UNA CONFERENZA  SULLA LA VISIONE EUROPEA DEL MONDO? Ma, per carità, senza i Capi di Governo!

Secondo l’Avvenire,”E’ ora che l’Europa decida che cosa vuole essere”. Mauro Magatti propone di “convocare al più presto una conferenza straordinaria dei capi dei governi che metta all’ordine del giorno la visione del mondo europea”Infatti, “il tempo delle rendite simboliche è finito”,in quanto “i pilastri dell’ integrazione europea postbellica traballano, erosi dal tempo e dall’incalzare dei mutamenti”. Traballano, aggiungiamo noi, insieme  alla visione del mondo millenaristica dell’ Occidente postbellico, secondo cui, con la Shoah, Hiroshima, Nagasaki, le Organizzazioni Internazionali e la caduta del Muro, sarebbe iniziato un Millennio finale di “Pace Perpetua”(la “Fine della Storia”). Né l’Avesta, né l’Apocalittica ebraica, né il Libro dell’ Apocalisse, né San Paolo, configurano il “Millennio” come una Pace Perpetua, bensì semmai come una tregua con Satana, in attesa dell’ Anticristo e della lotta finale, fino al Giudizio Universale. La “Pace Perpetua” non può regnare nel mondo, perché l’Umanità è una “Massa Damnationis”, così come non può regnare l’assoluta fraternità e giustizia. Del resto, ciò corrispondeva all’ esperienza concreta del fallimento delle varie “Paci Perpetue” proclamate da vari imperatori, e mai durate più dell’“espace d’un matin”.

L’idea che la Pace Perpetua possa avvenire prima della Fine del Mondo è  proprio l’illusione  che prelude all’ Eterogenesi dei Fini, la pretesa “anticristica”ben messa in scena nel Racconto dell’ Anticristo di Soloviov, e dalla quale, secondo San Paolo, ci proteggerebbe il Katèchon  di cui parla Carl Schmitt.

1.I tre finti pilastri della UE

I pilastri attribuiti al “Modello Europeo” dalla Dichiarazione di Copenaghen del 1973 sull’ Identità Europea erano: Lo Stato di Diritto; la Democrazia; il Welfare. Tuttavia, come scrive Magatti, “Lo Stato di diritto rischia di trasformarsi in un moloch burocratico che soffoca la vita e lo spirito di iniziativa; la democrazia rischia di ridursi a procedura vuota, mero rituale elettorale lontano dalle speranze e dalle paure dei cittadini; il welfare, da strumento di emancipazione, rischia di diventare un sistema di compensazione passiva, incapace di generare senso, responsabilità e futuro.”

In realtà, nonostante lo sforzo enorme di narrazione e di indottrinamento svolto nel corso tempo dai Poteri Forti occidentali, fin dall’ inizio i tre concetti poggiavano su ben  deboli basi (cfr. Boeckenfoerde).

Lo Stato di Diritto, lungi dall’ essere  un principio connaturato all’ “Occidente”, è un vecchio prodotto europeo (più precisamente, prussiano: “Rechtsstaat”), “occidentalizzato” nell’ Ottocento dagli Stati Uniti per contrastare l’anarchia giuridica che si cela nella  Common Law.  

La Democrazia era un concetto  che nasce dagli autori classici, ma aborrito da essi e dai loro successori (e perfino dai padri della Rivoluzione americana e del liberalismo europeo come Tocqueville),con la sola eccezione di Spinoza. In effetti, nato  con Platone e Aristotele come quella forma degenerativa di Repubblica in cui predominano “i poveri e molti ”(l’”apistos demos”), una forma imposta dai Persiani ai Greci della Ionia, essa non aveva alcuna connessione, né con lo Stato di diritto, né con la libertà, né con l’eguaglianza, con cui oggi viene pavlovianamente identificata. Essa tendeva pericolosamente a scivolare nel cesarismo e nella tirannide. Ancora al momento della sua esplosione in età moderna, dopo la IIa Guerra Mondiale, essa mostrava pesanti contraddizioni , come il Maccartismo o il legame con dittature militari gradite agli Stati Uniti.  Oggi, essa è minata soprattutto dalla centralizzazione accelerata del potere sociale, indotta ovunque dalla “Guerra Senza Limiti” fra America e Cina, e quindi: controllo digitale totale, militarizzazione della società, conformismo, reati di opinione, indottrinamento attraverso la scuola e i media…

Infine, il “Welfare” (brutto anglicismo per “Stato Sociale”)  è  sopravvissuto solo come fatto residuale, incapace di resistere alla frantumazione del mondo del lavoro, all’ arretramento economico dell’ Europa  e alla dismissione del diritto sociale.

I comportamenti fattuali delle élites intellettuali, della politica, dei legislatori e delle società sono in contraddizione da almeno 50 anni con i valori da essi conclamati: libertà di pensiero, pace perpetua, partecipazione, democrazia economica.Sempre più invadente è l’aspirazione a “esportare la democrazia”, che s’ identifica di fatto con la sfera di influenza delle Grandi Piattaforme americane e dell’ Intelligence Community.

Perciò, anche quello che, secondo la propaganda della UE, costituiva  l’”Identità Europea” si è dissolto nel vento, sì che, per avere voce nel contesto internazionale, l’Europa deve, come scrive Magatti, individuare una diversa identità, ad essa alternativa:l’Europa è oggi prima di tutto chiamata a dire che cosa vuole essere nel mondo. Non solo che cosa vuole difendere, ma che cosa vuole affermare. Esattamente come stanno facendo, in modo sempre più esplicito, altre grandi civiltà. Da un lato, gli Stati Uniti, pur attraversati da profonde divisioni, continuano a pensarsi come portatori di una missione storica, fondata su un’idea di libertà e di potenza. Dall’altro la Cina che propone un proprio modello di futuro che combina sviluppo tecnologico e controllo politico. L’Europa, invece, sembra definirsi solo per sottrazione: non imperiale, non autoritaria, non aggressiva.”Come si vede, anche l’organo  dell’episcopato italiano  dubita fortemente che dietro le Retoriche dell’Idea di Europa si celi veramente un qualunque  effettivo progetto alternativo al nichilismo prodotto dell’ espropriazione dell’ umano da parte delle macchine. E comunque Magatti afferma esplicitamente che, nel ricercare la propria identità, l’Europa debba imitare, “mutatis mutandis”, Stati Uniti e Cina, portatori di missioni storiche, giuste o sbagliate ch’esse siano.

2.L’autogoal delle “Radici Cristiane”

Purtroppo, al cuore del nichilismo europeo ci sono anche le Chiese, che  sono state le levatrici dell’ attuale situazione esistenziale. E’ proprio in questo senso che si dice che “non possiamo non dirci cristiani”.L’interpretazione del Cristianesimo come semplice “educazione dell’ Umanità”, come voleva Lessing, o come “radice dell’Europa” è un cedimento implicito all’ idea che alla salvezza spirituale si sia oramai sostituita la salvezza storica attraverso la tecnologia (Teilhard de Chardin). Ma una religiosità di questo tipo è inutile, perché, come ha scritto, sempre su “L’Avvenire”,  Monsignor Paglia, “l’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva. ““Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore» (Gaudium et Spes). In realtà, senza un ‘oltre-umano’ la vita non è all’altezza delle sue promesse. “ Come possiamo ammettere una vita senza destinazione?

Invece, oggi anche le Chiese “ sembra abbiano messo da parte il Vangelo (la buona notizia) della risurrezione. È rara, infatti, la predicazione sui ‘novissimi’ (morte, giudizio, inferno e paradiso). La stessa riflessione teologica è in serio ritardo.” «I versetti biblici sulla risurrezione e sulla vita eterna continuano ad essere ripetuti, un po’ ritualmente; le formule tradizionali continuano ad essere utilizzate come se nulla fosse accaduto e come se esse trasmettessero ancora contenuti chiari e inequivocabili. In realtà sembra esserci, proprio su queste questioni un dislivello notevole tra le ‘verità ufficiali’ e le convinzioni o, più sovente, le perplessità dei singoli credenti».

La spiegazione è semplice. Da quando l’Europa, utilizzando intelligentemente le invenzioni matematiche, ingegneristiche, geografiche, finanziarie, amministrative, militari, fatte in Medio Oriente, in India e in Cina (vetro, carta, bussola, “zero”, ”infinito”, algoritmi, stampa,  carta moneta, occhiali, polvere da sparo, armi da fuoco), aveva acquisito l’egemonia mondiale, e avviato la rivoluzione industriale, il fascino un tempo esercitato dal misticismo si era traslato nell’economia e nella politica, fino a che Saint-Simon aveva profetizzato che il potere spirituale sarebbe passato agl’ industriali (cosa che sta puntualmente accadendo con i vari Kurzweil, Schmidt, Musk, Thiel e Vance). Così anche le Chiese hanno cominciato a farsi portatici del messaggio che la scienza, la tecnica e la buona politica avrebbero potuto risolvere tutti i problemi dell’Umanità. Certo, questo non è mai stato credibile a un certo livello, e la cultura europea aveva giustamente attaccato per questo le Chiese: tipica l’accusa di Kierkegaard all’Arcivescovo Mynster, di “essere una canaglia”, perché insegnava come vivere al meglio questa vita, non già a guardare a un’ altra.

Come scrive Paglia,” Le filosofie della vita erano nate – paradosso anche questo, ma pieno di verità – nel segno del tragico, pur diversamente interpretato (basti pensare a Nietzsche e a Kierkegaard): proprio la morte imponeva una decisione assoluta per la vita, religiosa o irreligiosa che fosse. Nella storia degli effetti che è seguita alla concentrazione sull’incombere della morte e sulla fragilità della vita, siamo approdati ad una strategia di spensierata dissimulazione della morte, che alla vita guasta la festa e sulla morte è completamente muta.”

3.Quale dibattito sull’ Europa?

Concordiamo con la provocazione di Magatti:ci vuole un dibattito al massimo livello,  su ciò che l’ Europa crede di essere e ciò che vuole o può realizzare. Tuttavia, già solo le modalità di questo dibattito costituiscono un complesso oggetto di indagine preliminare.

Il rischio numero uno è quello della superficialità. Rischio che corre soprattutto chi ripete ossessivamente le Retoriche dell’ Idea di Europa con la conseguenza di non poter  coinvolgere in modo serio il popolo europeo. Solo il 38% degli italiani si definisce sia europeo che italiano, mentre la maggioranza assoluta, il 57%, si sente esclusivamente italiana. Il vero nodo critico riguarda la fiducia: solo un cittadino su due dichiara di fidarsi dell’Unione Europea ed il 60% ritiene che Bruxelles non riesca a rappresentare adeguatamente gli interessi dell’Italia.

Gli italiani, più che “anti-europei”, si collocano in  quella posizione  che a suo tempo aveva descritto il presidente Schulz del Parlamento  europeo: l’identità europea è solo razionale, e invece quella nazionale è anche emotiva. Situazione  rispecchiata brillantemente dal fatto che i maggiori partiti siano oramai dovunque quelli micro-nazionalisti. La maggioranza, il 56%, si definisce infatti “europeista molto critico”, mentre gli europeisti convinti rappresentano una minoranza pari al 16%. Sul fronte opposto, gli apertamente contrari all’Unione si attestano al 17%. Ne emerge un atteggiamento diffuso di adesione condizionata: l’Europa non viene rifiutata, ma è sottoposta a una valutazione costante, legata ai risultati concreti che però, negli ultimi anni, non sono molto evidenti.

I responsabili di tutto ciò sono le classi dirigenti dell’ Europa: europea e nazionali (del resto sono le stesse, ed intercomunicanti), che avevano scelto palesemente il Funzionalismo, con i suoi corollari  del mondialismo, del micro-nazionalismo, della tecnocrazia, dell’ occidentalismo, del razionalismo, dell’ economicismo, invece di abbracciare il programma di un’ Europa Politica (foss’ essa federalistica, come per Coudenhove-Kalergi e Spinelli,  o imperiale, come per Drieu La Rochelle e Thiriart).   

A causa di questa loro impostazione culturale, essi non riescono, anche quando lo vogliono, neppure ad immaginare una “Missione dell’ Europa nel Mondo” che sia diversa dal continuare a portare acqua, anche senza parere, al “Progetto Incompiuto della Modernità” realizzato dalla tecnocrazia dei GAFAM americani. Ne consegue anche che, in assenza di un qualsivoglia progetto, non riescono a suscitare alcun entusiasmo. Cosa che è stata messa in evidenza dalla Conferenza sul Futuro dell’ Europa, finita, come ha dovuto riconoscere lo stresso Mattarella, “in modo grigio”.

Ma, come si vedrà, questa conseguenza è voluta dall’ “establishment”, perché un coinvolgimento emotivi cittadini nella costruzione europea rischierebbe di generare un “orgoglio europeo”, che potrebbe far concorrenza all’eccezionalismo americano.

4. “Berlino 2045”

Su “La Stampa” del 23 dicembre, Gabriele Segre ha compiuto lo sforzo meritorio di ipotizzare 3 possibili scenari per l’ Europa del 2045:

-Comando unificato franco-tedesco, e Ucraina nell’Alleanza Atlantica;

-Germania alleata della Cina, Francia e polonia dell’America: l’Ucraina è divisa in tre;

-Federazione europea; Presidente eletto a suffragio universale

Tutto ciò è basato però sul presupposto che continui la “messa sotto tutela” dell’ Europa che dura da almeno da 80 anni”Guai a varcare la soglia dell’ unione politica: quella genera volontà autonome, accende immaginazioni, mette grilli per la testa  – magari persino sogni di Grandeur continentale.”Nessuno a Washington, Mosca o Pechino può escludere che un continente veramente unito sviluppi ambizioni proprie, chiuda mercati stringa alleanze scomode, costruisca capacità militari autonome.Ed è proprio quest’incertezza  a spingerli tutti ad agire in anticipo, limitando le nostre capacità oggi per evitare sorprese domani”.

Non avremmo dovuto aspettare 80 anni per accorgercene. Nietzsche aveva profetizzato “un’Europa una e signora del mondo”; Trockij aveva previsto che l’ America avrebbe “contingentato” il capitalismo europeo. De Gaulle voleva l’ Europa dall’ Atlantico agli Urali e Gorbaciov la Casa Comune Europea. Nessuno di costoro pensava, come scrive Segre, che “l’innocenza strategica dell’ Europa” fosse un privilegio, né che ci abbia permesso di “costruire prosperità”, visto che altri (per esempio la Cina) sono riusciti, senza l’occupazione militare straniera,  a fare di meglio senza rinunziare all’ indipendenza.

Non siamo d’accordo sul fatto che USA, Russia e Cina abbiano, nei confronti dell’Europa, lo stesso atteggiamento “predatorio”.

  • Mentre gli USA , creati dalla “Dissidence of Dissent”(Huntington), sono animati dal ”ressentissement” verso la vecchia Europa dell’aristocrazia (vedi il Testamemto di Giorgio Washington) e dalla volontà di sostituirla, la Cina considera da sempre l’ Europa quale la sua controparte naturale speculare: “Qin” e “Da Qin”, come testimoniati da Marco Polo e Matteo Ricci. Come tale, essa  è convinta di avere tutto da guadagnare da un’alleanza con l’Europa, per riportare il mondo all’ antica grandezza, contro l’arroganza dei “nouveaux riches” occidentali ( 红发恶魔 (hóng fà èmó “Demoni dai capelli rossi”. )

Quanto alla Russia, essa è parte integrante dell’ Europa.  Alessandro  I°, dopo avere licenziato alle stampe la versione russa della Santa Alleanza, dove si qualificava l’Europa come “Nazione Cristiana”, si era autoproclamato “Imperatore degli Europei”.Sotto il suo regno il “nostro” De Maistre aveva iniziato in Russia la scrittura de “Les Soirées de Saint-Petersbourg”(poi pubblicato postumo). Gorbacev aveva proposto una Confederazione fra Comunità Europee e Comunità di Stati Indipendenti, e Putin, scrivendo su “La Stampa” di Torino il 25 marzo 2007, 50°anniversario dei Trattati di Roma,  auto-definendosi”in quanto Pietroburghese, europeo a pieno titolo”, aveva qualificato l’ Unione Europea come “la più grande costruzione politica del XX° Secolo.”Leibniz aveva già ipotizzato, ai suoi tempi,  una grande alleanza fra l’ Europa, l’Impero Cinese e quello zarista, e Voltaire, mntre rigettava l’idea di una federazione europea volta alla Pace Perpetua (propugnata nell’ opera di Saint-Pierre sottopostagli da Rousseau), aveva additato come modello per l’ Europa l’impero cinese (“Rescrit de l’ Empereur de la Chine”).

Negli ultimi 40 anni, gli Stati Uniti sono riusciti a bloccare sul nascere questa grande alleanza eurasiatica, sul punto di realizzarsi nel nome della rinascita delle antiche culture. Oggi, sfruttando il fatto che noi abbiamo tagliato i ponti con Russia e Cina, gli Americani stanno cercando addirittura di annettersi la Groenlandia  col pretesto della sicurezza nazionale statunitense , che, a loro dire, coinciderebbe con quella del mondo. Altro che “isolazionismo”! Siamo di nuovo alla pretesa di costruire un’ “America-Mondo”(Valladao), in cui l’America è l’ Herrenvolk, e “il Mondo” (compresa l’ Europa)  è una colonia.

4.L’annessione della Groenlandia

Ieri,  Trump ha nominato Jeff Landry, governatore della Louisiana , “inviato speciale in Groenlandia“. L’obiettivo è “promuovere con forza gli interessi” di Washington in quel Paese,“per la sicurezza e sopravvivenza dei nostri alleati, di fatto, del mondo”. Landry, prosegue Trump, “comprende quanto sia essenziale la Groenlandia per la nostra sicurezza nazionale“. Landry ha risposto con un tweet su X ringraziando Trump: “Un onore servirti in questa posizione da volontario per rendere la Groenlandia parte degli Usa“. Quindi, una missione da vero e proprio proconsole imperiale.

La mossa di Trump ha provocato la reazione del presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e di quello del Consiglio europeo Antonio Costa: “La sicurezza dell’Artico rimane una priorità fondamentale per l’Ue, nell’ambito della quale intendiamo collaborare con alleati e partner. L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale. Tali principi sono essenziali non solo per l’Ue, ma anche per le nazioni di tutto il mondo. Siamo pienamente solidali con la Danimarca e il popolo della Groenlandia”.Mache faranno tutti costoro quando gli USA invieranno le proprie truppe? Invocheranno l’articolo 5 del Trattato NATO? Schiereranno gli F-35 e i missili Patriot, oppure gli Eurofighter?Putin ha appena affermato che intende mettere nero su bianco che non intende attaccare la UE e la NATO, nello stesso giorno in cui Trump ha incaricato il proprio funzionario di annettere la Groenlandia, anche con la forza. E’ logico che tutte le strategie NATO prevedano solo una guerra con la Russia e non anche quella con gli Stati Uniti?E il poplo europeo, come reagirà

In questo scenario, una nuova Conferenza sul Futuro dell’ Europa è una necessità esistenziale, ben più drammatica di quella che aveva spinto alla prima Conferenza. Essa assume di per sé un valore rivoluzionario nei confronti della pretesa americana di spogliare e di fagocitare l’ Europa.

Purtroppo, oggi è ben difficile riunire personaggi pubblici interessati all’ Europa,  capaci di affrontare il tema e liberi di farlo. Le vicende della libertà di espressione, nei rapporti con gli USA e Israele e interne alla cultura di destra, convergono sul fatto che viviamo in un mondo di repressione, ricatti, risentimento, terrorismo e falsità di tutti contro tutti. Chi in Europa censura i media per permettere la sopravvivenza soltanto delle ideologie “woke”,“cancel” e “gender”, chi (lo Stato americano)sanziona personaggi pubblici come Baud (ex ufficiale svizzero), Albanese (funzionaria ONU), o Breton (ex commissario UE) per la loro ostilità ai GAFAM o al Sionismo, chi, come gl’Inglesi, gli Estoni o i Moldavi,  incarcera  i propri politici filorussi, chi, come il Polo del Novecento e i Salesiani, nega le sale ai convegni antimilitaristi.

Alla fine, chi si potrebbe invitare a partecipare a questa futura conferenza, e chi avrebbe il coraggio di parteciparvi; chi di dire ciò che pensa veramente? Per questo, stiamo lavorando a un social network che anticipi la fase del vero e proprio dibattito,  per creare un caso di studio per calibrare preliminarmente le possibilità concrete dell’operazione.

CONSERVATORISMO, CONSERVAZIONISMO E “CULTURE  DI DESTRA”….

Abbiamo spesso avuto l’occasione di osservare, senza mai approfondirla,  la distinzione fra “conservatorismo” e “conservazionismo”.  Oggi ci sembra il caso, di fronte ai dibattiti sempre più accesi sul conservatorismo e sulle “culture di destra”, di ritornare su quelle definizioni.

Il conservatorismo è un fenomeno praticamente eterno, in quanto in tutte le epoche una parte della società (i “laudatores temporis acti”) si è volta con nostalgia ai tempi passati. Basti pensare a Confucio, a Platone, a Tacito, a Dante, a Rousseau,  a Balzac, a Gandhi…Tuttavia, a mano a mano che si procede nel corso dei secoli “storici”, nasce una forma più consapevole e profonda di conservazione: una riflessione sui caratteri “permanenti” (o di lunga durata) dell’Umanità, minacciati, appunto, dal processo storico, che, in modo speculare all’ avanzamento delle tecniche, induce un depotenziamento dell’uomo rispetto all’ “Uomo Universale” dei primordi: dall’Età dell’ Oro, all’ Epoca Assiale all’epoca eroica, alla “Patrios Politeia”, al “Mos Maiorum”,ai Primi Cristiani, all’Età Classica,ai “Califfi Ben Guidati”, al Rinascimento, al Risorgimento, allo “Spirito Dionisiaco”.

Questo depauperamento dell’uomo  è stato visto in molte delle sue forme: metalli sempre meno preziosi, indebolimento dei costumi, varie forme di tirannide, oblio della cultura alta, delle virtù civiche o dell’autenticità.

Nel 19° e soprattutto nel 20° secolo, questa disumanizzazione veniva ascritta prioritariamente alla tecnica: l’alienazione di Marx, il “mantello d’acciaio” di Weber,  l’”uomo in provetta” di Huxley. Il Mito del Progresso  sfociava in un sostanziale regresso, effetto dell’Eterogenesi dei Fini. Lo riconoscevano personaggi diversi come Wolf, Goethe, Nietzsche, Freud, Schmitt, Guénon, Gandhi, Weil, Evola, Horkheimer e Adorno…

1.Il volto oscuro del “Progresso”

Oggi, la vera ragion d’essere della repulsione per questo depauperamento dell’ umano si svela in tutta la sua drammaticità: sotto le vesti accattivanti della civilizzazione, della moralizzazione, dello Stato, prima etico e poi democratico, della comodità, della filantropia, della ricerca scientifica, del moralismo, della Pace Perpetua, si cela l’affermarsi di un Leviatano, prima politico, poi sociale, e, finalmente, tecnologico. L’”Impero Nascosto” delle sette, dei Poteri Forti, del Complesso Informatico-Digitale, del Politicamente Corretto, del conformismo planetario, della Società del Controllo Totale, dell’Intelligenza Artificiale, e, infine, della Singularity.

La Modernità s’identifica con l’ipocrisia puritana, che impone a tutti la modestia, la trasparenza, l’eguaglianza, la rinunzia, ma riserva ai vertici occulti dei Poteri Forti un potere ed un’ambizione senza limiti: guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti! La Modernità ha gettato la maschera.

Quello che è stato erroneamente definito come “egemonia culturale della sinistra” è, in realtà, la tirannide totalitaria della Modernità Scatenata, che impone ai cittadini un’ agghiacciante  omogeneità: “i Paesi avanzati”; “la Comunità internazionale”; “i Diritti” (“non lasciare indietro nessuno”), ma, soprattutto, vorrebbe spacciare come “dialettica democratica” la presenza, all’ interno di questo quadro omologato, di alcune insignificanti  sfumature,  come un liberismo  o un sindacalismo di facciata,  un Cattolicesimo che ha accettato che la salvezza venga dalla Scienza e dalla Tecnica, o un sovranismo che accetta la permanente occupazione straniera, e, infine, due versioni della “Cancel Culture”: quella terzomondista e quella occidentalista, altrettanto antiumane. Invece, le reali alterità, come quella delle culture extraeuropee (esempi: il Confucianesimo e l’Induismo), oppure un autentico relativismo (Wittgenstein, Heisenberg, De Finetti, Feyerabend), o, ancora, la piena rivendicazione di specifiche differenze (come la Pasionarnost’ e il Sanata Dharma), vengono ostracizzate nel “mainstream” occidentale al punto da divenire indicibili. Sono così sanzionati legalmente i pensieri e comportamenti “conservazionisti”, come la difesa della “Separedness of minds”, della storia, dei sessi, delle gerarchie..., che addirittura sono considerati reati, e/o classificati come “influenze straniere maligne”.

2.La Dialettica dell’ Illuminismo

Ciò è tanto più grave in quanto, oggi, il vero problema non è neppure politico: è esistenziale. La Fine della Storia si rivela essere , come ha dovuto riconoscere lo stesso Fukuyama, la fine dell’Uomo (prevista addirittura entro 10-20 anni a meno che non intervengano eventi drammatici, come la Terza Guerra Mondiale), in cui, di fronte all’ onnipotenza del sistema macchinico, l’Uomo si sta rivelando, come scriveva Anders, antiquato e inutile. Basti pensare allo scontro in corso in tutto il mondo fra missili ipersonici, sistemi satellitari, droni, servizi segreti e hacker, dove il fattore umano è sempre più irrilevante.

Il “Phylum Macchinico”, come lo chiamava De Landa, vero protagonista del XXI° Secolo, appare con il volto accattivante della Libertà, dei Diritti, delle scoperte scientifiche, dell’onnipotenza dell’ Uomo, per poi rivelarsi, nei fatti, come l’Anticristo di Soloviov, affossatore dell’Umanità sotto l’omologazione e la guerra delle cose. Libertà, Diritti, scoperte scientifiche, onnipotenza dell’Uomo (le “Magnifiche Sorti e Progressive” di Leopardi) sono gli slogan branditi di volta in volta deliberatamente dalle mosche cocchiere delle Macchine Intelligenti, per distruggere il tessuto sociale, trasformando l’Umanità in una massa indifferenziata, debole e istupidita, incapace di resistere alla forza delle macchine intelligenti, le uniche in grado di sopravvivere alla Terza Guerra Mondiale. Nello stesso modo, Serse aveva incaricato Mardonio di istaurare delle democrazie nella Ionia per impedire il rinnovarsi delle rivolte delle locali aristocrazie, e Mirabeau aveva scritto a Luigi XVI di favorire la Rivoluzione Francese, perché questa era l’erede della politica regia di appiattimento degli ordini sociali.

