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QUEL BISOGNO DI LIBERTA’ A cinquant’anni dalla morte di Jan Palach

 

    Jan Palach

“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà “

                                                                                                                      Jan Palach

Saluto con gioia il fatto che, in questa situazione di crescente pericolo, anche la cultura “mainstream”  e i media  stiano finalmente riscoprendo le questioni che veramente contano. Intanto, la domanda sull’ essenza della sovranità. Che va ben al di là della sovranità stessa, e, anzi, è la chiave interpretativa che ci permette di comprendere la sostanza del presente attraverso i parametri dell’assertività, dell’ideologia, della storia, della religione, della libertà.

E’ per la sovranità che gli Europei hanno combattuto a Berlino, Poznan, Budapest, Praga, Danzica, Vilnius…

Proprio dalla polemica martellante che l’”establishment” sta conducendo contro un diffuso, ma indefinibile, “sovranismo”, si capisce sempre più che, per essa, il nemico da battere è, non già “la sovranità”, bensì una cosa ben più ampia e profonda, “l’assertività” (quella che Heidegger chiamava “Selbstbehauptung”, Nietzsche “volontà di potenza” e, Bergson, “élan vital”). E’ questo il bersaglio nascosto che s’ intravvede fra le righe nei discorsi delle autorità e degli articoli degli opinionisti. Salvini, Orban e Kacynski sono soltanto un pretesto. Non si tratta, infatti, di un’avversione politica, bensì antropologica e teologica: quella fra coloro che, con Leibniz e Nietzsche,  pensano “che sia meglio esista qualcosa piuttosto che niente”, e coloro i quali, con Buddha e Schopenhauer, aspirano alla “decreazione” del mondo, alla finale entropia. Il nostro “establishment” rinunziatario e nichilista sta dalla parte di questi ultimi. Chi vuole che il mondo continui deve volere anche l’affermazione di se stesso, dei suoi prossimi, della sua discendenza, del suo popolo (il “gene egoista”, la “discendenza grande come i granelli del mare”). Solo chi non vuole che il mondo continui pensa che tutti gli uomini si equivalgano, e che per questo non valga la pena di avere eredi (al massimo eredi “virtuali” e anonimi come i robot e i software). Non per nulla, preveggentemente, Edgar Morin aveva scritto addirittura un “Plaidoyer pour l’Europe décadente”.

In altre parole, gli “identitari” esaltano la personalità, la differenza, i ceti sociali, le identità collettive, il genius loci, mentre i nichilisti amano la fluidità, le mode, l’egualitarismo, una mobilità fine a se stessa, la “Singularity”. La metafora più calzante di questa società autodistruttrice è contenuta nella tragedia “R.U.R.” del Ceco Karel Čapek (1923), in cui gli uomini, da quando esistono i robot (rectius, gli androidi) non si riproducono più: gli androidi sono gli uomini del futuro. Guarda caso, è proprio quanto sta succedendo ora in Europa, con il crollo del tasso di fecondità (e della stessa produzione di spermatozoi).

Non vi sarebbe alcun motivo per cui l’Europa debba identificarsi così con il  “cupio dissolvi” di Čapek, o addirittura divenirne la quintessenza. Invece, purtroppo, dalla decomposizione delle ideologie novecentesche è nata, all’inizio di questo secolo, una setta fanatica, che, proprio nel nome del “cupio dissolvi”, monopolizza tutte le posizioni di potere, rendendo l’Europa debole, noiosa e opprimente.Accusano tutti gli altri di essere dei fondamentalisti, ma i veri fondamentalisti sono loro. La retorica dell’Europa come antidoto all’ elemento “hard” della Storia (volgarmente detta “Pace Perpetua”), adottata da questa setta, è significativa della sua radice chiliastica, che l’apparenta addirittura, alle religioni di rinunzia (come il Jainismo, il Buddhismo Hinayana e il Catarismo), e, dall’ altro, alle escatologie immanentistiche (come il manicheismo, la “Filosofia della Causa Comune” russa e il trotzkismo).

La pretesa origine kantiana di questa retorica è un’ennesima “fake news”: Kant stesso soleva affermare che il marchio  “zur ewigen Friede” l’aveva letto sull’insegna di una locanda dove figurava l’immagine stilizzata di un cimitero.

D’altro lato, l’altro pilastro di questa retorica, i pretesi 70 anni di pace in Europa (per altro interrotti da continue guerre imperialistiche  nelle periferie europee, rivolte, repressioni, invasioni, attentati,guerriglia, terrorismo..) sono stati dovuti non già all’ Unione Europea (che, non avendo alcun compito militare, non può influenzare né la pace, né la guerra), bensì dalla fitta rete di basi militari americane e russe, dall’ equilibrio del terrore e soprattutto dall’ eccezionale prestazione del tenente colonnello  sovietico Stanislav Petrov, che, nel 1983, bloccò il procedimento automatico di risposta nuclearea un presunto attacco missilistico americano erroneamente rilevato dai computer. Popov fece per la pace molto più di 70 anni di Unione Europea, semplicemente impedendo, a suo rischio e pericolo, e mettendo in pericolo la stessa Unione Sovietica, la IIIa Guerra mondiale.

Perché non ci viene detta questa  verità? Perché quella Weltanschauung autolesionistica è paradossalmente funzionale al mantenimento all’attuale equilibrio geopolitico, che vede gli Europei eternamente subordinati all’ America. Infatti essa sostiene che, per dirla con Ezio Mauro,  i “fenomeni che ci sovrastano” sono “incontrollabili” , mentre, come vedremo, le crisi dell’ economia mondiale sono provocate  deliberatamente dall’ America, con sanzioni e dazi (come previsto fin dall’ inizio dal programma su cui Trump è stato eletto).Al contrario, cent’ anni fa, l’ Europa era, come scriveva Nietzsche “signora del mondo”, e poteva benissimo “controllare i fenomeni”, e, in particolare, i grandi flussi di ricchezza nel mondo, così come oggi fanno Trump e Xi Jinping. L’economia mondiale è così com’è non già perché lo impongano delle leggi bronzee del libero mercato, ma perché così vuole che sia chi ha il potere di manipolare tale mercato, attraverso l’ideologia, lo spionaggio e le leve amministrative. Un’ “Europe Puissance” (Giscard d’ Estaing) potrebbe anch’ essa influenzarla pesantemente, attraverso quella che, non a caso, Helmut Schmidt chiamava “Selbstbehauptung Europas”, vale a dire una diversa politica economica internazionale sotto l’influenza di uno Stato pan-europeo.

1953: guerriglia di strada davanti al Reichstag

1.Elite o setta?

Che l’establishment sia finalmente costretto a riconoscere il proprio carattere autodistruttivo è dimostrato dal magistrale articolo di Ezio Mauro su La Repubblica del 12 Gennaio (“Così l’ Uomo nuovo abbatte il sapere delle élite decadute”). Dove si incomincia finalmente a porre in questione la stessa qualifica di “élite” per le classi dirigenti, che originariamente, era positiva, e che oggi invece è ”nell’ inferno delle parole dannate”. Il punto è che questa pretesa “élite” non è decaduta: è sempre stata decadente.

