Disponibile da gennaio 2018
 
 
 

DALL’ ARCO DI TRIONFO ALLE TRATTATIVE SULLA SICUREZZA

Continuano le umiliazioni della Francia (e dell’ Europa).

La bandiera europea all’ Arco di Trionfo

Il Presidente Macron avrebbe voluto fare, del Semestre Francese, una marcia trionfale verso la rielezione, facendo leva sull’ enfatizzazione della propria posizione europeistica, e, in particolare, sulla (sacrosanta) concezione  della “Sovranità Europea” ribadita a partire dal “Discorso della Sorbona”,  un’idea tipicamente francese, erede di quelle , gaulliana, di “Europa dall’ Atlantico agli Urali”, giscardiana, di ”Europe Puissance”e, mitterrandiana di confederazione con l’URSS (“Conferenza di Praga” e “Carta Europea”).

Purtroppo, i fatti stanno dimostrando che, nell’ Europa di oggi, né il clima culturale, né i rapporti di forza, sono (ancora) tali da permettere una politica di questo tipo. Anzi, nel corso dei decenni, ci siamo allontanati sempre di più da quest’ obiettivo. Del resto, neppure De Gaulle, né Giscard, né Mitterrand, erano riusciti a tenere fede alle loro promesse, perché nessuno li aveva seguiti su questa strada. Friedman aveva dato atto sul New York Times che “i gaullisti non avevano mai minacciato gl’interessi strategici americani”. Ed invece proprio ciò significherebbe un’eventuale “sovranità europea”, che scalfirebbe definitivamente il mito degli Stati Uniti quale “nazione necessaria”(Madeleine Albright). La “riprogettazione” dell’Europa avvenuta a Yalta era stata così radicale, da rendere difficilissimo discostarsene, anche per chi Yalta la contestava. Come aveva affermato, con grande scandalo di tutti, Alexander Rahr, “gli Americani ci hanno asportato il cervello”.

L’esempio più eclatante di questo eterno fallimento del sovranismo europeo è costituito proprio dal tentativo di De Gaulle si costruirsi una “force de frappe” autonoma, cioè “à tous les azimuts”, poi naufragata sotto Chirac con il rientro della Francia nella NATO. Un secondo esempio particolarmente evidente è stato, nel 1989, alla caduta del Muro di Berlino con e l’intesa fra Gorbačev e Papa Wojtyla (la “Casa Comune Europea”), il progetto di Confederazione europea di Mitterrand, subito bloccata dai Cecoslovacchi e dall’ America.

Lo stesso rischia di capitare ora a Macron, il cui piano di una “Politica Industriale UE”, fondamentalmente quella praticata a suo tempo da De Gaulle e teorizzata da Servan-Schreiber, è già stato declassato ad una semplice serie di “alleanze” di dubbie prospettive (e già presenti per altro nel programma del Rassemblement National), escludendo innanzitutto qualsiasi ipotesi di un “DARPA europeo” e di “GAFAM Europei” (due temi abbozzati a suo tempo dallo stesso Macron). Ciò anche e soprattutto alla luce della sconvolgente esperienza della prima di queste “alleanze” (GAIA-X), di cui abbiamo parlato in un precedente blog.

E’ quindi sempre più attuale la nostra proposta di un’ “Agenzia Tecnologica Europea”(“European Technology Agency”, di cui avevamo discusso, tra gli altri, con il Presidente Sassoli (cfr. precedente blog).

Quanto ora accaduto con la bandiera europea scacciata dall’Arco di Trionfo e con le trattative sull’ Ucraina rischia di confermare le più cupe previsioni circa l’irrilevanza dell’”europeismo sovranista” di Macron. Non parliamo poi del fatto che, dalle varie presentazioni del Semestre Francese, sono quasi completamente scomparsi i suoi due elementi essenziali: la Conferenza sul Futuro dell’ Europa e la Sovranità Tecnologica.

Adesso, abbiamo le campagne del Ministero della Pubblica Istruzione francese contro l’imperversare dell’ Inglese e per lo studio delle lingue classiche, che fa concorrenza alla campagna di Zemmour per l’abbandono dell’ Inglese nelle Istituzioni europee. Vedremo come vanno a finire anche queste campagne sovraniste dei Francesi, che, secondo me, poggiano anch’esse su basi troppo fragili.

L’Impero Francese sotto Napoleone era l’ Europa

1.La Sovranità Europea

Il problema della Sovranità Europea è innanzitutto una questione culturale.  Il ritardo nella creazione del primo embrione delle Comunità Economiche Europee, a ben 12 anni dalla creazione della NATO e del COMECON, dimostra lo scarso entusiasmo degli stessi Padri Fondatori (per non parlare degli altri), i quali, proprio in quegli anni, erano tutto tranne che sovrani (basi pensare alle vicende di Olivetti e di Mattei, nonché della concessione, da parte di De Gasperi, delle basi americane). Non parliamo poi della schiacciante documentazione oramai disponibile su come l’America abbia manipolato il Movimento Europeo, isolando i più ferventi sostenitori di un’Europa culturale e politica (Coudenhove Kalergi, Spinelli, Marc, Sandys e lo stesso Churchill), e mandando avanti dei mediocri  burocrati proni ai suoi voleri (Richard J. Aldrich,University of Nottingham,1 Marzo 1997).

Quando De Gaulle aveva lanciato la propria idea dell’Europa dall’ Atlantico agli Urali (coerente seguito della proposta di Chruśćev di adesione dell’ URSS alla NATO), era stato aggredito da tutti come “antieuropeo”, anche se in realtà era l’unico a progettare un futuro veramente “europeo”. L’idea che l’Europa potesse essere autonoma tanto dall’URSS quanto dagli Stati Uniti si presentava infatti allora, a sprazzi, oltre che nel Governo francese, solo in sparute minoranze giovanili di estrema destra e sinistra, le quali tutte si guardavano bene da dare un seguito coerente alle proprie proposte (per altro anch’esse carentemente motivate: l’“Europe Nation”).

Nell’ era della tecnica dispiegata, né le “nazioni borghesi” otto-novecentesche, né l’inedito “Occidente”, costituiscono oramai un sufficiente baluardo contro l’omologazione tecnocratica, che è oggi l’unico vero ostacolo alla libertà e alla stessa sopravvivenza dell’Umanità (il “rischio esistenziale”,cfr. De Landa, Joy,Hawking, Rees). S’impongono strutture più grandi, fondate non già su “ideologie” moderne di corto respiro, bensì su tendenze “di lunga durata” (Tian Ming, Translatio Imperii), capaci di sintetizzare e rivitalizzare la storia culturale d’ intere civiltà, mobilitandole nella lotta per il controllo sulla tecnica dispiegata. S’impone soprattutto un nuovo “Stato Civiltà” come l’ Europa, che, se profondamente rinnovata, potrebbe condurre sul serio una vera battaglia per l’“Umanesimo Digitale”, che oggi ancora non s’intravvede, nonostante le tonnellate di carta prodotte.

Queste esigenze erano già presenti dall’ inizio del ‘900, ma, in realtà, nessuno aveva mai voluto che si studiassero  a fondo le ragioni d’essere del “Denken für Kontinenten”, avviato dal tanto vituperato Haushofer, del “Paneuropeismo” di Coudenhove Kalergi, né del concetto cinese di “Stati-Civiltà”, presente già fin dal 1950 in tutti i libri  scolastici cinesi.Né, tanto meno, nessuno ha mai voluto, e continua a non volere, che si approfondiscano gli aspetti tecnico-militari della sicurezza europea, che passano attraverso le tecnologie digitale, spaziale e quantica, dove non risulta che l’Europa stia facendo un bel nulla (e gli stessi esperti brancolano nel buio, cfr.Marcello Spagnulo, L’Italia spaziale, da terzo grande a satellite di chi?, in Limes, 12/21).

Ricordo quando, al Parlamento Europeo, Pat Cox aveva addirittura negato la parola a Elcin, il presidente russo più filo-occidentale della storia. Tanta è stata da sempre la paura che la Russia chiedesse, come suo diritto, di far parte delle Istituzioni europee (con la conseguente rivoluzione delle rappresentanze nazionali). Orbene, è evidente che un’autentica sovranità europea non potrebbe essere possibile se non coll’ eliminazione delle tensioni fra Europa, Russia e Medio Oriente, oggi usate come leva per mantenere forzatamente gli Europei nella NATO. Già la “Casa Comune Europea” di Gorbaciov e Giovanni Paolo II presupponeva infatti, e ancora presuppone,  che la Paneuropa non resti l’area di confine fra due sistemi, bensì un unico sistema che riprenda i lati migliori di quelli che lo avevano preceduto. Come aveva affermato allora Giorgio Shevardnadze, “un sistema migliore di quelli capitalista, socialista e feudale”.

Il monumento a De Gaulle a Mosca

2.La bandiera europea sotto l’Arco di Trionfo

Poche vicende rivelano bene come questa la sostanza copertamente anti-sovranista, tanto del Rassemblement National, quanto della politica Macron.

Quanto al primo, anziché essere fiero del fatto che la Francia abbia la presidenza dell’Europa e possa perciò dare ancor più peso ai temi che le sono cari, ha presentato addirittura un ricorso giudiziario contro l’esposizione della bandiera europea sotto l’Arco di Trionfo, dimenticando che Napoleone, che aveva voluto quell’ arco, era sdtato, di fatto, l’Imperatore dell’Europa. Quanto al secondo, lungi dal possedere l’assertività, non diciamo di Napoleone, ma perfino di De Gaulle, si è fatto intimidire da una mediocre manovra causidico-propagandistica  della candidata  rivale.

L’uso dei micro-nazionalismi in chiave anti-europea è una trovata relativamente recente, da quando, con la caduta del Muro di Berlino,  si è manifestata una fondata aspettativa che l’Europa unificata possa costituire un’alternativa agli USA. A questo fine  erano tornati utili Farage e Le Pen, Lukašenka e Meloni , che un tempo non si volevano neppure sentir nominare.

Infatti, prima dell’ ‘89, né l’europeismo, né i micro-nazionalismi, avevano alcun peso, perché imperavano, da un lato, l’egemonia culturale marxista, e, dall’ altra, l’atlantismo maccartista, abbondantemente sufficienti, dal punto di vista dei poteri forti, per stroncare ogni velleità di autonomia paneuropea. Non per nulla, le Istituzioni vivacchiavano sotto la cappa dell’ideologia funzionalistica. Dal 1989 in poi, venuta meno la credibilità di quei due orientamenti geopolitici fintamente contrapposti, non si è trovato nulla di meglio che suscitare una falsa dialettica fra i sovranismi piccolo-nazionali e europeo. Con gran divertimento degli USA, e con la tentazione della Russia di “ricrearsi l’URSS”, vale a dire una realtà speculare all’ Impero Americano, ma che in realtà lo puntellava egregiamente.

Francois Mitterrand tentò di lanciare una Confederazione Europea con l’URSS

3.”Ricostituire l’ Unione Sovietica”?

Le vicende alle frontiere bielorussa e ucraina, e l’intervento alleato in Kazakhstan, dimostrano che il disegno di una “Yalta 2”  è in fase di attuazione, e che l’America e la NATO sarebbero ben felici che la Russia “ricreasse l’Unione Sovietica”, in modo da impedire ulteriormente la “Casa Comune Europea”(e da vendere all’ Europa il gas americano).

Secondo Putin, “coloro che non rimpiangono l’ Unione Sovietica sono senza cuore, ma coloro che vogliono ricostituirla sono senza cervello”. Quindi, l’associazione d’idee fra l’URSS e il “Russkij Mir” (concetto preferito da Putin) è arbitraria, perché la strategia attuale di Mosca non risponde affatto all’idea internazionalistica dell’ex URSS, bensì segue molto da vicino il progetto panrusso di Sol’zhenitzin (“Kak obostruit’ nam Rossiju”=”Come ristrutturare la nostra Russia”), di cui il lungo articolo di Putin del Luglio del ‘21(“Ob istoričeskom edinstve Russkih i Ukraintsev”=”Sull’unità storica fra Russi e Ucraini”) costituisce in gran parte un’esplicitazione. Sol’zhenitzin non voleva difendere l’Unione Sovietica, anzi fu colui che per primo ne propose la dissoluzione, ma opponendosi nettamente alla scissione fra i tre popoli slavi orientali: Russi, Ucraini e Bielorussi, e postulando la restaurazione del sistema di autogoverno locale (“zemstvo”), tipico degli ultimi anni dello zarismo. Un discorso a parte Sol’zhenitsin lo dedicava al Kazakhstan, nel nord del quale Stalin aveva trasferito, per motivi vari, milioni di Russi, Ucraini e Bielorussi, oltre a parti di popoli minori, come i Tedeschi del Volga, i Tatari di Crimea, i Ceceni e i Mescheti. Secondo Sol’zhenitsin, questa parte del Kazakhstan (intorno alla nuova capitale Astana, e con lingua veicolare il Russo) avrebbe dovuto rimanere con gli Slavi Orientali.

In parole povere, la visione della Russia di Sol’zhenitsin e di Putin (“Russkij Mir”) è speculare a quelle dei “Brexiteers” per l’arcipelago britannico, del Gruppo di Visegràd per i “nazionali” dell’ Europa Centrale, del “Neo-Ottomanesimo” per l’AKP: rinverdire l’identità degli antichi imperi , regni o Repubbliche, che avevano dominato l’ Europa per secoli. Il problema dell’Europa, se non vuole andare a pezzi, è quello di recuperare tutte le sue grandi “regioni” all’ interno di un disegno più vasto con una sua missione specifica (la “Casa Comune Europea”, la “Confederazione Europea”), tenendo conto soprattutto delle esigenze tecnologiche e di difesa. Quelli (insieme  all’ attuale “nocciolo duro carolingio”, e al “Grande Nord”) sono veri e propri “Stati membri”complessi dell’ Europa, che è qualcosa di molto più grande (geograficamente e concettualmente) dell’ Unione Europea, e va gestito con più ampio respiro. E’ fra quelle grandi “macroregioni europee” che va trovato un vitale equilibrio, mentre l’attuale Unione, federalizzata,  dovrebbe fungere da cuore pulsante dell’ intero sistema (la vera “Europa a cerchi concentrici”).

Il programma di Sol’zhenitsyn è stato ripreso da Putin

4. La “democrazia” quale strumento di discriminazione

E’paradossale che le discriminazioni nei confronti dei Paesi dell’Est Europa siano motivate, essenzialmente, dalla loro presunta mancanza di “democrazia” secondo un modello idealizzato degli USA, i quali  sono, invece, l’esempio più palese di non-democrazia proprio nei suoi elemento primari: il diritto di voto (da sempre soggetto a restrizioni di ogni tipo), la libertà di espressione (soggetta alla censura dei GAFAM e del “politically correct”); la libertà personale (Patriot Act, CLOUD Act).Anche il continuo richiamo a presunti “valori europei” che solo gli  altri starebbero violando non regge di fronte alle continue dimostrazioni dell’ incoerenza degli Europei,dove il richiamo formale a presunti valori condivisi (ripudio della guerra, libertà individuale e nazionale, pluralismo, misericordia) è  espressione d’ipocrisia e di “doppio standard” (pensiamo alle guerre neocoloniali ancora in corso; alle testate nucleari americane sul nostro territorio; alle “extraordinary renditions”;al trattamento di profughi, Catalani, russofoni; alla violazione  di fondamentali sentenze della Corte di Giustizia; alla disapplicazione del GDPR…).Tutto ciò delegittima anche l’ Unione Europea nel ruolo di fustigatrice per procura degli USA, ch’essa si arroga, della maggioranza degli altri Stati. Ciò che accomuna “i due Occidenti” è in sostanza l’ipocrisia puritana, di chi predica valori troppo sublimi in modo da mascherare le peggiori infamie.

Così stando le cose, non ci si venga a dire che certe parti d’ Europa non sono con noi compatibili perché hanno storie e tradizioni (parzialmente) diverse dalle nostre (limitatamente agli ultimi 2 secoli). C’è da chiedersiallorache cosa intende il nostro “mainstream” per “multiculturalismo”? Che tutti i Paesi, vicini e lontani, devono diventare come noi? Oppure che tutti quelli che non sono come noi devono starci lontani? Ma allora, che senso ha tutto (il -falso-) interesse dimostrato per gl’immigrati? Non sono questi (in genere) ancora più diversi dei Polacchi, dei Russi e dei Turchi? E anch’essi hanno o non hanno il diritto di rimanere diversi? In base a quale criterio la parte sud-occidentale dell’Europa si sente in diritto di giudicare ciò che sta a Nord, Est, a Sud-Est, e, soprattutto, a Sud? E, poi, si può dire che Solimano, Pushkin o Mickiewicz siano molto diversi da Lorenzo il Magnifico, Foscolo o Goethe?

L’”Occidente” si è sempre sforzato di negare e controbilanciare la naturale affinità e complementarietà fra Europa e Russia (che  comprende anche, fra l’altro, il boom di esportazioni italiane e tedesche e i due North Stream), per fare in modo che Europa Occidentale ed Orientale siano portate automaticamente (e innaturalmente) a respingersi, sicché l’ Europa non possa mai unificarsi veramente (“tenere i Tedeschi sotto, gli Americani dentro e i Russi fuori”). Lo stesso “trucco” usato con la Russia è stato usato anche con gli altri Paesi dell’Europa dell’ Est, dove il sostegno alle idiosincrasie micro-nazionalistiche (spesso attraverso emigrati in America), ha permesso di rinfocolare le rivalità fra Lituani e Russi, Polacchi e Bielorussi, Ungheresi e Slovacchi, e addirittura fra Bruxelles e gli Est Europei in generale, quando invece sono sempre state più importanti le affinità. In questo modo, diventa difficile non solo un sentimento paneuropeo, bensì perfino una solidarietà fra gli stessi Europei dell’Est. E dire che il pezzo forte dell’ideologia panslavista sempre stata costituita dall’origine eurasiatica degli Slavi (cosa comune ai Germanici e agli uralo-altaici); che la base del “Pensiero Russo” è il “Bizantinismo” costantinopolitano; che il pensiero di un  “Romanticismo Slavo” nasce con Böhme, Herder e Tommaseo; che il costituzionalismo polacco non è meno antico di quello inglese…

Questi continui rifiuti verso la Russia da parte dell’Europa (assolutamente immotivati) a partire dal 1991 hanno trasformato l’originario entusiasmo per l’apertura all’ Occidente in una (comprensibile) volontà di difendersi da calunnie, sanzioni, destabilizzazioni -e missili-), costringendo la Russia a consolidare il proprio spazio (culturale, politico, commerciale, militare) anche verso Est. Fenomeno non dissimile da quanto accaduto in Turchia, nel Regno Unito e, parzialmente, in Polonia, le quali, per poter sopravvivere come culture, sono state costrette ad opporsi ad una Bruxelles sempre più intollerante ed autoreferenziale. E si noti che, prima, esse tutte avevano fatto uno sforzo enorme di trasformazione legislativa per poter accedere all’ Unione. Basti riascoltare il discorso programmatico televisivo di Putin la notte di capodanno del 2000, in cui s’impegnava ad introdurre in Russia tutti i principi concordati con i Paesi Europei in sede OSCE, in totale contraddizione con l’immagine che ne hanno sempre dipinto i media occidentali.

Le “macroregioni europee” ricordano gli Stati del ‘600

5. Le attuali trattative sul sistema di sicurezza europeo

Questa settimana si sono svolti incontri USA-Russia, NATO-Russia e OCSE-Ucraina per discutere i due trattati proposti dalla Russia  sulla sicurezza in Europa (“Agreement on Measures to Ensure the Security of the Russian Federation and Member States of the North Atlantic Treaty Organization;  “Treaty between the United States of America and the Russian Federation on Security Guarantees), che ricalcano, da un lato, quelli vigenti fino a poco tempo fa e ripudiati dagli USA,  e, dall’ altro, quanto da più di 30 anni la Russia sostiene essere stati gli accordi verbali fra Baker e Gorbaciov, e si riallaccia, infine,  implicitamente, alla Conferenza di Praga e alla Carta europea di Mitterrand e Hàvel.

Naturalmente, le proposte russe non sono state neppure prese in considerazione dagli USA, con la conseguente escalation da parte dei Russi (si parla di testate ipersoniche posizionate nel continente americano, come i famosi missili di Cuba, grazie ai quali l’URSS aveva ottenuto l’allontanamento di quelli in Turchia).

