“BUSINESS AS USUAL” PER L’ECOSISTEMA DIGITALE EUROPEOGià caduti i nuovi velleitari propositi dopo le minacce alla Groenlandia

Non dovrebbe essere semplicemente immaginabile che l’Europa, con le sue dimensioni e con la sua da sempre conclamata aspirazione all’autonomia industriale, non sia ancora riuscita a fare nascere un ecosistema digitale europeo, comparabile, se non a quello americano, a quello cinese. Questo in un’era in cui tutto è informatica, e, in particolare, la difesa è affidata innanzitutto all’ Intelligenza Artificiale.Ne scriviamo oramai da almeno vent’anni.

  1. L’informatica, espressione estrema della dominazione dell’ “America-Mondo”

E’ evidente che vi è “un sistema para-mafioso” che blocca ogni e qualsiasi nostra velleità di ecosistema digitale autonomo dagli USA. Ne abbiamo la prova provata con la vicenda della Olivetti, di 65 anni fa, nella quale (anche prescindendo dai ben realistici sospetti di omicidio), il Professor Visentini e la General Electric si prestarono quali sicari materiali dell’industria digitale americana ,e, secondo la ricostruzione della RAI, anche della CIA, per “estirpare” (parole di Visentini) quella che, all’ epoca, era la più promettente impresa digitale del mondo, in grado di vendere in pochi giorni 41.000 personal computer sul mercato americano.

Si capisce che, dopo quella vicenda, nessuno in Europa abbia avuto il coraggio di tentare una nuova avventura. Chi l’ha fatto (QWANT, GAIA-X), l’ha fatto solo in modo apparente, intascando i soldi e scappando: normalmente, vendendo il tutto alle big americane.

Ciò non toglie che , ipocritamente, il mondo politico, a ogni nuova crisi (Echelon, Prism, Sentenze Schrems, Groenlandia), ribadisca la sua volontà di creare un’industria digitale europea. Buoni propositi che vengono abbandonati il giorno dopo.

2.La Risoluzione 22 Gennaio 2026

Ora, il Parlamento europeo, con la risoluzione approvata il 22 gennaio scorso, “Dipendenze informatiche e software europee” (allegata) ha chiesto di “impedire la dipendenza da attori stranieri”, chiedendo una “valutazione dei rischi per monitorare e affrontarla lungo tutta la catena del valore digitale”.

La “crescente concentrazione di potere nelle imprese extra-UE” è innegabile. In sostanza, l’Europa dovrebbe allevare una Big Tech autoctona per cautelarsi da Donald Trump. Soprattutto per tutelare i servizi cloud, ovvero i server dove si possono archiviare anche le informazioni sensibili per la sicurezza nazionale. Il Cloud act americano, infatti, consente alla Casa Bianca di richiedere l’accesso ai dati delle aziende americane, anche sui server costruiti all’estero. Ma anche senza questo, volete che, finché non sarà bandita dall’ Europa,  la NSA non abbia modo di rubare i dati da qualunque server?

Nel 2027 il mercato Ue del cloud supererà quello Usa, ma i GAFAM  controllano quasi il 90 per cento Il “cloud sovrano” europeo fa gola ad Amazon, Google e Microsoft. I tre che dominano già circa il 70 per cento del mercato europeo. Altri fornitori Usa, come IBM e Oracle, controllano un’altra fetta. In totale le aziende americane divorano tra “l’80 e il 90 percento” della torta. Così agli europei restano letteralmente le briciole. “Persino il principale operatore dell’Ue, Sap, detiene solo circa il 2% del mercato del cloud “e “la quota dei fornitori europei è scesa al 13%”.

Secondo un Rapporto Gartner, pubblicato il 9 febbraio, il mercato europeo del cloud sovrano è destinato a triplicare: dai 6,868 miliardi di dollari del 2025, ai 23,118 del 2027. Il prossimo anno supererà il volume d’affari generato negli Usa, stimato in 21,127 miliardi.

L’ultimo servizio cloud che si pretende “sovrano”, è stato lanciato il 15 gennaio da Amazon web services. In che modo potrebbe garantire la riservatezza degli europei? Attraverso società con sede in Ue, amministrate da dirigenti con residenza nel Vecchio continente, dunque vincolati alle leggi locali. Ci sarà una casa madre e tre filiali locali in Germania. L’anno scorso anche Google e Microsoft hanno lanciato servizi cloud, etichettandoli come “sovrani”. Ma secondo il ceo di Proton, Andy Yen, è marketing per mascherare la realtà giuridica: “AWS resta soggetta al Cloud Act.

 La Germania ha scelto il cloud sovrano di Amazon, mentre in fila ci sono già Belgio, Paesi Bassi e Portogallo. La Francia invece vuole tagliare i legami con Big Tech. Sul cloud il governo Meloni ha già fatto la sua scelta di campo: a gennaio 2025 è stato siglato l’ingresso di Amazon nel Polo Strategico Nazionale, per i servizi destinati alla pubblica amministrazione.

ALLEGATO

European Parliament 2024-2029 TEXTS ADOPTED P10_TA(2026)0022 European technological sovereignty and digital infrastructure European Parliament resolution of 22 January 2026 on European technological sovereignty and digital infrastructure (2025/2007(INI))

The European Parliament,––––––– having regard to the Treaty on the Functioning of the European Union (TFEU), in particular Articles 173, 179 and 190 thereof, having regard to the Commission communication of 29 January 2025 entitled ‘A Competitiveness Compass for the EU’ (COM(2025)0030), having regard to the Commission communication of 11 February 2025 entitled ‘Commission work programme 2025: Moving forward together: A Bolder, Simpler, Faster Union’ (COM(2025)0045), having regard to Regulation (EU) 2023/1781 of the European Parliament and of the Council of 13 September 2023 establishing a framework of measures for strengthening Europe’s semiconductor ecosystem and amending Regulation (EU) 2021/694 (Chips Act)1, having regard to Directive (EU) 2022/2555 of the European Parliament and of the Council of 14 December 2022 on measures for a high common level of cybersecurity across the Union, amending Regulation (EU) No 910/2014 and Directive (EU) 2018/1972, and repealing Directive (EU) 2016/1148 (NIS 2 Directive)2, having regard to the detailed report by the European Union Agency for Cybersecurity (ENISA) entitled ‘Foresight Cybersecurity Threats For 2030 – Update 2024’, published in March 20243, having regard to Regulation (EU) 2024/2847 of the European Parliament and of the Council of 23 October 2024 on horizontal cybersecurity requirements for products with 1 2 OJ L 229, 18.9.2023, p. 1, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2023/1781/oj. OJ L 333, 27.12.2022, p. 80, ELI: http://data.europa.eu/eli/dir/2022/2555/oj. 3 https://www.enisa.europa.eu/publications/foresight-cybersecurity-threats-for-2030 update-2024. digital elements and amending Regulations (EU) No 168/2013 and (EU) 2019/1020 and Directive (EU) 2020/1828 (Cyber Resilience Act)4,––––––––––– having regard to Regulation (EU) 2019/881 of the European Parliament and of the Council of 17 April 2019 on ENISA (the European Union Agency for Cybersecurity) and on information and communications technology cybersecurity certification and repealing Regulation (EU) No 526/2013 (Cybersecurity Act)5, having regard to Regulation (EU) 2025/38 of the European Parliament and of the Council of 19 December 2024 laying down measures to strengthen solidarity and capacities in the Union to detect, prepare for and respond to cyber threats and incidents and amending Regulation (EU) 2021/694 (Cyber Solidarity Act)6, having regard to Regulation (EU) 2025/37 of the European Parliament and of the Council of 19 December 2024 amending Regulation (EU) 2019/881 as regards managed security services7, having regard to the Commission White Paper of 21 February 2024 entitled ‘How to master Europe’s digital infrastructure needs?’ (COM(2024)0081), having regard to Mario Draghi’s report of 9 September 2024 entitled ‘The future of European competitiveness’, having regard to Enrico Letta’s report of 17 April 2024 entitled ‘Much more than a market’, having regard to the Commission communication of 2 July 2024 entitled ‘State of the Digital Decade 2024’ (COM(2024)0260), having regard to Decision (EU) 2022/2481 of the European Parliament and of the Council of 14 December 2022 establishing the Digital Decade Policy Programme 20308, having regard to Regulation (EU) 2024/903 of the European Parliament and of the Council of 13 March 2024 laying down measures for a high level of public sector interoperability across the Union (the Interoperable Europe Act)9, having regard to Directive (EU) 2019/1024 of the European Parliament and of the Council of 20 June 2019 on open data and the re-use of public sector information10, having regard to Regulation (EU) 2024/795 of the European Parliament and of the Council of 29 February 2024 establishing the Strategic Technologies for Europe Platform (STEP), and amending Directive 2003/87/EC and Regulations (EU) 4 5 OJ L, 2024/2847, 20.11.2024, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2024/2847/oj. OJ L 151, 7.6.2019, p. 15, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2019/881/oj. 6 7 8 9 10 OJ L, 2025/38, 15.1.2025, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2025/38/oj. OJ L, 2025/37, 15.1.2025, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2025/37/oj. OJ L 323, 19.12.2022, p. 4, ELI: http://data.europa.eu/eli/dec/2022/2481/oj. OJ L, 2024/903, 22.3.2024, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2024/903/oj. OJ L 172, 26.6.2019, p. 56, ELI: http://data.europa.eu/eli/dir/2019/1024/oj. 2021/1058, (EU) 2021/1056, (EU) 2021/1057, (EU) No 1303/2013, (EU) No 223/2014, (EU) 2021/1060, (EU) 2021/523, (EU) 2021/695, (EU) 2021/697 and (EU) 2021/24111,––––––––– having regard to Regulation (EU) 2023/2854 of the European Parliament and of the Council of 13 December 2023 on harmonised rules on fair access to and use of data and amending Regulation (EU) 2017/2394 and Directive (EU) 2020/1828 (Data Act)12, having regard to Regulation (EU) 2024/1309 of the European Parliament and of the Council of 29 April 2024 on measures to reduce the cost of deploying gigabit electronic communications networks, amending Regulation (EU) 2015/2120 and repealing Directive 2014/61/EU (Gigabit Infrastructure Act)13, having regard to Regulation (EU) 2024/1689 of the European Parliament and of the Council of 13 June 2024 laying down harmonised rules on artificial intelligence and amending Regulations (EC) No 300/2008, (EU) No 167/2013, (EU) No 168/2013, (EU) 2018/858, (EU) 2018/1139 and (EU) 2019/2144 and Directives 2014/90/EU, (EU) 2016/797 and (EU) 2020/1828 (Artificial Intelligence Act)14, having regard to Regulation (EU) 2021/1153 of the European Parliament and of the Council of 7 July 2021 establishing the Connecting Europe Facility (CEF) and repealing Regulations (EU) No 1316/2013 and (EU) No 283/201415, having regard to Regulation (EU) 2021/694 of the European Parliament and of the Council of 29 April 2021 establishing the Digital Europe Programme and repealing Decision (EU) 2015/224016, having regard to Regulation (EU) 2021/695 of the European Parliament and of the Council of 28 April 2021 establishing Horizon Europe – the Framework Programme for Research and Innovation, laying down its rules for participation and dissemination, and repealing Regulations (EU) No 1290/2013 and (EU) No 1291/201317, having regard to Regulation (EU) 2021/696 of the European Parliament and of the Council of 28 April 2021 establishing the Union Space Programme and the European Union Agency for the Space Programme and repealing Regulations (EU) No 912/2010, (EU) No 1285/2013 and (EU) No 377/2014 and Decision No 541/2014/EU18, having regard to Regulation (EU) 2023/588 of the European Parliament and of the Council of 15 March 2023 establishing the Union Secure Connectivity Programme for the period 2023-202719, having regard to Council Regulation (EU) 2021/2085 of 19 November 2021 establishing the Joint Undertakings under Horizon Europe and repealing Regulations 11 12 OJ L, 2024/795, 29.2.2024, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2024/795/oj. OJ L, 2023/2854, 22.12.2023, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2023/2854/oj. 13 14 15 16 17 18 19 OJ L, 2024/1309, 8.5.2024, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2024/1309/oj. OJ L, 2024/1689, 12.7.2024, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2024/1689/oj. OJ L 249, 14.7.2021, p. 38, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2021/1153/oj. OJ L 166, 11.5.2021, p. 1, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2021/694/oj. OJ L 170, 12.5.2021, p. 1, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2021/695/oj. OJ L 170, 12.5.2021, p. 69, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2021/696/oj. OJ L 79, 17.3.2023, p. 1, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2023/588/oj. (EC) No 219/2007, (EU) No 557/2014, (EU) No 558/2014, (EU) No 559/2014, (EU) No 560/2014, (EU) No 561/2014 and (EU) No 642/201420,–––––––––– having regard to Council Regulation (EU) 2021/1173 of 13 July 2021 on establishing the European High Performance Computing Joint Undertaking and repealing Regulation (EU) 2018/148821, having regard to Council Regulation (EU) 2024/1732 of 17 June 2024 amending Regulation (EU) 2021/1173 as regards a EuroHPC initiative for start-ups in order to boost European leadership in trustworthy artificial intelligence22, having regard to Directive (EU) 2018/1972 of the European Parliament and of the Council of 11 December 2018 establishing the European Electronic Communications Code23, having regard to Regulation (EU) 2024/1183 of the European Parliament and of the Council of 11 April 2024 amending Regulation (EU) No 910/2014 as regards establishing the European Digital Identity Framework24, having regard to the joint communication from the Commission and the High Representative of the Union for Foreign Affairs and Security Policy of 21 February 2025 to the European Parliament and the Council entitled ‘EU Action Plan on Cable Security’ (JOIN(2025)0009), having regard to the Commission communication of 29 January 2020 entitled ‘Secure 5G deployment in the EU – Implementing the EU toolbox’ (COM(2020)0050), having regard to the European Declaration on Digital Rights and Principles for the Digital Decade, which commits ‘to promote a European way for the digital transformation, putting people at the centre’25, having regard to the Commission communication of 30 December 2021 entitled ‘Criteria for the analysis of the compatibility with the internal market of State aid to promote the execution of important projects of common European interest’ (IPCEIs) (COM(2021)8481), having regard to Rule 55 of its Rules of Procedure, having regard to the report of the Committee on Industry, Research and Energy (A10 0107/2025), A. whereas technological sovereignty should be seen as the whole value chain from excellence in research to creating better competition and achieving greater European sovereignty; 20 21 OJ L 427, 30.11.2021, p. 17, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2021/2085/oj. OJ L 256, 19.7.2021, p. 3, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2021/1173/oj. 22 23 24 25 OJ L, 2024/1732, 19.6.2024, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2024/1732/oj. OJ L 321, 17.12.2018, p. 36, ELI: http://data.europa.eu/eli/dir/2018/1972/oj. OJ L, 2024/1183, 30.4.2024, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2024/1183/oj. OJ C 23, 23.1.2023, p. 1. B. whereas the EU relies on non-EU countries for over 80 % of digital products, services, infrastructure and intellectual property; C. whereas a few technological companies hold concentrated power over key digital markets and control over underlying internet infrastructure, including operating systems, computing, artificial intelligence (AI), search engines, social media capacity, digital advertising and payment services; D. whereas our technological sovereignty will greatly depend on Europe’s ability to create the market conditions needed for European companies to flourish and compete with each other, thereby increasing the quality of their products; E. F. whereas the EU is at risk of failing to meet its digital decade targets and objectives, including the adoption of cloud, big data and AI; whereas European firms contribute a minor share to global research and development (R&D) in software, internet technologies and electronics, while the United States and China lead in these sectors; G. whereas the Commission’s Digital Compass, Digital Decade Policy Programme, and Competitiveness Compass are essential frameworks for strengthening Europe’s digital ecosystem, securing technological leadership and ensuring long-term economic resilience; H. whereas digital infrastructure is composed of hardware elements related to connectivity, including fibre, 5G and 6G, submarine cables, satellites and spectrum, and computing, including semiconductors, data centres, HPC and quantum technologies, and of software elements including identity solutions, the Internet of Things, and cloud and AI systems, as well as the intermediary layer including advertising, search engines, payments and communication systems; I. J. whereas the EU’s competitiveness will increasingly depend on the digitalisation of all sectors, supported by resilient, safe and trustworthy digital infrastructure; notes, in this context, that the digital single market is a vital asset as it can enable companies to grow and scale up; whereas the full potential of the digital single market remains untapped, with intra-EU trade in digital services representing just 8 % of GDP, which is significantly lower than the 25 % for trade in digital goods; K. whereas the availability of eID schemes and digital public services and access to e Health records are increasing, but there are still significant gaps in the provision of privacy preserving, fully user-centric, accessible and sovereign digital public services among Member States due to differences in the adoption of eID; L. whereas eID is currently available to 93 % of the EU’s population, but achieving 100 % of digital public services for citizens and businesses by 2030 remains challenging; M. whereas interoperability and interconnectedness would enhance the competitiveness of the European economy and might benefit from policies such as open-source first and public money, public code, and the implementation of common and open standards; N. whereas digital infrastructure is of key importance for EU industry, including the automotive industry and the possible development of connected and autonomous vehicles; whereas robust data and communications infrastructure is needed to support a secure ecosystem for connected and autonomous vehicles; O. whereas fibre-optic networks form one of the backbones of the EU’s digital infrastructure, enabling high-speed internet, 5G networks and future technological improvements; P. whereas the EU is behind on the roll-out of 5G to meet its 2030 targets, with still limited fibre coverage of only about 64 % of European households being included; Q. whereas investment needs in state-of-the-art connectivity in the EU are immense; R. S. T. whereas resolving challenges related to access to land and grids is key to the successful deployment of digital infrastructure; whereas the EU GOVSATCOM initiative aims to ensure the long-term availability of secure, reliable and cost-effective governmental satellite communication services for EU and national public authorities that manage critical security infrastructure and missions; whereas chips play a crucial role in increasing the technological competitiveness and resilience of Europe; U. whereas the Commission’s Competitiveness Compass, the Clean Industrial Deal and the 2025 Commission Work Programme make little to no mention of semiconductor technologies despite their critical importance for the EU’s industrial ambition; V. whereas the Chips Act was an ad hoc adaptation mechanism aimed at addressing certain challenges regarding semiconductor shortages; whereas its areas of action are mostly limited to advanced semiconductors; whereas EU engagement on legacy semiconductors is insufficient; whereas the revision of the Chips Act is expected in September 2026; W. whereas the existing European regional clusters in the semiconductor sector have a role to play and should be further strengthened; X. whereas processors, memory technologies, graphics processing units (GPUs), and quantum chips are critical to Europe’s digital infrastructure and supply chain security; Y. whereas cloud services are fundamental to a wide range of computational activities and computing services that have become an essential enabler of competitiveness; Z. whereas federated models could enhance the competitiveness of the EU market by facilitating the emergence of significant European alternatives, building on local market expertise and presence; AA. whereas large-scale AI infrastructure, such as AI gigafactories, is essential for enabling open and collaborative development of the most complex AI models; AB. whereas the AI value chain is still under development and tackling the development of AI models is only part of it; whereas European AI solutions may be developed using Europe’s public and private computing infrastructure, driving innovation, and start-ups and small companies should be in particular beneficiaries of access to public computing infrastructure; AC. whereas AI models that can be run on widely available hardware at moderate costs allow a greater number of actors to shape how AI systems are created and used, providing more immediate value in applications and enabling a more democratic use of AI; AD. whereas at the moment, the roll-out, marketing and deployment of AI is often shaped by a small number of big tech companies; whereas some AI features are not being rolled out in the EU at the same time as in non-EU countries, creating a competitive disadvantage for European businesses and consumers; AE. whereas data centres are an essential part of an advanced digital society, as enablers of distributed processing and effective data storage; AF. whereas trusted capacity and availability of data storage is essential for European resilience and development; whereas most data centres in Europe are not owned by European companies; AG. whereas building and operating large-scale data centres requires substantial investment; AH. whereas around 9 % of global electricity consumption results from data centres, cloud services and connectivity; AI. whereas submarine cables are critical infrastructure for global connectivity, economic stability and security, carrying over 99 % of international communications through them, and they remain vulnerable to physical damage, cyberthreats and geopolitical risks; AJ. whereas secure and resilient digital infrastructure is crucial, particularly considering the increasing number of cyberattacks against the EU, its Member States and its industry and society; AK. whereas the EU toolbox for 5G security is important for preventing cyberespionage and strengthening the resilience of supply chains in the EU’s digital infrastructure; AL. whereas 21 % of businesses cite compliance and legal uncertainties as a barrier to digital investment; AM. whereas the ‘one in, one out’ approach ensures that all burdens introduced by Commission initiatives are considered and that administrative burdens are offset by removing burdens of equivalent value in the same policy area; AN. whereas the energy consumption challenges in AI, cloud and quantum computing, as well as data centres, require the integration of sustainability into digital infrastructure strategies; AO. whereas data centre power consumption is projected to nearly triple by the end of this decade, increasing from approximately 62 terawatt-hours (TWh) today to more than 150 TWh, thus escalating from 2 % to 5 % of total European power consumption; AP. whereas the digital skills gap remains a major concern, with only 54 % of European citizens possessing at least basic digital skills – well below the 80 % target set in the digital decade policy programme; AQ. whereas the shortage of ICT professionals in the EU is projected to reach 12 million by 2030, falling significantly short of the EU’s target of 20 million skilled workers; AR. whereas the 2024 State of the Digital Decade report and the Draghi report both stress the urgent need to invest in digital and science, technology, engineering and mathematics (STEM) skills to preserve Europe’s technological capabilities and global competitiveness; AS. whereas 60 % of EU companies report difficulties in recruiting skilled workers in areas such as AI, cybersecurity and clean technologies, posing a significant barrier to innovation, competitiveness and the green and digital transitions; AT. whereas current labour market developments, including global lay-offs and political instability outside the EU, create an opportunity to attract high-skilled digital talent to the EU; AU. whereas increasing competitiveness and resilience require appropriate funding; whereas public funding can act as a catalyst and private investment and competitive market forces are key for the long-term development of digital infrastructure; AV. whereas a robust, agile and excellence-driven research and innovation (R&I) ecosystem is essential to ensure the EU’s global competitiveness and leadership in strategic technologies, such as quantum and AI; AW. whereas standardisation is at the core of genuine European digital and technological sovereignty; whereas the importance of standards is growing due to increasing technological competition across the world, particularly with the United States and China; AX. whereas the EU is committed to negotiating comprehensive digital trade agreements (DTAs) to promote secure, resilient and competitive digital infrastructure development with partner countries; AY. whereas the Commission has announced landmark DTAs with South Korea and Singapore, setting an important precedent for future agreements; AZ. whereas Parliament and the Council have agreed on the ‘EU horizontal provisions on Cross-border data flows and protection of personal data and privacy in the Digital Trade Title of EU trade agreements’, which was endorsed by the Commission and remains an important tool in relation to digital trade and the establishment of new DTAs; General introduction 1. Underlines that European sovereignty is the ability to build capacity, resilience and security by reducing strategic dependencies, preventing reliance on foreign actors and single service providers, and safeguarding critical technologies and infrastructure; calls for the development of a comprehensive risk assessment framework to monitor and address dependencies across the digital value chain; underlines that such a framework should serve as a basis for ensuring EU preparedness and resilience by enhancing European industrial policy and boosting domestic R&D and manufacturing capabilities in strategic technologies; 2. 3. 4. 5. Believes that technological sovereignty is the capacity to design, develop and scale up digital technologies needed for the competitiveness of our economy, the welfare of our citizens and the EU’s open strategic autonomy in a globalised world; believes that this includes ensuring the EU’s ability to make autonomous decisions, engaging with trusted non-EU countries and entities, diversifying and strengthening supply chains and promoting the concept of openness and interoperability to ensure that Europe remains an attractive hub for investment; Recognises the increasing concentration of power in non-EU companies, which constrains Europe’s ability to innovate, compete and maintain control over its digital economy, society and democracy; is concerned by excessive dependencies on non-EU actors in critical areas such as cloud infrastructure, semiconductors, AI and cybersecurity – where market concentration and foreign control threaten to undermine Europe’s competitiveness, democratic resilience and security; Reaffirms that the EU must remain sovereign in enforcing its laws, especially in the digital field; firmly condemns and calls for the cancellation of the travel bans imposed by the United States on civil society leaders Imran Ahmed, Clare Melford, Anna-Lena von Hodenberg and Josephine Ballon, whose work contributes to a safer digital environment for all and holds digital platforms accountable, as well as the travel ban imposed by the United States on former EU Commissioner Thierry Breton, who played a key role in establishing EU digital rules; calls on the Commission and the Member States to deliver a firm response to these unprecedented attacks; notes recent enforcement actions taken under the Digital Services Act26 for breaches of transparency and risk-mitigation obligations, such as the EUR 120 million fine against X; recalls that enforcement of the EU’s digital legislation aims to ensure compliance with EU law and the protection of fundamental rights, and not to regulate political opinions; underlines that the deployment of new functionalities, including those based on generative AI, by very large online platforms must be accompanied by appropriate safeguards and risk mitigation measures to ensure full compliance with EU law, in particular as regards the prevention of the dissemination of illegal or manipulated content; denounces the support provided by certain political parties – such as the AfD, Reconquête, Fidesz or Konfederacja – which repeat narratives originating from outside the EU and weaken the EU’s digital legislation and democratic values; Believes that the EU’s industrial tech ambitions should focus on the key strategic technologies of the future, such as semiconductor technologies or quantum, that 26 Regulation (EU) 2022/2065 of the European Parliament and of the Council of 19 October 2022 on a Single Market For Digital Services and amending Directive 2000/31/EC (Digital Services Act) (OJ L 277, 27.10.2022, p. 1, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2022/2065/oj). contribute to the EU’s open strategic autonomy and are essential for our green, digital and defence transitions; 6. 7. 8. 9. Recognises the shift in the geopolitical landscape and the resulting opportunity for market demand for European products and services; sees this as a window of opportunity to position Europe as a global leader in trusted and secure digital solutions; Underlines the need to foster a supportive regulatory environment that encourages innovation, investment and the development of cutting-edge technologies in Europe, while protecting EU end users from the consequences of extraterritoriality; Recognises the need for a comprehensive European industrial policy for the digital ecosystem, integrating all relevant policy domains such as market access, standardisation, R&D, investment, trade and international cooperation; calls on the Commission to develop this comprehensive policy with the aim of reducing harmful strategic dependencies, strengthening domestic value chains and ensuring a secure, trustworthy and innovation-driven digital ecosystem that adheres to European values; Recalls that the high-tech product and digital services markets depend heavily on external supply chains, posing risks to sovereignty and resilience; stresses the importance of boosting industrial capacity and technological expertise in emerging and disruptive technologies to support the EU’s open strategic autonomy; 10. Emphasises that boosting Europe’s technological sovereignty in the era of rapid technological development requires enhancing innovation and commercialisation in order to build the necessary capabilities; highlights that Europe must transform itself into a globally attractive and agile business environment by reducing bureaucracy, enhancing regulatory predictability and fostering entrepreneurship and risk-taking; 11. Recognises that open strategic autonomy and democratic resilience must be at the core of the Commission’s agenda and that a comprehensive approach must integrate procurement, funding and long-term institutional frameworks to establish sovereign digital infrastructure in critical domains; 12. Calls on the Commission to analyse and establish a comprehensive list of critical dependencies in digital infrastructure and technologies, assessing, at minimum, storage services, identity and payment systems, communication platforms, as well as the software, protocols and standards that support them, and to propose measures to promote market access for products and services with a strong positive impact on the EU’s technological sovereignty, resilience and sustainability; believes, in that regard, that the use of specific award criteria in public procurement may be promoted in areas where such critical dependencies exist; believes that such criteria can help incentivise competition and strengthen European technological sovereignty by facilitating the procurement of European digital products and services, where possible; Digital public infrastructure 13. Strongly believes that digital infrastructure is the backbone of our economy and that there should therefore be a base layer of digital public infrastructure (DPI) that ensures sovereignty and a competition-friendly market environment; observes that the market has not developed this base layer in many important areas, which has resulted in monopolies and reliance on foreign actors; underlines that in order to fill this gap, the EU should take the lead in creating a strong foundation for DPI by creating layers of digital technologies consisting of semiconductors, connectivity solutions, cloud infrastructure, software, data and AI; believes that European DPI should be founded on fair and competitive economic models and also use governance models where neither private companies nor governments maintain centralised control; is of the opinion that it should be built on common and open standards, embrace interoperability and interconnectedness, so as to prevent user and vendor ‘lock-ins’, and spur innovation by facilitating new market entrants, and that it should also ensure privacy and security by default; 14. Believes that the deployment of DPI should be focused on areas where critical dependencies exist, as identified in the Commission’s comprehensive list; calls on the Commission to prepare a detailed and comprehensive plan for establishing European DPI by identifying technologies that are best suited to European action, and urges the Commission and the Member States to dedicate appropriate resources to deploying European DPI; 15. Stresses that European DPI should be stimulated by coordinated action at EU level to ensure the presence and competitiveness of European providers as well as a competitive market environment; underlines that these objectives will not be achieved through regulation alone and will require significant public investment; recognises that the forthcoming multiannual financial framework (MFF) should therefore include additional funding for this purpose, focusing on EU added value and financing the base layer of European DPI; 16. Recognises that as part of the forthcoming MFF, the EU must commit to increased spending to achieve technological sovereignty; underlines that this should include a dedicated envelope for the development and deployment of the DPI layers identified in the Commission’s comprehensive list, as well as additional funds to ensure a competition-friendly market environment in other digital areas; 17. Believes that the funding under the forthcoming MFF should prioritise active capacity building in key hardware, software and service areas, including high-performance computing, quantum computing, encryption and communication, connectivity, cloud, data, web and AI ecosystems, and digital libraries; 18. Is of the opinion that European DPI should be based on EU values and remain open to like-minded non-EU partners; calls on the Commission and the Member States to sustain their efforts and add more impetus to the process with the UN Development Programme on DPI; 19. Recognises e-government services as a key enabler of efficient, secure and accessible public service delivery, which should be designed to facilitate digital identification, government data sharing and public sector payments without distorting markets or undermining existing private sector solutions; emphasises that the EU’s approach to e government services should focus on strengthening digital government-to-citizen and government-to-business interactions, while ensuring trust, interoperability and accessibility; believes, therefore, that secure and seamless access to public services requires a trustworthy e-identification framework and welcomes the announcement of a ‘business wallet’ aimed at significantly simplifying the interconnection between businesses and public authorities; 20. Calls on the Commission to further develop public interest data platforms, enabling secure cross-border data sharing between public and private entities for use cases, in particular, in healthcare, urban planning and environmental monitoring; calls, furthermore, on the Commission to promote interoperability between public interest and industry-specific data platforms, ensuring the seamless flow of data while minimising administrative burdens; notes that this could be achieved by leveraging existing market driven solutions that foster innovation, maintain trust and uphold privacy and security standards; 21. Recognises that under the current legal framework, European citizens have the right to control their personal data and that data generated within the EU must be processed in accordance with EU law; stresses that safeguarding privacy and personal data is essential for building trust in the digital economy, allowing European consumers to engage with confidence, regardless of where their data is processed; highlights that European companies – particularly small and medium-sized enterprises (SMEs) – must be able to make use of data in a lawful, ethical and secure manner to drive sustainable growth and competitiveness; Digital infrastructure 22. Highlights that digital infrastructure is the backbone of Europe’s economy and society and that its importance will continue to grow; calls on the Commission to include in the requested list of critical dependencies a comprehensive assessment of the composition of European digital infrastructure in order to adequately analyse the state of play, assess risks and coordinate action; 23. Believes that in order to strengthen digital infrastructure, it is essential to implement capacity-building initiatives in critical areas at EU level; considers that these initiatives should focus on developing a base layer of public infrastructure, such as a network of AI gigafactories and a European web index model; is of the opinion that this base layer will empower companies to develop their business models and boost technological sovereignty; points to the digital solutions created by the EU, such as the EU digital identity, that can offer innovative infrastructure for the EU’s digital economy; 24. Recognises the strategic importance of critical digital infrastructure and the need to strengthen their security and resilience; understands that critical digital infrastructure includes, but is not limited to, cables (terrestrial and submarine), cellular network towers, satellite communication systems, spectrum and radio equipment, cloud servers that contain sensitive information and data centres that process sensitive information, as well as certain software elements, including security software that protects critical networks and data centres; 25. Highlights the need to ensure that this infrastructure falls under EU jurisdiction, meaning that it fully adheres to EU law; stresses the importance of privacy and security by-design; calls on the Commission. therefore, to introduce legislation to mitigate risks posed by high-risk vendors from non-EU countries, including risks posed by foreign controlled energy resource providers; 26. Calls on the Commission, while preparing future legislative proposals and the forthcoming MFF, to concentrate efforts on deepening the single market, in line with the recommendations made in Enrico Letta’s report entitled ‘Much more than a market’ and in Mario Draghi’s report on ‘The future of European competitiveness’, with the aim of unlocking the potential of the digital single market; 27. Takes note of the recommendations laid down in these two reports that the EU needs a paradigm shift from promoting connectivity in the EU to establishing a single market for electronic communications and connectivity; supports a simplified, harmonised and innovation-friendly telecommunications framework that ensures fair competition and the accessibility of infrastructure; 28. Welcomes the Commission’s white paper on how to master Europe’s digital infrastructure needs, which outlines three pillars: creating the ‘3C Network’ – ‘Connected Collaborative Computing’, completing the digital single market, and secure and resilient digital infrastructure for Europe; 29. Views the white paper and the subsequent consultation process as part of the preparation of the legislative initiatives planned for this term, including the Digital Networks Act; calls on the Commission to take a more holistic view of digital infrastructure throughout this process and to acknowledge that digital infrastructure comprises many elements beyond mere connectivity; underlines the need to accompany any new digital policy measure with an impact assessment; 30. Urges the Commission to simplify and harmonise telecommunications rules as part of the forthcoming Digital Networks Act and the broader Digital Package; 31. Calls on the Commission to introduce an EU cloud and AI development act to strengthen European data infrastructure and the promotion of European cloud providers; underlines that this act should aim to actively build a European single market for cloud and AI; 32. Acknowledges that deploying cutting-edge digital infrastructure across the EU requires substantial investment and recognises that both public and private funding are essential for achieving this goal; expresses concern over the persistent shortage of venture capital and investment financing in Europe, which undermines technological sovereignty; calls on the Commission to significantly scale up public-private investment instruments, including venture capital, strategic platforms and dedicated funding tools for start-ups and scale-ups in critical technology sectors; highlights the importance of leveraging public procurement to support the deployment and scaling of open and interoperable digital solutions and of ensuring that private capital, competition and innovation become the main drivers of Europe’s digital transformation over the medium and long term; High-speed connectivity 33. Is of the opinion that the upcoming Digital Networks Act must support the objective of providing all EU consumers with high-quality connectivity by 2030, especially in remote and rural areas, as well as removing administrative barriers for the roll-out of 5G, 6G and secure, high-speed broadband; 34. Recognises the increasing convergence of telecommunications infrastructure with cloud and edge technologies, and sees the potential of open radio access networks to deliver advanced technological solutions, reduce costs and enhance the interoperability of connectivity; believes that the future of connectivity lies in the complementarity of diverse technologies such as 5G/6G, Wi-Fi and satellite, where seamless integration benefits both businesses and consumers; 35. Recognises that with cloud and edge services at the core of their transformation, connectivity networks are evolving rapidly into platforms for innovation and will increasingly depend on cloud computing, AI, virtualisation and other technologies; 36. Calls for ambitious targets in the development and innovation of wireless communication networks, acknowledging the need for a broad-based approach that includes cloud computing, AI, edge computing and quantum computing; emphasises that the innovation ecosystem for electronic communications, especially for vertically integrated telecoms, should remain market-driven, and insists that future regulatory measures be based on thorough, knowledge-based impact assessments of existing regulations; 37. Recognises that competition between operators of all sizes remains a key driver of investment in connectivity networks; calls on the Member States to ensure that copper networks are switched off progressively in favour of fibre-optic or 5G technologies, in particular where regular maintenance or updates of the network are needed, thus ensuring that the shift is carried out in an attainable manner and allowing providers to plan logistically and financially in advance; 38. Stresses that all consumers in the EU should have access to adequate quality, reliable and affordable connectivity, thus contributing to increased demand for connectivity services; calls on the Commission and the Member States to expand and upgrade digital networks, especially in rural areas, and to support public-private investments in broadband and 5G/6G deployment, while maintaining cybersecurity standards and secure-by-design principles; 39. Is convinced that, as digital connectivity infrastructure such as fibre, 5G and 6G will be crucial for future industrial competitiveness, the forthcoming MFF should include funds for the large-scale deployment of network infrastructure, bridging the existing deployment gap to achieve the 2030 Digital Decade targets, creating pan-European 5G coverage for citizens’ use and ensuring the successful deployment of Industry 4.0 tools; Fibre 40. Stresses the importance of accelerating the deployment of fibre-optic networks and modern wireless communications systems that can deliver fast, secure and reliable digital services; 41. Recognises that the need to prioritise direct fibre connections for homes, businesses and public institutions is crucial to ensure ultra-fast and reliable connectivity, in addition to network roll-outs with public works, such as roads, water and electricity, to streamline fibre roll-out; 42. Welcomes the introduction of the Gigabit Infrastructure Act, which responds to the growing needs for faster, reliable and data-intensive connectivity; recognises the importance of the shared use of ducts and poles for deploying very high capacity networks to optimise resources and reduce costs; urges the Member States to streamline permitting processes and harmonise regulations to lower financial and administrative barriers to the expansion of fibre infrastructure; 5G and 6G 43. Believes that private investments are essential for deployment of electronic communication networks, 5G and 6G that are advanced enough in terms of transmission, speed, storage capacity, edge computing power and interoperability; 44. Stresses that the enforcement and implementation of the Gigabit Infrastructure Act is further necessary for the creation of a one-stop shop for permits and a centralised digital permitting process to reduce delays in infrastructure deployment and to ensure uniform rules for infrastructure access, pricing and environmental impact assessments; calls, in this regard, for strong efforts in this area; 45. Takes the view that the EU needs strong cybersecurity protection in all critical infrastructure sectors, with stricter measures to de-risk high-risk vendors in 5G and 6G networks, ensuring dense deployment of small cells and macro towers, particularly in urban and rural areas with inconsistent coverage, and ensuring the sustainability and energy efficiency of the infrastructure so as to support Europe’s global competitiveness in the digital economy; Spectrum 46. Calls on the Commission and the Member States to work towards enhanced coordination of spectrum allocations, in particular through earlier identification and the harmonisation of the release of new frequencies, starting with 6 GHz frequencies; calls for a radio spectrum policy that promotes investment in Europe, including through the harmonisation of spectrum assignment policies across the Member States to accelerate 5G deployment based on best practices, the promotion of longer license durations and access to new spectrum such as the upper 6 GHz band in order to meet future demand and enable 6G; believes that a shared effort from public and private entities is necessary in order to increase the competitiveness of Europe and not lag behind the fastest growing networks in the world, i.e. in China and South Korea; Satellites and satellite communication systems 47. Underlines the importance of satellite-based communications in developing EU digital infrastructure, increasing its resilience, strengthening the capabilities of EU actors, and reducing dependence on non-EU providers, particularly in the area of defence; highlights the need to provide alternative connectivity solutions for consumers in remote and rural areas; 48. Highlights the strategic role of the EU space programme, as one of the pillars of EU sovereignty, in providing state-of-the-art and secure positioning, navigation and timing services for Galileo and EGNOS and cost-effective satellite communication services for GOVSATCOM; notes that this allows the EU and its Member States to have greater sovereignty in their satellite capabilities, including geopositioning, earth observation, space surveillance and connectivity; welcomes, in particular, the EU GOVSATCOM and IRIS2 programmes, which aim to ensure the short- and long-term availability of secure, reliable and cost-effective governmental satellite communication services for EU and national public authorities that manage critical security infrastructure and missions; 49. Deplores the strong dependence on non-EU data for the tracking and surveillance of space objects; stresses the need for Europe to urgently reinforce its own capabilities and infrastructure in space situational awareness (SSA) to ensure open strategic autonomy and security; calls on the Commission and the Member States to significantly increase investment in EU-owned surveillance and tracking assets, and to develop effective mechanisms for information-sharing among the Member States, enabling Europe to independently monitor and protect its critical space infrastructure; 50. Stresses the importance of private sector involvement in launcher technologies to further accelerate the deployment of IRIS2; stresses the importance of fostering a robust and competitive European space launch sector through greater private sector involvement and support for upstream and downstream industries; calls on the Commission to promote a European space industrial policy that strengthens sovereignty in space technologies and services by reducing strategic dependencies and improving the operational governance of European space programmes; 51. Calls, to this end, for concrete measures to facilitate the provision of satellite services throughout Europe, including by defining common procedures and conditions; calls, in parallel, for fair competition, with clear and enforceable rules for all satellite constellations accessing the EU market; 52. Notes that there are currently several issues with latency in satellite networks and recognises that the integration of satellite networks with 5G and, in the future, 6G technologies is pivotal in extending the reach and reliability of terrestrial networks; High-performance computing (HPC) systems 53. Recognises the progress made in recent years in enhancing HPC; calls on the Commission to continuously integrate and enhance the computing power at EU HPC centres, in particular, enhancing the training of AI models and preparing for future advancements in supercomputing; 54. Calls on the Commission to develop a coordinated strategy to bridge the gap between Europe’s cutting-edge HPC technology and its practical, scalable deployment across industries, including by creating a public network for supercomputing; notes that this strategy should foster collaboration between public institutions and private sector partners, including SMEs, to ensure that Europe’s HPC capabilities become a key driver of economic competitiveness and technological sovereignty; 55. Highlights that HPC centres must ensure accessibility for developers and deployers of AI foundation models, generative AI and applied AI; notes that EuroHPC Centres should be available for these use cases and particularly for SMEs, start-ups and scale ups; emphasises that this must be seamlessly complemented by initiatives to enable the development and deployment of AI in the EU; 56. Welcomes the creation of new AI factories; underlines that AI factories will upgrade EuroHPC supercomputers to deliver computing capacity for AI and support start-ups and scale-ups in the training and large-scale development of general-purpose and trustworthy AI models; Hardware for computing: semiconductors, chips and quantum chips 57. Believes that urgent action is needed to boost EU domestic semiconductor manufacturing, improving supply chain resilience by forming strategic global partnerships, encouraging start-ups and innovation, fostering cross-border collaboration in advanced semiconductor development and providing financial incentives, regulatory support and market access; 58. Emphasises the need for legal certainty to support semiconductor development, ensuring secure supply chains for critical raw materials and avoiding disruptions caused by investment uncertainties; 59. Urges to give utmost political importance to ensuring a sufficient supply of AI chips in the EU and to make it a focal point of EU digital industry policies; notes the increase in demand for AI chips driven by expanding applications in cloud computing, edge devices, autonomous systems and generative AI; 60. Calls on the Commission to react to the new geopolitical realities and the use of digital supply chains as pressure tools; urges the Commission to find a negotiated solution to the US ban on the export of AI chips to 16 EU Member States; 61. Calls on the Commission to put advanced AI chips, including their design and production, at the core of the revision of the Chips Act; calls on the Commission to present the revision this year, featuring a long-term strategy rooted in current geopolitical realities that builds European strategic indispensability through technological leadership, adequate production capabilities and a strong R&D ecosystem, which will be essential to secure European sovereignty in increasingly troubled times; believes that it is crucial to strengthen the interactions among research, training, suppliers and robust public infrastructure to accelerate the path from research, development, testing and finally full-load production; 62. Believes that the EU should enhance its efforts on quantum chip development if it intends to accelerate the time-to-market for EU industrial innovation in quantum technology; 63. Calls on the Commission to support the manufacturing within the EU of widely used chips e.g., for electronic devices and cars; calls for support for the development of chips that reduce the energy consumption of the digital sector; 64. Underlines the need to support the performance of the circular economy and recalls that information and communications technology products and other electronics are part of the priority product groups in the working plan to be adopted by April 2025 under Regulation (EU) 2024/178127; 27 Regulation (EU) 2024/1781 of the European Parliament and of the Council of 13 June 2024 establishing a framework for the setting of ecodesign requirements for sustainable 65. Believes that additional funding under the forthcoming MFF must be allocated to the development of semiconductor production capacities and other next-generation semiconductor technologies and processes (e.g. photonic chips, wide-bandgap chips, as well as design, manufacturing, testing, assembly and advanced packaging) within the EU; Cloud services 66. Recognises that there is a market need for sovereign solutions that offer enhanced levels of control over data for certain categories of sensitive data and acknowledges the risks associated with reliance on single dominant providers; calls for a strategy for reducing reliance on foreign cloud providers, while fostering European alternatives; 67. Notes that the discussions on the EU Cybersecurity Certification Scheme for Cloud Services have not brought any results; points out that there are sovereignty considerations, in particular related to the extraterritoriality of binding legal regimes, that cannot be solved through technical discussions; calls on the Commission to propose a definition of sovereign cloud and its scope of application in the planned cloud and AI development act; 68. Notes the need to secure data storage and computational power, and distributed computing infrastructure; calls on the Commission to ensure that cloud users have the ability to choose solutions that meet their needs by urgently removing barriers to switching and diversifying providers through multi-cloud strategies, and by fostering a competitive European cloud market, thereby reducing reliance on single providers and enhancing digital sovereignty; 69. Calls on the Commission to leverage initiatives such as 8ra and IPCEI CIS to advance decentralised cloud and edge infrastructure, which are enablers of sovereignty and contribute to reducing reliance on foreign providers and ensuring resilience while enhancing operational flexibility within Europe; AI systems 70. Welcomes the InvestAI initiative, including the AI gigafactories; emphasises the need for Europe to position itself as a global leader in AI model training, scientific research and quantum computing advancements; is committed to further supporting AI development by launching initiatives such as AI factories to provide computing power for start-ups, scale-ups and researchers; 71. Calls on the Commission to further support the design and development of European AI and to adopt policies and measures that will enable European industrial sectors to benefit from their data and AI deployment; 72. Emphasises that the delayed deployment of AI-driven innovations hinders technological progress, market competitiveness and digital transformation within the EU; products, amending Directive (EU) 2020/1828 and Regulation (EU) 2023/1542 and repealing Directive 2009/125/EC, (OJ L, 2024/1781, 28.6.2024, ELI: http://data.europa.eu/eli/reg/2024/1781/oj). 73. Expects that the public-private financing model will unlock unprecedented private investment in AI that will open up access to supercomputers for start-ups and industry to supercomputers; Quantum 74. Recognises the urgent need to define a clear roadmap for quantum technology development, including quantum computing and quantum encryption, ensuring that public and private investments lead to tangible commercial applications; 75. Calls on the Commission to conduct an assessment of existing national quantum sandbox frameworks and how existing legislation applies to them in order to prevent market fragmentation; welcomes the announcement of the Quantum Strategy and Quantum Act in the Commission’s Competitiveness Compass; 76. Urges the Commission to ensure that the Quantum Act, accompanied by an impact assessment, positions Europe as the leading region for quantum excellence and innovation by investing in R&D and innovation, mobilising funding to scale up the European quantum ecosystem, capabilities and production, and ensuring Europe’s leading quantum research is commercialised in Europe; underlines that it should deliver tangible technological applications by fostering policies that accelerate technological maturity and facilitate the transition from research to commercial success; 77. Calls for targeted investments, industry collaboration and regulatory frameworks that support the development, scaling and market adoption of quantum technologies across key sectors; 78. Calls for a coordinated EU strategy for post-quantum cryptography to protect data from future cyberthreats; Data centres 79. Calls on the Commission to support ecosystems for sharing industry-specific data within industrial sectors, fostering collaboration and driving innovation, while maintaining data sovereignty and ensuring compliance with EU regulations, as outlined in the Data Act; urges the Commission for strong enforcement to ensure that dominant market players do not impose unfair terms on SMEs and mid-sized enterprises when accessing and sharing data; 80. Believes that there is a need to ensure interconnected infrastructure that would allow data centres to work together efficiently under common standards with high-speed connectivity, while flexibility, security and scalability would be maintained; believes this interconnected system would help in ensuring distributed redundancy so that data and services remain available even in the event of a data centre failure; 81. Calls on the Commission to prioritise interoperability across platforms, enabling the seamless integration of data across businesses and sectors, in alignment with the requirements of the Data Act, which mandate data portability and interoperability obligations for cloud and edge services; stresses the need for the robust enforcement of these provisions to prevent vendor lock-in and ensure that European industrial ecosystems can leverage data-driven innovation without technical or contractual barriers; 82. Recalls the Commission’s plan to make data centres climate-neutral and highly energy efficient by 2030; sees the need to improve the integration of data centres with the energy system, focusing on heat reuse and providing flexibility services to the electricity grid needs; recognises the need to incentivise research for cooling and energy-efficient processors, while special attention should be given to supporting EU data centres; urges the Commission to ensure clear and consistent implementation of existing legal requirements for data centre operators across EU legislation and the Member States; 83. Calls on the Commission and the Member States to increase and target public investment and to incentivise private investment in digital infrastructure to enable the growth and modernisation of data centres; Submarine cables 84. Calls on the Commission to take coordinated action to protect submarine cables and reinforce cable security and repair capabilities; stresses the need for continued investment in the construction of new submarine cables to ensure redundancy; welcomes the EU’s role in co-financing such projects to enhance digital infrastructure and connectivity across the Member States; calls on the Commission to explore potential synergies between the maintenance of undersea digital and energy infrastructure; 85. Emphasises the importance of improving EU and Member State repair capabilities and response mechanisms to handle submarine cable disruptions, which are essential for maintaining secure and uninterrupted communications; underlines the importance of international cooperation in repairing sabotaged cables and facilitating the necessary investments, and calls for the establishment of an EU-based rapid-response repair fleet to ensure swift recovery and operational continuity in the event of disruptions; calls on the Commission to carry out an assessment of regulatory measures to ensure fair access and security, regardless of whether the infrastructure is privately or publicly owned; 86. Welcomes the adoption of the action plan on cable security, which will be organised around four pillars: prevention, detection, response and repair, and deterrence; highlights the importance of its full and timely implementation; urges, in the current geopolitical context, increased investment in technologies to strengthen the security and resilience of subsea and offshore infrastructure; 87. Calls on the Commission to promote R&I to enable advanced technological innovations in cable security, including early warning systems and AI-driven threat assessments; 88. Urges the Commission to review available instruments designed to better leverage private investments in support of Cable Projects of European Interest (CPEIs); calls on the Commission to include submarine cable projects in the list of IPCEIs; recognises the need to streamline and simplify the application and administrative process governing IPCEIs; Cybersecurity 89. Recalls the legislative work carried out over the previous legislative term aimed at significantly improving cybersecurity in the EU; welcomes, in particular, the adoption of the Cyber Resilience Act, the Cyber Solidarity Act and the NIS2 Directive; stresses the need for the harmonised and timely implementation and enforcement of these measures; 90. Calls on the Commission to present an evaluation report on the Cybersecurity Act and to propose a legislative act to review it in order to strengthen the EU’s cybersecurity framework, with a particular focus on the interplay between sovereignty and security; calls, furthermore, on the Commission to enhance the protection of strategic and critical infrastructure and prevent foreign interference from entities subject to extraterritorial legislation, as well as accelerating the adoption process for EU cybersecurity certification schemes; calls for ENISA’s mandate to be strengthened to coordinate crisis response, oversee cybersecurity certification for critical infrastructure and ensure uniform implementation of cybersecurity standards across the single market; 91. Emphasises the importance of the upcoming European internal security strategy in strengthening cybersecurity and critical infrastructure protection; 92. Notes with concern that, according to the second report on Member States’ progress in implementing the EU toolbox on 5G cybersecurity, 14 Member States have yet to implement any restrictions on high-risk suppliers, posing significant security vulnerabilities; calls for the full implementation of the EU toolbox for 5G security in order to reduce reliance on high-risk vendors; calls on the Commission to make the toolbox binding, specifically with regard to high-risk vendors in critical infrastructure; Simplification 93. Notes that to achieve true technological sovereignty, the EU must have viable commercial alternatives; stresses that the EU must urgently pursue a comprehensive agenda of simplification and bureaucracy reduction to foster an innovation-friendly environment capable of supporting competitive European alternatives to dominant global digital players; underlines that excessive administrative burdens, fragmented regulatory frameworks, an incomplete digital single market and overly complex compliance procedures disproportionately impact European start-ups, scale-ups and SMEs, limiting their capacity to compete at global level; recognises that the EU should therefore prioritise regulatory streamlining and the deepening of the digital single market, ensuring that legislation is proportionate, innovation-driven and does not stifle the development of European technological solutions; 94. Emphasises the need for new legislative proposals to be aligned with better regulation principles, ensuring that any new digital policy measure that affects competitiveness is accompanied by an impact assessment, including a competitiveness, SME and small mid-cap check that evaluates whether a given legislative instrument is necessary, proportionate and does not create unnecessary burdens for businesses, especially SMEs, and thus its effects on competitiveness, investment prospects and consumer welfare; 95. Highlights that the simplification of EU legislation must not endanger any of the fundamental rights of citizens and businesses and thus jeopardise regulatory certainty; believes that any simplification proposal should not be rushed or proposed without proper consideration, consultation and an impact assessment; 96. Welcomes the Commission’s commitment to fully implement the principle of burden reduction for companies in EU legislation; calls on the Commission, therefore, to enhance its efforts by aiming to remove more cost and administrative burdens for businesses compared to the benefits that would be derived from any new regulatory requirements introduced at EU level in the same policy area, so that barriers to market entry are removed to help European companies to scale and grow; 97. Calls on the Commission to ensure consistent simplification, implementation and enforcement of EU digital legislation through the Digital Package, streamlining definitions and reporting procedures, assessing ways to alleviate reporting obligations and reducing the gap between industry and government; 98. Believes that supporting companies and innovators to stay in Europe by developing the EU as an attractive and agile business environment is key to enhancing technological sovereignty; emphasises, in that regard, that excessive regulation and administrative burdens should be avoided and that EU rules should be clear, consistent, predictable, proportionate and technologically neutral, thus maintaining a globally competitive regulatory environment; believes that new public procurement methods and the development of regulatory sandboxes and test beds should also contribute to an innovation-friendly framework; 99. Welcomes the Commission’s proposal of a 28th legal regime, recognising that a single, harmonised set of EU-wide rules will be a game changer for digital investment and innovation; believes that reducing regulatory fragmentation across 27 national legal regimes will boost private investment, lower compliance costs and accelerate the deployment of next-generation digital infrastructure, products and services; encourages the Commission to ensure that this framework specifically addresses regulatory barriers in the digital sector, such as permitting and cross-border data flows, in order to create a true digital single market; 100. Urges the Commission to create a single point of contact to simplify the application process for private-sector access to EU funding mechanisms, ensuring that private companies, SMEs and start-ups can more easily participate in digital investment programmes; Energy 101. Emphasises that data centres will put additional pressure on electricity grids, making it imperative to reinforce them through anticipatory investments; stresses that data centres can also help stabilise the grid by participating in demand-side flexibility; calls for measures to incentivise such contributions based on the implementation of the revision of the European electricity market reform; 102. Calls on the Commission and the Member States to propose and implement instruments that ensure orderly planning of the escalating energy demand from data centres, facilitating their strategic placement near available energy sources and thus minimising reliance on the broader grid infrastructure; 103. Recognises that fibre is more energy efficient than traditional copper networks; acknowledges the importance of reducing energy consumption in data transmission and ensuring long-term stability and efficiency; 104. Calls on the Commission to ensure a reliable and sufficient clean energy and net-zero technology supply to support the digital infrastructure of the future; Skills 105. Recognises the urgent need for more skilled professionals in digital fields to meet the EU’s strategic objectives; calls on the Member States to develop national strategies and incentives to retain European talent and attract the world’s best digital professionals, thereby strengthening the EU’s innovation capacity and technological leadership; 106. Stresses the importance of closing the digital and STEM skills gap to enhance technological resilience, innovation capacity and open strategic autonomy; calls on the Member States to strengthen investments in digital education, upskilling and reskilling, particularly in areas essential for the green and digital transitions; supports prioritising investments that address digital skills shortages, particularly in AI, cybersecurity, data analysis and clean technologies, in order to support innovation and technological sovereignty; 107. Calls for coordinated strategies at national level to improve access to high-quality STEM education, promote lifelong learning and attract talent to ICT and related fields; encourages partnerships between public institutions, industry and educational providers to ensure alignment between curricula and evolving market needs; 108. Calls for intensified efforts to improve digital literacy and skills across all demographics, focusing on early STEM education, vocational education and training, and lifelong learning in digital technologies; recommends aligning national education and training strategies with the EU Digital Decade goal of 80 % of the population possessing basic digital skills by 2030, with a focus on gender-inclusive policies to increase women’s participation in ICT and STEM fields; calls on the EU institutions to take concrete steps to uphold the commitments referred to in the European Declaration on Digital Rights and Principles for the Digital Decade, both within the EU framework as in the Union’s cooperation with third countries; 109. Supports the establishment of a common EU certification framework for digital and technical skills to improve the recognition and portability of qualifications among the Member States; 110. Encourages the European Investment Bank and national development institutions to support digital talent retention by co-investing in European deep-tech start-ups, ensuring that EU-funded innovation remains within the region and contributes to Europe’s technological sovereignty; Research and innovation 111. Recognises the importance of bridging the gap between research and commercialisation and calls on the Commission to enhance the valorisation of innovation within the EU; 112. Believes that Europe’s ability to transform research into market-ready solutions is critical for building necessary capabilities and reducing reliance on non-EU technologies; 113. Emphasises that funding needs to be strategically allocated to accelerate the development and market introduction of solutions that strengthen Europe’s technological resilience and drive innovation; underlines the importance of a more agile, excellence-based funding structure, particularly in improving the translation of research into industrial applications; calls for increased investment in R&I to strengthen Europe’s knowledge and technological capabilities and insists that EU research, development and innovation (RDI) funding be based on open competition and excellence; 114. Highlights the need for policies that support industrial innovation, including targeted investment in key strategic technologies where Europe can lead globally, such as quantum computing, in order to build an innovation ecosystem; 115. Believes that private investment in RDI is of utmost importance and calls for the EU to create incentives that effectively leverage private funding for the development of critical technologies, including through public-private partnerships; 116. Stresses the urgent need for stronger incentives to mobilise private sector capital for technology-driven innovation; encourages the Member States to introduce targeted fiscal incentives, regulatory simplification and risk-sharing instruments designed to attract private equity to the technology and digital sectors; highlights the need to streamline cross-border capital flows within the single market to facilitate access to finance for innovative European start-ups; Standards 117. Strongly believes that promoting interoperability and EU standards is paramount to fostering competitiveness in the technology sector, as it ensures that products can be connected and work with each other, thus fostering innovation and open markets; recalls that both interoperability and common technological standards pave the way for the functioning of the single market; 118. Underlines that the Commission must increase its engagement in existing global standardisation structures and focus on the international uptake of European standards through a bottom-up approach, avoiding centralisation; Partnerships 119. Welcomes the EU’s commitment to negotiating DTAs that facilitate secure and competitive digital infrastructure development with partner countries; encourages the Commission to increase efforts in negotiating DTAs with additional partner countries; 120. Calls on the Commission to accelerate technical cooperation in multilateral forums such as the G7, the Organisation for Economic Co-operation and Development and the World Trade Organization (WTO) so as to develop global standards for digital governance, AI regulation, cross-border data flows and emerging technologies; 121. Urges the Commission to advance negotiations on a permanent solution to the WTO moratorium on e-commerce to prevent the introduction of digital tariffs, ensuring international digital trade remains open, predictable and conducive to innovation; ° ° ° 122. Instructs its President to forward this resolution to the Council and the Commission