Mauro usa questa terminologia in un senso molto diverso dal mio, sulla base di una diversa scelta valoriale. Per Mauro, “élite” sarebbe, paretianamente, una qualsiasi classe dirigente, mentre, per me, è tale solo una classe dirigente fornita di qualità positive. Per lui, poi, l’“aristocrazia” sarebbe una classe dirigente pietrificata e inutile, mentre, invece, secondo la definizione classica, era addirittura il governo dei migliori; infine, per lui, l’”establishment” sarebbe una classe dirigente conscia della sua missione, mentre invece, per me, è una classe dirigente la cui posizione è, come dice Mauro, “nuda, giustificata solo da se stessa”.

Quello che manca è proprio una vera aristocrazia, vale a dire una classe dirigente dotata di una superiore leadership etica, culturale e pragmatica, capace di strutturare il popolo europeo, così come i kalokagathoi greci, il ceto senatorio romano, i ceti feudali medievali o la vera borghesia otto-novecentesca di Goethe, di Mann, di Croce…..o  il Partito Comunista Cinese…

Il funzionamento del presente “establishment” è proprio quello di cui parla Mauro,”l’esercizio di un monopolio sull’ interpretazione del reale, sulla rappresentazione del contemporaneo.  “. Esso “diffonde modelli di società, piega alla sua lettura la storia e la interpreta, detta le mode, fissa le consuetudini , costruisce un paesaggio indicando i libri, i film, la musica,…” Insomma, il compito che, nei sistemi totalitari, è svolto dal partito unico. Il fatto che in Occidente non vi siano un Primo Segretario o un Duce non migliora, bensì peggiora, la situazione, perché toglie ai dominati perfino la possibilità di concentrare la critica e la lotta su un personaggio particolarmente rappresentativo, mentre la colpa delle decisioni resta diffusa e indefinita. E, nello svolgere questo compito, il nostro establishment segue comunque una sua linea settaria, che violenta l’intera storia culturale per farla combaciare con le proprie scelte, eccentriche rispetto alla cultura europea: Il decadentismo dei Sannyasin indiani contro la salute delle grandi civiltà antiche, come scriveva Nietzsche ne “La genealogia della morale”; le eresie contro San Paolo, Sant’Agostino e San Tommaso; l’Occidente tecnocratico moderno contro le grandi civiltà di tutto il mondo.

La cultura settaria minimizza le inesauribili fonti di sapienza delle società pre-alfabetiche, a cui dobbiamo la quasi totalità della nostra civiltà (Eisenstadt), a cominciare dalle lingue, la cui originaria sofisticazione, confrontata alla loro attuale povertà, non può denotare se non una perdita di qualità umane (Brague, Bettini, Gardini, Marcolongo). Si descrive la storia universale come se fosse la storia del solo Occidente, ignorando gli sviluppi paralleli ma indipendenti realizzati soprattutto in Asia e Nordafrica (Goody). Si nasconde il fatto che la stessa periodizzazione attuale della storia (antica, medievale, moderna), lungi dal descrivere un fatto obiettivo, è semplicemente il riflesso delle profezie di Cristoforo Colombo, che a sua volta si rifà all’apocalittico Gioacchino da Fiore; si soffocano le infinite voci autorevolissime levatesi nella Storia contro le vulgate razionalistiche e progressive: da Socrate a Confucio; da Senofonte a Tertulliano; da Pascal a Rousseau; da Leopardi a Foscolo; da Nietzsche a Heisenberg; da de Finetti a Simone Weil…

L’inganno principale è costituito dalla volgarizzazione del progetto baconiano del paradiso in terra (l’isola di Bensalem) da raggiungersi tramite la tecnica, un paradiso che l’inveramento sta trasformando in un inferno, di alienazione, di insensatezza, di conformismo, ma, soprattutto, di crisi e di decadenza. Soprattutto nel Secondo Dopoguerra, l’establishment aveva promesso agli Europei un paradiso di benessere, di pace e di libertà, che si è trasformato in un abisso di depauperamento, di disordine e di egemonia culturale. Questo problema non è certo limitato all’ Italia, ma si estende all’ intero “Occidente”. Anzi, esso rappresenta la natura stessa dell’Occidente (dove Bacone aveva collocato la sua isola). Finché ci considereremo parte di quest’ “Occidente”settario, non potremo far altro che subire la dittatura di quella setta. La quale è oggi paradossalmente la prima a lamentarsi, perché, non appena sono stati scalfiti i suoi privilegi, si accorge improvvisamente dell’ insostenibilità della società ch’essa stessa ha creato e ancora sostiene.

Non per nulla gli Egiziani consideravano l’Occidente (Imunet) la dimora dei morti, e quest’idea riviveva nella famosa lettera dell’imperatore giapponese a quello cinese (Sol Levante contro Sole Calante), come pure nell’idea hegeliana, e poi spengleriana, dell’Occidente come Tramonto: gli “Occidentali” sono, oggi come allora, i morti viventi, gli zombie, come i potenti italiani ,che secondo Pasolini, citato da Mauro,” agiscono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari, in quanto potenti essi sono già morti e il loro vivere è un sussultare burattinesco”.

Per tutto questo, come scrive Mauro, “la garanzia viene dal non sapere, dal non essere conformi al linguaggio degli esperti”. Questo, secondo mentalità dei populisti, ma però potrebbe aprire la strada a un’altra, più autentica, sapienza, dischiudendo i giacimenti incolti della conoscenza, celati nelle civiltà antiche e “orientali”, nelle culture demonizzate, come quelle dell’ Europa Orientale,  dei Gesuiti, dell’Illuminismo non “radicale”, nel decadentismo, nell’esperienza concreta dei mondi del lavoro e del management, nelle dottrine giuridiche ed economiche sacrificate, come la concezione istituzionale del diritto, il keynesismo militare….

ll generale Maleter, comandante supremo       dell’                         Esercito Ungherese, fucilato per l’insurrezione di Budapest

2.Sovranismo e “angelismo”

La pubblicistica “mainstream” designa dunque, con il termine “sovranismo”, cose fra loro diversissime: la riaffermazione, fatta da Trump, dell’egemonia americana sul mondo, e la sua negazione da parte di Putin; il rifiuto, da parte di Orban, dell’università ungherese di Soros, e la pretesa di Bannon d’imporre la propria “Accademia” agl’ Italiani, ecc…Cos’hanno in comune tutte queste cose? Appunto, una pretesa (seppur vaga) di”auto-affermazione”, l’atteggiamento, che un tempo era normale da parte di tutti, di voler affermare il proprio punto di vista contro quello di altri, quello che il poeta ungherese Vörösmarty chiamava essere ”orgogliosamente volti versi il mondo”. Erano assertivi, in questo senso, tutti gli eroi culturali delle antiche civiltà: Mosè e Achille,  Ulisse e Leonida, Augusto e Gregorio VII,  Machiavelli e Alfieri, Foscolo e Garibaldi,  Nietzsche e D’Annunzio, oltre che, ovviamente, i Grandi Dittatori, Gandhi, Spinelli, De Gaulle, Che Guevara, Papa Wojtyla, Gorbacev, Chavez . Soprattutto sono, oggi, assertivi tutti i capi di Stato del mondo, salvo quelli europei.

