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LA DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA DELL’EUROPA?Come arrivarci

Come molte altre nuove iniziative dei soggetti più svariati che emergono in questo giorni – dal “Riscrivere l’ identità dell’ Europa” al Ministro Giuli, alla “Nato sotto il controllo dell’ Europa” del Pentagono, fino al “G5” della Strategia di Trump-, anche la lodevole iniziativa del Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa  di una Dichiarazione di Indipendenza (evidentemente, dagli Stati Uniti)- è qualcosa che noi pensavamo e proponevamo da almeno 70 anni. Ci chiediamo perché nessuno vi abbia mai dato seguito, e cerchiamo qui di seguito di trovare una spiegazione.

1.80 anni di “torti” degli USA verso l’ Europa

Crediamo che abbia ragione a questo proposito Marco Travaglio:  “L’Europa, oggi pronta a scandalizzarsi per i toni di Trump, paga le conseguenze di trent’anni di obbedienza agli Stati Uniti anche quando questa la danneggiava”.Travaglio elenca quindi le recenti scelte che considera autolesionistiche: i dazi di Trump accettati senza reagire, la Via della Seta abbandonata “perché Biden non la voleva”, un piano di riarmo “contro un nemico che non esiste semplicemente perché ce lo stiamo inventando”.E conclude: “Abbiamo detto di sì al 5% di Pil alla Nato perché siamo dei servi. E non ci meritiamo il rispetto perché i servi il rispetto non se lo meritano, i padroni coi servi non perdono nemmeno il tempo a discutere”.

In realtà, i “torti” verso l’ Europa risalgono a molto prima:

-le decine di basi (alcune con testate nucleari) concesse da De Gasperi senza un serio dibattito parlamentare;

-il “Kanzlerakte” segreto con la Germania (se esiste);

-l’oscura fine della Olivetti;

-le misteriose morti di Moro e Herrhausen;

-il divieto di bomba atomica europea;

-il nulla di fatto della Conferenza di Praga per una Confederazione Europea,

-il progetto GUAAM per l’inserimento dell’ Est Europa negli “standard NATO”

 le ingerenze in Euromajdan (p.es. Victoria Nuland).

Non per nulla, giovedì, POLITICO   ha incoronato Trump come “the most powerful person shaping European politics”, scatenando le meritate ire di Ursula von der Leyen.

E’il presidente americano, non quello europeo, a plasmare il futuro dell’ Europa. Il disegno che è emerso in questi giorni sotto varie forme è molto più di una semplice “strategia di difesa” degli USA, come è stata qualificata dall’ Amministrazione americana: e’ una riproposizione  del “Novus Ordo Seclorum” massonico, citato sulle banconote da un dollaro, perseguito dai precedenti Presidenti (“the New American Century”dell’ omonima fondazione, l’”America-Mondo” di Valladao), ma  descritto ora con un linguaggio compatibile con l’ideologia imperiale degli Stati-Civiltà eurasiatici, in modo da poter costituire una base di discussione con gli stessi (“If you can’t beat ‘em, join’em”). Un modo per riprendersi con la mano sinistra quello che la sinistra “liberal” si era lasciata sfuggire dalla destra, con il fallimento della narrativa tradizionale dell’America esportatrice di progresso.

Per contrasto con gl’Imperi, gli Europei sono descritti  come decadenti, e i loro leader come deboli e privi di progetto. Del resto, l’aveva già scritto Nietzsche 150 anni fa: “Ma la loro ora giunge, e giunge anche la mia. Povera erba, misero suolo, desiderosa non di acqua, ma di fuoco”.Per non parlare di Leontiev, di Eliott, di Céline.

Sotto questo aspetto, Trump ha perfettamente ragione:“I think they’re weak “I think they don’t know what to do. Europe doesn’t know what to do” Per Trump, i governanti europei sono deboli perché non riescono a portare a termine il compito loro affidato dall’ America: essere l’avanguardia dell’ Occidente sul continente eurasiatico (Brzezinski), ma, anzi, si associano all’ opera disgregatrice del “nemico interno” americano (la “Cultura Woke”). Colpa fondamentale: l’immigrazione, che starebbe alterando definitivamente l’equilibrio “Whites-non Whites”, su cui si regge l’equilibrio  dell’ Occidente modernistico. Nel  nuovo ordine mondiale perseguito da MAGA, viene enfatizzato e ribadito il ruolo di vassalli degli Europei (che già esisteva almeno dal 1945, se non da prima-vedi Società delle Nazioni-) . Nella  parte “riservata” della Strategia per la Sicurezza Nazionale, si propone infatti di sostenere «i partiti, i movimenti e le figure intellettuali e culturali che invocano la sovranità e la preservazione/restauro dei tradizionali stili di vita europei… pur rimanendo filoamericani», così come l’RSS promuoveva i partiti comunisti.. Per Trump, come per tutti i populisti, i “tradizionali stili di vita” degli Europei sarebbero quelli dei piccolo-borghesi del 2° Dopoguerra, filoamericani perché avevano appena subito la “batosta” della Guerra Mondiale (vedi “La Pelle” di Malaparte). Non si sognano neppure di ipotizzare che gli “stili di vita” tradizionali degli Europei siano quelli dei “kaloi k’agathoi” dell’ Antichità, dei cavalieri cristiani, dei santi medievali, dei signori rinascimentali, degli “Hommes d’esprit” illuministi e degli eroi romantici.

In pratica, la “Strategia” propone (sulla scia di Musk) di “distruggere l’Unione Europea” facendo leva sui partiti sovranisti di Italia, Austria, Ungheria e Polonia (lasciando invece prudenzialmente da parte Inghilterra, Francia, Germania, Repubblica Ceca e Slovacchia). Per fronteggiare quest’eventualità, da tempo  Von der Leyen aveva proposto il cosiddetto “Democracy Shield”, mirante a impedire, sul modello americano (poi anche russo), ogni ingerenza straniera sui processi elettorali (come per esempio quelli di Oxford Analytics, per non parlare di quelli americani in Romania, Moldova e Georgia). Questo ha esacerbato l’accusa americana all’ Europa di conculcare la libertà di parola. Accusa anch’essa fondata, soprattutto alla luce di leggi come la proposta Gasparri-Delrio.

La parte “riservata” della Strategia parla anche di un «Core 5», o” C5”, in pratica un nuovo forum globale che dovrebbe prendere il posto del G7(se non del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite), e di cui farebbero parte Stati Uniti, Cina, Russia, India e Giappone, ma nessun Paese europeo. Del resto, sono gli Europei quelli che, contrariamente a Trump, non vogliono parlare con le “autocrazie”, e, di conseguenza, si stanno riducendo a parlare con se stessi.

2.L’establishment europeo è obsoleto

Occorre subito dire che la visione che Trump ha dell’ Europa  è molto comprensibile, e si avvicina perfino a quella del federalismo europeo. L’Establishment europeo “non ha un progetto proprio” perché sostanzialmente vuole ancora realizzare nel nostro continente (con un ritardo di 300 anni) l’utopia americana, trasformatasi però nel frattempo, prima,  nelle “Rivoluzioni Atlantiche”, poi ,nella “democrazia liberale” (cioè capitalistica), poi ancora in quella postumanistica, mentre il mondo è andato avanti, evolvendo verso gli Stati Civiltà e le Repubbliche Tecnologiche. Lo dice il fatto stesso di evocare, perfino nel nome del Comitato, gli “Stati Uniti d’Europa”, che sarebbero una palese “clonazione” degli USA, per giunta basata sull’ idea degli “Stati” membri (che son quelli che hanno sempre fatto problema). Si dice che, in una federazione, gli Stati “cederebbero la sovranità”. Ma in Europa non possiamo  più cederla: l’abbiamo  già ceduta all’ America. Quello che dovrebbero mettere in comune è, invece, l’ Identità, cioè una sostanza condivisa dell’ uomo europeo anche dopo l’invasione delle Macchine Intelligenti – una visione che dovrebbe essere alternativa a quelle di USA (e anche Cina)-, e guidarci ad una strategia politica diversa.Cosa che la nostra cultura non sta proprio facendo, ferma, com’è,   all’ America di 300 anni fa.

Dal punto di vista istituzionale, ciò significherebbe riscoprire l’”Antica Costituzione Europea” (di cui parlava Tocqueville), trasfondendola nella “Società delle Macchine Intelligenti”.

Ciò detto, una “Dichiarazione d’Indipendenza dell’ Europa”, che appunto non c’è ancora mai stata, sarebbe forse l’unico fatto concreto per fare avanzare almeno di un poco la statualità europea, dandole un contenuto quasi costituzionale, e contrastando apertamente la vassallizzazione di fatto del nostro Continente. Tuttavia, già solo il modo per attuare tale indipendenza costituisce un arduo compito, che cercheremo di  abbozzare alla fine di questo  post.

Perfino l’”autonomia strategica” invocata dal “Comitato di azione per gli Stati Uniti d’Europa” continua  e rimestare una visione limitativa del progetto europeo: la capacità di gestire veramente la politica estera e di difesa, con differenze rispetto all’ America, ma restando sempre all’ interno dell’ “Occidente”. Secondo il documento firmato da un certo numero di politici e intellettuali di molti Paesi europei,  la Strategia USA di Difesa Nazionale, da noi commentata gli scorsi giorni, costituisce “una dichiarazione politica di guerra contro l’ UE”, “L’Europa deve pertanto trarne le necessarie conclusioni: la sua sicurezza, la sua prosperità e la sua democrazia non possono più dipendere dalla mutevole volontà degli Stati Uniti. L’autonomia strategica non è più un’opzione, ma una necessità.” Giustamente, ad esempio, gli 007 danesi hanno ricordato al loro Governo che, fra i nemici da sorvegliare, ci sono gli Stati Uniti, che hanno ufficialmente in programma di invadere la Groenlandia, e di cui sono già stati arrestati alcuni agenti che preparavano una sommossa delle popolazioni locali.