VIVA SPINELLI (BARBARA)!

Non c’è nessuno che lanci un’azione politica operativa  per rovesciare la situazione di dipendenza dell’ Europa.

Nell’ articolo “Zelenski, nuova ancella di Trump” su “il Fatto Quotidiano”, Barbara Spinelli ha pubblicato una descrizione semplice ma efficace del rapporto fra UE e Stati Uniti, affermando tra l’altro che che:

– si “punta a impedire in tutti i modi la nascita di una potenza europea pronta a cooperare con la Federazione Russa”;

-“nei Baltici gli abitanti russi (27% in Lettonia, 24 in Estonia, 6 in Lituania) sono discriminati in ambito linguistico, di accesso al pubblico impiego, di cittadinanza. Lo status è “non cittadini”, o “alieni” in Estonia”, il che è in flagrante contrasto con i tanto conclamati diritti delle minoranze;

-“la Ue punisce con il congelamento dei conti bancari chi denuncia la russofobia: lo decide il Consiglio dei Ministri Ue senza preventivi pareri giudiziari e parlamentari, proprio come Trump”Aggiungiamo che la UE, come Trump, punisce in questo modo anche cittadini non UE, come lo svizzero Maud;

-“l’Ucraina dev’essere sovrana, ma il Venezuela no, e neanche la Cina o la Palestina cui viene negato lo Stato”. Ma sono sovrani la UE, che accetta tutte le imposizioni di Trump, e l’Italia, che addirittura accetta come parte del suo sistema di sicurezza, un corpo paramilitare americano che neppure nel suo Parese sarebbe competente per le funzioni che svolgerà a Milano?;

-un’autonomia strategica  sarebbe stata possibile – sarebbe possibile- resuscitando la “casa Comune” che Gorbachev propose  di edificare con  gli Occidentali del Vecchio Continente. Quel treno è passato. Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto, nei primi anni ’90, perché ci dividessimo in Vecchia e Nuova Europa e il treno dell’ Eurasia non passasse mai”.

1.Tener testa alle pressioni

Spinelli conclude l’articolo magistralmente, sintetizzando come segue la formula utilizzata da John Carney, Primo Ministro canadese, al colloquio di Davos:una ”sovranità basata non più sulle regole ma sull’ abilità a tener testa alle pressioni”.

Come avrebbe detto ironicamente  De Gaulle, “vasto programma”, ma ben difficile da attuare se non si analizzano e si affrontano uno per uno i motivi e le modalità di queste pressioni:

-creazione in Europa di forze paramilitari parallele, come Gladio, per garantire con la forza la “fedeltà” al Patto Atlantico, oggi rese inutili dalla presenza di 80 soldati statunitensi, oltre ai membri della “Intelligence community”, e, ora, anche dell’ICE;

-il controllo capillare attraverso il web;

-accordi segreti, come quelli che disciplinano l’uso delle basi e l’operatività dei servizi segreti americani in Europa (p.es., il cosiddetto “Kanzler-Akte”);

-conformismo ideologico bipartisan;

-“pasportizacija”(doppio passaporto) di molti personaggi pubblici, come Schlein o Rampini;

-immunità dei militari americani (Cermis, Extraordinary Renditions);

-trattamento di favore delle multinazionali (p.es. Lockheed, Starlink, Microsoft, META);

-Centri di ascolto e intercettazioni (es. Echelon, Prism);

-“advocacy” a favore delle multinazionali (p.es. quella contro Olivetti o Huawei);

-backdoors nei computer, come nel caso dell’EMC;

-investimenti diretti (come quelli di Google e Amazon);

-industrie culturali (p. es., Netflix);

-egemonia dell’Inglese, che è divenuto l’unica  lingua veicolare delle Istituzioni.

Di fronte alla pressione incrociata di tutti questi elementi, è ben difficile che un qualche politico, europeo o degli Stati membri, opponga serie resistenze, per non fare la fine di Olivetti, Mattei, Herrhausen o Calipari.

Il rapimento di Maduro ha provocato un ulteriore sgomento, per la sua risolutezza ed efficacia.

2. Il Caso Maduro come messaggio di ricatto verso i vertici politici.

Il Venezuela possedeva effettivamente i radar cinesi JY-27A, sistemi a onde metriche teoricamente in grado di rilevare velivoli stealth come l’F-35 e l’F-22. Sulla carta, questa rete di difesa aerea, che includeva anche gli S-300VM russi, era una delle più moderne del Sud America. Eppure, durante l’attacco, l’F-35B e l’F-22A hanno operato su Caracas senza incontrare alcuna resistenza. Questo completo fallimento ha causato scandalo, sanzioni  contro l’esercito venezuelano e sospetti di tradimento. I rapporti suggeriscono che i sistemi di difesa siano stati deliberatamente disattivati ​​o sabotati, rendendo impossibile trarre conclusioni sull’efficacia tecnica dei radar.

Preparato meticolosamente dall’agosto 2025, l’attacco si è basato su informazioni infiltrate della CIA, voli di ricognizione che hanno permesso agli EA-18G Growler di mappare le firme elettroniche dei radar venezuelani, quindi su una devastante offensiva di guerra elettronica. Il giorno X, i Growler e gli F-35 hanno saturato lo spazio elettromagnetico venezuelano con interferenze intensive, esche e possibili attacchi cyber.

Il colpo di forza di Caracas dimostra la dominanza americana in una serie di settori: intelligence, cyberguerra, coordinamento inter-arma, pianificazione e alta qualità del personale.

3.L’arretratezza militare dell’ Europa è causata dalla sua assenza dal mercato dell’informatica[LR1] 

L’Unione europea sta perdendo la corsa mondiale all’IA su quasi tutti i parametri chiave Gli Stati Uniti hanno prodotto 40 foundation models di IA (ovvero un algoritmo di AI addestrato su grandi quantità di dati generali). La Cina ne ha sviluppati 15. Tutta l’Europa insieme ne ha creati solo tre.

Mentre Cina e Stati Uniti investono miliardi in infrastrutture, talenti, start-up, laboratori e ricerca, l’Europa rimane concentrata sulle regole.

Nonostante la posizione attuale, l’Ue si rifiuta di ammettere la sconfitta: nell’ambito della sua strategia AI 2025, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha promesso che “d’ora in poi sarà ‘AI first'”, giurando di “non risparmiare alcuno sforzo per fare dell’Europa un continente IA”.

Sebbene l’Europa produca i migliori talenti, non riesce a trattenerli. L’Ue ha circa il 30 per cento in più di professionisti dell’IA pro capite rispetto agli Stati Uniti, ma finanziamenti migliori, percorsi di carriera più chiari e normative più morbide all’estero li attirano.In totale, un terzo degli specialisti di IA non statunitensi si trasferisce negli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti investono nell’IA da quattro a dieci volte di più rispetto all’Ue. Gli investimenti annuali in AI negli Stati Uniti ammontano a 60-70 miliardi di dollari, rispetto ai circa 7-8 miliardi di dollari dell’Ue.Nell’ultimo decennio, gli investimenti privati nell’IA negli Stati Uniti hanno superato i 400 miliardi di dollari, mentre tutti i Paesi dell’Ue hanno attirato circa 50 miliardi di dollari.

Questa carenza di finanziamenti si ripercuote direttamente sull’infrastruttura europea per l’IA.Il continente ha meno centri dati e molta meno capacità di calcolo specifica per l’IA. Per ovviare a questo problema, la Commissione europea ha annunciato iniziative, tra cui “fabbriche” di IA e future “giga-fabbriche” con molti acceleratori, sostenute da finanziamenti pubblici e da previsti co-investimenti privati.

Con l’iniziativa InvestAI, l’Ue intende mobilitare 200 miliardi di euro, di cui 20 miliardi per la costruzione di un massimo di cinque giga-fabbriche di IA, ciascuna delle quali dovrebbe produrre oltre 100mila chip avanzati di IA.

Oltre alle infrastrutture, l’Ue ha aumentato costantemente i finanziamenti per l’IA. Attraverso Horizon Europe e Digital Europe, la Commissione stanzia già più di un miliardo di euro ciascuno per l’IA.Il piano d’azione per il continente sull’IA ha mobilitato 20 miliardi di euro per lo sviluppo dell’IA nell’aprile 2025, seguito da un miliardo di euro nell’ambito della Strategia per l’applicazione dell’IA nell’ottobre 2025.

Il venture capital europeo è strutturalmente più cauto di quello statunitense. Le start-up di IA in Europa raccolgono circa 8,5 milioni di dollari nei loro primi round di finanziamento, rispetto ai 13 milioni di dollari negli Stati Uniti.Le società di venture capital statunitensi gestiscono circa 270 miliardi di dollari, sei volte di più dei 44 miliardi gestiti in Europa.

