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FASCISMO ETERNO?

Nel periodo pre-elettorale, come sempre e ovunque da settant’anni, ferve sui media il dibattito su “fascismo e antifascismo”. cosa assai singolare se si pensa al lungo lasso di tempo ormai trascorso dal 1945, e visto anche che non c’è, né c’è mai stato,  un  dibattito simile per esempio pro e contro la monarchia o pro e contro l’ Austria Ungheria.

Ciò dimostra di per se che, nonostante tutte le ironie che si possono fare, il fenomeno “fascista” ha lasciato un segno molto forte nella memoria europea. Ed è veramente singolare che, nonostante i milioni di libri già scritti sull’ argomento da politici, politologi, storici, teologi, psicologi, antropologi ed economisti, un’immagine chiara del fascismo non sia ancora emersa, neppure per ciò che concerne la sua definizione.

1.Una ridda di definizioni

Per taluni il fascismo fu soltanto quel preciso movimento politico  che portava questo nome, durato, in Italia, dal 1919 al 1943. Per altri, esso dovrebbe designare anche i movimenti analoghi e alleati  dello stesso periodo fuori dell’ Europa (sostanzialmente, quelli dell’ Asse). Per altri, esso comprenderebbe anche movimenti estranei all’ Asse, come quelli iberici o sudamericani. Altri vi aggiungono gl’immediati predecessori, come la Legione Fiumana e i Freikorps, e i postfascisti dichiarati, come MSI, Ordine Nuovo o  Fuerza Nueva.

Molti tendono a chiamare “fascisti” tutti i movimenti moderni che contestano globalmente l’idea del progresso, a partire da De Maistre, per passare a Guénon ed Evola, fino al fondamentalismo islamico. Ma la frenesia di allargare l’ambito del fascismo si estende perfino a Napoleone, a Nietzsche, a Sorel, e perfino al Janata Party.

Ricordo poi che moltissimi hanno fatto, del termine “fascismo”, un uso spregiativo, chiamando “fascisti” i socialdemocratici (i “socialfascisti”), gli stalinisti (i “fascisti rossi”), le istituzioni dello Stato democratico (“polizia fascista”),oggi perfino dei moderati conservatori come Berlusconi o Orban, o dei generici movimenti  qualunquisti come il Front National o la Lega, o, infine, perfino i rari partiti comunisti che abbiano mantenuto un minimo di continuità con il loro passato.

Umberto Eco era giunto a creare la categoria del “fascismo eterno”, a cui si riallaccia  Massimo Recalcati  nel suo articolo su La Repubblica del 1° marzo, un concetto che  comprenderebbe tutte quelle tendenze che vanno contro il mito del progresso. Quest’accezione viene appunto  ricapitolata da Recalcati : “il fascismo come rinunzia al pensiero critico, massificazione, irreggimentazione, soppressione sacrificale del singolare”. 

Questa definizione del “fascismo” appare veramente un po’ troppo estensiva, e forse neppure tanto azzeccata, se si tiene conto che, come pensava già Pasolini, il vero  “fascismo” di oggi non ha a che fare con le organizzazioni fasciste, bensì con “il potere di plasmazione delle vite e delle coscienze che il nuovo sistema del consumo era riuscito a produrre dagli anni Sessanta in avanti” . Certo, ciascuno è libero di chiamare le cose con i nomi che preferisce, però a un certo punto si impone quello che Confucio chiamava “la rettifica dei nomi”, ché, altrimenti, ogni discorso sensato diventa impossibile.

E, infatti, molti, eccelsi, studiosi, della materia, hanno rovesciato il ragionamento, facendo presente che, in ultima analisi, i fascismi miravano proprio ad evitare questa “plasmazione delle vite e delle coscienze”, ch’ essi, non del tutto erroneamente, attribuivano alla Modernità, fosse essa rappresentata dal puritanesimo o  dal giacobinismo, dalla società industriale, dal comunismo o dall’ “American Way of Life”. Non per nulla i primi sentori del fascismo si possono rintracciare  nelle critiche culturalistiche rivolte alla Modernità da Baudelaire, Nietzsche , Sorel e Marinetti. Questi opponevano, all’omologazione culturale dell’accademia, il gesto iconoclasta, alla statolatria ottocentesca, il culto dell’ individuo di eccezione, al conformismo moralistico l’immoralismo dannunziano, ecc.. Secondo Nolte, la critica “fascista” alla Modernità potrebbe quindi definirsi come  “il rifiuto della trascendenza pratica”, vale a dire del Progresso inteso come surrogato materialistico della Salvezza religiosa. 