Perché mai gli Europei di oggi non sono, e non debbono, essere assertivi? Una spiegazione può essere quella tentata da Giovanni Orsina, che parla, nel suo articolo su “La Stampa” del 6 gennaio 2019, dell’ “illusione della fine del potere”. Gli Europei non hanno voluto essere assertivi perché sono stati educati a rinunziare (o a fingere di rinunziare) all’ autorità, all’ arbitrio e al potere. Quest’illusione è, al contempo, antichissima, nuova ed effimera. Antichissima perché risale ai movimenti ereticali medievali, come per esempio i cabalisti ebraici, i mussulmani karmati e gli Anabattisti, i quali ritenevano che, essendosi oramai compiuta l’opera, rispettivamente, della Shekhinà, del Corano e del Vangelo, non vigesse più nessuna legge, neppure la Torah, la Sharia o i Dieci Comandamenti. Nuova, perché mai come oggi quest’idea aveva assunto una posizione dominante, mentre essa è assurta, alla fine del XX secolo, al rango di “cultura mainstream”.  Effimera, perché essa ha prosperato solo per l’ “espace d’un matin”, nel breve intervallo che separa due opere di Fukuyama:  “La Fine della Storia e l’ Ultimo Uomo”(1989) e “Decay of America”(2008).

In una sola cosa hanno torto le “retoriche dell’ Idea di Europa”: quando affermano che questa cultura  autolesionistica è una reazione all’esasperazione dell’ “autoaffermazione” da parte dei regimi totalitari (il Discorso del Rettorato di Heidegger), colossali esplosioni di arrampicamento sociale e di narcisismo collettivo, e con la conseguente immane tragedia della IIa Guerra Mondiale. Come contraccolpo, la sconfitta dell’Asse si è conclusa con un’azione accelerata di “rieducazione” (e, ancor più, di camaleontismo) che ha finito per andare al di là di quanto inizialmente voluto dai suoi stessi promotori (l’eliminazione del “carattere autoritario” dii cui parlava Adorno): fino alla distruzione, non solo dell’ambizione, ma addirittura della voglia di vivere (l’”età delle passioni tristi”).

Ma, nonostante questi  effetti dell’occupazione militare dell’ Europa e della sua “rieducazione”,  L’Europa del 2° Dopoguerra  non si crogiolava ancora  nell’ illusione di fare a meno di autorità, arbitrio e potere,  nonostante che questa  vivesse già celata  nel cuore delle ideologie allora dominanti: progressismo, marxismo, democrazia cristiana, scientismo….In quell’ epoca, l’integrazione europea non veniva ancora motivata attraverso le recentissime retoriche dell’ Idea d’Europa, bensì per altre, più credibili, vie:  con l’esigenza di por fine alla lotta per l’eredità imperiale di Carlo Magno (cfr. “Vesta” di Fichte); come strumento per reintegrare nell’ Occidente la Germania sconfitta; come un’ utopia tecnocratica (funzionalismo)… Quella classe dirigente aveva ancora relativamente  chiare le esigenze della politica, quando dibatteva  sulla politica economica dell’ Europa o dell’Euro come di una scelta, non già di  un destino ineluttabile. Anche per gli Europei, come prima per i Sovietici e gli Americani, l’infatuazione per la Fine della Storia è stata un abbaglio temporaneo, anche se più tardivo e perciò più persistente che altrove.

Concordo con Orsina che l’origine di quell’ abbaglio è stata legata alla fine del blocco sovietico. La carica teologica di utopismo ch’ era implicita nel concetto marxiano di rivoluzione, per quanto repressa dalla burocrazia sovietica, ne costituiva, come diceva Benjamin, il motore occulto. Anche il marxismo occidentale viveva grazie a quel motore, che serviva anche perfettamente a giustificare, di fronte allo stesso Occidente, l’accettazione da parte degli Europei del comunismo sovietico nonostante il suo carattere totalitario. Esaurita ogni carica rivoluzionaria dell’Unione Sovietica, quella radice occulta ha trovato modo di trasferirsi qui da noi, e di perpetuarsi in questa interpretazione chiliastica dell’Europa:  l’Unione Europea quale estinzione dello Stato (o, come scriveva Bukovski, l’Europa come nuova Unione Sovietica). In tal modo, l’establishment hegeliano di sinistra, egemone nella cultura novecentesca, ha potuto sopravvivere indenne al proprio ennesimo “avatar”: dal “lungo viaggio attraverso il fascismo” allo stalinismo, di qui al sessantottismo e al gramscismo, e, da quest’ultimo, all’atlantismo, sempre mantenendo intatte le stesse inossidabili posizioni di potere che sono proprio quelle che, come osserva Mauro, oggi gli vengono finalmente contestate.

In effetti, la presunzione che oramai le regole del “mondo” siano superate è tipica dell’eresia perenne, che attraversa trasversalmente il Buddhismo, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam,  ed era stata respinta nel Concilio di Pataliputra e con l’ Arthashastra, denunziata da San Paolo nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, attaccata da Sant’Agostino come “manicheismo” e rifiutata da Maimonide parlando dell’Era Messianica.

Certo, vi è anche chi sostiene che il chiliasmo sia insito nell’ essenza del messaggio evangelico, e che il carattere violento, intrinseco nel Sacro, sia stato perciò cancellato dal messaggio sulla morte e resurrezione di Cristo (René Girard). Buona parte del dibattito culturale verte, da 2000 anni ,sul tentativo di chiarire questo punto, ma l’unica conclusione credibile mi sembra essere stata quella di Tertulliano: “credo quia absurdum”.

Comunque sia, che quell’eresia perenne costituisca l’anima dell’attuale cultura mainstream lo si percepisce quasi fisicamente nel pathos con cui quest’ultima esalta ogni forma di decostruzione, di amalgama, di indifferenziazione: l’arte astratta, l’ibridazione, le “villes tentaculaires”… Questo venire allo scoperto delle radici chiliastiche della Modernità costituisce l’estrema sortita ideologica dell’Occidente, parallela all’ azione politica ed economica di Trump, che vedendo l’ America  sopraffatta nella competizione mondiale, rifugge dalle manovre illusionistiche dei suoi predecessori,  ricondo alle parole e alle  azioni forti: “America First”, “muri”, “sanzioni”, “dazi”. Nello stesso modo, l’”establishment”cuulturale ha messo al bando tutti gl’infingimenti conciliatori volti a nascondere gli obiettivi finali della rivoluzione tecnocratica: basta con le differenze sociali, di genere come di status, di razza, di stipendio o anche solo di visione del mondo; basta con la “privacy”: le macchine debbono saper tutto di noi; non ci deve più essere alcuna distinzione fra Europa e non – Europa…In tal modo, si tenta di sterilizzare preventivamente le prevedibili sacche di ribellione, che, in questo vuoto, non saprebbero più su che cosa poggiare.

La statua di Imre Nàgy, primo ministro ungherese fucilato dai Sovietici, è stata rimossa dalla Piazza del Parlamento

3.Il ritorno all’ethos dell’Epoca Assiale

Certo, c’è stato un momento in cui sembrava che tutto il mondo credesse acriticamente in questo tipo di  chiliasmo, religioso o secolarizzato: dai tempi della Rivoluzione Culturale cinese a quelli della Teologia della Rivoluzione, della Fine della Storia, della politica di Internet, fino a quelli degli Hojjatiyyeh di Ahmadinejad. Sembrava che non vi fosse alcuna speranza per le forze della vita contro quelle dell’ autodistruzione.

