropia generalizzata delle società contemporanee, ritornando a quelle posizioni di leadership che, oramai da molti anni, costituiscono solamente più un wishful thinking degli oratori della domenica.

Questo primo webinar ha carattere introduttivo, essendo dedicato alla ricognizione dei temi che sono sul tavolo. Ad esso faranno seguito la presentazione delle novità librarie 2020, la pubblicazione di anteprime delle stesse, la discussione delle proposte per la Conferenza per il Futuro dell’ Europa, e, infine, la commemorazione delle battaglie di Salamina e delle Termopili, con il loro impatto eccezionale sulla memoria collettiva degli Europei.

PROGRAMMA

Ore 9,00 Prove tecniche

Ore 9,15 Apertura dei lavori (Modera Riccardo Lala, info@alpinasrl.com)

Ore 9,30

Relazione introduttiva

Prof. Pier Virgilio Dastoli:

Lo stato di avanzamento della Conferenza sul Futuro d’ Europa

Ore 10,00

Prof. Marcello Croce

Quale spazio per la cultura nel dibattito sull’ Europa?

Ore 10,15

Ing. Roberto Matteucci

Dove sta l’ Europa  nelle industrie tecnologiche?

Ore 10,30

Dott. Bruno Labate

C’è posto per i lavoratori nell’ Europa del futuro?

Ore 10,45

Avv.to Ennio Galasso

Che fine ha fatto la tradizione giuridica europea?

Ore 11,00

Ing. Ferrante Debenedictis

Europa e nazioni oggi

Ore 11,15

Domande e dibattito

Alle 12, sarà possibile collegarsi con il museo digitale europeo Europeana per un dibattito sul ruolo del patrimonio culturale nell’ integrazione europea.

Chi desidera partecipare alla manifestazione, dovrà collegarsi, a partire dalle ore 9,00 del 9 maggio, al seguente link: https://www.alpinasrl.com/dibattito-online/, segnalando eventuali difficoltà a:

info@alpinasrl.com, o ai seguenti numeri di telefono:Lo stesso vale per fare domande ai relatori e comunque per intervenire.

00390116690004 00393357776 1536.

Per rompere il ghiaccio, il Dott. Lala ha già anticipato il suo personale intervento, mediante il post sul sito Alpina Diàlexis https://www.alpinasrl.com/europa-2500-anni-dalle-termopili-70-anni-dalla-dichiarazione-schuman/.

Per facilitare il compito dei relatori, abbiamo raccolto una ventina di domande e risposte che, scelte da ciascuno,  potranno costituire  degli spunti per gl’ interventi dei relatori, orali e/o anticipati per iscritto, e si possono consultare con il seguente link:https://www.alpinasrl.com/dibattito-online.

Abbiamo già iricevuto il contributo della sinologa Giuseppina Merchionne.

Se avremo abbastanza interventi per iscritto, essi potranno fare oggetto di un e.book che metteremo online.

Se questa prima giornata funziona, lo schema potrebbe essere ripreso per la celebrazione delle Termopili all’inizio di Settembre.

ISTRUZIONI PER I RELATORI

I RELATORI debbono digitare  https://www.alpinasrl.com/dibattito-online-relatori.php

Prima delle 9,00, la pagina comunica solo le informazioni su COME partecipare.

Alle 9,00, permette di accedere alla videoconferenza in sé.

La videoconferenza si farà utilizzando il sistema 8×8 basato su Jitsi Meet.

Il sistema è compatibile con tutti i browser più aggiornati, ma consigliamo di utilizzare Google Chrome.

Per chi si connette tramite computer, non è necessario il download di alcun software.

Per chi si connette tramite smartphone, è disponibile un’app scaricabile dai rispettivi app store di Android ed iOS:

I relatori possono anche provare il sistema in autonomia, prima dell’evento, per assicurarsi che webcam e microfono funzionino correttamente. Per effettuare un test bisogna andare su https://app.8×8.vc/ scegliere l’opzione “Partecipa/avvia un meeting come ospite” e inserire un nome casuale per avviare una videoconferenza di test.