Se c’è qualcuno che, come dice Recalcati, è “aspirato dal sogno perverso di un’unità compatta, identitaria, indivisa” è proprio l’attuale classe dirigente occidentale, che reclama perentoriamente  la difesa dell’ Occidente contro gli “islamofascisti”, gli “zar”, i “sultani” e gl'”imperatori”; che pretende d’ ingessare l’Europa in un mitico “illuminismo” dogmatico che non è mai esistito, e nella NATO e nell’ Unione Europea attuali, considerati come istituzioni  intangibili e insuperabili.

2.Radici chiliastiche del “pan-fascismo”intellettualistico

L’uso estensivo del termine “fascismo” denunzia  in effetti una mentalità inauditamente settaria, che porta a considerare negativamente, e di conseguenza a bollare come “fascisti”, tutti coloro che non siano allineati al 100% sull’ideologia dei poteri dominanti dell’ Occidente – vale a dire, fortunatamente, la maggior parte dell’ Umanità-. Il bello è che questa critica generalizzata non è rivolta solo all’ oggi, ma anche al passato, sicché diventano, praticamente, dei “fascisti” tutti i personaggi-chiave della storia mondiale, siano essi mitici come Gilgamesh, Ulisse o Mosè, o storici, come Augusto o Machiavelli, i quali tutti presentavano livelli elevatissimi di elitismo, spirito gerarchico, bellicismo,  autoritarismo, maschilismo, identitarismo, ecc…(quindi, di “fascismo”!)

Questi  pochi Illuminati di oggi giudicano, dall’ alto del loro potere, come già facevano i Puritani,  quale “massa damnationis” l’insieme dell’ Umanità presente, passata (e, forse, anche futura), mentre solo pochi eletti sono indenni dall'”immortale desiderio del fascismo”. Addirittura, questi moti pulsionali dell’ anima “non riguardano solo una parte politica, ma ciascuno di noi nella sua intimità più propria”. Si tratta dunque di un segreto peccato che accomuna tutta l’ Umanità: -anzi, l’unica qualità che sia veramente universale-: il Peccato Originale.

Ma, a questo punto, qualcuno dovrebbe spiegarci perché, se questo desiderio è così generalizzato, perché i popoli non potrebbero  assecondarlo  in modo “laico” e disinibito, senza che gl’Illuminati  vengano a “liberarli” con “un’impresa culturale ed etica di lungo periodo“. In ultima analisi , il “fascismo” inteso come fa Recalcati corrisponde a quello che San Paolo, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, chiamava “il Katechon”, vale a dire quella forza che si oppone al- l’avvento dell’ Anticristo, ritardando,  quindi, l’ Apocalisse.  Tutte cose da cui solo Cristo dovrebbe , alla fine, liberarci.

In definitiva, l’uso a tappeto del termine “fascismo” non serve certo a spiegare il fascismo, e tanto meno il periodo storico che va dalla fondazione del fascismo fino ad oggi. Né, ancor  meno, a capire il futuro, bensì solo a comprendere i meccanismi occulti dell’ ideologia dell’ “establishment”.

Il segreto di tutte queste controversie è che del nostro futuro  si tratta. Il “totalitarismo”  (vale a dire una lettura inquisitoriale del pluralismo delle società dell’ Epoca Assiale, visto come peccato) è   la direzione  generale verso cui va la Modernità, che procede, lentamente ma inesorabilmente  dall’Inquisizione alle Società Segrete, dal Puritanesimo al Giacobinismo, dalla Tratta Atlantica al manchesterismo, dalla razionalizzazione industriale alle ideologie, dalle Istituzioni concentrazionarie ai mezzi di comunicazione di massa, dal Word Wide Web ai Social Network, dalla Memoria Condivisa alla Società del Controllo Totale, dalla Religione di Internet alla “stabilizzazione”, dalla politica di Internet all’ossessione dell’ “integrazione”, dai “Big Data” fino alla “Singularity tecnologica”.

