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LA GUERRA AL TEMPO DELLE MACCHINE INTELLIGENTI Dalla politica Estera e di Difesa al controllo sull’AI

Non ostante tante voci inascoltate, l’Europa è sempre più in ritardo

La guerra in corso in Ucraina sta costringendo i nostri abulici cittadini e le nostre deviate istituzioni a prendere atto che le promesse di Fine della Storia e di Pace Perpetua erano assolutamente irrealistiche, e che, anzi, le guerre contemporanee assumono, grazie alle nuove tecnologie, contorni sempre più inquietanti, per ciò che riguarda il postumanesimo, la militarizzazione della società, il keynesismo militare e l’intolleranza culturale. Tuttavia, l’interpretazione che ne viene data dal “mainstream” è estremamente riduttiva. Secondo questo “trend”, l’Europa pacifica sarebbe stata costretta suo malgrado ad “accorgersi”che ci sono anora delle malvagie forze che si oppongono, anche militarmente, alla vittoria mondiale dell’ Occidente. Per questo, l’ Europa dovrebbe armarsi un poco di più in difesa dell’ Occidente stesso.

La realtà che si rivela chiaramente negli ultimi avvenimenti è ben più profonda: l’utilizzo , da parte delle Macchine Intelligenti, dell’ opportunità dello scontro fra gli USA e il resto del mondo per prendere finalmente il controllo sulla società mondiale.E, per fare ciò, i post-umanisti hanno preso ufficialmente il controllo del Parlamento americano, che sta eseguendo fedelmente i diktat dell’ ex CEO di Google, Eric Schmidt, mentre bloccano gli sforzi delle autorità americane (per esempio, l’Antitrust) di bloccare il loro potere ormai sterminato.

L’Europa dovrebbe armarsi, più che contro le minacce “tradizionali”, per le quali è palesemente impreparata, alla guerra culturale per il controllo sulle macchine intelligenti.

Le macchine prendono
il controllo

1. Superate perfino le fantasie transumaniste di Manuel De Landa

Keelan Balderson  scrive su  @altnewsuk che i Ministeri inglese e tedesco hanno pubblicato uno studio in cui chiedono ai rispettivi parlamenti di abrogare i vincoli che oggi frenano l’uso, da parte  delle Forze Armate, delle varie forme di  “Enhancement” oggi disponibili: tecnologie indossabili, droghe psichedeliche, editing genetico, bioingegneria, esoscheletri, apparecchi per l’incremento della sensibilità e interventi invasivi, quali interfacce fra il cervello e la rete. Si parla di applicare queste tecnologie ai militari anche contro la loro volontà, applicando il principio dell’ obbedienza agli ordini.

Il documento giunge perfino ad affermare che l’Enhancement potrebbe  produrre un miglioramento morale, perché servirebbe a prevenire attività illecite.

La prefazione del documento si compiace del progressivo abbandono del tradizionale divieto di queste tecnologie, che dovrebbe portare perfino a una modifica dei principi etici consolidati: “The impact of legislative changes on moral beliefs is also important, with some evidence suggesting that changes to morality are often caused by legislative changes.” Addirittura,  “Defence, however, cannot wait for ethics to change before engaging with human augmentation.”

Anche il “NATO’s Innovation Hub” ha pubblicato  un documento sul “cognitive warfare” -, una dottrina mirante alla militarizzazione delle scienze del cervello, con lo scopo di risolvere l’eterno problema di “liberare l’umanità dai limiti del corpo”, che neppure la religione era mai riuscita ad affrontare.

Per studiare come raggiungere, nel 2040, la superiorità strategica in questo campo sopra i propri avversari, la NATO ha commissionato un romanzo distopico  in cui si immagina che, nel 2039, da autopsie condotte su  soldati cinesi morti in Zambia combattendo, sulla Via della Seta, contro gli Americani e gli Australiani,  si sarebbe stabilito che i soldati morti erano dei “superuomini” prodotti in laboratorio mediante l’editing genico, in modo da fornirli di muscoli rinforzati, visione notturna,  “resistenza alla privazione del sonno, sete, calore e umidità estremi.” L’anno successivo, sarebbe stata dichiarata la “cognitive war” .

Secondo il documento, “human mind should be NATO’s next domain of operation.” Stranamente, i rapporti dell’intelligence americana si concentrano sullo stato di salute mentale del Presidente russo.

Queste notizie confermano le ormai classiche teorie espresse nel libro di Manuel de Landa, “La guerra al tempo delle macchine intelligenti”, secondo cui, vista a posteriori dal punto di vista della “Teoria del Caos”, la storia umana appare oramai come un semplice stratagemma evolutivo delle macchine (il “phylum macchinico”), per sviluppare la loro superiore intelligenza (il “Superuomo”, che, secondo la NATO, la Cina starebbe già realizzando).

In effetti,tutta  l’evoluzione della società umana è stata caratterizzata proprio dallo sviluppo di tipi di armi incorporanti una sempre maggiore “intelligenza”: pietra grezza e poi levigata; fuoco; armi da lancio e da taglio; metalli; fortificazioni; armature; eserciti; macchine da guerra; arte della guerra; strutture di comando; mezzi di locomozione; navi; polvere da sparo;  propaganda; fino ad arrivare alla criptazione e decriptazione, all’ energia atomica, alla missilistica, alla mutua distruzione assicurata, alle intercettazioni, alle armi autonome, e ora alle protesi, all’Enhancement, al condizionamento del cervello e ai cyberguerrieri.

Secondo De Landa, proprio questa funzionalità dell’uomo rispetto alle macchine, e delle macchine rispetto alla guerra, fa sì che sia oramai vicinissimo il superamento delle macchine sull’ uomo.

La stessa panoplia di mezzi elettronici che si sta dispiegando intorno alla guerra in Ucraina (visioni satellitari, guerra informativa, pagamenti swift, messa in allerta dei sistemi missilistici) fa presagire l’avvicinarsi di quella svolta. Sotto questo punto di vista, questa guerra costituirà un ottimo test.

Oramai, siamo tutti mutanti

2.I mutanti conquistano il mondo

Costituisce un topos classico della filmografia americana quello dei mutanti, che, arrivati sulla terra dallo spazio, esercitano una morbosa attrazione sull’ umanità, ma tutti coloro che entrano in contatto con loro diventano a loro volta mutanti. I mutanti sono un’evidente metafora del mondo digitale. Attraverso le ramificazioni dell’informatica, i GAFAM trasformano il mondo a loro immagine e somiglianza, fino a trasformare gli uomini in “déracinés” telecomandati (Huxley); in cyborg asessuati (Donna Haraway), in identità uploaded (Matrix).

Come illustrato nei post precedenti, l’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha costituito una fondazione con cui egli condiziona lo Stato Americano, riuscendo a produrre in legge straordinaria (la cosiddetta “Endless Frontier Act”), in discussione al Parlamento, con cui gli USA, allo scopo di superare la Cina in tecnologia, compiranno il massimo intervento pubblico in economia nella storia degli Stati Uniti.

I comportamenti delle parti in gioco nelle varie crisi internazionali (Palestina, Turchia, Serbia, Ungheria, Polonia, Ucraina, Russia) in termini di  “Nazionalità”, di “Impero”, di “alleanze”sono superati. Esiste un solo “Impero Sconosciuto” per dirla con il Papa. È quello occidentale, governato dal sistema informatico-militare controllato dai GAFAM. Le “nazioni” sono “dead men walking”, tenuti in piedi per fare guerre per procura e mascherare i veri giochi del Complesso Informatico-Militare. Non ha senso creare nuove “sfere di influenza”: occorre spezzare, per poi condividere, questa unica sfera d’influenza: quella del governo mondiale  dei GAFAM.

Elie Kadurie aveva dimostrato, nel suo ottimo libro “Nazionalismo” quanto le varie “nazioni” manchino di sostanza. Basti pensare a nazioni “inventate” recentissimamente (come i “Palestinesi” che sono nati solo dopo l’arrivo dei Sionisti, gli “Ucraini” che sono stati un’”invenzione” di Austro-Ungarici, Bolscevichi, neo-nazisti e Americani), ma si potrebbe cercare anche più lontano. Per esempio, secondo l’ Enciclopedia Britannica “A fully independent Ukraine emerged only late in the 20th century, after long periods of successive domination by PolandLithuania, Russia, and the Union of Soviet Socialist Republics (U.S.S.R.). Ukraine had experienced a brief period of independence in 1918–20, but portions of western Ukraine were ruled by Poland, Romania, and Czechoslovakia in the period between the two World Wars, and Ukraine thereafter became part of the Soviet Union as the Ukrainian Soviet Socialist Republic (S.S.R.). When the Soviet Union began to unravel in 1990–91, the legislature of the Ukrainian S.S.R. declared sovereignty (July 16, 1990) and then outright independence (August 24, 1991), a move that was confirmed by popular approval in a plebiscite (December 1, 1991). With the dissolution of the U.S.S.R. in December 1991, Ukraine gained full independence. The country changed its official name to Ukraine, and it helped to found the Commonwealth of Independent States (CIS), an association of countries that were formerly republics of the Soviet Union.”

Non si vuole dire che non si possano creare nuove identità, ma queste hanno un senso solo se hanno dimensioni o collegamenti così vasti, da poter aere un’influenza attiva sulla storia mondiale. Vale a dire creare identità che si pongano almeno allo stesso livello di sovranità dei GAFAM. Fino ad oggi, solo la Cina è riuscita in questo compito, creando i BATX ed assoggettandoli a delle leggi. Ben precise.

La sovranità, e perfino l’identità di un popolo, dipende, oggi,  da quanto essa riesce a condizionare almeno una porzione del complesso informatico-militare mondiale: l’”indipendenza tecnologica”.

L’indipendentismo tecnologico è la Cina

3.”Indipendentismo  tecnologico”

Questo strettissimo collegamento fra geopolitica e nuove tecnologie sta permettendo di comprendere correttamente il peso da attribuirsi alla “sovranità tecnologica” di ciascun Paese, di fatto un elemento centrale della geopolitica nel XX° secolo. Che altro erano stati, infatti, la Centrale “Dnieprostroi”,  costruita  dalla general Electric nella Russia staliniana, là dove si sta combattendo ancor oggi, quale parte integrante delle politiche di colcosizzazione e dello Holodomor; o “le armi segrete di Hitler”; il “Progetto Manhattan”; Enigma e il Biuro Cyfry polacco che l’aveva decifrato; il Bletchley Park inglese dove lavorava Turing ; le Conferenze Macy; i programmi spaziali sovietico e americano; il computer, la rete; OKO; Echelon; Prism; i social network?

Tutti avevano, e hanno, fatto sforzi inauditi per disporre delle tecnologie più sofisticate, e, di conseguenza, delle armi più sofisticate.

All’inizio del XXI° Secolo, quest’ elementare realtà, ben nota a tutti, sembrava dimenticata sotto la retorica dell’“Ideologia Californiana”, secondo cui, essendo noi oramai pervenuti alla Fine della Storia, quell’inesorabile millenario collegamento fra tecnologia e guerra sarebbe ormai venuto meno, perché la globalizzazione occidentale avrebbe cancellato l’alterità fra le idee e i popoli, e quindi la ragion d’essere di ogni tipo di conflitto. Di conseguenza, nessuna discriminazione in base alla nazionalità delle imprese. Cosa per altro applicata in pochissimi luoghi; meno che mai negli USA, dove ogni rapporto con l’estero è stato da sempre soggetto a penetranti controlli militari (Trading with the Enemy Act, Cocom, SFIU). Ho avuto modo di constatarlo personalmente nella mia attività lavorativa, in occasione di rapporti di affari e di collaborazione tecnologica con imprese americane. In pratica,l’America voleva che tutti liberalizzassero le loro economie, mentre essa ha praticato sistematicamente il “Keynesismo militare”, grazie al quale, attraverso il complesso buroocratico-militare, essa controlla l’economia mondiale.

