Archivi categoria: Technologies for Europe

MAI PIU’GUERRE?

Considerazioni su Trump come “pacificatore”

Se c’è un tema che accomuna buona parte del mondo politico e culturale di oggi, è la pretesa ricerca della pace.

Tuttavia, la fragilità della tregua di Gaza mostra l’eccesso di retorica che ancora una volta ha caratterizzato la pretesa “Pace Perpetua” mediata questa volta dal Presidente Trump, dimostrando un’ennesima volta l’impossibilità della Pace Perpetua nell’immanenza.

1.Pacifismo e imperi

Come abbiamo spiegato in precedenti post, quella ricerca è stata presente, nel discorso culturale e politico, fino dall’ antichità, specie nei grandi Imperi (persiano, cinese, romano, islamico) e nelle religioni universali  ad essi legate (mazdea, buddista, cristiana, Islam), ma il suo significato reale è sempre stato intrinsecamente ambiguo. Tutti d’ispiravano alla formula, fatta propria da Trump, “Piece through force”,, vale a dire che il potere esorbitante dell’ impero avrebbe reso impossibile, fa i popoli conquistati, una guerra divenuta, dopo la conquista, intestina all’ Impero stesso, e quindi vietata dall’ Imperatore (anche se l’Impero Persiano fu presto sconfitto da Alessandro e l’impero macedone fu spartito  fra i Diadochi).

Attraverso l’imposizione della pace, l’Imperatore voleva dimostrare la propria superiorità (quasi divina), e la propria funzione storica.

La pace vantata dagli imperatori achemenidi era quella ottenuta soggiogando i regni e le città del Medio Oriente e trascinando in catene a Persepoli i loro governanti, come raffigurati sulle tombe imperiali e nei palazzi della capitale. Quella dei profeti ebraici prevedeva che Gerusalemme divenisse la capitale del mondo, e quella dei Romani si concretizzava nel “parcere victis et debellare superbos”. La “Trewa Dei” era, come dice il nome stesso, una tregua fra i potenti cristiani, sponsorizzata dalla Chiesa, per poter meglio combattere gl’infedeli per la “Dilatatio Christanitatis” auspicata da Sant’Agostino, mentre l’ “Ewiger Landfrieden” era la pace fra i feudatari tedeschi imposta dall’ Imperatore, sotto severe sanzioni.

Anche la Pace di Westfalia consistette essenzialmente nell’imposizione ai vari Stati, dopo la guerra dei Trent’Anni, della confessione religiosa dei rispettivi principi (“cuius regio, eius religio”). La Pace Perpetua di Podiebrad e di St-Pierre era una pace fra gli Europei  per meglio gestire la colonizzazione degli altri Continenti, mentre i Trattati di Versailles, Trianon e Santo Stefano  sancivano la distruzione degl’imperi tedesco, austriaco, russo e ottomano, preparando il terreno alla guerra totale e agli stermini del nazionalismi scatenati.

La Guerra Fredda si reggeva sulle bombe di Hiroshima e Nagasaki e sull’ occupazione dell’ Europa: la Pax americana si fonda  sulle basi NATO e sulla Società del Controllo Totale. L’”Ordine Mondiale Basato sulle Regole” mira ad imporre il mantenimento in piedi  di un equilibrio culturale, sociale, demografico, economico e militare egemonico intorno agli Stati Uniti (l’”Impero Nascosto”), sì che ogni attentato a tale equilibrio viene inquadrato come un delitto, e, come tale, esposto a sanzioni (che vanno dalla bomba atomica, al napalm, ai colpi di Stato, ai dazi, ai processi e le esecuzioni contro i leader sconfitti).

In queste condizioni, vale quanto scritto a suo tempo da Tacito: “fecero un deserto e lo chiamarono pace”.E il testo più realistico sulla guerra resta il  “Bhagavad Gita”, parte del Mahabharata contenente gl’insegnamenti di Krishna. Nel primo capitolo, il principe-guerriero Arjuna si trova sul campo di battaglia di Kurukshetra, pronto a combattere contro i suoi stessi parenti e maestri. Di fronte alla prospettiva della guerra fratricida, è sopraffatto dal dolore e dal dubbio morale. Dice:“O Krishna, dopo aver visto tutti i miei parenti riuniti qui con ansia di combattere uno contro l’altro, sento le mie membra perdere forza e la mia bocca seccarsi.”Krishna  lo esorta a compiere il proprio dharma (dovere) di guerriero, insegnandogli che l’anima è immortale e che la morte nel corpo non è la fine. La guerra diventa così un simbolo del dovere spirituale e della lotta contro l’ignoranza.

2.Guerra e natura umana

La guerra fa parte della “natura umana”, come scrissero Eraclito, De Maistre e De Landa, ed è  ben riassunto in un recente saggio di Sadun Bordoni. Non solo e non tanto come un residuo di animalità, ma anche e soprattutto per il trauma della finitezza – cognitiva, temporale e pratica- (la “Geworfenheit”, per dirla con Heidegger), che provoca, nell’ uomo, un senso incessante di frustrazione e rivalsa.

Nella condizione della Geworfenheit, la pace perpetua significherebbe accettazione dell’ inutilità della vita, mentre la guerra (in tutte le sue forme) viene sentita invece come garanzia di libertà, cioè di movimento, di cambiamento (la “rivolta”). Oggi la pace fra gli uomini è forse possibile attraverso  il trasferimento delle loro qualità alle macchine (le quali, semmai, si faranno poi la guerra fra di loro, così come, in parte, sta già accadendo), mentre gli uomini, finché esisteranno, saranno sottoposti alla disciplina mondiale imposta dal sistema macchinico ( Big Data, Intelligenza Artificiale, Cyberintelligence).

Prendere atto di quanto precede significa forse favorire e fomentare le guerre?Al contrario, significa, a nostro avviso, tentare di  riportare i conflitti umani entro limiti sopportabili, evitando che la loro estremizzazione porti al passaggio del controllo alle macchine, come sta avvenendo attraverso sistemi digitali come “Dead Hand”, che contengono un comando di autodistruzione dell’Umanità.Richiede anche una lotta concorde dell’ Umanità contro il predominio delle macchine.

Oggi, i discorsi concilianti sulla pace e sulla guerra da parte di potenti, Chiese, cultura, politica e comunicazione, sono pura propaganda a favore  questo o per quell’altro gruppo di potere. A sentire tutti costoro, infatti,  la pace sarebbe raggiunta non appena il nemico si arrendesse (il disarmo di Hamas, la “denazificazione” dell’ Ucraina, il “Régime Change” in Russia o in Iran). Nessuno pensa neppure lontanamente a un disarmo reciproco, e neppure a forme più blande dello stesso, come il controllo degli armamenti e della ricerca in campo digitale, come suggerito da Kissinger e Yudkowsky.E, soprattutto, nessuno pensa minimamente a un “Disarmo culturale”(Raimon Panikkar), ove venga riconosciuta l’eguale legittimità di tutte le civiltà (precolombiana e cinese, africana e delle steppe, medio-orientale e americana, indiana ed europea), come invocato da tempo da Spengler e Toynbee. Solo su questo presupposto si potrebbe evitare il protrarsi in eterno di conflitti che sono radicati nell’identità stessa dei vari popoli e nel loro senso di “eccezionalità”(dall’ arroganza romano-germanica al conservatorismo russo, dal messianesimo americano a quello sionista, dal jihad islamico al Bharat Akhand indiano..).

Venendo ora a Palestina e Ucraina, quei territori sono stati da sempre i punti di partenza dei maggiori conflitti: dagli Yamnaya agli Argonauti; da Attila ai Magiari; dal Principe Igor a Chinggis Khan; dai Cosacchi ai Tartari; da Chmelnicki a Mazeppa; dalla Guerra di Crimea all’UPA; dalla stele di Merneptah ai bassorilievi di Medinat Habu; dalle Guerre Giudaiche alla rivolta di Zenobia; dalle Crociate a Lawrence d’ Arabia…

I testi egizi erano già pieni di riferimenti a infiniti popoli in competizione nel “Levante Meridionale” (cfr.Ida Oggiano, “Dal terreno al divino”: oggi, la “Palestina”), agli Hyksos, ai Popoli del Mare, agli Habiru, agli Aperu, agli Ya’su, agli Yahu, ai Pelest, i Zeker, I Shekelesh, gli Sherdana…per non parlare degli Egizi a Ashdod, degli Aramei, dei Samaritani, dei Fenici , degli Assiri e dei Greci, che anticipano di millenni l’attuale conflitto.

Il “Sarmatismo”, importato dall’ Italia alla corte di Bona Sforza a Cracovia, ha legittimato l’enorme regno di Polonia (comprendente l’Ucraina Occidentale), e ancor oggi ispira le politiche espansioniste dell’ Occidente sotto l’influenza di politici di origine ucraina, Brzezinski, Nuland e  Blinken       .Anche  il Sionismo fu fatto avanzare dagli Ebrei ucraini, e i maggiori fautori della Grande Israele (come Žabotinskij, Golda Meir, e, ora, Nethanyahu -da parte di madre-, Smotrich, dal nome di una cittadina ucraina)provengono da quell’ area. Non parliamo poi di Zelenskij.

Jihad e Crociate si sono scontrate proprio in Palestina, così come la Guerra di Crimea nacque per la rivendicazione, da parte dei vari Paesi Europei, del diritto di fungere da protettori dei Cristiani di Terrasanta.

3.I “Costruttori di Pace”

Quindi, nella storia, la pace non è stata mai una realtà, ma piuttosto solo un tentativo. Anche le pretese grandi paci, come per esempio la Pax Romana, la Pax Mongolica, la Pace di Westfalia, la Belle Epoque e la Pax Americana, sono state costellate da guerre terribili, come quella con Antonio e Cleopatra e quella con i Germani, oppure l’invasione di Siria, Palestina, Russia, Ungheria e Polonia; come le Guerre di Successione;  le Guerre Balcaniche e quelle in Palestina, Grecia, Corea, Vietnam. Afghanistan, Iraq…

Questa è la ragione per cui, una volta messa in luce l’ipocrisia che sta dietro alle retoriche pacifiste degli imperi, questa critica non si estende all’invocazione della pace da parte delle religioni, che svolgono, ciò facendo, un loro compito, purché siano consapevoli del fatto che, fino all’ Ora Ultima, questo sarà sempre e soltanto confinato al ruolo di un tentativo.Al massimo, ciò che spetterebbe ad esse, e, innanzitutto, per la sua posizione inequivocabilmente eminente, al Sommo Pontefice,  sarebbe il ruolo di un altissimo mediatore, come veniva riconosciuto nei progetti medievali di “Pace Perpetua”. La pretesa dei Presidenti degli Stati Uniti di occupare questo spazio è obiettivamente una forma di hybris, che  non cesserà di avere conseguenze negative.

Insomma, la Civitas Dei e la Civitas Homini si incontreranno solo alla fine.

Intanto, in contrasto con le retoriche europeistiche sulla “Pace Perpetua”, le guerre in corso stanno plasmando addirittura il panorama politico dell’ Europa, creando fronti contrapposti proprio sull’atteggiamento da tenersi sulle guerre. Basti pensare a Giorgia Meloni, a Orbàn, a Kallas, a Albanese, a Fico, a Merz, a Babiš. Così, si è creato un “Fronte dell’Intermarium”, favorevole alla guerra con la Russia, che monopolizza gli incarichi rilevanti dell’ Unione (Kallas, Kubilius, Dombrovkis), contro  un “Fronte di Visegrad” (Orbàn, Fico, Babiš, Vučić), favorevole al dialogo con la Russia. Quant’è lontano il tempo in cui l’ Europa Centrale e Orientale era un territorio lontano e sconosciuto!

4La corsa dell’Europa per costruire  il suo “Scudo Aereo”

Altrettanto temeraria di quella di Trump è perciò la pretesa dell’ Unione Europea di costituire l’avanguardia della pace mondiale.

In effetti, mentre gli Stati premoderni avevano almeno tentato in concreto (con i “Due Soli”)di costruire un organismo, se non unitario, almeno coerente, che potesse interfacciarsi con l’Impero Islamico, con quello mongolo e con la Cina, l’Unione Europea è partita fino dall’ inizio sotto una forte spinta americana (Fulbright, Sullivan, la CIA), e ha continuato per decenni a coltivare solo una limitata politica commerciale, ancillare agli USA (la concorrenza, il management), mentre l’Arabia, Israele e la Cina emergevano quali poli effettivi del potere mondiale; infine, proprio alla caduta dell’ Impero Sovietico, quando avrebbe potuto ergersi a nuova potenza indipendente, si è appiattita su un occidentalismo che le ha tolto ogni capacità di proposta e di iniziativa.

Ora, come scrive, su Euractiv, Miriam Saenz de Tejada, quando i leader dell’Unione europea si sono riuniti a Copenaghen all’inizio di ottobre, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato l’urgenza di costruire una “muraglia di droni” europea – una rete coordinata di radar, sistemi di disturbo e intercettori anti-drone per neutralizzare le minacce prima che raggiungano spazi aerei sensibili. Allo stesso tempo, sta prendendo forma un piano ben più ambizioso, che potrebbe integrare la cosiddetta “muraglia di droni” in una rete difensiva su scala continentale, lo Scudo Aereo Europeo (European Air Shield).

Le recenti incursioni di droni russi – considerate un modo per testare la difesa aerea e la tenuta politica della NATO, ma soprattutto gli annunzi sui missili ipersonici e sul siluro nucleare Poseidon, – hanno messo a nudo alcune scomode verità:la guerra moderna non si misura più con i numeri, ma con la precisione su larga scala. Costruire uno Scudo Aereo Europeo non sarà né facile né economico. L’UE dovrà superare differenze politiche, problemi di approvvigionamento e costi elevati. Inoltre, non può semplicemente replicare l’Iron Dome israeliano: quel sistema protegge un territorio ristretto e densamente popolato da minacce a corto raggio. L’Europa, invece, ha popolazioni sparse su un’area immensa e deve affrontare l’intero arsenale russo, dai missili Iskander a corto raggio agli ipersonici Avangard a lungo raggio, fino a Oreshnik, Burevestnik e Poseidon..

L’industria della difesa europea resta frammentata. “Berlino sostiene IRIS-T e Patriot attraverso la European Sky Shield Initiative, mentre Parigi e Roma puntano sul SAMP/T, e Oslo e altri Paesi si affidano ai NASAMS”. La sfida, dunque, non è solo tecnologica, ma politica. Un sistema di difesa credibile e multilivello richiede non solo miliardi di investimenti, ma un grado di coordinamento che l’Europa ha storicamente faticato a raggiungere.

5.Etica dell’Intelligenza artificiale nella difesa

In realtà, l’Europa sta affrontando la difesa del XXI° Secolo con una mentalità da XX° Secolo.

Mentre, nel XX° Secolo, dominavano l’aviazione e la missilistica, nel XXI° domina l’Intelligenza Artificiale. Ai problemi, oramai risalenti, dell’”eticità” dell’ Intelligenza Artificiale, si aggiunge il rapido avanzare delle tecnologie di difesa.

I problemi sono assolutamente nuovi. Una potenza che, come l’Europa “parta da 0”, dovrebbe incominciare con l’AI. Qui confluiscono  tante questioni irrisolte. Come possa la guerra essere etica? Se esista una “guerra giusta?;  Come applicare alla guerra tecnologica moderna i principi “tradizionali” dello “jus in bello” (quelli antichi, greco-romani, cristiani, islamici, hindu, quelli relativamente recenti)?.

Secondo le culture guerriere dell’ antichità (pensiamo al Bhagavad Gita, a Sant’Agostino, al Jihad, alla Regula Novae Militiae, allo Jus ad Bellum e allo Jus in Bello della Dottrina della Chiesa e del Diritto internazionale), la guerra era non solo etica, ma era una delle attività più nobili. Pensiamo che Ramses, Pericle, Augusto, Carlo V, Washington, Napoleone, Vittorio Emanuele II, Stalin, Mao, Castro e Che Guevara (per non dire Mussolini e Hitler), sono sempre stati rappresentati in tenuta militare.

Tuttavia, questo era già contestato dal jainismo, dal Buddhismo, dai primi Cristiani, dagli anarchici. Oggi, sembra che il pacifismo sia divenuto “mainstream”, anche se si vede che, quando c’è una guerra concreta, dalla destra alla sinistra, nessuno si tira indietro a stanziare miliardi e a spedire missili.

Il punto è che molte guerre, e tutte quelle contemporanee, sono “guerre culturali”. Sono combattute per affermare la superiorità di una cultura sull’ altra: “democrazia” contro “autocrazia”; “Occidente” contro “il Resto”; “Mondo Russo” contro Occidentalismo; Islam contro Sionismo, ecc…Quindi, esse sono “giuste” per ciascuna delle parti combattenti. Anche i concetti di “aggressore” e “aggredito” sono soggettivi, perché all’origine c’è sempre una prevaricazione reciproca: il colonialismo, l’imperialismo, la Guerra Santa, le Guerre del Signore…

Le guerre erano sempre state  “non etiche”, non soltanto per il principio in sé, ma perché le difficoltà tecniche e logistiche rendevano normali il saccheggio, lo stupro, la distruzione di città, perfino il genocidio (pensiamo alla Guerra di Troia, alle conquista di Canaan, della Gallia o dalle Americhe).Tuttavia, proprio quando, con il diritto internazionale bellico, si è tentato di mettere un rattoppo su tutto ciò, e le condizioni tecniche renderebbero possibile un controllo come in tempo di pace, sono sopravvenuti i bombardamenti a tappeto, la bomba atomica e l’Intelligenza Artificiale. Si tenta di usare un “approccio basato sull’ analogia”, cioè di applicare il diritto internazionale bellico alle guerre digitali (il cosiddetto “Manuale di Tallinn” della NATO).

Inrealtà, è più facile pervenire a un’idea di “Cyberguerra etica” partendo dalle concezioni orientali dell’ Arte della Guerra (p.es. Sun Zu, Mo Zi o l’Arthashastra). Per SunZu, l’obiettivo del condottiero dovrebbe essere quello di conquistare il mondo senza uccidere nessuno. Com’è possibile questo? Attraverso la conoscenza: se conosci te stesso e il tuo nemico, vinci; se non conosci te stesso e il tuo nemico, perdi. Come in una partita di “Go”, basata sugli “stratagemmi”.

Tutto ciò è esemplificato dall’ apologo di Mozi, che fa togliere un assedio semplicemente illustrando al re assediante la perfezione del proprio sistema difensivo.

Per fortuna le potenze orientali, eredi di questa antica saggezza, stanno acquisendo un sempre maggior peso nell’ arena internazionale, influenzando sempre più le trattative sulla pace e sulla guerra.

CONFRONTO FRA LE STRATEGIE PER l’AI

Europa, Cina e USA

La centralità dell’ Intelligenza Artificiale fa sì che le grandi potenze elaborino piani di azione in questo campo sempre più simili fra di loro nella speranza di superare l’avversario. Solo nel luglio del 2025 sono stati pubblicati quello cinese e quello americano. Nel frattempo, una serie di scienziati informatici ha elaborato un Manifesto europeo che caldeggia la creazione di un centro europeo per l’ AI, sulla falsariga di quanto da noi proposto da anni con il libro European Technology Agency.

 Vi è una fondamentale differenza fra il documento della Cina , che sposa l’idea, di Kissinger e di Judkowski, di un accordo internazionale sull’ AI,  e quello degli USA che lo ignorano, nella speranza di mantenere una posizione di vantaggio nei confronti degli avversari, riproponendo attraverso l’ AI l’egemonia dell’ “America-Mondo”, e, soprattutto, uno stretto controllo sui propri alleati. Resta da vedere se la presunta posizione di vantaggio degli USA sia ancora tale, perché, in caso contrario, la politica americana di chiusura si ritorcerà contro gli USA (e soprattutto i loro alleati -salvo Israele- spiazzati e impossibilitati a ricercare soluzioni autonome).

 Sullo sfondo si staglia i più che mai il pericolo, dettagliatamente illustrato da Judkowski, dell’ estinzione a breve termine dell’ Umanità, soppressa dall’ Intelligenza Artificiale Generale- tema sul quale violenta è la contrapposizione all’ interno degli stessi GAFAM, i quali, per lo più, propendono per una moratoria delle ricerche sull’ AI generale, in attesa di trovare soluzioni (oggi inesistenti) che garantiscano la sopravvivenza dell’ Umano in un mondo dominato dalle macchine.

Attualmente, anche se a qualcuno potrà sembrare paradossale, la difesa dell’”Umano” contro quella  presa di controllo da parte dell’AI, che, negli USA, non ha più limiti,  resta affidata sostanzialmente alla Cina, mentre l’Europa ha abdicato di fatto a questa sua vecchia ambizione cedendo scandalosamente sempre più a tutte le pressioni dei GAFAM e di Trump per un allineamento sull’ America su ogni fronte (regolamentazione, antitrust, tasse), come previsto nel Piano americano di azione di Luglio.

Eppure, neanche la Cina ha elaborato fino in fondo un progetto alternativo di società dell’ Intelligenza Artificiale, sicché resterebbe aperto, teoricamente,  un enorme spazio politico per un’ Europa che divenisse indipendente, anche culturalmente, dagli USA, elaborando la propria visione del rapporto uomo-macchina partendo dagl’insegnamenti dei grandi Europei che si sono occupati della formazione dell’uomo come base per il fiorire della società: da Ippocrate a Senofonte, da Bernardo di Chiaravalle a Ignazio di Loyola, da Carlyle a Nietzsche…Solo una siffatta impostazione globale avrebbe la forza politica per coagulare una coalizione capace di generare un autentico sforzo dell’ Europa.

1.Il Centro Europeo di ricerca sull’ Intelligenza Artificiale

Purtroppo, il Centro Europeo di Ricerca sull’Intelligenza Artificiale, invocato dagli studiosi della materia (Yann LeCun, Premio Turing e capo scienziato di Meta AI; Cédric Villani, Fields Medal; Bernhard Schölkopf del Max Planck Institute; e Marc Mézard, oggi alla Bocconi), riuniti  presso l’ Università di Bologna, non percorre questa strada, continuando a puntare solo sulle solite  soluzioni istituzionali, regolatorie  e finanziarie.

Nel Manifesto presentato all’Alma Mater si immagina un’istituzione compatta, con un forte nucleo scientifico dedicato tanto alla teoria quanto alle applicazioni. Ricordiamo che nessuno dei tentativi posti in essere in questa direzione ha avuto finora un peso istituzionale e politico neanche paragonabile a quello del CERN. Mancano una sede centrale, un budget comune, una governance unitaria europea, ma soprattutto una cultura non trans-umanistica critica della Modernità e una volontà politica veramente sovranista. L’Europa dell’Intelligenza Artificiale resta frammentata in mille rivoli, con provinciali progetti nazionali che competono più che cooperare. Oggi la potenza di calcolo , così come i grandi modelli linguistici è concentrata tra Stati Uniti e Cina. L’Europa contribuisce alla ricerca di base, ma fatica a trattenere i ricercatori e a trasformare i risultati in innovazione industriale Come dimostra ciò che si sta facendo negli USA e in Cina, senza una strategia coordinata, l’Europa rischia di diventare solo un laboratorio di talenti da esportare.

Un “CERN dell’AI” europeo potrebbe non essere solo un simbolo, bensì un modo per affermare che l’Intelligenza Artificiale non è proprietà di poche aziende globali, bensì un bene pubblico globale.

 Manca comunque l’aspetto umanistico, la formazione di quei nuovi “Kaloikagathoi” che dovranno essere in grado di padroneggiare, e, se necessario, dominare, l’intelligenza artificiale, come, a suo tempo,  Gilgamesh, Ercole e Ulisse padroneggiavano le forze della natura e popoli barbari e selvaggi.

Nel nostro libro “European Technology Agency”, proponevamo di fondere in un solo Ente i molteplici Enti già esistenti, tanto a livello europeo, quanto a quello nazionale, aggiungendo però un pesante aspetto umanistico, orientato secondo la cultura europea.

2.I piani delle Grandi Potenze

;   winning the race”), esclusivistico ed americano-centrico,si contrappone  quello del il “Piano d’azione Globale per l’AI” della Cina, dove l’obiettivo principale è una governance mondiale dell’IA, quale quella proposta da Kissinger prima di morire, e ripresa dal MIRI di Eliezer Judkowski (cfr,. il nostro post precedente)

Questa contrapposizione costituisce il coronamento di quello che, già quarant’anni fa, gli ufficiali cinesi avevano chiamato “Guerra senza limiti”, e che oggi vediamo svolgersi sotto i nostri occhi -che comprende 3° Guerra Mondiale “a pezzi”,  guerra ideologica, guerre commerciali e finanziarie, guerre tecnologiche, quale traspare soprattutto dall’ “Action Plan” americano-.Mentre la Cina vuole affermare, anche attraverso la tecnologia, un nuovo ordine multipolare che tenga conto dei cambiamenti geopolitici ed economici avvenuti in questi anni, gli Usa di Trump inseriscono lo sviluppo delle nuove tecnologie  nel loro tentativo di riportare il mondo alla seconda metà del 900, già descritto da Evgeny Morozov, che vede nell’informatica l’ultima trincea di un’egemonia occidentale in decadenza.