In particolare, i firmatari del documento contestano il ruolo che Trump pretende di assumersi, di “autorità politica mondiale”, in alternativa alle Nazioni Unite, che è proprio quella che, se fosse veramente “isolazionista”, dovrebbe invecerifuggire. Questo è il più puro imperialismo universalistico, nello stile cinese, persiano, romano e islamico.

Gli USA, poi, senza il loro eccezionalismo, sparirebbero immediatamente. Forse, questo vale per tutti gli attuali Stati Continentali, eredi di antichi imperi, e  perfino per l’Unione Europea, che si presentava come l’aspirante erede del progetto americano, ma invece Trump sta trasformando ne “caro estinto”.

3.I programmi scolastici “trumpiani” di Valditara

Il Ministro Valditara ha rilasciato un’intervista in cui ha chiosato la nuova strategia americana, facendone la premessa della sua politica scolastica: :”mi pare che il bersaglio non sia l’Europa in quanto tale, ma un’Europa wokista, che ha smarrito i propri riferimenti storici e culturali. Il documento pone un tema enorme: quale futuro può avere un’Europa che non fa figli, non tutela i propri interessi, non crede più in sé stessa e ignora la propria storia? Io lo ripeto da mesi anche ai miei colleghi ministri dell’Istruzione dei Paesi Ue: abbiamo bisogno di programmi scolastici che rimettano al centro la storia europea e i valori dell’Occidente.”

Certamente, anche nell’interpretazione di Valditara c’è del vero (circa la storia europea), però neppure l’idea di Trump e del ministro del Ministro sulle pratica equivalenza fra identità europea e “valori dell’ Occidente”  ci pare fondata alla luce dei molti decenni dedicato da Alpina Dialexis allo studio dell’ Identità Europea (cfr. “10.000 anni di Identità Europea”). Intanto, un’ “Identità Occidentale” non esiste. Semmai, è in corso una “Guerra Culturale” fra varie “anime” dell’ Europa – fra, da un lato, il modernismo americano, e, da un altro lato, i conservatorismi dei popoli delle steppe e dell’ Islam, che influenzano, seppur dall’ esterno, l’evoluzione culturale in Europa-. Orbene, non si capisce in che modo l’imposizione totalitaria, che Valditara vorrebbe fare attraverso la scuola, della “Grande Narrazione” occidentale, osteggiata nella storia da tanti grandi intellettuali europei o filo-europei – tra gli altri,  da Vico, Leopardi, Goethe, Kierkegaaard, Schopenhauer, Dostojevskij, Soloviov, Spengler, Toynbee, Trubeckoj, Guénon, Eliott, Pound, Evola, Simone Weil e Toynbee-, potrebbe aiutare l’ Europa a superare la propria crisi di civiltà, che, anzi, deriva in gran parte proprio da passate imposizioni ideologiche sotto l’influenza dell’ America (per esempio, attraverso il “Comitato di Corrispondenza” della Rivoluzione Americana; la Costituzione di Cadice influenzata da quella americana; i 14 Punti di Wilson; l’occupazione militare dell’ Europa; il “Russia Bashing” accoppiato allo“Europe Bashing” ….

Prosegue il Ministro: “Oggi accade che si studi approfonditamente un felino preistorico vissuto in Messico milioni di anni fa e poi si trascurino Atene, Roma e Gerusalemme“,  senza rendersi conto che proprio dall’ abuso di questa triade è derivato in gran parte il grande rifiuto delle nuove generazioni delle Retoriche dell’Idea di Europa,  proprio a causa delle quali non si era riusciti a scrivere una decente Costituzione Europea. Eppure, il ministro intende perseverare sulla strada fallimentare di Giscard e di Pera, ripercorrendo il pensiero di A.D.Vance sull’ “Ordo Amoris”, già stroncato dal Cardinale Prevost non ancora cardinale:”Riportiamo ordine nelle priorità: i ragazzi devono uscire dalle medie avendo compreso che la nostra civiltà nasce da Atene, da Roma, dal cristianesimo, dall’Umanesimo”.

Non che quanto sopra non sia vero. Purtroppo, però, sotto l’influenza delle pressioni occidentali per un  “Nation Building europeo”(p.es, Weiler), si è manipolata la storia delle nostre culture in modo tale da fare dir loro esattamente il contrario di quello che erano i loro obiettivi originari, e da farle sembrare uguali a quella americana:

-Grecia e Roma: si è tentato di farne “la culla della democrazia”, mentre la Grecia classica  (Ippocrate, Socrate, Platone) qualificava costantemente  la democrazia come la peggiore fra le 6 “classiche” forme di governo, e riservava la partecipazione alla vita pubblica a un numero irrisorio di cittadini;  Roma, dove il potere era lottizzato fra un “Princeps” onnipotente, dei Senatori schiavisti e inamovibili e le Legioni in stato di mobilitazione permanente,  ignorava perfino la parola “democrazia”, e condannava la Grecia per le proprie istituzioni troppo “”liberali”;

-Israele: Il regime descritto nel Vecchio Testamento era una sintesi di patriarcato, teocrazia e genocidi,  che, per la sua durezza,  non ha praticamente eguali nella storia mondiale. La stessa parola “patriarcato”, oggi tanto deprecata,  deriva delle figure fondatrici di Israele, da Abramo a Mosè (che per altro corrispondevano a concetti di tutti i popoli antichi, da “Patrios Politeia” a “Patres Conscripti”, a “Padri della Chiesa”,a “Patrizi”ai “Padri della Patria” .

Ma persino i tanto esaltati Rinascimento e Illuminismo furono il regno dei monarchi assoluti, delle guerre di religione e di successione, e  il modello per Leibniz e di Voltaire fu l’impero cinese, apprezzato per il suo dispotismo illuminato.

Che queste cose imbarazzino i legislatori e i legislatori “democratici” è un controsenso, quando invece tutti esaltiamo come nostri ispiratori Mosè, Giulio Cesare, Machiavelli e gl’Illuministi, e l’ideologia MAGA si riproporrebbe proprio di affermare una visione realistica della storia contro le romanticherie e la debolezza del “Woke”. Le culture europee classiche non vanno demonizzate per questi loro aspetti realistici e anti-millenaristici, così come non va demonizzata la cultura moderna per via della Leggenda Nera, della Tratta Atlantica, del Terrore rivoluzionario, del Trail of Tears, del colonialismo, dei Gulag,  dei genocidi e della bomba atomica, né le civiltà extraeuropee per il Jihad, gli harem, il Satee, le caste, Cingghis Khan e Tamerlano, Qin Shi Huang Di, la rivolta di Anshi e quella dei Taiping, lo stupro di Pechino, i Lager, i Gulag e i Laogai:”Es irrt der Mensch, solange er strebt!”. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!

Lo studio dell’ Occidente che Valditara si accinge a imporre agli scolari italiani è sbagliato già per quanto sopra, come è un controsenso la pretesa di permettere di sconfiggere le cosiddette “autocrazie” (cioè l’enorme maggioranza del mondo) attraverso l’insegnamento delle nostre culture classiche (che assomigliano così tanto alle esecrate “autocrazie”). Infatti, scriveva correttamente Sun Zu “Se conosci il nemico e conosci te stesso, non hai bisogno di temere il risultato di cento battaglie. Se conosci te stesso, ma non il nemico, per ogni vittoria ottenuta soffrirai anche una sconfitta. Se non conosci te stesso né il nemico, soccomberai in ogni battaglia.”

Se noi facciamo esattamente il contrario di SunZu, è perché partiamo dall’ idea che i nostri giovani non abbiano alcuna chance di influenzare i conflitti del futuro, e quindi è inutile che si montino la testa a fare delle strategie. Mentre i giovani cinesi, arabi, russi, indiani e sudamericani conoscono, oltre alle loro rispettive culture, anche tutto dell’ Occidente, in modo da potervisi confrontare autorevolmente (e lo stanno facendo sempre di più), noi ci chiudiamo in una bolla autoreferenziale, cosicché cadiamo dalle nuvole quando, per esempio, avevamo perso le battaglie della IIa Guerra Mondiale; quando avevamo visto cadere il Muro di Berlino; quando avevamo visto arrivare i barconi dei migranti e la automobili elettriche cinesi.

In realtà, i programmi scolastici di Valditara servono a una sola cosa: ad abbrutire ancora ulteriormente le masse di giovani Europei senza prospettive, che debbono subire senza reagire continue “rivoluzioni dall’ alto” imposte dall’ esterno, e, al limite, morire sui campi di battaglia in guerre che non sono loro, senza sapere neppure il perché.

Valditara ha per altro ragione quando dice che “serve una rivoluzione culturale che parta dalla scuola. Se un continente smette di conoscere la propria storia, smette di credere nei propri valori e nella propria missione nel mondo. “ Ma è proprio ciò che è successo e continua a succedere con l’ Europa, dove nessuno conosce le nostre lingue, né antiche,né moderne (salvo l’Inglese), ma nessuno sa neppure i nomi degli Stati Europei e delle rispettive capitali (per esempio, Tallin  e Riga per cui dovremmo morire). Figuriamoci se conosciamo i principali letterati e artisti, oppure i principali eventi storici. Chi sa chi fu Nestore di Kiev, oppure il Cid Campeador, o Chrétien de Troyes, oppure Solimano il Magnifico?

