PER RISOLVERE I PROBLEMI DELL’EUROPA, decostruire ordoliberalismo e keynesismo.

Fin dal 2014, l’Associazione Culturale Diàlexis aveva predisposto e pubblicato uno studio, “Restarting EU Economy via Technology Intensive Industries”, nel quale illustravamo la nostra visione fortemente anticonformista circa la situazione economica e le ricette per rimediare alla crisi cronica dell’Europa.

Questo opuscolo era stato inviato nel 2014 al Presidente Juncker, al Presidente Hoyer e al Commissario Oettinger, perché ne tenessero conto nell’elaborazione del Piano Juncker. E in effetti, essi, dopo averciringraziato, ne hanno tenuto conto nel “Piano Juncker”, ma di nascosto, in modo insoddisfacente ed inefficace, puntando su soggetti sostenuti dai loro rispettivi Governi, ma incapaci di svolgere la loro funzione, e rafforzando così, anziché indebolire, il dominio, sull’ Europa delle Big Five e dell’ America in generale. Chi non ne aveva tenuto conto in alcun modo era stato Renzi, il quale non aveva dato, ad esso, alcun seguito, né riscontro.

I più recenti eventi, con la corsa generalizzata all’ Intelligenza Artificiale, lo stabilizzarsi del declino europeo e l’insistenza di Trump sull’ulteriore contingentamento dell’Europa (sanzioni e dazi) confermano la preveggenza della nostra impostazione e l’urgenza di porre la Sovranità  Europea all’ ordine del giorno delle prossime Elezioni Europee, ma anche del programma del Governo italiano, improvvisamente dichiaratosi paladino dell’ Europa.

Per questo riproponiamo le tesi di quel Quaderno subito dopo la fatidica data del 1° Giugno, quando sono state confermate le sanzioni americane contro l’ Europa, e, contemporaneamente, sono stati nominati due governi europei  espressione di radicali cambiamenti: quello italiano e quello spagnolo.

1.Le ragioni dell’arretramento dell’economia europea.

Le radici del cosiddetto “miracolo economico”, come pure quelle della successiva, interminabile, crisi, sono soprattutto culturali e politiche.

Perciò, le spiegazioni riproposte da tutti circa trent’anni senz’alcun riscontro pratico non solo sono  false, ma mi sono divenute addirittura fisicamente insopportabili: burocrazia, assistenzialismo, pansindacalismo, ecc…(come se queste cose non ci fossero dovunque, anche nei Paesi con le migliori “performances”).

Per capire i problemi dell’ Europa, occorre risalire piuttosto lontano, vale a dire almeno alla corsa, avviata fin dal secolo 15°, all’ accaparramento, da parte degli Europei, di beni materiali in tutto il mondo, descritta ideologicamente come “progresso dell’ Occidente”, che era stata la conseguenza diretta  della scelta teorizzata nel Settecento, sulla base del cosiddetto “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, ove si proclamava che l’uomo si sarebbe salvato da sé, attraverso “una nuova scienza”. Questa scelta aveva portato in primo piano i portatori di progresso economico-imprenditori e ingegneri-, sempre meno controllati e frenati dai ceti culturali e politici. Il “doux commerce” sostituiva così, la “sete di gloria ed onore”. Costituiva parte integrante ed essenziale del “Progetto della Modernità” il colonialismo, lanciato anch’esso sotto il pretesto ideologico (Turgot, Condorcet, Marx, Hugo, Mazzini) di portare il progresso ai popoli afroasiatici, ma, in realtà, volto soprattutto ad accrescere il potere dell’”élite” tecnocratica borghese, in Europa e nel mondo, anche, quando necessario, attraverso il genocidio e la schiavitù (Americhe, Congo).Fichte, Mazzini, Hugo e Nietzsche avevano posto chiaramente in evidenza il nesso fra la pace in Europa e la colonizzazione del mondo. Ancor oggi questo nesso è facilmente discernibile quando si giustifica l'”esportazione della democrazia” con la nostra superiore civiltà, che sarebbe dimostrata dall’assenza di guerre fra i Paesi della NATO (ma non con gli altri).