In questo bailamme, il compito minimo dell’Unione Europea sarebbe ora quello di delineare un progetto condiviso da tutta l’Europa, proporlo ai singoli Stati, membri o non membri della UE, e, infine, costruire strade per realizzarlo. Se Putin ha potuto scrivere sul suo sito un articolo di 39 pagine sull’ unità fra Russi e Ucraini, e tutta la stampa dell’Europa Orientale ha potuto scrivere fior di controrepliche allo stesso, perché nell’ Unione non si sa produrre nulla sulle identità degli Europei? L’Europa, nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’ uropa, avrebbe dovuto elaborare una sua posizione su questi temi.

Invece, un siffatto progetto manca completamente: non soltanto si è lasciata da 23 anni senza risposta la domanda di adesione della Turchia; non soltanto ci si è urtati sempre più (come si è visto) con la Russia, ma perfino il più modesto compito dell’adesione dei Balcani Occidentali, previsto nel “Piano Janša” proposto dalla presidenza slovena alla Conferenza di Lubiana del 2021 è rimasto senza seguito, arenatosi nelle rivalità fra Serbo-Bosniaci e Bosgnacchi e fra Bulgari e Macedoni. Il fatto è che gli Europei, pur essendo confusamente insofferenti dello “status quo”, sono incapaci perfino ad immaginarsi un futuro alternativo.

L’obiettivo occulto è destabilizzare l’Europa Orientale, spezzettando le maggiori formazioni per poi inglobare alle proprie condizioni i nuovi micro-Stati, come successe con la disgregazione degl’Imperi Centrali e di quello russo dopo la IIa Guerra Mondiale. E’ proprio questa tendenza di lungo periodo dell’ “Occidente” che si sta scontrando contro la resistenza della Russia, della Turchia e, in minor misura, della Polonia.

Ciò detto, chi arriva con delle proposte (buone o cattive che siano) al tavolo delle trattative sul futuro dell’ Europa Centrale e Orientale  è, ora come sempre, la  Russia,  e gli USA rispondono senza nemmeno consultare gli Europei. Sono  due Stati veramente sovrani, che hanno una loro politica estera e un loro completo arsenale nucleare, e, pertanto, si arrogano (non senza ragione)  il diritto di decidere sul futuro dell’ Europa. Altro che Conferenza!

Le due bozze di trattato sono dunque state elaborate dalla Russia e respinte senza discussione dall’America, senza che gli Europei abbiano detto nulla. Eppure, si tratta del nostro territorio, del nostro futuro, perfino del nostro gas! Se non è questa una questione di Sovranità Europea, quale altra lo è?Cosa intendiamo dunque per “sovranità europea”?

La realtà è che il nostro Continente è visto solo come un campo di battaglia, oggi per attacchi ibridi (come le rivoluzioni colorate, le Repubbliche secessioniste, le crisi migratorie); domani, per invasioni militari come in Kazakhstan; dopodomani, per guerre nucleari, chimiche e batteriologiche, senza che gli Europei possano farci nulla. C’è di più: oggi, in barba alle premesse pacifistiche del Diritto dello Spazio, le grandi potenze stanno militarizzando lo spazio siderale, senza che, di nuovo, l’ Europa possa farci nulla.

Noi abbiamo “delegato agli USA” semplicemente la gestione di tutti i rischi esistenziali del XXI° Secolo. Quindi, se “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione” (Carl Schmidt), noi non siamo sovrani.

Possibile che l’Europa di Macron, che, pretenderebbe di darsi una politica estera e di difesa “sovrana”, non abbia nulla da proporre, e lasci la discussione agli eterni “federatori esterni”, USA e Russia? Così stando le cose, come fare a impedire che i cittadini prendano le distanze dall’ Unione? Come ha scritto nella sua newsletter il Movimento Europeo, “appare stupefacente il gap fra il desiderio di grandeur che traspare dal programma della presidenza francese e la parte assolutamente marginale che svolgerà Parigi durante i sei mesi di presidenza.

Nonostante il volontarismo del Presidente Macron – preannunciato nella Conferenza stampa di dicembre, reiterato nell’incontro dell’Epifania con la Commissione europea al Palazzo dell’Eliseo e certamente più marcato quando parlerà davanti al Parlamento europeo il 18 gennaio – sarà difficile immaginare che in sei mesi potranno essere raggiunti risultati concreti e definitivi”.

Eppure, ce ne sarebbero di cose da dire! Sui rischi di una nuova guerra mondiale, con le testate nucleari in casa nostra e la militarizzazione dello spazio. Sull’ unità di tutta l’Europa. Sulla regolamentazione internazionale del digitale. Sul ruolo delle grandi aree macroregionali, come quella nord-atlantica, quella latina, quelle centrale e orientale, quelle artica e balcanica…Purché si lasci parlare chi le idee le ha, e non si strozzi preliminarmente il dibattito, come accade sempre più frequentemente.

“L’UNIONE EUROPEA NON E’ STATA UN INCIDENTE DELLA STORIA”

In memoria del Presidente David Sassoli

Ci uniamo al cordoglio di tutto il mondo politico per la dipartita del Presidente del Parlamento Europeo.

Lo ricordiamo intanto per la memorabile ed efficacissima frase citata “in exergo”, che condividiamo pienamente, essendo chiarissima anche a noi l’importanza storica  della realizzazione (seppure parziale) di un obiettivo plurisecolare, a cui avevano aspirato, nel corso dei secoli, già Carlo Magno, Dante, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Rousseau, Leibniz, Voltaire, Kant, Saint-Simon, Mazzini, Nietzsche, poi, più recentemente Coudenhove-Kalergi, Galimberti, Spinelli, Giovanni Paolo II, Gorbaciov…, di cui il Presidente Sassoli è stato un degno epigono.

Poi perché, fra i vertici di tutte le Istituzioni, è stato l’unico che ha seguito con attenzione e cortesia le attività di Alpina e dell’Associazione Culturale Diàlexis, fornendoci utili suggerimenti e contatti presso il Parlamento Europeo per le nostre battaglie.

Ci permettiamo di pubblicare in allegato la comunicazione con cui il Presidente Sassoli ci confermava il suo impegno per la politica digitale europea e il sostegno alla nostra azione in questo campo.

Speriamo che anche per il futuro il Parlamento Europeo possa sempre trovare presidenti all’altezza dei suoi elevati compiti.

Sassoli partecipa allo abbattimento del Muro di Berlino

All.1. LETTERA DEL PRESIDENTE SASSOLI

di  venerdì 18/12/2020

Caro Dott. Lala,

Grazie per la Sua cortese lettera, per la pubblicazione “European Technology Agency” e per le proposte dell’Associazione Culturale Diàlexis sui nuovi ecosistemi tecnologici.

Il pacchetto “EIT” sta seguendo la normale procedura legislativa e si trova attualmente in prima lettura ad una fase iniziale. In occasione della riunione della commissione ITRE, lo scorso 28 aprile, si è tenuto un dibattito approfondito che ha messo in luce come la crisi provocata da Covid 19 sia attualmente al centro del confronto e delle decisioni politiche europee. È in questo contesto che gli europarlamentari di ITRE sono ora chiamati a presentare gli emendamenti al pacchetto “EIT”. Relativamente alle implicazioni sul bilancio dell’EIT, il Consiglio Europeo sarà inoltre chiamato a decidere sul prossimo Quadro Finanziario Multilaterale (MFF), relativamente al quale la Commissione europea avanzerà presto una nuova proposta che dovrà riflettere la nuova realtà della crisi Covid 19 e della risposta da dare a quest’ultima.

Ho trasmesso la Sua pubblicazione al Segretariato della commissione ITRE affinché possa essere distribuita ai Relatori del pacchetto “EIT”. La invito inoltre a mettersi direttamente in contatto con i membri della commissione ITRE per assicurarsi che la sua proposta possa giungere ai legislatori che, in ultima istanza, saranno chiamati a decidere sulla questione.

Cordiali saluti,

David Sassoli

FARE I CONTI CON LA STORIA (ECONOMICA)

Ricchezza dell’ Italia Preromana

COMMENTO ALL’ARTICOLO DEL 10 DICEMBRE DI CARLO BASTASIN SU LA REPUBBLICA

L’articolo del 10 dicembre, con cui l’autore richiede una “Conferenza di Alto Livello sull’ economia italiana degli ultimi 70 anni”, s’ inserisce in un trend giornalistico di fine 2021,  in cui penne di primissimo piano dell’ establishment hanno espresso (finalmente) una crescente autocritica nei confronti dell’attuale sistema politico-sociale italiano, chiedondone una rivisitazione radicale (Bastasin, appunto, sulle scelte sistemiche; Giannini, sulla distruzione della cultura del lavoro; Di Nicola, sulle chiusure aziendali, Fabbrini, sulla gestione delle emergenze;Cacciari, un poco su tutto).

Concordiamo fermamente con la richiesta di Bastasin, perché quella rivisitazione è proprio ciò che avevamo costantemente proclamato essere urgente fin dall’ inizio delle nostre attività:-nell’ industria, nell’ editoria e nella pubblicistica-, senza essere mai ascoltati proprio da quest’”establishment” che ora reclama una generale autocritica. Purtroppo, quella che stanno facendo ora è una sorta di “cura omeopatica”, che inietta dosi di potenziate di critica, per garantire che la sacrosanta ribellione non raggiunga mai il livello critico.  

La villa romana, campo di applicazione primaria dell’ Oikonomìa

1.Assenza di una visione complessiva (filosofica)

Obiettivo centrale della campagna di autocritiche: prevenire l’emergere, nel pubblico della consapevolezza che, a monte di tutte le valutazioni di carattere sociale, sono necessarie  delle valutazioni filosofiche, o, ancor meglio, storico-filosofiche (che ora mancano), e che, pertanto, senza una storia e una filosofia “autentiche”, non inficiate dalle lobbies e dalla politica, non si riuscirà a capire,  intanto,  non solo perché ci sia quest’interminabile crisi, ma, anche e soprattutto, come dovrebbero essere, invece, l’ Italia e l’ Europa.

Per Aristotile, tutta l’ economia si divideva in due branche fondamentali, l’ “Oikonomìa” propriamente detta, vale a dire la gestione del proprio fondo agricolo, e la “Chrematistiké”, la tecnica finanziaria. Ambedue costituivano parti dell’etica, che, a sua volta, era una branca della filosofia. Infatti, il perchè di una scelta economica (o finanziaria) andava ricercato in considerazioni di valore (cfr. Grecchi, “Il Filosofo e la politica”). Ovviamente,  non vi era, allora, fra queste valutazioni fatte nel contesto delle repubbliche aristocratiche greche ( di orientamento militaristico e schiavistico) alcuna considerazione per la crescita del PIL, bensì altre considerazioni, relative al cosiddetto “bene vivere”(“eu zen”).

Anche per i teologi medievali, la validità delle scelte economiche era legata a considerazioni superiori, di carattere etico, mediate dal concetto di una  “missione” dei vari ceti sociali (Bellatores, Oratores, Aratores (Adalberone di Laon).

Nell’ antica Cina, i “legisti” suggerivano ai sovrani le riforme economiche sostanzialmente in funzione dell’efficienza bellica (cfr. Han Fei, il Signore di Shan). I primi a studiare l’economia come scienza autonoma, anche in base ai dibattiti intervenuti  in Cina, furono i Gesuiti e, di riflesso,  gl’Illuministi, come Quesnais, che suggeriva d’imitare l’efficienza dello “stato minimo” cinese, estremamente centralizzato ma basato su un numero proporzionalmente limitato di funzionari (“Du Despotisme de la Chine”).

Nella cultura borghese anglosassone, la ricchezza e le virtù borghesi viaggiavano accoppiate (l’”etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Weber). Proprio sulla base dell’esperienza americana, Saint-Simon credette di poter costruire una “Nuova Società Organica” fondata sulla religione della scienza (le “Cathéchisme des Industriels”, o “Nouveau Christianisme”), che è ancora al fondo del nostro mito dello “Sviluppo”, che, nonostante tutte le smentite, è tutt’ ora duro a morire. Secondo Marx, un approccio scientifico alla realtà avrebbe portato, con il socialismo, a una moltiplicazione inedita della produttività, la quale avrebbe permesso, a sua volta, di soddisfare tutti i bisogni umani, creando così sostanzialmente proprio la “Nuova Società Organica” profetizzata da Saint-Simon: il comunismo.

Questo determinismo marxiano fu poi ripreso surrettiziamente nella Teoria dello Sviluppo di Thurow, la cui “interpretazione autentica” è stata alla base  della competizione fra le varie scuole economiche del ‘900: liberismo, keynesismo,neo-marxismi.

A mio avviso, nessuna società assomigliò mai a nessuno degli schemi teorici di quelle tre scuole, né mai vi assomiglierà. Infatti, nelle società liberaldemocratiche, il controllo dello Stato sull’ economia oscilla comunque intorno al 50% (imposte, demanio dello Stato, Pubblica Amministrazione, sicurezza, industria aerospaziale e della difesa, reti e telecomunicazioni, incentivi, welfare, trasferimenti territoriali,  aiuto allo sviluppo), sicché esse sono,  a dispetto dell’ ideologia, delle “economie miste”. Nelle società socialdemocratiche, il “deficit spending” keynesiano genera un crescente debito, che normalmente viene distrutto alla fine mediante la guerra (i casi della Germania nazista e, sopprattutto, degli Stati Uniti, apparentemente divergenti, convergono in realtà su questa constatazione: è il  “keynesismo militare”, oggi nuovamente al centro dell’ economia mondiale per effetto del conflitto USA-Cina-Russia).

Com’ è già stato detto abbondantemente, il cosiddetto “comunismo” dei Paesi del “blocco socialista” era in realtà un capitalismo di Stato; per poter accrescere la produttività (com’è avvenuto invece poi in Cina), gli mancavano: le economie di scala; una  cultura millenaria; un leader incontrovertibile; l’informatica; l’interazione fra Stato e mercato, fra economia nazionale e commercio internazionale. Anche lì, la centralizzazione non poteva essere totale: vi era la proprietà privata degli appartamenti; la proprietà cooperativistica; la proprietà delle Repubbliche, delle Repubbliche Autonome, degli Oblast, delle città; le società del commercio internazionale; in alcuni Paesi, le imprese autogestite..

Tra l’altro, l’identificazione fra “socialismo reale” e “comunismo”, legittimata dalla titolazione del “Manifesto dei comunisti”, non è mai stata propriamente marxiana, perché per Marx, comunismo primitivo, società feudale, capitalismo, socialismo e comunismo, erano fasi ben distinte della storia umana, fra loro ben distanti nel tempo. In particolare, per arrivare al comunismo, si sarebbero ancora dovute attraversare le rivoluzioni nazionale e  borghese, il capitalismo, la rivoluzione socialista e la fase dell’estinzione dello Stato : un periodo ben lungo e complesso-.

L’Italia medievale, centro
della ricchezza d’Europa

2. La ricchezza dell’ Italia

Se i sistemi economici non sono mai corrisposti agli schemi artificiali elaborati dagli economisti e dai politici, neppure le ideologie economiche  hanno mai  costituito delle valide metodologie per lo studio delle realtà effettuali, per  il quale servono maggiormente la statistica e lo studio dei documenti storici (oltre che dell’ esperienza pratica nella gestione delle imprese).

Le ideologie (siano esse sviluppista, marxista, keynesiana, neoliberista, ordoliberale), non sono mai riuscite a spiegare in modo convincente i due opposti e convergenti paradossi dell’(apparente)  benessere degl’Italiani e della crisi permanente a partire dal 1973

La (passata) ricchezza dell’ Italia non derivava, come assurdamente ci è stato fatto credere, dal Piano Marshall e dal Miracolo Economico, bensì da una millenaria tradizione, che ha fatto dell’Italia, come delle Pianure Centrali della Cina, un baricentro dell’ economia intercontinentale. Semmai, il Miracolo Economico era stato quello degli Stati Uniti, che, grazie alla guerra vinta, avevano raddoppiato il PIL.

Del resto, basta muoversi attraverso una campagna o una città italiana per incontrare segni di un’opulenza antica, che nulla ha a che fare con il “Miracolo Economico”, ma piuttosto con la vita nelle “domus” romane o con i quadri di Piero della Francesca.Ovunque, troviamo ancora campagne coltivate come opere d’arte sul modello delle pitture pompeiane e medievali, ruderi greci e romani, borghi annidati nei punti più panoramici, castelli medievali, chiese  antiche, ville rinascimentali, musei locali, parchi e giardini …

Risulta evidente che già molte migliaia di anni fa vivevano in Italia  prosperi nomadi, potenti castellani, sapienti contadini, raffinati chierici, mercanti cosmopoliti, artisti di valore universale: un popolo intero attento alla natura e alla bellezza. Già nel 2° Millennio a.C. l’Italia veniva considerata (per esempio nell’Odissea), un paese mitico, popolato da dee e giganti, verso cui s’indirizzavano i naviganti fenici e micenei. Nel 1° millennio, vi fiorirono una delle prime grandi civiltà urbane (quella nuragica),  l’industria metallurgica etrusca, una pluralità di centri politici e di civiltà.

Nel 1° Secolo d.C., l’Impero Romano veniva già considerato dalla stessa Cina come un Paese dello stesso livello di grandezza e potenza del Paese di Mezzo (“Da Qin”), che tutti (Bizantini, Germani, Arabi, Slavi, Turchi) avrebbero continuato a imitare (la “Seconda Roma”; l’Impero di Nazione Germanica; “Rum”; la “Tretij Rim”;il ”Beylerbeylik-e-Rumeli”) ; nel Medioevo, l’Italia era il baricentro dei commerci con l’ Islam e con l’Estremo Oriente (Caffa; Galata; Cipro; Creta); nell’ Età moderna, il centro della Chiesa e della cultura europea, e il luogo di partenza dei grandi esploratori, come Giovanni da Pian del Carpine, Odorico da Pordenone, Marco Polo, Giovanni da Montecorvino, Cristoforo Colombo, Giovanni Pigafetta, Amerigo Vespucci, i Fratelli Caboto, Matteo Ricci, Giovanni Castiglione).

Quando si decise di creare un unico Stato italiano, questo già era divenuto fin da  subito uno dei principali attori della politica internazionale, partecipando alle due Guerre Mondiali anche come uno dei maggiori produttori di armamenti.

Lo sforzo autarchico dei Governi dell’ era nazionalistica, secondo cui ogni nazione doveva avere la sua banca centrale e il suo esercito, la sua industria pesante e la sua industria leggera, le sue banche e le sue assicurazioni (“Terra, Mare, Cielo”), portò a una forzatura delle vocazioni tradizionali (agricole, commerciali, culturali, religiose, militari) dell’ Italia , creando, di converso, l’eredità di un ingente patrimonio industriale, materiale e immateriale (produzione di navi, aerei, carri armati, divise, scorte, surrogati “autarchici”), che dopo la IIa Guerra Mondiale, poté essere convertito rapidamente in industria di largo consumo (nautica da diporto, lanciatori, automobili, abbigliamento, materiali sintetici), permettendo così (come illustrato brillantemente da Eichengreen),una ricostruzione rapida dell’ economia, per altro parallela a quella dei Paesi vicini, anche se con un’ incidenza quantitativamente più ridotta, di quella dei Paesi vincitori (USA  e Unione Sovietica).

Invece, la dottrina economica “mainstream” ci ha descritto e continua a descrivere tutto ciò come l’effetto congiunto del liberismo americano e del Piano Marshall, in modo da magnificare gli effetti taumaturgici dell’economia “occidentale”. Comunque, questa spinta si esaurì in ogni caso entro 30 anni (le famose “Trente Glorieuses”), con la crisi energetica del 1973, senza che l’Italia, a differenza della Francia e della Germania, si creassero le basi per una potenza duratura dell’industria nazionale.

Quindi, lungi dal costituire un modello da imitare, quegli anni rappresentano una grande occasione sprecata per dare all’ Italia una solida base economica. Tali solide fondamenta, basate su una visione realistica delle debolezze dell’ Europa in un Occidente dominato dagli USA,  che a me sembra siano strettamente legate alla scelta, da parte del “capitalismo renano” (Albert),  della cogestione delle aziende, che ha permesso di impedire la delocalizzazione dei centri pensanti dei grandi gruppi, e delle tecnologie d’avanguardia e militari. Significativi i casi della Volkswagen, della Daimler e della PSA, le quali, da ambite prede per i mercati finanziari, si sono trasformate nei gruppi più forti a livello mondiale, semplicemente gestendo i grandi mergers and acquisitions, non già nell’interesse dei gruppi finanziari di riferimento, bensì in quello nazionale. E’ significativo, infatti, che, fra FCA e PSA, il comando spetti a quest’ultima, come pure che , “alla faccia” delle accuse di protezionismo rivolte alla Cina, la Volkswagen e la Daimler controllino al 100% le loro fabbriche cinesi, mentre è stato bloccato l’accesso di gruppi stranieri al controllo delle holding tedesche.

