FARE I CONTI CON LA STORIA (ECONOMICA)

Ricchezza dell’ Italia Preromana

COMMENTO ALL’ARTICOLO DEL 10 DICEMBRE DI CARLO BASTASIN SU LA REPUBBLICA

L’articolo del 10 dicembre, con cui l’autore richiede una “Conferenza di Alto Livello sull’ economia italiana degli ultimi 70 anni”, s’ inserisce in un trend giornalistico di fine 2021,  in cui penne di primissimo piano dell’ establishment hanno espresso (finalmente) una crescente autocritica nei confronti dell’attuale sistema politico-sociale italiano, chiedondone una rivisitazione radicale (Bastasin, appunto, sulle scelte sistemiche; Giannini, sulla distruzione della cultura del lavoro; Di Nicola, sulle chiusure aziendali, Fabbrini, sulla gestione delle emergenze;Cacciari, un poco su tutto).

Concordiamo fermamente con la richiesta di Bastasin, perché quella rivisitazione è proprio ciò che avevamo costantemente proclamato essere urgente fin dall’ inizio delle nostre attività:-nell’ industria, nell’ editoria e nella pubblicistica-, senza essere mai ascoltati proprio da quest’”establishment” che ora reclama una generale autocritica. Purtroppo, quella che stanno facendo ora è una sorta di “cura omeopatica”, che inietta dosi di potenziate di critica, per garantire che la sacrosanta ribellione non raggiunga mai il livello critico.  

La villa romana, campo di applicazione primaria dell’ Oikonomìa

1.Assenza di una visione complessiva (filosofica)

Obiettivo centrale della campagna di autocritiche: prevenire l’emergere, nel pubblico della consapevolezza che, a monte di tutte le valutazioni di carattere sociale, sono necessarie  delle valutazioni filosofiche, o, ancor meglio, storico-filosofiche (che ora mancano), e che, pertanto, senza una storia e una filosofia “autentiche”, non inficiate dalle lobbies e dalla politica, non si riuscirà a capire,  intanto,  non solo perché ci sia quest’interminabile crisi, ma, anche e soprattutto, come dovrebbero essere, invece, l’ Italia e l’ Europa.

Per Aristotile, tutta l’ economia si divideva in due branche fondamentali, l’ “Oikonomìa” propriamente detta, vale a dire la gestione del proprio fondo agricolo, e la “Chrematistiké”, la tecnica finanziaria. Ambedue costituivano parti dell’etica, che, a sua volta, era una branca della filosofia. Infatti, il perchè di una scelta economica (o finanziaria) andava ricercato in considerazioni di valore (cfr. Grecchi, “Il Filosofo e la politica”). Ovviamente,  non vi era, allora, fra queste valutazioni fatte nel contesto delle repubbliche aristocratiche greche ( di orientamento militaristico e schiavistico) alcuna considerazione per la crescita del PIL, bensì altre considerazioni, relative al cosiddetto “bene vivere”(“eu zen”).

Anche per i teologi medievali, la validità delle scelte economiche era legata a considerazioni superiori, di carattere etico, mediate dal concetto di una  “missione” dei vari ceti sociali (Bellatores, Oratores, Aratores (Adalberone di Laon).

Nell’ antica Cina, i “legisti” suggerivano ai sovrani le riforme economiche sostanzialmente in funzione dell’efficienza bellica (cfr. Han Fei, il Signore di Shan). I primi a studiare l’economia come scienza autonoma, anche in base ai dibattiti intervenuti  in Cina, furono i Gesuiti e, di riflesso,  gl’Illuministi, come Quesnais, che suggeriva d’imitare l’efficienza dello “stato minimo” cinese, estremamente centralizzato ma basato su un numero proporzionalmente limitato di funzionari (“Du Despotisme de la Chine”).

Nella cultura borghese anglosassone, la ricchezza e le virtù borghesi viaggiavano accoppiate (l’”etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Weber). Proprio sulla base dell’esperienza americana, Saint-Simon credette di poter costruire una “Nuova Società Organica” fondata sulla religione della scienza (le “Cathéchisme des Industriels”, o “Nouveau Christianisme”), che è ancora al fondo del nostro mito dello “Sviluppo”, che, nonostante tutte le smentite, è tutt’ ora duro a morire. Secondo Marx, un approccio scientifico alla realtà avrebbe portato, con il socialismo, a una moltiplicazione inedita della produttività, la quale avrebbe permesso, a sua volta, di soddisfare tutti i bisogni umani, creando così sostanzialmente proprio la “Nuova Società Organica” profetizzata da Saint-Simon: il comunismo.

Questo determinismo marxiano fu poi ripreso surrettiziamente nella Teoria dello Sviluppo di Thurow, la cui “interpretazione autentica” è stata alla base  della competizione fra le varie scuole economiche del ‘900: liberismo, keynesismo,neo-marxismi.

A mio avviso, nessuna società assomigliò mai a nessuno degli schemi teorici di quelle tre scuole, né mai vi assomiglierà. Infatti, nelle società liberaldemocratiche, il controllo dello Stato sull’ economia oscilla comunque intorno al 50% (imposte, demanio dello Stato, Pubblica Amministrazione, sicurezza, industria aerospaziale e della difesa, reti e telecomunicazioni, incentivi, welfare, trasferimenti territoriali,  aiuto allo sviluppo), sicché esse sono,  a dispetto dell’ ideologia, delle “economie miste”. Nelle società socialdemocratiche, il “deficit spending” keynesiano genera un crescente debito, che normalmente viene distrutto alla fine mediante la guerra (i casi della Germania nazista e, sopprattutto, degli Stati Uniti, apparentemente divergenti, convergono in realtà su questa constatazione: è il  “keynesismo militare”, oggi nuovamente al centro dell’ economia mondiale per effetto del conflitto USA-Cina-Russia).

Com’ è già stato detto abbondantemente, il cosiddetto “comunismo” dei Paesi del “blocco socialista” era in realtà un capitalismo di Stato; per poter accrescere la produttività (com’è avvenuto invece poi in Cina), gli mancavano: le economie di scala; una  cultura millenaria; un leader incontrovertibile; l’informatica; l’interazione fra Stato e mercato, fra economia nazionale e commercio internazionale. Anche lì, la centralizzazione non poteva essere totale: vi era la proprietà privata degli appartamenti; la proprietà cooperativistica; la proprietà delle Repubbliche, delle Repubbliche Autonome, degli Oblast, delle città; le società del commercio internazionale; in alcuni Paesi, le imprese autogestite..

Tra l’altro, l’identificazione fra “socialismo reale” e “comunismo”, legittimata dalla titolazione del “Manifesto dei comunisti”, non è mai stata propriamente marxiana, perché per Marx, comunismo primitivo, società feudale, capitalismo, socialismo e comunismo, erano fasi ben distinte della storia umana, fra loro ben distanti nel tempo. In particolare, per arrivare al comunismo, si sarebbero ancora dovute attraversare le rivoluzioni nazionale e  borghese, il capitalismo, la rivoluzione socialista e la fase dell’estinzione dello Stato : un periodo ben lungo e complesso-.

L’Italia medievale, centro
della ricchezza d’Europa

2. La ricchezza dell’ Italia

Se i sistemi economici non sono mai corrisposti agli schemi artificiali elaborati dagli economisti e dai politici, neppure le ideologie economiche  hanno mai  costituito delle valide metodologie per lo studio delle realtà effettuali, per  il quale servono maggiormente la statistica e lo studio dei documenti storici (oltre che dell’ esperienza pratica nella gestione delle imprese).

Le ideologie (siano esse sviluppista, marxista, keynesiana, neoliberista, ordoliberale), non sono mai riuscite a spiegare in modo convincente i due opposti e convergenti paradossi dell’(apparente)  benessere degl’Italiani e della crisi permanente a partire dal 1973

La (passata) ricchezza dell’ Italia non derivava, come assurdamente ci è stato fatto credere, dal Piano Marshall e dal Miracolo Economico, bensì da una millenaria tradizione, che ha fatto dell’Italia, come delle Pianure Centrali della Cina, un baricentro dell’ economia intercontinentale. Semmai, il Miracolo Economico era stato quello degli Stati Uniti, che, grazie alla guerra vinta, avevano raddoppiato il PIL.

Del resto, basta muoversi attraverso una campagna o una città italiana per incontrare segni di un’opulenza antica, che nulla ha a che fare con il “Miracolo Economico”, ma piuttosto con la vita nelle “domus” romane o con i quadri di Piero della Francesca.Ovunque, troviamo ancora campagne coltivate come opere d’arte sul modello delle pitture pompeiane e medievali, ruderi greci e romani, borghi annidati nei punti più panoramici, castelli medievali, chiese  antiche, ville rinascimentali, musei locali, parchi e giardini …

Risulta evidente che già molte migliaia di anni fa vivevano in Italia  prosperi nomadi, potenti castellani, sapienti contadini, raffinati chierici, mercanti cosmopoliti, artisti di valore universale: un popolo intero attento alla natura e alla bellezza. Già nel 2° Millennio a.C. l’Italia veniva considerata (per esempio nell’Odissea), un paese mitico, popolato da dee e giganti, verso cui s’indirizzavano i naviganti fenici e micenei. Nel 1° millennio, vi fiorirono una delle prime grandi civiltà urbane (quella nuragica),  l’industria metallurgica etrusca, una pluralità di centri politici e di civiltà.

Nel 1° Secolo d.C., l’Impero Romano veniva già considerato dalla stessa Cina come un Paese dello stesso livello di grandezza e potenza del Paese di Mezzo (“Da Qin”), che tutti (Bizantini, Germani, Arabi, Slavi, Turchi) avrebbero continuato a imitare (la “Seconda Roma”; l’Impero di Nazione Germanica; “Rum”; la “Tretij Rim”;il ”Beylerbeylik-e-Rumeli”) ; nel Medioevo, l’Italia era il baricentro dei commerci con l’ Islam e con l’Estremo Oriente (Caffa; Galata; Cipro; Creta); nell’ Età moderna, il centro della Chiesa e della cultura europea, e il luogo di partenza dei grandi esploratori, come Giovanni da Pian del Carpine, Odorico da Pordenone, Marco Polo, Giovanni da Montecorvino, Cristoforo Colombo, Giovanni Pigafetta, Amerigo Vespucci, i Fratelli Caboto, Matteo Ricci, Giovanni Castiglione).

Quando si decise di creare un unico Stato italiano, questo già era divenuto fin da  subito uno dei principali attori della politica internazionale, partecipando alle due Guerre Mondiali anche come uno dei maggiori produttori di armamenti.

Lo sforzo autarchico dei Governi dell’ era nazionalistica, secondo cui ogni nazione doveva avere la sua banca centrale e il suo esercito, la sua industria pesante e la sua industria leggera, le sue banche e le sue assicurazioni (“Terra, Mare, Cielo”), portò a una forzatura delle vocazioni tradizionali (agricole, commerciali, culturali, religiose, militari) dell’ Italia , creando, di converso, l’eredità di un ingente patrimonio industriale, materiale e immateriale (produzione di navi, aerei, carri armati, divise, scorte, surrogati “autarchici”), che dopo la IIa Guerra Mondiale, poté essere convertito rapidamente in industria di largo consumo (nautica da diporto, lanciatori, automobili, abbigliamento, materiali sintetici), permettendo così (come illustrato brillantemente da Eichengreen),una ricostruzione rapida dell’ economia, per altro parallela a quella dei Paesi vicini, anche se con un’ incidenza quantitativamente più ridotta, di quella dei Paesi vincitori (USA  e Unione Sovietica).

Invece, la dottrina economica “mainstream” ci ha descritto e continua a descrivere tutto ciò come l’effetto congiunto del liberismo americano e del Piano Marshall, in modo da magnificare gli effetti taumaturgici dell’economia “occidentale”. Comunque, questa spinta si esaurì in ogni caso entro 30 anni (le famose “Trente Glorieuses”), con la crisi energetica del 1973, senza che l’Italia, a differenza della Francia e della Germania, si creassero le basi per una potenza duratura dell’industria nazionale.

Quindi, lungi dal costituire un modello da imitare, quegli anni rappresentano una grande occasione sprecata per dare all’ Italia una solida base economica. Tali solide fondamenta, basate su una visione realistica delle debolezze dell’ Europa in un Occidente dominato dagli USA,  che a me sembra siano strettamente legate alla scelta, da parte del “capitalismo renano” (Albert),  della cogestione delle aziende, che ha permesso di impedire la delocalizzazione dei centri pensanti dei grandi gruppi, e delle tecnologie d’avanguardia e militari. Significativi i casi della Volkswagen, della Daimler e della PSA, le quali, da ambite prede per i mercati finanziari, si sono trasformate nei gruppi più forti a livello mondiale, semplicemente gestendo i grandi mergers and acquisitions, non già nell’interesse dei gruppi finanziari di riferimento, bensì in quello nazionale. E’ significativo, infatti, che, fra FCA e PSA, il comando spetti a quest’ultima, come pure che , “alla faccia” delle accuse di protezionismo rivolte alla Cina, la Volkswagen e la Daimler controllino al 100% le loro fabbriche cinesi, mentre è stato bloccato l’accesso di gruppi stranieri al controllo delle holding tedesche.

Quindi, non è affatto vero che la delocalizzazione porti necessariamente alla chiusura delle grandi imprese europee, che, o delocalizzano, o vengono acquisite da imprese extraeuropee.Anzi, è possibile il contrario, con le holding delle grandi imprese francesi e tedesche che restano nei loro territori e acquisiscono società produttive un po’ ovunque, quindi anche in Italia, dove quelle politiche protettive non ci sono mai state.

Che senso ha in Europa la politica autarchica?

3. Il divieto delle delocalizzazioni

Per i politici italiani, l’unico problema delle delocalizzazioni sembrerebbe essere costituito dalla (inevitabile) chiusura di singoli stabilimenti, con la conseguente loro perdita d’immagine. Invece, lo spostamento all’ estero della nazionalità o residenza degli azionisti, poi della sede fiscale, legale e operativa, del gettito fiscale, del team dirigenziale, degl’impiegati amministrativi, tecnici e commerciali, sembrano politicamente irrilevanti, e, anzi, vengono agevolati, com’è successo nel caso della FIAT, dove prima si è cambiata la nazionalità degli azionisti, poi si sono scelti manager stranieri, si sono spostate le varie sedi senza conseguenze fiscali rilevanti, si sono fatte le riunioni in America, poi si è ceduto tutto ai Francesi, chiudendo quel che rimane in Italia.

Il caso più schiacciante è quello dello stabilimento Aspera di Riva di Chieri, chiuso qualche giorno fa dopo 30 anni di sopravvivenza senza giustificazione. L’Aspera Frigo, fabbricante di compressori per frigoriferi, era stata acquistata dalla FIAT perché questa, dopo la IIa Guerra Mondiale, produceva pure i frigo. Avendo cessato da tempo questa produzione, la FIAT la cedette per gradi, negli anni ’80 dell’ Ottocento, al principale colosso americano, la Whirlpool. Anche questa, per altro, era scarsamente interessata ai compressori, e pertanto cedette lo stabilimento alla controllata brasiliana Embraco, la quale, contrariamente a quanto si dice, non trasferì la produzione in Slovacchia, bensì costruì vari nuovi stabilimenti, fra i quali il principale è quello cinese. La produzione nello stabilimento slovacco incrementò semplicemente perché equidistante fra Brasile e Cina, e quindi logisticamente più comodo.Infine, l’Embraco è stata ceduta ai Giapponesi, che hanno accettato l’acquisto a condizione dell’esclusione dello stabilimento di Riva di Chieri, considerata non utile. Come si potrebbe definire, questa,  come una “delocalizzazione”? Nessuno ha deciso di spostare altrove lo stabilimento di Riva di Chieri, che, avendo produzioni da anni ’70, nel 2022 non sarebbe più interessante per nessuno(quand’anche i macchinari non fossero già stati venduti), e di conseguenza, tenendo presente la protezione dei lavoratori, è stato semplicemente depotenziato lentamente nel corso dei  decenni dai suoi svariati proprietari, fino alla definitiva chiusura. Tra l’altro, si era anche tentato di trovare industriali interessati a produzioni diverse, ma i nuovi investimenti non si sono mai concretizzati.

Questo dimostra che la legge in via di gestazione per rendere difficili le delocalizzazioni ben difficilmente si applicherebbe a  casi come quello dell’ Embraco, che sono molto frequenti, perché qui non c’è nessun produzione da spostare, e quindi non si può addebitare alcuna multa.

In effetti, come dicevamo, per evitare le delocalizzazioni si potrebbero fare tante cose, ma questa è una delle più inutili:

a)creare nuove produzioni, più adatte ai tempi;

b)riqualificare i lavoratori per le nuove professioni digitalizzate;

c)aiutare le imprese italiane a delocalizzare la produzione rafforzando il management, lòa finanza, pa progettazione, la logistica, il trading, ecc…;

d)nazionalizzare le imprese che si vogliono semplicemente dismettere, cedendo le azioni ai lavoratori.

Le eccellenze italiane non sono state sostenute, bensì boicottate

4.Ma l’Italia è la sede giusta per le industrie chimiche e metalmeccaniche?

Ciò detto, la questione di fondo resta: perché mai imprese manifatturiere inquinanti e a basso valore aggiunto dovrebbero avere sede in un Paese, come l’Italia, che vanta il suo peso culturale, politico, ambientale, turistico, agroalimentare? La Slovacchia o la Polonia non sono più adeguate dell’Italia per le industrie chimiche e metalmeccaniche? L’Italia non dovrebbe concentrarsi sulla cultura, il digitale, la finanza, il commercio internazionale, il recupero urbanistico, la transizione ambientale?

Non ci vorrebbe forse una programmazione economica europea, che guidasse gli Stati e le imprese verso le localizzazioni più adeguate per specifiche attività?

Certo, “riportarci in casa” le produzioni strategiche: ma come Europa, non come Italia.

Mentre i leader europei si incontrano praticamente tutti i giorni, per discutere questioni assai poco urgenti, perché non ci si focalizza su queste importanti tematiche?

Quest’ anno, la presidenza francese avrebbe voluto inserire nel suo programma elementi di una politica economica europea, che per altro, ad ora, sembrano incredibilmente più vaghi dei seppur elastici discorsi programmatici circolanti da circa due anni in Francia e in Germania.

Questo tema, delle specializzazioni territoriali, non è stato evocato neppure distrattamente, e va sicuramente inserito.

Nello stesso modo, va inserito nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

CHI E’ EUROPEISTA? CONSIDERAZIONI AL MARGINE DEL LIBRO DI ROMANO PRODI “L’EUROPA”

Finalmente un libro ben fatto sull’ Europa!Certo, possiamo non condividerne tutti i contenuti, ma ciò non ci impedisce, né di elogiare  gli aspetti che ci sembrano ben centrati, né di svolgere critiche costruttive a ciò che ci sembra carente.

Infine, cogliamo  l’occasione per fare il punto circa le culture del federalismo e dell’ europeismo.

Il Duca di Sully

1. I pregi.

Il pregio principale del libro è l’equilibrio, che da sempre caratterizza l’azione politica di Romano Prodi,  per cui lo avevamo appoggiato ai tempi della sua elezione. Pur entro i ristretti margini di manovra del secolo scorso, Prodi ha fatto il massimo possibile per l’ Europa. Tuttavia, ora siamo nel 21° secolo ben inoltrato, sicché si richiederebbe ancora qualche sforzo in più.

Parlando di equilibrio: Equilibrio editoriale (fra libro istituzionale, opera storica e programma politico); equilibrio ideologico (avendo scelto, come inizio dell’  Europa, il Medioevo cristiano, e non, come altri fanno, la Rivoluzione Francese o la Seconda Guerra Mondiale); equilibrio politico (in quanto non identifica l’ Europa, né in un progetto messianico, né nella “Festung Europa”, né in un esperimento keynesiano, né in una società liberistica, né nella roccaforte di determinate ideologie ).

Soprattutto, era ora di creare qualcosa di accattivante per i lettori, sfatando l’idea che si possa parlare di Europa solo in un gergo oscuro e cupo.

Azzeccata l’osservazione di Prodi che il preteso fondamento della UE nella ricerca della pace (per quanto da lui condiviso) lascia oramai tutti scettici; quella sulla schiacciante debolezza dell’Europa nel contesto mondiale e soprattutto in campo digitale; il richiamo alla filosofia mussulmana di al-Andalus; il  significato mariano della bandiera europea; l’importanza del turismo, dei media  e dello sport; il bisogno di leadership.

Ottima, in generale, l’idea di associare testi semplici, ma meditati e critici, ad immagini significative. Ottimo anche esprimere, dove proprio necessario, dubbi e critiche, che normalmente oggi il “mainstream” non osa fare.

L’Abate di Saint-Pierre

2. Le lacune

La principale lacuna consiste nella deliberata autolimitazione concettuale e geografica dell’ Europa, che è poi la ragione per cui questa non riesce ad entusiasmare i propri cittadini. Ricordo anche, a questo proposito,  lo scambio di battute fra Prodi (quand’era presidente della Commissione) e Putin, in cui Prodi dimostrava una non comune larghezza d’idee per ciò che concerne i confini dell’ Europa. Per il Prodi di allora, la Russia avrebbe dovuto avere in comune, con l’Europa, “tutto tranne le istituzioni”. E Putin aveva ribattuto rivelando una semplice verità, vale a dire che questa limitazione deriva solo “dalla paura degli Europei per la grandezza della  Russia”.

Capiamo perfettamente le ragioni  delle autolimitazioni di Prodi: in una politica retta, come quella attuale,  in gran parte dai principi del marketing, è molto rischioso voler uscire dalle “bolle” del mercato ereditate dal passato (vedi partiti politici). Ogni ricostruzione sensata del contesto della storia europea, dovendo spezzare le barriere fra le vecchie narrazioni, corre perciò il pericolo di una crisi di rigetto da parte dell’opinione pubblica. Un pericolo che però, a nostro avviso, occorre correre, per  motivi che illustreremo nella seconda parte di questo articolo.

Inoltre, tutti i politici europei sentono sempre “il fiato sul collo” dell’ America, per cui nessuno ha mai il coraggio di assumere obiettivi un po’ più ambiziosi del solito.

Tornando all’autolimitazione nelle narrazioni storiche, ho assistito, perfino in America, a inattesi diverbi sull’ Europa preistorica, dove, secondo taluni, le recenti scoperte della paleoetnologia confermerebbero vecchie teorie razziali, e secondo altri distruggerebbero, al contrario, il concetto stesso di “razza”. Non parliamo poi della “gylania” di Maria Gimbutas e del carattere guerresco dei popoli dei Kurgan. Meglio quindi  non parlarne proprio?

Ogni riferimento al mondo greco-romano viene poi  accusato di essere improntato allo sciovinismo dei popoli del Sud, così come una visione a tutto tondo della religiosità del Medio Evo potrebbe urtare laicisti, islamici, ebrei o tradizionalisti. Un’analisi più approfondita dei veri contenuti dell’Illuminismo (monarchico ed elitario, come nei casi di Rousseau, di Montesquieu, di Leibniz, di Voltaire, di Boulanger) verrà sicuramente respinta nel nome della democrazia; i nazionalismi degli Stati Membri possono essere soggetti solo a critiche di stile (il “fascismo”), ma non di fondo, perché essi servono ancor oggi per  puntellare l’esistenza delle attuali classi dirigenti e il loro controllo sull’ Europa.  Gli aspetti oppressivi dell’occupazione americana, poi, (come per esempio la vicenda Assange, oggi in pieno svolgimento) non possono  essere, ovviamente, neppure citati.

E’ per questi motivi  che il libro di Prodi non comincia là dove, secondo noi, avrebbe dovuto cominciare: dal grande “melting pot” europeo del neolitico; dalle civiltà medio-orientali; dal mondo greco-romano; sì che l’Europa cristiana sembra nata per partenogenesi, e diventa semplicemente una “radice”, mentre le radici dell’ Europa sono invece le società preistoriche ed arcaiche,  sopravvissute nel Cristianesimo e vive ancor oggi (Elisabeth Rees,Simboli cristiani e antiche radici).

Coerentemente con la versione storica “mainstream”,  il libro prosegue con visioni stereotipate, tanto dell’ Illuminismo (le “idee chiare e distinte” che diventano un dogma, non un faticoso esperimento), quanto del primo dopoguerra, dove l’affermarsi  del Piano Marshall e delle  “Trente Glorieuses” (o “Miracolo Economico”) sembrerebbe un’esperienza senza ombre. Si glissa poi sui problemi irrisolti da settant’anni: Esercito Europeo e NATO; questione linguistica e imposizione dell’ Inglese; assenza dal digitale e dall’ industria culturale; non volontà d’integrare Russia e Turchia; responsabilità per la guerra civile in Libia; contraddizioni nelle politiche migratorie, dei trasporti e del turismo.

Se ci sono ancora ranti problemi aperti, esistono certamente delle cause profonde, che vanno spiegate ben al di là delle “tradizionali inimicizie” fra i popoli europei (non certo maggiori che quelle fra i Cinesi e i popoli delle steppe, o fra Industani, Dravidi e Islamici dell’ India, o, infine e soprattutto, fra Puritani, Inglesi, Afroamericani, Nativi Americani, Québecquois, Confederati, Latinosnegli USA). Dove sono le “tradizionali inimicizie” fra Europei nella Politica Estera e di Difesa? Dove nell’ uso dell’Inglese (visto che non c’è più il Regno Unito)? Dove nei rapporti con i GAFAM?

Immanuel Kant

3.L’articolo di Dastoli su Linkiesta (Salsa gollista;La differenza fra il federalismo e il grottesco sovranismo europeo di Meloni)

Il problema è che, con tutta la buona fede e la buona volontà, le culture politiche postbelliche (nelle loro varie declinazioni, marxista, cattolica, liberale, conservatrice, nazionalista) non sono state in grado, né di spiegare la nostra storia, né di proporre un progetto onnicomprensivo per il Futuro dell’Europa di cui si sta discutendo nell’ omonima Conferenza.

Nessuna di esse ha preso atto della Società del Controllo Totale, che ha travolto le tradizionali nozioni d’individuo, di persona, di pensiero, di parola, di libertà, di Stato,di Nazione, di lavoro, di economia,   a cui quelle ideologie facevano riferimento. Contro il potere illimitato dei GAFAM, s’impone un tipo nuovo di uomo, di formazione e di politica, che, nel nostro Continente, possono essere rappresentate solo da un’Europa più forte e più conscia della propria identità.

Oltre ad essere poco spinta dai suoi stessi promotori, ciascuno a suo modo demotivato,l’integrazione fu vista con fastidio dai partiti di tradizioni liberale, socialista e cristiano democratica, erano inseritisi tardivamente e malvolentieri nel progetto d’integrazione,  perché troppo radicati, chi nell’idea nazionale, chi nell’internazionalismo apolide, e comunque più attirati da altri temi. La questione appena ricordata, dell’insufficienza delle ideologie novecentesche, risulta ben chiara leggendo  l’articolo di Pier Virgilio Dastoli, che scrive “ che la cultura federalista non è ancora e pienamente parte integrante delle correnti di pensiero del popolarismo cristiano universalista, del socialismo internazionalista, del liberalismo cosmopolita e ora dell’ambientalismo. E, questo, si noti, dopo ben 70 anni dalla Dichiarazione Schuman. Prova di una palese irriducibilità. Nessuno voleva creare un soggetto politico europeo che incarnasse l’identità europea nella politica internazionale. Questo continua ad essere vero anche oggi, e il vero “miracolo europeo” è che l’ Europa vada avanti lo stesso, anche se a passo di lumaca, quando l’”establishment”,in tutte le sue ramificazioni, non ne è mai stato minimamente attirato.

Anche i fondatori delle Comunità Europee (sia Monnet che Spinelli che Churchill) riprendevano quasi pedissequamente il “Grand Dessin” che si trascinava di secolo in secolo nelle corti europee (Dubois, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Rousseau, Kant, Coudenhove-Kalergi), risultato di una dialettica secolare fra tradizione imperiale e monarchie nazionali.

E’ vero, “il processo di unificazione del continente …..è stato avviato con il confronto fra tre scuole di pensiero politico…quella funzionalista…di Jean Monnet”…quella federalista… di Altiero Spinelli e quella confederale… di Winston Churchill”

In realtà, come abbiamo visto, le radici dell’idea d’integrazione d’Europa  sono a monte di questa tripartizione, che non è perciò così fondativa.

Per esempio, ’Unione Europea funzionalistica che abbiamo oggi sotto gli occhi è stata un sottoprodotto, più che del “confederalismo” di Churchill ,che era un grande aristocratico fautore dell’ Impero, e pertanto poco motivato fin dall’ inizio, fino a che non fu esautorato dai finanziatori americani, della Teoria della Modernizzazione  di Rostow (bisogna eliminare i confini per permettere l’espansione della scienza e della tecnica). Ma anche, Jean Monnet era essenzialmente un manager cosmopolita (oscillante fra America e gollismo) e Hallstein, sostenuto dall’ America,  proveniva dall’establishment economico nazionalsocialista. Nessuno particolarmente affascinato dall’ Identità Europea. Ecco perché c’è poco slancio nel processo d’integrazione.

Richard Coudenhove Kalergi

4.L’integrazione europea e i partiti

Per questi stessi  motivi, la classe politica europea non è riuscita fino ad ora a gestire in modo adeguato la transizione postmoderna (o non ha voluto farlo), sì che, di conseguenza, l’Europa arranca sempre più dietro Cina e Stati Uniti, vedendo così compromesso il futuro delle prossime generazioni.

Si dice: “molti Stati Membri non vogliono integrarsi”.Ricordiamoci che in democrazia gli Stati dovrebbero fare ciò che chiedono i cittadini. Evidentemente, non siamo riusciti a convincere i cittadini.

L’incompatibilità fra il federalismo e i partiti era e resta reciproca. I progetti europei di  Coudenhove Kalergi, Spinelli e Galimberti furono progetti di outsiders (scritti da soli o al massimo in tre persone), non dei già partiti, che erano rimasti tutti ermeticamente chiusi nei confini nazionali, quando non marionette di realtà internazionali come l’Internazionale Comunista o la Chiesa.

Non parliamo poi di che Galimberti, di Simone Weil e di Olivetti, che i partiti li volevano  semplicemente abolire, né del fatto che, nel, nel Manifesto di Ventotene, si dicesse apertamente che  né i comunisti, né i democratici, sarebbero stati capaci di creare la federazione europea.

In realtà, essendo l’ Europa un progetto geopolitico, è difficile far entusiasmare una parte considerevole dei cittadini, che per natura pensa al “particulare”, al massimo elevando il pensiero alla città o all’ impresa, mentre già solo il concetto di “nazione” è quanto mai fumoso.Non per nulla, Podiebrad era il re di Boemia, Dubois e Sully erano ministri, Saint-Pierre un diplomatico, Kant un filosofo, Coudenhove Kalergi un aristocratico, Galimberti un comandante partigiano e Spinelli un rivoluzionario di professione.

Se i grandi partiti di massa erano già anacronistici a metà del ’900 (e infatti  sono stati scavalcati, negli anni, da movimenti nuovi, come il gollismo, il gauchismo, l’ambientalismo e Solidarnosc), oggi, essi sono addirittura dei cimeli storici, tanto che, per poter continuare funzionare, hanno dovuto addirittura cambiare i loro nomi, che non dicevano più nulla all’ opinione pubblica (divenendo “Renew”, “Democratici” e  “Popolari”).

Il liberalismo era nato come reazione nobiliare alle monarchie assolute; era prosperato come difesa delle élites contro la “ribellione  delle masse” e alla fine aveva tentato di riciclarsi come “partito di classe” della borghesia, ma era stato condannato al declino dalla fine di quest’ultima, sostituita dal “ceto medio” e ,ora, da un proletariato di “déracinés”.

Il socialismo era nato, con Owen e Fourier, come espressione delle forze innovative dell’industrializzazione, era stato teorizzato da Marx come fase intermedia fra capitalismo e comunismo, e, infine, era stato realizzato effettivamente nei Paesi del “socialismo reale”, non riuscendo, però,  a sopravvivere nell’ era dei computer e degli Stati-Civiltà.

La Democrazia Cristiana, nata all’ inizio del ‘900 dalla constatazione dell’inutilità del Non Expedit, aveva avuto un exploit con il vuoto di potere succeduto al crollo del Fascismo e con l’alleanza fra Chiesa e Stati Uniti. Oggi è sostanzialmente ancora l’unico movimento vivo e vitale, identificandosi esso con la Chiesa, ma, essendosi omologato al “mainstream” occidentale, rischia di esserne fagocitato, come dimostra anche l’atteggiamento incerto della Chiesa su molte delle questioni vitali per il nostro tempo (teologia, politiche sociali, questioni di genere).