Occorrerebbe, certo, come suggerisce Valditara, partire da ciò che è prossimo, per arrivare a ciò che è universale. Ma lungo questo iter si pongono la città, il dialetto, la storia regionale e nazionale, le lingue nazionali, l’Europa, le lingue classiche europee ed extraeuropee, i grandi classici mondiali, da Sinliqiunnini a Confucio, da Buddha al Corano, non già “l’Occidente”.

4 Ora è l’Europa che vuole esportare la democrazia?

Come scrive l’Ambasciatrice Basile su “Il Fatto Quotidiano”, mentre i governi “trumpiani” preparano i nostri giovani a diventare inconsapevole carne da cannone, i “Volenterosi” anti-trumpiani hanno preso il posto dei “Neocon” nel portare avanti il piano fanatico e settario di esportare la democrazia”. Scrive Basile:”L’Europa…critica  la dottrina Trump perché vorrebbe portare avanti ,anche da sola, le guerre di esportazione della democrazia a interesse esclusivo del dollaro”.Un vecchio sogno dei filo-atlantisti: diventare più realisti del re, in modo che il re ci lasci finalmente creare un esercito europeo decente, purché combatta per lui (i Giannizzeri,  la Legione Straniera, o le Waffen SS).

Del resto è quanto, in piccolo,  si era già verificato in Afghanistan, dove gli USA avevano imposto agli Europei di ritirarsi, perché fosse chiaro chi comanda: “Siamo venuti insieme e ce ne andiamo insieme”.Orbene, essi vogliono impedire che ciò avvenga di nuovo, perché queste cose distruggono la loro residua credibilità.

In realtà, ci sarebbe ben altro di cui preoccuparsi. La parte “riservata” della Strategia di Trump configura una nuova organizzazione dei rapporti internazionali (senz’altro più aderente all’ attuale realtà di potenza di quella disegnata 70 anni fa), un’organizzazione che sancisce esplicitamente il declassamento dell’ Europa. Al primo livello (quello che è oggi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite), si porrebbe un “G5”, comprensivo dei soli veri “Stati Civiltà”, che condividono, in grandi linee,  l’ideologia “autoritaria” trumpiana (USA, Cina, Russia, India e Giappone). Subito al di sotto, ci sarebbero le “corti” di “vassalli del primo livello”, coloro che sono comunque “allineati con Trump”. Per l’Europa, il documento parla di Italia, Austria, Ungheria e Polonia, mentre la Strategia ufficiale parlava di “Anglosfera”.

Trump si riserva un ruolo di sovrano del nuovo ordinamento internazionale, in cui tutti i ruoli apicali saranno destinati a suoi più stretti alleati. Un’applicazione dello “spoil system” a livello mondiale: la realizzazione dello Stato Mondiale dei GAFAM quale descritto da Schmidt e Cohen in “The New Digital Age” e da Karp in “Repubblica Tecnologica”, che significa anche e soprattutto la definitiva presa del potere da parte delle macchine senza che neanche ce ne accorgiamo, come da noi profetizzato da molti anni  sulla scia di De Landa e di Morozov. Questo è il maggior pericolo per l’ Umanità, quello contro cui occorre coalizzare tutte le forze disponibili (confronta i nostri post precedenti).

Crediamo che questo progetto possa ancora non realizzarsi se continuerà l’opposizione di molti. Soprattutto di Russia e Cina, che, avendo addirittura  anticipato la guerra in Ucraina con i due documenti di Lavrov che chiedevano proprio la rinuncia degli USA a un siffatto ruolo sovraordinato, non si accontenteranno certo di rimanere dei comprimari. Tant’è vero che stanno addirittura creando una valuta alternativa al dollaro (per Trump, la massima delle eresie).Del resto, l’ha appena detto Lavrov: finalmente Trump ha capito (e sarebbe il solo) quali erano le cause profonde della guerra in Ucraina.

Comunque, la battaglia è aperta su tutti i fronti, e l’Europa non può certo tirarsi indietro, né tanto meno accettare da sola di subordinarsi agli USA, quando tutte le parti del mondo lo stanno rifiutando e rivendicano giustamente un ruolo di primo livello.

5.Le pendenze fra la UE e i GAFAM

Trump, e soprattutto Musk, vogliono dunque “abolire la UE”, sostituendola con una miriade di staterelli insignificanti subordinati agli USA e manipolabili attraverso il web e i partiti addomesticati.

Certamente, soprattutto la posizione dei GAFAM è comprensibile, perché le sanzioni contro di essi sono rimaste l’unico brandello di resistenza opposto dall’Europa contro il loro dominio, resistenza che ha provocato, come si vedrà, una reazione inconsulta di Musk, che, da privato qual è, vorrebbe emulare la prassi terroristica dei Governi americano e soprattutto israeliano, di colpire individualmente funzionari stranieri che eseguono politiche sgradite dei loro Governi.

Dalla nuova indagine sull’uso dell’intelligenza artificiale ai maxi-procedimenti che hanno colpito Google, Apple, Amazon, Meta e Microsoft: la Commissione Ue ha rafforzato la propria pressione sui giganti digitali. Multe miliardarie, nuovi obblighi del Dma e rischi regolatori:

(i)X

Poco dopo l’annuncio della multa di 120 milioni a X, Musk si è sfogato sulla sua piattaforma, accusando l’UE di averlo multato “personalmente” e definendo la decisione sul DSA “folle”. Ha inoltre minacciato ritorsioni non solo contro l’UE, ma anche contro “le persone che hanno preso questa decisione contro di me”.

 “Non multiamo individui ai sensi del DSA”, ha spiegato ai giornalisti il portavoce Thomas Regnier. Eppure, le minacce hanno colpito nel segno a Bruxelles, da dove i funzionari dell’UE viaggiano spesso negli Stati Uniti per la diplomazia tecnologica e ora si chiedono quanto siano i benvenuti.

(ii)Google

L’indagine avviata dalla Commissione nei confronti di Google sull’uso degli strumenti legati all’AI è solo l’ultimo tassello di una battaglia iniziata quasi vent’anni fa. Negli ultimi due decenni, infatti, la Commissione Ue – ora guidata dalla vicepresidente esecutiva Teresa Ribera – ha costruito uno dei più ampi e incisivi arsenali regolatori al mondo contro gli abusi di posizione dominante delle grandi piattaforme digitali. Dalle maxi-multe inflitte a Google e Microsoft, fino ai nuovi procedimenti nati con il Digital Markets Act (Dma), l’Europa si è trasformata nel laboratorio globale della regolamentazione tecnologica, anche se assolutamente insufficiente.

Il confronto tra Bruxelles e Google è quello più lungo e complesso. Tutto inizia con il caso Shopping, concluso nel 2017 con una multa da 2,42 miliardi di euro per aver favorito il proprio comparatore di prezzi nei risultati di ricerca. L’anno successivo arriva la stangata più pesante: 4,34 miliardi di euro per le pratiche legate ad Android, accusato di imporre ai produttori la preinstallazione di Google Search e Chrome. Nel 2019 tocca ad AdSense, con un’ulteriore sanzione da 1,49 miliardi di euro per clausole anticoncorrenziali nei contratti di pubblicità online. La partita più nuova e strategica si gioca nel mondo dell’adtech. Nel 2025 la Commissione conclude un’indagine storica sull’ecosistema pubblicitario digitale, infliggendo a Google una multa da quasi 3 miliardi di euro e ordinando profonde modifiche strutturali al business pubblicitario.

(iii)Apple

Apple è finita nel mirino dell’Antitrust Europeo per le regole dell’App Store, in particolare per i vincoli imposti agli sviluppatori di servizi musicali come Spotify. La prima fase istruttoria, avviata nel 2020, ha evidenziato possibili pratiche “anti-steering”, cioè ostacoli al reindirizzamento degli utenti verso abbonamenti esterni più economici. Il procedimento si è concluso con una delle sanzioni più significative mai applicate: oltre 1,8 miliardi di euro contro Apple per abuso di posizione dominante nel mercato delle app musicali. Parallelamente, nuove decisioni giudiziarie europee (tra cui quelle dei Paesi Bassi nel 2025) stanno aprendo la strada a cause collettive e a ulteriori richieste di risarcimento contro la società di Cupertino.

(iv)Amazon:

Nel 2020 Amazon riceve una Statement of Objections: la Commissione contesta l’uso dei dati non pubblici dei venditori del marketplace per favorire le proprie linee di prodotti. Dopo due anni di negoziati, nel dicembre 2022 Amazon accetta impegni vincolanti — anziché una multa — per modificare Buy Box, Prime e l’uso dei dati interni. Per Bruxelles si tratta comunque di una vittoria regolatoria: l’azienda viene obbligata a separare ruoli, algoritmi e flussi informativi.

(v)Meta:

Con Meta la Commissione si muove in modo diverso, sfruttando i nuovi poteri del Digital Markets Act. Tra il 2024 e il 2025 Bruxelles impone multe per oltre 200 milioni di euro per violazioni degli obblighi di trasparenza e per i modelli pubblicitari basati su un consenso non considerato sufficiente. La Commissione ottiene anche che Meta offra agli utenti europei opzioni non-personalizzate per le pubblicità, un cambio strutturale al cuore del business della società.