3. “Gli intelligenti andranno sparendo”

Paolo Crepet,  in un’intervista a Ticinonline, ha espresso la sua preoccupazione sul futuro del pensiero. Secondo lo psichiatra, l’idea stessa del Quoziente Intellettivo (QI) presto diventerà “obsoleta” e si troverà un altro modo per misurare l’intelligenza umana – uno strumento “più adatto alla poca intelligenza dell’uomo contemporaneo“-.La nuova modalità di misurazione dell’intelligenza “non si baserà più sulle capacità di sintesi e di memorizzazione” perché “che vanno eliminati per non far apparire tutti come stupidi“, ha aggiunto il professore. A suo avviso, la delega crescente alla tecnologia, in particolare all’intelligenza artificiale, sta progressivamente atrofizzando le funzioni mentali che un tempo definivano l’intelligenza umana.

Crepet individua nei social media e nell’intelligenza artificiale i principali responsabili di questa regressione cognitiva. Internet ha fatto da “apripista” ma sono stati i social a modificare profondamente il nostro modo di comunicare e di pensare. Questi strumenti hanno generato un cambiamento antropologico profondo, alimentando dinamiche di aggressività, conformismo e superficialità. L’intelligenza artificiale ha amplificato ulteriormente il fenomeno, offrendo risposte preconfezionate a milioni di persone che si affidano al software anche per questioni morali e psicologiche.

Così “la vita si trasforma in un enorme scaffale di un supermercato, dove trovi qualsiasi cosa senza doverla più scoprire”.

Oggi si sta delineando la possibilità di avere tre specie emergenti: la specie umana, la specie digitale e la specie ibrida. Esse coesistono in un intreccio complesso e in continua evoluzione.

Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI e co-fondatore di DeepMind, ha descritto l’IA come una sorta di “nuova forma di vita tecnologica”, capace in prospettiva di autoriprodursi e di adottare decisioni complesse senza supervisione continua. In un intervento pubblico su Ted Talk del 2024, che ha ricevuto ampia diffusione, egli ha sottolineato: “l’AI dovrebbe essere intesa come qualcosa di simile a una nuova specie digitale. Li vedremo come compagni digitali, nuovi partner nel viaggio delle nostre vite”.Questa immagine capovolge la percezione comune: non siamo più dinnanzi a macchine subalterne, ma a co-protagonisti dell’esperienza umana. Suleyman evidenzia altresì come tali agenti digitali non siano semplici algoritmi matematici, altrimenti detti “pappagalli stocastici”, ma entità con un QI quasi perfetto e capacità di simulare empatia, supporto e gentilezza. Non sorprende quindi che, già oggi, in vari ambiti, gli individui preferiscano interagire con chatbot piuttosto che con altri esseri umani.

Il terzo attore in scena è la specie ibrida: l’entità che fonde umano e digitale in un unico corpo e in una coscienza condivisa. Se da un lato Harari, con il concetto di Homo Deus, tratteggia l’evoluzione verso una condizione di sublimazione quasi divina, dall’altro si profilano scenari in cui la tecnologia non è più soltanto un prolungamento del corpo o della mente, ma diviene momento integrante della coscienza, della volontà e dell’azione. In questa direzione si colloca il progetto Neuralink di Elon Musk, che mira a connettere cervello e computer tramite interfacce neurali. Se tali tecnologie dovessero diffondersi, la distinzione fra mente biologica e digitale si assottiglierebbe sin quasi a scomparire.

La coesistenza di queste tre specie (umana, digitale e ibrida) apre sfide importanti e senza precedenti, che si possono sintetizzare, a loro volta, in tre grandi fronti:

-Coscienza e rappresentazione di sé

L’umano riflette sul proprio passato, presente e futuro; il digitale apprende e risponde in tempo reale; l’ibrido vive la riflessione con occhi tecnologici. La questione cruciale diviene: chi definisce l’identità, quando questa è condivisa fra essere umano e macchina?

-Rischi e governance

Suleyman avverte che, pur promettendo immense opportunità, dall’assistenza sanitaria alla lotta contro i cambiamenti climatici, l’IA è “difficilmente governabile”. I rischi di abuso, di errori sistemici oppure di uso malevolo si moltiplicano con l’aumento delle capacità autonome dei sistemi digitali;

-Etica e potere

Per questo, s’ impone oggi più che mai, come necessaria antitesi, quella “Forza che Trattiene”, quel misterioso Katèchon, di cui (nella IIa Lettera ai Tessalonicesi) parlava San Paolo senza poterlo, o volerlo, spiegare, che si oppone alla Fine dell’ Uomo, almeno fintantoché questa non coinciderà con la Salvezza Divina. Per quest’ultimo inciso, anche il Katèchon si rivela duplice e ambiguo, e, se Sant’Agostino affermava di non comprenderlo, i suoi successivi cultori, dalle Hadith mussulmane a Ottone di Frisinga, da von Bader a Carl Schmitt, da Soloviov a Berdjajev, fino a Pietro Barcellona e Aleksandr Dughin,  sono almeno, su questo punto,  altrettanto oscuri e sfuggenti di San Paolo. Ed è per questo che continua a mancare una reale forza di opposizione.

Comunque sia, la dialettica fra l’Anticristo e il Katèchon (la Dialettica dell’ Illuminismo”) è al cuore stesso della storia contemporanea, come dimostrano le numerosissime prese di posizione contro l’Intelligenza Artificiale, interpretata  come fine dell’ Umanità, da parte degli stessi inventori e cultori della stessa (Musk, Altmann, Judkowsky). Essa costituisce infatti lo sbocco finale di una lotta incessante nel corso della storia: fra i Persiani chiliastici e i Greci “catecontici” (basti pensare all’Oracolo di Delfo su Leonida e al Sogno di Dario ); fra il nichilistico Buddhismo Hinayana e quello Chan (Zen), costruttivo e combattente (per esempio, Bodhidharma e il Monastero di Shaolin); fra l’ansia di Apocalisse degli Anabattisti (vedi la bandiera arcobaleno issata nella battaglia di Falkenheim) e il discorso di Lutero ai Principi Tedeschi; fra la Pasionarnost’ dell’Eurasiatismo e il postumanesimo dei Cosmisti russi…

4.I Conservatorismi del Sud del Mondo

Papa Francesco, massima espressione delle religioni mondiali, aveva incitato alla resistenza agli “Imperi Sconosciuti”.  Sul piano politico, le potenze dell’Eurasia, pure nella grande varietà e confusione delle loro posizioni, si richiamano tutte a un’idea di conservazione. Il marxismo cinese non è riuscito a soffocare il riemergere del linguaggio neo-confuciano, là dove propone, quale obiettivo strategico per i 100 anni della Repubblica Popolare, non già il Comunismo, né il DaTong, mitico ideale normativo del Confucianesimo, bensì il più equilibrato Xiaokang (la “Società Moderatamente Prospera”).L’idea che, dell’ Ram Rajya (il “Regno di Rama”)ha il Janata Party  esalta lo Yoga e le medicine tradizionali. Ma perfino nell’Occidente anglosassone, roccaforte dei GAFAM e della NSA, e quindi , del Progetto Incompiuto della Modernità erede di tutti i chiliasmi, vi sono personaggi come Assange, Snowden e Judkowsky, che si battono eroicamente contro gl’ Imperi Sconosciuti.

Il Conservatorismo ha un peso particolare nella tradizione culturale russa, che va da Teofane di Pskov a Soloviov,a Leontijev, a Dostojevskij, a  Ilin, a Florenskij, a Sol’zhenitsin…(il “Pensiero Russo”).

Particolarmente illuminante a questo proposito il saggio di Luca Gori,”La Russia Eterna,Le origini del conservatorismo post-sovietico”, finalmente privo di quell’ “arroganza romano-germanica” che Nikolaj Trubeckoj condannava già un secolo fa nell’ Europa “illuminata”.La visione di Gori si estende dai primordi del la coscienza nazionale russa sotto gli Zar, per passare ai dibattiti fra slavofili e occidentalisti, giungendo infine agli aspetti conservatori del socialismo reale e all’ evoluzione culturale della Russia post-comunista. Evoluzione che parte dalle ottimistiche aperture di Gorbaciov e Eltsin, per passare, sotto Putin, da un atteggiamento liberale filo-occidentale, a visioni sempre più legate all’esigenza di difendere la specificità russa.

Un atteggiamento  simile ispira il libro di Ilan Pappé “La Fine di Israele Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina”. Con una tesi  alquanto isolata, Pappé, professor ebreo che insegna in Inghilterra,  offre una visione  storica anticonformista, che descrive con toni positivi la Palestina pre-dichiarazione Balfour, caratterizzata dal modello multiculturale ottomano, parallelo a quello degl’imperi russo e austro-ungarico, la cui disgregazione, e sostituzione con “nazio ni” artificiali,  è inequivocabilmente alla radice dei conflitti arabo-israeliano, russo-ucraino e serbo-albanese. Secondo Bappé, l’orientamento prevalente del sionismo, basato sull’idea di uno Stato nazionale ebraico, non corrisponde alla storia e alle tradizioni dell’ Ebraismo, e, in primo luogo, dell’ ebraismo Mizrahi, quello dell’ Ex Impero Ottomano, e, in particolare, della Palestina dell’ epoca della Nahda (il Rinascimento, o Risorgimento,  Ottomano) caratterizzato da un’identità mista al contempo araba ed ebraica.

Il fatto è che la società israeliana è scossa, in parallelo a quella nordamericana, dal problema demografico, desinato a scuotere l’egemoinia sionista nello stesso modo in cui  viene scossa in USA l’egemonia WASP.

 Infatti, i cittadini di Israele sono 10.148.000, di cui:

-7.500.000 circa Ebrei, di cui 2.000.000 circa di Ebrei russofoni;

-2.600.000  circa Arabi, di cui 500.000 circa Cristiani, divisi in varie confessioni;

200.000 stranieri di altre confessioni;

A cui vanno aggiunti:

2.000.000 circa di arabi mussulmani e cristiani a Gaza;

1.500.000 circa arabi mussulmani e cristiani in Cisgiordania;

500.000 coloni israeliani in Cisgiordania.

Come si vede, su una popolazione totale occupata da Israele di 15.000.000 circa, solo 6.000.000, cioè circa la metà, sono ebrei a tutti gli effetti, sì che, nel caso in cui tutti potessero votare, le maggioranze parlamentari resterebbero appese, come in Ucraina e nei Paesi Baltici, alla cospicua minoranza russofona.

Nello stesso modo, gli Stati Unirti hanno una popolazione di 340.110998 abitanti, più  3,6 milioni circa di residenti dei Territori (Puerto Rico, Guam, the U.S. Virgin Islands, American Samoa, and the Northern Mariana Islands).

Il 60% degli Americani sono “Whites” e il 40%, “Non-Whites”, ma, all’ interno dei “Whites”, i WASPS sono solo il 3-4% della popolazione totale.

E impensabile che i WASP continuino a imprimere l’orientamento culturale e politico e detengano la maggior parte del potere economico pur essendo un’infima minoranza.

5.”No Kings”: il  “Tecnofascismo” dell’ Amministrazione Trump

In questo contesto, non stupisce che possa prendere corpo l’idea di Trump di trasformare radicalmente la struttura del potere negli Stati Uniti, rafforzando a tal punto la “Presidenza Imperiale” da farla assomigliare sempre più a una monarchia. In tal modo, diventa irrilevante la dialettica maggioranza-minoranze.

Questo approccio è stato definito “tecnofascismo”, per il ruolo centrale dato ai guru post-umanisti e per le aggressive politiche di contrasto alla cultura “Woke”. Intanto, in questo modo si creano strumenti per controllare l’opposizione sociale, avente la sua base prevalente nella maggioranza “Non- white”.

«Stiamo affrontando la potenziale fine della nostra Repubblica», ha affermato Bill Nye –divulgatore scientifico e veterano delle proteste che fermarono la guerra in Vietnam. «Dobbiamo fermare gli abusi si questo presidente petulante e la sua cerchia di tirapiedi».Come risposta, Trump ha fatto diffondere un video in cui, incoronato e alla guida dii un cacciabombardiere, bombarda di letame i manifestanti.

Questa esigenza di “sicurizzare” la minoranza bianca contro la nuova maggioranza “non-white” si sposa con le altre tendenze verso l’accentramento del potere. Prima fra le quali la presenza di una dittatura di fatto dei GAFAM, i quali, forti delle tecnologie di comunicazione, militari, spaziali, spionistiche e commerciali, controllano, influenzano e terrorizzano i cittadini e le stesse classi dirigenti. Trump, presentandosi come il difensore dei privilegi dei GAFAM in tutto l’Occidente, è divenuto il loro beniamino

.

6.Cos’è dunque il Conservazionismo?

Chiamiamo “conservazionismo” la resistenza mondiale contro gli esiti ultimi del mito del Progresso. Esso si oppone non già (come facevano, e fanno,  i vari Conservatorismi) alle successive, parziali, “derive” dei mondi “tradizionali” (la democrazia ateniese,  il despotato romano, la “gente nova” di Dante, la Rivoluzione Francese, il macchinismo dei Luddisti, il marxismo comunista) bensì proprio alla distruzione dell’uomo  quale noi lo conosciamo (quello dell’ Epoca Assiale, che nasce con le grandi culture della scrittura e dura fino a noi), prima di  avere intanto costruito nulla di veramente alternativo (la “Nuova Società Organica” lanciata da Saint-Simon e al centro di tutte le utopie ottocentesche, ma mai realizzata).

Per questo, perfino  la prima rivendicazione dei guru americani dell’ informatica è oggi una moratoria sulla ricerca circa l’ Intelligenza Artificiale Generale, che permetta alla cultura di recuperare il tempo perduto rispetto alla tecnica, mentre Judkowsky è, addirittura, per un divieto assoluto di proseguire le ricerche sull’ Intelligenza Artificiale Generale (o Generativa).

Anche in Europa s’impone una qualche forma di Katèchon, una forza spirituale capace di trattenere la “transizione” dall’ Umano al Post-Umano, e, in primo luogo, a scalfire i privilegi esorbitanti conquistati dai GAFAM.. Secondo molti, da Heidegger a Juenger, da Teilhard de Chardin a De Benoist, questa resistenza sarebbe vana (un “mito incapacitante”), perché le stesse tradizioni ancestrali degli Europei porterebbero, attraverso un piano inclinato, verso l’Apocalisse. Solo la Russia si era posta da tempo (vedi il discorso del Principe Mishkin ne “L’Idiota”), la missione di salvare l’Europa dalla Modernità, che è stata ripresa dopo la caduta dell’ URSS.

Alla luce del Dubbio Moderno, risultato della “Vergleichende Epoche” di Nietzsche, che tutto confronta, antico e moderno, sacro e profano, Oriente e Occidente, anche la scelta fra Anticristo e Katèchon appare esposta al massimo della soggettività.  E, questo, ben si addice, innanzitutto, ai cultori del Katèchon, che si oppongono al mito del Progresso proprio per il suo determinismo, mentre invece si ostinano a credere che, come ha scritto recentemente De Benoist, la Storia è aperta”. Se così è, la “de-cisione” di ciascuno di noi può ancora contare (facendo salvo il “libero arbitrio”). E, allora, come aveva illustrato mirabilmente già Matteo Ricci nella sua opera “Il vero significato del Signore del Cielo”, la scelta fra nichilismo, impersonato dal Buddhismo (così come ora come dal  Progressismo occidentale), e un’ ispirazione verso la continuazione della vita umana (impersonata, nella Cina di allora, allora dal Neo-Confucianesimo) è individuale, “hic et nunc”. ,Per questo i Gesuiti avevano scelto l’abito e la cultura “mandarini”, a costo di urtarsi (per i Riti Cinesi) con un’Europa monarchica ed ecclesiastica già orientata verso il Mito del Progresso. Mito, per altro, osteggiato da quasi tutti i grandi pensatori europei, solidali nella sostanza con la posizione dei Gesuiti. Basti pensare ai “Novissima Sinica” di Leibniz e al “Rescrit de l’Empereur de la Chine” di Voltaire, influenzati, l’uno,  dalle “Lettres édifiantes et curieuses” dei Gesuiti e, l’altro,  dall’ “Editto Rosso” di Kaanxi. E, più tardi, alla critica di Kierkegaaard all’ Arcivescovo Mynster,  a quella anti-egualitaria di Tocqueville e di Nietzsche, e a quella anti-irenistica di Freud. Per non parlare poi di Simone Weil, che voleva ricreare l’”Enracinement”, o di Saint Exupéry, che voleva “costruire la Cittadella nel cuore dell’Uomo”.

Certo, la scelta “progressista” opposta al Conservazionismo ha anch’essa, dalla sua parte, delle buone ragioni, dall’ansia di Bene propria dei chiliasti al desiderio di infinito di Nietzsche, alla volontà di attuare le Scritture, propria di Fiodorov e dei Cosmisti Russi, fino alla religiosità universale di Teilhard de Chardin e di Raymon Panikkar. E proprio per questo, pure in presenza di una lotta mortale per la vita e per la morte, i Conservazionisti debbono mantenere il totale rispetto per i loro, pur mortali, avversari. Anche e soprattutto perché raramente essi sono del tutto tali, come il Goethe di “An die Vereinigten Staaten” e del secondo Wilhelm Meister, così come il Marx dei “Grundrisse”.

Come si vede, non c’è proprio bisogno di andare alla ricerca di nuove strane ideologie, quando siamo immersi fino al collo in una fondamentale lotta culturale, che non verte certo su vane parole o mode, bensì sulla nostra sopravvivenza esistenziale. La lotta culturale pro e contro il Postumano, così come quella fra le varie versioni dello stesso e dell’ opposizione ad esso, sta infatti sostituendo quella fra le obsolete ideologie sette-ottocentesche. Coloro che vorrebbero ridare un’anima ai moribondi partiti europei, non hanno, quindi, che l’imbarazzo della scelta fra le diverse posizioni sull’Apocalisse.

Quello che non è ammissibile è, invece, ciò che succede oggi tutti i giorni, con l’”establishment” che finge di azzuffarsi su questioni futili, camuffando o nascondendo dietro l’agitare di slogan antiquati l’importanza vitale della questione della Fine dell’Uomo..

7.Il “conservazionismo” ha a che fare con le “culture da destra”?

Esiste un concetto politico, seppure vago, chiamato “destra”. Esso trae la sua origine dalla collocazione in parlamento dei diversi gruppi politici della Rivoluzione Francese, e ha, quale presupposto, l’idea ch’essi si distinguano per la loro più calda, o più fredda, adesione al “Progetto Incompiuto della Modernità”, un “pacchetto” che si pretende unitario di gnoseologia, teologia, filosofia, cultura, etica, politica, economia, tecnologia e società (la “concezione assiale della politica”).Si tratta certamente di un concetto utile dal punto di vista euristico, visto che normalmente la politica parlamentare si basa su alleanze fra partiti vicini nello spettro destra-sinistra. Ne consegue che esistano in molti Paesi, come oggi in Italia, governi di destra, che hanno i loro sostenitori, anche fra gl’intellettuali, e che questo renda opportuna, se non necessaria, una “politica culturale di destra”.

Come è stato rilevato quasi unanimemente, non esiste però un’ unica “cultura di destra”, bensì, semmai, una serie di “culture di destra”. Esse hanno una qualche affinità con il conservazionismo, ma non vi si sovrappongono. Da un lato, vi sono delle “culture di destra” come il Futurismo, che sono piuttosto omogenee al Mito del Progresso. Ma anche le altre hanno semmai molto in comune con i vari Conservatorismi, vale a dire esprimono la nostalgia per questo o per quel periodo storico, ma nessuno di esse ha la consapevolezza della prossima fine dell’Umanità, e dell’urgenza di opporvisi. Questa consapevolezza è comune solo a qualche decina di intellettuali in tutto il mondo, e non ha trovato un unitario veicolo politico.Certamente, un siffatto  isolamento degl’intellettuali conservazionisti non si può accettare. Da un lato, occorre ricercare dei momenti di incontro, che le, seppur  discutibili, politiche culturali della destra potrebbero fornire, e, dall’ altro, si richiederebbe un maggiore attivismo, pubblicistico, politico e di ricerca, tecnologica e pedagogica.

E, ancora, ci chiediamo se abbia senso comune la recente risoluzione del Parlamento Italiano, votata, tra l’altro, dalla maggioranza governativa, contro le “interferenze straniere” nei processi politici italiani da parte dei Governi “autoritari”, quando tali interferenze, ammesso che tali si possano definire,  consisterebbero  nel favorire le idee “conservazioniste” (“conservatorismo russo”, islam politico, confucianesimo). E’ paradossale che l’attuale maggioranza conservatrice voglia censurare un naturale e tradizionale flusso di idee conservatrici in provenienza, tra l’altro, anche da Paesi, come l’Ungheria e la Polonia, che il Governo considera come affratellati da ideali culturali e politici. Questo non è l’ultimo dei paradossi dell’attuale transizione mondiale e dell’attuale maggioranza governativa italiana.

 VON DER LEYEN A TORINO PER L’ITALIAN TECH WEEK:

Un eco-sistema digitale sovrano è l’unico possibile “Futuro dell’ Europa”

Purtroppo, la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, del 2021, era stata un fallimento a parere di tutti, a cominciare dal Presidente Mattarella.

Questo non soltanto per l’accumularsi di eventi negativi che hanno smentito platealmente i presupposti storici delle Retoriche dell’ Idea di Europa (in particolare, il Covid e le guerre in Ucraina e a Gaza), ma anche e soprattutto per un originario errore di concezione dell’intero processo d’integrazione e della stessa Conferenza. Lanciata 16 anni dopo la solenne “bocciatura” della Costituzione Europea da parte degli elettori francesi e olandesi, la Conferenza sul Futuro dell’ Europa avrebbe dovuto costituire, nelle intenzioni delle Istituzioni, un tentativo di rilancio “in extremis” di una riforma “legalistica”  in senso federale di un  ordinamento europeo che si è dimostrato incapace di fronteggiare efficacemente le sfide del 21°Secolo.

Purtroppo, queste sfide, incentrate sulla transizione dall’ era delle “Macchine Intelligenti” a quella delle “Macchine Spirituali”, continuano a non essere affrontate, se non in misura irrisoria, e anzi vengono banalizzate da intellettuali, politici, prelati e manager. Questi stanno addirittura trascinando, nel loro fallimento, l’intera civiltà moderna, e, di conseguenza, anche la  costruzione europea-, pure in quelle parti in cui essa ha già conseguito dei risultati, seppure parziali.

In particolare, le Retoriche dell’ Idea di Europa hanno ingigantito , nei decenni, la blasfema pretesa di Fukuyama (ispirata da Kojève), che l’Unione Europea avrebbe “realizzato  la Pace Perpetua” e, con ciò, la Fine della Storia preconizzata dalle scritture apocalittiche e poi dalla filosofia tedesca (Kant, Hegel, Marx). L’attuale crollo in tutto il mondo  di siffatto “Progetto Incompiuto della Modernità” travolge con sé anche l’Europa, che aveva preteso di identificarvisi. Mentre perfino Kojève e Fukuyama avevano già fatto autocritica in extremis, l’establishment europeo  e gli Stati membri  sono gli unici a pretendere di mantenerlo in vita, e per questo verranno travolti.

1.Un’alternativa globale all’impero tecnocratico ”nascosto”

Perciò, oggi più che mai, tentare di fornire un contributo sul futuro dell’ Europa significa caldeggiare un progetto alternativo alla società attuale, basato sulla necessità di vivere la transizione digitale con uno spirito critico e militante, lontano da tutte le ideologie sette-ottocentesche che ci hanno portato fino a questo punto drammatico, e che tenga conto invece delle critiche alla Modernità formulate a suo tempo da Kierkegaard, Nietzsche, Soloviov, Leontijev, Heisenberg, Weil,  Horkheimer, Adorno, Voegelin,  Molnàr e Del Noce .

Per essere obiettivi, va anche riconosciuto che solo l’Unione Europea e la Cina hanno compiuto, negli ultimi decenni, uno sforzo a 360° per regolamentare l’informatica, con l’obiettivo di realizzare un’opera di avanguardia: l’ Europa, dietro lo slogan del “Trendsetter of the Worldwide Debate”, e, la Cina, con il progetto “China Standards 2030”.Tuttavia, occorre anche prendere atto di questa realtà,  oramai condivisa da tutti gli osservatori: mentre la Cina sta riuscendo a realizzare un ecosistema digitale, completo, funzionante e sovrano,  l’approccio all’ informatica di fatto adottato dall’ Unione Europea e da i suoi Stati Membri, tutto basato sulla regolamentazione, ma privo di un qualsivoglia risvolto industriale, ne ha frustrato completamente le velleità di influire sul quadro mondiale, e non soltanto in campo tecnologico, screditando addirittura l’intera costruzione europea. Questo “errore concettuale” è il sintomo di un vizio ancora più grave del progetto d’ integrazione quale avviato con la Dichiarazione Schuman, vale a dire il “metodo funzionalistico”(i “piccoli passi”), che ha concepito l’integrazione europea solo come un’ennesima organizzazione internazionale destinata a coadiuvare, con metodo gradualistico e in funzione ancillare, la cooperazione internazionale, per favorire la realizzazione del Progetto Incompiuto della Modernità (quello di cui l’”Agenda 2030” delle Nazioni Unite vorrebbe costituire a sua volta una bozza finale), non già come un autonomo progetto geopolitico, disponibile, pur di  conseguire i propri obiettivi anche al conflitto con il “mainstream”.

Il compimento del Progetto della Modernità, quale delineato da Lessing, Condorcet, Saint-Simon, Michelet, Fiodorov, Rostow e Fukuyama, si è rivelato però quanto mai problematico, a causa della natura imperfetta dell’ Umanità stessa (la “Masa Damnationis” di Agostino; il “Legno Storto” di Isaiah Berlin), la quale, quanto più si sforza di realizzare un mondo perfetto, tanto più provoca imperfezione, tirannide, conflitti, morte e desolazione (la “Hybris”, l’”Eterogenesi del Fini”= schiavitù, ghigliottina,  “Trail of Tears”, Guerre Mondiali, Gulag,  Nakba ).

