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CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA: RISCRIVERE I TRATTATI; RECUPERARE L’EUROPA ORIENTALE  

Seguito dell’intervento di Riccardo Lala alla riunione della Piattaforma della Conferenza sull’ Europa del 21 Ottobre presso il “Parlamentino” del CNEL (Comitato Economico e Sociale).

Tomba dei Re macedoni a Vergina

La recente disputa circa la sentenza della Corte Costituzionale polacca del 7 Ottobre sul conflitto di norme fra Trattati di Lisbona e Costituzione Polacca ha riportato alla ribalta la questione, che sembrava essere stata risolta da tempo in modo pacifico,  circa lo stato di evoluzione del diritto in Europa, sul quale abbiamo opinioni che si distinguono da quelle “mainstream”, e che riteniamo perciò necessario esternare, perché questa controversia è un sintomo eloquente dell’inagibilità degli attuali meccanismi e dell’improrogabilità del cambiamento.

La radice dell’ attuale “empasse” è che, in contrasto con le tesi originarie di Spinelli, l’integrazione europea fu portata avanti dagli Stati Membri, con il metodo “funzionalistico” ideato da Mitrany, attuato da Monnet e teorizzato nella Dichiarazione Schuman, anziché con un metodo “politico” e “partecipato”come avrebbe voluto Spinelli. Sergio Fabbrini ha scritto su “Il Sole 24 Ore” di domenica 24 Ottobre che tale metodo (che, a nostro avviso, vede l’integrazione europea come una semplice sottospecie della globalizzazione tecnocratica), ha ora raggiunto i propri limiti concettuali. Pertanto, indipendentemente dalle valutazioni politiche per cui esso era stato prescelto, deve oggi comunque venire abbandonato.

In particolare, il sistema internazionale costruito intorno ai Trattati di Lisbona, consolidatosi nel 2007, dopo il fallimento della cosiddetta “Costituzione Europea”, essendo esso solo un palliativo di compromesso per ovviare a quel fallimento, non costituiva neppure allora una risposta convincente ai problemi che già allora si profilavano all’orizzonte (dittatura digitale mondiale, carente integrazione dell’Europa Orientale, crescita della Cina), che, dal punto di vista dei Federalisti Europei, avrebbero richiesto fin da allora, , il riavvio immediato dei lavori per la redazione e approvazione di una “vera” costituzione europea (ovviamente su basi completamente diverse da quelle “funzionalistiche” su cui aveva operato la Convenzione). D’altronde, quel coacervo di centinaia di articoli e protocolli non era altro che una riverniciatura della “Costituzione” bocciata dagli elettori, che altro non era, a sua volta, se non  un testo consolidato dei precedenti trattati. Ma una costituzione deve avere una struttura e natura da costituzione; non può essere un freddo documento burocratico.

La sconfitta di allora era stata così cocente, che fino ad ora nessuno ha osato riproporre l’idea di una Costituzione.

In particolare, come ha sintetizzato brillantemente Fabbrini, “la logica integrativa” non ha rispettato il ‘principio di sussidiarietà’. “In assenza di guidelines costituzionali, l’ Ue ha accentrato ciò che non era necessario accentrare (le low policies), mentre non ha accentrato ciò che sarebbe stato necessario accentrare (le high policies).”Secondo noi, la ragione per cui non ci sono state le “guidelines costituzionali”, cioè una linea politica coerente, e quindi non si sono accentrate le “high policies” è che queste (politica culturale, ideologia, nuove tecnologie, difesa)  sono sì accentrate, ma negli Stati Uniti e nella NATO, che non le lasciano esercitare, né dagli Stati membri, né dall’Unione (come dimostrato dal fatto che anche Fabbrini si vede costretto a scrivere in un gergo anglo-americano). Fabbrini scrive poi molto opportunamente che“non avere un’idea comune sul ruolo dell’ Europa nel mondo è un enorme problema sia a livello collettivo, sia a livello nazionale dove le contrapposizioni interne sono definite anche da interessi e influenze di altre potenze che sviliscono le democrazie europee.” Peccato che questo riconoscimento venga solo ora che Russia, Cina, Russia, Turchia e Paesi Arabi fanno di tanto in tanto qualche timido tentativo per fare conoscere agli Europei i loro punti di vista, quando sono più di 200 anni che gli Stati Uniti stanno forgiando l’Europa attuale con tutti i mezzi disponibili, riuscendo a muovere l’uno contro l’altro Paesi, ideologie, gruppi sociali.

Se si vuole dare una vera ”Costituzione” all’ Europa, occorre che quest’ultima venga concepita, non importa se come federazione, confederazione o alleanza, come totalmente indipendente dagli Stati Uniti. Semmai, le influenze di altri Paesi possono essere strumentali al conseguimento, da parte dell’Europa, di questa indipendenza (vedi il nostro libro DA QIN), ed è perciò normale che gli USA le aborrano mortalmente.

Dopo 14 anni, questi  problemi non risolti dai Trattati di Lisbona si sono aggravati in modo impressionante (come testimoniato, tra l’altro, dal programma Prism, dal conflitto nel Donbass, dalla Nuova Via della Seta, dalle controversie sullo Stato di Diritto, dalla richiesta che la UE sostenga la costruzione di un nuovo Muro di Berlino), fino al punto che, oggi, non è più possibile alcuna riunione del Consiglio o del Parlamento senza che emergano conflitti insanabili su tutti gli aspetti della vita in Europa (rapporti con la NATO, la Cina e la Russia, fra diritto europeo e diritti nazionali, bilancio europeo, migrazioni…). Ultimo fra i quali, lo scontro al Parlamento europeo fra Ursula von der Leyen e il premier polacco Morawiecki e il muro fra Europa Centrale ed Europa Orientale.

Spinelli prevedeva che, se non si fosse dato un taglio netto agli Stati europei, questi avrebbero preteso in eterno di dominare l’integrazione, rallentandola all’inverosimile. E, di fatto,mentre i grandi Stati-Civiltà, gli Stati Uniti e la Cina, stanno risolvendo (a modo loro) i grandi problemi del XXI Secolo, noi siamo ancora impantanati (come prevedeva Spinelli) nelle discussioni, avviate 70 anni fa e mai concluse, sul tipo di Europa in cui vogliamo vivere. In particolare, mentre gli USA e la Cina, sulla base di ben precisi, recentissimi, atti normativi, USA E Cina si stanno organizzando per essere leaders mondiali (tecnologici ma anche culturali) nella corsa verso le nuove tecnologie, l’ Europa sta dedicando, alle stesse, un’attenzione minima e, soprattutto, non dà esecuzione alle normative che pure essa ha approvato, fondamentalmente per compiacere i giganti del Web.

Per Carlo Bastasin (La Repubblica, AF, 25 ottobre) , “per l’ Europa, che vorrebbe influenzare i rapporti globali attraverso la definizione di regole comuni rispettose della democrazia e dei diritti umani, l’assenza di dialogo significa la propria irrilevanza.”

Palazzo di Diocleziano
(oggi città di Spalato)

1.L’ipocrisia del funzionalismo

A nostro avviso, il funzionalismo maschera il proprio carattere tecnocratico sotto una retorica umanitaria fondata sul mito del progresso, sulla pretesa conciliabilità fra libertà, eguaglianza e solidarietà, e soprattutto sul culto mistico di uno “Stato di Diritto” che non corrisponde affatto alla realtà dell’Occidente.Pochi sanno che esiste un “funzionalismo” anche in campo filosofico e sociologico: esso sconfina nel post-umanesimo.

Certo, vorremmo vivere in un autentico Stato di diritto, ma -non raccontiamoci frottole-  questo in cui viviamo non lo è, perché, come tutti possono constatare, le forze decisive nel determinare la nostra vita non sono giuridiche; non sono i trattati internazionali, le costituzioni, le leggi, le Istituzioni, bensì le lobby, i servizi segreti, i grandi capitali, le multinazionali dell’ informatica, le grandi potenze, addirittura le mafie, che s’incuneano negl’infiniti conflitti di competenze fra Enti locali e Stato, magistratura e politica, Unione e Stati Membri, UE e NATO, provocando situazioni come l’alienazione degli Europei Orientali, le guerre Jugoslave, Echelon, l’Afghanistan, Prism, l’”AUKUS”….

Le violazioni dello Stato di Diritto da parte degli Stati dell’Europa Centrale e Orientale (siano essi, o meno, membri della UE), ingigantite a dismisura dalla stampa occidentalistica, non sono infatti nulla rispetto a quelle che noi sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle in Occidente, e che gravano pesantemente, tra l’altro, sul funzionamento della UE. Per questo, nonostante la nostra decisa posizione a favore della  preminenza del diritto europeo (dell’identità europea e delle politiche europee) su quelli “nazionali”, vogliamo preliminarmente spezzare una lancia a favore dei cittadini e dei dirigenti dell’Europa Centrale e Orientale, a cui siamo riconoscenti per Berlino, Budapest, Poznan, Praga, Danzica, Solidarnosc, Giovanni Paolo II, Gorbacëv  e la Perestrojka, e che volevano sicuramente un’Europa diversa da quella che hanno trovato (la “Casa Comune Europea”, a cui abbiamo cercato anche noi di contribuire quale consulenti dell’ industria europea nelle collaborazioni est-ovest durante la Perestrojka).

Anch’essi sono però parte del problema, con le guerre locali con le Repubbliche scissioniste, con la repressione delle minoranze russofone, con i muri alle frontiere, con la loro ostilità ad un’ Europa Federale. Ma sono problemi identitari e geopolitici, non di Stato di Diritto.

Il palazzo imperiale bizantino (oggi il centro di Istambul)

2.La “rettifica dei nomi”

Alla luce di quanto precede, è più che mai necessaria una riforma globale del sistema europeo, che, sola, potrà risolvere questo intrico di problemi, permettendo non solo un efficace funzionamento dell’attuale Unione, ma anche la prosecuzione dell’allargamento, necessaria a nostro avviso per dare, alla Casa Comune Europea, il peso mondiale che le spetta quale “Stao-Civiltà”.

Questa riforma ha il suo compito più immediato nella riattribuzione delle competenze (non solo fra Unione e Stati membri o fra Parlamento e Consiglio), ma anche e soprattutto fra America ed Europa, fra NATO e Unione, fra Stati Membri ed Euroregioni, fra Stato, partiti, imprese e cittadini. Solo così si risolveranno i conflitti che oggi paiono insolubili. Infatti, come scrive Bastasin, non solo l’unione Europea, ma  “più in generale le istituzioni internazionali si stanno disintegrando”.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa costituisce un’occasione unica per lanciare questa riforma, e stupisce che i diversi “cantori” di un rilancio dell’ Europa non ne sottolineino mai l’importanza.

Per parte nostra  proseguiremo il percorso, avviato con i Cantieri d’ Europa, di elaborazione di una proposta per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa veramente innovativa, seguendo il percorso logico descritto qui di seguito (“SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”), come meglio illustrato al termine di questo intervento.

Questa proposta non può che partire dalla decostruzione della “langue de bois” del discorso pubblico, tanto di quello  “mainstream” quanto di quello “sovranista”-quella che Confucio chiamava “rettifica dei nomi”-.

Cominciamo dunque dalla controversia sullo “Stato di Diritto”: concetto che sembrerebbe apparentemente chiaro, ma che, invece, come tutto ciò che riguarda le basi culturali stesse dell’attuale Occidente, rivela sempre più la sua fumosità, ambiguità, quando non ipocrisia, derivante dalle sue radici culturali puritane e dalla sua origine storica ormai molto risalente. E’ infatti in corso quella che Onfray chiama “distruzione della lingua”, che consiste nell’ inflazione di parole vaghe ed onnicomprensive, come “valori”, “laico”, “fondamentalista”, “avanzato”, “arretrato”, “patriarcale”, “LGBTI+”, “queer”, “gender”, ”fascista”, ”democratico”, ”liberal-democratico”, “resilienza”, “sostenibilità”, “inclusivo”, “autocrazie”, … Si gioca quindi con concetti astratti e indefinibili, che permettono di costruire interi libri senza mai dire nulla (la “neolingua” orwelliana). Basti vedere le confuse formulazioni del Trattato  dell’ Unione Europea circa l’”identità comune” e quelle “nazionali” e sui rapporti fra i due ordinamenti.