(vi)Microsoft:

La disputa con Microsoft è considerata un punto di svolta: nel 2004 la Commissione infligge una multa da 497 milioni di euro per aver legato Windows al suo media player e per aver rifiutato interoperabilità con prodotti rivali. Seguono ulteriori sanzioni per il mancato rispetto degli obblighi, tra cui la maxi-multa del 2008. Anche se i casi più recenti hanno riguardato fusioni (come Activision Blizzard) e questioni legate al cloud, il precedente Microsoft è ancora la base giuridica dell’attuale dottrina Ue. (riproduzione riservata)

6. Gestire la transizione

 Come detto all’ inizio, il problema fondamentale è che una Dichiarazione d’Indipendenza dagli USA non può essere oggi implementata perché gli Europei non dispongono dei mezzi effettivi per  tale indipendenza:

  • Attualmente,gli Stati Uniti occupano l’Europa con aolmeno 80000 soldati;
  • la Russia, in assenza di una Politica di Difesa Comune, avrebbe la possibilità di colpire singoli Stati membri, per esempio come rappresaglia per il sostegno all’ Ucraina;
  • occorrerebbe disciplinare la transizione nell’ Intelligence, la cessione di  basi e armamenti, il trasferimento del personale, la  liquidazione delle pendenze in contanti, gli scambi tecnologici.

Per questi motivi, una reale indipendenza dell’ Europa dagli Stati Uniti dovrebbe essere negoziata a lungo con gli Stati Uniti, ma anche con la Russia, nell’ambito di quella Nuova Architettura della sicurezza Comune Europea accennata da Gorbaciov e ripresa dalla Russia nel 2021.

In quest’ottica, anche il previsto “declassamento” dell’ Unione e dei suoi Stati membri potrebbe essere evitato, perché la Russia, e, soprattutto, la Cina, hanno un interesse vitale nel non  concedere troppo potere agli USA (il che è il motivo dichiarato per cui hanno ingaggiato l’attuale conflitto). Ne consegue che l’Europa potrebbe benissimo inserirsi nella rivalità fra Est e Ovest, ma adottando un atteggiamento opposto a quello attuale, vale a dire opponendosi alla funzione di suprema istanza che Trump sta di fatto avocando a sé, e ottenendo in cambio da Russia e Cina un maggiore spazio e mercati, ma perfino investimenti e tecnologie che gli USA non hanno mai voluto darci, come dimostrato in 80 anni dai casi Olivetti, ENI, atomica europea, EADS…

LA GUERRA AL TEMPO DELLE MACCHINE INTELLIGENTI Dalla politica Estera e di Difesa al controllo sull’AI

Non ostante tante voci inascoltate, l’Europa è sempre più in ritardo

La guerra in corso in Ucraina sta costringendo i nostri abulici cittadini e le nostre deviate istituzioni a prendere atto che le promesse di Fine della Storia e di Pace Perpetua erano assolutamente irrealistiche, e che, anzi, le guerre contemporanee assumono, grazie alle nuove tecnologie, contorni sempre più inquietanti, per ciò che riguarda il postumanesimo, la militarizzazione della società, il keynesismo militare e l’intolleranza culturale. Tuttavia, l’interpretazione che ne viene data dal “mainstream” è estremamente riduttiva. Secondo questo “trend”, l’Europa pacifica sarebbe stata costretta suo malgrado ad “accorgersi”che ci sono anora delle malvagie forze che si oppongono, anche militarmente, alla vittoria mondiale dell’ Occidente. Per questo, l’ Europa dovrebbe armarsi un poco di più in difesa dell’ Occidente stesso.

La realtà che si rivela chiaramente negli ultimi avvenimenti è ben più profonda: l’utilizzo , da parte delle Macchine Intelligenti, dell’ opportunità dello scontro fra gli USA e il resto del mondo per prendere finalmente il controllo sulla società mondiale.E, per fare ciò, i post-umanisti hanno preso ufficialmente il controllo del Parlamento americano, che sta eseguendo fedelmente i diktat dell’ ex CEO di Google, Eric Schmidt, mentre bloccano gli sforzi delle autorità americane (per esempio, l’Antitrust) di bloccare il loro potere ormai sterminato.

L’Europa dovrebbe armarsi, più che contro le minacce “tradizionali”, per le quali è palesemente impreparata, alla guerra culturale per il controllo sulle macchine intelligenti.

Le macchine prendono
il controllo

1. Superate perfino le fantasie transumaniste di Manuel De Landa

Keelan Balderson  scrive su  @altnewsuk che i Ministeri inglese e tedesco hanno pubblicato uno studio in cui chiedono ai rispettivi parlamenti di abrogare i vincoli che oggi frenano l’uso, da parte  delle Forze Armate, delle varie forme di  “Enhancement” oggi disponibili: tecnologie indossabili, droghe psichedeliche, editing genetico, bioingegneria, esoscheletri, apparecchi per l’incremento della sensibilità e interventi invasivi, quali interfacce fra il cervello e la rete. Si parla di applicare queste tecnologie ai militari anche contro la loro volontà, applicando il principio dell’ obbedienza agli ordini.

Il documento giunge perfino ad affermare che l’Enhancement potrebbe  produrre un miglioramento morale, perché servirebbe a prevenire attività illecite.

La prefazione del documento si compiace del progressivo abbandono del tradizionale divieto di queste tecnologie, che dovrebbe portare perfino a una modifica dei principi etici consolidati: “The impact of legislative changes on moral beliefs is also important, with some evidence suggesting that changes to morality are often caused by legislative changes.” Addirittura,  “Defence, however, cannot wait for ethics to change before engaging with human augmentation.”

Anche il “NATO’s Innovation Hub” ha pubblicato  un documento sul “cognitive warfare” -, una dottrina mirante alla militarizzazione delle scienze del cervello, con lo scopo di risolvere l’eterno problema di “liberare l’umanità dai limiti del corpo”, che neppure la religione era mai riuscita ad affrontare.

Per studiare come raggiungere, nel 2040, la superiorità strategica in questo campo sopra i propri avversari, la NATO ha commissionato un romanzo distopico  in cui si immagina che, nel 2039, da autopsie condotte su  soldati cinesi morti in Zambia combattendo, sulla Via della Seta, contro gli Americani e gli Australiani,  si sarebbe stabilito che i soldati morti erano dei “superuomini” prodotti in laboratorio mediante l’editing genico, in modo da fornirli di muscoli rinforzati, visione notturna,  “resistenza alla privazione del sonno, sete, calore e umidità estremi.” L’anno successivo, sarebbe stata dichiarata la “cognitive war” .

Secondo il documento, “human mind should be NATO’s next domain of operation.” Stranamente, i rapporti dell’intelligence americana si concentrano sullo stato di salute mentale del Presidente russo.

Queste notizie confermano le ormai classiche teorie espresse nel libro di Manuel de Landa, “La guerra al tempo delle macchine intelligenti”, secondo cui, vista a posteriori dal punto di vista della “Teoria del Caos”, la storia umana appare oramai come un semplice stratagemma evolutivo delle macchine (il “phylum macchinico”), per sviluppare la loro superiore intelligenza (il “Superuomo”, che, secondo la NATO, la Cina starebbe già realizzando).

In effetti,tutta  l’evoluzione della società umana è stata caratterizzata proprio dallo sviluppo di tipi di armi incorporanti una sempre maggiore “intelligenza”: pietra grezza e poi levigata; fuoco; armi da lancio e da taglio; metalli; fortificazioni; armature; eserciti; macchine da guerra; arte della guerra; strutture di comando; mezzi di locomozione; navi; polvere da sparo;  propaganda; fino ad arrivare alla criptazione e decriptazione, all’ energia atomica, alla missilistica, alla mutua distruzione assicurata, alle intercettazioni, alle armi autonome, e ora alle protesi, all’Enhancement, al condizionamento del cervello e ai cyberguerrieri.

Secondo De Landa, proprio questa funzionalità dell’uomo rispetto alle macchine, e delle macchine rispetto alla guerra, fa sì che sia oramai vicinissimo il superamento delle macchine sull’ uomo.

La stessa panoplia di mezzi elettronici che si sta dispiegando intorno alla guerra in Ucraina (visioni satellitari, guerra informativa, pagamenti swift, messa in allerta dei sistemi missilistici) fa presagire l’avvicinarsi di quella svolta. Sotto questo punto di vista, questa guerra costituirà un ottimo test.

Oramai, siamo tutti mutanti

2.I mutanti conquistano il mondo

Costituisce un topos classico della filmografia americana quello dei mutanti, che, arrivati sulla terra dallo spazio, esercitano una morbosa attrazione sull’ umanità, ma tutti coloro che entrano in contatto con loro diventano a loro volta mutanti. I mutanti sono un’evidente metafora del mondo digitale. Attraverso le ramificazioni dell’informatica, i GAFAM trasformano il mondo a loro immagine e somiglianza, fino a trasformare gli uomini in “déracinés” telecomandati (Huxley); in cyborg asessuati (Donna Haraway), in identità uploaded (Matrix).

Come illustrato nei post precedenti, l’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha costituito una fondazione con cui egli condiziona lo Stato Americano, riuscendo a produrre in legge straordinaria (la cosiddetta “Endless Frontier Act”), in discussione al Parlamento, con cui gli USA, allo scopo di superare la Cina in tecnologia, compiranno il massimo intervento pubblico in economia nella storia degli Stati Uniti.

I comportamenti delle parti in gioco nelle varie crisi internazionali (Palestina, Turchia, Serbia, Ungheria, Polonia, Ucraina, Russia) in termini di  “Nazionalità”, di “Impero”, di “alleanze”sono superati. Esiste un solo “Impero Sconosciuto” per dirla con il Papa. È quello occidentale, governato dal sistema informatico-militare controllato dai GAFAM. Le “nazioni” sono “dead men walking”, tenuti in piedi per fare guerre per procura e mascherare i veri giochi del Complesso Informatico-Militare. Non ha senso creare nuove “sfere di influenza”: occorre spezzare, per poi condividere, questa unica sfera d’influenza: quella del governo mondiale  dei GAFAM.