Quindi, non è affatto vero che la delocalizzazione porti necessariamente alla chiusura delle grandi imprese europee, che, o delocalizzano, o vengono acquisite da imprese extraeuropee.Anzi, è possibile il contrario, con le holding delle grandi imprese francesi e tedesche che restano nei loro territori e acquisiscono società produttive un po’ ovunque, quindi anche in Italia, dove quelle politiche protettive non ci sono mai state.

Che senso ha in Europa la politica autarchica?

3. Il divieto delle delocalizzazioni

Per i politici italiani, l’unico problema delle delocalizzazioni sembrerebbe essere costituito dalla (inevitabile) chiusura di singoli stabilimenti, con la conseguente loro perdita d’immagine. Invece, lo spostamento all’ estero della nazionalità o residenza degli azionisti, poi della sede fiscale, legale e operativa, del gettito fiscale, del team dirigenziale, degl’impiegati amministrativi, tecnici e commerciali, sembrano politicamente irrilevanti, e, anzi, vengono agevolati, com’è successo nel caso della FIAT, dove prima si è cambiata la nazionalità degli azionisti, poi si sono scelti manager stranieri, si sono spostate le varie sedi senza conseguenze fiscali rilevanti, si sono fatte le riunioni in America, poi si è ceduto tutto ai Francesi, chiudendo quel che rimane in Italia.

Il caso più schiacciante è quello dello stabilimento Aspera di Riva di Chieri, chiuso qualche giorno fa dopo 30 anni di sopravvivenza senza giustificazione. L’Aspera Frigo, fabbricante di compressori per frigoriferi, era stata acquistata dalla FIAT perché questa, dopo la IIa Guerra Mondiale, produceva pure i frigo. Avendo cessato da tempo questa produzione, la FIAT la cedette per gradi, negli anni ’80 dell’ Ottocento, al principale colosso americano, la Whirlpool. Anche questa, per altro, era scarsamente interessata ai compressori, e pertanto cedette lo stabilimento alla controllata brasiliana Embraco, la quale, contrariamente a quanto si dice, non trasferì la produzione in Slovacchia, bensì costruì vari nuovi stabilimenti, fra i quali il principale è quello cinese. La produzione nello stabilimento slovacco incrementò semplicemente perché equidistante fra Brasile e Cina, e quindi logisticamente più comodo.Infine, l’Embraco è stata ceduta ai Giapponesi, che hanno accettato l’acquisto a condizione dell’esclusione dello stabilimento di Riva di Chieri, considerata non utile. Come si potrebbe definire, questa,  come una “delocalizzazione”? Nessuno ha deciso di spostare altrove lo stabilimento di Riva di Chieri, che, avendo produzioni da anni ’70, nel 2022 non sarebbe più interessante per nessuno(quand’anche i macchinari non fossero già stati venduti), e di conseguenza, tenendo presente la protezione dei lavoratori, è stato semplicemente depotenziato lentamente nel corso dei  decenni dai suoi svariati proprietari, fino alla definitiva chiusura. Tra l’altro, si era anche tentato di trovare industriali interessati a produzioni diverse, ma i nuovi investimenti non si sono mai concretizzati.

Questo dimostra che la legge in via di gestazione per rendere difficili le delocalizzazioni ben difficilmente si applicherebbe a  casi come quello dell’ Embraco, che sono molto frequenti, perché qui non c’è nessun produzione da spostare, e quindi non si può addebitare alcuna multa.

In effetti, come dicevamo, per evitare le delocalizzazioni si potrebbero fare tante cose, ma questa è una delle più inutili:

a)creare nuove produzioni, più adatte ai tempi;

b)riqualificare i lavoratori per le nuove professioni digitalizzate;

c)aiutare le imprese italiane a delocalizzare la produzione rafforzando il management, lòa finanza, pa progettazione, la logistica, il trading, ecc…;

d)nazionalizzare le imprese che si vogliono semplicemente dismettere, cedendo le azioni ai lavoratori.

Le eccellenze italiane non sono state sostenute, bensì boicottate

4.Ma l’Italia è la sede giusta per le industrie chimiche e metalmeccaniche?

Ciò detto, la questione di fondo resta: perché mai imprese manifatturiere inquinanti e a basso valore aggiunto dovrebbero avere sede in un Paese, come l’Italia, che vanta il suo peso culturale, politico, ambientale, turistico, agroalimentare? La Slovacchia o la Polonia non sono più adeguate dell’Italia per le industrie chimiche e metalmeccaniche? L’Italia non dovrebbe concentrarsi sulla cultura, il digitale, la finanza, il commercio internazionale, il recupero urbanistico, la transizione ambientale?

Non ci vorrebbe forse una programmazione economica europea, che guidasse gli Stati e le imprese verso le localizzazioni più adeguate per specifiche attività?

Certo, “riportarci in casa” le produzioni strategiche: ma come Europa, non come Italia.

Mentre i leader europei si incontrano praticamente tutti i giorni, per discutere questioni assai poco urgenti, perché non ci si focalizza su queste importanti tematiche?

Quest’ anno, la presidenza francese avrebbe voluto inserire nel suo programma elementi di una politica economica europea, che per altro, ad ora, sembrano incredibilmente più vaghi dei seppur elastici discorsi programmatici circolanti da circa due anni in Francia e in Germania.

Questo tema, delle specializzazioni territoriali, non è stato evocato neppure distrattamente, e va sicuramente inserito.

Nello stesso modo, va inserito nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

“IL MONDO PROVA AD ARGINARE BIG TECH”. MA PER DAVVERO?

Lina Khan, 33 anni, presidentessa della Federal Trade Commission americana

Nel suo articolo del 27 dicembre, su La Repubblica, Beniamino Pagliaro dà per risolta la seguente questione: “Nel nuovo anno capiremo se i tentativi di governi e parlamenti occidentali di regolare questo mercato siano maturi e soprattutto efficaci. Prima di regolare, infatti, è necessario capire e misurare, e per anni da [LR1] una parte e dall’altra dell’Atlantico si è promesso molto e fatto poco.”

Abbiamo già spiegato varie volte il perché di questa incredibile reticenza degli Stati occidentali: coessenzialità della “hidden agenda” dei GAFAM con l’ideologia mainstream del “progresso”; simbiosi degli  Stati con il Complesso Informatico-Militare americano; onnipotenza delle lobbies della Silicon Valley; mancanza d’idee delle controparti pubbliche; subordinazione dei Governi occidentali all’ America.

Come prevede lo stesso articolista, durante il 2022, nonostante gli apparenti sforzi dei legislatori americano ed europeo, si prevede che lo stallo continuerà. Per ciò che riguarda l’ America, “I casi alla Ftc possono durare anni, c’è il grande rischio che falliscano perché l’ordinamento difende la libertà d’impresa, e alla casa Bianca sanno bene  che avere i leader de facto dell’ epoca digitale  non fa male in tempi di sfida strategica con la Cina”.

Questo mentre, come abbiamo scritto ripetutamente, la Cina sta applicando ai propri monopolisti (i BATX) precisamente quei principi di concorrenza  che, da 130 anni, sono stati previsti, prima negli USA, poi in Europa, ma che negli ultimi decenni sono stati bloccati. Viene addirittura il sospetto che la Cina abbia favorito lo sviluppo dei BATX per poi poterli disciplinare secondo i principi occidentali, dimostrando così la mala fede delle retoriche “pro mercato” degli occidentali.

In Europa, si attendono il Digital Service Act e il Digital Market Act, che però continuano a muoversi nel vuoto, visto che nessuno sta pensando di creare dei GAFAM europei. Di fatto, sono tutti (politici, autorità amministrative e giudiziarie, imprese, accademia) completamente infeudati ai GAFAM.

Tim Wu, assistente di Biden per la tecnologia e la politica della concorrenza

1.In America, si è passati dall’anti-monopolismo alla dittatura dei monopoli.

Intanto, su richiesta specifica e sotto il controllo diretto di Eric Schmidt, amministratore delegato di Alfabet e teorizzatore del ruolo politico della stessa, il Parlamento americano sta approvando un intero sistema di leggi che porranno la politica estera, gli alleati, la ricerca e le stesse forze armate al servizio dell’ ecosistema digitale americano come forma di controllo del mondo intero.

La nomina , da parte di Biden, a Presidente della Federal Trade Commission (responsabile dell’ Antitrust), di Lina Khan, brillante e giovanissima studiosa fautrice dello smantellamento dei monopoli digitali, non sembra, secondo Sheelah Kolhatkar, che scrive sul “The New Yorker” (“The Enforcer”), foriera di maggiori risultati:”Alcuni funzionari di lungo corso temono che la Professoressa Khan  sottovaluti il rischio  di esagerare  con azioni aggressive  destinate a fallire, inimicandosi coloro che non la pensano come lei”. Una serie di nuovi funzionari nominati da Biden per ruoli di rilievo nella politica antitrust (Wu, Khan e Kanter), sono stati definiti come “New Brandeis movement”, dal nome del presidente Brandeis della Cote di Giustizia, che, alla fine dell’ Ottocento, aveva adottato una serie di sentenze per limitare il potere delle grandi imprese.In effetti, sembra incredibile che, mentre, allora, il Governo Americano aveva addirittura smembrato la Standard Oil dei Rockefeller, oggi la FTC sembra come paralizzata, negando, da un lato, la sua ragion d’essere, e, dall’ altro, l’ideologia centrale degli Stati Uniti, quella secondo cui la concorrenza sul mercato sarebbe l’unico presidio della democrazia.

In effetti, come avevamo scritto in un precedente post (“LA SOVRANITA’DIGITALE:un bello slogan tradito dalla politica”),vi è un’ incestuosa mescolanza fra funzionari governativi, americani ed europei, e i GAFAM:”Quando Obama se ne andò dalla Casa Bianca, molti membri del suo gabinetto erano stati assunti da aziende tecnologiche: Jay Carney, già  addetto stampa di Obama,  da Amazon; David Plouffe, responsabile e elettorale, e Tony West, alto funzionario del Dipartimento di Giustizia, da Uber; Lisa Jackson, già presidente dell’ Agenzia Ambientale, da Apple”

Quanto all’ex Primo Ministro austriaco, Kurtz, appena dopo le sue tumultuose dimissioni, è stato assunto da Thiel, il Presidente di Palantir.

Jonathan Kanter, Attorney General (Procuratore Generale) degli Stati Uniti

2.Il “Transfer Impact Assessment” di Facebook ignora completamente le sentenze Schrems della Corte di Giustizia delle Comunità Europee

Come si vede, anche l’Austria, patria della coraggiosa rete di giuristi NOYB, è nell’ occhio del ciclone.

Nell’ultima “Lettura dell’’Avvento” di Max Schrems, pubblicata su NOYB, si “ protesta contro la rimozione di NOYB  da una procedura da parte del DPC irlandese” e si discute del non adempimento, da parte di “ Facebook delle sentenze della Corte di giustizia europea (CJEU) sui trasferimenti di dati UE-USA”,  che Facebook  difende nelle 86 pagine del suo “Transfer Impact Assessment“.

E’ dal 2013 che  la questione della cooperazione di Facebook con le agenzie governative statunitensi per la sorveglianza di massa è  stata sollevata davanti alla Commissione irlandese per la protezione dei dati (“DPC”). Tuttavia, una prima decisione della DPC irlandese non è ancora in vista – 8,5 anni dopo la prima azione e 1,5 anni dopo il secondo chiarimento della CGUE. Secondo  Schrems:“Facebook ignora completamente la Corte di giustizia, nonostante due sentenze esplicite“.

Dopo le inequivoche sentenze in “Schrems I” e “Schrems II“, Facebook avrebbe dovuto smettere immediatamente i trasferimenti di dati dall’UE  verso gli Stati Uniti, dichiarati illegali in ambedue i casi. Oggi (1,5 anni dopo), Facebook non ha ancora adottato alcun provvedimento neppure per limitare tali trasferimenti. Invece, ha prodotto un “Transfer Impact Assessment” (“TIA”) di 86 pagine, in cui perviene al sorprendente risultato che la sentenza della CJEU non si applicherebbe a Facebook, cosicché i trasferimenti potrebbero continuare come sono.

Max Schrems, presidente di noyb.eu, ha dichiarato:“Facebook sta ignorando ormai da 8,5 anni  il diritto dell’UE. I documenti appena pubblicati dimostrano che essa ritiene semplicemente  che la Corte di giustizia abbia torto – e Facebook ragione. Si tratta di un’incredibile spregio dello stato di diritto, agevolato dalla mancanza di azioni esecutive da parte del DPC irlandese. Non c’è da stupirsi che Facebook voglia mantenere questo documento riservato.

Secondo la “Valutazione di Equivalenza” di Facebook , le leggi dell’UE e degli Stati Uniti siano di fatto equivalenti. In secondo luogo, la “Valutazione ” di Facebook  afferma che il rischio per gli utenti è minimo – di nuovo in diretta contraddizione con la Corte di Giustizia. In un terzo passo, il “Record of Safeguards” di Facebook menziona varie misure in atto che controbilancerebbero qualsiasi violazione della legge UE. In realtà, nessuna di queste misure è effettivamente rilevante  in considerazione sorveglianza della Sezione 702 del FISA americano. In altre parole: Facebook dice semplicemente che la legge degli Stati Uniti è “equivalente” alla legge dell’UE, nonostante che le due decisioni della Corte di Giustizia dicano il contrario.

Sembra evidente che il fronte della lotta ai GAFAM si collochi oggi al centro delle battaglie culturali i politiche in tutti i Continenti.


 [LR1]

KULTURKAMPF

L’arresto di Assange a Londra due anni fa

Eventi disparati succedentisi in questi pochi ultimi giorni stanno confermando che è in corso in tutto il mondo una guerra culturale “senza limiti” (Kulturkampf),  combattuta prima di tutto con un uso congiunto di retoriche ideologiche e delle nuove tecnologie ( che funzionano come  prolungamenti dell’ideologia). E’quella che Sunzu aveva già definito “Conquistare il Tian Xia senza uccidere nessuno” e Nietzsche avevachiamato “L’Ultima Grande Battaglia” fra “grande e piccolo, ricco e povero”).

L’ultima versione ufficiale di tutto ciò è la “Dottrina Biden”, che Massimo Giannini ha descritto ironicamente sulla prima pagina de “La Stampa”: “La Dottrina Biden è ormai nota: è in atto una ‘recessione globale delle democrazie’e un’aggressione sistematica delle autocrazie. La Cina e la Russia, la Turchia e l’ Iran. La minaccia è ovunque. E gli eserciti nemici, come l’Impero del Male teorizzato a suo tempo da Bush, incedono su più fronti. A colpi di armamenti e/o di investimenti.”

A nostro avviso, la situazione è in  realtà più complessa, come tentiamo di spiegare qui di seguito.

Colombo contestato in America

1.”Il “summit delle democrazie”: un sintomo dell’erosione del sistema americanocentrico

Non è infatti casuale che ora l’ America, scossa oggi in tante sue vecchie certezze (Fine della Storia, della concordia  fra le “sue razze”, e della leadership tecnologica) senta il bisogno di rilanciare così platealmente la sua politica di egemonia sugli Stati che si pretendono “democratici”. Come scrive appunto Giannini, il  “Summit for Democracy” si è rivelato però perdente, già anche perché (aggiungiamo noi), su 249 Stati indipendenti del mondo  gli Stati Uniti se la sono sentita di invitarne solo 110, a causa del tacito presupposto che, dopo 70 anni dalla Dichiarazione di San Francisco e 32 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l’”esportazione della democrazia” è ancora in alto mare, visto che gli altri 138 (la maggioranza) non sono stati considerati come democratici.Scrive Giannini:”Questo ‘Club delle democrazie’ finora non ha saputo opporre granché di concreto ai suoi avversari esterni””Sulla Cina si balbetta. Sulla Russia si nicchia (a parte qualche rituale altolà, e ora l’annuncio di sanzioni Ue in arrivo per la famigerata Brigata Wagner, accusata di violazioni dei diritti umani in Ucraina, in Siria e in Libia)”.

In secondo luogo, l’affermazione che “le democrazie sono le più efficienti” (che avrebbe dovuto essere il Leitmotiv dell’ evento) è stata smentita degli schiaccianti dati dei morti di Covid (USA 796.000, Cina 4.636).Un dato che ha alitato su tutta la manifestazione, e che ha creato non poco imbarazzo in molti oratori (come Draghi), che sembravano recitare, ma con scarsissima convinzione, un copione scritto, o meglio prescritto:“..le nostre nazioni allarmate non hanno le carte in regola per denunziare la ‘recessione democratica’ altrui, se prima non si interrogano su ciò che sta succedendo a se stesse.”(Massimo Giannini, La Stampa).

Infine, sulle prime pagine erano comparse, in contemporanea, le immagini del processo per l’estradizione di Assange, richiesta dagli USA, con la scandalosa decisione della corte inglese di concederla, e ora compaiono notizie sul fallito colpo di Stato di Trump.Il tutto concorre a dimostrare che le “democrazie occidentali” non sono soltanto inefficienti, ma anche (qualunque cosa possa voler dire) “antidemocratiche”, o, più correttamente, “illiberali”.

Giorgio Washington, Gran Maestro della Massoneria americana.

2.Alle radici del messianesimo americano

Fino dalla “scoperta” dell’ America da parte di Colombo, che si considerava investito di una missione affidatagli da Dio, si sono succeduti una serie di eventi che facevano, già ai loro tempi, pensare ad un’unica, colossale, lotta ideologica, fra, da una parte,  una serie di cosiddetti “utopisti”, come Tommaso Moro, Ruggero Bacone, Vieira, e  Harrington, che ambientavano i loro progetti apocalittici in America, e , dall’ altra, i loro antagonisti, come De Las Casas, Montaigne, Rousseau, Voltaire, Kierkegaard, nonché fra varie versioni dell’utopia  “atlantica”: la Fine della Storia “all’americana”, quella trockista, quella ariana….

Pochi sanno che Colombo, nel Libro delle Profezie, annoverava  sé stesso nella discendenza dei profeti di Israele, ed enumerava le corrispondenze delle Sacre Scritture con l’impresa da lui compiuta – identificandosi via via con Ezechiele, gli Apostoli, i Re Magi, l’Arcangelo Michele, Salomone, Re Davide e Cristo stesso. La sua visione del futuro veniva presentata, come poi ribadito da Viera nell’ “Història do Futùro”, come l’ultimo capitolo della Storia Sacra, destinata a culminare nella Fine del Mondo, ovvero nel Secondo Avvento di Cristo. che la Chiesa aveva dilazionato nel tempo, mentre gli eretici non mancavano di predirlo come imminente di secolo in secolo, e Colombo considerava avverato da se stesso.

E’ dunque con Colombo che nasce l’idea, espressa poi da Lessing, di portare sulla terra le speranze escatologiche (morali e materiali) della religione.

Venendo a tempi più recenti, queste fantasie apocalittiche sono state i riprese nei Magnalia Dei Americana, nel Testamento di Washington, nelle opere di Emerson, di Saint-Simon,di Whitman, di Enfantin, di Friske e di Kipling, nella lettera di Mazzini a Lincoln, nei “Leaves of Grass” di Whitman,  nella “Filosofia dell’ Opera Comune” di Fëdorov, in von Neumann, in Kurzweil e nel primo Fukuyama.

Queste utopie hanno un contenuto “olistico” per eccellenza: sono, da un lato, spirituali (la fine del “peccato”), e, dall’ altra, materiali (un mondo di abbondanza e di facilità), che, secondo l’idea manichea e poi positivista, sono intrinsecamente legate. E’ l’ “Eterogenesi dei fini”, temuta dal pensiero classico e dai Padri della Chiesa, ma fatta propria anche da illuministi come Vico, Wundt, Mandeville e Kant.

La volontà di realizzare l’utopia  in pratica ha provocato, fra l’altro, in America, grandi calamità come la guerra d’indipendenza americana, il Trail of Tears, le guerre con il Messico, i Confederati e la Spagna, e, di riflesso, in Europa e in Asia, tutte le guerre degli ultimi 2 secoli.