Intanto, il sito dell’“Ente della Repubblica Federale per la Formazione Politica afferma che lo “Stato di Diritto” sarebbe nato nell’ antica Grecia. Tuttavia, i riferimenti alle “Leggi” nei classici greci si riferiscono (come del resto nella tradizione dei Legisti cinesi), non già alla tutela di diritti dei cittadini, quanto piuttosto a pesanti doveri degli stessi, come quando Leonida afferma, a sostegno della sua decisione suicida, che questa deriva dalle “leggi” di Sparta ( che, in sostanza, dettano che un comandante non ha il diritto di arrendersi, come Hitler pretendeva fosse l’obbligo anche di von Paulus).In realtà, lo “Stato di diritto” come tutela dei cittadini nascerà ben più tardi, nel ‘600, con lo Habeas Corpus, per tutelare i ceti privilegiati dell’ Ancien Régime contro l’arbitrio dei sovrani assoluti, attraverso l’applicazione di precise norme procedurali.

Questa tempificazione storica  è confermata indirettamente dallo studio del Bundestag „Rechtsstaat und Unrechtsstaat: Begriffsdefinition, Begriffsgenese, aktuelle politische Debatten und Umfrage“Im deutschen Sprachraum entstand der Begriff des Rechtsstaates Ende des 18. Jahrhunderts. Er wurde zunächst als Gegenbegriff zum absolutistischen Polizei- und Obrigkeitsstaat begriffen. Dementsprechend stand der deutsche Rechtsstaatbegriff ursprünglich für eine Zurückdrängung und rationale Reformierung polizeistaatlich-patriarchalischer Herrschaftsstrukturen“.

Si noti che, negli Stati Uniti, l’idea di una „Rule of Law“ fu „importata“, poco dopo, dalla Germania, in polemica con l’arbitrarietà della tanto decantata „Common law“ di origine inglese, che, in quanto diritto giurisprudenziale, non garantisce la certezza del diritto. Infatti, la Magna Charta e l’Habeas Corpus avevano deliberatamente (come ancora oggi in Inghilterra) carattere residuale, la fonte primaria essendo i precedenti giudiziari.

Ricordiamo che, per noi,  lo Stato di Diritto è prima di tutto uno Stato in cui, una volta adottata una legge, poi la si rispetta finché essa è in vigore, e, nel caso in cui ciò non avvenga, i giudici impongono il rispetto anche con la forza, ed irrogano sanzioni a chi non l’ha rispettata. Con la fumosità dei Trattati di Lisbona, si è ritornati al primato del potere giudiziario, con la conseguente perdita della certezza del diritto.

Proprio per garantire questa certezza Montesquieu (che era un magistrato dell’ Ancien Régime, e quindi giudice per diritto di sangue),aveva  teorizzato la separazione dei tre poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura.

Nel sito del Governo tedesco si dice anche che, purtroppo, lo “Stato di Diritto Formale” non basterebbe a tutelare il cittadino, sicché ci vorrebbe anche uno “Stato di Diritto Sostanziale”; in realtà, il cosiddetto “Stato di Diritto Sostanziale”, riconducibile  alla sfera dell’”eguaglianza”, è proprio il varco attraverso il quale si affermano le violazioni più sfrenate delle libertà del cittadino e del “due process of law”, in nome di un esorbitante “principio di eguaglianza” che, ignorando (ed anzi condannando come inique), le particolarità dei casi di specie (le differenze di genere, di classe, di nazionalità), giustifica qualunque arbitrio al fine di eliminare queste particolarità. E’ questa la contraddizione intrinseca fra “liberalismo” e “democrazia”, che ci ha portati inevitabilmente  ai tanto deprecati “Democrazia Illiberale” e “Populismo”. Se deve vincere per forza la maggioranza, per definizione incolta (Socrate), questa non potrà che pretendere di affermare i propri pregiudizi travolgendo le barriere intellettuali “artificiose” poste in essere, per frenare il caos, dalla minoranza illuminata. E’ così che era andato al potere “democraticamente” Hitler, che aveva stravinto ben due elezioni di seguito, mentre, invece, nell’ Impero autoritario di Austria-Ungheria, Francesco Giuseppe aveva invalidato per ben due volte l’elezione del razzista Lueger. Oggi, il potere delle masse incolte si esercita non già attraverso la piazza (tutti sono troppo pigri per andarvi), bensì (come noto)attraverso i media e il Web.

Si dice da parte di molti che il principio di eguaglianza costituirebbe “un’ulteriore conquista”, perché sarebbe insita nel processo storico una tendenza all’”emancipazione” della maggioranza dalla subordinazione alle classi dirigenti. Questa tendenza, che sembrava evidente nel XX Secolo, non appare più tale alla luce degli esiti reali della completa affermazione delle masse (divenute il  “ceto medio”) sulla scena politica, un fenomeno che ha portato in questo secolo,  paradossalmente, all’ accrescersi esponenziale delle disuguaglianze (l’”Indice GINI”), perché il “ceto medio”, completamente succube dei media e del web, non è neppure in grado di riconoscere i propri interessi immediati.

Si trattava  in realtà di un  “trend” storico contingente, legato all’era industriale e al conseguente peso delle classi operaia e impiegatizia (peso che oramai, in termini statistici, è semplicemente irrilevante).

Oggi invece, nell’ era delle macchine intelligenti, l’intera società,  ha quale sua chiave di volta, il Controllo Totale, nella sua forma estrema della “Mutua Distruzione Assicurata” fra le Grandi Potenze, che postula il controllo digitale permanente dell’intera popolazione. In queste condizioni, lo Stato di Diritto liberale non può che venire continuamente eroso, e la necessaria tutela, giuridica e politica, dei cittadini, può ri-materializzarsi soltanto in una battaglia intorno al digitale, quali quelle delle commissioni su Echelon e Prism, quella sull’approvazione ed applicazione del DGPR e intorno alle Sentenze Schrems, all’”unbundling” dei GAFAM e alla web tax. Ed, essendo l’informatica  nettamente geolocalizzata in alcuni Paesi, questa lotta è prima di tutto una lotta dell’ Europa per la Sovranità Digitale. Questa lotta  è il nuovo Stato di Diritto, che torna ad essere concepito come difesa dei diritti formali, di libertà, di pensiero, di opinione, di associazione, di coscienza, di corrispondenza, nazionale…contro i servizi segreti, i GAFAM, i media, il politicamente corretto, la Cancel Culture….

Per altro, è ipocrita, fuori del mondo e della storia, anche la posizione dei “sovranisti”, che accusano la UE di voler togliere la sovranità agli Stati nazionali e soprattutto alla Polonia, quando è evidente che questa ha ceduto di corsa la propria sovranità, appena riconquistata, soprattutto alla NATO e agli Stati Uniti, a cui continua ad offrire una serie di basi militari, non già all’Unione Europea.

Italia, Germania, Gallia e Sclavinia province
dell’ Impero

3. La “Teoria della Dittatura”

Come sostiene brillantemente Michel Onfray nella sua recente “Teoria della dittatura”, i Paesi dell’Occidente, dopo una parentesi di un secolo circa ( dalle Costituzioni Octroyées al Maccartismo),  non possono più essere considerati degli Stati di Diritto, almeno in senso formale, in quanto, di secolo in secolo, diviene più stridente l’ambiguità che è alla base dell’idea stessa di “progresso” (cfr. Rousseau, Huxley, Anders, Horkheimer e Adorno, Voegelin, Burgess, Berlin, Jonas), che implica necessariamente una discrasia fra il reale e il dichiarato. Ponendo come obiettivo indiscutibile e facilmente raggiungibile il superamento dei limiti fisici o spirituali dell’umano (cioè del  “Legno Storto dell’ Umanità” di Kant e di Isaiah Berlin), i “progressisti” sono condannati a criticare tutte le forme realmente esistenti di società (per esempio, ieri, il “real existierende Sozialismus”, oggi, la “società patriarcale”), per postulare soluzioni perfette, che per questo stesso fatto non possono essere realizzate, salvo che con l’abolizione dell’ Umanità e la “trasfusione” della stessa in un universo macchinico (la “Second Life”, il “Twining”). Ogni intellettuale e ogni politico che operi nel contesto di culture, politiche, istituzioni, realmente esistenti, diventa così un proscritto (“cancel culture”), perché ostacola il conseguimento di questo “mondo perfetto” che si postula come necessario e raggiungibile, e, alla fine della vita, è costretto, normalmente, all’ opposizione (basti constatare la metamorfosi di Kojève, Fukuyama, Joy, Barcellona; oggi, Barbero).

L’”Eguaglianza Sostanziale”  che, come dice Papa Francesco, trova espressione nella figura geometrica della “sfera”, essendo irraggiungibile in un mondo caduco, e quindi imperfetto, come il nostro, provoca frustrazione e voglia di rivalsa, che si traduce in falsità, censura, repressione, mediocrità e conformismo.

Nella realtà effettuale, di quale “eguaglianza” godono infatti i milioni di “non cittadini”(i “nepilsonis” russofoni) dei Paesi Baltici? Che “sovranità” internazionale hanno mai avuto gli Europei dopo la loro “liberazione” –quegli  Europei che ospitano da 80 anni, grazie ad accordi segreti, decine di migliaia di soldati americani, a cui pagano anche le spese di soggiorno, senza mai essere stati consultati in materia?-

In realtà, il principio stesso “Stato di Diritto” non trova mai applicazione quando sono in gioco gl’interessi dell’ Impero nascosto (o Sconosciuto, come lo chiama il Papa), tanto che qualcuno si è domandato, in occasione dell’indagine “Prism” del Parlamento Europeo,  “gilt in Deutschland Deutsches Recht?”.

Per esempio:

a)tutti i crimini di cui sono sospettati o indagati funzionari americani (casi Olivetti, Cermis, Calipari, Abu Omar) non vengono mai indagati, o i colpevoli vengono poi graziati;

b)dopo decenni di sedicenti indagini delle autorità antitrust, fiscali  e di tutela della privacy, e dopo fior di sentenze della Corte di Giustizia i GAFAM  continuano a godere di un monopolio assoluto e non sono tassati, i dati continuano ad essere esportati e le Istituzioni europee continuano a fare gestire senz’alcuna tutela i propri sistemi informatici dalla Microsoft.

c) l’Unione avrebbe recentissimamente rinunziato alla web tax in cambio della tassa minima del 15% sulle multinazionali. Ma che cosa c’entra? Questa non è una questione di aliquote, bensì di principio. Se Amazon o Google realizzano un guadagno per una vendita o un servizio in Italia, dovranno ben pagare l’IVA e l’IRAP come le imprese italiane, che pagano circa il 50% sugli utili. Altrimenti, nessuno creerà mai imprese del web in Italia o in Europa. Invece, con il nuovo sistema, pagheranno, se va male, il 15%, e, pertanto, continueranno ad avere un’invalicabile rendita di posizione.

Con queste premesse, l’Unione Europea risulta  poco credibile quando attacca certi suoi Stati Membri, ma perfino degli Stati terzi, perché essi non sarebbero conformi a questo mitico “Stato di Diritto Sostanziale” che non si sa che cosa sia, e che essa è la prima a non rispettare.

Cirillo e Metodio.Hanno unificato culturalmente
l’ Europa Centrale e Orientale

4.La sentenza della Corte Costituzionale polacca.