Elie Kadurie aveva dimostrato, nel suo ottimo libro “Nazionalismo” quanto le varie “nazioni” manchino di sostanza. Basti pensare a nazioni “inventate” recentissimamente (come i “Palestinesi” che sono nati solo dopo l’arrivo dei Sionisti, gli “Ucraini” che sono stati un’”invenzione” di Austro-Ungarici, Bolscevichi, neo-nazisti e Americani), ma si potrebbe cercare anche più lontano. Per esempio, secondo l’ Enciclopedia Britannica “A fully independent Ukraine emerged only late in the 20th century, after long periods of successive domination by PolandLithuania, Russia, and the Union of Soviet Socialist Republics (U.S.S.R.). Ukraine had experienced a brief period of independence in 1918–20, but portions of western Ukraine were ruled by Poland, Romania, and Czechoslovakia in the period between the two World Wars, and Ukraine thereafter became part of the Soviet Union as the Ukrainian Soviet Socialist Republic (S.S.R.). When the Soviet Union began to unravel in 1990–91, the legislature of the Ukrainian S.S.R. declared sovereignty (July 16, 1990) and then outright independence (August 24, 1991), a move that was confirmed by popular approval in a plebiscite (December 1, 1991). With the dissolution of the U.S.S.R. in December 1991, Ukraine gained full independence. The country changed its official name to Ukraine, and it helped to found the Commonwealth of Independent States (CIS), an association of countries that were formerly republics of the Soviet Union.”

Non si vuole dire che non si possano creare nuove identità, ma queste hanno un senso solo se hanno dimensioni o collegamenti così vasti, da poter aere un’influenza attiva sulla storia mondiale. Vale a dire creare identità che si pongano almeno allo stesso livello di sovranità dei GAFAM. Fino ad oggi, solo la Cina è riuscita in questo compito, creando i BATX ed assoggettandoli a delle leggi. Ben precise.

La sovranità, e perfino l’identità di un popolo, dipende, oggi,  da quanto essa riesce a condizionare almeno una porzione del complesso informatico-militare mondiale: l’”indipendenza tecnologica”.

L’indipendentismo tecnologico è la Cina

3.”Indipendentismo  tecnologico”

Questo strettissimo collegamento fra geopolitica e nuove tecnologie sta permettendo di comprendere correttamente il peso da attribuirsi alla “sovranità tecnologica” di ciascun Paese, di fatto un elemento centrale della geopolitica nel XX° secolo. Che altro erano stati, infatti, la Centrale “Dnieprostroi”,  costruita  dalla general Electric nella Russia staliniana, là dove si sta combattendo ancor oggi, quale parte integrante delle politiche di colcosizzazione e dello Holodomor; o “le armi segrete di Hitler”; il “Progetto Manhattan”; Enigma e il Biuro Cyfry polacco che l’aveva decifrato; il Bletchley Park inglese dove lavorava Turing ; le Conferenze Macy; i programmi spaziali sovietico e americano; il computer, la rete; OKO; Echelon; Prism; i social network?

Tutti avevano, e hanno, fatto sforzi inauditi per disporre delle tecnologie più sofisticate, e, di conseguenza, delle armi più sofisticate.

All’inizio del XXI° Secolo, quest’ elementare realtà, ben nota a tutti, sembrava dimenticata sotto la retorica dell’“Ideologia Californiana”, secondo cui, essendo noi oramai pervenuti alla Fine della Storia, quell’inesorabile millenario collegamento fra tecnologia e guerra sarebbe ormai venuto meno, perché la globalizzazione occidentale avrebbe cancellato l’alterità fra le idee e i popoli, e quindi la ragion d’essere di ogni tipo di conflitto. Di conseguenza, nessuna discriminazione in base alla nazionalità delle imprese. Cosa per altro applicata in pochissimi luoghi; meno che mai negli USA, dove ogni rapporto con l’estero è stato da sempre soggetto a penetranti controlli militari (Trading with the Enemy Act, Cocom, SFIU). Ho avuto modo di constatarlo personalmente nella mia attività lavorativa, in occasione di rapporti di affari e di collaborazione tecnologica con imprese americane. In pratica,l’America voleva che tutti liberalizzassero le loro economie, mentre essa ha praticato sistematicamente il “Keynesismo militare”, grazie al quale, attraverso il complesso buroocratico-militare, essa controlla l’economia mondiale.

Il dogma della “neutralità degli affari” aveva comunque incominciato a traballare con le rivelazioni di Echelon, Wikileaks e Prism, che dimostravano che l’informazione (militare, ma anche tecnologica ed economica) è sempre stata, ed è diventata sempre più, una fondamentale fonte di potere.  Ciò aveva legittimato, almeno in alcuni Paesi, come la Cina, la ricerca di tecnologie autonome, per minimizzare il controllo del sistema digitale americano, esercitato, tanto direttamente, quanto attraverso i GAFAM; questo sia in senso passivo (vale a dire ostacolando l’immissione di contenuti ostili –“Great Chinese Firewall”-), sia in forma attiva, favorendo un’industria nazionale del web (BATX), e, dopo, tutte le nuove tecnologie.

L’Economist ha pubblicato anche (“The Techno-Independence movement”, pag.52) i risultati di un’indagine su sei aree tecnologiche cinesi, fra cui vaccini, editing genetico, aerospaziale e microprocessori. Secondo la rivista inglese controllata dalla Famiglia Elkann, con una partecipazione minoritaria  dei Rothschild, naturalmente, la Cina, anziché ricercare l’indipendenza tecnologica, spendendo un sacco di soldi, farebbe meglio a risparmiare, e accontentarsi di fare da follower delle multinazionali americane.

Peccato che un altro articolo dello stesso giornale (“The Free Rider Continent”, a pag. 26) smentisca totalmente quest’ affermazione, mostrando in concreto come l’Europa, con la sua accettazione (se non “scelta”) di essere sempre un “follower” degli Stati Uniti, si sia ridotta molto male (l’Economist, alla fine,  sembrerebbe compiacersene).

Scrocconi e straccioni

4.“Un continente di scrocconi”

L’espressione “free-riders” (“scrocconi”), per designare gli Europei. era stata coniata da Trump. Secondo il Presidente, gli Europei sarebbero stati degli “scrocconi” perché, spendendo molto meno degli Americani per la difesa, godrebbero egualmente dei “benefici” di quella americana. Affermazione che potrebbe avere un senso solo se si ammettesse che (i) gli Europei non stiano spendendo nulla per la loro difesa (ii) abbiano eternamente bisogno di essere difesi da qualcuno (iii) che, grazie all’appartenenza alla sfera americana, gli Europei abbiano raggiunto risultati (almeno economici) apprezzabili.

Il che è quanto meno discutibile, e parzialmente negata nello stesso articolo.

Gli Europei spendono per la difesa almeno il doppio dei Russi, ma, proprio a causa del loro inserimento nella NATO, non raggiungono neppure una minima percentuale dell’efficienza dell’Armata Russa. In effetti, non hanno un’intelligence all’altezza di quelle delle Grandi Potenze e hanno una force de frappe modesta e senza condivisione a livello europeo. Soprattutto, non hanno una cultura e una dottrina militare comuni, utilizzando sempre e solo, di riflesso, quelle americane. Di conseguenza, non possono usare i loro eserciti, né come “prolungamento con altri mezzi della politica” (perché lo sono di quella americana), né  per il “Trickle down effect” sull’economia, perché non hanno mai prodotti innovativi, e, quando li hanno, questi sono copiati dagli Americani.

Secondo l’Economist, a questa situazione nel settore militare si aggiungono  situazioni simili nell’ ecologia e nelle nuove tecnologie. Gli Europei sarebbero convinti che, tanto, imitando gli Stati Uniti, si ottengono gli stessi risultati senza tanto sforzo. Cosa, anche questa, che avevo avuto modo di verificare io stesso con due indagini molto mirate nel Gruppo FIAT.

Dice giustamente l’Economist che, con questa politica, dopo tanti decenni, l’Europa non ha ancora raggiunto gli Stati Uniti (e, aggiungiamo noi, mentre la Cina sì). Infatti, sul breve periodo si possono conseguire risultati relativamente buoni (come durante le “Trente Glorieuses” dedicate alla ricostruzione), ma, a lungo termine, si tratta di una svendita del Paese ai Poteri Forti e ai concorrenti da essi controllati.

Secondo l’Economist, tutto ciò sarebbe dovuto al fatto che gli Americani lavorerebbero di più (anche 12 ore al giorno), mentre gli Europei “lavorerebbero solo 35 ore alla settimana e andrebbero in pensione giovani”. Stupisce che l’Economist sia così disinformato. In realtà,  come ben noto, da molto tempo, gli Europei in sostanza  non lavorano proprio, perché gli Americani hanno spostato tutte le posizioni lavorative interessanti (intellettuali, supermanagers, professionisti, tecnici) negli Stati Uniti, lasciando in Europa solo delle succursali che sono state progressivamente svuotate (es.p.es: Chrysler, Whirlpool…), sicché ci sono sempre meno offerte di lavoro, e, quelle poche che ci sono, sono dequalificanti. E, infine, quei pochi che lavorano (o che hanno lavorato) veramente, sono stati capacissimi, per difendere le nostre imprese contro la rapacità dei concorrenti internazionali, di lavorare perfino di notte, nei week-end e nelle ferie. Parlo anche qua per esperienza personale.

Coloro che, come la Famiglia Olivetti, avrebbero voluto creare in Europa aziende di avanguardia, le quali ci avrebbero permesso di eccellere in tutti i campi, a cominciare proprio dal militare, sono stati da tempo boicottati e bloccati. Sono sopravvissuti solo imprenditori antinazionali e antieuropei, che hanno trasferito altrove buona parte delle loro ricchezze, depauperando così ulteriormente l’Europa.