Per un motivo o per l’altro, questi movimenti non hanno proprio la capacità intellettuale d’interpretare la transizione dall’epoca industriale a quella digitale, dominata da un’enorme centralizzazione, tecnicizzazione e dematerializzazione del potere, e incentrata sugli “Stati-Civiltà”:  i loro slogan suonano come aria fritta. Per questo sono condannati ad essere sostituiti da qualcun altro.

Lo stesso può dirsi, a mio avviso, anche del post-fascismo, del gollismo, del gauchismo, dell’ambientalismo e del populismo: essi esprimono non più idee ottocentesche, bensì almeno novecentesche. Anch’essi sono  comunque obsoleti.

Duccio Galimberti

5.Confederazione e populismo

Secondo Dastoli, nessuno “ha mai pensato di considerare i sostenitori del metodo confederale fra gli “europeisti” perché chi vuole trasformare l’Unione europea in una Confederazione vuole di fatto e di diritto smantellare le basi essenziali del sistema comunitario.” Ma in realtà l’Unione Europea di oggi è meno di una confederazione. L’unica oggi esistente è la Svizzera, che un fior d’esercito federale.

L’unico avversario  di una futura Federazione Europea  sembrerebbe essere il neo-nazionalismo dei cosiddetti “Sovranisti”, in quanto questi sarebbero “confederalisti”.  Anch’essi sono un movimento datato, nato con le Rivoluzioni Atlantiche, rafforzatosi durante il Risorgimento (“Fratelli d’ Italia”), e esploso con il fascismo. Anch’essi, nonostante gli attuali exploits elettorali, sono tagliati fuori dalla comprensione del 21° Secolo. Le uniche cose parzialmente attuali sono quelle ch’ essi traggono “a piacere” dalla tradizione gollista, che però interpretano malissimo, deformando perfino l’idea gaulliana di lotta per l’indipendenza dell’Europa, in un ossequio formale all’ America (vedi l’accoglienza riservata a Bannon), quando non, come nel caso della Polonia, nella precisa volontà di boicottare l’Europa a favore della NATO. Anch’essi si distinguono per l’inconcludenza politica, dimostrata ancora recentemente dall’ incapacità di creare un solo gruppo politico al Parlamento Europeo (cfr.precedente articolo di Dastoli su Linkiesta).

Dastoli continua: Secondo il modello confederale, il governo europeo deve essere anarchico e cioè deve essere affidato alla decisione o meglio alle non-decisioni dei governi degli Stati-nazione di cui ciascuno deve mantenere una apparente sovranità assoluta” .Orbene, l’approccio “anarchico” all’ Europa, attribuito ai “populisti”, è proprio quello tenuto fino dall’ inizio dagli Stati membri e dalle Istituzioni:

-Uno Stato (l’Italia) ha potuto firmare con la Libia un trattato di non aggressione, comprensivo del divieto di fornire basi per attacchi contro il proprio territorio, e poi due altri Stati Membri hanno attaccato proprio la Libia;

-L’Unione ha decretato il bando del North Stream 2, ma la Germania lo ha realizzato egualmente;

-Nell’Unione, tutti si fanno i loro trattati bilaterali (Francia-Germania; Polonia-Ungheria-Slovacchia Cechia; Italia Francia) con il deliberato obiettivo d’ imporre la loro volontà agli altri Stati membri.

La “colpa” di tutti questi comportamenti “anarchici” non è mai stata dei “populisti” (che non sono mai stati al potere, salvo recentemente in Polonia e in Ungheria), bensì dei vari Berlusconi, Sarkozy, Blair, Merkel, Havel…

Per questo, non si capisce perché i “populisti” si agitino tanto contro “Bruxelles”,  visto che l’Europa delle coalizioni di centro-sinistra è già stata così come essi la vorrebbero.

Tra l’altro, contrariamente a quanto dicono i media, i Paesi di Visegràd stanno performando benissimo dentro quest’Europa, proprio grazie a quest’Europa “anarchica”. La Repubblica Ceca ha perfino superato  quest’anno il reddito pro-capite dell’Italia(cosa di cui non stac parlando nessuno):Secondo l’ultima indagine del Fondo monetario internazionale (FMI), la Repubblica Ceca ha superato Spagna e Italia in termini di PIL pro capite.. …

Secondo il FMI, il PIL pro capite nella Repubblica Ceca quest’anno è di 38.120 dollari internazionali a prezzi costanti e convertito in parità di potere d’acquisto………..In Italia, quest’anno, il PIL pro capite è risultato pari a 37.905 dollari internazionali del 2017 e in Spagna a 36.086“.

Secondo Dastoli, “Secondo il modello federale, il governo dei temi di interesse comune deve essere sopranazionale, deve avere poteri limitati ma reali e deve rispondere ad una autorità legislativa e di bilancio su una base paritaria  composta da una Assemblea parlamentare che rappresenti le cittadine e i cittadini e un Consiglio o Senato che rappresenti gli Stati e che decide a maggioranza e non all’unanimità.”

In realtà, una vera “Confederazione”, dotata di un suo Presidente, di un suo esercito, di suoi servizi segreti, di un suo fondo sovrano, di suoi campioni nazionali, di una propria politica economica e culturale sarebbe comunque meglio, e dell’ attuale Unione (che queste cose non le ha), e perfino di una “Federazione” che avesse il tanto decantato principio di maggioranza, ma non tutte quelle altre cose.

Basti vedere la Confederazione Elvetica, uno dei sistemi politici più efficienti in assoluto.

Altiero Spinelli

6.Chi è europeista?

In definitiva, oggi, avrei dei grandi dubbi a stabilire chi sia veramente “Europeista”. Uno dei miei massimi crucci è proprio che, dopo aver frequentato, nella mia vita, cattolici e liberali, comunisti e missini, gauchisti e tradizionalisti, democristiani e funzionari europei, federalisti e funzionalisti, non ho trovato da nessuna parte molti “Europeisti”. Come, per Mao Zedong, un rivoluzionario cinese avrebbe dovuto trovarsi fra il popolo “come un pesce nell’ acqua”, così io penso che un Europeista dovrebbe trovarsi ovunque  in Europa “come un  pesce nell’ acqua”, in confidenza, cioè,  con archeologi e umanisti, filosofi e teologi, scienziati e tecnologi, imprenditori e lavoratori, sindacalisti e manager, startupper e politici, cattolici e atei, protestanti e sciiti, ebrei ortodossi e riformati, Spagnoli e Tartari, Nunavik e Curdi, Bretoni e Ceceni, Baschi e Estoni, Islandesi e Turchi, Maltesi e Danesi, Occitani e Bielorussi, Alto-Atesini e Frisoni, Russi e Catalani, Arbereshe e Casciubi, Irlandesi e Aseri, Macedoni e Sorbi, Lussemburghesi e Aleviti, Ucraini e Siciliani, Bavaresi e Pomiacchi, Gorane e Montenegrini.., conoscendo le loro lingue, le loro storie, i loro costumi, le loro idee, i loro problemi. Un vero multiculuralismo poliedrico. Certo, cosa molto difficile, ma senza il quale non ci può essere nessun’ Europa.

Le  riflessioni di Dastoli servono però egregiamente, a nostro avviso, a mettere in evidenza che, se vuole servire a qualcosa, il Movimento Europeo dovrebbe smetterla di cercare la propria legittimazione nei partiti novecenteschi e nelle loro beghe elettoralistiche, e accorgersi finalmente della reale importanza storica del federalismo europeo, l’unica idea  che possa guidare l’ Europa del XXI Secolo nella sua resistenza contro la Società del Controllo Totale e nella competizione con USA e Cina, al di fuori e, se necessario, contro i partiti e gli Stati Membri.

Se, all’ interno di un’Europa democratica, è giusto che vi sia una dialettica fra partiti, l’attuale dialettica, e fra i partiti attuali, non ci potrà mai portare, né alla federazione (vedi il referendum del 2005), né all’indipendenza (vedi la politica estera e di difesa comune), né, tanto meno, alla salvezza dalla società del controllo totale (vedi la disapplicazione verso i GAFAM delle sentenze Schrems, delle risoluzioni dell’ EPDB, delle legislazioni antitrust e fiscale).

Il sommergibile nucleare francese

7.Una Federazione Europea all’ altezza del 21° Secolo

Siamo proprio sicuri che questo modello di federazione, nato 70, se non 250, anni fa, possa funzionare, di per sé,   nell’Europa di oggi, o bisognerebbe renderne le regole molto più mirate e più efficaci? Dove la mettiamo la presenza ingombrante NATO, che presidia capillarmente le nostre città, a cominciare da Bruxelles? Dove il mondo mediterraneo, con cui pure affermiamo di voler cooperare? Dove le Macroregioni Europee, all’ interno delle quali potrebbero trovare posto le pulsioni identitarie delle grandi aree? Dove le Regioni, le Città, che ci permettono di sfuggire all’omologazione degli Stati borghesi? Dove i conflitti dell’ Europa Orientale?

A chi attribuiremo la competizione tecnologica, la difesa nucleare, la cyberguerra, le “covert operations”? Può oggi una realtà politica continentale funzionare senza tutto ciò, o è condannata a “delegarlo” a qualcun altro (oggi gli USA, domani la Russia, dopodomani la Cina)?

Dove sono i poteri del Presidente, del Capo di Stato Maggiore, dei Servizi Segreti, dov’è la gestione politica delle nuove tecnologie e dei Campioni Europei? Chi comanderà la Force de Frappe?

Assistiamo impotenti ai dialoghi (e agli accordi) fra USA e Russia, USA e Russia e Cina e Russia “sul futuro dell’ Europa”. Tutte cose che dovrebbero essere discusse nell’ apposita Conferenza.

Il problema è che, tanto i partiti tradizionali, quanto gli Stati nazionali, quanto, infine, lo stesso ordinamento giuridico europeo, sono stati creati decenni fa nell’aspettativa di amministrare un’Europa “a regime”, con la Guerra Fredda e senza brusche scosse antropologiche. Invece oggi, per constatazione unanime, e per dichiarazione esplicita dei massimi protagonisti, siamo avviati a una velocità vertiginosa (la “Legge di Moore”) verso il “Secolo Finale” (Sir Martin Rees). Per una situazione di emergenza ci vuole un governo di emergenza, non una “federazione” in cui bisognerebbe votare a maggioranza dei due terzi perfino la eventuale risposta a un attacco nucleare. D’altra parte, chi mai ha votato la dislocazione in Italia delle testate nucleari?

Le cooperazioni rafforzate, suggerite da Prodi e Amato, ci sono già, come per esempio la BEI, Schengen, l’Euro, l’ ESA, l’Agenzia Europea degli Armamenti, Eurocorpo…, ma nessuno neppure se ne accorge. Una cooperazione rafforzata nel settore difesa, altro cavallo di battaglia di Prodi, presupporrebbe di mettere in comune l’intelligence e la Force de Frappe francese. Chi è pronto a questo salto?

Se gli USA installassero in Ucraina missili ipersonici, questi impiegherebbero 5 minuti per raggiungere Mosca. Nessun Maggiore Petrov, manco fosse Superman, potrebbe fermare, questa volta, come nel 1983, la “Mutually Assured Destruction”. E’ di questo che hanno discusso l’altro ieri Putin e Biden. Qualcuno in Europa lo sta considerando?

Solo se riuscisse a gestire questi temi la Federazione Europea potrebbe risultare una vera rappresentante dei cittadini europei, e la loro estrema difesa, e, di converso, potrebbe suscitare la loro adesione e il loro entusiasmo.

IL SESSO DEGLI ANGELI

Ovvero, mentre il mondo corre, l’ Europa si perde in polemiche assurde

Il Natale, festività di tutte le culture

Dato l’enorme scalpore ch’essa ha sollevato, nonché la diretta connessione con vari temi che attengono alla Conferenza sul Futuro dell’Europa, ritengo opportune alcune precisazioni sulla circolare “natalizia” della Commissione (che quest’ultima ha prontamente ritirato dopo il diluvio di critiche).

In precedente post, quasi presentissimo l’incombere  di questa polemica, avevamo scritto:“La ‘cancel culture’, nata fra gl’intellettuali ‘non-WASP’ nelle università americane, non è tuttavia solo un fenomeno americano. Come tutte le ‘americanate’, in breve si è diffusa in tutto il mondo, dove viene scimmiottata in modi per lo più impropri e deformanti, soprattutto in un’Europa sempre più priva di idee proprie, ed anche per questo sempre più succube dei trend culturali e politici americani.

Mentre, in America, il movimento ‘Woke’mira a colpire e l’eredità culturale del colonialismo europeo, in Europa prevale un’altra ‘Cancel Culture’, che mira invece a fare dimenticare le radici premoderne, moderne e afroasiatiche dell’integrazione europea, a vantaggio di un iconoclastico messianismo di origine manichea e puritana, secondo cui tale integrazione altro non sarebbe che la punta di diamante della nuova ‘religione dei diritti’, che travolge, come vendetta per le oppressioni passate, tutte le culture tradizionali, portandole tutte  a fare parte dell’ ‘impero mondiale omogeneo’ (Kojève).”

Seguiva una lunga analisi del significato culturale di questa “Cancel Culture europea”. Quell’ analisi ci aiuta ora anche a comprendere le ragioni della (bozza di?) circolare della Commissaria Dalli che ha suscitato tanto scandalo, e degli argomenti di coloro che l’hanno criticata.

A nostro avviso, si tratta dell’ennesimo ripropoprsi del conflitto fra, da un lato, il federalismo europeo, per sua natura “poliedrico”(le cose appaiono, a seconda del punto di vista da cui si guardano, molto diverse:cfr.”the Italian Theory” di Roberto Esposito),e,dall’ altro, il funzionalismo tecnocratico, adottato nei fatti dall’ Unione Europea, che, equiparando gli uomini alle macchine, è per natura privo di profondità. E’ per questo che i politici europei cadono spesso in eccessi definiti non senza ragione come “fantozziani”  (come quelli della circolare “natalizia”.

Come ha affermato il Cardinale Parolin, le “retoriche” dell’ Europa, quando “vanno contro la realtà”  finiscono in un guazzabuglio di contraddizioni implicite nella cultura funzionalistica: fra il preteso sfrenamento della soggettività del mondo ipermoderno e il reale  dogmatismo della mediocrità universale; fra la pretesa libertà di ricerca e di parola e la realtà  dei riflessi pavloviani imposti dal “gatekeepers”; fra la pretesa di concretezza tecno-scientifica e il profluvio di parole vuote e inconcludenti; fra il preteso multiculturalismo e la messa al bando di praticamente tutte le culture realmente esistenti fra il culto dell’afroasiaticità e la dittatura occhiuta dell’1% di  WASP puritani; fra la prestesa “inclusione” e l’esclusione proprio degli “Europaioi”, quelli che corrispondono alle descrizioni di Ippocrate, di Erodoto, di Svetonio, di Cassio Dione (autonomi, operosi, solidali e combattenti).

Nella sua apparenza modesta, la bozza rivela l’attacco generalizzato che, da qualche luogo lontano, si sta portando, allo stesso tempo, alla cultura e alla linguistica, al multiculturalismo e all’ Europa.

I funzionari europei : la roccaforte del plurilinguismo

1.Omaggio ai  Funzionari Europei

Si dice: “Ma era solo una bozza di istruzioni interne per funzionari della Commissione”. Una circolare di 32 pagine anche se non pubblicata, costituisce la velina occulta del potere. E i funzionari europei, di cui mio vanto di avere fatto parte, sono, nel deserto generale dell’entropia europea, l’unica vera “élite” dell’ Europa, con una vera identità europea e con una cultura stratosfericamente superiore a quella dei politici europei e delle classi dirigenti nazionali. In genere i politici sono inviati dai partiti, spesso per “toglierseli dai piedi” dalle capitali nazionali, mentre i funzionari debbono sostenere concorsi difficilissimi. Basta guardare alla conoscenza delle lingue. Orbene, costringere l’unica ”élite” dell’ Europa a trasformarsi in agitprop di una setta fanatica e ignorante sembra veramente troppo.

E come si fa a imporre ad un funzionariato composto in gran parte da linguisti un testo che (oltre ad essere stato scritto palesemente in America), ignora brutalmente i meccanismi delle lingue ufficiali della UE?Di più: che tende a distruggere dall’interno, come un virus, elementi estranei che ne impedirebbero il funzionamento e ne distruggerebbero il pluralismo.

Come scrive magistralmente Natalino Irti su “Il Sole 24 Ore”,”La pretesa di piena ‘inclusività’ di lingue e costumi dialogici ha uno sfondo di frigida insensibilità storica e di totale rifiuto  del passato”

Una cultura federalistica autentica avrebbe permesso di capire, nell’ottica del federalismo mondiale, che, se, dal punto di vista di un funzionario delle Nazioni Unite (o perfino del Vaticano), è più che giustificato non voler privilegiare alcun ambito culturale (non per nulla l’ONU ha 6 lingue ufficiali, di cui la metà non sono europee), altra cosa è parlare a nome del Consiglio d’ Europa, dove sono presenti tutti i Paesi europei, prevalentemente aderenti a religioni abramitiche, altra ancora nel nome della NATO, prevalentemente cristiana.

Quanto poi all’ attuale Unione Europea, che è essenzialmente un club di Europei continentali occidentali e di terraferma, avrebbe ancor più senso partire da una terminologia e da dei riferimenti cristiani. Se infine ci riferiamo a singoli Stati Membri, o addirittura a singole euroregioni o regioni, hanno senso riferimenti ancora più specifici, e allora, perché, anziché “Signori e Signori”, non dire (orrore) “Gruess Gott” o “Dìa Daoibh ”? E, di converso, “Buon Anno” alle Nazioni Unite, “Buon Natale, Buona Hanukkà” al Consiglio d’ Europa, “Kalà Christugenna”  all’ Unione Europea, così come noi avevamo fatto alcuni anni fa.

Nella stessa direzione, il federalismo postulerebbe l’uso di lingue universali a livello mondiale, di grandi lingue di cultura a livello degli Stati Civiltà, di lingue nazionali a livello di macro-regioni, di “lingue minoritarie” al livello delle euroregioni, delle lingue nazionali negli Stato Membri, dei dialetti a livello locale.

Invece, la pretesa che, come nella circolare incriminata, “come si dettano regole per confetture domestiche o generi alimentari, del pari le lingue possano ridursi a tipi rigidi, fruibili da tutti e in qualsiasi luogo del mondo”(Irti) costituisce il nocciolo stesso del totalitarismo (o del funzionalismo).

Questo è grave soprattutto da parte della Commissione, che potrebbe e dovrebbe essere la tutrice dell’Identità Europea, ma, invece, si muove in genere in un’ottica globalistica, e addirittura americana.In effetti, mentre nel resto del mondo, tutti cercano di vantare gli antenati più antichi (in America, da Maria Gimbutas a Anthony a  Gress), alla creazione in India dell’ Uttarakhand (con lingua ufficiale il Sanscrito), al Progetto Xia-Shang-Zhou (le Tre Dinastie Mitiche) in Cina, invece,  le “retoriche dell’Europa”  dimezzano sistematicamente l’Identità Europea, partendo chi dal Cristianesimo, chi dalla scoperta dell’ America, chi dalla Rivoluzione Francese, chi dalla IIa Guerra Mondiale, chi dalla Dichiarazione Schuman.

Che senso ha parlare di “Identità Europea” se non consideriamo come feste comuni le  ricorrenze ancestrali di mezzo inverno e mezza estate, indipendentemente dal fatto che le chiamiamo, rispettivamente, “Jul”(“Yule”), Natale di Roma, Natale, Hanukka’ o Milad al-Masih, e, rispettivamente, Feriae Augusti, Midsummer’night, Sole di Mezzanotte, Assunzione di Maria? Infatti, il Natale e il Capodanno come li conosciamo oggi hanno, sì, una storia cristiana, ma derivano in gran parte da festività ancestrali (preistoriche, medio-orientali o indo-europee), come dimostrano le greggi, le stelle, gli abeti, il vischio, Babbo Natale…

“Qui non è problema di laicità, o di professione di fede religiosa, ma soltanto di appartenenza storica, quale si è definita e consolidata nel corso dei secoli.(Irti)” Abbiamo illustrato questa stratificazione di tradizioni nel 1° volume del libro “10.000 anni d’identità europea”, con la prefazione, appunto, del Professor Irti. A nostro avviso, come spiegato esaurientemente da Jung, De Martino e De Benoit, lo stratificarsi delle tradizioni costituisce un elemento essenziale dell’ identità di un popolo, ed è per questo che i gatekeepers del potere vi prestano tanta attenzione, perché, come scriveva Orwell, “chi controlla il passato controlla il futuro”.

Maria, Iside, Guan Yin

2.Il nome di Maria

Non casuale è anche l’attacco al nome di Maria nella famigerata circolare, là dove di suggerisce di non usarlo come esempio, tanto meno in congiunzione con il nome “Giovanni” (come se i funzionari europei, e non quelli americani, fossero soliti citare come esempi “Mary and John”).

Non è certo l’unico caso in cui quel nome abbia fatto oggetto di tante controversie (già sul significato del nome), perché si riferisce alla figura classica della maternità, oggetto di un culto trasversale da parte di tutte le religioni. Tant’è vero che la risposta al saluto irlandese “inclusivo” da noi citato è proprio “Dìa ‘s Muire Doibh”Dio e Maria siano con voi”.

Proprio per la sua trasversalità, perfino il Vaticano aveva messo in discussione la sua interpretazione letterale come traduzione letterale dall’ ebraico (“Meir Yam”=”Stella Maris”), ricorda troppo le antiche religioni legate alle stelle. Sotto un altro punto di vista, l’”Odigitria”, che guida i naviganti, ma anche le anime, ha anch’essa precisi paralleli orientali, come per esempio Guan Yin, un bodhjisattva femminile che è, in Cina, “la Signora dell’ Occidente” che ci accoglie “nell’ ora della nostra morte”, ed è rappresentata in modo molto simile a Maria.

Maria ha poi un’infinità di altre assonanze: con la Grande Madre dell’Europa preistorica; con le divinità africane (le “Madonne Nere” di Loreto e Cestochowa); perfino con la principessa Europa….Essa esprime un concetto sacro di maternità che stride con  gli esperimenti postumanistici di riproduzione macchinica.

Jul, Jovilius, Julius

2.La questione del Natale.

Chi va contro la realtà si mette in serio pericolo” le parole del Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin,  sulla bozza della Commissione. E credo siano state queste parole a farlo ritirare.

“Credo – osserva Parolin ai media vaticani- che sia giusta la preoccupazione di cancellare tutte le discriminazioni. E’ un cammino di cui abbiamo acquisito sempre più consapevolezza e che naturalmente deve tradursi anche sul terreno pratico. Però, a mio parere, questa non è certamente la strada per raggiungere questo scopo. Perché alla fine si rischia di distruggere, annientare la persona, in due direzioni principali. La prima, quella della differenziazione che caratterizza il nostro mondo, la tendenza purtroppo è quella di omologare tutto, non sapendo rispettare invece anche le giuste differenze, che naturalmente non devono diventare contrapposizione o fonte di discriminazione, ma devono integrarsi proprio per costruire una umanità piena e integrale. La seconda: la dimenticanza di ciò che è una realtà. E chi va contro la realtà si mette in serio pericolo“.

La Natività è una di quelle realtà che non si possono mettere in questione, perché, comunque la si voglia configurare, rinasce sempre, perché radicata nella struttura stessa dell’ uomo. Ovviamente, se finisce l’uomo, finisca anche la Natività.

Dunque, ci si mette contro la realtà per “l’aridità di una concezione a-storica della lingua e dei costumi umani.

A-storica, poiché ignora l’essenza delle lingue, nelle quali si depongono il passato di popoli interi, loro fedi religiose e vicende politiche, loro filosofie e credenza. Quella proposta non ‘include’ nessuno, ma ‘esclude’ tutti, poiché ‘tutti’ non è l’algida omogeneità delle merci o del danaro, ma la unità della molteplice storia umana, varia per i singoli cammini , e forte proprio di un’infinita mutevolezza”(Irti)

Meno condivisibile la parte del commento di Parolin in cui si parla delle “radici giudaico-cristiane”, concetto a mio avviso equivoco, perché accetta il nucleo essenziale della teoria lessinghiana e crociana sul superamento del Cristianesimo, e quindi si rivela un boomerang per la Chiesa, che non si capisce perché vi sia così attaccata: ” Certo, noi sappiamo che l’Europa deve la sua esistenza e la sua identità a tanti apporti, ma certamente non si può dimenticare che uno degli apporti principali, se non il principale, è stato proprio il cristianesimo “.Ma qui non si tratta solo di “apporti”, bensì, come si vedrà, della stessa struttura antropologica degli Europei.

I “Giudaico-Cristiani” erano quel gruppo di Cristiani rimasti a Gerusalemme che pensavano ancora a un avvento prossimo di Gesù, e che, per questo motivo, erano  gli antagonisti naturali di San Paolo, che si scaglia contro di essi nella IIa Lettera ai Tessalonicesi. Essi praticavano la comunione dei beni in vista della prossima Apocalisse e l’imponevano violentemente alla comunità (come dimostra la vicenda di San Pietro, Anania e Saffira). Essere eredi dei Giudaico-Cristiani significa forse rivendicare la tradizione chiliastica delle eresie contro quella spiritualistica della Chiesa di San Paolo, di Sant’Agostino e di Pascal?

Riallacciandosi a quelle eresie, Lessing aveva proclamato che il Cristianesimo era oramai solo più una forma di educazione del genere umano; Saint-Simon aveva proclamato una Nuova Società Organica, fondata sulla Religione dell’ Umanità, e gl’Idealisti avevano concepito un “Progetto Sistemico”, in cui la “nuova mitologia”, comune ai dotti e al popolo, sarebbe stata costituita dalla scienza. Fare il vuoto pneumatico  di tutti i contenuti religiosi concreti (non solo del Cristianesimo, ma anche dell’ Islam e dell’induismo) significa dunque in realtà fare spazio a questa “chiesa invisibile”, che ha oggi la propria massima espressione nella Singularity University, e il proprio teologo di riferimento in Teilhard de Chardin.

Come dicevamo, il modo di essere degli Europei è strutturalmente cristiano: senso della Storia, aspirazione individuale alla Salvezza, separatezza e delle singole anime, e fra religione e Stato: non si ritrovano queste nel comportamento  di tutti gli Europei,? E, d’altronde, questo senso del mondo è condiviso, oltre che dai seguaci dei messianismi immanentistici, anche dagli Euroislamici e dall’ ebraismo europeo.

In realtà, in questo come in altri campi,  si vuole distruggere l’Europa, per evitare ch’essa possa fare concorrenza agli USA. Non casualmente, quest’ anno, al solito Halloween, si stanno aggiungendo un Black Friday che è ormai diventato “Black month”, e perfino il tacchino del Giorno del Ringraziamento. Infine, chi è che aveva vietato assolutamente il Natale? Cromwell e i Puritani. E, di fatto, il preteso simbolo del Natale è diventato un automa, chiamato “Santa”, che si dimena davanti a tutti i negozi d’America, perfetta incarnazione della religione della tecnologia.

E “last but not least”, la circolare ufficializzerebbe l’idea che l’Inglese sia la lingua di lavoro dei funzionari europei, nonostante il  regime istituzionale del plurilinguismo. Questo meccanismo non è più conforme allo scopo originario, e va pesantemente rivisto.

Cancellare chi ci cancella

3.”Cancel Europe”

Si tratta dunque di un ennesimo passaggio verso  l’americanizzazione, premessa per la realizzazione, sotto la guida di Google, della Singularity, della vera religione dell’Occidente: il nichilismo postumanistico.

Fra il ‘700 e l’’800, avevamo importato le retoriche liberaldemocratiche, nel ‘900 il razzismo, all’ inizio del XX° secolo, il liberismo; nello scorso decennio, l’informatica; ora, stiamo importando la cultura “Woke” e il post-umanesimo. Come si vede, cose apparentemente molto disparate fra di loro, ma che convergono verso un solo fine: cancellare la nostra identità e imporci un’identità gregaria dell’ America, per poi trasformarci finalmente in macchine.

La cultura “woke”, reazione a 500 anni di dominazione “bianca” nelle Americhe attraverso la “One Drop Rule” (secondo cui sarebbe “nero” chiunque abbia una sola goccia di sangue “non nordico”), consiste nel reclamare la cancellazione, altrettanto estremistica, della cultura coloniale, intesa come straniera ed oppressiva,  a favore di tutti i “non bianchi”, che sono, nell’ ordine:

-gli afro-americani, trasportati in America in catene;

-i nativi americani sterminati, espropriati e cacciati dalle loro terre;

-i “Latinos”, controllati dai nordameriani nei loro stessi territori e impossibilitati a ritornare in quegli Stati  del Nord che il Trattato di Guadalupe Hidalgo aveva loro destinati;

-i nippo-americani, imprigionati in campi di concentramento per timore che aiutassero i Giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale, e in generale gli Americani di origine asiatica;

-gl’ islamo-americani, dopo l’ 11 Settembre, assoggettati ad ogni genere di controlli.

A causa della loro motivazione “Anti-WASP”, le azioni della Cancel Culture americana raramente si rivolgono contro l’Europa propriamente detta (con la sola eccezione di Colombo, colpevole di avere iniziato la colonizzazione), ma, semmai, contro la cultura anglosassone insegnata in America come propedeutica all’Eccezionalismo Americano (la narrativa “From Plato to NATO”). Cosicché, le politiche anti-WASP potrebbero perfino essere considerate positive per l’ Europa, e degne, “mutatis mutandis”, d’imitazione, poiché non solo i “coloured” americani hanno subito forme di colonizzazione, ma anche gl’immigrati tedeschi, polacchi, italiani…, e, soprattutto dopo la IIa Guerra Mondiale, tutti gli Europei.

Quella cultura è comunque comprensibile nell’ ambito di un normale conflitto civile per l’alternanza al potere in America (tutt’altro che impossibile dati gli andamenti demografici e migratori), a cui gli Europei sono estranei. Come gli Americani hanno abbattuto, o fatto abbattere, le statue dei dittatori europei, di Saddam e di Gheddafi, non si vede perché essi non dovrebbero  aspettarsi di assistere all’ abbattimento delle statue di Jefferson (schiavista e sessista) e di Lee, comandante sudista.

Per la “Cancel culture” europea (senz’altro derivata da quella americana, ma con fini diversi), invece, è l’intera storia mondiale, e non solo quella europea,  ad essere “viziata da un’eredità di violenza, che solo la nemesi della IIa Guerra Mondiale sarebbe riuscita a riscattare (con la vittoria degli Stati Uniti).  In ciò starebbe la nobiltà dell’Europa, la quale, modello per il mondo intero, sarebbe riuscita a sostituire ad inimicizie secolari un nuovo clima di fratellanza (come profetizzato da Fichte e da Nietzsche). L’Europa sarebbe, dunque, il primo Paese entrato, grazie alla sconfitta, nella ‘Post-Histoire’(Gehlen, Fukuyama)-cioè con un ruolo di ‘suddito’ nell’ Impero del Bene.

Da tutto ciò risulterebbe esaltata la funzione messianica dell’ America, che, sconfiggendo l’Asse e rieducando la Germania, aveva costretto l’Europa a divenire il primo paese redento dalla storia dell’ oppressione e della miseria”.

Tutto ciò ha trovato la propria più autorevole espressione nella filosofia di René Girard.

“Per l’America sarebbe stato meglio non essere scoperta” (Sigmund Freud)

3. Per una riconsiderazione globale della questione della lingua degli Europei.

Oggi, l’americanizzazione dell’Europa riguarda in primo luogo la lingua, dove, proprio al momento dell’uscita dell’Inghilterra, l’Unione fa, paradossalmente, un uso quasi esclusivo dell’ Inglese, dimostrando, con ciò, che la scelta di questa lingua non era motivata dalla presenza dell’Inghilterra, bensì da un’imposizione dell’ America. Anche le molte lingue nazionali, regionali e locali, incorporano ogni giorno senza bisogno, decine, se non centinaia di termini anglo-americani, come “resilienza”, “inclusività”, “queer”, ecc…, per i quali esisterebbero fior di sinonimi, che, però, per servilismo, nessuno usa.

E’verissimo che l’Inglese è una lingua particolarmente ibrida (Celtico, Latino, Germanico Occidentale e Settentrionale, Francese), che, per questo motivo, può pretendere di rappresentare una sintesi delle parlate europee occidentali. Sì, ma solo di queste ultime. Invece, esso si contrappone a quelle dell’Europa Centrale e Orientale (slave, baltiche, balcaniche e uralo-altaiche, come Polacco, Lituano, Albanese, Ungherese, Turco, Finlandese, Sami), e costituisce quindi un perenne pomo della discordia fra gli Europei, un ennesimo ostacolo alla piena unificazione del Continente: l’”arroganza Romano-Germanica”. D’altronde, l’Inglese, come il Cinese, essendo l’effetto di processi di trasformazione molto risalenti e complessi, è difficilissimo da padroneggiare da parte dei “non madrelingua” (pronunzia, accenti, intonation, gergo). Altro che inclusività! L’Unione di oggi discrimina, eccome: i popoli pre-alfabetici come i Sami, che non sono rappresentati, i russofoni privati della cittadinanza, i tradizionalisti di tutte le religioni, i conservatori… Inoltre, la cultura “Mainstream” tenta in tutti i modi di relegare le “lingue nazionali” europee al rango di dialetti dell’ Inglese.