Quello che Recalcati chiama “fascismo eterno” è in effetti  una generale reazione di tutte le parti dell’ Umanità contro questo progetto di trasformazione dell’ Uomo in macchina, un progetto  che gradualmente toglie all’uomo tutte le sue caratteristiche, per riprodurle in modo fittizio nel sistema macchinico: da un lato, rendendo l’Uomo superfluo, e, dall’ altro, creando un mondo meccanico privo di creatività, e, dunque, destinato ben presto ad arrestarsi.

3. I tre totalitarismi.

Si è detto giustamente che il Novecento è  stato il secolo dei totalitarismi:  nazifascista, certo, e comunista, ma, prima di tutto, come ci ha insegnato Voegelin, occidentale. L’idea di atomizzare gli individui e di  riaggregarli in un’unica  Volontà Collettiva; quella di unire il mondo, come teorizzato da Fiske e Wilkie, in un solo Stato, o, come dice ora Bostrom, in “un  Singleton”, un unico essere informatizzato, costituisce il primo germe  di Stato ultra-totalitario, ispirato al “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, secondo cui “l’Uomo si sarebbe salvato da solo con una scienza di nuovo tipo”. E’ per “rivalità mimetica” con il totalitarismo occidentale che comunismo e nazifascismo hanno tentato, senza riuscirvi,  di inventare modelli autonomi di sviluppo della Modernità. Questi modelli sono falliti perché restavano nel cerchio ristretto delle idee proprie all’ Occidente, che già stavano  portando  al “Totalitarismo Invertito” denunziato da Wolin.

Non per nulla, Horkheimer e Adorno, partiti per gli Stati Uniti per sviluppare  la loro critica della “personalità totalitaria”, che  aveva molto in comune con il “fascismo eterno”, ne tornarono esprimendo chiaramente, nella loro “Dialettica dell’ Illuminismo”, la convinzione che il vero totalitarismo fosse quello occidentale, a cui tutti gli altri si ispiravano.

La rivincita dei popoli afro-asiatici e aborigeni, portando alla ribalta nuovi concetti meno rigidi e deterministici di quelli “occidentali”, dovrebbe permetterci una fuoriuscita più autentica dal “Progetto Incompiuto della Modernità”. Costituisce, a mio avviso, una sfida fondamentale per la cultura contemporanea, e, in particolare, per quella europea, l’elaborazione di una proposta culturale alternativa, fondata su una prospettiva non eurocentrica, come ho tentato di fare nel mio ultimo libro, DA QIN.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: TUTTI D’ ACCORDO A PAROLE….ma nessun fatto concreto

 