Finalmente, l’Economist dice qualcosa di vero a proposito del ritiro dell’Afghanistan e della guerra in Ucraina, vale a dire che essi hanno costituito una sorta di richiamo all’ordine per gli Europei, perchè qualcosa andrebbe comunque fatto  nel senso di una maggiore assertività. Tuttavia, conclude l’articolista, nell’ insieme, perfino questi fatti avrebbero dimostrato cheè più comodo e sicuro ricompattarsi dietro all’ America, senza pretendere di raggiungerla o di superarla.

Per stabilire se ciò sia vero, bisognerà vedere come andrà a finire il braccio di ferro fra Est e Ovest in Ucraina.

La dittatura dei virologi

5.Epistemocrazia

Donatella di Cesare critica giustamente su La Stampa l’impostazione  “superficiale e sviante” che i media mainstream stanno dando alla crisi ucraina (“scontro fra democrazie occidentali e autocrazia”), invocando una voce dell’Europa meno fanatica e più vicina a quella che è la visione filosofica dell’ Europa, e dunque di alto profilo. Tuttavia, in un altro articolo, questa volta sulla “La Repubblica” di Domenica, se la prende anche contro la tendenza del Governo Draghi verso l’’”epistemocrazia”, senza però andare a fondo della questione.

Si tratta in ambo i casi di due tendenze fanatiche e intolleranti, che è giusto stigmatizzare entrambe come fa Di Cesare. L’esaltazione irrazionale della “funzione di guida” della medicina sulla società ha raggiunto livelli grotteschi, con i virologi promossi a guide spirituali del Paese e “la Scienza” esaltata come l’unica vera religione. Questo fanatismo è un inequivoco avatar della “Religione della Scienza” dei Positivisti, che porta, come nel Socialismo Reale, verso la dittatura dell’unica ideologia “scientifica”, e un preludio della trasformazione degli uomini in Cyborg, secondo le aspirazioni di Musk e della NATO. Anche sotto questo punto di vista, essa ha un carattere totalitario, che ricorda la logica della “Distruzione della Regione” di Lukàcs, e la sua “Reductio ad Hitlerum”, giustamente citata da Di Cesare a proposito dell’orgia di russofobia in corso.

Eppure, non si può negare che l’”epistemocrazia”, o “epistocrazia” (Zhang Weiwei, Daniel A.Bell), stia prendendo piede in tutto il mondo, e che questa sia la causa prima della crescente centralizzazione di tutti i sistemi politici, nazionali e internazionali che tutti denunciano come “deficit di democrazia”, senza però comprenderne le cause.

Con l’arrivo della globalizzazione alla sua fase finale, in cui gli organismi direttivi dei continenti e dei subcontinenti debbono decidere in ogni istate su questioni complessissime e vitali (dall’intelligenza artificiale, alle pandemie,  all’equilibrio del terrore), rese più difficili dalle rivalità reciproche, è una mera illusione che i singoli cittadini possano avere qualcosa da dire sui massimi problemi del mondo, indipendentemente dalla forma di rappresentanza adottata, visto che non sanno neppure che cosa siano gli algoritmi, i virus e la Mutua Distruzione Assicurata). Sarebbe già una grande vittoria se almeno i vertici politici  e l’intelligencija fossero liberi dai diktat del Complesso Informatico-Militare.

Di qui l’”outsourcing” d’intere politiche alle multinazionali, la presa del potere da parte delle “burocrazie non elette” , il commissariamento d’interi Stati, i presidenti a vita, il potere militare…(il cosiddetto “deficit di democrazia”).

Quest’impotenza dei leaders perfino di una perfetta federazione mondiale del futuro è descritta magistralmente nella novella di Asimov, “Una decisione inevitabile”, in cui gli unici che possono decidere veramente qualcosa importanti restano i robot.

Il problema, a nostro avviso, è quindi l’opposto: perfino l’”epistocrazia” denunziata da Di Cesare (nello specifico, la dittatura dei virologi), è ancora troppo lontana dalla comprensione dei veri problemi generali (p.es., il controllo sui robot, la conquista dello lo spazio, la gestione della rete, Est e Ovest…). Tutto ciò richiederebbe, sì, delle grandi competenze, ma di un livello ben più elevato. Sopra i virologi, i “medici” a tutto tondo (come Ippocrate), e sopra i medici, gli “scienziati universali”. Sopra gli scienziati, poi, ancora i politici, e, come scrive giustamente Di Cesare, i filosofi.

Perché, come scrive arditamente Di Cesare,  “l’Europa è filosofia”, e solo con la filosofia si potrà decidere che cosa sia  l’Europa. Ma anche (e soprattutto) fuori dell’ Europa, stanno riprendendo forza (in Paesi che il “mainstream” depreca) ceti di  “politici-filosofi”, dotati di competenze generalistiche, come i “fuqaha” sci’iti (i giuristi islamici: in Iran “Vilayet-i-Faqih”, il “Governo del Giureconsulto”), o i membri del PCC, che rinverdiscono le glorie degli antichi “Ru” (“Mandarini”).

In ogni caso, tutte le classi dirigenti attuali in Occidente sono insufficienti a gestire la transizione digitale, e, se si vuole che l’Europa non diventi un mostro sottosviluppato,  militarizzato e anti-umano, occorre intraprendere un lungo cammino di pensiero e di azione. Incominciando dal distinguere fra l’”epistocrazia”, propria  del Re Filosofo,  e la “tecnocrazia” dell’ Intelligenza Artificiale e delle Banche Centrali.

Solo dopo, e grazie a, questo passaggio, si potrà agire politicamente per i sacrosanti obiettivi illustrati da Di Cesare, come evitare di “Perdere la Russia”, e, con ciò, aggiungiamo noi, l’Europa e l’Umanità stessa (Trubeckoj, L’Europa e l’U,anità).

L’Unione Europea ha paura di due siti?

6.La tirannide digitale

L’ambiente tecnologico in cui viviamo incide anche sulle modalità con cui la guerra, e, in particolare, la guerra informatica, viene condotta. Contrariamente, per esempio, alla Guerre del Golfo, ampiamente spettacolarizzate, la guerra in Ucraina viene condotta sostanzialmente fuori della portata delle telecamere (e degli smartphones). Il grosso dei combattimenti avviene in  steppe desolate. Le città vengono giustamente  evitate per non fare vittime. Esistono da subito corridoi umanitari per permettere l’evacuazione degli abitanti, ma questo rende la guerra ancor meno spettacolare. Quanto alla guerra aerea, essa è finita relativamente presto.

In questo contesto, le dichiarazioni ufficiali (che avranno un effetto pratico, semmai, con molto ritardo), e la censura militare e ideologica, restano le due cose a prima vista più evidenti. Molto difficile è capire che cosa realmente accada sul terreno, perché ambo i contendenti hanno interesse a minimizzare i fatti.

Inoltre, l’Occidente, e, in particolare, l’Europa, si distinguono per la loro faziosità. Si è partiti già da uno “zoccolo” molto importante di leggi liberticide, come quelle memoriali, i reati di opinione, il blocco automatico delle cosiddette “fake news”, la censura elettronica della “fact-checking”, il divieto dei “contenuti d’odio”;  a cui si aggiungono oggi vere e propri divieti della libertà di stampa, come il bando delle catene televisive Sputnik e RT, colpevoli di essere controllate dalla Russia, e, per ciò stesso, di “diffondere le bugie di Putin”(von der Leyen).

E a chi la Unione Europea ha “affidato” il compito di attuare il bando? Alla Google, che non se l’è fatto dire due volte. Alla Google è stato affidato il compito che oggi in Cina viene svolto dal “Great Chinese Firewall” (quello della censura). Allora si capisce perché i Cinesi abbiano fatto di tutto per non avere più Google fra di loro.

Nei momenti più caldi della Guerra fredda era stato tuttavia sempre possibile, nelle grandi metropoli,  acquistare la Pravda, il Renmin Zhibao, al-Mujahid, Fuerza Nueva, ecc… (senza contare i giornali “sovversivi” italiani, come “Potere Operaio”, “Lotta Continua”, “Ordine Nuovo”, “Nuova Repubblica” e “l’Orologio”). Oggi, invece, è perfino vietato seguire i canali russi. Ma di che cosa hanno paura i nostri governanti? Hanno veramente “la coda di paglia”.

Certo, queste inedite forme di censura mediatica si sposano con una più generale  imposizione della “correttezza politica” in ogni forma di espressione. Per esempio, sono state passate praticamente sotto silenzio notizie esplosive come quella secondo cui l’Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia ha organizzato una manifestazione contro la guerra in cui ne ha attribuito la responsabilità alla NATO. Infine, “last but not least”, il sindaco di Milano, Sala, ha bellamente licenziato il direttore d’orchestra russo Valerij Gergiev, che doveva dirigere, alla Scala, l’opera russa “Pikovaja Dama” di Caikovskij, con l’incredibile motivazione che si era rifiutato di esprimere una condanna dell’intervento russo in Ucraina.

La cosa invece oggi non suscita nessuno stupore, perché, nel contempo, sono stati annullati anche i suoi concerti da qui alla prossima estate in tutti i Paesi occidentali. I teatri dell’ opera sono competenti ad adottare sanzioni militari? Un musicista non può più lavorare se non accetta di essere anche un agit-prop? Neppure i vecchi regimi totalitari pretendevano tanto.