Tuttavia, quello non è stato, fortunatamente,  che un breve momento: la Rivoluzione Culturale si è rivelata una sanguinosa lotta di potere, dimenticata dallo stesso establishment cinese; la Teologia della Rivoluzione si è infranta  contro la resilienza dell’ egemonia  Yanqui; la Storia non è finita, ma continua attraverso l’Islam politico, la Cooperazione di Shanghai, la Via della Seta; Internet si è rivelato essere quello che diceva Putin, un progetto speciale della CIA, e, infine, nel Levante non è arrivato il Mahdi, bensì l’Armata Russa.

Oggi, tutti nel mondo sono più convinti che mai, ciascuno a suo modo,  della necessità della propria assertività: gli Americani e i Cinesi, i Russi e gl’Indiani, i Turchi e gl’Israeliani, i teologi della liberazione e i teocon, gli sciiti e i sunniti, i teorici dell’ HIndutva e i sionisti…Tutti gli equilibri mondiali poggiano (instabilmente) su quest’ assertività universale: se gli Americani non fossero assertivi, la leadership mondiale passerebbe automaticamente ai Cinesi, ma anche se questi ultimi abbassassero per un momento la guardia, gli Americani deprimerebbero a tale punto l’economia cinese, da provocare rivolte che disgregherebbero lo Stato, facendolo tornare ai tempi dei Signori della Guerra. Se la Russia non fosse assertiva, le opposte fazioni tornerebbero ad affrontarsi armi in pugno al centro di Mosca e nel Caucaso come ai tempi di El’cin. Così, l’India deve battersi per non essere tagliata fuori dalla Via della Seta, la Turchia per non perdere il Kurdistan e gl’Israeliani la Cisgiordania; i teologi della Liberazione per non essere cancellati dal Vaticano, e così via…

Alla fine, scrive Orsina, tutti “ci chiediamo chi abbia mai il potere di difenderci dai pericoli globali e di riequilibrare quelle gerarchie surrettizie che l’ipocrita manto della neutralità rende ancora più insopportabili”. Peccato che nessuno dia, in Europa, la risposta giusta, vale a dire : il potere di difenderci e di abbattere le gerarchie immeritate e oppressive ce l’abbiamo soltanto noi. Non ci resta che prendercelo con le nostre stesse mani, come Ulisse quando appare armato di tutto punto sulla soglia del megaron occupato dai Proci.

Come ciò sia possibile lo ha mostrato una trasmissione messa in onda circa una settimana fa dalla rete greca RTE, in contemporanea da Pechino insieme alla televisione cinese CGTV e con le televisioni indiana ed egiziana: un dibattito fra gli ambasciatori dei quattro Paesi ed intellettuali degli stessi, sul “dialogo fra le civiltà”. Il senso della trasmissione era che i Paesi eredi delle grandi civiltà (europea, confuciana, indica e medio-orientale) dovrebbero coalizzarsi per risolvere i problemi mondiali, nello spirito di un mutuo riconoscimento e senza l’egemonia di nessuno, e sulla base di alcuni, pochi,  grandi principi comuni, e delle specificità dei diversi popoli. I valori comuni al mondo intero, o, almeno, agli eredi delle grandi civiltà del passato, quelli che Kueng chiama “spessi”, sono, a mio avviso, quelli che caratterizzavano l’Epoca Assiale di cui parlava Jaspers,  e di cui ha scritto recentemente Jan Assmann: senso della comunità; dimensione spirituale; differenza; riconoscimento reciproco, meritocrazia.

Non per nulla, dinanzi alla nuova stazione di Lanzhou, da cui partono per “Da Qin” i treni ad alta velocità della Via della Seta, sono stati costruiti una Sfinge, un Partenone e un Taj Mahal, come per chiarire, ai Cinesi che attraversano la Porta di Giada, che sono quelli gl’interlocutori che il Paese di Mezzo cerca nel Tian Xia (Ecumene).

La vittoria di Solidarnosc

4.Rovesciamento del senso dell’integrazione europea

Da quest’evoluzione culturale del clima politico mondiale emerge l’urgenza di un ennesimo capovolgimento del senso dell’integrazione europea. Nella loro prima fase, che va dalle Crociate agli “Stati Uniti d’ Europa” di Victor Hugo, i progetti d’integrazione europea (Dubois, Dante, Podiebrad, Sully, St Pierre, Rousseau, Alessandro I) miravano a scavalcare Papato e Impero per affermare la sovranità dei principali Stati nazionali (Francia, Boemia, Polonia, Italia, Inghilterra, Russia…), oramai capaci di organizzare autonomamente la loro “politica estera e di difesa comune”, vale a dire le Crociate, e, poi, il colonialismo (Riccardo Cuor di Leone, Luigi XI, Baldovino di Fiandra, Bonifacio del Monferrato, Napoleone…). In una seconda   fase, essi avevano costituito uno degli stratagemmi delle vecchie élites aristocratiche e finanziarie per aggirare le nuove egemonie russa e americana e sventare, nello stesso tempo, la “ribellione delle masse” (Coudenhove-Kalergi). Nella terza, l’integrazione europea fu, come scrive Toni Negri, il frutto di un imbroglio per “vendere” il protettorato americano di cui parlava Brzezinski come se fosse l’espressione di una spontanea conversione dal nazionalismo all’utopismo, all’ internazionalismo e alla rinuncia all’ assertività, come catarsi della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah (Juenger, Spinelli, Monnet, Schuman). In tal modo  l’Europa poteva porsi come concorrente, quanto a progressismo, del comunismo sovietico, riuscendo perfino ad accaparrarsi l’eredità del trockismo e a presentarsi indirettamente come l’antemurale dell’ America.

Oggi, l’integrazione europea, in seguito al mutamento del contesto storico, politico e tecnologico,  non può che assumere un ancor diverso significato (la “trasmutazione di tutti i valori” di cui parlava Nietzsche). In seguito all’ impossibilità per l’Occidente di unire il mondo con il confronto militare, al centro della competizione mondiale troneggia la competizione digitale. La convergenza intorno all’ idea di progresso si sta liquefacendo, e la narrazione dell’Europa quale avanguardia dell’ estinzione dello Stato non has più alcuna presa, mentre incombono il depauperamento dovuto al gap tecnologico e il timore delle macchine intelligenti.  Gli Europei sono stanchi di essere i perdenti della Storia. La mancanza di un pensiero, di un progetto; la corruzione generalizzata; la debolezza dell’economia, derivano tutte dall’aver accettato di non poterci difendere da soli. L’attuale voglia di sovranità si alimenta dunque anche, oltre che da un naturale succedersi fra le generazioni, dall’inconscio sentimento che, a partire dalla Dottrina Monroe e fino al “Destino Manifesto”, dai “rent- lease agreements” ai 14 Punti di Wilson, dalla Carta Atlantica alla Nato, dalla Dottrina Brezhnev alle sanzioni alla Russia e all’ Iran, si è oramai consumata la completa “capitis deminutio” dell’ Europa, che ora occorre  ribaltare.