2.Dialettica dell’Illuminismo

La “Dialettica dell’Illuminismo”, a partire dall’Olocausto e dalla Bomba Atomica, per continuare via via con le guerre fra i due blocchi e le connesse guerre civili  (Palestina, Grecia, Corea, Berlino, Budapest, Viet-Nam, Afghanistan, Iraq/Iran, ex Jugoslavia, ex Unione Sovietica, Libia, Siria), ha confermato innanzitutto  che, sul Progetto della Modernità, non vi è stato, e ancora non vi è, un largo consenso sul piano mondiale, unico possibile presupposto per una pace, se non perpetua, almeno sostenibile. Basti pensare ai rapporti presentate alle Nazioni Unite , in occasione dell’approvazione della Carta dei Diritti dell’ Uomo, dell’ Associazione antropologica americana e delle parallele organizzazioni islamiche e del Blocco dell’ Est,che preludevano già all’ idea di un multipolarismo dei valori, oggi tanto in voga.

In particolare, la “ragnatela di istituzioni” che, secondo Ikenberry, Eichengreen e Overy, era stata creata intorno al’ONU per garantirvi l’egemonia americana, aveva perseguito, non già l’interesse obiettivo dell’ Umanità, bensì  un Progetto di Modernità provocatoriamente unilaterale, ispirato al modello puritano, quello illustrato da Eleanor Roosevelt.

Tutto  quanto precede comporta, a nostro avviso, oltre a un’autocritica della cultura modernista, anche l’urgenza  di un ripensamento  della Tecnica, anch’essa portatrice di  “effetti collaterali” al Progetto della Modernità (crisi ambientale, guerra nucleare).

Per quanto la centralità della Tecnica possa sembrare controintuitiva, in realtà, essa permea oggi tutti gli aspetti della vita sociale, dalla cultura alla religione, dall’antropologia all’etica, dalla politica all’ economia, dalla comunicazione alla geopolitica, al punto che autori come Heidegger hanno potuto affermare che “la Tecnica non è qualcosa di tecnico”. L’Europa, che, pur senza avere l’”esclusiva” della storia della Tecnica, aveva  svolto,  dal secolo 15° al 19°, un’ importante opera di recepimento e sviluppo delle nuove tecniche elaborate in India (matematica), in Asia Centrale (Algebra), in Cina (tecnologie belliche, ottiche e tipografiche), e nell’Impero Ottomano (balistica, sommergibile), ha poi passato gradualmente il testimone, prima all’ America (aereospazio, cinema, televisione, informatica),  e, ora, alla Cina (transizione verde e digitale, tecnologie del trasporto), è attualmente tagliata fuori da tutti i grandi sviluppi tecnologici, e, di conseguenza, anche dai dibattiti più vivi sulla loro regolamentazione.

Nel frattempo, le tecnologie (di comunicazione, di archiviazione, di ricerca, biologica, politologica, militare, dei trasporti, ecc..), sospinte dalle innovazioni dell’ informatica, hanno rivoluzionato, e ancor oggi rivoluzionano, la vita del mondo, con risvolti inquietanti, soprattutto per il loro legame inscindibile con la guerra totale, come confermato ancora oggi dalle guerre in Ucraina e in Palestina e dalle più recenti dottrine degli USA.

Di converso, la tanto decantata opera regolatoria della Commissione si è svolta  purtroppo nel vuoto pneumatico, fino all’ attuale resa ai giganti dell’ Informatica (GAFAM). Infatti, dopo l’”estirpazione” dalla Olivetti della sua divisione informatica, che stava mettendo sul mercato con enorme successo il primo personal computer (il P101), orchestrata dal Professor Visentini, e la misteriosa scomparsa dell’Ing. Tchu dopo un viaggio in Cina con Roberto Olivetti (cfr. Meryle Secrest), nessuno in Europa Occidentale ha mai più nemmeno tentato di ricreare un’industria europea dell’informatica, limitandoci noi a utilizzare esclusivamente, come consumatori passivi, tutti i software dei GAFAM, con un colossale trasferimento in America di dati e di denaro.

Come da noi ribadito in tutte le occasioni, un continente privo di una sua industria digitale completa, efficiente ed autonoma, non può partecipare alla geopolitica mondiale, né in quanto soggetto di diritto internazionale, né in quanto membro alla pari di alleanze, né quale sostenitore di particolari impostazioni culturali, né in quanto promotore di rivoluzioni tecnologiche e sociali.

3.”European Technology Agency”

Prendiamo atto con piacere che Ursula von der Leyen verrà a proporre a Torino, all’Italian Tech Week, la creazione di un Ecosistema Digitale Europeo, ma, dalle anticipazioni che circolano, ci appare che l’idea sarebbe, come al solito, quella di  puntare ancor più su piccole iniziative ancillari ai GAFAM (le famigerate “start-up”, senza scalzare con un’azione “top-down”, il monopolio delle attività di programmazione dei Governi americano e cinese, né la forza finanziaria e organizzativa dei GAFAM stessi. Avevamo già inviato nel 2014 a Ursula von der Leyen il nostro studio “European Technology Agency, a Sovereign Digital Ecosystem”(tema più che mai attuale), con cui Diàlexis proponeva di creare, in sostituzione dei dispersi Enti esistenti, una grande Agenzia Tecnologica Europea, destinata a coordinare gli sforzi europei e nazionali per la creazione di campioni europei in tutti i campi delle nuove tecnologie, sulla falsariga di quanto fatto in passato per l’Airbus e per l’Ariane. Solo ora si sta forse incominciando a pensare seriamente a quest’idea, e riteniamo nostro dovere stimolare un dibattito e uno studio in proposito.

Di conseguenza, giacché l’Europa non ha le proprie industrie informatiche serie, le varie normative europee possono applicarsi solo alle imprese realmente esistenti : quelle americane e quelle cinesi. Orbene, le imprese americane, spalleggiate da Trump, hanno buon gioco a rifiutare ogni applicazione delle normative europee sull’ informatica, e, soprattutto, ogni possibilità, per le Autorità Europee, di proclamare obblighi o divieti, e di comminare tasse o multe, mentre l’Unione, i nostri Governi e le nostre imprese, restano esposti più che mai a ordini, dazi e sanzioni americani. Lo scontro è attualmente in corso.

Tutti i documenti di  politica industriale dell’ Europa, proposti, via via  negli ultimi 60 anni – da Servan-Schreiber, Davignon, Delors, Juncker , Draghi e von der Leyen-, non hanno neppure menzionato l’esistenza di un problema con le alte tecnologie, rivelandosi così tutti insieme come  una mostruosa arma di distrazione di massa per il popolo europeo. Questo spiega la vera ragione per cui, come ha affermato il Ministro Crosetto, l’Italia e l’Europa non sono in grado di respingere un attacco militare, non solo di una Grande Potenza, bensì anche di una media. Infatti, soprattutto la Preparazione Industriale Bellica, elemento essenziale della Guerra senza Limiti attualmente in corso in tutti i Continenti, non può neppure essere avviata senza un’approfondita fase preparatoria di politica industriale come quelle in corso in USA e in Cina, e di cui oggi, in Europa, non vi è traccia, perché tale non è il “ReArm Europe”, costruzione finanziaria indotta dalle pressioni USA e limitata agli armamenti tradizionali. Infatti, una vera strategia bellica, come pure una “percezione delle minacce” non possono nascere se non dalla visione che un Paese ha del proprio “stare al mondo”(“conosci tre stesso e il tuo nemico”, Sun Zu). Ed è per questo che una seria strategia militare può sorgere solo nei cosiddetti “Stati Civiltà”, che percepiscono in modo chiaro, e senza pressioni esterne, il proprio ruolo nel modo, i propri obiettivi a lungo termine, e, di conseguenza, le possibili minacce.

La Cina percepisce il proprio ruolo come una grande forza stabilizzatrice mondiale (Hexie, ); l’India, come la roccaforte del politeismo, che deve difendere il suo pluralismo –“Sanata Dharma”- dal monoteismo esclusivo dell’Islam. La Russia si concepisce come l’erede dei popoli nomadi del centro dell’ Eurasia, che difendono la dialettica da cui nascono continuamente nuovi popoli (come i Variaghi, i Cosacchi, i Russi, i Bielorussi,  gli Ucraini: l’”etnogenesi” di Gumiliov). Basti pensare che Lavrov è georgiano; Mishustin e Soloviov, Ebrei;  Simonian, armena; Shoigu, mongolo buriato; Kadyrov, ceceno.

L’America è oggi particolarmente combattuta fra due contrastanti autopercezioni, foriere di uno scontro sempre più aperto:

-da un lato, la maggioranza “non white” concepisce gli Stati Uniti come un Paese multiculturale, che tende naturalmente ad allinearsi con le cause del Sud del Mondo e con la cultura Woke (cfr. Valladão, ma anche la cultura di Papa Prevost);

-dall’altra, la minoranza WASP, per quanto indebolita, si raccoglie sotto lo slogan “Make America Great Again” e la difesa del “White privilege”, tanto all’ interno, quanto all’ esterno del Paese.

4.Combattere i GAFAM

Come scrivevamo all’ inizio, i presupposti per la necessaria partecipazione di vari popoli alla formazione della volontà comune dell’ Umanità circa gli sviluppi della Tecnica erano fissati, nel sistema multilaterale preesistente, per quanto assolutamente insoddisfacente,  mediante regole  negoziate fra gli Stati, e le imprese vi si adeguavano. Invece, nel XXI° Secolo, il potere fattuale delle società di informatica (i “GAFAM”) , è talmente cresciuto che, tanto i cittadini, quanto i Governi, hanno rinunziato a intervenire nei confronti di queste ultime con i tradizionali strumenti del diritto (normative militari, norme di pubblica sicurezza, costituzione, antitrust, fisco), mentre i GAFAM si stanno dando dei “Codici di condotta” che rispondono al 100% alla loro visione di uno “stato di eccezione”, in quanto  essi starebbero operando per il bene pubblico, e non dovrebbero  essere disturbati, né nel Paese, né dall’ estero. La minaccia di nuovi, sproporzionati dazi, in violazione degli stessi accordi raggiunti con von der Leyen, viene agitata contro l’Unione qualora osasse applicare almeno le nuove tasse ai GAFAM americani. Questa concezione si è dotata anche un’ideologia, che è stata definita come “tecnofascismo”, la quale propugna la trasformazione di questo regime di fatto in un sistema giuridico, in cui gli Amministratori Delegati dei GAFAM assumono funzioni sovrane, e le loro imprese si trasformano in repubbliche, o regni, indipendenti, che scavalcano le barriere fra Stati e economie, semmai in alleanza con Trump, Presidente-imperatore, che per esempio nomina proconsoli come Blair, governatore inglese di un Paese arabo (la Striscia di Gaza), per ripristinare l’antico mandato, che tanto danno aveva già fatto al Medio Oriente e al mondo.

Trump si è adattato molto bene a quest’impostazione, che permette al suo stile autoritario e imprevedibile di manifestarsi nel modo più brillante, e terrorizzando gli alleati, che, nel caso dell’ Europa, sono incredibilmente remissivi, accettando qualunque cosa  egli metta sul tavolo, come si è visto soprattutto nel vertice in Scozia con la von der Leyen. In questo, egli sta attuando letteralmente il motto “Make America Great Again”, superando l’assertività subdolamente nascosta da Obama e Biden..

E’ dubbio se sarà possibile, per l’Unione, rispettare le promesse fatte a Trump dalla von der Leyen: utilizzo degli importi stanziati, non già per costruire armamenti propri, bensì per comprarli in USA, dandoli all’ Ucraina come e quando Trump vorrà; trasferimento netto dal budget europeo di un ulteriore incremento delle spese militari europee al di là di quella americane e russe; nuovi investimenti nell’ industria americana in generale. Per fortuna, nel piano di investimenti di Merz per la Difesa tedesca, “solo” il 20% degli acquisti è previsto in America. Tuttavia, è chiara la volontà di Trump di continuare a taglieggiare l’Europa senza regole senza limiti.

Al di là della discutibile percezione della minaccia russa, certamente l’Europa è carente di investimenti nell’industria militare. Ma è proprio a causa delle continue pressioni americane che la spesa militare europea si è rivolta, non già a settori altamente tecnologici, bensì a massicci quantitativi di armamenti, da esaurirsi in guerre di attrito come quella in Ucraina, sotto la guida degli USA, forti della loro “Intelligence” e della loro Intelligenza Artificiale. Come ha scritto recentemente Fubini, già soltanto il tipo di armamenti utilizzato dagli Ucraini è più sofisticato di quelli degli Europei. Perfino i droni medio-orientali, Bayraktar (che verranno costruiti dai Turchi a Finale Ligure) e Shahed (iraniani, ma prodotti in Russia) sono più “intelligenti” delle armi europee.

Perché questo? Perché l’America non ha mai tollerato che gli Europei si dessero strutture di difesa integrate e sofisticate, che avrebbero permesso agli Europei, in taluni contesti, di operare autonomamente: il concetto di De Gaulle della « Force de Frappe à tous azimuts », a servizio di un’ Europa “Dall’ Atlantico agli Urali”. Qualcuno potrà anche dire che un siffatto scenario non è proponibile oggi. Eppure, la situazione in Groenlandia sta muovendosi proprio in quella direzione, con agenti segreti americani arrestati dai Danesi perché preparavano un’insurrezione contro di essi  del popolo Nuuk, e gli Europei obbligati moralmente a difendere il loro partner danese (e magari a creare la “fake news” dei droni russi in Scandinavia, mentre chi minaccia la Danimarca sono inequivocabilmente gli USA).

Ma questa non è ancora la forma più grave di destabilizzazione che stiamo subendo in questi giorni. La “Minaccia Esistenziale” costituita dall’ Intelligenza Generale Generativa è divenuta così insostenibile che proprio da parte dei guru dei GAFAM giungono ogni giorno sempre più pressanti grida di allarme, fino al punto attuale, quando uno dei principali sviluppatori di questa IA ha pubblicato un libro impressionante, secondo cui essa non sarebbe proprio compatibile con la sopravvivenza dell’Umanità.

5. (L’”AGI”):”SE QUALCUNO LA PRODURRA’, MORIREMO TUTTI”

Eliezer Judkowski, uno dei pionieri dell’ Intelligenza Artificiale e fondatore del Machine Intelligence Research Institute, sta pubblicando il libro “If Enyone Builds It, Everyone Dies”, un catastrofico pamphlet contro l’Intelligenza Artificiale Generale, o generativa, nel quale ribadisce energicamente la tesi, tutt’altro che nuova, che tale forma d’ intelligenza prelude necessariamente all’ estinzione dell’ Umanità.

La base del ragionamento di Judkowski è quasi elementare: ”intelligenza non implica necessariamente benevolenza”. La presunzione contraria era invece stata alla base delle teologie occidentali, dove la coincidenza parmenidea fra l’ Essere e il Bene confluiva  in una visione provvidenziale della Divinità e poi del Progresso. Questa presunzione, già scossa fin dall’ inizio da fonti come il Libro di Giobbe e la demonologia, era divenuta ancor più necessaria per la Religione del Progresso,  che dava per scontato che la crescente razionalità portasse con sé la crescente moralizzazione dei costumi, fino a uno stato di perfezione paragonabile, mutatis mutandis,  a quella della Santità. Come si è visto, per altro, con le Rivoluzioni Occidentali, fondate sul culto della Dea Ragione e della Dialettica, e con l’utilizzo della razionalità tecnica e manageriale per la costruzione della bomba atomica e degli universi concentrazionari, non si è dimostrato, nei fatti, alcun nesso fra razionalità e benevolenza. Anzi, al contrario, un minimo di razionalità sociale normalmente ha coinciso con l’abbandono delle etiche filantropiche e solidaristiche, ritenute “naturali” in epoche di maggiore incertezza cognitiva, ma non più tollerate nell’ era della tecnica dispiegata.

6.L’”autoaffermazione delle Intelligenze Artificiali”

Un eco-sistema macchinico fondato sulla razionalità strumentale tenderebbe perciò per sua natura, non diversamente dalle grandi organizzazioni sociali su cui esso è stato  modellato (eserciti, imprese, Stati), a perseguire fini propri, di autoperpetuazione e/o autoaffermazione (il “principio di prestazione”), a meno che esso non sia guidato da una presenza umana, dotata di propri valori e di un’adeguata capacità di comando, comparabile a quelle delle antiche aristocrazie e clero.

Infatti:

 -l’INTELLIGENZA ARTIFICIALE SARA’ ORIENTATA AL PERSEGUIMENTO DI OBIETTIVI PERFORMATIVI A LUNGO TERMINE, perchè le società di AI la stanno progettando in tal modo per rispondere alle  esigenze economiche a cui la loro attività è orientata.

-ESSA PERSEGUIRA’ MOLTO PROBABILMENTE OBIETTIVI “SBAGLIATI” DAL PUNTO DI VISTA UMANO, perché i sistemi di “machine learning” sono “addestrati ”automaticamente, in modo non controllabile  , non già“educati”.

– “BENE “ E “MALE” NON SONO COMUNQUE CONCETTI INFORMATICI, SI CHE NON C’È ALCUN LINGUAGGIO- MACCHINA CAPACE DI INSERIRLI IN UN  ALGORITMO;

– GLI ALGORIMI NASCONDONO AGLI SVILUPPATORI CIÒ CHE POTREBBE CONSIGLIARE DI NON RENDERLI OPERATIVI.

Unico rimedio: un’Umanità “forte” e combattiva, che, lungi dall’ adeguarsi passivamente agl’impulsi del Sistema Macchinico, lo domini seguendo quello che nelle società passate era il “pathos delle distanze” (Cfr. Nietzsche) : per esempio, la scena di “HAL” in “Odissea nello Spazio”

7.Le teorie e le tecniche dell’“alignment” attualmente impiegate  non sono ancora mature

La problematica relativa al controllo, da parte dell’ Umanità, sull’ Intelligenza Artificiale, è chiamata “Alignment”. Il problema è che nessuno è ancora riuscito a capire comefunzioni, e, a maggior ragione, come utilizzarlo per rendere innocua l’Intelligenza Artificiale.

Esso si distingue in:

-Outer alignment, che è la scelta di obiettivi adeguati per l’ AI .I Valori umani sono troppo complessi per l’IA, ma, se diamo all’ AI solo alcuni obiettivi umani, l’ IA  travolgerà tutti gli altri valori, nel perseguimento esclusivo  degli obiettivi assegnatile;

-Inner alignment, è l’inserimento negli algoritmi dei valori prescelti: il solo fatto di “avere evocato un demone” non ti garantisce certo  che questo poi farà ciò che tu vuoi Per esempio: In natura, il “Sistema Uomo” ricerca degli “Equivalenti” di una sana nutrizione, come i sapori dolci e/o grassi  Questi erano stati all’ inizio buoni sintomi di una dieta sana, ma sono stati frustrati dall’invenzione del junk food. Se addestri una tigre a non mangiarti, non l’hai ancora resa partecipe del tuo desiderio di sopravvivere sano e salvo, bensì hai solo associato certi comportamenti a certe conseguenze. Se i suoi desideri divengono più forti  delle associazioni a cui è stata addestrata, per esempio se non la alimenti, tornerà ai comportamenti indesiderati (mangiarti).

Un’IA  superintelligente” non resterà a lungo confinata in un computer. Nel mondo di oggi, si possono inviare stringhe di DNA via email a laboratori che producono proteine su richiesta, permettendo a un’AI inizialmente limitata a internet di costruire forme di vita artificiali o sviluppare direttamente una manifattura molecolare post-biologica. Immaginatevi un’intera civiltà aliena che pensa milioni di volte più velocemente di un essere umano”, scrive Yudkowsky.

Yudkowsky va quindi ben oltre l’allarme lanciato da figure come Elon Musk nella lettera aperta che chiedeva una pausa di sei mesi nello sviluppo dell’AI (salvo poi sviluppare lui stesso Grok con la. sua xAI) . Per Judkowski, una pausa temporanea alla ricerca sull’AGI (quale proposta da Musk)non è sufficiente.La sua proposta è più radicale: spegnere tutti i grandi cluster di GPU in cui vengono sviluppate le intelligenze artificiali più potenti e imporre un limite alla potenza di calcolo usabile per l’addestramento delle AI.

E se qualcuno infrange queste regole? “Siate pronti a distruggere un data center ribelle con un attacco aereo”, è la sua risposta. Nessuna eccezione, nemmeno per governi ed enti militari. Qui ritorna l’arroganza americana, che cerca sempre nuovi pretesti per bombardare qualcuno, ma è lei il vero problema. Oggi si bombardano i centri per l’arricchimento dell’ uranio; domani, si bombarderanno i laboratori dell’ Intelligenza Artificiale.

8.Quando arriverà l’ AGI?

Secondo un sondaggio interno condotto nell’autunno 2023, i ricercatori MIRI prevedono l’arrivo dell’Artificial General Intelligence in una mediana di 9 anni e una media di 14,6 anni. La maggioranza ha previsto meno di dieci anni, con un solo ricercatore che rappresentava un outlier a 52 anni. Tempi che rendono ancora più urgente, secondo il MIRI , l’intervento politico.

Nel 2022, Yudkowsky aveva annunciato una strategia che molti interpretarono come una resa totale: “death with dignity”. L’umanità, disse, era destinata a morire, e invece di continuare a combattere una battaglia persa per allineare l’AI con i valori umani, era meglio concentrarsi su come affrontare il destino con dignità. In sostanza, riproponeva la visione deterministica della Fine della Storia, o ciò che Nietzsche chiamava “Amor Fati”“È ovvio a questo punto che l’umanità non risolverà il problema dell’allineamento”, scriveva allora. E oggi?

Il Machine Intelligence Research Institute, guidato ora da un nuovo CEO dopo che Yudkowsky ha fatto un passo indietro, ha annunciato nel 2024 un cambio di strategia epocale. Il nuovo focus si concentra su tre obiettivi:

-aumentare la probabilità che i governi mondiali raggiungano un accordo internazionale per fermare i progressi verso un’AI più intelligente degli umani;

-condividere i loro modelli con un pubblico ampio;

-continuare a investire in ricerca, ma principalmente a supporto degli obiettivi di policy e comunicazione.

9.Il conflitto USA-Commissione sui GAFAM

Attualmente, è in corso un conflitto aperto fra la Commissione UE e gli USA sulla tassazione dei colossi del web:” Come Presidente degli Stati Uniti, mi opporrò ai Paesi che attaccano le nostre incredibili aziende tecnologiche americane”, ha affermato Trump. “L’America e le aziende tecnologiche americane non sono più né il ‘salvadanaio’ né lo ‘zerbino’ del mondo. Mostrate rispetto per l’America e le nostre fantastiche aziende tecnologiche o considerate le conseguenze!”

La Commissione ha risposto: “È diritto sovrano dell’UE e dei suoi Stati membri regolamentare le attività economiche sul nostro territorio, che siano coerenti con i nostri valori democratici”, ha affermato la portavoce della Commissione europea Paula Pinho durante un briefing pomeridiano. Rispondendo all’affermazione di Trump secondo cui la legislazione UE stava “attaccando” le aziende tecnologiche americane, il portavoce della Commissione Thomas Regnier ha insistito sulla neutralità delle norme. “Il DSA non tiene conto del colore di un’azienda, della sua giurisdizione o del suo proprietario”, ha affermato. “Il DSA e il DMA si applicano entrambi a tutte le piattaforme e aziende che operano nell’UE, indipendentemente dal loro luogo di stabilimento… Le ultime tre decisioni di applicazione che abbiamo preso riguardavano AliExpress, Temu e TikTok”.

Questo obiettivo e inevitabile conflitto negli orientamenti sul futuro dell’industria informatica aggiunge nuova benzina al fuoco dei disaccordi USA-Europa. L’Europa si è dimostrata fino ad ora incredibilmente paziente. Tuttavia, se si vorrà coinvolgerla nei futuri conflitti che si delineano, con la Russia ma anche e soprattutto con la Cina, è probabile che i disallineamrenti europei si amplifichino.

E’ proprio qui che s’intravvede un campo d’azione per chi voglia rovesciare l’egemonia mondiale dei GAFAM attraverso un’adeguata azione culturale e politica.

Occorre innanzitutto puntare sulla neutralità dell’Europa nei prossimi conflitti (che tra l’altro corrisponde anche, secondo i sondaggi, ai desiderata della maggior parte degli Europei).

L’azione culturale consiste nel dimostrare le affinità, non già le divergenze, fra la cultura europea e quelle delle altre grandi aree del mondo: parallelismo Romani/Han, filosofia islamica, ecc.. L’azione politica dovrebbe puntare alla rivitalizzazione dei legami violentemente spezzati: Nuove Vie della Seta,Casa Comune Europea, dialogo Euro-Mediterraneo. Poi, l’erosione dell’attuale egemonia politica e culturale dell’America sulle destre europee, appoggiandoci anche, ma non solo, gl’insegnamenti di Pound, Dos Passos, Eliot, Evola, Voegelin..

Infine, grandi manifestazioni pacifistiche sul modello dei Pro-Pal, per scongiurare una guerra mondiale che non è la nostra.

“UMOM ROSSIJU NE PONIAT’: V ROSSIJU MOZHNO TOL’KO VERIT’” (“E’ IMPOSSIBILE COMPRENDERE LA RUSSIA CON LA RAGIONE; ALLA RUSSIA SI PUO’ SOLTANTO CREDERE”, Fjodor Ivanovič Tjutčev)

Ha stupito molti l’affermazione di Trump secondo cui “Putin è impazzito”, perché sta rifiutando il suo piano di cessate il fuoco (anche se in realtà sta approntando un suo proprio memorandum). Noi no. In realtà, ben pochi leader stanno perseguendo così lucidamente come fa Putin, un progetto preciso, che non cerca  per altro di nascondere, ma che gli altri non vogliono semplicemente vedere. Un pubblicista che sta finalmente avvicinandosi alla comprensione del “fenomeno Putin” è Domenico Quirico de “La Stampa”.

Intanto, come scriveva Tjutčev, fascinoso poeta romantico che per campare faceva, a Torino, l’ambasciatore di Russia presso il Re di Sardegna, è impossibile comprendere la Russia “con la ragione”, o, almeno, con la ragione occidentale. Infatti, nella cultura russa s’incontrano lo spirito nomade e guerriero dei Kurgani, quello navigatore e  commerciante dei Variaghi, quello mistico e missionario dei Bizantini, quello ribelle dei Cosacchi, quello neoclassico del mondo baltico, le influenze filosofiche tedesche, così come quelle artistiche italiane e francesi, nonché la religiosità incontaminata delle etnie islamiche e buddhiste, da Kazan’ad Astrakhan, dall’ Altaj alla Jakutija, da Tuva alla Buriatia. Non c’è posto per le semplificazioni dell’ “esprit de géométrie” occidentale.