Ciò è dimostrato da certi vezzi strumentali, come quello del “linguaggio inclusivo”, a cui è dedicata principalmente la bozza. Ammesso e non concesso che occorra un maggior uso del neutro per tener conto delle varietà di genere, bene, nelle varie lingue europee, questo già esiste, o formalmente (come nelle lingue slave e Germaniche e in Greco), o informalmente, come con i pronomi “esso” e “cela”, o nei collettivi (“spettabile pubblico”). Così come esiste l’affievolimento della finale, pronunziato, come nelle lingue napoletana (Napulë) e Piemontese (dësgust), o scritto, come nella  Gjuha Arbëreshe parlata in tutto il Sud (Tiranë);quante “Schwa”! Quindi, abbiamo già vari esempi di lingue della penisola italica che potrebbero (se del caso) fornirci degli utili suggerimenti. Che bisogno c’è di introdurre asterischi o “schwa”? L’uno, fa sembrare molte parole come inglesi; l’altro è un prestito dall’ Ebraico biblico (improprio perché l’ Ebraico si scrive, ovviamente, in caratteri ebraici, e, quindi, in un altro modo, e, nell’ Israeliano moderno, non si pronunzia affatto, contribuendo così, se applicato alle lingue europee,  all’eliminazione delle desinenze, che è proprio quel che serve per decostruire l’Italiano). Ancor peggio l’asterisco, usato dagli Ebrei in talune lingue  per indicare l‘omissione delle vocali del Nome di Dio. Però anche l’asterisco alla fine andrà pronunziato (come si fa alla fin fine con i nomi di Dio). Come si distinguerebbero anche singolare e plurale? Le proposte d’innovazione grammaticale e calligrafica non sono deliberatamente sostenibili, mirando solo alla decostruzione delle lingue europee.

Come dimostrano tutti questi esempi, qualcuno vuole la “debilitazione” delle nostre lingue, perché appaiano spurie rispetto all’ Inglese, l’unica “lingua alta”(come sta già succedendo nell’ uso di lavoro delle Istituzioni).

A prescindere dal fatto che non so chi apprezzerebbe di essere chiamato “Egregië Signorë”, o di essere designato come “esso”. Tra l’altro, una delle prove principali del fatto che tutto ciò è stato pensato in Inglese è che il suggerimento di abbandonare “Ladies and Gentlemen” per “” Dear Colleagues” potrebbe semmai funzionare in Inglese, ma in altre lingue, come per esempio l’ Italiano, “Cari Colleghi” suonerebbe ancor meno inclusivo che non “Signore e Signori”, perché esisterebbe solo al maschile.

Fortunatamente, vi è tutta una ripresa delle lingue classiche, prima in Asia, poi in Europa (Cfr. il nostro libro “Es patrida gaian”).Israele ha dichiarato l’ Ebraico lingua ufficiale; i Paesi arabi usano l’Arabo classico nelle loro comunicazioni e l’India ha dedicato un ruolo costituzionale alle lingue classiche dell’ India, creando anche il nuovo Stato federale Uttarakhand, costituito in gran parte da santuari induisti, nel quale il Sanscrito è la lingua ufficiale principale.

In Turchia, è stato reintrodotto lo studio del Turco Ottomano, e in Francia quello del Greco e del Latino. I Ministri della pubblica Istruzione di Spagna, Francia, Italia, Grecia e Cipro, nel recentissimo incontro al Liceo Louis Le Grand di Parigi, hanno firmato un accordo, espressamente come reazione all’ esclusione della cultura classica dai curricula di molte università americane, per il rilancio del Greco e del Latino.

In considerazione della prevista scomparsa, per effetto dell’automazione e dell’ Intelligenza Artificiale, del lavoro manuale, e della drastica riduzione dei lavori di routine, si sta creando un’enorme di quantità di tempo libero, che potrà (e dovrà) essere reinvestito, certo, nell’ istruzione tecnica e civica, ma anche e soprattutto nelle materie umanistiche che servono per tenere sotto controllo  queston colossale apparato tecnologico che apprende, decide e si riproduce.

Fra le scienze che si rendono a tal fine necessarie fin d’ora, la teologia, la filosofia, la matematica, le scienze politiche, il diritto, l’economia, ma anche e soprattutto la linguistica, elemento fondamentale di interconnessione fra le discipline e le culture. Non per nulla il membro fondamentale della classe dirigente in Cina è stato il “Ru”, il letterato, che, padroneggiando la lingua cinese classica, e, di conseguenza, i classici confuciani, era in grado di decidere su tutti i principali problemi che si presentavano all’ Impero e alle diverse civiltà in esso incorporate (turciche, mongoliche, sino-tibetane, vietnamite, cinesi del Sud). Non diversamente, la conoscenza del Greco, del Latino, dei Classici Occidentali, dell’ Arabo, dell’ Ebraico, della Bibbia e del Corano, del Persiano, sono state per millenni alla base della formazione delle classi dirigenti medio-orientali, e costituiscono tutte insieme, lo strumento insostituibile per la trasmissione delle grandi civiltà.

Questo vale ancora di più per la classe dirigente dell’ Europa di domani, situata al crocevia fra le culture classica, scientifica, giudaico-cristiana, digitale, germanica, slava, persiana, islamica e sinica. Non costituiscono, in questo contesto, le esigenze di semplice comunicazione la priorità principale. Per le esigenze di comunicazione, avrà un’importanza fondamentale la traduzione automatica, mentre una cultura comparatistica (filologia generale e comparata e culture comparate) sarà indispensabile per situare la comunicazione nel suo giusto contesto, evitando gli strafalcioni della circolare “natalizia”.

Con tutto ciò che c’è da cambiare, la Conferenza non può passare inosservata

8.Proposte per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Come scrive Irti, “Le proposte ‘natalizie’ non hanno reso un buon servigio alla serietà delle decisioni europee ed alla fisionomia culturale dell’ Unione” .La Commissaria Dalli ha annunziato che la proposta di circolare, per quanto oggi ritirata, dalla Commissione, verrà ripresentata quando essa sarà stata meglio elaborata. Le questioni da essa sollevate e qui enumerate  sono infatti ancora attuali ed aperte. Come tali, esse non vanno certo dimenticate, bensì fatte rientrare nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’ Europa:

a)la questione della lingua, che non può continuare ad essere l’ Inglese;

b)la questione della libertà di pensiero e di parola. Se l’Unione vuole proporsi quale l’erede della tradizione classica della Parrhesia, di quella costituzionale delle libertà borghesi, delle culture critiche della modernità, non può divenire invece un soggetto politico che aspira a educare l’intera Società a un determinato modo di pensare, di esprimersi e di comportarsi (lo Stato Etico tanto condannato  nel fascismo). L’idea  di dare per scontati i “Nostri Valori” è aberrante se si pensa che l’Europa si auto-qualifica da sempre quale patria del pluralismo. Questo tanto più in quanto i pretesi “nostri valori” sono valori ipocriti da Esercito della Salvezza, contro cui si sono battuti strenuamente tutti i grandi intellettuali europei .Occorre ristabilire quel sano pluralismo europeo di idee e di comportamenti ( Leonida e Pericle, Socrate e San Paolo, Tertulliano e Sant’Agostino, Averroè e Pascal, Rousseau e Voltaire, De Maistre e Marx, Kierkegaard e Nietzsche, Freud e Jung, Croce e Gentile, Heidegger e Sartre…) – nella società, nella cultura, nei media, nella politica e nella geopolitica-.

Se l’Unione Europea ha da essere uno Stato educatore, bene, essa lo deve fare educando alla differenza, non già all’omologazione;

c)Massima cura per il funzionariato europeo, quale aspetto di una più generale “epistocrazia europea”, rivalutando il ruolo degli “Eurocrati”, che devono assumere un ruolo come classe e autonomia da un ceto politico spesso inadeguato. Si ricordi che Helena Dalli non è un’ “Euroburocrate”, bensì la ex Miss Malta, divenuta una donna politica maltese, e, successivamente, una Commissaria;

d)Una maggiore attenzione , nello studio dell’identità europea, all’aspetto teologico, che va dalla controversia erodotea circa il ruolo messianico dell’ imperatore persiano, alla teologia politica dell’ Eneide, alla IIa Lettera ai Tessalonicesi, ai concetti di Jihad e di Crociata, per passare  a quelli di Pace Perpetua, di Santa Alleanza, di “Dio e Popolo” in Mazzini, alla “Religione dell’ Umanità”, di “radici cristiane”, “giudaico-cristiane” o “islamo-cristiane”, e, infine, al dialogo interreligioso;

e)La consapevolezza che il Vescovo di Roma è l’unica autorità religiosa nel mondo che diriga una Chiesa mondiale, più forte nelle Americhe e in Africa che non in Europa, e che ciò è un aspetto e una forza, anche politica, per l’ Europa e in particolare per l’ Italia. Questo ci deve anche far capire che la Chiesa cattolica non può identificarsi con l’Unione Europea, e questa, a sua volta,  non può identificarsi totalmente con una religione, come il Cristianesimo,  che è più forte altrove.  Infatti, la Chiesa non può non lasciare  libertà di pensiero e di azione anche alle teologie nordamericana, sudamericana, africana e a quelle asiatiche, che certamente non possono identificarsi con nessuna ortodossia, né filosofica, ma nemmeno teologica. Questa tendenza aumenterà sempre più, portando un ulteriore elemento di pluralismo nell’organizzazione politico-sociale dell’ Europa, di cui l’Unione Europea non può non tenere conto;

f)una maggiore attenzione per tutti gli elementi identitari dell’ Europa, dalle radici etniche a quelle culturali, dal folclore alle culture classiche, dalle religioni ai ceti sociali, dalle arti ai costumi. L’Europa dovrebbe celebrare il Natale e Ferragosto, la Hanukkà e il Ramadan, la Battaglia delle Termopili e la conversione di Costantino, la Magna Charta e il 9 maggio (nella duplice accezione della Dichiarazione Schuman e del Den’Pobiedy).

PER “LIMES”, L’UE SCOMPARIRA’ENTRO IL 2050: altro che “Futuro dell’ Europa”!

Erdogan circondato da soldati
dei 16 imperi turchi

Luca Caracciolo non ha mai creduto molto nell’integrazione europea, ma il numero di ottobre di Limes ha raggiunto un livello di euroscetticismo che supera tutte le precedenti esperienze: nell’illustrare come sarà il mondo nel 2050, si è dimenticato (?) perfino di parlare (foss’anche male) dell’Unione Europea, partendo evidentemente dal presupposto che, in quell’anno, non esisterà proprio più. Il che era quanto era stato detto anche dall’ insospettabile Helmut Schmidt. La questione va quindi presa estremamente sul serio.

Tutto ciò dovrebbe infatti preoccupare non poco le Istituzioni e il Movimento Europeo, che vedono ora bocciate da un’autorevole rivista tutte le loro pretese di dare un futuro all’ Unione (almeno così com’ essa è). Questo fatto non può e non deve, a nostro avviso, rimanere fuori dei riflettori della Conferenza attualmente in corso, costituendo uno stimolo aggiuntivo a essere più concreti (a meno che non ci sia, sottointesa, l’idea di una grande messa in scena).

La mappa del mondo medievale nel Diwan Lughat it-Tuerk

(antologia delle lingue turciche)

1.L’Europa come preda di tutte le potenze del mondo

Nella rivista, ci sono infatti 3 articoli sul futuro della Cina, 2 sull’ Italia, due sull’ America, uno a testa su Russia, Francia, Inghilterra, Turchia, Germania, Giappone, uno sulla Chiesa Cattolica, ma nessuno sull’ Unione Europea, il cui nome non è neppure citato, mentre invece si afferma chiaramente che l’Europa non sarà, né un soggetto politico, né, tanto meno, un protagonista, bensì la preda a cui aspireranno tutte le potenze del mondo. Il che costituisce  per altro un fatto evidente, a meno che  l’Unione Europea non diventi rapidissimamente un vero soggetto -culturale, sociale, tecnologico, militare, statuale, economico e politico- degno di questo nome. Evidentemente,  “Limes” non crede che ci riuscirà, e non si può dargli torto visto che non ci sono in giro proposte concrete in questa direzione. Lo stesso Fabbrini, nel suo intervento settimanale su “Il Sole 24 Ore”, parla di “retorica”.

Per la Cina, intanto, secondo Limes “non si tratta di sbarcare in America, ma di legare a sé l’Europa per costringere Washington a riconoscere il primato sinico. Senza Europa non si dà Occidente – oggi sinonimo di impero americano-  nemmeno nella flebile complessione attuale. A quel punto, solo a quel punto l’America scadrebbe a Numero Due.”

Cosa parzialmente vera. L’idea che ci debba essere per forza un “Numero Uno”nel mondo (derivata da Hegel e da Marx) , per quanto profondamente radicata, è in sé discutibile. E’comunque vero che gli USA, senza l’Europa, perderebbero ogni credibilità, perché,  nati con la presunzione di rappresentare il mondo intero, già oggi rappresentano poco più di se stessi, e un’Europa più prossima alle proprie radici che alla secessione americana dimostrerebbe ulteriormente  la faziosità della pretesa dell’ America. Ma, a nostro avviso, non sarebbe affatto una sciagura per l’ Europa: anzi…

La Cina ha dal 1° novembre
il più ricco corpus di legislazione digitale

2.L’Europa potrebbe, se vuole, divenire “sovrana” come stanno dicendo Draghi e Macron

Proprio per quanto detto al punto precedente, non è vero che l’Europa non abbia scelta, vale a dire se essere suddita dell’America o della Cina, e, ciò , per una serie di ragioni che l’editoriale di Limes così sintetizza: ”Saremo sempre più vecchi, certo. Ma lo status quo in Europa, se esistito, non è mai durato oltre un secolo. Ci siamo quasi.”

L’incombente “balcanizzazione”, che tende a scalfire, non già la nostra indipendenza, che oggi non esiste, bensì il nostro attuale appiattimento sull’ Occidente, origina, come osserva Limes,  da molte parti: certo, dalla Cina, bisognosa d’intrattenere rapporti più stretti con tutto il mondo (cfr. Via della Seta e Trattato sugl’Investimenti); dalla Russia, unico Stato europeo oggi in grado, se lo volesse, di unificare il Continente; dalla Turchia, dall’ Ungheria e dalla Polonia, condannate dalla storia a rivendicare, chi l’Impero Ottomano ,  chi i Carpazi, chi le steppe pontiche. Ma, anche e soprattutto, dagli Stati Uniti, lacerati   fra le pulsioni anti-WASP di neri, latinos, sino-americani, nippo-americani, indo-americani…(“movimento “Woke”) lo “European Traditionalism” dei White Suprematists, dei Radical Democrats, degl’incorreggibili Sudisti, della working class, delle campagne, e, infine, l’imperialismo tecnologico dei GAFAM, che, impossessatisi del Parlamento, vi dettano oramai leggi militaristiche e poliziesche (come l’”Endless Frontier Act”), che tendono ad assoggettare lo Stato americano, e poi il mondo,  ai loro  progetti post-umanistici. Tutti  questi trends sono fonte di disorientamento negli establishments europei, avvezzi a ricevere imbeccate univoche da un’America auto-referenziale e rassicurante, e ora costretti a un tour de force contraddittorio fra sanzioni in tutte le direzioni, leggi Woke e compromessi con i GAFAM.

Certo, tali establishments sono i meno idonei a partecipare alla prevedibile lotta per il potere che si sta aprendo in Europa dopo il rarefarsi della morsa straniera, prima sovietica, ed ora anche americana. Infatti: socialmente, gli ottant’anni di Yalta hanno generato un establishment di deracinés deculturati ed opportunisti. Antropologicamente, l’educazione “anti-autoritaria” rende difficile la creazione di movimenti politici organizzati e combattivi; militarmente, gli eserciti europei sono disorganizzati, arretrati e infiltrati dagli Americani; politicamente, le agende dei vari Paesi europei sono quanto di più irrazionale, dispersivo e contraddittorio si possa immaginare…

Eppure, l’occasione fa l’uomo ladro.   Quando tutti vedranno che i migliori business si possono fare solo con la Cina e con la Russia (vedi per esempio il colloquio di “Conoscere Eurasia” del 24 al Grattacielo di Intesa); che vi sono vaste aree, come l’Ucraina, la Bosnia e la Macedonia, che possono essere facilmente contese da tutti; che tutte le grandi potenze hanno fatto loro programmi molto dettagliati per la conquista del mondo -appunto intorno al 2050-, vediamo se  non sorgeranno anche movimenti europei vogliosi di  scendere anch’essi in queste competizioni, quand’anche in modo asimmetrico.

A nostro avviso, in quel contesto, il trend più ragionevole per gli Europei resterebbe quello di continuare, sì con l’attuale politica conciliatoria fra Est e Ovest, Nord e Sud, ma in un modo più adeguato di oggi -vale a dire con una visione culturale ben più ampia, con obiettivi anche di sana autoconservazione e di autopromozione, e con molta maggiore assertività (quello che Draghi e Macron chiamano pomposamente “Sovranità Europea”, ma poi non perseguono seriamente)-.

I popoli turcichi si sovrappongono alla Russia, alla Via della Seta e all’ Europa Orientale

3.La rinascita panturchista quale modello per l’ Europa

Questo numero di Limes  fornisce stupefacentemente un’esemplificazione di come potrebbe funzionare una politica siffatta attraverso l’inattesa  l’esaltazione del neo-turanismo contenuta nell’ articolo “Perché la Turchia deve tornare impero entro il 2053”, di Daniele Santoro.

Anche il vessillo presidenziale turco, scelto da Atatuerk, come quello europeo contiene  molte stelle. Sono sedici: quelle dei sedici imperi della storia turca (unni, Goektuerk,avaro, cazaro, uiguro, karakhanide, gaznavide, selgichide, corasmio, dell’ Orda d’Oro, timuride, baburide e ottomano) .Quando riceve ospiti stranieri, Erdogan è circondato da 16 guardie del corpo, vestite con le armature dei soldati dei 16 imperi. Parlare di Neo-ottomanismo è perciò limitativo, perché i 16 imperi turchi andavano da Pechino   alla Slovenia, dal Mare Artico alla Moldova, da Mosca a Chennai: si tratta in realtà di neo-turanismo, o di “Stati Uniti Turchi”.  

L’articolo delinea i molti aspetti di questo fenomeno, che non è certo nuovo, ma trascende tanto la Repubblica, quanto lo stesso Ottomanismo, e si riallaccia all’ idea cinese di “Stato-civiltà”. Anche qui, essenziali sono la lingua e l’eredità culturale, visto che i territori dei “16 Imperi” sono diversissimi fra loro, ed anche il substrato etnico (come dimostrano le recenti ricerche di paleo-biologia) è diversissimo (fra Eurasiatici Orientali e Occidentali, Indo-Europei, Mediterranei…).Ci sono però le steli del monte Orkhon, del 6° secolo d.C.,in Mongolia,  scritte in rune turche, e, poi, una serie di altre opere altre opere, anche importanti, a cominciare dal Diwan Lüghat it-Türk, scritto dell’11°secolo a Baghdad  da Mahmud .di Kashgar, nel XinJiang, i quali testimoniano un’incredibile continuità linguistica e culturale turanica, che attraversa tutta l’ Asia e parti dell’ Europa e dell’ Africa per 1500 anni.

Anche le recenti scoperte archeologiche in Giappone, Cina e Corea portano a rivalutare l’idea di popolazioni “Transeurasiatiche”, e, quindi, le ipotesi uralo-altaica (Vambéry) e nostratica (Illich Svitich) e dei “popoli a cavallo” (Emori).

Inoltre, le popolazioni turche sono in gran parte sovrapponibili all’ ex-Unione Sovietica, e perfino all’ attuale Russia, e, in tal modo, le intere pretese turche si sovrappongono a quelle russe, come emergeva già dal libro-culto “Az i Ja”, all’origine delle rivendicazioni nazionali in URSS sotto Gobaciov.

Il Panturchismo si sovrappone ovviamente anche all’ Eurasiatismo e alla Via della Seta, e, infine, al progetto Gorbacioviano della “Casa Comune Europea”.

Il modello turco dimostra l’applicabilità, anche in contesti caratterizzati da una grande dispersione territoriale ed etnica, del modello dello Stato-Civiltà, basato essenzialmente sulla continuità della memoria culturale (Jan Assmann), che, a nostro avviso, costituisce la base metodologica utile anche per la ricerca dell’ Identità Europea (cfr. nostro libro omonimo).

Dal punto di vista pratico, la Turchia dimostra come sia perfino possibile fare parte della NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti (come richiesto a suo tempo dalla Russia). Ankara è l’unico Paese dell’ alleanza che si sia opposto con successo a  delle richiesta americane, come quando ha rifiutato la base di Incirlik per i bombardamenti in Irak e quando ha comprato i missili S-400 anziché i Patriot. E, questo, senz’alcuna sudditanza verso la Russia, come dimostra il suo appoggio all’ Ucraina e alla Bosnia. Questo esempio è mal sopportato dagli Stati Uniti, i quali hanno invitato al summit delle democrazie paesi alleati della Cina come il Pakistan, ma non gli alleati Turchia e Ungheria.

Orbene, se la Turchia può stare nella NATO pur senza obbedire ciecamente all’ America, perché non potrebbe farlo anche l’Unione Europea?

E, comunque, se Turchia e Russia sono condannate a sovrapporsi fra di loro e con l’ Europa, perché non ritornare a pensare alla Casa Comune Europea di Gorbaciov?

L’imperatore Kanxi, il grande protettore dei “Riti Cinesi”

4. Leggere Papa Francesco attraverso il progetto eurasiatico dei Gesuiti

I Gesuiti sono nemici dell’ Eurocentrismo. Essi hanno sempre inteso il ruolo della Chiesa come superiore a quello degl’Imperi (anche europei). In Asia, essi hanno avuto un rapporto  speciale con la Cina, non solo perché questa li ha accolti decisamente meglio del Giappone, forse per la particolare intelligenza di Matteo Ricci,  ma anche per la loro particolare affinità culturale con quel Paese, per la sua cultura gerarchica, epistocratica e tollerante.

Essi non solo riuscirono a diventare confidenti dell’Imperatore (p.es., Padre Verbiest), ma addirittura fondarono un’intera scuola di pensiero euro-cinese (le Lettres Amusantes et Curieuses), che si sarebbe poi riverberata sulle opere “filocinesi” di Leibniz e di Voltaire. Essi svilupparono in particolare la linguistica comparata, la logica e la matematica, e giunsero ad elaborare l’idea di una superiorità del cristianesimo cinese, ch’essi consideravano antichissimo grazie alla scoperta delle vestigia nestoriane a Xi’an (Kircher) e all’ utilizzo del Sutra di Gesù come fonte per la lingua delle traduzioni della Bibbia e per i Riti Cinesi.

Ancor oggi, secondo l’articolo di Piero Schiavazzi (“La Chiesa di Roma avrà il suo nuovo concilio”), vi è un feeling particolare fra Papa Francesco e la Cina (testimoniato dall’ accordo “segreto” sui Vescovi e dal testo dell’enciclica “Fratelli Tutti”, il cui ideale dell’ “Amicizia Sociale” è precisamente lo stesso dell’ omonima opera di Matteo Ricci, tratta dal “De Amicitia” di Cicerone. Ideale di armonia universale tipico dell’ Era Assiale, che unisce tutti i grandi imperi della Storia, e, in particolare, quelli romano e Han, da sempre considerati speculari (“Qin” e “Da Qin”, cfr. il nostro libro “Da Qin”). Un ideale umanistico radicalmente opposto a quelli messianici e politici  che gli USA vorrebbero imporre anche alla Chiesa quale prova concreta della sua sudditanza al progetto della globalizzazione occidentale.

La Chiesa si qualifica quindi ancora una volta come una delle poche forze che (come la Turchia e la Russia) riescano a mantenere in piedi delle tradizioni propriamente europee contro il “dirottamento” imposto dall’ Occidente, e, come tale, dovrebbe costituire un modello per l’ Europa.

I GAFAM tengono in ostaggio i cervelli del mondo intero

5.   La Cina sta frenando il Complesso Informatico-Militare.

Un ulteriore sguardo sul Futuro dell’ Europa di cui si sta discutendo nell’ omonima Conferenza, è fornito dall’ articolo “L’improbabile distopia post-umana”, di Enrico Pedemonte. Premetto subito che l’aggettivo “improbabile”, inserito in ossequio agl’inputs quietistici dei vari “gatekeepers”, è, a mio avviso, fuori luogo.

Infatti, non è particolarmente rilevante se effettivamente Google riuscirà tecnicamente, entro il 2100, come si accenna nelle opere di Kurzweil, nel suo progetto teurgico di eliminare la molteplicità dell’ Universo (Singularity), bensì che il mondo è già, antropologicamente, fin d’ora, configurato dalla Singularity.

Questo dal punto di vista tecnologico, perché tutte le tecnologie necessarie all’ abolizione della “distinzione delle persone” sono oramai operative (Worldwide Web, Mutually Assured Destruction, militarizzazione dello spazio, Intelligenza Artificiale,Cyberintelligence, Big Data, Cyberguerra,  Smartphones, Interfaccia mente-computer, Cyborgs, Robots, androidi, Prism,  Metaverso). Inoltre, gli attuali comportamenti sociali, basati sulle gerarchie fra potenze tenologici, sul monopolio dei GAFAM, sulla dittatura del Politically Correct, sull’ Occidentalismo, sulla repressione automatica delle Fake News, è già quello di un “General Intellect” che incombe sulle persone e sui popoli, annullando, non solo le libertà politiche, bensì proprio, alla radice, il libero arbitrio.

Di fronte a questo scenario, quanto è avvenuto e sta avvenendo in Cina è estremamente significativo. Secondo le retoriche occidentali, la centralizzazione del potere sarebbe solo una prova del fatto che la Cina, abbandonando proditoriamente l’apparente occidentalizzazione degli ultimi 50 anni, starebbe tornando a una forma estrema di potere maoista.

Certamente, l’idea stessa della transizioone dal ”capitalismo” a una qualsiasi forma di “socialismo” è già un’idea di centralizzazione. E certamente, questa centralizzazione si sposa benissimo con la “clonazione” dell’ America effettuata fin dall’ inizio dagli Stati comunisti (pensiamo a Dniprohydro, ai grattacieli moscoviti, ai “tresty” staliniani, alle Ford nere del KGB, alla bomba sovietica, ma anche all’“arricchirsi è glorioso”di Deng, allo skyline delle città cinesi…).

Certamente, poi, l’uso delle tecnologie digitali occidentali per politiche di pubblica sicurezza dimostra un certo apparentemento fra il totalitarismo tecnocratico occidentale e lo stato di sicurezza della Cina.

Ciò detto, occorre però anche osservare anche che:

a) nella transizione digitale, la Cina è ormai più avanzata degli USA, e quindi manifesta prima i problemi tipici, quali della Società delle Macchine Intelligenti, con anticipo sull’America e poi sul mondo intero;

b)gli USA stanno approntando in questo momento una serie di atti legislativi di tipo pre-bellico mirati precisamente contro la Cina (a cominciare dall’”Endless Frontier Act”), e quindi, da questo punto di vista, i due Paesi si  assomigliano già moltissimo;

c)l’Europa ha tentato di contrastare, con un pacchetto di progetti e qualche regolamento in campo digitale, il carattere totalitario del complesso informatico-digitale americano , ma continua a subire sconfitte su sconfitte (sentenze Schrems, Web Tax, Antitrust..) perché non controlla, né la cultura digitale, né le tecnologie, né lo spionaggio occidentale, né i giganti del web;

d)la sua pretesa di essere una “Potenza Civile” moralmente superiore ad America e Cina non è perciò attualmente credibile, perché l’Europa subisce invece di fatto tutte le scelte illiberali dell’ America (Controllo elettronico dei cittadini europei, monopolio dei GAFAM, dirottamento di risorse e di gettito fiscale, cancellazione della privacy), senza avere alcuno strumento, né tecnico, né processuale, per contrastarle;

d)La Cina ha “clonato” integralmente quest’anno quell’intero pacchetto digitale europeo, trasformandolo in leggi giuridicamente vincolanti già dal 1° novembre 2021, mentre in Europa nessuna di quelle norme è veramente operativa. La Cina lo può fare concretamente  perché, per ora almeno sul proprio territorio, controlla l’intero ciclo del digitale: cultura, progettazione, creazione e gestione d’imprese, ricerca, innovazione, mercato, costume, diritto, intelligence, cyberguerra, rapporti internazionali:“Negli ultimi mesi la Cina ha deciso di reagire allo strapotere dei propri campioni digitali ridimensionandone l’autonomia, mettendo così a rischio la propria futura supremazia tecnologica. Gli Europei possono solo svolgere un’opera di contenimento del potere delle piattaforme, creando regole più rigide. Per gli Stati Uniti è particolarmente difficile limitare il potere delle piattaforme: è necessario fare i conti non solo con lobby potentissime, ma anche con un’opinione pubblica largamente condizionata dalla cultura alimentata da questi colossi, oltreché dall’ utilità di servizi molto spesso gratuiti.”

In pratica, solo in Cina sono oggi garantiti i diritti digitali degli utenti proclamati dall’ Unione. Certo, i servizi di sicurezza possono usare tutti i dati del web e le tecnologie per il controllo della società e per la preparazione bellica. Ma, come dimostrano le sentenze Schrems e il loro seguito, l’unica differenza nella UE è che il controllo sugli Europei non è esercitato dai servizi segreti europei(che non esistono), bensì da quelli americani, che, secondo gli accordi (illegali) USA-UE, hanno accesso ai nostri dati.

In breve: certo, la Cina usa abilmente il sistema digitale da essa miracolosamente creato pur all’ interno di un ecosistema mondiale dominato dagli Stati Uniti, per contrastare questi ultimi, i GAFAM, e, per soprappeso, anche i propri oppositori, considerati, a torto o a ragione, delle quinte colonne degli Stati Uniti e dei GAFAM. Tuttavia, ciò facendo, oltre a compiere un’azione eguale e contraria a quella delle 16 agenzie americane,  svolge anche un compito preziosissimo a favore della sopravvivenza dell’Umanità, perché rallenta almeno l’avvento della supremazia delle macchine:

a)creando una concorrenza complessiva al sistema dei GAFAM (i BATX cinesi);

b)assoggettando i BATX cinesi alla legge (copiata da quelle che l’Europa scrive ma non è capace di attuare), e quella  a un progetto politico-culturale alternativo a quello post-umanista (quello a cui fa riferimento l’ enciclica “Fratelli Tutti”, che, come scrive Schiavazzi, sembra fatta apposta per il “mercato” cinese). Essa dimostra  con ciò che è tecnicamente possibile, se se ne ha la volontà politica, quella subordinazione del diritto all’ etica e della tecnologia al diritto che è al cuore delle retoriche europee (e anche pontificie) sull’ “Umanisimo Digitale”, ma poi, da noi, non riesce a tradursi in un sistema giuridico effettivo.

Se, poi, a più lungo termine, la concorrenza fra l’ecosistema cinese e quello americano porterà ad ancor più elevate capacità delle macchine, che prenderanno così ancor il controllo dei rispettivi sistemi, è ancora da vedere. Anche perché, nel frattempo, entreranno probabilmente in lizza i sistemi russo, indiano, israeliano (e altri), fra cui (si spera) anche quello europeo.

L’unica strategia realistica in questo campo sarebbe, per l’Europa, quella che puntasse ad inserirsi proprio in quel momento nella competizione mondiale (ma preparandosi fin da ora, cosa che invece non si sta facendo).

La partita a scacchi fra Lenin e Trockij
a Capri, un covo di postumanisti

6.Il ruolo della Russia

Limes dedica uno spazio anche all’ articolo di Trenin “2051, la Russia esisterà e guarderà dentro e fuori di sé”.

Vi si dice,intanto che la Russia esisterà, e ciò è diverso da ciò che si dice dell’ Unione Europea, cioè nulla. Il che significa implicitamente che, per Limes, la Russia esisterà, ma l’UE no.

Quest’articolo è per altro anche in implicito contrasto con quello sulla Turchia. Come potrebbe la Turchia realizzare il suo impero senza disgregare la Russia, visto che dovrebbe recuperare, fra l’altro, la Yacutia, l’ Altai e il Tatarstan, che sono nel cuore della Russia?