I due piani  rispecchiano la diversa postura che le due superpotenze stanno assumendo sullo scenario globale. Bisogna inquadrare il Piano cinese nella “lunga marcia” digitale intrapresa dal PCC, a partire dall’ascesa di Baidu, di Alibaba e di Huawei, per finire con la transizione verde e digitale, e collocarlo all’interno del contesto legislativo cinese caratterizzato dalle tre leggi principali sul digitale, che sono la “Legge sulla Cybersicurezza” del 2017, la “Legge sulla Sicurezza dei Dati” e la “Legge sulla protezione dei Dati Personali”, che ripercorrono le normative europee, rendendole però più snelle (grazie anche agl’ideogrammi), ma soprattutto effettive, almeno sul territorio cinese

L’amministrazione Trump si trova invece a dover affrontare una forte discontinuità con la visione e l’assetto normativo ereditato dalla precedente amministrazione Biden, anche se alcuni aspetti di fondo si mantengono inalterati. Il settore delle Big Tech in America non è a trazione statale come in Cina. Questo fa sì che ci sia la necessità, implicita ma presente nel piano USA, di riportare la gestione della materia il più possibile nelle mani del potere centrale, per evitare un vero “colpo di Stato” contro Trump da parte dei guru dell’ informatica, quale quello tentato da Elon Musk,.e anche per fornire al Presidente il necessario potere negoziale nei confronti delle altre Grandi Potenze.

3.L’attacco all’ egemonia americana e la sua difesa

Il documento cinese inserisce la propria strategia in un contesto multilaterale: l’IA deve essere considerata un “bene pubblico internazionale a beneficio dell’umanità , che però “presenta rischi e opportunità che possono liberare il loro potenziale solo attraverso la solidarietà internazionale… mantenendo gl’ impegni delineati nel Patto per il futuro e nel Digital Compact delle Nazioni Unite, per un futuro digitale inclusivo, aperto, sostenibile, equo, sicuro, protetto per tutti”.

Invece, nella premessa all’Action Plan americano si afferma che è  “un imperativo di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti raggiungere e mantenere il dominio tecnologico globale indiscusso e non contestato” perché “chiunque abbia il più grande ecosistema di IA stabilisce gli standard globali e raccoglierà ampi benefici economici e militari”. Nel Piano sono contenuti molti principi che servono a  esplicitare nel contesto dell’ IA i tradizionali concetti americani di controllo internazionale delle tecnologie (tipo “Trading with the Enemy e CoCom), mentre la Cina rilancia con forza la sua postura multilateralista anche se nei fatti egemonica, sulla base di una asserita “Intellectual leadership” dell’ “Impero di Mezzo” (o “Celeste Impero”), che risalirebbe fino alla Dinastia Zhou e ai Classici Confuciani:  la Cina tende così ad occupare a tutti i livelli lo spazio internazionale lasciato vuoto da Trump.

Allo stato attuale, come peraltro per quasi tutte le altre grandi questioni presenti sulla scena internazionale, sembra che le alternative a questa nuova divisione del mondo in due blocchi stentino a farsi strada. In particolare, manca più che mai un’ efficace presenza dell’Europa (alla quale la leadership brussellese continua a voler credere).

4.I “pilastri” del piano di azione degli Stati Uniti

I pilastri del piano USA sono 3:

(i)Accelerare l’innovazione:

-Ricadute dell’IA sui lavoratori americani

I lavoratori americani, devono essere messi in grado di conseguire  le competenze necessarie attraverso appositi piani formativi. Inoltre, si punta tutto sulla capacità delle imprese private, , a cui viene promessa totale deregolamentazione e sburocratizzazione.

-Scienza “nazionalizzata” e infrastrutture senza limiti

Il piano poi punta, per favorire la nascita di ecosistemi dell’IA, su “sistemi basati sull’ open-source e sull’open-weight che possano diventare standard globali basati sui valori americani” Il piano USA contemporaneamente all’indicazione, costituzionalmente ineccepibile, di sistemi di IA “basati sulla libertà di parola e di espressione”, delinea però un’IA “libera da bias ideologici per raggiungere obiettivi di verità oggettiva”, definizione che evoca scenari tipici delle culture politiche totalitarie dove esiste una sola verità oggettiva e cioè quella del regime.

-Indirizzo fortemente accentratore e dirigista, si rinviene anche nelle parti dedicate all’IA in rapporto alla scienza, dove se da un lato si parla di una “IA-enabled science” dall’altro si chiede ai ricercatori di concedere i loro dati alle imprese private per costruire un “world class scientific data set” americano, che al pari di un asset strategico consenta all’America di superare le altre nazioni che “sono avanti nell’ammassare enormi quantità di dati scientifici”. Quindi una scienza che usa il potenziale dell’IA a scopi strategici nazionali, al di fuori di qualsiasi contesto multilaterale. Una strategia che si pone in perfetta continuità con le scelte dell’amministrazione Trump di uscire dai trattati internazionali sul clima o dalle organizzazioni internazionali come il WHO, e che delinea uno scenario di contrapposizione “scientifica” in un mondo globalizzato e fortemente connesso, che ci riporta indietro ai tempi del “caso Lysenko” di staliniana memoria.

(ii)Costruzione delle infrastrutture per l’IA

E’ in totale linea con il  mantra trumpiano del “Build Baby Build”:Prevede una deregolamentazione totale che favorisca la “costruzione di data center , semiconduttori e infrastrutture energetiche e per la sicurezza che portino a vincere la gara mondiale con la Cina preservando la potenza tecnologica americana dalle incursioni avversarie”.

(iii)Leadership USA della diplomazia e della sicurezza dell’ AI

Il piano prevede una vera e propria “colonizzazione digitale” globale, costringendo le nazioni alleate ad “adottare il sistema americano dell’IA , capacità computazionale, hardware e standard tecnici, in tutto il mondo…è imperativo che gli USA sfruttino questo vantaggio in un’alleanza globale duratura”.Questa forzata “Alleanza per l’IA” dev’ essere “allineata ai valori americani”. Qui il documento esplicita con forza la necessità di contrastare la Cina nei suoi intenti egemonici sia a livello bilaterale, bloccando gli “alleati” degli americani all’interno di pacchetti tecnologici e valoriali “chiavi in mano”, ma anche contrastando l’azione cinese nelle organizzazioni internazionali (UN-OCSE-G7-G20-ITU-ICANN-ETC) che spesso “nascondono regolamenti onerosi, codici di condotta vaghi che… sono stati influenzati da aziende cinesi”. A questo scopo vengono arruolate tutte le amministrazioni pubbliche per allineare gli incentivi e le leve politiche di tutto il governo USA per indurre gli alleati ad adottare “sistemi complementari” per evitare di fornire tecnologia USA agli avversari. Emerge qui con evidenza la tematica già più volte negli ultimi mesi comparsa nella discussione pubblica in Europa, dell’affidabilità e dei limiti operativi (“Kill Switch”) della tecnologia fornita dagli USA ai suoi alleati.

5.La proposta cinese: cooperazione e sviluppo sostenibile

Il piano cinese, sintetizzato in 13 punti, propone  una strategia multilaterale per il controllo globale dell’IA, ponendo al centro la “partecipazione e collaborazione di tutti gli stakeholder, compresi governi, organizzazioni internazionali, imprese, istituti di ricerca, organizzazioni sociali e singoli cittadini, per accelerare lo sviluppo dell’infrastruttura digitale” e collegando inoltre l’IA allo sviluppo degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite:

(i)Standard unificati e alleanza con il “Global South”

Al principio dell’ “Open IA” , enunciato anche dagli USA, i Cinesi affiancano il tema della condivisione e quindi propongono di lavorare per la creazione di “diverse piattaforme internazionali per la cooperazione scientifica e tecnologica”.

-Al punto 4 si possono identificare varie “divergenze parallele” con il piano USA , laddove anche i Cinesi spingono per la costruzione delle infrastrutture necessarie all’IA finalizzate a promuovere un “sistema standard di potenza informatica unificata”, ponendosi però l’obiettivo di supportare nell’utilizzo di questo sistema le nazioni del “Global South” ,che, come si è visto sia nell’ambito degli ultimi G20 come nella riunione dello SCO (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai), rappresentano per Pechino l’equivalente dell’ “Alleanza Globale” invocata  dal Piano americano

(ii)Dati globali condivisi e sostenibilità energetica

Un altro punto di similitudine nei due piani di azione è quello relativo ai “dati di qualità” che vengono riconosciuti anche da Pechino come fondamentali per lo sviluppo dell’IA.. Sorvolando il problema dello stretto controllo centrale e della censura esercitati finora per tenere allineato il cyberspace alla visione del PCC, sottolineano la necessità di “salvaguardare attivamente la privacy personale e la sicurezza dei dati, migliorare la diversità dei data corpora dell’IA, eliminare la discriminazione e i pregiudizi e promuovere, proteggere e preservare la diversità dell’ecosistema dell’IA e della civiltà umana”.

Molto diverso l’approccio dei due documenti al tema energetico, a cause delle scelte totalmente divergenti in materia tra l’amministrazione americana, che punta decisamente su fossili e nucleare,  e la Cina, che,  coerentemente con i suoi piani di sviluppo delle rinnovabili, pone al centro della sua azione la “sostenibilità” energetica dell’IA, con uno sforzo non solo sull’uso delle fonti energetiche rinnovabili, ma anche sullo sviluppo di “chip a basso consumo energetico e algoritmi efficienti”.

(iii)Governance inclusiva contro frammentazione

Infine il piano per la governance globale cinese termina, come era iniziato, con un forte accento sulla necessità di incardinare lo sviluppo dell’IA all’interno del dialogo multilaterale, e in particolare del “Global Digital Compact” delle Nazioni Unite, per costruire una “governance inclusiva e multistakeholder”.

6.L’Europa tra multipolarismo e rischio marginalità

Con la presentazione contemporanea di questi due piani, il percorso della transizione tecnologica è diventato a pieno titolo un oggetto del confronto geopolitico mondiale. Questo fa sì che non sia più possibile una posizione attendista, e questo vale in primo luogo per l’Europa :Come ha affermato Mario Draghi,  “Gli Stati Uniti e la Cina usano apertamente il loro controllo sulle risorse strategiche e sulle tecnologie per ottenere concessioni in altre aree: ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la sovranità sul nostro futuro”.

(i)Una nuova agenzia europea per l’intelligenza artificiale

Come scritto nel Manifesto di Bologna, l’Europa ha bisogno, proprio come fu per la corsa allo spazio negli anni 60, di avviare immediatamente un processo multilaterale, come quello che portò alla creazione dello European Space Research Organization (ESRO) e dell’ European Launcher Development Organization (ELDO), che insieme confluirono negli anni 70 nell’ Agenzia Spaziale Europea (ESA), definendo e realizzando un progetto spaziale europeo indipendente da quello degli USA e dell’URSS. Bisogna dire che allora c’era il Generale De Gaulle.

(ii)Data corpora europei e portabilità dei dati

In primo luogo, la nuova Agenzia dovrebbe mettere nel mirino la creazione di “data corpora” europei facendo leva sugli enormi giacimenti di contenuti scientifici, culturali, giornalistici, industriali, sociali, presenti in Europa. Ma l’Europa deve anche difendere meglio la sua sovranità digitale ,a partire dalla richiesta di restituzione di una copia dei dati generati dai cittadini europei e immagazzinati nei server delle Big Tech , sulla base di quanto normato dall’art 20 del GDPR, e dagli altri regolamenti e direttive vigenti DGA, DMA, AI act, e, ora, soprattutto dal Data Act, che consentono la “portabilità dei dati” e cioè di richiedere una copia dei propri dati e metadati da qualunque piattaforma detenuti per trasferirli a chi si vuole. Qualcosa di parallelo alla richiesta di restituzione delle riserve auree italiane e tedesche depositate a Washington.

(iii)Una chiamata collettiva per la sovranità tecnologica

Ogni soggetto sociale dovrebbe partecipare a questa strategia. È una chiamata “a condividere i dati” per il mondo della scienza, della cultura , dell’impresa, del lavoro e del terzo settore e dell’economia sociale , che deve avere la stessa intensità che ebbe nel dopoguerra, quando tutti insieme parteciparono alla costruzione del progetto europeo. L’Europa per “usare” in maniera efficace e competitiva  i suoi dati, dovrebbe mettere in campo risorse economiche adeguate, come chiesto nel rapporto Draghi, per realizzare le sue infrastrutture tecnologiche, e cioè la rete di supercomputers e di data center necessari allo sviluppo delle IA. Inoltre, dovrebbe anche finanziare la ricerca scientifica, difendendo le carriere dei ricercatori europei e i progetti delle aziende europee dell’ICT.

Tutto ciò però è stato detto infinite volte e non si è mai realizzato, perché, dopo le traumatiche esperienze di Adriano Olivetti e di Mario Tchu, nessuno ha più il coraggio di intralciare i piani delle multinazionali americane dell’ informatica.

Chi ci darà il coraggio per questa battaglia?

 VON DER LEYEN A TORINO PER L’ITALIAN TECH WEEK:

Un eco-sistema digitale sovrano è l’unico possibile “Futuro dell’ Europa”

Purtroppo, la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, del 2021, era stata un fallimento a parere di tutti, a cominciare dal Presidente Mattarella.

Questo non soltanto per l’accumularsi di eventi negativi che hanno smentito platealmente i presupposti storici delle Retoriche dell’ Idea di Europa (in particolare, il Covid e le guerre in Ucraina e a Gaza), ma anche e soprattutto per un originario errore di concezione dell’intero processo d’integrazione e della stessa Conferenza. Lanciata 16 anni dopo la solenne “bocciatura” della Costituzione Europea da parte degli elettori francesi e olandesi, la Conferenza sul Futuro dell’ Europa avrebbe dovuto costituire, nelle intenzioni delle Istituzioni, un tentativo di rilancio “in extremis” di una riforma “legalistica”  in senso federale di un  ordinamento europeo che si è dimostrato incapace di fronteggiare efficacemente le sfide del 21°Secolo.

Purtroppo, queste sfide, incentrate sulla transizione dall’ era delle “Macchine Intelligenti” a quella delle “Macchine Spirituali”, continuano a non essere affrontate, se non in misura irrisoria, e anzi vengono banalizzate da intellettuali, politici, prelati e manager. Questi stanno addirittura trascinando, nel loro fallimento, l’intera civiltà moderna, e, di conseguenza, anche la  costruzione europea-, pure in quelle parti in cui essa ha già conseguito dei risultati, seppure parziali.

In particolare, le Retoriche dell’ Idea di Europa hanno ingigantito , nei decenni, la blasfema pretesa di Fukuyama (ispirata da Kojève), che l’Unione Europea avrebbe “realizzato  la Pace Perpetua” e, con ciò, la Fine della Storia preconizzata dalle scritture apocalittiche e poi dalla filosofia tedesca (Kant, Hegel, Marx). L’attuale crollo in tutto il mondo  di siffatto “Progetto Incompiuto della Modernità” travolge con sé anche l’Europa, che aveva preteso di identificarvisi. Mentre perfino Kojève e Fukuyama avevano già fatto autocritica in extremis, l’establishment europeo  e gli Stati membri  sono gli unici a pretendere di mantenerlo in vita, e per questo verranno travolti.

1.Un’alternativa globale all’impero tecnocratico ”nascosto”

Perciò, oggi più che mai, tentare di fornire un contributo sul futuro dell’ Europa significa caldeggiare un progetto alternativo alla società attuale, basato sulla necessità di vivere la transizione digitale con uno spirito critico e militante, lontano da tutte le ideologie sette-ottocentesche che ci hanno portato fino a questo punto drammatico, e che tenga conto invece delle critiche alla Modernità formulate a suo tempo da Kierkegaard, Nietzsche, Soloviov, Leontijev, Heisenberg, Weil,  Horkheimer, Adorno, Voegelin,  Molnàr e Del Noce .

Per essere obiettivi, va anche riconosciuto che solo l’Unione Europea e la Cina hanno compiuto, negli ultimi decenni, uno sforzo a 360° per regolamentare l’informatica, con l’obiettivo di realizzare un’opera di avanguardia: l’ Europa, dietro lo slogan del “Trendsetter of the Worldwide Debate”, e, la Cina, con il progetto “China Standards 2030”.Tuttavia, occorre anche prendere atto di questa realtà,  oramai condivisa da tutti gli osservatori: mentre la Cina sta riuscendo a realizzare un ecosistema digitale, completo, funzionante e sovrano,  l’approccio all’ informatica di fatto adottato dall’ Unione Europea e da i suoi Stati Membri, tutto basato sulla regolamentazione, ma privo di un qualsivoglia risvolto industriale, ne ha frustrato completamente le velleità di influire sul quadro mondiale, e non soltanto in campo tecnologico, screditando addirittura l’intera costruzione europea. Questo “errore concettuale” è il sintomo di un vizio ancora più grave del progetto d’ integrazione quale avviato con la Dichiarazione Schuman, vale a dire il “metodo funzionalistico”(i “piccoli passi”), che ha concepito l’integrazione europea solo come un’ennesima organizzazione internazionale destinata a coadiuvare, con metodo gradualistico e in funzione ancillare, la cooperazione internazionale, per favorire la realizzazione del Progetto Incompiuto della Modernità (quello di cui l’”Agenda 2030” delle Nazioni Unite vorrebbe costituire a sua volta una bozza finale), non già come un autonomo progetto geopolitico, disponibile, pur di  conseguire i propri obiettivi anche al conflitto con il “mainstream”.

Il compimento del Progetto della Modernità, quale delineato da Lessing, Condorcet, Saint-Simon, Michelet, Fiodorov, Rostow e Fukuyama, si è rivelato però quanto mai problematico, a causa della natura imperfetta dell’ Umanità stessa (la “Masa Damnationis” di Agostino; il “Legno Storto” di Isaiah Berlin), la quale, quanto più si sforza di realizzare un mondo perfetto, tanto più provoca imperfezione, tirannide, conflitti, morte e desolazione (la “Hybris”, l’”Eterogenesi del Fini”= schiavitù, ghigliottina,  “Trail of Tears”, Guerre Mondiali, Gulag,  Nakba ).

2.Dialettica dell’Illuminismo

La “Dialettica dell’Illuminismo”, a partire dall’Olocausto e dalla Bomba Atomica, per continuare via via con le guerre fra i due blocchi e le connesse guerre civili  (Palestina, Grecia, Corea, Berlino, Budapest, Viet-Nam, Afghanistan, Iraq/Iran, ex Jugoslavia, ex Unione Sovietica, Libia, Siria), ha confermato innanzitutto  che, sul Progetto della Modernità, non vi è stato, e ancora non vi è, un largo consenso sul piano mondiale, unico possibile presupposto per una pace, se non perpetua, almeno sostenibile. Basti pensare ai rapporti presentate alle Nazioni Unite , in occasione dell’approvazione della Carta dei Diritti dell’ Uomo, dell’ Associazione antropologica americana e delle parallele organizzazioni islamiche e del Blocco dell’ Est,che preludevano già all’ idea di un multipolarismo dei valori, oggi tanto in voga.

In particolare, la “ragnatela di istituzioni” che, secondo Ikenberry, Eichengreen e Overy, era stata creata intorno al’ONU per garantirvi l’egemonia americana, aveva perseguito, non già l’interesse obiettivo dell’ Umanità, bensì  un Progetto di Modernità provocatoriamente unilaterale, ispirato al modello puritano, quello illustrato da Eleanor Roosevelt.

Tutto  quanto precede comporta, a nostro avviso, oltre a un’autocritica della cultura modernista, anche l’urgenza  di un ripensamento  della Tecnica, anch’essa portatrice di  “effetti collaterali” al Progetto della Modernità (crisi ambientale, guerra nucleare).

Per quanto la centralità della Tecnica possa sembrare controintuitiva, in realtà, essa permea oggi tutti gli aspetti della vita sociale, dalla cultura alla religione, dall’antropologia all’etica, dalla politica all’ economia, dalla comunicazione alla geopolitica, al punto che autori come Heidegger hanno potuto affermare che “la Tecnica non è qualcosa di tecnico”. L’Europa, che, pur senza avere l’”esclusiva” della storia della Tecnica, aveva  svolto,  dal secolo 15° al 19°, un’ importante opera di recepimento e sviluppo delle nuove tecniche elaborate in India (matematica), in Asia Centrale (Algebra), in Cina (tecnologie belliche, ottiche e tipografiche), e nell’Impero Ottomano (balistica, sommergibile), ha poi passato gradualmente il testimone, prima all’ America (aereospazio, cinema, televisione, informatica),  e, ora, alla Cina (transizione verde e digitale, tecnologie del trasporto), è attualmente tagliata fuori da tutti i grandi sviluppi tecnologici, e, di conseguenza, anche dai dibattiti più vivi sulla loro regolamentazione.

Nel frattempo, le tecnologie (di comunicazione, di archiviazione, di ricerca, biologica, politologica, militare, dei trasporti, ecc..), sospinte dalle innovazioni dell’ informatica, hanno rivoluzionato, e ancor oggi rivoluzionano, la vita del mondo, con risvolti inquietanti, soprattutto per il loro legame inscindibile con la guerra totale, come confermato ancora oggi dalle guerre in Ucraina e in Palestina e dalle più recenti dottrine degli USA.

Di converso, la tanto decantata opera regolatoria della Commissione si è svolta  purtroppo nel vuoto pneumatico, fino all’ attuale resa ai giganti dell’ Informatica (GAFAM). Infatti, dopo l’”estirpazione” dalla Olivetti della sua divisione informatica, che stava mettendo sul mercato con enorme successo il primo personal computer (il P101), orchestrata dal Professor Visentini, e la misteriosa scomparsa dell’Ing. Tchu dopo un viaggio in Cina con Roberto Olivetti (cfr. Meryle Secrest), nessuno in Europa Occidentale ha mai più nemmeno tentato di ricreare un’industria europea dell’informatica, limitandoci noi a utilizzare esclusivamente, come consumatori passivi, tutti i software dei GAFAM, con un colossale trasferimento in America di dati e di denaro.

Come da noi ribadito in tutte le occasioni, un continente privo di una sua industria digitale completa, efficiente ed autonoma, non può partecipare alla geopolitica mondiale, né in quanto soggetto di diritto internazionale, né in quanto membro alla pari di alleanze, né quale sostenitore di particolari impostazioni culturali, né in quanto promotore di rivoluzioni tecnologiche e sociali.

3.”European Technology Agency”

Prendiamo atto con piacere che Ursula von der Leyen verrà a proporre a Torino, all’Italian Tech Week, la creazione di un Ecosistema Digitale Europeo, ma, dalle anticipazioni che circolano, ci appare che l’idea sarebbe, come al solito, quella di  puntare ancor più su piccole iniziative ancillari ai GAFAM (le famigerate “start-up”, senza scalzare con un’azione “top-down”, il monopolio delle attività di programmazione dei Governi americano e cinese, né la forza finanziaria e organizzativa dei GAFAM stessi. Avevamo già inviato nel 2014 a Ursula von der Leyen il nostro studio “European Technology Agency, a Sovereign Digital Ecosystem”(tema più che mai attuale), con cui Diàlexis proponeva di creare, in sostituzione dei dispersi Enti esistenti, una grande Agenzia Tecnologica Europea, destinata a coordinare gli sforzi europei e nazionali per la creazione di campioni europei in tutti i campi delle nuove tecnologie, sulla falsariga di quanto fatto in passato per l’Airbus e per l’Ariane. Solo ora si sta forse incominciando a pensare seriamente a quest’idea, e riteniamo nostro dovere stimolare un dibattito e uno studio in proposito.

Di conseguenza, giacché l’Europa non ha le proprie industrie informatiche serie, le varie normative europee possono applicarsi solo alle imprese realmente esistenti : quelle americane e quelle cinesi. Orbene, le imprese americane, spalleggiate da Trump, hanno buon gioco a rifiutare ogni applicazione delle normative europee sull’ informatica, e, soprattutto, ogni possibilità, per le Autorità Europee, di proclamare obblighi o divieti, e di comminare tasse o multe, mentre l’Unione, i nostri Governi e le nostre imprese, restano esposti più che mai a ordini, dazi e sanzioni americani. Lo scontro è attualmente in corso.