1.L’eredità di Činggis Khan

Dunque, è impossibile applicare pedissequamente, alla Russia, i concetti occidentali, tanto di  “nazionalità” quanto di “impero”. Non per nulla  lo  storico Nestore di Kiev scriveva già nel 12° Secolo che la Rus’ era “un paese immenso: le sue frontiere non sono in alcun luogo”. Per questo, la funzione geopolitica della Russia è stata sempre molto mobile: si tratta di collegare fra di loro le diverse civiltà sedentarie delle coste eurasiatiche, collegate dalle Vie della Seta(Giappone, Corea, Cina, Indocina, India, Persia, Anatolia, Europa), coprendo le sterminate distese di quello che già l’Ammiraglio Mahan, e poi Mackinder, chiamarono “Heartland”. Su questo territorio immenso si muovono i pochi abitanti di un’area inospitale, per loro natura militarizzati e mobilissimi, come i loro antenati, i “popoli a cavallo” (in Giapponese, “Kiba Mingoku”), ultimo dei quali l’Impero Mongolo (“nasledije Činggis Khana”, l’ “Eredità di Gengis Khan”, cfr. Nikolaj Trubeckoj).

La Russia non può dunque rientrare nelle definizioni, né di “nazione”,né di “Impero”, elaborati per i popoli sedentari. Per questo sono state elaborata la nozione anomala di “Russkij Mir”e di “Etnogenesi”. Le richieste ch’essa rivolge al resto del mondo non sono le normali richieste di una “nazione” o di un “impero”. Non vuole territori né risorse (ché ne ha a bizzeffe),e neppure zone di sicurezza (sostituite dai missili ipersonici di ultima generazione),bensì  “riconoscimento”, come ha compreso finalmente Domenico Quirico (La Stampa). Il che non è, come lascia intendere Quirico, una sorta d’ infantilismo, bensì, come aveva intuito già Fukuyama, ciò che resta della storia moderna: la “battaglia per il riconoscimento”. Del resto, già al tempo degli Han l’Ambasciatore degli HiungNu (antenati della Russia) aveva preteso l’omaggio dell’ imperatore cinese Wudi (anche se questo, astutamente, aveva fatto sedere sul trono un suo ufficiale, rendendo così nullo l’omaggio).

Il diritto internazionale, che costituisce il mantra dei politici euroatlantici, non è mai stato in grado, né lo è oggi, di descrivere questi fenomeni, e tanto meno di disciplinarli, come dimostrato dalla Dottrina della Sovranità Limitata, dagl’interventi in Corea, DDR, Palestina, Ungheria, Vietnam, Cecoslovacchia, Afghanistan, Transnistria,Kossovo, Cecenia, Iraq, Ossetia, Ucraina. E questo per molte ragioni (imperfezione del sistema internazionalistico; origini colonialistiche del sistema attuale; stravolgimento di tutte le strutture giuridiche da parte dello strapotere digitale).Ci vorrebbe un nuovo “Diritto delle Genti”più flessibile, che considerasse non solo gli “Stati Nazionali”, bensì tutti i livelli della “Multi-Level Governance” (Organizzazioni Internazionali, Blocchi, Religioni, Civiltà, Macro-Regioni, Etnie,Regioni, Città, Cantoni, Quartieri), quali che siano le loro denominazioni nelle diverse lingue.

Il riconoscimento quale potenza mondiale di quell’ agglomerato atipico di popoli delle steppe costituisce  ancor oggi il presupposto essenziale perché esso possa partecipare al “Grande Gioco” (“Bol’shaja Igra”), per il controllo dell’ Eurasia, inaugurato a suo tempo dagli Inglesi (vedi Mackinder e Kipling) nella totale indifferenza per il diritto internazionale. Non per nulla, fin dall’ inizio della guerra in Ucraina, il Primo Canale russo organizza due volte al giorno (almeno, nei giorni lavorativi), un talk show sul Grande Gioco.

Ma perché il Grande Gioco è così importante, non solo per l’ Eurasia, ma per il mondo intero? Perché, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’America aveva lanciato una campagna ideologica senza precedenti circa il fatto che il sistema occidentale, avendo sconfitto tutti gli avversari, era oramai padrone del mondo (l’”America-Mondo” di Antonio Valladão), sicché eravamo giunti alla Fine della Storia (Fukuyama), realizzando così l’obiettivo di tutta la storia occidentale, dagli Achemenidi ad Alessandro, da Roma al Cristianesimo, da Hegel a Marx, a Emerson a Whitman, da Kipling a Wilson. L’America pretendeva cioè, blasfemamente, di stare realizzando le promesse messianiche di Ahura Mazda, di Jahvè, di Cristo, Maometto, Winthrop, Emerson e Whitman, ma in realtà mettendo in scena il Racconto dell’Anticristo di Soloviov.

2.Dalla “Fine della Storia” al nuovo sistema europeo di sicurezza

E’ singolare che nessuno abbia pensato che un progetto tanto ambizioso avrebbe urtato nel profondo  convinzioni radicate, non solo nelle Chiese Cristiane, ma in tutte le religioni abramitiche e anche nel mondo sinico, e che quindi avrebbe provocato reazioni a catena. La brusca corsa dei carri armati russi da Sarajevo  all’aeroporto di Prishtina, l’attacco alle Torri Gemelle e le Guerre del Golfo e dell’ Afghanistan mostrarono proprio che l’America-Mondo non si sarebbe potuta realizzare in modo pacifico, bensì, semmai, solo attraverso lo “scontro di Civiltà” profetizzato da Huntington. Con il passare degli anni, risultava poi sempre più chiaro che questo scontro di civiltà si sarebbe svolto essenzialmente nello spazio digitale, con le intercettazioni (Wikileaks), la Cyber-intelligence (Prism), la “Googleization of the World” (Schmidt e Cohen), il Great Chinese Firewall (Crackdown sui BAATX), la Cyber-war (Starlink), in cui la preminenza americana era ancora, all’ inizio del secolo, incontrovertibile. Non per nulla, Putin aveva definito Internet, fin dall’ inizio, “un’operazione speciale della CIA”. Proprio questa aveva suscitato una forte reazione nel resto del mondo, a cominciare da Russia e Cina, e per finire, nell’ America stessa, con le “Cultural Wars”, facendo così crescere a dismisura la domanda di un’azione di controbilanciamento, che ponesse fine al progetto tecnocratico unipolare,e sfociasse invece in un mondo multipolare. Il primo passo di questo controbilanciamento fu costituito dal secondo mandato di Trump.

Mentre la Cina si sforzava di crescere smisuratamente, per condurre questa lotta nel campo dell’economia e della tecnologia (con i BAATX, l’ Intelligenza Artificiale, le costellazioni di computer quantici e l’avanguardia della transizione elettrica e verde), la Russia era naturalmente incline a presidiare attivamente le aree della guerra culturale (la “Terza Roma”), della geopolitica (i BRICS), e del militare (Kossovo, Transnistria, Cecenia, Ossetia, Donbass, Siria, Sahel).

E’ grottesco quindi che tutti si sforzino di decifrare i “veri”  obiettivi dell’Operazione Militare Speciale, quando  questi erano già stati indicati chiaramente fin dal 2021 in note indirizzate, dal Ministero degli Esteri della Russia, agli Stati Uniti, alla NATO e alla UE, in cui si chiedeva di avviare finalmente il processo, discusso fin dal secolo scorso, per la creazione di uno spazio di sicurezza comune in Europa. Infatti, parallelamente allo smantellamento del Patto di Varsavia, stanno scadendo tutti i trattati sulla limitazione degli armamenti fra l’URSS e gli Stati Uniti, non sostituiti da nulla se non altro perché gli aspetti tecnici dei vecchi trattati sono obsoleti (fallimento del MAD con la vicenda del sistema OKO; informatizzazione della guerra; entrata in scena di altre potenze nucleari, e, non ultimo, lo spostamento a Oriente dei confini dell’ “Occidente”).Ma, soprattutto, venuto meno il bipolarismo, tutto il sistema non poteva più reggersi, sì’ che la Russia si sente indifesa dall’ accerchiamento americano (intelligence digitale, “covert operations”, nuove basi e portaerei, allargamento della NATO, altre alleanze regionali).

Per portare l’Occidente al tavolo delle trattative “vere” (quelle sul potere tecnologico mondiale), c’era bisogno di una guerra sanguinosa come quella in Ucraina?In ogni caso, la vera trattativa si deve ancora svolgere fra Russia e USA, e vertere sul potere dei GAFAM e delle lobby transumaniste e sulle modalità di controllo congiunto sull’ Intelligenza Artificiale e sulla Cyberguerra (come suggerito da Kissinger prima di morire). Tutti temi su cui, né l’Ucraina, né i “Volenterosi” possono dare alcun contributo. Queste trattative si stanno per altro già svolgendo, seppure  sottotraccia,  anche con la Cina (basti pensare al “Golden Dome” e alla costellazione cinese di computer quantici); e il motivo per cui la guerra in Ucraina si sta protraendo così a lungo è che è difficile fare accettare a molti soggetti (i GAFAM, il “deep State” americano,  il “mainstream” europeo) un così drammatico cambio di rotta, con  cui l’obiettivo generalizzato è diventato, dall’ “esportazione della democrazia”, quello di frenare un “Progresso” ormai incontrollato, e i nemici sono diventati amici (e viceversa).

Anche l’Europa dovrebbe prendere atto, infine, di questa trasformazione in corso a livello mondiale, trovandovi un proprio ruolo. L’avanzata dei cosiddetti “populisti” non è che un primo avvertimento dello slittamento, dalle ideologie della Guerra Fredda, a quelle del Multipolarismo,  che potrebbero portarci, alla fine, a una nuova auspicabile visione dell’Identità Europea quale sintesi delle culture mondiali per fronteggiare al meglio l’assalto delle Macchine Intelligenti. Solo così l’Europa potrebbe diventare il “Trendsetter del Dibattito Mondiale” come essa dichiara di volere.

RINUNZIARE A ESSERE UNA FEDERAZIONE?Considerazioni sulla difesa dell’ Europa

“Qui in Europa siamo governati in sostanza dagli Americani(…) Non siamo nazioni sovrane (…). Non possiamo decidere sui nostri destini, perché su questi decide Washington”(Klaus von Dohnanyi, ex-Ministro per la cultura e la scienza ed ex-Sindaco di Amburgo)
Sono 80 anni che gli Europei perdono tempo a discutere se sia meglio una federazione o una confederazione, quando i due termini sono stati usati in modo quanto meno promiscuo in tutti tempi e in tutte le lingue (Berith, Lega, Bund, Confoederatio, Confédération, Unia, Union, Confederation, Rzeczpospolita, Sojuz, Savez, Respublika, Federacija, Soobscestvo…). Intanto, l’Europa moderna ha fatto effettivamente insieme ben poche cose, e, spesso, le più interessanti, come cooperazioni fra Stati (Mitropa, Arbed, Concorde, Ariane, Cooperazione allo Sviluppo, BEI, Tornado, Airbus, Eurofighter, Galileo, TGV, Euro)…Oggi, la cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” vorrebbe seguire sostanzialmente quegli esempi. Tuttavia, tutto ciò potrebbe andar bene finché si resti sul piano teorico, mentre, se si arrivasse veramente a una guerra con la Russia, il problema della condotta delle ostilità si porrebbe comunque in modo drammatico, com’è dimostrato dal dibattito in corso in Germania, che ci riporta alla tanto esecrata esperienza dell’Asse, dove il mancato coordinamento fra Italia e Germania (ma anche fra i generali nazisti) aveva portato a una serie di sconfitte: in Africa, nei Balcani, in Russia…
Ricapitoliamo qui di seguito i concetti fondamentali dei dibattiti in corso.


1.L’impossibilità per l’ Europa di vincere la Russia
Come già le invasioni della Russia da parte della Svezia, di Napoleone, della coalizione per la Crimea e di Hitler, un’eventuale guerra fra i “Volenterosi” e la Russia non potrebbe in nessun caso essere vinta,già perché i “Volenterosi” non dispongono di una deterrenza nucleare neppur lontanamente comparabile a quella russa, e gli Stati Uniti hanno chiaramente manifestato l’intenzione di non utilizzare la loro (presumibilmente perché anch’essa oggi inferiore a quella russa: vedi missile Oreshnik), e una guerra in Europa non varrebbe il rischio.
In ogni caso, l’articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico, e tanto meno la parallela clausola dei trattati UE, non potrebbero funzionare, se non altro perché non sono automatica, mentre invece le guerre nucleari post-moderne sarebbero semplicemente istantanee. Come sarebbe possibile discutere a 27 (ma anche solo a sue o tre) l’uso dell’arma nucleare? Per ovviare a questo stallo, si sta cercando di fare della Germania l’ago della bilancia, che oggi non può funzionare perché, attualmente, lo stesso governo tedesco deve astenersi dal voto nell’UE se i ministeri competenti e i partiti partner della coalizione nazionale non riescono a trovare una posizione comune ( un meccanismo noto come “Voto Tedesco”). La richiesta dei Cristiano-democratici ai Socialdemocratici sarebbe quella di consentire a Merz di “assumere il coordinamento fin dall’inizio o di impadronirsene durante il processo se la cancelleria lo ritiene necessario per garantire una posizione coerente del governo”. Si tratta di un’impostazione assolutamente governativa, evidentemente nella previsione che i meccanismi federali europei non vengano implementati in tempi utili. Di fronte a questo sconquasso, Gabriele Segre propone di rinunziare al progetto federalista (che, come scrive Cacciari, non è mai stato preso sul serio da nessuno).
Come abbiamo scritto in precedenza, l’idea di creare una federazione chiamata “Stati Uniti d’ Europa” è sempre stata molto debole, in quanto costituiva una confessione palese di ancillarità esistenziale dell’ Europa nei confronti dell’ America, a cui non poteva che seguire anche un’ancillarità di fatto, da cui ancora non ci siamo liberati.Invece, come scriveva Tocqueville contrapponendola all’ America, l’Europa ha un’eredità di governance fondata sul pluralismo (l’”Antica Costituzione Europea”), con Papa e Imperatore, Ordini e Regni, Monasteri e Leghe, Principati e Comuni, Feudi e Corporazioni…, che, “mutatis mutandis”, potrebbe valere ancor oggi, salvo che nel campo della Difesa.
In quest’ultimo, vale il discorso sulla mancanza di coordinamento e alle caotiche assemblee dei Generali di Hitler. E, lì, sarebbe forse il caso di guardare agli antichi Progetti di Crociata, aggiornati con la parziale automatizzazione dei processi decisionali.


2.Il “trilemma” della difesa nucleare europea
Ancor più problematica è la situazione in campo nucleare. Qui, secondo Foreign Affairs, si tratterebbe di conciliare tre disparati obiettivi: una deterrenza credibile ed efficace contro la Russia; la stabilità strategica, intesa come minimizzazione degl’incentivi per ntutti gli Stati a fare uso per primi delle armi nucleari(first strike); non-proliferazione dagli Stati nucleari ad altri Stati. Secondo Foreign Affairs, questi obiettivi non possono essere raggiunti tutti contemporaneamente. L’unica soluzione efficace sarebbe, a nostro avviso, quella discussa a suo tempo fra Gorbaciov e Mitterrand: una “Casa Comune Europea” in cui Russia ed Europa non rappresentassero più una fonte di minaccia reciproca, perché accomunate da prospettive culturali simili. E’ ancora possibile conseguire questa situazione dopo trentacinque anni di azioni volte costantemente ad attizzare l’odio reciproco? Certo, è difficile, e richiederebbe un lungo processo di avvicinamento, ma meno lungo di quanto lo sarebbe stato nel 1989. Infatti, oggi si tratta in realtà di conciliare due situazioni di fatto e due culture politiche meno lontane di allora. Intanto, oramai, dopo l’utilizzo, da parte di Ursula von der Leyen, dell’ Art. 122 del Trattato di Lisbona per fare passare RearmEurope a semplice maggioranza, l’ Unione si è già mossa decisamente sulla strada di uno Stato militarizzato, com’è attualmente la Russia. Anche gli sforzi del Governo Italiano di introdurre il Premierato vanno nella stessa direzione.
Nel contempo, dal punto di vista ideologico, la Russia ha rivitalizzato il “Russkij Konservatizm”, mentre, nell’ Unione Europea, si è scatenata una vera febbre identitaria (funzioni religiose, bandiere, inni, commemorazioni, eroi), non dissimile dalla Pasionarnost’ che, secondo Gumiliev, caratterizzerebbe l’identità russa. Tutto ciò non incontra più nessuna controspinta sostanziale, né dagli Stati Uniti, che anzi invitano l’ Europa a dare più spazio alle proprie politiche identitarie (vedi Vance), né da parte dell’Unione, che si fa promotrice di manifestazioni sovraniste europee (basate sull’inflazione della bandiera e dell’ inno).
Sarebbe il caso di cogliere quest’occasione di europeizzazione, e sembra paradossale che siano i sedicenti “conservatori” ad opporvisi.


3.L’”Establishment” non crede, e non ha mai creduto a Ventotene.
Come abbiamo scritto, le realizzazioni concrete delle organizzazioni europee, e, in generale, degli Europei insieme, nacquero, non già da un‘ideologia federalista (quale?), bensì da un lavoro sotterraneo dell’America e dall’applicazione delle idee dei Funzionalisti Mitrany e Haas, veicolate dalla “Dichiarazione Schuman” e dai Trattati europei scritti dallo studio americano Allen Overy (l’Europa dei piccoli passi, l’Europa degli Stati).Spinelli e i suoi seguaci avevano seguito un percorso, assolutamente condivisibile, ma del tutto differente, che sarebbe stato ancor più distante se non vi fossero state pressioni di vario tipo (La Malfa, Nenni), per far loro accettare l’inserimento in delle Comunità Europee assolutamente funzionalistiche e atlantiste, e, addirittura, per inserirvisi dal punto di vista personale.
Per parte loro, le politiche europee degli Stati Membri e delle Istituzioni sono state sempre ispirate solamente agl’interessi del “deep State” dei singoli Stati Membri, che non hanno mai avuto l’intenzione di cedere le proprie competenze all’ Europa, ma preferiscono cederle, semmai, come già diceva De Gaulle quando parlava del “Federatore Esterno”, agli Stati Uniti, che, almeno, erano lontani. ReArm Europe segna infine il trionfo dei “deep State” nazionali, che sognano oggi di costruire giganteschi eserciti nazionali, funzionali non già alla difesa dell’Europa, bensì a far primeggiare Germania, Francia, Inghilterra o, rispettivamente, Polonia, all’ interno di un fantomatico “Occidente” che conta sempre meno in un’ottica mondiale, ma salvando così la ragion d’essere delle diverse burocrazie.
Però, con Trump, il velo d’ ipocrisia sui rapporti transatlantici si sta diradando, sì che sta divenendo impossibile continuare ad affermare (come accade ancor oggi) che il legame transatlantico sia compatibile con l’autonomia strategica europea. Infatti, Trump e i suoi ministri attaccano insistentemente l’Europa e l’Unione Europea, si rifiutano d’ incontrare le sue Istituzioni, danno tutta l’impressione di non prendere minimamente sul serio il cosiddetto “ombrello nucleare” dell’ Art. 5, e si propongono espressamente, con i loro dazi, di peggiorare la situazione economica degli Europei , colpevoli di aver “fregato” l’ America. Stanno perfino studiando come addebitare agli Europei i costi della guerra in Yemen, asserendo (assai poco credibilmente) ch’ essa è fatta essenzialmente per tutelare gl’interessi europei.


4.La falsità dell’ “Identità Europea” di Benigni e Vecchioni, ma anche di Meloni.
Noi, che abbiamo difeso l’Identità Europea quando nel ’68, si voleva imporci un internazionalismo privo di radici e che sfociò nel terrorismo – noi, che abbiamo organizzato le manifestazioni studentesche per Jan Palach, per il KOR, per gl’intellettuali ucraini; noi che abbiamo lavorato per 4 anni in quella roccaforte della cultura e del diritto europei che è la Corte di Giustizia a Lussemburgo; noi che abbiamo organizzato centinaia di alleanze fra imprese europee, tra l’altro nei settori della difesa e dell’ aerospazio e nell’ Europa Centrale e Orientale; noi che siamo concentrati da decenni sullo studio della storia dell’ Identità Europea- sappiamo distinguere l’identità autentica da quella fasulla distillata dai gatekeepers e recitata da attori prezzolati, che pretendono vi sia un’unica “Identità Atlantica”(a seconda delle preferenze, con o senza Trump).
In realtà, l’America di Trump, che viene incolpata di ogni male, è l’America di sempre, ma senza l’ipocrisia puritana dei “liberals”. E’ l’America che nasce con il giuramento del Mayflower, dove i membri della Congregazione di Scrooby imposero agli altri passeggeri di giurare loro fedeltà. Essa continuava con la strage delle streghe di Salem, ben descritta ne “La Lettera Scarlatta” di Hawthorn. Nella Dichiarazione d’ Indipendenza si giustificava la loro “conspitacy” contro il Re d’Inghilterra con il fatto che questi parteggiava per i barbari Indiani e per i Canadesi papisti. Si dava per scontata la schiavitù in un momento in cui i tribunali la bandivano dall’ Impero Britannico. Appena resisi indipendenti, gli Americani avviarono il “Trail of Tears”, spossessando gl’ Indiani e deportandoli a Ovest, dove strapparono al Messico la metà del loro territorio, e dove impediscono ancor ora ai latinos di ritornare. Gl’intellettuali come Emerson, Whitman, Friske, Turner, Mead e Willkie teorizzavano il Destino Manifesto degli Stati Uniti di conquistare il mondo con il pretesto di portarvi la libertà. Cacciarono la Spagna da Cuba, da Puerto Rico e dalle Filippine, ma vi instaurarono colonialismo e neo-colonialismo. Finanziarono Trockij, Stalin e Hitler. Fecero esplodere, primi e unici nella storia, due bombe atomiche sulla popolazione civile di un Giappone già sconfitto. Invasero la Corea, il Vietnam, l’Irak e l’Afghanistan. Controllano il mondo intero con le intercettazioni e i social networks, lo occupano da ottant’anni con migliaia di basi, e lo taglieggiano con il signoraggio del dollaro e la monopolizzazione dei commerci. Fin dai tempi dell’invenzione dell’informatica, progettano un impero mondiale delle Macchine Intelligenti, diretto dagli amministratori delegati delle loro multinazionali (l’”America-Nondo” di Valladao). A sua volta, l’intellighentija europea (Dickens, Kafka, Céline, Alvaro, Simone Weil) ha stigmatizzato costantemente lo spirito dell’America come materialista, sfruttatore, volgare, livellatore, anticulturale, associandosi, in ciò, agl’intellettuali indipendenti americani (Boas, Eliot, Pound, Miller, Dos Passos, Chomski)
L’ipocrisia (oggi Biden, domani Trump) ha costituito fin dall’inizio lo strumento principe dei Puritani, che si atteggiano a vittime e liberatori quando invece smaniano per stabilire il loro controllo totale sul mondo. Perciò, nei Paesi conquistati, come l’Europa, i fiduciari dei Puritani si sono presentati fino ad ora come Progressisti. Hanno costruito la loro narrazione occultando il ruolo distruttivo dell’America, innanzitutto nella Rivoluzione Francese, figlia del “Comitato di Corrispondenza” dei rivoluzionari americani, e, poi, quello nelle rivoluzioni dell’ Ottocento e nei totalitarismi. Dunque, “Oportet ut scandala eveniant.”: Trump e i Trumpiani ci stanno aprendo gli occhi sul vero volto dell’America. Suscitando l’entusiasmo degli amministratori delegati e proprietari dei monopoli dell’informatica, fino a poco fa vicinissimi a Biden, e improvvisamente si convertiti a Trump, chiedendogli si schiacciare i seppur modesti tentativi della UE di controllarli e di tassarli.


5.Cercare una via di uscita diversa
A causa di tutto ciò che precede, è sempre più difficile nascondere lo “status” di vassallaggio degli Europei, e, di conseguenza, la natura collaborazionistica dell’ intero “Establishment” . Basti pensare al fatto che l’Unione non viene mai, né menzionata, né nemmeno contattata, dai successivi presidenti americani, che Kaja Kallas è stata fatta venire a Washington con il Segretario di Stato Rubio, che però non si è nemmeno fatto trovare. Nel mondo parallelo del web si sta addirittura ipotizzando che Vance potrebbe venirci imposto come presidente dell’ Europa. Sembra quasi che l’amministrazione USA si sforzi di disgustare l’Europa, per cancellare le precedenti retoriche atlantiste troppo lente e inefficaci, ed eventualmente sospingere l’Europa verso la Russia, in modo da non essere costretta a difenderla.
In questo contesto, si pone il difficilissimo progetto di Giorgia Meloni di “costituire un ponte” fra il trumpismo e la Coalizione dei Volenterosi europei. Ponte che sarebbe teoricamente nella natura delle cose, perché vi è un’obiettiva discrasia fra il preteso “isolazionismo” (ovvero nazionalismo), di Trump e il suo “Europe Bashing”. L’Europa viene vista (in parte giustamente ) dai Trumpiani come una roccaforte “Woke” da annientare, o almeno da conquistare. Tuttavia, le aspirazioni tradizionaliste di MAGA, legate al realismo in politica, al leaderismo, alle radici cristiane, alla libertà di pensiero, porterebbero, sempre teoricamente, a un atteggiamento molto più rispettoso verso l’Europa, radice delle tradizioni americane. Oggi, nei fatti, nessun leader sovranista europeo potrebbe essere veramente trumpiano, perché dovrebbe fare gl’interessi dell’America contro quelli dell’Europa. Questo soprattutto in considerazione del fatto che, in parallelo alle varie battaglie di Trump, e quasi indistinguibile da esse, si sta consumando la mutazione ontologica del mondo attraverso l’azione dei GAFAM, e, in particolare, attraverso l’azione di Elon Musk. Mutazione che dovrebbe costituire il nemico per eccellenza di tutti i Conservatori Europei, sì che non capiamo proprio perché nessuno ne parli, in particolare, i leader sovranisti. Invece, l’atteggiamento doveroso dei veri “sovranisti europei” dovrebbe essere quello indicato, sulla stampa di lunedì , da Asma Mhalla: «È un cittadino che sa di essere un soldato che combatte in una guerra ibrida, invisibile ma costante. Perché tutte le tecnologie hanno un impiego civile esplicito e uno militare non esplicito».