Il dogma della “neutralità degli affari” aveva comunque incominciato a traballare con le rivelazioni di Echelon, Wikileaks e Prism, che dimostravano che l’informazione (militare, ma anche tecnologica ed economica) è sempre stata, ed è diventata sempre più, una fondamentale fonte di potere.  Ciò aveva legittimato, almeno in alcuni Paesi, come la Cina, la ricerca di tecnologie autonome, per minimizzare il controllo del sistema digitale americano, esercitato, tanto direttamente, quanto attraverso i GAFAM; questo sia in senso passivo (vale a dire ostacolando l’immissione di contenuti ostili –“Great Chinese Firewall”-), sia in forma attiva, favorendo un’industria nazionale del web (BATX), e, dopo, tutte le nuove tecnologie.

L’Economist ha pubblicato anche (“The Techno-Independence movement”, pag.52) i risultati di un’indagine su sei aree tecnologiche cinesi, fra cui vaccini, editing genetico, aerospaziale e microprocessori. Secondo la rivista inglese controllata dalla Famiglia Elkann, con una partecipazione minoritaria  dei Rothschild, naturalmente, la Cina, anziché ricercare l’indipendenza tecnologica, spendendo un sacco di soldi, farebbe meglio a risparmiare, e accontentarsi di fare da follower delle multinazionali americane.

Peccato che un altro articolo dello stesso giornale (“The Free Rider Continent”, a pag. 26) smentisca totalmente quest’ affermazione, mostrando in concreto come l’Europa, con la sua accettazione (se non “scelta”) di essere sempre un “follower” degli Stati Uniti, si sia ridotta molto male (l’Economist, alla fine,  sembrerebbe compiacersene).

Scrocconi e straccioni

4.“Un continente di scrocconi”

L’espressione “free-riders” (“scrocconi”), per designare gli Europei. era stata coniata da Trump. Secondo il Presidente, gli Europei sarebbero stati degli “scrocconi” perché, spendendo molto meno degli Americani per la difesa, godrebbero egualmente dei “benefici” di quella americana. Affermazione che potrebbe avere un senso solo se si ammettesse che (i) gli Europei non stiano spendendo nulla per la loro difesa (ii) abbiano eternamente bisogno di essere difesi da qualcuno (iii) che, grazie all’appartenenza alla sfera americana, gli Europei abbiano raggiunto risultati (almeno economici) apprezzabili.

Il che è quanto meno discutibile, e parzialmente negata nello stesso articolo.

Gli Europei spendono per la difesa almeno il doppio dei Russi, ma, proprio a causa del loro inserimento nella NATO, non raggiungono neppure una minima percentuale dell’efficienza dell’Armata Russa. In effetti, non hanno un’intelligence all’altezza di quelle delle Grandi Potenze e hanno una force de frappe modesta e senza condivisione a livello europeo. Soprattutto, non hanno una cultura e una dottrina militare comuni, utilizzando sempre e solo, di riflesso, quelle americane. Di conseguenza, non possono usare i loro eserciti, né come “prolungamento con altri mezzi della politica” (perché lo sono di quella americana), né  per il “Trickle down effect” sull’economia, perché non hanno mai prodotti innovativi, e, quando li hanno, questi sono copiati dagli Americani.

Secondo l’Economist, a questa situazione nel settore militare si aggiungono  situazioni simili nell’ ecologia e nelle nuove tecnologie. Gli Europei sarebbero convinti che, tanto, imitando gli Stati Uniti, si ottengono gli stessi risultati senza tanto sforzo. Cosa, anche questa, che avevo avuto modo di verificare io stesso con due indagini molto mirate nel Gruppo FIAT.

Dice giustamente l’Economist che, con questa politica, dopo tanti decenni, l’Europa non ha ancora raggiunto gli Stati Uniti (e, aggiungiamo noi, mentre la Cina sì). Infatti, sul breve periodo si possono conseguire risultati relativamente buoni (come durante le “Trente Glorieuses” dedicate alla ricostruzione), ma, a lungo termine, si tratta di una svendita del Paese ai Poteri Forti e ai concorrenti da essi controllati.

Secondo l’Economist, tutto ciò sarebbe dovuto al fatto che gli Americani lavorerebbero di più (anche 12 ore al giorno), mentre gli Europei “lavorerebbero solo 35 ore alla settimana e andrebbero in pensione giovani”. Stupisce che l’Economist sia così disinformato. In realtà,  come ben noto, da molto tempo, gli Europei in sostanza  non lavorano proprio, perché gli Americani hanno spostato tutte le posizioni lavorative interessanti (intellettuali, supermanagers, professionisti, tecnici) negli Stati Uniti, lasciando in Europa solo delle succursali che sono state progressivamente svuotate (es.p.es: Chrysler, Whirlpool…), sicché ci sono sempre meno offerte di lavoro, e, quelle poche che ci sono, sono dequalificanti. E, infine, quei pochi che lavorano (o che hanno lavorato) veramente, sono stati capacissimi, per difendere le nostre imprese contro la rapacità dei concorrenti internazionali, di lavorare perfino di notte, nei week-end e nelle ferie. Parlo anche qua per esperienza personale.

Coloro che, come la Famiglia Olivetti, avrebbero voluto creare in Europa aziende di avanguardia, le quali ci avrebbero permesso di eccellere in tutti i campi, a cominciare proprio dal militare, sono stati da tempo boicottati e bloccati. Sono sopravvissuti solo imprenditori antinazionali e antieuropei, che hanno trasferito altrove buona parte delle loro ricchezze, depauperando così ulteriormente l’Europa.

Finalmente, l’Economist dice qualcosa di vero a proposito del ritiro dell’Afghanistan e della guerra in Ucraina, vale a dire che essi hanno costituito una sorta di richiamo all’ordine per gli Europei, perchè qualcosa andrebbe comunque fatto  nel senso di una maggiore assertività. Tuttavia, conclude l’articolista, nell’ insieme, perfino questi fatti avrebbero dimostrato cheè più comodo e sicuro ricompattarsi dietro all’ America, senza pretendere di raggiungerla o di superarla.

Per stabilire se ciò sia vero, bisognerà vedere come andrà a finire il braccio di ferro fra Est e Ovest in Ucraina.

La dittatura dei virologi

5.Epistemocrazia

Donatella di Cesare critica giustamente su La Stampa l’impostazione  “superficiale e sviante” che i media mainstream stanno dando alla crisi ucraina (“scontro fra democrazie occidentali e autocrazia”), invocando una voce dell’Europa meno fanatica e più vicina a quella che è la visione filosofica dell’ Europa, e dunque di alto profilo. Tuttavia, in un altro articolo, questa volta sulla “La Repubblica” di Domenica, se la prende anche contro la tendenza del Governo Draghi verso l’’”epistemocrazia”, senza però andare a fondo della questione.

Si tratta in ambo i casi di due tendenze fanatiche e intolleranti, che è giusto stigmatizzare entrambe come fa Di Cesare. L’esaltazione irrazionale della “funzione di guida” della medicina sulla società ha raggiunto livelli grotteschi, con i virologi promossi a guide spirituali del Paese e “la Scienza” esaltata come l’unica vera religione. Questo fanatismo è un inequivoco avatar della “Religione della Scienza” dei Positivisti, che porta, come nel Socialismo Reale, verso la dittatura dell’unica ideologia “scientifica”, e un preludio della trasformazione degli uomini in Cyborg, secondo le aspirazioni di Musk e della NATO. Anche sotto questo punto di vista, essa ha un carattere totalitario, che ricorda la logica della “Distruzione della Regione” di Lukàcs, e la sua “Reductio ad Hitlerum”, giustamente citata da Di Cesare a proposito dell’orgia di russofobia in corso.

Eppure, non si può negare che l’”epistemocrazia”, o “epistocrazia” (Zhang Weiwei, Daniel A.Bell), stia prendendo piede in tutto il mondo, e che questa sia la causa prima della crescente centralizzazione di tutti i sistemi politici, nazionali e internazionali che tutti denunciano come “deficit di democrazia”, senza però comprenderne le cause.

Con l’arrivo della globalizzazione alla sua fase finale, in cui gli organismi direttivi dei continenti e dei subcontinenti debbono decidere in ogni istate su questioni complessissime e vitali (dall’intelligenza artificiale, alle pandemie,  all’equilibrio del terrore), rese più difficili dalle rivalità reciproche, è una mera illusione che i singoli cittadini possano avere qualcosa da dire sui massimi problemi del mondo, indipendentemente dalla forma di rappresentanza adottata, visto che non sanno neppure che cosa siano gli algoritmi, i virus e la Mutua Distruzione Assicurata). Sarebbe già una grande vittoria se almeno i vertici politici  e l’intelligencija fossero liberi dai diktat del Complesso Informatico-Militare.

Di qui l’”outsourcing” d’intere politiche alle multinazionali, la presa del potere da parte delle “burocrazie non elette” , il commissariamento d’interi Stati, i presidenti a vita, il potere militare…(il cosiddetto “deficit di democrazia”).

Quest’impotenza dei leaders perfino di una perfetta federazione mondiale del futuro è descritta magistralmente nella novella di Asimov, “Una decisione inevitabile”, in cui gli unici che possono decidere veramente qualcosa importanti restano i robot.

Il problema, a nostro avviso, è quindi l’opposto: perfino l’”epistocrazia” denunziata da Di Cesare (nello specifico, la dittatura dei virologi), è ancora troppo lontana dalla comprensione dei veri problemi generali (p.es., il controllo sui robot, la conquista dello lo spazio, la gestione della rete, Est e Ovest…). Tutto ciò richiederebbe, sì, delle grandi competenze, ma di un livello ben più elevato. Sopra i virologi, i “medici” a tutto tondo (come Ippocrate), e sopra i medici, gli “scienziati universali”. Sopra gli scienziati, poi, ancora i politici, e, come scrive giustamente Di Cesare, i filosofi.

Perché, come scrive arditamente Di Cesare,  “l’Europa è filosofia”, e solo con la filosofia si potrà decidere che cosa sia  l’Europa. Ma anche (e soprattutto) fuori dell’ Europa, stanno riprendendo forza (in Paesi che il “mainstream” depreca) ceti di  “politici-filosofi”, dotati di competenze generalistiche, come i “fuqaha” sci’iti (i giuristi islamici: in Iran “Vilayet-i-Faqih”, il “Governo del Giureconsulto”), o i membri del PCC, che rinverdiscono le glorie degli antichi “Ru” (“Mandarini”).

In ogni caso, tutte le classi dirigenti attuali in Occidente sono insufficienti a gestire la transizione digitale, e, se si vuole che l’Europa non diventi un mostro sottosviluppato,  militarizzato e anti-umano, occorre intraprendere un lungo cammino di pensiero e di azione. Incominciando dal distinguere fra l’”epistocrazia”, propria  del Re Filosofo,  e la “tecnocrazia” dell’ Intelligenza Artificiale e delle Banche Centrali.

Solo dopo, e grazie a, questo passaggio, si potrà agire politicamente per i sacrosanti obiettivi illustrati da Di Cesare, come evitare di “Perdere la Russia”, e, con ciò, aggiungiamo noi, l’Europa e l’Umanità stessa (Trubeckoj, L’Europa e l’U,anità).

L’Unione Europea ha paura di due siti?

6.La tirannide digitale

L’ambiente tecnologico in cui viviamo incide anche sulle modalità con cui la guerra, e, in particolare, la guerra informatica, viene condotta. Contrariamente, per esempio, alla Guerre del Golfo, ampiamente spettacolarizzate, la guerra in Ucraina viene condotta sostanzialmente fuori della portata delle telecamere (e degli smartphones). Il grosso dei combattimenti avviene in  steppe desolate. Le città vengono giustamente  evitate per non fare vittime. Esistono da subito corridoi umanitari per permettere l’evacuazione degli abitanti, ma questo rende la guerra ancor meno spettacolare. Quanto alla guerra aerea, essa è finita relativamente presto.