L’Europa divisa a Yalta non è ancora riunita

2.”Occidente” e “Blocco Socialista”:  due volti della stessa rivoluzione

La cosiddetta “Guerra Fredda”, conseguenza dell’ espansione mondiale delle “Rivoluzioni Atlantiche”, è stata una lotta globale fra due versioni di quella  stessa utopia messianica: da un lato, la deterministica Teoria dello Sviluppo di Rostow; dall’ altra la Coesistenza Pacifica intesa da Hruśčëv come  una sorta di ordalia per stabilire chi (USA o URSS) fosse veramente in grado di realizzare il mondo giusto e ricco fantasticato da Bacone. Sempre per via dell’ “Eterogenesi dei Fini”, quell’ordalia fu più sanguinosa di quanto normalmente si riconosca Essa provocò, tra l’altro, le guerre di Corea, del Vietnam e dell’ Afghanistan, i colpi di Stato in Ungheria, Turchia, Iran, Grecia, Brasile, Cile, Argentina e Polonia, e le guerre civili in Europa Orientale, Sudamerica e Asia Sud Orientale.

Mentre il primo Fukuyama era convinto che  quella battaglia sarebbe stata ormai vinta inevitabilmente dall’ America, Huntington era più scettico, ipotizzando ancora uno Scontro di Civiltà fra “The West” e “The Rest”: precisamente ciò che  vorrebbe realizzare Biden , con il suo “Summit delle Democrazie”, dove i politici sostenitori del sistema americano, autodefinentesi, a torto o a ragione, “democrazie”, si sono incontrati apparentemente con lo scopo di coalizzarsi per sconfiggere  tutte le altre forme di società oggi esistenti (138 Stati indipendenti!), definite collettivamente e dispregiativamente  come “autocrazie”. Ambedue definizioni non del tutto appropriate, ma tuttavia comprensibili  purché le si legga attentamente alla luce della filologia classica.

L’America, senza un nemico da combattere, perderebbe la sua ragion d’essere e si dissolverebbe, perché, come diceva Chesterton,  essa non ha un’ideologia, bensì è un’ideologia (e, aggiungiamo noi, è un’ideologia bellicosa e apocalittica).La lotta fra “la” democrazia e tutti gli altri (le “autocrazie”) non  è infatti che il nuovo volto della rivoluzione permanente portata avanti dagli Americani(Emerson, Whitman, Ledeen), prima contro il “Selvaggi Indiani”, poi contro i Francesi”papisti”, il Re fedifrago,  gl’ignavi Messicani, i “colonizzatori” spagnoli, i “Crucchi”, i “Musi Gialli”, i “Comunisti”, gl’”Islamisti”…

I due  concetti  facenti parte  dell’ antitesi propria alla c”dottrina Biden (democrazia e autocrazia) hanno come secondo membro il termine “crazia” ( che Luciano Canfora precisa, nel suo articolo “La democrazia non è liberale”) significa “potere”. Nel primo caso, il potere sarebbe “dei poveri” (come dice Aristotele, ma io direi oggi, piuttosto anacronisticamente, “delle periferie”, significato originale di “demos”),nel secondo, del “libero arbitrio” (cfr. Platone).Giustamente, Canfora scrive dunque che, per questi motivi,  “Quando parliamo di democrazia non sappiamo di che cosa parliamo. E’ una parola come la clava di Eracle, che si scaraventa contro l’interlocutore per intimidirlo”. Ma lo stesso si può dire, a maggior ragione, di “autocrazia”, che, a sentire gli Americani, unirebbe sistemi così diversi come Cuba, il Venezuela, l’Ungheria, la Turchia, la Russia, l’ Egitto, l’ Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, Singapore,  l’Iran, la Cina, il Vietnam e la Corea del Nord (vale a dire tutti e soltanto quei Paesi che non obbediscono ciecamente agli USA) .In effetti, in Greco, “autokratèia” significa padronanza di se stessi, indipendenza, sovranità. Le “autocrazie” sono quelle che, essendo indipendenti dall’ Impero Mondiale e “padrone di se stesse”, possono esercitare il proprio “libero arbitrio”. L’”autocrazia”, anziché essere sinonimo di dispotismo centralizzatore, ha una vocazione personalistica ed individualistica, che mira alla difesa della personalità contro la spersonalizzazione delle società di massa.

E’ per questa ragione politica che, sul piano filosofico, è ora in corso un attacco generalizzato contro il “libero arbitrio” (cfr. Galimberti).E qui si spiega anche la campagna contro il Greco e il Latino (Cingolani), che, invece, sono fondamentali, almeno per le élites pensanti, per capire criticamente le basi vere del “Kulturkampf” in corso. “Last but not least”, la martellante propaganda buonistica per persuaderci che, finalmente, con la nuova cultura dell’ eguaglianza, dell’accoglienza, dell’ibridazione, della fluidità, il male, macchia delle società passate, scomparirà dal “Legno Storto dell’ Umanità”, grazie alla razionalità imposta dalla tecnica e incarnata nell’ Intelligenza Artificiale (Ferraris).

La guerra fredda fra USA e Cina è
una guerra d’informazione e tecnologica

3.La Nuova Guerra Fredda

Secondo Oskar Lange, il socialismo avrebbe potuto realizzarsi solo con un uso massiccio dei computers. E’ ciò che si sta verificando oggi, e questo favorisce, da un lato, lo sviluppo dell’ inedito “Socialismo con catratteristiche cinesi”, e, dall’ altro,  la convergenza fra capitalismo e socialismo nell’ Ideologia Californiana.

La caduta del Muro di Berlino  ha avuto infatti come primo effetto lo svilupparsi l’ egemonia incontrollata  dei GAFAM americani, prima confinati allo spionaggio e alla guerra elettronica, e ora spazianti su qualunque attività umana, e poi una serie di nuove guerre (Nagorno Karabagh, Cecenia, Transnistria, Jugoslavia, Donbass), e la destabilizzazione permanente degli avversari (Irak, Libia, Siria, Serbia, Ucraina, Tibet, Xinjiang, Hong Kong). Tuttavia, l’effetto più appariscente è stato quello culturale, dove il crollo del Socialismo Reale ha comportato anche una metamorfosi in tutto il mondo dell’egemonia culturale marxista, apparentemente superata dalla rivoluzione tecnologica,  perché ha reso obsoleto i vecchi piani quinquennali. I molti eredi del movimento internazionale comunista hanno scelto ovunque di ri-posizionarsi rapidamente nella nuova realtà (così come avevano  fatto i fascisti nei partiti “antifascisti”), mantenendo comunque il loro potere: chi, come in Corea del Nord, radicalizzandosi, che, come a Cuba, divenendo più flessibili, chi, come in Vietnam, rimanendo se stesso ma alleandosi con gli USA.

La Cina ha continuato sulla propria strada diversa, segnata da Kang You Wei, Sun Yat Sen e Mao Zedong, mentre la Russia ha mantenuto (e mantiene) il partito erede del PCUS, anche  seridotto a maggior partito d’opposizione, di Russia e d’ Europa (9 milioni di elettori).

Altrove, i post-comunisti, mescolandosi con rivoluzionari non marxisti, con socialdemocratici, e cattolici del dissenso, con sciiti, radicali, democristiani, liberali, conservatori, tradizionalisti, populisti e post-fascisti, e soprattutto con i “post-umanisti”, anno portato ovunque gli slogan progressisti, egualitari, materialisti ereditati dal gauchismo (egualitarismo, antiautoritarismo, fluidità sessuale) . L’egemonia culturale marxista si è mescolata così alle lobby “californiane”  avanguardie del “Kulturkampf”, e sta estendendosi  anche al centro e alla destra. L’apparente “ammucchiata”, che ha trovato la sua massima espressione nel “Natale dei Conservatori” di Atreju costituisce la plastica rappresentazione di questa sostanziale convergenza, che, se, apparentemente,costituisce una grande vittoria di una destra dichiaratamente postfascista e finalmente sdoganata, rappresenta nella realtà il successo  postumo collettivo del ’68 : da un lato, la “testimonianza” tradizionalista  di evoliana memoria, e, dall’ altro, la “Lunga Marcia attraverso le Istituzioni” di Rudi Dutschke, il cui esito finale è stato che i “radical chic”, così estremisti da essere in realtà conservatori, dettano la linea culturale e politica  a un’ intera classe dirigente deculturalizzata. Per esempio, che cos’altro è l’ideologia “gender” se non quella fluidità sessuale che, secondo il Marcuse di Eros e Civiltà (libro cult del ’68), avrebbe caratterizzato il felice stato dell’ uomo primitivo?

In questo contesto, i  GAFAM restano nonostante tutto il “nocciolo duro” del progetto baconiano incarnato dall’ America (l’isola di Bensalem piena di motori e di telefoni ), ed hanno anche preso formalmente il controllo della società americana (comitato NSCAI, Endless Frontier Act) e, attraverso di essa, cercano di prenderlo di tutto il mondo (cfr. Schmidt e Cohen, The New Digital Age). Al di fuori della Cina e dei suoi BATX, non esiste oggi nessun Paese libero dall’ ecosistema digitale americano.

Il “politicamente corretto” oggi imperante è  precisamente l’effetto  della “manovra a tenaglia” fra post-comunismo in cerca di nuovi padroni, messianismo americano disorientato e controllo informatico dei GAFAM, che sta restringendo sempre più i margini di libertà e di creatività in tutto il mondo, in preparazione di una IIIa Guerra Mondiale informatica contro l’ ecosistema digitale cinese, e del superamento dell’ Umanità da parte delle macchine. Che questa previsione non sia azzardata, è che hanno parlato di concrete possibilità di guerra soggetti tanto diversi quanto Biden, Lukashenko e Orbàn.-

 

La Cina persegue il “ringiovanimento della nazione”

4.Le reazioni delle culture “altre”

Ovviamente, questo processo di espansione del potere tecnocratico occidentale, per quanto camuffato,  non può avvenire in modo totalmente indolore, ed è per questo che lo si descrive in termini edulcorati, come “esportazione della democrazia”. Tutta l’attività dell’ “establishment” è volta semplicemente a mascherare la transizione, dall’oligarchia costituzionale del II° Dopoguerra, allo Stato Mondiale del Controllo Totale.

Vi sono vari tipi di reazione, dipendenti dalla natura dei vari Paesi e delle varie culture.

Come si è visto, la prima “contro-azione”, è stata quella della Cina, la quale, nel corso di esperienze traumatiche come le guerre dell’ oppio, quelle  anti-giapponese, di Corea e del Vietnam, le insurrezioni dei Taiping e dei Boxer, e quelle contro le occupazioni occidentale e giapponese, le lotte contro i secessionismi, l’egemonia sovietica, le infiltrazioni occidentali e le sanzioni americane, ha resuscitato  un fortissimo senso della propria identità, tradizione e grandezza, e ne ha tratto la forza per uno sviluppo autonomo nonostante la disperata posizione iniziale- bruciando in 70 anni le tappe da Paese sottosviluppato a dittatura “sviluppista”, a Paese in via di Sviluppo, a “Fabbrica del Mondo”, e, ora, a leader della tecnologia e dell’ economia mondiali-. Essa è, per questo motivo, oggetto di un attacco violentissimo dell’America, che non vuole perdere la propria leadership, alla quale  deve il proprio benessere e la propria stessa esistenza.

Il “Socialismo con Caratteristiche Cinesi” è più avanti dell’ Occidente (di forese 50 anni) sulla strada verso una società compiutamente tecnocratica, tanto che,  in molti casi, come la preservazione della cultura tradizionale, la tutela dei consumatori e l’educazione dei giovani, sta già sperimentando , grazie alla persistenza dei suoi valori ancestrali dei correttivi che in Occidente ancora non si vedono. In questo senso, essa può dare quelle risposte alle domande poste in questi giorni da vari autori ai “conservatori” europei e russi, e per le quali una risposta non è ancora pervenuta.

La Russia, che non si era mai identificata al 100% con l’URSS, e, anzi, aveva provocato il crollo di quest’ultima con atteggiamenti quali quelli di Sol’ženitsin e di Elcin, si era però resa conto ben presto che gli USA stavano approfittando della debolezza delle ex Repubbliche e dei Paesi dell’ Europa Centrale per attaccare la stessa Russia (cfr. casi della Serbia, della Transnistria, della Georgia, dell’ Ucraina), e che, da parte sua, l’Europa non aveva alcuna intenzione di accoglierla nell’ Unione come richiesto da Gorbačëv e da Elcin. Come conseguenza, essa ha usato tutti i mezzi ancora a sua disposizione (esercito, arma nucleare, minoranze etniche, solidarietà storiche, diplomazia, gas) per compensare la perdita dell’influenza ideologica e strategica dell’ ex URSS. Nell’ ultimo decennio, Putin ha sottolineato l’appartenenza della Russia all’ Europa e alla religione cristiana, puntando a divenire il leader dei conservatori, ma senza dare uno sviluppo compiuto a questa parabola culturale brillantemente avviata.

I Paesi medio-orientali, scossi da profonde tensioni interne, hanno comunque in comune il fatto di sottolineare la comune eredità islamica ( almeno per ciò che riguarda il culto, l’educazione, l’etica sessuale, la lingua sacra, la difesa della Palestina, i simboli identitari), e questo permette loro di difendere, anche se disordinatamente, la loro identità.

L’interazione  fra l’offensiva culturale e sociale occidentale-americana e delle contro-azioni  dei vari Continenti, ha dato luogo a una serie di sotto-conflitti minori, come quello fra Woke e suprematisti bianchi, fra EU e Visegrad, fra Visegrad e Bielorussia, fra Russia e Ucraina, fra Aseri e Armeni, Cinesi di Hong-Kong di varie fazioni, ecc…).

Anche in Europa si sono manifestati, di tanto in tanto, movimenti disordinati di reazione all’invasione di concetti, armi, organizzazioni, movimenti, imprese, americani, come per esempio il neo-liberismo, l’americanizzazione della lingua, la costruzione di nuove basi militari, le “guerre Umanitarie”: gollismo, Serbia, Erdoğan, “Sovranità Europea”. Tuttavia, si ha l’impressione che nessuno sia disposto a tirare molto la corda per timore di fare la fine di Olivetti, Mattei, Gorbaciov.

Sul piano culturale, gli Stati Uniti sono ancora forti, perché le culture ufficiali di tutto il mondo, nate in un modo o nell’ altro sotto la spinta dell’Occidente imperiale, faticano a riscoprire una serie di approcci delle loro tradizioni (come “Tian Xia”, paneuropeismo, euroislam), che le aiuterebbero a mantenere una maggiore indipendenza, e continuano a puntare su forme di sincretismo che, alla fine, si rivelano, come già il vecchio “Wakon Yosei” giapponese, perdenti. Occorre urgentemente costruire, un discorso culturale mondiale che non sia quello dei GAFAM, riuscendo a rintracciare quei “valori spessi” che accomunano, secondo Hans Kueng, tutte le civiltà del mondo (mentre quelli “sottili” sono specifici delle singole culture). Fra  i primi non c’è la “democrazia” americana, che rientra invece semmai fra i secondi.

Capek ha descritto fino dal 1923 la rivolta dei robot

4. La dittatura informatico-digitale

Il “vertice mondiale sulla democrazia” è iniziato il giorno stesso in cui  una corte inglese, su richiesta degli Stati Uniti, ha deciso che Julian Assange può essere estradato negli Stati Uniti, dove potrebbe essere condannato a più di 170 anni di reclusione soltanto per le sue attività giornalistiche, cioè per avere reso accessibili al pubblico di Internet tutti gli e.mail scambiati negli ultimi anni fra Governi ed ambasciate, oltre che i filmati di uccisioni mirate di droni pilotati dall’ Esercito Americano da basi europee.

Non si capisce perché solo gli Stati Uniti abbiano tanta voglia di processare Assange se questi ha rivelato i segreti di tutti gli Stati del mondo, e nessuno di questi ultimi intenda processare Assange (salvo l’ Inghilterra che lo tiene prigioniero e si accinge a consegnarlo agli USA).Evidentemente, gli Stati Uniti si considerano i tutori e i maggiori beneficiari dell’attuale ordine mondiale, e soprattutto della dittatura digitale, sì che, non solo chi lo attacca, ma perfino chi ne rivela i lati negativi, così, come scriveva Foscolo, “temprando lo scettro ai regnator” , diviene il “nemico numero uno” dell’ America, che si arroga  anche il diritto, con la sua “applicazione extraterritoriale del diritto”, di giudicare chiunque in qualunque parte del mondo, come se fosse un vero sovrano universale.

Anche non è proprio, come ha affermato uno speaker russo, “come se la tenutaria di un bordello pretendesse d’ impartire lezioni di morale a giovani fanciulle”, questo è piuttosto rivelatore di che cosa sia veramente la “democrazia” americana -.

Essa invera l’ipocrisia puritana (l”uomo bianco ha la lingua biforcuta”),  , ma, soprattutto, dimostra la verità di quanto affermato da Canfora là dove scrive che “la democrazia non è liberale”. Infatti, “i romani si ritenevano il luogo della libertas. Libertà e democrazia erano per loro agli antipodi. Ancora nella lingua italiana del Trecento maggioranza significava sopraffazione.”

L’invasione digitale impedisce l’innovazione sociale perché favorisce la mediocrità dell’ utente e impedisce l’eccellenza del creatore: un Pericle, un Orazio, un Cesare, un Sant’Agostino, un Dante, un Machiavelli, un Goethe, un Nietzsche, non sarebbero possibili nella blogosfera. Come aveva scritto Antoine de Saint-Exupéry, “mettendo in bella” le idee di Tocqueville, “E’ triste quando un individuo schiaccia la maggioranza, ma è più grave quando la maggioranza schiaccia l’individuo”, che è ciò che si verifica nelle presenti società di massa.

Infatti, l’unico modo per garantire l’eguaglianza è distruggere l’ “autokratèia”,il “libero arbitrio” personale o nazionale, per trasferire tutto il potere alla cosiddetta “intelligenza dello sciame”, che è quell’intelligenza digitale che impone pavlovianamente il “Politically Correct”.  Soprattutto, l’”intelligenza dello Sciame” gestita dai GAFAM non è né liberale, né democratica, bensì totalitaria e post-umana.

Dall’ invasione digitale americana, si capisce perché tutti gli Stati del mondo cerchino disperatamente di tenere gli Americani fuori dalle loro società: perché, una volta   risucchiati nella rete americanocentrica, non si riesce più ad uscirne, come la mosca dalla tela del ragno.

La tanto decantata legislazione digitale europea non funziona

5.La sovranità europea ridotta a slogan elettorale

Purtroppo, le energie di buona parte dell’”establishment” in molte parti del mondo è volta innanzitutto a nascondere l’evidenza di quanto descritto in questo articolo.

Ad esempio, nel presentare il programma del Semestre Europeo Gennaio-Giugno 2022, il Presidente Macron ha indicato, fra i propri obiettivi, la tanto declamata e attesa “Sovranità Europea”.

Però, come al solito, non si vedono proprio, nel programma,  gli elementi di questa sovranità, bensì al contrario la volontà di “vendere” come successi quelle che sono in realtà delle vergognose rese.

Per uno “Stato-Civiltà” come l’ Europa, “Sovranità” potrebbe significare:

a)Sovranità culturale: avere un’identità diversa da altri Stati-Civiltà;

b)Sovranità internazionale: Non essere condizionata da poteri esterni;

c)Sovranità interna: Avere la prevalenza sulle realtà politiche [LR1] parziali che la compongono;

d)Sovranità religiosa (autocefalia);

e)Sovranità militare: non essere occupata da eserciti stranieri e poter comandate proprie truppe, adeguate a fronteggiare le sfide circostanti;

f)Sovranità tecnologica: Disporre di tutte le più moderne tecnologie;

g)Sovranità economica: essere potenzialmente autosufficiente, e comunque non avere una bilancia dei pagamenti, commerciale, energetica o alimentare sbilanciata.

Oggi, solo 5 Stati sono sovrani sotto almeno 6 di questi profili: USA, Cina, Russia, Israele e Iran. Fra questi non vi è l’ Europa, e, a meno che non si enunzi e persegua una strategia di emergenza, non lo sarà almeno per i prossimi 20 anni.

Come al solito, Macron non ha affrontato i nodi che bloccano tutte queste sovranità dell’ Europa: il mito del progresso; l’atlantismo; la limitazione dell’UE, dopo Brexit,  a 500 milioni di Europei; la NATO; i GAFAM; l’assenza dei Paesi dell’ Europa Orientale.

I leader dei GAFAM non sono affatto spaventati dalle normative europee

6. “Con le big tech la multa non basta”

Sempre in contemporanea con il “Summit della democrazia” è giunta la notizia che l’Antitrust italiano, unendosi in ciò a quello europeo, ha comminato alla Amazon una multa milionaria.