E’ in questo contesto che va letta la disputa fra Stati Membri e Istituzioni circa la sentenza della Corte Costituzionale polacca e le altre controversie giudiziarie relative al ruolo reciproco del diritto europeo e di quelli degli Stati membri (prima fra le quali quella tedesca).

Anche se non condivido le posizioni di nessuno dei contendenti, credo di potere e dovere esprimere un parere, per quanto a-tecnico, su questa controversa materia, perché dispongo di conoscenze specifiche in materia  e perché la ritengo emblematica della crisi del diritto europeo a cui siamo chiamati a porre rimedio con la Conferenza sul Futuro dell’Europa.

I temi al centro della sentenza, strettamente intrecciati, sono due:

-superiorità del diritto europeo o del diritto nazionale?

-competenza del giudice europeo o nazionale in materia di nomina (e disciplina) dell’ordine giudiziario?

Sul primo punto, si sono pronunziate, anche recentemente, a favore di una parziale supremazia del diritto nazionale, in base alla “clausola solange”, non solo la corte polacca, ma anche quelle tedesca, irlandese, lituana ed altre. Questo perché è lo stesso Trattato di Lisbona ad affermare, all’art.4, che “L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali”. Su  questa base si è costruita, soprattutto in Germania,  la cosiddetta dottrina della “identità costituzionale”, che equivale ad affermare la necessaria diversità  fra i principi costituzionali degli Stati Membri, in connessione con le diverse identità storico-culturali. Il che è del tutto consono, in astratto, al principio di sussidiarietà, e va esteso anzi  , a mio parere, anche alle Regioni e alle Macroregioni europee (cfr. il caso della Catalogna).

Ditò di più. L’omogeneità culturale, ideologica, giuridica e sociale del mondo era stata additata come una mostruosità da tutti i grandi Europei, e in  primis, proprio nel teorizzare la “pace Perpetua”, da Rousseau e da Kant.

E’ ovviamente logico che la Polonia (per esempio l’Eurodeputata Szidlo) abbia richiamato tale rifiuto proprio in relazione al diritto di famiglia, perché come si potrebbe pensare che la Repubblica Polacca rifondata da Papa Wojtyla e da Lech Walesa  si lasci imporre di rinunziare ad un’identità costituzionale cattolica?

In realtà, i Trattati di Lisbona sono lacunosissimi sulle questioni delle identità, della sussidiarietà, e, pertanto, della gerarchia delle fonti, cosa gravissima in una governance multi-livello (“Verbund”) come quella europea, sicché è lasciato ai giudici e ai Governi un eccessivo margine d’interpretazione, che blocca, come si vede, il funzionamento dei processi decisionali. Il premier Morawiecki ha dichiarato a Strasburgo che l’Unione Europea “non è un superstato”, bensì un’organizzazione internazionale, “un’alleanza economica, politica e sociale”. Francamente, non vediamo la differenza. Ogni costruzione politica è un “quid novi”, incomparabile a quelle che l’hanno preceduta, ma che spesso ad esse assomiglia. Per esempio, la “Rzeczpospolita polacco-lituano-rutena” , tanto cara ai Polacchi, era un impero, un regno, una repubblica, una federazione, una confederazione o una nazione?”Sermone Polonus, natione Ruthenus” : quanti letterati furono così definiti? Per questo, qualcuno, come Ulrike Guérot e Robert Menesse, ha proposto una “Repubblica Europea”.

Circa il secondo punto, il principio dell’indipendenza assoluta della magistratura dagli altri due poteri dello Stato, che, secondo il “Mainstream”, sarebbe proprio dello “Stato di Diritto”, in realtà esso è quasi impossibile da conseguirsi in democrazia,  perché richiederebbe che i giudici fossero una casta chiusa (come i “Sénats” dell’Ancien Régime a cui si ispirava Montesquieu), senz’alcuna legittimazione democratica. In realtà, tanto in Italia, quanto in buona parte dei Paesi  europei:

a)i giudici della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura sono nominati o dal Presidente della Repubblica, o da altre cariche dello Stato, e comunque dai partiti e dai sindacati (come ci ricorda la recente vicenda Palamara);

b)soprattutto, e questo mi sembra il punto decisivo, proprio i Giudici della Corte di Giustizia Europea, e perfino gli Avvocati Generali, sono nominati dai Governi, con la più totale negazione dell’indipendenza della magistratura che invece essa vorrebbe imporre rigorosamente agli Stati Membri.

Personalmente, credo fermamente nella superiorità dell’ ordinamento europeo su quelli nazionali e nell’ indipendenza della magistratura,  ma ammetto che l’attuale confusione di giudici e Governi  sia giustificata dalla redazione approssimativa dei Trattati di Lisbona (che pure hanno centinaia di articoli e di protocolli, per lo più inutili).

In ogni caso, i Trattati hanno segnato un arretramento nella direzione dell’affermazione del primato del diritto europeo sancito dalla giurisprudenza della Corte (l’”Europa dei Giudici”). Questa tendenza va rovesciata, ma potrà esserlo solo se il diritto europeo non si presenterà più come la longa manus di una globalizzazione tecnocratica che vuole sopprimere le identità (Brzezinski), bensì a sua volta come la roccaforte delle poliedriche identità europee contro la Società del Controllo Totale. Questa sarebbe una sintesi più alta, che dovrebbe soddisfare anche i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale ed essere recepita nella nuova versione dei Trattati.

Lo studio che conduciamo da 30 della Storia dell’ Identità Europea mira proprio a riscoprire questa sintesi culturale più alta, che dia compattezza all’ Europa verso l’esterno (la globalizzazione), salvaguardando e promuovendo, all’ interno, le diverse identità: l’”Identità Europea”.

In ogni caso, un maggiore rispetto per il diritto europeo, per la Corte di Giustizia e per l’ordine giudiziario in generale  potrebbe ottenersi solo se l’Unione stessa  si comportasse veramente  come uno Stato di Diritto, dando tali poteri alla Corte di Giustizia che questa potesse, per così dire,  inviare l’Europol a arrestare, per “contempt of Court”, coloro che violano le sue sentenze, cosa che, come abbiamo detto, oggi è lungi da accadere, ché oggi, anzi, i massimi dirigenti dei GAFAM si aggirano da padroni per i palazzi di Bruxelles insieme ai Commissari, il Parlamento Europeo toglie l’immunità parlamentare a Puigdemont e la NATO invia truppe nei Paesi Baltici per impedire un’eventuale rivolta dei “non cittadini”.

Veliko Tarnovo,
la Terza Roma

5.La questione dello Stato di Diritto come pretesto per un nuovo “Kulturkampf”

In realtà, visto che la Polonia non è l’unica ad avere adottato questo atteggiamento contrario alla superiorità del diritto europeo (che, in effetti, più che una base legale, aveva, almeno prima di Lisbona, una, seppur validissima, base giurisprudenziale), e che la prima colpevole di questo trend, a cui tutti si sono ispirati, è la Germania, contro la quale pende, giustamente, un procedimento per violazione dei Trattati, l’attuale accanimento contro la Polonia, da parte della pubblicistica mainstream e di certe Istituzioni, appare “prima facie” espressione, più di una preconcetta avversione ideologica ed addirittura etnica, che non di fondati argomenti giuridici. Si accusa la Polonia di violazioni della forma, ma in realtà si vuole attaccare, come hanno detto la Szidlo e Orbàn, la sostanza delle politiche dell’ Europa Orientale.

In concreto, ciò che si addebita alla Polonia è il fatto di capeggiare il cosiddetto “Gruppo di Visegràd”, un gruppo di pressione dell’Europa Centrale  speculare all’intesa franco-tedesca, oltre che di far parte del gruppo “16+1” per la cooperazione con la Cina, e, infine, di condurre una politica fortemente conservatrice in materia di diritto di famiglia e di immigrazione. Ma, soprattutto, si vuole colpire nella Polonia la “domanda di riconoscimento” da parte dei Paesi dell’Europa Centrale e Orientale, vittime da secoli dell’”arroganza romano-germanica”, come la chiamava Trubeckoj, e, per reazione, fin troppo assertive (vedi il progetto “Intermarium” ereditato dal Maresciallo Pilsudski).

Si ha cioè l’impressione che ci sia, nel “mainstream”, un’avversione preconcetta verso tutta l’ Europa Centrale e Orientale, che si può sintetizzare nell’ affermazione secondo cui  “l’Europa Centrale e Orientale non sarebbe matura per l’ Unione Europea”. Si noti bene che, fra la caduta del Muro di Berlino e l’accessione alla UE della maggior parte dei Paesi dell’ Est erano trascorsi ben 15 anni, in cui essi avevano trasformato radicalmente le loro legislazioni socialiste per ricalcare pedissequamente quelle dell’ Europa Occidentale. Ma, in ultima analisi,  perchè mai i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale dovrebbero chiedere “un permesso” per essere “ammessi in Europa”? Come affermato giustamente da Walesa e da Elcin nelle loro visite alle Istituzioni, Polonia e Russia non debbono chiedere di entrare in Europa, perché ci sono già state da sempre.

Certo, l’ Europa Orientale è percorsa, dalla caduta del muro, da una tendenza lenta, ma percettibile, verso una maggiore centralizzazione del potere in sede nazionale. Ma, a parte che questa è una tendenza mondiale, come potrebbe non essere così quando le due Guerre Mondiali e l’abolizione del Blocco Socialista hanno prodotto decine di minuscole Repubbliche dove c’erano solo tre Imperi? E’ chiaro che, se il potere, per esempio in Ungheria, venisse ulteriormente spezzettato,  questo Paese non conterebbe proprio più nulla, e sarebbe la prima vittima dei poteri forti mondiali. A ciò ha contribuito in questi anni l’Unione Europea, che non ha operato come una difesa collettiva dei piccoli Paesi contro la dittatura mondiale denunziata da Onfray, esasperando con ciò l’esigenza di misure difensive da parte dei Paesi est-europei. E non si tratta del muro che oggi chiedono all’ Unione contro i migranti, bensì della difesa contro la Società del Controllo totale.

Certo, anche l’Europa Centrale e Orientale è divisa al suo interno da tradizionali inimicizie (Baltici e Russi, Armeni e Aseri, Croati, Albanesi e Serbi, Serbi e Bosgniacchi, Greci e Macedoni), che il crollo degl’imperi ha esasperato, e che essa dovrà superare radicalmente se vorrà  contare di più in Europa e nel mondo (vedi le difficoltà dei piani per i Balcani Occidentali appena accennati dal Presidente Jansa).

Il muro richiesto alla Commissione dai Paesi dell’Europa Centrale non sarebbe infatti rivolto tanto contro gl’immigrati extraeuropei, quanto contro l’Europa Orientale, giacché correrebbe significativamente lungo le frontiere della Russia, della Bielorussia e della Turchia, spostando semplicemente la Cortina di Ferro di 500-1000 chilometri più a Est.

Per evitare tutto questo, l’ Europa dovrà fornire ai cittadini  di tutti gli Stati europei gli elementi culturali comuni per la  resistenza contro il potere delle Macchine Intelligenti (quello che noi chiamiamo “10.000 anni di identità europea”).

Gli “ussari alati” polacchi di Jan Sobieski,
vinciotori della battaglia di Vienna

6.Sulla storia delle due (x?) Europe

L’Europa nasce dall’ incontro di quattro correnti di civiltà preistoriche:

-I cacciatori-raccoglitori preistorici, i cui discendenti troviamo ancora per esempio nel Caucaso e nei Paesi Baschi;

-La civiltà megalitica di Malta, dei Nuraghes, di Stonehenge e Skara Brae (i Tùatha de Danann delle leggende irlandesi);

-i coltivatori medio-orientali di Goebekli Tepe, Catal Hueyuek, Lepenski Vir, e i cui più puri discendenti si trovano ancora in Sardegna;

-i popoli dei Kurgan, discendenti dalla civiltà delle tombe “Yamnaya”, provenienti dai bacini del Volga e del Don, e i cui discendenti sono oggi la maggior parte dei popoli europei.