In questo contesto, le dichiarazioni ufficiali (che avranno un effetto pratico, semmai, con molto ritardo), e la censura militare e ideologica, restano le due cose a prima vista più evidenti. Molto difficile è capire che cosa realmente accada sul terreno, perché ambo i contendenti hanno interesse a minimizzare i fatti.

Inoltre, l’Occidente, e, in particolare, l’Europa, si distinguono per la loro faziosità. Si è partiti già da uno “zoccolo” molto importante di leggi liberticide, come quelle memoriali, i reati di opinione, il blocco automatico delle cosiddette “fake news”, la censura elettronica della “fact-checking”, il divieto dei “contenuti d’odio”;  a cui si aggiungono oggi vere e propri divieti della libertà di stampa, come il bando delle catene televisive Sputnik e RT, colpevoli di essere controllate dalla Russia, e, per ciò stesso, di “diffondere le bugie di Putin”(von der Leyen).

E a chi la Unione Europea ha “affidato” il compito di attuare il bando? Alla Google, che non se l’è fatto dire due volte. Alla Google è stato affidato il compito che oggi in Cina viene svolto dal “Great Chinese Firewall” (quello della censura). Allora si capisce perché i Cinesi abbiano fatto di tutto per non avere più Google fra di loro.

Nei momenti più caldi della Guerra fredda era stato tuttavia sempre possibile, nelle grandi metropoli,  acquistare la Pravda, il Renmin Zhibao, al-Mujahid, Fuerza Nueva, ecc… (senza contare i giornali “sovversivi” italiani, come “Potere Operaio”, “Lotta Continua”, “Ordine Nuovo”, “Nuova Repubblica” e “l’Orologio”). Oggi, invece, è perfino vietato seguire i canali russi. Ma di che cosa hanno paura i nostri governanti? Hanno veramente “la coda di paglia”.

Certo, queste inedite forme di censura mediatica si sposano con una più generale  imposizione della “correttezza politica” in ogni forma di espressione. Per esempio, sono state passate praticamente sotto silenzio notizie esplosive come quella secondo cui l’Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia ha organizzato una manifestazione contro la guerra in cui ne ha attribuito la responsabilità alla NATO. Infine, “last but not least”, il sindaco di Milano, Sala, ha bellamente licenziato il direttore d’orchestra russo Valerij Gergiev, che doveva dirigere, alla Scala, l’opera russa “Pikovaja Dama” di Caikovskij, con l’incredibile motivazione che si era rifiutato di esprimere una condanna dell’intervento russo in Ucraina.

La cosa invece oggi non suscita nessuno stupore, perché, nel contempo, sono stati annullati anche i suoi concerti da qui alla prossima estate in tutti i Paesi occidentali. I teatri dell’ opera sono competenti ad adottare sanzioni militari? Un musicista non può più lavorare se non accetta di essere anche un agit-prop? Neppure i vecchi regimi totalitari pretendevano tanto.

Gergiev, è in pericolo anche di perdere diverse posizioni-chiave, tra cui il podio a Monaco di Baviera e la sua posizione di direttore onorario della Rotterdam Philharmonic Orchestra. non dirigerà più i Wiener Philharmoniker nella tournée negli Usa che vede l’orchestra viennese in programma alla Carnagie Hall di New York per tre date. Anche il sindaco di Monaco di Baviera, Dieter Reiter, ha lanciato un ultimatum, affermando che Gergiev deve condannare la “brutale guerra aggressiva contro l’Ucraina” di Putin prima di lunedì prossimo o sarà espulso dall’orchestra, tre anni prima della scadenza del suo contratto. Un avvertimento simile minaccia di cancellare il “Festival Gergiev” in programma per settembre.

La cantante Anna Netrebko, per protesta contro il trattamento riservato a Gergjev, non verrà alla Scala, dichiarando: “Non verro”, scrive. Le ragioni le aveva già spiegate il giorno prima precisando: “Non è giusto costringere un’artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la sua patria”.

Invece, in Russia, gli oppositori, pochi o tani che siano, possono esprimere il loro dissenso dalla guerra. Il titolo scelto per la prima pagina della Novaja Gazeta  è stato «La Russia bombarda l’Ucraina», ei sottotitolo «Novaja Gazeta considera la guerra una follia, non vede il popolo ucraino come un nemico e la lingua ucraina”.

L’ultimo esercito europeo che s’è visto è quello del Principe Eugenio e Sobieski

7.Ora, tutti vogliono la Politica Estera e di Difesa Europea.

Come noto, il primo progetto di eserecito europeo era stato elaborato fin dal 1950 (5 anni dopo la fine della IIa Guerra Mondiale),  per poter integrare truppe tedesche nella difesa americana contro il nascente Patto di Varsavia, secondo quella che era stato addirittura una speranza di alcuni gerarchi tedeschi negli ultimi giorni del Reich. Per raggiungere questo fine, venne ideato da Jean Monnet (e poi presentato da René Pleven, primo ministro, e quindi detto “Piano Pleven” il progetto di  un esercito europeo da comporsi di sei divisioni, sotto il comando della NATO e gestito da un ministro europeo della difesa, con annesse istituzioni (sostanzialmente ricalcanti quelle della CECA),se vogliamo, sul modello (ma in formato ridotto) delle Waffen SS estere (create fuori della Wehrmacht e delle “vere” SS),  le cui 58 “legioni” erano state in gran parte appena sciolte a causa della sconfitta della Germania (ma alcune combatteranno ancora per anni sotto la denominazione di “Fratelli della Foresta”, in particolare quelle baltiche:  20. Waffen-Grenadier-Division der SS e   Legione Lettone). Come si vede, su 38  legioni di Waffen, circa una ventina non erano tedesche. E non erano neppure una cosa così lontana dall’oggi, perché, per esempio, il Batalion Azov, formazione paramilitare integrata nell’ esercito ucraino, ha esattamente lo stesso simbolo della 34 divisione SS, quella olandese, “Landstorm Nederland” (mentre il simbolo dell’ Euro è lo stesso della Divisione “Estland”) In seguito alla desegretazione della CIA, è stato reso accessibile il fascicolo  “Die national-ukrainische Widerstandssbewegung” or “Ukrainian national resistance.”, dove si vede che fra questi alleati della CIA c’era l’Unione degli Ucraini, ancora attiva sulla scena politica ucraina. Come si vede, l’idea di Putin. Di “de-nazificare l’ Ucraina” ha anche una qualche base storica fattuale.

Come le Waffen SS, così l’esercito europeo sarebbe stato subordinato a un esercito straniero (in questo caso, quello americano), e non avrebbe avuto, né marina, né aviazione, né intelligence. Pura carne da cannone. Come si può pensare che quello potrebbe costituire il modello per un esercito europeo del XXI° secolo?

Nel XXI° secolo, un vero esercito presuppone un potere politico sovraordinato (un governo con pieni poteri decisionali), un comando unificato (anche dell’arma spaziale e nucleare), un’intelligence, una cultura militare comune, un apparato di armamenti condiviso, una suddivisione funzionale e geografica, un’industria militare, un’interfaccia con i civili.

Alcune di queste cose (Governo, cultura condivisa) oggi proprio non esistono, e vanno create da zero. La Conferenza Internazionale dovrebbe creare le condizioni esterne della sua possibilità (per esempio con un percorso concordato per il ritiro degli Americani e per la messa sotto controllo europeo della “Force de Frappe”). Abbiamo già detto altre volte che, essendo l’Europa una “multi-level governance”, prima di modificare i Trattati dell’ Unione, occorrerà rivedere tutto ciò che sta loro intorno.

Riusciremo a riportare gli Europei su un piede di serietà?

8. La posizione del Movimento Europeo (Bruxelles, 28 febbraio 2022)

Che la conferenza sul futuro dell’Europa si stia chiudendo, come ha detto Mattarella, in un modo “grigio”, senza avere affrontato nessuno dei temi veramente importanti (quali quelli di cui parliamo qui), è, non soltanto, sotto gli occhi di tutti, bensì, ormai, addirittura un’ovvietà. Perciò, giustamente il Movimento si preoccupa che l’Unione si occupi di cose più serie, e, in particolare, del mantenimento della pace, che sarebbe stato l’obiettivo originario di Coudenhove Kalergi, di Spinelli e di Monnet, ma, di fatto, è stato completamente abbandonato a vantaggio di temi originariamente nemmeno previsti.

Il Movimento insiste perciò su “una Conferenza europea sulla sicurezza e sulla pace sotto l’egida dell’OSCE e delle Nazioni Unite ripartendo dagli accordi di Helsinki con l’obiettivo di sottoscrivere un trattato internazionale fra tutti gli attori coinvolti sul continente europeo superando l’azione in ordine sparso dei paesi europei e il quadro ristretto che portò Francia, Germania, Russia e Ucraina nel febbraio 2015 alla sottoscrizione dei ‘secondi accordi di Minsk’ che non sono mai stati rispettati e applicati dall’Ucraina e dalla Russia.”

Come scritto in precedenza, quest’obiettivo, giusto e realistico ( dato anche che i negoziati fra Russia e Ucraina sono già perfino in corso ai confini della Bielorussia), è insufficiente.

Proprio perché, tanto i Russi, quanto gli Europei Occidentali, considerano la guerra in corso come un momento storico di svolta (anche se in direzioni opposte), occorre oggi più che mai una profonda e coraggiosa riflessione degli Europei“tous les azimuts”, quale quella che stiamo promuovendo da 15 anni, per concentrarci sulle cose che veramente contano. Se questo si facesse, si riuscirebbe a comprendere su quali punti di base sarebbe possibile trovare un accordo, e, da questi, discendere alla soluzione delle questioni che sembrano oggi impossibili, riuscendo a trovare un punto di collegamento fra le attuali posizioni, che sembrano inconciliabili semplicemente perché si riallacciano a concetti obsoleti, ignorando le questioni essenziali dell’oggi.

In particolare, il risultato della Conferenza  sull’ Ucraina invocata dal  Movimento dovrebbe collegarsi con un’altra proposta del Movimento Europeo stesso, sulla Politica Estera e di Difesa Comune, che, per i motivi sopra elencati, non può essere sostanzialmente ancora quella della CED.Contestualmente, la Commissione europea deve aprire una riflessione sulle priorità del Next Generation EU, nato per far fronte all’emergenza della pandemia, finalizzato alla transizione ecologica e digitale e chiamato ora ad affrontare nuove e probabilmente più pesanti responsabilità.

Ma, ancora più urgentemente , ci dovrà essere una riflessione approfondita sulla guerra nell’ era delle macchine intelligenti e sulla loro messa sotto controllo, prima di trasformarci tutti in mutanti.

Riflessioni sull’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale con le osservazioni nella Consultazione del MISE sulla Strategia Nazionale

Sarebbe ora che l’Unione assumesse un atteggiamento più assertivo sulle tecnologie

Pubblichiamo qui di seguito in quattro blocchi i commenti presentati dall’ Associazione Culturale Diàlexis nell’ ambito della Consultazione del MISE sulla Strategia Nazionale dell’ Intelligenza Artificiale, inviati anche ai Ministri Patuanelli e Manfredi e al Presidente del Parlamento Europeo Sassoli.

Nella prima puntata, la parte generale, nella seconda (inn Inglese, su “Technologies for Europe”, il testo e il commento al parere dell’ EPDRS sull’Accordo Interistituzionale fra le Istituzioni dell’ Unione Europea e Microsoft, nella terza il testo e il commento dell’ accordo fra Poste Italiane e Microsoft, e nella quarta la Parte Speciale.

INTRODUZIONE

Prendendo atto del fatto che il Ministero ha giustamente esposto alla discussione, tanto la vera e propria Strategia, quanto le precedenti proposte del Gruppo di Esperti, abbiamo ritenuto di “sdoppiare” le nostre osservazioni, in una prima parte, che funge da premessa e quadro d’insieme per i singoli commenti,  e una seconda, dedicata al vero e proprio commento alla Strategia Nazionale.