L’applicazione dell’AI Act è incoerente e insufficiente. Mentre alcuni Stati membri come l’Italia, la Spagna, la Danimarca e l’Irlanda stanno facendo progressi significativi nell’applicazione della legge sull’IA, altri non dispongono ancora di organi di controllo pienamente operativi, mettendo a rischio l’impatto immediato della legge sull’IA.

La frammentazione riguarda anche i dati. Le differenze nell’applicazione della privacy, le norme settoriali e le pratiche di condivisione dei dati del settore pubblico rendono difficile la creazione di serie di dati a livello continentale.Gli sviluppatori di alcuni Stati membri affermano che le diverse interpretazioni del Gdpr e delle leggi sul copyright limitano i set di dati che possono utilizzare.Di conseguenza, le aziende si affidano spesso a dati non europei o a modelli di intelligenza artificiale stranieri addestrati altrove.

Per il momento, l’Europa dipende in larga misura da attori esterni per i componenti fondamentali dell’IA.

I modelli linguistici di grandi dimensioni più importanti al mondo sono americani o cinesi. Le aziende europee si affidano a piattaforme che non controllano.Nel complesso, i fornitori statunitensi controllano circa il 72 per cento, mentre le aziende con sede nell’Ue rappresentano meno del 20 per cento.Gli Stati Uniti dispongono di una capacità di supercalcolo dell’intelligenza artificiale 17 volte superiore a quella europea e controllano il 74 per cento del calcolo dell’intelligenza artificiale di fascia alta a livello mondiale.La maggior parte dei chip avanzati di IA sono progettati e prodotti al di fuori dell’Europa, principalmente negli Stati Uniti e nell’Asia orientale.

La Cina è in testa ai brevetti di IA e sta avanzando rapidamente nell’IA generativa, plasmando gli standard e la concorrenza a livello globale.

4. Il “Digital Networks Act”: cosa (non) cambia per le Big Tech e per le Telco.

Anche l’evoluzione del Digital Networks Act tetimonia della crescente pusillanimità delle autorità europee.

In base alla proposta di riforma, la Commissione fornirà semplici orientamenti alle autorità nazionali di regolamentazione sullo sviluppo delle infrastrutture in fibra ottica, fondamentali per raggiungere i suoi obiettivi digitali e recuperare il ritardo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina Il Digital Networks Act consentirà inoltre ai governi di prorogare il termine del 2030 per la sostituzione delle reti in rame con infrastrutture in fibra ottica, se potranno dimostrare di non essere pronti, hanno affermato le persone.

Il documento in dirittura d’arrivo riflette un lavoro durato un biennio. La Commissione aveva  sulle esigenze infrastrutturali europee già all’inizio del 2024, pubblicando il white paper “How to master Europe’s digital infrastructure needs?”, che ha posto le basi concettuali per un nuovo quadro normativo sulle reti.La Commissione ha affiancato alla consultazione tre studi tematici (interconnessione transfrontaliera, accesso all’infrastruttura, finanziamento) e ha collegato il Dna alla revisione della “ Recommendation on relevant markets” e ad altri testi (Gigabit Infrastructure act, revisione del Codice europeo delle comunicazioni).

Il regolamento, che avrebbe dovuto essere approvato a metà dicembre,  è stato presentato il 20 gennaio da Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea e Commissaria per le tecnologiedigitali e di frontiera. Il ritardo è dovuto a una serie di ostacoli interni, inclusi i caveat di una commissione di controllo che ha evidenziato carenze nella valutazione dell’impatto della legge, nonché l’acceso dibattito tra fautori e critici,in primis le Big Tech .

Secondo le indiscrezioni,  i GAFAM  saranno infatti soggetti solo a un quadro volontario piuttosto che alle norme stringenti a cui i fornitori di servizi di telecomunicazioni devono invece conformarsi. “Sarà loro chiesto di cooperare e discutere volontariamente, con la moderazione del gruppo dei regolatori delle telecomunicazioni dell’Ue Berec. Non ci saranno nuovi obblighi. Sarà un regime di buone pratiche”, precisa una delle fonti interpellate da Reuters.

Per le “telco”invece il quadro è destinato a mutare: in base a quanto si legge nella bozza del documento, la Commissione stabilirà infatti la durata delle licenze per lo spettro radio, le condizioni per la vendita delle frequenze e una metodologia di determinazione dei prezzi per guidare le autorità nazionali di regolamentazione durante le aste dello spettro radio, “che possono fruttare miliardi di euro ai governi”, sottolineano le fonti.


 [LR1]

GUERRA DI LIBERAZIONE DAI GAFAM?

Prima, educare una  nuova Classe Dirigente.

1.I dazi, la Groenlandia, la penalizzazione di Breton

I dazi erano  stati imposti da Trump con la motivazione che noi Europei saremmo dei “parassiti” che “derubano l’America”, con il loro “surplus commerciale”,  quando in realtà è l’America che ci ha taglieggiati da 80 anni con la sua fornitura di pretesi “servizi”, non richiesti -perché non sono altro che il pagamento travestito di un tributo (basi militari, banche d’affari, società di rating e revisione, piattaforme digitali), con cui il deficit commerciale ampiamente si compensa -. Dazi che sono stati ulteriormente rincarati con l’imposizione di investimenti forzosi negli USA, più acquisti forzati di prodotti della difesa. Il punto di scontro (per altro prevedibile) è stato infine la richiesta di un alleggerimento, per le piattaforme americane, delle normative europee in materia digitale (antitrust, tasse, privacy, intelligenza artificiale), che ha dimostrato che Trump è solo una testa di legno dei GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft, ma ora dovremmo aggiungere Palantir, META,X: “GAMPFAMX”?).

La nomina di un “Rappresentante” per la Groenlandia è stata chiaramente quella di un governatore americano su un territorio oggi europeo, atto che anticipa la promessa  annessione “manu militari”. D’altronde, l’affermazione che “il Canada e la Groenlandia ci servono per la difesa nazionale, che equivale alla difesa del mondo” significa che, contrariamente alla propaganda di Trump,  gli USA sono tutt’ora (o pretendono di essere ancora) l’unico impero mondiale, i cui interessi strategici si assume coincidano con quelli dell’ Umanità. In tutto ciò, gli Europei, lungi dall’ essere degli alleati, sono degli estranei, o ancor meglio dei sudditi, che non debbono immischiarsi nelle scelte sovrane dell’America.

La sanzione unilaterale  a un (ex-) commissario UE e a giudici della CPI confermano quanto sopra affermato: gli USA si considerano al di sopra di qualsivoglia autorità europea e internazionale, ch’essi possono sanzionare a loro piacimento per via amministrativa, senza diritto di ricorso, con una laconica motivazione “Ci hanno danneggiati”. Siamo sudditi, e la lesa maestà degli States è di per sé il delitto più grave. Va già bene che non ci fanno uccidere da droni assassini come i generali iraniani, e come Zelenski vorrebbe fare con Putin.

2.Si può creare una “deterrenza anti-USA”?

In conseguenza di tutto ciò e altro ancora, come scrive giustamente Bill Emmot su “La Stampa” di Sabato 27, “la deterrenza non è più necessaria soltanto per mantenerci al sicuro dalla Russia: è necessaria per mantenerci al sicuro dall’ America”. Come abbiamoscritto in precedenti post,i motivi di fondo per opporsi all’ America in realtà sono molto più solidi di quelli per opporsi alla Russia, la quale ultima, come del resto anche  l’ Ucraina, è semplicemente una delle tante macro-regioni dell’ Europa (anzi, è la più grande, e per questo avrebbe dovuto fare oggetto fin dall’ inizio di una considerazione speciale).

Peccato che, per opporci agli USA, per dirla con Trump, noi  “non abbiamo le carte”. Infatti, per 300 anni lobbies trasversali hanno fatto di tutto per farci allineare  sempre più con la cultura , i valori e i sistemi militari americani. Gli USA non sarebbero divenuti indipendenti senza le truppe inviate da Luigi XVI(che se ne dovette pentire amaramente) e i buoni uffici  delle “Logge Militari”. Le insurrezioni “liberali” in Europa furono fomentate dagli esuli napoleonici delle due Americhe (fra cui Garibaldi). La Francia e la Russia vendettero agli USA per importi irrisori (prestati da banche europee) la valle del Mississippi e del Missouri (la Luisiana francese) e l’Alaska. Nella IIa Guerra Mondiale, per espresso riconoscimento del Presidente americano di allora, gli USA finanziarono tanto i nazisti quanto i sovietici, in modo da essere in ogni caso dalla parte del vincitore. Dopo la guerra, crearono strutture segrete come Gladio, attraverso le quali finanziarono i “servizi deviati” e la “strategia del terrore”. Imposero alle nascenti Comunità Europee, attraverso teorici operanti negli USA (Mitrany), l’autolesionistica ideologia “funzionalistica”, e, all’ Italia, la vera e propria distruzione della divisione informatica dell’ Olivetti (vedasi il film della RAI e il libro della giornalista Melrose), che, con il P101, si avviava a dominare il mercato mondiale, e, innanzitutto, quello americano. Sottraendo inoltre la direzione del Movimento Europeo perfino al fedelissimo Churchill, Imponendo, ai nuovi Stati membri,  l’adesione alla NATO prima che all’Unione Europea, resero impossibile il crearsi, nel Consiglio, di una maggioranza neutralista. Quando Mitterrand e Gorbaciov s’ incontrarono al Castello di Hradcany per avviare la “Casa Comune Europea”, s’intromise Bill Clinton, e così non se ne fece nulla. Si rese la vita impossibile all’ EADS (società aerospaziale europea), che presto ripiegò sul ben più modesto formato dell’Airbus. Quando l’Italia aderì alla Via della Seta, Pompeo, e poi Biden, chiesero espressamente a Conte e a Giorgia Meloni, di ritrarsi dall’ accordo.Oggi, quando Airbus tenta, per l’ennesima volta, di uscire dal “Cloud” americano, si scontra con le posizioni acquisite da Palantir.

Per creare una vera “deterrenza” come suggerisce Emmot, bisognerebbe avere molto più coraggio.

3.La Presidenza Trump, braccio armato dell’impero dei GAFAM

Nel 1998,il Parlamento Europeo aveva scoperto l’esistenza della rete di ascolto Echelon, costruita dagli Stati Uniti in tutto il mondo,  destinata a spiare tutte le conversazioni  pubbliche e private, civili e militari, soprattutto dei Paesi “alleati”. Nel 2007, gli USA avevano implementato Echelon con il nuovo sistema Prism, tecnologicamente più avanzato. Edward Snowden aveva dovuto rifugiarsi in Russia dopo averne rivelato al mondo l’esistenza.

In tal modo, gli USA hanno acquisito rispetto al resto del mondo un vantaggio d’”intelligence” difficilmente recuperabile (che è il segreto della lunga resistenza dell’ Ucraina).

Nel 2014 , Schmidt e Cohen avevano scritto, in “The New Digital Age”, che Google avrebbe dovuto subentrare alla Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo. Con ciò, inauguravano l’attività pubblicistica dei guru dell’ informatica e il progetto politico di conquista del potere mondiale assoluto. Nello stesso periodo, Valladao teorizzava l’”America-Mondo”, una megamacchina mondiale governata centralmente dagli USA attraverso l’informatica. Poco dopo, ne “I signori del SilicioEvgeny Morozov spiegava che, attraverso la “società della sorveglianza”, l’establishment americano tenta di frenare lo slittamento del suo potere verso l’Asia, “bloccando” le società occidentali. Sempre Schmidt ha promosso la Commissione NSCAI, destinata a rinnovare negli Stati Uniti una nuova possente politica di aiuti di stato all’industria digitale, con l’obiettivo, espresso dal relatore Schumer, di “mettere il mondo intero fuori mercato”.

Con il 2° mandato di Trump, i guru dell’informatica hanno rovesciato le loro preferenze politiche (che prima andavano ai Democratici, quando non alla cultura “woke”), passando in blocco al movimento MAGA. Essendo  oramai completata la “pars destruens” della loro azione politica, consistente nel rincretinimento dell’Intelligentija con l’ideologia “Woke”, possono ora mostrare “in positivo” il loro vero volto: una setta fanatica e assetata si potere “incistata” negli USA e avviata alla conquista del mondo. Ultimamente, i direttori tecnici dei GAFAM sono stati incorporati, su iniziativa di Trump, nell’ Esercito Americano con il grado di Tenente Colonnello , imitando il modello cinese di “Fusione del Civile e del Militare”.

E’ questa, non già l’ambiente, la ripresa delle guerre o le autocrazie, la vera sfida per l’Umanità.

4.Il “Pacchetto digitale” UE al centro della rottura transatlantica

Si evidenzia così la logica dell’azione di Trump contro Breton. Per quanto la recente legislazione europea, estremamente carente, non abbia affatto frenato la presa di potere dei GAFAM (anzi, li abbia coperti ideologicamente) , la seconda presidenza Trump costituisce per essi, dopo la Commissione NSCAI, un’irripetibile occasione per mettere lo Stato americano al servizio del loro controllo sul mondo (il “momento straussiano” salutato da Thiel). Per questo essi, fedeli in ciò alle idee di Saint-Simon, hanno lanciato ciascuno un proprio libro e una propria ideologia, che giustificano tutti il ruolo dominante dei leader informatici all’ interno della “Repubblica Tecnologica”americana (Karp:epistocrazia, conservatorismo).

La legislazione tecnologica europea, sulla privacy, sull’ intelligenza artificiale e sui contenuti sul web,  è basata sostanzialmente sull’idea che ciò che è vietato fuori dal web lo sia anche dentro. Con ciò, essa non ha colto il nocciolo della Società del Controllo Totale: la mutazione esistenziale che l’informatica sta inducendo nell’essenza dell’Umanità, spegnendone l’individualità, la libertà, la creatività, e, quindi, la vita (Joy, Anders, Asimov, Rees, Yudkowski). Se l’Intelligenza Artificiale non fa altro che ripetere, assolutizzato e moltiplicato all’infinito e classificato in modo statistico, ciò che l’Umanità vi ha messo dentro (in pratica, la cultura della Modernità, già di per sé un’era di stagnazione e mediocrità), alla fine del processo gli uomini resteranno schiacciati dal peso del passato e del collettivo, e, senza alcun imprevisto, nessuno potrà più inventare nulla. Condizione ideale per un controllo centralizzato del mondo da parte delle macchine (la “Società del Controllo Totale”). Non c’è da stupirsi se, come già immaginava Capek nel 1923 e ora si sta ampiamente avverando, da quando esistono le Macchine Intelligenti, nessuno vuole più avere figli, perché non esiste più il futuro per gli umani.

Pur nei suoi modesti limiti, la legislazione europea costituisce comunque un ostacolo (insieme ai BAATX cinesi e ai “firewalls” russo e indiano), al controllo dei GAFAM sul mondo intero. Secondo i GAFAM, questi  ostacoli devono essere eliminati dall’ America non appena possibile, ed ecco che interviene, servizievole, il Presidente Trump.

5.La “Finestra di Overton” nella Società della Sorveglianza Totale.

Uno degl’infiniti aspetti del controllo dei GAFAM sulle società mondiali è il crescente monopolio dei “social networks” fra gli strumenti di comunicazione di massa. Per questo, la loro evoluzione s’incrocia con la lotta per l’influenza ideologica (“cultural wars”), lotta che mira a veicolare una ideologia dominante come strumento di coesione sociale e di condizionamento della politica. Nelle “democrazie occidentali”, quest’esigenza è più forte che in tante altre società. Infatti, svanita la forza plasmatrice della tradizione, venute meno le “élites naturali”, spappolatasi  la “Cultura Alta”, anche  le masse popolari sono in preda a un sostanziale nichilismo, a cui si tenta di porre un freno mediante la costruzione e la diffusione di “Grandi Narrazioni” che spieghino la realtà e diffondano autoritativamente standard di comportamento omologati (i cosiddetti “valori non negoziabili”). Nel mondo della cultura di massa, non è più ammessa  la competizione, per quanto limitata, fra diverse “visioni del mondo” (religiose, filosofiche, politiche), come accadeva ancora nel XX° secolo, bensì s’impone un unico indirizzo, risultato volta per volta di una lotta fra diverse lobby mediatiche, all’ interno di una fascia molto ristretta di opinioni, ricompresa in ciò che viene chiamato “Finestra di Overton”, all’ interno della quale debbono situarsi tutte le opinioni ammissibili. E’ ciò che viene definito gramscianamente come  “egemonia culturale”.

Nel XX° secolo, i limiti della Finestra di Overton erano fissati per legge (democrazia, antifascismo). Oggi, questi limiti vengono imposti con l’informatica (vedi  la vicenda “X”), colpendo con la cancellazione le opinioni che non si conformano alle norme sociali prevalenti (“Fake News”, “Hate Speech”, “Ingerenze Maligne”). Per questo, è divenuto fondamentale chi, e come, fissa i limiti della Finestra di Overton: negli Stati Uniti, i “giornaloni”, le TV GAFAM o X; in Europa, il Consiglio Europeo, la Corte di Giustizia, le “Agenzie” regolatrici, le Corti Costituzionali.

La presa del potere da parte del movimento MAGA ha comportato che, ai limiti posti tradizionalmente dalle culture di sinistra (“Cancel culture”, “Woke”, “Gender”) si stiano sovrapponendo quelli della “Alternative Right” (“Ordo Amoris”, “America First”). Questo periodo di transizione viene presentato come una liberazione, nel senso che le vecchie barriere sono state sostituite, e l’effetto delle nuove non è ancora chiaramente percepibile .

Nel rapporto transatlantico, questo risulta particolarmente evidente. Infatti, in USA e in Europa vigono oggi due tipi diversi di “Finestre di Overton”: in America, quella emergente del movimento MAGA; in Europa quella, preesistente, delle culture “woke” e “gender”. Perciò, i GAFAM e, di conseguenza, l’Amministrazione Americana, condannano la legislazione europea sui Media tra l’altro perché violerebbe la libertà di espressione, vietando cose che in America non sono più vietate (per esempio, i reati di opinione legati al fascismo, oppure quelli legati a una  visione “tridentina” della sessualità).

Queste differenze (in fondo marginali), vengono ingigantite dalla narrativa  MAGA, che vede nell’Unione Europea l’ipostasi stessa del “nemico interno”: il centro-sinistra anti-trumpiano.

Da ciò è derivata la politica ufficiale del Dipartimento di Stato contro gl’ “ individuals who have led organized efforts to coerce American platforms to censor, demonetize, and suppress American viewpoints they oppose. These radical activists and weaponized NGOs have advanced censorship crackdowns by foreign states—in each case targeting American speakers and American companies. As such, I have determined that their entry, presence, or activities in the United States have potentially serious adverse foreign policy consequences for the United States. 

Based on these determinations, the Department has taken steps to impose visa restrictions on agents of the global censorship-industrial complex who, as a result, will be generally barred from entering the United States. Further, based on the foreign policy determination, the Department of Homeland Security can initiate removal proceedings against certain individuals pursuant to INA section 237(a)(4)(C), which renders such individuals deportable.    

President Trump has been clear that his America First foreign policy rejects violations of American sovereignty. Extraterritorial overreach by foreign censors targeting American speech is no exception. The State Department stands ready and willing to expand today’s list if other foreign actors do not reverse course.”

Così, Breton e altri sono stati condannati per avere “spinto le piattaforme americane a censurare, boicottare e reprimere punti di vista americani”, per “avere promosso attacchi censori di Stati esteri, ai danni di autori e imprese americani”, costituendo così un “complesso globale di censura industriale”, “violando la sovranità americana”. In sostanza, tutto ciò che è americano deve arrivare dovunque nel mondo; ciò che è “Un-American” dev’essere vietato.

6.La guerra fra “Manifesto Cyber” e “Ordo Amoris”

Certamente, l’Amministrazione Trump ha buon gioco nel denunziare il clima censorio che è sempre esistito (anche sotto l’influenza americana) nell’ Europa post-bellica: i reati di opinione, in continuo aumento in questi anni (divieto de negazionismi, per esempio sull’ Holodomor; divieto di simboli totalitari; divieto di omofobia; divieto di Hate Speech; divieto di antisionismo), le campagne “contro la disinformazione”, in particolare quelle contro i media dei Paesi extra-europei (come FR e Sputnik).. Ma non è che l’America sia esente da questa colpa, perché, come ampiamente illustrato da Eric Voegelin, i Paesi “democratici” sono altrettanto “totalitari” di quelli cosiddetti “Marxisti” o “Fascisti”, e l’inasprimento della repressione contro il dissenso deriva dal clima pre-bellico fomentato ovunque soprattutto dagli USA da quando esistono i BRICS. Poi, proprio Trump ne sta combinando di tutti i colori: dalla “normalizzazione” del New York Times, alla cacciata dei giornalisti ostili…Infine, se vi è un Paese in cui l’opinione pubblica è imbrigliata dai media e dai social, è proprio l’America.

Tuttavia, l’Amministrazione americana tende a esagerare questi problemi, perché oggi la politica negli USA è particolarmente polarizzata, sicché l’Europa viene descritta come la quintessenza della “cultura woke”, che va estirpata in quanto attacco all’ “Identità Occidentale”. Tipico a questo proposito il discorso di A.D.Vance alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Discorso che per altro si inserisce nella polemica fra Vance e il Papa americano, proprio sull’ interpretazione di un concetto fondamentale di quel Padre della Chiesa:l’”Ordo amoris”, sul se sia lecio per i Cristiani “graduare” l’amore fra i “prossimi” e i “più lontani”.Su questo punto,  noi non siamo d’accordo, né con il Papa, né con Vance, perché,a nostro avviso, avviso Agostino pensava a un fatto molto personale e intimo: il distacco dalla sua amante per seguire la sua vocazione ecclesiastica. Inoltre, San Tommaso aveva fatto salva la gerarchizzazione di Sant’Agostino, ma inserendo  un correttivo per lo stato di necessità.

Si è realizzata qui un’inversione di ruoli fra USA ed Europa, nel senso che, mentre nel 1796, gli Stati Uniti rappresentavano  l’ideologia utopica dei Diritti Universali dell’ Uomo,  essi si presentano come i rappresentanti a livello mondiale di una volontà di restringere tale carattere universale (per esempio nei rapporti di genere e verso il resto del mondo), e accusando l’Europa di “essere troppo a sinistra”per le sue politiche di immigrazione e LGTB+ (per altro copiate pedissequamente dall’America). In sostanza, si accusa l’ Europa di continuare ad attenersi alle politiche propri della precedente Amministrazione americana.

 Questa rappresentazione è troppo schematica, perché la dicotomia “destra-sinistra” non funziona più da circa un secolo (cfr. Sorel, D’Annunzio, Mussolini, Sternhell,  Blair, ecc..), ma è soprattutto inservibile oggi, quando i problemi sono ben diversi che al ,momento della Rivoluzione Francese, quando quella terminologia era nata.

Nel movimento MAGA sono confluite posizioni “teocon” (p. es. il “Momento Straussiano” di Thiel), “tecno-fasciste” (Yarvis), cattoliche conservatrici (A.D.Vance), mentre in Europa è divenuto difficile distinguere fra post-marxisti, post-democristiani, post-fascisti e puri e semplici populisti, per altro tutti accomunati da una generica credenza nel “Progresso” e nella “Democrazia”.

In sostanza, la colpa degli Europei sarebbe che la loro intolleranza è diversa da quella dell’ America perché i partiti al potere sono diversi; gli USA pretendono ora, con MAGA al potere, la stessa cosa che pretendevano i Democratici, cioè l’allineamento ideologico con il presidente in carica. Peccato che i MAGA non siano neppure coerenti con i propri presupposti ideologici, perché i GAFAM sono i motori immobili e i propulsori dell’omologazione “woke”, che avanza grazie alla trasformazione dell’ umanità in Cyborgs, che, come affermato correttamente in “Manifesto Cyborg” di Donna Haraway, ottunde le differenze fra i sessi, e, in tal modo, apre la strada alla “fluidità di genere”. Solo tale trasformazione rende infatti credibile l’ideologia della “Transizione”.

7. Credere ancora nella “Sovranità Digitale”dell’ Europa?

Dai tempi del Generale De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, molti in Europa hanno agitato un programma d’indipendenza tecnologica dagli USA, ma tutti li hanno abbandonati. Basta confrontare la situazione in cui si trova oggi l’Europa con quella in cui si trova la Cina, che, libera dai condizionamenti americani, ha realizzato molti dei programmi che De Gaulle aveva pensato per l’Europa: lanciatori spaziali, satelliti artificiali, aerei ipersonici, treni ad alta velocità. Al contrario, Macron , che si è costantemente sbilanciato nel promettere programmi di autonomia, non ha neppure recuperato le posizioni di Mitterrand e Chirac, perdutee nel 2013 con lo smantellamento dell’ EADS. Tutto ciò è in realtà uno dei motivi fondamentali dell’ Euroscetticismo.

Casi quali la spinta politica degli Usa per escludere le Big Tech dalla tassa minima globale negoziata da OCSE e G20, l’affondo del vicepresidente J.D. Vance a favore dei tecno-oligarchi contro la (indubbiamente ipertrofica) burocrazia europea, il sostanziale assorbimento nel perimetro delle Big Tech del progetto di cloud sovrano Gaia-X e il motore di ricerca QWANT mostrano quanto sia oggi ancor più complesso, per l’Europa, trovare una via autonoma. E perfino aziende come Airbus, che, pure drasticamente ridimensionata nel 2013,  rappresenta la più compiuta e pressoché irripetibile esperienza di campione europeo integrato in un settore industriale trainante, hanno difficoltà a uscire dagli ecosistemi tecnologici americani.

Airbus mira oggi a investire almeno 50 milioni di euro per l’emancipazione dal cloud americano “.Un obiettivo dichiarato dai governi francesi e tedeschi da molti decenni, ma che non è mai stato raggiunto, anzi, ha portato addirittura alla dissoluzione dell’ EADS, il grande conglomerato franco-tedesco-inglese- spagnolo dell’ aerospazio.

8.Airbus e Palantir

Del resto, se anche si riuscisse a uscire dalla governance tecnologica statunitense, per aziende come Airbus resterebbe da scalare il livello successivo, quello della gestione strutturata dei dati. E la stessa esperienza dell’azienda a guida franco-tedesca conferma che è proprio qui che si trova forse il vero valore aggiunto statunitense.

Da circa un decennio, infatti, Airbus coopera strategicamente nientemeno che con Palantir, l’azienda americana del data mining e dell’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza guidata dal Alex Karp e finanziata da Peter Thiel, ambedue tecno-oligarchi vicini al presidente Trump e scrittori teorici del “tecnofascismo” dei GAFAM.

Skywise è un  ecosistema integrato  che aiuta le compagnie aeree, i fornitori di servizi di manutenzione, revisione e revisione (MRO) e i produttori di apparecchiature originali (OEM) a estrarre informazioni fruibili da dati complessi sugli aeromobili, cosa che  non sarebbe possibile senza un partner come Palantir

L’Europa continua a essere profondamente dipendente da infrastrutture digitali, modelli linguistici componentistica e servizi cloud sviluppati altrove. Nonostante l’ambizione normativa, oltre il 75% del cloud europeo è gestito dai tre grandi provider statunitensi e più dell’80% dei modelli Llm usati per addestrare i sistemi di Ai generativa arriva da aziende extra-europee. È un divario strutturale che non riguarda solo la competitività tecnologica, ma la capacità di mantenere autonomia decisionale in un contesto geopolitico sempre più instabile.

Come dimostrano l’esperienza americana e cinese e i fallimenti europei, la sovranità digitale è una realtà complessa, che ha come fondamento una cultura umanistico-digitale basata sulla propria identità culturale.

Mentre il progetto digitale dei GAFAM si fonda sulle pretese messianiche del sansimonismo, dell’ unitarianesimo e del trascendentalismo, e quello  cinese sulla sintesi fra i San Jiao e il  socialismo visto con le lenti di Mao e di Xi Jinping, l’attuale  progetto digitale europeo, che sottintende, senza dirlo, il pensiero di Teilhard de Chardin, è ancillare al messianesimo americano, e quindi non può reggere da solo. Mancano degli strateghi che non si limitino a copiare gli Americani. Perciò, occorrerà, con fondi pubblici, avviare un energico processo di formazione teologica, filosofica, storica, politica, pedagogica, informatica e militare, alternativa a quella impartita nelle grandi Università e centri di ricerca americani.

CONFRONTO FRA LE STRATEGIE PER l’AI

Europa, Cina e USA

La centralità dell’ Intelligenza Artificiale fa sì che le grandi potenze elaborino piani di azione in questo campo sempre più simili fra di loro nella speranza di superare l’avversario. Solo nel luglio del 2025 sono stati pubblicati quello cinese e quello americano. Nel frattempo, una serie di scienziati informatici ha elaborato un Manifesto europeo che caldeggia la creazione di un centro europeo per l’ AI, sulla falsariga di quanto da noi proposto da anni con il libro European Technology Agency.

 Vi è una fondamentale differenza fra il documento della Cina , che sposa l’idea, di Kissinger e di Judkowski, di un accordo internazionale sull’ AI,  e quello degli USA che lo ignorano, nella speranza di mantenere una posizione di vantaggio nei confronti degli avversari, riproponendo attraverso l’ AI l’egemonia dell’ “America-Mondo”, e, soprattutto, uno stretto controllo sui propri alleati. Resta da vedere se la presunta posizione di vantaggio degli USA sia ancora tale, perché, in caso contrario, la politica americana di chiusura si ritorcerà contro gli USA (e soprattutto i loro alleati -salvo Israele- spiazzati e impossibilitati a ricercare soluzioni autonome).

 Sullo sfondo si staglia i più che mai il pericolo, dettagliatamente illustrato da Judkowski, dell’ estinzione a breve termine dell’ Umanità, soppressa dall’ Intelligenza Artificiale Generale- tema sul quale violenta è la contrapposizione all’ interno degli stessi GAFAM, i quali, per lo più, propendono per una moratoria delle ricerche sull’ AI generale, in attesa di trovare soluzioni (oggi inesistenti) che garantiscano la sopravvivenza dell’ Umano in un mondo dominato dalle macchine.

Attualmente, anche se a qualcuno potrà sembrare paradossale, la difesa dell’”Umano” contro quella  presa di controllo da parte dell’AI, che, negli USA, non ha più limiti,  resta affidata sostanzialmente alla Cina, mentre l’Europa ha abdicato di fatto a questa sua vecchia ambizione cedendo scandalosamente sempre più a tutte le pressioni dei GAFAM e di Trump per un allineamento sull’ America su ogni fronte (regolamentazione, antitrust, tasse), come previsto nel Piano americano di azione di Luglio.

Eppure, neanche la Cina ha elaborato fino in fondo un progetto alternativo di società dell’ Intelligenza Artificiale, sicché resterebbe aperto, teoricamente,  un enorme spazio politico per un’ Europa che divenisse indipendente, anche culturalmente, dagli USA, elaborando la propria visione del rapporto uomo-macchina partendo dagl’insegnamenti dei grandi Europei che si sono occupati della formazione dell’uomo come base per il fiorire della società: da Ippocrate a Senofonte, da Bernardo di Chiaravalle a Ignazio di Loyola, da Carlyle a Nietzsche…Solo una siffatta impostazione globale avrebbe la forza politica per coagulare una coalizione capace di generare un autentico sforzo dell’ Europa.

1.Il Centro Europeo di ricerca sull’ Intelligenza Artificiale

Purtroppo, il Centro Europeo di Ricerca sull’Intelligenza Artificiale, invocato dagli studiosi della materia (Yann LeCun, Premio Turing e capo scienziato di Meta AI; Cédric Villani, Fields Medal; Bernhard Schölkopf del Max Planck Institute; e Marc Mézard, oggi alla Bocconi), riuniti  presso l’ Università di Bologna, non percorre questa strada, continuando a puntare solo sulle solite  soluzioni istituzionali, regolatorie  e finanziarie.

Nel Manifesto presentato all’Alma Mater si immagina un’istituzione compatta, con un forte nucleo scientifico dedicato tanto alla teoria quanto alle applicazioni. Ricordiamo che nessuno dei tentativi posti in essere in questa direzione ha avuto finora un peso istituzionale e politico neanche paragonabile a quello del CERN. Mancano una sede centrale, un budget comune, una governance unitaria europea, ma soprattutto una cultura non trans-umanistica critica della Modernità e una volontà politica veramente sovranista. L’Europa dell’Intelligenza Artificiale resta frammentata in mille rivoli, con provinciali progetti nazionali che competono più che cooperare. Oggi la potenza di calcolo , così come i grandi modelli linguistici è concentrata tra Stati Uniti e Cina. L’Europa contribuisce alla ricerca di base, ma fatica a trattenere i ricercatori e a trasformare i risultati in innovazione industriale Come dimostra ciò che si sta facendo negli USA e in Cina, senza una strategia coordinata, l’Europa rischia di diventare solo un laboratorio di talenti da esportare.

Un “CERN dell’AI” europeo potrebbe non essere solo un simbolo, bensì un modo per affermare che l’Intelligenza Artificiale non è proprietà di poche aziende globali, bensì un bene pubblico globale.

 Manca comunque l’aspetto umanistico, la formazione di quei nuovi “Kaloikagathoi” che dovranno essere in grado di padroneggiare, e, se necessario, dominare, l’intelligenza artificiale, come, a suo tempo,  Gilgamesh, Ercole e Ulisse padroneggiavano le forze della natura e popoli barbari e selvaggi.

Nel nostro libro “European Technology Agency”, proponevamo di fondere in un solo Ente i molteplici Enti già esistenti, tanto a livello europeo, quanto a quello nazionale, aggiungendo però un pesante aspetto umanistico, orientato secondo la cultura europea.

2.I piani delle Grandi Potenze

;   winning the race”), esclusivistico ed americano-centrico,si contrappone  quello del il “Piano d’azione Globale per l’AI” della Cina, dove l’obiettivo principale è una governance mondiale dell’IA, quale quella proposta da Kissinger prima di morire, e ripresa dal MIRI di Eliezer Judkowski (cfr,. il nostro post precedente)

Questa contrapposizione costituisce il coronamento di quello che, già quarant’anni fa, gli ufficiali cinesi avevano chiamato “Guerra senza limiti”, e che oggi vediamo svolgersi sotto i nostri occhi -che comprende 3° Guerra Mondiale “a pezzi”,  guerra ideologica, guerre commerciali e finanziarie, guerre tecnologiche, quale traspare soprattutto dall’ “Action Plan” americano-.Mentre la Cina vuole affermare, anche attraverso la tecnologia, un nuovo ordine multipolare che tenga conto dei cambiamenti geopolitici ed economici avvenuti in questi anni, gli Usa di Trump inseriscono lo sviluppo delle nuove tecnologie  nel loro tentativo di riportare il mondo alla seconda metà del 900, già descritto da Evgeny Morozov, che vede nell’informatica l’ultima trincea di un’egemonia occidentale in decadenza.