Tutti i popoli d’ Europa provenivano o dall’ Africa, o dall’ Oriente. L’agricultura giunse in Europa dall’ Anatolia (Goebekli Tepe, Catal Huyuek, Lepenski Vir); una coscienza europea era formata in Grecia e in Ionia (Troia, Cos, Tebe, Alicarnasso, Atene) ; l’apogeo dell’ Impero Romano si ebbe sotto gl’Imperatori Illirici aventi il loro centro nel palazzo di Diocleziano, su cui è sorta la Città di Spalato; tutte le religioni europee vengono da Est (politeismo, ebraismo, cristianesimo, islam).Cirillo e Metodio svolsero un’incredibile opera di unificazione culturale fra Grecia e Moravia, Macedonia e Russia; per circa 1000 anni l’ Impero Romano fu quello d’Oriente; la “Terza Roma” furono prima Veliko Tarnovo, poi Mosca;  il maggior Stato d’ Europa fu, nel ‘500, l’ Impero Ottomano; nel ‘600, la Polonia; nel ‘700, la Russia.

Dopo la vittoria su Napoleone, Alessandro I di Russia si era proclamato “Imperatore degli Europei”, e la cultura europea si sviluppò nell’ 800-900 soprattutto fra la  Germania centrale (Weimar, Jena, Berlino), la Moscovia (San Pietroburgo e Mosca) e l’Austrio-Ungheria (Vienna, Praga);il primo (e insuperato) progetto di federazione europea fu elaborato alla Hofburg di Vienna dal conte boemo Richard Coudenhove-Kalergi; la IIa Guerra Mondiale fu combattuta essenzialmente fra Unione Sovietica e Germania per il controllo sulle Repubbliche secessioniste (Baltico, Bielorussia, Ucraina, Caucaso); il rilancio dell’ Europa Politica si ebbe solo dopo la caduta del Muro di Berlino ad opera di Giovanni Paolo II, di Gorbačëv e di Walesa.

Come si vede, contrariamente alla “grande narrazione” occidentale, l’Europa Centrale e Orientale è stata coinvolta in tutte le fasi della storia dell’ Europa, quando non ne è stata l’ iniziatrice. Come si può dunque affermare che gli Europei del Centro e dell’Est (più numerosi di quelli occidentali, circa 450 milioni contro 350) siano “meno europei” di quelli dell’Ovest? Che cosa conferisce agli Europei dell’Ovest il diritto innato di giudicare quelli dell’Est e di decidere per loro?

L’Ermitage, l'”Arca Russa” della cultura europea

7.Un caso di ”arroganza romano-germanica”?

Negli anni ’20, il Principe Trubeckoj, cacciato come molti altri aristocratici russi e rifugiatosi prima in Manciuria, poi a Sofia e a Praga, nella sua opera “Europa e Umanità” aveva stigmatizzato quest’arroganza, che faceva sì che gli Europei Occidentali e gli Americani concepissero, non solo i popoli extra-europei, ma anche quelli dell’ Europa Centrale e Orientale, come “inferiori” (sulla scia di autori come Possevino, Heberstadt e de Coustine). Teoria che sarà  poi alla base del Mein Kampf, dove Hitler  descrive come centrale nel suo programma il progetto di annettere le Repubbliche sovietiche, la cui popolazione avrebbe dovuto essere ridotta in schiavitù (anche in base alla tradizionale forte presenza ebraica nel Caucaso, in Polonia e nella Zona di Insediamento zarista), mentre la Moscovia avrebbe dovuto essere decimata per fame. Il “Kommissarbefehl” (e l’Olocausto) miravano appunto a decapitare le classi dirigenti dell’Est, in modo da agevolarne la sostituzione etnica a vantaggio dei Tedeschi e degli Slavi “arianizzati”(il “Drang nach Osten”).

In un momento in cui i popoli ex-coloniali attaccano violentemente la visione storica e geo-politica dell’ “Occidente”, ci mancherebbe ancora che l’ Unione Europea si facesse portatrice di una forma tristemente nota di razzismo intra-europeo, a cui Morawiecki ha fatto un accenno ricordando la lotta della Polonia contro il Terzo Reich. E, in un momento in cui l’Unione Europea, alla Conferenza di Lubiana, ha dimostrato un rinnovato interesse per l’allargamento dell’ Unione nei Balcani Occidentali, una simile arroganza nei confronti dell’ Est sarebbe fatale, perché non soltanto minerebbe la possibilità di un allargamento, ma potrebbe addirittura provocare, dopo la Brexit, un ulteriore effetto domino (Polexit?), riducendo  a “0” la rappresentatività dell’ Unione nell’insieme del nostro Continente, già gravemente diminuita dopo Brexit, a 450 milioni, mentre la popolazione totale dell’ Europa è di circa 800 milioni. Con la Polexit, il numero di abitanti dell’ Unione scenderebbe a meno della metà dell’Europa, e vi sarebbe anche il rischio che la Polonia venisse seguita da altri Paesi, diminuendo ancora il numero dei cittadini europei.

Secondo Fabbrini e Bastasin (come per tanti altri) questo sarebbe un fatto positivo, perché, come si diceva una volta, “bisognerebbe privilegiare l’approfondimento piuttosto che l’allargamento”. Molti hanno temuto da sempre che l’allargamento “diluisse” il peso dell’Europa Occidentale, trasformando l’ Unione Europea in qualcosa di diverso. Ma siamo sicuri che questo sarebbe un male? L’Europa attuale è, come diceva Brzezinski, un protettorato americano, come il Tibet, il Xinkiang, la Mongolia, il Ninxia, Hong Kong e Macao per la Cina. L’Europa serve solo per fare massa, per poter presentare gli Stati Uniti come uno “Stato Civiltà”: l’Occidente. Nell’ attuale configurazione, essa è un peso morto: non ha una sua sostanza ideale autonoma; non ha una voce in capitolo nelle grandi decisioni di guerra e pace; non ha proprie tecnologie…Uno spostamento ad Oriente del baricentro europeo avrebbe invece l’effetto di ri-vitalizzare questo corpo morto con l’iniezione di nuova linfa, come ipotizzavano già i Gesuiti, Nietzsche, Dostojevskij, Pannwitz, Blok, Saint-Exupéry, Simone Weil, Gumilëv, Béjart, Garaudy…

I popoli dell’Europa Centrale e Orientale, protagonisti delle insurrezioni di Berlino, di Poznan’ e di Budapest, della Primavera di Praga e della Perestrojka, si considerano gl’iniziatori della riunificazione del Continente, e non accettano di essere considerati “Europei di Serie B”. Che la loro presenza sia motivata solo dall’attrazione dei fondi europei è discutibile, visto che, dal punto di vista economico, sarebbe per loro perfino più rimunerativo fare affidamento sugl’ investimenti cinesi e medio-orientali (che già ci sono e vengono usati per le infrastrutture, come il Ponte di Peljeśac, appena terminato). Nel suo intervento al Parlamento Europeo, Morawiecki ha rivendicato l’eredità storica di Solidarność.

Che ci fosse, in quei Paesi, una biodiversità culturale e politica ben superiore a quella dell’Europa Occidentale (che va da Radio Maria all’AKP, dal Partito Comunista russo alla destra ucraina, dall’ UÇK  a Russia Unita) era noto fin dall’ inizio – anzi, era la molla principale della resistenza al sistema sovietico, e il “marchio di fabbrica” di Solidarnosc-. Non possiamo ora, a posteriori, mettere praticamente fuori legge le correnti centrali dei movimenti di resistenza antisovietica, quelle che hanno creato l’Europa di oggi, perché, come ha detto Morawiecki, la forza dell’ Europa è consistita sempre nel suo pluralismo. D’altro canto, un certo grado di centralismo, per quanto non tradizionale in Europa, è inevitabile nel mondo del controllo totale e della guerra totale automatizzata, che non possono essere tenute a bada da Governi decentrati, e non ha nulla a che fare con gl’”Imperi Orientali” , citati da Morawiecki, ché anzi, quegl’imperi erano ancor più decentrati di quelli europei (pensiamo a quello persiano, al Califfato o all’ Impero Mughal).

Comunque sia, nell’ambito della radicale “Perestrojka” che si richiede ora nell’Unione Europea, crediamo ci voglia un ulteriore passo in avanti, riconoscendo che l’”Identità Europea” non comprende solo le poleis greche, il Cristianesimo Occidentale, il messianesimo puritano e le rivoluzioni atlantiche, come vorrebbe l’attuale versione del Trattato di Lisbona, ma anche le tradizioni neolitiche e calcolitiche,  quelle imperiali -romana, ortodossa e ottomana-,  quelle di tutte le religioni occidentali, il costituzionalismo della Rzeczpospolita polacco-lituano-rutena e il romanticismo slavo, sarmatista ed eurasiatico.

Soprattutto, la “grande Narrazione che va da Roma, Atene e Gerusalemme all’ Impero Occidentale, all’Umanesimo, alla Riforma, alle Rivoluzioni Atlantiche alla leadership americana (from Plato to NATO) va sostituita da una visione altamente dialettica  fra pluralismo e messianesimo, Est e Ovest, Cristianesimo e Islam, realismo e integralismo…:la “Dialettica dell’ Illuminismo”.

La statua della Vittoria sul Mamayev Kurgan a Volgograd, sul luogo della
Battaglia di Stalingrado e non lontano dalle tombe dei primi Indoeuropei

8. Le nostre idee sulla riforma dei Trattati

Quanto accennato di passaggio nei paragrafi precedenti dimostra quanto sia urgente riformare i trattati europei in un’ottica comparatistica, che tenga presente quanto il federalismo sia di fatto ormai radicato negli svariati rapporti istituzionali di cui l’Europa è parte. Che altro sono infatti le Nazioni Unite, le loro Agenzie Specializzate, la NATO, le Macro- ed Euroregioni, i Laender e le città metropolitane, se non i soggetti di un federalismo mondiale, europeo e interno? Si tratta solo di riconfigurare questo federalismo per rendere l’Europa più forte e più “resiliente”, all’interno,  alle grandi sfide della Post-Modernità.

Riassumendo, questo complessissimo sistema, concepito dopo la fine della IIa Guerra Mondiale, non funziona più perchè:

-la leadership dell’ Anglosfera (compreso il nome “Nazioni Unite” tratto da Byron, e la sede a New York), su cui la UE ha fatto e fa un assurdo affidamento, è superata dal “Pivot to Asia” del centro del mondo, certificato dalla stessa America;

-l’Alleanza Atlantica nega platealmente il proprio carattere difensivo quando mira a sospingere anche gli Europei verso avventure asiatiche;

-la pretesa dell’Unione di essere il “Trendsetter del Dibattito Mondiale” in campo tecnologico è smentita, in questo momento, nei confronti degli USA, dal Transatlantic Technology Council dall’Endless Frontier Act e dagli altri provvedimenti che rifondano giuridicamente la guida tecnologica dell’ America sull’ Europa, e, nei confronti della Cina, dalla campagna di Ji Xinping per “uno Stato di Diritto con Caratteristiche Cinesi”, comprensivo di una legislazione digitale che incorpora e supera i progetti, mai approvati né implementati, dell’Unione Europea, sull’infosfera.

Premesso che la proposta di Diàlexis circa la riforma dei Trattati alla luce di tutte queste evoluzioni dovrà scaturire da uno sforzo collettivo già avviato da tempo con i “Cantieri d’Europa”, e da proseguirsi con “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”, crediamo di poter anticipare nell’ Allegato I, seppure con molte riserve, alcuni temi sulla falsariga delle considerazioni sviluppate in precedenza.