2 APRILE: LA NOSTRA “EUROPEAN TECHNOLOGY AGENCY” – VERA “VENDETTA” PER I DAZI, RIPARTENDO DAL “MODELLO OLIVETTI (Ed.2)


(per vla versione con tutte le immagini, andare alla home page)

Nel momento in cui, pressata, da un lato, da Trump, e, dall’altro, da Zelenskij, la UE si è affrettata ad affermare la propria disponibilità a “sforare” le “sacre” regole di bilancio per poter investire di più nella difesa, diviene più che mai essenziale chiarire in che modo le nuove politiche di difesa dell’Europa s’inquadrerebbero in un discorso – culturale, etico e politico-, di respiro più ampio, che, lungi dal limitarsi a una contingente ripicca, tocca innanzitutto la guerra e la pace, ma poi anche le nuove tecnologie e il futuro dell’ Europa e del mondo, e, in secondo luogo, come possono contrastare dazi di Trump.
1.”Pax Aeterna”
Accanto a un’indubbia tradizione guerriera dell’ Europa, che risale agli Yamnaya, ai Greci, ai Romani, ai “barbari”, alle diverse monarchie e repubbliche (e che erroneamente viene interpretata come “democratica”), vi è stata fin dagli inizi, in Europa come altrove, una tradizione “pacifista”, ereditata dai grandi imperi orientali e divenuta dominante nella cultura del periodo augusteo (la “Pax Augusta”), quella che, paradossalmente, sembra la radice vera dell’ideologia “progressista”. Anche la parola d’ordine della “Pace Perpetua” è tutt’altro che nuova, essendo stata già lanciata dall’imperatore romano Filippo l’Arabo (il primo imperatore cristiano dell’Impero Romano), di cui ci è pervenuta una bella moneta con questa dicitura. Del resto, l’invocazione “ai costruttori di pace” contenuta nel Discorso della Montagna, sembra inserirsi proprio in questo secondo filone.
Questa dialettica ricorre in tutta la storia europea. Ogni impero, per sua natura, ha una vocazione universale, attraverso la sottomissione degli altri Paesi, creando una forma di pace, come annunziavano già le epigrafi sulle tombe degli Achemenidi: “parcere victis et debellare superbis”, il che è esattamente ciò che i teorici della “Fine della Storia” pensavano fino ad ora(e forse pensano ancora), i teorici dell’ Impero Americano.
I Persiani firmarono con i Bizantini, nel 532, un trattato di pace con, la “Pax Aeterna”, ai sensi del quale l’imperatore bizantino s’impegnava a pagare 11 000 libbre d’oro, destinate alla difesa dei passi del Caucaso contro i barbari, di cui si sarebbero dovuti occupare i Sassanidi( “Pace cinquantennale”, o “Trattato di Dara”), qualcosa che ricorda il 2% del PIL dovuto dagli Europei alla NATO per la difesa contro la Russia.
Il trattato doveva durare 50 anni, ma rimase in vigore solo fino al 572, quando Giustino II lo denunziò, dando inizio alla guerra del 572-591. Questa è stata sempre la sorte del trattati “di Pace Perpetua”, forse perché questa è possibile solo dopo la morte.
Il Sacro Romano Impero riprese il concetto della “Pax Aeterna” („Ewiger Landfriede“), ed, anzi, avviò un vero e proprio “movimento per la pace perpetua”, avviato con la “Pace dell’ Impero” del 1235, che sarebbe poi stato continuato da sovrani e intellettuali. Le pretese territoriali dei feudatari tedeschi si sarebbero dovute esprimere, d’ allora in avanti, non più con le faide, bensì attraverso azioni giudiziarie. Alla Dieta di Worms, del 1495, fu adottata la “Reichsgesetz”, che, creando il Reichskammergericht (il Tribunale Camerale Imperiale) di Francoforte , sanciva il monopolio imperiale dell’ uso della forza, mentre questa restava libera fra gli Stati indipendenti dall’ Impero.
2.I Progetti di crociata
Già allora la Pace Perpetua era legata a una politica di difesa dell’Europa. Se, all‘ interno dell‘ Impero, e, della Cristianità, doveva valere la Pace Perpetua, contro gl’infedeli (fossero essi mussulmani, albigesi, slavi o baltici) vigeva invece il diritto di guerra (così come nel mondo mussulmano, allo “Spazio dell’ Islam”, “Dar al-Islam”, si contrapponeva lo “Spazio della Guerra” (“Dar al-Harb”). Il concetto era che, quando il proprio impero avesse vinto contro tutti gli avversari, avrebbe potuto iniziare il “Millennio”, degna preparazione per il ritorno del Salvatore (lo Shaoshant mazdeo, il Mashiah ebraico, Gesù/Issa per Cristiani e i Mussulmani).
Ad esempio, l’accordo fra sovrani cristiani, il “Tractatus Pacis Fiundae”, proposto dal re boemo Giorgio Podiebrad, era un progetto di crociata. L’organizzazione delle crociate, originariamente compito del Papa e dell’ Imperatore, era stata così successivamente assunta da monarchi come i re di Francia e di Boemia, sotto la cui egida furono adottati i progetti di crociata (quelli di Dubois, di Podiebrad e di Sully), che introducevano organi politici paneuropei anticipanti quelli dell’ Unione Europea, potenzialmente alternativi a quelli dell’ Impero. Nonostante la decadenza dell’Impero e la frammentazione delle Chiese, non ci si rassegnava all’ idea che neppure fra i Cristiani potesse regnare la Pace Perpetua, e quindi si proponeva di attribuire ad organi collettivi la funzione regolatrice che, per Dante, spettava all’ Imperatore.
Il progetto di pace perpetua erroneamente attribuito a Kant, era, in realtà, dell’Abate di Saint-Pierre, un negoziatore del trattato di Utrecht, che si ispirava a quei precedenti medievali. Kant l’aveva semplicemente commentato, durante la Campagna d’Italia di Napoleone (quando si pensava che l’ascesa delle cassi borghesi avrebbe sostituito l’etica del commercio a quella della “gloria ed onore” di sovrani e aristocratici). Esso verrà ripreso nella versione russa della Santa Alleanza.Si noti che Kant, nonostante il suo commento favorevole alla proposta di Saint-Pierre, aveva paragonato anche, e giustamente, la Pace Perpetua a un cimitero.
Il Manifesto di Ventotene, scritto da alcuni antifascisti confinati nell’ isola di Ventotene, che si poneva come obiettivo quello si conseguire la pace in Europa mediante la creazione di una federazione, si riallacciava dunque al progetto di Saint-Pierre. Confondeva però, come questo e come i Progetti di Crociata, pace mondiale e pace europea, ordinamento internazionale e integrazione europea, ignorando fatti fondamentali come gli USA, la Russia, la Cina, il colonialismo e il dominio della tecnica. Tuttavia, coerentemente con le ambigue origini antiche del movimento per la pace, non ignorava invece la problematica bellica, ché, anzi, prevedeva che l’organizzazione militare dell’Europa fosse di competenza della Federazione. E’vero che il Manifesto contiene molte affermazioni pacifistiche, in particolare quella che “la federazione europea riduce al minimo le spese militari, permettendo così l’impiego della quasi totalità delle risorse a scopi di elevazione del grado di civiltà”. Gli estensori del Manifesto non potevano per altro immaginare che, nel nostro secolo, molte fra le spese “militari” sarebbero state dedicate proprio all’ “elevazione del grado di civiltà”, vale a dire quelle per la lotta della cultura contro il prevalere delle Macchine Intelligenti. Questo perché si dichiaravano fautori di un indifferenziato blocco di “Progresso” che proprio in quegli anni alcuni, come per esempio Heidegger , e poco dopo Horkheimer e Adorno, cominciavano invece a porre in discussione, perché tale “Progresso” riguardava le macchine, capaci di produrre la Bomba Atomica, non già la costruzione di un uomo superiore.
Oggi la stessa problematica si pone per l’ Intelligenza Artificiale.
3.La politica estera e di difesa e le nuove tecnologie.
A causa dell’ inscindibile nesso fra pace e guerra, posto dai precedenti della Pax Romana, della Landfriede e dei Progetti di Crociata, anche l’ Unione Europea era stata concepita originariamente come un’alleanza militare, la CED, che però non fu ratificata dal Parlamento francese, sostanzialmente perché non si era riusciti a definire una credibile catena di comando (problema tutt’ora irrisolto). Così, la politica estera e di difesa dell’Europa è rimasta sostanzialmente nelle mani della NATO, vale a dire degli Stati Uniti, con una funzione di “federatore esterno”, nei confronti del quale gli Stati europei si comportano come a suo tempo gli “auxilia” dell’ Impero Romano. In tal modo, le azioni militari comuni degli Europei si svolgono sotto il comando diretto della presidenza americana, così come sono state condotte le guerre di Corea, Irak, Bosnia,Kossovo e Ucraina. Questo è sempre stato un ulteriore grave limite dell’integrazione europea, anche perché, piaccia o no, le sempre nuove tecnologie (energia atomica, missili, radar, satelliti, computer, rete, droni, robot, microchip, intelligenza artificiale), che, nell’ultimo secolo, non hanno cessato di venire create, hanno tutte per lo più un carattere “duale”, vale a dire che servono tanto per il civile, quanto per il militare, e sono determinanti in ambo i settori. Il loro monopolio da parte degli USA limita quindi grandemente lo sviluppo civilizzatorio dell’ Europa, sospingendo sempre più quest’ultima verso il sottosviluppo. Le guerre attualmente in corso lo dimostrano, con il ruolo sempre più determinante di intelligenza artificiale, di satelliti, missili e droni, che conferisce il ruolo decisionale a chi li controlla, cioè gli Stati Uniti, e, ultimamente, ai loro “guru”informatici. Come se ciò non bastasse, infatti, gli Stati Uniti costituiscono il terreno di elezione delle grandi aziende informatiche che controllano l’ Occidente, e, in primo luogo, dell’ impero tecnologico di Elon Musk, membro del Governo americano e grande elettore di Trump. Da Musk dipende niente pò pò di meno che l’esito della guerra in Ucraina, che egli può far cessare in qualunque istante spegnando Starlink.Ciò evidenzia la superiorità di Musk rispetto a Trump, dimostrata simbolicamente dai segni esteriori di mancanza di rispetto istituzionale, come il rifiuto del “formal blue” e l’intreduzione dei figli nella Camera Ovale.
La previsione di un dominio mondiale dell’America-Mondo identificantesi con la megamacchina digitale -una transizione antropologica inquietante- è stata la molla principale che ha spinto, già dal secolo scorso, la “Maggioranza del Mondo”(“Bol’shinstvo Mira”) alla resistenza contro un’ occidentalizzazione che s’identifica oramai con l’inserimento di tutti nella Megamacchina: Poteri Forti, basi americane, cultura “Mainstream”, Internet, intercettazioni della NSA…
La “Guerra senza Limiti”, studiata dai generali cinesi in funzione di questo prevedibile scontro con gli USA, comprende quindi in larga misura una competizione sulle nuove tecnologie che è divenuta addirittura il cuore delle politiche americane e cinesi, fino al punto che i GAFAM, rappresentati da Elon Musk, sovrastano in USA il Presidente Trump e lo trascinano in progetti transumanisti come la conquista di Marte, che rivelano la vera natura del Progetto Incompiuto della Modernità, riallacciantesi alla religione tecnologica di Saint Simon e al Cosmismo russo. Già per Sun Zu l’“intelligence” costituiva la chiave dell’Arte della Guerra di: “Se conosci te stesso e il tuo nemico, vincerai cento battaglie”
Per questo, la questione della difesa dell’Europa non può essere disgiunta da quella delle nuove tecnologie e delle ideologie della tecnica. L’Europa non è certo inferiore alla Russia quanto a investimenti nella Difesa (anzi, spende il doppio di quest’ultima), ma è incredibilmente più debole di essa per la mancanza di investimenti nella parte “software”, che è quella delle nuove tecnologie, stranamente (?) riservate (dopo la morte di Adriano Olivetti e Mario Tchou e la chiusura della Olivetti Elettronica), a imprese e forze americane. Grazie a questa “divisione di compiti” transatlantica, le forze europee, quand’anche fossero meglio coordinate a livello continentale, non potrebbero risultare autonome dagli USA, come invece dichiarano oggi ottimisticamente molti leader europei diffidenti verso Trump (i “Volenterosi”). Ma questa è, come ha detto Witkoff, “solo una posa”, priva di credibilità politica e tecnica. Non per nulla, l’impostazione data all’azione ReArm Europe/Readiness 2030 risulta incredibilmente arretrata rispetto alle effettive esigenze del presente momento storico, caratterizzato, da un lato, dal desiderio degli USA di “ridurre il proprio impegno in Europa”, e, dall’ altro, dall’ emergere di armi rivoluzionarie come i missili ipersonici.Infatti, il piano si limita, da un lato, a rimuovere gli ostacoli finanziari all’ aumento della spesa dei singoli Stati Membri, proprio secondo quanto richiesto da Trump, e, dall’ altro lato, a prevedere un miglior coordinamento tecnico nella politica industriale, quale quello perseguito da tempo, con discutibili risultati, con l’Agenzia Europea degli Armamenti. Essa non tocca invece le questioni gravissime dell’assenza di una programmazione e comando comune, alternativi a quello NATO, di una cultura militare comune, dei sistemi di difesa più moderni, come una sorta di “Iron Drome” israeliano e qualcosa di simile ai missili ipersonici russi e cinesi, e infine di campioni europei nel campo delle tecnologie avanzate. Nel vuoto così creato, si stagliano come uniche realtà effettive i progetti di riarmo tedeschi, francesi, inglesi e polacchi, e gli acquisti di armamenti in America, il tutto restando nel campo delle tecnologie tradizionali e rafforzando il nazionalismo degli Stati membri.
Il suo significato è dunque prima di tutto psicologico/propagandistico, in quanto costituisce comunque una manifestazione d’indipendenza (almeno parziale) nei confronti dell’America di Trump, e “sdogana” l’idea del “riarmo” della Germania, che era stato “venduto” nei passati 80 anni come una delle principali ragioni d’essere dell’ ordinamento postbellico e delle limitazioni alla Politica Estera e di Difesa. Come scrive la Frankfurter Allgemeine, „Die Deutschen haben in ihrem Vulgärpazifismus versagt“(“I Tedeschi hanno fallito con il loro ‘pacifismo volgare’”).
Non serve per altro in alcun modo come deterrente contro la Russia, e tanto meno gli USA, in vista dei conflitti di oggi (Ucraina e Groenlandia).
4.Le tecnologie duali
Attualmente, le politiche tecnologiche dell’Europa sono disperse in mille rivoli, europei e nazionali, senza l’indicazione di alcun tipo di priorità, in modo che la politica dell’Europa viene di fatto progettata dall’America (dal DoD, dal DARPA, dalle multinazionali della difesa, dai GAFAM). Gli USA entrano fin nei dettagli delle nostre politiche industriali, come nel caso della governance di Pirelli (un fabbricante di pneumatici con un socio cinese), a cui si pretende di dettare la governance da Washington, rovinandone le prospettive di mercato. Questo contesto, che sembra fatto apposta per confermare le previsioni di Trockij (che gli USA avrebbero contingentato il capitalismo europeo), ridicolizza tutte le narrazioni del “Mainstream” -quelle “tradizionali” dei Cinesi che “rubano” la tecnologia agli Americani, mentre qui si vogliono costringere gl’Italiani a “rubare” la tecnologia ai Cinesi; dell’America liberale e liberista, ecc..-, e quelle nuove, dell’ America che vuole disinteressarsi dell’ Europa, mentre invece ci detta nei minimi particolari le politiche delle nostre imprese…D’altronde, la decisione dell’ allora FIAT di costruire solo automobili di piccola cilindrata era già stata imposta, a guerra mondiale ancora in corso, da un funzionario americano, negli uffici di Allen Dulles, responsabile della CIA in Europa, al Dott. Camerana, inviato dalla Fiat a Berna.
Infine, il, pur lodevole, principio della “Preferenza Europea”, invocato da molti, non può trovare oggi una reale attuazione a causa della debolezza, e/o dell’assenza, di campioni europei, e, anzi, il controllo americano su molte imprese europee. Gli unici campioni che siano stati creati in questi anni (Airbus, Ariane, Tornado, Eurofighter), nati, paradossalmente, in base ai principi gollisti della cooperazione intergovernativa e pubblico-privato, che si vorrebbero reintrodurre ora, furono in passato sabotati dai Governi. In particolare, l’unico grande conglomerato nato in base a questi principi, l’EADS, European Defense and Space, fra Francia, Germania, Inghilterra e Spagna, fu presto privatizzato e smantellato, per il prevalere d’ interessi nazionali e privati. Suo peccato originario: l’assenza di un forte presidio a tutela dell’interesse europeo, come avrebbe potuto essere costituito da una partecipazione azionaria forte dell’Unione Europea (per esempio, attraverso la BEI) , e uno statuto societario basato veramente sulla cogestione, secondo i principi del Modello Carbosiderurgico tedesco, o, ancor meglio, della Volkswagengesetz, che riserva ai poteri pubblici una sorta di “Golden Share” e sancisce il controllo sociale sui mezzi di produzione strategici.
Intanto, mentre si impongono agli Europei contorti, costosi e contraddittori atteggiamenti, come sanzioni e dazi, l’America continua a fare i suoi affari con la Russia e con la Cina “a margine” della vicenda Ucraina.Una qualunque seria politica estera e di difesa dovrebbe avere oggi come corrispettivo una politica tecnologica completamente diversa.
5.”Readiness 2030”: un obiettivo ambizioso, ma irrazionale
Con la modifica del nome del progetto (“Readiness 2030” anziché “ReArm Europe”), si è voluto “chiarire” (ma in modo ipocrita) che l’obiettivo della nuova politica estera e di difesa dell’Europa sarebbe quello di essere pronti entro 5-10 anni a contrastare autonomamente un eventuale attacco russo a Paesi Baltici e Polonia. Quindi, nulla a che fare con la Guerra in Ucraina, e, soprattutto, con la necessità di difendere, hic et nunc, il Canada e la Groenlandia dalla dichiarata volontà americana di aggressione.
Esprimo un mio motivato punto di vista su questa problematica perché posso dire di possedere almeno i rudimenti di “Military Preparedness”, essendo stato, nel lontano 1974, ufficiale dell’ Amministrazione Militare italiana, e avendo partecipato proprio a esercitazioni di mobilitazione generale.
La base per l’orientamento del Piano verso la preparazione bellica quinquennale sarebbe costituita da una previsione (non si sa quanto disinteressata) dei servizi segreti britannici, sulle intenzioni della Russia, ma non vi alcun motivo per cui quella russa sia veramente la minaccia militare più immediata per l’Europa. Per esempio, gli USA stanno minacciando in questo momento preciso di annettere entro questo mandato presidenziale, ma possibilmente prima, e se necessario con la forza, la Groenlandia, paese terzo associato con la Danimarca, e Vance, insieme al responsabile della sicurezza americana, è già perfino andato a prenderne simbolicamente possesso, visitando, contro la volontà delle autorità groenlandesi, una base americana nel Paese. Gli Europei intendono difenderlo? Come farlo, con centinaia di migliaia di soldati americani stanziati in Europa, e la Groenlandia già presidiata, seppure debolmente, dagli USA? Questo modello si ripeterà altrove, per esempio in Norvegia?
In secondo luogo, anche un’eventuale guerra fra la Russia e l’Europa, quand’anche arricchita di nuovi armamenti grazie a ReArm Europe e al contributo del Commonwealth, ci vedrebbe inevitabilmente sconfitti a causa delle nostre carenze di cui sopra, a meno che Musk non continuasse a fornirci la copertura dell’intelligence satellitare e, se del caso, gli USA una protezione nucleare, il cui venir meno è proprio il rischio che ha scatenato l’urgenza del piano di riarmo.
Non è pensabile che gl’ideatori del piano siano così sprovveduti da non avere considerato questi semplici dati di fatto, sicché l’ipotesi più plausibile è che, una volta di più, non si voglia affatto fare una vera politica estera e di difesa autonoma, bensì si voglia semplicemente dimostrare agli USA di avere aumentato le spese di difesa almeno del 2%, comprando per giunta in America nuovi equipaggiamenti. Poi, depositatosi il polverone, si farebbero accordi con Musk per Starlink, divenendo ancora più dipendenti di oggi dallo “scudo” americano.
Insomma, solo un modo per fare pressione sugli USA, “vendicandosi” per il declassamento consumato sull’ Ucraina e per i dazi. Come ha detto Vance, “Queste persone vogliono trasformare l’Europa in un protettorato permanente. Il problema: se mai fosse stata una buona idea, non è semplicemente sostenibile con duemila miliardi di dollari di deficit all’anno”. Ma non sarebbe comunque una buona idea, perché i protettorati sono aree che vengono svuotate di ogni vitalità, come è accaduto all’ Europa, ed è veramente singolare che ce lo debba ricordare proprio il Vice-presidente americano (che per altro viene indicato da taluni come futuro presidente dell’ Europa).
5.Una politica estera e di difesa gradualistica, ma accelerata
Un avvio graduale, ma ragionevole, di una politica estera comune potrebbe essere costituita invece dalla creazione immediata delle basi culturali e scientifiche (Accademia militare e digitale comuni), di quelle tecnologiche (sviluppo di un ecosistema digitale comune), e organizzative (un’Agenzia Tecnologica Europea), e, infine, giuridiche e finanziarie (la rinascita di una Società Europea per la Difesa e lo Spazio), con la partecipazione azionaria di Governi e imprese, sul modello di EADS ed Arianespace.
Infatti, oggi l’Europa manca di tutto quanto sopra: in sostanza, manca della sostanza effettiva della soggettività politica nell’Era delle Macchine Intelligenti. Fino ad ora, l’Europa, schiacciata fra una dipendenza puntuale ai poteri forti occidentali e un’ egemonia culturale di sinistra contraria al principio di realtà, non ha potuto fare nessuno di questi passi, ed, anzi, ha fatto di tutto per ostacolarli (demonizzazione delle culture europee d’anteguerra, cfr.Lukàcs; distruzione degli Istituti di Educazione e demonizzazione dell’epistocrazia; svendita delle imprese strategiche)..
Certamente, la lotta per la conquista (e la difesa?) della Groenlandia costituirà un ennesimo grande shock per gli Europei. Resta il fatto che ci si abitua a tutto, e il risultato potrebbe essere un rapporto ancora più coloniale fra USA ed Europa. Per evitarlo, occorre una grande mobilitazione di popolo contro l’annessione e per la difesa dell’isola artica, se necessario di concerto con altri partner interessati, come per esempio il Canada e il Regno Unito.
6.L’ “European Technology Agency” e l’ideologia olivettiana
Nell’ ideare e descrivere l’agenzia sopra indicata, ci siamo ampiamente ispirati a molti aspetti dell’attività di Adriano Olivetti, il quale aveva compreso, con l’anticipo di almeno 70 anni, il carattere determinante delle tecnologie digitali per l’intero orientamento della società del futuro, e anche l’inscindibile collegamento fra informatica, cultura e politica.
Quanto al primo punto, Olivetti aveva fatto della sua impresa il punto d’incontro fra tecnologia e società, partecipando al rinnovamento dell’ architettura industriale, al movimento per la normazione tecnica, all’elaborazione del Piano Regolatore di area larga di Ivrea e Valle d’Aosta nell’ ambito della Corporazione degli Industriali, nonché alla Resistenza, all’ amministrazione della città di Ivrea, di cui fu sindaco, alla vita parlamentare nazionale, e alla creazione del Movimento Comunità, di cui gettò egli stesso le basi teoriche. Soprattutto, raccolse intorno a sé intellettuali di tutte le specialità, dalla letteratura alla sociologia, al design, all’ architettura, alla fisica e all’ ingegneria, che poi avrebbero operato come un fertilizzante nei più svariati ambiti della società italiana.
Quanto al secondo punto, Olivetti sviluppò il rapporto università-impresa con una collaborazione con l’Università di Pisa, e per primo compì un’opera di attiva ricerca internazionale di talenti cibernetici (come oggi fanno gli Americani), con l’assunzione in America, con il supporto di Enrico Fermi, del giovanissimo e geniale fisico italo-cinese Mario Tchou, che, con un piccolo team d’ingegneri, progettò in pochissimi anni tanto un mainframe, l’ELEA, quanto, e soprattutto, il primo e fortunatissimo personal computer, il modello 101, che ebbe un incredibile successo nonostante che la divisione elettronica dell’ Olivetti fosse stata nel contempo venduta alla IBM per essere chiusa.
Le incredibili vicende di questa cessione, e la contemporanea morte, in circostanze misteriose, tanto di Olivetti che di Tchou, lasciano capire l’enormità degl’interessi in gioco intorno alla nascita dell’informatica. Di fatto, nessuno in Europa ha mai più tentato l’avventura di Olivetti e di Tchou, tanto più che, quasi contemporaneamente, si spingeva al suicidio l’altro geniale inventore europeo Alan Turing, e si sabotava l’aereo di Enrico Mattei. Infine, in quel momento Italia, Francia e Germania stavano lavorando a una bomba atomica europea, che fu poi rapidamente stoppata.
Occorre ora individuare una nuova via, attraverso una più seria strategia unitaria europea sulle nuove tecnologie e, in particolare, sulle tecnologie militari, e la ricerca di altri partner, economici e tecnologici, come la Cina. A questa nuova, complessa e rischiosa attività avevamo dedicato a suo tempo un importante studio, European Technology Agency, che avevamo inviato a tutti i vertici dell’ Unione, dalla Presidente della Commissione von der Leyen al Commissario Breton, al Presidente dell’ Europarlamento Sassoli, al Presidente della Banca Europea degl’ Investimenti Heuer, invitandoli ad abbandonare il grottesco progetto EIT, di dimensioni infinitesime, e ad affrontare con serietà la questione di una programmazione centralizzata e di lungo periodo dello sviluppo tecnologico nel continente, da affidarsi a una nuova, potente, istituzione europea, comparabile per certi versi al DARPA americano. Solo Sassoli aveva dato seguito alla nostra iniziativa nell’ambito della Commissione Tecnologia del Parlamento Europeo.
Tutta una serie di pubblicazioni di Alpina/Dialexis: “Re-starting EU Economy via Technology-intensive Industries”; “Il Ruolo dei Lavoratori nell’Era dell’Intelligenza Artificiale”,, infine, “La Regolamentazione Internazionale dell’ Intelligenza Artificiale”, che andiamo a presentare il 19 maggio al Salone del Libro di Torino. Da allora, la situazione è ancora peggiorata, con il continuo susseguirsi di documenti europei puramente teorici in materia di finanza, di ricerca, di difesa, che si sovrappongono e si elidono, mentre gli Stati Membri creano ciascuno propri enti specialistici (e mentre gli Stati Uniti e la Cina investono pesantemente in concreti programmi operativi come l’”Inflation Reduction Act”, il “Chip and Science Act”, “Made in Cina 2025, Chinese Standards 2030”, ecc…). All’ epoca, nessuno ci aveva dato retta, affermando che bisognava lasciar fare al mercato, ma ora le stesse massime Istituzioni dell’Unione Europea stanno andando esattamente sulla strada da noi indicata, imponendo soluzioni dirigistiche a livello continentale, come il piano ReArm Europe, approvato con il ricorso all’ art.122 del Trattato di Lisbona, che disciplina lo Stato di Eccezione. Resta però misteriosamente il tabù delle tecnologie duali, in cui tra l’altro l’Italia vanta precedenti unici nel loro genere (Olivetti, lanciatori SCOUT e VEGA, satelliti-spia, navette di rientro Thales-Leonardo, facilmente convertibili in missili ipersonici…). Anche in Italia si sta già dibattendo, con linee di frattura che attraversano gli schieramenti politici. Come scrive La Stampa dell’1° Aprile, “c’è chi vorrebbe accodarsi a Trump, entrando nella corte di Mar-a-Lago (Fratelli d’Italia). C’è chi vorrebbe accodarsi alla Cina, magari ritirando fuori dal cassetto la Via della Seta (i Cinque Stelle). C’è chi non ha mai nascosto i legami con Mosca (la Lega). C’è chi è disposto a fare scelte difficili, come aumentare gli investimenti in tecnologie militari, pur di rafforzare la sovranità europea (una parte del centrosinistra). E c’è chi svicola, evitando di prendere posizione e disegnando la propria identità intorno ad altri crinali, destra contro sinistra, apertura contro chiusura (un’altra parte del centrosinistra). Difficilmente ne uscirà premiato chi farà lo struzzo. I crinali politici vanno affrontati. Gli struzzi possono vincere qualche elezione, ma non vanno lontano”.
7.Sostituire l’industria americana dei servizi
Quando Ursula von der Leyen afferma che siamo pronti a vendicarci per i dazi americani, intende dire che la Commissione sta preparandosi a tassare le prestazioni di servizi dall’ America, per esempio di banche come J.P. Morgan e la Bank of America, e le piattaforme digitali come X, Google e Amazon. La UE esporta auto, farmaceutici e prodotti agroalimentari, e importa servizi, sì che la bilancia cvommerciale transatlantica non è affatto sbilanciata, bensì è in sostanziale pareggio.