Ma, a prescindere da ciò, è ben vero che la Russia ha un suo significato geopolitico millenario, perché rappresenta il ruolo fondamentale dei popoli della steppa eurasiatica. Però, anche questo ruolo muta nel tempo: non può essere lo stesso al tempo degli uomini primitivi, dei cavalieri nomadi, della Transiberiana, degli Sputnik e di Internet.La Russia è , oggi, molto più integrata di un tempo, da un lato, con la Cina, dall’ altra, con l’Europa (North Stream, South Stream, Siria, Libia), e non potrà non esserlo ancor più nel futuro. Del resto, le recenti rivelazioni dell’ex segretario NATO Robertson confermano quanto già affermato da Putin nel 2000, che la Russia aveva chiesto di entrare nella NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti, anche perché si considerava a tutti gli effetti un Paese europeo. Il motivo per cui la Russia non si è integrata in Europa è che nessuno ha voluto accettarla alla pari, temendo, sotto un certo punto di vista a ragione, che, date le sue caratteristiche, avrebbe assunto presto un ruolo dominante.

Tuttavia, con l’indebolimento di America e Unione, è ora possibile che l’ingresso in Europa di Russia e Turchia, discusso da 30 anni, finalmente si realizzi. Il peso di questi due Paesi  potrebbe ricostituire un certo equilibrio in Europa.

Come affermato da Putin e da Erdogan in varie occasioni, ciò non stravolgerebbe la natura dell’ Europa, dato lo strettissimo rapporto ancestrale degli Europei con i popoli ad Oriente: gli agricoltori medio-orientali e gl’”immigranti” indo-europei, la Civiltà Danubiana, l’affinità reclamata dai Greci con Sciti e Sarmati, l’impero macedone, lo “Sprachbund” balcanico, lo slavismo, il Turanismo, la presenza in Russia di Goti e Bulgari, Magiari e Variaghi, Greci ed Ebrei, Polacchi e Lituani, Tedeschi e Svedesi; l’Impero Ottomano; le parentele europee degli Zar; la cultura europea di San Pietroburgo; l’Ermitage; il marxismo…

Il punto è che questo spirito asserivo nelle rispettive aree non lo stanno dimostrando solo Russia e Turchia, bensì anche Lituani e Polacchi, Bielorussi e Ungheresi, Serbi e Albanesi, sicché l’ Europa Centro-Orientale rischia di ridivenire un ginepraio (anche qui se l’Unione non fa finalmente qualcosa d’intelligente e di coraggioso, come cominciare un vero dialogo culturale a Oriente, rilanciare le Strategie Macroregionali Europee, e infine pensare a Territori Federali come Bosnia, Macedonia, Cipro,Ucraina…).

Qui come in altri campi, la visione di Limes sembrerebbe invece essere che, nonostante tutta la fragilità degli equilibri attuali, nei prossimi 30 anni, di nuovo non cambi nulla, fino all’ Apocalisse finale.

La “nave dei filosofi”, su cui Lenin espulse in un sol giorno tutta l’ “intelligentija”

7.Il “Conservatorismo moderato” di Putin

Il punto di vista  dell’ articolo di Trenin si sposa bene con l’atteggiamento  molto equilibrato dimostrato da Putin nel suo recente intervento di prammatica al forum 2021 del Club Valdai, tutto incentrato sull’ idea del “conservatorismo russo”, l’ideologia di Russia Unita, che non può non trovare vasti consensi ovunque, e in primo luogo in Europa, concentrato com’esso è nella critica al “politicamente corretto”, al movimento “woke” e alla “cancel culture”.

Putin riconduce gli eccessi di questi movimenti alla “hybris” dell’ Occidente dopo il crollo del Muro di Berlino:”.. coloro che, presumendosi vincitori  dopo la Guerra Fredda, …si credevano pari a degli Dei, dovettero ben presto accorgersi che proprio allora stava venendo il loro turno, che  il terreno stava loro crollando sotto i piedi, né potevano ‘fermare l’attimo’, per quanto bello esso potesse apparire.”  

Infatti, il crollo del muro di Berlino fu la premessa logica della decadenza dello stesso Occidente: “Guardiamo con raccapriccio ai processi in corso nei Paesi considerati tradizionalmente come i vessilliferi del progresso. Ovviamente, le crisi sociali e culturali in corso negli USA e in Europa non sono affar nostro, e non ce ne immischiamo.

Alcuni credono in Occidente che l’eliminazione violenta di intere pagine della loro storia, la repressione contro la maggioranza a favore di una minoranza e l’intimazione di rinnegare concetti radicati, come quelli di madre, di padre, di famiglia e perfino dei sessi, siano pietre miliari sulla strada dell’innovazione sociale.

Ribadisco che l’Occidente ha tutto il diritto di farlo, e che noi non ci immischiamo, ma chiedo dolo anche a loro di non immischiarsi negli affari nostri. Abbiamo punti di vista diversi, o, almeno, diciamo correttamente che la maggioranza schiacciante della società russa ha un punto di vista diverso. Crediamo di doverci fidare dei nostri valori spirituali, della nostra tradizione storica e della cultura della nostra nazione multietnica.”

Secondo Putin, l’attuale ondata di estremismo anti-tradizionalistico è semplicemente una ripetizione della frenesia postumanistica dei Bogostroiteli fra la Rivoluzione d’ Ottobre e la NEP, e pertanto la Russia avrebbe una grande esperienza da fare valere in proposito:”Permettetemi però di osservare che le vostre ricette non sono affetto nuove. Anche se qualcuno se ne stupirà, la Russia è già passata attraverso questa fase. Dopo la Rivoluzione del 1917, i Bolsceviochi, basandosi sui dogmi di Marx ed Engels, si ripromettevano anch’essi  di cambiare le regole e i costumi, non soltanto  politici ed economici,  e l’idea stessa della morale umana e le fondamenta di una società sana. La distruzione dei valori antichi, della religione e dei rapport interpersonali, ivi compreso perfino il rifiuto totale della famiglia, l’istigazione alla delazione  contro i propri cari, tutto ciò veniva proclamato come progresso ,ovviamente  con un forte supporto in  tutto il resto del mondo, dov’era molto di moda, proprio come oggi. Tra l’altro, i Bolscevichi erano assolutamente intolleranti delle opinioni diverse dalle loro.

Credo che questo ricordi in parte ciò a cui assistiamo oggi. Guardando ciò che accade in molti Paesi occidentali, siamo stupiti di vedere  in quelle nazioni comportamenti, che noi abbiamo, spero, fortunatamente abbandonato fino da tempi lontani. La lotta per l’eguaglianza e contro le discriminazioni si è convertita in un aggressive dogmatismo sconfinante nell’ assurdità: le opera dei grandi autori del passato  – come Shakespeare – non vengono più insegnate nelle scuole e nelle Università perché le loro idee si considerano retrograde. I classici sono dichiarati retrogradi e ignoranti sulle questioni di genere e di razza.

A Hollywood distribuiscono veline sulla correttezza richiesta nelle trame dei film e sul numero di personaggi di quale colore debbano esserci. Peggio del vecchio dipartimento ‘Agitprop’ del Comitato Centrale del PCUS”.

In definitiva,dopo i Trockisti, i Bogostroiteli, i Cosmisti e lo Zhdanovismo, la Russia ha pieno titolo ad ammonire gli Occidentali contro gli eccessi del post-umanesimo:“attenti a non andare là dove i Bolscevichi avevano solo tentato  di arrivare – socializzare non solo il pollame, ma  perfino le donne-. Ancora un passo, e voi ci sarete arrivati.

Gli zeloti di queste nuove tendenze arrivano a pretendere la pura e semplice abolizione di questi concetti: chiunque osi accennare all’esistenza effettiva di uomini e donne quale fatto biologico rischiano l’ostracismo”.

“Anche qui, nulla di nuovo: negli Anni 20, I cosiddetti Kulturtraeger sovietici avevano inventato un “newspeak” nella presunzione di creare una nuova coscienza, cambiando così i  valori. Come ho già detto, si creò una confusione tale, e ancora tremiamo al ricordo”.

Implicitamente, Putin ha messo il dito sulla piaga  delle attuali ideologie occidentali: quando in Russia prevaleva l’estremismo rivoluzionario comunista, i borghesi occidentali applaudivano; ora che la Russia, grazie alle sue tristi esperienze, è tornata a un saggio conservatorismo, l’Occidente l’aggredisce e la calunnia perché vuole ripetere le gesta dei primi Bolscevichi:

“Oggi, quando il mondo è nel vortice di una destrutturazione strutturale ,l’importanza di porre alla base della nostra linea politica un ragionevole conservatorismo è cresciuta in modo esponenziale proprio a causa del moltiplicarsi di rischi e pericoli, e della fragilità della fragilità della realtà che ci circonda.

Non si tratta di ottuso tradizionalismo, di paura delle novità o di una tattica banalizzatrice, né, infine, di rintanarci nel nostro guscio. Innanzitutto, confidiamo nelle nostre antiche e tradizioni; garantiamo la nostra crescita demografica; valutiamo obiettivamente noi stessi e gli altri; stabiliamo precise priorità;  confrontiamo necessità e possibilità; rifiutiamo radicalmente i metodi estremistici. A mio parere, un moderato conservatorismo è la linea di condotta più ragionevole nel periodo che ci attende, di ricostruzione del mondo, un  periodo  lungo e dagli sbocchi imprevedibili. Le cose cambieranno inevitabilmente prima o poi, ma, fino ad allora, il principio più razionale sembra essere ‘Noli Nocere’ (non nuocere), il principio-base della medicina.”

Se questa è la posizione tenuta nella seduta plenaria del Club Valdai, a margine del convegno Putin ha manifestato punti di vista più assertivi e impegnati, probabilmente riferiti alla “fine del periodo di ricostruzione del mondo”, là dove ha citato Ilyin, Berdiajev e, soprattutto, Dostojevskij, che, come noto, vedeva, nella Russia, la salvatrice dell’Europa

Dostojevskij, il maggiore assertore della “Russia salvatrice dell’ Europa”

8.Gl’insegnamenti per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Nonostante la ricchezza dei contributi, questo numero di Limes è particolarmente deludente perché, a dispetto delle sue pretese di specialismo e di anticonformismo, non fornisce idee nuove.

Tuttavia, in una situazione di quietismo generalizzato, è comunque utile, in quanto fornisce un argomento in più a coloro che, come noi, vorrebbe “dare la sveglia” alle Autorità e alla società civile, facendo presente che, continuando di questo passo, non esisteremo proprio più.

A meno che l’obiettivo nascosto di tutti, con un abile gioco delle parti, non sia proprio questo: abituare gradualmente gli Europei a un ruolo sempre più marginale nella cultura, nella politica, nell’economia, fino a che gli Europei si adatteranno ad accettare lavori meno prestigiosi, ad avere meno figli, e, alla fine, ad essere sostituiti da immigrati da tutto il mondo, che faranno perdere definitivamente la memoria delle nostre tradizioni, in preparazione della completa meccanizzazione del mondo. Obiettivo che già traspariva sessant’anni fa nel boicottaggio sistematico delle imprese europee innovative, a partire dalla Olivetti, dall’ ENI, dal Concorde…, in modo da salvaguardare il ruolo di primadonna dell’ America (la “Fine della Storia” di Fukuyama, l’”America First” di Trump, l’”America is Back” di Biden). Idea che a mio avviso non è estranea alla linea politica di molti, a cominciare da Limes, che infatti conclude il volume con l’idea dell’insostituibilità degli Stati Uniti, e che talvolta sembra condivisa perfino da Putin, che (forse per colpa nostra), ci accomuna oramai agli aborriti  decadenti americani.

Nel caso di Torino questo risultato è già stato conseguito, con una diminuzione costante della popolazione (la “Fuga dal Piemonte”, Leonardo di Paco, La Stampa, 25 Novembre). Peccato che l’obiettivo sia stato centrato così bene, che perfino gl’immigrati se ne stanno già andando (in un anno, 300.000 uscite dall’ Italia). Dov’è finita la paura per l’arrivo degl’immigrati? Adesso,sono gl’immigrati che hanno paura di venire in Europa, e, soprattutto,a Torino.

Occorre impedire che la Conferenza sul Futuro dell’Europa venga utilizzata per sterilizzare il dibattito su quanto precede. Per questo è importante che le nostre proposte sul futuro dell’Europa – un futuro che ha da essere molto diverso dal deludente presente- facciano oggetto di un vero dibattito, alternativo alle messe in scena ufficiali, e forniscano outputs pluralistici accessibili a tutti e per la “Fase Costituente” che dovrebbe seguire.  

.

RISCRIVERE LE COSTITUZIONI: ATTUALITA’

DEI PROGETTI DI FEDERALISMO MONDIALE, EUROPEO E NAZIONALE

L'”antica costituzione europea”

La “cancel culture”, nata fra gl’intellettuali “non-WASP” nelle università americane, non è tuttavia solo un fenomeno americano. Come tutte le “americanate”, in breve si è diffusa in tutto il mondo, dove viene scimmiottata in modi per lo più improprii e deformanti, soprattutto in un’Europa sempre più priva di idee proprie, ed anche per questo sempre più succube dei trend culturali e politici americani.

Mentre, in America, il movimento “Woke” mira a colpire e l’eredità culturale del colonialismo europeo, in Europa prevale un’altra “Cancel Culture”, che mira invece a fare dimenticare le radici premoderne, moderne e afroasiatiche dell’integrazione europea, a vantaggio di un iconoclastico messianismo di origine manichea e puritana, secondo cui tale integrazione altro non sarebbe che la punta di diamante della nuova “religione dei diritti”, che travolge, come vendetta per le oppressioni passate, tutte le culture tradizionali, portandole tutte  a fare parte dell’ “impero mondiale omogeneo” (Kojève).

Per questa “Cancel culture” europea, l’intera storia mondiale, e non solo quella europea, sarebbe infatti viziata da un’eredità di violenza, che solo la nemesi della IIa Guerra Mondiale sarebbe riuscita a riscattare (con la vittoria degli Stati Uniti).  In ciò starebbe la nobiltà dell’Europa, la quale, modello per il mondo intero, sarebbe riuscita a sostituire ad inimicizie secolari un nuovo clima di fratellanza (come profetizzato da Fichte e da Nietzsche). L’Europa sarebbe, dunque, il primo Paese entrato, grazie alla sconfitta, nella “Post-Histoire”(Gehlen, Fukuyama)-cioè con un ruolo di “suddito” nell’ Impero del Bene.

Secondo questa “Cancel culture” europea, l’integrazione europea nascerebbe quindi solo durante la IIa Guerra Mondiale, dal rifiuto delle guerre, delle stragi e della stessa idea di “sacrificio”(Girard), emblema di una storia mondiale tutta da cancellare. La sconfitta degli eserciti europei sarebbe stata quindi una sorta di “provvida sventura”, che, “redimendo” gli Europei dal loro passato peccaminoso, ne avrebbe fatto un modello per il resto del mondo.

Da tutto ciò risulterebbe esaltata la funzione messianica dell’ America, che, sconfiggendo l’Asse e rieducando la Germania, aveva costretto l’Europa a divenire il primo paese redento dalla storia dell’ oppressione e della miseria.

Questa “Cancel culture” europea, erede di movimenti ereticali come il Manicheismo e la Gnosi cristiani ed ebraici, del mazdakismo, della Kabbalà, dei Pauliciani e degli Anabattisti, era stata proposta da una parte della Sinistra Alternativa nell’ambito della cosiddetta “Lunga Marcia attraverso le Istituzioni” di Rudi Dutschke (come riedizione moderna dell’ idea trockista della “Rivoluzione Permanente”),  e dall’ accademia occidentalistica  “funzionalista” (Mitrany), per cui l’Europa non avrebbe dovuto essere se non una sottosezione e un primo esempio dello “Stato Mondiale Omogeneo”di Kojève (o dello Stato Mondiale di Juenger).

Questa “Cancel culture” europea, espressione concreta dell’interpretazione materialistica e tecnocratica dell’ Apocalisse, rigetta ogni costrutto sociale positivo -il rigore logico, la documentazione fattuale, il politeismo dei valori, la continuità delle tradizioni storiche, le differenze fra le culture, i ceti sociali e i sessi-, postulando come unico obiettivo quell’eguaglianza assoluta ed omologante che risulterebbe, per esempio, dall’ applicazione letterale dell’ art.3 della Costituzione Italiana, e, ancor più, dall’ “affirmative action” di tradizione realsocialista e americana. Si passa così dall’ eguaglianza formale liberale, a quella sostanziale socialista, fino a quella etnica terzomondista, e sessuale (a sua volta declinata, nel tempo, come femminista, omosessuale, transessuale, “gender”). Siamo oramai sulla soglia dell’ eguaglianza degli animali e delle macchine…

La Federazione Mondiale secondo Coudenhove Kalergi

1.La censura sulla storia europea

E’ chiaro che, per questa cultura, risulta inaccettabile che proprio l’Europa attuale, quella in cui oggi viviamo,  si riveli invece essere in gran parte il  prodotto dell’incontro culturale fra un Papa polacco, un Segretario generale del PCUS e le rivendicazioni nazionali dei popoli dell’ Europa Orientale (con radici pre-moderne da cui è difficile liberarsi). Ancora più inaccettabile il fatto che i creatori delle Comunità Europee fossero stati dei leader democratici cristiani, per altro influenzati da intellettuali già comunisti (come Spinelli), comunitaristi (come Marc) e “planistes” (come Monnet), o addirittura aristocratici ed elitari (come Coudenhove Kalergi), nessuno dei quali condivideva il pathos della “Fine della Storia” (e che mai si sarebbero neppure immaginati le attuali derive nichilistiche).

Andando a ritroso, andrebbero (e vengono in effetti) cancellate ancor più  drasticamente le influenze sulla formazione del generale consenso europeista “ delle culture dell’ Asse ” (Drieu La Rochelle, von Schirach). Vanno poi ignorate le prese di posizione “europee” di Alessandro I e di Nietzsche; deformate quelle di Dubois, Dante, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Kant, Voltaire. E, più lontano ancora, vanno condannate le Crociate, Roma, la Grecia, Maometto, i Padri della Chiesa, il Vecchio Testamento, l’Old Europe e gl’Indoeuropei…

Questa Cancel culture europea costituisce oggi l’ostacolo principale sulla strada della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, perché impedisce di prendere atto che avevano ragione i teorici del passato (Spinelli, Galimberti, Weil, Marc, De Rougemont) nel vedere che la  crisi della società europea  (che dura da almeno un secolo) richiedeva e richiede un momento di critica delle narrazioni delle “nazioni borghesi” prebelliche (per esempio, quella risorgimentale), per riallacciare il futuro dell’ Europa unita all’ insieme delle sue comuni tradizioni.

Oggi, tanto l’ordinamento internazionale, quanto l’Europa, quanto, infine, la società italiana, soffrono più che mai di questa “Crisi di civiltà” : di una debolezza generalizzata, di una totale contraddittorietà nelle motivazioni,  del dominio delle macchine, della conseguente ingovernabilità, e di una tensione generalizzate in Europa Orientale (Polonia, Bielorussia, Ungheria, Russia, Bosnia, Serbia, Ungheria, Ucraina, Donbass, Albania, Kurdistan).

Di fronte a questa crisi, s’ impone, non già un “window dressing” dell’ esistente quale, incredibimente, si vorrebbe realizzare con la Conferenza (“bisogna cambiare tutto perché nulla cambi”, von der Leyen al “Summit sociale di Porto”), bensì la riscrittura contestuale degli Statuti delle Nazioni Unite e della NATO, ma specialmente del Trattato di Lisbona e delle costituzioni nazionali, sulla base di una visione culturale, se non unitaria, almeno coerente, al suo interno e con la storia d’Europa.

Quest’ esigenza di discontinuità viene illustrato bene, per l’Italia, scon l’articolo di  da Carlo Galli su “La Repubblica” del 19 Novembre,  prendendo spunto dalla proposta, presentata da Giorgia Meloni, di una nuova Assemblea Costituente per l’ Italia, finalizzata soprattutto al presidenzialismo “..l’assemblea costituente è di per sé fuori dalla costituzione vigente; se è veramente costituente, infatti, ha il pieno potere di riscrivere l’intero ordinamento…”Per Galli,”E’ sintomatico che questa proposta venga avanzata oggi, in una fase in cui la politica sembra ormai uscita dalle istituzioni, per collocarsi nelle tecnostrutture del Paese (a loro volta non in ottima salute)..”

Con l’avvertenza che, a nostro avviso, come si vedrà, è più nella Costituzione Italiana che in quella europea che il presidenzialismo avrebbe un senso.

Orbene, una riscrittura delle costituzioni italiana ed europea era precisamente quanto proposto da Galimberti l’8 Settembre 1943, e il momento di discontinuità a livello europeo era quanto richiesto da Spinelli e Marc dopo la IIa Guerra Mondiale.

Per questo non appare irrilevante riandare a quelle, e simili, proposte del XX° secolo, per capirne almeno la logica (che, a nostro avviso, è in gran parte tutt’ora valida), ed eventualmente trarne degl’insegnamenti per il futuro.

Il Progetto per una pace perpetua era un accordo fra sovrani assoluti

2.Il tanto criticato “Piano Kalergi”

E’ un luogo comune della propaganda sovranista accusare la “società dell’ 1%” di stare organizzando la “sostituzione etnica” dell’ Europa, secondo un procedimento logico che troverebbe le sue basi nelle opere di Coudenhove Kalergi, primo grande federalista, europeo e mondiale. La cosa è tanto risalente nel tempo, che, nel tentativo di dirottare queste critiche, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il libro in cui si parla di questo tema, “Praktischer Idealismus”, è vietato in Germania per legge (come il “Mein Kampf”).

Il pensiero politico di Coudenhove Kalergi non si poteva certo ridurre al cosiddetto “piano” di ibridazione degli Europei, e nemmeno a Paneuropa, ma mirava, appunto, ad affrontare nel suo complesso la “crisi della Società Europea”.

Kalergi, un aristocratico asburgico-giapponese, con origini ceche, olandesi, veneziane e bizantine, e aderente alla Massoneria, si preoccupava prioritariamente di dare all’ Europa una nuova élite, che conciliasse tradizioni familiari, corpi intermedi e meritocrazia “Foederalismus, Adel, Technik”). Nel  fare ciò, egli si riallacciava all’ idea di Nietzsche dei “buoni Europei” e a quella della sua amica Malwida von Meysenburg, dell’ “Idealismo Pratico”.

Riteneva positive le varie forme d’integrazione  in corso: fra l’aristocrazia mitteleuropea e l’alta borghesia ebraica, e fra l’imprenditoria occidentale e la tecnocrazia sovietica. Credeva anche che la federazione europea servisse  tra l’altro a mettere in comune le colonie (che considerava un fenomeno permanente), e per questo riteneva che gli Europei si sarebbero ibridati con gli Africani.

La sua visione di un mondo federato e ibridato era fra le più complete e concrete presentate su quest’argomento. Pensava che le grandi federazioni mondiali potessero nascere sulla base dei blocchi esistenti ai suoi tempi, e che, in particolare, l’Europa avrebbe avuto tutto l’interesse a unificarsi per rimanere all’ altezza degli altri grandi blocchi.

Le idee di Coudenhove Kalergi furono condivise da molti Governi (come quello austriaco, che gli mise a disposizione addirittura la Hofburg, quello ceco e quello francese, che, con Briand, aveva preparato un progetto di federazione europea che fu presentata nel 1928 alla Società delle Nazioni e fu commentata da tutti i Governi Europei, divenendo anche il pretesto per la firma del “Patto a Quattro” fra Francia, Inghilterra, Germania e Italia del 1932, poi naufragato per l’avvento al potere di Hitler).

Il libro di Ulrike Guérot riprende Benda, Mosley e Thiriart

3.La costituzione italiana ed europea di Duccio Galimberti  

Così come Kalergi si preoccupava di stabilire un chiaro collegamento fra federalismo europeo e federalismo mondiale, così la Costituzione Italiana ed Europea di Duccio Galimberti, comandante partigiano del CLN piemontese e martire della Resistenza, mirava a salvaguardare, alla fine della guerra, il coordinamento fra la costituzione della nuova Italia e quella della nuova Europa.

Finita di scrivere personalmente da Galimberti, che era un avvocato, l’8 settembre 1943, immediatamente prima di pronunziare, dal suo studio nella piazza centrale di Cuneo, il discorso che segnò l’avvio ufficiale della Resistenza in Italia, e prima di partire, raccattate un po’ di armi, per il rifugio partigiano di Paraloup, la “Costituzione Italiana ed Europea” è l’unica opera compiuta e propositiva tutt’ora scritta su questo argomento, e dimostra un’inaudita chiarezza di obiettivi, rara tanto nei politici, quanto nei politologi, che nei giuristi e nei leaders rivoluzionari.

Credo che, prima di chiudere la Conferenza sul Futuro dell’Europa, occorrerebbe dare almeno uno sguardo a quel progetto, per vedere se non abbiamo dimenticato qualcosa. Ma, già che ci siamo, sarebbe il caso di dare uno sguardo anche agli altri progetti che si sono presentati sulla scena negli ultimi 100 anni, anche quelli meno articolati e concreti. Cosa che noi stiamo facendo.

Il Federalismo Europeo è nato come movimento politico al di là degli Stati nazionali

4.Il Manifesto di Ventotene: l’opposto della Dichiarazione Schuman

I leader europei sono soliti citare il Manifesto come l’avvio del processo d’integrazione europea.

In realtà, come si vedrà, l’avvio dell’integrazione europea può essere rintracciato già fin negl’imperi romano e germanico. Comunque, è vero che, mentre il primo Manifesto di Ventotene fu scritto al confino e pubblicato nel 1944, la Dichiarazione Schuman fu pronunziata 6 anni dopo, in una conferenza stampa al Quai d’Orsai. In questo tempo, era successo ben poco. Se il Manifesto partiva dall’ idea  della “crisi della società europea”, dovuta alla decadenza degli Stati nazionali, da superarsi con una discontinuità di carattere rivoluzionario, la seconda  prendeva le mosse da due ben precisi Stati nazionali, Francia e Germania, e da una questione contingente (la messa in comune dei bacini carbosiderurgici tedeschi occupati dalla Francia, ma di proprietà privata), per suggerire che, attraverso altre operazioni parziali di questo tipo, si sarebbe potuto arrivare “a piccoli passi” a un’ integrazione “funzionale” delle tecnostrutture europee, secondo il modello delle Organizzazioni Internazionali (già sperimentato con la Croce Rossa, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Unione Postale Mondiale, la Società dei Battelli del Reno, i trani Mitropa….

Si noti che l’integrazione economica teorizzata dalla Dichiarazione Schuman e realizzata con la CECA non faceva che riprendere in mano l’eredità della Grossraumwirtschaft dell’ Asse, gestendo la trasformazione dell’economia di guerra in società dei consumi.

Il Manifesto di Ventotene era dichiaratamente finalizzato alla presa del controllo sull’ Europa da parte delle forze della Resistenza, mentre la Dichiarazione Schuman fu in realtà un’iniziativa personale del Commissaire au Plan francese, Jean Monnet, con la collaborazione di alcuni funzionari ministeriali e del Segretario di Stato americano, per dare un ordine al passaggio dall’Europa tedesca a quella americana, che stava comunque sorgendo faticosamente dopo il Piano Marshall; significativamente, la presidenza della CECA (1951) fu affidata all’ ex lobbista del III Reich Walther Hallstein, reduce da un periodo di “rieducazione” in una base americana su un’isola dell’ Atlantico.

Altiero Spinelli aveva riposto, invece, le sue speranze, prima, in un movimento di base, chiamato “Congresso del Popolo Europeo”, poi nella Comunità Europea di Difesa (CED), bocciata dalla Francia nel 1954, e, per il resto, aveva sempre criticato l’integrazione attraverso il metodo intergovernativo. Solo nel 1970  aveva accettato l’incarico di Commissario, e nel 1976 divenne europarlamentare, rimanendolo per 10 anni. Nonostante questa sua riconciliazione con le Istituzioni, le sue profezie sull’ impossibilità di creare una federazione restando sul piano intergovernativo si sono avverate, ed oggi è questo il motivo principale dello stallo dell’integrazione europea.

L’Europa delle Patrie era un progetto paneuropeo e sovrano

5.L’”Europa delle Patrie”

Negli stessi anni in cui Monnet, Schuman e Hallstein cercavano di gestire da Bruxelles in modo “soft” la  riconversione consumistica dell’ economia di guerra, De Gaulle usava l’interventismo di Stato (prima le nazionalizzazioni, poi il Commissariat au Plan, affidato a Monnet, e, ancora, la Force de Frappe e i progetti europei) per forzare un’integrazione tecnologica nei settori della difesa, dello spazio e ferroviario, e patrocinando “progetti europei” di carattere intergovernativo, ma che, sulla base della sola UE non si sarebbero mai potuti realizzare:

a)perchè l’interventismo di Stato nelle nuove tecnologie non fa parte dell’ideologia, né delle Istituzioni europee, né degli altri Stati Membri;

b)perché , se la Francia non avesse agito da “apripista”, le pressioni americane sarebbero state troppo forti;

c)perché gli altri Paesi non avrebbero avuto tecnologie sufficienti, specie in campo nucleare.

La politica di De Gaulle era finalizzata soprattutto a contrastare l’influenza americana e a ipotizzare una politica neutralista dell’ Europa “à tous azimuts”, basata sul fatto che il blocco sovietico e i non allineati non costituiscono, per l’ Europa, una “minaccia” maggiore degli stessi USA. L’”Europa delle Patrie” caldeggiata oggi dai sovranisti, pur avendo, sul piano retorico, qualche affinità con l’idea gaulliana, di fatto ne abbandona i toni antiamericani e si concentra invece (illogicamente) contro una pretesa “centralizzazione” di Bruxelles (che non esiste). In realtà, oggi la ragnatela di norme UE è la prima fonte di dispersione del potere decisionale e dei conflitti intestini dell’ Europa (i “Valori”, i “Diritti”, i conflitti di competenza e giurisdizione, la litigiosità a Est, l’assenza di qualsivoglia impostazione geopolitica).

Un’altra debolezza dell’”Europa delle Patrie” è oggi che le “nazioni” a cui pensava De Gaulle 40 anni fa, e a cui pensano i “sovranisti” di oggi, non esistono oramai più. Le hanno uccise la Seconda Guerra Mondiale, la politica dei blocchi, la cultura globalizzata.  Una sopravvivenza del senso delle identità territoriale si può  ritrovare piuttosto in tradizioni meno territorializzate e burocratizzate – per esempio, l’eredità classica e cristiana, le signorie medievali e pre-moderne (Savoia, Venezia, Napoli, Sicilia, Aragona, Provenza, Scozia, Fiandre, Prussia), le città di cultura, tradizioni che hanno lasciato tracce profonde nel nostro inconscio collettivo.

Invece, quando vediamo delle manifestazioni ufficiali in Francia o in Polonia dove, cantando l’inno nazionale, tutti fanno l’ultima versione del “Bellamy Salute” americano (la prima era il saluto romano), capiamo che lì non si sta celebrando l’attaccamento alla tradizione nazionale, bensì quello all’ “Occidente”, vale a dire al modello americano. Perciò, la strada della Sovranità Europea non può passare per gli Stati Nazionali.

In ogni caso, tutto ciò che ci resta di una concreta Europa economica (l’Agenzia Spaziale Europea, Arianespace, Kourou, l’Airbus, i Corridoi Europei) lo dobbiamo a De Gaulle e alla sua Europa delle Patrie.  Per esempio, è ormai mezzo secolo che, di tanto in tanto, politici e industriali europei ripropongono l’idea di nuovi “campioni Europei” (per le reti, per i treni, per le navi, per i semiconduttori), ma si tratta sempre e soltanto di aria fritta. Vedremo se GAIA-X, stiracchiata come al solito fra Americani e Cinesi, non subirà la stessa sorte.

Le Regioni Europee non sono solo quelle che servono per l’ Europrogettazione

6.L’Europa delle Regioni

L’unico modo per far vivere un’ Europa delle Patrie sarebbe quello di  vedere queste “Patrie” come l’insieme di tutte le realtà, grandi o piccole, in cui si articola l’ Europa (l’Anglosfera, l’Europa Carolingia, l’Europa Orientale, l’Impero bizantino-ottomano, l’Europa Mediterranea, le Isole Britanniche, la Scandinavia, il Baltico, la Mitteleuropa, la Russia, il Caucaso, l’ Anatolia, i Balcani, il mondo latino, la Keltia, la Catalogna, l’ Occitania, la Renania, la Baviera, l’Intermarium, la Transnistria, la Grande Albania, il Donbass, l’Abkhazia, l’Ossetia, la Greater London, Randstadt Holland, la Région Parisienne, il Ruhrgebiet..).