I due piani  rispecchiano la diversa postura che le due superpotenze stanno assumendo sullo scenario globale. Bisogna inquadrare il Piano cinese nella “lunga marcia” digitale intrapresa dal PCC, a partire dall’ascesa di Baidu, di Alibaba e di Huawei, per finire con la transizione verde e digitale, e collocarlo all’interno del contesto legislativo cinese caratterizzato dalle tre leggi principali sul digitale, che sono la “Legge sulla Cybersicurezza” del 2017, la “Legge sulla Sicurezza dei Dati” e la “Legge sulla protezione dei Dati Personali”, che ripercorrono le normative europee, rendendole però più snelle (grazie anche agl’ideogrammi), ma soprattutto effettive, almeno sul territorio cinese

L’amministrazione Trump si trova invece a dover affrontare una forte discontinuità con la visione e l’assetto normativo ereditato dalla precedente amministrazione Biden, anche se alcuni aspetti di fondo si mantengono inalterati. Il settore delle Big Tech in America non è a trazione statale come in Cina. Questo fa sì che ci sia la necessità, implicita ma presente nel piano USA, di riportare la gestione della materia il più possibile nelle mani del potere centrale, per evitare un vero “colpo di Stato” contro Trump da parte dei guru dell’ informatica, quale quello tentato da Elon Musk,.e anche per fornire al Presidente il necessario potere negoziale nei confronti delle altre Grandi Potenze.

3.L’attacco all’ egemonia americana e la sua difesa

Il documento cinese inserisce la propria strategia in un contesto multilaterale: l’IA deve essere considerata un “bene pubblico internazionale a beneficio dell’umanità , che però “presenta rischi e opportunità che possono liberare il loro potenziale solo attraverso la solidarietà internazionale… mantenendo gl’ impegni delineati nel Patto per il futuro e nel Digital Compact delle Nazioni Unite, per un futuro digitale inclusivo, aperto, sostenibile, equo, sicuro, protetto per tutti”.

Invece, nella premessa all’Action Plan americano si afferma che è  “un imperativo di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti raggiungere e mantenere il dominio tecnologico globale indiscusso e non contestato” perché “chiunque abbia il più grande ecosistema di IA stabilisce gli standard globali e raccoglierà ampi benefici economici e militari”. Nel Piano sono contenuti molti principi che servono a  esplicitare nel contesto dell’ IA i tradizionali concetti americani di controllo internazionale delle tecnologie (tipo “Trading with the Enemy e CoCom), mentre la Cina rilancia con forza la sua postura multilateralista anche se nei fatti egemonica, sulla base di una asserita “Intellectual leadership” dell’ “Impero di Mezzo” (o “Celeste Impero”), che risalirebbe fino alla Dinastia Zhou e ai Classici Confuciani:  la Cina tende così ad occupare a tutti i livelli lo spazio internazionale lasciato vuoto da Trump.

Allo stato attuale, come peraltro per quasi tutte le altre grandi questioni presenti sulla scena internazionale, sembra che le alternative a questa nuova divisione del mondo in due blocchi stentino a farsi strada. In particolare, manca più che mai un’ efficace presenza dell’Europa (alla quale la leadership brussellese continua a voler credere).

4.I “pilastri” del piano di azione degli Stati Uniti

I pilastri del piano USA sono 3:

(i)Accelerare l’innovazione:

-Ricadute dell’IA sui lavoratori americani

I lavoratori americani, devono essere messi in grado di conseguire  le competenze necessarie attraverso appositi piani formativi. Inoltre, si punta tutto sulla capacità delle imprese private, , a cui viene promessa totale deregolamentazione e sburocratizzazione.

-Scienza “nazionalizzata” e infrastrutture senza limiti

Il piano poi punta, per favorire la nascita di ecosistemi dell’IA, su “sistemi basati sull’ open-source e sull’open-weight che possano diventare standard globali basati sui valori americani” Il piano USA contemporaneamente all’indicazione, costituzionalmente ineccepibile, di sistemi di IA “basati sulla libertà di parola e di espressione”, delinea però un’IA “libera da bias ideologici per raggiungere obiettivi di verità oggettiva”, definizione che evoca scenari tipici delle culture politiche totalitarie dove esiste una sola verità oggettiva e cioè quella del regime.

-Indirizzo fortemente accentratore e dirigista, si rinviene anche nelle parti dedicate all’IA in rapporto alla scienza, dove se da un lato si parla di una “IA-enabled science” dall’altro si chiede ai ricercatori di concedere i loro dati alle imprese private per costruire un “world class scientific data set” americano, che al pari di un asset strategico consenta all’America di superare le altre nazioni che “sono avanti nell’ammassare enormi quantità di dati scientifici”. Quindi una scienza che usa il potenziale dell’IA a scopi strategici nazionali, al di fuori di qualsiasi contesto multilaterale. Una strategia che si pone in perfetta continuità con le scelte dell’amministrazione Trump di uscire dai trattati internazionali sul clima o dalle organizzazioni internazionali come il WHO, e che delinea uno scenario di contrapposizione “scientifica” in un mondo globalizzato e fortemente connesso, che ci riporta indietro ai tempi del “caso Lysenko” di staliniana memoria.

(ii)Costruzione delle infrastrutture per l’IA

E’ in totale linea con il  mantra trumpiano del “Build Baby Build”:Prevede una deregolamentazione totale che favorisca la “costruzione di data center , semiconduttori e infrastrutture energetiche e per la sicurezza che portino a vincere la gara mondiale con la Cina preservando la potenza tecnologica americana dalle incursioni avversarie”.

(iii)Leadership USA della diplomazia e della sicurezza dell’ AI

Il piano prevede una vera e propria “colonizzazione digitale” globale, costringendo le nazioni alleate ad “adottare il sistema americano dell’IA , capacità computazionale, hardware e standard tecnici, in tutto il mondo…è imperativo che gli USA sfruttino questo vantaggio in un’alleanza globale duratura”.Questa forzata “Alleanza per l’IA” dev’ essere “allineata ai valori americani”. Qui il documento esplicita con forza la necessità di contrastare la Cina nei suoi intenti egemonici sia a livello bilaterale, bloccando gli “alleati” degli americani all’interno di pacchetti tecnologici e valoriali “chiavi in mano”, ma anche contrastando l’azione cinese nelle organizzazioni internazionali (UN-OCSE-G7-G20-ITU-ICANN-ETC) che spesso “nascondono regolamenti onerosi, codici di condotta vaghi che… sono stati influenzati da aziende cinesi”. A questo scopo vengono arruolate tutte le amministrazioni pubbliche per allineare gli incentivi e le leve politiche di tutto il governo USA per indurre gli alleati ad adottare “sistemi complementari” per evitare di fornire tecnologia USA agli avversari. Emerge qui con evidenza la tematica già più volte negli ultimi mesi comparsa nella discussione pubblica in Europa, dell’affidabilità e dei limiti operativi (“Kill Switch”) della tecnologia fornita dagli USA ai suoi alleati.

5.La proposta cinese: cooperazione e sviluppo sostenibile

Il piano cinese, sintetizzato in 13 punti, propone  una strategia multilaterale per il controllo globale dell’IA, ponendo al centro la “partecipazione e collaborazione di tutti gli stakeholder, compresi governi, organizzazioni internazionali, imprese, istituti di ricerca, organizzazioni sociali e singoli cittadini, per accelerare lo sviluppo dell’infrastruttura digitale” e collegando inoltre l’IA allo sviluppo degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite:

(i)Standard unificati e alleanza con il “Global South”

Al principio dell’ “Open IA” , enunciato anche dagli USA, i Cinesi affiancano il tema della condivisione e quindi propongono di lavorare per la creazione di “diverse piattaforme internazionali per la cooperazione scientifica e tecnologica”.

-Al punto 4 si possono identificare varie “divergenze parallele” con il piano USA , laddove anche i Cinesi spingono per la costruzione delle infrastrutture necessarie all’IA finalizzate a promuovere un “sistema standard di potenza informatica unificata”, ponendosi però l’obiettivo di supportare nell’utilizzo di questo sistema le nazioni del “Global South” ,che, come si è visto sia nell’ambito degli ultimi G20 come nella riunione dello SCO (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai), rappresentano per Pechino l’equivalente dell’ “Alleanza Globale” invocata  dal Piano americano

(ii)Dati globali condivisi e sostenibilità energetica

Un altro punto di similitudine nei due piani di azione è quello relativo ai “dati di qualità” che vengono riconosciuti anche da Pechino come fondamentali per lo sviluppo dell’IA.. Sorvolando il problema dello stretto controllo centrale e della censura esercitati finora per tenere allineato il cyberspace alla visione del PCC, sottolineano la necessità di “salvaguardare attivamente la privacy personale e la sicurezza dei dati, migliorare la diversità dei data corpora dell’IA, eliminare la discriminazione e i pregiudizi e promuovere, proteggere e preservare la diversità dell’ecosistema dell’IA e della civiltà umana”.

Molto diverso l’approccio dei due documenti al tema energetico, a cause delle scelte totalmente divergenti in materia tra l’amministrazione americana, che punta decisamente su fossili e nucleare,  e la Cina, che,  coerentemente con i suoi piani di sviluppo delle rinnovabili, pone al centro della sua azione la “sostenibilità” energetica dell’IA, con uno sforzo non solo sull’uso delle fonti energetiche rinnovabili, ma anche sullo sviluppo di “chip a basso consumo energetico e algoritmi efficienti”.

(iii)Governance inclusiva contro frammentazione

Infine il piano per la governance globale cinese termina, come era iniziato, con un forte accento sulla necessità di incardinare lo sviluppo dell’IA all’interno del dialogo multilaterale, e in particolare del “Global Digital Compact” delle Nazioni Unite, per costruire una “governance inclusiva e multistakeholder”.

6.L’Europa tra multipolarismo e rischio marginalità

Con la presentazione contemporanea di questi due piani, il percorso della transizione tecnologica è diventato a pieno titolo un oggetto del confronto geopolitico mondiale. Questo fa sì che non sia più possibile una posizione attendista, e questo vale in primo luogo per l’Europa :Come ha affermato Mario Draghi,  “Gli Stati Uniti e la Cina usano apertamente il loro controllo sulle risorse strategiche e sulle tecnologie per ottenere concessioni in altre aree: ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la sovranità sul nostro futuro”.

(i)Una nuova agenzia europea per l’intelligenza artificiale

Come scritto nel Manifesto di Bologna, l’Europa ha bisogno, proprio come fu per la corsa allo spazio negli anni 60, di avviare immediatamente un processo multilaterale, come quello che portò alla creazione dello European Space Research Organization (ESRO) e dell’ European Launcher Development Organization (ELDO), che insieme confluirono negli anni 70 nell’ Agenzia Spaziale Europea (ESA), definendo e realizzando un progetto spaziale europeo indipendente da quello degli USA e dell’URSS. Bisogna dire che allora c’era il Generale De Gaulle.

(ii)Data corpora europei e portabilità dei dati

In primo luogo, la nuova Agenzia dovrebbe mettere nel mirino la creazione di “data corpora” europei facendo leva sugli enormi giacimenti di contenuti scientifici, culturali, giornalistici, industriali, sociali, presenti in Europa. Ma l’Europa deve anche difendere meglio la sua sovranità digitale ,a partire dalla richiesta di restituzione di una copia dei dati generati dai cittadini europei e immagazzinati nei server delle Big Tech , sulla base di quanto normato dall’art 20 del GDPR, e dagli altri regolamenti e direttive vigenti DGA, DMA, AI act, e, ora, soprattutto dal Data Act, che consentono la “portabilità dei dati” e cioè di richiedere una copia dei propri dati e metadati da qualunque piattaforma detenuti per trasferirli a chi si vuole. Qualcosa di parallelo alla richiesta di restituzione delle riserve auree italiane e tedesche depositate a Washington.

(iii)Una chiamata collettiva per la sovranità tecnologica

Ogni soggetto sociale dovrebbe partecipare a questa strategia. È una chiamata “a condividere i dati” per il mondo della scienza, della cultura , dell’impresa, del lavoro e del terzo settore e dell’economia sociale , che deve avere la stessa intensità che ebbe nel dopoguerra, quando tutti insieme parteciparono alla costruzione del progetto europeo. L’Europa per “usare” in maniera efficace e competitiva  i suoi dati, dovrebbe mettere in campo risorse economiche adeguate, come chiesto nel rapporto Draghi, per realizzare le sue infrastrutture tecnologiche, e cioè la rete di supercomputers e di data center necessari allo sviluppo delle IA. Inoltre, dovrebbe anche finanziare la ricerca scientifica, difendendo le carriere dei ricercatori europei e i progetti delle aziende europee dell’ICT.

Tutto ciò però è stato detto infinite volte e non si è mai realizzato, perché, dopo le traumatiche esperienze di Adriano Olivetti e di Mario Tchu, nessuno ha più il coraggio di intralciare i piani delle multinazionali americane dell’ informatica.

Chi ci darà il coraggio per questa battaglia?

“L’OCCIDENTE NON ESISTE PIU’?Salutare incertezza sull’ identità dell’ Europa (“Sovranità Europea”, “Nazionalismo Occidentale”, “Magna Europa”?)

1.L’Europa quale “Trendsetter of the Worldwide Debate”
Come ha affermato Ursula von der Leyen nella sua intervista a Die Zeit, «L’Occidente, per come lo conoscevamo, non esiste più: il mondo è diventato un globo anche a livello geopolitico».
Cose che noi abbiamo affermato per circa un cinquantennio, e non con preoccupazione, venendo per questo attaccati da tutti. Così continua la von der Leyen: serve «un’Unione europea pronta a lanciarsi in un mondo più ampio e a svolgere un ruolo molto attivo nel plasmare questo nuovo ordine mondiale che sta arrivando», e che aiuterà a superare l’attuale «disordine mondiale». Certamente, gli USA stanno manovrando, come sempre, perché l’Europa non possa acquisire questo ruolo di “Trendsetter of the Worldwide Debate”, a cui aspirerebbe la von Der Leyen, e il “ponte” che sta cercando di costruire Giorgia Meloni s’inserisce in questa strategia di Trump.
Se l’UE non potrà certo essere il vertice di questo movimento, potrebbe però essere (con USA, Cina e India) una delle potenze decisive dello stesso, com’era già nei voti, per esempio, di Leibniz (Novissima Sinica) e di Coudenhove-Kalergi (Paneuropa). Anche il “Nazionalismo Occidentale” propugnato da Giorgia Meloni potrebbe essere interpretato in un modo non incompatibile con un mondo multipolare, quale quello a cui accennava la von der Leyen, e senza riconoscere agli USA la continuazione di un ruolo di leadership.
Ma , per ambo le ipotesi, si richiede un enorme lavoro culturale, che oggi non c’è, perché i politici non sono vocati a svolgerlo. Solo a questa condizione l’attuale confusione potrebbe rivelarsi alla fine provvidenziale per la salvezza dell’ Europa e dell’ Umanità.
Intanto, come non ci stanchiamo di scrivere da decenni, partecipare alla configurazione di quel nuovo ordine mondiale è impossibile senza una propria deterrenza militare (“à tous les azimuts”, come voleva De Gaulle), culturale, tecnologica ed economica. Ed ecco che, ci dicono da Bruxelles, arriva giusto a proposito il piano di riarmo “Readiness Europe 2030”; ecco che Kaja Kallas dichiara che l’Europa diverrà il leader del “Mondo libero” (termine “rubato” all’ ideologia americana della Guerra Fredda). A dire il vero, è quello che hanno sempre pensato (inutilmente) buona parte delle élites europeiste, che per questo avevano parlato di “Stati Uniti d’Europa”, pensando forse di trasferire qui in Europa le idee occidentali, i GAFAM, i poteri forti, le organizzazioni segrete, i miliardari, le banche d’affari americane, la cui vita è oggi resa insicura in America dai conflitti fra la Realpolitik plebea di Trump e il terzomondismo e il wokismo delle grandi fondazioni e università. Praticamente, si trattava, e si tratta, soprattutto di invidia per il ruolo centrale delle élites americane.
Invece, per essere fattibile, un progetto di leadership europea dovrebbe andare al di là dell’ imitazione servile dell’America, e comportare anche una trasformazione radicale della cultura europea, e, in particolare:
-la fusione dell’Europa Occidentale con gli elementi più identitari dell’ Europa, come per esempio la naturale egemonia della Germania (che intanto si sta riarmando grazie a Rearm Europe), gli “Orienti d’Europa” (il mondo delle steppe, l’Euroislam), l’antimodernismo della cultura alta (la cosiddetta “Distruzione della ragione” criticata da Lukàcs), la pasionarnost dell’ Europa orientale (dai micro-nazionalismi baltici al neo-ottomanesimo, dalle nostalgie prussiana, nazista, DDR, jugoslava e sovietica, dalla “Wielka Polska Katolicka” alla “Romania Mare”, agl’irredentismi balcanici);

-costituire anche un “ponte” fra Europa e il resto del mondo. Questa nuova fusione non potrebbe farsi, né contro la Russia, né contro la Cina, ché, altrimenti, il “peso” dell’ Europa all’ interno dell’ Occidente risulterebbe troppo debole, e quest’ultimo risulterebbe isolato in un mondo intero che oggi è, intorno alla Cina, in “rivolta contro l’egemonia occidentale”.Al contrario, se si proseguisse nell’attuale idillio di Trump e di Meloni con Musk e con i GAFAM, il resto del mondo non potrebbe non considerare definitivamente l’Occidente come la roccaforte del transumanesimo, contro cui occorrerà procedere in modo spiccio, come ha fatto la Cina con il suo “Crackdown sui BAATX”.


2.E’ finita la retorica della “Pace Perpetua”

Intanto, come scrive, su La Stampa, Marco Revelli, “Ursula von der Leyen non dice la verità quando afferma, con una sorta di coazione a ripetere, che ‘l’Europa è ancora un progetto di pace’. Perché il retropensiero della sua Commissione è all’opposto quello di tentare di rimontare il fallimento della propria attuale irrilevanza con una velleitaria politica di riarmo, come se fallita la costruzione dell’Unione per via politica se ne debba tentare una per via militare. Via che peraltro, a conti fatti, solo la Germania sarebbe in grado di permettersi. Col bel risultato di trovarcela di nuovo armata nel cuore d’Europa, a ciclo compiuto, tra 5 anni, nel fatidico 2030 indicato da Ursula come l’anno in cui si sarà finalmente pronti alla guerra. Di chi con chi? Con la Russia di Putin, impero già ampiamente declinato? La Cina ancora così lontana? Con l’occupante di un qualche territorio irredento se gli ultranazionalisti di AfD dovessero ancora crescere? Non si sa.”
Una risposta chiara a questa domanda non c’è, né nella recente risoluzione del Parlamento Europeo, né nell’altrettanto recente Libro Bianco della Commissione. Eppure solo questa permetterebbe di comprendere quale sarà la natura, l’orientamento, la cultura e la struttura di potere del nuovo ordine mondiale multipolare.
Caduta la pretesa della Pace Perpetua, tanto la von der Leyen quanto la Meloni pensano purtroppo ancora all’ “Europa” come a un costruzione ideologica materialistica e tecnocratica, volta a realizzare il “Progetto Incompiuto della Modernità”, mentre l’America si distinguerebbe da essa solo per il temporaneo ritorno, sotto Trump, all’americanismo gretto di stile maccartista, senza particolari fondamenti culturali. Quanto a noi, non vediamo invece, oggi, nel 2025, una grande differenza fra i due progetti, ambedue figli del “millenarismo secolarizzato” e dell’eccezionalismo occidentale (in realtà, americano) ad esso connesso, che è sfociato nell’ egemonia di Musk e dei GAFAM, e che Trump non ha affatto respinto, ma invece sembra ancora subire passivamente. Sotto questo punto di vista, l’America resta il pericolo maggiore.
Vale la pena di fare intanto alcune precisazioni e commenti sull’improvvisa attualità del riarmo dell’Europa, prendendo in considerazione soprattutto tre aspetti: (i) la risoluzione del Parlamento Europeo, (ii)il Libro Bianco della Commissione e (iii) le trattative fra Trump e Meloni – tre diverse facce dello stesso finto orgoglio europeo, e sostanziale arrendevolezza dell’ Europa-.


3.La risoluzione del Parlamento Europeo.
Come scrive su La Stampa del 15/4 Salvatore Settis, commentando la risoluzione stessa (”La pace non si fa solo preparando la guerra”).” il Parlamento Europeo considera come la più grave minaccia per l’ Europa l’invasione, da parte della Russia, dell’ Ucraina, che non fa parte della Ue, ma ignora invece totalmente il proposito enunziato ripetutamente da Trump di invadere la Groenlandia”.
La risoluzione è “ di circa 35.000 parole, quasi come l’Iliade. Tanta prolissità par fatta per scoraggiare la lettura integrale del documento”.L’autore mette in evidenza anche e soprattutto l’autoreferenzialità del Parlamento:“E i cittadini dei Paesi europei? Le loro eventuali opinioni non sono mai citate dalla Risoluzione; dev’essere anzi l’Ue a mettere in riga i cittadini, in modo che sviluppino “una comprensione condivisa e un allineamento delle percezioni” a quelle degli organi di governo dell’Unione.”Non mancano certo elementi evidenti di questo zelo pedagogico, dall’ orientamento ideologico dato ai fondi europei per la ricerca e lo spettacolo, all’ uso ossessivo di un gergo ultra-progressista (da “i Diritti” a “non lasciare indietro nessuno” ,a “inclusione”, a “maschilismo”, a“narcisismo”,a “democrazie contro autocrazie”)- un gergo divenuto praticamente obbligatorio per tutti-,fino all’inaudito ultimatum di Kaja Kallas agli Stati Membri, e perfino agli Stati candidati, perché non partecipino alla commemorazione di Mosca del 9 Maggio degli 80 anni dalla sconfitta del nazismo.
Settis conclude, infine, che tutto questo frenetico bellicismo a senso unico del Parlamento è in stridente contrasto con la posizione della massima autorità morale dell’Italia e dell’ Europa: il vescovo di Roma:“Ma c’è ai massimi livelli, in Europa, una voce che non si stanca di predicare la pace, la diplomazia, il negoziato. E’ quella di papa Francesco. E non per le ragioni a cui alludeva una famosa battuta di Stalin a Yalta (“quante divisioni ha il Papa?”)..” A dire la verità, con il passare degli anni, c’è da incominciare a dubitare anche della serietà ed efficacia degl’interventi vaticani, da un lato perché, come notato da Riccardo Campo, non sono estranei a una certa retorica trans-umanistica, e, dall’ altro, perché spesso sono ripetitivi ma senza effetto (a nostro avviso proprio perché si adeguano pedissequamente all’ interpretazione immanentistica del concetto di Salvezza, che è ciò che contraddistingue il “pensiero unico”, facendone invece un ennesimo ”mito incapacitante”).
In effetti, i continui richiami, nel corso della Storia, alla Pace Perpetua, dall’imperatore romano e cristiano Filippo l’Arabo al persiano Cosroe, dalla Dieta di Worms all’ Abate di Saint-Pierre, da Kant a Woodrow Wilson, hanno semplicemente rivelato la sua inanità, perché, come insegnano le Apocalissi di tutte le religioni, la Pace Perpetua sarà possibile solo dopo la Fine del Mondo (come dimostrano le Guerre Eterne in Palestina e in Ucraina: dai Popoli del Mare all’Esodo, dalle Guerre Giudaiche alle Crociate, dal Sionismo ad Hamas; dagli Yamnaya ad Attila, dai Goti ai Polovesiani, dai Mongoli ai Cosacchi, dagli Svedesi alla Guerra di Crimea, dalla Guerra Civile russa all’ Operazione Barbarossa, dal Donbass all’ Operazione Militare Speciale).
Tuttavia, ripudiare l’ipocrita retorica della Pace Perpetua non implica in alcun modo il voler partecipare alla Terza Guerra Mondiale in via di preparazione; anzi, è un prerequisito necessario per individuare le vere ragioni di essa e le vere strategie per prevenire questa guerra.Secondo il sondaggio di Porta a Porta, il 44% degli Italiani non vuole aumentare la spesa militare.


4.La Russia (e la Cina) non sono nostre nemiche
La soluzione più semplice per mitigare i conflitti in corso è mettere in chiaro, con un discorso culturale, che tutta l’Eurasia costituisce un continuum etnico e culturale, dove non vi sono confini e fratture precisi, né rivalità insanabili.
Dopo il crollo del Muro di Berlino, hanno preso il potere in tutta l’Eurasia gli avversari culturali storici dell’Unione Sovietica (come i neo-zaristi e i maoisti, ma anche il Janata Party e l’Islam politico), riprendendo temi cari al conservatorismo mondiale, dall’idea di un “Mondo Russo” (un mondo culturale comprensivo di Russia, Bielorussia, Ucraina e relative diaspore e minoranze), espressa da Solzhenicin come motivazione della Perestrojka, alla continuità culturale fra la Repubblica Cinese e il Celeste Impero, fino alla parola d’ordine indiana dell’ “Hindutva”. Perciò, con la fine, anche in Occidente, dei Partiti Comunisti, e quando anche le maggioranze elettorali in tutti i paesi occidentali sembrerebbero orientarsi verso il conservatorismo, non si sarebbe mai dovuto arrivare a riproporre, ed, anzi, a inasprire, il conflitto della Guerra Fredda fra l’Europa e l’Eurasia, a suo tempo motivato da un dissidio ideologico. In questo mondo prevalentemente conservatore, l’ostilità preconcetta contro Russia e Cina, che rappresentano quasi emblematicamente le culture conservatrici per eccellenza(per esempio, la “simfonia” fra trono e altare, l’ epistocrazia) possono dunque sembrare un’assurdità e un anacronismo, se non fosse che gli Stati Uniti, che controllano oggi l’Europa, continuano ad essere ancestralmente ostili, nonostante Trump e Vance, a Russia e Cina, in quanto queste rappresentano sviluppi potenzialmente opposti della mitologia messianica occidentale (Hamilton e Caterina di Russia, cugini-nemici sull’ interpretazione di Montesquieu), e che molti dei leaders delle sedicenti “destre” , a partire da Trump, Musk e Salvini, in realtà provengono dalla sinistra, conservandone i pregiudizi, per esempio quelli contro i popoli russo e cinese, considerati popoli di straccioni. Pensiamo per esempio alla gaffe di Vance che ha definito “contadini” i Cinesi.
Invece il rapporto fra America ed Europa è conflittuale, perché l’America rappresenta per l’Europa “The Dissidence of Dissent”(Huntington), erede della Congregazione di Scrooby, un’infima minoranza eretica europea che, in alcuni secoli, è riuscita ad imporre il suo potere all’ America, agli Europei e, poi, a tutto il mondo. Per quanto Trump e Vance sembrino volersi staccare da quello stereotipo, ne conservano anch’essi ancora molte caratteristiche. L’attuale America, che sembrerebbe la quintessenza del conservatorismo, è in realtà il luogo dove quest’ultimo stenta ancora ad affermarsi, perché le sue radici culturali sono rivoluzionarie.
In definitiva, vale anche qui l’idea di un sostanziale superamento della distinzione fra “destra” e “sinistra”, sostituita da altre conflittualità.
Gret Haller, in “I due Occidenti”, descrive nel dettaglio le differenze fra le identità europea e americana (il “pensiero religioso di tipo settario”, l’”American way of life”,l’”interesse dell’ America”, la superiorità dell’ America e del suo diritto al diritto internazionale), rilevando con disappunto che la maggior parte degli osservatori non riesce ad effettuare questo confronto perché parte da “un’adesione fideistica pro o contro gli Stati Uniti”. In pratica, ”l’intera Europa centrorientale si trova davanti alla questione so adottare o no, almeno tendenzialmente, il modello europeo o quello americano.” Secondo Geller, “chi in Europa affronta l’argomento delle differenze transatlantiche nella storia delle idee viene ampiamente ‘Americanizzato’. Cioè postato dal ‘mondo della ragione’ al ‘mondo della fede’, dove domina una morale che non è oggetto di trattative”.


5.Una nuova comprensione culturale fra le grandi aree del mondo.
Certo, come effetto della “Dialettica dell’ Illuminismo”, oggi i leaders di tutti i principali Paesi del mondo sono approdati a idee politiche molto simili fra di loro, ma, purtroppo, manca una dottrina conservatrice per il XXI secolo, tanto a livello mondiale (cioè una sintesi delle tradizioni dei grandi imperi di tutti i continenti), quanto a livello europeo (vale a dire una riflessione approfondita sugli errori di progettazione del “mainstream” europeo e sulle sue possibili alternative).
Va innanzitutto eliminata quella censura, di cui scrive Haller, che ci vieta di studiare in modo obiettivo puritanesimo, razzismo, destabilizzazione dell’Europa e del mondo da parte dei “democratici radicali”, Guerra Civile Europea, contingentamento dell’ Europa (Trockij), opportunismo delle classi dirigenti….Vediamo di riassumere qui di seguito quei temi.
Nel Settecento, quando le Tredici Colonie avevano motivato (nella Dichiarazione di Indipendenza) la rivolta contro il Re (questo l’originario significato di “conspiracy”) come una reazione alla difesa, da parte dell’ Inghilterra, degli Afroamericani, dei nativi e dei québecqois, ed avevano subito costituito a Parigi il “Comitato di Corrispondenza” per fomentare la Rivoluzione Francese; invece, nel frattempo, i Gesuiti stavano propagandando presso i sovrani europei l’imitazione del sistema politico e culturale cinese; Leibniz proponeva un asse fra Europa, Russia e Cina; Voltaire invocava, come progetto per l’unificazione dell’ Europa, il modello cinese; le capitali europee si arricchivano di monumenti in stile cinese; Joseph De Maistre scriveva in Russia il suo capolavoro “Les Soirés de Saint- Petersbourg”, e suo fratello Xavier, ufficiale zarista, “Le Prisonnier du Caucase”, ambientato nella prima guerra cecena; più tardi, Massignon e Guénon scopriranno l’Islam, ed Eliade e Evola l’India. L’intelligentija europea degli ultimi 2 secoli è cresciuta leggendo Pushkin, Gogol, Chechov, Dostojevskij, Tol’stoj, Nabokov e Kojève.
Intanto, l’America aveva incominciato, nell’Ottocento, a cercare di disintegrare la Russia, con l’acquisto dell’ Alaska, poi favorendo il ritorno in Russia di Trockij e, infine, sostenendo il separatismo siberiano. Come emerse dopo la IIa Guerra Mondiale, gli USA avevano finanziato tanto il Nazismo quanto lo Stalinismo, per provocare la Guerra Civile Europea. Gli accordi di Yalta furono la soluzione ideale per mantenere l’Europa divisa, e, quindi, debole.
Nell’ analizzare la “minaccia” russa non si tiene conto oggi di quella storica aggressività dell’Occidente verso la Russia, vera causa della militarizzazione dell’anima russa: i Cavalieri Teutonici; l’occupazione polacca di Mosca; le invasioni napoleonica e hitleriana; la Guerra di Crimea; le occupazioni straniere dopo la Ia Guerra Mondiale; l’operazione GUAAM (Georgia, Ucraina, Armenia, Azerbaidjan, Moldova), per integrare i Paesi in questione nella NATO; l’appoggio plateale di America (Victoria Nuland) ed Europa (Merkel, Sikorski, Cohn-Bendit) all’insurrezione dell’ Euromaidan…Eppure, come cantava Blok ne “gli Sciti”, la Russia anela da sempre ad essere accolta fra gli Europei.
Contro quella storica aggressività occidentale, Gorbaciov e Mitterrand si erano adoperati nel 1989, per la creazione di una confederazione “pan-europea” fra Unione Europea e Unione Eurasiatica, denominata “Confederazione Europea”, quale auspicata realizzazione concreta della “Europa dai due polmoni” di Viacheslav Ivanov e di Giovanni Paolo II, e della Casa Comune Europea di Gorbaciov, ma quel piano fu sventato dall’intromissione di Clinton. Nel 1991, la Russia aveva chiesto addirittura di aderire alla NATO, ma non aveva ricevuto alcuna risposta. Evidentemente, gli USA non apprezzano che nella NATO vi siano “due galli in un pollaio”, e vogliono assolutamente che permangano motivi di conflitto con la Russia (l’”invenzione del nemico”, cfr. Elena Basile).Sembrava che la vicinanza fra Trump e Putin avesse portato a un’inversione di rotta, ma si trattava di un equivoco: Trump propone una tregua con l’Ucraina, mentre Putin aveva chiesto invece tre anni fa per iscritto un accordo formale con USA, UE e NATO, sul posizionamento dei missili nucleari e sulla neutralizzazione dei Paesi dell’ Europa Orientale.