Proporremo subito dopo, anche in base alle Vostre reazioni, un programma di lavori con l’obiettivo di essere pronti per il prossimo Salone del Libro di Torino (Maggio 2022).

Spero che dall’ Allegato I risulti evidente almeno l’ampiezza delle riforme a nostro avviso necessarie.

Leipzig, um den 17. Juni 1953

ALLEGATO I

SCHEMA DELLE RIFORME DEI TRATTATI EUROPEI DA  DISCUTERSI NEL PROGETTO “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”

L’Unità attacca la Rivoluzione Ungherese

a.PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’

Ciascun’ attività legislativa, amministrativa o giudiziaria, dev’essere svolta al livello a cui essa può essere svolta meglio (e non spostata necessariamente verso il  basso). Onde evitare conflitti, le competenze devono essere quanto più possibile esclusive (I conflitti attuali vertono essenzialmente su competenze concorrenti). Nell’ambito delle proprie competenze, ogni livello gerarchico obbedisce ai propri principi costituzionali e all’identità dei popoli che rappresenta e governa. Gli articoli in materia dei Trattati di Lisbona vanno ripresi e chiariti per evitare conflitti esplosivi.

La Primavera di Praga

b.FEDERALISMO MULTI-LIVELLO

L’ Europa deve ripensare all’ insieme delle attribuzioni di competenza: “verso l’alto”, con la riforma delle Nazioni Unite e nuovi accordi internazionali sul web; “lateralmente”, verso la NATO, dove non è più ammissibile la subordinazione agli Stati Uniti, e dove l’alleanza va allargata a Est se si vogliono  veramente eliminare i conflitti nel Continente; “verso il basso”, realizzando finalmente le “strategie macroregionali”, e distribuendo le competenze “nazionali” fra Macro-Regioni, Stati, Regioni e Città.

Tutto ciò dovrà tradursi in una ragnatela di nuovi patti fondativi, con al centro la (con-)federazione, dotata di un suo patto fondativo che sia più di un semplice trattato, e con un potere decisionale, nelle materie strategiche (difesa, economia, tecnologie), molto forte, eventualmente fondendo delle cariche oggi separate, istituzionalizzando e rendendo permanente il Consiglio dei Presidenti, e prevedendo elezioni dirette.

Papa Wojtyla a Budapest

c.IDENTITA’

L’Identità Europea si è sviluppata nel corso dei millenni dall’ incontro fra i popoli neolitici e calcolitici, le civiltà mediterranee, le religioni occidentali, le tradizioni imperiali, le storie nazionali e locali, le filosofie, le letterature e le arti occidentali, le scienze e le tecnologie, le rappresentanze dei ceti sociali.

Essa si differenzia tanto da quelle del Sud e dell’Oriente del mondo, quanto da quella americana, che si è volontariamente distaccata dall’ identità europea con la Guerra d’Indipendenza e con la Dichiarazione d’Indipendenza.

L’Europa tutela tutte le sue identità all’adeguato livello culturale e giuridico, senza imporne nessuna, e promuove il dialogo culturale con le grandi tradizioni culturali mondiali.

d.SOVRANITA’

La (con-)federazione europea è un soggetto di diritto internazionale di livello continentale, indipendente e sovrano. La sovranità della (con-)federazione Europea si articola in sovranità culturale, politica, tecnologica, economica e militare. All’ interno della sovranità europea si situano le autonomie delle Macro- ed Euroregioni, delle Nazioni Europee, delle Regioni e delle Città. L’Unione può partecipare ad alleanze internazionali non aggressive solo su una base di parità.

Lech Walesa arringa gli operai
dei Cantieri di Danzica

e.STATO DI DIRITTO

Principio-base della (con-)federazione sono la certezza del diritto e la competenza dei legislatori. Il Parlamento Europeo adotta le leggi sentiti gli esperti del ramo interessato. I Governi europeo, macro-regionali, nazionali, regionali e locali garantiscono l’attuazione delle leggi, e i tribunali ne sanzionano l’inesatta applicazione e irrogano le eventuali sanzioni. La Corte  di Giustizia controlla il rispetto del diritto europeo e dell’attribuzione di competenze ai vari livelli.

I Comitati Economico-Sociali dovrebbero essere il luogo della democrazia partecipativa

f.DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

Le debolezze della democrazia rappresentativa possono essere curate con il rafforzamento della (già esistente) democrazia partecipativa, rappresentata dalla rete dei Comitati Economici e Sociali.

Questi debbono essere attualizzati, tenendo conto, in particolare:

-della crisi delle rappresentanze imprenditoriali, operaie e impiegatizi, derivante dalla crescita dei servizi;

-dalla necessità di promuovere la partecipazione dei lavoratori, l’auto-imprenditoria e la cultura indipendente.

Profughi afghani ammassati in
un aereo militare

g.POLITICA ESTERA

La Politica Estera dell’Europa è volta alla difesa della sua indipendenza e sovranità e alla lotta contro il potere digitale mondiale. Essa non pretende d’imporre alcun modello fuori dell’ Europa.Essa comprende la diplomazia e la diplomazia culturale.

L’esercito europeo dovrà essere innanzitutto un esercito digitale

h.ESERCITO EUROPEO

L’Esercito Europeo è gestito in base al principio di sussidiarietà, con una compresenza di forze dell’Unione, euro-regionali, nazionali, regionali e cittadine, ciascuna con compiti specifici. Il coordinamento delle forze armate dell’Unione è compito del Alto Rappresentante, e in tempo di guerra dal Presidente Europeo, coadiuvato dal Consiglio dei Presidenti.

La partecipazione degli Europei ad alleanze militari può avere luogo solo in base al principio di parità fra gli alleati.

L’Esercito Europeo, insieme alle forze armate delle Macro-regioni, degli Stati Nazionali, delle Regioni e delle Città, costituisce una forza armata unitaria.

Essa ha esclusivamente carattere difensivo, ed è fondata su una gamma flessibile di missioni, che vanno dall’equilibrio nucleare all’ intelligence, al mantenimento dell’ordine, alla cyberguerra, agli interventi umanitari, alla guerra tecnologica, alla difesa territoriale, alla guerra di popolo.

L’Esercito Europeo garantisce la continua preparazione bellica, per ciò che concerne la cultura strategica, l’addestramento della popolazione, la ricerca tecnologica e organizzativa, i servizi segreti, le armi tecnologiche, i reparti di pronto intervento, i corpi specializzati, la riserva, la milizia popolare, le forze di polizia, la protezione civile, con il minimo dispendio di risorse e in base al principio della modularità.

In considerazione del carattere di lungo periodo della preparazione bellica, e dell’alto livello di esposizione dell’Europa alle tensioni geopolitiche, l’Esercito Europeo deve avere una strategia “a tous les azimuts”, senza limitare la valutazione delle minacce a ipotesi prestabilite.

La Force de Frappe francese va posta sotto controllo europeo, grazie alle forme automatizzate di gestione bellica. I costi dell’arsenale nucleare francese (compresi gli ammortamenti) vanno ripartiti, riducendo proporzionalmente le spese per la NATO e per le basi americane.

IL VEGA, lanciatore italiano dell’ Arianespace europea

i.POLITICA ECONOMICA

La politica economica dell’Unione Europea è fondata sul Principio di Sussidiarietà:

(i)L’Unione legifera in materia di scelte di sistema, di programmazione economica, di campioni europei, di antitrust, di fiscalità internazionale, di selezione e formazione del top management e di finanziamento delle attività economiche;

(ii)Le Macro-regioni legiferano in materia di legislazione economica, di gruppi d’imprese, d’ imprese pubbliche, di budget, di fiscalità, di alta cultura;

(iii)Gli Stati Nazionali legiferano in materia di piani industriali, di società partecipate, di agevolazioni fiscali, di normative di settore, di programmazione territoriale, di pubblica istruzione, di formazione permanente;

(iv)Le Regioni legiferano in materia d’ imprese, di urbanistica, di trasporti e di servizi alla famiglia;

(v)Le Città legiferano in materia di zone industriali, imprese di servizi, edilizia;

(vi)E’ istituita presso la Presidenza Europea un’Agenzia Europea per la Politica Economica, con il compito di fissare parametri a lungo termine per lo sviluppo dell’economia europea, che vengono specificati e controllati dai ministeri Economici europei, Macro-Regionali, Nazionali, Regionali e locali.

(vii)Nelle aree in cui il mercato non è presente o è troppo debole, l’Agenzia crea Campioni Europei, con capitali della (con-)federazione, delle Macro-Regioni, degli Stati Nazionali, delle Regioni e delle Città. Ferma restando la responsabilità dei Campioni Europei per la realizzazione della politica economica della (con-)federazione , si farà in modo da garantire la partecipazione ai Campioni Europei dei capitali privati europei.

GAIA-X, il cloud europeo

g.NUOVE TECNOLOGIE

Il cuore delle politiche europee è costituito dalla realizzazione di una transizione umanistica digitale e ambientale.

Per questo, la promozione delle nuove tecnologie, con particolare riferimento ai prossimi 15 anni, è considerata il compito prioritario dell’Europa da attuarsi con  una legislazione speciale  sulla falsariga della proposta di legge, attualmente in discussione dinanzi al Parlamento USA, chiamata “Endless Fronteer Act”, destinata a gestire in modo unitario le attività di Enti pubblici, centri di ricerca e imprese, nella ricerca scientifica, tecnologica e produttiva del Paese per rispondere alla sfida cinese.

Nel caso dell’Europa, si tratta di superare l’arretratezza tecnologica (e, in particolare, digitale) europea, attraverso uno sforzo coordinato sotto l’egida di un’Agenzia Tecnologica Europea, simile alla Direzione per la Tecnologia e l’ Innovazione della Fondazione Scientifica Americana, la cui creazione e il cui funzionamento sono previsti nel succitato progetto di legge (confronta il nostro libro “European Technology Agency”).

Le etnie europee

h.TERRITORI FEDERALI

Nonostante tutti gli sforzi fatti soprattutto dalla fine del Settecento per creare nazioni borghesi “etnicamente” compatte (Francia, Grecia, Italia, Germania, Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria, Albania, Jugoslavia…), l’Europa è talmente differenziata al suo interno che una gran parte dei territori (p.es.nord-ovest della Spagna, Aragona, Francia Nord Orientale, Benelux, Bosnia, Macedonia, Paesi Baltici, Caucaso…) è irrimediabilmente plurietnica. Invece di discuterev eternamente di contuinui aggiustamenti per ripartire i ruoli delle varie comunità, non sarebbe più semplice introdurre dei “territori federali europei” come a suo tempo Alsazia-Lorena e Bosnia Erzegovina, e oggi District of Columbia, Puerto Rico, Guam, Northwestern Territories…?

QUEL BISOGNO DI LIBERTA’ A cinquant’anni dalla morte di Jan Palach

 

    Jan Palach

“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà “

                                                                                                                      Jan Palach

Saluto con gioia il fatto che, in questa situazione di crescente pericolo, anche la cultura “mainstream”  e i media  stiano finalmente riscoprendo le questioni che veramente contano. Intanto, la domanda sull’ essenza della sovranità. Che va ben al di là della sovranità stessa, e, anzi, è la chiave interpretativa che ci permette di comprendere la sostanza del presente attraverso i parametri dell’assertività, dell’ideologia, della storia, della religione, della libertà.