Come per qualsiasi conferenza online, consigliamo di accertarsi già un giorno o due prima di avere una connessione stabile e sufficientemente veloce. Al più tardi, questa verifica va fatta alle 9,00 del 9 maggio. Durante la videoconferenza, è preferibile che sul dispositivo non siano in esecuzione altri programmi che possono utilizzare grandi quantità di dati, come altri programmi di videoconferenza, aggiornamenti di sistema o altro.

Inoltre, consigliamo di disattivare sempre il proprio microfono quando non si deve intervenire, per evitare che rumori di fondo o altri suoni disturbino la teleconferenza

ISTRUZIONI  PER IL PUBBLICO:

Il link per gli spettatori è:

PER FARE DOMANDE AI RELATORI, INVIARE UN’e.mail AL MODERATORE riccardo.lala@alpinasrl.com, o telefonargli al numero 3357761536

Il video YouTube è già attivo.

Archivio – ELEZIONI EUROPEE 2014

 

Per taluni, le elezioni europee hanno costituito  uno shock. Infatti, per la prima volta:

-il primo partito inglese non è, nè liberale, né conseervatore, né laburista, bensì nazionalista/imperialista (UKIP);

-il primo partito francese non è né  gollista, né socialista, bensì nazionaliasta/giacobino (Front National);

-il primo partito greco non è oramai, né socialista, né conservatore, bensì di estrema sinistra (Syriza).

Tutti gli altri risuultati possono essere interessanti, ma non sono comparabili con questi.

E, difatti, essi non modificano le più importanti previsioni formulate alla vigilia,a cominciare dal sicuro conflitto fra socialisti e popolari nell’ interpretare, da un lato, il risultato delle elezioni, e, dall’ altro, il preteso “patto”  sulla nomina del Presidente della Commissione.  Conflitto che è puntualmente esploso  fra Juncker, Schulz e La Merkel. Dimostrando che anche la pretesa possibilità dei cittadini europei di scegliere il Presidente era una menzogna.

1. Si mantiene il multipolarismo

Dal nostro punto di vista, occorre distinguere la valutazione di questi risultati da due diversi punti di vista:

-da quello della politologia;

-da quello dei contenuti politici.

Dal punto di vista politologico, le elezioni non modificano il quadro politico europeo, in quanto le tendenze che si sono evidenziate erano presenti già in precedenza:

-dominio dei partiti “Mainstream” (popolari, socialist, liberali);

-indispensabilità di una “Grande Coalizione” (PPE, PSE, ALDE),

-difficoltà di determinarne il leader a causa del modo ipocrita con cui erano stai fatti gli accordi;

-rappresentanza modesta delle opposizioni, di sestra e di sinistre, moderate e radicali, le quali, per quanto rafforzate dall’ elezione del 2014, rappresenta comunque appena il 30%,  democraticità di un sistema politico.

Infatti, in netto contrasto con i cantori del bipolarismo, riteniamo che, per l’Europa, non possa esserci che un muultipolarismo che rappresenti l’enorme pluralismoculturale  che ci ha sempre caratterizzati (da Stirner a Trockij,da  de Maistre a da Mussolini, da Saint-Simon a Lenin,  da Trubeckoi a Croce, da Monnet a De Gaulle, da Spinelli   a Brandt, da Giovannio Paolo II a  Papa Francesco- che, quindi, nelle varie assemblee, debba essere rappresentata  circa una quindicina di raggruppamenti:  estremismo di sinistra e conservatorismo islamico,  sinistra pura e dura alla Trockij e destra rivoluzionaria , una sinistra d’ordine e una destra tradizionalisica alla De  Maistre; u sinistra riformistica  e eurasiatismo sul genere di Trubeckoj, destra conservatrice e centro-sinistra tecnocratico; E uropa dei popoli, sul modello di De Gaulle e un cattolicesimo tradizionale, socialdemocrazia nordica  e un pensiero sociale cristiano e, in ogni caso, un  federalismo europeo intransigente.