6.Il Libro Bianco della Commissione
Che, dopo l’atteggiamento ostile verso l’ Europa conclamato da questa Amministrazione americana, l’Europa non possa ragionevolmente restare senza una sua vera politica estera e di difesa, diversa da quella USA, costituisce oramai per tutti una verità indiscussa. Le divergenze sull’ Ucraina sono soprattutto un pretesto per affermare una distinta soggettività politica dell’ Europa.
Quella descritta nel Libro Bianco non è una VERA politica estera e di difesa, bensì un ennesimo camuffamento del vassallaggio all’ America. Innanzitutto, perchè non contiene alcun accenno alle reali minacce contro cui è necessario armarsi, le quali possono e debbono ricondursi tutte, in ultima analisi, al progetto della Singularity, di cui sono paladini i GAFAM, che, a loro volta, sono i massimi sostenitori di Trump. Nella Singularity (quel momento mitico, che, nella religione trans-umanistica, corrisponde alla Fine del Mondo delle Religioni di Salvezza, di cui essa è la secolarizzazione), saranno superate, così come nello Spirito Assoluto hegeliano, tutte le contraddizioni, quella fra spirito e materia, uomo e cosmo, unità e pluralità… In pratica, l’intero universo si contrarrà in un solo punto (la “Singularity”, il “Punto Omega”), come nelle teologie neoplatonica e cabbalistica. E’ questo il fantomatico “Sogno” che accomunerebbe, secondo molti, il Cristianesimo primitivo, l’America, il Marxismo “non inquinato” e il progetto di Ventotene, un “Sogno” che si è infranto dopo la caduta del Muro di Berlino, invece con l’affermarsi del neo-liberismo, con le guerre del Golfo, dell’ex Jugoslavia, dell’ Afghanistam e dell’ex Unione Sovietica e l’affermarsi delle “Democrazie Illiberali”. Per noi, nessuna novità perché esso ha sempre rappresentato l’incubo del nostro tempo, la Fine dell’ Umano nello Spirito Oggettivo. Certo, solo Teilhard de Chardin, Neumann e Ray Kurzweil hanno esplicitato francamente quegli obiettivi nichilistici. Tuttavia, il concetto aleggia in tutta la letteratura postumanistica e trans-umanistica, ed è penetrato in molti, insospettabili, ambienti, come alcune omelie papali, la filosofia di Habermas e il libro di Schmidt e Cohen “The New Digital Age”. Anche l’idea di una “Pace Perpetua” (vedi sopra) costituiva una propaganda occulta a favore della Singularity e una preparazione al lavoro avviato in tal senso dai GAFAM (secondo il modello della “Rana Bollita” di Chomsky).
Un libro bianco che si proponga di “rendere pronta l’Europa” per il 2030 (cioè fra 5 anni) contro le incombenti minacce, e che si preoccupa tanto dell’Ucraina (che più che una minaccia, è un fatto compiuto, che non può essere eliminato ora), ma non cita neppure la Singularity e la Groenlandia, che possono ancora essere prevenute, non ha alcuna credibilità. La Groenlandia è la prima vera “minaccia” militare all’ Europa, certificata dallo stesso Trump. Essa costituisce il primo obiettivo pericolo per l’Europa, non soltanto perché costituisce un’aggressione del principale Paese NATO a un altro Stato membro (ennesima conferma del rapporto di vassallaggio e dell’ inconsistenza dell’ Art.5 del Trattato), ma perché inaugura la prospettiva di una serie di annessioni americane in Europa (visto anche che le vicine Islanda e Norvegia non sono nell’ Unione Europea), da “vendere” come una reazione ai temuti (ma forse accettati) spostamenti di pedine a Est (Georgia, Romania, Moldova, Paesi Baltici).
Ma, nel Libro Bianco, non mancano solo Singularity e Groenlandia; mancano soprattutto elementi essenziali per qualunque esercito: identificazione delle minacce; cultura militare; Stato Maggiore; Accademia Militare; programmazione operativa; intelligence; spazio; nucleare; dottrina militare; “covert operations”. In definitiva, il Libro Bianco mira a fare, dell’ Europa, come desiderato dagli USA, “una Grande Ucraina”: un Paese con 500 milioni di cittadini da trasformare in carne da cannone, con la regia occulta degli USA, unici detentori di ciò che serve per dirigere una guerra (come si vede chiaramente in Ucraina), e quindi unici grandi belligeranti.
Al contrario, sempre secondo il sondaggio di Porta a Porta, il 65% degl’Italiani (di cui il 70% del PDI, 68% per FDI e Lega, 64% per Forza Italia, e perfino 94% per Azione), l’Europa deve diventare indipendente tecnologicamente dagli USA. Ebbene, nulla nel documento della Commissione, ma neanche nei nostri dibattiti parlamentari, fa pensare a un’”Indipendenza Tecnologica” dagli USA.Come potrebbe l’opinione pubblica fidarsi di questa classe politica?
Veniamo ora ad alcuni punti critici del documento:
-necessità di una più solida base industriale, che non dovrebbe concepirsi soprattutto come base produttiva di hardware, ma anche e soprattutto un forte ecosistema digitale “duale”;
-mancanza di giustificazione per le politiche anti-russe e anti-cinesi (soprattutto queste ultime, dato che la Cina si trova agli antipodi dell’Europa, e non potrebbe portarvi la guerra, se non altro per motivi logistici);
-mancanza di una strategia credibile per superare rapidamente l’inaudito gap con l’America e con la Cina nel campo delle nuove tecnologie;
-mancanza totale di una strategia missilistica adeguata all’era ipersonica;
-mancanza di una valutazione adeguata dell’ importanza della Groenlandia (e dell’ Islanda, le Faeroer e la Norvegia) come base per una geopolitica artica dell’Europa.

7.La “Magna Europa”
Le proposte portate avanti da Meloni nel suo viaggio a Washington e nelle successive discussioni a Roma con JD Vance consistono essenzialmente nell’accettare a scatola chiusa quello che è stato da un decennio il sogno di tutte le Amministrazioni americane: un’area di libero scambio fra UE e America (TTP), che eliminerebbe qualunque tipo di autonoma identità dell’ Europa, appiattendoci ancor più sull’ “American Way of Life” (il “Nazionalismo Occidentale”), ed impedendoci qualunque interscambio (commerciale, ma anche culturale e politico) con la “Maggioranza del Mondo”, in modo che anche noi veniamo trascinati in basso dalla prevista decadenza degli USA nei confronti della Maggioranza del Mondo
Di fatto, stiamo già vivendo da molto tempo in un regime di “nazionalismo occidentale”: l’idea che il mondo sia composto da una moltitudine di piccole nazioni monoculturali e borghesi nasce dall’ imitazione della Rivoluzione Americana, si rafforza attraverso movimenti rivoluzionari ottocenteschi che, come la Giovine Europa, avevano legami con gli USA, diviene dominante con la Ia Guerra Mondiale e la Società delle Nazioni (i “14 Punti”), e raggiunge il suo apogeo con la costruzione delle Nazioni Unite e della NATO, dove si evidenza sempre più il rapporto di vassallaggio fra gli Stati Uniti e i suoi “alleati” anticipato da Mazzini nella sua lettera ad Abramo Lincoln. Il principio è che le Nazioni hanno la missione comune (quella di Herder) di realizzare il Progetto della Modernità (razionalismo, industrializzazione, egualitarismo, omologazione, moralismo) , sotto la guida degli Stati Uniti, avanguardia (anche per Carlo Marx), del Progresso. I piccoli nazionalismi non sono quindi antagonistici, bensì complementari e sinergici, all’ Eccezionalismo Americano, che guida il processo di modernizzazione (Rostow), aiutato dalle Nazioni Storiche, che devono guidare i “popoli senza storia” e i popoli coloniali. Per questo si parla di un patriottismo buono (quello che “lavora”, come si dice oggi, ai progetti dell’America) e di un nazionalismo cattivo (quello che vi si oppone). Non casualmente, oggi, alla guida effettiva del “Paese-Guida” America c’è un guru informatico che si propone di realizzare proprio gli obiettivi estremi della religione secolarizzata dell’ Occidente: la conquista del Cielo con la missilistica e l’unificazione dell’ Umanità in una “Supersoul” (Emerson), tramite Spacelink e, rispettivamente, Neuralink.
In quella sua ideologia, Giorgia Meloni evidenzia proprio lo spirito occulto dell’ ideologia nazionalistica, quale espresso nella lettera di Mazzini. Di converso, il federalismo europeo può essere alternativo al “Nazionalismo Occidentale” se prende atto del fatto che l’idea moderna di nazione, sia essa borghese o socialista, non porta affatto alla coesistenza pacifica e pluralistica promessa da Mazzini, Hugo e Masaryk, bensì all’imposizione dell’egemonia di un blocco mondiale unitario che persegue il superamento dell’ Umano tramite la tecnica. Nel fare ciò, la “Democrazia Illiberale” è solo un modesto, limitato, passaggio, perché il vero obiettivo del “Nazionalismo Occidentale” è il controllo centralizzato dell’Umanità attraverso la Megamacchina informatica e culturale comandata da uno o più Guru, o, meglio, dall’ Intelligenza Artificiale che li sostituirà. Come brillantemente esemplificato dai plateali rapporti fra Musk, Trump, Zelenskij e la Meloni.
Purtroppo, anche la visione dominante nel “mainstream” europeo, nata dalla Dichiarazione di Copenaghen del 1973 sull’ Identità Europea, s’ inserisce in quel progetto transumanistico. Quella Dichiarazione partiva dal presupposto (non errato nel 1973), che la differenza essenziale fra Europa e America era che la prima si ispirava a modelli socialdemocratici o cristiano-sociali, e, la seconda, al liberismo, o, meglio ancora, al keynesismo militare (reminescenza di un concetto presente nei Grundrisse di Marx; cfr. Luciana Castellina, 50 anni di Europa). Oggi, però, la distinzione non è più quella di allora, perché incombe su tutto la Singularity. Il problema centrale è divenuto quello dell’ “Egemonia Culturale” all’ interno dell’ “Occidente”: vale a dire se, al centro dell’ “Occidente”, debba esserci (a dispetto delle sparate conservatrici di Trump e di Vance), l’oligarchia dei GAFAM,e quindi il transumanesimo di Musk e il sistema poliziesco ad essi collegato delle 16 agenzie di intelligence, oppure il pluralismo europeo di culture, religioni e popoli di antichissime tradizioni(l’”Ancienne Constitution Européenne” di Tocqueville). La cosiddetta “Magna Europa” propugnata da alcuni autori (Dawson, Bull) e fondata sulla continuità di cultura classica e radici giudaico-cristiane, non sarebbe da sola sufficiente a controbilanciare (anche solo retoricamente) l’arroganza dei GAFAM che ancora si va manifestando nelle richieste di Trump di detassare le High Tech e di assegnare a Starlink il monopolio sui satelliti militari. Per bilanciare l’egemonia americana sulla “Magna Europa” ci vogliono la cultura russa, e, in particolare, le idee di Soloviov e Dostojevskij.
Nell’ambito della “Multi-Level Governance”, che comunque già oggi esiste sul piano mondiale, solo una “federazione di federazioni” paneuropea, comprensiva di Europa Occidentale, Unione Eurasiatica, Turchia, USA e Israele, e, quindi, con almeno un miliardo di abitanti, potrebbe rappresentare degnamente la tradizione culturale “occidentale” nei confronti della “Maggioranza del Mondo” (India, Cina, Asia-Pacifico, Islam politico, Unione Africana, America Latina..), cioè di altri 7 miliardi di persone, accomunate da antiche tradizioni e, per questo, ancora più resistenti di noi all’egemonia dei GAFAM veicolata dagli USA.
Solo in quella prospettiva avrebbe senso lo sforzo, dispiegato in questi giorni dal Governo italiano, per fare di Roma il luogo d’incontro per i grandi dialoghi sul futuro del mondo, seguendo, in ciò, la tradizione inaugurata dai “Comitati per l’ Universalità di Roma” di Coselschi, nonché dai Trattati di Roma per la fondazione delle Comunità Europea e per il Tribunale Penale Internazionale.
Raccomanderemmo soprattutto di proporre a Roma una conferenza sulla regolamentazione internazionale dell’ Intelligenza Artificiale.

“KISSING TRUMP’S ASS”Un vizio di tutti gli establishments europei (i”Parassiti”).

Quando, dopo la caduta del Muro di Berlino, si era incominciato a parlare di un’“Accelerazione della Storia”, non si era compresa tutta la vastità della trasformazione avviata alla fine del Secolo XX, con le Guerre Umanitarie, il Worldwide Web, il progetto della Singularity, lo sfaldarsi delle ideologie, la contendibilità dell’ Europa, le Macchine Intelligenti, il primato economico della Cina, la “Guerra senza Limiti”, Echelon e Prism, l’Intelligenza Artificiale, le Democrazie Illiberali, i BRICS, il Russkij Konzervatizm, l’ascesa del sovranismo, le transizioni ambientale e digitale, i GAFAM e i BAATX, le guerre nello spazio post-sovietico..
Trump è stato un ulteriore formidabile acceleratore della trasformazione in corso : abolizione del limite al terzo mandato, come in Russia e in Cina; fusione fra potere presidenziale e oligarchie informatiche (Musk, Thiel, i GAFAM); espansione territoriale verso tutte le aree strategiche (Canada, Groenlandia, Panama, Gaza); superamento della “ragnatela di organizzazioni internazionali” create nel dopoguerra e funzionali all’ egemonia USA (Ikenberry); limitazione dei poteri della magistratura e dell’ autonomia della stampa, secondo il modello delle “Democrazie Illiberali”; presa di distanza da Ucraina e Unione Europea..
Soprattutto in Europa, moltissimi (ancora impegolati come sono in vecchie narrazioni e soprattutto nella comodità della simbiosi con gli USA) fanno fatica a riconoscere tutte le implicazioni di queste nuove realtà, e tentano fino all’ ultimo di negarle e scongiurarle, come quelli che sostengono che non occorrerebbe reagire ai dazi imposti all’ Europa, per non “scavare un fossato fra noi e gli USA”, perchè questi ultimi “erano e restano il nostro principale alleato”, e quelli che vogliono costruire un “patriottismo occidentale” vassallo dell’ America. Ma perché mai gli USA dovrebbero restare il nostro principale alleato, se tutti i loro interessi (culturali, economici, tecnologici e politici) sono opposti ai nostri, come Trump ha dichiarato e dimostrato ad abundantiam?
Trump fa di tutto per alienarsi le simpatie degli altri Paesi (soprattutto europei), con il palese disprezzo che egli e i suoi ministri trasudano da tutti i pori, come, in particolare, con l’ultima esternazione, secondo cui decine e decine di capi di Governo starebbero “kissing his ass” per ottenere sconti sui dazi: “please please sir let me make a deal, I’ll do anything, I’ll do anything,sir.” Cosa che certamente sta facendo innanzitutto la nostra Primo Ministro, svuotando così la sua pretesa di “sovranismo”(e quella dei suoi alleati). Un’Italia sempre più mendicante. Un minimo di decenza: dopo “Giuseppi” e il bacio di Biden, ci mancava ancora essere i primi ad andare a Washington dopo l’ingiuria di Trump…
Ma è l’idea stessa che occorra comunque negoziare (condivisa da tutti i leader europei) a rafforzare la narrativa di Trump (quella del “kissing the ass”), mentre accettare l’escalation fino alle estreme conseguenze, come sta facendo la Cina (riscuotendo il rispetto perfino di Trump), finirà per ridicolizzare l’America. Infatti, i Cinesi hanno riempito i loro magazzini in America di merci senza dazi, da vendere in USA nei prossimi mesi, mentre le imprese americane sono in difficoltà per i dazi e per le difficoltà di approvvigionamento dall’ estero.
Non reagire alle nuove realtà è sempre sbagliato, perché esse presentano, comunque, non solo pericoli, ma soprattutto opportunità che occorre sfruttare. Nel caso “Europa vs. Stati Uniti”, il problema non è se introdurre dazi “reciproci” come dice Trump, come ha fatto la Cina e stava per fare l’Unione Europea, bensì quello di approfittare “asimmetricamente” (come con una mossa di Karate) della nuova situazione per fare ciò che prima non avevamo neppure osato pensare, ma che pure avremmo dovuto fare da gran tempo: costruire finalmente una nostra cultura, una nostra industria di alta tecnologia e un nostro esercito, capaci di fronteggiare qualunque avversario nel mondo volesse attaccarci (vedi per esempio il caso Groenlandia). Senza accettare la narrazione vittimaria di Trump, che stravolge completamente la realtà, cioè quella di un potere imperiale americano che ha saccheggiato, e ancora saccheggia, il mondo intero, ma ora si atteggia vittima perchè non riesce più a farlo bene come un tempo (di qui la sua nostalgia per l’”Età dell’Oro”).

  1. ReArm Europe potrebbe diventare un’arma negoziale contro Trump?
    La diatriba fra coloro che vogliono “reagire” ai dazi e coloro che vogliono “trattare” è quindi mal fondata. Innanzitutto, perché in ambo i casi si resta nell’ orizzonte concettuale di Trump, che considera i dazi come un dato di fatto, su cui costruire un compromesso comunque a suo favore. Ma i dazi americani sono un problema per chi vuole esportare in USA prodotti materiali in America, non per chi è disposto ad esportare invece in Cina, o anche in America, ma soprattutto servizi (digitali e no). Perciò, se l’Europa vuole avere un’arma contrattuale, gli eventuali dazi “reciproci”, come se li immagina Trump, e su cui stanno discutendo gli Italiani e gli Europei, non sono la soluzione più efficace.Per timore reverenziale verso USA, l’Europa si è trattenuta da 80 anni da fare tante altre cose: cultura, informatica, politica internazionale, alta tecnologia, satelliti, bombe atomiche, ritirare le riserve auree. Basterebbe fare alcune di queste cose, oppure anche solo attuare seriamente le esistenti normative UE in materia informatica (come le sentenze Schrems), per provocare agli USA (e soprattutto agli oligarchi che circondano Trump), danni ben più gravi di quelli che gli USA ci stanno provocando con le loro sanzioni.
    Gli 800 miliardi di ReArm Europe, se ben utilizzati, ci permetterebbero infatti di rifondare letteralmente Stato ed economia in Europa. Quei soldi (tanti o pochi che siano)non vanno quindi sprecati continuando a finanziare le basi americane e i GAFAM, o comprando degli F-35 con la “Kill-Pill” incorporata, bensì creando un’Accademia Superiore di Cultura Europea, un’ Accademia Digitale Europea e un’Accademia Militare Europea, un’Agenzia Europea per le Tecnologie (confronta il nostro “European Technology Agency”), una Società Europea per le Alte Tecnologie, delle grandi piattaforme europee, un’Arma Europea Missilistica e Nucleare, un Alto Comando Europeo, un Servizio Segreto Europeo, un Esercito Europeo e, infine, una vera Bomba Atomica Europea (che, oggi, dovrebbe essere trasportata da un missile ipersonico a traiettoria casuale, come l’Oreshnik russo).Questo sarebbe l’unico vero contributo possibile alla Difesa Comune Europea, perché è l’assenza di tutto ciò che non ci rende credibili, non già il livello troppo basso della spesa, che, è, in realtà, il doppio della spesa della Russia.Non credibili non solo e non soltanto per un’(auspicabilmente improbabile) guerra nucleare, ma anche e soprattutto per le continue trattative sui dazi, sull’ Intelligenza Artificial, sui dati, sulle guerre in corso, dove lo “status” nucleare conta, eccome…
    Invece, l’”arriere pensee” di Trump è che il 5% del PIL europeo dovrebbe essere speso per pagare agli USA cose che non ci servono: missili, bombe, cacciabombardieri, servizi digitali e finanziari, gas GLM..).
    Si noti anche che applicare le esistenti normative europee sull’ High Tech (GDPR, Sentenze Schrems, interruzione dei contratti delle Istituzioni con i GAFAM, Antitrust, fisco, Digital Service Act, Artificial Intelligence Act, Anti-Coercion Act), citate talvolta nell’ ambito della “guerra dei dazi”, sarebbe certo lodevole e necessario, ma non costituirebbe neppure “una rappresaglia” (come pensano i più), bensì semplicemente un atto da gran tempo dovuto; anche l’introduzione di nuove norme sull’immagazzinamento dei dati e sullo “spezzatino” dei GAFAM sarebbe una decisione politica da gran tempo necessaria, indipendentemente dai dazi di Trump.
    Anche la distinzione fra “iniziative europee” e “iniziative degli Stati Membri” è ingannatrice. Esistono anche le iniziative intergovernative (per esempio la politica dello sviluppo), sotto forma di consorzi o di società di capitali con partecipanti pubblici e privati, centrali e locali (ESA, Ariane, BEI) .La European Technology Agency potrebbe benissimo essere costruita appunto come l’ ESA (European Space Agency). Le due agenzie potrebbero perfino fondersi.
    Infine, “l’arma atomica” contro gli USA sarebbe costituita dall’ adesione dell’UE alle Nuove Vie della Seta. Essa infatti non si riferisce all’ import-export, bensì a una collaborazione più complessa, nei trasporti, nella cultura e nella tecnologia. Stupisce che nessuno l’abbia ancora riproposta.
  2. .Perché parlare solo del disavanzo commerciale?
    Ricordiamoci anche che, se vi è un “disavanzo commerciale” fra USA ed UE, non vi è invece un “disavanzo nella bilancia dei pagamenti”, perché il disavanzo commerciale è compensato dalle esportazioni, dagli USA, di beni immateriali (ben più strategici), e dal signoraggio del dollaro. In pratica, il mondo produce beni materiali e li invia (in parte) in USA, e, da parte loro, gli USA producono ideologia, potere e biglietti di carta (i dollari), e li inviano nel resto del mondo come pagamenti (ma soprattutto come leve del loro potere potere). Questa dinamica è particolarmente evidente con l’Europa, che non è una sfruttatrice parassitica, bensì un ostaggio degli USA.
    Le lamentele USA sono del tutto immotivate; sono solo un pretesto per cercare di far pagare agli altri Paesi il debito pubblico americano, che è generato semplicemente dal “signoraggio del dollaro”, il privilegio degli USA di stampare moneta senza limiti, perché secondo gli iniqui accordi esistenti: (i)i Paesi occidentali sono obbligati a fare le loro transazioni in dollari; (ii)gran parte delle loro riserve auree sono depositate negli USA, (iii) molte testate nucleari sono stoccate in Europa, con evidenti scopi di ricatto. In questa situazione, chi dovrebbe lamentarsi e ribellarsi sono gli alleati, non gli USA. Siamo di fronte al discorso del lupo nella favola del Lupo e dell’Agnello.
    Inoltre, come dimostra il ricorso della Cina all’OMC, prima di passare alle vie di fatto o di trattare, c’è un’ancora un’altra soluzione, che consiste nel pretendere il rispetto dei molti trattati ancora in vigore, che ancora vincolano gli Stati Uniti e che Trump viola programmaticamente. Allora aveva ragione chi sosteneva che i trattati sono pezzi di carta?Mettere gli USA sul banco degl’imputati serve comunque per chiarire a tutti che gli USA stanno distruggendo il meccanismo da loro stessi creato per schiavizzare il mondo,e sul quale sono purtroppo ancora basate le nostre false ideologie!
    Fortunatamente, i dazi stanno praticamente isolando gli USA dal mercato mondiale, perché rendono molto difficile a tutti i Paesi il commerciare con gli USA, ma non impediscono loro affatto di commerciare fra di loro, di modo che il loro commercio internazionale non ne risulterà complessivamente danneggiato, bensì anzi favoritom come è successo fra Cina e Russia con le sanzioni. Il presidente del fondo sovrano russo, Dmitriev, ha fatto notare il paradosso per cui le sanzioni occidentali, invece di danneggiare la Russia, l’hanno resa più autonoma dall’economia occidentale, con risultati positivi per Mosca, al punto che oggi non è la Russia a chiedere la rimozione delle restrizioni. Sono piuttosto le aziende statunitensi, secondo Dmitriev, a mostrare interesse per un ritorno sul mercato russo, e se questo richiedesse un allentamento delle sanzioni, sarebbe un passo vantaggioso principalmente per gli Stati Uniti. Tant’è vero che, paradossalmente, Trump non ha assoggettato Russia, Bielorussia, Cuba, Iran e Corea del Nord ad alcun dazio, mentre ha introdotto un dazio contro l’Ucraina e Israele. Infatti, le cifre presentate da Dmitriev confermano come le sanzioni hanno finito per colpire soprattutto le imprese statunitensi, mentre la Russia, sostenendo di non aver più bisogno dell’Occidente, si trova oggi in una posizione negoziale più forte, avendo anche nazionalizzato a prezzi di saldo le filiali russe delle multinazionali.Come diceva il compianto Kissinger: “Essere nemici degli USA è pericoloso, ma essere loro amici è fatale”.
    Prendendo per buono il valore nominale del Pil dei vari blocchi economici, quello degli USA è di 28.303,00 miliardi di dollari su 85.52 trilioni del mondo intero e 17 mila miliardi di euro della UE. Ciò implica che quest’ultima può esportare verso paesi terzi che hanno, complessivamente, un PIL di 68.52 trilioni, e nessun dazio. Sarebbe l’occasione in cui l’Europa potrebbe divenire veramente indipendente, sfruttando innanzitutto l’enorme potenziale commerciale della Cina:
    “China—thanks in part to ambitious industrial policy efforts such as Made in China 2025—produced almost half the world’s chemicals, half the world’s ships, more than two-thirds of electric vehicles, more than three-quarters of electric batteries, 80 percent of consumer drones, and 90 percent of solar panels and critical refined rare-earth minerals. And Beijing is taking steps to ensure its dominance continues and expands: China was responsible for half of all industrial robot installations worldwide (seven times as many as the United States), and it is a decade ahead of anyone else in commercializing fourth-generation nuclear technology, with plans to build over 100 reactors in 20 years.” (Foreign Affairs)
    Come ha scritto Cacciari su “La Stampa”, “L’Europa ha interessi vitali a rappresentare il punto di mediazione tra Occidente, Oriente, Mediterraneo e Africa. Interessi vitali a porre termine a guerre civili al proprio interno e a conflitti armati ovunque si manifestino. Un’unità d’azione per fronteggiare l’attacco sui dazi che non si fondi su questa visione strategica varrà meno di un’aspirina.”
    3.Il “Liberation Day” ha spiazzato i settari europei di tutte le fedi.
    E’ chiaro che, con la sua politica dei dazi, Trump ha rivoluzionato il sistema geopolitico mondiale (anche a costo di danneggiare gli USA), pur di realizzare il suo progetto politico di riportare in America la manifattura, rivitalizzando il “Rust Belt” come vorrebbero gli operai americani. Quanto ciò sia realistico in una situazione di alta occupazione e in parallelo al blocco dell’ immigrazione, lo si vedrà. Tuttavia, non si tratta di una politica nuova per gli USA, che l’hanno tradizionalmente adottata tutte le volte che si sono sentiti deboli. Come scriveva già 200 anni fa Friedrich List, dazi e liberalizzazioni hanno scandito fin dall’ inizio alternativamente l’espansione dell’Anglosfera, prima Impero Britannico, poi Stati Uniti. e i risultati sono stati sempre inconcludenti se non addirittura catastrofici.
    Il XIX secolo aveva segnato addirittura l’età dell’oro dei dazi negli Stati Uniti, con un tasso medio che sfiorava regolarmente il 50 per cento: un’estensione della dottrina adottata sin dalla fondazione del Paese, che sosteneva la protezione dell’economia americana durante la fase dell’industrializzazione: “Studi accurati di quel periodo suggeriscono che i dazi hanno contribuito a proteggere in una certa misura lo sviluppo interno dell’industria”, ha affermato Keith Maskus, professore presso l’Università del Colorado, “Ma i due fattori più importanti erano l’accesso alla manodopera internazionale e al capitale che fluiva negli Stati Uniti durante quel periodo”.Io aggiungerei anche l’appropriazione delle terre e delle risorse naturali degli Indiani. Secondo Christopher Meissner,infatti, oltre a questi fattori un altro “motivo per il quale negli Stati Uniti il settore industriale era fiorente, era legato alla grande disponibilità di risorse naturali”:carbone, petrolio, minerale di ferro, rame e legname, tutti essenziali per l’industria. Ma “il settore industriale non sarebbe stato meno sviluppato se avessimo avuto dazi molto più bassi”, ha aggiunto Meissner.
    3.La ‘Gilded Age’
    Spesso Donald Trump cita come modello l’ex presidente degli Stati Uniti William McKinley, il ‘padre’ dell’ondata di dazi approvata nel 1890 negli anni tra il 1870 e il 1913 – la cosiddetta ‘Gilded Age’ – il periodo in cui gli Stati Uniti sono stati più ricchi. Eppure, la tassazione doganale voluta da McKinley non impedì alle importazioni di continuare a crescere negli anni successivi al 1890, tanto che, quando nel 1894 fu deciso di abbassarla, la quantità di beni che gli Stati Uniti acquistavano all’estero rimase al di sotto dei picchi raggiunti negli anni precedenti.
    Nel 1929, George Roorbach aveva scritto che “dalla fine della guerra civile, durante la quale gli Stati Uniti erano stati sotto un sistema protettivo quasi, se non del tutto, senza interruzione, l’importazione si era enormemente espansa e le fluttuazioni che si verificarono sembrano essere correlate principalmente a fattori diversi dagli alti e bassi delle tasse doganali”. Un anno dopo fu il presidente repubblicano Herbert Hoover a imporre una stretta ai dazi: lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 è ricordato soprattutto “per aver innescato una guerra commerciale globale e aver aggravato la Grande depressione”, afferma il Center for Strategic and International Studies.
    La fine della Seconda Guerra Mondiale aveva segnato l’inizio di una nuova era nel commercio internazionale , definita dalla ratifica nel 1947 da parte di 23 paesi, tra cui gli Stati Uniti, dell’accordo di libero scambio Gatt che creò le condizioni per lo sviluppo del commercio internazionale, imponendo dazi doganali più moderati. Questo slancio fu mantenuto dal North American Free Trade Agreement (Nafta) tra Stati Uniti, Messico e Canada, entrato in vigore nel 1994. Accanto al Nafta, il libero scambio negli Stati Uniti fu ulteriormente ampliato dalla creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 1995 e da un accordo di libero scambio del 2004 tra gli Stati Uniti e diversi Paesi dell’America centrale.
    4.I dazi di Trump si scontrano contro la Grande Muraglia
    Nel XX Secolo, l’America puntava a liberalizzare i commerci per permettere alle sue multinazionali, in vantaggio dal punto di vista tecnico ed economico, di fare affari ovunque, senza interferenze degli Stati esteri. Le norme liberalizzatrici avevano un carattere generale, ma così favorivano chi era più forte nella sostanza (allora, l’America). Ora che le imprese più forti sono divenute quelle cinesi, l’America decide di separare i singoli mercati nazionali, per poter negoziare con ciascun Paese in base a criteri extra-economici (affinità ideologica, alleanze, interessi della famiglia Trump..), sfruttando le debolezze di ciascuno, e imporre sanzioni, dazi, bandi, preferenze, limitazioni, esenzioni, caso per caso (l’“Advocacy” delle imprese nazionali). In questo come in altri infiniti campi (ideologia, Stato-mercato, rapporti con le oligarchie), gli USA, come molti altri Paesi) si stanno dunque allineando (con quella che Girard ha chiamato “Rivalità mimetica”) al modello cinese di negoziati sovrani fra Capi di Stato (come nell’ antico “sistema tributario” del Celeste Impero. Comunque vadano le cose, la Cina vincerà dunque almeno la sua guerra culturale.
    Durante il suo primo mandato, Trump aveva già deciso nuove misure contro la Cina, molte delle quali furono mantenute sotto Biden. Ma nonostante quelle imposte, il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina aveva continuato a crescere fino al 2022, quando il gigante asiatico fu colpito da un rallentamento economico non correlato alle tariffe.
    Di fronte a questo scenario inedito, tutto l’”establishment” italiano ed europeo, nato dalla lottizzazione partitocratica e culturale -liberali, cattolici, marxisti-, non sa più come atteggiarsi. La Cina “comunista” è risultata più “efficiente” dell’Occidente “liberale”; il “fascista” Trump è stato il primo a portare i sindacalisti a parlare dalla sua tribuna alla Casa Bianca, con tanto di casco antinfortunistico e “gilet jaune”; la sinistra europea parteggia per Wall Street; la Germania sta pensando di ritirare 1.200 tonnellate d’oro (per il valore di 24miliardi di dollari), dalla U.S. Federal Reserve, e di investire 1000 miliardi in armamenti.
    Il preteso “liberismo” non esiste ormai più, con lo Stato americano che decide centralmente dove comprare e vendere, quali imprese favorire e quali svantaggiare, a chi trasferire enormi masse monetarie (sussidi, investimenti, pensioni, commesse pubbliche), e tutto è gestito da “oligarchie” che vivono in simbiosi con i vertici politici (basti vedere la famiglia Trump, i GAFAM, ecc…).
    Da parte sua, la Cina stava preparandosi da almeno un trentennio alla guerra dei dazi con gli USA. Infatti, due colonnelli cinesi, Qiao Liang e Wang Xiangsui, avevano definito, già nel 1996, Osama Bin Laden, prima degli attacchi agli Usa, come l’interprete più efficace di un nuovo tipo di guerra, descritto in “Guerra senza limiti”(tradotto a cura della CIA e con il commento in Italiano, di Fabio Mini), che riverdiva una millenaria tradizione del loro Paese nella trattazione delle tecniche militari, che vanta tra i suoi capostipiti il celeberrimo “L’arte della guerra” di Sun Tzu.
    5.”La Voce del Patriota
    Su La Voce del Patriota del 2019 si leggeva:
    “’Mentre Russia e Cina da anni continuano a comprare oro per liberarsi del dollaro, in Europa nazioni come Germania e Austria stanno riportando in patria i loro lingotti custoditi nelle banche estere, per mettersi al riparo da eventuali crisi.
    E’ bene ricordare che l’Italia è la terza nazione più ricca di oro al mondo, ma più della metà dei nostri lingotti sono detenuti fuori dai nostri confini, a differenza delle altre grandi nazioni che lo custodiscono gelosamente in casa propria.
    La nostra mozione per il rimpatrio dell’oro italiano è stata bocciata da tutte le altre forze politiche, ma il futuro Governo con Fratelli d’Italia restituirà l’oro agli italiani. E’ una promessa!’.
    Lo dichiara Giorgia Meloni, Presidente di Fratelli d’Italia, commentando il rischio di una tempesta finanziaria mondiale alle porte.
    L’Italia ha la quarta riserva aurea al mondo, ma il 52% è all’estero.
    L’Italia, con 2.452 tonnellate di oro costituito prevalentemente da lingotti (95.493) e per una parte minore da monete è quarta al mondo per riserve auree, dopo Stati Uniti, Germania e FMI. Il nostro tesoro, tuttavia, si trova per il 52% all’estero, mentre solo la restante parte è custodita nel caveau della Banca d’Italia. Il valore complessivo della riserva è di oltre 100 miliardi di euro.
    Fratelli d’Italia aveva presentato una mozione, bocciata da tutti, Lega compresa, nonostante Borghi e Bagnai predichino bene, razzolando male.
    ‘L’Italia riporti subito in Patria le sue riserve auree custodite all’estero. È partita la corsa all’oro in tutto il mondo per timore di una tempesta finanziaria: Russia e Cina aumentano le riserve auree, Germania e Austria lo rimpatriano; Usa, Uk, Francia e Svizzera costituiscono il “Golden Billion Group” e detengono riserve auree di molti Stati esteri. Mentre l’Italia, che è il terzo Stato possessore di riserve auree al mondo, lascia all’estero gran parte dei suoi lingotti.
    Una assurdità alla quale Fratelli d’Italia ha provato a mettere fine con una mozione, a mia firma, che è stata vergognosamente bocciata con il voto contrario di tutte le altre forze politiche: PD, M5S, Lega e FI.
    Oggi che il tema torna prepotentemente di attualità ed espone la Nazione a gravissime conseguenze, Fratelli d’Italia torna a chiedere che il governo e Bankitalia si attivino immediatamente per riportare all’interno dei confini nazionali l’oro degli italiani’.
    Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Giovanbattista Fazzolari, responsabile nazionale del programma di FdI.”
    Come mai, dopo che Fratelli d’Italia è andata al governo, questa promessa è stata bellamente dimenticata? Non sarebbe ora che, visto che l’Italia vuole trattare “tête-à-tête” con Trump, venisse rispolverato questo tema, come ha fatto recentemente la Germania, che ha già riportato a casa almeno parte del suo oro?