E’ per la sovranità che gli Europei hanno combattuto a Berlino, Poznan, Budapest, Praga, Danzica, Vilnius…

Proprio dalla polemica martellante che l’”establishment” sta conducendo contro un diffuso, ma indefinibile, “sovranismo”, si capisce sempre più che, per essa, il nemico da battere è, non già “la sovranità”, bensì una cosa ben più ampia e profonda, “l’assertività” (quella che Heidegger chiamava “Selbstbehauptung”, Nietzsche “volontà di potenza” e, Bergson, “élan vital”). E’ questo il bersaglio nascosto che s’ intravvede fra le righe nei discorsi delle autorità e degli articoli degli opinionisti. Salvini, Orban e Kacynski sono soltanto un pretesto. Non si tratta, infatti, di un’avversione politica, bensì antropologica e teologica: quella fra coloro che, con Leibniz e Nietzsche,  pensano “che sia meglio esista qualcosa piuttosto che niente”, e coloro i quali, con Buddha e Schopenhauer, aspirano alla “decreazione” del mondo, alla finale entropia. Il nostro “establishment” rinunziatario e nichilista sta dalla parte di questi ultimi. Chi vuole che il mondo continui deve volere anche l’affermazione di se stesso, dei suoi prossimi, della sua discendenza, del suo popolo (il “gene egoista”, la “discendenza grande come i granelli del mare”). Solo chi non vuole che il mondo continui pensa che tutti gli uomini si equivalgano, e che per questo non valga la pena di avere eredi (al massimo eredi “virtuali” e anonimi come i robot e i software). Non per nulla, preveggentemente, Edgar Morin aveva scritto addirittura un “Plaidoyer pour l’Europe décadente”.

In altre parole, gli “identitari” esaltano la personalità, la differenza, i ceti sociali, le identità collettive, il genius loci, mentre i nichilisti amano la fluidità, le mode, l’egualitarismo, una mobilità fine a se stessa, la “Singularity”. La metafora più calzante di questa società autodistruttrice è contenuta nella tragedia “R.U.R.” del Ceco Karel Čapek (1923), in cui gli uomini, da quando esistono i robot (rectius, gli androidi) non si riproducono più: gli androidi sono gli uomini del futuro. Guarda caso, è proprio quanto sta succedendo ora in Europa, con il crollo del tasso di fecondità (e della stessa produzione di spermatozoi).

Non vi sarebbe alcun motivo per cui l’Europa debba identificarsi così con il  “cupio dissolvi” di Čapek, o addirittura divenirne la quintessenza. Invece, purtroppo, dalla decomposizione delle ideologie novecentesche è nata, all’inizio di questo secolo, una setta fanatica, che, proprio nel nome del “cupio dissolvi”, monopolizza tutte le posizioni di potere, rendendo l’Europa debole, noiosa e opprimente.Accusano tutti gli altri di essere dei fondamentalisti, ma i veri fondamentalisti sono loro. La retorica dell’Europa come antidoto all’ elemento “hard” della Storia (volgarmente detta “Pace Perpetua”), adottata da questa setta, è significativa della sua radice chiliastica, che l’apparenta addirittura, alle religioni di rinunzia (come il Jainismo, il Buddhismo Hinayana e il Catarismo), e, dall’ altro, alle escatologie immanentistiche (come il manicheismo, la “Filosofia della Causa Comune” russa e il trotzkismo).

La pretesa origine kantiana di questa retorica è un’ennesima “fake news”: Kant stesso soleva affermare che il marchio  “zur ewigen Friede” l’aveva letto sull’insegna di una locanda dove figurava l’immagine stilizzata di un cimitero.

D’altro lato, l’altro pilastro di questa retorica, i pretesi 70 anni di pace in Europa (per altro interrotti da continue guerre imperialistiche  nelle periferie europee, rivolte, repressioni, invasioni, attentati,guerriglia, terrorismo..) sono stati dovuti non già all’ Unione Europea (che, non avendo alcun compito militare, non può influenzare né la pace, né la guerra), bensì dalla fitta rete di basi militari americane e russe, dall’ equilibrio del terrore e soprattutto dall’ eccezionale prestazione del tenente colonnello  sovietico Stanislav Petrov, che, nel 1983, bloccò il procedimento automatico di risposta nuclearea un presunto attacco missilistico americano erroneamente rilevato dai computer. Popov fece per la pace molto più di 70 anni di Unione Europea, semplicemente impedendo, a suo rischio e pericolo, e mettendo in pericolo la stessa Unione Sovietica, la IIIa Guerra mondiale.

Perché non ci viene detta questa  verità? Perché quella Weltanschauung autolesionistica è paradossalmente funzionale al mantenimento all’attuale equilibrio geopolitico, che vede gli Europei eternamente subordinati all’ America. Infatti essa sostiene che, per dirla con Ezio Mauro,  i “fenomeni che ci sovrastano” sono “incontrollabili” , mentre, come vedremo, le crisi dell’ economia mondiale sono provocate  deliberatamente dall’ America, con sanzioni e dazi (come previsto fin dall’ inizio dal programma su cui Trump è stato eletto).Al contrario, cent’ anni fa, l’ Europa era, come scriveva Nietzsche “signora del mondo”, e poteva benissimo “controllare i fenomeni”, e, in particolare, i grandi flussi di ricchezza nel mondo, così come oggi fanno Trump e Xi Jinping. L’economia mondiale è così com’è non già perché lo impongano delle leggi bronzee del libero mercato, ma perché così vuole che sia chi ha il potere di manipolare tale mercato, attraverso l’ideologia, lo spionaggio e le leve amministrative. Un’ “Europe Puissance” (Giscard d’ Estaing) potrebbe anch’ essa influenzarla pesantemente, attraverso quella che, non a caso, Helmut Schmidt chiamava “Selbstbehauptung Europas”, vale a dire una diversa politica economica internazionale sotto l’influenza di uno Stato pan-europeo.

1953: guerriglia di strada davanti al Reichstag

1.Elite o setta?

Che l’establishment sia finalmente costretto a riconoscere il proprio carattere autodistruttivo è dimostrato dal magistrale articolo di Ezio Mauro su La Repubblica del 12 Gennaio (“Così l’ Uomo nuovo abbatte il sapere delle élite decadute”). Dove si incomincia finalmente a porre in questione la stessa qualifica di “élite” per le classi dirigenti, che originariamente, era positiva, e che oggi invece è ”nell’ inferno delle parole dannate”. Il punto è che questa pretesa “élite” non è decaduta: è sempre stata decadente.

Mauro usa questa terminologia in un senso molto diverso dal mio, sulla base di una diversa scelta valoriale. Per Mauro, “élite” sarebbe, paretianamente, una qualsiasi classe dirigente, mentre, per me, è tale solo una classe dirigente fornita di qualità positive. Per lui, poi, l’“aristocrazia” sarebbe una classe dirigente pietrificata e inutile, mentre, invece, secondo la definizione classica, era addirittura il governo dei migliori; infine, per lui, l’”establishment” sarebbe una classe dirigente conscia della sua missione, mentre invece, per me, è una classe dirigente la cui posizione è, come dice Mauro, “nuda, giustificata solo da se stessa”.

Quello che manca è proprio una vera aristocrazia, vale a dire una classe dirigente dotata di una superiore leadership etica, culturale e pragmatica, capace di strutturare il popolo europeo, così come i kalokagathoi greci, il ceto senatorio romano, i ceti feudali medievali o la vera borghesia otto-novecentesca di Goethe, di Mann, di Croce…..o  il Partito Comunista Cinese…

Il funzionamento del presente “establishment” è proprio quello di cui parla Mauro,”l’esercizio di un monopolio sull’ interpretazione del reale, sulla rappresentazione del contemporaneo.  “. Esso “diffonde modelli di società, piega alla sua lettura la storia e la interpreta, detta le mode, fissa le consuetudini , costruisce un paesaggio indicando i libri, i film, la musica,…” Insomma, il compito che, nei sistemi totalitari, è svolto dal partito unico. Il fatto che in Occidente non vi siano un Primo Segretario o un Duce non migliora, bensì peggiora, la situazione, perché toglie ai dominati perfino la possibilità di concentrare la critica e la lotta su un personaggio particolarmente rappresentativo, mentre la colpa delle decisioni resta diffusa e indefinita. E, nello svolgere questo compito, il nostro establishment segue comunque una sua linea settaria, che violenta l’intera storia culturale per farla combaciare con le proprie scelte, eccentriche rispetto alla cultura europea: Il decadentismo dei Sannyasin indiani contro la salute delle grandi civiltà antiche, come scriveva Nietzsche ne “La genealogia della morale”; le eresie contro San Paolo, Sant’Agostino e San Tommaso; l’Occidente tecnocratico moderno contro le grandi civiltà di tutto il mondo.

La cultura settaria minimizza le inesauribili fonti di sapienza delle società pre-alfabetiche, a cui dobbiamo la quasi totalità della nostra civiltà (Eisenstadt), a cominciare dalle lingue, la cui originaria sofisticazione, confrontata alla loro attuale povertà, non può denotare se non una perdita di qualità umane (Brague, Bettini, Gardini, Marcolongo). Si descrive la storia universale come se fosse la storia del solo Occidente, ignorando gli sviluppi paralleli ma indipendenti realizzati soprattutto in Asia e Nordafrica (Goody). Si nasconde il fatto che la stessa periodizzazione attuale della storia (antica, medievale, moderna), lungi dal descrivere un fatto obiettivo, è semplicemente il riflesso delle profezie di Cristoforo Colombo, che a sua volta si rifà all’apocalittico Gioacchino da Fiore; si soffocano le infinite voci autorevolissime levatesi nella Storia contro le vulgate razionalistiche e progressive: da Socrate a Confucio; da Senofonte a Tertulliano; da Pascal a Rousseau; da Leopardi a Foscolo; da Nietzsche a Heisenberg; da de Finetti a Simone Weil…

L’inganno principale è costituito dalla volgarizzazione del progetto baconiano del paradiso in terra (l’isola di Bensalem) da raggiungersi tramite la tecnica, un paradiso che l’inveramento sta trasformando in un inferno, di alienazione, di insensatezza, di conformismo, ma, soprattutto, di crisi e di decadenza. Soprattutto nel Secondo Dopoguerra, l’establishment aveva promesso agli Europei un paradiso di benessere, di pace e di libertà, che si è trasformato in un abisso di depauperamento, di disordine e di egemonia culturale. Questo problema non è certo limitato all’ Italia, ma si estende all’ intero “Occidente”. Anzi, esso rappresenta la natura stessa dell’Occidente (dove Bacone aveva collocato la sua isola). Finché ci considereremo parte di quest’ “Occidente”settario, non potremo far altro che subire la dittatura di quella setta. La quale è oggi paradossalmente la prima a lamentarsi, perché, non appena sono stati scalfiti i suoi privilegi, si accorge improvvisamente dell’ insostenibilità della società ch’essa stessa ha creato e ancora sostiene.

Non per nulla gli Egiziani consideravano l’Occidente (Imunet) la dimora dei morti, e quest’idea riviveva nella famosa lettera dell’imperatore giapponese a quello cinese (Sol Levante contro Sole Calante), come pure nell’idea hegeliana, e poi spengleriana, dell’Occidente come Tramonto: gli “Occidentali” sono, oggi come allora, i morti viventi, gli zombie, come i potenti italiani ,che secondo Pasolini, citato da Mauro,” agiscono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari, in quanto potenti essi sono già morti e il loro vivere è un sussultare burattinesco”.