Osserviamo  preliminarmente che la strategia del Ministero è molto più selettiva di quella del Gruppo di Esperti, e, come tale, corre il rischio di essere inutile, perché ignora i temi più controversi,  e in particolare la battaglia in corso, da parte delle Istituzioni (Commissione, Corte di Giustizia, EDPS, Antitrust italiano) , di imprese (Qwant) e cittadini europei (Schrems) contro il monopolio delle multinazionali del web, che  sono giunte a controllare le forniture di servizi alle Istituzioni Europee e alle amministrazioni pubbliche nazionali,  e gli sforzi in corso per creare, con Gaia-X, JEDI e Qwant, un ecosistema digitale europeo capace di dare all’ Europa l’autonomia strategica invocata, per esempio, da Macron, Altmaier e Breton. Proponiamo invece che l’autonomia digitale italiana ed europea sia inserita a pieno titolo fra gli obiettivi della strategia italiana.

Il profeta inascoltato delle tecnologie europee: Jean-Jacques Servan-Schreiber

PARTE GENERALE :COMMENTO ALLE PROPOSTE DEGLI ESPERTI

  1.    CONTRO L’ARRETRATEZZA DELL’ ITALIA E DELL’ EUROPA
  2.    DOPO IL COVID
  3.    DIGITAL HUMANITIES EUROPEE
  4.    UNA PEDAGOGIA PER IL XXI SECOLO
  5.    UNO SFORZO COORDINATO
  6.    TUTELA DEL PATRIMONIO INTELLETTUALE
  7.    HORIZON SCANNING
  8. DIGITAL UPSKILLING
  9.    L’ITALIA NEI CAMPIONI EUROPEI
  10.    AREE DI RICERCA E RICADUTE SUL TERRITORIO
  11.    DALL’ITALIA ALL’EUROPA
Il Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli

I.CONTRO L’ ARRETRATEZZA DELL’ ITALIA E DELL’ EUROPA

La crisi del Covid-19, che non accenna a cessare, sta dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, la mancanza di resilienza dell’Europa attuale, se confrontata, per esempio, con le società dell’Estremo Oriente (le “polveri bagnate dell’ Europa”).

Senza addentrarci in giudizi di valore, prendiamo intanto atto che questa mancata resilienza, che si è manifestata oramai ripetutamente – di fronte alla crisi energetica, a quella dei subprime, alle migrazioni, alla pandemia-, impone una drastica ristrutturazione delle nostre società, la quale non può prendere avvio se non dalla trasformazione digitale. Le autorità europee stanno incominciando a rendersene conto, come dimostrano i primi passi, per quanto per ora solo teorici, fatti, verso l’autonomia strategica digitale e verso la creazione di campioni digitali europei, nel Piano Coordinato dell’Unione Europea.

Un’ efficace strategia europea  di transizione dalle “Macchine Intelligenti” (robot) alle “Macchine Spirituali” (AI), per usare le parole del Direttore tecnico di Google, Ray Kurzweil, non può più partire, dato il ritardo accumulato dal nostro Continente, se non da un approccio “top down”, quale quello da noi delineato nel libro “European Digital Agency” inviato a tutte le Autorità competenti), in sostituzione di quello “bottom up” adottato fino ad ora, il quale non ha sortito gli effetti promessi dalla Strategia di Lisbona, da “Europa 2000” e da “Horizon 2000”, e, anzi, ha visto l’ Europa retrocedere rispetto a tutte le aree del mondo.

Un approccio che potrebbe essere chiamato, citando Macron, “DARPA EUROPEO”, o, secondo le proposte degli Esperti del MISE,  “un CERN ITALIANO”. Certo, non sono la stessa cosa: uno è un Ente militare, l’altro un centro di ricerca pura. In ogni caso, la Commissione, in persona dell’allora commissario Moedas, aveva già contestato a Macron l’idea del “DARPA EUROPEO”, precisando che Francia e Germania erano libere di perseguire questo approccio, ma per conto loro.

Purtroppo, com’ è stato scritto eloquentemente dagli Esperti, giacché i concorrenti da battere sono i GAFAM americani e i BAATX cinesi, che sono delle grandi imprese multinazionali, per giunta sostenute  apertamente dai rispettivi Governi, “un investimento distribuito e non coordinato” (com’è oggi quello europeo, e ancor più quello italiano) “rischia di rimanere sotto la soglia critica “.Tutto l’impianto della politica tecnologica europea, anche in epoca di Recovery Fund (Next Generation), è basato invece su un investimento “distribuito e non coordinato” di Commissione, BEI, EIT, ESA, 27 Stati Membri, 27 Istituti Europei di Tecnologia, 27 Istituti Europe dell’Intelligenza Artificiale, qualche centinaio di “Technological Hubs” e di “Regulatory Sandboxes”, migliaia di debolissime imprese…Nel frattempo, non casualmente, come ha rilevato la stessa Commissaria Vestager, i GAFAM non si sono mai arricchiti tanto alle spalle degli Europei, incuranti delle azioni della Commissione, del Parlamento, della Corte di Giustizia e dei Governi.

Inoltre, i programmi “Digital Europe” e ”Digital Services”, che saranno presentati a giorni, continuano a considerare, quale compito dell’ Europa digitale (Istituzioni, “Hubs”, Stati Membri), quello d’incoraggiare l’utilizzo, da parte della PA (comprese le Istituzioni) e delle imprese, dei prodotti e servizi digitali, che però non ci si premura affatto di produrre in Europa (come sarebbe fattibilissimo), dando implicitamente per scontato ch’ essi siano prodotti dai GAFAM (e, forse dai BAATX), senz’alcun ruolo per l’ Europa, così ridotta a “colonia tecnologica”, il tutto  con l’attiva cooperazione delle stesse Istituzioni Europee, che hanno acquistato dai GAFAM tutti i beni e servizi che servono per la loro attività (cfr. Allegato 2).

Alcune voci si sono levate, dai Governi e dalle stesse Istituzioni, per lamentare l’attuale eccessiva timidezza europea. In particolare, il Parlamento sta rifiutando ancor ora di accettare l’accordo con il Consiglio sul Quadro Pluriennale 2021-2027, tra l’altro, come da noi richiesto,  anche per i “tagli” ai programmi tecnologici. Anche l’EDPS (Autorità europea garante dei dati) ha presentato un rapporto durissimo in cui lamenta che l’appalto a Microsoft di tutte le attività digitali delle Istituzioni equivalga all’inversione del rapporto fra il controllore (le Autorità europee) e i controllati (il fornitore, per giunta soggetto alla legislazione americana), concretando una violazione gravissima dei divieti del DGPR e di quanto stabilito nelle sentenze della Corte di Giustizia.

Isaac Asimov: aveva previsto che “l’etica dell’ intelligenza artificiale” non poteva funzionare

II.DOPO IL COVID

La Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale, che stiamo qui commentando, impostata prima del Covid, tiene conto solo parzialmente degli effetti, sulla società, della pandemia, ma è ancora inevitabilmente troppo arretrata rispetto, non soltanto ai trend della concorrenza americana e cinese, ma perfino rispetto ai timidi tentativi industriali europei in corso (Qwant, JEDI. e Gaia-X, di cui la Strategia non fa assolutamente menzione, come se l’Italia potesse fare qualcosa di serio in materia digitale prescindendo dalle battaglie comuni degli Europei- buone o cattive ch’esse siano-), e dando anch’essa per scontato che l’approvvigionamento di beni e servizi avvenga presso i GAFAM (in particolare Microsoft, trasformatosi, secondo l’ EDPS, da controllato a controllore delle Istituzioni europee). Invece, se l’Europa non si doterà, entro i prossimi 10 anni, di un ecosistema digitale autonomo, comprensivo di una propria cultura digitale, di campioni europei nei settori del “local storage”, delle piattaforme digitali, dei calcolatori e satelliti quantici, delle reti intercontinentali e della cybersecurity, subirà un’ inimmaginabile decadenza culturale, politica ed economica, la ”spirale del sottosviluppo” come l’ha chiamata Stefano Allievi.

Per questo motivo, pur apprezzando la professionalità e la completezza delle Proposte e della Strategia,  e usando come punto di partenza molte delle loro considerazioni e suggerimenti, riteniamo che l’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale  dovrebbe andare al di là, tanto delle strategie europee, quanto di quella italiana, proponendosi come l’antesignano di un nuovo, energico, approccio continentale, a cui le stesse Proposte  fanno più di un accenno.

Infatti, gli approcci attuali sono oramai insufficienti. La pretesa della Commissione, di fare, dell’Unione, il “Trendsetter del Dibattito Globale”, per quanto giustificatissima e condivisa, è stata oramai banalizzata dal proliferare in tutto il mondo, degl’ infiniti  documenti  sull’“etica dell’ Intelligenza Artificiale” (che sembrano redatti al ciclostile dai GAFAM), i quali oramai accomunano tutti -dalla Cina al Vaticano, dal Pentagono alla Commissione- e il fallimento delle strategie minimalistiche di contrasto ai GAFAM perseguite dalla Commissione (come l’azione contro Apple per aiuti di Stato e il Privacy Shield) è stato certificato dalla Corte di Giustizia, che implicitamente ha imposto l’adozione di nuove, più drastiche, misure. Lo stesso Department of Justice americano ha addirittura portato in tribunale Google, ingiungendole di cessare le sue pratiche monopolistiche, per non parlare, infine, del drammatico rapporto dell’ EDPS. Si noti che, subito dopo, si è mosso, buon ultimo, anche l’antitrust italiano.

Anche per l’Intelligenza Artificiale occorre fare un energico passo in avanti, abbandonando i concetti, vecchi di settantant’ anni, delle “Leggi della Robotica” di Asimov, ma anche il nuovo concetto di “affidabilità”, proposto dalle varie “strategie” disponibili sul mercato, per mettere in evidenza invece, da un lato,  le capacità di controllo e di autocontrollo dell’umano (“Empowerment” ed “Enhancement”), e, dall’ altra, l’urgenza di tradurre i programmi e le norme europee (e, in primo luogo, il DGPR), in concrete realizzazioni legislative e tecniche, come il Cloud europeo, su cui si incomincia appena ora a lavorare con Gaia-X, ma di cui manca ancora una solida base culturale, tecnologica, politica, finanziaria, di sicurezza, giuridica, commerciale, che garantisca l’integrazione nella strategia di sicurezza, l’effettiva autonomia, la coerenza con le varie normative, l’effettivo utilizzo, la non ingerenza da parte delle multinazionali del web. Un compito a cui l’Istituto è chiamato a collaborare.

E’da quattro secoli che si disputa sugli automi, senza alcuna conclusione.

III.DIGITAL HUMANITIES EUROPEE

Come ha scritto Julian Nida-Rümelin, la transizione digitale dovrebbe costituire un’occasione per creare un umanesimo digitale. Direi di più: senza un umanesimo digitale, è inevitabile che, come pronosticato da ormai un secolo da moltissimi autori (Čapek, Asimov, Teilhard de Chardin, Kurzweil, von Neumann, Vinge, McLuhan, de Landa, Joy, Fukuyama, Hawking, Rees, Musk, Bell, Wang Pei…), le macchine prendano il sopravvento sugli uomini, anche e soprattutto grazie all’ intelligenza artificiale, come del resto sta già avvenendo nei sistemi di difesa nucleari, nelle borse, nei social networks (cfr. casi “Miortvaja Rukà” e “Google Analytica”). D’altra parte, l’idea di un “Intelletto Attivo” sovrastante l’Umanità costituisce una tentazione millenaria di tutte le civiltà (dallo Spirito Assoluto di Hegel, al General Intellect di Marx, alla Noosfera di Teilhard de Chardin).

Molti intellettuali, religiosi ed esperti, si sono preoccupati della questione. Tuttavia, i tagli alla cultura, gli errori di programmazione, l’abbandono delle periferie, le chiusure localistiche, la disoccupazione intellettuale, la decadenza degli studi, le incertezze fra discipline umanistiche e tecnico-scientifiche, e ora il Covid, tutto ha contribuito alla crisi dell’intera cultura pedagogica del XXI secolo, rendendo gli uomini deboli nel confronto con le macchine.