Oggi sta dunque finalmente tornando di moda anche in Europa, dopo Israele e l’Islam, la Russia e la Cina, l’ India e la Turchia,  il contrario dell’auto-negazione, vale a dire l’assertività su tutti i fronti: culturale, politico, di costume, tecnologico, economico e militare, così come hanno già fatto gli altri grandi popoli, e, in particolare, quelli eredi delle altre grandi civiltà, che stanno riconquistando tutti il loro posto centrale nel mondo. Perciò, per realizzare questa risurrezione dell’Europa, dovremmo studiare e copiare i punti di forza degli altri popoli: l’informatica degli Americani; il coordinamento dei Cinesi; lo spirito marziale dei Russi; la saggezza degli Indiani; la spiritualità degl’Islamici…

Poco importa che, per ora, quest’assertività riguardi soprattutto paesi alla periferia dell’ Europa (Russia, Turchia, Inghilterra, Ungheria, Polonia) e si esprima in un ritorno di fiamma dei piccoli nazionalismi  (Scozia, Catalogna). Ciò che conta è che si rifiuta l’idea che l’omologazione mondiale abbia comportato dei vantaggi per gli abitanti del nostro Continente, o per certe sue parti.

Giustamente il manifesto di Romano Prodi per la bandiera europea afferma che “di fronte alla potenza americana e alla crescita cinese nessun paese da solo può conservare ciò che è stato conquistato”. Però, l’Europa dei dazi e delle sanzioni, della recessione provocata ad arte, non può più accontentarsi di conservare, deve riconquistare ciò che ci è stato tolto. Giustamente, quello proposto da Prodi con la giornata della bandiera europea, non vuol essere un compito rivoluzionario, ma il nostro, invece, sì. Di conseguenza, sì all’orgoglio per la bandiera europea, ma non già come passaggio intermedio verso uno Stato tecnocratico mondiale, bensì quale roccaforte delle nostre identità contro il governo delle Macchine Intelligenti. Dave Eggers, autore del romanzo “L’opera struggente di un formidabile genio” e direttore della rivista letteraria americana  McSweeny’s, sta mettendo in guardia contro l’eliminazione di tutte le libertà individuali per via del controllo a tappeto realizzato da Internet, e i sistemi di organizzazione sociale che da esso derivano. In particolare, afferma che ” l’ascesa dell’intelligenza artificiale distruggerà l’essenza stessa dell’ essere umano.

Soprattutto, se pretendiamo di riappropriarci -contro le identità gerarchiche dell’ Oriente e contro il “rischio esistenziale” delle Big Five occidentali- del nostro ruolo tradizionale di portatori per antonomasia dello spirito di libertà (come ci legittimano a farlo le nostre tradizioni federali, laiche e cavalleresche), dobbiamo dimostrarci propositivi circa un nuovo modo di essere liberi nel XXI Secolo, che tenga conto della Società delle Macchine Intelligenti. Per riprendersi l’“intellectual leadership” del mondo intero, l’Europa deve essere la prima a dimostrare concretamente che si può vivere in un mondo automatizzato solo conservando le proprie libertà individuali e l’essenza stessa dell’essere umano, o almeno di quell’ umanità che abbiamo in comune con gli altri grandi popoli della Terra grazie all’ eredità dell’ Epoca Assiale.

Anche se non risolve certo questa fondamentale problematica, la legislazione informatica europea è la più avanzata del mondo, ma la sua attuazione pratica (sociale, tecnica, culturale, militare e legale) è resa impossibile dall’ integrazione fattuale dell’ Europa nel complesso informatico-militare occidentale. Proprio per fare dell’Europa il vero modello della libertà nel XXI Secolo, per realizzare una nostra autonoma cultura delle macchine, ispirata a personalità e libertà, e per attualizzarla senza l’invadente presenza della NSA e delle Big Five, dobbiamo riprenderci la nostra sovranità.

Il tenente-colonnello sovietico Vjaceslav Petrov, che ha salvato l’Umanità dall’ autodistruzione bloccando la guerra nucleare scatenata dai computer

5.Il messaggio di Jan Palach, nel 50° anniversario del suo sacrificio.

La nostra vecchia generazione ha perduto un’occasione eccezionale per ridestare, quando aveva vent’anni, questo spirito di libertà dell’ Europa, quando il nostro coetaneo Jan Palach si era immolato con il fuoco per protestare contro l’invasione sovietica. Questa è la grande colpa del ’68. Palach non era, né uno sprovveduto, né un pacifista. Era uno studente di filosofia, rappresentante degli studenti nel Senato Accademico della Univerzita Karlova. Era arrivato a Praga da Vstaty armato di una pistola Browning, con cui voleva sparare sulle truppe d’invasione ed  aveva desistito solamente in seguito alle preghiere dei suoi compagni, che avrebbero deciso insieme di immolarsi uno per uno, estraendo a sorte l’ordine delle successive immolazioni. Forse, quella decisione era stata ispirata dai gesti analoghi di patrioti polacchi e ucraini, suicidi con il fuoco per protesta contro il ruolo avuto dalle truppe polacche e ucraine nell’ invasione della Cecoslovacchia, e forse, in ultima analisi, da quella dei bonzi vietnamiti. I Cechi si erano forse vergognati di vedere confermata la loro fama, fra i popoli slavi, di popolo imbelle e servile. Jan Palach sarà infatti l’opposto di Karel Čapek e del “buon soldato Švejk”. Dopo cinque mesi dall’ invasione, si sarebbe suicidato, però sempre incitando fino all’ultimo momento, dal suo capezzale, a indire uno sciopero generale illimitato in Cecoslovacchia contro l’invasione sovietica. Altri sette lo seguirono.

Non ci furono, né lo sciopero generale in Cecoslovacchia, né mobilitazioni generali in nessuno Stato europeo, né all’ Est, né all’ Ovest, e questo in un momento in cui intere città (come Parigi, Torino o Reggio Calabria) venivano sconvolte da volente manifestazioni di piazza per motivi ben più futili. Le scarne reazioni contro l’invasione furono ovunque timide e partigiane. Nessuno si accorse che l’Europa stava perdendo qualunque dignità, come qualunque popolo che si lascia occupare da popoli stranieri senza reagire. Quei pochi che, come noi, se ne accorsero, tentando di raccogliere nelle nostre città il guanto lanciato da Palach, ebbero modo di vedere come questo messaggio cadesse nel vuoto, in una società autoreferenziale e fanatica, incapace, non solo di padroneggiare gli eventi, bensì perfino di comprenderli. Allora, chistava con Jan Palach era considerato un nemico.Ricordo solo che a Torino fummo inseguiti da una folla inferocita (compresi dei pubblici ufficiali) per avere esposto una bandiera cecoslovacca.

Di fronte a quest’ Europa decadente, il gesto di Palach e dei suoi, apparentemente nichilista, si era rivelato in realtà il massimo dell’autoaffermazione, elevando questo sacrificio a forma suprema di azione, come quelle di Leonida e soprattutto di Socrate, modello insuperato di filosofo secondo il maestro di Palach, Jan Patočka, il “Socrate praghese”, morto anch’egli in circostanze drammatiche come conseguenza degli interrogatori seguiti alla fondazione di Charta 77.

Uomini come Petrov, Palach e Patočka, degni eredi degli eroi dell’ antichità,  e non uomini politici opportunisti e da tavolino, dovrebbero essere commemorati degnamente dalle Istituzioni.