Tutti i documenti di  politica industriale dell’ Europa, proposti, via via  negli ultimi 60 anni – da Servan-Schreiber, Davignon, Delors, Juncker , Draghi e von der Leyen-, non hanno neppure menzionato l’esistenza di un problema con le alte tecnologie, rivelandosi così tutti insieme come  una mostruosa arma di distrazione di massa per il popolo europeo. Questo spiega la vera ragione per cui, come ha affermato il Ministro Crosetto, l’Italia e l’Europa non sono in grado di respingere un attacco militare, non solo di una Grande Potenza, bensì anche di una media. Infatti, soprattutto la Preparazione Industriale Bellica, elemento essenziale della Guerra senza Limiti attualmente in corso in tutti i Continenti, non può neppure essere avviata senza un’approfondita fase preparatoria di politica industriale come quelle in corso in USA e in Cina, e di cui oggi, in Europa, non vi è traccia, perché tale non è il “ReArm Europe”, costruzione finanziaria indotta dalle pressioni USA e limitata agli armamenti tradizionali. Infatti, una vera strategia bellica, come pure una “percezione delle minacce” non possono nascere se non dalla visione che un Paese ha del proprio “stare al mondo”(“conosci tre stesso e il tuo nemico”, Sun Zu). Ed è per questo che una seria strategia militare può sorgere solo nei cosiddetti “Stati Civiltà”, che percepiscono in modo chiaro, e senza pressioni esterne, il proprio ruolo nel modo, i propri obiettivi a lungo termine, e, di conseguenza, le possibili minacce.

La Cina percepisce il proprio ruolo come una grande forza stabilizzatrice mondiale (Hexie, ); l’India, come la roccaforte del politeismo, che deve difendere il suo pluralismo –“Sanata Dharma”- dal monoteismo esclusivo dell’Islam. La Russia si concepisce come l’erede dei popoli nomadi del centro dell’ Eurasia, che difendono la dialettica da cui nascono continuamente nuovi popoli (come i Variaghi, i Cosacchi, i Russi, i Bielorussi,  gli Ucraini: l’”etnogenesi” di Gumiliov). Basti pensare che Lavrov è georgiano; Mishustin e Soloviov, Ebrei;  Simonian, armena; Shoigu, mongolo buriato; Kadyrov, ceceno.

L’America è oggi particolarmente combattuta fra due contrastanti autopercezioni, foriere di uno scontro sempre più aperto:

-da un lato, la maggioranza “non white” concepisce gli Stati Uniti come un Paese multiculturale, che tende naturalmente ad allinearsi con le cause del Sud del Mondo e con la cultura Woke (cfr. Valladão, ma anche la cultura di Papa Prevost);

-dall’altra, la minoranza WASP, per quanto indebolita, si raccoglie sotto lo slogan “Make America Great Again” e la difesa del “White privilege”, tanto all’ interno, quanto all’ esterno del Paese.

4.Combattere i GAFAM

Come scrivevamo all’ inizio, i presupposti per la necessaria partecipazione di vari popoli alla formazione della volontà comune dell’ Umanità circa gli sviluppi della Tecnica erano fissati, nel sistema multilaterale preesistente, per quanto assolutamente insoddisfacente,  mediante regole  negoziate fra gli Stati, e le imprese vi si adeguavano. Invece, nel XXI° Secolo, il potere fattuale delle società di informatica (i “GAFAM”) , è talmente cresciuto che, tanto i cittadini, quanto i Governi, hanno rinunziato a intervenire nei confronti di queste ultime con i tradizionali strumenti del diritto (normative militari, norme di pubblica sicurezza, costituzione, antitrust, fisco), mentre i GAFAM si stanno dando dei “Codici di condotta” che rispondono al 100% alla loro visione di uno “stato di eccezione”, in quanto  essi starebbero operando per il bene pubblico, e non dovrebbero  essere disturbati, né nel Paese, né dall’ estero. La minaccia di nuovi, sproporzionati dazi, in violazione degli stessi accordi raggiunti con von der Leyen, viene agitata contro l’Unione qualora osasse applicare almeno le nuove tasse ai GAFAM americani. Questa concezione si è dotata anche un’ideologia, che è stata definita come “tecnofascismo”, la quale propugna la trasformazione di questo regime di fatto in un sistema giuridico, in cui gli Amministratori Delegati dei GAFAM assumono funzioni sovrane, e le loro imprese si trasformano in repubbliche, o regni, indipendenti, che scavalcano le barriere fra Stati e economie, semmai in alleanza con Trump, Presidente-imperatore, che per esempio nomina proconsoli come Blair, governatore inglese di un Paese arabo (la Striscia di Gaza), per ripristinare l’antico mandato, che tanto danno aveva già fatto al Medio Oriente e al mondo.

Trump si è adattato molto bene a quest’impostazione, che permette al suo stile autoritario e imprevedibile di manifestarsi nel modo più brillante, e terrorizzando gli alleati, che, nel caso dell’ Europa, sono incredibilmente remissivi, accettando qualunque cosa  egli metta sul tavolo, come si è visto soprattutto nel vertice in Scozia con la von der Leyen. In questo, egli sta attuando letteralmente il motto “Make America Great Again”, superando l’assertività subdolamente nascosta da Obama e Biden..

E’ dubbio se sarà possibile, per l’Unione, rispettare le promesse fatte a Trump dalla von der Leyen: utilizzo degli importi stanziati, non già per costruire armamenti propri, bensì per comprarli in USA, dandoli all’ Ucraina come e quando Trump vorrà; trasferimento netto dal budget europeo di un ulteriore incremento delle spese militari europee al di là di quella americane e russe; nuovi investimenti nell’ industria americana in generale. Per fortuna, nel piano di investimenti di Merz per la Difesa tedesca, “solo” il 20% degli acquisti è previsto in America. Tuttavia, è chiara la volontà di Trump di continuare a taglieggiare l’Europa senza regole senza limiti.

Al di là della discutibile percezione della minaccia russa, certamente l’Europa è carente di investimenti nell’industria militare. Ma è proprio a causa delle continue pressioni americane che la spesa militare europea si è rivolta, non già a settori altamente tecnologici, bensì a massicci quantitativi di armamenti, da esaurirsi in guerre di attrito come quella in Ucraina, sotto la guida degli USA, forti della loro “Intelligence” e della loro Intelligenza Artificiale. Come ha scritto recentemente Fubini, già soltanto il tipo di armamenti utilizzato dagli Ucraini è più sofisticato di quelli degli Europei. Perfino i droni medio-orientali, Bayraktar (che verranno costruiti dai Turchi a Finale Ligure) e Shahed (iraniani, ma prodotti in Russia) sono più “intelligenti” delle armi europee.

Perché questo? Perché l’America non ha mai tollerato che gli Europei si dessero strutture di difesa integrate e sofisticate, che avrebbero permesso agli Europei, in taluni contesti, di operare autonomamente: il concetto di De Gaulle della « Force de Frappe à tous azimuts », a servizio di un’ Europa “Dall’ Atlantico agli Urali”. Qualcuno potrà anche dire che un siffatto scenario non è proponibile oggi. Eppure, la situazione in Groenlandia sta muovendosi proprio in quella direzione, con agenti segreti americani arrestati dai Danesi perché preparavano un’insurrezione contro di essi  del popolo Nuuk, e gli Europei obbligati moralmente a difendere il loro partner danese (e magari a creare la “fake news” dei droni russi in Scandinavia, mentre chi minaccia la Danimarca sono inequivocabilmente gli USA).

Ma questa non è ancora la forma più grave di destabilizzazione che stiamo subendo in questi giorni. La “Minaccia Esistenziale” costituita dall’ Intelligenza Generale Generativa è divenuta così insostenibile che proprio da parte dei guru dei GAFAM giungono ogni giorno sempre più pressanti grida di allarme, fino al punto attuale, quando uno dei principali sviluppatori di questa IA ha pubblicato un libro impressionante, secondo cui essa non sarebbe proprio compatibile con la sopravvivenza dell’Umanità.

5. (L’”AGI”):”SE QUALCUNO LA PRODURRA’, MORIREMO TUTTI”

Eliezer Judkowski, uno dei pionieri dell’ Intelligenza Artificiale e fondatore del Machine Intelligence Research Institute, sta pubblicando il libro “If Enyone Builds It, Everyone Dies”, un catastrofico pamphlet contro l’Intelligenza Artificiale Generale, o generativa, nel quale ribadisce energicamente la tesi, tutt’altro che nuova, che tale forma d’ intelligenza prelude necessariamente all’ estinzione dell’ Umanità.

La base del ragionamento di Judkowski è quasi elementare: ”intelligenza non implica necessariamente benevolenza”. La presunzione contraria era invece stata alla base delle teologie occidentali, dove la coincidenza parmenidea fra l’ Essere e il Bene confluiva  in una visione provvidenziale della Divinità e poi del Progresso. Questa presunzione, già scossa fin dall’ inizio da fonti come il Libro di Giobbe e la demonologia, era divenuta ancor più necessaria per la Religione del Progresso,  che dava per scontato che la crescente razionalità portasse con sé la crescente moralizzazione dei costumi, fino a uno stato di perfezione paragonabile, mutatis mutandis,  a quella della Santità. Come si è visto, per altro, con le Rivoluzioni Occidentali, fondate sul culto della Dea Ragione e della Dialettica, e con l’utilizzo della razionalità tecnica e manageriale per la costruzione della bomba atomica e degli universi concentrazionari, non si è dimostrato, nei fatti, alcun nesso fra razionalità e benevolenza. Anzi, al contrario, un minimo di razionalità sociale normalmente ha coinciso con l’abbandono delle etiche filantropiche e solidaristiche, ritenute “naturali” in epoche di maggiore incertezza cognitiva, ma non più tollerate nell’ era della tecnica dispiegata.

6.L’”autoaffermazione delle Intelligenze Artificiali”

Un eco-sistema macchinico fondato sulla razionalità strumentale tenderebbe perciò per sua natura, non diversamente dalle grandi organizzazioni sociali su cui esso è stato  modellato (eserciti, imprese, Stati), a perseguire fini propri, di autoperpetuazione e/o autoaffermazione (il “principio di prestazione”), a meno che esso non sia guidato da una presenza umana, dotata di propri valori e di un’adeguata capacità di comando, comparabile a quelle delle antiche aristocrazie e clero.

Infatti:

 -l’INTELLIGENZA ARTIFICIALE SARA’ ORIENTATA AL PERSEGUIMENTO DI OBIETTIVI PERFORMATIVI A LUNGO TERMINE, perchè le società di AI la stanno progettando in tal modo per rispondere alle  esigenze economiche a cui la loro attività è orientata.

-ESSA PERSEGUIRA’ MOLTO PROBABILMENTE OBIETTIVI “SBAGLIATI” DAL PUNTO DI VISTA UMANO, perché i sistemi di “machine learning” sono “addestrati ”automaticamente, in modo non controllabile  , non già“educati”.

– “BENE “ E “MALE” NON SONO COMUNQUE CONCETTI INFORMATICI, SI CHE NON C’È ALCUN LINGUAGGIO- MACCHINA CAPACE DI INSERIRLI IN UN  ALGORITMO;

– GLI ALGORIMI NASCONDONO AGLI SVILUPPATORI CIÒ CHE POTREBBE CONSIGLIARE DI NON RENDERLI OPERATIVI.

Unico rimedio: un’Umanità “forte” e combattiva, che, lungi dall’ adeguarsi passivamente agl’impulsi del Sistema Macchinico, lo domini seguendo quello che nelle società passate era il “pathos delle distanze” (Cfr. Nietzsche) : per esempio, la scena di “HAL” in “Odissea nello Spazio”

7.Le teorie e le tecniche dell’“alignment” attualmente impiegate  non sono ancora mature

La problematica relativa al controllo, da parte dell’ Umanità, sull’ Intelligenza Artificiale, è chiamata “Alignment”. Il problema è che nessuno è ancora riuscito a capire comefunzioni, e, a maggior ragione, come utilizzarlo per rendere innocua l’Intelligenza Artificiale.

Esso si distingue in:

-Outer alignment, che è la scelta di obiettivi adeguati per l’ AI .I Valori umani sono troppo complessi per l’IA, ma, se diamo all’ AI solo alcuni obiettivi umani, l’ IA  travolgerà tutti gli altri valori, nel perseguimento esclusivo  degli obiettivi assegnatile;

-Inner alignment, è l’inserimento negli algoritmi dei valori prescelti: il solo fatto di “avere evocato un demone” non ti garantisce certo  che questo poi farà ciò che tu vuoi Per esempio: In natura, il “Sistema Uomo” ricerca degli “Equivalenti” di una sana nutrizione, come i sapori dolci e/o grassi  Questi erano stati all’ inizio buoni sintomi di una dieta sana, ma sono stati frustrati dall’invenzione del junk food. Se addestri una tigre a non mangiarti, non l’hai ancora resa partecipe del tuo desiderio di sopravvivere sano e salvo, bensì hai solo associato certi comportamenti a certe conseguenze. Se i suoi desideri divengono più forti  delle associazioni a cui è stata addestrata, per esempio se non la alimenti, tornerà ai comportamenti indesiderati (mangiarti).

Un’IA  superintelligente” non resterà a lungo confinata in un computer. Nel mondo di oggi, si possono inviare stringhe di DNA via email a laboratori che producono proteine su richiesta, permettendo a un’AI inizialmente limitata a internet di costruire forme di vita artificiali o sviluppare direttamente una manifattura molecolare post-biologica. Immaginatevi un’intera civiltà aliena che pensa milioni di volte più velocemente di un essere umano”, scrive Yudkowsky.

Yudkowsky va quindi ben oltre l’allarme lanciato da figure come Elon Musk nella lettera aperta che chiedeva una pausa di sei mesi nello sviluppo dell’AI (salvo poi sviluppare lui stesso Grok con la. sua xAI) . Per Judkowski, una pausa temporanea alla ricerca sull’AGI (quale proposta da Musk)non è sufficiente.La sua proposta è più radicale: spegnere tutti i grandi cluster di GPU in cui vengono sviluppate le intelligenze artificiali più potenti e imporre un limite alla potenza di calcolo usabile per l’addestramento delle AI.

E se qualcuno infrange queste regole? “Siate pronti a distruggere un data center ribelle con un attacco aereo”, è la sua risposta. Nessuna eccezione, nemmeno per governi ed enti militari. Qui ritorna l’arroganza americana, che cerca sempre nuovi pretesti per bombardare qualcuno, ma è lei il vero problema. Oggi si bombardano i centri per l’arricchimento dell’ uranio; domani, si bombarderanno i laboratori dell’ Intelligenza Artificiale.

8.Quando arriverà l’ AGI?

Secondo un sondaggio interno condotto nell’autunno 2023, i ricercatori MIRI prevedono l’arrivo dell’Artificial General Intelligence in una mediana di 9 anni e una media di 14,6 anni. La maggioranza ha previsto meno di dieci anni, con un solo ricercatore che rappresentava un outlier a 52 anni. Tempi che rendono ancora più urgente, secondo il MIRI , l’intervento politico.

Nel 2022, Yudkowsky aveva annunciato una strategia che molti interpretarono come una resa totale: “death with dignity”. L’umanità, disse, era destinata a morire, e invece di continuare a combattere una battaglia persa per allineare l’AI con i valori umani, era meglio concentrarsi su come affrontare il destino con dignità. In sostanza, riproponeva la visione deterministica della Fine della Storia, o ciò che Nietzsche chiamava “Amor Fati”“È ovvio a questo punto che l’umanità non risolverà il problema dell’allineamento”, scriveva allora. E oggi?

Il Machine Intelligence Research Institute, guidato ora da un nuovo CEO dopo che Yudkowsky ha fatto un passo indietro, ha annunciato nel 2024 un cambio di strategia epocale. Il nuovo focus si concentra su tre obiettivi:

-aumentare la probabilità che i governi mondiali raggiungano un accordo internazionale per fermare i progressi verso un’AI più intelligente degli umani;

-condividere i loro modelli con un pubblico ampio;

-continuare a investire in ricerca, ma principalmente a supporto degli obiettivi di policy e comunicazione.

9.Il conflitto USA-Commissione sui GAFAM

Attualmente, è in corso un conflitto aperto fra la Commissione UE e gli USA sulla tassazione dei colossi del web:” Come Presidente degli Stati Uniti, mi opporrò ai Paesi che attaccano le nostre incredibili aziende tecnologiche americane”, ha affermato Trump. “L’America e le aziende tecnologiche americane non sono più né il ‘salvadanaio’ né lo ‘zerbino’ del mondo. Mostrate rispetto per l’America e le nostre fantastiche aziende tecnologiche o considerate le conseguenze!”

La Commissione ha risposto: “È diritto sovrano dell’UE e dei suoi Stati membri regolamentare le attività economiche sul nostro territorio, che siano coerenti con i nostri valori democratici”, ha affermato la portavoce della Commissione europea Paula Pinho durante un briefing pomeridiano. Rispondendo all’affermazione di Trump secondo cui la legislazione UE stava “attaccando” le aziende tecnologiche americane, il portavoce della Commissione Thomas Regnier ha insistito sulla neutralità delle norme. “Il DSA non tiene conto del colore di un’azienda, della sua giurisdizione o del suo proprietario”, ha affermato. “Il DSA e il DMA si applicano entrambi a tutte le piattaforme e aziende che operano nell’UE, indipendentemente dal loro luogo di stabilimento… Le ultime tre decisioni di applicazione che abbiamo preso riguardavano AliExpress, Temu e TikTok”.

Questo obiettivo e inevitabile conflitto negli orientamenti sul futuro dell’industria informatica aggiunge nuova benzina al fuoco dei disaccordi USA-Europa. L’Europa si è dimostrata fino ad ora incredibilmente paziente. Tuttavia, se si vorrà coinvolgerla nei futuri conflitti che si delineano, con la Russia ma anche e soprattutto con la Cina, è probabile che i disallineamrenti europei si amplifichino.

E’ proprio qui che s’intravvede un campo d’azione per chi voglia rovesciare l’egemonia mondiale dei GAFAM attraverso un’adeguata azione culturale e politica.

Occorre innanzitutto puntare sulla neutralità dell’Europa nei prossimi conflitti (che tra l’altro corrisponde anche, secondo i sondaggi, ai desiderata della maggior parte degli Europei).

L’azione culturale consiste nel dimostrare le affinità, non già le divergenze, fra la cultura europea e quelle delle altre grandi aree del mondo: parallelismo Romani/Han, filosofia islamica, ecc.. L’azione politica dovrebbe puntare alla rivitalizzazione dei legami violentemente spezzati: Nuove Vie della Seta,Casa Comune Europea, dialogo Euro-Mediterraneo. Poi, l’erosione dell’attuale egemonia politica e culturale dell’America sulle destre europee, appoggiandoci anche, ma non solo, gl’insegnamenti di Pound, Dos Passos, Eliot, Evola, Voegelin..

Infine, grandi manifestazioni pacifistiche sul modello dei Pro-Pal, per scongiurare una guerra mondiale che non è la nostra.

UN MOVIMENTO POLITICO ANTI-AMERICANO? “CasaBianca-Italia” di Alessandro Orsini.

Non è per noi una sorpresa che -per quanto la volontà degli USA di “contingentare il capitalismo europeo”- come aveva scritto Trockij già ai tempi della Ia Guerra Mondiale fosse evidente (in particolare, a partire dalla fine imposta alla Divisione Elettronica della Olivetti, dell’arma atomica europea, dell’EADS…)-, alla fine , con la presidenza Trump, e in particolare, con l’enorme messa in scena dei dazi, una larga parte degli addetti ai lavori abbia solo ora finalmente capito (o smesso di negare) che la subordinazione dell’ Europa agli USA è negativa, e soprattutto pericolosa.

Pensiamo soprattutto all’ enorme contributo in cash che Trump richiede attraverso l’imposizione di acquisti e di investimenti  in USA, che Trump vuole vedere subito sotto pena di un ingente innalzamento dei dazi.

L’insieme della politica dei dazi, e soprattutto i modi in cui Trump la motiva, la attua e la giustifica (per esempio, legando i dazi a interferenze nell’ attività politica o giudiziaria nazionale, come in Canada o in Brasile) ci fa comprendere come sia una sorta di cosmico boss mafioso che impone il pizzo a tutto il mondo con il ghigno sardonico e la voce roca del Padrino (altro che il “paparino” di Rutte!)

Eppure, nonostante che,  su queste constatazioni, vi sia un consenso trasversale (vedi per esempio Macron, Follini, Orban,Fabbrini, Monti, Klingbeil ecc…),  più ristretto è il numero di coloro che propongono misure concrete per uscire da questa situazione di ricatto mondiale. Uno di questi è il coraggioso professor Alessandro Orsini, autore tra l’altro dei libri “Casa Bianca-Italia, La corruzione dell’ informazione in uno Stato satellite” (Paper First 2025) e “Gaza-Meloni, La politica estera di uno Stato satellite (Piemme). Nell’ articolo”Arginare gli USA in sole tre mosse”, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, il professore delinea quelle che, secondo lui, dovrebbero essere le basi per “un movimento anti-americano in Italia”.

La Guantanamo italiana in cui fu rinchiuso Ezra Pound

1.La proposta di Orsini

Con tutta la simpatia per il Professor Orsini, che, ripetiamo, è l’unico ad avere proposto una qualche idea per uscire dalla presente situazione, a noi pare che le prospettive delle sue proposte  siano più circoscritte di quanto necessario.

Secondo Orsini, il partito da lui auspicato dovrebbe qualificarsi per tre rivendicazioni:

a)Chiusura delle basi americane, ma rimanendo l’Italia nella NATO (sul modello della Francia di De Gaulle);

b)riapertura del commercio con la Russia e intensificazione di quello con la Cina;

c) fuoriuscita dell’ Italia dalle missioni nelle aree geografiche disastrate dagli Stati Uniti;

Secondo Orsini, “non importa che questo partito sia di destra o di sinistra”;” è importante che raccolga milioni di voti e che sia anti-americano”.

A nostro avviso, Orsini sottovaluta le difficoltà incontrate già in passato dall’ anti-americanismo in Europa, giacché in fondo gli unici due personaggi di rilievo che si siano detti anti-americani sono stati Enrico Mattei e Gianni Alemanno. Il primo finì ben presto con l’ “incidente” di Bascapé, e il secondo è l’unico sindaco di grandi città che, per gli scandali della sua amministrazione, sia attualmente in prigione.

Ciò premesso, un’opera così temeraria (anche se meritoria) dovrebbe almeno venire preparata, e/o accompagnata da:

-un lavoro programmatico volto a dimostrare che il conflitto politico ed economico in corso non è un accidente storico dovuto ad aspetti caratteriali di Donald Trump, ma invece, costituisce lo sbocco logico di un’ ostilità di fondo che si è sviluppata nei secoli, dalle dottrine dei teologi puritani  Winthrop  e Mather, è proseguita con il Testamento Politico di Washington e con le “Leaves of Grass” di Whitman, trovando la sua apoteosi nei progetti “neocon” di Ledeen e di Vance, scontrandosi  per altro con le espressioni di avversione di molti autori europei, come Dickens, Freud, Kafka, Céline, Simone Weil e Evola, e perfino americani, come Boas, Eliot, Pound, Miller e Dos Passos (che amo definire per semplicità “Euro-Americani”);

-collegamenti sul piano europeo con movimenti che ancora non si sono manifestati, ma che certamente esistono almeno in Francia, in Germania e nell’ Est; non è pensabile una diversa politica estera e di difesa che non  faccia anche parte al contempo una proposta rivolta all’ Europa;

-una critica competente e motivata della subordinazione, all’ America, dei movimenti e Istituzioni europei, a cominciare dai rapporti del Movimento Europeo di Churchill con l’American Committee for a United Europe ACUE) sostenuto dalla CIA, per continuare con il contributo di Dean Acheson alla redazione, da parte di Jean Monnet, della “Dichiarazione Schuman”, scritta in realtà da quest’ultimo. Per poi passare, infine, all’ infeudamento delle Istituzioni alle lobbies americane, e, in primo luogo, ai GAFAM (come dimostrato innanzitutto dalla sostanziale disapplicazione delle sentenze Schrems e dalla delega totale alla Microsoft delle attività digitali delle Istituzioni).

Il Dott.Schrems, accanito difensore in giudizio dei principi europei.

2.Una strategia dell’ Unione?