Queste e simili notizie relative ad analoghe sanzioni da parte di altre autorità in Europa hanno fatto parlare, da parte di politici e di giornalisti, di  una reazione adeguata allo strapotere dei GAFAM. Come abbiamo scritto infinite volte, non siamo d’accordo, perché i GAFAM (così come, anche se meno, i BATX cinesi), non sono “imprese” (che possano essere contrastate isolatamente da vari settori del diritto), bensì organizzazioni “politiche” che perseguono un programma di trasformazione globale dell’Umanità, operando sui campi antropologico, psicologico, teologico, estetico, biologico, familiare, medico, spionistico, tecnologico, politico, commerciale, finanziario, lavoristico, elettorale, fino a svuotare gl’individui, le imprese e gli Stati, e instaurando un unico sistema macchinico di controllo mondiale. Come ha scritto su “La Stampa”, il 10 Dicembre 2021,Innocenzo Genna, contro i GAFAM una multa non basta: la presa di controllo sui GAFAM da parte di cultura e politica dev’essere globale.

I GAFAM sono saldamente installati negli Stati Uniti, e vivono in simbiosi con lo Stato e le 16 agenzie di intelligence, mentre le Forze Armate americane occupano saldamente l’Europa. Pretendere di controllarli con strumenti archeologici come l’ antitrust (nato 150 anni fa), o la fiscalità internazionale (che non è ancora nata), è come voler svuotare il mare con un cucchiaino.

Come dimostra l’esperienza della Cina, porre sotto controllo i giganti del web è un’impresa ciclopica, che richiede uno Stato enorme, con una sua chiara visione del mondo; un Governo fortissimo, mezzi illimitati; un approccio per fasi, ma ravvicinate, senza guardare in faccia nessuno.

Internet era stata introdotta in quel Paese nel 1994, e, nel 2008, essa era diventata  quello con il maggior numero di internauti. A partire dal 2000, erano nate imprese digitali nazionali come Baidu, Alibaba e Tencent, che, pur avendo un mercato solo “nazionale” (ma di un milione e mezzo di abitanti”), rivaleggiano ormai con quelle americane. Certamente sono state favorite dal Governo, tra l’altro, ma non solo, con la censura dei loro concorrenti americani.

Vent’anni fa, i GAFAM erano forti in Cina come in Europa: oggi, essi  sono praticamente usciti dal mercato nazionale, dove oggi operano invece i BATX, governati dalla legge cinese e rispettosi degli interessi nazionali, della concorrenza e dei diritti dei consumatori. Il che dimostra che la sovranità digitale è possibile, e anche in tempi brevi.

Oggi, la Cina è l’unico Paese del mondo con una legislazione digitale che comprende tutti i settori:

-societario;

-valuta digitale;

-sicurezza;

-tutela della “privacy” e  del segreto di Sato;

-rete;

-internet providers;

-concorrenza;

-tasse;

-finanza;

-banca e borsa.

Nonostante che le ultime norme siano entrate in vigore solo il 1° novembre di quest’anno, esse sono state immediatamente applicate, con una raffica di sanzioni contro tutti. Sono state bloccate varie gigantesche operazioni borsistiche dei dei BATX, in Cina e a Wall Street, che avrebbero fatto di essi qualcosa di molto simile ai GAFAM. Le varie Authorities preposte al settore hanno sollevato obiezioni relative all’interesse dei consumatori, alla tutela dei dati e alla trasparenza finanziaria.

Gli osservatori occidentali sono stupiti di questi interventi “ai danni” delle multinazionali cinesi,  perché in America nessuno nasconde che le Autorità chiudono ambo gli occhi quando si tratta dei GAFAM, col pretesto di non agevolare i concorrenti cinesi. E perfino in Europa il garanter della privacy, il polacco Wewiòrowski, ha affermato che è meglio condividere i dati con gli alleati piuttosto che con gli avversari.

I cinesi invece non vedono questa connessione stretta  fra il mercato esterno e quello nazionale. Intanto, perché è ovvio che (esattamente come in Occidente), la salvaguardia della tutela della privacy cessa quando entra in azione la difesa nazionale, ed è quindi garantita indipendentemente dalla legislazione sul civile. Come precisa un’altra legge, le Forze Armate hanno infatti accesso ai dati dei cittadini (come i nostri Servizi Segreti).

Per tutto il resto, invece, la tutela della legge è ferrea. Le grandi imprese nazionali non possono, né ledere i diritti dei cittadini, né bypassare la legge, né acquisire un potere sociale spropositato (per esempio, nell’ editoria) superiore a quello dello Stato.

L’Europa è pronta a fare tutto ciò contro i GAFAM, e per giunta nel giro di pochi anni? Dal discorso di Macron non si direbbe, in quanto egli ha collocato le future imprese europee del Web (che afferma di voler creare) sotto la voce “start-up” e non dei “campioni europei”, dando credito allo screditatissimo mito che i GAFAM siano nati da ragazzini che lavoravano nei garages, e non dai “progetti segreti di Hitler”, dall’ operazione Enigma, dal DARPA, dall’ IBM, da Echelon, Prysm e l’Endowement for Democracy.

Com’è possibile che l’ Europa possa realizzare tutto questo con delle semplici start-up?

Macron ha giustamente ricordato che, delle 8 massime imprese digitali, 5 sono americane, e 3 sono cinesi. Nessuna europea. Ha promesso di ovviare a questa situazione, ma non ha detto, né quando, né come.

Atreju: l’imprevista convergenza

7. Web Tax

Nel discorso di presentazione del semestre francese, Macron ha anche parlato della tassazione dei giganti del web -problema annoso che, a suo dire, si sarebbe risolto con gli accordi di Pittsburg su una tassazione minima del 15% sulle multinazionali.- Il Presidente ha sviato anche qui il discorso, perché questo (teorico) accordo non mette il dito sulle piaghe degli arretrati fiscali, dello spostamento di imponibile fuori dell’ Europa, dei “tax rulings” e della “discriminazione a rovescio” ai danni dei “new entrants” europei.

Inoltre, Macron ha ignorato tre precisi fallimenti della Francia: Minitel; Qwant; GAIA-X, tutti causati dalla propaganda governativa, dal minimalismo, dal clientelismo ministeriale e sull’asservimento di fatto agl’interessi americani.

L’ultimo scacco, di cui abbiamo parlato recentemente, è quello di GAIA-X. Come scrivevamo, alcune imprese francesi hanno addirittura abbandonato GAIA-X perché troppo dominata dai GAFAM. Inoltre, il Presidente Macron ha inaspettatamente lanciato il concetto di “Cloud de Confiance” per sponsorizzare l’accordo fra Thales e Google,  la quale ultima, grazie a questa formula, verrebbe ammessa  a fruire di un “trattamento europeo”.

Tutta la faccenda di GAIA-X si rivela così una gigantesca manovra, con la connivenza di tutti  per aggirare le due sentenze Schrems: si immagazzinano i dati dei Governi europei in clouds situati in Europa e cogestiti fra imprese europee e americane, e si fa credere che ad esse  non si applichi il CLOUD Act. Ma nessun serio esperto crede, né che il CLOUD Act sia legalmente inapplicabile, né che i GAFAM creino veramente, fra le loro reti e queste loro joint-ventures europee, dei solidi “Chinese Walls”. E poi, in definitiva, con Echelon e Prism, l’intelligence americana riesce comunque a spiare tutto dell’Europa. E questo spiega perché nessuno voglia investire in nuove tecnologie.Ma, nello stesso tempo continuiamo a vantare il GDPR quale fosse la migliore legge del mondo, e continuiamo a dare i nostri dati ai GAFAM e alla NSA.

L’attentato a Rudi Dutchke

8.”Declino autoprodotto” o trend universale?

Massimo Giannini è giustamente convinto che lanciare una campagna contro le “autocrazie” (stanziando i soliti miliardi di dollari per le “covert operations”), come ha fatto Biden, sia cosa inutile perché “il declino delle democrazie è in buona misura auto-prodotto”.

Ciò è parzialmente vero, anche se forse inevitabile: “Il risultato è che i governi e i parlamenti hanno finito per delegittimare se stessi. E un numero crescente di cittadini, marginalizzati dalla globalizzazione ed esclusi dalla partecipazione, ha disconosciuto la propria cittadinanza. Convinti che votare non serva a nulla, e che la democrazia non è così importante.”

A mio avviso, neppure questa spiegazione della crisi delle democrazie è sufficiente, in quanto pone in luce i sintomi, non già le cause prime, che sono costituite dalla consunzione storica (dopo il suo culmine alla fine del ‘900) della democrazia occidentale “classica”, dovuto al sovrapporsi, sulla società industriale, della società del controllo totale, con la simbiosi incestuosa fra industria informatica e servizi segreti, con il controllo totale sui cittadini, con l’accumularsi abnorme di profitti da pratiche anticoncorrenziali ed elusione fiscale,  con la creazione di  5 grandi monopoli legati fra di loro da un’inestricabile rete d’interessi, con il voto digitale e la manipolazione digitale delle elezioni, con il controllo dell’ opinione pubblica e dei media, la concentrazione in un unico luogo dei server della NSA e quelli dei GAFAM, l’uso sistematico dell’intelligenza artificiale…

Certamente, la “democrazia occidentale” ha conosciuto come tutti i fenomeni storici,  una parabola ascendente e discendente, della durata di  meno di un secolo. Nell’immediato dopoguerra, quando almeno il 75% degli Europei votava per partiti estranei alla cultura politica “mainstream”dell’ Occidente (p.es. democrazia cristiana, comunisti, post-fascisti e monarchici) e, essa aveva potuto comunque prendere piede proprio grazie all’ opera di questi partiti, che, inseriti controvoglia nel sistema,  avevano stimolato potentemente, nonostante il sistema privo di alternanza, una partecipazione popolare polemica con un’ azione “top down”. Al tempo della “contestazione” studentesca e operaia, la democrazia era stata concepita essenzialmente come democrazia di base e sostanzialmente antisistema. Per la prima volta  dopo gli Anni di Piombo, si era cercato un compromesso fra partitocrazia e movimentismo, che aveva permesso un funzionamento pacifico della democrazia rappresentativa, e, negli Anni successivi alla caduta del Muro di Berlino, si era perfino avuto un inizio di contendibilità del sistema.

All’ inizio del  nostro secolo, con il cronicizzarsi della crisi economica e la scomparsa dell’etica pubblica e delle culture politiche tradizionali, si era incominciato a parlare di crisi della politica. Nel secondo decennio, dominato dal prosperare nel mondo di sistemi politici non allineati con la democrazia rappresentativa occidentale, avevano preso piede dubbi di vario tipo sulla credibilità di quest’ ultima e delle sue ragion d’essere ideali (cfr. Parag Khanna, Martin Jacques, Daniel Bell, Zhang Weiwei).

Credibilità ulteriormente danneggiata da:

a)l’incapacità di tutti i sistemi occidentali di fronteggiare efficacemente il Covid, mentre, con la “Battaglia di Wuhan”, la Cina ha risolto il problema con un numero di vittime veramente irrisorio;

b)le prove sempre più schiaccianti del controllo poliziesco esercitato sull’ Europa dal mondo digitale americano (Echelon, Prysm, processi Assange e Schrems);

c)le assurdità e contraddittorietà della politica estera europea e occidentale, con una gragnuola di “Guerre umanitarie” che non hanno risolto alcun problema, ma hanno anzi provocato gravissime calamità di ogni genere (guerre civili, terrorismo, migrazioni bibliche);

d)in particolare, l’assurda invasione dell’ Afganistan, con l’altrettanto assurda permanenza dopo la morte di Bin Laden, e l’assurdissima fuga all’ultimo momento;

e)la crescita esponenziale della disoccupazione, delle delocalizzazioni e dell’ emigrazione;

f)lo spezzarsi del consenso intra-americano fra etnie, ceti sociali e culture pubbliche: afro-americani, latinos, nativi americani, WASP, suprematisti neri e bianchi, latinamericanisti, “European Traditionalists”, sudisti, terzomondisti, integralisti cattolici, protestanti, ebrei, islamici, di destra e di sinistra, yuppies, agricoltori, operai, finanzieri, che ha comportato l’ impossibilità per l’ America di formulare politiche credibili e continuative.

Orbene, tutti questi trend costituiscono una contraddizione vivente delle retoriche della “liberaldemocrazia occidentale”, la quale pretenderebbe di costituire la massima realizzazione storica della libertà, eguaglianza, dignità e pace sociale, nonché del benessere materiale dei cittadini (appunto, il Secondo Avvento di Gesù Cristo sulla terra, come profetizzato da Cristoforo Colombo).

Ma c’è di più. Giacché, contrariamente a quanto ipotizzato inizialmente da Fukuyama, il mondo odierno è un mondo altamente competitivo, la centralità del controllo digitale sta aumentando di giorno in giorno nell’ ambito della “competizione fra USA e Cina” per la supremazia mondiale. In questa situazione, è del tutto prevedibile che il livello di controllo sui cittadini debba ancora salire ovunque per esigenze di preparazione bellica (previsione di attacchi militari, controllo della lealtà di cittadini e organizzazioni, intercettazione e censura di informazioni sensibili). Questa sensazione di un controllo sempre crescente è la giustificazione (inconscia) del movimento “no vax”, il quale sospetta (non a torto), che l’introduzione delle (seppur troppo blande) di misure di controllo sulla pandemia costituisca l’avvio appena mascherato di un sistema di controllo militare.

Alla luce di quanto precede, tutti gli Stati (a cominciare da quelli “democratici”) non possono sfuggire a forme di centralizzazione dei controlli e delle decisioni in materia di sicurezza (sulla falsariga dello SFIU, del FIFA, del Patriot Act, del FIFA, del Comitato NSCAI, dell’Endless Frontier Act e del Transatlantic Technology Dialogue).

Alla luce di tutto ciò che abbiamo scritto, diventa sempre più difficile, pretendere, al contempo, come fa l’ “Alleanza delle Democrazie”:

a) che la democrazia costituisca il toccasana di tutti i mali (etici, politici, tecnici ed economici);

b)che l’Occidente sia l’esempio ammirabile di tutte quelle virtù ch’esso definisce come “democratiche”.

La fine del Kali-Yuga

9. Esiste una via di uscita?

Inaspettatamente, secondo Giannini, la soluzione  a questa crisi delle democrazie sarebbe costituita da una mossa assolutamente “laterale”: fornire  3 milioni di vaccini gratuiti ai Paesi in via di sviluppo.Peccato che la proposta di Giannini (del 12 Dicembre), non faccia che copiare  la promessa di Xi Jinping ai Paesi africani, formulata ufficialmente all’OttavaConferenza Ministeriale del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) di Dakar, del 29-30 Novembre.1 milione e 600 mila di questi vaccini sono già stati consegnati.

Come volevasi dimostrare, l’Occidente non riesce a reggere il passo, né come capacità decisionale, né come motivazioni etiche, né come potenza di fuoco, al millenario e miliardario sistema cinese.

Senza contare che come può l’America, che ha avuto un milione e 600 mila morti di Covid, proporsi come salvatore dei Paesi in via di sviluppo?

In effetti, spetterebbe all’ Europa indicare la strada per l’uscita da questo circolo vizioso,:

-con una visione culturale che, sulla scia di Matteo Ricci, Kircher, Guénon, Weil, Saint-Exupéry, Frankopan, permetta un dialogo effettivo con i Paesi dell’Asia e dell’Africa;

-con una nuova “epistocrazia” europea sulle tracce di Nietzsche, Weber, Gentile, Reale, Bell in grado di dialogare con i talenti selezionati dai sistemi scolastici orientali;

-un sistema economico europeo che, pur anticipando le trasformazioni economiche e sociali indotte dall’ Intelligenza Artificiale, permetta il controllo umano sulle macchine intelligenti e il reimpiego di ciascuno secondo la propria vocazione;

-una politica estera e di difesa veramente “sovrana”, con una funzione mitigatrice del “Kulturkampf” e di prevenzione della IIIa Guerra Mondiale tecnologica.


 

LA SOVRANITA’DIGITALE:un’ottima idea tradita dalla politica.L’accordo Thales-Google

La normativa digitale UE è stata concordata con i GAFAM, nonostante tutte le comntroversie in corso

L’edizione del 4 Novembre di Le Point contiene una serie importante di articoli che chiariscono con esempi concreti la tesi da noi da tempo sostenuta: che, mentre la politica parla di “Sovranità Digitale Europea”, essa assume poi  delle decisioni che vanno nella direzione esattamente opposta, cioè lega all’ Europa, e in particolare alla Francia, le mani in modo tale che, a detta di molti, non sarà più possibile svincolarsi dalla morsa del complesso informatico-militare americano.

1.L’accordo Thales-Google e il “Cloud di fiducia”

Infatti, come afferma Cédric O, il Segretario di Stato all’ informatica, “La schiacciante maggioranza del French Tech si basa sul finanziamento e le infrastrutture dei cloud americani. Risultato: il valore creato non resterà da noi.”

Il fatto scatenante è che l’impresa digitale francese Thales, partecipata al 15% dallo Stato,  ha firmato con Google un accordo per creare insieme un servizio di cloud  e per commercializzarlo presso le imprese private e le Amministrazioni dello Stato. Accordo speculare a quello stipulato, un anno fa, sempre da Google, con Telecom Italia. Questo in netto contrasto con lo slogan della “Sovranità Digitale Europea”, e anche con lo spirito con cui era stato creata, un anno fa, Gaia-X, il cloud europeo, di cui ci era stato detto, all’ atto della sua fondazione, che avrebbe ideato delle procedure tali per cui gli utenti potevano scegliere providers di loro gradimento, ma in ogni caso sarebbero stati garantiti la riservatezza e il mantenimento dei dati in Europa, come previsto dalla legislazione europea applicabile.

Secondo Jean-Paul Smets, fondatore di Rapid Space, “Quest’ accordo segna l’abbandono della nostra sovranità a vantaggio dei GAFAM. La Francia si è piegata agl’interessi americani.Ciò significa che i nostri dati, compresi i più sensibili, resteranno a loro disposizione”.

Il fatto è che il Presidente Macron, ideatore del termine “Sovranità digitale europea”, ha improvvisamente cambiato, sotto elezioni, il proprio  linguaggio, e parla ora di un “cloud di fiducia”, in cui il gestore americano sarà tenuto a garantire la riservatezza dei dati dei Francesi, ma i giornalisti di Le Point sollevano fondati dubbi, perché i dati conservati da un cloud comune saranno comunque soggetti al CLOUD Act, e quindi dovranno essere obbligatoriamente consegnati, dai partner americani, alle autorità americane di sicurezza. E’ lo stesso problema emerso nei casi Schrems e Istituzioni/Microsoft, che hanno rivelato ufficialmente che  una plateale violazione del DGPR viene perpetrata da tempo dalle Istituzioni per favorire i rapporti transatlantici, e questa situazione non viene scalfita , né dalle sentenze della Corte di Giustizia, né dalle risoluzioni dell’EDPB (che restano inattuate da anni).

Anzi, il presidente dell’ EPDB, il polacco Wewiòrowski che pure ha adottato risoluzioni molto severe contro le Istituzioni, ha poi detto che, sostanzialmente “condividere i nostri dati con degli alleati è già meglio  che condividerli con degli avversari”, con ciò avallando anche un trattamento asimmetrico con i gestori cinesi (pure presenti in GAIA-X).

Ma questo, in una situazione in cui la politica estera e di difesa è sostanzialmente una politica sei dati (“Lutte Informatique d’influence”, per usare un termine oggi alla moda nell’ Esercito francese), significa che l’ Europa non potrà mai avere una propria politica estera e di difesa, perché, non disponendo dei propri dati, non potrà mai condurre una politica autonoma, per esempio dissociandosi da guerre, o da azioni politiche, c’essa non condivide.

Georg Rikeles, già funzionario europeo e membro del think tank EPS, spiega molto bene ciò che sta succedendo.Tutti i funzionari europei e nazionali in campo informatico sono corteggiati dai Gafam e dai loro studi legali e di pubbliche relazioni, per assumerli quando abbiano lasciato i loro incarichi (“pantouflage”; si noti bene che oggi tutti gl’incarichi più importanti sono attribuiti con contratti a tempo determinato)

I  funzionari ministeriali francesi e i politici europei e finiscono poi nei consigli di amministrazione dei GAFAM, per esempio Neelie Kroes, senza che nessuno sollevi obiezioni.

Per i “movimenti spontanei” di cittadini che in realtà sono finanziati dai GAFAM, i funzionari hanno coniato l’espressione “Astroturfing” (che si riferisce ai campi da gioco artificiali in materie plastiche.Guillaume Grallet conclude che bisogna “scommettere su una regolamentazione atta a fare nascere delle imprese di alta tecnologia”, tema su cui noi siamo impegnati da anni ma nessuno ci vuole ascoltare (molto probabilmente perché tutti gl’interlocutori che contano hanno fatto oggetto di “Astroturfing”).

In netto contrasto con questa situazione francese (ed europea), in Cina sono appena entrate in vigore le nuove normative per il controllo sulle imprese digitali, che hanno inglobato e superato le timide bozze europee.