Oltre agli strumenti già applicabili ai vari settori dei servizi dall’ America, la UE dispone dello specifico “Anti-Coercion Instrument, con cui potrebbe disattivare , limitare i diritti di proprietà intellettuale dei GAFAM o sescluderli dai mercati della UE.
Il punto è: come uscire da un sistema di interrelazioni, come quello attuale, che affida agli USA il ruolo dominante di esportatori di servizi “nobili”, e agli Europei il ruolo di “auxilia” o di manifattura. La Cina ha già risposto da tempo espellendo praticamente gli Americani dal proprio mercato, e costruendone uno interno altrettanto possente e concorrenziale di quello occidentale nel suo insieme. L’atteggiamento mercantilista e neo-coloniale americano sta fornendo finalmente la leva per applicare questa ricetta anche in Europa.

2 APRILE: LA NOSTRA “EUROPEAN TECHNOLOGY AGENCY” – VERA “VENDETTA” PER I DAZI, RIPARTENDO DAL “MODELLO OLIVETTI”

Nel momento in cui, pressata, da un lato, da Trump, e, dall’altro, da Zelenskij, la UE si è affrettata ad affermare la propria disponibilità a “sforare” le “sacre” regole di bilancio per poter investire di più nella difesa, diviene più che mai essenziale chiarire in che modo le nuove politiche di difesa dell’Europa s’inquadrerebbero in un discorso – culturale, etico e politico-, di respiro più ampio, che, lungi dal limitarsi a una contingente ripicca, tocca innanzitutto la guerra e la pace, ma poi anche le nuove tecnologie e il futuro dell’ Europa e del mondo, e, in secondo luogo, come possono contrastare dazi di Trump.


1.”Pax Aeterna”
Accanto a un’indubbia tradizione guerriera dell’ Europa, che risale agli Yamnaya, ai Greci, ai Romani, ai “barbari”, alle diverse monarchie e repubbliche (e che erroneamente viene interpretata come “democratica”), vi è stata fin dagli inizi, in Europa come altrove, una tradizione “pacifista”, ereditata dai grandi imperi orientali e divenuta dominante nella cultura del periodo augusteo (la “Pax Augusta”), quella che, paradossalmente, sembra la radice vera dell’ideologia “progressista”. Anche la parola d’ordine della “Pace Perpetua” è tutt’altro che nuova, essendo stata già lanciata dall’imperatore romano Filippo l’Arabo (il primo imperatore cristiano dell’Impero Romano), di cui ci è pervenuta una bella moneta con questa dicitura. Del resto, l’invocazione “ai costruttori di pace” contenuta nel Discorso della Montagna, sembra inserirsi proprio in questo secondo filone.
Questa dialettica ricorre in tutta la storia europea. Ogni impero, per sua natura, ha una vocazione universale, attraverso la sottomissione degli altri Paesi, creando una forma di pace, come annunziavano già le epigrafi sulle tombe degli Achemenidi: “parcere victis et debellare superbis”, il che è esattamente ciò che i teorici della “Fine della Storia” pensavano fino ad ora(e forse pensano ancora), i teorici dell’ Impero Americano.
I Persiani firmarono con i Bizantini, nel 532, un trattato di pace con, la “Pax Aeterna”, ai sensi del quale l’imperatore bizantino s’impegnava a pagare 11 000 libbre d’oro, destinate alla difesa dei passi del Caucaso contro i barbari, di cui si sarebbero dovuti occupare i Sassanidi( “Pace cinquantennale”, o “Trattato di Dara”), qualcosa che ricorda il 2% del PIL dovuto dagli Europei alla NATO per la difesa contro la Russia.
Il trattato doveva durare 50 anni, ma rimase in vigore solo fino al 572, quando Giustino II lo denunziò, dando inizio alla guerra del 572-591. Questa è stata sempre la sorte del trattati “di Pace Perpetua”, forse perché questa è possibile solo dopo la morte.
Il Sacro Romano Impero riprese il concetto della “Pax Aeterna” („Ewiger Landfriede“), ed, anzi, avviò un vero e proprio “movimento per la pace perpetua”, avviato con la “Pace dell’ Impero” del 1235, che sarebbe poi stato continuato da sovrani e intellettuali. Le pretese territoriali dei feudatari tedeschi si sarebbero dovute esprimere, d’ allora in avanti, non più con le faide, bensì attraverso azioni giudiziarie. Alla Dieta di Worms, del 1495, fu adottata la “Reichsgesetz”, che, creando il Reichskammergericht (il Tribunale Camerale Imperiale) di Francoforte , sanciva il monopolio imperiale dell’ uso della forza, mentre questa restava libera fra gli Stati indipendenti dall’ Impero.


2.I Progetti di crociata
Già allora la Pace Perpetua era legata a una politica di difesa dell’Europa. Se, all‘ interno dell‘ Impero, e, della Cristianità, doveva valere la Pace Perpetua, contro gl’infedeli (fossero essi mussulmani, albigesi, slavi o baltici) vigeva invece il diritto di guerra (così come nel mondo mussulmano, allo “Spazio dell’ Islam”, “Dar al-Islam”, si contrapponeva lo “Spazio della Guerra” (“Dar al-Harb”). Il concetto era che, quando il proprio impero avesse vinto contro tutti gli avversari, avrebbe potuto iniziare il “Millennio”, degna preparazione per il ritorno del Salvatore (lo Shaoshant mazdeo, il Mashiah ebraico, Gesù/Issa per Cristiani e i Mussulmani).
Ad esempio, l’accordo fra sovrani cristiani, il “Tractatus Pacis Fiundae”, proposto dal re boemo Giorgio Podiebrad, era un progetto di crociata. L’organizzazione delle crociate, originariamente compito del Papa e dell’ Imperatore, era stata così successivamente assunta da monarchi come i re di Francia e di Boemia, sotto la cui egida furono adottati i progetti di crociata (quelli di Dubois, di Podiebrad e di Sully), che introducevano organi politici paneuropei anticipanti quelli dell’ Unione Europea, potenzialmente alternativi a quelli dell’ Impero. Nonostante la decadenza dell’Impero e la frammentazione delle Chiese, non ci si rassegnava all’ idea che neppure fra i Cristiani potesse regnare la Pace Perpetua, e quindi si proponeva di attribuire ad organi collettivi la funzione regolatrice che, per Dante, spettava all’ Imperatore.
Il progetto di pace perpetua erroneamente attribuito a Kant, era, in realtà, dell’Abate di Saint-Pierre, un negoziatore del trattato di Utrecht, che si ispirava a quei precedenti medievali. Kant l’aveva semplicemente commentato, durante la Campagna d’Italia di Napoleone (quando si pensava che l’ascesa delle cassi borghesi avrebbe sostituito l’etica del commercio a quella della “gloria ed onore” di sovrani e aristocratici). Esso verrà ripreso nella versione russa della Santa Alleanza.Si noti che Kant, nonostante il suo commento favorevole alla proposta di Saint-Pierre, aveva paragonato anche, e giustamente, la Pace Perpetua a un cimitero.
Il Manifesto di Ventotene, scritto da alcuni antifascisti confinati nell’ isola di Ventotene, che si poneva come obiettivo quello si conseguire la pace in Europa mediante la creazione di una federazione, si riallacciava dunque al progetto di Saint-Pierre. Confondeva però, come questo e come i Progetti di Crociata, pace mondiale e pace europea, ordinamento internazionale e integrazione europea, ignorando fatti fondamentali come gli USA, la Russia, la Cina, il colonialismo e il dominio della tecnica. Tuttavia, coerentemente con le ambigue origini antiche del movimento per la pace, non ignorava invece la problematica bellica, ché, anzi, prevedeva che l’organizzazione militare dell’Europa fosse di competenza della Federazione. E’vero che il Manifesto contiene molte affermazioni pacifistiche, in particolare quella che “la federazione europea riduce al minimo le spese militari, permettendo così l’impiego della quasi totalità delle risorse a scopi di elevazione del grado di civiltà”. Gli estensori del Manifesto non potevano per altro immaginare che, nel nostro secolo, molte fra le spese “militari” sarebbero state dedicate proprio all’ “elevazione del grado di civiltà”, vale a dire quelle per la lotta della cultura contro il prevalere delle Macchine Intelligenti. Questo perché si dichiaravano fautori di un indifferenziato blocco di “Progresso” che proprio in quegli anni alcuni, come per esempio Heidegger , e poco dopo Horkheimer e Adorno, cominciavano invece a porre in discussione, perché tale “Progresso” riguardava le macchine, capaci di produrre la Bomba Atomica, non già la costruzione di un uomo superiore.
Oggi la stessa problematica si pone per l’ Intelligenza Artificiale.


3.La politica estera e di difesa e le nuove tecnologie.
A causa dell’ inscindibile nesso fra pace e guerra, posto dai precedenti della Pax Romana, della Landfriede e dei Progetti di Crociata, anche l’ Unione Europea era stata concepita originariamente come un’alleanza militare, la CED, che però non fu ratificata dal Parlamento francese, sostanzialmente perché non si era riusciti a definire una credibile catena di comando (problema tutt’ora irrisolto). Così, la politica estera e di difesa dell’Europa è rimasta sostanzialmente nelle mani della NATO, vale a dire degli Stati Uniti, con una funzione di “federatore esterno”, nei confronti del quale gli Stati europei si comportano come a suo tempo gli “auxilia” dell’ Impero Romano. In tal modo, le azioni militari comuni degli Europei si svolgono sotto il comando diretto della presidenza americana, così come sono state condotte le guerre di Corea, Irak, Bosnia,Kossovo e Ucraina. Questo è sempre stato un ulteriore grave limite dell’integrazione europea, anche perché, piaccia o no, le sempre nuove tecnologie (energia atomica, missili, radar, satelliti, computer, rete, droni, robot, microchip, intelligenza artificiale), che, nell’ultimo secolo, non hanno cessato di venire create, hanno tutte per lo più un carattere “duale”, vale a dire che servono tanto per il civile, quanto per il militare, e sono determinanti in ambo i settori. Il loro monopolio da parte degli USA limita quindi grandemente lo sviluppo civilizzatorio dell’ Europa, sospingendo sempre più quest’ultima verso il sottosviluppo. Le guerre attualmente in corso lo dimostrano, con il ruolo sempre più determinante di intelligenza artificiale, di satelliti, missili e droni, che conferisce il ruolo decisionale a chi li controlla, cioè gli Stati Uniti, e, ultimamente, ai loro “guru”informatici. Come se ciò non bastasse, infatti, gli Stati Uniti costituiscono il terreno di elezione delle grandi aziende informatiche che controllano l’ Occidente, e, in primo luogo, dell’ impero tecnologico di Elon Musk, membro del Governo americano e grande elettore di Trump. Da Musk dipende niente pò pò di meno che l’esito della guerra in Ucraina, che egli può far cessare in qualunque istante spegnando Starlink.Ciò evidenzia la superiorità di Musk rispetto a Trump, dimostrata simbolicamente dai segni esteriori di mancanza di rispetto istituzionale, come il rifiuto del “formal blue” e l’intreduzione dei figli nella Camera Ovale.
La previsione di un dominio mondiale dell’America-Mondo identificantesi con la megamacchina digitale -una transizione antropologica inquietante- è stata la molla principale che ha spinto, già dal secolo scorso, la “Maggioranza del Mondo”(“Bol’shinstvo Mira”) alla resistenza contro un’ occidentalizzazione che s’identifica oramai con l’inserimento di tutti nella Megamacchina: Poteri Forti, basi americane, cultura “Mainstream”, Internet, intercettazioni della NSA…
La “Guerra senza Limiti”, studiata dai generali cinesi in funzione di questo prevedibile scontro con gli USA, comprende quindi in larga misura una competizione sulle nuove tecnologie che è divenuta addirittura il cuore delle politiche americane e cinesi, fino al punto che i GAFAM, rappresentati da Elon Musk, sovrastano in USA il Presidente Trump e lo trascinano in progetti transumanisti come la conquista di Marte, che rivelano la vera natura del Progetto Incompiuto della Modernità, riallacciantesi alla religione tecnologica di Saint Simon e al Cosmismo russo. Già per Sun Zu l’“intelligence” costituiva la chiave dell’Arte della Guerra di: “Se conosci te stesso e il tuo nemico, vincerai cento battaglie”
Per questo, la questione della difesa dell’Europa non può essere disgiunta da quella delle nuove tecnologie e delle ideologie della tecnica. L’Europa non è certo inferiore alla Russia quanto a investimenti nella Difesa (anzi, spende il doppio di quest’ultima), ma è incredibilmente più debole di essa per la mancanza di investimenti nella parte “software”, che è quella delle nuove tecnologie, stranamente (?) riservate (dopo la morte di Adriano Olivetti e Mario Tchou e la chiusura della Olivetti Elettronica), a imprese e forze americane. Grazie a questa “divisione di compiti” transatlantica, le forze europee, quand’anche fossero meglio coordinate a livello continentale, non potrebbero risultare autonome dagli USA, come invece dichiarano oggi ottimisticamente molti leader europei diffidenti verso Trump (i “Volenterosi”). Ma questa è, come ha detto Witkoff, “solo una posa”, priva di credibilità politica e tecnica. Non per nulla, l’impostazione data all’azione ReArm Europe/Readiness 2030 risulta incredibilmente arretrata rispetto alle effettive esigenze del presente momento storico, caratterizzato, da un lato, dal desiderio degli USA di “ridurre il proprio impegno in Europa”, e, dall’ altro, dall’ emergere di armi rivoluzionarie come i missili ipersonici.Infatti, il piano si limita, da un lato, a rimuovere gli ostacoli finanziari all’ aumento della spesa dei singoli Stati Membri, proprio secondo quanto richiesto da Trump, e, dall’ altro lato, a prevedere un miglior coordinamento tecnico nella politica industriale, quale quello perseguito da tempo, con discutibili risultati, con l’Agenzia Europea degli Armamenti. Essa non tocca invece le questioni gravissime dell’assenza di una programmazione e comando comune, alternativi a quello NATO, di una cultura militare comune, dei sistemi di difesa più moderni, come una sorta di “Iron Drome” israeliano e qualcosa di simile ai missili ipersonici russi e cinesi, e infine di campioni europei nel campo delle tecnologie avanzate. Nel vuoto così creato, si stagliano come uniche realtà effettive i progetti di riarmo tedeschi, francesi, inglesi e polacchi, e gli acquisti di armamenti in America, il tutto restando nel campo delle tecnologie tradizionali e rafforzando il nazionalismo degli Stati membri.
Il suo significato è dunque prima di tutto psicologico/propagandistico, in quanto costituisce comunque una manifestazione d’indipendenza (almeno parziale) nei confronti dell’America di Trump, e “sdogana” l’idea del “riarmo” della Germania, che era stato “venduto” nei passati 80 anni come una delle principali ragioni d’essere dell’ ordinamento postbellico e delle limitazioni alla Politica Estera e di Difesa. Come scrive la Frankfurter Allgemeine, „Die Deutschen haben in ihrem Vulgärpazifismus versagt“(“I Tedeschi hanno fallito con il loro ‘pacifismo volgare’”).
Non serve per altro in alcun modo come deterrente contro la Russia, e tanto meno gli USA, in vista dei conflitti di oggi (Ucraina e Groenlandia).


4.Le “tecnologie duali”
Attualmente, le politiche tecnologiche dell’Europa sono disperse in mille rivoli, europei e nazionali, senza l’indicazione di alcun tipo di priorità, in modo che la politica dell’Europa viene di fatto progettata dall’America (dal DoD, dal DARPA, dalle multinazionali della difesa, dai GAFAM). Gli USA entrano fin nei dettagli delle nostre politiche industriali, come nel caso della governance di Pirelli (un fabbricante di pneumatici con un socio cinese), a cui si pretende di dettare la governance da Washington, rovinandone le prospettive di mercato. Questo contesto, che sembra fatto apposta per confermare le previsioni di Trockij (che gli USA avrebbero contingentato il capitalismo europeo), ridicolizza tutte le narrazioni del “Mainstream” -quelle “tradizionali” dei Cinesi che “rubano” la tecnologia agli Americani, mentre qui si vogliono costringere gl’Italiani a “rubare” la tecnologia ai Cinesi; dell’America liberale e liberista, ecc..-, e quelle nuove, dell’ America che vuole disinteressarsi dell’ Europa, mentre invece ci detta nei minimi particolari le politiche delle nostre imprese…D’altronde, la decisione dell’ allora FIAT di costruire solo automobili di piccola cilindrata era già stata imposta, a guerra mondiale ancora in corso, da un funzionario americano, negli uffici di Allen Dulles, responsabile della CIA in Europa, al Dott. Camerana, inviato dalla Fiat a Berna.
Infine, il, pur lodevole, principio della “Preferenza Europea”, invocato da molti, non può trovare oggi una reale attuazione a causa della debolezza, e/o dell’assenza, di campioni europei, e, anzi, il controllo americano su molte imprese europee. Gli unici campioni che siano stati creati in questi anni (Airbus, Ariane, Tornado, Eurofighter), nati, paradossalmente, in base ai principi gollisti della cooperazione intergovernativa e pubblico-privato, che si vorrebbero reintrodurre ora, furono in passato sabotati dai Governi. In particolare, l’unico grande conglomerato nato in base a questi principi, l’EADS, European Defense and Space, fra Francia, Germania, Inghilterra e Spagna, fu presto privatizzato e smantellato, per il prevalere d’ interessi nazionali e privati. Suo peccato originario: l’assenza di un forte presidio a tutela dell’interesse europeo, come avrebbe potuto essere costituito da una partecipazione azionaria forte dell’Unione Europea (per esempio, attraverso la BEI) , e uno statuto societario basato veramente sulla cogestione, secondo i principi del Modello Carbosiderurgico tedesco, o, ancor meglio, della Volkswagengesetz, che riserva ai poteri pubblici una sorta di “Golden Share” e sancisce il controllo sociale sui mezzi di produzione strategici.
Intanto, mentre si impongono agli Europei contorti, costosi e contraddittori atteggiamenti, come sanzioni e dazi, l’America continua a fare i suoi affari con la Russia e con la Cina “a margine” della vicenda Ucraina.Una qualunque seria politica estera e di difesa dovrebbe avere oggi come corrispettivo una politica tecnologica completamente diversa.


5.”Readiness 2030”: un obiettivo ambizioso, ma irrazionale
Con la modifica del nome del progetto (“Readiness 2030” anziché “ReArm Europe”), si è voluto “chiarire” (ma in modo ipocrita) che l’obiettivo della nuova politica estera e di difesa dell’Europa sarebbe quello di essere pronti entro 5-10 anni a contrastare autonomamente un eventuale attacco russo a Paesi Baltici e Polonia. Quindi, nulla a che fare con la Guerra in Ucraina, e, soprattutto, con la necessità di difendere, hic et nunc, il Canada e la Groenlandia dalla dichiarata volontà americana di aggressione.
Esprimo un mio motivato punto di vista su questa problematica perché posso dire di possedere almeno i rudimenti di “Military Preparedness”, essendo stato, nel lontano 1974, ufficiale dell’ Amministrazione Militare italiana, e avendo partecipato proprio a esercitazioni di mobilitazione generale.
La base per l’orientamento del Piano verso la preparazione bellica quinquennale sarebbe costituita da una previsione (non si sa quanto disinteressata) dei servizi segreti britannici, sulle intenzioni della Russia, ma non vi alcun motivo per cui quella russa sia veramente la minaccia militare più immediata per l’Europa. Per esempio, gli USA stanno minacciando in questo momento preciso di annettere entro questo mandato presidenziale, ma possibilmente prima, e se necessario con la forza, la Groenlandia, paese terzo associato con la Danimarca, e Vance, insieme al responsabile della sicurezza americana, è già perfino andato a prenderne simbolicamente possesso, visitando, contro la volontà delle autorità groenlandesi, una base americana nel Paese. Gli Europei intendono difenderlo? Come farlo, con centinaia di migliaia di soldati americani stanziati in Europa, e la Groenlandia già presidiata, seppure debolmente, dagli USA? Questo modello si ripeterà altrove, per esempio in Norvegia?
In secondo luogo, anche un’eventuale guerra fra la Russia e l’Europa, quand’anche arricchita di nuovi armamenti grazie a ReArm Europe e al contributo del Commonwealth, ci vedrebbe inevitabilmente sconfitti a causa delle nostre carenze di cui sopra, a meno che Musk non continuasse a fornirci la copertura dell’intelligence satellitare e, se del caso, gli USA una protezione nucleare, il cui venir meno è proprio il rischio che ha scatenato l’urgenza del piano di riarmo.
Non è pensabile che gl’ideatori del piano siano così sprovveduti da non avere considerato questi semplici dati di fatto, sicché l’ipotesi più plausibile è che, una volta di più, non si voglia affatto fare una vera politica estera e di difesa autonoma, bensì si voglia semplicemente dimostrare agli USA di avere aumentato le spese di difesa almeno del 2%, comprando per giunta in America nuovi equipaggiamenti. Poi, depositatosi il polverone, si farebbero accordi con Musk per Starlink, divenendo ancora più dipendenti di oggi dallo “scudo” americano.
Insomma, solo un modo per fare pressione sugli USA, “vendicandosi” per il declassamento consumato sull’ Ucraina e per i dazi. Come ha detto Vance, “Queste persone vogliono trasformare l’Europa in un protettorato permanente. Il problema: se mai fosse stata una buona idea, non è semplicemente sostenibile con duemila miliardi di dollari di deficit all’anno”. Ma non sarebbe comunque una buona idea, perché i protettorati sono aree che vengono svuotate di ogni vitalità, come è accaduto all’ Europa, ed è veramente singolare che ce lo debba ricordare proprio il Vice-presidente americano (che per altro viene indicato da taluni come futuro presidente dell’ Europa).