Soprattutto dopo il recente Forum Economico Internazionale di Davos del 2018, l’allarme per il sopravvento dell’ Intelligenza Artificiale è divenuto sempre più generalizzato, al punto che Yuval Noah Harari vi ha dedicato, nell’ ambito del prestigioso incontro della finanza mondiale, ben tre diverse interviste televisive. Tuttavia, quest’allarme l’avevano già diffuso, a partire dal Secondo Dopoguerra, Asimov, Joy, Hawking, Rees, Musk, Onfray, Morozov, Brague, Bostrom…
Cito soltanto qualcuna delle tante affermazioni allarmistiche di questi autorevoli, per quanto diversissimi, personaggi: “Nulla è inevitabile, tranne i robot” (Asimov);“Il mondo di domani può fare a meno di noi” (Bill Joy);”L’Intelligenza Artificiale provocherà la Terza Guerra Mondiale” (Elon Musk);“Questo è il secolo finale dell’ Umanità” (Martin Rees); );“L’Intelligenza Artificiale segnerà l’ultima ora dell’ Umanità” (Hawking) “Il tecno-umanesimo non può prevalere sul datismo perché la sua pretesa di introdurre un elemento di libertà è ancora sempre basata sulle macchine” (Harari), “”Le dittature di questi tempi funesti faranno passare quelle del Novecento per inezie. Google lavora a questo progetto post-umanista. Il nulla è sempre certo” (Onfray); “Così come oggi il destino dei gorilla dipende da noi esseri umani più che dai gorilla stessi, il destino della nostra specie dipenderebbe dalle azioni della superintelligenza artificiale” (Nick Bostrom)…
Nella misura in cui sono riuscito a entrare talvolta in contatto con qualcuno di questi illustri Autori, non ho mai mancato di domandare loro perché mai, pur avendo essi ben chiaro questo fondamentale problema, ed avendo a disposizione tutti gli strumenti per avviarlo a soluzione, non stiano facendo proprio nulla in questo senso. Ho offerto anche a tutti, senza contropartite, la mia collaborazione, come editore, come autore, come uomo di pubbliche relazioni. Qualcuno, come Martin Rees, ha avuto almeno la cortesia di inviarmi  qualche pagina di prefazione in Inglese (che figura oggi in “Corpus Juris Technologici”), e si è anche complimentato con me per essere io riuscito a confezionare il relativo libro con un così stentato aiuto esterno. Qualcun altro, come Rémi Brague, ha promesso di divenire più attivo su questo fronte.
In linea generale, però, il risultato è sempre stato sostanzialmente negativo. Secondo alcuni, avevo male interpretato il loro messaggio, che non era poi così pessimistico; altri ritengono di non avere gli strumenti necessari per agire. Mi chiedo allora chi li abbia, questi strumenti, visto che i politici, o sono palesemente legati mani e piedi ai giganti dell’ informatica, o non hanno neppure la cultura necessaria per comprendere il fenomeno.
Ma pure lasciando da parte, per un momento, la questione, per altro fondamentale, dell’azione politico-culturale, perfino l’aspetto puramente libresco, vale a dire una seria riflessione e divulgazione sul fenomeno del post-umano, è totalmente assente.
In effetti, il tema è veramente vastissimo, sì che difficilmente un solo autore potrebbe riuscire a sviscerarlo. Si va dalle  sue premesse teologiche, implicite già fin dall’ “intelletto attivo” di Aristotele, dal  concetto cristiano di transustanziazione, da  quelli cabalistici di de-creazione e di golem, dall’ “Homunculus” degli Alchimisti e dal “Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco”. Si passa poi alla rilettura materialistica del Regno dei Cieli in Fiodorov, Tsiolkovskij e Lunacarskij, per arrivare infine al “sublime tecnologico” di Teilhard de Chardin e di Kurzweil. Si procede poi, in campo filosofico, con il cyberpunk e il cyberfemminismo di Donna Haraway e Francesca Ferrando. Si continua con la religione e la “politica di Internet” (Teilhard de Chardin, Casaleggio, Morozov), con le neuroscienze, i Big Data e l’Intelligenza Artificiale, fino ad arrivare alla Società del Controllo Totale e alla Cyberguerra.Si giunge infine alle analisi politico-economiche e lavoristiche dell’ impatto dell’economia dei dati sulla progettualità politica, e, in particolare, sul problema della disoccupazione tecnologica.
Abbiamo poi  finalmente, con la nuova direttiva europea di cui parla, su “La Stampa”, Bruno Ruffilli, l’abbozzo  di un discorso pubblico sull’esigenza di una tutela legislativa globale contro l’ Intelligenza Artificiale. Non è superfluo ricordare che la nostra Casa Editrice Alpina, con la maggior parte dei suoi “Quaderni di azione Europeista”, ha affrontato già da 4 anni molti fra i temi sopra indicati, e si ripropone di continuare la battaglia con qualcosa di più comprensivo.
Premesso che occorrerebbe, sul tema, un serio e coordinato lavoro collettivo, che spetterebbe di promuovere a grandi Enti collettivi,  in questa rubrica mi limiterò a esaminare partitamente, in successivi post, i singoli aspetti di quella problematica, invitando, tanto i nostri quattro lettori, quanto gl’illustri personaggi che si occupano oggi di queste cose, a prendere posizione e ad aggiungersi ai nostri sforzi.