Gergiev, è in pericolo anche di perdere diverse posizioni-chiave, tra cui il podio a Monaco di Baviera e la sua posizione di direttore onorario della Rotterdam Philharmonic Orchestra. non dirigerà più i Wiener Philharmoniker nella tournée negli Usa che vede l’orchestra viennese in programma alla Carnagie Hall di New York per tre date. Anche il sindaco di Monaco di Baviera, Dieter Reiter, ha lanciato un ultimatum, affermando che Gergiev deve condannare la “brutale guerra aggressiva contro l’Ucraina” di Putin prima di lunedì prossimo o sarà espulso dall’orchestra, tre anni prima della scadenza del suo contratto. Un avvertimento simile minaccia di cancellare il “Festival Gergiev” in programma per settembre.

La cantante Anna Netrebko, per protesta contro il trattamento riservato a Gergjev, non verrà alla Scala, dichiarando: “Non verro”, scrive. Le ragioni le aveva già spiegate il giorno prima precisando: “Non è giusto costringere un’artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la sua patria”.

Invece, in Russia, gli oppositori, pochi o tani che siano, possono esprimere il loro dissenso dalla guerra. Il titolo scelto per la prima pagina della Novaja Gazeta  è stato «La Russia bombarda l’Ucraina», ei sottotitolo «Novaja Gazeta considera la guerra una follia, non vede il popolo ucraino come un nemico e la lingua ucraina”.

L’ultimo esercito europeo che s’è visto è quello del Principe Eugenio e Sobieski

7.Ora, tutti vogliono la Politica Estera e di Difesa Europea.

Come noto, il primo progetto di eserecito europeo era stato elaborato fin dal 1950 (5 anni dopo la fine della IIa Guerra Mondiale),  per poter integrare truppe tedesche nella difesa americana contro il nascente Patto di Varsavia, secondo quella che era stato addirittura una speranza di alcuni gerarchi tedeschi negli ultimi giorni del Reich. Per raggiungere questo fine, venne ideato da Jean Monnet (e poi presentato da René Pleven, primo ministro, e quindi detto “Piano Pleven” il progetto di  un esercito europeo da comporsi di sei divisioni, sotto il comando della NATO e gestito da un ministro europeo della difesa, con annesse istituzioni (sostanzialmente ricalcanti quelle della CECA),se vogliamo, sul modello (ma in formato ridotto) delle Waffen SS estere (create fuori della Wehrmacht e delle “vere” SS),  le cui 58 “legioni” erano state in gran parte appena sciolte a causa della sconfitta della Germania (ma alcune combatteranno ancora per anni sotto la denominazione di “Fratelli della Foresta”, in particolare quelle baltiche:  20. Waffen-Grenadier-Division der SS e   Legione Lettone). Come si vede, su 38  legioni di Waffen, circa una ventina non erano tedesche. E non erano neppure una cosa così lontana dall’oggi, perché, per esempio, il Batalion Azov, formazione paramilitare integrata nell’ esercito ucraino, ha esattamente lo stesso simbolo della 34 divisione SS, quella olandese, “Landstorm Nederland” (mentre il simbolo dell’ Euro è lo stesso della Divisione “Estland”) In seguito alla desegretazione della CIA, è stato reso accessibile il fascicolo  “Die national-ukrainische Widerstandssbewegung” or “Ukrainian national resistance.”, dove si vede che fra questi alleati della CIA c’era l’Unione degli Ucraini, ancora attiva sulla scena politica ucraina. Come si vede, l’idea di Putin. Di “de-nazificare l’ Ucraina” ha anche una qualche base storica fattuale.

Come le Waffen SS, così l’esercito europeo sarebbe stato subordinato a un esercito straniero (in questo caso, quello americano), e non avrebbe avuto, né marina, né aviazione, né intelligence. Pura carne da cannone. Come si può pensare che quello potrebbe costituire il modello per un esercito europeo del XXI° secolo?

Nel XXI° secolo, un vero esercito presuppone un potere politico sovraordinato (un governo con pieni poteri decisionali), un comando unificato (anche dell’arma spaziale e nucleare), un’intelligence, una cultura militare comune, un apparato di armamenti condiviso, una suddivisione funzionale e geografica, un’industria militare, un’interfaccia con i civili.

Alcune di queste cose (Governo, cultura condivisa) oggi proprio non esistono, e vanno create da zero. La Conferenza Internazionale dovrebbe creare le condizioni esterne della sua possibilità (per esempio con un percorso concordato per il ritiro degli Americani e per la messa sotto controllo europeo della “Force de Frappe”). Abbiamo già detto altre volte che, essendo l’Europa una “multi-level governance”, prima di modificare i Trattati dell’ Unione, occorrerà rivedere tutto ciò che sta loro intorno.

Riusciremo a riportare gli Europei su un piede di serietà?

8. La posizione del Movimento Europeo (Bruxelles, 28 febbraio 2022)

Che la conferenza sul futuro dell’Europa si stia chiudendo, come ha detto Mattarella, in un modo “grigio”, senza avere affrontato nessuno dei temi veramente importanti (quali quelli di cui parliamo qui), è, non soltanto, sotto gli occhi di tutti, bensì, ormai, addirittura un’ovvietà. Perciò, giustamente il Movimento si preoccupa che l’Unione si occupi di cose più serie, e, in particolare, del mantenimento della pace, che sarebbe stato l’obiettivo originario di Coudenhove Kalergi, di Spinelli e di Monnet, ma, di fatto, è stato completamente abbandonato a vantaggio di temi originariamente nemmeno previsti.

Il Movimento insiste perciò su “una Conferenza europea sulla sicurezza e sulla pace sotto l’egida dell’OSCE e delle Nazioni Unite ripartendo dagli accordi di Helsinki con l’obiettivo di sottoscrivere un trattato internazionale fra tutti gli attori coinvolti sul continente europeo superando l’azione in ordine sparso dei paesi europei e il quadro ristretto che portò Francia, Germania, Russia e Ucraina nel febbraio 2015 alla sottoscrizione dei ‘secondi accordi di Minsk’ che non sono mai stati rispettati e applicati dall’Ucraina e dalla Russia.”

Come scritto in precedenza, quest’obiettivo, giusto e realistico ( dato anche che i negoziati fra Russia e Ucraina sono già perfino in corso ai confini della Bielorussia), è insufficiente.

Proprio perché, tanto i Russi, quanto gli Europei Occidentali, considerano la guerra in corso come un momento storico di svolta (anche se in direzioni opposte), occorre oggi più che mai una profonda e coraggiosa riflessione degli Europei“tous les azimuts”, quale quella che stiamo promuovendo da 15 anni, per concentrarci sulle cose che veramente contano. Se questo si facesse, si riuscirebbe a comprendere su quali punti di base sarebbe possibile trovare un accordo, e, da questi, discendere alla soluzione delle questioni che sembrano oggi impossibili, riuscendo a trovare un punto di collegamento fra le attuali posizioni, che sembrano inconciliabili semplicemente perché si riallacciano a concetti obsoleti, ignorando le questioni essenziali dell’oggi.

In particolare, il risultato della Conferenza  sull’ Ucraina invocata dal  Movimento dovrebbe collegarsi con un’altra proposta del Movimento Europeo stesso, sulla Politica Estera e di Difesa Comune, che, per i motivi sopra elencati, non può essere sostanzialmente ancora quella della CED.Contestualmente, la Commissione europea deve aprire una riflessione sulle priorità del Next Generation EU, nato per far fronte all’emergenza della pandemia, finalizzato alla transizione ecologica e digitale e chiamato ora ad affrontare nuove e probabilmente più pesanti responsabilità.

Ma, ancora più urgentemente , ci dovrà essere una riflessione approfondita sulla guerra nell’ era delle macchine intelligenti e sulla loro messa sotto controllo, prima di trasformarci tutti in mutanti.

ISTITUITA IN VATICANO LA FONDAZIONE RenAIssance, che si occuperà d’intelligenza artificiale.

Stupisce, dinanzi alla lentezza dell’Italia, dell’Unione Europea e perfino degli Stati Uniti e della Cina, nel darsi una struttura dedicata all’ Intelligenza Artificiale, la rapidità di azione dimostrata invece in questo campo da parte del Vaticano.

Mentre, infatti, la Commissione NSCAI ha appena proposto al presidente americano la costituzione di un Artificial Intelligence Board, e l’ Italia fatica a dare attuazione all’idea, espressa dal Governo Conte, di creare a Torino l’Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale, il Vaticano ha già creato la sua fondazione.

E, a ben vedere, non vi è, in questo, nulla di eccezionale, giacché, come insistiamo a dire da molto tempo, l’Intelligenza Artificiale rientra senz’ ombra di dubbio nell’ esperienza religiosa, come affermato con decisione da autori diversi  quali Meyrink, Capek, Teilhard de Chardin, McLuhan, Pouwels, Idel e Kurzweil, e il Vaticano ne è da tempo consapevole.

Uno dei temi più ricorrenti a questo proposito è quello, caro già a Newton, dell’azione tecnica quale prosecuzione dell’opera creatrice di Dio. L’altro è quello, attribuito dal mito a Rabbi Loew, secondo cui i Golem verrebbero  creati per proteggere dalle persecuzioni il popolo d’ Israele. Secondo Capek, poi, l’esistenza di automi capaci di riprodursi sarà un dono di Dio all’Umanità per ovviare alla decadenza dell’umano, espressa dalla crisi della natalità.Per gli Hojjatiyye iraniani, l’esistenza dell’intelligenza artificiale sarebbe un segno dell’approssimarsi dell’ avvento del Mahdi.Poi, per Kurzweil, l’intelligenza artificiale sarà una realtà sovraumana in grado di decidere la sorte dell’Universo. Infine, secondo McLuhan, la rivoluzione elettronica avrebbe costituito semplicemente l’avvento dell’ Anticristo.