Dal punto di vista dei contenuti, Le elezioni non hanno non solo dato, ma neppure tentato di dare una risposta sull’ identità europea, per il semplice fatto che tutta la classe dirigente, ivi compresi gli Euroscettici, è, di fatto,  solidale nella censura a qualunque riferimento alla cultura europea. Si continuano a fare affermazioni assurde, come quella che l’ Europa sia nata da un desiderio di pace, mentre, dal 1951 ad oggi, abbiamo combattuto una ventina  di guerre; si continuano a confondere i valori europei con quelli americani; si continua a ignorare il desiderio d’Europa dei Russi e dei Turchi, si compiono autentici sabotaggi agli interessi economici dell’ Europa, come per esempio le sanzioni contro la Russia, che, da sole, provocano l’ulteriore caduta del nostro PIL di vari punti percentuali, mentre, invece, costituiscono un vantaggio non solo per l’ America (che può lanciare il suo “shale gas”), ma anche per la Russia, che può impedite ai suoi oligarchi ogni accordo sottobanco con gli Occidentali e può eliminare dal mercato russo alcuni  prodotti occidentali, come GPS e carte di credito, sostituendoli con la concorrenza locale.-

2. Uno smottamento  tettonico.

Nonostante la relativa indifferenza complessiva, nel breve termine, dei risultati di queste elezioni, riteniamo che esse  abbiano un significato importante per l’ Europa in quanto sintomo di uno smottamento tettonico di lungo periodo  verso il pluricentrismo in Europa e nel mondo. Pluricentrismo ben espresso dal fatto che praticamente tutti i partiti di opposizione etichettati come “euroscettici” sono, in sostanza, filorussi, e, quindi, si aggiungono come uletriore freno alle sanzioni.

Quae sarà  il prossimo passo? Martin Jacques ha  dato una risposta “tranchante”: “When China Rules the World”, che altro non è se non un tentativo di contestualizzazione delle idee di Confucio sul Da Gong, vale a dire su quel momento in cui “Il Paese d Mezzo è in ordine; l’ Ecumene è in ordine”. A nostro avviso, tale ‘”egemia dolce” (Heping Fazhan) dei Valori Confuciani verrà  come risposta all’ incapacità della cultura occidentale ad immaginarsi la Fine della Storia, che però è già dietro l’angolo. Anche qui, il mondo, e, in primis,l’Europa e la Russia dovranno per forza ricorrere alla saggezza della Cina..

Già Dostojevsjij aveva anticipato questo smottamento , quando aveva affermato: (i) che la bellezza avrebbe salvato il mondo; (ii) che il destino della Russia sarebbe stato di andare verso Oriente. Infatti, contro il dominio della tecnica, si afferma la volontà di bellezza che è propria della cultura e della religione. E, d’altro canto, un peso crescente nell’ equilibrio mondiale è assunto dall’ alleanza fra Cina e Russia, ben simbolizzata dall supercontratto sul gas. Ambedue i Paesi rivalutano nel contempo le loro culture e religioni tradizionali.

Anche l’ Europa sta andando impercerttibilmente verso Oriente. La sua crisi inarrestabile si potrebbe  fermare  solo dinanzi la ricchezza della Cina. La furia disgregatrice dell’ Estremo Occidente si infrange così contro “il Muro Rosso” del Cremlino solo perchè dietro c’è la forza immensa dell’Impero di Mezzo.

Lo slittamento tettonico dell’ Europa porta a rivalutare le forme di integrazione -di successo-  dello spazio eurasiatico;  a  una critica   delle “retoriche occidentalistiche” dell’ Unione ;  alla frantumazione degli equilibri consolidati negli e fra gli stati Membri. E’ in tale frantumazione  che si afferma l’esigenza della Russia come “partner necessario” in Europa. Tutti i protagonisti del momento  hanno oramai un inaggirabile  punto di confronto  nella Russia: dal “Movimento Nazionale” del Donbass, al nuovo presidente ucraino Poroshenko; dagli Jobbik,a  Marine Le Pen, da  Farage alla Lega.

Questo slittamento è appena iniziato.

3,. Fine dell’ autocensura.