1.L’essenza del problema.

La cultura contemporanea è sostanzialmente concorde nel ritenere  impossibile la definizione di  un concetto astratto e universalmente valido di “Umanità”, in quanto quest’ultima è incessabilmente condizionata da lingua, storia e geografia. Già gli antichi libri sacri, e, in primo luogo, i Veda, l’Enuma Elish, la Bibbia e il Corano, descrivevano  l’uomo come un fenomeno storico, in continua mutazione: dalla Creazione, allo status edenico, a quello della cacciata, alla  Grazia, alla  “Rapture” apocalittica, fino alla salvezza o alla dannazione eterna. Nello stesso modo, anche la visione tecno-centrica contemporanea ci parla di pitecantropi, di ominidi, di Homo sapiens, di Cyborg e di Intelligenza Artificiale.

L’uomo è quindi, per sua natura, “qualcosa che dev’essere superato”;  esso “è una fune tesa fra il bruto e il Superuomo” (Nietzsche, Così Parlò Zarathustra”). D’altronde, a rigore, anche “difendere l’uomo dall’ Intelligenza Artificiale” è tecnicamente impossibile, perché l’intelligenza è da sempre “artificiale”, come c’insegnano Cartesio e Pascal, secondo i quali, tanto il pensiero, quanto la credenza nella sua veridicità, sono scelte volontaristiche dell’uomo, il quale, altrimenti, vivrebbe eternamente nel “Dubbio Sistematico”(il “credo quia absurdum” di Tertulliano). D’altro canto, il linguaggio e la scrittura sono stati spesso imposti dall’ esterno, vale a dire da ceti dominanti e acculturati.

Se l’uomo è eternamente mutante, lo è perchè intrinsecamente imperfetto, e quindi teso, per effetto del desiderio, fra un “non più” e un “non ancora”. Dal nostro limitato angolo di prospettiva, tale tratto di percorso s’identifica con la Storia. Ciò che va oltre la Storia è post-umano, e, quindi, non-umano. L’uomo, proprio perchè sa di essere mortale, rifiuta istintivamente  questo non-umano (o “post-umano), e si aggrappa all’ Essere, che, nella Bibbia, anche Dio afferma essere buono (“ki tov”). L’unica fuoriuscita da se stesso che sia consciamente disposto ad accettare è una qualche forma di salto ontologico verso il divino, per vivere in una dimensione “superiore” in cui la sua finitezza  sia nello stesso tempo mantenuta e resa accettabile (la “Vita Eterna”, l’ “Eterno Ritorno”…). Il problema  è quello di come sia possibile distinguere questo “salto ontologico” verso il Tutto dalla “De-creazione” della Qabbala e dal Nirvana dei Buddisti. Tant’è vero che perfino  le tradizioni cabalistica e buddista conoscono questo rifiuto della “de-creazione”: Rabbi Loew aveva una foglietto che gli permetteva di disinnescare la potenza distruttiva del Golem, e lo stesso Buddismo è stato progressivamente rifiutato da India, Cina e Giappone, sopravvivendo, al massimo, nelle sue forme “rovesciate”, Theravada, Chan e Zen. Matteo Ricci spiega anche, con l’obiettività di un osservatore terzo, perché ciò sia accaduto. Insomma, alla fine, la maggior parte preferisce  optare per l’ Essere anziché per il Non-Essere. Non per nulla, ancor oggi, per la maggior parte delle religioni, il suicidio è peccato.

Nel mondo occidentale, quella scelta a favore della vita è stata esemplificata da San Paolo, fondatore della teologia della Chiesa, che, nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, sconfessa  i “Fanatici dell’ Apocalisse”. Rispetto a quelle antiche controversie teologiche, la questione del Post-Umano rischia di essere ancor più radicale, perché quest’ultimo si presenta come irreversibile.