Per ciò che riguarda la Chiesa, essa si trova da sempre al centro dei dibattiti sull’ Intelligenza Artificiale, in quanto ad essa il pensiero rivoluzionario settecentesco attribuiva  la funzione storica di aver anticipato, con la sua escatologia, la sua ecclesiologia e la sua etica, la nuova “Religione dell’ Umanità”, la “nuova mitologia” idealistica e positivistica, che sfocerà  alla fine nella “religione di Internet” quale principio di ”quasi eternità”.

La Chiesa stessa non è stata certo estranea alla nascita di queste narrazioni, in particolare attraverso le opere di Teilhard de Chardin, a cui, non per caso, ancora due anni fa la Chiesa aveva rifiutato di togliere l’interdetto.

Il dibattito sull’ Intelligenza Artificiale parte dal Golem di Praga

1.I presupposti culturali dell’ intelligenza artificiale

Giustamente, quindi, la Chiesa si è preoccupata dei presupposti culturali dell’ Intelligenza Culturale, sponsorizzando la firma, nel 2020, del “Rome Call for AI Ethics. A livello locale, l’ Arcidiocesi di Torino, si è battuto e si batte per la creazione dell’ Istituto Italiano per l’ Intelligenza Artificiale di Torino.

Come risulta dal titolo del “Call”, la “questione culturale” dell’ Intelligenza Artificiale tende a identificarsi, per la Chiesa  come per l’accademia, per l’industria e per la politica, con la “questione etica”, che vede, sostanzialmente, l’ Intelligenza Artificiale come  uno strumento di governance, che, come tale, è neutro, e può quindi essere utilizzato in modo “etico” o “non etico”. Impostazione discutibile, poiché, come affermato da Heidegger, “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, bensì una realtà esistenziale.

Per questo suo approccio limitativo, il “call” si inseriva nella sequenza degl’infiniti “codici etici” emanati da organizzazioni professionali ed accademiche,e ripresi sostenziamente nella recente normativa UE. Tali codici riprendono sostanzialmente l’insuperata idea delle “Tre Leggi della Robotica”, le quali a loro volta si riducevano all’ unico comandamento secondo cui i robot non debbono fare nulla che sia dannoso per l’ Umanità.Per altro, tutta la sterminata produzione letteraria di Asimov, inventore delle Tre Leggi,  ha avuto per obiettivo quello di dimostrare esse, ch’egli, negli Anni ’50 del XX Secolo, immaginava fossero adottate dall’ umanità del futuro, non avrebbero mai potuto funzionare, perché un precetto normativo non è  fa parte del linguaggio macchina, e, inoltre, perché l’Intelligenza Artificiale presuppone proprio l’autonomizzarsi della macchina dalla logica umana.

L’Intelligenza Artificiale parte dallo “Hair Trigger Alert” dei missili nucleari

2.Etica dell’ Intelligenza Artificiale ed Equilibrio del Terrore

Anche noi riteniamo che la formulazione di precetti etici destinati alle macchine (o agli sviluppatori che devono progettare le macchine) sia inefficace. Ma, quand’anche vi fosse questa possibilità di trasfondere in algoritmi dei principi normativi generali ed astratti , sorgerebbero problemi di altro genere.

Infatti, innanzitutto,  come ha dimostrato De Landa,  l’intero universo macchinico è parte integrante di un sistema geopolitico fondato sull’ equilibrio del terrore. Anche le applicazioni più innocenti come i cellulari o Alexa, essendo utilizzati per controllare il comportamento delle persone, fanno parte dell’ intelligence finalizzata ad anticipare un colpo nucleare avversario. Le macchine vengono usate prioritariamente per garantire  la Mutua Distruzione Garantita (MAD), che non è certo un principio etico. Etico è disattivarle, come dimostrato nel 1983 dal Tenente-Colonnello Petrov.

Secondo il mito, l’inventore del Golem, Rabbi Loew, poteva disattivarlo sostituendo una scheda nella sua testa

3.La virtù nell’ era delle Macchine Intelligenti

Quindi, i principi etici vanno inculcati prima nei membri della classe dirigente che controlla le macchine. Ed è ciò di cui sembra si stia discutendo fra le Superpotenze, con incerti risultati, come dimostrato per esempio dalle parallele discussioni sulla messa al bando delle armi nucleari e sulle armi autonome. Tuttavia, un effettivo controllo sulle macchine presuppone la capacità dell’ umano di mantenere un elevatissimo livello di efficienza, quale quello richiesto ad “analisti” dell’ Armata Rossa, come il Tenente Colonnello Petrov, capace di individuare in pochi secondi un errore di funzionamento della difesa nucleare sovietica, di assumersi la responsabilità di forzare il regolamento militare , e, infine, di imporsi a 150 ufficiali suoi subordinati che chiedevano a gran voce l’attivazione del sistema missilistico.

Per realizzare in tutto il mondo e in ogni momento un controllo capillare contro il malfunzionamento del sistema macchinico, occorre realizzare un’educazione capillare dell’intera umanità, sia dal punto di vista tecnico (conoscenza dei sistemi),sia da quello della maturità filosofica (solida adesione a dei principi),sia da quello decisionale (prontezza di riflessi e forza di carattere), sia, infine, da quello della conoscenza delle complesse normative sui vincoli del sistema macchinico (per esempio, degli accordi internazionali sulle armi autonome).

Per fare ciò, è senz’altro utile il contributo delle religioni, nate in ere di gradi avversità, le cui etiche erano volte in gran parte a forgiare l’uomo per renderlo capace di reagire in modo umano alle continue sfide del mondo. Su queste basi erano state costruite le etiche classica, confuciana, ebraica e cristiana. La concezione delle “virtù” (cardinali e teologali) era  funzionale proprio alla poliedricità delle capacità richieste per far fronte alle più svariate sfide.

La nostra era digitale non è infatti più libera da insidie di quelle degli Stati Combattenti o dell’Impero Romano. Ogni passo avventato, del sistema (guerra nucleare), o di singoli (catastrofi come il Ponte Morandi) può essere fatale per l’umanità.

Secondo Max Weber, ci siamo rinchiusi noi stessi in una gabbia d’acciaio

4. Salvare l’umano dal macchinico

Ma, al di là di questo, giacché “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, è l’avanzare stesso del mondo macchinico che, come vedevano già Max Weber, Heidegger e Anders, ci porta a rinchiuderci nella nostra “gabbia d’acciaio”, paralizzando ogni guizzo di umanità. In questo senso, la resistenza dev’essere ancor più capillare.

Infine, l’argomento  principe che viene usato per disinnescare la paura dell’Intelligenza Artificiale (che, cioè, questa non arriverà mai ad un livello sufficientemente di creatività da sostituire quella umana) è un’arma a doppio  taglio, perché, come dimostra ancor sempre l’esempio di Petrov, il pericolo viene proprio dal carattere conservatore e conformistico dell’informatica. Il regolamento militare, che prevedeva il “first strike” nucleare a meno che non vi fosse un contrordine del Comitato Centrale del PCUS, incarnava la volontà di quest’ultimo di mantenere il proprio potere. Per questo, il rifiuto di telefonare al Comitato Centrale, per quanto oggettivamente provvidenziale, fu considerato una colpa per Petrov, che fu infatti mobbizzato.

Le deviazioni dalla logica del sistema macchinico, o la lotta contro gli abusi di questo, come quelle di Assange, Snowden, e perfino Schrems, sono considerate delle colpe, che vengono sanzionate, non già come tali, bensì attraverso i più svariati mezzi di pressione indiretta.

Il peso che le multinazionali del web hanno in tutte le società contemporanee è dimostrato dal fatto stesso che il “Call for an ethic AI” sia stato firmato innanzitutto, dai GAFAM, responsabili delle maggiori violazioni dell’ etica in campo digitale, oltre dal fatto che la commissione NSCAI sull’intelligenza artificiale, che ha appena concluso i lavori, sia capeggiata da Eric Schmidt, Presidente di Google, il quale, nella sua opera del 2010 “The New Digital Age”, aveva formulato la tesi secondo cui Google avrebbe dovuto subentrare a Lockheed nella guida dell’ America alla conquista del mondo.

Lo studio dei presupposti culturali, e soprattutto etici, dell’Intelligenza Artificiale, non può non tenere conto di questo vastissimo scenario, ché, altrimenti, si tradurrebbe in un esercizio retorico e propagandistico, né può esimersi da un’azione politica, ci cui la Chiesa, se lo vuole, è senz’altro capace.

Per questo, non possiamo ovviamente non salutare positivamente la nascita della nuova Fondazione, augurandoci ch’essa possa servire di stimolo, da un lato, alla creazione delle corrispondenti istituzioni europea ed italiana, e, dall’ altra, all’avvio, da parte della Chiesa, ma non soltanto, di una riflessione a tutto tondo sul  futuro digitale dell’ Umanità, che vada al di là dei limiti angusti dell’attuale “etica digitale” .

18 maggio 2021 Il Vaticano ha istituito una Fondazione che si occuperà di intelligenza artificiale. Accogliendo la richiesta del presidente della Pontificia Accademia per la Vita mons. Vincenzo Paglia, papa Francesco – con un rescritto ‘ex audientia’ firmato il 16 aprile scorso dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin – ha istituito infatti la Fondazione ‘renAIssance’, con personalità canonica giuridica pubblica, che ha sede nello Stato della Città del Vaticano, presso la stessa Accademia per la Vita. A dare la notizia l’’ANSA. Già approvato anche lo statuto del nuovo organismo. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Vaticano-istituita-Fondazione-per-intelligenza-artificiale-1acbf056-2d7d-4ae6-af11-be217acf8607.htmlCOMUNICATO