Se l’Europa Centrale e Orientale è oggi in fiamme non più contro l’Unione Sovietica, bensì contro quella europea, ciò è dovuto all’ “arroganza romano-germanica”, che, nonostante quegli anni, continua a disconoscere il ruolo centrale che i popoli dell’ Est, con la loro indomita tempra,  hanno avuto nella costruzione spirituale e politica dell’ Europa, per il quale essi meritano una posizione  centrale, non già periferica, nella direzione del nostro Continente..

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: TUTTI D’ ACCORDO A PAROLE….ma nessun fatto concreto

 

Soprattutto dopo il recente Forum Economico Internazionale di Davos del 2018, l’allarme per il sopravvento dell’ Intelligenza Artificiale è divenuto sempre più generalizzato, al punto che Yuval Noah Harari vi ha dedicato, nell’ ambito del prestigioso incontro della finanza mondiale, ben tre diverse interviste televisive. Tuttavia, quest’allarme l’avevano già diffuso, a partire dal Secondo Dopoguerra, Asimov, Joy, Hawking, Rees, Musk, Onfray, Morozov, Brague, Bostrom…
Cito soltanto qualcuna delle tante affermazioni allarmistiche di questi autorevoli, per quanto diversissimi, personaggi: “Nulla è inevitabile, tranne i robot” (Asimov);“Il mondo di domani può fare a meno di noi” (Bill Joy);”L’Intelligenza Artificiale provocherà la Terza Guerra Mondiale” (Elon Musk);“Questo è il secolo finale dell’ Umanità” (Martin Rees); );“L’Intelligenza Artificiale segnerà l’ultima ora dell’ Umanità” (Hawking) “Il tecno-umanesimo non può prevalere sul datismo perché la sua pretesa di introdurre un elemento di libertà è ancora sempre basata sulle macchine” (Harari), “”Le dittature di questi tempi funesti faranno passare quelle del Novecento per inezie. Google lavora a questo progetto post-umanista. Il nulla è sempre certo” (Onfray); “Così come oggi il destino dei gorilla dipende da noi esseri umani più che dai gorilla stessi, il destino della nostra specie dipenderebbe dalle azioni della superintelligenza artificiale” (Nick Bostrom)…
Nella misura in cui sono riuscito a entrare talvolta in contatto con qualcuno di questi illustri Autori, non ho mai mancato di domandare loro perché mai, pur avendo essi ben chiaro questo fondamentale problema, ed avendo a disposizione tutti gli strumenti per avviarlo a soluzione, non stiano facendo proprio nulla in questo senso. Ho offerto anche a tutti, senza contropartite, la mia collaborazione, come editore, come autore, come uomo di pubbliche relazioni. Qualcuno, come Martin Rees, ha avuto almeno la cortesia di inviarmi  qualche pagina di prefazione in Inglese (che figura oggi in “Corpus Juris Technologici”), e si è anche complimentato con me per essere io riuscito a confezionare il relativo libro con un così stentato aiuto esterno. Qualcun altro, come Rémi Brague, ha promesso di divenire più attivo su questo fronte.
In linea generale, però, il risultato è sempre stato sostanzialmente negativo. Secondo alcuni, avevo male interpretato il loro messaggio, che non era poi così pessimistico; altri ritengono di non avere gli strumenti necessari per agire. Mi chiedo allora chi li abbia, questi strumenti, visto che i politici, o sono palesemente legati mani e piedi ai giganti dell’ informatica, o non hanno neppure la cultura necessaria per comprendere il fenomeno.
Ma pure lasciando da parte, per un momento, la questione, per altro fondamentale, dell’azione politico-culturale, perfino l’aspetto puramente libresco, vale a dire una seria riflessione e divulgazione sul fenomeno del post-umano, è totalmente assente.
In effetti, il tema è veramente vastissimo, sì che difficilmente un solo autore potrebbe riuscire a sviscerarlo. Si va dalle  sue premesse teologiche, implicite già fin dall’ “intelletto attivo” di Aristotele, dal  concetto cristiano di transustanziazione, da  quelli cabalistici di de-creazione e di golem, dall’ “Homunculus” degli Alchimisti e dal “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco”. Si passa poi alla rilettura materialistica del Regno dei Cieli in Fiodorov, Tsiolkovskij e Lunacarskij, per arrivare infine al “sublime tecnologico” di Teilhard de Chardin e di Kurzweil. Si procede poi, in campo filosofico, con il cyberpunk e il cyberfemminismo di Donna Haraway e Francesca Ferrando. Si continua con la religione e la “politica di Internet” (Teilhard de Chardin, Casaleggio, Morozov), con le neuroscienze, i Big Data e l’Intelligenza Artificiale, fino ad arrivare alla Società del Controllo Totale e alla Cyberguerra.Si giunge infine alle analisi politico-economiche e lavoristiche dell’ impatto dell’economia dei dati sulla progettualità politica, e, in particolare, sul problema della disoccupazione tecnologica.
Abbiamo poi  finalmente, con la nuova direttiva europea di cui parla, su “La Stampa”, Bruno Ruffilli, l’abbozzo  di un discorso pubblico sull’esigenza di una tutela legislativa globale contro l’ Intelligenza Artificiale. Non è superfluo ricordare che la nostra Casa Editrice Alpina, con la maggior parte dei suoi “Quaderni di azione Europeista”, ha affrontato già da 4 anni molti fra i temi sopra indicati, e si ripropone di continuare la battaglia con qualcosa di più comprensivo.
Premesso che occorrerebbe, sul tema, un serio e coordinato lavoro collettivo, che spetterebbe di promuovere a grandi Enti collettivi,  in questa rubrica mi limiterò a esaminare partitamente, in successivi post, i singoli aspetti di quella problematica, invitando, tanto i nostri quattro lettori, quanto gl’illustri personaggi che si occupano oggi di queste cose, a prendere posizione e ad aggiungersi ai nostri sforzi.

1.L’essenza del problema.

La cultura contemporanea è sostanzialmente concorde nel ritenere  impossibile la definizione di  un concetto astratto e universalmente valido di “Umanità”, in quanto quest’ultima è incessabilmente condizionata da lingua, storia e geografia. Già gli antichi libri sacri, e, in primo luogo, i Veda, l’Enuma Elish, la Bibbia e il Corano, descrivevano  l’uomo come un fenomeno storico, in continua mutazione: dalla Creazione, allo status edenico, a quello della cacciata, alla  Grazia, alla  “Rapture” apocalittica, fino alla salvezza o alla dannazione eterna. Nello stesso modo, anche la visione tecno-centrica contemporanea ci parla di pitecantropi, di ominidi, di Homo sapiens, di Cyborg e di Intelligenza Artificiale.

L’uomo è quindi, per sua natura, “qualcosa che dev’essere superato”;  esso “è una fune tesa fra il bruto e il Superuomo” (Nietzsche, Così Parlò Zarathustra”). D’altronde, a rigore, anche “difendere l’uomo dall’ Intelligenza Artificiale” è tecnicamente impossibile, perché l’intelligenza è da sempre “artificiale”, come c’insegnano Cartesio e Pascal, secondo i quali, tanto il pensiero, quanto la credenza nella sua veridicità, sono scelte volontaristiche dell’uomo, il quale, altrimenti, vivrebbe eternamente nel “Dubbio Sistematico”(il “credo quia absurdum” di Tertulliano). D’altro canto, il linguaggio e la scrittura sono stati spesso imposti dall’ esterno, vale a dire da ceti dominanti e acculturati.