Da decenni stiamo tentando di scrivere una storia dell’ Identità Europea.Se non l’abbiamo, fino ad ora, mai completato  il “1 e il 2° Volum a, non è certo per l’assenza di contenuti  o d’ idee, né neppure perchè non ve ne sia oggi un obiettivo  bisogno. Al contrario,ciò  che ci trattiene  è che lo scopo di un’opera monumentale come questa è quello  di dare a un popolo (in questo caso, il Popolo Europeo) la sua autocoscienza. Quest’opera può essere compiuta solo per quel pèopolo e con quel popolo. Ma, fintantoché abbiamo il sentimento che quel popolo non voglia ancora  riconoscere le sue tradizioni, la sua storia,  saremo  estremamente riluttanti a proporgli il nostro punto di vista.

In ultima analisi, le infinite nazioni europee si sono viste imporre da manovre di vertice un'”identità Nazionale” prefabbricata, una “copia conforme” della Missione dell’ America. L’esempio più macroscopico è costitiotoo dall’Ucraina, il Paese tipoco del pluricentrismo , che  è stata invece assunta dall’ “establishment” quale simbolo stesso della equivalenza fra Europa e Occcidente.Non che quest’equivoco non sia stato ampiamente diffuso in ogni tempo, ché anzi, moltissimi, da Trockij a Mussolini, da Stalin a Hitler, da Spinelli a Jean Monnet, da Schuman a De Gaulle, da Putin a Erdogan,vi  sono vissuti deliberatamente .

Occorre cominciare ad avere il coraggio di dire la verità, sulla filosofia, sulla storia, sulla filosofia, sulla religione, sulla società, sulla politica, sull’ economia, sulla cultura, sull’ arte europei , senza timori reverenziali: dalla scoperta dell’ America  in poi, cultura europea e cultura occidentale si sono progressivamente divaricate, per esempio con il conflitto fra Gesuiti e Conquistatores, con la contrapposizione fra Santa Alleanza e Dottrina Monroe, fra culturalismo degli Europei e “progetto della globalizzazione”, ecc..

3. I risultati delle elezioni  e l’azione keynesiana.

Tutti coloro, da Marine Le Pen a Matteo Renzi, da Tsipras a Schulz, che si illudono che i problemi dell’ Europa si risolvano semplicemente immettendo liquidità sul mercato, si sbagliano di grosso.

Proprio lo studio della Banca d’Italia sulla storia economica dall’ Unità a Oggi, recentemente presentato al Salone del Libro, ha dimostrato che tanto l’ Italia del XX° Secolo, quanto le economie occidentali, crescono, nel lungo periodo, nella migliore delle ipotesi, del 2%, mentre la Cina sta crescendo da circa 70 anni talmeno tre volte tanto; inoltre, il tasso di crescita necessario per fare fronte all’ obsolescenza tecnica e alla manutenzione straordinaria è del 4%.

Certo che un’iniezione di liquidità potrebbe portare a una temporanea ” risalita”, ma solo una modifica strutturale della nostra economia potrebbe portarci a livelli comparabili alla crescita dei BRIC, e, comunque, a evitare il declino. Infatti, anche nella denegata ipotesdi che tornassimo a crescere di un 2%, continuerenmmo a discendere, nei confronti della Cina, del 5% l’anno, e comunque non riusciremo a manutenere il sistema al livello dello stato dell’ arte. Ci troveremmo, cioè, nella situazione degli Stati Uniti, che continuano inesorabilmente la loro discesa, e conoscono un degrado generalizzato.

Ora, la politica dei BRIC non è una politica keynesiana, basata esclusivamente sul deficit spending, come vorrebbero un pò tutti in Europa: è una politica economica proattiva e differenziata nei singoli momnenti storici e nelle singole regioni, accoppiando l’industria militare al finanziamebnto dell’ edilizia, la defiscalizzazione e la programmazione, la manovra della moneta al rialzo o al ribasso a seconda dei momenti.

Ci vorrebbe anche in Europa un governo centralizzato dell’ economia.

3. Sulla riforma dell’ Unione

Dire che l’Unione non dispone delle necessarie competenze  è un eufemismo. Quello che hanno USA, Cina e Russia è una “Presidenza Imperiale”, in cui il Presidente si occupa di tutto, dai sistemi missilistici alla cultura, dallo spionaggio alla sanità, dall’ Ucraina al salvataggio delle imprese. Quando ci si incontra al verticve, per l’ Europa artrriva una plertora di persone, dell’ Unione e degli Stati Membri, Come è possiile adottare tempestivamente decisioni autorevoli ed incisive?