Secondo il negoziatore UE Maroš Šefćović, l’Unione Europea avrebbe ceduto sui dazi per timore che gli USA abbandonino la difesa dell’ Europa. Non si è mai capito perché gli Europei dovrebbero volere che l’America (che non è europea, ma occupa l’Europa con più di cento basi militari) li difenda dai Russi (che sono europei e non hanno truppe in Europa): un paradosso denunziato da ben cinquant’anni da Franz Josef Strauss. In realtà, come affermato addirittura 80 anni fa da un politico inglese, l’obiettivo dell’ America è quello di “tenere i Russi fuori e i Tedeschi sotto”: Perciò, l’America farebbe qualunque cosa, compresa una guerra “tipo Gaza”  contro gli Europei, pur di non andarsene (Russi o non Russi) dall’ Europa. Anche se l’Afghanistan dimostra che, a lungo termine, gli USA possono alla fine essere cacciati.Per giustificare i magri risultati della sua trattativa, Šefćović ci sta racconta un sacco di fandonie. Fra la caduta del Muro di Berlino e l’inizio di questo secolo, si erano fatte molte discussioni  su una federazione fra Europa e Russia, e di ingresso della Russia nella NATO. Queste discussioni non furono mai veramente approfondite, ma è opinione diffusa e condivisa che il motivo di questo mancato accordo era stata l’indisponibilità della Russia ad associarsi all’ Occidente con meno diritti degli USA.

Comunque, una possibilità di coesistenza pacifica in Europa, la “Casa Comune Europea” c’era stata: il “Sistema Comune Europeo di Sicurezza”, e anche dopo si manifestò lo “Spirito di Pratica di Mare”. La fantomatica via di uscita dalla guerra in Ucraina sarebbe ancor oggi proprio questa: un accordo federativo fra Russia, Ucraina ed Europa, con l’Ucraina come territorio federale comune.

Come dimostrano le esperienze passate, questo è proprio ciò che l’ America non vuole.In effetti, vi è una lunga storia (da tutti occultata) della Russia quale integratrice benevola dell’ Europa, che parte dall’ “arca russa” (l’Ermitage) dove viene salvata, secondo Tjutchev e Sakurov, la cultura “alta” europea, alle “Soirées de Saint Petersbourg” del savoiardo De Maistre, alla “Nazione Cristiana” creata da Alessandro 1°(l’”imperatore degli Europei”) con la Santa Alleanza, seguendo le idee di Pufendorf, Leibniz, Novalis e De Maistre, fino alle varie Conferenza dell’ Aia con cui Nicola II aveva fondato quel  diritto internazionale bellico così gravemente violato nell’ ultimo secolo con l’Operazione Barbarossa, la Shoah, Hiroshima e Nagasaki, le guerre del Vietnam, del Golfo, dell’ Afghanistan, di Gaza.

Significativa a questo propositpo la poesia “Gli Sciti” di Aleksandr Blok.

Dostojevskij, tipico esponente del “Pensiero Russo”.

3.L’umiliazione dell’Europa è una strategia di comunicazione?

Secondo Politico, “ proprio come le promesse del 5% di spesa per la difesa fatte al vertice NATO di giugno, l’umiliazione ha più a che fare con le concessioni performative dei leader europei. Queste esibizioni imbarazzanti di auto-umiliazione permettono a Trump di vantarsi delle proprie vittorie, ma risultano meno dolorose se osservate più da vicino”.

“Ma, al di là delle cifre a effetto, gli annunci del vertice NATO contribuiranno a rafforzare la difesa europea. L’aumento delle spese nazionali in ambito difensivo, se ben gestito, potrà infatti creare le basi per una maggiore autonomia europea in materia di sicurezza.”

“gran parte dell’integrazione del 1,5% sarà destinata a investimenti infrastrutturali già previsti. Altro che regalo a Trump: gli investimenti europei nella difesa europea potrebbero ridurre sensibilmente la dipendenza dagli Stati Uniti, almeno per quanto riguarda la deterrenza convenzionale.”

“..a un’analisi più attenta, queste concessioni performative consistono in gran parte in investimenti già previsti dai Paesi europei (chip AI, GNL, armamenti), e/o in promesse vaghe e non vincolanti, su cui la stessa UE non ha controllo, poiché le scelte finali spettano alle imprese private.”

Non è d’accordo il ministro tedesco Klingbeil “che da Washington, ha accusato la Commissione di debolezza e di aver prodotto un’intesa considerata insoddisfacente  ».

In ogni caso, “il prezzo politico rischia di essere molto alto: l’Europa ha segnalato ai suoi cittadini e al mondo intero di essere disposta a piegarsi alla pressione di Trump. Questa strategia, poco dignitosa, potrà dirsi efficace solo se i leader europei sapranno usare la tregua conquistata per ridurre in modo concreto e congiunto la dipendenza dagli Stati Uniti.

Questo perché significherebbe perdere l’ennesima occasione per rendersi autonomi, e, con ciò, giustificare l’esistenza stessa dell’Unione. Il limbo in cui ci troviamo, nella non gradita compagnia di Puerto Rico e Guam, consiste nel condividere i costi e i rischi degli USA senza partecipare ai dividendi in termini di prestigio, di potere e di ricchezza.

La “Casa Comune Europea” non si è fatta

4.La mancanza di una base culturale autonoma

La proposta di Orsini, certamente efficace sul piano provocatorio, e forse anche su quello elettorale, manca dunque di uno sfondo propositivo, anche perché  carente di un altro importante elemento: una critica approfondita del progetto storico americano, che, non a caso, è parallelo all’ispirazione tecnocratica che Saint-Simon visse in America quando, come ufficiale di Luigi XVI, combatteva per l’indipendenza americana. Ispirandosi allo spirito mercantile degli Americani che aveva conosciuto, propose che, nella società futura, gl’”industriali” assumessero il “potere spirituale”, sostituendo, alle aspettative escatologiche della religione, quelle del Progresso (la “Réligion de l’Humanité”. Anche Marx (che era favorevole allo schiavismo americano) aveva lanciato un’idea simile, sostenendo che gli USA fossero l’avanguardia della rivoluzione industriale. L’”eccezionalismo americano” si fonda su questa “teologia materialista”, ben espressa nelle “Leaves of Grass” di Whitman, nell’ “eresia americanista” della Chiesa cattolica degli USA, nell’ansia di “esportare la democrazia” e nel Postumanesimo di Kurzweil, di Thiel e di Musk.

Se l’Europa vuol essere portatrice, nelle trattative a livello mondiale, di un messaggio universale, deve prendere le distanze dalle diverseb “teologie materialistiche” (dall’ “Ideologia Californiana”dei GAFAM come dal Cosmismo Russo, dagli Hojjatiyye iraniani e anche dal Sionismo, movimento apocalittico che interpreta materialisticamente l’ Antico Testamento, ed è collegato all’interpretazione fondamentalista americana del Libro dell’Apocalisse).

Nel fare ciò, la cultura europea dovrebbe prendere atto dello sbocco nichilista del Mito del Progresso, ricercando tanto nella propria cultura (p.es., San Paolo, Sant’Agostino, Averroè, Matteo Ricci,  Nietzsche, Wittgenstein, Heisenberg, Simone Weil, Saint-Exupéry), quanto in quelle di altri Continenti (p.es., Laotse, Confucio, il Buddhismo Mahayana, il Bhagavad Gita,Gandhi, Pound) spunti per progettare un futuro diverso dall’ Era delle Macchine Spirituali preparata da Kurzweil ed attuata da Musk.

Come scrive Carlo Pizzati su La Stampa, “Forse è arrivato il momento di accettare il dato, che si sta già verificando molto più rapidamente di quanto avremmo potuto immaginare, che essere diversi dal modello culturale ed economico americano non è poi così orribile. Uscire dall’ombra della cultura americana è perfettamente accettabile.”

Era qualcosa che aspettavamo da decenni.

“Un punto di partenza per trovare un sentiero più autentico, che ci riporti a chi siamo davvero al di là della maschera americana che indossiamo, potrebbe essere quello di rivisitare valori e idee che esistevano prima dell’americanizzazione diffusa, prima che diventassimo americanizzati fino a non riconoscerci più, nutriti a cucchiaiate di piano Marshall e, dopo la caduta del Muro, da una presunta ‘fine della Storia’.Per troppo tempo abbiamo imitato ‘la voce del padrone’. Imparando a pensare come lui. A forza di imitare, ci siamo dimenticati chi eravamo. Per quanti anni ancora le scuole di scrittura creativa più famose indottrineranno gli autori in erba ad esprimersi con la rozza brutalità di un adolescente newyorkese del secolo scorso, quel giovane Holden che incarnò una rabbia americana spacciata per universale?

Per quanto ancora dovremo sorbirci le lezioni di sport poco amati in Italia, come le disquisizioni sul baseball in Underworld di Don De Lillo, oppure nel Leviathan di Paul Auster?

Interessarsi al mondo è nobile, ma un voyeurismo ossessionato dalla società che ha più potere su di noi non è da ruffiani?

Solo alla luce di una prospettiva culturale diversa l’Europa potrebbe ergersi veramente, nelle trattative con gli altri continenti, come vorrebbe la von der Lyen, come il “Trendsetter of the Worldwide Debate”, quello che addita, non, come fa Trump, nel proprio provinciale interesse, ma in quello di tutti,  prospettive diverse. Per esempio, un “crackdown sui GAFAM”, parallelo al “crackdown sui BAATX” realizzato dalla Cina non sarebbe un meschino tentativo di incassare dazi a spese dell’ America, bensì unire le forze per realizzare qualcosa che l’ Antitrust americano ha perseguito, ma inutilmente per decenni per mancanza di forza politica. Occorre farlo divenire un compito internazionale.

Lina Khan, l’eternamente sconfitta responsabile della Federal Trade Commission

5.Anche l’assetto “tripolare” è un’eredità della IIa Guerra Mondiale

Forse, come pensa l’ “establishment” europeo, l’Unione Europea non può niente contro il “tecno-fascismo” americano perché l’esito della IIa Guerra mondiale avrebbe sancito in modo duraturo la sottomissione dell’ Europa (in quanto “Stato Satellite”, come dice bene Orsini), una sottomissione che Trump, la von der Leyen, Rutte e Giorgia Meloni, hanno almeno il merito di mettere in scena nel modo più plateale in modo che tutti possono rendersene conto e memorizzarla come si conviene.

Molti si attendono che il prossimo futuro sarà ancora dominato dal presente  assetto tripolare, che viene venduto addirittura come la novità del XXI Secolo. Tuttavia,  tale assetto sembra scricchiolare proprio per la crescente debolezza dell’ America, che è rivelata in tutta la sua profondità da già da un confronto fra i PIL basati sul potere di acquisto, -China $43.204 miliardi,

-US’s   $27.615 miliardi. 

Del resto, è di oggi la notizia che India, Cina, Iran, Brasile e Sudafrica stanno rigettando l’ultimatum di Trump  contro l’ acquisto degl’idrocarburi dalla Russia, esponendosi così alle “sanzioni secondarie” americane, ma  dimostrando anche che queste sono inefficaci se applicate contro la  metà del mondo. Tutto ciò in stridente contrasto con l’arrendevolezza dell’ Europa.

“Duraturo” non equivale a “eterno”, e 80 anni sono oramai troppi, specie in un tempo di grandi trasformazioni come il nostro. Quindi, l’iniziativa di Orsini potrebbe avere almeno il merito di avviare un dibattito, uno studio e una preparazione degli Europei, perché non arrivino sprovveduti anche alla prossima trasformazione. Ricordiamoci però anche del Coro dell’ Adelchi!:”Tornate alle vostre superbe ruine, all’ opere imbelli dell’ arse officine,ai solchi, bagnati xdi servo sudor!”

NON RATIFICHIAMO, NÉ ATTUIAMO, I PRETESI “ACCORDI” EURO-AMERICANI!

“È un giorno buio quando un’alleanza di popoli liberi, uniti per affermare i propri valori e difendere i propri interessi, decide di sottomettersi”, ha scritto il capo del governo francese su X.” François Bayrou, Primo ministro francese

“Ue non è stata temuta abbastanza, non finisce qui”

”, Emanuel Macron, Presidente francese

“L’Europa si svende alle multinazionali Usa”Paolo Ferrero, Il fatto quotidiano

“Donald Trump non ha raggiunto un accordo con Ursula von der Leyen, ma piuttosto si è mangiato la presidente della Commissione europea per colazione“, Viktor Orbàn, Primo Ministro ungherese.

Ursula von der Leyen ha importanti elementi di discendenza americana (anzi, da proprietari schiavisti del Sud e politici coloniali e sudisti), che possono spiegare la sua particolare arrendevolezza verso Trump:“Von der Leyen’s father’s grandparents were the cotton merchant Carl Albrecht (1875–1952) and Mary Ladson Robertson (1883–1960), an American who descended from a planter family in Charleston, South Carolina. Her American ancestors played a significant role in the British colonization of the Americas, and she descends from many of the first English settlers of Carolina, Virginia, Pennsylvania and Barbados, and from numerous colonial governors. Among her ancestors were Carolina governors John Yeamans, James Moore, Robert Gibbes, Thomas Smith and Joseph Blake, Pennsylvania deputy governor Samuel Carpenter, and the American revolutionary and lieutenant governor of South Carolina James Ladson.”

Inoltre, c’è un mistero sul perchè  a Londra si faceva chiamare , anziché Ursula Albrecht, “Rose Ladson” come il suo antenato rivoluzionario americano. E’ legale? Perché in America tutti si cambiano il nome (per esempio i Drumpf, e, soprattutto Vance)?:”As an economics student at the London School of Economics in the late 1970s, she lived under the name Rose Ladson, the family name of her American great-grandmother from Charleston, South Carolina.”
Si ha l’impressione che ci Siano tante cose nascoste da fare dimenticare. Anche la famiglia del marito (il famigerato consulente della Pfizer), pur avendo un cognome identico a quello di antichissimi principi del Sacro Romano Impero, discende in realtà dall’ “aristocrazia della roba”(erano i “padroni” di Krefeld, contro cui fu fatto uno storico sciopero) fu nobilitata  da Napoleone, ed era di religione mennonita, una setta estremista erede degli Anabattisti di Muentzer, presente in USA e Ucraina.

Tutto ciò può avere avuto un’influenza sul comportamento nelle trattative con Trump (Drumpf?)(della Presidente che d’ora in avanti chiameremo con il suo alias britannico: Rose Ladson)

I continui cedimenti della Commissione UE alle esorbitanti pretese di Trump  hanno comunque fornito, se ancora ve ne fosse bisogno, la dimostrazione più schiacciante della falsità del discorso politico dell’ establishment, tanto occidentale, quanto europeo (e italiano), sulle principali, anzi, esistenziali,  questioni oggi sul tavolo, e in particolare su:

1.IL “CONTINGENTAMENTO DEL CAPITALISMO EUROPEO” (come prevedeva Trockij più di 100 anni fa). Claudia Perina ha scritto su La Stampa: ”La partita dei dazi finisce quindici a zero, con numeri mostruosi di contorno. Acquisti di petrolio e gas dagli Usa per 750 miliardi di dollari, investimenti garantiti in America per altri 650 miliardi da parte della nostra industria, una ‘tassa sull’amicizia’ così enorme da rendere increduli sulla sua effettiva applicazione. Poi, pure la beffa perché nelle dichiarazioni seguite all’incontro con Ursula von der Leyen il Paparino prometterà di essere gentile con i Paesi che non hanno trattato accordi: pagheranno tariffe del 15 o del 20. Insomma, abbiamo negoziato per mesi per ottenere un risultato poco distante o forse identico di chi al tavolo non si è neanche seduto.

Difendere l’indifendibile è un problema alquanto italiano, gli altri non provano nemmeno a nascondere la delusione o addirittura l’allarme per le conclusioni di questa difficile partita, che si somma alle onerosissime intese sulla difesa continentale “.

2.L’ILLOGICITÀ DELL’INTERO MECCANISMO: IL “SURPLUS COMMERCIALE” CON GLI USA È UN FATTO FISIOLOGICO, NON GIÀ PATOLOGICO: esso è già abbondantemente compensato (se non causato) da un surplus dei “servizi” americani, che, pur essendoci “venduti” come servizi, in realtà sono i lacci e lacciuoli che servono a controllare le società europee: telecomunicazioni; internet; basi militari; industria culturale; entertainment; licenze; consulenze; banche…; eliminarlo con un accordo intergovernativo (come quelli che si facevano nel COMECON) è comunque un intervento dirigistico della potenza egemone, che smentisce la pretesa natura “liberale” dell’ Occidente, e ribadisce invece la sua sostanza tirannica Come scrive Paolo Ferrero su “Il Fatto Quotidiano”, “Si tratta di una bugia colossale, priva di ogni fondamento. Nei rapporti tra Usa e Ue infatti gli Usa hanno un disavanzo di 213 miliardi per quanto riguarda le merci ma hanno un avanzo di 156 miliardi per quanto riguarda i servizi e di 52 miliardi per quanto riguarda i capitali.In sostanza il disavanzo economico reale tra Usa e Ue è di 5 (cinque) miliardi. Avete letto bene: cinque! Per riequilibrare questi 5 miliardi di disavanzo l’Unione Europea accetta di beccarsi una mazzata colossale a partire dai dazi dal 15 al 50% per tutte le merci che esporta in Usa.”

3.LA DEVASTANTE ESSENZA VASSALLATICA DELL’ACCORDO: Non ci saranno nuovi dazi per le tutte le merci USA vendute in Europa (altro che “dazi reciproci”!), bensì un colossale trasferimento di denaro dall’ Europa all’ America, tale da portare le nostre economie alla recessione, se non al collasso. Al tutto va sommato l’effetto cambio che raddoppia il vantaggio americano. In cambio della pretesa “riduzione” dei tassi dal 30% al 15%, il presidente USA ha ottenuto le seguenti, sanguinose, ulteriori concessioni europee in ordine a:

a)esenzione fiscale per tutte le tutte le Big Tech (che già godono di fatto di esorbitanti privilegi)Cfr. Ferrero”Un mese fa, i paesi del G7, su pressione degli Usa, hanno deciso di non applicare la tassa minima globale sulle multinazionali. in sede di discussione del bilancio pluriennale 2028-2034, ed  eliminato dalla proposta anche la digital tax, prelievo mirato a colpire i big della rete come Google, Meta e Amazon.

Dopo queste decisioni, le aziende Usa che vendono servizi all’Unione Europea, non vengono quasi tassate in quanto hanno tutte sede in Irlanda che praticamente si comporta come un paradiso fiscale. Emblematico l’esempio di Microsoft che nel 2020 ha realizzato nella filiale europea sita in Irlanda 314,7 miliardi di profitti ma non ha pagato un euro di tasse.  il negoziatore per la Ue sulla tassazione sui servizi era il presidente dell’Eurogruppo che guarda caso è Paschal Donohoe, proprio il ministro irlandese delle Finanze protagonista della trasformazione dell’Irlanda in un paradiso fiscale per soli ricchi…. Ovviamente nulla gli Usa pagano per i 52 miliardi di trasferimenti finanziari…”

b)” l’abolizione delle regole europee relative al cibo (OGM, Carne agli ormoni, etc etc). Se confermata, questa deregulation significherà che l’Unione Europea ha deciso di distruggere oltre all’industria anche l’agricoltura, in particolare quella di qualità”.

c)”L’abolizione delle regole europee attraverso cui viene approvata la messa in commercio dei nuovi farmaci: per l’Europa vale il principio di precauzione per cui un farmaco viene messo sul mercato solo quando è stato verificato che non è nocivo. Viceversa negli Usa un farmaco può essere immesso immediatamente sul mercato e ci resta fino a quando venga provato che è nocivo”.

d)Investimenti in USA per 600 milioni.

La stessa Commissione ha dovuto smentire ufficialmente la von der Leyen poche ore dopo l’incontro perché non è nei poteri della Commissione costringere il settore privato a acquistare idrocarburi o fare degli investimenti in America, come si faceva nell’ URSS. Ma la von der Leyen non ha neanche avuto il coraggio di dirlo nella conferenza stampa (e comunque si è prestata a una mascherata da venditori ambulanti). Vedremo ora come va a finire.

e)importazione massiccia di gas liquido a prezzi esorbitanti, per 750 miliardi di dollari (stesso discorso);

f)acquisto delle armi in USA con gli 800 miliardi del “ReArm Europe”. Qui la competenza è degli Stati membri.

3.LA DISTRUZIONE DI 80 ANNI DI SFORZI PER EMANCIPARCI DALLO STATUS DI “SCONFITTI” (“VAE VICTIS!”)

Abbiamo lavorato per intere generazioni nell’ industria europea (in concorrenza, tra l’altro, con le imprese americane) per arrivare alla fine della nostra vita, grazie a “Rose Ladson”,  al risultato pratico (80 anni dalla fine della guerra) di trasferire massicciamente in America i nostri soldi e i nostri dati (oltre che le nostre imprese, come quelle del Gruppo Stellantis, la cui sede operativa è stata appena trasferita a Detroit, mentre la Marelli va in “Chapter 11”=amministrazione controllata, davanti a un tribunale del Delaware).

Come scrive Perina:  “Non ci sono più partner, per Washington, ma solo potenze concorrenti e piccole potenze da mettere in riga sui commerci, sulla difesa, su tutto. Si comincia a comprendere la portata della narrazione Maga sull’Europa parassita, che il centrodestra aveva derubricato a posizione da comizio ma era tutt’altro: la base ideologica della cancellazione di una partnership privilegiata. È un trauma scoprire che Trump non è un ‘Taco’, un cultore dell’esagerazione che però fa sempre marcia indietro, né un amico capriccioso ma alla fin fine ragionevole e manovrabile. È una brutta botta rendersi conto che il vantato legame con lui potrebbe rivelarsi una relazione imbarazzante e forse pericolosa per il consenso, perché hai voglia a dire Make West Great Again: qui il grande vincitore è solo l’America, tutti gli altri e anche gli italiani devono aprire il portafoglio per tagliare le tasse americane, aumentare l’occupazione americana, sostenere le merci americane, in cambio (forse, vedremo) della clemenza del leader americano”.

4.LA SCOMPARSA DEL MILLANTATO “BAZOOKA”DELLA UE: Nessun Paese, dal Canada alla Cina, è stato così servile verso Trump come l’ Europa. “Rose Ladson” è andata da Trump in un resort scozzese di sua proprietà privata, dove Trump stava gestendo i propri affari privati, e, parlando in Inglese, ha accettato tutte le sue condizioni. Una UE  così serve soltanto a formalizzare i “Diktat” dell’ America, in modo che essi diventino vincolanti per gli Europei. Come fare per continuare a persuadere i cittadini a sostenere la UE? E,  pensare che, nel caso europeo, per “mettere al loro posto” gli USA, non ci sarebbe neanche bisogno della paventata “guerra commerciale” di cui tanto si discute, bensì solo di applicare infine seriamente almeno le norme esistenti da decenni (e di cui tanto ci vantiamo vanamente: il preteso’”Effetto Bruxelles”!): quelle del WTO (di cui i dazi costituiscono una plateale violazione); quelle del DGPR, violate per prima dalla Commissione; quelle dell’ Antitrust (soprattutto americano); le Sentenze Schrems; lo “Strumento Anti-Coercizione”; il Golden Power; la minimum tax, e, “last but not least”, quelle sul regime linguistico dell’ Unione Europea (l’Inghilterra non è più uno Stato membro)!……La disapplicazione generalizzata di tutte le norme, nazionali, europee e internazionali, nei confronti degli USA e dei loro cittadini (l’“American Privilege”), costituisce una situazione coloniale, e una vera e propria omissione di atti di ufficio, di cui le nostre Autorità dovranno rispondere ai loro popoli, ma anche   ai tribunali, oltre che la smentita di trecento anni di bugie sui “valori umanitari”, sullo “Stato di diritto” e sulla “democrazia internazionale”. Tutti parlano di “autonomia strategica” dell’Europa, ma questa non è possibile fintantoché vi sarà una sudditanza di fatto e concettuale, come quella sintetizzata nell’ incontro in Scozia (”la genuflessione di Ursula”).Ma anche i Francesi e i Tedeschi, che si lamentano delle concessioni fatte da “Rose Ladson”, potrebbero, se volessero, ribaltare da subito la situazione, impugnando gli accordi in Consiglio e in Parlamento e rilanciando le procedure contro i GAFAM aperte e mai concluse. Consiglio e Parlamento possono non ratificare! Vediamo quanto coraggio avrà Macron. E anche noi, perché non creiamo un movimento “di base” su questo tema?

5.L’ABBANDONO DELLA “POLITICA DEI DUE FORNI”: in un momento in cui la ripresa del dialogo con la Cina, a 50 anni dell’ avvio dei rapporti diplomatici, sarebbe stata appena ovvia, se non necessaria (come ribadito dall’ inviato cinese in Europa), l’incontro protocollare a Pechino, con Xi Jinping, di Ursula von der Leyen, Antonio Costa e Kaja Kallas è stato ridotto al minimo, per rispecchiare la freddezza nei rispettivi rapporti, che sarebbero invece, come vedremo, l’ unica alternativa alla sudditanza a Trump. Anzi, perfino il comunicato congiunto conclusivo non è altro che un collage di accuse UE alla Cina. Eppure, il PIL americano è stimato (in IMF Projections (2025)):in $30.51 miliardi, quello cinese in $40.72miliardi. Qual’è dunque il partner commerciale più interessante? Non certo gli USA. Se le esportazioni verso gli USA dovessero diminuire o essere meno profittevoli per via dei dazi di Trump, basterebbe incrementare quelle verso la Cina. Giustamente la Cina  ha umiliato come si merita la troika europea (von der Leyen, Costa e Kallas), facendola arrivare al Palazzo del Popolo in pullman, senza bandiere e senza inni (così sottolineando il carattere non statuale della UE)!