Il risultato pratico è che, tanto il Presidente Macron, quanto la sua diretta concorrente Marine le Pen, non insistono più sulla lotta ai GAFAM, lasciando, su questo tema, il campo libero a candidati minori, che  possono scatenarsi perchè tanto hanno poche chances di dover mantenere le loro promesse.A Xavier Bertrand:” sembra indispensabile ristabilire una sana concorrenza.I mezzi esistono, arrivando fino al loro smantellamento”;per Valérie Pécresse:”lo smantellamento di Google è il destino a cui la condanna ineluttabilmente la sua posizione ultra-dominante, come lo fu per i giganteschi trust americani  del XX° secolo”.

Riassumendo:

-quella del digitale è l’unica vera lotta di libertà oggi in corso: quella contro la Società della Sorveglianza;

– conformemente a quanto teorizzato da Eric Schmidt e concretizzato nei recenti atti legislativi americani, è in corso un’azione a tenaglia dei GAFAM e del Governo americano per mantenere l’attuale situazione di fatto di dipendenza, ideologica, digitale, politica e militare dell’ Europa;

-fintantoché non saranno attuate le due Sentenze Schrems e le risoluzioni dell’EDPB, l’Unione Europea non sarà mai uno Stato di diritto, in quanto le sue Istituzioni non rispettano, né le sentenze della Corte di Giustizia, né le deliberazioni dell’EDPB, su una questione così centrale come la disponibilità dei nostri dati alle Autorità americane;

-se le cose stanno così, ci chiediamo a che cosa serva GAIA-X, che avrebbe dovuto risolvere proprio questo problema;

-i politici europei, dopo tanto parlare di “Sovranità”, continuano a non fare nulla, e, anzi, a firmare sempre nuovi accordi con i GAFAM e con il Governo americano;

-nelle prossime elezioni presidenziali francesi, i candidati con più chances (ma perfino Zemmour), non intendono impegnarsi su questo tema.

L’unica speranza risiede nella società civile, ma avrà essa l’occasione per esprimersi? Se, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, non si potrà parlare di questo, mi domando a che cosa serva la Conferenza stessa. Forse, come scrive “La Repubblica” di oggi, potrebbe essere un’altra inconcludente “fabbrica di chiacchiere”:

“Si nota un certo conformismo. Si dibatte in modo educato, civile, con toni ben diversi da quelli dei bar e delle piazze del continente. E’una ‘Occupy Strasburgo’ istituzionalizzata”.

Urge trovare nuove modalità d’intervento, più autentiche e risolutive.

“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

Commento all’ articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 novembre

Socrate con il demagogo Alcibiade

“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

La riunione del G20 di Roma e quella del Cop-27 di Glasgow si sono concluse, come buona parte delle iniziative di questo tipo, con un clamoroso passo indietro, come rimarcato perfino da “attivisti” mainstream come Greta Thunberg.

La Cina e la Russia non hanno partecipato, prevedendo un fiasco, che infatti si è puntualmente verificato. Avendo infatti la Cina presentato il giorno prima il proprio programma di riduzione delle emissioni, che  stabilisce la neutralità carbonica per il 2060, l’India è arrivata a Roma annunziando ch’ essa riuscirà a raggiungere quell’obiettivo addirittura solo nel 2070, e presentando ai Paesi sviluppati delle richieste veramente esplosive, quali quella che, essi accelerino ancora il  proprio percorso, e finanzino anche la transizione dell’India, come indennizzo per aver esse inquinato abbondantemente nel passato. A ciò si aggiunga che la Francia ha chiesto di considerare come “verde” il nucleare, e, la Germania, il gas.

E’ evidente che, dopo lo scatenamento della corsa alle nuove tecnologie fra USA e Cina, il Covid e la scoperta che molte soluzioni che si pretenderebbero “verdi” hanno, a loro volta, pesanti controindicazioni, gli “obiettivi” di Tokyo e di Parigi non sono più veramente prioritari per nessuno. Il punto è che l’entusiasmo generalizzato per l’”Agenda Verde”  era caratterizzato, per tutti, fin dall’inizio  (come segnalato da molti, fra cui il Papa e l’”attivista” Greta), un forte carattere propagandistico (“di marketing”), per mascherare altre urgenze, parimenti, o ancor più, vitali per l’umanità(la sostituzione dell’uomo con le macchine, già intravista dalla Kabbalà, da Goethe, Asimov, De Landa e Bill Joy, e, in secondo luogo, il rischio di una IIIa Guerra Mondiale, denunziato innanzitutto dal Papa), pericoli per l’umanità che sono però  addirittura degli obiettivi concretamente perseguiti da varie potenze. E’ evidente che se (come possibile), nel 2050, l’umanità non esisterà più perché distrutta dalla III Guerra Mondiale o perché sostituita dai robot, tutta questa fatica per eliminare il CO2 entro il 2060 o 2070 sarà risultata utile solo per fornire un gradevole soggiorno ai robot nostri eredi. Quindi, prima, cercare di contrastare il dominio delle macchine sull’ uomo e di evitare la IIIa Guerra Mondiale, poi, occuparsi del clima.

Ciascuno sta quindi cercando semplicemente di “salvare la faccia” circa la propria retromarcia, facendo però così crollare sia il mito positivista secondo cui vi sarebbero degli obiettivi evidenti condivisi sul piano internazionale, sia quello occidentale secondo cui i vertici delle attuali “maggiori economie” sarebbero all’altezza della situazione. Le retoriche delle “magnifiche sorti e progressive” si sono quindi rivelate nel loro insieme, come scrive John Grey, il “conservatore verde” un’”alba bugiarda”.

Se si vuole ancora avere una  qualche forma di “multilateralismo”, la si dovrà quindi cercare su altre basi e in altre culture, meno superficiali e meno settarie. L’accordo mondiale da ricercare in questo momento decisivo non può vertere sul materialismo volgare (quale espresso per esempio nell’ Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e sulla macchinizzazione del mondo indotta dai GAFAM e dai BATX, bensì solo sulla volontà di salvare l’Umano grazie al ricorso congiunto alle risorse spirituali delle diverse civiltà del mondo, da quelle pre-alfabetiche, a quelle assiali, da quelle politeiste a quelle monoteiste, da quelle tradizionali a quelle moderne e post-moderne (cfr. Salomon  Higgins, An Invitation to World Philosophy).

Certo, gli attuali multiculturalisti, specie se americani, sottovalutano la difficoltà, in assoluto e soprattutto per loro, di utilizzare effettivamente gl’insegnamenti delle culture non occidentali. Infatti, nessuno riesce ad immaginare un tipo di discorso che non sia fondato sulla logica “lineare” delle lingue indoeuropee; si pretende sempre che, fra le varie culture, ve ne sia una “dominante”, e che questa sia unica  e unitaria, sfociando su una “fine della Storia” che assomiglia sempre molto all’ apocalittica occidentale.

Platone con il tiranno Dioniso

1.Governo delle competenze, tecnocrazia, meritocrazia.

Quanto al secondo problema, non è inutile segnalare l’articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 Novembre, con il quale il noto filosofo ha colto l’occasione per far presente che la tendenza verso la tecnocrazia, evidenziata, fra l’altro, dall’orgia di  potere dei virologi grazie al Covid  e dalla prassi tutta italiana di evitare sistematicamente la via elettorale con una successione di “governi tecnici” non eletti, porta  di fatto, per l’ “eterogenesi dei fini” all’incapacità di governare. In questo contesto, coloro che oggi vengono chiamati abusivamente “tecnici” sono, in realtà, dei miopi specialisti monotematici, i cosiddetti “Fachidioten”, che mancano della capacità di sintesi propria della cultura alta, ed emergono solo perché non fanno ombra ai poteri forti..

Questo è tanto più vero, in quanto la società contemporanea presenta, in tutti i suoi aspetti (culturali, naturali, geopolitici, tecnologici, etici, economici, sociali) un tale grado di complessità, che è comunque impossibile per chiunque padroneggiarne tutti gli aspetti. Secondo Cacciari “Una pura tecnocrazia è perciò altrettanto probabile che la nascita di un cavallo alato”.

Il che richiede, da parte del “politico”, una radicale metamorfosi, per comprendere un mondo lontanissimo da quello a cui si riferiscono le ideologie dominanti, dirigendo le diverse competenze verso fini condivisi, per esempio, secondo l’insegnamento (per altro rimasto “sulla carta”), del “Movimento Comunità” di Adriano Olivetti, a cui abbiamo dedicato il precedente post.

La prevalenza, nelle sfere ufficiali, di questi ottusi e sterili specialisti è voluta (per meglio spadroneggiare) dai poteri forti mondiali, ed è al contempo, una conseguenza della cultura dominante, distante almeno 100 anni dalla realtà (parlano ancora di imprenditori e operai, di nazioni e di industria, quando oramai possiamo vedere solo gestori e colletti bianchi, imperi e piattaforme).

La tomba di Federico II

2.I tecnocrati: nuovi apprendisti stregoni

La conseguenza pratica   di quel disorientamento di fronte al mondo della complessità è la tendenza, come nei racconti di Asimov, a delegare perfino le massime scelte esistenziali al complesso informatico-militare (“una scelta inevitabile”), che prende, così, il definitivo sopravvento sull’ Umano (vedi il caso dell’equilibrio nucleare). Questo è appunto ciò che vogliono i guru dell’ informatica come Kurzweil, e il programma politico teorizzato dal suo collega Schmidt.

L’articolo di Cacciari mette così (anche se  obliquamente) il dito sulla piaga di uno dei più complessi problemi del nostro tempo: l’incapacità dell’uomo, novello Apprendista Stregone, a fare fronte alla complessità del mondo ch’egli stesso ha creato (la “tecnosfera”). Questione già intravista dalla Kabbalà, con il mito del Golem, da Goethe, con l’idea del patto faustiano, e da Asimov, appunto, nella sua “Decisione Inevitabile”. E all’ apprendista stregone s’ispirano certamente Kurzweil, con il suo superomistico riempirsi di farmaci per garantirsi la “quasi-eternità”, e Zuckerberg, quando ribattezza “Facebook”“Meta”, facendo un riferimento polemico e inquietante al mito del Golem. Il Golem creato da Rabbi Loew ben Bezaleel di Praga si metteva in funzione inserendovi una scheda con la scritta “emeth”(che vuol dire “vita”), e si disattivava eliminandone la lettera iniziale ”e”, sicché si aveva la paola “meth”(“morte”). Orbene, in Ebraico, “Metà” vuol dire esattamente “è morta”. Mettendo il Golem in disattivazione, i molteplici pericoli di Facebook, di cui è accusato Zuckerberg, sarebbero neutralizzati. Guarda caso, secondo la Kabbalah le Luci di Tohu (cfr. Genesi, Tohu we Bohu) furono scosse perchè non erano “in rete”.

Cacciari affronta il tema da un punto di vista  apparentemente più limitato: quello dell’ incapacità degli specialisti (come Draghi o i virologhi) di governare gli Stati o addirittura il mondo (la “tecnocrazia”), rivelata da fenomeni catastrofici come la gestione del Covid e la decadenza dell’ Europa. Tra l’altro, niente po’ po’ di meno che Socrate aveva già affrontato tale questione proprio ai primordi della filosofia occidentale, domandandosi se avremmo mai voluto affidare una qualunque opera a un non competente. La sua conclusione era che no, non l’avremmo mai fatto. E, di conseguenza, non si poteva affidare neppure la gestione della Città a chi non fosse per essa competente. Ma, non esistendo all’ epoca dei “politici di professione”, ché,m anzi, la Riforma di Clistene mirava a rendeli impossibili imn nome della “democrazia”, gli unici competenti erano, a suo avviso, i filosofi. Solo essi infatti padroneggiano l’insieme delle conoscenze necessarie per organizzare una società(oggi li chiameremmo “tuttologi”). Con ciò, egli rispondeva alle opposte tesi degli oligarchi e dei sofisti, se fossero più atti a governare gli aristocratici, eredi dell’antica educazione eroica, o i retori usciti dalle scuole, appunto, dei sofisti.

E certamente questa tesi di Socrate non può che piacere a dei filosofi, come è Cacciari.

Akbar, il Re Filosofo

3.I filosofi e il Re filosofo

E’ in base a quell’ impostazione socratica che Platone aveva ideato la sua Repubblica, incentrata sulla figura del Re Filosofo, sintesi di tutti i saperi, e del governo dei filosofi, a cui si ispirarono, per esempio, Marco Aurelio, l’imperatore che scriveva di filosofia, e Federico II di Svevia (“Stupor Mundi”), che addirittura corrispondeva in Arabo con i filosofi del Medio Oriente (“al-jawa’ib al Yamaniyya ‘an al-‘asa’il as-Sikiliyya”). Lo stesso Platone si era trasferito (con esiti catastrofici) in Sicilia per convincere il tiranno di Siracusa, Ierone, a divenire il “Re filosofo”.

Averroè, nel suo “trattato decisivo”, aveva invitato il “Principe” (“Amir”), a circondarsi di “filosofi (“Falsafa”).Questo tipo di sovrano universale (il “Cakravartin”, nella terminologia Hindu) era più frequente in Asia: per esempio l’Imperatore Giallo, il Duca di Zhou, Ashoka, Akbar …, ed era stato per questo che i Gesuiti (Ricci, Kircher, Bouvais) e gl’Illuministi (Fresnais, Leibniz, Voltaire, Federico II di Prussia) avevano fatto, della Cina, il modello stesso per l’Europa, tentazione che si ripropone per altro proprio oggi.

Cacciari, che, essendo un filosofo, certamente è attratto in cuor suo da questo tipo di soluzione, si guarda però bene dal dirlo esplicitamente. Sarebbe evidentemente oggi una posizione quanto mai politicamente scorretta. Il suo ragionamento resta dunque deliberatamente monco.

La tecnocrazia attuale  che Cacciari denunzia non è comunque certo un “governo dei più competenti” secondo  il concetto  socratico, bensì, al contrario, è per eccellenza il governo degl’incompetenti. I “tecnici” nel senso moderno, quelli a cui accenna Cacciari, sono in realtà dei super-specialisti, quelli che nel ‘68 si chiamavano “Fachidioten”,  i quali si autolimitano ad un solo ramo del sapere (scienze politiche, ingegneria, economia,diritto), scendendo con ciò perfino al di sotto alla capacità del comune cittadino, che, pur nella sua ignoranza, ritiene proprio dovere interessarsi alla cosa pubblica intesa come fatto unitario (il “Senso Comune”).

Come ricorda infatti Irti, in democrazia dovrebbe essere il cittadino ad avere la “competenza generale”, anche se non può fare a meno di rilasciare un “mandato non imperativo” a dei rappresentanti, che dovrebbero essi avere quella “competenza generale”. Ma anche qui può (e deve) porsi la domanda socratica: come può oggi qualcuno che, come praticamente tutti i politici, ignora (tra l’altro) le lingue e culture straniere, l’informatica e le scienze strategiche, sedere nel Parlamento di un Paese di 50 (o di 500) milioni di abitanti, dove si discutono, in pratica, le sorti del mondo? Costoro non costituiscono un pericolo ambulante, come chi guidi senza patente una Ferrari?

Essi sono anche nettamente inferiori ai vecchi politici di professione (esempi, Churchill, De Gasperi, Togliatti), i quali, seppure un po’ unilaterali nel loro concentrarsi sulla politica, esprimevano comunque un interesse per l’insieme, ed avevano fatto dure scuole di potere, come l’alta aristocrazia inglese, il Vaticano, la scuola militare dei Commissari Politici Sovietici di San Pietroburgo.

Il Re-filosofo dev’essere un uomo universale, che conosce quanto è necessario sapere delle arti del Trivio e del Quadrivio, e inoltre possiede la Virtù del Signore e del guerriero (per Dante, “magnanimo nella borsa e nella spada”).

Nella cultura tradizionale cinese, i “letterati” (“Ru”), detti  da noi “Mandarini”, rappresentavano, in piccolo, ciò che, in grande, rappresentava il Figlio del Cielo: la completezza. Non per nulla essi venivano selezionati in base alla competenza letteraria e alla conoscenza dei Classici Confuciani, sotto il controllo dello stesso Imperatore, che talvolta dirigeva personalmente gli esami di Stato.

L’Imperatore Kanxi alla scrivania

4.La cultura delle élites

Fin qui, si potrebbe pensare che si tratti di un dibattito nominalistico, in quanto la distinzione fra “specialisti”, “competenti”e “filosofi” non emerge ancora in modo chiaro. Ciò che distingue gli “specialisti” aborriti da Cacciari dai “competenti” promossi da Socrate è il loro tipo di cultura. Gli “specialisti” accettano il loro ruolo subordinato perché condividono l’idea  che esista un “General Intellect” che avanza automaticamente verso il Progresso essi sono gli agenti ideali dell’ omologazione mondiale. Ciascuno di noi sarebbe solo una rotella di questo generale, e positivo, processo. I “competenti”, o “filosofi” sono, invece, coloro che riescono a comprendere le logiche che tengono insieme il tutto e sono capaci di formulare, al loro interno, dei progetti, di cui aspirano ad essere protagonisti.

E’ ovvio che, se gli “specialisti” assurgono, come oggi, negli Stati o nelle organizzazioni internazionali, a posizioni apicali, essi si muovono, poi, apparentemente a casaccio, ma in realtà divengono i burattini di lobbies nascoste (come oggi i GAFAM, i BATX, i grandi finanzieri, i servizi segreti…), che li hanno selezionati ed aiutati nella loro ascesa. Di qui il “bla, bla”, di cui parla Greta Thunberg, di leaders che pretendono di avere delle idee ma che in realtà cercano solo deliberatamente di sottrarsi alle loro responsabilità. 

Ci si aspetta invece che i “Competenti” riflettano, lottino, dibattano, orientino le scelte…

Ma come educare i “competenti” in quest’era postmoderna? E come sottrarre agli “specialisti” le loro posizioni di controllo sociale?

Gli esami da mandarino

5.L’incomprensione del ruolo del PCC.

Secondo Cacciari, il sistema cinese eserciterebbe una forte attrattiva sui tecnocrati proprio perché, mirando essi solo all’ efficienza, porterebbe alle estreme conseguenze la loro tecnocrazia.  Questo ragionamento, ripreso da Parag Khanna, è però semplificativo e mistificante, minato, com’è, dai pregiudizi del marxismo occidentale (per i Cinesi, “Bai Zuo”), ibridati con quelli del positivismo e del millenarismo (la “Cosa Ultima”, per dirla con di Cacciari).

Secondo quelle vulgate, con l’oblio, da parte della sinistra (occidentale come orientale) della sua originaria aspirazione egualitaria (quale espressa per esempio dalla Rivoluzione Culturale), sarebbe svanita l’ultima seria aspirazione spirituale della politica, sicché resterebbe in piedi solo l’efficienza tecnologica. Di conseguenza, il sistema cinese sarebbe “capitalista”; sarebbe addirittura il “capitalismo politico”(cfr. ancora Marramao su La Repubblica del 9 novembre).

A mio avviso, questo è un fraintendimento, innanzitutto del marxismo, poi della storia mondiale nel suo insieme. Dov’ è finita la dialettica storica marxista, la necessaria transizione fra cacciatori-raccoglitori, comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, rivoluzione nazionale borghese, rivoluzione socialista, comunismo?  In questa sequenza, non c’era proprio nessun “valore” unico ed eterno (tanto meno,l’”eguaglianza”). La lunga marcia verso il Comunismo non ha nulla a che fare con la passione americana per l’eguaglianza, così temuta da Tocqueville, in quanto esso si pone addirittura fuori della Storia.

Ma, poi, non esistono soltanto i “fini” del comunismo. Dove sono finiti  quelli delle altre ideologie politiche (la “virtù”, l’”armonia”, la “libertà”, la “comunità”)?

In realtà, il modernismo occidentale (sia esso  individualistico o socialista) presenta una profonda lacuna, poiché esso, non avendo fini reali, è costretto a mutuarli altrove (nel millenarismo, nel tradizionalismo). Come ricorda, sempre su “La Repubblica” del 9 novembre , Natalino Irti, secondo Croce, i fini dovrebbero essere ricercati autonomamente  da ciascun individuo. Peccato chela confusione della cultura moderna, partita dalla ricerca sansimoniana di “una nuova società organica” e rimasta invece in un’eterna “fase critica”, dimostra che gl’individui da soli non sono in grado di darsi fini significativi.

Anche se, in realtà, per Croce, la ricerca dei fini si inserisce nel  processo  collettivo della Storia, il suo contenuto resta astratto, sì che il suo sistema, incompiuto, richiedeva, e richiede ancora, di essere completato.