Sembra assodato che in ogni caso il costituendo Istituto, fortemente voluto dall’Arcidiocesi di Torino, dedicherà una parte delle sue ricerche all’etica dell’Intelligenza Artificiale, sulla falsariga dell’”Appello di Roma” sponsorizzato dal Vaticano. In effetti, c’è ancora moltissimo da fare in questa direzione, giacché l’idea di poter infondere un’etica (ma quale?) nelle macchine, senza aver fatto lo stesso prima nell’uomo, è una semplice illusione, perché le “macchine intelligenti” non fanno altro che cristallizzare e perennizzare i pregiudizi (i “bias”) dei loro creatori (come il sistema elettronico russo “Miortvaja Rukà”, che garantisce comunque alla potenza nucleare sconfitta la Mutua Distruzione Assicurata dell’avversario anche dopo lo sterminio dei suoi alti comandi, rendendo così irreversibile la decisione della leadership politica pro tempore).

L’idea delle “Leggi della Robotica” poteva essere semmai giustificabile quando i robot non c’erano ancora, eppure Asimov aveva dimostrato già 70 anni fa ch’ esse non possono funzionare. Per avere un “ecosistema digitale” virtuoso occorre invece che la società sia virtuosa. Nello specifico: se si vuole evitare che le macchine comandino agli uomini, occorre che gli uomini stessi siano capaci di comandare: che siano spiriti forti, liberi, aperti, come tentavano di farli le educazioni “classiche” di tutte le antiche civiltà, cosa che ha permesso di fermare, seppure in estremi, gli errori degli automi, come nel mito del Golem e nella vicenda del 1983 del Tenente-Colonnello Petrov.

Se l’ Europa vuole veramente qualificarsi come “Trendsetter del Dibattito Globale”, deve risolvere in primo luogo questa questione, rispondendo così alle ineludibili preoccupazioni di scienziati di primo piano, come Hawking e Rees.

La sopravvivenza del mondo è già ora nelle mani di complessi ecosistemi digitali

IV.UNA PEDAGOGIA DEL XXI SECOLO

Primo compito dell’Istituto dovrebbe dunque essere quello d’investigare su una nuova educazione del XXI secolo, adatta alla ”Società delle Macchine Spirituali”. Ciò comporterebbe una rivisitazione di vari aspetti della società delle scienze, “umane” ed “esatte”: la pedagogia (i curricula del Processo di Bologna); il “Lifelong learning” (non “re-skilling”, ma “up-skilling”); la neurobiologia e la bioingegneria (l’”Enhancement”); l’interfaccia uomo-macchina (l’”Empowerment”).

Il convivere con le macchine spirituali richiede comunque anche una massa molto più ampia di conoscenze, che l’Intelligenza Artificiale, se ben utilizzata e organizzata, può dare, attraverso una nuova forma di enciclopedismo (che comunque va organizzato, politicamente, giuridicamente, imprenditorialmente e tecnicamente): empowerment, ICT law, data economy, e.publishing. In generale, disciplinare l’Intelligenza Artificiale richiede ovviamente un enorme lavoro legislativo e di programmazione, come per esempio trasformare il GDPR in algoritmi che attuino in concreto i principi legislativi: conferire l’accesso solo agli aventi diritto, conciliando queste regole con il flusso internazionale dei dati, il controllo pubblico sulle reti, la proprietà intellettuale,  il diritto militare e fiscale, l’antitrust,  la procedura penale, la legislazione d’emergenza….

Sempre secondo le Proposte degli Esperti (che noi condividiamo energicamente), c’è bisogno di un’Accademia Digitale, da dedicarsi all’insegnamento al massimo livello delle discipline legate al digitale (etica digitale informatica, cibernetica, robotica, bioingegneria, economia e diritto digitali, automazione, cyber-sicurezza, cyber-intelligence, cyber-guerra, digital art, ecc..). L’area piemontese si distingue per le sue variegate competenze, che comprendono, oltre che il Politecnico e l’Università, anche il Centro di Formazione dell’ Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO), il Centro Europeo per la formazione in Est Europa, la Scuola Universitaria Interdipartimentale in Scienze Strategiche (SUISS) e la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Sezione Parallela di Torino. A Ivrea si sta tentando, con l’iniziativa ICO Valley – Human Digital Hub, di fare rivivere, negli spazi che furono di Adriano Olivetti, lo spirito della sua epoca, con la creazione di un’Accademia che potrebbe molto opportunamente venire integrata in un unico “Distretto dell’ AI”, insieme a Torino. l’ACCADEMIA DIGITALE focalizzata sull’alta formazione nel digitale e più in generale nell’economia immateriale, coordinata da Torino Wireless, in stretta collaborazione con il Politecnico e con l’Università degli Studi di Torino, Ires Piemonte e Talent Garden, dall’altro un INCUBATORE/ACCELERATORE DI STARTUP per supportarne lo sviluppo attraverso specifici programmi di crescita, servizi professionali dedicati e opportunità di finanziamento di CDP e altri investitori.

Occorrerà per altro un controllo molto attento delle materie d’insegnamento, perché la nuova Accademia non divenga la brutta copia di Istituzioni già esistenti, bensì riempia i moltissimi spazi lasciati vuoti dall’inazione di Istituzioni e imprese, e svolga anche un ruolo critico nei confronti delle molte carenze del mondo digitale europeo.

Torino, al centro della cultura per il lavoro

V.UNO SFORZO COORDINATO

Le tradizionali politiche europee nel settore tecnologico sono fondate:

-sull’ idea che la UE sia, non già una federazione, come volevano Coudenhove-Kalergi e Spinelli, bensì un’”organizzazione sovranazionale”, che ha come elementi di base gli “Stati Nazionali” attualmente esistenti, e che quindi si sente obbligata a dividere per 27 tutte le nuove iniziative, anche quelle che avrebbero un senso solo a livello continentale;

-sulla delega agli Stati Uniti delle “attività strategiche” (intese in un senso esageratamente largo, comprendente, in sostanza, anche le nuove tecnologie, come si vede nel recentissimo caso dell’outsourcing  verso Microsoft delle Istituzioni UE e di Poste Italiane);

-su un’interpretazione restrittiva del “principio di sussidiarietà”, secondo cui occorrerebbe lasciare al livello più basso di governo tutto ciò che possa essere fatto a quel livello, non già solo ciò che possa essere fatto meglio a quel livello (sicchè nessuno svolge poi in realtà le attività più “nobili” ed impegnative, perché singoli Stati membri non sono all’altezza, ma non vogliono nemmeno che le svolga l’Unione). Quindi, le si delegano alle multinazionali del web;

-su un’interpretazione limitativa dell’economia sociale di mercato, secondo cui la “socialità” si riferirebbe soprattutto alla redistribuzione, e pochissimo al coordinamento e alla promozione delle attività economiche (l’“advocacy”).

Si susseguono quindi le proposte di creare nuovi organi centralizzati (Invitalia, Fondo per l’Innovazione, Cabina di Regia per l’AI.., Alto Commissario per il Recovery Fund). A ciò si aggiunga che già esiste a Genova un Istituto Italiano di Tecnologia, e sono stati appena confermati dal Governo, con un’azione anticipata assai discutibile, gli hub tecnologici europei creati sotto Horizon 2020. Tutte quelle proposte non vanno certo nel senso della semplificazione e della centralizzazione, bensì in quello della moltiplicazione degli Enti, delle sedi e delle poltrone. L’Associazione Culturale Diàlexis aveva scritto una serie di lettere (allegate) a tutte le Istituzioni e ai Governi, chiedendo di non rinnovare sic et simpliciter le strutture esistenti, semplicemente rifinanziandole per i prossimi 7 anni, perché, data la situazione, sarebbe stato richiesto, per questo periodo, un molto maggiore sforzo aggiuntivo. Purtroppo, i progetti della Commissione (per altro non approvati, né dal Consiglio, né dal Parlamento), sono molto simili a Horizon 2020 (e non tengono conto delle promesse di trasformazione radicale espresse in occasione del Covid).

Prendiamo atto del fatto che il Quadro Pluriennale è ancora fermo, come da noi richiesto, tra l’altro proprio per la sua insufficienza in campo tecnologico. Quindi, le attuali strutture non sono ancora state legalmente confermate, e, almeno in teoria, potrebbero ancora essere modificate. A regime, l’intero sistema europeo dovrebbe comunque essere drasticamente semplificato, come spiegato nel nostro libro, centralizzando in un’unica Agenzia Tecnologica Europea (DARPA EUROPEA, CERN delle tecnologie), quello che fanno oggi EIT, ESA, Agenzia Europea degli Armamenti, hubs tecnologici….

In attesa che quest’ esigenza venga metabolizzata, l’Italia non può fare a meno di formalizzare una propria strategia, come hanno già fatto altri Stati europei. Tuttavia, com’è espresso chiaramente nelle proposte che stiamo commentando, l’idea è che, attraverso la Strategia e l’Istituto, l’Italia possa assumere un ruolo di leadership nell’Intelligenza Artificiale, possa caldeggiare la creazione di un Istituto Europeo per l’Intelligenza Artificiale (che a quel punto non potrebbe non essere strutturato insieme all’ EIT), e candidarsi a ospitarlo.

Tutto ciò presuppone un’intensa capacità propositiva, anche per ciò che riguarda le strategie e le politiche: altro tema che potrebbe rientrare fra gli obiettivi del nuovo Istituto: la costruzione (eventualmente con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale), di scenari per il futuro dell’ industria digitale italiana ed europea.

Ciò presupporrebbe però che si facesse ordine innanzitutto in Italia, in particolare creando un piano dettagliato, che, come in questa nota, parta da alcune questioni di principio, per poi articolarsi, da un lato, in temi di ricerca, e, dall’ altro, in azioni di governo per sostenere i filoni strategici. Tutto ciò anche nell’ ottica di spendere al meglio le risorse del Recovery Fund.

Nel 2021, per le tecnologie europee non ci resta che lo “stato di emergenza”

VI.TUTELA DEL PATRIMONIO INTELLETTUALE

Una delle principali carenze del settore digitale europeo è che il suo patrimonio intellettuale non è, di fatto, tutelato. Questo spiega perché le imprese europee siano poco propense a investire in ricerca e sviluppo.

Certo, con il tempo, si è estesa di molto la protezione intellettuale del software e del know-how in generale. Tuttavia, un’enorme quota del patrimonio intellettuale dell’industria informatica è costituito da un  know-how informale, come pure da sperimentazioni non brevettate. Orbene, come è noto, questo tipo di patrimonio in Europa non è praticamente tutelato. Innanzitutto, come  messo in evidenza dalle due cause Schrems, l’intera massa dei dati degli Europei (delle Istituzioni europee e di molte amministrazioni nazionali), siano essi cittadini o imprese, è immagazzinata nei server dei GAFAM, i quali, ai sensi del Patriot Act e del CLOUD Act, sono tenuti a metterli a disposizione delle 16 agenzie americane d’intelligence, le quali a loro volta, come illustrato per esempio da “L’Express”, non hanno alcuna difficoltà  a renderli disponibili alle imprese americane. In secondo luogo, gli stessi Americani accusano un po’ tutto il mondo di carpire, attraverso l’hackeraggio, i segreti industriali di tutte le imprese occidentali. Quindi, i dati degli Europei vengono piratati almeno due volte.

Basti pensare a un tipico caso di sviluppo di prodotto italiano: il calcolatore “Programma 101” dell’Olivetti, che sarebbe stato teoricamente già ceduto alla General Electric per le pressioni del mondo politico e finanziario italiano, e che fu invece terminato “clandestinamente” dai tecnici dell’Olivetti, e venduto, soprattutto negli Stati Uniti, in 44.000 esemplari, che furono subito copiati e cannibalizzati dai concorrenti. Nessuno si curò neppure di proseguire la produzione di quel prodotto, già sviluppato a spese dell’impresa e con un così straordinario successo commerciale, né di difendere una proprietà intellettuale strategica per l’Italia e per l’Europa.