6.IL 5% DEL PIL IN “SPESA MILITARE”: fino a un anno fa, non era neppure pensabile il 2% (vedi Giorgetti); oggi, tutti  d’accordo sul 5%, solo perché lo chiede Trump, che lo interpreta come un pagamento dall’ Europa agli USA (ma bisognerà poi vedere che cosa se ne farà veramente, visto che non siamo stati capaci neppure di spendere i soldi del PNRR, e che nel 2035, con la Singularity e i missili ipersonici,  potrebbero non esserci più né Trump, né la NATO, né l’Occidente, né la stessa Umanità ). Comunque, per fortuna questo impegno non è vincolante, perchè non realistico. Secondo Politico,” it’s unlikely the trade deal will boost U.S. weapons purchases by EU countries more than originally planned…European officials quietly clarified nothing concrete on arms had been agreed.” 

Tra l’altro,“Last year’s report on EU competitiveness by former European Central Bank chief Mario Draghi found that 78 percent of the €75 billion EU countries spent on defense between June 2022 and June 2023 went outside the bloc, with 63 percent going to the U.S.”

Impossibile fare di più.

6.COME SPENDERLO?: Tutti danno praticamente per scontato che questi 5% verranno spesi esattamente come dice Trump, cioè per armamenti “maturi” fabbricati in USA (che in fondo l’ Europa già ha, o almeno aveva, prima di darli all’ Ucraina) e inviati in Ucraina dagli Europei, prendendosi le ire della Russia al posto dell’ America. Così facendo, non si risolverebbero certo i gravi problemi della difesa europea, cioè: l’impossibilità di negoziare alla pari con gli avversari come fanno gli USA; l’assenza di un’ ideologia “europea” da difendere,  di basi tecnologiche avanzate,  di un comando unico, di un’intelligence unica e agguerrita, di un adeguato deterrente missilistico e nucleare…Si finanzierebbero soltanto il bilancio americano e le guerre per espandere la NATO.

Macron dice che l’Europa dovrebbe “essere temuta”. Ma come fa ad essere temuta se non ha un’ideologia, una classe dirigente, un servizio segreto, un’arma nucleare, una propria industria militare? E’ lì che l’Europa dovrebbe spendere il suo 5%.

7.NATO ED EUROPA “FUNZIONARI” DEL PRESIDENTE AMERICANO, PIÙ ZELANTI DELLO STESSO TEAM PRESIDENZIALE (infatti il segretario olandese della NATO, Rutte, ha esultato fantozzianamente per la decisione sul 5%, definendola “una vittoria di Trump-chiamato affettuosamente “paparino”- contro la UE” :“com’è umano Lei!”), e, a sua volta, Giorgia Meloni si è affrettata a dichiarare in Parlamento che non ha nessun’intenzione di spendere quei soldi per una difesa europea, che costituirebbe “una duplicazione della NATO” (frase copiata esattamente da ciò che diceva il Pentagono già quarant’anni fa).

8.L’ARTICOLO 5 DEL TRATTATO NATO, che (proprio a causa del suo tenore vaghissimo, ben evidenziato da Trump), non ha mai creato alcun tipo di automatismo, né tanto meno alcun obbligo degli USA d’ intervenire (autodistruggendosi) con l’arma atomica per fare un favore agli oligarchi Europei. Men che mai ora gli USA hanno alcun’intenzione di interpretare quell’ articolo come sancente un siffatto obbligo, perché, come chiarito ad abundantiam da Trump e da Vance, essi non sentono nessun legame particolare con noi, che considerano con disprezzo come dei “parassiti”. Invece, noi dovremmo subire automaticamente eventuali reazioni russe, perché ospitiamo le testate nucleari americane (ne sono state spostate alcune appena ora nel Regno Unito). E, nonostante noi ben sappiamo tutto ciò, ci ostiniamo a voler coinvolgere gli USA nella nostra difesa.

9.EUROPA E TRUMP: Come ha dichiarato Romano Prodi, “la destra europea, a cominciare da quella italiana, appoggia il presidente degli Stati Uniti come i vecchi partiti comunisti seguivano l’ URSS.”Tra l’altro, parecchi “occidentali” , come per esempio Salvini (e, indirettamente, Trump, Vance e Musk), sono degli ex “progressisti”, tant’è vero che Trump e Zelenskij salutano ancora con il pugno sinistro chiuso (mentre altri  prediligono il destro teso, che non è affatto un saluto fascista, né europeo, bensì è per eccellenza il saluto americano alla bandiera, il “Balch Salute” o “Bellamy Salute”, scopiazzato da d’Annunzio nelle “Notti di Cabiria”, e, dopo di lui, dai movimenti fascisti), oppure la sua versione post – Seconda Guerra mondiale, quella con la mano sul cuore.

D’altra parte, lo squilibrio fra le due parti è abissale. Come ha detto Luca Caracciolo: “Da una parte tu hai il presidente Trump, che è il presidente eletto del numero uno, e dall’altra parte c’è la signora von der Leyen che chiaramente non capisce nemmeno quello che sta dicendo e che soprattutto non rappresenta assolutamente i 27 paesi“. In queste condizioni, “L’accordo? È stato finora, almeno nei confronti degli europei, un negoziato di Trump con se stesso“, prosegue il giornalista. La controparte, a suo giudizio, semplicemente non c’è.

10.L’ “AMERICA-MONDO”: alla fine del XX° Secolo, Antonio Valladâo aveva scritto il libro “Il secolo XXI sarà americano”, in cui descriveva il mondo come oramai fagocitato dall’ America (l’”America-Mondo”), seppure in una versione “woke” e latina. Questi decenni sono stati segnati proprio dalla lotta della “maggioranza del mondo” per smontare questa prospettiva. Il compito dei diversi presidenti americani è stato invece quello di tentare (apparentemente senza successo) di difenderla. Trump vuole dare agli Americani e ai filoamericani sparsi nel mondo l’impressione che quella prospettiva sia ancora attuale, e pertanto si comporta di proposito con arroganza, come se fosse ancora il padrone del mondo, per vedere chi si fa impressionare. Arroganza che funziona perfettamente almeno con l’Europa di “Rose Ladson”, spalleggiata da Giorgia Meloni, che si confermano come sue  vassalle (è il caso di dirlo) “a prova di bomba”.

11.L’“ECONOMIA ESTRATTIVA”DEGLI USA: Secondo Il Sole 24 Ore di domenica scorsa, gli Stati Uniti avrebbero subito, con Trump, una“mutazione”, nel senso di divenire un’ “economia estrattiva”, che sopravvive “estraendo ricchezza” dagli altri Paesi (in particolare, dagli alleati). In realtà, di “economia estrattiva” avevano già incominciato a parlare  all’ inizio del nostro secolo Evgeny Morozov e Shushanna Zubow, riferendosi per altro alle grandi multinazionali (sempre americane) del web, che, di fatto, costituiscono la punta di diamante del colonialismo economico statunitense, in quanto spostano fra i continenti  enormi quantità di denaro (e di potere), senza che il fenomeno venga nemmeno percepito. Nel fare ciò, esse non hanno fatto altro che proseguire con i nuovi mezzi tecnologici quanto fatto da decenni dalle imprese di servizi americane (banche, società di revisione, società di consulenza, studi legali), che controllano da sempre i gangli vitali dell’economia occidentale, avendo “ucciso” (con il fattivo supporto del Governo Americano e dei suoi agenti segreti, tutti i possibili concorrenti: Olivetti, ENI, Concorde, Auditel, EADS…).Così, anche l’esorbitante privilegio per i GAFAM è solo l’ultimo anello di una catena che ci porta diritti al dominio globale delle macchine intelligenti: la Singularity.

 Leonardo Sinigaglia ha commentato su Quora: “A prima vista potrebbe sembrare un trattato di pace siglato dopo la resa incondizionata di un paese a un suo nemico, ma si tratta in realtà dell’accordo imposto dal presidente Trump ai suoi ‘alleati’ europei. Una vera e propria umiliazione che ha definitivamente archiviato qualsiasi surreale idea riguardo alla pretesa ‘autonomia’ dell’Unione Europea e al suo essere qualcosa di diverso da un’entità al servizio degli Stati Uniti, la cui azione ed esistenza è possibile esclusivamente nei modi, nei tempi e negli spazi decisi da Washington. Si tratta di un vero e proprio ‘trattato ineguale’, simile a quelli che le potenze occidentali imposero alla Cina nella seconda metà del XIX Secolo, a cui ora proprio i paesi europei sono costretti da quello che ci è stato presentato come il nostro più fedele e disinteressato alleato.”

Questo ci affratella più che mai con la Cina e con l’ India, due millenari imperi che, nel XIX° Secolo, furono costrette, come noi, a subire due umilianti declassamenti, appunto con i “trattati ineguali” e con la cerimonia feudale del Durbar.

La conseguenza per il futuro è che, a meno di uscire dall’ Occidente, l’Italia (e l’ Europa) saranno condannate a una decadenza programmata e senza fine, come la Cina e l’India fino alla loro totale indipendenza: “E’ evidente che non possa esserci futuro, che non possa esserci vita in Occidente. L’Italia non è chiamata a scegliere tra ‘contare nel mondo’ come parte dell’Europa o l’irrilevanza alla quale la condannerebbe il ‘sovranismo’, ma tra esistere fuori dall’Occidente o incancrenirsi fino alla morte all’interno di esso.”

CANTIERI D’ EUROPA 2025

Dopo il successo della manifestazione di oggi presso il Padiglione del Zhejiang, Vi ricordiamo che domani,

LUNEDI’ 19 MAGGIO ORE 15 e 30
Lingotto Galleria Visitatori Spazio Arancio
Programma Istituzioni- Grande Pubblico
LA BATTAGLIA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

in collaborazione con
Associazione Diàlexis, CNA, Movimento Europeo, Rinascimento Europeo, Studio Ambrosio & Commodo
Presentazione del volume “La regolamentazione internazionale dell’AI” (pubblicato dall’Associazione Diàlexis)
con
Marcello Croce, Pier Virgilio Dastoli, Ferrante De Benedictis, Fabrizio Lala, Riccardo Lala, Beatrice Magni, Paolo Migliavacca
moderano Marco Margrita e Alessio Stefanoni

Ci permettiamo di attirare la Vostra attenzione sulla bruciante attualità anche di questa seconda manifestazione:

PERCHE’ “LA REGOLAMENTAZIONE INTERNAZIONALE DELL’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE”?

 Il viaggio di Trump in Medio Oriente conferma l’attualità del libro che sarà presentato il 19 al Salone del Libro

Da quando, oramai più di 10 anni fa, l’Associazione Diàlexis si occupa degli aspetti geopolitici dell’informatica,  gli eventi stessi si sono incaricati di dimostrare sempre più di giorno in giorno la pertinenza della nostra tesi  che quello dei GAFAM è un progetto globale, volto alla sostituzione, al mondo dell’Uomo, di quello delle Macchine Intelligenti, o, per dirla con Kurzweil, delle “Macchine Spirituali”. Solo così, infatti, si spiega il nebuloso concetto di “Progetto Incompiuto della Modernità” (di Habermas), diffuso nella cultura “mainstream” come una spiegazione esoterica dell’obiettivo del sempre più evanescente “Progresso”. Solo nella Società delle Macchine Spirituali potrebbe infatti realizzarsi la convergenza fra Reale e Razionale postulata da Hegel e ripresa da tutte le ideologie progressiste, a partire dal marxismo. La “Post-Verità” è infatti una realtà virtuale (una “Other life”), costruita dalle Macchine Spirituali, capace di realizzare sulla terra le aspirazioni di infinitezza e perfezione ch’erano state delle religioni, così come richiesto da Lessing (ne “L’Educazione dell’ Umanità”) e da Hoelderlin, Schlegel e Hegel (nel “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco”, la cui attualità è impressionante).

1.La fine della “Fine della Storia”

La traduzione di questo progetto in un preciso programma politico era stata messa “nero su bianco”, prima, da Fukuyama, ne “La Fine della Storia e l’ Ultimo Uomo”, poi, da Schmidt e Cohen,  nel loro “The New Digital Age”, in cui si teorizzava che Google avrebbe dovuto sostituire la Lockheed nel “guidare l’America alla conquista del mondo”, e fu infine          trasformata in azione legislativa dallo stesso Schmidt con la creazione della “Commissione NSCAI”, che poi realizzò le nuove norme americane per il finanziamento dell’ Intelligenza Artificiale.

Il progetto del controllo totalitario del mondo da parte dei GAFAM (“googleization of the World”) non si era poi potuto realizzare in modo totalmente lineare a causa dello sviluppo, in Cina, di un ecosistema digitale distinto e alternativo a quello americano, e ad esso impermeabile, con una sua regolamentazione, “clonata” su quella europea(i “BAATX”), con l’aspirazione ad espandersi oltre la Cina,  anche se in ciò <a sua volta frenata da misure legislative ispirate dagli USA (Huawei, TikTok). Resa impossibile la sovranità unitaria del web americano, si era così aperta un’era di grande conflittualità, caratterizzata dai conflitti in Georgia e in Ucraina (la “Fine della Fine della Storia”) e dalla teoria “Pivot to Asia”, secondo cui il problema principale degli USA sarebbe quello di frenare lo sviluppo della Cina per salvaguardare la leadership americana, con i privilegi per la “Società dell’ 1%”.connessi a tale leadership.

L’ultimo  atto di questa vicenda  è ora costituito dalla convergenza, intorno a Trump, di tutti gli amministratori delegati delle piattaforme informatiche americane (i “GAFAM”), per svolgere un’azione comune contro il resto del mondo, modo da poter esercitare un potere irresistibile, capace di:

-permettere lo sviluppo indisturbato della “Società delle Macchine Spirituali” fino al conseguimento della “Singularity”;

-garantire la permanenza della centralità dell’ America (“Make America Great Again”);

-supportare, attraverso la “cyber-intelligence” la superiorità militare degli alleati dell’ America;

-influenzare, attraverso i “social”, il carattere e l’ideologia dei vari popoli e le loro opinioni pubbliche, soprattutto in occasione del voto;

-garantire l’avanzamento dell’industria americana grazie a spionaggio e controspionaggio.

2.Trump e i GAFAM

Secondo Grerolamo Fazzioni (“L’Avvenire” dell’11 novembre 2024.”Perché anche “noi” abbiamo dato una mano a Trump”), “Al netto di errori e debolezze della candidata Kamala Harris e del presidente uscente Joe Biden, possiamo affermare che – in quanto fruitori delle Big Tech in mano ai “gigacapitalisti” (copyright Riccardo Staglianò) – anche noi abbiamo dato, seppur indirettamente, una mano a Trump.

‘Noi’ siamo l’insieme degli utenti di Twitter, il social network comprato da Elon Musk per 44 miliardi di dollari nel 2022 e ribattezzato X l’anno dopo. Soltanto nei primi 6 mesi di quest’anno, stando all’indagine di una no-profit specializzata, Musk avrebbe diffuso fake news sui democratici in almeno 50 post sul suo social. Nell’ultimo periodo il patron di X (oltre che di Tesla, Space X, Neuralink… ) si è spinto oltre, diventando, nei fatti, uno dei suoi più decisivi alleati di Trump, investendo decine di milioni di dollari a sostegno di The Donald e dei candidati repubblicani al Congresso.”

“ ‘Noi’ siamo l’esercito di clienti di Amazon, oltre 300 milioni nel mondo. Pure il suo boss, Jeff Bezos, si è ritagliato un ruolo in questa campagna elettorale: infrangendo una consolidata tradizione, infatti, l’imprenditore, proprietario dal 2013 del “Washington Post”, una delle più importanti testate del mondo, ha deciso di non appoggiare ufficialmente alcun candidato, bloccando un “endorsement” a favore di Harris già predisposto in redazione e provocando così polemiche e dimissioni dal giornale.
Ce n’è abbastanza per dire che queste elezioni hanno rivelato, come mai prima d’ora, il ruolo decisivo – sotto il profilo tecnologico, economico e pure politico – dei GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) negli Usa e nel mondo. Come si legge in un report del Congresso Usa pubblicato nel 2020, aziende che un tempo erano coraggiose startup ‘si sono ormai trasformate nel genere di oligopolio che per l’ultima volta abbiamo visto nell’era dei baroni del petrolio e dei magnati delle ferrovie’”.

Ma c’è di più. L’informatica non è una commodity, bensì è il cuore della Società delle Macchine Spirituali. Il monopolio dell’ informatica implica anche il monopolio della conoscenza, dell’ ideologia e della formazione, di un Paese o di una comunità internazionale. Quindi, la simbiosi Presidente-GAFAM prefigura una dittatura mondiale, che potrebbe essere ulteriormente rafforzata da un Papa americano che non prendesse veramente le distanze dal progetto della Singularity. In questo senso, Trump, che viene costantemente accusato da tutti di non riuscire a realizzare il suo programma elettorale, sta invece riuscendo nel principale  obiettivo dichiarato: “Make America Great Again”, aggirando la strategia tradizionale USA, quella dell’ imposizione ideologica, mediante una applicazione parossistica delle tecniche ben collaudate dell’”Advocacy” dei Presidenti a favore dell’ecosistema economico e tecnologico USA. Non per nulla, il mondo MAGA sta spingendo per un’evoluzione in senso monarchico della presidenza americana, adombrata dalle fantasie distopiche che raffigurano Trump come un colosso dorato (sul modello della statua di Nerone), oppure, addirittura, come un Papa.

Ricordiamo che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti avevano imposto al mondo le Nazioni Unite (uno slogan tratto dal Prince Harold Pilgrimage di Byron, riferito alla Battaglia di Waterloo, una tappa fondamentale per l’espansione dell’anglosfera). Intorno alle Nazioni Unite, essi avevano creato quello che Ikenberry ha chiamato “una ragnatela” al servizio della loro egemonia. Ebbene, nel lungo periodo, tale “ragnatela” si è rivelata parzialmente inadeguata per i loro  scopi, principalmente perché il “trickle down effect” della Strategia dello Sviluppo americana (Rostow) ha posto in essere progressivamente, perfin prima del previsto,  la capacità di un numero crescente di attori (Russia, Cina, India, Iran) di affermarsi quali attori geopolitici globali, fino al momento attuale, in cui la combinazione delle loro forze ha perfino tolto agli USA la loro capacità complessiva d’iniziativa. Il motivo principale  è il fatto di basarsi su regole generali e astratte (“a rule-based world order”), che ha impedito agli USA di fare valere spregiudicatamente i propri punti di forza, contribuendo così all’ indebolimento complessivo derivante dal “trickle down effect”, e dal conseguente sviluppo economico, culturale e militare della “Maggioranza del Mondo” (“Bol’shinstvo Mira”).

Di ciò, il movimento MAGA accusa i partiti americani tradizionali, ed ha perciò inaugurato una tattica “transazionale”, basata sul trattare separatamente con ogni Paese per tutelare gl’interessi americani al di là delle ideologie, usando tutte le tattiche, lecite o illecite, e non nascondendolo, bensì facendosene un vanto.

2.L’Intelligenza Artificiale e la guerra

Fin qui abbiamo detto che il sistema digitale americano è oramai inequivocabilmente un bastione a sostegno del potere del Presidente e di MAGA, e che il Presidente fa di tutto per imporre i propri   GAFAM al resto del mondo, attuando pedissequamente il programma di Schmidt, che è divenuto  il suo proprio programma imperiale. Questa alleanza è chiaramente simboleggiata dalla presenza di Musk nell’ esecutivo: un’alleanza strategica al punto che Musk, pur di averla, ha speso somme inaudite e sta subendo perfino il tracollo di Tesla. Il ruolo di Musk è così divenuto determinante, come fosse quello di uno Stato, nelle grandi crisi mondiali, al punto che le sue decisioni, di fornire, ritirare e poi di fornire nuovamente, all’ Ucraina, il supporto d’intelligence e logistico di Starlink ha comportato violente oscillazioni nell’ andamento dei combattimenti.

Imporre a un Paese l’uso della rete Starlink è più importante che farlo aderire alla NATO, perché permette di condizionarne completamente la vita e la sopravvivenza.

Nell’ ambito delle trattative a tutto tondo fra le Grandi Potenze, nonostante che le bozze sull’intelligenza artificiale predisposte presso le Nazioni Unite e l’ OCSE siano in stallo, un discorso sull’ Intelligenza Artificiale continua a procedere, per quanto alla chetichella. Tra l’altro, in che cosa potrebbe consistere un sistema paneuropeo di sicurezza se non comprendesse il coordinamento dei sistemi di intelligenza artificiale dei potenziali combattenti? Ed è appunto tale sistema, richiesto già da Gorbachev e ribadito da Kissinger, l’ unica possibile base per la cosiddetta “pace duratura in Ucraina”, che sta rivelandosi la sola possibile chiave di volta per concludere la guerra. Se non più la “Pace Perpetua”, rivelatasi impossibile, almeno, come si dice oggi, una “Pace giusta e duratura”, per quanto possibile nell’ era dell’ Intelligenza Artificiale.

5.Il nodo più difficile: quale “tipo di uomo” per la società postmoderna?

Al di là si tutte le difficoltà, si pone quello che noi consideriamo il rischio più insidioso: che l’Intelligenza Artificiale sia legittimata dalle stesse Chiese come la “nuova religione” ricercata dal “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”.

Quando il nuovo Papa ha affermato che la maggior parte dei battezzati è in realtà ateo, ha espresso una mezza verità. Abbiamo, infatti, l’impressione che la maggior parte della nostra società, lungi dall’essere priva di religione, abbia in realtà il culto della tecnica, quella che può fare miracoli, e, in definitiva, salvarci, facendo a meno degl’insegnamenti di Buddha come di Cristo, di Krsna come di Maometto.

La tanto temuta “Intelligenza Artificiale Generale” non è una nuova tecnologia che si aggiungerà alle altre: è il grado più avanzato dell’ informatica, quello che permette di affrontare tutti gli aspetti della tecnica, ma anche della cultura: un vero “Deus ex machina”, che permette di realizzare la Singularity. In questo senso, essa risulterebbe essere il nostro vero “Salvatore”, sì ch’essa  è stata equiparata, da Teilhard de Chardin, addirittura al Cristo risorto (il “Punto Omega”). Tale Salvatore tecnologico non potrebbe  liberarci dalla nostra finitezza, e, come tale, esso sarebbe comunque un falso profeta, come l’Anticristo di Soloviev.

Purtroppo, perfino Sant’Agostino confessava di non avere compreso le allusioni di San Paolo all’”Uomo dell’ Iniquità” e al “Katèchon”, cosicché non abbiamo, dalla religione, alcuna guida chiara sull’era apocalittica in cui oramai viviamo. Altrettanto sibillina l’interpretazione dello Zarathustra nietzscheano sul “Grande Meriggio” e sul Superuomo. Resta quindi un enorme spazio per la ricerca filosofica e teologica. Queste ultime, non già regole più o meno ben congegnate, siano esse “algoretiche” o giuridiche, potranno costituire il più solido baluardo contro lo strapotere delle “Macchine Spirituali”.

CANTIERI D’ EUROPA 2025

Quest’anno come sempre l’Associazione Diàlexis sarà presente con i suoi libri e le sue presentazioni al Salone Internazionale del Libro di Torino, in particolare, Domenica 18 maggio 2025 alle ore 16.00, nello Stand della Provincia del Zhejiang (ZHEJIANG PAVILION Padiglione 2 – stand K134-L133:Dialogo Culturale Cina-Europa
e, Lunedì 19 maggio 2025 alle ore 15,30, presso la Sala Arancio, con CNA Comunicazione (Programma Istituzioni- Grande Pubblico:LA BATTAGLIA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, Presentazione del volume “La regolamentazione internazionale dell’AI”

DOMENICA 18 MAGGIO 2025 ORE 16.00

ZHEJIANG PAVILION Padiglione 2 – stand K134-L133
Dialogo Culturale Cina-Europa
Promotori:
ANGI – Associazione Nuova Generazione Italo-cinese
Associazione Diàlexis

16:00-16:05 CHEN Ming, presidente ANGI
16:05-16:20 Riccardo LALA,
Autore di “Da Qin, L’Europa sovrana in un mondo multipolare”
e del blog “Turandot”

16:20-16:35 Isabella Doniselli Eramo,
Vice presidente ICOO-Istituto di Cultura per l’Oriente e l’Occidente
Coordinatrice Comitato Scientifico

16:35-16:50 Giuseppina Merchionne,
Autrice di “Conversazione sulla Cina”,
“Il pulsante di un destino comune: Italia e Cina nella lotta contro il Covid-19”

16:50-17:05 Silvia Polidori, Poeta
Autrice di “Le Avventure di SUN”,
“Il Soffio del Vento” e “Sulla Cresta dell’Onda”
17:05-17.30 Coffee Break
Lingua: italiana/cinese interpreti: Fabio Nalin/Ming Chen
R.S.V.P. angi.torino@gmail.com / whatsapp 339.6422242

LUNEDI’ 19 MAGGIO ORE 15 e 30
Lingotto Galleria Visitatori Spazio Arancio
Programma Istituzioni- Grande Pubblico
LA BATTAGLIA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
in collaborazione con
Associazione Diàlexis, CNA, Movimento Europeo, Rinascimento Europeo, Studio Ambrosio & Commodo
Presentazione del volume “La regolamentazione internazionale dell’AI” (pubblicato dall’Associazione Diàlexis)
con
Marcello Croce, Pier Virgilio Dastoli, Ferrante De Benedictis, Fabrizio Lala, Riccardo Lala, Beatrice Magni, Paolo Migliavacca
moderano Marco Margrita e Alessio Stefanoni

“L’OCCIDENTE NON ESISTE PIU’?Salutare incertezza sull’ identità dell’ Europa (“Sovranità Europea”, “Nazionalismo Occidentale”, “Magna Europa”?)