La struttura della fondamentale opzione vitalistica, comune alle diverse civiltà storiche, è stata da taluni definito come “Valori dell’ Epoca Assiale”: Cultura e Natura; Umanità e Divinità; Pensiero e Fede; Società e Persona. Questi valori hanno animato e fecondato i più svariati ambiti civilizzatori: le comunità agricole primitive ; il patriarcato; l’aristocrazia; la teocrazia; l’ impero; il capitalismo; il socialismo; la democrazia. Essi hanno cambiato nome e forma, ma sono rimasti infondo  sostanzialmente immutati per millenni, con la persona umana quale punto di riferimento centrale; la famiglia, comunque configurata, quale veicolo della riproduzione sessuata e mattone fondamentale della costruzione politica; la divisione del lavoro quale strumento per operare sulla natura; la cultura quale cemento dell’ insieme…

2. Dissoluzione dei valori dell’ Epoca Assiale.

Certo, vi sono stati, fin dall’ inizio, dei  germi di dissoluzione di quei valori “assiali”: il politeismo teriomorfico; il nichilismo ascetico; la contrapposizione manichea fra Bene e Male; l’ inversione delle gerarchie in determinate feste e momenti rivoluzionari; la divinizzazione del sistema formale di comunicazione e di decisione; la costruzione di automi; la credenza nella potenza cieca nel destino…, tuttavia, le figure di popolo e umanità, genere e ruolo, capi e seguaci, sacro e profano, non hanno mai cessato, per quasi tremila anni, di animare il panorama della vita sociale, dando un senso alla sua storia.

Oggi, invece, il combinarsi della dominazione planetaria dell’ Umanità con l’esasperazione delle lotte intestine di potere, del giganteggiare delle sovrastrutture con il livellamento delle singole personalità, dello sviluppo delle macchine con la sfiducia nelle competenze umane, hanno creato una situazione in cui i valori dell’ Epoca Assiale hanno perso di mordente. Soprattutto, l’educazione “classica” dell’umanità, fondata sul senso della  dignità, sulla fiducia nel valore intrinseco dell’ esistenza, sulla forza d’animo, sul senso di responsabilità e di giustizia, è stata travolta da un eccesso di ”de-materializzazione”, dal conformismo dell’omologazione di massa, dalla dissoluzione delle culture storiche e dalla superficialità di quella “mainstream”. All’ Umanità si è sovrapposto il Complesso Informatico-Militare, che ha assunto su di sé le decisioni supreme; ai Popoli si sostituiscono gli Stati, quali delegati alla gestione degli uomini da parte del Sistema stesso; ai valori sociali di solidarietà, libertà, verità, si sostituiscono quelli tecnici di “integrazione”, “correttezza politica” e “memoria condivisa”.

Come ha dichiarato a Ruffilli, nell’intervista a La Stampa, il direttore di Facebook: “L’Intelligenza Artificiale prende già ora per noi delle decisioni fondamentali”. Ma quelle citate nell’ intervista sono soltanto le più modeste, mentre le più importanti sono quelle sulla pace e sulla guerra, delegate per forza di cose alle macchine da molti decenni. Tutto ciò è già totalmente in atto, ed anticipa, e parzialmente già realizza, la Società delle Macchine Intelligenti.

A rigore, non credo neppure che si possa distinguere concettualmente fra l’ Intelletto Attivo” della tradizione aristotelica, la globalizzazione “moderna” e l’ “Intelligenza Artificiale” di oggi. Così come l’ Intelletto Attivo si era incarnato nella rete di Università, di Scriptoria e “Buyut al-Hikma” che, nel Medioevo, riproducevano e commentavano all’ infinito le opere platoniche e aristoteliche, come pure nelle burocrazie delle Chiese e delle rispettive Inquisizioni, così il “General Intellect” marxiano si è incarnato nel mercato mondiale capitalistico e nell’ Internazionale Comunista, e, oggi, l’intelligenza Artificiale risiede nei Big Data di Salt Lake City e della NSA, nei server di Aruba, nell’ intelligenza diffusa dei nostri computer e cellulari.