Per tutto questo, come scrive Mauro, “la garanzia viene dal non sapere, dal non essere conformi al linguaggio degli esperti”. Questo, secondo mentalità dei populisti, ma però potrebbe aprire la strada a un’altra, più autentica, sapienza, dischiudendo i giacimenti incolti della conoscenza, celati nelle civiltà antiche e “orientali”, nelle culture demonizzate, come quelle dell’ Europa Orientale,  dei Gesuiti, dell’Illuminismo non “radicale”, nel decadentismo, nell’esperienza concreta dei mondi del lavoro e del management, nelle dottrine giuridiche ed economiche sacrificate, come la concezione istituzionale del diritto, il keynesismo militare….

ll generale Maleter, comandante supremo       dell’                         Esercito Ungherese, fucilato per l’insurrezione di Budapest

2.Sovranismo e “angelismo”

La pubblicistica “mainstream” designa dunque, con il termine “sovranismo”, cose fra loro diversissime: la riaffermazione, fatta da Trump, dell’egemonia americana sul mondo, e la sua negazione da parte di Putin; il rifiuto, da parte di Orban, dell’università ungherese di Soros, e la pretesa di Bannon d’imporre la propria “Accademia” agl’ Italiani, ecc…Cos’hanno in comune tutte queste cose? Appunto, una pretesa (seppur vaga) di”auto-affermazione”, l’atteggiamento, che un tempo era normale da parte di tutti, di voler affermare il proprio punto di vista contro quello di altri, quello che il poeta ungherese Vörösmarty chiamava essere ”orgogliosamente volti versi il mondo”. Erano assertivi, in questo senso, tutti gli eroi culturali delle antiche civiltà: Mosè e Achille,  Ulisse e Leonida, Augusto e Gregorio VII,  Machiavelli e Alfieri, Foscolo e Garibaldi,  Nietzsche e D’Annunzio, oltre che, ovviamente, i Grandi Dittatori, Gandhi, Spinelli, De Gaulle, Che Guevara, Papa Wojtyla, Gorbacev, Chavez . Soprattutto sono, oggi, assertivi tutti i capi di Stato del mondo, salvo quelli europei.

Perché mai gli Europei di oggi non sono, e non debbono, essere assertivi? Una spiegazione può essere quella tentata da Giovanni Orsina, che parla, nel suo articolo su “La Stampa” del 6 gennaio 2019, dell’ “illusione della fine del potere”. Gli Europei non hanno voluto essere assertivi perché sono stati educati a rinunziare (o a fingere di rinunziare) all’ autorità, all’ arbitrio e al potere. Quest’illusione è, al contempo, antichissima, nuova ed effimera. Antichissima perché risale ai movimenti ereticali medievali, come per esempio i cabalisti ebraici, i mussulmani karmati e gli Anabattisti, i quali ritenevano che, essendosi oramai compiuta l’opera, rispettivamente, della Shekhinà, del Corano e del Vangelo, non vigesse più nessuna legge, neppure la Torah, la Sharia o i Dieci Comandamenti. Nuova, perché mai come oggi quest’idea aveva assunto una posizione dominante, mentre essa è assurta, alla fine del XX secolo, al rango di “cultura mainstream”.  Effimera, perché essa ha prosperato solo per l’ “espace d’un matin”, nel breve intervallo che separa due opere di Fukuyama:  “La Fine della Storia e l’ Ultimo Uomo”(1989) e “Decay of America”(2008).

In una sola cosa hanno torto le “retoriche dell’ Idea di Europa”: quando affermano che questa cultura  autolesionistica è una reazione all’esasperazione dell’ “autoaffermazione” da parte dei regimi totalitari (il Discorso del Rettorato di Heidegger), colossali esplosioni di arrampicamento sociale e di narcisismo collettivo, e con la conseguente immane tragedia della IIa Guerra Mondiale. Come contraccolpo, la sconfitta dell’Asse si è conclusa con un’azione accelerata di “rieducazione” (e, ancor più, di camaleontismo) che ha finito per andare al di là di quanto inizialmente voluto dai suoi stessi promotori (l’eliminazione del “carattere autoritario” dii cui parlava Adorno): fino alla distruzione, non solo dell’ambizione, ma addirittura della voglia di vivere (l’”età delle passioni tristi”).

Ma, nonostante questi  effetti dell’occupazione militare dell’ Europa e della sua “rieducazione”,  L’Europa del 2° Dopoguerra  non si crogiolava ancora  nell’ illusione di fare a meno di autorità, arbitrio e potere,  nonostante che questa  vivesse già celata  nel cuore delle ideologie allora dominanti: progressismo, marxismo, democrazia cristiana, scientismo….In quell’ epoca, l’integrazione europea non veniva ancora motivata attraverso le recentissime retoriche dell’ Idea d’Europa, bensì per altre, più credibili, vie:  con l’esigenza di por fine alla lotta per l’eredità imperiale di Carlo Magno (cfr. “Vesta” di Fichte); come strumento per reintegrare nell’ Occidente la Germania sconfitta; come un’ utopia tecnocratica (funzionalismo)… Quella classe dirigente aveva ancora relativamente  chiare le esigenze della politica, quando dibatteva  sulla politica economica dell’ Europa o dell’Euro come di una scelta, non già di  un destino ineluttabile. Anche per gli Europei, come prima per i Sovietici e gli Americani, l’infatuazione per la Fine della Storia è stata un abbaglio temporaneo, anche se più tardivo e perciò più persistente che altrove.

Concordo con Orsina che l’origine di quell’ abbaglio è stata legata alla fine del blocco sovietico. La carica teologica di utopismo ch’ era implicita nel concetto marxiano di rivoluzione, per quanto repressa dalla burocrazia sovietica, ne costituiva, come diceva Benjamin, il motore occulto. Anche il marxismo occidentale viveva grazie a quel motore, che serviva anche perfettamente a giustificare, di fronte allo stesso Occidente, l’accettazione da parte degli Europei del comunismo sovietico nonostante il suo carattere totalitario. Esaurita ogni carica rivoluzionaria dell’Unione Sovietica, quella radice occulta ha trovato modo di trasferirsi qui da noi, e di perpetuarsi in questa interpretazione chiliastica dell’Europa:  l’Unione Europea quale estinzione dello Stato (o, come scriveva Bukovski, l’Europa come nuova Unione Sovietica). In tal modo, l’establishment hegeliano di sinistra, egemone nella cultura novecentesca, ha potuto sopravvivere indenne al proprio ennesimo “avatar”: dal “lungo viaggio attraverso il fascismo” allo stalinismo, di qui al sessantottismo e al gramscismo, e, da quest’ultimo, all’atlantismo, sempre mantenendo intatte le stesse inossidabili posizioni di potere che sono proprio quelle che, come osserva Mauro, oggi gli vengono finalmente contestate.

In effetti, la presunzione che oramai le regole del “mondo” siano superate è tipica dell’eresia perenne, che attraversa trasversalmente il Buddhismo, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam,  ed era stata respinta nel Concilio di Pataliputra e con l’ Arthashastra, denunziata da San Paolo nella IIa Lettera ai Tessalonicesi, attaccata da Sant’Agostino come “manicheismo” e rifiutata da Maimonide parlando dell’Era Messianica.

Certo, vi è anche chi sostiene che il chiliasmo sia insito nell’ essenza del messaggio evangelico, e che il carattere violento, intrinseco nel Sacro, sia stato perciò cancellato dal messaggio sulla morte e resurrezione di Cristo (René Girard). Buona parte del dibattito culturale verte, da 2000 anni ,sul tentativo di chiarire questo punto, ma l’unica conclusione credibile mi sembra essere stata quella di Tertulliano: “credo quia absurdum”.

Comunque sia, che quell’eresia perenne costituisca l’anima dell’attuale cultura mainstream lo si percepisce quasi fisicamente nel pathos con cui quest’ultima esalta ogni forma di decostruzione, di amalgama, di indifferenziazione: l’arte astratta, l’ibridazione, le “villes tentaculaires”… Questo venire allo scoperto delle radici chiliastiche della Modernità costituisce l’estrema sortita ideologica dell’Occidente, parallela all’ azione politica ed economica di Trump, che vedendo l’ America  sopraffatta nella competizione mondiale, rifugge dalle manovre illusionistiche dei suoi predecessori,  ricondo alle parole e alle  azioni forti: “America First”, “muri”, “sanzioni”, “dazi”. Nello stesso modo, l’”establishment”cuulturale ha messo al bando tutti gl’infingimenti conciliatori volti a nascondere gli obiettivi finali della rivoluzione tecnocratica: basta con le differenze sociali, di genere come di status, di razza, di stipendio o anche solo di visione del mondo; basta con la “privacy”: le macchine debbono saper tutto di noi; non ci deve più essere alcuna distinzione fra Europa e non – Europa…In tal modo, si tenta di sterilizzare preventivamente le prevedibili sacche di ribellione, che, in questo vuoto, non saprebbero più su che cosa poggiare.

La statua di Imre Nàgy, primo ministro ungherese fucilato dai Sovietici, è stata rimossa dalla Piazza del Parlamento

3.Il ritorno all’ethos dell’Epoca Assiale

Certo, c’è stato un momento in cui sembrava che tutto il mondo credesse acriticamente in questo tipo di  chiliasmo, religioso o secolarizzato: dai tempi della Rivoluzione Culturale cinese a quelli della Teologia della Rivoluzione, della Fine della Storia, della politica di Internet, fino a quelli degli Hojjatiyyeh di Ahmadinejad. Sembrava che non vi fosse alcuna speranza per le forze della vita contro quelle dell’ autodistruzione.

Tuttavia, quello non è stato, fortunatamente,  che un breve momento: la Rivoluzione Culturale si è rivelata una sanguinosa lotta di potere, dimenticata dallo stesso establishment cinese; la Teologia della Rivoluzione si è infranta  contro la resilienza dell’ egemonia  Yanqui; la Storia non è finita, ma continua attraverso l’Islam politico, la Cooperazione di Shanghai, la Via della Seta; Internet si è rivelato essere quello che diceva Putin, un progetto speciale della CIA, e, infine, nel Levante non è arrivato il Mahdi, bensì l’Armata Russa.

Oggi, tutti nel mondo sono più convinti che mai, ciascuno a suo modo,  della necessità della propria assertività: gli Americani e i Cinesi, i Russi e gl’Indiani, i Turchi e gl’Israeliani, i teologi della liberazione e i teocon, gli sciiti e i sunniti, i teorici dell’ HIndutva e i sionisti…Tutti gli equilibri mondiali poggiano (instabilmente) su quest’ assertività universale: se gli Americani non fossero assertivi, la leadership mondiale passerebbe automaticamente ai Cinesi, ma anche se questi ultimi abbassassero per un momento la guardia, gli Americani deprimerebbero a tale punto l’economia cinese, da provocare rivolte che disgregherebbero lo Stato, facendolo tornare ai tempi dei Signori della Guerra. Se la Russia non fosse assertiva, le opposte fazioni tornerebbero ad affrontarsi armi in pugno al centro di Mosca e nel Caucaso come ai tempi di El’cin. Così, l’India deve battersi per non essere tagliata fuori dalla Via della Seta, la Turchia per non perdere il Kurdistan e gl’Israeliani la Cisgiordania; i teologi della Liberazione per non essere cancellati dal Vaticano, e così via…

Alla fine, scrive Orsina, tutti “ci chiediamo chi abbia mai il potere di difenderci dai pericoli globali e di riequilibrare quelle gerarchie surrettizie che l’ipocrita manto della neutralità rende ancora più insopportabili”. Peccato che nessuno dia, in Europa, la risposta giusta, vale a dire : il potere di difenderci e di abbattere le gerarchie immeritate e oppressive ce l’abbiamo soltanto noi. Non ci resta che prendercelo con le nostre stesse mani, come Ulisse quando appare armato di tutto punto sulla soglia del megaron occupato dai Proci.

Come ciò sia possibile lo ha mostrato una trasmissione messa in onda circa una settimana fa dalla rete greca RTE, in contemporanea da Pechino insieme alla televisione cinese CGTV e con le televisioni indiana ed egiziana: un dibattito fra gli ambasciatori dei quattro Paesi ed intellettuali degli stessi, sul “dialogo fra le civiltà”. Il senso della trasmissione era che i Paesi eredi delle grandi civiltà (europea, confuciana, indica e medio-orientale) dovrebbero coalizzarsi per risolvere i problemi mondiali, nello spirito di un mutuo riconoscimento e senza l’egemonia di nessuno, e sulla base di alcuni, pochi,  grandi principi comuni, e delle specificità dei diversi popoli. I valori comuni al mondo intero, o, almeno, agli eredi delle grandi civiltà del passato, quelli che Kueng chiama “spessi”, sono, a mio avviso, quelli che caratterizzavano l’Epoca Assiale di cui parlava Jaspers,  e di cui ha scritto recentemente Jan Assmann: senso della comunità; dimensione spirituale; differenza; riconoscimento reciproco, meritocrazia.