Parallelamente, se in Cina si parla di “socialismo con caratteristiche cinesi” è proprio perché la millenaria cultura cinese costituisce un necessario supplemento alla cultura materialistica importata dall’ Occidente – un supplemento essenziale perché permette di vedere le cose in prospettiva, dando ad esse un senso – . La “via cinese al socialismo” significa, da un lato, che il processo storico va concepito (come faceva Marx) come un fatto di lungo periodo, ma, dall’ altro, anche che “i fini” non possono limitarsi all’ipostasi dell’eterna transizione da un sistema sociale ad un altro (la “Rivoluzione Permanente”), bensì vanno anch’essi posti, appunto, in una prospettiva di lungo termine, come fanno le culture millenarie che sono alla radice degli “Stati Civiltà” come quello cinese.

Per ciò che riguarda proprio la Cina, tanto lo “Stato Socialista di Diritto”, quanto la “Società moderatamente Prospera”, quanto la “Grande Armonia”, sono ideali normativi elaborati da diverse scuole tradizionali di pensiero, le quali, se interpretate secondo lo spirito dei tempi, conservano tutta la loro validità. Ed è per questo ch’essi vengono rivalutati, in contrasto con certe iconoclastie del passato.

Anche il “governo dei competenti” è un tema ben esplorato, oltre che dalla filosofia greca, anche dalla millenaria cultura politica della Cina. Oltre al ruolo del “Saggio Imperatore”, questa conosce la centralità del ceto dei “letterati” (“Ru”), che sono, appunto, ciò che, per Socrate e Platone, erano i “filosofi”, cioè gli studiosi della “teoria del tutto”, incarnata, per i Cinesi, nei “Classici Confuciani”.

Certo, la Cina moderna nasce come reazione alla ristrettezza di orizzonti del sistema mandarino quale interpretato dalla dinastia mancese, e, pertanto, ha vissuto nel tempo  delle radicali trasformazioni che hanno attraversato le Guerre dell’ Oppio, i Taiping, i Boxer, i “100 giorni”, la Prima Repubblica, il “Movimento del 5 Maggio”, il Kuomingtang, l’invasione giapponese, la Guerra Civile, la Repubblica Popolare, la Rivoluzione Culturale, le riforme di Teng Xiaoping, la Nuova Via della Seta…

Tuttavia, è rimasta centrale nel tempo l’importanza del “Governo dei Competenti”, che  sinologi esperti come Zhang Weiwei e Daniel A.Bell non definiscono, né come “ tecnocrazia” (“governo della tecnica”), né come “meritocrazia” (“governo dei più meritevoli”), bensì come “epistocrazia” (“governo della sapienza”).

Sapienza che un tempo era incarnata dai “Ru”, e oggi dal PCC, una realtà di dimensioni enormi anche per le misure cinesi (95 milioni di membri), superato per altro in questo dal Janata Party indiano, con più di 100 milioni di membri. Evidentemente, il tipo di formazione e di funzioni dei membri del PCC non può confrontarsi con quelli degli antichi “Ru”, che, essendo per giunta molto pochi, avevano un ruolo estremamente generalistico, di sintesi estrema.

Esso non è però, evidentemente, neanche un “partito” come lo intendiamo noi, bensì un ceto di potere che sostituisce (e moltiplica) gli antichi “Ru”, operando una sintesi fra tradizioni umanistiche, tecnologia e prassi economico-organizzativa (le “Tre Rappresentanze”), e coinvolgendo più persone del numero totale di votanti alle elezioni europee. Non vi è dubbio che, nonostante tutta la propaganda in contrario, questo tipo di struttura, capace di governare uno Stato con 1 miliardo e quattrocentomila abitanti, è più efficiente, non solo di un’Europa estremamente divisa, non autonoma e con organi centrali debolissimi, ma perfino degli USA, che hanno deciso (auitolimitandosi) di essere solo un “Impero Nascosto”(Immerwahr) dominato, a sua volta, da una tecnocrazia che, come da essa stessa dichiarato, mira veramente e brutalmente al dominio della tecnica sull’ umano (la Singularity di Kurzweil, la Googleization di Schmidt, la conquista dello spazio di Musk).

4.Un’Europa che non capisce

L’Europa è così lontana dall’avere risposto adeguatamente a queste domande, che, a nostro avviso, per poter sopravvivere, dovrà rivedere le sue stesse basi, filosofiche (un costruttivismo poliedrico anziché l’attuale, dominante, dogmatismo tecnocratico), concettuali (una “multi-level governance” anziché un’associazione fra Stati Nazionali), istituzionali (la democrazia partecipativa anziché quella “deliberativa” che si vorrebbe imporre con la Conferenza sul Futuro dell’ Europa), un vero “stato di diritto”, anziché l’attuale protettorato americano; una reale politica economica anziché  l’attuale inutile gabbia finanziaria; un vero esercito europeo anziché un ruolo ancillare nella NATO…:

“Per comprenderne le ragioni, discernendo i rischi dalle potenzialità, positive che pure sono emerse, non vi è che una sola strada: prendere atto dell’ inservibilità delle vecchie mappe dello Stato, dell’ economia e della società, costruendo nuove mappe in grado di orientarci nella logica apparentemente indecifrabile che presiede al gioco delle allenza e dei conflitti scompaginando le gerarchie di influenza fra i vari attori della sena planetaria..”(Marramao, La Repubblica).

Solo allora “ci potremmo permettere” un Governo di Competenti nel senso di Socrate, di Cacciari e di Confucio. Tale Governo porterebbe forse alla “Democrazia Illiberale” teorizzata da Parag Khanna e ripresa da Orbàn? Direi piuttosto al suo contrario, a un “liberalismo non democratico”, com’erano quelli di Montesquieu, Cavour, von Stein, Churchill,  Coudenhove Kalergi, Croce, De Gaulle, dove la massima attenzione per la libertà di pensiero, di parola e di associazione, non andava disgiunta dal culto dell’eccellenza, della tradizione, della differenza, della cultura alta, della selezione delle classi dirigenti, della permeabilità fra politica ed esercito.

Anche per Croce, la tradizione (umanistica, cristiana, borghese) forniva un “supplemento di anima” all’astrattezza della “Religione della Libertà”.

Un liberalismo che non era affatto contrario ai ceti lavoratori, ché anzi fu il principale propugnatore, con von Stein, Bismark, Giolitti, Keynes, Beveridge, De Gaulle, delle politiche “sociali” dell’era “interventistica” (come le assicurazioni sociali, le pensioni, la limitazione degli orari di lavoro, la libertà sindacale, il sostegno alla domanda, la cogestione,  le politiche industriali), pur essendo contrario all’ anarchia e alla demagogia (“la chienlit” di De Gaulle). Quel liberalismo non era contrario a nessuna forma di selezione (foss’essa scolastica, censitaria, politica, cetuale, burocratica, imprenditoriale, sindacale), purché fosse finalizzata all’elevazione del livello culturale ed etico, alla dedizione alla società, all’efficienza del sistema e alla competitività del Paese nell’ arena internazionale.

La “Democrazia Illiberale” è invece la versione moderna della “Tirannide della Maggioranza” paventata da Tocqueville, dove i pregiudizi della maggioranza rendono impossibile, ai competenti, di governare in un modo sensato e conforme alle leggi, con il risultato dello sfacelo dello Stato e della società.

Esempi tipici:

-la gestione della pandemia;

-la legislazione sulla riqualificazione energetica,

due casi lampanti di problemi reali a cui non si riesce a dare alcuna risposta efficace, o anche solo logica, a causa del coagularsi di luoghi comuni, falsificazioni politico-giornalistiche, interessi inconfessabili dei poteri forti, spezzettamento dei poteri, personalismo, elettoralismo, affarismo, ignoranza, irresponsabilità, incompetenza, debolezza di carattere, ipocrisia…

Coudenhove Kalergi, il primo grande teorico del federalismo, era anche un teorico delle élites

5.E’ possibile un’”epistocrazia europea”?

In effetti, seppure potenziata, l’”epistocrazia”, già cuore della tradizione greca,  sopravvive ancora, camuffata, in Europa. L’aristocrazia ateniese divideva il tempo fra la ginnastica e la retorica, per perfezionare se stessa nel corpo (vedi le statue classiche), quanto nell’ anima (vedi i dialoghi platonici): la “Paideia” esaltata da Werner Jaeger.

Ma, come osservato proprio da Jaeger, quest’ ideale fu poi fatto proprio anche dalle monarchie ellenistiche, dall’ Impero Romano e dal Medioevo cristiano ed islamico, per passare poi al Rinascimento, ai Gesuiti, agl’Illuministi e agl’intellettuali moderni come Nietzsche, Coudenhove Kalergi o Saint-Exupéry: è questa la “tradizione classica” dell’Europa.

Perfino l’attuale Unione Europea mantiene una traccia di questo culto per l’eccellenza, che si manifesta, da un lato, nella severa selezione dei funzionari, e, dall’altro, nello scrutinio dei Commissari da parte del Parlamento.

In concreto, un nuovo ceto dirigente europeo dovrebbe emergere da nuovi processi selettivi ancor più rigorosi, tanto in campo concettuale, che etico, che politico, che istituzionale, che economico. Certo, il clima non è favorevole, con la gelosia dei Poteri Forti e dei “Gatekeepers”, con l’imperare del “politicamente corretto”, con la decadenza dell’economia europea nel confronto mondiale, con le teorie sociali e pedagogiche che puntano piuttosto verso il livellamento, e, in definitiva, verso il “Governo delle Macchine” sostituito al “Governo degli Uomini”: “il complotto contro il merito” di cui parla l’omonimo recente libro di Marco Santambrogio.

A causa di ciò che precede, una virata dell’Europa verso un’”epistocrazia” rappresenterebbe certamente una vera e propria rivoluzione, possibile solo in tempi di grandi rivolgimenti. Ma questi sono, nel mondo, tempi di grandi rivolgimenti. Basti confrontare le skylines di Shenzhen, di Singapore e di Dubai del 1945, del 1975 e di oggi.

Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per riunire contro la Cina tutti i “non cinesi”, il conflitto di potere fra  le due potenze resta ancora sempre molto bilanciato. Da un lato, la Cina è il Paese più grande del mondo, ed, essendo gestito in modo centralizzato, è già ora più potente del resto del mondo messo insieme; dall’ altro, il potere degli Stati Uniti è proteiforme perché è “nascosto” (Immerwahr): dalla teologia ai servizi segreti; dalla cultura alla finanza; dalla tecnologia al costume; dai lobbisti alle basi militari,  ai servizi segreti. Inoltre, per un fenomeno che caratterizza tutte le reazioni a catena, il suo tasso di accrescimento (non solo economico, ma complessivo), tende ad espandersi con progressione geometrica.

In questa situazione, la struttura bipolare dei poteri (spirituali e tecnologici, politici e militari, sociali e giuridici, culturali ed economici) formatasi ai tempi della 2° Guerra Mondiale è sottoposta a una tensione sempre più forte, producendo degli “sfridi” (p.es, la Russia, la “cancel culture”, la Turchia, i “16+1”).

In presenza di siffatti “sfridi”, si creano nuovi ambiti di libertà..(Lavrov), non solo in campo geopolitico, bensì anche in quello culturale, mettendosi in discussione vecchi miti inconsistenti, come l’ Eurocentrismo, l’Occidente, il materialismo volgare, l’idea delle “Nazioni”, ecc. Nell’ambito  della rimessa in discussione della visione del mondo “occidentale”,  si rendono necessari approcci nuovi, quali ad esempio l’umanesimo digitale, il comparatismo,  l’eurasiatismo, i quali, a loro volta, promuovono nuove soluzioni tecnologiche, pedagogiche e sociali (come ad esempio l’Enhancement, l’educazione multiculturale, la cogestione, la Via della Seta), che richiedono nuovi skill e nuovi valori.

Nell’ambito di questa Grande Trasformazione, gli Europei possono provare finalmente a far valere, contro le abitudini e le culture pietrificate di oggi, la loro esigenza di educare una nuova élite europea, poliedrica, multidisciplinare e autonoma. La riduzione del tempo del lavoro dovuta all’ automazione dovrebbe essere utilizzata per la formazione di questa nuova élite, digitalizzata e filosofica, con una cultura filologica e letteraria continentale e intercontinentale, capace di tener testa, da un lato, alle Macchine Intelligenti, e, dall’ altro, agli altri Stati Civiltà.

E’ necessario un Istituto dell’ Intelligenza Artificiale
per dirigere la transizione verso un umanesimo digitale

6. L’educazione degli Europei

Questa esigenza può essere favorita dalle trasformazioni istituzionali? Certo, lo dovrebbe, sia nell’ immediato, quanto “a regime”.

All’interno della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, occorrerebbe creare uno spazio per la cultura, la formazione e l’educazione, che oggi non c’è. Non c’è nella sostanza: Le politiche europee, figlie del funzionalismo, sono incapaci d’ inglobare la cultura, considerata, marxianamente, “una sovrastruttura”

  Non c’è nelle istituzioni: nessuna Istituzione, e neppure nessuna Direzione Generale, sono dedicati alla Cultura.

Non c’è nelle politiche: non è in corso nessun’azione volta a fare conoscere reciprocamente tutte le aree dell’Europa, le loro culture e la loro storia.

Occorrono pertanto come minimo:

-una Fondazione della Cultura Europea;

-una Direzione “Cultura” della Commissione;

-una serie di politiche attive della cultura:

-un Fondo per la Cultura Europea

-un’Accademia della Cultura Europea

-una serie di Accademie Specialistiche

-una holding dell’industria culturale

-una holding del turismo europeo

-una holding della mobilità intraeuropea

-una holding della trasformazione digitale

Tutto ciò farà parte di un articolato capitolo dei convegni e del libro che andiamo preparando nell’ ambito del progetto “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”, a cui tutti sono chiamati a partecipare.

MARIO TCHOU: UN ESEMPIO DA RICORDARE

PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”: 9 NOVEMBRE 2021

ore 10:00-13:00

60° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MARIO TCHOU

Allora e oggi: L’informatica in Piemonte e in Europa,

una riflessione per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

IN DIRETTA E IN STREAMING

BIBLIOTECA GINZBURG, Via Lombroso 16, Torino

Il simbolo del Movimento Comunità

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Passcode: 685473

Con la collaborazione di:

-Movimento Europeo;

-Olivettiana;

-ANGI

-Rivista “Culture Digitali”

.

L’attuale corsa al digitale fra USA e Cina
lascia spazio all’ Europa?

PROGRAMMA

Ore 10,00:Inizio dei lavori; Saluti dei promotori e delle Autorità

Ore 10,45: Intervento di Pier Virgilio Dastoli sulla Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Ore 11,00: Galileo Dallolio (associazione “Olivettiana”) New Canaan (Usa) , Elea 9003 e Programma P101: 

Adriano Olivetti, Mario Tchou, Roberto Olivetti e Pier Giorgio Perotto 

dal 1952 al 1965.

Ore 11,20: Roberto Saracco, Il digitale ieri e oggi

Ore 11,40  Germano Paini, L’impatto-tecnoculturale

Ore 12,00Contributi dei rappresentanti delle Istituzioni

Ore 12,20 Domande e dibattito

Per qualunque problema, tel. 3357761536

Hanzhou, città di origine di Tchou,
oggi uno dei principali centri dell’ informatica mondiale

Sulle pagine de “La Repubblica” del 4 Novembre, Massimo Cacciari ha lanciato giustamente una polemica circa l’”i ncompetenza” dei cosiddetti “tecnocrati” che reggono le sorti di molti Paesi, e, “in primis”, dell’Italia, e sono esaltati, invece, dal “mainstream”, come il sommo vertice della competenza.

Mentre ci riserviamo d’intervenire con maggiore profondità su quell’ articolo, ci limitiamo qui a ricordare ai nostri quattro lettori, un evento, che ricorre domani, che può aiutarci a chiarire la problematicità delle “competenze” nella società europea contemporanea: il sessantesimo anniversario della drammatica morte di Mario Tchou, responsabile della progettazione dei computer Olivetti e  personaggio emblematico di tutta una stagione dell’economia italiana, caratterizzata dallo sforzo di imprenditori e manager (Olivetti, Mattei, Ippolito) per conseguire eccellenze tecnologiche italiane, capaci di contendere i mercati internazionali alle industrie delle grandi potenze, e, in  primis, di quelle americane.

Si trattava di “super-competenti” (tanto dal punto di vista della cultura , quanto da quello dell’economia e della politica) che avrebbero dovuto, e voluto, riorientare la società italiana verso un adeguato equilibrio fra formazione umana e potenza tecnologica, ma che invece, purtroppo per noi, furono prematuramente stroncati prima di poter realizzare i loro obiettivi.

Anche Olivetti, Mattei ed Ippolito  si situavano dunque  a cavallo fra tecnica e politica, sì che sarebbero stati perfetti per un “governo dei competenti” quale auspicato da Cacciari; purtroppo, non erano riusciti ad orientare la società italiana; anzi, furono sonoramente sconfitti. In particolare, il modello olivettiano era tutto finalizzato a creare una sintesi politica nel senso alto fra una cultura poliedrica e  le più avanzate tecnologie.

Quella stagione  si concluse quindi tragicamente per i suoi protagonisti,  stritolati fra i poteri forti occidentali e l’establishment italiano, che, dal dopoguerra, ha basato tutta la propria strategia sulla svendita dell’economia nazionale (sia essa “pubblica” o “privata”), ricevendone in cambio la protezione dei privilegi consolidati e un “soft landing” finanziario all’ estero.

La targa commemorativa di Mattei scoperta qualche giorno fa nel parco di Algeri che porta il suo nomre

1.Divisione internazionale del lavoro e tecno-nazionalismo

Come ricorda Giuditta Parolini nella sua tesi di dottorato su Mario Tchou, “E’ un dato di fatto che l’economia italiana per decenni è cresciuta senza produrre innovazione. Non tutti ritengono che sia un problema. Lo storico David

 Edgerton, critico di quella che chiama una visione  “innovation-centric techno-nationalist”, usa proprio il caso italiano per sostenere la sua argomentazione:’Negli anno Ottanta,  l’Italia ha superato la Gran Bretagna per guadagno pro-capite (…).In un mondo ispirato dal tecno-nazionalismo era letteralmente incredibile che l’ Italia fosse diventata più ricca della Gran Bretagna pur spendendo molto meno della Gran Bretagna in ricerca e sviluppo.”

Parolini  contrappone alle tesi di Edgerton degli ottimi argomenti:“Quanto scritto da Edgerton nel 2006 oggi solleva molti interrogativi alla luce della crisi che ha colpito le economie europee. Paradossalmente sono proprio nazioni quali  Spagna e Italia a soffrire di più. Attribuirne  tutta la colpa al sistema di sviluppo senza innovazione su cui hanno basato la loro fortuna è certo eccessivo, ma è altrettanto legittimo chiedersi se una diversa attitudine per la ricerca e sviluppo non avrebbe potuto dare a queste nazioni strutture più dinamiche e un capitale umano in grado di facilitare la ripresa.”  

Basti pensare alle esperienze, in quegli stessi anni, di Francia e Israele in campo nucleare, al Concorde, a Minitel, ad Ariane, al TGV.

L’autrice  cita a questo proposito Luciano Gallino: “L’attività di ricerca e sviluppo da cui nasce una tecnologia è di per sé un’attività ad alta intensità di lavoro e di conoscenza. La fabbricazione industriale di prodotti ad alta tecnologia è anch’essa ad alta intensità di lavoro. L’impiego di una tecnologia proprietaria consente di generare in tutta la filiera del processo produttivo un valore aggiunto più elevato”.

De Gaulle aveva chiesto aiuto per la Force de Frappe
a Israele e all’ URSS

2. La svendita della Divisione Elettronica

Il punto di vista degli “occidentalisti” sulla Olivetti era stato espresso icasticamente da Vittorio Valletta nel 1964: “La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inseriti nel settore elettronico, che nessuna azienda italiana può affrontare”. Per questo motivo, come  aveva scritto Lorenzo Soria, l’Olivetti venne svenduta alla GE, la  quale per altro l’aveva acquistata solo per “ordini di scuderia” del Dipartimento di Stato, perché, come  implicato dal libro di Paolo Fresco, che aveva negoziato l’acquisto,  non interessata a quel mercato, tanto che essa aveva rivenduto subito dopo la divisione alla Honeywell. Nel frattempo, la Olivetti (forse illegalmente, perché la divisione era stata ceduta) era riuscita a vendere in America ben 44.000 calcolatrici(ori) P101.Questo per dire che la Olivetti era un’impresa che andava benissimo  grazie alle sue competenze, anche senza l’appoggio, né della proprietà, né dello Stato.