E’ quanto avevano detto per primi Montesquieu, Tocqueville e Proudhon, pensando forse di fare rivivere l’”Ancienne Constitution Européenne”, come Tocqueville chiamava le leggi dell’ Ancien Régime. E, in fondo, l’Abate di Saint-Pierre, quando cercava di confederare i sovrani d’Europa (“Projet à servir pour la Paix Perpetuelle”) pensava semplicemente a un consolidamento dei trattati di Utrecht e di Rastatt, alla cui formulazione egli aveva contribuito.

Vi è stato un lungo periodo in cui le Comunità Europee avevano abbozzato un complessivo progetto euroregionale, con i fondi regionali, la Convenzione di Madrid e le Azioni Macroregionali Europee, ma tutto ciò si è perduto, come al solito, nelle nebbie della burocrazia.

Nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine”, Voltaire mette in satira il federalismo di Saint-Pierre, perchè vuole un impero unitario come quello cinese

7.L’”Europa Nazione”

Questo termine fu usato soprattutto per primo da Julien Benda e poi da gruppuscoli di estrema destra, come Jeune Europe e il National Party of Europe, che aveva  adottò il 1° Marzo  1962, la “European Declaration”, the  invocava la creazione di uno Stato nazionale Europeo, con un suo governo  e un parlamento europeo eletto, e il ritiro delle truppe americane e sovietiche.

In realtà, l’idea aveva avuto scarsi anticipatori, come Benda, e una parte dei collaborazionisti francesi, ai quali  cui Simone Weil si riferiva nel suo “Enracinement”, dove li accusava di seguire pedissequamente le orme dei Giacobini, sostituendo, ai Dipartimenti dell’Impero Napoleonico, le Regioni d’ Europa.

In tempi più recenti, il progetto di una Repubblica Europea intesa come Stato centralizzato è stato rilanciato da Ulrike Gérot e Robert Menesse (Warum Europa eine Republik werden muss).

Secondo Franco Cardini (che era stato membro di Jeune Europe), il progetto sarebbe stato “difficile”. A mio avviso, più che altro, uno Stato continentale centralizzato può avere un senso in un momento di conflitto ad alta intensità, in cui lo Stato non può essere governato se non come un esercito, ma non “a regime”, perché l’ideale di uno Stato non può ridursi a una caserma.

Il russo Sokurov è il maggior cantore dell’identità europea

8.La “Casa Comune Europea”

Michail Gorbaciov aveva lanciato questo slogan in varie occasioni, pensando a uno sviluppo graduale delle rivoluzioni degli anni 1988-1993, che invece furono caratterizzate da fatti traumatici come le guerre del Nagorno-karabag, della Slovenia, del Golfo, della Transnistria e della Cecenia, l’insurrezione di Bucarest e il bombardamemto del Parlamento di Mosca.

L’idea era stata ripresa da Putin nei suoi discorsi in Germania in cui si era addirittura proposto (primo ed unica capo di Stato estero a parlare al Bundestag non già in Russo, bensì in Tedesco) in una funzione di federatore dell’ Europa, paragonabile a quella che era stata di Kohl.

In quel periodo, Russia Unita teorizzava il suo ruolo quale quello del continuatore del Russkij Konservatizm di Stolypin e di Witte, e parallelo a quello della CDU.

In effetti, l’ Unione Europea non sarà credibile fintantoché rappresenterà meno  appena la metà del nostro Continente e sarà in conflitto con la restante metà.

Secondo Schmidt, i GAFAM devono condurre l’ America alla conquista del mondo

9.L’impero europeo dell’ America

Secondo il Papa, esistono nel mondo degli “Imperi Sconosciuti”. Immerwahr ha definito gli USA l’ “Impero Nascosto.”Secondo Zbygniew Brzezinski, l’Europa è un protettorato americano, che ha come unico scopo quello di costituire un avamposto dell’ America in Europa. Luca Caracciolo insiste a chiamare la UE “l’impero europeo dell’ America”.

Questa realtà costituisce l’altro vero ostacolo all’unificazione dell’ Europa.

Ricordiamoci che, quando, nel 1866, l’ Impero Austriaco, in seguito alla sconfitta di Sadowa, fu costretto a riconoscere un Regno d’Ungheria, iniziò la sua finale disgregazione. Per questo, riscrivere l’intera governance mondiale, ivi compreso lo Statuto della NATO, è così fondamentale: si tratta di ripetere ciò che, per l’Austria, era stato l’ “Ausgleich” del 1866.

Marco Aurelio, l’imperatore filosofo

10.Un presidenzialismo europeo?

La proposta di Giorgia Meloni che ha costituito l’occasione per il commento di Carlo Galli si riferisce al presidenzialismo per l’ Italia. In effetti, se si vogliono accrescere le capacità decisionali di uno Stato, il presidenzialismo può giovare. Esso è utilizzato da vari ed importanti Stati, come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’India, il Brasile…..Tuttavia, l’Unione Europea non è uno Stato come gli altri.Si caratterizza proprio per il fatto di fare parte di una “multi level governance”. Oggi, il livello di cui occorre incrementare il potere decisionale è quello europeo, perché è l’unico che ci possa difendere dal potere delle macchine intelligenti, ed è l’unico in cui si richieda un potere decisionale immediato ed illimitato, come quello degli antichi comandanti romani.

Perciò, i ragionamenti che si fanno sul presidenzialismo nazionale dovrebbero essere rivolti al presidenzialismo europeo. Che non è l’unica soluzione alla questione del decisionismo europeo, ma può essere una.

Era in questo senso che si era lavorato sull’ipotesi degli “Spitzenkandidaten”, poi miseramente fallita davanti alla realtà, non soltanto in Europa, ma anche in Germania, dov’era nata. Infatti, l’inadeguatezza ed arretratezza della cultura “mainstream” ha, fra i tanti effetti, quello dei un’illogico frazionamento del panorama ideologico e parlamentare secondo irreali linee ideologiche e  territoriali e non secondo problemi: GAFAM o non GAFAM; America o sovranità? In queste condizioni, creare delle coalizioni con un progetto è difficilissimo, e quindi nessuno Spitzenkandidat può vincere le elezioni, perché nessuna linea politica può raccogliere un consenso significativo.

Il presidenzialismo avrebbe senso solo nell’ ambito di una costellazione di provvedimenti atti ad accrescere l’incisività dell’ azione dell’ Europa, quali  la revisione della cultura mainstream, riforme “epistocratiche”, un esercito europeo prevalentemente automatizzato, un Consiglio Federale operativo come quello svizzero…

Per tutto il resto, sarebbe utile ed opportuno ricordarsi dei vari modelli proposti in passato: dell’inserimento del federalismo europeo in quello mondiale;  dell’idea di federazione come superamento degli Stati Nazionali borghesi; del coordinamento delle “costituzioni” di tutti i livelli della “multi-level governance”; della continuità storica; dell’ Europa quale oggetto primario di lealtà per i cittadini; dell’ “Europa da Brest a Vladivostock”; del rapporto problematico con l’ America.


LA SOVRANITA’DIGITALE:un’ottima idea tradita dalla politica.L’accordo Thales-Google

La normativa digitale UE è stata concordata con i GAFAM, nonostante tutte le comntroversie in corso

L’edizione del 4 Novembre di Le Point contiene una serie importante di articoli che chiariscono con esempi concreti la tesi da noi da tempo sostenuta: che, mentre la politica parla di “Sovranità Digitale Europea”, essa assume poi  delle decisioni che vanno nella direzione esattamente opposta, cioè lega all’ Europa, e in particolare alla Francia, le mani in modo tale che, a detta di molti, non sarà più possibile svincolarsi dalla morsa del complesso informatico-militare americano.

1.L’accordo Thales-Google e il “Cloud di fiducia”

Infatti, come afferma Cédric O, il Segretario di Stato all’ informatica, “La schiacciante maggioranza del French Tech si basa sul finanziamento e le infrastrutture dei cloud americani. Risultato: il valore creato non resterà da noi.”

Il fatto scatenante è che l’impresa digitale francese Thales, partecipata al 15% dallo Stato,  ha firmato con Google un accordo per creare insieme un servizio di cloud  e per commercializzarlo presso le imprese private e le Amministrazioni dello Stato. Accordo speculare a quello stipulato, un anno fa, sempre da Google, con Telecom Italia. Questo in netto contrasto con lo slogan della “Sovranità Digitale Europea”, e anche con lo spirito con cui era stato creata, un anno fa, Gaia-X, il cloud europeo, di cui ci era stato detto, all’ atto della sua fondazione, che avrebbe ideato delle procedure tali per cui gli utenti potevano scegliere providers di loro gradimento, ma in ogni caso sarebbero stati garantiti la riservatezza e il mantenimento dei dati in Europa, come previsto dalla legislazione europea applicabile.

Secondo Jean-Paul Smets, fondatore di Rapid Space, “Quest’ accordo segna l’abbandono della nostra sovranità a vantaggio dei GAFAM. La Francia si è piegata agl’interessi americani.Ciò significa che i nostri dati, compresi i più sensibili, resteranno a loro disposizione”.

Il fatto è che il Presidente Macron, ideatore del termine “Sovranità digitale europea”, ha improvvisamente cambiato, sotto elezioni, il proprio  linguaggio, e parla ora di un “cloud di fiducia”, in cui il gestore americano sarà tenuto a garantire la riservatezza dei dati dei Francesi, ma i giornalisti di Le Point sollevano fondati dubbi, perché i dati conservati da un cloud comune saranno comunque soggetti al CLOUD Act, e quindi dovranno essere obbligatoriamente consegnati, dai partner americani, alle autorità americane di sicurezza. E’ lo stesso problema emerso nei casi Schrems e Istituzioni/Microsoft, che hanno rivelato ufficialmente che  una plateale violazione del DGPR viene perpetrata da tempo dalle Istituzioni per favorire i rapporti transatlantici, e questa situazione non viene scalfita , né dalle sentenze della Corte di Giustizia, né dalle risoluzioni dell’EDPB (che restano inattuate da anni).

Anzi, il presidente dell’ EPDB, il polacco Wewiòrowski che pure ha adottato risoluzioni molto severe contro le Istituzioni, ha poi detto che, sostanzialmente “condividere i nostri dati con degli alleati è già meglio  che condividerli con degli avversari”, con ciò avallando anche un trattamento asimmetrico con i gestori cinesi (pure presenti in GAIA-X).

Ma questo, in una situazione in cui la politica estera e di difesa è sostanzialmente una politica sei dati (“Lutte Informatique d’influence”, per usare un termine oggi alla moda nell’ Esercito francese), significa che l’ Europa non potrà mai avere una propria politica estera e di difesa, perché, non disponendo dei propri dati, non potrà mai condurre una politica autonoma, per esempio dissociandosi da guerre, o da azioni politiche, c’essa non condivide.

Georg Rikeles, già funzionario europeo e membro del think tank EPS, spiega molto bene ciò che sta succedendo.Tutti i funzionari europei e nazionali in campo informatico sono corteggiati dai Gafam e dai loro studi legali e di pubbliche relazioni, per assumerli quando abbiano lasciato i loro incarichi (“pantouflage”; si noti bene che oggi tutti gl’incarichi più importanti sono attribuiti con contratti a tempo determinato)

I  funzionari ministeriali francesi e i politici europei e finiscono poi nei consigli di amministrazione dei GAFAM, per esempio Neelie Kroes, senza che nessuno sollevi obiezioni.

Per i “movimenti spontanei” di cittadini che in realtà sono finanziati dai GAFAM, i funzionari hanno coniato l’espressione “Astroturfing” (che si riferisce ai campi da gioco artificiali in materie plastiche.Guillaume Grallet conclude che bisogna “scommettere su una regolamentazione atta a fare nascere delle imprese di alta tecnologia”, tema su cui noi siamo impegnati da anni ma nessuno ci vuole ascoltare (molto probabilmente perché tutti gl’interlocutori che contano hanno fatto oggetto di “Astroturfing”).

In netto contrasto con questa situazione francese (ed europea), in Cina sono appena entrate in vigore le nuove normative per il controllo sulle imprese digitali, che hanno inglobato e superato le timide bozze europee.

Il risultato pratico è che, tanto il Presidente Macron, quanto la sua diretta concorrente Marine le Pen, non insistono più sulla lotta ai GAFAM, lasciando, su questo tema, il campo libero a candidati minori, che  possono scatenarsi perchè tanto hanno poche chances di dover mantenere le loro promesse.A Xavier Bertrand:” sembra indispensabile ristabilire una sana concorrenza.I mezzi esistono, arrivando fino al loro smantellamento”;per Valérie Pécresse:”lo smantellamento di Google è il destino a cui la condanna ineluttabilmente la sua posizione ultra-dominante, come lo fu per i giganteschi trust americani  del XX° secolo”.

Riassumendo:

-quella del digitale è l’unica vera lotta di libertà oggi in corso: quella contro la Società della Sorveglianza;

– conformemente a quanto teorizzato da Eric Schmidt e concretizzato nei recenti atti legislativi americani, è in corso un’azione a tenaglia dei GAFAM e del Governo americano per mantenere l’attuale situazione di fatto di dipendenza, ideologica, digitale, politica e militare dell’ Europa;

-fintantoché non saranno attuate le due Sentenze Schrems e le risoluzioni dell’EDPB, l’Unione Europea non sarà mai uno Stato di diritto, in quanto le sue Istituzioni non rispettano, né le sentenze della Corte di Giustizia, né le deliberazioni dell’EDPB, su una questione così centrale come la disponibilità dei nostri dati alle Autorità americane;

-se le cose stanno così, ci chiediamo a che cosa serva GAIA-X, che avrebbe dovuto risolvere proprio questo problema;

-i politici europei, dopo tanto parlare di “Sovranità”, continuano a non fare nulla, e, anzi, a firmare sempre nuovi accordi con i GAFAM e con il Governo americano;

-nelle prossime elezioni presidenziali francesi, i candidati con più chances (ma perfino Zemmour), non intendono impegnarsi su questo tema.

L’unica speranza risiede nella società civile, ma avrà essa l’occasione per esprimersi? Se, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, non si potrà parlare di questo, mi domando a che cosa serva la Conferenza stessa. Forse, come scrive “La Repubblica” di oggi, potrebbe essere un’altra inconcludente “fabbrica di chiacchiere”:

“Si nota un certo conformismo. Si dibatte in modo educato, civile, con toni ben diversi da quelli dei bar e delle piazze del continente. E’una ‘Occupy Strasburgo’ istituzionalizzata”.

Urge trovare nuove modalità d’intervento, più autentiche e risolutive.

“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

Commento all’ articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 novembre

Socrate con il demagogo Alcibiade

“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

La riunione del G20 di Roma e quella del Cop-27 di Glasgow si sono concluse, come buona parte delle iniziative di questo tipo, con un clamoroso passo indietro, come rimarcato perfino da “attivisti” mainstream come Greta Thunberg.

La Cina e la Russia non hanno partecipato, prevedendo un fiasco, che infatti si è puntualmente verificato. Avendo infatti la Cina presentato il giorno prima il proprio programma di riduzione delle emissioni, che  stabilisce la neutralità carbonica per il 2060, l’India è arrivata a Roma annunziando ch’ essa riuscirà a raggiungere quell’obiettivo addirittura solo nel 2070, e presentando ai Paesi sviluppati delle richieste veramente esplosive, quali quella che, essi accelerino ancora il  proprio percorso, e finanzino anche la transizione dell’India, come indennizzo per aver esse inquinato abbondantemente nel passato. A ciò si aggiunga che la Francia ha chiesto di considerare come “verde” il nucleare, e, la Germania, il gas.

E’ evidente che, dopo lo scatenamento della corsa alle nuove tecnologie fra USA e Cina, il Covid e la scoperta che molte soluzioni che si pretenderebbero “verdi” hanno, a loro volta, pesanti controindicazioni, gli “obiettivi” di Tokyo e di Parigi non sono più veramente prioritari per nessuno. Il punto è che l’entusiasmo generalizzato per l’”Agenda Verde”  era caratterizzato, per tutti, fin dall’inizio  (come segnalato da molti, fra cui il Papa e l’”attivista” Greta), un forte carattere propagandistico (“di marketing”), per mascherare altre urgenze, parimenti, o ancor più, vitali per l’umanità(la sostituzione dell’uomo con le macchine, già intravista dalla Kabbalà, da Goethe, Asimov, De Landa e Bill Joy, e, in secondo luogo, il rischio di una IIIa Guerra Mondiale, denunziato innanzitutto dal Papa), pericoli per l’umanità che sono però  addirittura degli obiettivi concretamente perseguiti da varie potenze. E’ evidente che se (come possibile), nel 2050, l’umanità non esisterà più perché distrutta dalla III Guerra Mondiale o perché sostituita dai robot, tutta questa fatica per eliminare il CO2 entro il 2060 o 2070 sarà risultata utile solo per fornire un gradevole soggiorno ai robot nostri eredi. Quindi, prima, cercare di contrastare il dominio delle macchine sull’ uomo e di evitare la IIIa Guerra Mondiale, poi, occuparsi del clima.

Ciascuno sta quindi cercando semplicemente di “salvare la faccia” circa la propria retromarcia, facendo però così crollare sia il mito positivista secondo cui vi sarebbero degli obiettivi evidenti condivisi sul piano internazionale, sia quello occidentale secondo cui i vertici delle attuali “maggiori economie” sarebbero all’altezza della situazione. Le retoriche delle “magnifiche sorti e progressive” si sono quindi rivelate nel loro insieme, come scrive John Grey, il “conservatore verde” un’”alba bugiarda”.

Se si vuole ancora avere una  qualche forma di “multilateralismo”, la si dovrà quindi cercare su altre basi e in altre culture, meno superficiali e meno settarie. L’accordo mondiale da ricercare in questo momento decisivo non può vertere sul materialismo volgare (quale espresso per esempio nell’ Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e sulla macchinizzazione del mondo indotta dai GAFAM e dai BATX, bensì solo sulla volontà di salvare l’Umano grazie al ricorso congiunto alle risorse spirituali delle diverse civiltà del mondo, da quelle pre-alfabetiche, a quelle assiali, da quelle politeiste a quelle monoteiste, da quelle tradizionali a quelle moderne e post-moderne (cfr. Salomon  Higgins, An Invitation to World Philosophy).

Certo, gli attuali multiculturalisti, specie se americani, sottovalutano la difficoltà, in assoluto e soprattutto per loro, di utilizzare effettivamente gl’insegnamenti delle culture non occidentali. Infatti, nessuno riesce ad immaginare un tipo di discorso che non sia fondato sulla logica “lineare” delle lingue indoeuropee; si pretende sempre che, fra le varie culture, ve ne sia una “dominante”, e che questa sia unica  e unitaria, sfociando su una “fine della Storia” che assomiglia sempre molto all’ apocalittica occidentale.

Platone con il tiranno Dioniso

1.Governo delle competenze, tecnocrazia, meritocrazia.

Quanto al secondo problema, non è inutile segnalare l’articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 Novembre, con il quale il noto filosofo ha colto l’occasione per far presente che la tendenza verso la tecnocrazia, evidenziata, fra l’altro, dall’orgia di  potere dei virologi grazie al Covid  e dalla prassi tutta italiana di evitare sistematicamente la via elettorale con una successione di “governi tecnici” non eletti, porta  di fatto, per l’ “eterogenesi dei fini” all’incapacità di governare. In questo contesto, coloro che oggi vengono chiamati abusivamente “tecnici” sono, in realtà, dei miopi specialisti monotematici, i cosiddetti “Fachidioten”, che mancano della capacità di sintesi propria della cultura alta, ed emergono solo perché non fanno ombra ai poteri forti..

Questo è tanto più vero, in quanto la società contemporanea presenta, in tutti i suoi aspetti (culturali, naturali, geopolitici, tecnologici, etici, economici, sociali) un tale grado di complessità, che è comunque impossibile per chiunque padroneggiarne tutti gli aspetti. Secondo Cacciari “Una pura tecnocrazia è perciò altrettanto probabile che la nascita di un cavallo alato”.

Il che richiede, da parte del “politico”, una radicale metamorfosi, per comprendere un mondo lontanissimo da quello a cui si riferiscono le ideologie dominanti, dirigendo le diverse competenze verso fini condivisi, per esempio, secondo l’insegnamento (per altro rimasto “sulla carta”), del “Movimento Comunità” di Adriano Olivetti, a cui abbiamo dedicato il precedente post.

La prevalenza, nelle sfere ufficiali, di questi ottusi e sterili specialisti è voluta (per meglio spadroneggiare) dai poteri forti mondiali, ed è al contempo, una conseguenza della cultura dominante, distante almeno 100 anni dalla realtà (parlano ancora di imprenditori e operai, di nazioni e di industria, quando oramai possiamo vedere solo gestori e colletti bianchi, imperi e piattaforme).

La tomba di Federico II

2.I tecnocrati: nuovi apprendisti stregoni

La conseguenza pratica   di quel disorientamento di fronte al mondo della complessità è la tendenza, come nei racconti di Asimov, a delegare perfino le massime scelte esistenziali al complesso informatico-militare (“una scelta inevitabile”), che prende, così, il definitivo sopravvento sull’ Umano (vedi il caso dell’equilibrio nucleare). Questo è appunto ciò che vogliono i guru dell’ informatica come Kurzweil, e il programma politico teorizzato dal suo collega Schmidt.

L’articolo di Cacciari mette così (anche se  obliquamente) il dito sulla piaga di uno dei più complessi problemi del nostro tempo: l’incapacità dell’uomo, novello Apprendista Stregone, a fare fronte alla complessità del mondo ch’egli stesso ha creato (la “tecnosfera”). Questione già intravista dalla Kabbalà, con il mito del Golem, da Goethe, con l’idea del patto faustiano, e da Asimov, appunto, nella sua “Decisione Inevitabile”. E all’ apprendista stregone s’ispirano certamente Kurzweil, con il suo superomistico riempirsi di farmaci per garantirsi la “quasi-eternità”, e Zuckerberg, quando ribattezza “Facebook”“Meta”, facendo un riferimento polemico e inquietante al mito del Golem. Il Golem creato da Rabbi Loew ben Bezaleel di Praga si metteva in funzione inserendovi una scheda con la scritta “emeth”(che vuol dire “vita”), e si disattivava eliminandone la lettera iniziale ”e”, sicché si aveva la paola “meth”(“morte”). Orbene, in Ebraico, “Metà” vuol dire esattamente “è morta”. Mettendo il Golem in disattivazione, i molteplici pericoli di Facebook, di cui è accusato Zuckerberg, sarebbero neutralizzati. Guarda caso, secondo la Kabbalah le Luci di Tohu (cfr. Genesi, Tohu we Bohu) furono scosse perchè non erano “in rete”.

Cacciari affronta il tema da un punto di vista  apparentemente più limitato: quello dell’ incapacità degli specialisti (come Draghi o i virologhi) di governare gli Stati o addirittura il mondo (la “tecnocrazia”), rivelata da fenomeni catastrofici come la gestione del Covid e la decadenza dell’ Europa. Tra l’altro, niente po’ po’ di meno che Socrate aveva già affrontato tale questione proprio ai primordi della filosofia occidentale, domandandosi se avremmo mai voluto affidare una qualunque opera a un non competente. La sua conclusione era che no, non l’avremmo mai fatto. E, di conseguenza, non si poteva affidare neppure la gestione della Città a chi non fosse per essa competente. Ma, non esistendo all’ epoca dei “politici di professione”, ché,m anzi, la Riforma di Clistene mirava a rendeli impossibili imn nome della “democrazia”, gli unici competenti erano, a suo avviso, i filosofi. Solo essi infatti padroneggiano l’insieme delle conoscenze necessarie per organizzare una società(oggi li chiameremmo “tuttologi”). Con ciò, egli rispondeva alle opposte tesi degli oligarchi e dei sofisti, se fossero più atti a governare gli aristocratici, eredi dell’antica educazione eroica, o i retori usciti dalle scuole, appunto, dei sofisti.

E certamente questa tesi di Socrate non può che piacere a dei filosofi, come è Cacciari.

Akbar, il Re Filosofo

3.I filosofi e il Re filosofo

E’ in base a quell’ impostazione socratica che Platone aveva ideato la sua Repubblica, incentrata sulla figura del Re Filosofo, sintesi di tutti i saperi, e del governo dei filosofi, a cui si ispirarono, per esempio, Marco Aurelio, l’imperatore che scriveva di filosofia, e Federico II di Svevia (“Stupor Mundi”), che addirittura corrispondeva in Arabo con i filosofi del Medio Oriente (“al-jawa’ib al Yamaniyya ‘an al-‘asa’il as-Sikiliyya”). Lo stesso Platone si era trasferito (con esiti catastrofici) in Sicilia per convincere il tiranno di Siracusa, Ierone, a divenire il “Re filosofo”.

Averroè, nel suo “trattato decisivo”, aveva invitato il “Principe” (“Amir”), a circondarsi di “filosofi (“Falsafa”).Questo tipo di sovrano universale (il “Cakravartin”, nella terminologia Hindu) era più frequente in Asia: per esempio l’Imperatore Giallo, il Duca di Zhou, Ashoka, Akbar …, ed era stato per questo che i Gesuiti (Ricci, Kircher, Bouvais) e gl’Illuministi (Fresnais, Leibniz, Voltaire, Federico II di Prussia) avevano fatto, della Cina, il modello stesso per l’Europa, tentazione che si ripropone per altro proprio oggi.

Cacciari, che, essendo un filosofo, certamente è attratto in cuor suo da questo tipo di soluzione, si guarda però bene dal dirlo esplicitamente. Sarebbe evidentemente oggi una posizione quanto mai politicamente scorretta. Il suo ragionamento resta dunque deliberatamente monco.

La tecnocrazia attuale  che Cacciari denunzia non è comunque certo un “governo dei più competenti” secondo  il concetto  socratico, bensì, al contrario, è per eccellenza il governo degl’incompetenti. I “tecnici” nel senso moderno, quelli a cui accenna Cacciari, sono in realtà dei super-specialisti, quelli che nel ‘68 si chiamavano “Fachidioten”,  i quali si autolimitano ad un solo ramo del sapere (scienze politiche, ingegneria, economia,diritto), scendendo con ciò perfino al di sotto alla capacità del comune cittadino, che, pur nella sua ignoranza, ritiene proprio dovere interessarsi alla cosa pubblica intesa come fatto unitario (il “Senso Comune”).

Come ricorda infatti Irti, in democrazia dovrebbe essere il cittadino ad avere la “competenza generale”, anche se non può fare a meno di rilasciare un “mandato non imperativo” a dei rappresentanti, che dovrebbero essi avere quella “competenza generale”. Ma anche qui può (e deve) porsi la domanda socratica: come può oggi qualcuno che, come praticamente tutti i politici, ignora (tra l’altro) le lingue e culture straniere, l’informatica e le scienze strategiche, sedere nel Parlamento di un Paese di 50 (o di 500) milioni di abitanti, dove si discutono, in pratica, le sorti del mondo? Costoro non costituiscono un pericolo ambulante, come chi guidi senza patente una Ferrari?

Essi sono anche nettamente inferiori ai vecchi politici di professione (esempi, Churchill, De Gasperi, Togliatti), i quali, seppure un po’ unilaterali nel loro concentrarsi sulla politica, esprimevano comunque un interesse per l’insieme, ed avevano fatto dure scuole di potere, come l’alta aristocrazia inglese, il Vaticano, la scuola militare dei Commissari Politici Sovietici di San Pietroburgo.

Il Re-filosofo dev’essere un uomo universale, che conosce quanto è necessario sapere delle arti del Trivio e del Quadrivio, e inoltre possiede la Virtù del Signore e del guerriero (per Dante, “magnanimo nella borsa e nella spada”).

Nella cultura tradizionale cinese, i “letterati” (“Ru”), detti  da noi “Mandarini”, rappresentavano, in piccolo, ciò che, in grande, rappresentava il Figlio del Cielo: la completezza. Non per nulla essi venivano selezionati in base alla competenza letteraria e alla conoscenza dei Classici Confuciani, sotto il controllo dello stesso Imperatore, che talvolta dirigeva personalmente gli esami di Stato.

L’Imperatore Kanxi alla scrivania

4.La cultura delle élites

Fin qui, si potrebbe pensare che si tratti di un dibattito nominalistico, in quanto la distinzione fra “specialisti”, “competenti”e “filosofi” non emerge ancora in modo chiaro. Ciò che distingue gli “specialisti” aborriti da Cacciari dai “competenti” promossi da Socrate è il loro tipo di cultura. Gli “specialisti” accettano il loro ruolo subordinato perché condividono l’idea  che esista un “General Intellect” che avanza automaticamente verso il Progresso essi sono gli agenti ideali dell’ omologazione mondiale. Ciascuno di noi sarebbe solo una rotella di questo generale, e positivo, processo. I “competenti”, o “filosofi” sono, invece, coloro che riescono a comprendere le logiche che tengono insieme il tutto e sono capaci di formulare, al loro interno, dei progetti, di cui aspirano ad essere protagonisti.

E’ ovvio che, se gli “specialisti” assurgono, come oggi, negli Stati o nelle organizzazioni internazionali, a posizioni apicali, essi si muovono, poi, apparentemente a casaccio, ma in realtà divengono i burattini di lobbies nascoste (come oggi i GAFAM, i BATX, i grandi finanzieri, i servizi segreti…), che li hanno selezionati ed aiutati nella loro ascesa. Di qui il “bla, bla”, di cui parla Greta Thunberg, di leaders che pretendono di avere delle idee ma che in realtà cercano solo deliberatamente di sottrarsi alle loro responsabilità. 

Ci si aspetta invece che i “Competenti” riflettano, lottino, dibattano, orientino le scelte…

Ma come educare i “competenti” in quest’era postmoderna? E come sottrarre agli “specialisti” le loro posizioni di controllo sociale?

Gli esami da mandarino

5.L’incomprensione del ruolo del PCC.

Secondo Cacciari, il sistema cinese eserciterebbe una forte attrattiva sui tecnocrati proprio perché, mirando essi solo all’ efficienza, porterebbe alle estreme conseguenze la loro tecnocrazia.  Questo ragionamento, ripreso da Parag Khanna, è però semplificativo e mistificante, minato, com’è, dai pregiudizi del marxismo occidentale (per i Cinesi, “Bai Zuo”), ibridati con quelli del positivismo e del millenarismo (la “Cosa Ultima”, per dirla con di Cacciari).

Secondo quelle vulgate, con l’oblio, da parte della sinistra (occidentale come orientale) della sua originaria aspirazione egualitaria (quale espressa per esempio dalla Rivoluzione Culturale), sarebbe svanita l’ultima seria aspirazione spirituale della politica, sicché resterebbe in piedi solo l’efficienza tecnologica. Di conseguenza, il sistema cinese sarebbe “capitalista”; sarebbe addirittura il “capitalismo politico”(cfr. ancora Marramao su La Repubblica del 9 novembre).

A mio avviso, questo è un fraintendimento, innanzitutto del marxismo, poi della storia mondiale nel suo insieme. Dov’ è finita la dialettica storica marxista, la necessaria transizione fra cacciatori-raccoglitori, comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, rivoluzione nazionale borghese, rivoluzione socialista, comunismo?  In questa sequenza, non c’era proprio nessun “valore” unico ed eterno (tanto meno,l’”eguaglianza”). La lunga marcia verso il Comunismo non ha nulla a che fare con la passione americana per l’eguaglianza, così temuta da Tocqueville, in quanto esso si pone addirittura fuori della Storia.

Ma, poi, non esistono soltanto i “fini” del comunismo. Dove sono finiti  quelli delle altre ideologie politiche (la “virtù”, l’”armonia”, la “libertà”, la “comunità”)?

In realtà, il modernismo occidentale (sia esso  individualistico o socialista) presenta una profonda lacuna, poiché esso, non avendo fini reali, è costretto a mutuarli altrove (nel millenarismo, nel tradizionalismo). Come ricorda, sempre su “La Repubblica” del 9 novembre , Natalino Irti, secondo Croce, i fini dovrebbero essere ricercati autonomamente  da ciascun individuo. Peccato chela confusione della cultura moderna, partita dalla ricerca sansimoniana di “una nuova società organica” e rimasta invece in un’eterna “fase critica”, dimostra che gl’individui da soli non sono in grado di darsi fini significativi.

Anche se, in realtà, per Croce, la ricerca dei fini si inserisce nel  processo  collettivo della Storia, il suo contenuto resta astratto, sì che il suo sistema, incompiuto, richiedeva, e richiede ancora, di essere completato.