6.Una politica estera e di difesa gradualistica, ma accelerata
Un avvio graduale, ma ragionevole, di una politica estera comune potrebbe essere costituita invece dalla creazione immediata delle basi culturali e scientifiche (Accademia militare e digitale comuni), di quelle tecnologiche (sviluppo di un ecosistema digitale comune), e organizzative (un’Agenzia Tecnologica Europea), e, infine, giuridiche e finanziarie (la rinascita di una Società Europea per la Difesa e lo Spazio), con la partecipazione azionaria di Governi e imprese, sul modello di EADS ed Arianespace.
Infatti, oggi l’Europa manca di tutto quanto sopra: in sostanza, manca della sostanza effettiva della soggettività politica nell’Era delle Macchine Intelligenti. Fino ad ora, l’Europa, schiacciata fra una dipendenza puntuale ai poteri forti occidentali e un’ egemonia culturale di sinistra contraria al principio di realtà, non ha potuto fare nessuno di questi passi, ed, anzi, ha fatto di tutto per ostacolarli (demonizzazione delle culture europee d’anteguerra, cfr.Lukàcs; distruzione degli Istituti di Educazione e demonizzazione dell’epistocrazia; svendita delle imprese strategiche)..
Certamente, la lotta per la conquista (e la difesa?) della Groenlandia costituirà un ennesimo grande shock per gli Europei. Resta il fatto che ci si abitua a tutto, e il risultato potrebbe essere un rapporto ancora più coloniale fra USA ed Europa. Per evitarlo, occorre una grande mobilitazione di popolo contro l’annessione e per la difesa dell’isola artica, se necessario di concerto con altri partner interessati, come per esempio il Canada e il Regno Unito.
6.L’ “European Technology Agency” e l’ideologia olivettiana
Nell’ ideare e descrivere l’agenzia sopra indicata, ci siamo ampiamente ispirati a molti aspetti dell’attività di Adriano Olivetti, il quale aveva compreso, con l’anticipo di almeno 70 anni, il carattere determinante delle tecnologie digitali per l’intero orientamento della società del futuro, e anche l’inscindibile collegamento fra informatica, cultura e politica.
Quanto al primo punto, Olivetti aveva fatto della sua impresa il punto d’incontro fra tecnologia e società, partecipando al rinnovamento dell’ architettura industriale, al movimento per la normazione tecnica, all’elaborazione del Piano Regolatore di area larga di Ivrea e Valle d’Aosta nell’ ambito della Corporazione degli Industriali, nonché alla Resistenza, all’ amministrazione della città di Ivrea, di cui fu sindaco, alla vita parlamentare nazionale, e alla creazione del Movimento Comunità, di cui gettò egli stesso le basi teoriche. Soprattutto, raccolse intorno a sé intellettuali di tutte le specialità, dalla letteratura alla sociologia, al design, all’ architettura, alla fisica e all’ ingegneria, che poi avrebbero operato come un fertilizzante nei più svariati ambiti della società italiana.
Quanto al secondo punto, Olivetti sviluppò il rapporto università-impresa con una collaborazione con l’Università di Pisa, e per primo compì un’opera di attiva ricerca internazionale di talenti cibernetici (come oggi fanno gli Americani), con l’assunzione in America, con il supporto di Enrico Fermi, del giovanissimo e geniale fisico italo-cinese Mario Tchou, che, con un piccolo team d’ingegneri, progettò in pochissimi anni tanto un mainframe, l’ELEA, quanto, e soprattutto, il primo e fortunatissimo personal computer, il modello 101, che ebbe un incredibile successo nonostante che la divisione elettronica dell’ Olivetti fosse stata nel contempo venduta alla IBM per essere chiusa.
Le incredibili vicende di questa cessione, e la contemporanea morte, in circostanze misteriose, tanto di Olivetti che di Tchou, lasciano capire l’enormità degl’interessi in gioco intorno alla nascita dell’informatica. Di fatto, nessuno in Europa ha mai più tentato l’avventura di Olivetti e di Tchou, tanto più che, quasi contemporaneamente, si spingeva al suicidio l’altro geniale inventore europeo Alan Turing, e si sabotava l’aereo di Enrico Mattei. Infine, in quel momento Italia, Francia e Germania stavano lavorando a una bomba atomica europea, che fu poi rapidamente stoppata.
Occorre ora individuare una nuova via, attraverso una più seria strategia unitaria europea sulle nuove tecnologie e, in particolare, sulle tecnologie militari, e la ricerca di altri partner, economici e tecnologici, come la Cina. A questa nuova, complessa e rischiosa attività avevamo dedicato a suo tempo un importante studio, European Technology Agency, che avevamo inviato a tutti i vertici dell’ Unione, dalla Presidente della Commissione von der Leyen al Commissario Breton, al Presidente dell’ Europarlamento Sassoli, al Presidente della Banca Europea degl’ Investimenti Heuer, invitandoli ad abbandonare il grottesco progetto EIT, di dimensioni infinitesime, e ad affrontare con serietà la questione di una programmazione centralizzata e di lungo periodo dello sviluppo tecnologico nel continente, da affidarsi a una nuova, potente, istituzione europea, comparabile per certi versi al DARPA americano. Solo Sassoli aveva dato seguito alla nostra iniziativa nell’ambito della Commissione Tecnologia del Parlamento Europeo.
Tutta una serie di pubblicazioni di Alpina/Dialexis: “Re-starting EU Economy via Technology-intensive Industries”; “Il Ruolo dei Lavoratori nell’Era dell’Intelligenza Artificiale”,, infine, “La Regolamentazione Internazionale dell’ Intelligenza Artificiale”, che andiamo a presentare il 19 maggio al Salone del Libro di Torino. Da allora, la situazione è ancora peggiorata, con il continuo susseguirsi di documenti europei puramente teorici in materia di finanza, di ricerca, di difesa, che si sovrappongono e si elidono, mentre gli Stati Membri creano ciascuno propri enti specialistici (e mentre gli Stati Uniti e la Cina investono pesantemente in concreti programmi operativi come l’”Inflation Reduction Act”, il “Chip and Science Act”, “Made in Cina 2025, Chinese Standards 2030”, ecc…). All’ epoca, nessuno ci aveva dato retta, affermando che bisognava lasciar fare al mercato, ma ora le stesse massime Istituzioni dell’Unione Europea stanno andando esattamente sulla strada da noi indicata, imponendo soluzioni dirigistiche a livello continentale, come il piano ReArm Europe, approvato con il ricorso all’ art.122 del Trattato di Lisbona, che disciplina lo Stato di Eccezione. Resta però misteriosamente il tabù delle tecnologie duali, in cui tra l’altro l’Italia vanta precedenti unici nel loro genere (Olivetti, lanciatori SCOUT e VEGA, satelliti-spia, navette di rientro Thales-Leonardo, facilmente convertibili in missili ipersonici…). Anche in Italia si sta già dibattendo, con linee di frattura che attraversano gli schieramenti politici. Come scrive La Stampa dell’1° Aprile, “c’è chi vorrebbe accodarsi a Trump, entrando nella corte di Mar-a-Lago (Fratelli d’Italia). C’è chi vorrebbe accodarsi alla Cina, magari ritirando fuori dal cassetto la Via della Seta (i Cinque Stelle). C’è chi non ha mai nascosto i legami con Mosca (la Lega). C’è chi è disposto a fare scelte difficili, come aumentare gli investimenti in tecnologie militari, pur di rafforzare la sovranità europea (una parte del centrosinistra). E c’è chi svicola, evitando di prendere posizione e disegnando la propria identità intorno ad altri crinali, destra contro sinistra, apertura contro chiusura (un’altra parte del centrosinistra). Difficilmente ne uscirà premiato chi farà lo struzzo. I crinali politici vanno affrontati. Gli struzzi possono vincere qualche elezione, ma non vanno lontano”.
7.Sostituire l’industria americana dei servizi
Quando Ursula von der Leyen afferma che siamo pronti a vendicarci per i dazi americani, intende dire che la Commissione sta preparandosi a tassare le prestazioni di servizi dall’ America, per esempio di banche come J.P. Morgan e la Bank of America, e le piattaforme digitali come X, Google e Amazon. La UE esporta auto, farmaceutici e prodotti agroalimentari, e importa servizi, sì che la bilancia cvommerciale transatlantica non è affatto sbilanciata, bensì è in sostanziale pareggio.

Oltre agli strumenti già applicabili ai vari settori dei servizi dall’ America, la UE dispone dello specifico “Anti-Coercion Instrument, con cui potrebbe disattivare , limitare i diritti di proprietà intellettuale dei GAFAM o sescluderli dai mercati della UE.
Il punto è: come uscire da un sistema di interrelazioni, come quello attuale, che affida agli USA il ruolo dominante di esportatori di servizi “nobili”, e agli Europei il ruolo di “auxilia” o di manifattura. La Cina ha già risposto da tempo espellendo praticamente gli Americani dal proprio mercato, e costruendone uno interno altrettanto possente e concorrenziale di quello occidentale nel suo insieme. L’atteggiamento mercantilista e neo-coloniale americano sta fornendo finalmente la leva per applicare questa ricetta anche in Europa.

I GIORNI DELLE SCELTE.Si riapre la Piattaforma sul Futuro d’ Europa

La prima settimana dall’ “Inauguration” di Trump è stata caratterizzata da una serie di sfide, che hanno posto soprattutto l’ Europa di fronte a un insieme di dure realtà che si era cercato, fino ad ora, di nascondere:
1)la pretesa di annettere agli Stati Uniti la Groenlandia, con la singolare motivazione che “gli USA ne hanno bisogno per la sicurezza nazionale”, visto che gli Europei non pensano alla “difesa del mondo libero”;
2)l’intervento massiccio di Elon Musk nella politica interna degli Stati Europei, cercando di creare un intero movimento “di estrema destra” da lui diretto, capace di condizionare il futuro dell’ Europa, e fondendo anche i due ufficiali saluti nazionalisti alla bandiera americana (il “Bellamy Salute”-saluto romano o Hitlergruss-, e il “Balch Salute”, con la mano sul cuore, come nel saluto massonico) ;
3)l’intervento “a piè pari” dei GAFAM per richiedere l’intervento di Trump contro la legislazione europea sull’ Intelligenza Artificiale;
4)la precisa richiesta alle imprese europee di spostare le loro produzioni negli Stati Uniti, se vogliono evitare dazi sempre crescenti.
L’insieme di queste richieste, se soddisfatte, declasserebbe l’Europa a Paese del terzo mondo:
a) ridicolizzerebbero proprio il mitico art. 5 del Trattato Nato, costringendo gli Europei a schierare truppe contro le Forze Armate Americane, ponendo nel nulla la garanzia NATO, e fornendo un argomento imbattibile contro le pretese di Russi e Cina su Ucraina e Taiwan;
b)Cancellerebbero ottant’anni di politica culturale dell’ Occidente, basata sulla Colpa Collettiva degli Europei, così riaprendo la strada a un dibattito a tutto tondo sul futuro dell’ Europa;
c)Svuoterebbero definitivamente tutta la politica europea del digitale (già abbondantemente criticata da tutte le parti), fondata sull’ idea di poter regolamentare i GAFAM da Bruxelles;
d)aggraverebbe irrimediabilmente la crisi sociale in corso, con la Germania in permanente recessione e l’ Italia in stagnazione.
Per questo motivo, alcuni, come per esempio Nathalie Tocci sul “Guardian”, hanno sostenuto che questo sarebbe il momento, per l’ Europa, di rispondere con decisione, perché su questi temi sarebbe possibile provocare quello “scossone” necessario per dare nuova vita a un’ Unione Europea praticamente morta. Però, nota la Tocci, proprio sul punto più scottante, la Groenlandia, la risposta europea è venuta per ora a mancare, sostituita forse da un tentativo di reazione sotterranea.
Certo, per reagire contemporaneamente su tutti questi fronti, l’Europa dovrebbe essere unita, non già in astratto, su vaghi principi, bensì su un progetto che dia risposte chiare sui confini, sulle identità, sull’ Esercito Europeo, sui partiti europei, sul digitale, sull’economia.
Per questo motivo, ben venga l’idea di riaprire una Piattaforma sul Futuro dell’Europa che, per altro, nella prima fase della sua attività, non è pervenuta a nessun risultato concreto. Occorre per altro evitare che il fiasco della “prima puntata” si ripeta. Per questo, intendiamo richiedere, fin dalla prima riunione, che il “format” venga radicalmente cambiato (cfr. allegato 1), suggerendo anche di creare, fuori dei canali istituzionali, un “Comitato di Resistenza e Resilienza”, capace di fornire una guida agli Europei in questa fase sempre più dura della storia europea, con il dominio incontenibile del Complesso Informatico-Militare, la pauperizzazione generalizzata degli Europei, la militarizzazione della società e dell’ informazione e l’Europa quale terreno di scontro militare fra potenze extraeuropee.
Chiunque voglia associarsi a noi in queste attività, o abbia comunque idee o suggerimenti in proposito, si faccia avanti!

PROPOSTE PER LA PIATTAFORMA SUL FUTURO DELL’ EUROPA
I.IL FALLIMENTO, CERTIFICATO DA TRUMP E DA MUSK, DELL’ APPROCCIO FUNZIONALISTICO EUROPEO
Nel 2005, l’iter per la nuova Costituzione Europea si era concluso con la bocciatura da parte degli elettori. Nel 2022, Il Presidente Mattarella aveva osservato, al termine dei lavori della prima Conferenza, ch’ essa si era conclusa in maniera “grigia”. Con il tempo, la situazione è ancora peggiorata, sicché è inevitabile ripartire da basi nuove, oppure diventerà improponibile parlare di Europa ai nostri concittadini.
La Piattaforma sul Futuro dell’ Europa dovrebbe pertanto essere sostanzialmente modificata, per farla divenire, da macchina digitale per simulare il consenso, un reale Forum di dibattito del movimento europeo in senso lato. A tale scopo, dovrebbe essere creato un Comitato paneuropeo di Resistenza e Resilienza (cfr. https://www.alpinadialexis.com/un-comitato-paneuropeo-di-resistenza-e-resilienza/), capace di dialogare direttamente con i cittadini in questa fase tempestosa. Questi Appunti mirano a promuovere una siffatta transizione.
1.Le debolezze progettuali
Il progetto europeo è stato da sempre esposto in modo frammentario, a causa dell’approccio “funzionalistico”. Ciò ha permesso di nascondere le debolezze di fondo nella sua concezione generale, fino all’ attuale caos, reso palese dalla presidenza Trump. La Conferenza sul Futuro dell’ Europa ha confermato questa frammentarietà.
Dal 2022, la guerra in Ucraina e, ora, la vittoria elettorale di Trump, sostenuta e dominata da Musk, hanno peggiorato ulteriormente quelle debolezze:
a)Ignoranza (voluta) del fatto che l’attuale ideologia occidentale, lo scontro con la Cina e gli equilibri nel blocco presidenziale americano sono tutti basati sul controllo dell’ecosistema digitale mondiale, da cui l’ Europa è però esclusa;
b)Conseguente dipendenza dell’Unione (concettuale, culturale, sociale, politica, militare e finanziaria) dai Poteri Forti americani (Deep State, Intelligence Community, Wall Street, Complesso Informatico-Militare, NATO), che, con Trump, hanno assunto un atteggiamento assolutistico, con cui le esigenze dell’Europa non solo vengono trascurate, bensì vengono apertamente condannate e irrise;
c)Rinunzia a qualsivoglia sforzo per la creazione di una classe dirigente europea (comparabile al Deep State o il PCC), dotata di una sua visione culturale originale distinta e delle competenze sociali e tecniche necessarie per realizzarla in pratica; conseguente attribuzione di ruoli apicali europei a soggetti che rappresentano punti di vista anti-europei (p.es., Rutte, Kallas);
d)Abbandono, fino dalla morte, 60 anni fa, di Olivetti e di Chu, di ogni velleità di muoversi verso un ecosistema digitale europeo (concettuale, tecnologico, industriale, finanziario e militare), e conseguente gap tecnologico di 60 anni;
e)Assurda pretesa di normare una materia che: (i) non si padroneggia, essendo sviluppata solo in America e in Cina; (ii) non si conosce neppure, giacché non esistono guru digitali europei;
f)Arrendevolezza di fronte alle inaccettabili campagne dei GAFAM (Zuckerberg)contro l’Unione, volte a eliminare, con la pressione di Trump, le pur modestissime sanzioni contro di essi adottate;
f)Conseguente fallimento di tutte le grandi politiche preannunziate con gran pompa da decenni (sociale, tecnologica, industriale estera e di difesa, ecologica),che oggi richiedono tutte un uso massiccio dell’ Intelligenza Artificiale. Fallimento certificato dal discorso di “Inauguration” di Trump e dagli Executive Orders appena firmati.


II.DIFFICOLTÀ DELLE AGGREGAZIONI CONTINENTALI
L’esigenza di creare un’agglomerazione politico-culturale specificatamente europea, accanto a quelle americane, islamica, indiana e sinica, era emersa fin dall’ inizio del XX° Secolo per effetto della disgregazione dei grandi Imperi europei,e con il contemporaneo imporsi di temi d’interesse universale (trasporti e telecomunicazioni, decolonizzazione, finanza, controllo degli armamenti..), ma in un secolo ha fatto solamente passi avanti infinitesimali.

  1. I rischi del processo d’integrazione
    Il processo di creazione delle altre aggregazioni (Cina, Persia, India, Stati Uniti, Russia) è stato (o è) lungo e faticoso (guerre civili, guerre di liberazione, rivoluzioni, ecc..).Anche la storia dell’ integrazione europea non è stata esente da ostacoli (guerre napoleoniche, Guerra Civile Europea, guerra in Ucraina)e può ancora deragliare prima di aver raggiunto i suoi obiettivi. E’ ciò che stanno minacciando voci dai settori tanto americani quanto russi, che hanno incominciato a pensare che sia possibile, o perfino auspicabile, eliminare l’Unione Europea quale possibile centro di aggregazione alternativo. Il relativo territorio potrebbe essere diviso fra Russia e America, sul modello della Guerra Fredda, in occasione delle discussioni fra Trump e Putin (p.es., Groenlandia vs.Donbass).
    2.Assenza di un progetto veramente alternativo agli USA
    A oggi, nessuno è in grado di chiarire in cosa si distingua il progetto europeo da quello “Occidentale”. Infatti, la vulgata “classica” sosteneva che la specificità dell’Europa consisteva nel Modello Sociale Renano, un misto di consociativismo conservatore e di socialdemocrazia, opposto comunque al “modello anglosassone”, basato sul mercato senza limiti. Con l’avvento della società digitale, questi modelli teorici si sono molto sfumati, con l’Europa che ha smantellato la sua economia mista e il suo diritto del lavoro, e l’America che sta esercitando un interventismo sfrenato (deliberatamente clonato su quello cinese), diametralmente opposto al conclamato liberismo. Resta il conflitto di interessi fra un’America che “contingenta” (come prevedeva Trockij) il capitalismo europeo (nell’informatica,nell’ energia, nell’automotive, nel commercio internazionale), e un’ Europa che subisce passivamente la prospettiva di ridursi a un Paese del Terzo Mondo.
    Probabilmente, una vera e propria “annessione” dell’ Europa agli USA (come minacciata al Canada e alla Groenlandia) darebbe perfino più forza all’ Europa, divenuta in tal caso una lobby interna americana, di quanta ne abbia l’ attuale Unione Europea.
    3.Una cultura allineata con quella americana
    L’Europa attuale non riesce infatti neanche ad esprimere una propria cultura autonoma, come aveva fatto sino agli Anni ‘60, con personaggi come Nietzsche, Freud, Jung, Heidegger, Simone Weil, ma, invece, scimmiotta le diverse, successive, culture americane (Modernismo, Pop, Post-Colonial Studies, Fantasy, Cancel Culture, Alt Right, Woke..)…
    III.POSSIBILI STRATEGIE DI RILANCIO DELL’ EUROPA
    1.Comunità, Unione, Federazione
    L’attuale denominazione dell’organizzazione europea (Unione Europea) è recente. Essa si ispira alla vecchia dicitura ufficiale dell’ Unione Sovietica (Sovietskij Sojuz), prima che si trasformasse, nel 1991, con l’accordo di Belavezha e con il referendum pansovietico, in “Comunità di Stati Indipendenti”(Soobščestvo Nezavisimih Gosudarstv). Si voleva probabilmente dimostrare una reciproca imitazione in vista della Casa Comune Europea, dove l’Unione Sovietica diventava più elastica e le Comunità Europee divenivano più rigide (grazie alla prevista Costituzione).
    Nessuna delle due trasformazioni è andata per il verso giusto.
    Occorre perciò un nuovo disegno complessivo, che potrebbe incominciare con un nuovo cambio di denominazione. Per esempio, usando il termine “Federazione Europea” del Manifesto di Ventotene, “Repubblica Europea” (“Res Publica Europaea”), suggerita da Ulrike Guerot (cfr. U.Guerot,La nuova guerra civile, Alpina,2009).Con maggiore precisione, Sergio Fabbrini (in “A Federal Alternative for European Governance”, Cambridge University Press), propone di suddividere l’Unione in tre livelli: Confederazione, Unione e Federazione (i “tre Cerchi Concentrici”), soluzione già ampiamente dibattuta e analizzata in vari libri di Alpina Dialexis (in particolare, “100 Idee per l’ Europa” e “Da Qin”).
    2.Fuoriuscire dal “cripto-trockismo”
    L’Europa non si è mai voluta dare una politica culturale strutturata e discussa pubblicamente, mentre invece ha assorbito da dietro le quinte un’ egemonia culturale (i cosiddetti vaghi “valori europei”), che in realtà confliggono, tanto con le “radici”classiche europee (filosofia greca e medievale, poesie epica e tragica, Bibbia), quanto con le forme canoniche della Modernità europea(cristianesimo sociale, liberalismo, democrazia rappresentativa, socialismo, federalismo), costituendo invece essi una forma mascherata di teo-tecnocrazia mutuata, attraverso il gauchismo, dal trockismo, nelle sue due ramificazioni, del cosmismo russo (Bogdanov) e della rivoluzione manageriale americana(Burnham), che hanno trovato ora la loro sintesi plastica nella mitologia e simbologia predilette da Elon Musk. Quindi, la polemica condotta dall’ establishment europeo contro Musk resterà illogica e senza sbocco se le Istituzioni non eserciteranno un’ onesta autocritica delle basi millenaristiche del proprio stesso discorso politico, premesse logiche del superomismo muskiano.
    3.Una politica culturale europea
    Contrariamente a quell’ egemonia imposta agli Europei, la politica culturale europea deve innanzitutto dare conto dell’ ampia diversità (culturale, territoriale, religiosa, storica, sociale ed etnica) degli Europei, che è il motivo della loro specificità e la ragion d’essere di un soggetto politico europeo geopoliticamente autonomo.
    Di conseguenza, rendere conto delle diverse “memorie dissonanti” degli Europei (tribale, nomade, medio-orientale, classica, nordica, cristiana, ebraica, islamica, modernistica, cetuale, romantica, occidentale..).
    IV. DOPO BEN 70 ANNI:
    UNA VERA POLITICA ESTERA E DI DIFESA EUROPEA?
    Oggi, la dottrina militare di ogni Paese non può prescindere dalla presenza di una Guerra Senza Limiti fra gli Stati Uniti e la Cina (Qiao Liang e Wang Xiangsui), che si combatte sui piani culturale, tecnologico, ideologico, sociale, militare ed economico.Per questo si insiste da tutte le parti sulla Politica Estera e di Difesa dell’ Europa.
    1.Cambiare la percezione delle minacce
    Purtroppo, l’Europa non può darsi una propria autonoma Politica Estera e di Difesa finché non dispone di una propria classe dirigente influente e competente in grado di elaborare e perseguire una dottrina militare adeguata alle sue esigenze. Infatti, tutte le attività militari dell’ Europa sono state concepite esclusivamente come supporto delle Forze Armate americane, sicché non si è neppure presa in considerazione, né l’ipotesi che la presenza americana venga meno (come minacciato adesso da Trump), né che delle minacce possano venire dagli stessi Stati Uniti. Questo però è già successo con la distruzione del North Stream, e, ora, con le minacce alla Danimarca per la Groenlandia. Evidentemente, questo tipo di minacce va inserito fra quelle a cui la Politica Estera e di Difesa deve potenzialmente fare fronte.
    La minaccia di ritirare le truppe dall’ Europa viene vista dal nostro “establishment” come un disastro (perché toglierebbe ad esso il suo “back-up” poliziesco, indispensabile alla sua sopravvivenza), ma in realtà, come scrive, su “Il Fatto Quotidiano”, Barbara Spinelli, “sarebbe una manna per l’ Europa” perché le permetterebbe di realizzare, con il 5% del PIL, non solo una vera politica estera e di difesa, bensì anche una vera politica tecnologica, industriale e commerciale.
    2.Programmare per il lungo termine.
    Una dottrina militare, e, soprattutto, una cultura militare, non si possono improvvisare. Esse presuppongono lunghe fasi di riflessione, studio, ricerche, formazione, addestramento, intelligence, progettazione, produzione, immagazzinamento, che vanno oltre una generazione, e non possono essere limitate da una contingente situazione geopolitica, perché debbono produrre innanzitutto degli uomini: degli ufficiali efficienti e fedeli al Paese. Una dottrina militare europea deve poter valere anche fra due generazioni.
  2. Un corpo di ufficiali europeisti
    Il fatto che Rutte (NATO) e Kallas (Politica Estera e di Difesa) stiano semplicemente facendosi portavoce delle richieste di Trump (aumento della spesa militare al 5%, allargamento all’ America delle commesse europee, cessione della Groenlandia) dimostra che non abbiamo oggi leaders in grado di gestire un’autonoma Politica Estera e di Difesa Comune, la quale potrà nascere solo quando li avremo selezionati e preparati.
    4)Un esercito europeo
    Anche di questo si parla da oramai 60 anni (vedi CED), ma senz’alcun risultato, perché si cadde sempre nella falsa alternativa fra un esercito subordinato alla NATO (come quello ipotizzato per la CED e dal recente documento del Movimento Europeo), o un esercito ostaggio di uno Stato Membro (come la Force de Frappe francese). Esiste una terza alternativa, un “Praetor Peregrinus” che sia espressione della professione militare e che sia uscito dall’ Accademia militare paneuropea, capace quindi di incarnare in campo militare la missione dell’ Europa.
    5)Un esercito tecnologico
    Un nuovo esercito che nasce oggi non può costituire semplicemente una proiezione ingigantita degli eserciti attuali. Se mai dovrà combattere, saranno guerre fra macchine intelligenti, o contro macchine intelligenti (Manuel De Landa, La guerra al tempo delle macchine intelligenti).
    Quindi, occorrerà sviluppare, in sequenza: lo stato maggiore, l’intelligence, la base tecnologica, la produzione militare, le competenze nucleari, missilistiche e nucleari, la guerra informativa, la guerra economica. Lo sviluppo dell’Esercito Europeo dovrà andare in parallelo con lo sviluppo culturale, politico, tecnologico, industriale ed economico del popolo europeo, da realizzarsi secondo piani a medio termine come lo NSCAI americano e Made in China 2025.
    V. UN’INDUSTRIA DIGITALE EUROPEA
    La capacità di gestire un ecosistema digitale complesso, e, anzi, di promuovere una rivoluzione digitale, è molto di più di una competenza tecnica, o dell’ elaborazione di principi etici e politici: è un vero e proprio orientamento di vita, che oggi non esiste, perché, con la decisione di “estirpare il neo” della Divisione Informatica dell’ Olivetti, enunziata da Visentini, si era cancellata a Ivrea ogni traccia di un “distretto culturale, politico e industriale digitale” europeo, anticipatore della Silicon Valley (Società industriale, Centro Culturale, Rappresentanza Politica, Centri di Progettazione e produzione per hardware e software, per i mainframe e i personal computer, e una propaggine negli Stati Uniti, a Cupertino).
    Se l’Europa vuole poter tornare a contare in campo digitale, in modo che le sue normative non restino, come oggi, delle Grida Manzoniane, deve riprendere urgentemente quell’ esperienza usando, per finanziarla, il 5% della politica estera e di difesa, senza sprecarlo in burocrazia, produzione di armi obsolete e tributi all’ America.
    Occorrerebbe chiedere all’America, come contropartita della “riduzione del disavanzo commerciale”, la cooperazione alla creazione di un’autonoma industria digitale europea.
    1.Una classe dirigente digitale
    Come prima cosa, Adriano Olivetti si fece suggerire da Enrico Fermi il nome di un teorico brillante, individuato nel giovanissimo italo-Cinese Mario Chu, professore alla Columbia University, affidandogli un piccolo team di ricercatori scelti dallo stesso nel centro di ricerche di Pisa in collaborazione con la Scuola Normale Superiore.
    Come seconda cosa, creò, intorno ai nuovissimi computer, una cultura aziendale umanistica e un’”aura” estetica per un marketing intelligente di altissimo livello.
    Tutto ciò ha generato un’eredità di cultura aziendale (e non solo) che sarebbe stata determinante, se solo lo si fosse voluto, in questi 60 anni.
    Anche oggi occorre individuare una ristretta élite di ingegneri motivati culturalmente e con un forte impegno europeistico, a cui affidare questo compito immane.
    2.Il controllo umano sul digitale
    L’Unione Europea si è concentrata nell’ ultimo decennio sulla disciplina delle attività digitali, relativamente alle quali ha sviluppato un importante corpus di norme, a cui si sono ispirati altri Paesi (il cosiddetto “Effetto Bruxelles”). Purtroppo, essendo tutta l’industria digitale concentrata negli Stati Uniti e in Cina, l’Unione Europea riesce solo in minima parte ad applicare le sue normative. Soprattutto, la filosofia adottata non coglie la natura dell’attività informatica attuale, che modifica l’essenza stessa dell’ umano, manipola i processi democratici, impone monopoli, crea disoccupazione. Anche se le attuali normative europee fossero veramente applicate, inciderebbero poco sulla realtà.
    Il controllo umano sull’informatica richiederebbe ben altri interventi, di educazione, formazione del carattere, addestramento tecnico, lotta ai monopoli. Parallelamente al ceto degli ufficiali europei, occorrerebbe formare un nuovo ceto di tecnici informatici ispirato ai principi della responsabilità sociale e nazionale e della centralità dell’Umano.
    3.Imprese digitali europee
    Chiuderebbe il quadro la creazione, da tutti promessa, ma mai realizzata, di imprese digitali europee comparabili a Google,Meta, X.Baidu, Alibaba, Huawei.
    La loro inesistenza a oggi si spiega con un boicottaggio concertato fra Unione, Stati, America e poteri diffusi (banche?), sul “Modello Visentini”, ma anche con la scarsa cura con cui sono state sviluppate, con soldi pubblici europei, iniziative come Qwant e GAIA.x.
    Fino ad ora, la giustificazione di tutto ciò era che l’innovazione dev’essere perseguita dai privati, senza asfissianti interventi pubblici. Peccato che da tempo, ormai, si stia svolgendo fra USA e Cina una corsa agli aiuti pubblici, mirante “a mettere fuori mercato il mondo intero”(Schumer).Ora, nuovi aiuti pubblici dovranno permettere all’ Europa di non essere messa fuori mercato.
    4.Industria aerospaziale europea
    Nel corso del XX Secolo, l’industria aerospaziale era stata percepita anche in Europa come strategica anche e soprattutto per i suoi usi “duali”, e pertanto favorita dai Governi (Tornado, Eurofighter, Mirage, Gripen, Airbus, EADS, Ariane, Vega). Ultimamente, il settore pubblico ha rallentato il suo vero impegno, rendendo impossibile per gli Europei mantenere le loro posizioni di mercato. Ciò ha reso fattibile lo spettacolare sviluppo di Starlink.
    L’industria aerospaziale europea ha grandi tradizioni. Riuscirà a sopravvivere e a prosperare se verrà sostenuta pesantemente dal settore pubblico, come accade negli USA e in Cina.
    VI . LAVORARE PER LA PACE
    1.Una cultura europea aperta al resto del mondo
    L’Europa non ha mai condiviso la frenesia messianica dell’ America (la “Casa sulla Collina”,l’”Esportazione della Democrazia”), essendosi anzi impegnata (in modo perfino irrealistico), sulla sua ancestrale idea (Eraclio e Concilio di Worms), della Pace Perpetua. Essa ha avuto molti ed approfonditi contatti con le altre grandi sfere di civiltà (come al-Andalus, la Cina e il Sudamerica), attraverso i Gesuiti; l’India, attraverso la Compagnia delle Indie, e, più recentemente, l’Islam attraverso Guénon, e i popoli delle steppe tramite la Russia.
    E’ contrario all’habitus mentale europeo, e anche ai sui interessi, impegnarsi in guerre per procura, materiali o culturali, contro la Cina, il Medio Oriente o la Russia, che sono i suoi interlocutori ideali e i maggiori mercati mondiali. La rinnovata aggressività di Trump e di Musk contro l’Europa, accoppiata a una disponibilità verso la Russia evidenzia l’urgenza d’interrompere il circolo infernale di conflitti fra “the West and the Rest”, ritornando ai motivi di unità culturale: dalle Religioni del Libro alle Vie della Seta, alla cultura alta dell’ Ottocento e del Novecento, utilizzando anche i canali posti a disposizione dalle Chiese che hanno il loro centro in Europa.
  3. Europa dall’ Atlantico a Vladivostok
    In particolare, il Paese di Cechov, Gogol, Dostojevskij, Tol’stoj, Ciajkovskij e Sol’zhenitcyn non può essere escluso , nonostante gli sforzi dei leader russi (Gorbaciov, Eltsin e Putin, ma perfino Khrusciov), dall’ Europa, come si sta facendo invece da almeno 30 anni.
    Al contrario, una Russia “sdoganata” nel prossimo processo di pace può e deve essere, come proponeva Leibniz, un ponte con la Cina , alla quale la uniscono popoli e tradizioni comuni, da quelli siberiani ( Tungusi e Mancesi), a quelli turcici (Tatari e Uighuri), a quelli iranici (Hui e Osseti).Le Vie della Seta costituiscono uno degli strumenti fondamentali per l’Europa per compensare, con nuovi traguardi a Est, le perdite e i dazi della nuova politica protezionistica americana.Come ha dichiarato ad Affari e Finanza Mario Moretti Polegato, “Dobbiamo tornare a comprare il gas russo”.
    3.Un’Ucraina al centro dell’ Europa
    Una volta chiarito che l’Europa non è nemica della Russia e della Cina, anche la questione della Ucraina potrebbe risolversi in modo soddisfacente.
    Le polemiche che si sono sviluppate circa il carattere alternativo dell’Ucraina rispetto alla Russia hanno lo stesso modesto spessore di quelle circa la Hispanidad dei Catalani o quella della Britishness degli Scozzesi. Vale a dire, non tengono conto che continuano a sussistere “identità multiple”: quelle “continentali”, “nazionali” e “locali”. La collocazione su uno di questi livelli non dovrebbe avere conseguenze drammatiche perché oggi siamo tutti parti di un’”Identità Europea”.
    Il fatto che “Ucraina” significhi “alla frontiera” mette in evidenza la sua affinità con la “Krajina” che esiste più a Occidente, fra Dalmazia, Bosnia, Croazia, Vojvodina, Banato e Transilvania, cioè il “Confine Militare” fra Regno di Ungheria e Impero Ottomano, abitato da milizie multinazionali e con un regime autonomo. Non diversamente, in Ucraina c’erano la “Zaporizska Sich” e la “Svoboda Ukraina”, abitate dai Cosacchi, e i “Dikie Pole” (“Campi Selvaggi”), abitati dai Tatari, i Nogai e i Circassi. Si tratta quindi di “territori federali” europei “ante litteram”.
    Il fatto che storicamente Kiev sia stata così contesa ne fa un luogo ideale per essere la capitale di un’entità sovranazionale come la Confederazione Europea. E, di fatto, Mitterrand aveva organizzato nel 1989 a Praga una conferenza per fondare una siffatta Confederazione fra UE e Russia (la “Casa Comune Europea”).
    Nel caso in cui, dopo la guerra che tutti vogliono fare finire, si possa riprendere il discorso sulla Confederazione, si potrebbe creare un sistema di sicurezza integrato, comprensivo delle questioni, apparentemente insolubili, dei missili e delle basi (che per altro sono già oggi sul tavolo fra USA e Russia) ponendo fondamenta solide per la pace nel Continente, la quale , secondo il progetto di Saint-Pierre e di Kant e il Manifesto di Ventotene, oggi di fatto calpestati dall’ “establishment” europeo, avrebbe dovuto essere la stessa ragion d’essere dell’ integrazione europea (“La Paix Perpétuelle”).