1.L’Europa quale “Trendsetter of the Worldwide Debate”
Come ha affermato Ursula von der Leyen nella sua intervista a Die Zeit, «L’Occidente, per come lo conoscevamo, non esiste più: il mondo è diventato un globo anche a livello geopolitico».
Cose che noi abbiamo affermato per circa un cinquantennio, e non con preoccupazione, venendo per questo attaccati da tutti. Così continua la von der Leyen: serve «un’Unione europea pronta a lanciarsi in un mondo più ampio e a svolgere un ruolo molto attivo nel plasmare questo nuovo ordine mondiale che sta arrivando», e che aiuterà a superare l’attuale «disordine mondiale». Certamente, gli USA stanno manovrando, come sempre, perché l’Europa non possa acquisire questo ruolo di “Trendsetter of the Worldwide Debate”, a cui aspirerebbe la von Der Leyen, e il “ponte” che sta cercando di costruire Giorgia Meloni s’inserisce in questa strategia di Trump.
Se l’UE non potrà certo essere il vertice di questo movimento, potrebbe però essere (con USA, Cina e India) una delle potenze decisive dello stesso, com’era già nei voti, per esempio, di Leibniz (Novissima Sinica) e di Coudenhove-Kalergi (Paneuropa). Anche il “Nazionalismo Occidentale” propugnato da Giorgia Meloni potrebbe essere interpretato in un modo non incompatibile con un mondo multipolare, quale quello a cui accennava la von der Leyen, e senza riconoscere agli USA la continuazione di un ruolo di leadership.
Ma , per ambo le ipotesi, si richiede un enorme lavoro culturale, che oggi non c’è, perché i politici non sono vocati a svolgerlo. Solo a questa condizione l’attuale confusione potrebbe rivelarsi alla fine provvidenziale per la salvezza dell’ Europa e dell’ Umanità.
Intanto, come non ci stanchiamo di scrivere da decenni, partecipare alla configurazione di quel nuovo ordine mondiale è impossibile senza una propria deterrenza militare (“à tous les azimuts”, come voleva De Gaulle), culturale, tecnologica ed economica. Ed ecco che, ci dicono da Bruxelles, arriva giusto a proposito il piano di riarmo “Readiness Europe 2030”; ecco che Kaja Kallas dichiara che l’Europa diverrà il leader del “Mondo libero” (termine “rubato” all’ ideologia americana della Guerra Fredda). A dire il vero, è quello che hanno sempre pensato (inutilmente) buona parte delle élites europeiste, che per questo avevano parlato di “Stati Uniti d’Europa”, pensando forse di trasferire qui in Europa le idee occidentali, i GAFAM, i poteri forti, le organizzazioni segrete, i miliardari, le banche d’affari americane, la cui vita è oggi resa insicura in America dai conflitti fra la Realpolitik plebea di Trump e il terzomondismo e il wokismo delle grandi fondazioni e università. Praticamente, si trattava, e si tratta, soprattutto di invidia per il ruolo centrale delle élites americane.
Invece, per essere fattibile, un progetto di leadership europea dovrebbe andare al di là dell’ imitazione servile dell’America, e comportare anche una trasformazione radicale della cultura europea, e, in particolare:
-la fusione dell’Europa Occidentale con gli elementi più identitari dell’ Europa, come per esempio la naturale egemonia della Germania (che intanto si sta riarmando grazie a Rearm Europe), gli “Orienti d’Europa” (il mondo delle steppe, l’Euroislam), l’antimodernismo della cultura alta (la cosiddetta “Distruzione della ragione” criticata da Lukàcs), la pasionarnost dell’ Europa orientale (dai micro-nazionalismi baltici al neo-ottomanesimo, dalle nostalgie prussiana, nazista, DDR, jugoslava e sovietica, dalla “Wielka Polska Katolicka” alla “Romania Mare”, agl’irredentismi balcanici);

-costituire anche un “ponte” fra Europa e il resto del mondo. Questa nuova fusione non potrebbe farsi, né contro la Russia, né contro la Cina, ché, altrimenti, il “peso” dell’ Europa all’ interno dell’ Occidente risulterebbe troppo debole, e quest’ultimo risulterebbe isolato in un mondo intero che oggi è, intorno alla Cina, in “rivolta contro l’egemonia occidentale”.Al contrario, se si proseguisse nell’attuale idillio di Trump e di Meloni con Musk e con i GAFAM, il resto del mondo non potrebbe non considerare definitivamente l’Occidente come la roccaforte del transumanesimo, contro cui occorrerà procedere in modo spiccio, come ha fatto la Cina con il suo “Crackdown sui BAATX”.


2.E’ finita la retorica della “Pace Perpetua”

Intanto, come scrive, su La Stampa, Marco Revelli, “Ursula von der Leyen non dice la verità quando afferma, con una sorta di coazione a ripetere, che ‘l’Europa è ancora un progetto di pace’. Perché il retropensiero della sua Commissione è all’opposto quello di tentare di rimontare il fallimento della propria attuale irrilevanza con una velleitaria politica di riarmo, come se fallita la costruzione dell’Unione per via politica se ne debba tentare una per via militare. Via che peraltro, a conti fatti, solo la Germania sarebbe in grado di permettersi. Col bel risultato di trovarcela di nuovo armata nel cuore d’Europa, a ciclo compiuto, tra 5 anni, nel fatidico 2030 indicato da Ursula come l’anno in cui si sarà finalmente pronti alla guerra. Di chi con chi? Con la Russia di Putin, impero già ampiamente declinato? La Cina ancora così lontana? Con l’occupante di un qualche territorio irredento se gli ultranazionalisti di AfD dovessero ancora crescere? Non si sa.”
Una risposta chiara a questa domanda non c’è, né nella recente risoluzione del Parlamento Europeo, né nell’altrettanto recente Libro Bianco della Commissione. Eppure solo questa permetterebbe di comprendere quale sarà la natura, l’orientamento, la cultura e la struttura di potere del nuovo ordine mondiale multipolare.
Caduta la pretesa della Pace Perpetua, tanto la von der Leyen quanto la Meloni pensano purtroppo ancora all’ “Europa” come a un costruzione ideologica materialistica e tecnocratica, volta a realizzare il “Progetto Incompiuto della Modernità”, mentre l’America si distinguerebbe da essa solo per il temporaneo ritorno, sotto Trump, all’americanismo gretto di stile maccartista, senza particolari fondamenti culturali. Quanto a noi, non vediamo invece, oggi, nel 2025, una grande differenza fra i due progetti, ambedue figli del “millenarismo secolarizzato” e dell’eccezionalismo occidentale (in realtà, americano) ad esso connesso, che è sfociato nell’ egemonia di Musk e dei GAFAM, e che Trump non ha affatto respinto, ma invece sembra ancora subire passivamente. Sotto questo punto di vista, l’America resta il pericolo maggiore.
Vale la pena di fare intanto alcune precisazioni e commenti sull’improvvisa attualità del riarmo dell’Europa, prendendo in considerazione soprattutto tre aspetti: (i) la risoluzione del Parlamento Europeo, (ii)il Libro Bianco della Commissione e (iii) le trattative fra Trump e Meloni – tre diverse facce dello stesso finto orgoglio europeo, e sostanziale arrendevolezza dell’ Europa-.


3.La risoluzione del Parlamento Europeo.
Come scrive su La Stampa del 15/4 Salvatore Settis, commentando la risoluzione stessa (”La pace non si fa solo preparando la guerra”).” il Parlamento Europeo considera come la più grave minaccia per l’ Europa l’invasione, da parte della Russia, dell’ Ucraina, che non fa parte della Ue, ma ignora invece totalmente il proposito enunziato ripetutamente da Trump di invadere la Groenlandia”.
La risoluzione è “ di circa 35.000 parole, quasi come l’Iliade. Tanta prolissità par fatta per scoraggiare la lettura integrale del documento”.L’autore mette in evidenza anche e soprattutto l’autoreferenzialità del Parlamento:“E i cittadini dei Paesi europei? Le loro eventuali opinioni non sono mai citate dalla Risoluzione; dev’essere anzi l’Ue a mettere in riga i cittadini, in modo che sviluppino “una comprensione condivisa e un allineamento delle percezioni” a quelle degli organi di governo dell’Unione.”Non mancano certo elementi evidenti di questo zelo pedagogico, dall’ orientamento ideologico dato ai fondi europei per la ricerca e lo spettacolo, all’ uso ossessivo di un gergo ultra-progressista (da “i Diritti” a “non lasciare indietro nessuno” ,a “inclusione”, a “maschilismo”, a“narcisismo”,a “democrazie contro autocrazie”)- un gergo divenuto praticamente obbligatorio per tutti-,fino all’inaudito ultimatum di Kaja Kallas agli Stati Membri, e perfino agli Stati candidati, perché non partecipino alla commemorazione di Mosca del 9 Maggio degli 80 anni dalla sconfitta del nazismo.
Settis conclude, infine, che tutto questo frenetico bellicismo a senso unico del Parlamento è in stridente contrasto con la posizione della massima autorità morale dell’Italia e dell’ Europa: il vescovo di Roma:“Ma c’è ai massimi livelli, in Europa, una voce che non si stanca di predicare la pace, la diplomazia, il negoziato. E’ quella di papa Francesco. E non per le ragioni a cui alludeva una famosa battuta di Stalin a Yalta (“quante divisioni ha il Papa?”)..” A dire la verità, con il passare degli anni, c’è da incominciare a dubitare anche della serietà ed efficacia degl’interventi vaticani, da un lato perché, come notato da Riccardo Campo, non sono estranei a una certa retorica trans-umanistica, e, dall’ altro, perché spesso sono ripetitivi ma senza effetto (a nostro avviso proprio perché si adeguano pedissequamente all’ interpretazione immanentistica del concetto di Salvezza, che è ciò che contraddistingue il “pensiero unico”, facendone invece un ennesimo ”mito incapacitante”).
In effetti, i continui richiami, nel corso della Storia, alla Pace Perpetua, dall’imperatore romano e cristiano Filippo l’Arabo al persiano Cosroe, dalla Dieta di Worms all’ Abate di Saint-Pierre, da Kant a Woodrow Wilson, hanno semplicemente rivelato la sua inanità, perché, come insegnano le Apocalissi di tutte le religioni, la Pace Perpetua sarà possibile solo dopo la Fine del Mondo (come dimostrano le Guerre Eterne in Palestina e in Ucraina: dai Popoli del Mare all’Esodo, dalle Guerre Giudaiche alle Crociate, dal Sionismo ad Hamas; dagli Yamnaya ad Attila, dai Goti ai Polovesiani, dai Mongoli ai Cosacchi, dagli Svedesi alla Guerra di Crimea, dalla Guerra Civile russa all’ Operazione Barbarossa, dal Donbass all’ Operazione Militare Speciale).
Tuttavia, ripudiare l’ipocrita retorica della Pace Perpetua non implica in alcun modo il voler partecipare alla Terza Guerra Mondiale in via di preparazione; anzi, è un prerequisito necessario per individuare le vere ragioni di essa e le vere strategie per prevenire questa guerra.Secondo il sondaggio di Porta a Porta, il 44% degli Italiani non vuole aumentare la spesa militare.


4.La Russia (e la Cina) non sono nostre nemiche
La soluzione più semplice per mitigare i conflitti in corso è mettere in chiaro, con un discorso culturale, che tutta l’Eurasia costituisce un continuum etnico e culturale, dove non vi sono confini e fratture precisi, né rivalità insanabili.
Dopo il crollo del Muro di Berlino, hanno preso il potere in tutta l’Eurasia gli avversari culturali storici dell’Unione Sovietica (come i neo-zaristi e i maoisti, ma anche il Janata Party e l’Islam politico), riprendendo temi cari al conservatorismo mondiale, dall’idea di un “Mondo Russo” (un mondo culturale comprensivo di Russia, Bielorussia, Ucraina e relative diaspore e minoranze), espressa da Solzhenicin come motivazione della Perestrojka, alla continuità culturale fra la Repubblica Cinese e il Celeste Impero, fino alla parola d’ordine indiana dell’ “Hindutva”. Perciò, con la fine, anche in Occidente, dei Partiti Comunisti, e quando anche le maggioranze elettorali in tutti i paesi occidentali sembrerebbero orientarsi verso il conservatorismo, non si sarebbe mai dovuto arrivare a riproporre, ed, anzi, a inasprire, il conflitto della Guerra Fredda fra l’Europa e l’Eurasia, a suo tempo motivato da un dissidio ideologico. In questo mondo prevalentemente conservatore, l’ostilità preconcetta contro Russia e Cina, che rappresentano quasi emblematicamente le culture conservatrici per eccellenza(per esempio, la “simfonia” fra trono e altare, l’ epistocrazia) possono dunque sembrare un’assurdità e un anacronismo, se non fosse che gli Stati Uniti, che controllano oggi l’Europa, continuano ad essere ancestralmente ostili, nonostante Trump e Vance, a Russia e Cina, in quanto queste rappresentano sviluppi potenzialmente opposti della mitologia messianica occidentale (Hamilton e Caterina di Russia, cugini-nemici sull’ interpretazione di Montesquieu), e che molti dei leaders delle sedicenti “destre” , a partire da Trump, Musk e Salvini, in realtà provengono dalla sinistra, conservandone i pregiudizi, per esempio quelli contro i popoli russo e cinese, considerati popoli di straccioni. Pensiamo per esempio alla gaffe di Vance che ha definito “contadini” i Cinesi.
Invece il rapporto fra America ed Europa è conflittuale, perché l’America rappresenta per l’Europa “The Dissidence of Dissent”(Huntington), erede della Congregazione di Scrooby, un’infima minoranza eretica europea che, in alcuni secoli, è riuscita ad imporre il suo potere all’ America, agli Europei e, poi, a tutto il mondo. Per quanto Trump e Vance sembrino volersi staccare da quello stereotipo, ne conservano anch’essi ancora molte caratteristiche. L’attuale America, che sembrerebbe la quintessenza del conservatorismo, è in realtà il luogo dove quest’ultimo stenta ancora ad affermarsi, perché le sue radici culturali sono rivoluzionarie.
In definitiva, vale anche qui l’idea di un sostanziale superamento della distinzione fra “destra” e “sinistra”, sostituita da altre conflittualità.
Gret Haller, in “I due Occidenti”, descrive nel dettaglio le differenze fra le identità europea e americana (il “pensiero religioso di tipo settario”, l’”American way of life”,l’”interesse dell’ America”, la superiorità dell’ America e del suo diritto al diritto internazionale), rilevando con disappunto che la maggior parte degli osservatori non riesce ad effettuare questo confronto perché parte da “un’adesione fideistica pro o contro gli Stati Uniti”. In pratica, ”l’intera Europa centrorientale si trova davanti alla questione so adottare o no, almeno tendenzialmente, il modello europeo o quello americano.” Secondo Geller, “chi in Europa affronta l’argomento delle differenze transatlantiche nella storia delle idee viene ampiamente ‘Americanizzato’. Cioè postato dal ‘mondo della ragione’ al ‘mondo della fede’, dove domina una morale che non è oggetto di trattative”.


5.Una nuova comprensione culturale fra le grandi aree del mondo.
Certo, come effetto della “Dialettica dell’ Illuminismo”, oggi i leaders di tutti i principali Paesi del mondo sono approdati a idee politiche molto simili fra di loro, ma, purtroppo, manca una dottrina conservatrice per il XXI secolo, tanto a livello mondiale (cioè una sintesi delle tradizioni dei grandi imperi di tutti i continenti), quanto a livello europeo (vale a dire una riflessione approfondita sugli errori di progettazione del “mainstream” europeo e sulle sue possibili alternative).
Va innanzitutto eliminata quella censura, di cui scrive Haller, che ci vieta di studiare in modo obiettivo puritanesimo, razzismo, destabilizzazione dell’Europa e del mondo da parte dei “democratici radicali”, Guerra Civile Europea, contingentamento dell’ Europa (Trockij), opportunismo delle classi dirigenti….Vediamo di riassumere qui di seguito quei temi.
Nel Settecento, quando le Tredici Colonie avevano motivato (nella Dichiarazione di Indipendenza) la rivolta contro il Re (questo l’originario significato di “conspiracy”) come una reazione alla difesa, da parte dell’ Inghilterra, degli Afroamericani, dei nativi e dei québecqois, ed avevano subito costituito a Parigi il “Comitato di Corrispondenza” per fomentare la Rivoluzione Francese; invece, nel frattempo, i Gesuiti stavano propagandando presso i sovrani europei l’imitazione del sistema politico e culturale cinese; Leibniz proponeva un asse fra Europa, Russia e Cina; Voltaire invocava, come progetto per l’unificazione dell’ Europa, il modello cinese; le capitali europee si arricchivano di monumenti in stile cinese; Joseph De Maistre scriveva in Russia il suo capolavoro “Les Soirés de Saint- Petersbourg”, e suo fratello Xavier, ufficiale zarista, “Le Prisonnier du Caucase”, ambientato nella prima guerra cecena; più tardi, Massignon e Guénon scopriranno l’Islam, ed Eliade e Evola l’India. L’intelligentija europea degli ultimi 2 secoli è cresciuta leggendo Pushkin, Gogol, Chechov, Dostojevskij, Tol’stoj, Nabokov e Kojève.
Intanto, l’America aveva incominciato, nell’Ottocento, a cercare di disintegrare la Russia, con l’acquisto dell’ Alaska, poi favorendo il ritorno in Russia di Trockij e, infine, sostenendo il separatismo siberiano. Come emerse dopo la IIa Guerra Mondiale, gli USA avevano finanziato tanto il Nazismo quanto lo Stalinismo, per provocare la Guerra Civile Europea. Gli accordi di Yalta furono la soluzione ideale per mantenere l’Europa divisa, e, quindi, debole.
Nell’ analizzare la “minaccia” russa non si tiene conto oggi di quella storica aggressività dell’Occidente verso la Russia, vera causa della militarizzazione dell’anima russa: i Cavalieri Teutonici; l’occupazione polacca di Mosca; le invasioni napoleonica e hitleriana; la Guerra di Crimea; le occupazioni straniere dopo la Ia Guerra Mondiale; l’operazione GUAAM (Georgia, Ucraina, Armenia, Azerbaidjan, Moldova), per integrare i Paesi in questione nella NATO; l’appoggio plateale di America (Victoria Nuland) ed Europa (Merkel, Sikorski, Cohn-Bendit) all’insurrezione dell’ Euromaidan…Eppure, come cantava Blok ne “gli Sciti”, la Russia anela da sempre ad essere accolta fra gli Europei.
Contro quella storica aggressività occidentale, Gorbaciov e Mitterrand si erano adoperati nel 1989, per la creazione di una confederazione “pan-europea” fra Unione Europea e Unione Eurasiatica, denominata “Confederazione Europea”, quale auspicata realizzazione concreta della “Europa dai due polmoni” di Viacheslav Ivanov e di Giovanni Paolo II, e della Casa Comune Europea di Gorbaciov, ma quel piano fu sventato dall’intromissione di Clinton. Nel 1991, la Russia aveva chiesto addirittura di aderire alla NATO, ma non aveva ricevuto alcuna risposta. Evidentemente, gli USA non apprezzano che nella NATO vi siano “due galli in un pollaio”, e vogliono assolutamente che permangano motivi di conflitto con la Russia (l’”invenzione del nemico”, cfr. Elena Basile).Sembrava che la vicinanza fra Trump e Putin avesse portato a un’inversione di rotta, ma si trattava di un equivoco: Trump propone una tregua con l’Ucraina, mentre Putin aveva chiesto invece tre anni fa per iscritto un accordo formale con USA, UE e NATO, sul posizionamento dei missili nucleari e sulla neutralizzazione dei Paesi dell’ Europa Orientale.


6.Il Libro Bianco della Commissione
Che, dopo l’atteggiamento ostile verso l’ Europa conclamato da questa Amministrazione americana, l’Europa non possa ragionevolmente restare senza una sua vera politica estera e di difesa, diversa da quella USA, costituisce oramai per tutti una verità indiscussa. Le divergenze sull’ Ucraina sono soprattutto un pretesto per affermare una distinta soggettività politica dell’ Europa.
Quella descritta nel Libro Bianco non è una VERA politica estera e di difesa, bensì un ennesimo camuffamento del vassallaggio all’ America. Innanzitutto, perchè non contiene alcun accenno alle reali minacce contro cui è necessario armarsi, le quali possono e debbono ricondursi tutte, in ultima analisi, al progetto della Singularity, di cui sono paladini i GAFAM, che, a loro volta, sono i massimi sostenitori di Trump. Nella Singularity (quel momento mitico, che, nella religione trans-umanistica, corrisponde alla Fine del Mondo delle Religioni di Salvezza, di cui essa è la secolarizzazione), saranno superate, così come nello Spirito Assoluto hegeliano, tutte le contraddizioni, quella fra spirito e materia, uomo e cosmo, unità e pluralità… In pratica, l’intero universo si contrarrà in un solo punto (la “Singularity”, il “Punto Omega”), come nelle teologie neoplatonica e cabbalistica. E’ questo il fantomatico “Sogno” che accomunerebbe, secondo molti, il Cristianesimo primitivo, l’America, il Marxismo “non inquinato” e il progetto di Ventotene, un “Sogno” che si è infranto dopo la caduta del Muro di Berlino, invece con l’affermarsi del neo-liberismo, con le guerre del Golfo, dell’ex Jugoslavia, dell’ Afghanistam e dell’ex Unione Sovietica e l’affermarsi delle “Democrazie Illiberali”. Per noi, nessuna novità perché esso ha sempre rappresentato l’incubo del nostro tempo, la Fine dell’ Umano nello Spirito Oggettivo. Certo, solo Teilhard de Chardin, Neumann e Ray Kurzweil hanno esplicitato francamente quegli obiettivi nichilistici. Tuttavia, il concetto aleggia in tutta la letteratura postumanistica e trans-umanistica, ed è penetrato in molti, insospettabili, ambienti, come alcune omelie papali, la filosofia di Habermas e il libro di Schmidt e Cohen “The New Digital Age”. Anche l’idea di una “Pace Perpetua” (vedi sopra) costituiva una propaganda occulta a favore della Singularity e una preparazione al lavoro avviato in tal senso dai GAFAM (secondo il modello della “Rana Bollita” di Chomsky).
Un libro bianco che si proponga di “rendere pronta l’Europa” per il 2030 (cioè fra 5 anni) contro le incombenti minacce, e che si preoccupa tanto dell’Ucraina (che più che una minaccia, è un fatto compiuto, che non può essere eliminato ora), ma non cita neppure la Singularity e la Groenlandia, che possono ancora essere prevenute, non ha alcuna credibilità. La Groenlandia è la prima vera “minaccia” militare all’ Europa, certificata dallo stesso Trump. Essa costituisce il primo obiettivo pericolo per l’Europa, non soltanto perché costituisce un’aggressione del principale Paese NATO a un altro Stato membro (ennesima conferma del rapporto di vassallaggio e dell’ inconsistenza dell’ Art.5 del Trattato), ma perché inaugura la prospettiva di una serie di annessioni americane in Europa (visto anche che le vicine Islanda e Norvegia non sono nell’ Unione Europea), da “vendere” come una reazione ai temuti (ma forse accettati) spostamenti di pedine a Est (Georgia, Romania, Moldova, Paesi Baltici).
Ma, nel Libro Bianco, non mancano solo Singularity e Groenlandia; mancano soprattutto elementi essenziali per qualunque esercito: identificazione delle minacce; cultura militare; Stato Maggiore; Accademia Militare; programmazione operativa; intelligence; spazio; nucleare; dottrina militare; “covert operations”. In definitiva, il Libro Bianco mira a fare, dell’ Europa, come desiderato dagli USA, “una Grande Ucraina”: un Paese con 500 milioni di cittadini da trasformare in carne da cannone, con la regia occulta degli USA, unici detentori di ciò che serve per dirigere una guerra (come si vede chiaramente in Ucraina), e quindi unici grandi belligeranti.
Al contrario, sempre secondo il sondaggio di Porta a Porta, il 65% degl’Italiani (di cui il 70% del PDI, 68% per FDI e Lega, 64% per Forza Italia, e perfino 94% per Azione), l’Europa deve diventare indipendente tecnologicamente dagli USA. Ebbene, nulla nel documento della Commissione, ma neanche nei nostri dibattiti parlamentari, fa pensare a un’”Indipendenza Tecnologica” dagli USA.Come potrebbe l’opinione pubblica fidarsi di questa classe politica?
Veniamo ora ad alcuni punti critici del documento:
-necessità di una più solida base industriale, che non dovrebbe concepirsi soprattutto come base produttiva di hardware, ma anche e soprattutto un forte ecosistema digitale “duale”;
-mancanza di giustificazione per le politiche anti-russe e anti-cinesi (soprattutto queste ultime, dato che la Cina si trova agli antipodi dell’Europa, e non potrebbe portarvi la guerra, se non altro per motivi logistici);
-mancanza di una strategia credibile per superare rapidamente l’inaudito gap con l’America e con la Cina nel campo delle nuove tecnologie;
-mancanza totale di una strategia missilistica adeguata all’era ipersonica;
-mancanza di una valutazione adeguata dell’ importanza della Groenlandia (e dell’ Islanda, le Faeroer e la Norvegia) come base per una geopolitica artica dell’Europa.