Parallelamente, se in Cina si parla di “socialismo con caratteristiche cinesi” è proprio perché la millenaria cultura cinese costituisce un necessario supplemento alla cultura materialistica importata dall’ Occidente – un supplemento essenziale perché permette di vedere le cose in prospettiva, dando ad esse un senso – . La “via cinese al socialismo” significa, da un lato, che il processo storico va concepito (come faceva Marx) come un fatto di lungo periodo, ma, dall’ altro, anche che “i fini” non possono limitarsi all’ipostasi dell’eterna transizione da un sistema sociale ad un altro (la “Rivoluzione Permanente”), bensì vanno anch’essi posti, appunto, in una prospettiva di lungo termine, come fanno le culture millenarie che sono alla radice degli “Stati Civiltà” come quello cinese.

Per ciò che riguarda proprio la Cina, tanto lo “Stato Socialista di Diritto”, quanto la “Società moderatamente Prospera”, quanto la “Grande Armonia”, sono ideali normativi elaborati da diverse scuole tradizionali di pensiero, le quali, se interpretate secondo lo spirito dei tempi, conservano tutta la loro validità. Ed è per questo ch’essi vengono rivalutati, in contrasto con certe iconoclastie del passato.

Anche il “governo dei competenti” è un tema ben esplorato, oltre che dalla filosofia greca, anche dalla millenaria cultura politica della Cina. Oltre al ruolo del “Saggio Imperatore”, questa conosce la centralità del ceto dei “letterati” (“Ru”), che sono, appunto, ciò che, per Socrate e Platone, erano i “filosofi”, cioè gli studiosi della “teoria del tutto”, incarnata, per i Cinesi, nei “Classici Confuciani”.

Certo, la Cina moderna nasce come reazione alla ristrettezza di orizzonti del sistema mandarino quale interpretato dalla dinastia mancese, e, pertanto, ha vissuto nel tempo  delle radicali trasformazioni che hanno attraversato le Guerre dell’ Oppio, i Taiping, i Boxer, i “100 giorni”, la Prima Repubblica, il “Movimento del 5 Maggio”, il Kuomingtang, l’invasione giapponese, la Guerra Civile, la Repubblica Popolare, la Rivoluzione Culturale, le riforme di Teng Xiaoping, la Nuova Via della Seta…

Tuttavia, è rimasta centrale nel tempo l’importanza del “Governo dei Competenti”, che  sinologi esperti come Zhang Weiwei e Daniel A.Bell non definiscono, né come “ tecnocrazia” (“governo della tecnica”), né come “meritocrazia” (“governo dei più meritevoli”), bensì come “epistocrazia” (“governo della sapienza”).

Sapienza che un tempo era incarnata dai “Ru”, e oggi dal PCC, una realtà di dimensioni enormi anche per le misure cinesi (95 milioni di membri), superato per altro in questo dal Janata Party indiano, con più di 100 milioni di membri. Evidentemente, il tipo di formazione e di funzioni dei membri del PCC non può confrontarsi con quelli degli antichi “Ru”, che, essendo per giunta molto pochi, avevano un ruolo estremamente generalistico, di sintesi estrema.

Esso non è però, evidentemente, neanche un “partito” come lo intendiamo noi, bensì un ceto di potere che sostituisce (e moltiplica) gli antichi “Ru”, operando una sintesi fra tradizioni umanistiche, tecnologia e prassi economico-organizzativa (le “Tre Rappresentanze”), e coinvolgendo più persone del numero totale di votanti alle elezioni europee. Non vi è dubbio che, nonostante tutta la propaganda in contrario, questo tipo di struttura, capace di governare uno Stato con 1 miliardo e quattrocentomila abitanti, è più efficiente, non solo di un’Europa estremamente divisa, non autonoma e con organi centrali debolissimi, ma perfino degli USA, che hanno deciso (auitolimitandosi) di essere solo un “Impero Nascosto”(Immerwahr) dominato, a sua volta, da una tecnocrazia che, come da essa stessa dichiarato, mira veramente e brutalmente al dominio della tecnica sull’ umano (la Singularity di Kurzweil, la Googleization di Schmidt, la conquista dello spazio di Musk).

4.Un’Europa che non capisce

L’Europa è così lontana dall’avere risposto adeguatamente a queste domande, che, a nostro avviso, per poter sopravvivere, dovrà rivedere le sue stesse basi, filosofiche (un costruttivismo poliedrico anziché l’attuale, dominante, dogmatismo tecnocratico), concettuali (una “multi-level governance” anziché un’associazione fra Stati Nazionali), istituzionali (la democrazia partecipativa anziché quella “deliberativa” che si vorrebbe imporre con la Conferenza sul Futuro dell’ Europa), un vero “stato di diritto”, anziché l’attuale protettorato americano; una reale politica economica anziché  l’attuale inutile gabbia finanziaria; un vero esercito europeo anziché un ruolo ancillare nella NATO…:

“Per comprenderne le ragioni, discernendo i rischi dalle potenzialità, positive che pure sono emerse, non vi è che una sola strada: prendere atto dell’ inservibilità delle vecchie mappe dello Stato, dell’ economia e della società, costruendo nuove mappe in grado di orientarci nella logica apparentemente indecifrabile che presiede al gioco delle allenza e dei conflitti scompaginando le gerarchie di influenza fra i vari attori della sena planetaria..”(Marramao, La Repubblica).

Solo allora “ci potremmo permettere” un Governo di Competenti nel senso di Socrate, di Cacciari e di Confucio. Tale Governo porterebbe forse alla “Democrazia Illiberale” teorizzata da Parag Khanna e ripresa da Orbàn? Direi piuttosto al suo contrario, a un “liberalismo non democratico”, com’erano quelli di Montesquieu, Cavour, von Stein, Churchill,  Coudenhove Kalergi, Croce, De Gaulle, dove la massima attenzione per la libertà di pensiero, di parola e di associazione, non andava disgiunta dal culto dell’eccellenza, della tradizione, della differenza, della cultura alta, della selezione delle classi dirigenti, della permeabilità fra politica ed esercito.

Anche per Croce, la tradizione (umanistica, cristiana, borghese) forniva un “supplemento di anima” all’astrattezza della “Religione della Libertà”.

Un liberalismo che non era affatto contrario ai ceti lavoratori, ché anzi fu il principale propugnatore, con von Stein, Bismark, Giolitti, Keynes, Beveridge, De Gaulle, delle politiche “sociali” dell’era “interventistica” (come le assicurazioni sociali, le pensioni, la limitazione degli orari di lavoro, la libertà sindacale, il sostegno alla domanda, la cogestione,  le politiche industriali), pur essendo contrario all’ anarchia e alla demagogia (“la chienlit” di De Gaulle). Quel liberalismo non era contrario a nessuna forma di selezione (foss’essa scolastica, censitaria, politica, cetuale, burocratica, imprenditoriale, sindacale), purché fosse finalizzata all’elevazione del livello culturale ed etico, alla dedizione alla società, all’efficienza del sistema e alla competitività del Paese nell’ arena internazionale.

La “Democrazia Illiberale” è invece la versione moderna della “Tirannide della Maggioranza” paventata da Tocqueville, dove i pregiudizi della maggioranza rendono impossibile, ai competenti, di governare in un modo sensato e conforme alle leggi, con il risultato dello sfacelo dello Stato e della società.

Esempi tipici:

-la gestione della pandemia;

-la legislazione sulla riqualificazione energetica,

due casi lampanti di problemi reali a cui non si riesce a dare alcuna risposta efficace, o anche solo logica, a causa del coagularsi di luoghi comuni, falsificazioni politico-giornalistiche, interessi inconfessabili dei poteri forti, spezzettamento dei poteri, personalismo, elettoralismo, affarismo, ignoranza, irresponsabilità, incompetenza, debolezza di carattere, ipocrisia…

Coudenhove Kalergi, il primo grande teorico del federalismo, era anche un teorico delle élites

5.E’ possibile un’”epistocrazia europea”?

In effetti, seppure potenziata, l’”epistocrazia”, già cuore della tradizione greca,  sopravvive ancora, camuffata, in Europa. L’aristocrazia ateniese divideva il tempo fra la ginnastica e la retorica, per perfezionare se stessa nel corpo (vedi le statue classiche), quanto nell’ anima (vedi i dialoghi platonici): la “Paideia” esaltata da Werner Jaeger.

Ma, come osservato proprio da Jaeger, quest’ ideale fu poi fatto proprio anche dalle monarchie ellenistiche, dall’ Impero Romano e dal Medioevo cristiano ed islamico, per passare poi al Rinascimento, ai Gesuiti, agl’Illuministi e agl’intellettuali moderni come Nietzsche, Coudenhove Kalergi o Saint-Exupéry: è questa la “tradizione classica” dell’Europa.

Perfino l’attuale Unione Europea mantiene una traccia di questo culto per l’eccellenza, che si manifesta, da un lato, nella severa selezione dei funzionari, e, dall’altro, nello scrutinio dei Commissari da parte del Parlamento.

In concreto, un nuovo ceto dirigente europeo dovrebbe emergere da nuovi processi selettivi ancor più rigorosi, tanto in campo concettuale, che etico, che politico, che istituzionale, che economico. Certo, il clima non è favorevole, con la gelosia dei Poteri Forti e dei “Gatekeepers”, con l’imperare del “politicamente corretto”, con la decadenza dell’economia europea nel confronto mondiale, con le teorie sociali e pedagogiche che puntano piuttosto verso il livellamento, e, in definitiva, verso il “Governo delle Macchine” sostituito al “Governo degli Uomini”: “il complotto contro il merito” di cui parla l’omonimo recente libro di Marco Santambrogio.

A causa di ciò che precede, una virata dell’Europa verso un’”epistocrazia” rappresenterebbe certamente una vera e propria rivoluzione, possibile solo in tempi di grandi rivolgimenti. Ma questi sono, nel mondo, tempi di grandi rivolgimenti. Basti confrontare le skylines di Shenzhen, di Singapore e di Dubai del 1945, del 1975 e di oggi.

Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per riunire contro la Cina tutti i “non cinesi”, il conflitto di potere fra  le due potenze resta ancora sempre molto bilanciato. Da un lato, la Cina è il Paese più grande del mondo, ed, essendo gestito in modo centralizzato, è già ora più potente del resto del mondo messo insieme; dall’ altro, il potere degli Stati Uniti è proteiforme perché è “nascosto” (Immerwahr): dalla teologia ai servizi segreti; dalla cultura alla finanza; dalla tecnologia al costume; dai lobbisti alle basi militari,  ai servizi segreti. Inoltre, per un fenomeno che caratterizza tutte le reazioni a catena, il suo tasso di accrescimento (non solo economico, ma complessivo), tende ad espandersi con progressione geometrica.

In questa situazione, la struttura bipolare dei poteri (spirituali e tecnologici, politici e militari, sociali e giuridici, culturali ed economici) formatasi ai tempi della 2° Guerra Mondiale è sottoposta a una tensione sempre più forte, producendo degli “sfridi” (p.es, la Russia, la “cancel culture”, la Turchia, i “16+1”).

In presenza di siffatti “sfridi”, si creano nuovi ambiti di libertà..(Lavrov), non solo in campo geopolitico, bensì anche in quello culturale, mettendosi in discussione vecchi miti inconsistenti, come l’ Eurocentrismo, l’Occidente, il materialismo volgare, l’idea delle “Nazioni”, ecc. Nell’ambito  della rimessa in discussione della visione del mondo “occidentale”,  si rendono necessari approcci nuovi, quali ad esempio l’umanesimo digitale, il comparatismo,  l’eurasiatismo, i quali, a loro volta, promuovono nuove soluzioni tecnologiche, pedagogiche e sociali (come ad esempio l’Enhancement, l’educazione multiculturale, la cogestione, la Via della Seta), che richiedono nuovi skill e nuovi valori.

Nell’ambito di questa Grande Trasformazione, gli Europei possono provare finalmente a far valere, contro le abitudini e le culture pietrificate di oggi, la loro esigenza di educare una nuova élite europea, poliedrica, multidisciplinare e autonoma. La riduzione del tempo del lavoro dovuta all’ automazione dovrebbe essere utilizzata per la formazione di questa nuova élite, digitalizzata e filosofica, con una cultura filologica e letteraria continentale e intercontinentale, capace di tener testa, da un lato, alle Macchine Intelligenti, e, dall’ altro, agli altri Stati Civiltà.

E’ necessario un Istituto dell’ Intelligenza Artificiale
per dirigere la transizione verso un umanesimo digitale

6. L’educazione degli Europei

Questa esigenza può essere favorita dalle trasformazioni istituzionali? Certo, lo dovrebbe, sia nell’ immediato, quanto “a regime”.

All’interno della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, occorrerebbe creare uno spazio per la cultura, la formazione e l’educazione, che oggi non c’è. Non c’è nella sostanza: Le politiche europee, figlie del funzionalismo, sono incapaci d’ inglobare la cultura, considerata, marxianamente, “una sovrastruttura”

  Non c’è nelle istituzioni: nessuna Istituzione, e neppure nessuna Direzione Generale, sono dedicati alla Cultura.

Non c’è nelle politiche: non è in corso nessun’azione volta a fare conoscere reciprocamente tutte le aree dell’Europa, le loro culture e la loro storia.

Occorrono pertanto come minimo:

-una Fondazione della Cultura Europea;

-una Direzione “Cultura” della Commissione;

-una serie di politiche attive della cultura:

-un Fondo per la Cultura Europea

-un’Accademia della Cultura Europea

-una serie di Accademie Specialistiche

-una holding dell’industria culturale

-una holding del turismo europeo

-una holding della mobilità intraeuropea

-una holding della trasformazione digitale

Tutto ciò farà parte di un articolato capitolo dei convegni e del libro che andiamo preparando nell’ ambito del progetto “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”, a cui tutti sono chiamati a partecipare.

MARIO TCHOU: UN ESEMPIO DA RICORDARE

PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”: 9 NOVEMBRE 2021

ore 10:00-13:00

60° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MARIO TCHOU

Allora e oggi: L’informatica in Piemonte e in Europa,

una riflessione per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

IN DIRETTA E IN STREAMING

BIBLIOTECA GINZBURG, Via Lombroso 16, Torino

Il simbolo del Movimento Comunità

Entra nella riunione in Zoom

https://zoom.us/j/92591204139?pwd=RTl6MXB4QlRzdllrV1JUekFXSDFwUT09

ID riunione: 925 9120 4139

Passcode: 685473

Con la collaborazione di:

-Movimento Europeo;

-Olivettiana;

-ANGI

-Rivista “Culture Digitali”

.

L’attuale corsa al digitale fra USA e Cina
lascia spazio all’ Europa?

PROGRAMMA

Ore 10,00:Inizio dei lavori; Saluti dei promotori e delle Autorità

Ore 10,45: Intervento di Pier Virgilio Dastoli sulla Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Ore 11,00: Galileo Dallolio (associazione “Olivettiana”) New Canaan (Usa) , Elea 9003 e Programma P101: 

Adriano Olivetti, Mario Tchou, Roberto Olivetti e Pier Giorgio Perotto 

dal 1952 al 1965.

Ore 11,20: Roberto Saracco, Il digitale ieri e oggi

Ore 11,40  Germano Paini, L’impatto-tecnoculturale

Ore 12,00Contributi dei rappresentanti delle Istituzioni

Ore 12,20 Domande e dibattito

Per qualunque problema, tel. 3357761536

Hanzhou, città di origine di Tchou,
oggi uno dei principali centri dell’ informatica mondiale

Sulle pagine de “La Repubblica” del 4 Novembre, Massimo Cacciari ha lanciato giustamente una polemica circa l’”i ncompetenza” dei cosiddetti “tecnocrati” che reggono le sorti di molti Paesi, e, “in primis”, dell’Italia, e sono esaltati, invece, dal “mainstream”, come il sommo vertice della competenza.

Mentre ci riserviamo d’intervenire con maggiore profondità su quell’ articolo, ci limitiamo qui a ricordare ai nostri quattro lettori, un evento, che ricorre domani, che può aiutarci a chiarire la problematicità delle “competenze” nella società europea contemporanea: il sessantesimo anniversario della drammatica morte di Mario Tchou, responsabile della progettazione dei computer Olivetti e  personaggio emblematico di tutta una stagione dell’economia italiana, caratterizzata dallo sforzo di imprenditori e manager (Olivetti, Mattei, Ippolito) per conseguire eccellenze tecnologiche italiane, capaci di contendere i mercati internazionali alle industrie delle grandi potenze, e, in  primis, di quelle americane.

Si trattava di “super-competenti” (tanto dal punto di vista della cultura , quanto da quello dell’economia e della politica) che avrebbero dovuto, e voluto, riorientare la società italiana verso un adeguato equilibrio fra formazione umana e potenza tecnologica, ma che invece, purtroppo per noi, furono prematuramente stroncati prima di poter realizzare i loro obiettivi.

Anche Olivetti, Mattei ed Ippolito  si situavano dunque  a cavallo fra tecnica e politica, sì che sarebbero stati perfetti per un “governo dei competenti” quale auspicato da Cacciari; purtroppo, non erano riusciti ad orientare la società italiana; anzi, furono sonoramente sconfitti. In particolare, il modello olivettiano era tutto finalizzato a creare una sintesi politica nel senso alto fra una cultura poliedrica e  le più avanzate tecnologie.

Quella stagione  si concluse quindi tragicamente per i suoi protagonisti,  stritolati fra i poteri forti occidentali e l’establishment italiano, che, dal dopoguerra, ha basato tutta la propria strategia sulla svendita dell’economia nazionale (sia essa “pubblica” o “privata”), ricevendone in cambio la protezione dei privilegi consolidati e un “soft landing” finanziario all’ estero.

La targa commemorativa di Mattei scoperta qualche giorno fa nel parco di Algeri che porta il suo nomre

1.Divisione internazionale del lavoro e tecno-nazionalismo

Come ricorda Giuditta Parolini nella sua tesi di dottorato su Mario Tchou, “E’ un dato di fatto che l’economia italiana per decenni è cresciuta senza produrre innovazione. Non tutti ritengono che sia un problema. Lo storico David

 Edgerton, critico di quella che chiama una visione  “innovation-centric techno-nationalist”, usa proprio il caso italiano per sostenere la sua argomentazione:’Negli anno Ottanta,  l’Italia ha superato la Gran Bretagna per guadagno pro-capite (…).In un mondo ispirato dal tecno-nazionalismo era letteralmente incredibile che l’ Italia fosse diventata più ricca della Gran Bretagna pur spendendo molto meno della Gran Bretagna in ricerca e sviluppo.”

Parolini  contrappone alle tesi di Edgerton degli ottimi argomenti:“Quanto scritto da Edgerton nel 2006 oggi solleva molti interrogativi alla luce della crisi che ha colpito le economie europee. Paradossalmente sono proprio nazioni quali  Spagna e Italia a soffrire di più. Attribuirne  tutta la colpa al sistema di sviluppo senza innovazione su cui hanno basato la loro fortuna è certo eccessivo, ma è altrettanto legittimo chiedersi se una diversa attitudine per la ricerca e sviluppo non avrebbe potuto dare a queste nazioni strutture più dinamiche e un capitale umano in grado di facilitare la ripresa.”  

Basti pensare alle esperienze, in quegli stessi anni, di Francia e Israele in campo nucleare, al Concorde, a Minitel, ad Ariane, al TGV.

L’autrice  cita a questo proposito Luciano Gallino: “L’attività di ricerca e sviluppo da cui nasce una tecnologia è di per sé un’attività ad alta intensità di lavoro e di conoscenza. La fabbricazione industriale di prodotti ad alta tecnologia è anch’essa ad alta intensità di lavoro. L’impiego di una tecnologia proprietaria consente di generare in tutta la filiera del processo produttivo un valore aggiunto più elevato”.

De Gaulle aveva chiesto aiuto per la Force de Frappe
a Israele e all’ URSS

2. La svendita della Divisione Elettronica

Il punto di vista degli “occidentalisti” sulla Olivetti era stato espresso icasticamente da Vittorio Valletta nel 1964: “La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inseriti nel settore elettronico, che nessuna azienda italiana può affrontare”. Per questo motivo, come  aveva scritto Lorenzo Soria, l’Olivetti venne svenduta alla GE, la  quale per altro l’aveva acquistata solo per “ordini di scuderia” del Dipartimento di Stato, perché, come  implicato dal libro di Paolo Fresco, che aveva negoziato l’acquisto,  non interessata a quel mercato, tanto che essa aveva rivenduto subito dopo la divisione alla Honeywell. Nel frattempo, la Olivetti (forse illegalmente, perché la divisione era stata ceduta) era riuscita a vendere in America ben 44.000 calcolatrici(ori) P101.Questo per dire che la Olivetti era un’impresa che andava benissimo  grazie alle sue competenze, anche senza l’appoggio, né della proprietà, né dello Stato.

Certo, visto che l’informatica non sarebbe divenuta un settore di alti profitti se non trent’anni dopo, con il “capitalismo della sorveglianza”, si sarebbero dovuti superare alcuni decenni durissimi, per i quali effettivamente si sarebbe richiesto un pesante intervento dello Stato, che avrebbe potuto venire solo da un “progetto europeo”, come Panavia, Airbus ed Arianespace, che pure si fecero in quegli anni. Si sarebbe soprattutto passare dalla produzione del hardware a quella del software, dall’informatica alla cibernetica, dalla produzione di sistemi a quella di servizi, e da questi agli ecosistemi.

Matteo Ricci aveva delineato chiaramente l’alternativa
fra nichilismo e pensiero costruttivo

3.Una scelta esistenziale

La scelta fra il “laissez-faire” e il “tecno-nazionalismo” deriva innanzitutto da scelte antropologiche e politiche a monte. Il “tecno-nazionalismo”,  esaltato  tra gli altri da Servan-Schreber e da Glotz, Seitz e Suessmuth, oltre che da Edward Luttwak,  prende le mosse da una valutazione “forte” del legame sociale,  inteso in primo luogo un progetto di civiltà. I  “tecno-nazionalisti” sono convinti che, pur all’ interno della visione scettica tipica della modernità, l’Umanità meriti ancora di proseguire, e, pertanto, che anche la singola persona abbia delle ragioni per garantire una continuità di idee, di affetti, e perché no, anche di istituzioni e di sangue. Il che non significa solo Nazione, ma anche e soprattutto famiglia, impresa, città, tradizioni, Continente. Orbene, nella società post-industriali, queste forme di continuità sono rese possibili solo dal possesso delle nuove tecnologie, in quanto i poteri forti condizionano tutte le società, proprio tramite le tecnologie, nella direzione dell’ omologazione e dalla meccanizzazione della vita. S’impone agli altri un Kulturkampf tecnologico .

Il liberista o il terzomondista, che considerano  peccaminoso il tecno-nazionalismo perché mira a rafforzare la propria azienda, il proprio territorio, il proprio Paese, nella concorrenza internazionale, sono in fondo dei nichilisti e degl’ipocriti, che sanno benissimo  che le grandi Potenze praticano il tecno-nazionalismo fino a livelli impensati (il “keynesismo militare” di Kalecki); e, tuttavia, ritengono (in buona o in cattiva fede), che, per l’ Europa, sia meglio non imitarli, sia perché le risorse impiegate per la ricerca e sviluppo (come quelle per la Difesa) potrebbero essere invece usate per incrementare i consumi, sia perché una corsa agl’investimenti tecnologici porta con sé un accrescimento delle conflittualità, con rischi per la stabilità dei rapporti sociali consolidati. L’azienda, il paese, la nazione, perfino la famiglia, sono, per costoro, delle realtà transeunti, da subordinare al quieto vivere, e, soprattutto, alle gratificazioni immediate degl’individui. Per essi, il modello ideale sono le “trente glorieuses”, in cui gli Europei campavano, anche se ingloriosamente, costruendo automobili,  producendo moda, gestendo alberghi e spiagge per i miliardari americani e le dive di Hollywood, mentre gli Americani (e i Sovietici) andavano nello spazio.

Di converso, per i “tecno-nazionalisti”, ad alimentare la volontà d’ innovazione tecnologica e sociale è proprio quella “corrispondenza di amorosi sensi” con i morti e con i non ancora nati, che dà l’entusiasmo di vivere e di lottare. Non per nulla il movimento di Olivetti si chiamava “Comunità”, ed aveva, come simbolo, una campana, dimostrando le proprie fortissime radici personalistiche, localistiche  e tradizionalistiche.

Non diversamente che nel mondo naturale, anche in quello umano tutto si sviluppa conquistando nuovi spazi. Nel mondo contemporaneo, dove la guerra è più rara perché più micidiale, quest’espansione si realizza essenzialmente attraverso l’economia, e sempre più la tecnologia. La “Search of Excellence” tanto esaltata, negli anni ’80 e ’90, dalle teorie di management, altro non era se quella scienza che studiava la conquista dei mercati grazie all’innovazione tecnologica e sociale all’ interno della “Società della conoscenza”.

Dopo la IIa Guerra Mondiale, gli Stati Uniti (definiti proprio per questo una nazione giovane, che traina il mondo intero) hanno perseguito in tutti i modi la superiorità politica ed economica attraverso l’innovazione sociale (la grande impresa, l’organizzazione tayloristica-fordista, l’economia creditizia, la bomba atomica, le Conferenze Macy, il fall-down tecnologico, la common law, la rivolta di Berkeley,  la globalizzazione, la finanziarizzazione, l’informatica, l’ideologia californiana…).

Hanno imitato gli Stati Uniti quei Paesi che aspiravano (ed aspirano) a non essere fagocitati nel “soft power” americano (URSS, Israele, Giappone, Francia, Germania, e, oggi, Cina),perché presumono di avere un messaggio storico alternativo  da  tramandare ( il mondo delle steppe, il monoteismo, la saggezza orientale, la Rivoluzione Francese, la cultura mitteleuropea, il “socialismo con caratteristiche cinesi”), i quali sono stati costretti, dal meccanismo della “rivalità mimetica”(Girard), a “clonare” almeno taluni aspetti del sistema americano (l’industria militare, la militarizzazione della società, il fall-out tecnologico, le Public Companies, le industrie digitali).

Il nostro progetto di Istituto per l’ Intelligenza Artificiale è stato
bocciato dal Governo senza neppure comunicarlo

4.Un declino inevitabile

Dal punto di vista dei risultati a lungo termine, le due scelte non sono indifferenti. La strada dei prodotti di consumo a basso contenuto tecnologico (vetture utilitarie, turismo, moda) percorsa deliberatamente da Italia e Spagna ha portato (come si prevedeva), dopo i primi 30 anni dalla fine della guerra, alla fuga da questi Paesi dei capitali nazionali, degl’intellettuali e dei tecnici innovativi, delle imprese importanti, dei posti di lavoro. Un invecchiamento generale della società.

Non per nulla questa strategia era stata predicata, praticata e perfino imposta al mondo industriale di gran parte d’ Europa, espressamente per non fare ombra ai colossi americani (come risulta dalle documentate pressioni in tal senso, descritte ancora in opere recenti). E se ne vedono i risultati. Questa “linea politica”, controintuitiva e tirannica non meno di quelle imposte a Est dal Comintern e dal COMECON, dava luogo a situazioni paradossali, spiegabili solo con un eccesso di conformismo. Un ricordo personale: i Servizi Legali della FIAT avevano realizzato, negli Anni ’70, un’indagine fra i cosiddetti “capi-settore”, cioè gli Amministratori delegati delle 12 sub-holding del Gruppo, sull’ importanza dei brevetti, da cui era emerso che nessuno di essi li considerava importanti, preferendo evidentemente, o copiare, o pagare delle licenze, o infine, usare tecnologie obsolete. La realtà sul campo era ancor più stupefacente. Infatti, quando, al Settore Componenti aveva realizzato un’indagine lievemente diversa, vale a dire quella del bilancio tecnologico fra tecnologia acquisita dall’ esterno e tecnologia licenziata a terzi, era risultato che, in realtà, tale bilancio era positivo: la componentistica FIAT in realtà cedeva all’ esterno più tecnologia di quanta ne comprasse, e questo dimostra ch’essa generava, al suo interno, tecnologia nuova. Come si spiega siffatto paradosso se non con il conformismo dei vertici aziendali, che, per essere più realisti del re, fingevano addirittura di essere più arretrati di quanto in realtà già lo fossero?

Servan-Schreiber aveva teorizzato per primo la sovranità

5.Olivetti, Mattei, Ippolito (e Tchou) in controtendenza

Olivetti, Mattei e Ippolito, pur essendo ben introdotti nella logica dei “poteri forti” dell’era della Guerra Fredda, avevano deciso di non stare al gioco, anzi, avevano sfidato quel “mainstream” rinunciatario. Tchou, che era un  giovanissimo professore ancora in aspettativa in America, lo aveva detto con chiarezza nella sua intervista del 59 di Paese Sera:“Attualmente possiamo considerarci allo stesso livello (dei nostri concorrenti) dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo della Olivetti è relativamente molto notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato.”La Olivetti, invece, anziché vendere i propri computer allo Stato a caro prezzo, li aveva perfino regalati.

Nel 1958, il Governo americano aveva fondato DARPA, il famoso Ente militare per il finanziamento delle tecnologie “duali”, che, proprio nel 1960, aveva cominciato a finanziare DARPANET, il primo Internet.

Olivetti stava lavorando a una trasformazione dell’ Olivetti secondo il modello tedesco dell’”impresa di Stakeholders”, un’associazione fra Politecnico di Torino, comune di Ivrea, una fondazione di lavoratori e la famiglia Olivetti, non diversa da quello che sono oggi, grazie alla cogestione, la Volkswagen, la Daimler e la BMW. Il 28 luglio 1960 era entrata in vigore la Volkswagengesetz, grazie a cui la più grande impresa automobilistica (che domina, tra l’altro, il mercato cinese), è diretta congiuntamente dal Governo, dagli azionisti, dai manager, dai lavoratori e dalle banche. Come dimostrato dall’ enorme peso che la sindacalista italo-tedesca Cavallo sta avendo nel conflitto con il vertice aziendale.

Queste anomalie non potevano essere tollerate, né a Roma, né a Torino. Gli Stati Uniti avevano più volte fatto pressione sul Governo perché bloccasse le iniziative di Mattei (che morrà anch’egli, in un attentato, nel 1962). Nello stesso tempo, in Italia, anziché la trasformazione dell’ Olivetti in fondazione, si era verificato l’ingresso nel capitale sociale del Gruppo d’Intervento capeggiato da Mediobanca, con il passaggio in minoranza della Famiglia Olivetti. In quell’occasione, il Professor Valletta, presidente della Fiat, aveva pronunziato  la famosa frase sulla necessità di “estirpare la Divisione Elettronica, perché l’ Italia non se la poteva permettere”.

Mario Tchou con l’ ELEA 9003

6.Il ruolo di Tchou

Valletta non aveva poi tutti i torti.

Innanzitutto, gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di permettere la nascita di concorrenti nell’ industria informatica.

In secondo luogo, senza l’ Europa, l’Italia non avrebbe potuto sostenere il costi di una corsa all’ informatica. Oggi, perfino gli USA sono stati costretti ad adottare una legislazione ben più coercitiva per costringere i vari segmenti della società americana a cooperare alla rincorsa della Cina in campo digitale.

Infine, l’ Italia non aveva neppure tutte le competenze necessarie.

Mentre le prime due carenze non si rivelarono superabili, alla terza Olivetti aveva cercato di porre rimedio attraverso Mario Tchou, un italiano anomalo (soprattutto per quei tempi): un italo-cinese di seconda generazione, specializzato in America, dov’era diventato professore giovanissimo.

Nel fare ciò, Olivetti era stato incoraggiato da Enrico Fermi. Un altro innovativo professore italiano emigrato e ben inserito in America.

Infine, nel 1961, quando era risultato evidente a Roberto Olivetti, rimasto solo a proseguire l’ambizioso programma del padre, che non avrebbero trovato aiuto in Italia, i due avevano perfino tentato (secondo la giornalista americana Meryle Secrest, che vi aveva addirittura partecipato, un avventurosissimo contatto con la Cina di Mao, partendo da Hong Kong con lo yacht di Roberto, pochi giorni prima della morte di Tchou.

In effetti, Tchou, per quanto italianissimo e perfettamente inserito nell’ambiente culturale italiano, non aveva troncato per nulla i suoi legami con la Cina. Aveva ancora il passaporto cinese (a quell’epoca l’unico Stato cinese riconosciuto dall’ Italia era Taiwan), e in famiglia parlava cinese. D’altro canto, la sua famiglia, originaria di Hangzhou (città dedita quante altre mai al culto di Marco Polo), era di altissimo livello culturale; suo padre era stato imprenditore della seta e diplomatico.

Anche Mario Thou aveva un ampio spettro di interessi, ed era stato dispiaciuto di dover interrompere, per l’impegno alla Olivetti, la sua consuetudine di suonare al pianoforte.