Per questo motivo, le varie proposte di Trattato Europeo per riformare le istituzioni lasciano il tempo che trovano.

In queste proposte, occorrerebbe affrontare una serie di temi che tutti si guardano bene dall’ affrontare, dai poteri del Presidente al controspionaggio europeo, dalla programmazione europea ai Progetti Europei.

Invece degli Euroscettici, che si limitano a criticare tutto ciò che cìè, e dei pseudo-europeisti, che fanno di tutto per modificare il meno possibile, ci vorrebbe un Movimento Europeo che “tenesse sotto controlllo” il comportamento degli Stati Membri e delle Istituzioni, e comntrapponesse, momento per momento, al comportamento di questi le cose che invece andrebbero fatte, scatenando anche movimenti di opinione per fare presione per la loro adozione.

Oggi come oggi, crediamo che le cose importanti e urgenti siano:

-un trattato internazionale sul controllo delle nuove tecnologie;

-il blocco delle sanzioni alla Russia;

-un grappolo di “Progetti Europei” per le imprese di alta tecnologia;

-il blocco del Trattato TTIPin attesa di un accordo globale sulle tecnologie

-il rafforzamento dei poteri del Presidente.

In realtà, tutti i “Quaderni di Azione Europeista” in generale, e le “1000 Tesi sull’ Europa” in particolare, ccontengono l’enumerazione e la disamina di questi punti e di queste proposte.

Il punto di partenza consisterà, dunque, nekl diffonderne la conoscenza e nel suscitare, attorno ad essi, un dibattito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUADERNO n. 2-2014 100 TESI PER L’EUROPA

ASSOCIAZIONE CULTURALE/COLLANA
DIALEXIS

Quaderni di Azione Europeista

copertina 100 tesi (1)
Acquista ebook

QUADERNO n. 2-2014
100 TESI PER L’EUROPA
Fra  Elezioni Europee e Semestre Italiano

Prosegue la presentazione dei Quaderni di Azione Europeista elaborati dall’ Associazione, con il secondo quaderno, 100 Tesi per l’ Europa, Fra Elezioni Europee e Semestre Italiano.Questo Quaderno fornisce una panoramica a volo d’uccello sulle grandi problematiche dell’ Europa in questo passaggio fondamentale della storia del nostro Continente.

 Come noto,  Fra il 22 e il 25 maggio, si svolgeranno le Elezioni Europee, in un clima di disinteresse generalizzato per le tematiche propriamente europee. Il mondo politico è diviso fra, da un lato, una costellazione disordinata si “Euroscettici”, privi di qualunque programma comune, ma accomunati solamente dal desiderio di infliggere una sconfitta dei partiti tradizionali, e, dall’altro, questi ultimi, che chiedono, attraverso le elezioni, una sorta di conferma del loro operato (o meglio, della loro inattività).

Peccato che, già nel 2009, il partito maggiore sia risultato essere quello del “non voto”. Questo è gravissimo: come può una realtà nuova, com’è l’Unione Europea, affermarsi contro tutte le obiettive difficoltà, se non è sostenuta dall’ entusiasmo popolare?E, di converso, come potrebbero gli Europei entusiasmarsi per l’ Europa, quando gli stessi politici e media, che chiedono questa manifestazione di consenso, fanno di tutto per per coprire l’ Europa di discredito,  smorzando sul nascerre eventuali entusiasmi ? Eppure, l’Europa è più necessaria che mai, per le minacciose trasformazioni del mondo economico e sociale e per i pericolosi venti di guerra che si addensano nel cuore stesso del nostro Continente.

L’Associazione Culturale Diàlexis si è assunta l’ingrato compito di “fare il punto” sulla situazione, confrontando i problemi, le proposte dei vari soggetti politici e dei vari Autori sulle diverse sfide che attendono l’ Europa, e sulle diverse possibili risposte alle medesime,  condensandole in 100 Tesi, che possono essere lette come una proposta per il Parlamento Europeo, la Commissione e il Semestre Italiano (link).