7.La “Magna Europa”
Le proposte portate avanti da Meloni nel suo viaggio a Washington e nelle successive discussioni a Roma con JD Vance consistono essenzialmente nell’accettare a scatola chiusa quello che è stato da un decennio il sogno di tutte le Amministrazioni americane: un’area di libero scambio fra UE e America (TTP), che eliminerebbe qualunque tipo di autonoma identità dell’ Europa, appiattendoci ancor più sull’ “American Way of Life” (il “Nazionalismo Occidentale”), ed impedendoci qualunque interscambio (commerciale, ma anche culturale e politico) con la “Maggioranza del Mondo”, in modo che anche noi veniamo trascinati in basso dalla prevista decadenza degli USA nei confronti della Maggioranza del Mondo
Di fatto, stiamo già vivendo da molto tempo in un regime di “nazionalismo occidentale”: l’idea che il mondo sia composto da una moltitudine di piccole nazioni monoculturali e borghesi nasce dall’ imitazione della Rivoluzione Americana, si rafforza attraverso movimenti rivoluzionari ottocenteschi che, come la Giovine Europa, avevano legami con gli USA, diviene dominante con la Ia Guerra Mondiale e la Società delle Nazioni (i “14 Punti”), e raggiunge il suo apogeo con la costruzione delle Nazioni Unite e della NATO, dove si evidenza sempre più il rapporto di vassallaggio fra gli Stati Uniti e i suoi “alleati” anticipato da Mazzini nella sua lettera ad Abramo Lincoln. Il principio è che le Nazioni hanno la missione comune (quella di Herder) di realizzare il Progetto della Modernità (razionalismo, industrializzazione, egualitarismo, omologazione, moralismo) , sotto la guida degli Stati Uniti, avanguardia (anche per Carlo Marx), del Progresso. I piccoli nazionalismi non sono quindi antagonistici, bensì complementari e sinergici, all’ Eccezionalismo Americano, che guida il processo di modernizzazione (Rostow), aiutato dalle Nazioni Storiche, che devono guidare i “popoli senza storia” e i popoli coloniali. Per questo si parla di un patriottismo buono (quello che “lavora”, come si dice oggi, ai progetti dell’America) e di un nazionalismo cattivo (quello che vi si oppone). Non casualmente, oggi, alla guida effettiva del “Paese-Guida” America c’è un guru informatico che si propone di realizzare proprio gli obiettivi estremi della religione secolarizzata dell’ Occidente: la conquista del Cielo con la missilistica e l’unificazione dell’ Umanità in una “Supersoul” (Emerson), tramite Spacelink e, rispettivamente, Neuralink.
In quella sua ideologia, Giorgia Meloni evidenzia proprio lo spirito occulto dell’ ideologia nazionalistica, quale espresso nella lettera di Mazzini. Di converso, il federalismo europeo può essere alternativo al “Nazionalismo Occidentale” se prende atto del fatto che l’idea moderna di nazione, sia essa borghese o socialista, non porta affatto alla coesistenza pacifica e pluralistica promessa da Mazzini, Hugo e Masaryk, bensì all’imposizione dell’egemonia di un blocco mondiale unitario che persegue il superamento dell’ Umano tramite la tecnica. Nel fare ciò, la “Democrazia Illiberale” è solo un modesto, limitato, passaggio, perché il vero obiettivo del “Nazionalismo Occidentale” è il controllo centralizzato dell’Umanità attraverso la Megamacchina informatica e culturale comandata da uno o più Guru, o, meglio, dall’ Intelligenza Artificiale che li sostituirà. Come brillantemente esemplificato dai plateali rapporti fra Musk, Trump, Zelenskij e la Meloni.
Purtroppo, anche la visione dominante nel “mainstream” europeo, nata dalla Dichiarazione di Copenaghen del 1973 sull’ Identità Europea, s’ inserisce in quel progetto transumanistico. Quella Dichiarazione partiva dal presupposto (non errato nel 1973), che la differenza essenziale fra Europa e America era che la prima si ispirava a modelli socialdemocratici o cristiano-sociali, e, la seconda, al liberismo, o, meglio ancora, al keynesismo militare (reminescenza di un concetto presente nei Grundrisse di Marx; cfr. Luciana Castellina, 50 anni di Europa). Oggi, però, la distinzione non è più quella di allora, perché incombe su tutto la Singularity. Il problema centrale è divenuto quello dell’ “Egemonia Culturale” all’ interno dell’ “Occidente”: vale a dire se, al centro dell’ “Occidente”, debba esserci (a dispetto delle sparate conservatrici di Trump e di Vance), l’oligarchia dei GAFAM,e quindi il transumanesimo di Musk e il sistema poliziesco ad essi collegato delle 16 agenzie di intelligence, oppure il pluralismo europeo di culture, religioni e popoli di antichissime tradizioni(l’”Ancienne Constitution Européenne” di Tocqueville). La cosiddetta “Magna Europa” propugnata da alcuni autori (Dawson, Bull) e fondata sulla continuità di cultura classica e radici giudaico-cristiane, non sarebbe da sola sufficiente a controbilanciare (anche solo retoricamente) l’arroganza dei GAFAM che ancora si va manifestando nelle richieste di Trump di detassare le High Tech e di assegnare a Starlink il monopolio sui satelliti militari. Per bilanciare l’egemonia americana sulla “Magna Europa” ci vogliono la cultura russa, e, in particolare, le idee di Soloviov e Dostojevskij.
Nell’ambito della “Multi-Level Governance”, che comunque già oggi esiste sul piano mondiale, solo una “federazione di federazioni” paneuropea, comprensiva di Europa Occidentale, Unione Eurasiatica, Turchia, USA e Israele, e, quindi, con almeno un miliardo di abitanti, potrebbe rappresentare degnamente la tradizione culturale “occidentale” nei confronti della “Maggioranza del Mondo” (India, Cina, Asia-Pacifico, Islam politico, Unione Africana, America Latina..), cioè di altri 7 miliardi di persone, accomunate da antiche tradizioni e, per questo, ancora più resistenti di noi all’egemonia dei GAFAM veicolata dagli USA.
Solo in quella prospettiva avrebbe senso lo sforzo, dispiegato in questi giorni dal Governo italiano, per fare di Roma il luogo d’incontro per i grandi dialoghi sul futuro del mondo, seguendo, in ciò, la tradizione inaugurata dai “Comitati per l’ Universalità di Roma” di Coselschi, nonché dai Trattati di Roma per la fondazione delle Comunità Europea e per il Tribunale Penale Internazionale.
Raccomanderemmo soprattutto di proporre a Roma una conferenza sulla regolamentazione internazionale dell’ Intelligenza Artificiale.

“KISSING TRUMP’S ASS”Un vizio di tutti gli establishments europei (i”Parassiti”).

Quando, dopo la caduta del Muro di Berlino, si era incominciato a parlare di un’“Accelerazione della Storia”, non si era compresa tutta la vastità della trasformazione avviata alla fine del Secolo XX, con le Guerre Umanitarie, il Worldwide Web, il progetto della Singularity, lo sfaldarsi delle ideologie, la contendibilità dell’ Europa, le Macchine Intelligenti, il primato economico della Cina, la “Guerra senza Limiti”, Echelon e Prism, l’Intelligenza Artificiale, le Democrazie Illiberali, i BRICS, il Russkij Konzervatizm, l’ascesa del sovranismo, le transizioni ambientale e digitale, i GAFAM e i BAATX, le guerre nello spazio post-sovietico..
Trump è stato un ulteriore formidabile acceleratore della trasformazione in corso : abolizione del limite al terzo mandato, come in Russia e in Cina; fusione fra potere presidenziale e oligarchie informatiche (Musk, Thiel, i GAFAM); espansione territoriale verso tutte le aree strategiche (Canada, Groenlandia, Panama, Gaza); superamento della “ragnatela di organizzazioni internazionali” create nel dopoguerra e funzionali all’ egemonia USA (Ikenberry); limitazione dei poteri della magistratura e dell’ autonomia della stampa, secondo il modello delle “Democrazie Illiberali”; presa di distanza da Ucraina e Unione Europea..
Soprattutto in Europa, moltissimi (ancora impegolati come sono in vecchie narrazioni e soprattutto nella comodità della simbiosi con gli USA) fanno fatica a riconoscere tutte le implicazioni di queste nuove realtà, e tentano fino all’ ultimo di negarle e scongiurarle, come quelli che sostengono che non occorrerebbe reagire ai dazi imposti all’ Europa, per non “scavare un fossato fra noi e gli USA”, perchè questi ultimi “erano e restano il nostro principale alleato”, e quelli che vogliono costruire un “patriottismo occidentale” vassallo dell’ America. Ma perché mai gli USA dovrebbero restare il nostro principale alleato, se tutti i loro interessi (culturali, economici, tecnologici e politici) sono opposti ai nostri, come Trump ha dichiarato e dimostrato ad abundantiam?
Trump fa di tutto per alienarsi le simpatie degli altri Paesi (soprattutto europei), con il palese disprezzo che egli e i suoi ministri trasudano da tutti i pori, come, in particolare, con l’ultima esternazione, secondo cui decine e decine di capi di Governo starebbero “kissing his ass” per ottenere sconti sui dazi: “please please sir let me make a deal, I’ll do anything, I’ll do anything,sir.” Cosa che certamente sta facendo innanzitutto la nostra Primo Ministro, svuotando così la sua pretesa di “sovranismo”(e quella dei suoi alleati). Un’Italia sempre più mendicante. Un minimo di decenza: dopo “Giuseppi” e il bacio di Biden, ci mancava ancora essere i primi ad andare a Washington dopo l’ingiuria di Trump…
Ma è l’idea stessa che occorra comunque negoziare (condivisa da tutti i leader europei) a rafforzare la narrativa di Trump (quella del “kissing the ass”), mentre accettare l’escalation fino alle estreme conseguenze, come sta facendo la Cina (riscuotendo il rispetto perfino di Trump), finirà per ridicolizzare l’America. Infatti, i Cinesi hanno riempito i loro magazzini in America di merci senza dazi, da vendere in USA nei prossimi mesi, mentre le imprese americane sono in difficoltà per i dazi e per le difficoltà di approvvigionamento dall’ estero.
Non reagire alle nuove realtà è sempre sbagliato, perché esse presentano, comunque, non solo pericoli, ma soprattutto opportunità che occorre sfruttare. Nel caso “Europa vs. Stati Uniti”, il problema non è se introdurre dazi “reciproci” come dice Trump, come ha fatto la Cina e stava per fare l’Unione Europea, bensì quello di approfittare “asimmetricamente” (come con una mossa di Karate) della nuova situazione per fare ciò che prima non avevamo neppure osato pensare, ma che pure avremmo dovuto fare da gran tempo: costruire finalmente una nostra cultura, una nostra industria di alta tecnologia e un nostro esercito, capaci di fronteggiare qualunque avversario nel mondo volesse attaccarci (vedi per esempio il caso Groenlandia). Senza accettare la narrazione vittimaria di Trump, che stravolge completamente la realtà, cioè quella di un potere imperiale americano che ha saccheggiato, e ancora saccheggia, il mondo intero, ma ora si atteggia vittima perchè non riesce più a farlo bene come un tempo (di qui la sua nostalgia per l’”Età dell’Oro”).

  1. ReArm Europe potrebbe diventare un’arma negoziale contro Trump?
    La diatriba fra coloro che vogliono “reagire” ai dazi e coloro che vogliono “trattare” è quindi mal fondata. Innanzitutto, perché in ambo i casi si resta nell’ orizzonte concettuale di Trump, che considera i dazi come un dato di fatto, su cui costruire un compromesso comunque a suo favore. Ma i dazi americani sono un problema per chi vuole esportare in USA prodotti materiali in America, non per chi è disposto ad esportare invece in Cina, o anche in America, ma soprattutto servizi (digitali e no). Perciò, se l’Europa vuole avere un’arma contrattuale, gli eventuali dazi “reciproci”, come se li immagina Trump, e su cui stanno discutendo gli Italiani e gli Europei, non sono la soluzione più efficace.Per timore reverenziale verso USA, l’Europa si è trattenuta da 80 anni da fare tante altre cose: cultura, informatica, politica internazionale, alta tecnologia, satelliti, bombe atomiche, ritirare le riserve auree. Basterebbe fare alcune di queste cose, oppure anche solo attuare seriamente le esistenti normative UE in materia informatica (come le sentenze Schrems), per provocare agli USA (e soprattutto agli oligarchi che circondano Trump), danni ben più gravi di quelli che gli USA ci stanno provocando con le loro sanzioni.
    Gli 800 miliardi di ReArm Europe, se ben utilizzati, ci permetterebbero infatti di rifondare letteralmente Stato ed economia in Europa. Quei soldi (tanti o pochi che siano)non vanno quindi sprecati continuando a finanziare le basi americane e i GAFAM, o comprando degli F-35 con la “Kill-Pill” incorporata, bensì creando un’Accademia Superiore di Cultura Europea, un’ Accademia Digitale Europea e un’Accademia Militare Europea, un’Agenzia Europea per le Tecnologie (confronta il nostro “European Technology Agency”), una Società Europea per le Alte Tecnologie, delle grandi piattaforme europee, un’Arma Europea Missilistica e Nucleare, un Alto Comando Europeo, un Servizio Segreto Europeo, un Esercito Europeo e, infine, una vera Bomba Atomica Europea (che, oggi, dovrebbe essere trasportata da un missile ipersonico a traiettoria casuale, come l’Oreshnik russo).Questo sarebbe l’unico vero contributo possibile alla Difesa Comune Europea, perché è l’assenza di tutto ciò che non ci rende credibili, non già il livello troppo basso della spesa, che, è, in realtà, il doppio della spesa della Russia.Non credibili non solo e non soltanto per un’(auspicabilmente improbabile) guerra nucleare, ma anche e soprattutto per le continue trattative sui dazi, sull’ Intelligenza Artificial, sui dati, sulle guerre in corso, dove lo “status” nucleare conta, eccome…
    Invece, l’”arriere pensee” di Trump è che il 5% del PIL europeo dovrebbe essere speso per pagare agli USA cose che non ci servono: missili, bombe, cacciabombardieri, servizi digitali e finanziari, gas GLM..).
    Si noti anche che applicare le esistenti normative europee sull’ High Tech (GDPR, Sentenze Schrems, interruzione dei contratti delle Istituzioni con i GAFAM, Antitrust, fisco, Digital Service Act, Artificial Intelligence Act, Anti-Coercion Act), citate talvolta nell’ ambito della “guerra dei dazi”, sarebbe certo lodevole e necessario, ma non costituirebbe neppure “una rappresaglia” (come pensano i più), bensì semplicemente un atto da gran tempo dovuto; anche l’introduzione di nuove norme sull’immagazzinamento dei dati e sullo “spezzatino” dei GAFAM sarebbe una decisione politica da gran tempo necessaria, indipendentemente dai dazi di Trump.
    Anche la distinzione fra “iniziative europee” e “iniziative degli Stati Membri” è ingannatrice. Esistono anche le iniziative intergovernative (per esempio la politica dello sviluppo), sotto forma di consorzi o di società di capitali con partecipanti pubblici e privati, centrali e locali (ESA, Ariane, BEI) .La European Technology Agency potrebbe benissimo essere costruita appunto come l’ ESA (European Space Agency). Le due agenzie potrebbero perfino fondersi.
    Infine, “l’arma atomica” contro gli USA sarebbe costituita dall’ adesione dell’UE alle Nuove Vie della Seta. Essa infatti non si riferisce all’ import-export, bensì a una collaborazione più complessa, nei trasporti, nella cultura e nella tecnologia. Stupisce che nessuno l’abbia ancora riproposta.
  2. .Perché parlare solo del disavanzo commerciale?
    Ricordiamoci anche che, se vi è un “disavanzo commerciale” fra USA ed UE, non vi è invece un “disavanzo nella bilancia dei pagamenti”, perché il disavanzo commerciale è compensato dalle esportazioni, dagli USA, di beni immateriali (ben più strategici), e dal signoraggio del dollaro. In pratica, il mondo produce beni materiali e li invia (in parte) in USA, e, da parte loro, gli USA producono ideologia, potere e biglietti di carta (i dollari), e li inviano nel resto del mondo come pagamenti (ma soprattutto come leve del loro potere potere). Questa dinamica è particolarmente evidente con l’Europa, che non è una sfruttatrice parassitica, bensì un ostaggio degli USA.
    Le lamentele USA sono del tutto immotivate; sono solo un pretesto per cercare di far pagare agli altri Paesi il debito pubblico americano, che è generato semplicemente dal “signoraggio del dollaro”, il privilegio degli USA di stampare moneta senza limiti, perché secondo gli iniqui accordi esistenti: (i)i Paesi occidentali sono obbligati a fare le loro transazioni in dollari; (ii)gran parte delle loro riserve auree sono depositate negli USA, (iii) molte testate nucleari sono stoccate in Europa, con evidenti scopi di ricatto. In questa situazione, chi dovrebbe lamentarsi e ribellarsi sono gli alleati, non gli USA. Siamo di fronte al discorso del lupo nella favola del Lupo e dell’Agnello.
    Inoltre, come dimostra il ricorso della Cina all’OMC, prima di passare alle vie di fatto o di trattare, c’è un’ancora un’altra soluzione, che consiste nel pretendere il rispetto dei molti trattati ancora in vigore, che ancora vincolano gli Stati Uniti e che Trump viola programmaticamente. Allora aveva ragione chi sosteneva che i trattati sono pezzi di carta?Mettere gli USA sul banco degl’imputati serve comunque per chiarire a tutti che gli USA stanno distruggendo il meccanismo da loro stessi creato per schiavizzare il mondo,e sul quale sono purtroppo ancora basate le nostre false ideologie!
    Fortunatamente, i dazi stanno praticamente isolando gli USA dal mercato mondiale, perché rendono molto difficile a tutti i Paesi il commerciare con gli USA, ma non impediscono loro affatto di commerciare fra di loro, di modo che il loro commercio internazionale non ne risulterà complessivamente danneggiato, bensì anzi favoritom come è successo fra Cina e Russia con le sanzioni. Il presidente del fondo sovrano russo, Dmitriev, ha fatto notare il paradosso per cui le sanzioni occidentali, invece di danneggiare la Russia, l’hanno resa più autonoma dall’economia occidentale, con risultati positivi per Mosca, al punto che oggi non è la Russia a chiedere la rimozione delle restrizioni. Sono piuttosto le aziende statunitensi, secondo Dmitriev, a mostrare interesse per un ritorno sul mercato russo, e se questo richiedesse un allentamento delle sanzioni, sarebbe un passo vantaggioso principalmente per gli Stati Uniti. Tant’è vero che, paradossalmente, Trump non ha assoggettato Russia, Bielorussia, Cuba, Iran e Corea del Nord ad alcun dazio, mentre ha introdotto un dazio contro l’Ucraina e Israele. Infatti, le cifre presentate da Dmitriev confermano come le sanzioni hanno finito per colpire soprattutto le imprese statunitensi, mentre la Russia, sostenendo di non aver più bisogno dell’Occidente, si trova oggi in una posizione negoziale più forte, avendo anche nazionalizzato a prezzi di saldo le filiali russe delle multinazionali.Come diceva il compianto Kissinger: “Essere nemici degli USA è pericoloso, ma essere loro amici è fatale”.
    Prendendo per buono il valore nominale del Pil dei vari blocchi economici, quello degli USA è di 28.303,00 miliardi di dollari su 85.52 trilioni del mondo intero e 17 mila miliardi di euro della UE. Ciò implica che quest’ultima può esportare verso paesi terzi che hanno, complessivamente, un PIL di 68.52 trilioni, e nessun dazio. Sarebbe l’occasione in cui l’Europa potrebbe divenire veramente indipendente, sfruttando innanzitutto l’enorme potenziale commerciale della Cina:
    “China—thanks in part to ambitious industrial policy efforts such as Made in China 2025—produced almost half the world’s chemicals, half the world’s ships, more than two-thirds of electric vehicles, more than three-quarters of electric batteries, 80 percent of consumer drones, and 90 percent of solar panels and critical refined rare-earth minerals. And Beijing is taking steps to ensure its dominance continues and expands: China was responsible for half of all industrial robot installations worldwide (seven times as many as the United States), and it is a decade ahead of anyone else in commercializing fourth-generation nuclear technology, with plans to build over 100 reactors in 20 years.” (Foreign Affairs)
    Come ha scritto Cacciari su “La Stampa”, “L’Europa ha interessi vitali a rappresentare il punto di mediazione tra Occidente, Oriente, Mediterraneo e Africa. Interessi vitali a porre termine a guerre civili al proprio interno e a conflitti armati ovunque si manifestino. Un’unità d’azione per fronteggiare l’attacco sui dazi che non si fondi su questa visione strategica varrà meno di un’aspirina.”
    3.Il “Liberation Day” ha spiazzato i settari europei di tutte le fedi.
    E’ chiaro che, con la sua politica dei dazi, Trump ha rivoluzionato il sistema geopolitico mondiale (anche a costo di danneggiare gli USA), pur di realizzare il suo progetto politico di riportare in America la manifattura, rivitalizzando il “Rust Belt” come vorrebbero gli operai americani. Quanto ciò sia realistico in una situazione di alta occupazione e in parallelo al blocco dell’ immigrazione, lo si vedrà. Tuttavia, non si tratta di una politica nuova per gli USA, che l’hanno tradizionalmente adottata tutte le volte che si sono sentiti deboli. Come scriveva già 200 anni fa Friedrich List, dazi e liberalizzazioni hanno scandito fin dall’ inizio alternativamente l’espansione dell’Anglosfera, prima Impero Britannico, poi Stati Uniti. e i risultati sono stati sempre inconcludenti se non addirittura catastrofici.
    Il XIX secolo aveva segnato addirittura l’età dell’oro dei dazi negli Stati Uniti, con un tasso medio che sfiorava regolarmente il 50 per cento: un’estensione della dottrina adottata sin dalla fondazione del Paese, che sosteneva la protezione dell’economia americana durante la fase dell’industrializzazione: “Studi accurati di quel periodo suggeriscono che i dazi hanno contribuito a proteggere in una certa misura lo sviluppo interno dell’industria”, ha affermato Keith Maskus, professore presso l’Università del Colorado, “Ma i due fattori più importanti erano l’accesso alla manodopera internazionale e al capitale che fluiva negli Stati Uniti durante quel periodo”.Io aggiungerei anche l’appropriazione delle terre e delle risorse naturali degli Indiani. Secondo Christopher Meissner,infatti, oltre a questi fattori un altro “motivo per il quale negli Stati Uniti il settore industriale era fiorente, era legato alla grande disponibilità di risorse naturali”:carbone, petrolio, minerale di ferro, rame e legname, tutti essenziali per l’industria. Ma “il settore industriale non sarebbe stato meno sviluppato se avessimo avuto dazi molto più bassi”, ha aggiunto Meissner.
    3.La ‘Gilded Age’
    Spesso Donald Trump cita come modello l’ex presidente degli Stati Uniti William McKinley, il ‘padre’ dell’ondata di dazi approvata nel 1890 negli anni tra il 1870 e il 1913 – la cosiddetta ‘Gilded Age’ – il periodo in cui gli Stati Uniti sono stati più ricchi. Eppure, la tassazione doganale voluta da McKinley non impedì alle importazioni di continuare a crescere negli anni successivi al 1890, tanto che, quando nel 1894 fu deciso di abbassarla, la quantità di beni che gli Stati Uniti acquistavano all’estero rimase al di sotto dei picchi raggiunti negli anni precedenti.
    Nel 1929, George Roorbach aveva scritto che “dalla fine della guerra civile, durante la quale gli Stati Uniti erano stati sotto un sistema protettivo quasi, se non del tutto, senza interruzione, l’importazione si era enormemente espansa e le fluttuazioni che si verificarono sembrano essere correlate principalmente a fattori diversi dagli alti e bassi delle tasse doganali”. Un anno dopo fu il presidente repubblicano Herbert Hoover a imporre una stretta ai dazi: lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 è ricordato soprattutto “per aver innescato una guerra commerciale globale e aver aggravato la Grande depressione”, afferma il Center for Strategic and International Studies.
    La fine della Seconda Guerra Mondiale aveva segnato l’inizio di una nuova era nel commercio internazionale , definita dalla ratifica nel 1947 da parte di 23 paesi, tra cui gli Stati Uniti, dell’accordo di libero scambio Gatt che creò le condizioni per lo sviluppo del commercio internazionale, imponendo dazi doganali più moderati. Questo slancio fu mantenuto dal North American Free Trade Agreement (Nafta) tra Stati Uniti, Messico e Canada, entrato in vigore nel 1994. Accanto al Nafta, il libero scambio negli Stati Uniti fu ulteriormente ampliato dalla creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 1995 e da un accordo di libero scambio del 2004 tra gli Stati Uniti e diversi Paesi dell’America centrale.
    4.I dazi di Trump si scontrano contro la Grande Muraglia
    Nel XX Secolo, l’America puntava a liberalizzare i commerci per permettere alle sue multinazionali, in vantaggio dal punto di vista tecnico ed economico, di fare affari ovunque, senza interferenze degli Stati esteri. Le norme liberalizzatrici avevano un carattere generale, ma così favorivano chi era più forte nella sostanza (allora, l’America). Ora che le imprese più forti sono divenute quelle cinesi, l’America decide di separare i singoli mercati nazionali, per poter negoziare con ciascun Paese in base a criteri extra-economici (affinità ideologica, alleanze, interessi della famiglia Trump..), sfruttando le debolezze di ciascuno, e imporre sanzioni, dazi, bandi, preferenze, limitazioni, esenzioni, caso per caso (l’“Advocacy” delle imprese nazionali). In questo come in altri infiniti campi (ideologia, Stato-mercato, rapporti con le oligarchie), gli USA, come molti altri Paesi) si stanno dunque allineando (con quella che Girard ha chiamato “Rivalità mimetica”) al modello cinese di negoziati sovrani fra Capi di Stato (come nell’ antico “sistema tributario” del Celeste Impero. Comunque vadano le cose, la Cina vincerà dunque almeno la sua guerra culturale.
    Durante il suo primo mandato, Trump aveva già deciso nuove misure contro la Cina, molte delle quali furono mantenute sotto Biden. Ma nonostante quelle imposte, il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina aveva continuato a crescere fino al 2022, quando il gigante asiatico fu colpito da un rallentamento economico non correlato alle tariffe.
    Di fronte a questo scenario inedito, tutto l’”establishment” italiano ed europeo, nato dalla lottizzazione partitocratica e culturale -liberali, cattolici, marxisti-, non sa più come atteggiarsi. La Cina “comunista” è risultata più “efficiente” dell’Occidente “liberale”; il “fascista” Trump è stato il primo a portare i sindacalisti a parlare dalla sua tribuna alla Casa Bianca, con tanto di casco antinfortunistico e “gilet jaune”; la sinistra europea parteggia per Wall Street; la Germania sta pensando di ritirare 1.200 tonnellate d’oro (per il valore di 24miliardi di dollari), dalla U.S. Federal Reserve, e di investire 1000 miliardi in armamenti.
    Il preteso “liberismo” non esiste ormai più, con lo Stato americano che decide centralmente dove comprare e vendere, quali imprese favorire e quali svantaggiare, a chi trasferire enormi masse monetarie (sussidi, investimenti, pensioni, commesse pubbliche), e tutto è gestito da “oligarchie” che vivono in simbiosi con i vertici politici (basti vedere la famiglia Trump, i GAFAM, ecc…).
    Da parte sua, la Cina stava preparandosi da almeno un trentennio alla guerra dei dazi con gli USA. Infatti, due colonnelli cinesi, Qiao Liang e Wang Xiangsui, avevano definito, già nel 1996, Osama Bin Laden, prima degli attacchi agli Usa, come l’interprete più efficace di un nuovo tipo di guerra, descritto in “Guerra senza limiti”(tradotto a cura della CIA e con il commento in Italiano, di Fabio Mini), che riverdiva una millenaria tradizione del loro Paese nella trattazione delle tecniche militari, che vanta tra i suoi capostipiti il celeberrimo “L’arte della guerra” di Sun Tzu.
    5.”La Voce del Patriota
    Su La Voce del Patriota del 2019 si leggeva:
    “’Mentre Russia e Cina da anni continuano a comprare oro per liberarsi del dollaro, in Europa nazioni come Germania e Austria stanno riportando in patria i loro lingotti custoditi nelle banche estere, per mettersi al riparo da eventuali crisi.
    E’ bene ricordare che l’Italia è la terza nazione più ricca di oro al mondo, ma più della metà dei nostri lingotti sono detenuti fuori dai nostri confini, a differenza delle altre grandi nazioni che lo custodiscono gelosamente in casa propria.
    La nostra mozione per il rimpatrio dell’oro italiano è stata bocciata da tutte le altre forze politiche, ma il futuro Governo con Fratelli d’Italia restituirà l’oro agli italiani. E’ una promessa!’.
    Lo dichiara Giorgia Meloni, Presidente di Fratelli d’Italia, commentando il rischio di una tempesta finanziaria mondiale alle porte.
    L’Italia ha la quarta riserva aurea al mondo, ma il 52% è all’estero.
    L’Italia, con 2.452 tonnellate di oro costituito prevalentemente da lingotti (95.493) e per una parte minore da monete è quarta al mondo per riserve auree, dopo Stati Uniti, Germania e FMI. Il nostro tesoro, tuttavia, si trova per il 52% all’estero, mentre solo la restante parte è custodita nel caveau della Banca d’Italia. Il valore complessivo della riserva è di oltre 100 miliardi di euro.
    Fratelli d’Italia aveva presentato una mozione, bocciata da tutti, Lega compresa, nonostante Borghi e Bagnai predichino bene, razzolando male.
    ‘L’Italia riporti subito in Patria le sue riserve auree custodite all’estero. È partita la corsa all’oro in tutto il mondo per timore di una tempesta finanziaria: Russia e Cina aumentano le riserve auree, Germania e Austria lo rimpatriano; Usa, Uk, Francia e Svizzera costituiscono il “Golden Billion Group” e detengono riserve auree di molti Stati esteri. Mentre l’Italia, che è il terzo Stato possessore di riserve auree al mondo, lascia all’estero gran parte dei suoi lingotti.
    Una assurdità alla quale Fratelli d’Italia ha provato a mettere fine con una mozione, a mia firma, che è stata vergognosamente bocciata con il voto contrario di tutte le altre forze politiche: PD, M5S, Lega e FI.
    Oggi che il tema torna prepotentemente di attualità ed espone la Nazione a gravissime conseguenze, Fratelli d’Italia torna a chiedere che il governo e Bankitalia si attivino immediatamente per riportare all’interno dei confini nazionali l’oro degli italiani’.
    Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Giovanbattista Fazzolari, responsabile nazionale del programma di FdI.”
    Come mai, dopo che Fratelli d’Italia è andata al governo, questa promessa è stata bellamente dimenticata? Non sarebbe ora che, visto che l’Italia vuole trattare “tête-à-tête” con Trump, venisse rispolverato questo tema, come ha fatto recentemente la Germania, che ha già riportato a casa almeno parte del suo oro?