Se l’uomo è eternamente mutante, lo è perchè intrinsecamente imperfetto, e quindi teso, per effetto del desiderio, fra un “non più” e un “non ancora”. Dal nostro limitato angolo di prospettiva, tale tratto di percorso s’identifica con la Storia. Ciò che va oltre la Storia è post-umano, e, quindi, non-umano. L’uomo, proprio perchè sa di essere mortale, rifiuta istintivamente  questo non-umano (o “post-umano), e si aggrappa all’ Essere, che, nella Bibbia, anche Dio afferma essere buono (“ki tov”). L’unica fuoriuscita da se stesso che sia consciamente disposto ad accettare è una qualche forma di salto ontologico verso il divino, per vivere in una dimensione “superiore” in cui la sua finitezza  sia nello stesso tempo mantenuta e resa accettabile (la “Vita Eterna”, l’ “Eterno Ritorno”…). Il problema  è quello di come sia possibile distinguere questo “salto ontologico” verso il Tutto dalla “De-creazione” della Qabbala e dal Nirvana dei Buddisti. Tant’è vero che perfino  le tradizioni cabalistica e buddista conoscono questo rifiuto della “de-creazione”: Rabbi Loew aveva una foglietto che gli permetteva di disinnescare la potenza distruttiva del Golem, e lo stesso Buddismo è stato progressivamente rifiutato da India, Cina e Giappone, sopravvivendo, al massimo, nelle sue forme “rovesciate”, Theravada, Chan e Zen. Matteo Ricci spiega anche, con l’obiettività di un osservatore terzo, perché ciò sia accaduto. Insomma, alla fine, la maggior parte preferisce  optare per l’ Essere anziché per il Non-Essere. Non per nulla, ancor oggi, per la maggior parte delle religioni, il suicidio è peccato.

Nel mondo occidentale, quella scelta a favore della vita è stata esemplificata da San Paolo, fondatore della teologia della Chiesa, che, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, sconfessa  i “Fanatici dell’ Apocalisse”. Rispetto a quelle antiche controversie teologiche, la questione del Post-Umano rischia di essere ancor più radicale, perché quest’ultimo si presenta come irreversibile.

La struttura della fondamentale opzione vitalistica, comune alle diverse civiltà storiche, è stata da taluni definito come “Valori dell’ Epoca Assiale”: Cultura e Natura; Umanità e Divinità; Pensiero e Fede; Società e Persona. Questi valori hanno animato e fecondato i più svariati ambiti civilizzatori: le comunità agricole primitive ; il patriarcato; l’aristocrazia; la teocrazia; l’ impero; il capitalismo; il socialismo; la democrazia. Essi hanno cambiato nome e forma, ma sono rimasti infondo  sostanzialmente immutati per millenni, con la persona umana quale punto di riferimento centrale; la famiglia, comunque configurata, quale veicolo della riproduzione sessuata e mattone fondamentale della costruzione politica; la divisione del lavoro quale strumento per operare sulla natura; la cultura quale cemento dell’ insieme…

2. Dissoluzione dei valori dell’ Epoca Assiale.

Certo, vi sono stati, fin dall’ inizio, dei  germi di dissoluzione di quei valori “assiali”: il politeismo teriomorfico; il nichilismo ascetico; la contrapposizione manichea fra Bene e Male; l’ inversione delle gerarchie in determinate feste e momenti rivoluzionari; la divinizzazione del sistema formale di comunicazione e di decisione; la costruzione di automi; la credenza nella potenza cieca nel destino…, tuttavia, le figure di popolo e umanità, genere e ruolo, capi e seguaci, sacro e profano, non hanno mai cessato, per quasi tremila anni, di animare il panorama della vita sociale, dando un senso alla sua storia.

Oggi, invece, il combinarsi della dominazione planetaria dell’ Umanità con l’esasperazione delle lotte intestine di potere, del giganteggiare delle sovrastrutture con il livellamento delle singole personalità, dello sviluppo delle macchine con la sfiducia nelle competenze umane, hanno creato una situazione in cui i valori dell’ Epoca Assiale hanno perso di mordente. Soprattutto, l’educazione “classica” dell’umanità, fondata sul senso della  dignità, sulla fiducia nel valore intrinseco dell’ esistenza, sulla forza d’animo, sul senso di responsabilità e di giustizia, è stata travolta da un eccesso di ”de-materializzazione”, dal conformismo dell’omologazione di massa, dalla dissoluzione delle culture storiche e dalla superficialità di quella “mainstream”. All’ Umanità si è sovrapposto il Complesso Informatico-Militare, che ha assunto su di sé le decisioni supreme; ai Popoli si sostituiscono gli Stati, quali delegati alla gestione degli uomini da parte del Sistema stesso; ai valori sociali di solidarietà, libertà, verità, si sostituiscono quelli tecnici di “integrazione”, “correttezza politica” e “memoria condivisa”.

Come ha dichiarato a Ruffilli, nell’intervista a La Stampa, il direttore di Facebook: “L’Intelligenza Artificiale prende già ora per noi delle decisioni fondamentali”. Ma quelle citate nell’ intervista sono soltanto le più modeste, mentre le più importanti sono quelle sulla pace e sulla guerra, delegate per forza di cose alle macchine da molti decenni. Tutto ciò è già totalmente in atto, ed anticipa, e parzialmente già realizza, la Società delle Macchine Intelligenti.

A rigore, non credo neppure che si possa distinguere concettualmente fra l’ Intelletto Attivo” della tradizione aristotelica, la globalizzazione “moderna” e l’ “Intelligenza Artificiale” di oggi. Così come l’ Intelletto Attivo si era incarnato nella rete di Università, di Scriptoria e “Buyut al-Hikma” che, nel Medioevo, riproducevano e commentavano all’ infinito le opere platoniche e aristoteliche, come pure nelle burocrazie delle Chiese e delle rispettive Inquisizioni, così il “General Intellect” marxiano si è incarnato nel mercato mondiale capitalistico e nell’ Internazionale Comunista, e, oggi, l’intelligenza Artificiale risiede nei Big Data di Salt Lake City e della NSA, nei server di Aruba, nell’ intelligenza diffusa dei nostri computer e cellulari.

In ogni caso, la decisione fondamentale per il futuro dell’ Umanità, cioè la sua sostituzione con le macchine, è già stata presa, dai “Signori del Silicio”: Kurzweil, Page, Cohen, Schmidt, Zuckerberg, Bezos, mentre quella sulla sua transitoria sopravvivenza viene adottata giorno per giorno dai sistemi informatici americani, cinesi, russi, nordcoreani, israeliani…che monitorano ininterrottamente i cieli in cerca delle tracce di missili nemici.

3.Difendersi dall’ Intelligenza Artificiale?

Nel nostro opuscolo “Corpus Iuris Technologici” avevamo affrontato tuttavia con simpatia gli sforzi in corso per porre limiti allo straripare dell’ Intelligenza Artificiale, proprio perché, contrariamente ai cantori del post-umano, crediamo che la dignità dell’ uomo risieda, come volevano il primo Goethe, Alfieri e Camus, nel ribellarsi, seppure inutilmente, contro il determinismo del destino.