Certo, visto che l’informatica non sarebbe divenuta un settore di alti profitti se non trent’anni dopo, con il “capitalismo della sorveglianza”, si sarebbero dovuti superare alcuni decenni durissimi, per i quali effettivamente si sarebbe richiesto un pesante intervento dello Stato, che avrebbe potuto venire solo da un “progetto europeo”, come Panavia, Airbus ed Arianespace, che pure si fecero in quegli anni. Si sarebbe soprattutto passare dalla produzione del hardware a quella del software, dall’informatica alla cibernetica, dalla produzione di sistemi a quella di servizi, e da questi agli ecosistemi.

Matteo Ricci aveva delineato chiaramente l’alternativa
fra nichilismo e pensiero costruttivo

3.Una scelta esistenziale

La scelta fra il “laissez-faire” e il “tecno-nazionalismo” deriva innanzitutto da scelte antropologiche e politiche a monte. Il “tecno-nazionalismo”,  esaltato  tra gli altri da Servan-Schreber e da Glotz, Seitz e Suessmuth, oltre che da Edward Luttwak,  prende le mosse da una valutazione “forte” del legame sociale,  inteso in primo luogo un progetto di civiltà. I  “tecno-nazionalisti” sono convinti che, pur all’ interno della visione scettica tipica della modernità, l’Umanità meriti ancora di proseguire, e, pertanto, che anche la singola persona abbia delle ragioni per garantire una continuità di idee, di affetti, e perché no, anche di istituzioni e di sangue. Il che non significa solo Nazione, ma anche e soprattutto famiglia, impresa, città, tradizioni, Continente. Orbene, nella società post-industriali, queste forme di continuità sono rese possibili solo dal possesso delle nuove tecnologie, in quanto i poteri forti condizionano tutte le società, proprio tramite le tecnologie, nella direzione dell’ omologazione e dalla meccanizzazione della vita. S’impone agli altri un Kulturkampf tecnologico .

Il liberista o il terzomondista, che considerano  peccaminoso il tecno-nazionalismo perché mira a rafforzare la propria azienda, il proprio territorio, il proprio Paese, nella concorrenza internazionale, sono in fondo dei nichilisti e degl’ipocriti, che sanno benissimo  che le grandi Potenze praticano il tecno-nazionalismo fino a livelli impensati (il “keynesismo militare” di Kalecki); e, tuttavia, ritengono (in buona o in cattiva fede), che, per l’ Europa, sia meglio non imitarli, sia perché le risorse impiegate per la ricerca e sviluppo (come quelle per la Difesa) potrebbero essere invece usate per incrementare i consumi, sia perché una corsa agl’investimenti tecnologici porta con sé un accrescimento delle conflittualità, con rischi per la stabilità dei rapporti sociali consolidati. L’azienda, il paese, la nazione, perfino la famiglia, sono, per costoro, delle realtà transeunti, da subordinare al quieto vivere, e, soprattutto, alle gratificazioni immediate degl’individui. Per essi, il modello ideale sono le “trente glorieuses”, in cui gli Europei campavano, anche se ingloriosamente, costruendo automobili,  producendo moda, gestendo alberghi e spiagge per i miliardari americani e le dive di Hollywood, mentre gli Americani (e i Sovietici) andavano nello spazio.

Di converso, per i “tecno-nazionalisti”, ad alimentare la volontà d’ innovazione tecnologica e sociale è proprio quella “corrispondenza di amorosi sensi” con i morti e con i non ancora nati, che dà l’entusiasmo di vivere e di lottare. Non per nulla il movimento di Olivetti si chiamava “Comunità”, ed aveva, come simbolo, una campana, dimostrando le proprie fortissime radici personalistiche, localistiche  e tradizionalistiche.

Non diversamente che nel mondo naturale, anche in quello umano tutto si sviluppa conquistando nuovi spazi. Nel mondo contemporaneo, dove la guerra è più rara perché più micidiale, quest’espansione si realizza essenzialmente attraverso l’economia, e sempre più la tecnologia. La “Search of Excellence” tanto esaltata, negli anni ’80 e ’90, dalle teorie di management, altro non era se quella scienza che studiava la conquista dei mercati grazie all’innovazione tecnologica e sociale all’ interno della “Società della conoscenza”.

Dopo la IIa Guerra Mondiale, gli Stati Uniti (definiti proprio per questo una nazione giovane, che traina il mondo intero) hanno perseguito in tutti i modi la superiorità politica ed economica attraverso l’innovazione sociale (la grande impresa, l’organizzazione tayloristica-fordista, l’economia creditizia, la bomba atomica, le Conferenze Macy, il fall-down tecnologico, la common law, la rivolta di Berkeley,  la globalizzazione, la finanziarizzazione, l’informatica, l’ideologia californiana…).

Hanno imitato gli Stati Uniti quei Paesi che aspiravano (ed aspirano) a non essere fagocitati nel “soft power” americano (URSS, Israele, Giappone, Francia, Germania, e, oggi, Cina),perché presumono di avere un messaggio storico alternativo  da  tramandare ( il mondo delle steppe, il monoteismo, la saggezza orientale, la Rivoluzione Francese, la cultura mitteleuropea, il “socialismo con caratteristiche cinesi”), i quali sono stati costretti, dal meccanismo della “rivalità mimetica”(Girard), a “clonare” almeno taluni aspetti del sistema americano (l’industria militare, la militarizzazione della società, il fall-out tecnologico, le Public Companies, le industrie digitali).

Il nostro progetto di Istituto per l’ Intelligenza Artificiale è stato
bocciato dal Governo senza neppure comunicarlo

4.Un declino inevitabile

Dal punto di vista dei risultati a lungo termine, le due scelte non sono indifferenti. La strada dei prodotti di consumo a basso contenuto tecnologico (vetture utilitarie, turismo, moda) percorsa deliberatamente da Italia e Spagna ha portato (come si prevedeva), dopo i primi 30 anni dalla fine della guerra, alla fuga da questi Paesi dei capitali nazionali, degl’intellettuali e dei tecnici innovativi, delle imprese importanti, dei posti di lavoro. Un invecchiamento generale della società.

Non per nulla questa strategia era stata predicata, praticata e perfino imposta al mondo industriale di gran parte d’ Europa, espressamente per non fare ombra ai colossi americani (come risulta dalle documentate pressioni in tal senso, descritte ancora in opere recenti). E se ne vedono i risultati. Questa “linea politica”, controintuitiva e tirannica non meno di quelle imposte a Est dal Comintern e dal COMECON, dava luogo a situazioni paradossali, spiegabili solo con un eccesso di conformismo. Un ricordo personale: i Servizi Legali della FIAT avevano realizzato, negli Anni ’70, un’indagine fra i cosiddetti “capi-settore”, cioè gli Amministratori delegati delle 12 sub-holding del Gruppo, sull’ importanza dei brevetti, da cui era emerso che nessuno di essi li considerava importanti, preferendo evidentemente, o copiare, o pagare delle licenze, o infine, usare tecnologie obsolete. La realtà sul campo era ancor più stupefacente. Infatti, quando, al Settore Componenti aveva realizzato un’indagine lievemente diversa, vale a dire quella del bilancio tecnologico fra tecnologia acquisita dall’ esterno e tecnologia licenziata a terzi, era risultato che, in realtà, tale bilancio era positivo: la componentistica FIAT in realtà cedeva all’ esterno più tecnologia di quanta ne comprasse, e questo dimostra ch’essa generava, al suo interno, tecnologia nuova. Come si spiega siffatto paradosso se non con il conformismo dei vertici aziendali, che, per essere più realisti del re, fingevano addirittura di essere più arretrati di quanto in realtà già lo fossero?

Servan-Schreiber aveva teorizzato per primo la sovranità

5.Olivetti, Mattei, Ippolito (e Tchou) in controtendenza

Olivetti, Mattei e Ippolito, pur essendo ben introdotti nella logica dei “poteri forti” dell’era della Guerra Fredda, avevano deciso di non stare al gioco, anzi, avevano sfidato quel “mainstream” rinunciatario. Tchou, che era un  giovanissimo professore ancora in aspettativa in America, lo aveva detto con chiarezza nella sua intervista del 59 di Paese Sera:“Attualmente possiamo considerarci allo stesso livello (dei nostri concorrenti) dal punto di vista qualitativo. Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo Stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo della Olivetti è relativamente molto notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo Stato.”La Olivetti, invece, anziché vendere i propri computer allo Stato a caro prezzo, li aveva perfino regalati.

Nel 1958, il Governo americano aveva fondato DARPA, il famoso Ente militare per il finanziamento delle tecnologie “duali”, che, proprio nel 1960, aveva cominciato a finanziare DARPANET, il primo Internet.

Olivetti stava lavorando a una trasformazione dell’ Olivetti secondo il modello tedesco dell’”impresa di Stakeholders”, un’associazione fra Politecnico di Torino, comune di Ivrea, una fondazione di lavoratori e la famiglia Olivetti, non diversa da quello che sono oggi, grazie alla cogestione, la Volkswagen, la Daimler e la BMW. Il 28 luglio 1960 era entrata in vigore la Volkswagengesetz, grazie a cui la più grande impresa automobilistica (che domina, tra l’altro, il mercato cinese), è diretta congiuntamente dal Governo, dagli azionisti, dai manager, dai lavoratori e dalle banche. Come dimostrato dall’ enorme peso che la sindacalista italo-tedesca Cavallo sta avendo nel conflitto con il vertice aziendale.

Queste anomalie non potevano essere tollerate, né a Roma, né a Torino. Gli Stati Uniti avevano più volte fatto pressione sul Governo perché bloccasse le iniziative di Mattei (che morrà anch’egli, in un attentato, nel 1962). Nello stesso tempo, in Italia, anziché la trasformazione dell’ Olivetti in fondazione, si era verificato l’ingresso nel capitale sociale del Gruppo d’Intervento capeggiato da Mediobanca, con il passaggio in minoranza della Famiglia Olivetti. In quell’occasione, il Professor Valletta, presidente della Fiat, aveva pronunziato  la famosa frase sulla necessità di “estirpare la Divisione Elettronica, perché l’ Italia non se la poteva permettere”.

Mario Tchou con l’ ELEA 9003

6.Il ruolo di Tchou

Valletta non aveva poi tutti i torti.

Innanzitutto, gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di permettere la nascita di concorrenti nell’ industria informatica.

In secondo luogo, senza l’ Europa, l’Italia non avrebbe potuto sostenere il costi di una corsa all’ informatica. Oggi, perfino gli USA sono stati costretti ad adottare una legislazione ben più coercitiva per costringere i vari segmenti della società americana a cooperare alla rincorsa della Cina in campo digitale.

Infine, l’ Italia non aveva neppure tutte le competenze necessarie.

Mentre le prime due carenze non si rivelarono superabili, alla terza Olivetti aveva cercato di porre rimedio attraverso Mario Tchou, un italiano anomalo (soprattutto per quei tempi): un italo-cinese di seconda generazione, specializzato in America, dov’era diventato professore giovanissimo.

Nel fare ciò, Olivetti era stato incoraggiato da Enrico Fermi. Un altro innovativo professore italiano emigrato e ben inserito in America.

Infine, nel 1961, quando era risultato evidente a Roberto Olivetti, rimasto solo a proseguire l’ambizioso programma del padre, che non avrebbero trovato aiuto in Italia, i due avevano perfino tentato (secondo la giornalista americana Meryle Secrest, che vi aveva addirittura partecipato, un avventurosissimo contatto con la Cina di Mao, partendo da Hong Kong con lo yacht di Roberto, pochi giorni prima della morte di Tchou.

In effetti, Tchou, per quanto italianissimo e perfettamente inserito nell’ambiente culturale italiano, non aveva troncato per nulla i suoi legami con la Cina. Aveva ancora il passaporto cinese (a quell’epoca l’unico Stato cinese riconosciuto dall’ Italia era Taiwan), e in famiglia parlava cinese. D’altro canto, la sua famiglia, originaria di Hangzhou (città dedita quante altre mai al culto di Marco Polo), era di altissimo livello culturale; suo padre era stato imprenditore della seta e diplomatico.

Anche Mario Thou aveva un ampio spettro di interessi, ed era stato dispiaciuto di dover interrompere, per l’impegno alla Olivetti, la sua consuetudine di suonare al pianoforte.

Dalle ormai molte sue biografie, risulta ch’egli era un tipico “gentleman”  d’una volta, un “junzu”  per la terminologia confuciana. Qualità che gli giovava moltissimo, tanto nei rapporti interpersonali, quanto nella leadership del gruppo di lavoro ch’egli diresse, prima a Barbaricina, poi a Borgolombardo. Questo suo modo di fare, unito alla sua incredibile cultura e competenza, lo rendevano estremamente persuasivo, mettendolo in grado di chiedere al suo team le prestazioni più impossibili. Spirito di “team”, se vogliamo, “tipicamente cinese”, che gli sopravvisse, e trovò la sua più illuminante espressione  dopo la sua morte e dopo la cessione della Divisione alla GE, quando il piccolissimo team dell’ ing. Perotto, in una stanza completamente circondata dallo stabilimento GE, riuscì a produrre come Olivetti, sotto la dicitura “Calcolatrice”, quello che in effetti era un calcolatore elettronico (quindi, ceduto alla GE), a venderlo in America in 44.000 esemplari e a vincere, infine, una causa milionaria con Honeywell per plagio.

Dopo le decisioni sull’AI del Parlamento Americano ci vorrebbe un’Agenzia Tecnologica Europea

7.Una nuova sconfitta del Piemonte: l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale

Dopo 60 anni, c’ ancora qualcuno che non vuole che Torino rinasca come città delle alte tecnologie, perché non vuole che la transizione italiana ed europea verso il digitale abbia una testa pensante, bensì che resti una massa fluida e innocua, che non incide nella divisione internazionale del lavoro.

In contemporanea con le elezioni amministrative di Torino del mese scorso, il Governo ha elaborato infatti una nuova strategia per l’ IA, che smentisce integralmente i risultati a cui era pervenuta la lunga e faticosa elaborazione della precedente commissione di esperti, e, in particolare, cancella completamente, tanto l’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, quanto la scelta di Torino quale sua sede.

Su tutto questo non c’è mai stato un articolo sui giornali di Torino, né una spiegazione, presa di posizione o polemica da parte di scienziati, candidati, industriali, eletti, partiti politici. Tutti d’accordo, tutti zitti, come ai tempi di Olivetti, Mattei e Ippolito (e Tchou).

Poco più di tre anni fa, nel settembre 2018, il Ministero per lo Sviluppo Economico  Di Maio aveva pubblicato un bando per cercare esperti che redigessero la strategia italiana per l’intelligenza artificiale, che l’anno successsivo avevano presentato 72 raccomandazioni, poi diventate 82.

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Il 1 ottobre 2020 era partita una nuova consultazione pubblica della durata di un mese.Nel frattempo erano passati due anni dal primo bando per cercare gli esperti, con ben due consultazioni pubbliche sui documenti prodotti.Durante questo periodo si era parlato molto dell’Istituto e di quale città dovesse ospitarlo. Era stata Torino a spuntarla, forse anche per compensare la mancata assegnazione del Tribunale UE dei brevetti (andato a Milano). Nel novembre del 2020 il Governo aveva annunciato lo stanziamento di fondi per l’I3A di Torino.

Ora non è più il Ministero dello sviluppo economico  a tirare le fila, bensì una collaborazione fra il Ministero dell’università e della ricerca, il Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale e il MISE, che costituiscono un nuovo gruppo di esperti, per redigere un documento “aggiornato”.

Il quadro tracciato non è roseo. L’Italia arriva in ritardo rispetto ai partner europei. Era il 2018 quando l’allora ministro dello Sviluppo economico aveva annunciato la pubblicazione di una strategia italiana per l’IA. Da quel momento si erano succeduti tre governi ed erano stati prodotti due documenti strategici, con relative consultazioni pubbliche, senza arrivare a una versione definitiva per far recuperare all’Italia il tempo perduto nella governance e nell’accelerazione dell’AI, sorpassata praticamente da tutti i partner europei (oltre che, ovviamente, da USA e Cina).

Nel frattempo, il Pentagono sta testando sistemi AI per ottenere allerte strategiche sulle azioni avversarie prima che queste avvengano. In altre parole, un sistema di AI predittiva che prevede le mosse del nemico per consentire azioni proattive, che ripercorre i passi del vecchio sistema sovietico con lo stesso scopo, che era stato bloccato nel 1983 dall’ eroico comportamento del maggiore Petrov.

Questa è la vera ragione dell’ incredibile ritardo: si aspettava che al governo negli Stati Uniti arrivasse Biden, per poter avviare il Transatlantic Technology Council, per poter inserire l’Intelligenza Artificiale italiana nella programmazione dell’ Endless Frontier Act, che stabilisce la nuova strategia digitale americana, che continua ad essere basata sull’ imperativo (avente forza di legge) della subordinazione degli ecosistemi digitali europei a quello americano.

Di tutto ciò, neppure la seppur minima indicazione da parte della politica. In queste condizioni, in cui nulla del nostro destino si decide con le urne, come stupirsi se l’enorme maggioranza degli elettori non va a votare?

PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”: 9 NOVEMBRE 2021

ore 10:00-13:00

60° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MARIO TCHOU

Mario Tchou con l’ELEA 9003

Allora e oggi: L’informatica in Piemonte e in Europa,

una riflessione per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

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-Rivista “Culture Digitali”

La calcolatrice P01,
primo “computer” italiano

La corsa alla leadership nelle nuove tecnologie, attualmente aperta  fra le diverse aree del mondo, e, in particolare, fra Stati Uniti e Cina, vede l’ Europa in una posizione di grande debolezza, non diversa da quella degli Anni ’50 e ’60, quando si era svolta l’avventura della Olivetti, la quale, con una tempistica eccezionale, aveva anticipato, con i suoi prodotti ma soprattutto con la sua cultura umanistico-digitale, i temi che sono oggi al centro dell’attenzione  generale.

Ora come allora, la consapevolezza complessità della transizione digitale e la sua centralità nello sviluppo delle società contemporanee  faticano a farsi strada in diversi ambienti, che si attardano in visioni della società, dell’ economia e della tecnologia, che erano proprie piuttosto del secolo scorso, ma, oggi non hanno più ragione d’essere.

Una riflessione storica su quegli anni, sul significato delle proposte di Olivetti e di Tchou, sui motivi della interruzione del loro esperimento, potrebbero essere molto utili per comprendere il momento che stiamo vivendo oggi, quando, al momento dell’apogeo delle fortune dei GAFAM americani e dei BATX cinesi, l’ Unione Europea ambirebbe a proporsi quale “Trendsetter del dibattito mondiale” in campo digitale.

Soprattutto centrale per la definizione di una via europea al digitale è la sintesi di cultura e tecnologia digitale sperimentata alla Olivetti negli anni di Adriano Olivetti e di Mario Tchou.

La singolare vicenda dell’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale, relativamente al quale i successivi Governi italiani  hanno compiuto una spettacolare retromarcia,  ci fa riflettere sugli eventi di quegli anni, con la nascita (subito abortita) di una “Silicon Valley italiana”: la formazione di un eccezionale team d’intellettuali, scienziati e tecnologi (di cui Tchou fu il più brillante rappresentante); la progettazione di due prodotti d’avanguardia e di grande successo commerciale, interrotti per l’ incomprensione di parte  degli stakeholders, dalla morte dei due protagonisti, Olivetti e Tchou, e dalle radicali trasformazioni dell’azienda.

Oggi come allora, l’Italia sembra non comprendere che la società del 21° secolo ha come cuore pulsante il digitale, e che, di conseguenza, nessun Paese del mondo, e meno che mai coloro che, come l’ Italia e l’ Europa, si pretendono all’ avanguardia, possono permettersi di trascurare questo centrale elemento della cultura, della scienza, dell’ economia, della società e della tecnologia contemporanee.

L’attuale corsa al digitale fra USA e Cina
lascia spazio all’ Europa?

PROGRAMMA

Ore 10,00:Inizio dei lavori; Saluti dei promotori e delle Autorità

Ore 10,15: Intervento di Pier Virgilio Dastoli sulla Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Ore 10,30: Contributo storico dell’Associazione “Olivettiana” (Rebaudengo, Chili, Gentile  Melandri,Rizzoli, Renzi)

Ore 11,15: Roberto Saracco, Il digitale ieri e oggi

Ore 11, 40  Germano Paini, L’impatto-tecnoculturale

Ore 12,10 Contributi dei rappresentanti delle Istituzioni

Ore 12,30 Domande e dibattito

Modera Marco Margrita