Un altro esempio drammatico è costituito dal recente accordo interistituzionale fra Commissione, Consiglio e Parlamento, in forza del quale tutte le attività di software dell’Unione Europea, compreso il trattamento dei dati, sono state appaltate a Microsoft. Lo stesso dicasi per molte pubbliche amministrazioni europee, in primis Poste Italiane (all.2). E’ ovvio che, in questo modo, tutto il know-how europeo viene messo a disposizione dei GAFAM, e questi non solo non pagano, ma vengono addirittura profumatamente retribuiti dagli Europei.

Occorrerebbe controllare che, almeno per l’Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale, non avvenga lo stesso.

La bozza di “Digital Europe” che verrà presentata a giorni dedica una certa attenzione a questo problema.

“-garantire un’ampia implementazione delle soluzioni di cibersicurezza più recenti in tutti i settori economici;

-rafforzare le capacità negli Stati membri e nel settore privato per aiutarli a ottemperare alla direttiva UE recante misure per un livello comune elevato di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’Unione”.

Occorrerà vedere come si passerà dalle parole ai fatti. Uno dei compiti fondamentali dell’Istituto sarebbe, a nostro avviso, proprio quello di studiare come questi fenomeni possano e debbano cessare, attraverso un’adeguata politica legislativa, finanziaria, di “advocacy” e di supporto alle imprese nazionali ed europee innovative.

Ovviamente, tutto ciò presuppone anche un enorme lavoro tecnico nel settore della cyber-security, anche perché, qui come su altri punti, “Digital Europe” parte dall’ idea che dobbiamo “acquisire” i sistemi di sicurezza, non produrli. E perché mai? E’ difficile che chi produce i nostri sistemi di sicurezza non si riservi anche la chiave per poter accedere abusivamente ai nostri dati. Ed è comunque certo che non potrà rispettare il DGPR, perché le autorità del Paese sede della società gl’imporranno sicuramente di rendere i dati disponibili al Governo stesso. L’Europa, se non l’Italia, dev’essere assolutamente autonoma in questo campo, e l’Istituto dovrà gettare le basi teoriche perché l’industria europea possa generare e gestire essa stessa siffatti sistemi.

L’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale, insieme all’ Istituto Tecnologico Italiano, deve innanzitutto “predire il futuro”

VII. HORIZON SCANNING

L’Intelligenza Artificiale, essendo il principale elemento di vantaggio competitivo nel commercio internazionale, ma anche in geopolitica, fa oggetto di una lotta accanita fra USA, Cina, Russia, Israele, India, Iran.

Il Governo Italiano, nelle sue iniziative presso l’Unione Europea, la NATO, le Nazioni Unite e la Cina, ha bisogno, per tutelare al massimo i propri interessi e valori, di difendere il know-how italiano, migliorare le performances dell’ Unione Europea e conseguire vantaggiosi accordi tecnologici e militari, di un sostanzioso  e competente supporto tecnico, economico e giuridico, che l’ Istituto dovrebbe essere in grado di dare.

Ci riferiamo in particolare agli argomenti seguenti:

-strategia europea per l’intelligenza artificiale;

-norme internazionali sull’ intelligenza artificiale;

-cyber-security;

-cyber-guerra;

-strategie di trasformazione digitale della scuola, dell’amministrazione, delle forze armate, della sanità, dell’industria;

-legislazione in materia d’ intelligenza artificiale;

-precisazione dell’inserimento dell’Intelligenza Artificiale nei curricula scolastici e del lifelong learning.

Nello stesso modo, le imprese innovative debbono essere guidate nell’ individuazione dei filoni più promettenti, attraverso uno studio attento dell’evoluzione del mercato mondiale, che dev’essere accessibile alle imprese nazionali ed europee.

Entro 10 anni, tutta la nostra società dev’essere digitalizzata e riqualificata

VIII.DIGITAL UPSKILLING

Le previsioni circa il possibile impatto sul lavoro dell’ intelligenza artificiale rischiano di essere  errate per difetto.

In effetti, l’intelligenza artificiale permette di automatizzare quasi tutte le attività umane:

-quelle politiche (voto elettronico, big data, social networks);

-quelle culturali (visite a distanza, webinar, e.publishing);

-quelle militari (cyber-intelligence, cyber-guerra);

-quelle digitali (didattica a distanza);

-quelle economiche (dematerializzazione della borsa, e.commerce)

-quelle produttive (machine learning, fabbriche 5.0);

-quelle burocratiche (lavoro da remoto);

-quelle tecniche (video-perizie)

-quelle religiose (cerimonie in streaming);

-quelle ludiche (videogiochi).

La pandemia ha dimostrato che, in certi casi, questa trasformazione può addirittura essere necessaria. Una volta superate le difficoltà tecniche (cosa relativamente alla quale l’intelligenza artificiale darà certamente un suo contributo), si rivelerà ch’ esse saranno anche più economiche di quelle fisiche, e, quindi, saranno competitive. Il risparmio si farà non tanto, o non soltanto, sul lavoro umano, ma anche e soprattutto sull’ enorme fabbisogno di infrastrutture, immobili, trasporti, che oggi è reso necessario dagli spostamenti di miliardi di persone sui territori.

Tutti si pongono il problema di chi lucrerà su questi vantaggi, ma il tema è mal posto, perché, sul medio-lungo, si ha comunque sempre un trasferimento di ricchezza fra ceti e persone. Il legislatore ha incominciato a individuare forme di trasferimento adeguate all’ attuale transizione, come la tassazione del web, il supporto alle start-up, il reddito di cittadinanza. Certo, dovranno essere studiati, sviluppati ed attuati, sistemi estremamente più sofisticati.

Quanto al ruolo dell’uomo nel mondo delle “macchine spirituali”, questo è un buon tema di riflessione per un istituto di ricerca. A nostro avviso, il ruolo dell’umanità si sposterà dalle operazioni fisiche (zappare, avvitare), a quelle intellettuali (progettare, amministrare); da quelle ripetitive (operazioni bancarie, vendite telefoniche); a quelle creative (soluzione di problemi, organizzazione di reti); da quelle burocratiche a quelle imprenditoriali (dall’amministrazione al controllo); da quelle esecutive a quelle deliberative (dai funzionari dello Stato agli organi politici), ecc…In tutto questo processo, non mancheranno per le persone(se questi saranno adeguatamente preparate), un gran numero di ruoli da svolgere, di momenti di decisione e controllo, di possibilità di acquisire reddito e proprietà.

Per esempio:

-politici eletti (che dovranno guidare la transizione);

-consulenti della politica (esperti di big data, di data mining..);

-intellettuali (self publishers, bloggers);

-insegnanti (dal vivo e a distanza);

-artisti (cyber-art);

-divulgatori (social networks);

-amministratori locali (il Comune digitalizzato);

-imprenditori dell’informatica (i proprietari delle piattaforme);

-professionisti digitalizzati (l’ospedale informatico, lo studio legale informatico);

-i fornitori digitali (i titolari delle fabbriche 5.0 e oltre);

-i subfornitori digitali (gestori di singole supply chains, free-lance automatizzati, ecc…).

Questa configurazione della società futura richiede la sincronizzazione della trasformazione digitale della società e della formazione digitale della popolazione, in modo da ottimizzare il “time to market” (che ogni salto tecnologico corrisponda ad un’effettiva esigenza sociale, e che ogni trasformazione sia accompagnata dalla formazione richiesta, oltre che da un’evoluzione del diritto, che offra adeguate tutele ad ogni ruolo sociale).

L’intelligenza artificiale, con i big data, la modellizzazione e la ricerca operativa, dovrà permettere di conseguire questo complesso risultato.

Resteranno certamente fuori un certo numero di attività che, per il loro alto valore simbolico, non potranno, o non dovranno, essere automatizzate (per esempio le messe, i matrimoni, i funerali, gl’incontri sportivi, le feste, le visite in luoghi naturali o della memoria, le cerimonie militari…).

Queste occasioni, proprio perché più rare, diverranno più importanti, e sarà compito degl’intellettuali valorizzarle, attraverso la sottolineatura dell’elemento cerimoniale, la memoria culturale e la cura dell’identità (sulla falsariga di Confucio, di Foscolo, dei coniugi Assmann..).

Con “Programma 101”, l’Italia era al vertice dell’industria digitale: poi, più nulla.

IX. L’ITALIA NEI CAMPIONI EUROPEI

Contro la creazione dei cosiddetti “Campioni Europei” si sono sempre cumulate difficoltà di ogni genere: geopolitiche, ideologiche, nazionalistiche, di marketing, di management. In ultima analisi, dopo 70 anni, gli unici tre “campioni europei” esistenti sono quelli dell’aerospaziale civile:  Arianespace, Airbus e Galileo.

Attualmente, i Francesi e i Tedeschi stanno proponendo agli altri Europei di entrare in tre aspiranti “campioni”:JEDI, nel campo del finanziamento alle imprese tecnologiche, Qwant, nel campo dei motori di ricerca, e, soprattutto, Gaia-X. Tuttavia, le modalità di questo ingresso sono tutt’altro che chiare, anche e soprattutto perché altri Paesi europei, come l’Italia, mancano di soggetti importanti fornitori di tecnologia, e possono partecipare per lo più soltanto come acquirenti. Il che è meglio di niente, ma spesso non è abbastanza attraente per questi stessi soggetti, che continuano a lavorare con i GAFAM.

S’impone preliminarmente un’attività di “horizon scanning”, per comprendere le ragioni di questa situazione e per individuare via di uscita.

Dopo di che, l’Italia dovrebbe creare veicoli pubblici-privati per veicolare una partecipazione italiana attiva nei campioni europei.

Dopo essere stato completato di nascosto ed esposto a New York quasi
di nascosto, il P101 fu venduto in 44.000 esemplari, e poi dismesso

X.AREE DI RICERCA E RICADUTE SUL TERRITORIO

Nonostante l’affollamento di iniziative ed Enti, esistono ancora molte aree dell’intelligenza artificiale dove si possono compiere progressi importanti, il cui utilizzo potrebbe risultare particolarmente utile per l’Italia e per l’Europa, in quanto afferenti ad attività in cui esistono tradizionali o potenziali vocazioni, e che non sono ancora presidiate da concorrenti internazionali:

  1. repertoriazione, divulgazione e disseminazione culturale;
  2. traduzione automatica;
  3. promozione dei territori;
  4. fintech (valute artificiali);
  5. manifattura automatizzata e parzialmente automatizzata (prodotti ad alto valore qualitativo);
  6. ospedale automatizzato;
  7. ufficio automatizzato;
  8. ricerca giuridica e progettazione giuridica;
  9. comparazione giuridica;
  10. scrittura di documentazione giuridica;
  11. simulazioni economiche e politiche;
  12. arte automatizzata;
  13. e.publishing.

Si ha tuttavia l’impressione che, in Europa, l’approfondimento dell’impatto della ricerca sui territori sia molto limitato, perché l’impostazione del ruolo politico delle attività di ricerca è stato minimalistico, e si mira semplicemente a dare qualche vantaggio alle attività esistenti, senza l’ambizione di crearne di nuove.

Si sono confuse arbitrariamente la ricerca pura, che dovrebbe avere uno scopo culturale ed essere tendenzialmente aperta a tutti, e la R&D, che spesso altro non è che il mascheramento di attività di progettazione, o addirittura solo di calcolo o disegnazione, ma che per fini vari (finanziamenti, statistiche) si vogliono “nobilitare”. In realtà, la vera ricerca si situa a metà strada fra questi due estremi, e ha un reale valore economico, perché permette alle imprese un salto qualitativo (è “disruptive”). Tuttavia, perché da questa parte della ricerca si arrivi ad un reale impatto positivo per i territori, ci vogliono ancora parecchi passaggi.