Tuttavia, non avevamo ancora mai affrontato il tema principale: ciò che costituisce problema non è la forza dell’ Intelligenza Artificiale, bensì la debolezza dell’ umanità contemporanea. A mano a mano che, nella storia, si affermavano sistemi di ragionamento formalizzati e collettivi, sempre più si allentavano le antiche forme di educazione fondate sulla ricerca dell’ eccellenza personale: l’educazione spartana; l’ascesi religiosa; la humanitas letteraria ed artistica; la religione civile; l’etica del lavoro….Il Complesso Informatico-Militare, come prima l’Inquisizione, poi la burocrazia e il conformismo, possono affermarsi perché non vi sono più dei Leonida, dei Maometto, dei Sant’Ignazio o dei Solzhenitsin, che li controbilancino con la loro volontà e la loro intelligenza.

Per questo motivo, se, come dice Papa Francesco, l’Intelligenza Artificiale deve servire l’Umanità, e non viceversa, allora le società umane, fra cui anche la Chiesa, dovrebbero preoccuparsi di educare l’uomo, non già a obbedire a potenze impersonali, come si è fatto oramai da moltissimo tempo  con l’”ascesi intramondana” del capitalismo, con il conformismo ideologico, con le “buone maniere” borghesi, con l’inserimento in grandi organizzazioni…, bensì al comando e al controllo, così come facevano  a suo  tempo le “Tre Scuole cinesi, che miravano a formare il “Junzi” ( il “gentleman”), o gl’”Immortali”, capaci di comandare già solo con l’ esempio (il “Wu wei”), o come fa ancor oggi il buddismo Chan nel suo monastero di Shaolin.

E’ significativo che parte degl’ intellettuali sopra citati,  incapaci di fornire una risposta attiva alle sfide del Postumano, siano, come Onfray, di estrazione nietzscheana. Infatti è, a mio avviso, il  limite specifico di Nietzsche quello di essere stato uno straordinario analista della Modernità e un suo grande critico, ma di mancare, invece, di una sua autonoma proposta etica e politica. Eppure, con il concetto di ”Uebermensch”, egli aveva anticipato in modo egregio il conflitto più cruciale di oggi: quello fra i fautori del Post-Umano in quanto realizzatore del progetto di superamento di un’ umanità decadente (l“Oltreuomo”), e i suoi detrattori, vale a dire i difensori della sopravvivenza dell’ Umano, seppure in una forma potenziata (il “Superuomo”). E, nonostante che la preferenza istintiva di Nietzsche andasse ai fautori della vita, egli poi non sapeva spiegare in modo convincente come l’indebolirsi della Volontà di Potenza potesse essere controbilanciato. Le rare soluzioni suggerite come “obiter dicta” (l’ egemonia dei ceti militari e dei finanzieri ebrei, l’ unificazione mondiale sotto il controllo europeo, la distruzione del II° Reich dopo una guerra mondiale) non si distinguono infatti  un gran che ,né da quanto poi veramente avvenuto, né dai progetti dell’alta borghesia fra le due guerre (Rathenau, Coudenhove-Kalergi). Si potrebbe anche   ipotizzare che il movente  più significativo della politica nazista sia stato,  non già (come avrebbero voluto sia i marxisti che Nolte), l’anticomunismo, bensì il tentativo, da parte delle masse appena “nazionalizzate”, di bloccare questo progetto elitario e post-nietzscheano delle classi dirigenti weimariane, che, con il Piano Briand, cominciava ad abbozzarsi.

Nessuna delle parti contendenti aveva capito che  il trend superomistico inaugurato da Nietzsche già puntando in realta, . piuttosto che su un umanesimo eroico, su una  sorta di teo-tecnocrazia, che  avrebbe presto trovato il proprio  “habitat” ideale nell’ America  puritana.

4.Bostrom vs.Kurzweil

E’ lodevole  lo sforzo di Nick  Bostrom, altro guru dell’ informatica, che ha dedicato recentemente un libro (Superintelligenza“), di più di 500 pagine, alle problematiche dell’ Intelligenza Artificiale. Tuttavia, neanche Bostrom  giunge ad alcuna conclusione operativa (e ne è cosciente).

Ci occuperemo ancora del suo libro .

Comunque, anche Bostrom  continua a girare attorno al concetto fondamentale dei “tecno-ottimisti”: le macchine non potrebbero assumere il controllo perché, non essendo creative, “non saprebbero che cosa vogliono”. Il guaio è che, come abbiamo visto prima, neppure gli uomini di oggi sanno quello che vogliono, ed è proprio il nichilismo dei programmatori che condannerà alla sterilità e alla paralisi il mondo delle macchine. Essendo state programmate, proprio secondo Bostrom, secondo “i pregiudizi dei loro creatori” per ripetere all’ infinito le loro azioni, le macchine fisseranno per sempre il mondo secondo i paradigmi comportamentali della nostra nichilistica generazione, il che equivale a dire che dire che lo distruggeranno.

Purtroppo, l’unico teorico compiuto del post-umano resta perciò Ray Kurzweil, per il quale la “Singularity”, vale a dire il superamento dell’ umano da parte della macchina, ha un preciso significato: il desiderio di distruzione dell’ Universo implicito in tante filosofie, orientali e occidentali.

La strada  che noi vogliamo  percorrere, e che esamineremo in altri post, è, invece quella di preparare, con la cultura, l’educazione e la tecnologia, un effettivo “Superuomo” che, contrariamente a quello descritto da Vattimo e da Onfray, sia e resti obiettivamente superiore alle macchine. La preoccupazione di Onfray, come di Morozov e Harari, è che un siffatto Superuomo si adopererebbe presumibilmente per l’asservimento, se non la distruzione, delle “masse”. A nostro avviso, invece, la questione sarebbe mal posta, giacché gli scenari del futuro non sarebbero affatto riconducibili alla dialettica “servo-padrone” quale descritta da Hegel. O, almeno, tale dialettica non sarà più fra uomo e uomo, bensì tra uomo e macchina.

il Superuomo sarà occupatissimo a tenere sotto controllo le macchine, e non si occuperà affatto delle “masse”, le quali, per altro, si stanno già fin d’ora ora distruggendo da sole con la crisi della natalità, che non è solo un fatto socio-economico, ma soprattutto psicologico (la mancanza di speranza nel futuro), biologico (il languire del desiderio) e clinico (la diminuzione degli spermatoi).

Come aveva intuito Capek nel 1923, la capacità riproduttiva dell’ umanità è inversamente proporzionale a quella delle macchine. 

E, una volta completata in Europa, l’opera distruttrice della denatalità continuerà negli altri Continenti, almeno finché questi continueranno a imitare l’ Europa.

Tutto ciò è estremamente grave e urgente. Se l’ Europa volesse veramente fare qualcosa di utile per l’ Umanità, dovrebbe creare fin da subito un’ Accademia Europea delle Nuove Tecnologie, speculare e alternativa ai due “pensatoi” americani, la “Singularity University” di Kurzweil e il “Future of Life Institute” di Bostrom. In quest’ Accademia, che dovrebbe inserirsi in un intero sistema di “accademie europee”, si dovrebbero studiare, allo stesso tempo, le più moderne tecnologie e le discipline filosofiche, religiose, atletiche e perfino militari, che permettano all’ Umanità di mantenere il controllo sulle macchine.