In ogni caso, la decisione fondamentale per il futuro dell’ Umanità, cioè la sua sostituzione con le macchine, è già stata presa, dai “Signori del Silicio”: Kurzweil, Page, Cohen, Schmidt, Zuckerberg, Bezos, mentre quella sulla sua transitoria sopravvivenza viene adottata giorno per giorno dai sistemi informatici americani, cinesi, russi, nordcoreani, israeliani…che monitorano ininterrottamente i cieli in cerca delle tracce di missili nemici.

3.Difendersi dall’ Intelligenza Artificiale?

Nel nostro opuscolo “Corpus Iuris Technologici” avevamo affrontato tuttavia con simpatia gli sforzi in corso per porre limiti allo straripare dell’ Intelligenza Artificiale, proprio perché, contrariamente ai cantori del post-umano, crediamo che la dignità dell’ uomo risieda, come volevano il primo Goethe, Alfieri e Camus, nel ribellarsi, seppure inutilmente, contro il determinismo del destino.

Tuttavia, non avevamo ancora mai affrontato il tema principale: ciò che costituisce problema non è la forza dell’ Intelligenza Artificiale, bensì la debolezza dell’ umanità contemporanea. A mano a mano che, nella storia, si affermavano sistemi di ragionamento formalizzati e collettivi, sempre più si allentavano le antiche forme di educazione fondate sulla ricerca dell’ eccellenza personale: l’educazione spartana; l’ascesi religiosa; la humanitas letteraria ed artistica; la religione civile; l’etica del lavoro….Il Complesso Informatico-Militare, come prima l’Inquisizione, poi la burocrazia e il conformismo, possono affermarsi perché non vi sono più dei Leonida, dei Maometto, dei Sant’Ignazio o dei Solzhenitsin, che li controbilancino con la loro volontà e la loro intelligenza.

Per questo motivo, se, come dice Papa Francesco, l’Intelligenza Artificiale deve servire l’Umanità, e non viceversa, allora le società umane, fra cui anche la Chiesa, dovrebbero preoccuparsi di educare l’uomo, non già a obbedire a potenze impersonali, come si è fatto oramai da moltissimo tempo  con l’”ascesi intramondana” del capitalismo, con il conformismo ideologico, con le “buone maniere” borghesi, con l’inserimento in grandi organizzazioni…, bensì al comando e al controllo, così come facevano  a suo  tempo le “Tre Scuole cinesi, che miravano a formare il “Junzi” ( il “gentleman”), o gl’”Immortali”, capaci di comandare già solo con l’ esempio (il “Wu wei”), o come fa ancor oggi il buddismo Chan nel suo monastero di Shaolin.

E’ significativo che parte degl’ intellettuali sopra citati,  incapaci di fornire una risposta attiva alle sfide del Postumano, siano, come Onfray, di estrazione nietzscheana. Infatti è, a mio avviso, il  limite specifico di Nietzsche quello di essere stato uno straordinario analista della Modernità e un suo grande critico, ma di mancare, invece, di una sua autonoma proposta etica e politica. Eppure, con il concetto di ”Uebermensch”, egli aveva anticipato in modo egregio il conflitto più cruciale di oggi: quello fra i fautori del Post-Umano in quanto realizzatore del progetto di superamento di un’ umanità decadente (l“Oltreuomo”), e i suoi detrattori, vale a dire i difensori della sopravvivenza dell’ Umano, seppure in una forma potenziata (il “Superuomo”). E, nonostante che la preferenza istintiva di Nietzsche andasse ai fautori della vita, egli poi non sapeva spiegare in modo convincente come l’indebolirsi della Volontà di Potenza potesse essere controbilanciato. Le rare soluzioni suggerite come “obiter dicta” (l’ egemonia dei ceti militari e dei finanzieri ebrei, l’ unificazione mondiale sotto il controllo europeo, la distruzione del II° Reich dopo una guerra mondiale) non si distinguono infatti  un gran che ,né da quanto poi veramente avvenuto, né dai progetti dell’alta borghesia fra le due guerre (Rathenau, Coudenhove-Kalergi). Si potrebbe anche   ipotizzare che il movente  più significativo della politica nazista sia stato,  non già (come avrebbero voluto sia i marxisti che Nolte), l’anticomunismo, bensì il tentativo, da parte delle masse appena “nazionalizzate”, di bloccare questo progetto elitario e post-nietzscheano delle classi dirigenti weimariane, che, con il Piano Briand, cominciava ad abbozzarsi.