Intanto, occorre che, pur trattandosi di ricerca finanziata, sia ammissibile vincolarne la fruizione all’ utilizzo economico nel territorio. Questi vincoli sono stati visti fino a recentemente con sfavore, in quanto in Europa, sul “nazionalismo economico”, ha prevalso un generico liberismo, spesso accoppiato al “sublime tecnologico”, grazie a cui, ai GAFAM, veniva attribuito addirittura un valore salvifico. Ancor oggi la creazione in Italia o in Europa di un magazzino di Amazon, di un ufficio amministrativo di Facebook o di un server di Google veniva “venduto” come un grande avanzamento per un territorio, che alla fine si vedeva accrescere la forza lavoro di qualche decina di magazzinieri, contabili o periti informatici, mentre invece escono dal territorio (per giunta con l’etichetta nobilitante di “europei”) miliardi e miliardi dei dati dei cittadini,  molti cervelli che vanno a ricoprire ruoli ancillari altrove, e soprattutto fiumi di profitti non tassati.

Anche nel caso dell’Istituto per l’Intelligenza Artificiale, viene “venduto” come un grande vantaggio il fatto di occupare 600 ricercatori. Tuttavia, se si pensa che sono previsti  7 ulteriori hub sparsi nel territorio, si capisce che gl’ideatori di Digital Europe, ma anche dell’Istituto,  hanno in mente quel modello “disperso” che così pochi frutti ha dato fino ad ora, e che soprattutto rischia di non favorire il Piemonte in alcun modo sostanziale. In quest’ottica, l’Istituto sarebbe solo un gestore dei fondi europei, da spendersi in tutta Italia.

A nostro avviso, pur non essendovi obiezioni (in una situazione in cui il lavoro a distanza diviene la regola, soprattutto per gl’informatici) alla distribuzione degli hub sul territorio, è invece fondamentale che la ricerca non si disperda, bensì che le risorse dedicate a questi temi da Digital Europe, che sono veramente scarse, come sostiene lo stesso Parlamento Europeo), vengano spese razionalmente.

Ricordiamo che, negli Anni ’60, in Piemonte vi erano, non solo la holding FIAT, con i suoi azionisti, i suoi professionisti e dirigenti e i suoi più di dieci settori di attività (dall’auto i veicoli commerciali e industriali, dall’aviazione allo spazio, dai giornali alle banche, dalla finanza alla componentistica, dalla formazione alla chimica, dalla difesa all’ informatica,…), ma anche  la RAI, il Banco di San Paolo, la Cassa di Risparmio di Torino, la SAI, la Toro Assicurazioni, la Lancia, la Olivetti, la RIV, la CIR,  la CEAT e la SEAT, la Ferrero, la Zegna, la Burgo, la Microtecnica, l’Einaudi, la Bollati Boringhieri, la Loescher, la Paravia, la De Agostini…Oggi, si tratta di sostituire tutto questo con attività di alta tecnologia e culturali.

Una vera ricaduta positiva sul territorio si avrebbe solo se si approfittasse della presenza dell’Istituto per modificare l’atmosfera culturale, politica ed imprenditoriale del Piemonte, sottolineando le spinte verso produzioni vendibili internazionalmente o comunque utili per colmare le lacune dell’informatica europea, costituendo anche un elemento di rinnovamento dell’accademia, delle amministrazioni locali e delle imprese.

Soprattutto, andrebbe creato un intero ecosistema d’investitori, di leaders, d’inventori, d’imprenditori, di professionisti, di politici, d’intellettuali, di studiosi, di specialisti, di managers, di fornitori di servizi che ruotino intorno all’ intelligenza artificiale.

Dopo la crisi energetica, quella dei subprime, quella del Covid, le imprese italiane sono deserte

XI. DALL’ITALIA ALL’EUROPA

Nelle Proposte per una Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale, si accenna al fatto che l’Italia dovrebbe esercitare un ruolo attivo nella definizione della strategia europea, e che, ciò facendo, potrebbe legittimamente ambire a ospitare un Istituto Europeo dell’Intelligenza Artificiale. Per questo, vale la stessa considerazione che vale per un accordo mondiale sull’ Intelligenza Artificiale: che, cioè, l’Europa potrà essere qualificata al ruolo di “Trendsetter del Dibattito Internazionale” se, e nella misura in cui, saprà eccellere in questo campo. Lo stesso vale per l’Italia

A nostro avviso, data la debolezza dell’intero sistema europeo del settore, la strategia corretta sembrerebbe quella di specializzarsi in studi e ricerche che abbiano un valore di orientamento generale, come quelle relative all’ etica dell’intelligenza artificiale, all’”horizon scanning”, all’”upskilling sociale”, alle piattaforme, al fintech, in modo da potersi poi proporre in Europa con funzioni di “leadership”.

Inoltre, occorrerebbe, pur nell’ obiettiva necessità di andare sempre più verso l’automazione, valorizzare al massimo, a titolo compensativo, gli aspetti ambientali (ritorno al territorio), culturali (le tradizioni di editoria, Salone del Libro, cinema e televisione, collaborazioni transfrontaliere e con l’ Est Europa), formazione (ISVOR), progettualità politico-sociale (Olivetti, Fondazione Agnelli, Circolo dei Lettori, Biennale Tecnologia), che si possono e si debbono integrare  perfettamente con l’intelligenza artificiale.

Infine, la vicinanza con Genova, con Ivrea, e, volendo, anche con Milano (Human Technopole e Tribunale Europeo dei Brevetti), Ginevra (CERN), Nizza (Sophia Antipolis), dovrebbe permettere di promuovere Torino quale centro di un’area particolarmente qualificata in questo senso.

La nostra Associazione si propone, come sempre, come luogo di riflessione, di divulgazione, di studio, di proposizione, di disseminazione, a Torino, in Italia e in Europa.

SENZA I PROPRI COLOSSI DEL WEB, NEL 2030 L’EUROPA SARA’ COME L’AFRICA

Invece di discutere tanto sulle forniture 5 G, perchè non compriamo la tecnologia Huawei?

SENZA I SUOI COLOSSI DIGITALI, L’EUROPA DEL 2030 SARA’ COME L’AFRICA

Sono oramai molti anni che condanniamo come suicida la scelta degli Europei di continuare indefinitamente a rappresentare se stessi come i “followers” degli Stati Uniti. Una scelta sbagliata già in passato, che, con l’accelerarsi della concorrenza internazionale, ci porterà in pochi anni al sottosviluppo e al caos. Certamente, questa scelta è stata in parte obbligata, date le continue pressioni fatte sugli Europei per evitare l’emergere di una programmazione europea e di campioni europei (basti pensare all’introduzione della legislazione antitrust attraverso lo studio legale Cleary and Gottlieb, alla cessione obbligata della Olivetti alla General Electric, all’Airbus militare, agli F35 e, oggi, all’ imposizione del fondo KKK per la rete unica italiana). Tuttavia, coloro che veramente aspiravano a ctrare un ecosistema tecnologico europeo, come l Generale de Galle, hanno comunque creato, in Francia e intorno alla Francia, realtà come la Force de Frappe,il sistema missilistico europeo, l’ ESA, Arianespace, Airbus e i treni ad alta velocità. Peccato che, dopo l’uscita di scena del Generale e l’entrata in forze della Cina, queste conquiste francesi e europee siano oramai divenute osolete, sopravanzate, come sono, non solo dagli Stati Uniti e dalla Russia, ma anche dai nuovi aerei, missili e treni cinesi.

Vi sono tuttavia alcuni  segnali che questa consapevolezza si stia sviluppando in ambienti sempre più vasti. Intanto, e soprattutto, la Corte di Giustizia, di cui mi onoro di essere stato funzionario, ha cassato molti anni di sforzi della Commissione per salvare lo status quo con i colossi americani de web, dichiarando invalidi gli strumenti adottati fino ad ora per attuare questo compromesso: le multe per presunti aiuti di Stato, il Privacy Shield e le Standard Contractual Clauses. Per parte sua, il Presidente Sassoli ha preso posizione contro la scelta del Consiglio del 21 luglio di tagliare le spese di ricerca, schierandosi a fianco degli Europarlamentari che vogliono dare battaglia. Il Presidente Draghi e il Presidente Bonmi hanno ammonito l’ Italia (ma il monito vale anche per l’Europa), a non indebitarsi per misure assistenzialistiche, bensì a finanziare investimenti produttivi.

Riprendendo quasi letteralmente le parole dei nostri libri, il Commissario Breton ha annunziato su vari quotidiani europei, che, oramai, la sovranità digitale europea per i prossimi 20 anni costituisce la principale priorità della presente Commissione, prendendo finalmente atto che, nel mondo,“assistiamo a una vera e propria corsa all’ autonomia e al potere”, da cui l’Europa non può ragionevolmente astrarsi. Tuttavia, questo presupporrà innanzitutto che il Parlamento riesca veramente a rovesciare l’impostazione di bilancio data, dal Consiglio Straordinario del 21 luglio, al Quadro Pluriennale 2021-202, e, i secondo luogo, che venga condotto, dalle Istituzioni, dall’ Accademia, dalla Società Civile, e, soprattutto, nella Conferenza su Futuro d’ Europa, una trasformazione concettuale e politica dell’ Europa coerente con le parole di Breton, nel senso che:

-nel 21° secolo, senza il digitale, non è possibile nessuna politica, in nessun campo, e, in primo luogo, non nei campi per cui l’Unione si ritiene competente e che la Commissione ha indicato come proprie priorità: quindi, tutte le politiche europee debbono divenire digitali;

le sentenze della Corte di Giustizia Apple e Schrems dimostrano che l’Europa non è sovrana, bensì dipendente, nel settore digitale, come confermato dalle inaccettabili pressioni in corso da parte dell’ Ambasciata americana, sul Governo Italiano, per escludere dalla rete italiana l’unico tecnologo competenze esistente sul mercato e farvi entrare una società finanziaria avente il solo merito di essere americana;

-soprattutto, la disapplicazione generalizzata delle sentenze Schrems da parte delle Autorità nazionali della Privacy dimostra che il diritto europeo non viene preso sul serio dalle stesse Autorità, smentendo la pretesa, costantemente ripetuta dall’ “estalishment”, secondo cui l’ Europa eccellerebbe sugli altri continenti, ivi compresa l’ America, per il suo rispetto della cosiddetta “Rule of Law”, vale a dire per la sovranità del diritto;

-giacché, come scriveva Heidegger,  “la tecnica non è qualcosa di tecnico”, bensì è l’incarnazione più estrema della teologia politica occidentale, la sovranità digitale non potrà essere conseguita dagli Europei se essi non riusciranno a superare questa teologia attraverso un’intensa attività di studio e di dibattito, quale quella che stiamo promuovendo come associazione culturale europea.

Schrems è sempre più l’arcinemico di Zuckerberg

1 Ulteriori azioni di Schrems contro i GAFAM dopo “Schrems II”

“Una rapida analisi del codice sorgente HTML delle principali pagine web dell’UE mostra che molte aziende utilizzano ancora Google Analytics o Facebook Connect un mese dopo un’importante sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) – nonostante entrambe le aziende siano chiaramente soggette alle leggi di sorveglianza statunitensi, come la FISA 702. Né Facebook né Google sembrano avere una base giuridica per il trasferimento dei dati. Google sostiene ancora di fare affidamento sul “Privacy Shield” un mese dopo la sua invalidazione, mentre Facebook continua ad utilizzare gli “SCC”, nonostante la Corte abbia constatato che le leggi di sorveglianza statunitensi violano l’essenza dei diritti fondamentali dell’UE.

……Sono state presentate denunce in tutti i 30 Stati membri dell’UE e del SEE contro 101 aziende europee che trasmettono ancora i dati di ogni visitatore a Google e Facebook Le denunce vengono presentate anche contro Google e Facebook negli Stati Uniti, per aver continuato ad accettare questi trasferimenti di dati, nonostante essi siano in violazione del GDPR…..

……Le aziende statunitensi come Google, Facebook o Microsoft sono chiaramente soggette all’obbligo di fornire i dati personali delle persone nell’UE al governo statunitense in base a leggi come la FISA 702 o la EO 12.333. Essi sono addirittura menzionati nei documenti di Snowden. Nonostante la chiara sentenza della CGUE, essi sostengono ora che i trasferimenti di dati possono continuare secondo le cosiddette clausole contrattuali standard – e molte esportazioni di dati dell’UE sembrano più che disposte ad accettare questa falsa affermazione.”