2 APRILE: LA NOSTRA “EUROPEAN TECHNOLOGY AGENCY” – VERA “VENDETTA” PER I DAZI, RIPARTENDO DAL “MODELLO OLIVETTI (Ed.2)


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Nel momento in cui, pressata, da un lato, da Trump, e, dall’altro, da Zelenskij, la UE si è affrettata ad affermare la propria disponibilità a “sforare” le “sacre” regole di bilancio per poter investire di più nella difesa, diviene più che mai essenziale chiarire in che modo le nuove politiche di difesa dell’Europa s’inquadrerebbero in un discorso – culturale, etico e politico-, di respiro più ampio, che, lungi dal limitarsi a una contingente ripicca, tocca innanzitutto la guerra e la pace, ma poi anche le nuove tecnologie e il futuro dell’ Europa e del mondo, e, in secondo luogo, come possono contrastare dazi di Trump.
1.”Pax Aeterna”
Accanto a un’indubbia tradizione guerriera dell’ Europa, che risale agli Yamnaya, ai Greci, ai Romani, ai “barbari”, alle diverse monarchie e repubbliche (e che erroneamente viene interpretata come “democratica”), vi è stata fin dagli inizi, in Europa come altrove, una tradizione “pacifista”, ereditata dai grandi imperi orientali e divenuta dominante nella cultura del periodo augusteo (la “Pax Augusta”), quella che, paradossalmente, sembra la radice vera dell’ideologia “progressista”. Anche la parola d’ordine della “Pace Perpetua” è tutt’altro che nuova, essendo stata già lanciata dall’imperatore romano Filippo l’Arabo (il primo imperatore cristiano dell’Impero Romano), di cui ci è pervenuta una bella moneta con questa dicitura. Del resto, l’invocazione “ai costruttori di pace” contenuta nel Discorso della Montagna, sembra inserirsi proprio in questo secondo filone.
Questa dialettica ricorre in tutta la storia europea. Ogni impero, per sua natura, ha una vocazione universale, attraverso la sottomissione degli altri Paesi, creando una forma di pace, come annunziavano già le epigrafi sulle tombe degli Achemenidi: “parcere victis et debellare superbis”, il che è esattamente ciò che i teorici della “Fine della Storia” pensavano fino ad ora(e forse pensano ancora), i teorici dell’ Impero Americano.
I Persiani firmarono con i Bizantini, nel 532, un trattato di pace con, la “Pax Aeterna”, ai sensi del quale l’imperatore bizantino s’impegnava a pagare 11 000 libbre d’oro, destinate alla difesa dei passi del Caucaso contro i barbari, di cui si sarebbero dovuti occupare i Sassanidi( “Pace cinquantennale”, o “Trattato di Dara”), qualcosa che ricorda il 2% del PIL dovuto dagli Europei alla NATO per la difesa contro la Russia.
Il trattato doveva durare 50 anni, ma rimase in vigore solo fino al 572, quando Giustino II lo denunziò, dando inizio alla guerra del 572-591. Questa è stata sempre la sorte del trattati “di Pace Perpetua”, forse perché questa è possibile solo dopo la morte.
Il Sacro Romano Impero riprese il concetto della “Pax Aeterna” („Ewiger Landfriede“), ed, anzi, avviò un vero e proprio “movimento per la pace perpetua”, avviato con la “Pace dell’ Impero” del 1235, che sarebbe poi stato continuato da sovrani e intellettuali. Le pretese territoriali dei feudatari tedeschi si sarebbero dovute esprimere, d’ allora in avanti, non più con le faide, bensì attraverso azioni giudiziarie. Alla Dieta di Worms, del 1495, fu adottata la “Reichsgesetz”, che, creando il Reichskammergericht (il Tribunale Camerale Imperiale) di Francoforte , sanciva il monopolio imperiale dell’ uso della forza, mentre questa restava libera fra gli Stati indipendenti dall’ Impero.
2.I Progetti di crociata
Già allora la Pace Perpetua era legata a una politica di difesa dell’Europa. Se, all‘ interno dell‘ Impero, e, della Cristianità, doveva valere la Pace Perpetua, contro gl’infedeli (fossero essi mussulmani, albigesi, slavi o baltici) vigeva invece il diritto di guerra (così come nel mondo mussulmano, allo “Spazio dell’ Islam”, “Dar al-Islam”, si contrapponeva lo “Spazio della Guerra” (“Dar al-Harb”). Il concetto era che, quando il proprio impero avesse vinto contro tutti gli avversari, avrebbe potuto iniziare il “Millennio”, degna preparazione per il ritorno del Salvatore (lo Shaoshant mazdeo, il Mashiah ebraico, Gesù/Issa per Cristiani e i Mussulmani).
Ad esempio, l’accordo fra sovrani cristiani, il “Tractatus Pacis Fiundae”, proposto dal re boemo Giorgio Podiebrad, era un progetto di crociata. L’organizzazione delle crociate, originariamente compito del Papa e dell’ Imperatore, era stata così successivamente assunta da monarchi come i re di Francia e di Boemia, sotto la cui egida furono adottati i progetti di crociata (quelli di Dubois, di Podiebrad e di Sully), che introducevano organi politici paneuropei anticipanti quelli dell’ Unione Europea, potenzialmente alternativi a quelli dell’ Impero. Nonostante la decadenza dell’Impero e la frammentazione delle Chiese, non ci si rassegnava all’ idea che neppure fra i Cristiani potesse regnare la Pace Perpetua, e quindi si proponeva di attribuire ad organi collettivi la funzione regolatrice che, per Dante, spettava all’ Imperatore.
Il progetto di pace perpetua erroneamente attribuito a Kant, era, in realtà, dell’Abate di Saint-Pierre, un negoziatore del trattato di Utrecht, che si ispirava a quei precedenti medievali. Kant l’aveva semplicemente commentato, durante la Campagna d’Italia di Napoleone (quando si pensava che l’ascesa delle cassi borghesi avrebbe sostituito l’etica del commercio a quella della “gloria ed onore” di sovrani e aristocratici). Esso verrà ripreso nella versione russa della Santa Alleanza.Si noti che Kant, nonostante il suo commento favorevole alla proposta di Saint-Pierre, aveva paragonato anche, e giustamente, la Pace Perpetua a un cimitero.
Il Manifesto di Ventotene, scritto da alcuni antifascisti confinati nell’ isola di Ventotene, che si poneva come obiettivo quello si conseguire la pace in Europa mediante la creazione di una federazione, si riallacciava dunque al progetto di Saint-Pierre. Confondeva però, come questo e come i Progetti di Crociata, pace mondiale e pace europea, ordinamento internazionale e integrazione europea, ignorando fatti fondamentali come gli USA, la Russia, la Cina, il colonialismo e il dominio della tecnica. Tuttavia, coerentemente con le ambigue origini antiche del movimento per la pace, non ignorava invece la problematica bellica, ché, anzi, prevedeva che l’organizzazione militare dell’Europa fosse di competenza della Federazione. E’vero che il Manifesto contiene molte affermazioni pacifistiche, in particolare quella che “la federazione europea riduce al minimo le spese militari, permettendo così l’impiego della quasi totalità delle risorse a scopi di elevazione del grado di civiltà”. Gli estensori del Manifesto non potevano per altro immaginare che, nel nostro secolo, molte fra le spese “militari” sarebbero state dedicate proprio all’ “elevazione del grado di civiltà”, vale a dire quelle per la lotta della cultura contro il prevalere delle Macchine Intelligenti. Questo perché si dichiaravano fautori di un indifferenziato blocco di “Progresso” che proprio in quegli anni alcuni, come per esempio Heidegger , e poco dopo Horkheimer e Adorno, cominciavano invece a porre in discussione, perché tale “Progresso” riguardava le macchine, capaci di produrre la Bomba Atomica, non già la costruzione di un uomo superiore.
Oggi la stessa problematica si pone per l’ Intelligenza Artificiale.
3.La politica estera e di difesa e le nuove tecnologie.
A causa dell’ inscindibile nesso fra pace e guerra, posto dai precedenti della Pax Romana, della Landfriede e dei Progetti di Crociata, anche l’ Unione Europea era stata concepita originariamente come un’alleanza militare, la CED, che però non fu ratificata dal Parlamento francese, sostanzialmente perché non si era riusciti a definire una credibile catena di comando (problema tutt’ora irrisolto). Così, la politica estera e di difesa dell’Europa è rimasta sostanzialmente nelle mani della NATO, vale a dire degli Stati Uniti, con una funzione di “federatore esterno”, nei confronti del quale gli Stati europei si comportano come a suo tempo gli “auxilia” dell’ Impero Romano. In tal modo, le azioni militari comuni degli Europei si svolgono sotto il comando diretto della presidenza americana, così come sono state condotte le guerre di Corea, Irak, Bosnia,Kossovo e Ucraina. Questo è sempre stato un ulteriore grave limite dell’integrazione europea, anche perché, piaccia o no, le sempre nuove tecnologie (energia atomica, missili, radar, satelliti, computer, rete, droni, robot, microchip, intelligenza artificiale), che, nell’ultimo secolo, non hanno cessato di venire create, hanno tutte per lo più un carattere “duale”, vale a dire che servono tanto per il civile, quanto per il militare, e sono determinanti in ambo i settori. Il loro monopolio da parte degli USA limita quindi grandemente lo sviluppo civilizzatorio dell’ Europa, sospingendo sempre più quest’ultima verso il sottosviluppo. Le guerre attualmente in corso lo dimostrano, con il ruolo sempre più determinante di intelligenza artificiale, di satelliti, missili e droni, che conferisce il ruolo decisionale a chi li controlla, cioè gli Stati Uniti, e, ultimamente, ai loro “guru”informatici. Come se ciò non bastasse, infatti, gli Stati Uniti costituiscono il terreno di elezione delle grandi aziende informatiche che controllano l’ Occidente, e, in primo luogo, dell’ impero tecnologico di Elon Musk, membro del Governo americano e grande elettore di Trump. Da Musk dipende niente pò pò di meno che l’esito della guerra in Ucraina, che egli può far cessare in qualunque istante spegnando Starlink.Ciò evidenzia la superiorità di Musk rispetto a Trump, dimostrata simbolicamente dai segni esteriori di mancanza di rispetto istituzionale, come il rifiuto del “formal blue” e l’intreduzione dei figli nella Camera Ovale.
La previsione di un dominio mondiale dell’America-Mondo identificantesi con la megamacchina digitale -una transizione antropologica inquietante- è stata la molla principale che ha spinto, già dal secolo scorso, la “Maggioranza del Mondo”(“Bol’shinstvo Mira”) alla resistenza contro un’ occidentalizzazione che s’identifica oramai con l’inserimento di tutti nella Megamacchina: Poteri Forti, basi americane, cultura “Mainstream”, Internet, intercettazioni della NSA…
La “Guerra senza Limiti”, studiata dai generali cinesi in funzione di questo prevedibile scontro con gli USA, comprende quindi in larga misura una competizione sulle nuove tecnologie che è divenuta addirittura il cuore delle politiche americane e cinesi, fino al punto che i GAFAM, rappresentati da Elon Musk, sovrastano in USA il Presidente Trump e lo trascinano in progetti transumanisti come la conquista di Marte, che rivelano la vera natura del Progetto Incompiuto della Modernità, riallacciantesi alla religione tecnologica di Saint Simon e al Cosmismo russo. Già per Sun Zu l’“intelligence” costituiva la chiave dell’Arte della Guerra di: “Se conosci te stesso e il tuo nemico, vincerai cento battaglie”
Per questo, la questione della difesa dell’Europa non può essere disgiunta da quella delle nuove tecnologie e delle ideologie della tecnica. L’Europa non è certo inferiore alla Russia quanto a investimenti nella Difesa (anzi, spende il doppio di quest’ultima), ma è incredibilmente più debole di essa per la mancanza di investimenti nella parte “software”, che è quella delle nuove tecnologie, stranamente (?) riservate (dopo la morte di Adriano Olivetti e Mario Tchou e la chiusura della Olivetti Elettronica), a imprese e forze americane. Grazie a questa “divisione di compiti” transatlantica, le forze europee, quand’anche fossero meglio coordinate a livello continentale, non potrebbero risultare autonome dagli USA, come invece dichiarano oggi ottimisticamente molti leader europei diffidenti verso Trump (i “Volenterosi”). Ma questa è, come ha detto Witkoff, “solo una posa”, priva di credibilità politica e tecnica. Non per nulla, l’impostazione data all’azione ReArm Europe/Readiness 2030 risulta incredibilmente arretrata rispetto alle effettive esigenze del presente momento storico, caratterizzato, da un lato, dal desiderio degli USA di “ridurre il proprio impegno in Europa”, e, dall’ altro, dall’ emergere di armi rivoluzionarie come i missili ipersonici.Infatti, il piano si limita, da un lato, a rimuovere gli ostacoli finanziari all’ aumento della spesa dei singoli Stati Membri, proprio secondo quanto richiesto da Trump, e, dall’ altro lato, a prevedere un miglior coordinamento tecnico nella politica industriale, quale quello perseguito da tempo, con discutibili risultati, con l’Agenzia Europea degli Armamenti. Essa non tocca invece le questioni gravissime dell’assenza di una programmazione e comando comune, alternativi a quello NATO, di una cultura militare comune, dei sistemi di difesa più moderni, come una sorta di “Iron Drome” israeliano e qualcosa di simile ai missili ipersonici russi e cinesi, e infine di campioni europei nel campo delle tecnologie avanzate. Nel vuoto così creato, si stagliano come uniche realtà effettive i progetti di riarmo tedeschi, francesi, inglesi e polacchi, e gli acquisti di armamenti in America, il tutto restando nel campo delle tecnologie tradizionali e rafforzando il nazionalismo degli Stati membri.
Il suo significato è dunque prima di tutto psicologico/propagandistico, in quanto costituisce comunque una manifestazione d’indipendenza (almeno parziale) nei confronti dell’America di Trump, e “sdogana” l’idea del “riarmo” della Germania, che era stato “venduto” nei passati 80 anni come una delle principali ragioni d’essere dell’ ordinamento postbellico e delle limitazioni alla Politica Estera e di Difesa. Come scrive la Frankfurter Allgemeine, „Die Deutschen haben in ihrem Vulgärpazifismus versagt“(“I Tedeschi hanno fallito con il loro ‘pacifismo volgare’”).
Non serve per altro in alcun modo come deterrente contro la Russia, e tanto meno gli USA, in vista dei conflitti di oggi (Ucraina e Groenlandia).
4.Le tecnologie duali
Attualmente, le politiche tecnologiche dell’Europa sono disperse in mille rivoli, europei e nazionali, senza l’indicazione di alcun tipo di priorità, in modo che la politica dell’Europa viene di fatto progettata dall’America (dal DoD, dal DARPA, dalle multinazionali della difesa, dai GAFAM). Gli USA entrano fin nei dettagli delle nostre politiche industriali, come nel caso della governance di Pirelli (un fabbricante di pneumatici con un socio cinese), a cui si pretende di dettare la governance da Washington, rovinandone le prospettive di mercato. Questo contesto, che sembra fatto apposta per confermare le previsioni di Trockij (che gli USA avrebbero contingentato il capitalismo europeo), ridicolizza tutte le narrazioni del “Mainstream” -quelle “tradizionali” dei Cinesi che “rubano” la tecnologia agli Americani, mentre qui si vogliono costringere gl’Italiani a “rubare” la tecnologia ai Cinesi; dell’America liberale e liberista, ecc..-, e quelle nuove, dell’ America che vuole disinteressarsi dell’ Europa, mentre invece ci detta nei minimi particolari le politiche delle nostre imprese…D’altronde, la decisione dell’ allora FIAT di costruire solo automobili di piccola cilindrata era già stata imposta, a guerra mondiale ancora in corso, da un funzionario americano, negli uffici di Allen Dulles, responsabile della CIA in Europa, al Dott. Camerana, inviato dalla Fiat a Berna.
Infine, il, pur lodevole, principio della “Preferenza Europea”, invocato da molti, non può trovare oggi una reale attuazione a causa della debolezza, e/o dell’assenza, di campioni europei, e, anzi, il controllo americano su molte imprese europee. Gli unici campioni che siano stati creati in questi anni (Airbus, Ariane, Tornado, Eurofighter), nati, paradossalmente, in base ai principi gollisti della cooperazione intergovernativa e pubblico-privato, che si vorrebbero reintrodurre ora, furono in passato sabotati dai Governi. In particolare, l’unico grande conglomerato nato in base a questi principi, l’EADS, European Defense and Space, fra Francia, Germania, Inghilterra e Spagna, fu presto privatizzato e smantellato, per il prevalere d’ interessi nazionali e privati. Suo peccato originario: l’assenza di un forte presidio a tutela dell’interesse europeo, come avrebbe potuto essere costituito da una partecipazione azionaria forte dell’Unione Europea (per esempio, attraverso la BEI) , e uno statuto societario basato veramente sulla cogestione, secondo i principi del Modello Carbosiderurgico tedesco, o, ancor meglio, della Volkswagengesetz, che riserva ai poteri pubblici una sorta di “Golden Share” e sancisce il controllo sociale sui mezzi di produzione strategici.
Intanto, mentre si impongono agli Europei contorti, costosi e contraddittori atteggiamenti, come sanzioni e dazi, l’America continua a fare i suoi affari con la Russia e con la Cina “a margine” della vicenda Ucraina.Una qualunque seria politica estera e di difesa dovrebbe avere oggi come corrispettivo una politica tecnologica completamente diversa.
5.”Readiness 2030”: un obiettivo ambizioso, ma irrazionale
Con la modifica del nome del progetto (“Readiness 2030” anziché “ReArm Europe”), si è voluto “chiarire” (ma in modo ipocrita) che l’obiettivo della nuova politica estera e di difesa dell’Europa sarebbe quello di essere pronti entro 5-10 anni a contrastare autonomamente un eventuale attacco russo a Paesi Baltici e Polonia. Quindi, nulla a che fare con la Guerra in Ucraina, e, soprattutto, con la necessità di difendere, hic et nunc, il Canada e la Groenlandia dalla dichiarata volontà americana di aggressione.
Esprimo un mio motivato punto di vista su questa problematica perché posso dire di possedere almeno i rudimenti di “Military Preparedness”, essendo stato, nel lontano 1974, ufficiale dell’ Amministrazione Militare italiana, e avendo partecipato proprio a esercitazioni di mobilitazione generale.
La base per l’orientamento del Piano verso la preparazione bellica quinquennale sarebbe costituita da una previsione (non si sa quanto disinteressata) dei servizi segreti britannici, sulle intenzioni della Russia, ma non vi alcun motivo per cui quella russa sia veramente la minaccia militare più immediata per l’Europa. Per esempio, gli USA stanno minacciando in questo momento preciso di annettere entro questo mandato presidenziale, ma possibilmente prima, e se necessario con la forza, la Groenlandia, paese terzo associato con la Danimarca, e Vance, insieme al responsabile della sicurezza americana, è già perfino andato a prenderne simbolicamente possesso, visitando, contro la volontà delle autorità groenlandesi, una base americana nel Paese. Gli Europei intendono difenderlo? Come farlo, con centinaia di migliaia di soldati americani stanziati in Europa, e la Groenlandia già presidiata, seppure debolmente, dagli USA? Questo modello si ripeterà altrove, per esempio in Norvegia?
In secondo luogo, anche un’eventuale guerra fra la Russia e l’Europa, quand’anche arricchita di nuovi armamenti grazie a ReArm Europe e al contributo del Commonwealth, ci vedrebbe inevitabilmente sconfitti a causa delle nostre carenze di cui sopra, a meno che Musk non continuasse a fornirci la copertura dell’intelligence satellitare e, se del caso, gli USA una protezione nucleare, il cui venir meno è proprio il rischio che ha scatenato l’urgenza del piano di riarmo.
Non è pensabile che gl’ideatori del piano siano così sprovveduti da non avere considerato questi semplici dati di fatto, sicché l’ipotesi più plausibile è che, una volta di più, non si voglia affatto fare una vera politica estera e di difesa autonoma, bensì si voglia semplicemente dimostrare agli USA di avere aumentato le spese di difesa almeno del 2%, comprando per giunta in America nuovi equipaggiamenti. Poi, depositatosi il polverone, si farebbero accordi con Musk per Starlink, divenendo ancora più dipendenti di oggi dallo “scudo” americano.
Insomma, solo un modo per fare pressione sugli USA, “vendicandosi” per il declassamento consumato sull’ Ucraina e per i dazi. Come ha detto Vance, “Queste persone vogliono trasformare l’Europa in un protettorato permanente. Il problema: se mai fosse stata una buona idea, non è semplicemente sostenibile con duemila miliardi di dollari di deficit all’anno”. Ma non sarebbe comunque una buona idea, perché i protettorati sono aree che vengono svuotate di ogni vitalità, come è accaduto all’ Europa, ed è veramente singolare che ce lo debba ricordare proprio il Vice-presidente americano (che per altro viene indicato da taluni come futuro presidente dell’ Europa).
5.Una politica estera e di difesa gradualistica, ma accelerata
Un avvio graduale, ma ragionevole, di una politica estera comune potrebbe essere costituita invece dalla creazione immediata delle basi culturali e scientifiche (Accademia militare e digitale comuni), di quelle tecnologiche (sviluppo di un ecosistema digitale comune), e organizzative (un’Agenzia Tecnologica Europea), e, infine, giuridiche e finanziarie (la rinascita di una Società Europea per la Difesa e lo Spazio), con la partecipazione azionaria di Governi e imprese, sul modello di EADS ed Arianespace.
Infatti, oggi l’Europa manca di tutto quanto sopra: in sostanza, manca della sostanza effettiva della soggettività politica nell’Era delle Macchine Intelligenti. Fino ad ora, l’Europa, schiacciata fra una dipendenza puntuale ai poteri forti occidentali e un’ egemonia culturale di sinistra contraria al principio di realtà, non ha potuto fare nessuno di questi passi, ed, anzi, ha fatto di tutto per ostacolarli (demonizzazione delle culture europee d’anteguerra, cfr.Lukàcs; distruzione degli Istituti di Educazione e demonizzazione dell’epistocrazia; svendita delle imprese strategiche)..
Certamente, la lotta per la conquista (e la difesa?) della Groenlandia costituirà un ennesimo grande shock per gli Europei. Resta il fatto che ci si abitua a tutto, e il risultato potrebbe essere un rapporto ancora più coloniale fra USA ed Europa. Per evitarlo, occorre una grande mobilitazione di popolo contro l’annessione e per la difesa dell’isola artica, se necessario di concerto con altri partner interessati, come per esempio il Canada e il Regno Unito.
6.L’ “European Technology Agency” e l’ideologia olivettiana
Nell’ ideare e descrivere l’agenzia sopra indicata, ci siamo ampiamente ispirati a molti aspetti dell’attività di Adriano Olivetti, il quale aveva compreso, con l’anticipo di almeno 70 anni, il carattere determinante delle tecnologie digitali per l’intero orientamento della società del futuro, e anche l’inscindibile collegamento fra informatica, cultura e politica.
Quanto al primo punto, Olivetti aveva fatto della sua impresa il punto d’incontro fra tecnologia e società, partecipando al rinnovamento dell’ architettura industriale, al movimento per la normazione tecnica, all’elaborazione del Piano Regolatore di area larga di Ivrea e Valle d’Aosta nell’ ambito della Corporazione degli Industriali, nonché alla Resistenza, all’ amministrazione della città di Ivrea, di cui fu sindaco, alla vita parlamentare nazionale, e alla creazione del Movimento Comunità, di cui gettò egli stesso le basi teoriche. Soprattutto, raccolse intorno a sé intellettuali di tutte le specialità, dalla letteratura alla sociologia, al design, all’ architettura, alla fisica e all’ ingegneria, che poi avrebbero operato come un fertilizzante nei più svariati ambiti della società italiana.
Quanto al secondo punto, Olivetti sviluppò il rapporto università-impresa con una collaborazione con l’Università di Pisa, e per primo compì un’opera di attiva ricerca internazionale di talenti cibernetici (come oggi fanno gli Americani), con l’assunzione in America, con il supporto di Enrico Fermi, del giovanissimo e geniale fisico italo-cinese Mario Tchou, che, con un piccolo team d’ingegneri, progettò in pochissimi anni tanto un mainframe, l’ELEA, quanto, e soprattutto, il primo e fortunatissimo personal computer, il modello 101, che ebbe un incredibile successo nonostante che la divisione elettronica dell’ Olivetti fosse stata nel contempo venduta alla IBM per essere chiusa.
Le incredibili vicende di questa cessione, e la contemporanea morte, in circostanze misteriose, tanto di Olivetti che di Tchou, lasciano capire l’enormità degl’interessi in gioco intorno alla nascita dell’informatica. Di fatto, nessuno in Europa ha mai più tentato l’avventura di Olivetti e di Tchou, tanto più che, quasi contemporaneamente, si spingeva al suicidio l’altro geniale inventore europeo Alan Turing, e si sabotava l’aereo di Enrico Mattei. Infine, in quel momento Italia, Francia e Germania stavano lavorando a una bomba atomica europea, che fu poi rapidamente stoppata.
Occorre ora individuare una nuova via, attraverso una più seria strategia unitaria europea sulle nuove tecnologie e, in particolare, sulle tecnologie militari, e la ricerca di altri partner, economici e tecnologici, come la Cina. A questa nuova, complessa e rischiosa attività avevamo dedicato a suo tempo un importante studio, European Technology Agency, che avevamo inviato a tutti i vertici dell’ Unione, dalla Presidente della Commissione von der Leyen al Commissario Breton, al Presidente dell’ Europarlamento Sassoli, al Presidente della Banca Europea degl’ Investimenti Heuer, invitandoli ad abbandonare il grottesco progetto EIT, di dimensioni infinitesime, e ad affrontare con serietà la questione di una programmazione centralizzata e di lungo periodo dello sviluppo tecnologico nel continente, da affidarsi a una nuova, potente, istituzione europea, comparabile per certi versi al DARPA americano. Solo Sassoli aveva dato seguito alla nostra iniziativa nell’ambito della Commissione Tecnologia del Parlamento Europeo.
Tutta una serie di pubblicazioni di Alpina/Dialexis: “Re-starting EU Economy via Technology-intensive Industries”; “Il Ruolo dei Lavoratori nell’Era dell’Intelligenza Artificiale”,, infine, “La Regolamentazione Internazionale dell’ Intelligenza Artificiale”, che andiamo a presentare il 19 maggio al Salone del Libro di Torino. Da allora, la situazione è ancora peggiorata, con il continuo susseguirsi di documenti europei puramente teorici in materia di finanza, di ricerca, di difesa, che si sovrappongono e si elidono, mentre gli Stati Membri creano ciascuno propri enti specialistici (e mentre gli Stati Uniti e la Cina investono pesantemente in concreti programmi operativi come l’”Inflation Reduction Act”, il “Chip and Science Act”, “Made in Cina 2025, Chinese Standards 2030”, ecc…). All’ epoca, nessuno ci aveva dato retta, affermando che bisognava lasciar fare al mercato, ma ora le stesse massime Istituzioni dell’Unione Europea stanno andando esattamente sulla strada da noi indicata, imponendo soluzioni dirigistiche a livello continentale, come il piano ReArm Europe, approvato con il ricorso all’ art.122 del Trattato di Lisbona, che disciplina lo Stato di Eccezione. Resta però misteriosamente il tabù delle tecnologie duali, in cui tra l’altro l’Italia vanta precedenti unici nel loro genere (Olivetti, lanciatori SCOUT e VEGA, satelliti-spia, navette di rientro Thales-Leonardo, facilmente convertibili in missili ipersonici…). Anche in Italia si sta già dibattendo, con linee di frattura che attraversano gli schieramenti politici. Come scrive La Stampa dell’1° Aprile, “c’è chi vorrebbe accodarsi a Trump, entrando nella corte di Mar-a-Lago (Fratelli d’Italia). C’è chi vorrebbe accodarsi alla Cina, magari ritirando fuori dal cassetto la Via della Seta (i Cinque Stelle). C’è chi non ha mai nascosto i legami con Mosca (la Lega). C’è chi è disposto a fare scelte difficili, come aumentare gli investimenti in tecnologie militari, pur di rafforzare la sovranità europea (una parte del centrosinistra). E c’è chi svicola, evitando di prendere posizione e disegnando la propria identità intorno ad altri crinali, destra contro sinistra, apertura contro chiusura (un’altra parte del centrosinistra). Difficilmente ne uscirà premiato chi farà lo struzzo. I crinali politici vanno affrontati. Gli struzzi possono vincere qualche elezione, ma non vanno lontano”.
7.Sostituire l’industria americana dei servizi
Quando Ursula von der Leyen afferma che siamo pronti a vendicarci per i dazi americani, intende dire che la Commissione sta preparandosi a tassare le prestazioni di servizi dall’ America, per esempio di banche come J.P. Morgan e la Bank of America, e le piattaforme digitali come X, Google e Amazon. La UE esporta auto, farmaceutici e prodotti agroalimentari, e importa servizi, sì che la bilancia cvommerciale transatlantica non è affatto sbilanciata, bensì è in sostanziale pareggio.

Oltre agli strumenti già applicabili ai vari settori dei servizi dall’ America, la UE dispone dello specifico “Anti-Coercion Instrument, con cui potrebbe disattivare , limitare i diritti di proprietà intellettuale dei GAFAM o sescluderli dai mercati della UE.
Il punto è: come uscire da un sistema di interrelazioni, come quello attuale, che affida agli USA il ruolo dominante di esportatori di servizi “nobili”, e agli Europei il ruolo di “auxilia” o di manifattura. La Cina ha già risposto da tempo espellendo praticamente gli Americani dal proprio mercato, e costruendone uno interno altrettanto possente e concorrenziale di quello occidentale nel suo insieme. L’atteggiamento mercantilista e neo-coloniale americano sta fornendo finalmente la leva per applicare questa ricetta anche in Europa.

2 APRILE: LA NOSTRA “EUROPEAN TECHNOLOGY AGENCY” – VERA “VENDETTA” PER I DAZI, RIPARTENDO DAL “MODELLO OLIVETTI”

Nel momento in cui, pressata, da un lato, da Trump, e, dall’altro, da Zelenskij, la UE si è affrettata ad affermare la propria disponibilità a “sforare” le “sacre” regole di bilancio per poter investire di più nella difesa, diviene più che mai essenziale chiarire in che modo le nuove politiche di difesa dell’Europa s’inquadrerebbero in un discorso – culturale, etico e politico-, di respiro più ampio, che, lungi dal limitarsi a una contingente ripicca, tocca innanzitutto la guerra e la pace, ma poi anche le nuove tecnologie e il futuro dell’ Europa e del mondo, e, in secondo luogo, come possono contrastare dazi di Trump.


1.”Pax Aeterna”
Accanto a un’indubbia tradizione guerriera dell’ Europa, che risale agli Yamnaya, ai Greci, ai Romani, ai “barbari”, alle diverse monarchie e repubbliche (e che erroneamente viene interpretata come “democratica”), vi è stata fin dagli inizi, in Europa come altrove, una tradizione “pacifista”, ereditata dai grandi imperi orientali e divenuta dominante nella cultura del periodo augusteo (la “Pax Augusta”), quella che, paradossalmente, sembra la radice vera dell’ideologia “progressista”. Anche la parola d’ordine della “Pace Perpetua” è tutt’altro che nuova, essendo stata già lanciata dall’imperatore romano Filippo l’Arabo (il primo imperatore cristiano dell’Impero Romano), di cui ci è pervenuta una bella moneta con questa dicitura. Del resto, l’invocazione “ai costruttori di pace” contenuta nel Discorso della Montagna, sembra inserirsi proprio in questo secondo filone.
Questa dialettica ricorre in tutta la storia europea. Ogni impero, per sua natura, ha una vocazione universale, attraverso la sottomissione degli altri Paesi, creando una forma di pace, come annunziavano già le epigrafi sulle tombe degli Achemenidi: “parcere victis et debellare superbis”, il che è esattamente ciò che i teorici della “Fine della Storia” pensavano fino ad ora(e forse pensano ancora), i teorici dell’ Impero Americano.
I Persiani firmarono con i Bizantini, nel 532, un trattato di pace con, la “Pax Aeterna”, ai sensi del quale l’imperatore bizantino s’impegnava a pagare 11 000 libbre d’oro, destinate alla difesa dei passi del Caucaso contro i barbari, di cui si sarebbero dovuti occupare i Sassanidi( “Pace cinquantennale”, o “Trattato di Dara”), qualcosa che ricorda il 2% del PIL dovuto dagli Europei alla NATO per la difesa contro la Russia.
Il trattato doveva durare 50 anni, ma rimase in vigore solo fino al 572, quando Giustino II lo denunziò, dando inizio alla guerra del 572-591. Questa è stata sempre la sorte del trattati “di Pace Perpetua”, forse perché questa è possibile solo dopo la morte.
Il Sacro Romano Impero riprese il concetto della “Pax Aeterna” („Ewiger Landfriede“), ed, anzi, avviò un vero e proprio “movimento per la pace perpetua”, avviato con la “Pace dell’ Impero” del 1235, che sarebbe poi stato continuato da sovrani e intellettuali. Le pretese territoriali dei feudatari tedeschi si sarebbero dovute esprimere, d’ allora in avanti, non più con le faide, bensì attraverso azioni giudiziarie. Alla Dieta di Worms, del 1495, fu adottata la “Reichsgesetz”, che, creando il Reichskammergericht (il Tribunale Camerale Imperiale) di Francoforte , sanciva il monopolio imperiale dell’ uso della forza, mentre questa restava libera fra gli Stati indipendenti dall’ Impero.