Dalle ormai molte sue biografie, risulta ch’egli era un tipico “gentleman”  d’una volta, un “junzu”  per la terminologia confuciana. Qualità che gli giovava moltissimo, tanto nei rapporti interpersonali, quanto nella leadership del gruppo di lavoro ch’egli diresse, prima a Barbaricina, poi a Borgolombardo. Questo suo modo di fare, unito alla sua incredibile cultura e competenza, lo rendevano estremamente persuasivo, mettendolo in grado di chiedere al suo team le prestazioni più impossibili. Spirito di “team”, se vogliamo, “tipicamente cinese”, che gli sopravvisse, e trovò la sua più illuminante espressione  dopo la sua morte e dopo la cessione della Divisione alla GE, quando il piccolissimo team dell’ ing. Perotto, in una stanza completamente circondata dallo stabilimento GE, riuscì a produrre come Olivetti, sotto la dicitura “Calcolatrice”, quello che in effetti era un calcolatore elettronico (quindi, ceduto alla GE), a venderlo in America in 44.000 esemplari e a vincere, infine, una causa milionaria con Honeywell per plagio.

Dopo le decisioni sull’AI del Parlamento Americano ci vorrebbe un’Agenzia Tecnologica Europea

7.Una nuova sconfitta del Piemonte: l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale

Dopo 60 anni, c’ ancora qualcuno che non vuole che Torino rinasca come città delle alte tecnologie, perché non vuole che la transizione italiana ed europea verso il digitale abbia una testa pensante, bensì che resti una massa fluida e innocua, che non incide nella divisione internazionale del lavoro.

In contemporanea con le elezioni amministrative di Torino del mese scorso, il Governo ha elaborato infatti una nuova strategia per l’ IA, che smentisce integralmente i risultati a cui era pervenuta la lunga e faticosa elaborazione della precedente commissione di esperti, e, in particolare, cancella completamente, tanto l’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, quanto la scelta di Torino quale sua sede.

Su tutto questo non c’è mai stato un articolo sui giornali di Torino, né una spiegazione, presa di posizione o polemica da parte di scienziati, candidati, industriali, eletti, partiti politici. Tutti d’accordo, tutti zitti, come ai tempi di Olivetti, Mattei e Ippolito (e Tchou).

Poco più di tre anni fa, nel settembre 2018, il Ministero per lo Sviluppo Economico  Di Maio aveva pubblicato un bando per cercare esperti che redigessero la strategia italiana per l’intelligenza artificiale, che l’anno successsivo avevano presentato 72 raccomandazioni, poi diventate 82.

.

Il 1 ottobre 2020 era partita una nuova consultazione pubblica della durata di un mese.Nel frattempo erano passati due anni dal primo bando per cercare gli esperti, con ben due consultazioni pubbliche sui documenti prodotti.Durante questo periodo si era parlato molto dell’Istituto e di quale città dovesse ospitarlo. Era stata Torino a spuntarla, forse anche per compensare la mancata assegnazione del Tribunale UE dei brevetti (andato a Milano). Nel novembre del 2020 il Governo aveva annunciato lo stanziamento di fondi per l’I3A di Torino.

Ora non è più il Ministero dello sviluppo economico  a tirare le fila, bensì una collaborazione fra il Ministero dell’università e della ricerca, il Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale e il MISE, che costituiscono un nuovo gruppo di esperti, per redigere un documento “aggiornato”.

Il quadro tracciato non è roseo. L’Italia arriva in ritardo rispetto ai partner europei. Era il 2018 quando l’allora ministro dello Sviluppo economico aveva annunciato la pubblicazione di una strategia italiana per l’IA. Da quel momento si erano succeduti tre governi ed erano stati prodotti due documenti strategici, con relative consultazioni pubbliche, senza arrivare a una versione definitiva per far recuperare all’Italia il tempo perduto nella governance e nell’accelerazione dell’AI, sorpassata praticamente da tutti i partner europei (oltre che, ovviamente, da USA e Cina).

Nel frattempo, il Pentagono sta testando sistemi AI per ottenere allerte strategiche sulle azioni avversarie prima che queste avvengano. In altre parole, un sistema di AI predittiva che prevede le mosse del nemico per consentire azioni proattive, che ripercorre i passi del vecchio sistema sovietico con lo stesso scopo, che era stato bloccato nel 1983 dall’ eroico comportamento del maggiore Petrov.

Questa è la vera ragione dell’ incredibile ritardo: si aspettava che al governo negli Stati Uniti arrivasse Biden, per poter avviare il Transatlantic Technology Council, per poter inserire l’Intelligenza Artificiale italiana nella programmazione dell’ Endless Frontier Act, che stabilisce la nuova strategia digitale americana, che continua ad essere basata sull’ imperativo (avente forza di legge) della subordinazione degli ecosistemi digitali europei a quello americano.

Di tutto ciò, neppure la seppur minima indicazione da parte della politica. In queste condizioni, in cui nulla del nostro destino si decide con le urne, come stupirsi se l’enorme maggioranza degli elettori non va a votare?

PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”: 9 NOVEMBRE 2021

ore 10:00-13:00

60° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MARIO TCHOU

Mario Tchou con l’ELEA 9003

Allora e oggi: L’informatica in Piemonte e in Europa,

una riflessione per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

IN DIRETTA E IN STREAMING

BIBLIOTECA GINZBURG, Via Lombroso 16, Torino

Il simbolo del Movimento Comunità

Vi invieremo le credenziali via newsletter

Con la collaborazione di:

-Movimento Europeo;

-Olivettiana;

-ANGI

-Rivista “Culture Digitali”

La calcolatrice P01,
primo “computer” italiano

La corsa alla leadership nelle nuove tecnologie, attualmente aperta  fra le diverse aree del mondo, e, in particolare, fra Stati Uniti e Cina, vede l’ Europa in una posizione di grande debolezza, non diversa da quella degli Anni ’50 e ’60, quando si era svolta l’avventura della Olivetti, la quale, con una tempistica eccezionale, aveva anticipato, con i suoi prodotti ma soprattutto con la sua cultura umanistico-digitale, i temi che sono oggi al centro dell’attenzione  generale.

Ora come allora, la consapevolezza complessità della transizione digitale e la sua centralità nello sviluppo delle società contemporanee  faticano a farsi strada in diversi ambienti, che si attardano in visioni della società, dell’ economia e della tecnologia, che erano proprie piuttosto del secolo scorso, ma, oggi non hanno più ragione d’essere.

Una riflessione storica su quegli anni, sul significato delle proposte di Olivetti e di Tchou, sui motivi della interruzione del loro esperimento, potrebbero essere molto utili per comprendere il momento che stiamo vivendo oggi, quando, al momento dell’apogeo delle fortune dei GAFAM americani e dei BATX cinesi, l’ Unione Europea ambirebbe a proporsi quale “Trendsetter del dibattito mondiale” in campo digitale.

Soprattutto centrale per la definizione di una via europea al digitale è la sintesi di cultura e tecnologia digitale sperimentata alla Olivetti negli anni di Adriano Olivetti e di Mario Tchou.

La singolare vicenda dell’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale, relativamente al quale i successivi Governi italiani  hanno compiuto una spettacolare retromarcia,  ci fa riflettere sugli eventi di quegli anni, con la nascita (subito abortita) di una “Silicon Valley italiana”: la formazione di un eccezionale team d’intellettuali, scienziati e tecnologi (di cui Tchou fu il più brillante rappresentante); la progettazione di due prodotti d’avanguardia e di grande successo commerciale, interrotti per l’ incomprensione di parte  degli stakeholders, dalla morte dei due protagonisti, Olivetti e Tchou, e dalle radicali trasformazioni dell’azienda.

Oggi come allora, l’Italia sembra non comprendere che la società del 21° secolo ha come cuore pulsante il digitale, e che, di conseguenza, nessun Paese del mondo, e meno che mai coloro che, come l’ Italia e l’ Europa, si pretendono all’ avanguardia, possono permettersi di trascurare questo centrale elemento della cultura, della scienza, dell’ economia, della società e della tecnologia contemporanee.

L’attuale corsa al digitale fra USA e Cina
lascia spazio all’ Europa?

PROGRAMMA

Ore 10,00:Inizio dei lavori; Saluti dei promotori e delle Autorità

Ore 10,15: Intervento di Pier Virgilio Dastoli sulla Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Ore 10,30: Contributo storico dell’Associazione “Olivettiana” (Rebaudengo, Chili, Gentile  Melandri,Rizzoli, Renzi)

Ore 11,15: Roberto Saracco, Il digitale ieri e oggi

Ore 11, 40  Germano Paini, L’impatto-tecnoculturale

Ore 12,10 Contributi dei rappresentanti delle Istituzioni

Ore 12,30 Domande e dibattito

Modera Marco Margrita

CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA: RISCRIVERE I TRATTATI; RECUPERARE L’EUROPA ORIENTALE  

Seguito dell’intervento di Riccardo Lala alla riunione della Piattaforma della Conferenza sull’ Europa del 21 Ottobre presso il “Parlamentino” del CNEL (Comitato Economico e Sociale).

Tomba dei Re macedoni a Vergina

La recente disputa circa la sentenza della Corte Costituzionale polacca del 7 Ottobre sul conflitto di norme fra Trattati di Lisbona e Costituzione Polacca ha riportato alla ribalta la questione, che sembrava essere stata risolta da tempo in modo pacifico,  circa lo stato di evoluzione del diritto in Europa, sul quale abbiamo opinioni che si distinguono da quelle “mainstream”, e che riteniamo perciò necessario esternare, perché questa controversia è un sintomo eloquente dell’inagibilità degli attuali meccanismi e dell’improrogabilità del cambiamento.

La radice dell’ attuale “empasse” è che, in contrasto con le tesi originarie di Spinelli, l’integrazione europea fu portata avanti dagli Stati Membri, con il metodo “funzionalistico” ideato da Mitrany, attuato da Monnet e teorizzato nella Dichiarazione Schuman, anziché con un metodo “politico” e “partecipato”come avrebbe voluto Spinelli. Sergio Fabbrini ha scritto su “Il Sole 24 Ore” di domenica 24 Ottobre che tale metodo (che, a nostro avviso, vede l’integrazione europea come una semplice sottospecie della globalizzazione tecnocratica), ha ora raggiunto i propri limiti concettuali. Pertanto, indipendentemente dalle valutazioni politiche per cui esso era stato prescelto, deve oggi comunque venire abbandonato.

In particolare, il sistema internazionale costruito intorno ai Trattati di Lisbona, consolidatosi nel 2007, dopo il fallimento della cosiddetta “Costituzione Europea”, essendo esso solo un palliativo di compromesso per ovviare a quel fallimento, non costituiva neppure allora una risposta convincente ai problemi che già allora si profilavano all’orizzonte (dittatura digitale mondiale, carente integrazione dell’Europa Orientale, crescita della Cina), che, dal punto di vista dei Federalisti Europei, avrebbero richiesto fin da allora, , il riavvio immediato dei lavori per la redazione e approvazione di una “vera” costituzione europea (ovviamente su basi completamente diverse da quelle “funzionalistiche” su cui aveva operato la Convenzione). D’altronde, quel coacervo di centinaia di articoli e protocolli non era altro che una riverniciatura della “Costituzione” bocciata dagli elettori, che altro non era, a sua volta, se non  un testo consolidato dei precedenti trattati. Ma una costituzione deve avere una struttura e natura da costituzione; non può essere un freddo documento burocratico.

La sconfitta di allora era stata così cocente, che fino ad ora nessuno ha osato riproporre l’idea di una Costituzione.

In particolare, come ha sintetizzato brillantemente Fabbrini, “la logica integrativa” non ha rispettato il ‘principio di sussidiarietà’. “In assenza di guidelines costituzionali, l’ Ue ha accentrato ciò che non era necessario accentrare (le low policies), mentre non ha accentrato ciò che sarebbe stato necessario accentrare (le high policies).”Secondo noi, la ragione per cui non ci sono state le “guidelines costituzionali”, cioè una linea politica coerente, e quindi non si sono accentrate le “high policies” è che queste (politica culturale, ideologia, nuove tecnologie, difesa)  sono sì accentrate, ma negli Stati Uniti e nella NATO, che non le lasciano esercitare, né dagli Stati membri, né dall’Unione (come dimostrato dal fatto che anche Fabbrini si vede costretto a scrivere in un gergo anglo-americano). Fabbrini scrive poi molto opportunamente che“non avere un’idea comune sul ruolo dell’ Europa nel mondo è un enorme problema sia a livello collettivo, sia a livello nazionale dove le contrapposizioni interne sono definite anche da interessi e influenze di altre potenze che sviliscono le democrazie europee.” Peccato che questo riconoscimento venga solo ora che Russia, Cina, Russia, Turchia e Paesi Arabi fanno di tanto in tanto qualche timido tentativo per fare conoscere agli Europei i loro punti di vista, quando sono più di 200 anni che gli Stati Uniti stanno forgiando l’Europa attuale con tutti i mezzi disponibili, riuscendo a muovere l’uno contro l’altro Paesi, ideologie, gruppi sociali.

Se si vuole dare una vera ”Costituzione” all’ Europa, occorre che quest’ultima venga concepita, non importa se come federazione, confederazione o alleanza, come totalmente indipendente dagli Stati Uniti. Semmai, le influenze di altri Paesi possono essere strumentali al conseguimento, da parte dell’Europa, di questa indipendenza (vedi il nostro libro DA QIN), ed è perciò normale che gli USA le aborrano mortalmente.

Dopo 14 anni, questi  problemi non risolti dai Trattati di Lisbona si sono aggravati in modo impressionante (come testimoniato, tra l’altro, dal programma Prism, dal conflitto nel Donbass, dalla Nuova Via della Seta, dalle controversie sullo Stato di Diritto, dalla richiesta che la UE sostenga la costruzione di un nuovo Muro di Berlino), fino al punto che, oggi, non è più possibile alcuna riunione del Consiglio o del Parlamento senza che emergano conflitti insanabili su tutti gli aspetti della vita in Europa (rapporti con la NATO, la Cina e la Russia, fra diritto europeo e diritti nazionali, bilancio europeo, migrazioni…). Ultimo fra i quali, lo scontro al Parlamento europeo fra Ursula von der Leyen e il premier polacco Morawiecki e il muro fra Europa Centrale ed Europa Orientale.

Spinelli prevedeva che, se non si fosse dato un taglio netto agli Stati europei, questi avrebbero preteso in eterno di dominare l’integrazione, rallentandola all’inverosimile. E, di fatto,mentre i grandi Stati-Civiltà, gli Stati Uniti e la Cina, stanno risolvendo (a modo loro) i grandi problemi del XXI Secolo, noi siamo ancora impantanati (come prevedeva Spinelli) nelle discussioni, avviate 70 anni fa e mai concluse, sul tipo di Europa in cui vogliamo vivere. In particolare, mentre gli USA e la Cina, sulla base di ben precisi, recentissimi, atti normativi, USA E Cina si stanno organizzando per essere leaders mondiali (tecnologici ma anche culturali) nella corsa verso le nuove tecnologie, l’ Europa sta dedicando, alle stesse, un’attenzione minima e, soprattutto, non dà esecuzione alle normative che pure essa ha approvato, fondamentalmente per compiacere i giganti del Web.

Per Carlo Bastasin (La Repubblica, AF, 25 ottobre) , “per l’ Europa, che vorrebbe influenzare i rapporti globali attraverso la definizione di regole comuni rispettose della democrazia e dei diritti umani, l’assenza di dialogo significa la propria irrilevanza.”

Palazzo di Diocleziano
(oggi città di Spalato)

1.L’ipocrisia del funzionalismo

A nostro avviso, il funzionalismo maschera il proprio carattere tecnocratico sotto una retorica umanitaria fondata sul mito del progresso, sulla pretesa conciliabilità fra libertà, eguaglianza e solidarietà, e soprattutto sul culto mistico di uno “Stato di Diritto” che non corrisponde affatto alla realtà dell’Occidente.Pochi sanno che esiste un “funzionalismo” anche in campo filosofico e sociologico: esso sconfina nel post-umanesimo.

Certo, vorremmo vivere in un autentico Stato di diritto, ma -non raccontiamoci frottole-  questo in cui viviamo non lo è, perché, come tutti possono constatare, le forze decisive nel determinare la nostra vita non sono giuridiche; non sono i trattati internazionali, le costituzioni, le leggi, le Istituzioni, bensì le lobby, i servizi segreti, i grandi capitali, le multinazionali dell’ informatica, le grandi potenze, addirittura le mafie, che s’incuneano negl’infiniti conflitti di competenze fra Enti locali e Stato, magistratura e politica, Unione e Stati Membri, UE e NATO, provocando situazioni come l’alienazione degli Europei Orientali, le guerre Jugoslave, Echelon, l’Afghanistan, Prism, l’”AUKUS”….

Le violazioni dello Stato di Diritto da parte degli Stati dell’Europa Centrale e Orientale (siano essi, o meno, membri della UE), ingigantite a dismisura dalla stampa occidentalistica, non sono infatti nulla rispetto a quelle che noi sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle in Occidente, e che gravano pesantemente, tra l’altro, sul funzionamento della UE. Per questo, nonostante la nostra decisa posizione a favore della  preminenza del diritto europeo (dell’identità europea e delle politiche europee) su quelli “nazionali”, vogliamo preliminarmente spezzare una lancia a favore dei cittadini e dei dirigenti dell’Europa Centrale e Orientale, a cui siamo riconoscenti per Berlino, Budapest, Poznan, Praga, Danzica, Solidarnosc, Giovanni Paolo II, Gorbacëv  e la Perestrojka, e che volevano sicuramente un’Europa diversa da quella che hanno trovato (la “Casa Comune Europea”, a cui abbiamo cercato anche noi di contribuire quale consulenti dell’ industria europea nelle collaborazioni est-ovest durante la Perestrojka).

Anch’essi sono però parte del problema, con le guerre locali con le Repubbliche scissioniste, con la repressione delle minoranze russofone, con i muri alle frontiere, con la loro ostilità ad un’ Europa Federale. Ma sono problemi identitari e geopolitici, non di Stato di Diritto.

Il palazzo imperiale bizantino (oggi il centro di Istambul)

2.La “rettifica dei nomi”

Alla luce di quanto precede, è più che mai necessaria una riforma globale del sistema europeo, che, sola, potrà risolvere questo intrico di problemi, permettendo non solo un efficace funzionamento dell’attuale Unione, ma anche la prosecuzione dell’allargamento, necessaria a nostro avviso per dare, alla Casa Comune Europea, il peso mondiale che le spetta quale “Stao-Civiltà”.

Questa riforma ha il suo compito più immediato nella riattribuzione delle competenze (non solo fra Unione e Stati membri o fra Parlamento e Consiglio), ma anche e soprattutto fra America ed Europa, fra NATO e Unione, fra Stati Membri ed Euroregioni, fra Stato, partiti, imprese e cittadini. Solo così si risolveranno i conflitti che oggi paiono insolubili. Infatti, come scrive Bastasin, non solo l’unione Europea, ma  “più in generale le istituzioni internazionali si stanno disintegrando”.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa costituisce un’occasione unica per lanciare questa riforma, e stupisce che i diversi “cantori” di un rilancio dell’ Europa non ne sottolineino mai l’importanza.

Per parte nostra  proseguiremo il percorso, avviato con i Cantieri d’ Europa, di elaborazione di una proposta per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa veramente innovativa, seguendo il percorso logico descritto qui di seguito (“SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”), come meglio illustrato al termine di questo intervento.

Questa proposta non può che partire dalla decostruzione della “langue de bois” del discorso pubblico, tanto di quello  “mainstream” quanto di quello “sovranista”-quella che Confucio chiamava “rettifica dei nomi”-.

Cominciamo dunque dalla controversia sullo “Stato di Diritto”: concetto che sembrerebbe apparentemente chiaro, ma che, invece, come tutto ciò che riguarda le basi culturali stesse dell’attuale Occidente, rivela sempre più la sua fumosità, ambiguità, quando non ipocrisia, derivante dalle sue radici culturali puritane e dalla sua origine storica ormai molto risalente. E’ infatti in corso quella che Onfray chiama “distruzione della lingua”, che consiste nell’ inflazione di parole vaghe ed onnicomprensive, come “valori”, “laico”, “fondamentalista”, “avanzato”, “arretrato”, “patriarcale”, “LGBTI+”, “queer”, “gender”, ”fascista”, ”democratico”, ”liberal-democratico”, “resilienza”, “sostenibilità”, “inclusivo”, “autocrazie”, … Si gioca quindi con concetti astratti e indefinibili, che permettono di costruire interi libri senza mai dire nulla (la “neolingua” orwelliana). Basti vedere le confuse formulazioni del Trattato  dell’ Unione Europea circa l’”identità comune” e quelle “nazionali” e sui rapporti fra i due ordinamenti.

Intanto, il sito dell’“Ente della Repubblica Federale per la Formazione Politica afferma che lo “Stato di Diritto” sarebbe nato nell’ antica Grecia. Tuttavia, i riferimenti alle “Leggi” nei classici greci si riferiscono (come del resto nella tradizione dei Legisti cinesi), non già alla tutela di diritti dei cittadini, quanto piuttosto a pesanti doveri degli stessi, come quando Leonida afferma, a sostegno della sua decisione suicida, che questa deriva dalle “leggi” di Sparta ( che, in sostanza, dettano che un comandante non ha il diritto di arrendersi, come Hitler pretendeva fosse l’obbligo anche di von Paulus).In realtà, lo “Stato di diritto” come tutela dei cittadini nascerà ben più tardi, nel ‘600, con lo Habeas Corpus, per tutelare i ceti privilegiati dell’ Ancien Régime contro l’arbitrio dei sovrani assoluti, attraverso l’applicazione di precise norme procedurali.

Questa tempificazione storica  è confermata indirettamente dallo studio del Bundestag „Rechtsstaat und Unrechtsstaat: Begriffsdefinition, Begriffsgenese, aktuelle politische Debatten und Umfrage“Im deutschen Sprachraum entstand der Begriff des Rechtsstaates Ende des 18. Jahrhunderts. Er wurde zunächst als Gegenbegriff zum absolutistischen Polizei- und Obrigkeitsstaat begriffen. Dementsprechend stand der deutsche Rechtsstaatbegriff ursprünglich für eine Zurückdrängung und rationale Reformierung polizeistaatlich-patriarchalischer Herrschaftsstrukturen“.

Si noti che, negli Stati Uniti, l’idea di una „Rule of Law“ fu „importata“, poco dopo, dalla Germania, in polemica con l’arbitrarietà della tanto decantata „Common law“ di origine inglese, che, in quanto diritto giurisprudenziale, non garantisce la certezza del diritto. Infatti, la Magna Charta e l’Habeas Corpus avevano deliberatamente (come ancora oggi in Inghilterra) carattere residuale, la fonte primaria essendo i precedenti giudiziari.

Ricordiamo che, per noi,  lo Stato di Diritto è prima di tutto uno Stato in cui, una volta adottata una legge, poi la si rispetta finché essa è in vigore, e, nel caso in cui ciò non avvenga, i giudici impongono il rispetto anche con la forza, ed irrogano sanzioni a chi non l’ha rispettata. Con la fumosità dei Trattati di Lisbona, si è ritornati al primato del potere giudiziario, con la conseguente perdita della certezza del diritto.

Proprio per garantire questa certezza Montesquieu (che era un magistrato dell’ Ancien Régime, e quindi giudice per diritto di sangue),aveva  teorizzato la separazione dei tre poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura.

Nel sito del Governo tedesco si dice anche che, purtroppo, lo “Stato di Diritto Formale” non basterebbe a tutelare il cittadino, sicché ci vorrebbe anche uno “Stato di Diritto Sostanziale”; in realtà, il cosiddetto “Stato di Diritto Sostanziale”, riconducibile  alla sfera dell’”eguaglianza”, è proprio il varco attraverso il quale si affermano le violazioni più sfrenate delle libertà del cittadino e del “due process of law”, in nome di un esorbitante “principio di eguaglianza” che, ignorando (ed anzi condannando come inique), le particolarità dei casi di specie (le differenze di genere, di classe, di nazionalità), giustifica qualunque arbitrio al fine di eliminare queste particolarità. E’ questa la contraddizione intrinseca fra “liberalismo” e “democrazia”, che ci ha portati inevitabilmente  ai tanto deprecati “Democrazia Illiberale” e “Populismo”. Se deve vincere per forza la maggioranza, per definizione incolta (Socrate), questa non potrà che pretendere di affermare i propri pregiudizi travolgendo le barriere intellettuali “artificiose” poste in essere, per frenare il caos, dalla minoranza illuminata. E’ così che era andato al potere “democraticamente” Hitler, che aveva stravinto ben due elezioni di seguito, mentre, invece, nell’ Impero autoritario di Austria-Ungheria, Francesco Giuseppe aveva invalidato per ben due volte l’elezione del razzista Lueger. Oggi, il potere delle masse incolte si esercita non già attraverso la piazza (tutti sono troppo pigri per andarvi), bensì (come noto)attraverso i media e il Web.

Si dice da parte di molti che il principio di eguaglianza costituirebbe “un’ulteriore conquista”, perché sarebbe insita nel processo storico una tendenza all’”emancipazione” della maggioranza dalla subordinazione alle classi dirigenti. Questa tendenza, che sembrava evidente nel XX Secolo, non appare più tale alla luce degli esiti reali della completa affermazione delle masse (divenute il  “ceto medio”) sulla scena politica, un fenomeno che ha portato in questo secolo,  paradossalmente, all’ accrescersi esponenziale delle disuguaglianze (l’”Indice GINI”), perché il “ceto medio”, completamente succube dei media e del web, non è neppure in grado di riconoscere i propri interessi immediati.

Si trattava  in realtà di un  “trend” storico contingente, legato all’era industriale e al conseguente peso delle classi operaia e impiegatizia (peso che oramai, in termini statistici, è semplicemente irrilevante).

Oggi invece, nell’ era delle macchine intelligenti, l’intera società,  ha quale sua chiave di volta, il Controllo Totale, nella sua forma estrema della “Mutua Distruzione Assicurata” fra le Grandi Potenze, che postula il controllo digitale permanente dell’intera popolazione. In queste condizioni, lo Stato di Diritto liberale non può che venire continuamente eroso, e la necessaria tutela, giuridica e politica, dei cittadini, può ri-materializzarsi soltanto in una battaglia intorno al digitale, quali quelle delle commissioni su Echelon e Prism, quella sull’approvazione ed applicazione del DGPR e intorno alle Sentenze Schrems, all’”unbundling” dei GAFAM e alla web tax. Ed, essendo l’informatica  nettamente geolocalizzata in alcuni Paesi, questa lotta è prima di tutto una lotta dell’ Europa per la Sovranità Digitale. Questa lotta  è il nuovo Stato di Diritto, che torna ad essere concepito come difesa dei diritti formali, di libertà, di pensiero, di opinione, di associazione, di coscienza, di corrispondenza, nazionale…contro i servizi segreti, i GAFAM, i media, il politicamente corretto, la Cancel Culture….

Per altro, è ipocrita, fuori del mondo e della storia, anche la posizione dei “sovranisti”, che accusano la UE di voler togliere la sovranità agli Stati nazionali e soprattutto alla Polonia, quando è evidente che questa ha ceduto di corsa la propria sovranità, appena riconquistata, soprattutto alla NATO e agli Stati Uniti, a cui continua ad offrire una serie di basi militari, non già all’Unione Europea.

Italia, Germania, Gallia e Sclavinia province
dell’ Impero

3. La “Teoria della Dittatura”

Come sostiene brillantemente Michel Onfray nella sua recente “Teoria della dittatura”, i Paesi dell’Occidente, dopo una parentesi di un secolo circa ( dalle Costituzioni Octroyées al Maccartismo),  non possono più essere considerati degli Stati di Diritto, almeno in senso formale, in quanto, di secolo in secolo, diviene più stridente l’ambiguità che è alla base dell’idea stessa di “progresso” (cfr. Rousseau, Huxley, Anders, Horkheimer e Adorno, Voegelin, Burgess, Berlin, Jonas), che implica necessariamente una discrasia fra il reale e il dichiarato. Ponendo come obiettivo indiscutibile e facilmente raggiungibile il superamento dei limiti fisici o spirituali dell’umano (cioè del  “Legno Storto dell’ Umanità” di Kant e di Isaiah Berlin), i “progressisti” sono condannati a criticare tutte le forme realmente esistenti di società (per esempio, ieri, il “real existierende Sozialismus”, oggi, la “società patriarcale”), per postulare soluzioni perfette, che per questo stesso fatto non possono essere realizzate, salvo che con l’abolizione dell’ Umanità e la “trasfusione” della stessa in un universo macchinico (la “Second Life”, il “Twining”). Ogni intellettuale e ogni politico che operi nel contesto di culture, politiche, istituzioni, realmente esistenti, diventa così un proscritto (“cancel culture”), perché ostacola il conseguimento di questo “mondo perfetto” che si postula come necessario e raggiungibile, e, alla fine della vita, è costretto, normalmente, all’ opposizione (basti constatare la metamorfosi di Kojève, Fukuyama, Joy, Barcellona; oggi, Barbero).

L’”Eguaglianza Sostanziale”  che, come dice Papa Francesco, trova espressione nella figura geometrica della “sfera”, essendo irraggiungibile in un mondo caduco, e quindi imperfetto, come il nostro, provoca frustrazione e voglia di rivalsa, che si traduce in falsità, censura, repressione, mediocrità e conformismo.

Nella realtà effettuale, di quale “eguaglianza” godono infatti i milioni di “non cittadini”(i “nepilsonis” russofoni) dei Paesi Baltici? Che “sovranità” internazionale hanno mai avuto gli Europei dopo la loro “liberazione” –quegli  Europei che ospitano da 80 anni, grazie ad accordi segreti, decine di migliaia di soldati americani, a cui pagano anche le spese di soggiorno, senza mai essere stati consultati in materia?-

In realtà, il principio stesso “Stato di Diritto” non trova mai applicazione quando sono in gioco gl’interessi dell’ Impero nascosto (o Sconosciuto, come lo chiama il Papa), tanto che qualcuno si è domandato, in occasione dell’indagine “Prism” del Parlamento Europeo,  “gilt in Deutschland Deutsches Recht?”.

Per esempio:

a)tutti i crimini di cui sono sospettati o indagati funzionari americani (casi Olivetti, Cermis, Calipari, Abu Omar) non vengono mai indagati, o i colpevoli vengono poi graziati;

b)dopo decenni di sedicenti indagini delle autorità antitrust, fiscali  e di tutela della privacy, e dopo fior di sentenze della Corte di Giustizia i GAFAM  continuano a godere di un monopolio assoluto e non sono tassati, i dati continuano ad essere esportati e le Istituzioni europee continuano a fare gestire senz’alcuna tutela i propri sistemi informatici dalla Microsoft.

c) l’Unione avrebbe recentissimamente rinunziato alla web tax in cambio della tassa minima del 15% sulle multinazionali. Ma che cosa c’entra? Questa non è una questione di aliquote, bensì di principio. Se Amazon o Google realizzano un guadagno per una vendita o un servizio in Italia, dovranno ben pagare l’IVA e l’IRAP come le imprese italiane, che pagano circa il 50% sugli utili. Altrimenti, nessuno creerà mai imprese del web in Italia o in Europa. Invece, con il nuovo sistema, pagheranno, se va male, il 15%, e, pertanto, continueranno ad avere un’invalicabile rendita di posizione.

Con queste premesse, l’Unione Europea risulta  poco credibile quando attacca certi suoi Stati Membri, ma perfino degli Stati terzi, perché essi non sarebbero conformi a questo mitico “Stato di Diritto Sostanziale” che non si sa che cosa sia, e che essa è la prima a non rispettare.

Cirillo e Metodio.Hanno unificato culturalmente
l’ Europa Centrale e Orientale

4.La sentenza della Corte Costituzionale polacca.

E’ in questo contesto che va letta la disputa fra Stati Membri e Istituzioni circa la sentenza della Corte Costituzionale polacca e le altre controversie giudiziarie relative al ruolo reciproco del diritto europeo e di quelli degli Stati membri (prima fra le quali quella tedesca).

Anche se non condivido le posizioni di nessuno dei contendenti, credo di potere e dovere esprimere un parere, per quanto a-tecnico, su questa controversa materia, perché dispongo di conoscenze specifiche in materia  e perché la ritengo emblematica della crisi del diritto europeo a cui siamo chiamati a porre rimedio con la Conferenza sul Futuro dell’Europa.

I temi al centro della sentenza, strettamente intrecciati, sono due:

-superiorità del diritto europeo o del diritto nazionale?

-competenza del giudice europeo o nazionale in materia di nomina (e disciplina) dell’ordine giudiziario?