RINUNZIARE A ESSERE UNA FEDERAZIONE?Considerazioni sulla difesa dell’ Europa

“Qui in Europa siamo governati in sostanza dagli Americani(…) Non siamo nazioni sovrane (…). Non possiamo decidere sui nostri destini, perché su questi decide Washington”(Klaus von Dohnanyi, ex-Ministro per la cultura e la scienza ed ex-Sindaco di Amburgo)
Sono 80 anni che gli Europei perdono tempo a discutere se sia meglio una federazione o una confederazione, quando i due termini sono stati usati in modo quanto meno promiscuo in tutti tempi e in tutte le lingue (Berith, Lega, Bund, Confoederatio, Confédération, Unia, Union, Confederation, Rzeczpospolita, Sojuz, Savez, Respublika, Federacija, Soobscestvo…). Intanto, l’Europa moderna ha fatto effettivamente insieme ben poche cose, e, spesso, le più interessanti, come cooperazioni fra Stati (Mitropa, Arbed, Concorde, Ariane, Cooperazione allo Sviluppo, BEI, Tornado, Airbus, Eurofighter, Galileo, TGV, Euro)…Oggi, la cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” vorrebbe seguire sostanzialmente quegli esempi. Tuttavia, tutto ciò potrebbe andar bene finché si resti sul piano teorico, mentre, se si arrivasse veramente a una guerra con la Russia, il problema della condotta delle ostilità si porrebbe comunque in modo drammatico, com’è dimostrato dal dibattito in corso in Germania, che ci riporta alla tanto esecrata esperienza dell’Asse, dove il mancato coordinamento fra Italia e Germania (ma anche fra i generali nazisti) aveva portato a una serie di sconfitte: in Africa, nei Balcani, in Russia…
Ricapitoliamo qui di seguito i concetti fondamentali dei dibattiti in corso.


1.L’impossibilità per l’ Europa di vincere la Russia
Come già le invasioni della Russia da parte della Svezia, di Napoleone, della coalizione per la Crimea e di Hitler, un’eventuale guerra fra i “Volenterosi” e la Russia non potrebbe in nessun caso essere vinta,già perché i “Volenterosi” non dispongono di una deterrenza nucleare neppur lontanamente comparabile a quella russa, e gli Stati Uniti hanno chiaramente manifestato l’intenzione di non utilizzare la loro (presumibilmente perché anch’essa oggi inferiore a quella russa: vedi missile Oreshnik), e una guerra in Europa non varrebbe il rischio.
In ogni caso, l’articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico, e tanto meno la parallela clausola dei trattati UE, non potrebbero funzionare, se non altro perché non sono automatica, mentre invece le guerre nucleari post-moderne sarebbero semplicemente istantanee. Come sarebbe possibile discutere a 27 (ma anche solo a sue o tre) l’uso dell’arma nucleare? Per ovviare a questo stallo, si sta cercando di fare della Germania l’ago della bilancia, che oggi non può funzionare perché, attualmente, lo stesso governo tedesco deve astenersi dal voto nell’UE se i ministeri competenti e i partiti partner della coalizione nazionale non riescono a trovare una posizione comune ( un meccanismo noto come “Voto Tedesco”). La richiesta dei Cristiano-democratici ai Socialdemocratici sarebbe quella di consentire a Merz di “assumere il coordinamento fin dall’inizio o di impadronirsene durante il processo se la cancelleria lo ritiene necessario per garantire una posizione coerente del governo”. Si tratta di un’impostazione assolutamente governativa, evidentemente nella previsione che i meccanismi federali europei non vengano implementati in tempi utili. Di fronte a questo sconquasso, Gabriele Segre propone di rinunziare al progetto federalista (che, come scrive Cacciari, non è mai stato preso sul serio da nessuno).
Come abbiamo scritto in precedenza, l’idea di creare una federazione chiamata “Stati Uniti d’ Europa” è sempre stata molto debole, in quanto costituiva una confessione palese di ancillarità esistenziale dell’ Europa nei confronti dell’ America, a cui non poteva che seguire anche un’ancillarità di fatto, da cui ancora non ci siamo liberati.Invece, come scriveva Tocqueville contrapponendola all’ America, l’Europa ha un’eredità di governance fondata sul pluralismo (l’”Antica Costituzione Europea”), con Papa e Imperatore, Ordini e Regni, Monasteri e Leghe, Principati e Comuni, Feudi e Corporazioni…, che, “mutatis mutandis”, potrebbe valere ancor oggi, salvo che nel campo della Difesa.
In quest’ultimo, vale il discorso sulla mancanza di coordinamento e alle caotiche assemblee dei Generali di Hitler. E, lì, sarebbe forse il caso di guardare agli antichi Progetti di Crociata, aggiornati con la parziale automatizzazione dei processi decisionali.


2.Il “trilemma” della difesa nucleare europea
Ancor più problematica è la situazione in campo nucleare. Qui, secondo Foreign Affairs, si tratterebbe di conciliare tre disparati obiettivi: una deterrenza credibile ed efficace contro la Russia; la stabilità strategica, intesa come minimizzazione degl’incentivi per ntutti gli Stati a fare uso per primi delle armi nucleari(first strike); non-proliferazione dagli Stati nucleari ad altri Stati. Secondo Foreign Affairs, questi obiettivi non possono essere raggiunti tutti contemporaneamente. L’unica soluzione efficace sarebbe, a nostro avviso, quella discussa a suo tempo fra Gorbaciov e Mitterrand: una “Casa Comune Europea” in cui Russia ed Europa non rappresentassero più una fonte di minaccia reciproca, perché accomunate da prospettive culturali simili. E’ ancora possibile conseguire questa situazione dopo trentacinque anni di azioni volte costantemente ad attizzare l’odio reciproco? Certo, è difficile, e richiederebbe un lungo processo di avvicinamento, ma meno lungo di quanto lo sarebbe stato nel 1989. Infatti, oggi si tratta in realtà di conciliare due situazioni di fatto e due culture politiche meno lontane di allora. Intanto, oramai, dopo l’utilizzo, da parte di Ursula von der Leyen, dell’ Art. 122 del Trattato di Lisbona per fare passare RearmEurope a semplice maggioranza, l’ Unione si è già mossa decisamente sulla strada di uno Stato militarizzato, com’è attualmente la Russia. Anche gli sforzi del Governo Italiano di introdurre il Premierato vanno nella stessa direzione.
Nel contempo, dal punto di vista ideologico, la Russia ha rivitalizzato il “Russkij Konservatizm”, mentre, nell’ Unione Europea, si è scatenata una vera febbre identitaria (funzioni religiose, bandiere, inni, commemorazioni, eroi), non dissimile dalla Pasionarnost’ che, secondo Gumiliev, caratterizzerebbe l’identità russa. Tutto ciò non incontra più nessuna controspinta sostanziale, né dagli Stati Uniti, che anzi invitano l’ Europa a dare più spazio alle proprie politiche identitarie (vedi Vance), né da parte dell’Unione, che si fa promotrice di manifestazioni sovraniste europee (basate sull’inflazione della bandiera e dell’ inno).
Sarebbe il caso di cogliere quest’occasione di europeizzazione, e sembra paradossale che siano i sedicenti “conservatori” ad opporvisi.


3.L’”Establishment” non crede, e non ha mai creduto a Ventotene.
Come abbiamo scritto, le realizzazioni concrete delle organizzazioni europee, e, in generale, degli Europei insieme, nacquero, non già da un‘ideologia federalista (quale?), bensì da un lavoro sotterraneo dell’America e dall’applicazione delle idee dei Funzionalisti Mitrany e Haas, veicolate dalla “Dichiarazione Schuman” e dai Trattati europei scritti dallo studio americano Allen Overy (l’Europa dei piccoli passi, l’Europa degli Stati).Spinelli e i suoi seguaci avevano seguito un percorso, assolutamente condivisibile, ma del tutto differente, che sarebbe stato ancor più distante se non vi fossero state pressioni di vario tipo (La Malfa, Nenni), per far loro accettare l’inserimento in delle Comunità Europee assolutamente funzionalistiche e atlantiste, e, addirittura, per inserirvisi dal punto di vista personale.
Per parte loro, le politiche europee degli Stati Membri e delle Istituzioni sono state sempre ispirate solamente agl’interessi del “deep State” dei singoli Stati Membri, che non hanno mai avuto l’intenzione di cedere le proprie competenze all’ Europa, ma preferiscono cederle, semmai, come già diceva De Gaulle quando parlava del “Federatore Esterno”, agli Stati Uniti, che, almeno, erano lontani. ReArm Europe segna infine il trionfo dei “deep State” nazionali, che sognano oggi di costruire giganteschi eserciti nazionali, funzionali non già alla difesa dell’Europa, bensì a far primeggiare Germania, Francia, Inghilterra o, rispettivamente, Polonia, all’ interno di un fantomatico “Occidente” che conta sempre meno in un’ottica mondiale, ma salvando così la ragion d’essere delle diverse burocrazie.
Però, con Trump, il velo d’ ipocrisia sui rapporti transatlantici si sta diradando, sì che sta divenendo impossibile continuare ad affermare (come accade ancor oggi) che il legame transatlantico sia compatibile con l’autonomia strategica europea. Infatti, Trump e i suoi ministri attaccano insistentemente l’Europa e l’Unione Europea, si rifiutano d’ incontrare le sue Istituzioni, danno tutta l’impressione di non prendere minimamente sul serio il cosiddetto “ombrello nucleare” dell’ Art. 5, e si propongono espressamente, con i loro dazi, di peggiorare la situazione economica degli Europei , colpevoli di aver “fregato” l’ America. Stanno perfino studiando come addebitare agli Europei i costi della guerra in Yemen, asserendo (assai poco credibilmente) ch’ essa è fatta essenzialmente per tutelare gl’interessi europei.


4.La falsità dell’ “Identità Europea” di Benigni e Vecchioni, ma anche di Meloni.
Noi, che abbiamo difeso l’Identità Europea quando nel ’68, si voleva imporci un internazionalismo privo di radici e che sfociò nel terrorismo – noi, che abbiamo organizzato le manifestazioni studentesche per Jan Palach, per il KOR, per gl’intellettuali ucraini; noi che abbiamo lavorato per 4 anni in quella roccaforte della cultura e del diritto europei che è la Corte di Giustizia a Lussemburgo; noi che abbiamo organizzato centinaia di alleanze fra imprese europee, tra l’altro nei settori della difesa e dell’ aerospazio e nell’ Europa Centrale e Orientale; noi che siamo concentrati da decenni sullo studio della storia dell’ Identità Europea- sappiamo distinguere l’identità autentica da quella fasulla distillata dai gatekeepers e recitata da attori prezzolati, che pretendono vi sia un’unica “Identità Atlantica”(a seconda delle preferenze, con o senza Trump).
In realtà, l’America di Trump, che viene incolpata di ogni male, è l’America di sempre, ma senza l’ipocrisia puritana dei “liberals”. E’ l’America che nasce con il giuramento del Mayflower, dove i membri della Congregazione di Scrooby imposero agli altri passeggeri di giurare loro fedeltà. Essa continuava con la strage delle streghe di Salem, ben descritta ne “La Lettera Scarlatta” di Hawthorn. Nella Dichiarazione d’ Indipendenza si giustificava la loro “conspitacy” contro il Re d’Inghilterra con il fatto che questi parteggiava per i barbari Indiani e per i Canadesi papisti. Si dava per scontata la schiavitù in un momento in cui i tribunali la bandivano dall’ Impero Britannico. Appena resisi indipendenti, gli Americani avviarono il “Trail of Tears”, spossessando gl’ Indiani e deportandoli a Ovest, dove strapparono al Messico la metà del loro territorio, e dove impediscono ancor ora ai latinos di ritornare. Gl’intellettuali come Emerson, Whitman, Friske, Turner, Mead e Willkie teorizzavano il Destino Manifesto degli Stati Uniti di conquistare il mondo con il pretesto di portarvi la libertà. Cacciarono la Spagna da Cuba, da Puerto Rico e dalle Filippine, ma vi instaurarono colonialismo e neo-colonialismo. Finanziarono Trockij, Stalin e Hitler. Fecero esplodere, primi e unici nella storia, due bombe atomiche sulla popolazione civile di un Giappone già sconfitto. Invasero la Corea, il Vietnam, l’Irak e l’Afghanistan. Controllano il mondo intero con le intercettazioni e i social networks, lo occupano da ottant’anni con migliaia di basi, e lo taglieggiano con il signoraggio del dollaro e la monopolizzazione dei commerci. Fin dai tempi dell’invenzione dell’informatica, progettano un impero mondiale delle Macchine Intelligenti, diretto dagli amministratori delegati delle loro multinazionali (l’”America-Nondo” di Valladao). A sua volta, l’intellighentija europea (Dickens, Kafka, Céline, Alvaro, Simone Weil) ha stigmatizzato costantemente lo spirito dell’America come materialista, sfruttatore, volgare, livellatore, anticulturale, associandosi, in ciò, agl’intellettuali indipendenti americani (Boas, Eliot, Pound, Miller, Dos Passos, Chomski)
L’ipocrisia (oggi Biden, domani Trump) ha costituito fin dall’inizio lo strumento principe dei Puritani, che si atteggiano a vittime e liberatori quando invece smaniano per stabilire il loro controllo totale sul mondo. Perciò, nei Paesi conquistati, come l’Europa, i fiduciari dei Puritani si sono presentati fino ad ora come Progressisti. Hanno costruito la loro narrazione occultando il ruolo distruttivo dell’America, innanzitutto nella Rivoluzione Francese, figlia del “Comitato di Corrispondenza” dei rivoluzionari americani, e, poi, quello nelle rivoluzioni dell’ Ottocento e nei totalitarismi. Dunque, “Oportet ut scandala eveniant.”: Trump e i Trumpiani ci stanno aprendo gli occhi sul vero volto dell’America. Suscitando l’entusiasmo degli amministratori delegati e proprietari dei monopoli dell’informatica, fino a poco fa vicinissimi a Biden, e improvvisamente si convertiti a Trump, chiedendogli si schiacciare i seppur modesti tentativi della UE di controllarli e di tassarli.


5.Cercare una via di uscita diversa
A causa di tutto ciò che precede, è sempre più difficile nascondere lo “status” di vassallaggio degli Europei, e, di conseguenza, la natura collaborazionistica dell’ intero “Establishment” . Basti pensare al fatto che l’Unione non viene mai, né menzionata, né nemmeno contattata, dai successivi presidenti americani, che Kaja Kallas è stata fatta venire a Washington con il Segretario di Stato Rubio, che però non si è nemmeno fatto trovare. Nel mondo parallelo del web si sta addirittura ipotizzando che Vance potrebbe venirci imposto come presidente dell’ Europa. Sembra quasi che l’amministrazione USA si sforzi di disgustare l’Europa, per cancellare le precedenti retoriche atlantiste troppo lente e inefficaci, ed eventualmente sospingere l’Europa verso la Russia, in modo da non essere costretta a difenderla.
In questo contesto, si pone il difficilissimo progetto di Giorgia Meloni di “costituire un ponte” fra il trumpismo e la Coalizione dei Volenterosi europei. Ponte che sarebbe teoricamente nella natura delle cose, perché vi è un’obiettiva discrasia fra il preteso “isolazionismo” (ovvero nazionalismo), di Trump e il suo “Europe Bashing”. L’Europa viene vista (in parte giustamente ) dai Trumpiani come una roccaforte “Woke” da annientare, o almeno da conquistare. Tuttavia, le aspirazioni tradizionaliste di MAGA, legate al realismo in politica, al leaderismo, alle radici cristiane, alla libertà di pensiero, porterebbero, sempre teoricamente, a un atteggiamento molto più rispettoso verso l’Europa, radice delle tradizioni americane. Oggi, nei fatti, nessun leader sovranista europeo potrebbe essere veramente trumpiano, perché dovrebbe fare gl’interessi dell’America contro quelli dell’Europa. Questo soprattutto in considerazione del fatto che, in parallelo alle varie battaglie di Trump, e quasi indistinguibile da esse, si sta consumando la mutazione ontologica del mondo attraverso l’azione dei GAFAM, e, in particolare, attraverso l’azione di Elon Musk. Mutazione che dovrebbe costituire il nemico per eccellenza di tutti i Conservatori Europei, sì che non capiamo proprio perché nessuno ne parli, in particolare, i leader sovranisti. Invece, l’atteggiamento doveroso dei veri “sovranisti europei” dovrebbe essere quello indicato, sulla stampa di lunedì , da Asma Mhalla: «È un cittadino che sa di essere un soldato che combatte in una guerra ibrida, invisibile ma costante. Perché tutte le tecnologie hanno un impiego civile esplicito e uno militare non esplicito».