2.I Progetti di crociata
Già allora la Pace Perpetua era legata a una politica di difesa dell’Europa. Se, all‘ interno dell‘ Impero, e, della Cristianità, doveva valere la Pace Perpetua, contro gl’infedeli (fossero essi mussulmani, albigesi, slavi o baltici) vigeva invece il diritto di guerra (così come nel mondo mussulmano, allo “Spazio dell’ Islam”, “Dar al-Islam”, si contrapponeva lo “Spazio della Guerra” (“Dar al-Harb”). Il concetto era che, quando il proprio impero avesse vinto contro tutti gli avversari, avrebbe potuto iniziare il “Millennio”, degna preparazione per il ritorno del Salvatore (lo Shaoshant mazdeo, il Mashiah ebraico, Gesù/Issa per Cristiani e i Mussulmani).
Ad esempio, l’accordo fra sovrani cristiani, il “Tractatus Pacis Fiundae”, proposto dal re boemo Giorgio Podiebrad, era un progetto di crociata. L’organizzazione delle crociate, originariamente compito del Papa e dell’ Imperatore, era stata così successivamente assunta da monarchi come i re di Francia e di Boemia, sotto la cui egida furono adottati i progetti di crociata (quelli di Dubois, di Podiebrad e di Sully), che introducevano organi politici paneuropei anticipanti quelli dell’ Unione Europea, potenzialmente alternativi a quelli dell’ Impero. Nonostante la decadenza dell’Impero e la frammentazione delle Chiese, non ci si rassegnava all’ idea che neppure fra i Cristiani potesse regnare la Pace Perpetua, e quindi si proponeva di attribuire ad organi collettivi la funzione regolatrice che, per Dante, spettava all’ Imperatore.
Il progetto di pace perpetua erroneamente attribuito a Kant, era, in realtà, dell’Abate di Saint-Pierre, un negoziatore del trattato di Utrecht, che si ispirava a quei precedenti medievali. Kant l’aveva semplicemente commentato, durante la Campagna d’Italia di Napoleone (quando si pensava che l’ascesa delle cassi borghesi avrebbe sostituito l’etica del commercio a quella della “gloria ed onore” di sovrani e aristocratici). Esso verrà ripreso nella versione russa della Santa Alleanza.Si noti che Kant, nonostante il suo commento favorevole alla proposta di Saint-Pierre, aveva paragonato anche, e giustamente, la Pace Perpetua a un cimitero.
Il Manifesto di Ventotene, scritto da alcuni antifascisti confinati nell’ isola di Ventotene, che si poneva come obiettivo quello si conseguire la pace in Europa mediante la creazione di una federazione, si riallacciava dunque al progetto di Saint-Pierre. Confondeva però, come questo e come i Progetti di Crociata, pace mondiale e pace europea, ordinamento internazionale e integrazione europea, ignorando fatti fondamentali come gli USA, la Russia, la Cina, il colonialismo e il dominio della tecnica. Tuttavia, coerentemente con le ambigue origini antiche del movimento per la pace, non ignorava invece la problematica bellica, ché, anzi, prevedeva che l’organizzazione militare dell’Europa fosse di competenza della Federazione. E’vero che il Manifesto contiene molte affermazioni pacifistiche, in particolare quella che “la federazione europea riduce al minimo le spese militari, permettendo così l’impiego della quasi totalità delle risorse a scopi di elevazione del grado di civiltà”. Gli estensori del Manifesto non potevano per altro immaginare che, nel nostro secolo, molte fra le spese “militari” sarebbero state dedicate proprio all’ “elevazione del grado di civiltà”, vale a dire quelle per la lotta della cultura contro il prevalere delle Macchine Intelligenti. Questo perché si dichiaravano fautori di un indifferenziato blocco di “Progresso” che proprio in quegli anni alcuni, come per esempio Heidegger , e poco dopo Horkheimer e Adorno, cominciavano invece a porre in discussione, perché tale “Progresso” riguardava le macchine, capaci di produrre la Bomba Atomica, non già la costruzione di un uomo superiore.
Oggi la stessa problematica si pone per l’ Intelligenza Artificiale.


3.La politica estera e di difesa e le nuove tecnologie.
A causa dell’ inscindibile nesso fra pace e guerra, posto dai precedenti della Pax Romana, della Landfriede e dei Progetti di Crociata, anche l’ Unione Europea era stata concepita originariamente come un’alleanza militare, la CED, che però non fu ratificata dal Parlamento francese, sostanzialmente perché non si era riusciti a definire una credibile catena di comando (problema tutt’ora irrisolto). Così, la politica estera e di difesa dell’Europa è rimasta sostanzialmente nelle mani della NATO, vale a dire degli Stati Uniti, con una funzione di “federatore esterno”, nei confronti del quale gli Stati europei si comportano come a suo tempo gli “auxilia” dell’ Impero Romano. In tal modo, le azioni militari comuni degli Europei si svolgono sotto il comando diretto della presidenza americana, così come sono state condotte le guerre di Corea, Irak, Bosnia,Kossovo e Ucraina. Questo è sempre stato un ulteriore grave limite dell’integrazione europea, anche perché, piaccia o no, le sempre nuove tecnologie (energia atomica, missili, radar, satelliti, computer, rete, droni, robot, microchip, intelligenza artificiale), che, nell’ultimo secolo, non hanno cessato di venire create, hanno tutte per lo più un carattere “duale”, vale a dire che servono tanto per il civile, quanto per il militare, e sono determinanti in ambo i settori. Il loro monopolio da parte degli USA limita quindi grandemente lo sviluppo civilizzatorio dell’ Europa, sospingendo sempre più quest’ultima verso il sottosviluppo. Le guerre attualmente in corso lo dimostrano, con il ruolo sempre più determinante di intelligenza artificiale, di satelliti, missili e droni, che conferisce il ruolo decisionale a chi li controlla, cioè gli Stati Uniti, e, ultimamente, ai loro “guru”informatici. Come se ciò non bastasse, infatti, gli Stati Uniti costituiscono il terreno di elezione delle grandi aziende informatiche che controllano l’ Occidente, e, in primo luogo, dell’ impero tecnologico di Elon Musk, membro del Governo americano e grande elettore di Trump. Da Musk dipende niente pò pò di meno che l’esito della guerra in Ucraina, che egli può far cessare in qualunque istante spegnando Starlink.Ciò evidenzia la superiorità di Musk rispetto a Trump, dimostrata simbolicamente dai segni esteriori di mancanza di rispetto istituzionale, come il rifiuto del “formal blue” e l’intreduzione dei figli nella Camera Ovale.
La previsione di un dominio mondiale dell’America-Mondo identificantesi con la megamacchina digitale -una transizione antropologica inquietante- è stata la molla principale che ha spinto, già dal secolo scorso, la “Maggioranza del Mondo”(“Bol’shinstvo Mira”) alla resistenza contro un’ occidentalizzazione che s’identifica oramai con l’inserimento di tutti nella Megamacchina: Poteri Forti, basi americane, cultura “Mainstream”, Internet, intercettazioni della NSA…
La “Guerra senza Limiti”, studiata dai generali cinesi in funzione di questo prevedibile scontro con gli USA, comprende quindi in larga misura una competizione sulle nuove tecnologie che è divenuta addirittura il cuore delle politiche americane e cinesi, fino al punto che i GAFAM, rappresentati da Elon Musk, sovrastano in USA il Presidente Trump e lo trascinano in progetti transumanisti come la conquista di Marte, che rivelano la vera natura del Progetto Incompiuto della Modernità, riallacciantesi alla religione tecnologica di Saint Simon e al Cosmismo russo. Già per Sun Zu l’“intelligence” costituiva la chiave dell’Arte della Guerra di: “Se conosci te stesso e il tuo nemico, vincerai cento battaglie”
Per questo, la questione della difesa dell’Europa non può essere disgiunta da quella delle nuove tecnologie e delle ideologie della tecnica. L’Europa non è certo inferiore alla Russia quanto a investimenti nella Difesa (anzi, spende il doppio di quest’ultima), ma è incredibilmente più debole di essa per la mancanza di investimenti nella parte “software”, che è quella delle nuove tecnologie, stranamente (?) riservate (dopo la morte di Adriano Olivetti e Mario Tchou e la chiusura della Olivetti Elettronica), a imprese e forze americane. Grazie a questa “divisione di compiti” transatlantica, le forze europee, quand’anche fossero meglio coordinate a livello continentale, non potrebbero risultare autonome dagli USA, come invece dichiarano oggi ottimisticamente molti leader europei diffidenti verso Trump (i “Volenterosi”). Ma questa è, come ha detto Witkoff, “solo una posa”, priva di credibilità politica e tecnica. Non per nulla, l’impostazione data all’azione ReArm Europe/Readiness 2030 risulta incredibilmente arretrata rispetto alle effettive esigenze del presente momento storico, caratterizzato, da un lato, dal desiderio degli USA di “ridurre il proprio impegno in Europa”, e, dall’ altro, dall’ emergere di armi rivoluzionarie come i missili ipersonici.Infatti, il piano si limita, da un lato, a rimuovere gli ostacoli finanziari all’ aumento della spesa dei singoli Stati Membri, proprio secondo quanto richiesto da Trump, e, dall’ altro lato, a prevedere un miglior coordinamento tecnico nella politica industriale, quale quello perseguito da tempo, con discutibili risultati, con l’Agenzia Europea degli Armamenti. Essa non tocca invece le questioni gravissime dell’assenza di una programmazione e comando comune, alternativi a quello NATO, di una cultura militare comune, dei sistemi di difesa più moderni, come una sorta di “Iron Drome” israeliano e qualcosa di simile ai missili ipersonici russi e cinesi, e infine di campioni europei nel campo delle tecnologie avanzate. Nel vuoto così creato, si stagliano come uniche realtà effettive i progetti di riarmo tedeschi, francesi, inglesi e polacchi, e gli acquisti di armamenti in America, il tutto restando nel campo delle tecnologie tradizionali e rafforzando il nazionalismo degli Stati membri.
Il suo significato è dunque prima di tutto psicologico/propagandistico, in quanto costituisce comunque una manifestazione d’indipendenza (almeno parziale) nei confronti dell’America di Trump, e “sdogana” l’idea del “riarmo” della Germania, che era stato “venduto” nei passati 80 anni come una delle principali ragioni d’essere dell’ ordinamento postbellico e delle limitazioni alla Politica Estera e di Difesa. Come scrive la Frankfurter Allgemeine, „Die Deutschen haben in ihrem Vulgärpazifismus versagt“(“I Tedeschi hanno fallito con il loro ‘pacifismo volgare’”).
Non serve per altro in alcun modo come deterrente contro la Russia, e tanto meno gli USA, in vista dei conflitti di oggi (Ucraina e Groenlandia).


4.Le “tecnologie duali”
Attualmente, le politiche tecnologiche dell’Europa sono disperse in mille rivoli, europei e nazionali, senza l’indicazione di alcun tipo di priorità, in modo che la politica dell’Europa viene di fatto progettata dall’America (dal DoD, dal DARPA, dalle multinazionali della difesa, dai GAFAM). Gli USA entrano fin nei dettagli delle nostre politiche industriali, come nel caso della governance di Pirelli (un fabbricante di pneumatici con un socio cinese), a cui si pretende di dettare la governance da Washington, rovinandone le prospettive di mercato. Questo contesto, che sembra fatto apposta per confermare le previsioni di Trockij (che gli USA avrebbero contingentato il capitalismo europeo), ridicolizza tutte le narrazioni del “Mainstream” -quelle “tradizionali” dei Cinesi che “rubano” la tecnologia agli Americani, mentre qui si vogliono costringere gl’Italiani a “rubare” la tecnologia ai Cinesi; dell’America liberale e liberista, ecc..-, e quelle nuove, dell’ America che vuole disinteressarsi dell’ Europa, mentre invece ci detta nei minimi particolari le politiche delle nostre imprese…D’altronde, la decisione dell’ allora FIAT di costruire solo automobili di piccola cilindrata era già stata imposta, a guerra mondiale ancora in corso, da un funzionario americano, negli uffici di Allen Dulles, responsabile della CIA in Europa, al Dott. Camerana, inviato dalla Fiat a Berna.
Infine, il, pur lodevole, principio della “Preferenza Europea”, invocato da molti, non può trovare oggi una reale attuazione a causa della debolezza, e/o dell’assenza, di campioni europei, e, anzi, il controllo americano su molte imprese europee. Gli unici campioni che siano stati creati in questi anni (Airbus, Ariane, Tornado, Eurofighter), nati, paradossalmente, in base ai principi gollisti della cooperazione intergovernativa e pubblico-privato, che si vorrebbero reintrodurre ora, furono in passato sabotati dai Governi. In particolare, l’unico grande conglomerato nato in base a questi principi, l’EADS, European Defense and Space, fra Francia, Germania, Inghilterra e Spagna, fu presto privatizzato e smantellato, per il prevalere d’ interessi nazionali e privati. Suo peccato originario: l’assenza di un forte presidio a tutela dell’interesse europeo, come avrebbe potuto essere costituito da una partecipazione azionaria forte dell’Unione Europea (per esempio, attraverso la BEI) , e uno statuto societario basato veramente sulla cogestione, secondo i principi del Modello Carbosiderurgico tedesco, o, ancor meglio, della Volkswagengesetz, che riserva ai poteri pubblici una sorta di “Golden Share” e sancisce il controllo sociale sui mezzi di produzione strategici.
Intanto, mentre si impongono agli Europei contorti, costosi e contraddittori atteggiamenti, come sanzioni e dazi, l’America continua a fare i suoi affari con la Russia e con la Cina “a margine” della vicenda Ucraina.Una qualunque seria politica estera e di difesa dovrebbe avere oggi come corrispettivo una politica tecnologica completamente diversa.


5.”Readiness 2030”: un obiettivo ambizioso, ma irrazionale
Con la modifica del nome del progetto (“Readiness 2030” anziché “ReArm Europe”), si è voluto “chiarire” (ma in modo ipocrita) che l’obiettivo della nuova politica estera e di difesa dell’Europa sarebbe quello di essere pronti entro 5-10 anni a contrastare autonomamente un eventuale attacco russo a Paesi Baltici e Polonia. Quindi, nulla a che fare con la Guerra in Ucraina, e, soprattutto, con la necessità di difendere, hic et nunc, il Canada e la Groenlandia dalla dichiarata volontà americana di aggressione.
Esprimo un mio motivato punto di vista su questa problematica perché posso dire di possedere almeno i rudimenti di “Military Preparedness”, essendo stato, nel lontano 1974, ufficiale dell’ Amministrazione Militare italiana, e avendo partecipato proprio a esercitazioni di mobilitazione generale.
La base per l’orientamento del Piano verso la preparazione bellica quinquennale sarebbe costituita da una previsione (non si sa quanto disinteressata) dei servizi segreti britannici, sulle intenzioni della Russia, ma non vi alcun motivo per cui quella russa sia veramente la minaccia militare più immediata per l’Europa. Per esempio, gli USA stanno minacciando in questo momento preciso di annettere entro questo mandato presidenziale, ma possibilmente prima, e se necessario con la forza, la Groenlandia, paese terzo associato con la Danimarca, e Vance, insieme al responsabile della sicurezza americana, è già perfino andato a prenderne simbolicamente possesso, visitando, contro la volontà delle autorità groenlandesi, una base americana nel Paese. Gli Europei intendono difenderlo? Come farlo, con centinaia di migliaia di soldati americani stanziati in Europa, e la Groenlandia già presidiata, seppure debolmente, dagli USA? Questo modello si ripeterà altrove, per esempio in Norvegia?
In secondo luogo, anche un’eventuale guerra fra la Russia e l’Europa, quand’anche arricchita di nuovi armamenti grazie a ReArm Europe e al contributo del Commonwealth, ci vedrebbe inevitabilmente sconfitti a causa delle nostre carenze di cui sopra, a meno che Musk non continuasse a fornirci la copertura dell’intelligence satellitare e, se del caso, gli USA una protezione nucleare, il cui venir meno è proprio il rischio che ha scatenato l’urgenza del piano di riarmo.
Non è pensabile che gl’ideatori del piano siano così sprovveduti da non avere considerato questi semplici dati di fatto, sicché l’ipotesi più plausibile è che, una volta di più, non si voglia affatto fare una vera politica estera e di difesa autonoma, bensì si voglia semplicemente dimostrare agli USA di avere aumentato le spese di difesa almeno del 2%, comprando per giunta in America nuovi equipaggiamenti. Poi, depositatosi il polverone, si farebbero accordi con Musk per Starlink, divenendo ancora più dipendenti di oggi dallo “scudo” americano.
Insomma, solo un modo per fare pressione sugli USA, “vendicandosi” per il declassamento consumato sull’ Ucraina e per i dazi. Come ha detto Vance, “Queste persone vogliono trasformare l’Europa in un protettorato permanente. Il problema: se mai fosse stata una buona idea, non è semplicemente sostenibile con duemila miliardi di dollari di deficit all’anno”. Ma non sarebbe comunque una buona idea, perché i protettorati sono aree che vengono svuotate di ogni vitalità, come è accaduto all’ Europa, ed è veramente singolare che ce lo debba ricordare proprio il Vice-presidente americano (che per altro viene indicato da taluni come futuro presidente dell’ Europa).


6.Una politica estera e di difesa gradualistica, ma accelerata
Un avvio graduale, ma ragionevole, di una politica estera comune potrebbe essere costituita invece dalla creazione immediata delle basi culturali e scientifiche (Accademia militare e digitale comuni), di quelle tecnologiche (sviluppo di un ecosistema digitale comune), e organizzative (un’Agenzia Tecnologica Europea), e, infine, giuridiche e finanziarie (la rinascita di una Società Europea per la Difesa e lo Spazio), con la partecipazione azionaria di Governi e imprese, sul modello di EADS ed Arianespace.
Infatti, oggi l’Europa manca di tutto quanto sopra: in sostanza, manca della sostanza effettiva della soggettività politica nell’Era delle Macchine Intelligenti. Fino ad ora, l’Europa, schiacciata fra una dipendenza puntuale ai poteri forti occidentali e un’ egemonia culturale di sinistra contraria al principio di realtà, non ha potuto fare nessuno di questi passi, ed, anzi, ha fatto di tutto per ostacolarli (demonizzazione delle culture europee d’anteguerra, cfr.Lukàcs; distruzione degli Istituti di Educazione e demonizzazione dell’epistocrazia; svendita delle imprese strategiche)..
Certamente, la lotta per la conquista (e la difesa?) della Groenlandia costituirà un ennesimo grande shock per gli Europei. Resta il fatto che ci si abitua a tutto, e il risultato potrebbe essere un rapporto ancora più coloniale fra USA ed Europa. Per evitarlo, occorre una grande mobilitazione di popolo contro l’annessione e per la difesa dell’isola artica, se necessario di concerto con altri partner interessati, come per esempio il Canada e il Regno Unito.
6.L’ “European Technology Agency” e l’ideologia olivettiana
Nell’ ideare e descrivere l’agenzia sopra indicata, ci siamo ampiamente ispirati a molti aspetti dell’attività di Adriano Olivetti, il quale aveva compreso, con l’anticipo di almeno 70 anni, il carattere determinante delle tecnologie digitali per l’intero orientamento della società del futuro, e anche l’inscindibile collegamento fra informatica, cultura e politica.
Quanto al primo punto, Olivetti aveva fatto della sua impresa il punto d’incontro fra tecnologia e società, partecipando al rinnovamento dell’ architettura industriale, al movimento per la normazione tecnica, all’elaborazione del Piano Regolatore di area larga di Ivrea e Valle d’Aosta nell’ ambito della Corporazione degli Industriali, nonché alla Resistenza, all’ amministrazione della città di Ivrea, di cui fu sindaco, alla vita parlamentare nazionale, e alla creazione del Movimento Comunità, di cui gettò egli stesso le basi teoriche. Soprattutto, raccolse intorno a sé intellettuali di tutte le specialità, dalla letteratura alla sociologia, al design, all’ architettura, alla fisica e all’ ingegneria, che poi avrebbero operato come un fertilizzante nei più svariati ambiti della società italiana.
Quanto al secondo punto, Olivetti sviluppò il rapporto università-impresa con una collaborazione con l’Università di Pisa, e per primo compì un’opera di attiva ricerca internazionale di talenti cibernetici (come oggi fanno gli Americani), con l’assunzione in America, con il supporto di Enrico Fermi, del giovanissimo e geniale fisico italo-cinese Mario Tchou, che, con un piccolo team d’ingegneri, progettò in pochissimi anni tanto un mainframe, l’ELEA, quanto, e soprattutto, il primo e fortunatissimo personal computer, il modello 101, che ebbe un incredibile successo nonostante che la divisione elettronica dell’ Olivetti fosse stata nel contempo venduta alla IBM per essere chiusa.
Le incredibili vicende di questa cessione, e la contemporanea morte, in circostanze misteriose, tanto di Olivetti che di Tchou, lasciano capire l’enormità degl’interessi in gioco intorno alla nascita dell’informatica. Di fatto, nessuno in Europa ha mai più tentato l’avventura di Olivetti e di Tchou, tanto più che, quasi contemporaneamente, si spingeva al suicidio l’altro geniale inventore europeo Alan Turing, e si sabotava l’aereo di Enrico Mattei. Infine, in quel momento Italia, Francia e Germania stavano lavorando a una bomba atomica europea, che fu poi rapidamente stoppata.
Occorre ora individuare una nuova via, attraverso una più seria strategia unitaria europea sulle nuove tecnologie e, in particolare, sulle tecnologie militari, e la ricerca di altri partner, economici e tecnologici, come la Cina. A questa nuova, complessa e rischiosa attività avevamo dedicato a suo tempo un importante studio, European Technology Agency, che avevamo inviato a tutti i vertici dell’ Unione, dalla Presidente della Commissione von der Leyen al Commissario Breton, al Presidente dell’ Europarlamento Sassoli, al Presidente della Banca Europea degl’ Investimenti Heuer, invitandoli ad abbandonare il grottesco progetto EIT, di dimensioni infinitesime, e ad affrontare con serietà la questione di una programmazione centralizzata e di lungo periodo dello sviluppo tecnologico nel continente, da affidarsi a una nuova, potente, istituzione europea, comparabile per certi versi al DARPA americano. Solo Sassoli aveva dato seguito alla nostra iniziativa nell’ambito della Commissione Tecnologia del Parlamento Europeo.
Tutta una serie di pubblicazioni di Alpina/Dialexis: “Re-starting EU Economy via Technology-intensive Industries”; “Il Ruolo dei Lavoratori nell’Era dell’Intelligenza Artificiale”,, infine, “La Regolamentazione Internazionale dell’ Intelligenza Artificiale”, che andiamo a presentare il 19 maggio al Salone del Libro di Torino. Da allora, la situazione è ancora peggiorata, con il continuo susseguirsi di documenti europei puramente teorici in materia di finanza, di ricerca, di difesa, che si sovrappongono e si elidono, mentre gli Stati Membri creano ciascuno propri enti specialistici (e mentre gli Stati Uniti e la Cina investono pesantemente in concreti programmi operativi come l’”Inflation Reduction Act”, il “Chip and Science Act”, “Made in Cina 2025, Chinese Standards 2030”, ecc…). All’ epoca, nessuno ci aveva dato retta, affermando che bisognava lasciar fare al mercato, ma ora le stesse massime Istituzioni dell’Unione Europea stanno andando esattamente sulla strada da noi indicata, imponendo soluzioni dirigistiche a livello continentale, come il piano ReArm Europe, approvato con il ricorso all’ art.122 del Trattato di Lisbona, che disciplina lo Stato di Eccezione. Resta però misteriosamente il tabù delle tecnologie duali, in cui tra l’altro l’Italia vanta precedenti unici nel loro genere (Olivetti, lanciatori SCOUT e VEGA, satelliti-spia, navette di rientro Thales-Leonardo, facilmente convertibili in missili ipersonici…). Anche in Italia si sta già dibattendo, con linee di frattura che attraversano gli schieramenti politici. Come scrive La Stampa dell’1° Aprile, “c’è chi vorrebbe accodarsi a Trump, entrando nella corte di Mar-a-Lago (Fratelli d’Italia). C’è chi vorrebbe accodarsi alla Cina, magari ritirando fuori dal cassetto la Via della Seta (i Cinque Stelle). C’è chi non ha mai nascosto i legami con Mosca (la Lega). C’è chi è disposto a fare scelte difficili, come aumentare gli investimenti in tecnologie militari, pur di rafforzare la sovranità europea (una parte del centrosinistra). E c’è chi svicola, evitando di prendere posizione e disegnando la propria identità intorno ad altri crinali, destra contro sinistra, apertura contro chiusura (un’altra parte del centrosinistra). Difficilmente ne uscirà premiato chi farà lo struzzo. I crinali politici vanno affrontati. Gli struzzi possono vincere qualche elezione, ma non vanno lontano”.
7.Sostituire l’industria americana dei servizi
Quando Ursula von der Leyen afferma che siamo pronti a vendicarci per i dazi americani, intende dire che la Commissione sta preparandosi a tassare le prestazioni di servizi dall’ America, per esempio di banche come J.P. Morgan e la Bank of America, e le piattaforme digitali come X, Google e Amazon. La UE esporta auto, farmaceutici e prodotti agroalimentari, e importa servizi, sì che la bilancia cvommerciale transatlantica non è affatto sbilanciata, bensì è in sostanziale pareggio.

Oltre agli strumenti già applicabili ai vari settori dei servizi dall’ America, la UE dispone dello specifico “Anti-Coercion Instrument, con cui potrebbe disattivare , limitare i diritti di proprietà intellettuale dei GAFAM o sescluderli dai mercati della UE.
Il punto è: come uscire da un sistema di interrelazioni, come quello attuale, che affida agli USA il ruolo dominante di esportatori di servizi “nobili”, e agli Europei il ruolo di “auxilia” o di manifattura. La Cina ha già risposto da tempo espellendo praticamente gli Americani dal proprio mercato, e costruendone uno interno altrettanto possente e concorrenziale di quello occidentale nel suo insieme. L’atteggiamento mercantilista e neo-coloniale americano sta fornendo finalmente la leva per applicare questa ricetta anche in Europa.

“TRUSK”:UN MOMENTO DI DISVELAMENTO DELLA MODERNITA’

La storia culturale della Modernità è piena di paradossi, che derivano in ultima sintesi dal contrasto fra, da una parte, la pretesa trionfalistica di avere superato, grazie alle “idee chiare e distinte”, l’interminabile era del mito, e, dall’altro, l’incapacità di definire in modo soddisfacente un qualunque termine del mondo dell’esistenza: soggetto, oggetto, ragione, verità, mondo…


1.Dalla Dialettica dell’Illuminismo al Nichilismo
Da quell’ incapacità deriva un susseguirsi spasmodico di intuizioni, affermazioni e ipotesi, in cui l’unico aspetto costante è la ferma volontà di occultare in ogni modo, sotto il velo della apparente logica, della pretesa verità, della falsa obiettività, del metodo “scientifico”, dei “valori non negoziabili”, l’assoluta inconoscibiltà del mondo, e perfino dell’Io.
Nel corso dei secoli, solo alcuni,pochi, autori, come Eraclito, Pirrone, Tertulliano, al-Ghazzali, Hume, Leopardi, Nietzsche, Wittgenstein, Heisenberg, De Finetti e Feyerabend, hanno osato rivelare appieno questo meccanismo, che non soltanto scardina tutti i sistemi religiosi, filosofici e politici, ma, addirittura, paralizza la capacità di progettare (il “nichilismo”).Eppure, questa situazione è ben presente all’interno di ciascuno di noi, sì che chiunque deve affrontarla e gestirla, oggi come sempre.
Nonostante la crescente complessità e raffinatezza dei miti (trasformatisi gradualmente in lingua, religione, storia, politica, diritto, filosofia, arte), la loro debolezza e precarietà non cessa di rivelarsi nelle diverse epoche storiche; e compito primario delle classi dirigenti è sempre stato, ed è ancor sempre, quello di coprire con nuove creazioni le crepe delle narrazioni dominanti per evitare crisi culturali, e quindi politiche. Proprio da quest’ esigenza ininterrotta di “Riparazione del mondo” (“Tikkun ha-Olam”) deriva l’asprezza delle guerre culturali, che, anziché arrestarsi con l’avvento dell’ attuale era ipertecnologica, s’intensificano vieppiù, come dimostra l’attuale lotta per l’egemonia culturale e per il dominio sui mezzi di comunicazione.


2.Dai paradossi della Modernità al contrattacco MAGA
All’ interno del processo di disvelamento, il presente potrebbe costituire un momento di presa di coscienza, da una parte del mondo politico e culturale, circa la conflittualità del progetto occidentale con gl’ideali umanistici e in larga misura conservatori che pure animano il discorso pubblico di buona parte dell’ establishment europeo.
E’ il cosiddetto “scossone” per l’ Europa auspicato,tra gli altri, dall’ex-Commissario Gentiloni, anche se non si vede proprio quale potrebbe essere il soggetto attivato da questo scossone, visto che ancor oggi nessuno è capace, ma neanche desideroso, di assumere un ruolo di autentica “leadership” europea. Siamo innanzitutto di fronte a un effetto intimidatorio di lungo periodo, sulle classi dirigenti, delle vicende Olivetti, Chu, Mattei e Moro, che hanno dimostrato che chiunque fa veramente gl’interessi dell’ Italia e dell’ Europa viene comunque punito; poi, del risultato degli sforzi sistematici del sistema educativo di formare caratteri deboli e menti confuse,..
Inoltre, non è affatto detto che modeste innovazioni istituzionali (come il voto a maggioranza o l’aumento delle risorse proprie) possano supplire alla mancanza di identità e di leadership.
Certo, dovrebbero fare sobbalzare gli Europei il preventivato contratto italiano con Starlink, il sostegno di Musk agli elementi più estremi dell’UKIP e all’ AfD, la rivendicazione, da parte di Trump, di Groenlandia, Canada e Panama, oltre che l’innalzamento della richiesta di aumento delle spese militari, dal 2% al 5%. Richieste che, se accettate, comporterebbero la distruzione dell’economia europea e lo smantellamento delle seppur modeste parvenze di politiche europee commerciali e di difesa. Ma che, soprattutto, mettono comunque in evidenza quali siano gli obiettivi bipartisan americani, al di là dei veli ideologici , siano questi anti-woke, siano essi progressisti. La realtà è che, come prevedeva Morozov(ne “I Signori del Silicio”), le classi dirigenti dell’ Occidente, e soprattutto degli USA, si preparano a difendere con l’informatica le loro posizioni di privilegio (cfr. “The New Digital Age”), e questo, non potendo toccare, né la Cina, né l’ India, né l’Iran, viene fatto accrescendo ai danni degli alleati -innanzitutto europei-(“mettere fuori mercato il mondo intero”, cfr.l’”Inflation Reduction Act”).

Droni assassini

3.Le debolezze del discorso “occidentale” e l’incapacità di usarle.
La contropartita negativa, per gli USA, di questo gioco allo scoperto, sarebbe che diviene per essi sempre più difficile utilizzare le loro usuali retoriche del “mondo libero”, del libero mercato, della concorrenza e dell’indipendenza nazionale, quando invece il potere americano (statuale e informatico) si comporta in modo così specularmente e platealmente opposto, licenziando via tweet governi e magistrati indipendenti, rivendicando territori stranieri per pure esigenze di sicurezza nazionale, imponendo all’ Europa cambiamenti radicali della propria legislazione. Come fare a sostenere che gli USA si ispirano a regole obiettive nell’ interesse dell’Umanità, quando non rispettano i principi ch’essi stessi hanno imposto (democraticità, reciprocità, autodeterminazione, antitrust, rispetto dei trattati)? I fatti dimostrano anche che non si tratta qui solo di una scelta tattica e soggettiva, legata a questo o quel presidente, ma del comportamento sistemico di un Paese che applica in tutto il mondo tariffe discriminatorie, sanzioni ed altri tipi di “coercion” che allo stesso tempo dichiara totalmente vietati. Un ennesimo caso di “double standard”, che s’inquadra perfettamente nel panorama di nascondimento generalizzato che caratterizza la Modernità (che, a questo punto, s’identifica con l’ipocrisia puritana).
Ebbene, per i motivi che abbiamo sopra evidenziato, nei fatti, quello “scossone” di cui avevamo parlato all’ inizio non c’è, nei fatti e neppure nelle coscienze. Ci si limita a descrivere con un poco più di realismo del solito i fenomeni in corso, con i quali l’establishment è evidentemente del tutto intenzionato a convivere senza reagire.Anche perché si tratta della roiproposizione, in termini più aggressivi, di idee che giravano da tempo.
L’idea che le società informatiche (i GAFAM) dovessero guidare l’America alla conquista del mondo era stata espressa da Schmidt e Cohen già nel 2005 nel loro “The New Digital Age”, ed attuata in pratica con la “NSCAI” NATIONAL SECURITY COMMISSION ON ARTIFICIAL INTELLIGENCE , che redasse, sotto la guida di Schmidt, e fece approvare dal Congresso, il CHIPS and Science Act e l’Inflation Reduction Act, volti a “mettere il mondo stesso fuori mercato”, oltre a gettare le basi per altri 9 provvedimenti legislativi a favore dell’ AI americana. Oggi, furoreggia, inoltre, la singolare idea che gli Stati esteri debbano “ridurre il surplus commerciale con gli USA”, quando tale surplus deriva solo dal fatto che, grazie al signoraggio del dollaro, gli Americani possono comprare gratis qualunque merce in tutto il mondo. L’unico vero modo per eliminare il deficit commerciale americano sarebbe quindi eliminare il signoraggio del dollaro, con la “de-dollarizzazione”; invece, gli USA e i filo-americani d’Europa (come Christine Lagarde e Ursula von der Leyen), vorrebbero che tale surplus venisse eliminato comprando in America prodotti antieconomici di cui gli Europei non hanno alcun bisogno.
Ci si potrebbe stupire del fatto che molti osservatori ritengano che Europa e America tendano a divergere, quando, di fatto, quel che si vede in superficie è una sempre maggiore acquiescenza degli Europei agli Americani, e perfino l’erosione di una delle ultime isole di resistenza, l’estrema destra, cooptata così facilmente da Musk. Invece, la divaricazione è nei fatti stessi, nell’ atteggiamento oramai platealmente ostile del potere americano nei confronti degli Europei, e giungerà all’ estremo dei paradossi se, per ipotesi, gli Europei accettassero di aumentare al 5% del PIL le loro spese di difesa. Ciò vorrebbe dire una spesa annua di 850 miliardi di Euro, cioè pari a quella americana. Ma, se ciò fosse, non avrebbe proprio più alcun senso che gli USA dominassero la NATO, Con 850 miliardi l’anno, l’Europa dovrebbe potersi permettere un servizio segreto europeo, un sistema missilistico, spaziale e nucleare, europeo, dei missili ipersonici, oltre che una potentissima industria “duale”. Inoltre, se l’America persisterà a voler annettere territori, come la Groenlandia, che sono “territori d’oltremare” di uno Stato Europeo, l’Europa dovrebbe considerare, nella sua “percezione delle minacce”, anche e soprattutto gli USA. In pratica, la dottrina gaulliana della “Force de Frappe Tous les Azimuts”, cioè i missili puntati su Washington. Cosa che invece è ovviamente assente nel più recente documento europeo, il “Rapporto Niinistoe”.