Sul primo punto, si sono pronunziate, anche recentemente, a favore di una parziale supremazia del diritto nazionale, in base alla “clausola solange”, non solo la corte polacca, ma anche quelle tedesca, irlandese, lituana ed altre. Questo perché è lo stesso Trattato di Lisbona ad affermare, all’art.4, che “L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali”. Su  questa base si è costruita, soprattutto in Germania,  la cosiddetta dottrina della “identità costituzionale”, che equivale ad affermare la necessaria diversità  fra i principi costituzionali degli Stati Membri, in connessione con le diverse identità storico-culturali. Il che è del tutto consono, in astratto, al principio di sussidiarietà, e va esteso anzi  , a mio parere, anche alle Regioni e alle Macroregioni europee (cfr. il caso della Catalogna).

Ditò di più. L’omogeneità culturale, ideologica, giuridica e sociale del mondo era stata additata come una mostruosità da tutti i grandi Europei, e in  primis, proprio nel teorizzare la “pace Perpetua”, da Rousseau e da Kant.

E’ ovviamente logico che la Polonia (per esempio l’Eurodeputata Szidlo) abbia richiamato tale rifiuto proprio in relazione al diritto di famiglia, perché come si potrebbe pensare che la Repubblica Polacca rifondata da Papa Wojtyla e da Lech Walesa  si lasci imporre di rinunziare ad un’identità costituzionale cattolica?

In realtà, i Trattati di Lisbona sono lacunosissimi sulle questioni delle identità, della sussidiarietà, e, pertanto, della gerarchia delle fonti, cosa gravissima in una governance multi-livello (“Verbund”) come quella europea, sicché è lasciato ai giudici e ai Governi un eccessivo margine d’interpretazione, che blocca, come si vede, il funzionamento dei processi decisionali. Il premier Morawiecki ha dichiarato a Strasburgo che l’Unione Europea “non è un superstato”, bensì un’organizzazione internazionale, “un’alleanza economica, politica e sociale”. Francamente, non vediamo la differenza. Ogni costruzione politica è un “quid novi”, incomparabile a quelle che l’hanno preceduta, ma che spesso ad esse assomiglia. Per esempio, la “Rzeczpospolita polacco-lituano-rutena” , tanto cara ai Polacchi, era un impero, un regno, una repubblica, una federazione, una confederazione o una nazione?”Sermone Polonus, natione Ruthenus” : quanti letterati furono così definiti? Per questo, qualcuno, come Ulrike Guérot e Robert Menesse, ha proposto una “Repubblica Europea”.

Circa il secondo punto, il principio dell’indipendenza assoluta della magistratura dagli altri due poteri dello Stato, che, secondo il “Mainstream”, sarebbe proprio dello “Stato di Diritto”, in realtà esso è quasi impossibile da conseguirsi in democrazia,  perché richiederebbe che i giudici fossero una casta chiusa (come i “Sénats” dell’Ancien Régime a cui si ispirava Montesquieu), senz’alcuna legittimazione democratica. In realtà, tanto in Italia, quanto in buona parte dei Paesi  europei:

a)i giudici della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura sono nominati o dal Presidente della Repubblica, o da altre cariche dello Stato, e comunque dai partiti e dai sindacati (come ci ricorda la recente vicenda Palamara);

b)soprattutto, e questo mi sembra il punto decisivo, proprio i Giudici della Corte di Giustizia Europea, e perfino gli Avvocati Generali, sono nominati dai Governi, con la più totale negazione dell’indipendenza della magistratura che invece essa vorrebbe imporre rigorosamente agli Stati Membri.

Personalmente, credo fermamente nella superiorità dell’ ordinamento europeo su quelli nazionali e nell’ indipendenza della magistratura,  ma ammetto che l’attuale confusione di giudici e Governi  sia giustificata dalla redazione approssimativa dei Trattati di Lisbona (che pure hanno centinaia di articoli e di protocolli, per lo più inutili).

In ogni caso, i Trattati hanno segnato un arretramento nella direzione dell’affermazione del primato del diritto europeo sancito dalla giurisprudenza della Corte (l’”Europa dei Giudici”). Questa tendenza va rovesciata, ma potrà esserlo solo se il diritto europeo non si presenterà più come la longa manus di una globalizzazione tecnocratica che vuole sopprimere le identità (Brzezinski), bensì a sua volta come la roccaforte delle poliedriche identità europee contro la Società del Controllo Totale. Questa sarebbe una sintesi più alta, che dovrebbe soddisfare anche i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale ed essere recepita nella nuova versione dei Trattati.

Lo studio che conduciamo da 30 della Storia dell’ Identità Europea mira proprio a riscoprire questa sintesi culturale più alta, che dia compattezza all’ Europa verso l’esterno (la globalizzazione), salvaguardando e promuovendo, all’ interno, le diverse identità: l’”Identità Europea”.

In ogni caso, un maggiore rispetto per il diritto europeo, per la Corte di Giustizia e per l’ordine giudiziario in generale  potrebbe ottenersi solo se l’Unione stessa  si comportasse veramente  come uno Stato di Diritto, dando tali poteri alla Corte di Giustizia che questa potesse, per così dire,  inviare l’Europol a arrestare, per “contempt of Court”, coloro che violano le sue sentenze, cosa che, come abbiamo detto, oggi è lungi da accadere, ché oggi, anzi, i massimi dirigenti dei GAFAM si aggirano da padroni per i palazzi di Bruxelles insieme ai Commissari, il Parlamento Europeo toglie l’immunità parlamentare a Puigdemont e la NATO invia truppe nei Paesi Baltici per impedire un’eventuale rivolta dei “non cittadini”.

Veliko Tarnovo,
la Terza Roma

5.La questione dello Stato di Diritto come pretesto per un nuovo “Kulturkampf”

In realtà, visto che la Polonia non è l’unica ad avere adottato questo atteggiamento contrario alla superiorità del diritto europeo (che, in effetti, più che una base legale, aveva, almeno prima di Lisbona, una, seppur validissima, base giurisprudenziale), e che la prima colpevole di questo trend, a cui tutti si sono ispirati, è la Germania, contro la quale pende, giustamente, un procedimento per violazione dei Trattati, l’attuale accanimento contro la Polonia, da parte della pubblicistica mainstream e di certe Istituzioni, appare “prima facie” espressione, più di una preconcetta avversione ideologica ed addirittura etnica, che non di fondati argomenti giuridici. Si accusa la Polonia di violazioni della forma, ma in realtà si vuole attaccare, come hanno detto la Szidlo e Orbàn, la sostanza delle politiche dell’ Europa Orientale.

In concreto, ciò che si addebita alla Polonia è il fatto di capeggiare il cosiddetto “Gruppo di Visegràd”, un gruppo di pressione dell’Europa Centrale  speculare all’intesa franco-tedesca, oltre che di far parte del gruppo “16+1” per la cooperazione con la Cina, e, infine, di condurre una politica fortemente conservatrice in materia di diritto di famiglia e di immigrazione. Ma, soprattutto, si vuole colpire nella Polonia la “domanda di riconoscimento” da parte dei Paesi dell’Europa Centrale e Orientale, vittime da secoli dell’”arroganza romano-germanica”, come la chiamava Trubeckoj, e, per reazione, fin troppo assertive (vedi il progetto “Intermarium” ereditato dal Maresciallo Pilsudski).

Si ha cioè l’impressione che ci sia, nel “mainstream”, un’avversione preconcetta verso tutta l’ Europa Centrale e Orientale, che si può sintetizzare nell’ affermazione secondo cui  “l’Europa Centrale e Orientale non sarebbe matura per l’ Unione Europea”. Si noti bene che, fra la caduta del Muro di Berlino e l’accessione alla UE della maggior parte dei Paesi dell’ Est erano trascorsi ben 15 anni, in cui essi avevano trasformato radicalmente le loro legislazioni socialiste per ricalcare pedissequamente quelle dell’ Europa Occidentale. Ma, in ultima analisi,  perchè mai i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale dovrebbero chiedere “un permesso” per essere “ammessi in Europa”? Come affermato giustamente da Walesa e da Elcin nelle loro visite alle Istituzioni, Polonia e Russia non debbono chiedere di entrare in Europa, perché ci sono già state da sempre.

Certo, l’ Europa Orientale è percorsa, dalla caduta del muro, da una tendenza lenta, ma percettibile, verso una maggiore centralizzazione del potere in sede nazionale. Ma, a parte che questa è una tendenza mondiale, come potrebbe non essere così quando le due Guerre Mondiali e l’abolizione del Blocco Socialista hanno prodotto decine di minuscole Repubbliche dove c’erano solo tre Imperi? E’ chiaro che, se il potere, per esempio in Ungheria, venisse ulteriormente spezzettato,  questo Paese non conterebbe proprio più nulla, e sarebbe la prima vittima dei poteri forti mondiali. A ciò ha contribuito in questi anni l’Unione Europea, che non ha operato come una difesa collettiva dei piccoli Paesi contro la dittatura mondiale denunziata da Onfray, esasperando con ciò l’esigenza di misure difensive da parte dei Paesi est-europei. E non si tratta del muro che oggi chiedono all’ Unione contro i migranti, bensì della difesa contro la Società del Controllo totale.

Certo, anche l’Europa Centrale e Orientale è divisa al suo interno da tradizionali inimicizie (Baltici e Russi, Armeni e Aseri, Croati, Albanesi e Serbi, Serbi e Bosgniacchi, Greci e Macedoni), che il crollo degl’imperi ha esasperato, e che essa dovrà superare radicalmente se vorrà  contare di più in Europa e nel mondo (vedi le difficoltà dei piani per i Balcani Occidentali appena accennati dal Presidente Jansa).

Il muro richiesto alla Commissione dai Paesi dell’Europa Centrale non sarebbe infatti rivolto tanto contro gl’immigrati extraeuropei, quanto contro l’Europa Orientale, giacché correrebbe significativamente lungo le frontiere della Russia, della Bielorussia e della Turchia, spostando semplicemente la Cortina di Ferro di 500-1000 chilometri più a Est.

Per evitare tutto questo, l’ Europa dovrà fornire ai cittadini  di tutti gli Stati europei gli elementi culturali comuni per la  resistenza contro il potere delle Macchine Intelligenti (quello che noi chiamiamo “10.000 anni di identità europea”).

Gli “ussari alati” polacchi di Jan Sobieski,
vinciotori della battaglia di Vienna

6.Sulla storia delle due (x?) Europe

L’Europa nasce dall’ incontro di quattro correnti di civiltà preistoriche:

-I cacciatori-raccoglitori preistorici, i cui discendenti troviamo ancora per esempio nel Caucaso e nei Paesi Baschi;

-La civiltà megalitica di Malta, dei Nuraghes, di Stonehenge e Skara Brae (i Tùatha de Danann delle leggende irlandesi);

-i coltivatori medio-orientali di Goebekli Tepe, Catal Hueyuek, Lepenski Vir, e i cui più puri discendenti si trovano ancora in Sardegna;

-i popoli dei Kurgan, discendenti dalla civiltà delle tombe “Yamnaya”, provenienti dai bacini del Volga e del Don, e i cui discendenti sono oggi la maggior parte dei popoli europei.

Tutti i popoli d’ Europa provenivano o dall’ Africa, o dall’ Oriente. L’agricultura giunse in Europa dall’ Anatolia (Goebekli Tepe, Catal Huyuek, Lepenski Vir); una coscienza europea era formata in Grecia e in Ionia (Troia, Cos, Tebe, Alicarnasso, Atene) ; l’apogeo dell’ Impero Romano si ebbe sotto gl’Imperatori Illirici aventi il loro centro nel palazzo di Diocleziano, su cui è sorta la Città di Spalato; tutte le religioni europee vengono da Est (politeismo, ebraismo, cristianesimo, islam).Cirillo e Metodio svolsero un’incredibile opera di unificazione culturale fra Grecia e Moravia, Macedonia e Russia; per circa 1000 anni l’ Impero Romano fu quello d’Oriente; la “Terza Roma” furono prima Veliko Tarnovo, poi Mosca;  il maggior Stato d’ Europa fu, nel ‘500, l’ Impero Ottomano; nel ‘600, la Polonia; nel ‘700, la Russia.

Dopo la vittoria su Napoleone, Alessandro I di Russia si era proclamato “Imperatore degli Europei”, e la cultura europea si sviluppò nell’ 800-900 soprattutto fra la  Germania centrale (Weimar, Jena, Berlino), la Moscovia (San Pietroburgo e Mosca) e l’Austrio-Ungheria (Vienna, Praga);il primo (e insuperato) progetto di federazione europea fu elaborato alla Hofburg di Vienna dal conte boemo Richard Coudenhove-Kalergi; la IIa Guerra Mondiale fu combattuta essenzialmente fra Unione Sovietica e Germania per il controllo sulle Repubbliche secessioniste (Baltico, Bielorussia, Ucraina, Caucaso); il rilancio dell’ Europa Politica si ebbe solo dopo la caduta del Muro di Berlino ad opera di Giovanni Paolo II, di Gorbačëv e di Walesa.

Come si vede, contrariamente alla “grande narrazione” occidentale, l’Europa Centrale e Orientale è stata coinvolta in tutte le fasi della storia dell’ Europa, quando non ne è stata l’ iniziatrice. Come si può dunque affermare che gli Europei del Centro e dell’Est (più numerosi di quelli occidentali, circa 450 milioni contro 350) siano “meno europei” di quelli dell’Ovest? Che cosa conferisce agli Europei dell’Ovest il diritto innato di giudicare quelli dell’Est e di decidere per loro?

L’Ermitage, l'”Arca Russa” della cultura europea

7.Un caso di ”arroganza romano-germanica”?

Negli anni ’20, il Principe Trubeckoj, cacciato come molti altri aristocratici russi e rifugiatosi prima in Manciuria, poi a Sofia e a Praga, nella sua opera “Europa e Umanità” aveva stigmatizzato quest’arroganza, che faceva sì che gli Europei Occidentali e gli Americani concepissero, non solo i popoli extra-europei, ma anche quelli dell’ Europa Centrale e Orientale, come “inferiori” (sulla scia di autori come Possevino, Heberstadt e de Coustine). Teoria che sarà  poi alla base del Mein Kampf, dove Hitler  descrive come centrale nel suo programma il progetto di annettere le Repubbliche sovietiche, la cui popolazione avrebbe dovuto essere ridotta in schiavitù (anche in base alla tradizionale forte presenza ebraica nel Caucaso, in Polonia e nella Zona di Insediamento zarista), mentre la Moscovia avrebbe dovuto essere decimata per fame. Il “Kommissarbefehl” (e l’Olocausto) miravano appunto a decapitare le classi dirigenti dell’Est, in modo da agevolarne la sostituzione etnica a vantaggio dei Tedeschi e degli Slavi “arianizzati”(il “Drang nach Osten”).

In un momento in cui i popoli ex-coloniali attaccano violentemente la visione storica e geo-politica dell’ “Occidente”, ci mancherebbe ancora che l’ Unione Europea si facesse portatrice di una forma tristemente nota di razzismo intra-europeo, a cui Morawiecki ha fatto un accenno ricordando la lotta della Polonia contro il Terzo Reich. E, in un momento in cui l’Unione Europea, alla Conferenza di Lubiana, ha dimostrato un rinnovato interesse per l’allargamento dell’ Unione nei Balcani Occidentali, una simile arroganza nei confronti dell’ Est sarebbe fatale, perché non soltanto minerebbe la possibilità di un allargamento, ma potrebbe addirittura provocare, dopo la Brexit, un ulteriore effetto domino (Polexit?), riducendo  a “0” la rappresentatività dell’ Unione nell’insieme del nostro Continente, già gravemente diminuita dopo Brexit, a 450 milioni, mentre la popolazione totale dell’ Europa è di circa 800 milioni. Con la Polexit, il numero di abitanti dell’ Unione scenderebbe a meno della metà dell’Europa, e vi sarebbe anche il rischio che la Polonia venisse seguita da altri Paesi, diminuendo ancora il numero dei cittadini europei.

Secondo Fabbrini e Bastasin (come per tanti altri) questo sarebbe un fatto positivo, perché, come si diceva una volta, “bisognerebbe privilegiare l’approfondimento piuttosto che l’allargamento”. Molti hanno temuto da sempre che l’allargamento “diluisse” il peso dell’Europa Occidentale, trasformando l’ Unione Europea in qualcosa di diverso. Ma siamo sicuri che questo sarebbe un male? L’Europa attuale è, come diceva Brzezinski, un protettorato americano, come il Tibet, il Xinkiang, la Mongolia, il Ninxia, Hong Kong e Macao per la Cina. L’Europa serve solo per fare massa, per poter presentare gli Stati Uniti come uno “Stato Civiltà”: l’Occidente. Nell’ attuale configurazione, essa è un peso morto: non ha una sua sostanza ideale autonoma; non ha una voce in capitolo nelle grandi decisioni di guerra e pace; non ha proprie tecnologie…Uno spostamento ad Oriente del baricentro europeo avrebbe invece l’effetto di ri-vitalizzare questo corpo morto con l’iniezione di nuova linfa, come ipotizzavano già i Gesuiti, Nietzsche, Dostojevskij, Pannwitz, Blok, Saint-Exupéry, Simone Weil, Gumilëv, Béjart, Garaudy…

I popoli dell’Europa Centrale e Orientale, protagonisti delle insurrezioni di Berlino, di Poznan’ e di Budapest, della Primavera di Praga e della Perestrojka, si considerano gl’iniziatori della riunificazione del Continente, e non accettano di essere considerati “Europei di Serie B”. Che la loro presenza sia motivata solo dall’attrazione dei fondi europei è discutibile, visto che, dal punto di vista economico, sarebbe per loro perfino più rimunerativo fare affidamento sugl’ investimenti cinesi e medio-orientali (che già ci sono e vengono usati per le infrastrutture, come il Ponte di Peljeśac, appena terminato). Nel suo intervento al Parlamento Europeo, Morawiecki ha rivendicato l’eredità storica di Solidarność.

Che ci fosse, in quei Paesi, una biodiversità culturale e politica ben superiore a quella dell’Europa Occidentale (che va da Radio Maria all’AKP, dal Partito Comunista russo alla destra ucraina, dall’ UÇK  a Russia Unita) era noto fin dall’ inizio – anzi, era la molla principale della resistenza al sistema sovietico, e il “marchio di fabbrica” di Solidarnosc-. Non possiamo ora, a posteriori, mettere praticamente fuori legge le correnti centrali dei movimenti di resistenza antisovietica, quelle che hanno creato l’Europa di oggi, perché, come ha detto Morawiecki, la forza dell’ Europa è consistita sempre nel suo pluralismo. D’altro canto, un certo grado di centralismo, per quanto non tradizionale in Europa, è inevitabile nel mondo del controllo totale e della guerra totale automatizzata, che non possono essere tenute a bada da Governi decentrati, e non ha nulla a che fare con gl’”Imperi Orientali” , citati da Morawiecki, ché anzi, quegl’imperi erano ancor più decentrati di quelli europei (pensiamo a quello persiano, al Califfato o all’ Impero Mughal).

Comunque sia, nell’ambito della radicale “Perestrojka” che si richiede ora nell’Unione Europea, crediamo ci voglia un ulteriore passo in avanti, riconoscendo che l’”Identità Europea” non comprende solo le poleis greche, il Cristianesimo Occidentale, il messianesimo puritano e le rivoluzioni atlantiche, come vorrebbe l’attuale versione del Trattato di Lisbona, ma anche le tradizioni neolitiche e calcolitiche,  quelle imperiali -romana, ortodossa e ottomana-,  quelle di tutte le religioni occidentali, il costituzionalismo della Rzeczpospolita polacco-lituano-rutena e il romanticismo slavo, sarmatista ed eurasiatico.

Soprattutto, la “grande Narrazione che va da Roma, Atene e Gerusalemme all’ Impero Occidentale, all’Umanesimo, alla Riforma, alle Rivoluzioni Atlantiche alla leadership americana (from Plato to NATO) va sostituita da una visione altamente dialettica  fra pluralismo e messianesimo, Est e Ovest, Cristianesimo e Islam, realismo e integralismo…:la “Dialettica dell’ Illuminismo”.

La statua della Vittoria sul Mamayev Kurgan a Volgograd, sul luogo della
Battaglia di Stalingrado e non lontano dalle tombe dei primi Indoeuropei

8. Le nostre idee sulla riforma dei Trattati

Quanto accennato di passaggio nei paragrafi precedenti dimostra quanto sia urgente riformare i trattati europei in un’ottica comparatistica, che tenga presente quanto il federalismo sia di fatto ormai radicato negli svariati rapporti istituzionali di cui l’Europa è parte. Che altro sono infatti le Nazioni Unite, le loro Agenzie Specializzate, la NATO, le Macro- ed Euroregioni, i Laender e le città metropolitane, se non i soggetti di un federalismo mondiale, europeo e interno? Si tratta solo di riconfigurare questo federalismo per rendere l’Europa più forte e più “resiliente”, all’interno,  alle grandi sfide della Post-Modernità.

Riassumendo, questo complessissimo sistema, concepito dopo la fine della IIa Guerra Mondiale, non funziona più perchè:

-la leadership dell’ Anglosfera (compreso il nome “Nazioni Unite” tratto da Byron, e la sede a New York), su cui la UE ha fatto e fa un assurdo affidamento, è superata dal “Pivot to Asia” del centro del mondo, certificato dalla stessa America;

-l’Alleanza Atlantica nega platealmente il proprio carattere difensivo quando mira a sospingere anche gli Europei verso avventure asiatiche;

-la pretesa dell’Unione di essere il “Trendsetter del Dibattito Mondiale” in campo tecnologico è smentita, in questo momento, nei confronti degli USA, dal Transatlantic Technology Council dall’Endless Frontier Act e dagli altri provvedimenti che rifondano giuridicamente la guida tecnologica dell’ America sull’ Europa, e, nei confronti della Cina, dalla campagna di Ji Xinping per “uno Stato di Diritto con Caratteristiche Cinesi”, comprensivo di una legislazione digitale che incorpora e supera i progetti, mai approvati né implementati, dell’Unione Europea, sull’infosfera.

Premesso che la proposta di Diàlexis circa la riforma dei Trattati alla luce di tutte queste evoluzioni dovrà scaturire da uno sforzo collettivo già avviato da tempo con i “Cantieri d’Europa”, e da proseguirsi con “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”, crediamo di poter anticipare nell’ Allegato I, seppure con molte riserve, alcuni temi sulla falsariga delle considerazioni sviluppate in precedenza.

Proporremo subito dopo, anche in base alle Vostre reazioni, un programma di lavori con l’obiettivo di essere pronti per il prossimo Salone del Libro di Torino (Maggio 2022).

Spero che dall’ Allegato I risulti evidente almeno l’ampiezza delle riforme a nostro avviso necessarie.

Leipzig, um den 17. Juni 1953

ALLEGATO I

SCHEMA DELLE RIFORME DEI TRATTATI EUROPEI DA  DISCUTERSI NEL PROGETTO “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”

L’Unità attacca la Rivoluzione Ungherese

a.PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’

Ciascun’ attività legislativa, amministrativa o giudiziaria, dev’essere svolta al livello a cui essa può essere svolta meglio (e non spostata necessariamente verso il  basso). Onde evitare conflitti, le competenze devono essere quanto più possibile esclusive (I conflitti attuali vertono essenzialmente su competenze concorrenti). Nell’ambito delle proprie competenze, ogni livello gerarchico obbedisce ai propri principi costituzionali e all’identità dei popoli che rappresenta e governa. Gli articoli in materia dei Trattati di Lisbona vanno ripresi e chiariti per evitare conflitti esplosivi.

La Primavera di Praga

b.FEDERALISMO MULTI-LIVELLO

L’ Europa deve ripensare all’ insieme delle attribuzioni di competenza: “verso l’alto”, con la riforma delle Nazioni Unite e nuovi accordi internazionali sul web; “lateralmente”, verso la NATO, dove non è più ammissibile la subordinazione agli Stati Uniti, e dove l’alleanza va allargata a Est se si vogliono  veramente eliminare i conflitti nel Continente; “verso il basso”, realizzando finalmente le “strategie macroregionali”, e distribuendo le competenze “nazionali” fra Macro-Regioni, Stati, Regioni e Città.

Tutto ciò dovrà tradursi in una ragnatela di nuovi patti fondativi, con al centro la (con-)federazione, dotata di un suo patto fondativo che sia più di un semplice trattato, e con un potere decisionale, nelle materie strategiche (difesa, economia, tecnologie), molto forte, eventualmente fondendo delle cariche oggi separate, istituzionalizzando e rendendo permanente il Consiglio dei Presidenti, e prevedendo elezioni dirette.

Papa Wojtyla a Budapest

c.IDENTITA’

L’Identità Europea si è sviluppata nel corso dei millenni dall’ incontro fra i popoli neolitici e calcolitici, le civiltà mediterranee, le religioni occidentali, le tradizioni imperiali, le storie nazionali e locali, le filosofie, le letterature e le arti occidentali, le scienze e le tecnologie, le rappresentanze dei ceti sociali.

Essa si differenzia tanto da quelle del Sud e dell’Oriente del mondo, quanto da quella americana, che si è volontariamente distaccata dall’ identità europea con la Guerra d’Indipendenza e con la Dichiarazione d’Indipendenza.

L’Europa tutela tutte le sue identità all’adeguato livello culturale e giuridico, senza imporne nessuna, e promuove il dialogo culturale con le grandi tradizioni culturali mondiali.

d.SOVRANITA’

La (con-)federazione europea è un soggetto di diritto internazionale di livello continentale, indipendente e sovrano. La sovranità della (con-)federazione Europea si articola in sovranità culturale, politica, tecnologica, economica e militare. All’ interno della sovranità europea si situano le autonomie delle Macro- ed Euroregioni, delle Nazioni Europee, delle Regioni e delle Città. L’Unione può partecipare ad alleanze internazionali non aggressive solo su una base di parità.

Lech Walesa arringa gli operai
dei Cantieri di Danzica

e.STATO DI DIRITTO

Principio-base della (con-)federazione sono la certezza del diritto e la competenza dei legislatori. Il Parlamento Europeo adotta le leggi sentiti gli esperti del ramo interessato. I Governi europeo, macro-regionali, nazionali, regionali e locali garantiscono l’attuazione delle leggi, e i tribunali ne sanzionano l’inesatta applicazione e irrogano le eventuali sanzioni. La Corte  di Giustizia controlla il rispetto del diritto europeo e dell’attribuzione di competenze ai vari livelli.

I Comitati Economico-Sociali dovrebbero essere il luogo della democrazia partecipativa

f.DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

Le debolezze della democrazia rappresentativa possono essere curate con il rafforzamento della (già esistente) democrazia partecipativa, rappresentata dalla rete dei Comitati Economici e Sociali.

Questi debbono essere attualizzati, tenendo conto, in particolare:

-della crisi delle rappresentanze imprenditoriali, operaie e impiegatizi, derivante dalla crescita dei servizi;

-dalla necessità di promuovere la partecipazione dei lavoratori, l’auto-imprenditoria e la cultura indipendente.

Profughi afghani ammassati in
un aereo militare

g.POLITICA ESTERA

La Politica Estera dell’Europa è volta alla difesa della sua indipendenza e sovranità e alla lotta contro il potere digitale mondiale. Essa non pretende d’imporre alcun modello fuori dell’ Europa.Essa comprende la diplomazia e la diplomazia culturale.

L’esercito europeo dovrà essere innanzitutto un esercito digitale

h.ESERCITO EUROPEO

L’Esercito Europeo è gestito in base al principio di sussidiarietà, con una compresenza di forze dell’Unione, euro-regionali, nazionali, regionali e cittadine, ciascuna con compiti specifici. Il coordinamento delle forze armate dell’Unione è compito del Alto Rappresentante, e in tempo di guerra dal Presidente Europeo, coadiuvato dal Consiglio dei Presidenti.

La partecipazione degli Europei ad alleanze militari può avere luogo solo in base al principio di parità fra gli alleati.

L’Esercito Europeo, insieme alle forze armate delle Macro-regioni, degli Stati Nazionali, delle Regioni e delle Città, costituisce una forza armata unitaria.

Essa ha esclusivamente carattere difensivo, ed è fondata su una gamma flessibile di missioni, che vanno dall’equilibrio nucleare all’ intelligence, al mantenimento dell’ordine, alla cyberguerra, agli interventi umanitari, alla guerra tecnologica, alla difesa territoriale, alla guerra di popolo.

L’Esercito Europeo garantisce la continua preparazione bellica, per ciò che concerne la cultura strategica, l’addestramento della popolazione, la ricerca tecnologica e organizzativa, i servizi segreti, le armi tecnologiche, i reparti di pronto intervento, i corpi specializzati, la riserva, la milizia popolare, le forze di polizia, la protezione civile, con il minimo dispendio di risorse e in base al principio della modularità.

In considerazione del carattere di lungo periodo della preparazione bellica, e dell’alto livello di esposizione dell’Europa alle tensioni geopolitiche, l’Esercito Europeo deve avere una strategia “a tous les azimuts”, senza limitare la valutazione delle minacce a ipotesi prestabilite.

La Force de Frappe francese va posta sotto controllo europeo, grazie alle forme automatizzate di gestione bellica. I costi dell’arsenale nucleare francese (compresi gli ammortamenti) vanno ripartiti, riducendo proporzionalmente le spese per la NATO e per le basi americane.

IL VEGA, lanciatore italiano dell’ Arianespace europea

i.POLITICA ECONOMICA

La politica economica dell’Unione Europea è fondata sul Principio di Sussidiarietà:

(i)L’Unione legifera in materia di scelte di sistema, di programmazione economica, di campioni europei, di antitrust, di fiscalità internazionale, di selezione e formazione del top management e di finanziamento delle attività economiche;

(ii)Le Macro-regioni legiferano in materia di legislazione economica, di gruppi d’imprese, d’ imprese pubbliche, di budget, di fiscalità, di alta cultura;

(iii)Gli Stati Nazionali legiferano in materia di piani industriali, di società partecipate, di agevolazioni fiscali, di normative di settore, di programmazione territoriale, di pubblica istruzione, di formazione permanente;

(iv)Le Regioni legiferano in materia d’ imprese, di urbanistica, di trasporti e di servizi alla famiglia;

(v)Le Città legiferano in materia di zone industriali, imprese di servizi, edilizia;

(vi)E’ istituita presso la Presidenza Europea un’Agenzia Europea per la Politica Economica, con il compito di fissare parametri a lungo termine per lo sviluppo dell’economia europea, che vengono specificati e controllati dai ministeri Economici europei, Macro-Regionali, Nazionali, Regionali e locali.

(vii)Nelle aree in cui il mercato non è presente o è troppo debole, l’Agenzia crea Campioni Europei, con capitali della (con-)federazione, delle Macro-Regioni, degli Stati Nazionali, delle Regioni e delle Città. Ferma restando la responsabilità dei Campioni Europei per la realizzazione della politica economica della (con-)federazione , si farà in modo da garantire la partecipazione ai Campioni Europei dei capitali privati europei.

GAIA-X, il cloud europeo

g.NUOVE TECNOLOGIE

Il cuore delle politiche europee è costituito dalla realizzazione di una transizione umanistica digitale e ambientale.

Per questo, la promozione delle nuove tecnologie, con particolare riferimento ai prossimi 15 anni, è considerata il compito prioritario dell’Europa da attuarsi con  una legislazione speciale  sulla falsariga della proposta di legge, attualmente in discussione dinanzi al Parlamento USA, chiamata “Endless Fronteer Act”, destinata a gestire in modo unitario le attività di Enti pubblici, centri di ricerca e imprese, nella ricerca scientifica, tecnologica e produttiva del Paese per rispondere alla sfida cinese.

Nel caso dell’Europa, si tratta di superare l’arretratezza tecnologica (e, in particolare, digitale) europea, attraverso uno sforzo coordinato sotto l’egida di un’Agenzia Tecnologica Europea, simile alla Direzione per la Tecnologia e l’ Innovazione della Fondazione Scientifica Americana, la cui creazione e il cui funzionamento sono previsti nel succitato progetto di legge (confronta il nostro libro “European Technology Agency”).

Le etnie europee

h.TERRITORI FEDERALI

Nonostante tutti gli sforzi fatti soprattutto dalla fine del Settecento per creare nazioni borghesi “etnicamente” compatte (Francia, Grecia, Italia, Germania, Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria, Albania, Jugoslavia…), l’Europa è talmente differenziata al suo interno che una gran parte dei territori (p.es.nord-ovest della Spagna, Aragona, Francia Nord Orientale, Benelux, Bosnia, Macedonia, Paesi Baltici, Caucaso…) è irrimediabilmente plurietnica. Invece di discuterev eternamente di contuinui aggiustamenti per ripartire i ruoli delle varie comunità, non sarebbe più semplice introdurre dei “territori federali europei” come a suo tempo Alsazia-Lorena e Bosnia Erzegovina, e oggi District of Columbia, Puerto Rico, Guam, Northwestern Territories…?