Tuttavia, nonostante gli appelli all’unione fra gli Europei per salvaguardare i propri privilegi, dopo che Kipling e Fiske avevano profetizzato un governo mondiale degli USA, questi ultimi  si erano prefissi l’obiettivo di scalzare l’Europa dall’ egemonia finanziaria mondiale e dalle colonie, per sostituire il loro colonialismo soft (neo-colonialismo) al vecchio colonialismo hard.

Nella nuova situazione, come aveva profetizzato Trotskij fin dal 1921: “..l’America dirà all’ Europa, quante tonnellate, litri o chilogrammi di questa o di quell’ altra merce dovrà comprare o vendere”. Cosa che si è verificata alla lettera negli ultimi 30 anni, ma aveva già cominciato a manifestarsi  con i 14 punti di Wilson e con il trasferimento del centro finanziario mondiale dalla City a Wall Street. Oggi si parla espressamente di quote di produzione e dell’autolimitazione delle esportazioni e dei disavanzi commerciali a carico degli Stati europei.

Tuttavia, all’ inizio del XX Secolo,  le colonie rimanevano ancora soggette, formalmente, agli Stati europei, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando Roosevelt costrinse Churchill a firmare (controvoglia) la Carta Atlantica. A partire dalla fine della guerra, iniziò infatti il processo di decolonizzazione, con l’attribuzione,  alle potenze ex coloniali, dell’ incarico di amministrare fiduciariamente pro- tempore  le ex colonie-per l’Italia, la Somalia- (sempre “per portarvi il progresso”). Con le amministrazioni fiduciarie era cominciato anche  l’“aiuto allo sviluppo”, sempre col pretesto di portare il progresso in Africa, ma, in realtà, per continuare a tenere sotto controllo i prodotti agricoli e minerari e per contingentare l’import-export. Tuttavia, l’aiuto allo sviluppo fu modesto e inefficace. Come si poteva evincere da uno studio che avevo pubblicato fin dal 1981 (“Les procédures de la coopération financière et technique dans le cadre de la IIe Convention de Lomé”), buona parte degli esigui fondi dello Sviluppo veniva speso, in realtà, in attività amministrative dei Governi e delle Comunità Europee, sicché ben poco restava per l’economia africana. L ‘aiuto allo sviluppo serviva in modo egregio per mascherare la diminuzione del peso economico dell’Europa, presentando il suo rapporto con l’Africa come una filantropica decisione di egualizzare le sorti dei continenti, il che presupporrebbe un maggiore tasso di crescita nei “Paesi in via di sviluppo”. Cosa che in effetti si sta realizzando, ma con ben scarsa soddisfazione, tanto per i Paesi europei, che per quelli afro-asiatici.

2.La “Sfida americana”

La prima e la seconda guerra mondiale avevano costituito un grandioso business per le imprese dei paesi belligeranti, che avevano realizzato una crescita inaudita di fatturato e si erano trovate ad avere, alla fine della guerra, tanto in America quanto in Europa, gli impianti nuovi pagati dal contribuente. Questo fu  il “Miracolo Economico”. Certo, meno spettacolare in Europa a causa di una parziale distruzione degli apparati produttivi, dello smantellamento delle fabbriche e degli ostacoli frapposti dagli Americani alle imprese militari e di alta tecnologia europee (vedi problemi per Renault, Olivetti, Porsche, ENI, Volkswagen e BMW).

Al contrario, negli USA, le imprese di alta tecnologia si erano sviluppate in modo frenetico  con il Progetto Manhattan, AAA Predictor, la corsa allo spazio e agli armamenti, lo sviluppo dell’informatica e delle nuove tecnologie, finanziati dai fondi militari dell’ ARPA, agenzia governativa per lo sviluppo delle tecnologie “duali”. In Europa non vi erano stati Enti comparabili alla DARPA, ma, al contrario, gli ostacoli (politici e altri) frapposti, per esempio, a Olivetti e a Mattei, nei loro sforzi per realizzare in Italia nuove imprese in concorrenza con quelle americane.