Jack Ma, oggi in esilio


4.Il “Sistema Informatico-Digitale “al potere
Soprattutto, attraverso l’inedita simbiosi fra Musk e Trump (che Giannini ha chiamato “Trusk”), si è evidenziato che il progetto di Schmitt e Cohen era tutt’altro che una chimera, ma, anzi, ha vinto in tutto l’ Occidente. Come scrive Cacciari: “La tecnica domina il dover essere dell’umanità e ne è diventata, in tutta evidenza, la nuova religione.””La Macchina, Macchina divenuta intelligente, ‘spirituale’, rappresenta il fattore fondamentale della nostra vita. E i suoi padroni ne sono quindi, di necessità, i sovrani”“Si sono affermate nel corso degli ultimi decenni culture politiche che hanno assecondato un tale processo e che nulla hanno a che fare con destre e sinistre del Novecento.” Fra queste (a nostro avviso): la cultura della cosiddetta algoretica, sotto l’influenza di Teilhard de Chardin, e il “Movimento 5 Stelle”, creato da un informatico come Casaleggio, che ha alimentato l’illusione di una democrazia digitale (che abbiamo visto essere insostenibile).
Ma in realtà sono i GAFAM nel loro complesso ad avere preso il sopravvento sull’Amministrazione americana: Musk come porta-parola ufficiale; Zuckerberg come agitatore aggressivo; Schmidt come lobbista parlamentare; Kurzweil come teorico e teologo.

Il totalitarismo è legato al millenarismo religioso


5.Il totalitarismo del XXI Secolo
In definitiva, come scrive Giannini, “il muskismo è una teoria totalitaria dell’ umano tanto quasi quanto lo fu il marxismo”, e questo è ovvio se si pensa al precursore Saint- Simon (che voleva affidare agl’industriali “il potere spirituale”), se non addirittura alle radici gnostiche dei totalitarismi secondo lo schema di Voegelin (Il mito del Mondo Nuovo). Più precisamente, il “Muskismo” è addirittura l’”inveramento” del comunismo(deperimento dello Stato più anarchismo), e, quindi, come scrive Cacciari, una religione fondamentalistica, ennesima riedizione della “Réligion de l’Humanité” di Saint-Simon, già presente un po’ in tutte le culture e le società moderne (Garibaldi ne teneva sempre con sé un esemplare).
A questo punto. l’unico serio ostacolo alla creazione di un fondamentalistico Stato Mondiale dei GAFAM (come quello profetizzato da Juenger) è costituito, a oggi dall’alleanza fra Russia e Cina, perché questi due Paesi hanno avuto il coraggio di affrontare di petto il Sistema Informatico-Militare, come si è fatto in Cina con il “Crackdown sui BAATX” e in Russia con il superamento delle tecnologie militari USA.
Ed è per questo che il Sistema Informatico-militare incalza la politica americana, a partire da Trump, perché, secondo essi, lo Stato americano non ha fatto abbastanza per coordinare l’espansionismo delle imprese e imbrigliare i partner in accordi commerciali esclusivi (che non accettino la Cina).
Secondo quanto scrive Massimo Giannini su “La Repubblica”, il progetto totalitario occidentale consisterebbe ora nel “somigliare alle autocrazie, ibridando tecnica e politica”. In realtà, questo parallelismo regge solo fino a un certo punto. Intanto, come abbiamo visto, l’idea della “creazione di una nuova società organica” sul modello dell’ Ancien Regime, ma con “il potere spirituale nelle mani degl’industriali”, era già presente in Saint-Simon, fu elaboratanei minimi dettagli dal Cosmismo russo e dal Trockismo, e infine espressa in modo mirabile da Kurzweil (oltre ad avere cultori in Garibaldi e in Juenger). Tutto ciò molto prima della recente svolta centralistica in Cina e in Russia, nata, questa sì, dalla rivalità mimetica con l’ America -con il disciplinamento degli oligarchi ai tempi di Khodorkovskij, con la rinazionalizzazione delle imprese strategiche dopo l’exploit dei GAFAM, e con la necessità di contrastare le spinte separatiste tibetana, uighura e di Hong Kong, fomentate dagli USA-.Inoltre, perché tanto in Cina, quanto in Russia, il potere degli oligarchi è subordinato a quello dello Stato (come dimostrano i casi di Khodorkovskij e di Jack Ma), mentre negli USA gli oligarchi fanno ciò che vogliono.
L’emersione a Est e a Ovest di sempre nuove società illiberali costituisce certamente un ulteriore dato di fatto, a causa soprattutto della guerra culturale in corso fra “Democrazie” e “Autocrazie”, e in particolare, della centralità, in quest’ultima, dell’informatica: si tratta infatti di un’economia di guerra, dove nessuno spazio può essere lasciato ai nemici, siano essi interni o esterni.
Chi ha imitato gli altri in campo informatico è stata in ultima analisi la Cina: innanzitutto, ha forgiato i propri BAATX proprio come l’ARPA ha forgiato i GAFAM, e secondo il modello di questi ultimi, poi, mentre l’Europa ha preteso assurdamente di nascondere la propria impotenza sotto una pletora di grida manzoniane, la Cina ha semplicemente tradotto in Cinese le nostre grida, applicandole immediatamente e integralmente ai suoi BAATX, comminando ad essi migliaia di sanzioni, e giungendo, coerentemente, ad espropriare Jack Ma. E’ ciò che i GAFAM vogliono evitare accada anche in Occidente (lo “spezzatino” dei GAFAM sul modello Standard Oil e AT&T, ed è per questo che sono saltati rapidissimamente sul carro di Trump, “tirandolo per la giacchetta”, come sta facendo in primis Zuckerberg.


6.Le rivendicazioni di Zuckerberg contro l’ Unione Europea

Zuckerberg con la Commissaria Jourovà


L’Europa, che ha preteso a lungo di costituire, con la sua legislazione sul web, il “Trendsetter of the Worldwide Debate”, è stata sonoramente sementita dai fatti:
-l’Europa non può legiferare su imprese che esistono solo in USA, e vivono in simbiosi con l’Esercito Americano, che le protegge;
-queste imprese sono più forti dei Governi europei, e i più credono che ora siano più forti perfino di Trump, il quale non riesce ad opporsi a Musk;
-le stesse Istituzioni Europee violano, per complicità con i GAFAM, le norme ch’esse hanno adottato, perché, nella vita concreta, tutto in Europa è così strettamente connesso con le forze armate americane, con la Intelligence Community, con le fondazioni, università e imprese USA, che il trasferimento di dati dalla UE agli USA è ininterrotto, ed essenziale per il funzionamento stesso dell’Europa, anche se il Parlamento Europeo, il diritto europeo e la Corte di Giustizia ne richiedono l’interruzione;
-un siffatto “decoupling” (effettivamente preparato, ma ancora non messo in atto, in Russia e in India), richiederebbe infatti una fortissima volontà politica e una lunga preparazione tecnica ed economica, che in Europa non ci sono.
Intanto, Zuckerberg sta aprendo un nuovo fronte:il rifiuto dell’applicazione extraterritoriale del diritto europeo ::“The U.S. government under incoming President Donald Trump should intervene to stop the EU from fining American tech companies for breaching antitrust rules and committing other violations”.
Non soltanto, quindi, in America l’antitrust è stato praticamente cancellato per non danneggiare i GAFAM, ma addirittura Zuckerberg pretende che l’Europa disapplichi completamente (almeno nei confronti degli Americani), il proprio intero pacchetto di tutela, di cui essa va fiera. Anche se avevamo visto lo stesso Zuckerberg stringere la mano della Commissaria Jourovà dopo aver concordato tale pacchetto. Sempre secondo Giannini”, “le smunte comparse di quel che resta del teatrino comunitario provano a resistere”.
In effetti, la Presidente von der Leyen aveva sempre vantato i presunti successi della Commissione nel controllo mondiale sul digitale, mentre oggi si rivela che l’unica seria discepola della Commissione (con il preteso ”effetto Bruxelles”) è stata la Cina.
Intorno all’ attacco comntro la UE, Zuckerberg sta elaborando un’intera ideologia contro gl’interventi della UE sui GAFAM, descritti come un asset americano da difendere:”I think it’s a strategic advantage for the United States that we have a lot of the strongest companies in the world, and I think it should be part of the U.S. strategy going forward to defend that,”
Zuckerberg continua così:”If some other country was screwing with another industry that we cared about, the U.S. government would probably find some way to put pressure on them, but I think what happened here is actually the complete opposite” .
Ecco che cosa s’intende in pratica con “Make America Great Again”, e ciò contro cui gli attuali politici europei non hanno il coraggio di muoversi.

D.O.G.E. : UNA VITTORIA DELL’ IDEOLOGIA CALIFORNIANA

Il progressivo sovrapporsi della vittoria di Musk a quella di Trump costituisce l’immagine plastica di una mutazione epocale in corso in tutto il mondo, definita genericamente “crisi della democrazia”:

-nell’Impero Americano, il più grande guru dell’ informatica, un finanziere che già domina tutti i mercati strategici, preme (apparentemente, con successo) per essere nominato capo di un progettato “Department of Goverment Efficiency” (“D.O.G.E.”), destinato a porre l’intero Stato americano, che domina il mondo intero,sotto la tutela del Gruppo Musk;

-in Cina, la digitalizzazione si spinge fino a controllare ogni azione dei cittadini, la loro salute, i loro spostamenti;

-in Israele, l’intero popolo palestinese è controllato ininterrottamente dai vari sistemi digitali dell’Esercito e dei servizi segreti, e i ministri possono essere “licenziati” senza motivazione e senza alcun impatto sull’appoggio dei partiti al Governo; inoltre, il Paese, divenuto, grazie a quanto sopra, il massimo esperto mondiale di tecnologie di controllo, rivende queste ultime a tutti i Paesi del mondo;

-in Russia, gli organi governativi sono perennemente riuniti in una tele-conferenze con il Presidente, e perfino le loro relazioni individuali al Presidente sono trasmesse in diretta: il trionfo del “Talk Show”;

-nella UE, si sta preparando una sorta di “mobilitazione generale”(“Rapporto Niinistö),civile e militare,  e vige una censura generale pan-europea contro chiunque non sia allineato sul “politicamente corretto”(il “Digital Services Act”);

-in Ucraina, sono stati sciolti 11 partiti politici ed espropriata la maggior parte delle Chiese, colpevoli di essere restate fedeli al Patriarcato di Mosca.

E si potrebbe andare avanti all’ infinito…

In questo intervento, cercheremo di analizzare le ragioni di questo trend, con particolare riguardo al ruolo di Elon Musk nella nuova costellazione di potere conseguente alla vittoria di Trump.

1.Brave New Word (ll mondo nuovo)

Rivivono in Musk certi aspetti del bolscevismo originario, come il cosmismo (la “colonizzazione dello spazio di Tsiolkovskij,  di Vernadskij , di Bogdanov e del movimento ingegneristico kievano “Do Marsa”= “su Marte”).

Dovunque, l’accresciuta conflittualità fra il progetto  post-modernista incarnato dai GAFAM (le Grandi Piattaforme americane) e quello conservatore (rappresentato dai BRICS) -conflittualità ramificata attraverso tutti gli Stati del mondo-, ha generato una situazione di guerra strisciante e di preparazione bellica permanente fra i grandi Paesi, che rende inevitabile la centralizzazione di tutti i poteri intorno al rispettivo leader e al suo “cerchio magico”, per essere sicuri della rapidità della mobilitazione bellica, per mantenere intatta la retorica ufficiale, per evitare ogni “infiltrazione” ostile, per razionalizzare un’economia sinistrata in vista di una guerra prolungata, per contrastare le catastrofi derivanti dalla crisi ecologica…Questa centralizzazione si appoggia sulle nuove tecnologie digitali di controllo capillare della popolazione, che finiranno per risultare le uniche vere vincitrici di questo confronto, come scritto profeticamente da Manuel De Landa nel suo “La guerra nell’ era delle macchine intelligenti”.

In queste condizioni, che senso ha ripetere stancamente le retoriche della libertà individuale, della separazione fra Stato e Chiesa, della divisione dei poteri, della libertà di opinione, della “privacy” che avevano caratterizzato il XX° secolo? Qui si fa solo più a gara a chi abolisce più libertà, considerandosi ogni realtà indipendente come un focolaio di pericolo, in quanto è possibile che venga conquistato da un “nemico”, e usato per “destabilizzarci”.

L’insistere a tentare di spiegare tutto ciò con gli stereotipi del XX° Secolo è non solo inutile, ma anche sospetto, in quanto è molto probabile che si voglia nascondere in mala fede la realtà delle cose, e in particolare il fallimento di una cultura irrealistica (i “parametri utopico-liberali” di cui parla Giovanni Ursina), che per altro ha sostenuto le carriere di intere generazioni d’intellettuali e di politici.

Quando si attaccano,  con l’accusa di “democrazia illiberale”, alcuni Paesi dell’Unione Europea (Ungheria, Slovacchia) o della NATO (Turchia), in realtà si vuole condannare non già la loro pretesa illibertà, bensì la loro eccessiva indipendenza, che permette loro di non schierarsi al 100% con l’ America, divenendo così a loro volta un pericolo per il controllo centralizzato e militarizzato,da parte  da parte della stessa, degli “alleati” occidentali. Tuttavia, questi Stati  non fanno che ripetere in piccolo quello che già succede in grande nelle grandi potenze (a cominciare dagli Stati Uniti), e anticipando quello che accadrà ancora in tanti altri Stati. Essi debbono centralizzarsi per resistere ai potentissimi condizionamenti del Complesso Informatico-Digitale occidentale (di cui Musk è il tipico esempio)..

D’altronde, le contraddizioni della Modernità che stanno esplodendo ora, e, in particolare, quelle della “democrazia” occidentale, erano già iscritte fin dall’ inizio nel suo DNA. Per esempio, pur parlando di democrazia, lo stessoGeorge Washington ne criticava già,  in nome del “Repubblicanesimo”,  gli aspetti fondamentali: i partiti, il voto popolare e lo spirito di parte.

Il punto è che la democrazia è per sua natura illiberale. Mentre il liberalismo è un’ideologia tipica dell’ aristocrazia del ‘700 che lottava contro lo Stato assoluto inneggiando alla “liberalità” dei signori (pensiamo a Rochefoucauld), la democrazia è quella deriva delle antiche Poleis, denunziata fin da Omero (Tersite), per passare a Socrate, Aristotele e lo “Pseudo-Senofonte”, che le aveva portate ad essere dominate da un pathos plebeo, dalla demagogia, dall’“oclocrazia”(l’”apistos demos” di Aristotele), e, infine, dalla tirannide (i Trenta Tiranni). E che altro è il “trumpismo” (o il “populismo”:la “pancia” del popolo), se non lo spirito plebeo elevato a virtù civica, in quanto la più pura espressione del “popolo” tanto esaltato negli ultimi 200 anni?

“Democrazia illiberale” è un termine assolutamente equivoco, sia se usato in senso dispregiativo, sia usato in senso elogiativo, perché, nell’attuale gergo americaneggiante, tanto “democrazia” quanto “liberale” designano il contrario di quanto avevano significato per almeno mezzo secolo in Europa (per esempio, in “Democrazia Cristiana” e “Partito Liberale”). D’altronde, la traduzione del l’omonimo libro di Zakaria parla giustamente di “democrazia senza libertà”, che ben si attaglia a praticamente tutti gli Stati attuali. Sarebbe forse meglio parlare di  “sistema carismatico-rappresentativo”, in quanto esso  tenta di conciliare l’esigenza di un leader, provocata dalla mobilitazione generale mondiale, con le forme giuridiche della democrazia rappresentativa (così come, nel Principatus augusteo, l’esigenza di un principe provvidenziale veniva conciliata con le forme tradizionali del cursus honorum repubblicano)

Del resto, vi è sempre stato un legame fra “mobilitazione generale” e idolatria del “popolo”, che è quello che, come ben studiato da Jünger, aveva portato ai totalitarismi del 20° Secolo. L’unico modo per por fine alla mentalità da mobilitazione generale è far finire la Terza Guerra Mondiale, rendendo nuovamente possibile, all’interno di ciascuno dei blocchi concorrenti, una forma di pluralismo, non più accusabile di “intelligenza con il nemico”. Vediamo se Trump ne sarà veramente capace.

Questa situazione smentisce in modo definitivo la credenza che, nel XXI° secolo, possano avere ancora una qualche utilità le categorie di “Destra” e di “Sinistra”, ma anche di “Democrazia” e “Autocrazia”, essendo restata in campo solo la distinzione fra “governo degli algoritmi” (come quello che si è instaurato in America grazie alla convergenza delle azioni di Eric Schmidt e di Elon Musk) e il (almeno più “umano”) “governo del leader” (come quelli di Cina, Russia, India, Turchia..).

In questo contesto, l’Europa, disabituata a pensare dall’egemonia del “pensiero unico”, non sa più come orientarsi. Perfino coloro che, per un motivo o per l’altro, amerebbero defilarsi dal Governo delle Macchine Intelligenti, dell’America e della NATO, sono in seria difficoltà, visto che c’è una corsa sfrenata da parte di tutti ad accattivarsi la coppia, ormai onnipotente, “Trump-Musk”, mentre le effettive intenzioni di Trump non sono ancora neppure note. Come ha affermato sprezzantemente Putin, “ciò che manca all’ Europa sono i cervelli”.

La vicenda Trump-Musk dimostra almeno quanto siano ancora diverse l’Europa e l’America.

2.Il ruolo di Elon Musk nell’amministrazione Trump

Come anticipato, vogliamo qui concentrarci però su quella che appare come la vera novità del secondo mandato di Trump, il quale forse ha vinto in questo modo schiacciante non già per l’appoggio di nuove correnti di opinione o all’ “endorsement” di autorevoli “opinion leader”, bensì grazie a un impero finanziario e tecnologico -quello di Musk- che già domina l’Occidente, sui mercati dei media, delle biotecnologie, dell’ intelligenza artificiale, dello spazio,  dell’ autoveicolistica,  delle telecomunicazioni, essendo così in grado di pilotare l’intera società americana e di mettere in ombra gli stessi GAFAM “minori”. E, difatti, Musk ha messo a disposizione di Trump un congruo numero di miliardi, di cui una quota precisa dedicata al voto di scambio, oltre che l’accesso senza limiti e senza censura alla piattaforma “X”, quella che era stata un tempo Twitter, e che Musk ha comprato. Gli mancava solo il timbro di “Direttore tecnico degli Stati Uniti”,cosa che oramai sembrerebbe avere. Infine, è lui il migliore intermediario con Zelenskij, perché buona parte dell’ esito della guerra dipende dalla disponibilità, o meno, della rete Starlink.

Si è superato perfino il concetto marxiano di “Comitato d’affari della borghesia”: l’Amministrazione americana è il dominio privato di due imprenditori-soci, dei quali l’uno, il Presidente e il “junior partner”, anche se rappresenta formalmente lo Stato, ma l’altro, da “CEO”, controlla l’intera società, realizzando così il sogno tecnocratico di Saint-Simon. Altro che “conflitto di interessi”!

Il gigante aerospaziale SpaceX e Tesla di Musk sono entrambe tra le aziende che valgono di più al mondo al mondo. SpaceX è la seconda più grande azienda privata al mondo, con una valutazione di 210 miliardi di dollari. La società di veicoli elettrici Tesla è la decima società quotata, con una capitalizzazione di mercato di oltre 900 miliardi di dollari.

Musk ha una quota del 42% in SpaceX e una quota del 13% in Tesla, e ha anche quote di controllo in X, la piattaforma precedentemente nota come Twitter, e nella startup di intelligenza artificiale generativa xAI. Musk è di gran lunga la persona più ricca del mondo, con un patrimonio netto di circa 280 miliardi di dollari, più di 60 miliardi di dollari in più rispetto al secondo uomo più ricco, il fondatore di Amazon Jeff Bezos.

Ma, soprattutto, Musk incarna nel modo più trasgressivo la “hybris” del Postumanesimo, nei suoi aspetti più inquietanti: l’Intelligenza Artificiale Generativa, le microchip nel cervello, i twitter senza alcuna moderazione, la colonizzazione privata dello spazio, la disoccupazione tecnologica, la maternità surrogata.

In effetti, il progetto di Musk, cioè quello di ufficializzare il controllo dei GAFAM sullo Stato americano, e, con ciò, sull’ Occidente,  non è nuovo. Esso era stato teorizzato da Schmidt e Cohen nel loro libro “The New Digital Age”, concepito dai due autori nel 2003, nella Baghdad ridotta in cenere ed occupata dall’ esercito americano, in cui si suggeriva che Google avrebbe dovuto sostituire la Lockheed nel guidare l’America alla conquista del mondo (“Googleization of the World”). Ed è stato criticato da Evgeny Morozov  quale ultimo tentativo, da parte di una civiltà fallimentare, per bloccare l’esito della Storia, che, di per sé, starebbe voltando le spalle all’ Occidente.

Sempre Schmidt aveva incominciato a mettere in pratica quel progetto, con la creazione di NSCAI, la commissione incaricata dal Congresso di elaborare una strategia per contrastare il superamentodegli USA da parte della Cina, da cui nacque l’Inflation Reduction Act, con cui il Senatore Schumer si proponeva di “mettere fuori mercato il mondo intero”.

Ora, è stata colmata una lacuna nel progetto,  perché Musk (anche se aborre la California, preferendole il Texas) sta non soltanto teorizzando, bensì incarnando nella propria persona, la “ideologia californiana”, che fonde cultura nichilista e intelligenza artificiale, politica tecnocratica e monopolio universale.

Facendo ciò, egli ha dato un significato concreto all’ ideologia M.A.G.A., oscillante vagamente fra l’isolazionismo e il nazionalismo.

3.Il “programma di governo” di Musk

Musk, nonostante che provenga dal campo progressista e abbia sostenuto Trump solo da luglio, ne è divenuto ormai il compagno inseparabile, perfino nei colloqui con Zelenskij, anche se è improbabile che assuma un ruolo ufficiale. Egli ha, inoltre, affermato che “non è necessario alcun compenso, alcun titolo, alcun riconoscimento” per i suoi servizi (ampiamente compensati evidentemente dalla possibilità di difendere dall’ alto i propri interessi), guidando un “Dipartimento per l’efficienza governativa” (D.O.G.E.) che Trump ha pubblicizzato come  “Segretariato per la riduzione dei costi”, con l’obiettivo di tagliare da 2.000 miliardi di dollari o più dal bilancio federale (evidentemente subappaltando funzioni pubbliche alle multinazionali del web, e, in primis, a quelle di Musk, che è già l’insostituibile fornitore dell’ Amministrazione). In un’intervista al podcast Joe Rogan Experience ha detto che spera di “sgomberare il ponte” da regolamenti e agenzie federali indebiti e “ridurre le agenzie [federali] per renderle molto più piccole….assicurarsi che …si attengano a ciò che il Congresso ha autorizzato”.

D’altra parte, le aziende di Musk sono al lavoro anche in Italia per darsi assegnare (vedi scandalo S.O.G.E.I.) delle commesse strategiche, nell’outsourcing dei servizi pubblici, con le quali anche il nostro Paese diventerà dipendente da Musk per il funzionamento stesso dello Stato, così come stafacendo in America, e come avevano già fatto le Istituzioni europee con Microsoft.

Quali siano le sue intenzioni lo ha dimostrato ancora il 13 novembre, con un post sulla sua piattaforma dedicato alle sentenze dei giudici italiani (ed europei) circa i “paesi sicuri”. La forma e il contenuto del post costituiscono un esempio ineguagliato delo stile  di Musk, che interviene non sollecitato su una vicenda giudiziaria italiana ed europea, indicando una soluzione, le dimissioni dei giudici, che è agli antipodi, non solo dell’ ordinamento italiano, ma anche sull’ “ordine giuridico basato sulle regole” di cui l’ America si fa vanto. Per quanto sia pericoloso, e/o sgradito, essere sommersi da immigranti che porteranno anche da noi l’insanabile contraddizione americana fra “Whites” e “Non-Whites”, ancor peggio è essere governati contra legem da Washington da un informatico sud-africano, quasi fossimo un “bantustan” qualunque. Questo dimostra plasticamente che cosa dovrebbe impedire l’ “autonomia strategica” italiana ed europea.

Musk ha affermato inoltre  che, dopo queste elezioni, non ha alcuna  intenzione di smettere di pesare sulla politica. Il suo super comitato di azione “continuerà dopo queste elezioni e si preparerà per le elezioni di medio termine e per eventuali elezioni intermedie”, evidentemente tentando anche di interferire nelle politiche interne degli “alleati”, come faceva già Bannon. Fortunatamente, Trump si era presto stancato di quell’ alleato scomodo.

4. Musk e l’Antitrust

L’idea che il più grande monopolista del mondo sia incaricato dal Presidente di ristrutturare lo Stato americano mette  una fine definitiva dell’illusione  che la “destra” sia favorevole al libero mercato. E’ come incaricare il lupo di guidare una mandria di agnelli. Il che è per altro logico, perché la “destra” trumpiana non è liberista, bensì interventista nell’ economia, ma nell’ ottica attuale della mobilitazione bellica, secondo il collaudato modello del “keynesismo militare”, applicato negli Stati Uniti di Roosevelt, nella Germania nazista e oggi nella Russia di Putin. Il ruolo degli imprenditori è quello di “oligarchi”, fedelissimi del “leader” che possiedono le imprese, ma le gestiscono secondo le esigenze della programmazione bellica (pensiamo per esempio alla programmazione di Todt e di Speer e alle Reichswerke Hermann Göring).

Come ovvio, Musk si è scontrato spesso con i regolatori dell’amministrazione Biden. La FTC guidata da Khan ha colpito X, allora nota come Twitter, con una multa di 150 milioni di dollari, e ha ordinato restrizioni sui metodi di raccolta dati per la pubblicità della società di social media per la pubblicità. La SEC guidata da Gensler si è scontrata con Musk per il suo uso di Twitter nel contesto del suo ruolo in Tesla, risalente a un controverso tweet del 2018 in cui Musk ha affermato di aver ottenuto i fondi necessari per rendere privata la Tesla.

Ci sono poi una serie di cause legali in sospeso e indagini governative contro Musk e le sue aziende,  che  naturalmente apprezzerebbe il clima normativo più leggero lanciato da Trump. Tra le questioni legali e normative che Musk deve affrontare ci sono un appello per ripristinare il suo bonus da 50 miliardi di dollari in azioni Tesla, annullato da un giudice del Delaware a gennaio, un’indagine sui sistemi di guida autonoma di Tesla da parte della National Highway Traffic Safety Administration e un avvertimento segnalato dal Dipartimento di Giustizia sui premi da 1 milione di dollari dell’American PAC ad alcuni elettori di stati indecisi.

Tesla, che rappresenta la maggior parte della ricchezza di Musk rispetto a qualsiasi altra sua azienda, sta già ricevere una formidabile spinta dalle proposte economiche di Trump che probabilmente danneggerebbero i suoi concorrenti di veicoli elettrici, un vantaggio che si è tradotto nel rally delle sue azioni mercoledì, fatto che ha già fatto aumentare il valore delle azioni di Tesla fino a un trilione di dollari.

Al diavolo il conflitto di interessi!

Eppure, la resa incondizionata degli Stati  ai guru dell’informatica non sarebbe in teoria affatto inevitabile. Lo dimostra il caso della Cina.

5.Il precedente di Jack Ma

Ricordiamo che uno scenario analogo si era prodotto recentemente in Cina, dove esistono multinazionali digitali che, seppure presenti solo in quel Paese, hanno dimensioni analoghe a quelle americane (i “BAATX”). Questo è uno degli aspetti più appariscente della presunta defezione della Cina verso il capitalismo, sulla quale non concordiamo, perché, tecnicamente, il socialismo non è la statizzazione di tutta l’economia, bensì “il controllo sociale sui mezzi di produzione”, che è ciò che si sta realizzando in Cina attraverso meccanismi giuridici complessi, comprendenti anche il mercato.

Anche  Jack Ma aveva creato un impero privato simile a quello di Musk (oltre ad assumere atteggiamenti spettacolari ricalcati su Musk, come quando si era presentato ai dipendenti vestito come Michael Jackson.).

Nel frattempo, la Cina aveva approvato a tempo di record una serie di leggi sull’ ICT ispirate a quelle europee, ma più concrete e applicabili, in base alle quali tutte le multinazionali cinesi si sono viste esposte a una pioggia di sanzioni, in quanto, come le loro colleghe occidentali, intralciano continuamente la concorrenza, trascurano la privacy, ecc…(il “Crackdown sui BAATX”).

Quando Ma aveva lanciato una campagna di stampa contro il sistema bancario cinese, che gli negava quel sostegno finanziario che invece Musk ha in Occidente, per trasformare il suo impero industriale e tecnologico cinese in un impero finanziario mondiale, è stato arrestato e detenuto per alcuni mesi, finché ha rinunziato ai ruoli operativi nelle sue società, trasferendosi all’ estero e limitandosi a incassare i dividendi dovutigli in quanto socio di minoranza delle società stesse.

7.Trump e i conservatori

Un altro “miracolo” di Trump è stato quello di trasformare i conservatori, da sempre considerati “dei pariah” della politica, specie europea, in protagonisti ambiti delle politiche nazionali e della UE.

Grazie a ciò, l’”accoppiata” Trump-Musk  ha indebolito con una duplice mossa  un probabile ostacolo al dominio mondiale dei GAFAM: la resistenza in nome dell’umano al “Governo degli algoritmi” di Musk,  così simile al “Governo delle Regole” tanto caro al liberalismo di sinistra. Questa resistenza non potrà venire se non da ambienti “lato sensu” conservatori, come per esempio le Chiese. Probabilmente, la coppia Trump-Musk spera che, essendole essi grati per averli fatti uscire dai loro ghetti, vari tipi di “conservatori”  lascino per un momento da parte le loro legittime ragioni ideali, che concettualmente li opporrebbero al “governo delle macchine” – chi per orgoglio nazionale, chi per umanesimo, che per difesa della libertà-…, e “lavorino” come si dice oggi, con la coppia Trump-Musk e con gli altri grandi soggetti geopolitici modo da non contrastare, bensì da agevolare, il progetto della “Singularity Tecnologica”. Ricordiamoci che Musk, come persona, tiene comportamenti ricalcati sui grandi transumanisti, come Ray Kurzweil e l’iraniano Fereidun Esfandiari. Quest’ultimo (il cui nome originario era la traduzione in Farsi, di quello del Salvatore dell’ Avesta, Thraetona) aveva fatto modificare all’ anagrafe il proprio nome e cognome in  FM-2030, anno in cui, secondo i transumanisti, sarebbero state curate certe malattie, come quella al pancreas di cui egli sarebbe morto dopo poco, e, contestualmente, s’ era fatto ibernare. Ebbene, anche Musk, oltre a fare ricosto alla gestazione surrogata,  ha chiamato il proprio figlio “X Æ xii” (quasi fosse un nuovo modello di macchina).

La battaglia politica che, fino ad oggi, si era svolta essenzialmente all’ interno  dei “parametri utopico-liberali” di Ursina (anche la Democrazia Cristiana, e perfino il Fascismo, erano a loro modo  stregati dal  mito del Progresso), oggi lo spazio  concettuale entro cui si combatte per l’egemonia politica mondiale è sostanzialmente “conservatore” (dall’interpretazione delle varie religioni e tradizioni nazionali a quella del mito moderno del Superuomo, fino ai critici moderni  della Modernità: Ricci, Ibn Khaldun, Nietzsche, Dostojevskij, Huxley, Dumont, Teilhard de Chardin, Burgess, Compagnon).

Come scrive sempre Orsina, “l’ordine utopico-liberale  non abbia saputo  mantenere le sue promesse e … il suo fallimento ne abbia fatto emergere  chiaramente i consistenti tratti di disumanità, l’affidarsi a un esistente essere umano e astratto. Disincantato, decontestualizzato, perfettamente morale e perfettamente razionale”. In sostanza, si è compiuta la Dialettica dell’ Illuminismo descritta da Horkheimer e Adorno.

E’ all’ interno di quest’ ampio spazio politico e culturale (l’unico rimasto oggi relativamente vivo al di fuori del postumanesimo) che si può, e si deve, ora, lanciare una battaglia sulla preservazione dell’ Umano, sulla libertà minacciata, sulla pace nel mondo, sul ruolo delle classi sociali, dei popoli e dei Continenti…). Se necessario, contro tanti falsi “conservatori” che operano come apripista per la Singularity Tecnologica e per il “Governo degli Algoritmi”. Tale critica al progetto post-umanista non dev’essere preconcetta, bensì partire dalle sue (per quanto discutibili) radici storiche :il Mistero dell’ Incarnazione, l’“Antiquatezza dell’Uomo”, il mito dell’ Eterno Ritorno...

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