Nessuna delle parti contendenti aveva capito che  il trend superomistico inaugurato da Nietzsche già puntando in realta, . piuttosto che su un umanesimo eroico, su una  sorta di teo-tecnocrazia, che  avrebbe presto trovato il proprio  “habitat” ideale nell’ America  puritana.

4.Bostrom vs.Kurzweil

E’ lodevole  lo sforzo di Nick  Bostrom, altro guru dell’ informatica, che ha dedicato recentemente un libro (Superintelligenza“), di più di 500 pagine, alle problematiche dell’ Intelligenza Artificiale. Tuttavia, neanche Bostrom  giunge ad alcuna conclusione operativa (e ne è cosciente).

Ci occuperemo ancora del suo libro .

Comunque, anche Bostrom  continua a girare attorno al concetto fondamentale dei “tecno-ottimisti”: le macchine non potrebbero assumere il controllo perché, non essendo creative, “non saprebbero che cosa vogliono”. Il guaio è che, come abbiamo visto prima, neppure gli uomini di oggi sanno quello che vogliono, ed è proprio il nichilismo dei programmatori che condannerà alla sterilità e alla paralisi il mondo delle macchine. Essendo state programmate, proprio secondo Bostrom, secondo “i pregiudizi dei loro creatori” per ripetere all’ infinito le loro azioni, le macchine fisseranno per sempre il mondo secondo i paradigmi comportamentali della nostra nichilistica generazione, il che equivale a dire che dire che lo distruggeranno.

Purtroppo, l’unico teorico compiuto del post-umano resta perciò Ray Kurzweil, per il quale la “Singularity”, vale a dire il superamento dell’ umano da parte della macchina, ha un preciso significato: il desiderio di distruzione dell’ Universo implicito in tante filosofie, orientali e occidentali.

La strada  che noi vogliamo  percorrere, e che esamineremo in altri post, è, invece quella di preparare, con la cultura, l’educazione e la tecnologia, un effettivo “Superuomo” che, contrariamente a quello descritto da Vattimo e da Onfray, sia e resti obiettivamente superiore alle macchine. La preoccupazione di Onfray, come di Morozov e Harari, è che un siffatto Superuomo si adopererebbe presumibilmente per l’asservimento, se non la distruzione, delle “masse”. A nostro avviso, invece, la questione sarebbe mal posta, giacché gli scenari del futuro non sarebbero affatto riconducibili alla dialettica “servo-padrone” quale descritta da Hegel. O, almeno, tale dialettica non sarà più fra uomo e uomo, bensì tra uomo e macchina.

il Superuomo sarà occupatissimo a tenere sotto controllo le macchine, e non si occuperà affatto delle “masse”, le quali, per altro, si stanno già fin d’ora ora distruggendo da sole con la crisi della natalità, che non è solo un fatto socio-economico, ma soprattutto psicologico (la mancanza di speranza nel futuro), biologico (il languire del desiderio) e clinico (la diminuzione degli spermatoi).

Come aveva intuito Capek nel 1923, la capacità riproduttiva dell’ umanità è inversamente proporzionale a quella delle macchine. 

E, una volta completata in Europa, l’opera distruttrice della denatalità continuerà negli altri Continenti, almeno finché questi continueranno a imitare l’ Europa.

Tutto ciò è estremamente grave e urgente. Se l’ Europa volesse veramente fare qualcosa di utile per l’ Umanità, dovrebbe creare fin da subito un’ Accademia Europea delle Nuove Tecnologie, speculare e alternativa ai due “pensatoi” americani, la “Singularity University” di Kurzweil e il “Future of Life Institute” di Bostrom. In quest’ Accademia, che dovrebbe inserirsi in un intero sistema di “accademie europee”, si dovrebbero studiare, allo stesso tempo, le più moderne tecnologie e le discipline filosofiche, religiose, atletiche e perfino militari, che permettano all’ Umanità di mantenere il controllo sulle macchine.