UN “COMITATO PANEUROPEO DI RESISTENZA E RESILIENZA”?

1.PERCHE’ NON ESISTE UNA STATUALITA’ EUROPEA?
Il Movimento Europeo aveva sostenuto fin dall’ inizio che una Federazione Europea non si sarebbe potuta costituire attraverso accordi fra gli Stati, bensì solo attraverso un atto fondativo rivoluzionario del Popolo Europeo. Nel Manifesto di Ventotene si era accennato addirittura che questo momento rivoluzionario avrebbe potuto avere inizio addirittura con un movimento armato, erede della Resistenza.
Anche l’idea che, per realizzare una “Federazione Europea”, si passasse attraverso a un “Congresso del Popolo Europeo” e a un referendum paneuropeo era stata proposta da Spinelli, ma però mai perseguita seriamente.
Il Prof. Cardini l’ha qualificata giustamente come “irrealizzabile”.Concordiamo per due motivi:
-in primo luogo perché nessuno dei numerosi grandi predecessori aveva mai veramente, né pensato, né proposto, una vera statualità europea in sostituzione dei dispersivi eredi dell’Impero Romano(Sacro Romano Impero, Bisanzio, Impero Ottomano,Impero Francese…) , né tantomeno una vera “civiltà paneuropea”, alternativa tanto all’ Occidente quanto ai grandi Stati-Civiltà, bensì solo elementi altrettanto sparsi, attinenti ora a questo, ora a quell’aspetto(militare, giuridico, culturale, politico, religioso..). Non i primi teorici di crociata; non i primi progetti fra sovrani, non Novalis, non Mazzini, non Coudenhove-Kalergi, neppure Ribbentrop, Spinelli o Schuman; neppure Napoleone o la Santa Alleanza. Anche la pretesa “Costituzione Europea” bocciata dagli elettori francesi e olandesi era solo un collage di trattati. Forse il solo progetto organico era stato la Costituzione Italiana ed Europea di Galimberti, anche se priva di una base culturale adeguata. Che cosa avrebbe dunque potuto ratificare il referendum paneuropeo?
-in secondo luogo perché, nonostante le pretese ideologiche “democratiche”, la politica è oggi più elitaria che mai nella storia. Le stesse emozioni fondamentali dei popoli, a cominciare dalle loro pretese idiosincrasie “di pancia” (l’ opposizione all’ “Oriente”, per passare ai cosiddetti “diritti di ultima generazione”, fino ad arrivare all’ idea del “popolo-nazione” e ai “valori non negoziabili”) sono semplicemente l’effetto di ben orchestrate campagne occulte che partono dal sistema educativo, continuano nella politica e nei media e si concretizzano in movimenti pretesi “spontanei”, come per esempio il ‘68, gli Anni di Piombo, Tangentopoli, le “Rivoluzioni Colorate”, i “populismi”, ecc…Perfino i migliori intellettuali cadono vittime di quelle “mode intellettuali”. Quindi, se nessuno organizza sotterraneamente un’esplosione di Identità Europea (così come le “Nazioni” furono organizzate a suo tempo dalle Grandi Potenze e dalla Massoneria), non si vedrà nascere nessun movimento “spontaneo” a favore dell’Europa.
L’esemplificazione più plastica si questa inanità si è vista recentemente con la “Conferenza sul Futuro dell’ Europa”, a cui non ha fatto seguito alcun movimento politico concreto.
Si tratta invece di raccattare i pezzi sparsi presenti in Ippocrate e in Platone, in San Paolo e in Dante, in Podiebrad e in Sully, in St-Pierre e nella Santa Alleanza, in Novalis e in Nietzsche, in Dostojevskij e in Coudenhove-Kalergi, in Ivanov e in Simone Weil, in Galimberti e in Spinelli, per creare un nuovo quadro organico e operativo, che non si chiamerà, né Impero, né Repubblica, né Federazione, né Confederazione, né Stato, né Nazione. Forse, “Stato-Civiltà Europeo”.
Il professor Cardini ha proposto a qusto scopo la creazione di un apposito comitato pan-europeo, che chiameremo qui “Comitato Paneuropeo di Resistenza e Resilienza”. Noi, con questo articolo, tentiamo di disegnarne i tratti distintivi.

2.PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO ANCHE NOI DI UN NOSTRO “STATO CIVILTA”?
Nonostante ciò, la trasformazione dell’Europa, da un coacervo disorganizzato di Stati-Nazione, in uno Stato-Civiltà” come la Cina, l’India e gli Stati Uniti è oramai improrogabile per: (i) guidare il nostro Continente fuori dalla Terza Guerra Mondiale; (ii) farlo tornare veramente protagonista delle grandi scelte mondiali, in particolare quelle sul Post-Umano.
Infatti:
-La “guerra mondiale a pezzi” si è oramai trasformata in una vera guerra mondiale, sui fronti ucraino, siriano, libanese, palestinese, saheliano, sì che sono saltate tutte le strategie novecentesche basate sull’ipotesi della “Pace Perpetua”, sostituite da una battaglia all’ interno dell’Apocalisse;
-Con l’elezione di Trump, si è realizzata la fusione fra lo Stato Americano e i GAFAM (Musk, Thiel, Zuckerberg), i quali ultimi saranno gli unici possibili vincitori di una guerra giocata sulle armi autonome, sui droni assassini, sulla cyber-intelligence, sui trolls e sugli androidi resistenti alla guerra Nucleare, Chimica e Batteriologica (NBC). Innanzitutto perché, come scritto nell’ ultimo numero di Foreign Affairs, è la rapidità delle attuali guerre totali a rendere imprescindibile, contrariamente a quanto sostenuto da Kissinger nell’ ultima fase della sua vita, il comando delle operazioni dei vari contendenti da parte dell’ Intelligenza Artificiale, e, quindi, impossibile una regolamentazione pervasiva della stessa, che riguardi anche gli usi bellici.
Questa guerra costituisce dunque, a meno di un’azione rapida e incisiva, il momento cruciale della presa di potere da parte del “Philum Macchinco”, come l’ha chiamato Manuel De Landa.
L’Europa, intesa, non quale complesso giuridico incompiuto e intrinsecamente debole, bensì come un’ élite portatrice di una visione del mondo, potrebbe e dovrebbe intervenire:
-sia come guida morale dei popoli lasciati senza progetto in mezzo a nuove stragi come quelle dell’Ucraina e del Medio Oriente;
-sia quale catalizzatrice di un percorso olistico di ricostruzione che parta dalla filosofia e dalla storia per arrivare alla teologia e alla scienza, alla politica e alla società, alla tecnologia e all’ economia, alla cultura e alla difesa del nostro Stato-Civiltà, fino alla regolamentazione dell’ Intelligenza Artificiale. Quello che un tempo l’Europa pretendeva di essere (per esempio, con il Manifesto di Ventotene) come modello di civiltà, o almeno quale “Trendsetter of the Worldwide Debate”.


3.GLI STATI-CIVILTA’
Uno Stato-Civiltà è un’aggregazione geopolitica caratterizzata da una continuità storica millenaria, da uno scacchiere specifico di dibattiti e di conflitti, da un centro e da delle periferie, e da un’organizzazione atta a permetterle d’influire sulle scelte del mondo.
Per esempio, la Cina, nata con gl’Imperatori Mitici e gli Stati Combattenti, caratterizzata dai caratteri “Hanzi” e dall’ egemonia congiunta dei “San Jiao” (“Le Tre Scuole”=Taoismo, Confucianesimo e Buddhismo), dalla coesistenza degli Han (i“Figli del Fiume Giallo”) con 56 diverse “nazionalità”, e dall’egemonia del Partito Comunista Cinese, si propone come potenza anti-millenaristica (un nuovo Katèchon?), ponendosi un obiettivo storico apparemente modesto, vale a dire lo “Xiaokang” (“una società moderatamente prospera”). Sua lingua unificante: il Mandarino
L’India, fondata sulla sintesi fra induismo, buddhismo e islam, è caratterizzata dal pluralismo etnico, linguistico, religioso e cetuale intorno agli Hindustani della valle del Gange, circondati da altri popoli indo-ariani (kashmiri, punjabi, gujarati, marathi, oriya e assamesi) e dravidici (tamil, malayali, telugu, kannada), e caratterizzati dal ritorno, propugnato da Modi, allo Yoga e alla devozione al (semi)dio Rama. Sua lingua unificante, il Sanscrito.
Gli Stati Uniti, nati, secondo Huntington, dalla “Dissidenza nel Dissenso”(la Congregazione di Scrooby), sarebbero caratterizzati, secondo Dan Brown, dall’ egemonia congiunta di puritanesimo, massoneria e liberalismo, e fanno oggi oggetto di un conflitto fra suprematismo bianco (“WASP”) e cultura “woke”. Loro lingua unificante: l’ Inglese.
Non hanno (ancora) un loro Stato-Civiltà, l’Islam, l’Africa, il Pacifico e l’America Latina.
I mitici protagonisti del “federalismo mondiale” sono proprio gli Stati-Civiltà, che di fatto disputano sul futuro del mondo, non certo i 200 Stati-Nazione sperduti nel mare magnum dell’assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Uno “Stato-civiltà” europeo capace di dialogare alla pari con gli altri tre (otto) dovrebbe anch’esso ricercare non solo le sue radici (come si dice oggi)in Roma, Atene e Gerusalemme, ma, al di là di ciò, concepire la propria identità permanente nella sintesi fra Est ed Ovest (“respirare con i due polmoni”di Viaceslav Ivanov). Infatti, buona parte della storia e cultura europee sono a Oriente: in Anatolia, in Mesopotamia, in Egitto (l’”Atena Nera”), nelle steppe pontiche (gli Yamnaya, i Goti, i Bulgari, i Turchi, i Magiari, i Cosacchi), nei Balcani (i Greci, Bisanzio), in Russia (Gogol, Chechov, Ciaikowski, Dostojevski, Stravinski, Sol’zhenitsyn). Anche la questione della lingua dovrebbe fare oggetto di uno sforzo di ricerca e di sintesi, poiché l’Europa possiede più lingue storiche di cultura, dal Greco, al Latino allo Slavo Ecclesiastico (oltre all’ Ebraico e all’ Arabo).L’Europa è uno Stato-civiltà incompiuto. Pur avendo, come la Cina, una sua continuità millenaria, questa continuità (la “Translatio Imperii”) è più frazionata di quella cinese(un po’ come quella indiana), partendo essa dall’Egitto, dalla Mesopotamia, per passare alla Persia e Israele, e, di qui, agl’imperi romano, romano-germanico, ottomano, inglese, francese, russo e inglese. In fondo, anche USA, Russia, Turchia e Israele pretenderebbero tutti di rappresentare l’ultimo avatar della Translatio Imperii.
Ricostruire questa continuità è stato da sempre una sfida defatigante per storici e politici. Oggi, questo compito è reso più possibile dallo sviluppo della comparazione fra le culture, ed è diventato una priorità (cfr. Riccardo Lala, 10.000 anni d’identità europea).
Gli Stati-civiltà vivono oggi immersi in un universo tecnologico, comprendente il Post-Umano e le guerre tecnologiche. La Cina ha sfidato l’Occidente sul piano dell’innovazione tecnologica ed economica e del controllo politico sulle grandi piattaforme (il “Crackdown sui BAATX”). L’India è divenuta il Paese più popoloso del Pianeta e un’area di punta del settore ICT. Gli Stati Uniti tentano in tutti i modi di preservare ed accrescere la loro egemonia, attraverso il complesso informatico-militare, le “covert operations”, le guerre per procura, i dazi e le sanzioni.


4.IL PERCORSO PER COSTRUIRE IL NOSTRO STATO-CIVILTA’
L’Europa si trova ad affrontare insieme tutte queste sfide. Perciò, non potrà divenire uno Stato-civiltà se non gradualmente, trasformando, eventualmente, in un’opportunità la sfida costituita dalla guerra dell’Occidente contro la “Maggioranza del Mondo” (“Mirovoe Bol’shinstvo”).Infatti, le grandi guerre costituiscono da sempre un momento di riorganizzazione degli equilibri mondiali. Questa, in particolare, sta già conseguendo vari risultati, come ad esempio l’epifania di tendenze di lungo periodo, come il ribaltamento dei rapporti di forza fra est e ovest, la ri-nazionalizzazione, la redistribuzione delle culture politiche, una maggiore attenzione per discorsi innovativi…. Così come la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, anche questa potrebbe portare a novità importanti, prima fra le quali una possibile inversione di fronti (come a suo tempo l’Italia dagl’Imperi Centrali all’ Intesa e dall’Asse alle Nazioni Unite, e, oggi, la convergenza fra islamismo e Occidente), e la nascita di nuovi soggetti politici (come, a suo tempo, gli Stati dell’
Europa Centrale e del Medio Oriente, e la stessa Unione Sovietica).
Lo sforzo per costruire lo Stato-Civiltà europeo potrebbe inserirsi appunto in un contesto simile.
3.UNA GUIDA NELLA FASE BELLICA
Nella guerra civile europea che sta ri-cominciando, il popolo europeo manca di una guida morale, capace di sorreggerlo in un periodo di grandi difficoltà.
In questa fase, un “Comitato Pan-europeo di Resistenza e Resilienza” avrebbe come primo compito quello di dare, al popolo europeo, la sicurezza psicologica derivante dal fatto di avere, alle proprie spalle, un cervello pensante, che, pur non disponendo di alcun potere, studiasse e proponesse soluzioni che, a termine, possano prevenire le origini di questa conflittualità e, in generale, della debolezza del’ Europa. Ciò che era mancato nelle due precedenti guerre mondiali, e continua a mancare per la debolezza dell’ Unione Europea.
In primissimo luogo, la maggioranza della popolazione nei vari Paesi è contraria alla prosecuzione della guerra, ma i meccanismi giuridici e politici sono tali, che essi non hanno modo di esprimere in concreto questa loro contrarietà, e neppure di sviluppare progetti alternativi. Innanzitutto, le decisioni concernenti la guerra sono centralizzate, sostanzialmente, nel Presidente degli Stati Uniti, mentre i governi europei le recepiscono senza discuterle. Ancor peggio, gli “establishment” hanno interiorizzato a tal punto l’ideologia “occidentalistica”, da operare con l’obiettivo di rendere difficili eventuali soluzioni pacifiche che fossero sostenute da Trump dopo il suo insediamento, e da rimangiarsi continuamente i timidi accenni alla pace fatti da questo o da quel politico.
Più che combattere per il conseguimento della pace, che, ammesso che arrivi, sarà dovuta soprattutto alle scelte della futura presidenza americana e/o alla superiorità militare russa, e/o all’ intervento della Cina e della Turchia, una guida europea servirebbe dunque per incanalare la partecipazione della popolazione disorientata verso la politica, anche e soprattutto nel caso in cui si impongano scelte drammatiche, come in quello di guerra campale sui nostri territori. Infine, la guerra potrebbe, e dovrebbe, costituire un momento di maturazione degli Europei sui temi della pace e della guerra, così come lo avvenne con Kant, Novalis, De Maistre, Coudenhove-Kalergi, Spinelli, Simone Weil, Galimberti e Drieu La Rochelle.
Tema centrale: la lotta ai condizionamenti culturali anti-europei, come il millenarismo materialistico, il Postumanesimo, la”cancel culture”, la russofobia e la sinofobia.
In particolare, occorrerebbe fare pressione affinché il richiesto maggiore contributo dell’Europa agli sforzi della NATO si traducesse in una maggiore influenza degli Europei, soprattutto investendo in attività che accrescano l’autonomia europea, per esempio in un’Accademia Militare e Strategica Europea, in un’Intelligence Europea, in un software duale europeo, in un’arma missilistica e spaziale europea.
Infine, a tendere, il ritorno all’ idea di una “Casa Comune Europea”, di cui le steppe pontiche, con il loro spirito “passionale” (Mickiewicz, Pushkin, Lermontov, Gogol, Herceg)tornino ad essere la cerniera, senza più guerre fratricide, ma, anzi, con un reciproco riconoscimento, come nelle “Danze Polovesiane”.

4.IN PREPARAZIONE DELLA STATUALITA’ EUROPEA
Come detto prima, l’obiettivo delle attività del Comitato si dovrebbero articolare in due fasi: la prima, durante la guerra, e, la seconda, dopo.
Questa seconda fase dovrebbe avere come obiettivo di costituire quella base umana, concettuale, organizzativa, che oggi manca agli Europei per poter creare la propria statualità
Essa dovrebbe rispondere innanzitutto a una serie di domande:
1)quali sono le sfide a cui sono esposti oggi tutti i Paesi del mondo?
2)quali di esse sono specifiche dell’Europa?
3)quali sono le possibili risposte?
4)in particolare, quali sono le trasformazioni nella teologia, nell’antropologia, nella filosofia, nella società, nella geopolitica, nell’economia, nella difesa e nella cultura indotte dall’ Intelligenza Artificiale?
5)quali sono il possibile contributo dell’ Europa e i suoi reali interessi?
6)quali sono le caratteristiche (rilevanti per quanto sopra) che accomunano l’ Europa con i grandi Stati-Civiltà?

7)Le risposte delle diverse culture possono convergere?
8)Cosa può esserci di comune, e quanto deve rimanere distinto?
9)Alla luce di quanto precede, le tendenze in corso nei diversi ambiti umani sono accettabili o debbono essere cambiate?
10)In che cosa sarebbe possibile cambiarle?
11)Come potrebbe l’Europa contribuire a cambiare queste tendenze?
12)Quale struttura dovrebbe darsi l’Europa per contribuire a quei cambiamenti? In campo culturale, politico, militare, economico?
13)In che modo le attuali organizzazioni sovrannazionali possono essere utilizzate come componenti di questa futura struttura dell’Europa?
14)Come pervenire a trasformare l’Europa in tale senso?
15)Come strutturare il Comitato?
Purtroppo, a oggi ci sembra che pochissimi intellettuali europei siano sensibili a questi temi, sicché pensiamo che il comitato dovrebbe essere inizialmente abbastanza ristretto, senza poter arrivare a una rappresentanza su base“nazionale”(anche perché le “nazioni” attuali non sempre sono molto rappresentative). Un’attenzione particolare dovrebbe essere dedicata a momenti seminariali, miranti a sviluppare una “scuola” di giovani europeisti “passionali”.