…….Schrems: “Pur comprendendo che alcune cose potrebbero richiedere un certo tempo per riorganizzarsi, è inaccettabile che alcuni attori sembrino semplicemente ignorare la Corte suprema europea. Questo è ingiusto anche nei confronti dei concorrenti che rispettano queste regole. Gradualmente prenderemo provvedimenti contro i controllori e i processori che violano la GDPR e contro le autorità che non fanno rispettare la sentenza della Corte, ……

3.Che cosa vuol dire essere “followers”?

Servan-Schreiber avrebbe voluto un’industria europea alternativa a quella americana

I “followers” sono coloro che rinunziando ad effettuare ricerche in campi come il digitale, lo spazio, la bioingegneria…, accontentandosi di partecipare a progetti altrui, divengono  subfornitori dei “leaders” (come Leonardo verso la Boeing e la Lockheed). Oggi, per altro, i GAFAM retendono essersi sosituiti proprio alla Boeing e alla Lockheed nel loro rulo egmonico sull’ America e sul mondo (vedi Schmidt e Cohen, The New Digital Age).

Questa è la situazione della maggioranza degli Europei, in parte  successivamente alla II Guerra Mondiale, ma, parziamente, già nei due secoli precedenti, con la Rivoluzione Francese che ricalcava quella americana; Balbo, Goethe e List che dicevano d’imitare l’America; Meucci, Tesla, Fermi e Von Braun che si trasferivano in America e lì si facevano copiare le loro invenzioni; Mattè Trucco che si faceva consigliare da consulenti americani per imitare la Ford, e presentava la domanda di licenza edilizia per il Lingotto  facendovi espresso riferimento; l’Italia e la Germania che lanciavano la Balilla e il Maggiolino per non essere da meno della Ford T; la SNECMA (oggi SAFRAN) fondata con la General Electric per costruire i motori a reazione sul modello americano;  l’intera industria motoristica aereonautica europea e le società di revisione in mano agli USA…

La situazione è ancora peggiorata con l’informatica, da cui l’Europa è stata assente fin dall’ inizio dall’elaborazione dei concetti (le “Conferenze Macy sulla Cibernetica”); dalla ricerca militare del DARPA; dalla grande produzione dell’ IBM, della Hewlett Packard, di Apple e di Microsoft; dall’intelligence di Echelon e di Prism; dai provider di Internet; dai social networks; dai Big Data; dall’ Intelligenza Artificiale, dai calcolatori quantici; dal G5 e G6…

4.Le nuove arene competitive: dove sono gli Europei?

Le nuove taikonaute cinesi: noi abbiamo solo Samantha Cristoforetti, in rotta con l’ Itaia

In effetti, le posizioni di “leader” e di “followers” non sono fissate una volta per tutte. Nel 1500, gli Europei erano leaders rispetto agli indios e agli Africani; dal 1800, i “leaders” sono divenuti gli Stati Uniti, che sono ora in competizione con la  Cina e la Russia sulle nuove tecnologie, sullo spazio e sui social networks, mentre l’Europa non sa più dove posizionarsi.

I documenti sul digitale approvati  dalla Commissione a febbraio sono semplici parole, superati, come sono, dal Covid e dal nuovo Quadro Pluriennale 2021 e 2027, che, contrariamente a quanto affermato da Breton, non solo non aumenta, bensì riduce gli stanziamenti tecnologici. Come abbiamo visto, le sentenze Apple e Schrems della Corte di Giustizia non forniscono una soluzione, bensì aprono semplicemente due enormi lacune giuridiche, che qualcuno dovrà colmare.

Secondo Schrems, l’unica strada percorribile sarebbe l’”unbundling” di Facebook, sulla falsariga di Standard Oil, AT&T ed SKF, che realizzerebbe anche una “regionalizzazione dei dati” degli Europei. Questa soluzione, che molti considerano estrema, è in realtà di compromesso, perché non eliminerebbe la portata extraterritoriale delle leggi americane sulla sorveglianza militare, ma, almeno, lancerebbe un chiaro messaggio politico, come hanno fatto i recenti trends parziali in India e in Russia. Infatti, le tre iniziative lanciate da Francia e Germania per rispondere alla risposta tranchant della vecchia Commissione, secondo la quale questa non intendeva farsi direttamente promotrice dei Campioni Europei dell’ informatica (JEDI, QWANT e Gaia-X) non hanno dato per ora l’impressione di erodere quote di mercato dei loro concorrenti: ARPA, Google e i servers di Salt Lake City, ma potrebbero decollare se divenisse impossibile il trasferimento puro e semplice dei dati in America.

Perfino Huawei, Baidu, Alibababa, TikTok e Tencent sono infinitamente più efficienti delle nostre imprese, non solo sul mercato nazionale, che dominano attualmente seppure in forma pluralistica e concorrenziale ma anche su quelli internazionali; tant’è vero che l’unico strumento rimasto a disposizione di Trump per contrastarli è costituito da puri e sempre ordini amministrativi in stile dirigistico, basati su considerazioni di tipo militare, ma che offrono il fianco a serie contestazioni anche dal punto di vista del diritto pubblico americano. D’altra parte, TikTok sta spostando i propri server in Europa, che potrebbe divenire gradualmente un centro di gravità alternativo agli Stati Uniti, e la Cina stesa sta ostacolando la cessione della TikTok americana, perché questa comporterebbe il rischio di un trasferimento di tecnologia riservata (precisamente l’accusa che gli USA rivolgevno alla Cina).

5.Un piano di riscossa civile, morale ed economica

Alpina e Diàlexis si battono, e non da ieri, per la libertà e l’indipendenza dell’ Europa

Oramai, la classe dirigente europea non prova neppure più a nascondere una decadenza del nostro Continente sempre più evidente da un secolo, decennio dopo decennio. Oggi, le previsioni ufficiali sono che, mentre la Cina sta già nuovamente crescendo, noi recupereremo il PIL del 2017, se va bene, nel 2022. E dire che già nel 2017 il declino era impressionante.

Tutti invitano a pensare alle future generazioni, ma intanto nessuno investe nelle nuove tecnologie né nell’ “upskilling” della nostra società, né si ribella a dazi e sanzioni americani, per quanto tutti fingano di stupirsi per la mancanza di progetti in qualsivoglia campo, scaricando la rispettiva responsabilità gli uni sugli altri.

Quando Stati Uniti e Cina (le multinazionali del web e  forse anche Russia e India) avranno le loro colonie, e perfino i loro resorts turistici, su Marte, cosa faranno i nostri figli: i ristoratori e le badanti spaziali? Infatti, il motivo per cui i nostri (scarsi) laureati non trovano posto in patria è che oramai buona parte dei lavori intellettuali sono legati a filo doppio alla competizione ideologica, i nuovi programmi tecnologici, l’intelligence, la politica e la difesa, e quindi vengono attribuiti solo ai cittadini delle Grandi Potenze o ai loro fiduciari.

Oggi, è di moda definire la Cina come un “rivale sistemico”, ma il primo “rivale sistemico dell’ Europa sono gli Stati Uniti.

Molti, oramai, perfino fra i pochi Eurottimisti, sono oramai convinti che l’alleanza occidentale sia solo una modalità soft per spegnere la civiltà, non solo europea, bensì umanistica in generale, e guardano oramai a quest’entropia con lo stesso occhio nostalgico e impotenti del tardo impero romano, pregando solo il destino di risparmiare i loro ultimi anni da un brusco risveglio. Noi, invece, non ci siamo mai rassegnati. Tutto ciò che facciamo è in funzione della risposta alle nuove sfide concorrenziali. In sostanza, stiamo lavorando in controtendenza per costruire, come dice Breton, entro 20 anni,  la futura società digitale europea, con la sua Weltanschauung, le sue imprese e la sua élite. Come ha affermato il Ministro cinese Wang Yi in esito all’ incontro con Di Maio, la Cina sta pensando non già ai prossimi 10, bensì ai prossimi 50 anni di relazioni con l’ Europa, mentre questa guarda solo alla ripresa dell’ Autunno, al Recovery Fund e alle prossime elezioni. La preveggenza cinese viene scambiata, dagli Occidentali, per aggressività, quando essa è soltanto millenaria saggezza (che anche noi avevamo, ma abbiamo dimenticato).

Walther Rathenau: uno dei pochi politici e imprenditori visionari europei:
“Von den kommenden Dingen”

6.Un piano concreto di rinascita dell’ Europa

Contrariamente a quanto affermato anche dai migliori politici, non si tratta di un compito unidimensionale, riservato all’ establishment, bensì di un progetto poliedrico, che noi concepiamo come articolato in 10 fasi:

Prima fase: Riflettere come stiamo facendo ora), mettendo nero su bianco ciò che sappiamo della società tecnologica e dei suoi problemi esistenziali;

Seconda fase: stimolare, all’ interno di un ambito ristretto e qualificato, lo studio su tecnologia e valori (l’ “Umanesimo Digitale”);

Terza fase: progettare l’industria culturale europea attraverso un confronto sul futuro del mondo con tutta la società civile europea (sulla falsariga delle “Conferenze Macy”, ch’erano durate più di 20 anni);

Quarta fase: Dibattere, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, sul ruolo  di quest’ultima nel mondo tecnologizzato del prossimo decennio, ricercando la convergenza politica intorno a una forma di protagonismo culturale e tecnologico del nostro Continente;

Quinta Fase: Favorire, negli ambienti politici ed economici, la costruzione concreta di alcune ipotesi di scenari alternativi di sviluppo per i decenni successivi (scuole, movimenti, imprese);

Sesta fase: Avviare un movimento politico-culturale paneuropeo (un rinnovato Movimento Europeo) che prenda veramente in mano le strutture esistenti, gettando i semi dell’Europa umanistica e digitale

Sesta fase:  Fare, del Movimento Europeo, il motore di una ricerca, una industria, una struttura istituzionale e una difesa europei, veramente sovrani;

Settima fase: Creare veri campioni paneuropei nei settori dell’ industria culturale, del digitale, della difesa, della finanza, dell’ ambiente, dell’aerospaziale, dell’urbanistica, del turismo…

Ottava fase: cambiare la classe dirigente, sviluppare le imprese tecnologiche, affrontare la concorrenza internazionale

Nona fase: affermare la sovranità europea; partecipare al dibattito con il resto del mondo al futuro dell’ umanità digitale;

Decima fase: affermare il nuovo ethos umanistico-digitale; coordinare le imprese europee per il conseguimento degli obiettivi sociali conseguenti.

7.Le elezioni americane possono arrestare il nostro declino?

La donna del complesso informatico-militare

Le prossime elezioni americane non sono destinate a realizzare alcun’innovazione reale, né per ciò che riguarda la guerra tecnologica fra USA e Cina, né per ciò che riguarda la sovranità europea. Alcuni dei peggiori eventi per la libertà e l’indipendenza dell’ Europa (come la cessione forzosa dell’ Olivetti, le guerre contro la Serbia e contro la Libia) sono avvenuti sotto presidenti democratici, che, come Clinton e Obama, credevano fermamente nella missione dell’ America d’imporre ovunque il proprio modello. Anche la vicepresidentessa in pectore Kamala Harris, prescelta da Biden, altro non è che la fiduciaria del Complesso Informatico-Militare (Hollywood, Wall Street, Silicon Valley) e dell’Ideologia Californiana (è stata la Procuratrice Generale della California), sì che, nel caso di vittoria di Biden,  le pressioni americane su Istituzioni e Governi sarebbero destinate ad aumentare. Esse sarebbero solamente più insidiose, perché gl’interlocutori americani sarebbero più graditi ai nostri governanti.

L’Europa potrà salvarsi solamente da sola, recuperando la consapevolezza della propria cultura e del proprio ruolo nel mondo, e fondando su questa la propria sovranità ed equidistanza dalle Superpotenze..