Non per nulla, dinanzi alla nuova stazione di Lanzhou, da cui partono per “Da Qin” i treni ad alta velocità della Via della Seta, sono stati costruiti una Sfinge, un Partenone e un Taj Mahal, come per chiarire, ai Cinesi che attraversano la Porta di Giada, che sono quelli gl’interlocutori che il Paese di Mezzo cerca nel Tian Xia (Ecumene).

La vittoria di Solidarnosc

4.Rovesciamento del senso dell’integrazione europea

Da quest’evoluzione culturale del clima politico mondiale emerge l’urgenza di un ennesimo capovolgimento del senso dell’integrazione europea. Nella loro prima fase, che va dalle Crociate agli “Stati Uniti d’ Europa” di Victor Hugo, i progetti d’integrazione europea (Dubois, Dante, Podiebrad, Sully, St Pierre, Rousseau, Alessandro I) miravano a scavalcare Papato e Impero per affermare la sovranità dei principali Stati nazionali (Francia, Boemia, Polonia, Italia, Inghilterra, Russia…), oramai capaci di organizzare autonomamente la loro “politica estera e di difesa comune”, vale a dire le Crociate, e, poi, il colonialismo (Riccardo Cuor di Leone, Luigi XI, Baldovino di Fiandra, Bonifacio del Monferrato, Napoleone…). In una seconda   fase, essi avevano costituito uno degli stratagemmi delle vecchie élites aristocratiche e finanziarie per aggirare le nuove egemonie russa e americana e sventare, nello stesso tempo, la “ribellione delle masse” (Coudenhove-Kalergi). Nella terza, l’integrazione europea fu, come scrive Toni Negri, il frutto di un imbroglio per “vendere” il protettorato americano di cui parlava Brzezinski come se fosse l’espressione di una spontanea conversione dal nazionalismo all’utopismo, all’ internazionalismo e alla rinuncia all’ assertività, come catarsi della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah (Juenger, Spinelli, Monnet, Schuman). In tal modo  l’Europa poteva porsi come concorrente, quanto a progressismo, del comunismo sovietico, riuscendo perfino ad accaparrarsi l’eredità del trockismo e a presentarsi indirettamente come l’antemurale dell’ America.

Oggi, l’integrazione europea, in seguito al mutamento del contesto storico, politico e tecnologico,  non può che assumere un ancor diverso significato (la “trasmutazione di tutti i valori” di cui parlava Nietzsche). In seguito all’ impossibilità per l’Occidente di unire il mondo con il confronto militare, al centro della competizione mondiale troneggia la competizione digitale. La convergenza intorno all’ idea di progresso si sta liquefacendo, e la narrazione dell’Europa quale avanguardia dell’ estinzione dello Stato non has più alcuna presa, mentre incombono il depauperamento dovuto al gap tecnologico e il timore delle macchine intelligenti.  Gli Europei sono stanchi di essere i perdenti della Storia. La mancanza di un pensiero, di un progetto; la corruzione generalizzata; la debolezza dell’economia, derivano tutte dall’aver accettato di non poterci difendere da soli. L’attuale voglia di sovranità si alimenta dunque anche, oltre che da un naturale succedersi fra le generazioni, dall’inconscio sentimento che, a partire dalla Dottrina Monroe e fino al “Destino Manifesto”, dai “rent- lease agreements” ai 14 Punti di Wilson, dalla Carta Atlantica alla Nato, dalla Dottrina Brezhnev alle sanzioni alla Russia e all’ Iran, si è oramai consumata la completa “capitis deminutio” dell’ Europa, che ora occorre  ribaltare.

Oggi sta dunque finalmente tornando di moda anche in Europa, dopo Israele e l’Islam, la Russia e la Cina, l’ India e la Turchia,  il contrario dell’auto-negazione, vale a dire l’assertività su tutti i fronti: culturale, politico, di costume, tecnologico, economico e militare, così come hanno già fatto gli altri grandi popoli, e, in particolare, quelli eredi delle altre grandi civiltà, che stanno riconquistando tutti il loro posto centrale nel mondo. Perciò, per realizzare questa risurrezione dell’Europa, dovremmo studiare e copiare i punti di forza degli altri popoli: l’informatica degli Americani; il coordinamento dei Cinesi; lo spirito marziale dei Russi; la saggezza degli Indiani; la spiritualità degl’Islamici…

Poco importa che, per ora, quest’assertività riguardi soprattutto paesi alla periferia dell’ Europa (Russia, Turchia, Inghilterra, Ungheria, Polonia) e si esprima in un ritorno di fiamma dei piccoli nazionalismi  (Scozia, Catalogna). Ciò che conta è che si rifiuta l’idea che l’omologazione mondiale abbia comportato dei vantaggi per gli abitanti del nostro Continente, o per certe sue parti.

Giustamente il manifesto di Romano Prodi per la bandiera europea afferma che “di fronte alla potenza americana e alla crescita cinese nessun paese da solo può conservare ciò che è stato conquistato”. Però, l’Europa dei dazi e delle sanzioni, della recessione provocata ad arte, non può più accontentarsi di conservare, deve riconquistare ciò che ci è stato tolto. Giustamente, quello proposto da Prodi con la giornata della bandiera europea, non vuol essere un compito rivoluzionario, ma il nostro, invece, sì. Di conseguenza, sì all’orgoglio per la bandiera europea, ma non già come passaggio intermedio verso uno Stato tecnocratico mondiale, bensì quale roccaforte delle nostre identità contro il governo delle Macchine Intelligenti. Dave Eggers, autore del romanzo “L’opera struggente di un formidabile genio” e direttore della rivista letteraria americana  McSweeny’s, sta mettendo in guardia contro l’eliminazione di tutte le libertà individuali per via del controllo a tappeto realizzato da Internet, e i sistemi di organizzazione sociale che da esso derivano. In particolare, afferma che ” l’ascesa dell’intelligenza artificiale distruggerà l’essenza stessa dell’ essere umano.

Soprattutto, se pretendiamo di riappropriarci -contro le identità gerarchiche dell’ Oriente e contro il “rischio esistenziale” delle Big Five occidentali- del nostro ruolo tradizionale di portatori per antonomasia dello spirito di libertà (come ci legittimano a farlo le nostre tradizioni federali, laiche e cavalleresche), dobbiamo dimostrarci propositivi circa un nuovo modo di essere liberi nel XXI Secolo, che tenga conto della Società delle Macchine Intelligenti. Per riprendersi l’“intellectual leadership” del mondo intero, l’Europa deve essere la prima a dimostrare concretamente che si può vivere in un mondo automatizzato solo conservando le proprie libertà individuali e l’essenza stessa dell’essere umano, o almeno di quell’ umanità che abbiamo in comune con gli altri grandi popoli della Terra grazie all’ eredità dell’ Epoca Assiale.

Anche se non risolve certo questa fondamentale problematica, la legislazione informatica europea è la più avanzata del mondo, ma la sua attuazione pratica (sociale, tecnica, culturale, militare e legale) è resa impossibile dall’ integrazione fattuale dell’ Europa nel complesso informatico-militare occidentale. Proprio per fare dell’Europa il vero modello della libertà nel XXI Secolo, per realizzare una nostra autonoma cultura delle macchine, ispirata a personalità e libertà, e per attualizzarla senza l’invadente presenza della NSA e delle Big Five, dobbiamo riprenderci la nostra sovranità.

Il tenente-colonnello sovietico Vjaceslav Petrov, che ha salvato l’Umanità dall’ autodistruzione bloccando la guerra nucleare scatenata dai computer

5.Il messaggio di Jan Palach, nel 50° anniversario del suo sacrificio.

La nostra vecchia generazione ha perduto un’occasione eccezionale per ridestare, quando aveva vent’anni, questo spirito di libertà dell’ Europa, quando il nostro coetaneo Jan Palach si era immolato con il fuoco per protestare contro l’invasione sovietica. Questa è la grande colpa del ’68. Palach non era, né uno sprovveduto, né un pacifista. Era uno studente di filosofia, rappresentante degli studenti nel Senato Accademico della Univerzita Karlova. Era arrivato a Praga da Vstaty armato di una pistola Browning, con cui voleva sparare sulle truppe d’invasione ed  aveva desistito solamente in seguito alle preghiere dei suoi compagni, che avrebbero deciso insieme di immolarsi uno per uno, estraendo a sorte l’ordine delle successive immolazioni. Forse, quella decisione era stata ispirata dai gesti analoghi di patrioti polacchi e ucraini, suicidi con il fuoco per protesta contro il ruolo avuto dalle truppe polacche e ucraine nell’ invasione della Cecoslovacchia, e forse, in ultima analisi, da quella dei bonzi vietnamiti. I Cechi si erano forse vergognati di vedere confermata la loro fama, fra i popoli slavi, di popolo imbelle e servile. Jan Palach sarà infatti l’opposto di Karel Čapek e del “buon soldato Švejk”. Dopo cinque mesi dall’ invasione, si sarebbe suicidato, però sempre incitando fino all’ultimo momento, dal suo capezzale, a indire uno sciopero generale illimitato in Cecoslovacchia contro l’invasione sovietica. Altri sette lo seguirono.

Non ci furono, né lo sciopero generale in Cecoslovacchia, né mobilitazioni generali in nessuno Stato europeo, né all’ Est, né all’ Ovest, e questo in un momento in cui intere città (come Parigi, Torino o Reggio Calabria) venivano sconvolte da volente manifestazioni di piazza per motivi ben più futili. Le scarne reazioni contro l’invasione furono ovunque timide e partigiane. Nessuno si accorse che l’Europa stava perdendo qualunque dignità, come qualunque popolo che si lascia occupare da popoli stranieri senza reagire. Quei pochi che, come noi, se ne accorsero, tentando di raccogliere nelle nostre città il guanto lanciato da Palach, ebbero modo di vedere come questo messaggio cadesse nel vuoto, in una società autoreferenziale e fanatica, incapace, non solo di padroneggiare gli eventi, bensì perfino di comprenderli. Allora, chistava con Jan Palach era considerato un nemico.Ricordo solo che a Torino fummo inseguiti da una folla inferocita (compresi dei pubblici ufficiali) per avere esposto una bandiera cecoslovacca.

Di fronte a quest’ Europa decadente, il gesto di Palach e dei suoi, apparentemente nichilista, si era rivelato in realtà il massimo dell’autoaffermazione, elevando questo sacrificio a forma suprema di azione, come quelle di Leonida e soprattutto di Socrate, modello insuperato di filosofo secondo il maestro di Palach, Jan Patočka, il “Socrate praghese”, morto anch’egli in circostanze drammatiche come conseguenza degli interrogatori seguiti alla fondazione di Charta 77.

Uomini come Petrov, Palach e Patočka, degni eredi degli eroi dell’ antichità,  e non uomini politici opportunisti e da tavolino, dovrebbero essere commemorati degnamente dalle Istituzioni.

Se l’Europa Centrale e Orientale è oggi in fiamme non più contro l’Unione Sovietica, bensì contro quella europea, ciò è dovuto all’ “arroganza romano-germanica”, che, nonostante quegli anni, continua a disconoscere il ruolo centrale che i popoli dell’ Est, con la loro indomita tempra,  hanno avuto nella costruzione spirituale e politica dell’ Europa, per il quale essi meritano una posizione  centrale, non già periferica, nella direzione del nostro Continente..