Così, le industrie di alta tecnologia qui non si svilupparono mai, salvo che in maniera modesta, intorno alla Francia del Generale De Gaulle (Force de Frappe, Arianespace, Airbus, TGV). Cosa relativamente poco grave fintantoché si trattava dell’aerospaziale, ma micidiale oggi, quando si parla dell’informatica e della rete, che condizionano, oltre alla stessa economia, l’intera vita sociale. Questa situazione era già stata prevista con estrema lucidità fin dal 1968 da Jean-Jacques Servan-Schreiber nel suo libro “La sfida americana”, ma nessuno (tranne de Gaulle) se n’era allora preoccupato.

Dopo quarant’anni, come noto,   le industrie del web, fino a poco tempo fa esclusivamente americane, controllano da parecchi decenni, dagli Stati Uniti e dai paradisi fiscali, la politica, la finanza, l’industria e il commercio mondiale, ed esportano i loro profitti dall’Europa con il consenso, tacito o espresso, delle autorità europee (vedi i Tax Rulings lussemburghesi e il caso Google-Irlanda), che, nonostante tutti i clamori mediatici, non hanno ancora neppure deciso di tassarle. Ne deriva un’insopportabile concorrenza sleale ai danni dei potenziali concorrenti europei, che nessuno osa reprimere secondo i principi antitrust e fiscali generalmente applicabili. Soltanto Orban aveva provato ad introdurre in Ungheria una Internet Tax, ma era stato prontamente privato del potere da una (spontanea?) rivolta popolare.

Tutto ciò ha portato a un progressivo svuotamento dell’economia europea, con il trasferimento del controllo su varie imprese europee sotto gruppi americani (cfr. Nuovo Pignone, MTU, Fiat, Fiat Avio, ecc..). Sembra quasi che, per  un tacito accordo, gli Europei non possano entrare in determinati settori, o, se vi entrano, lo possano fare solo come partners di minoranza. Soprattutto, le autorità europee e nazionali si guardano bene dal finanziare progetti concorrenti a quelli dell’ARPA.Ma così non avremo mai un’economia europea avanzata.

Antonio Cantaro parla di uno “Stato commerciale” europeo, “autorizzato” a perseguire ampi successi sul piano economico ma al quale è “vietato” tradurre questo successo sul piano politico e militare.

3.Fra la Googleization of the World e la Nuova Via della Seta

Attualmente, assistiamo a tre opposte tendenze:

-da un lato, la presa di controllo, da parte dei giganti del web, di settori assolutamente disparati dell’economia, dall’ industria automobilistica, ai trasporti, all’editoria, al commercio al dettaglio, in USA e all’ estero, con un attacco perfino al Presidente, al “deep State” e alle multinazionali tradizionali…

-dall’ altro, lo sviluppo di multinazionali eurasiatiche (cinesi, giapponesi, indiane, russe, dei Paesi arabi), che si affiancano a quelle americane anche nel prendere il controllo delle imprese europee;

-infine, lo scatenamento, da parte dell’America di Trump, di una “Guerra economica in tempo di pace”(come la chiama Cantaro) contro tutti i Paesi esteri, allo scopo di tentare di rallentare oi loro tentativi di superare gli stati Uniti.

In questa situazione, perché mai dovrebbero aumentare in Europa il PIL e l’occupazione? I cosiddetti “investimenti esteri” tanto ambiti dai Governi europei, si riducono infatti al fatto che i gruppi stranieri comprano le imprese europee per eliminare un concorrente e per ottenere agevolazioni dai governi locali, ma è evidente che declassano progressivamente il ruolo delle nuove controllate (quando non le chiudono).

Il trasferimento all’ estero della proprietà e del controllo è, per l’economia locale, catastrofico, molto più catastrofico di quanto non lo presentino i media. Se si pensa che, oggi, gli amministratori delegati delle grandi imprese guadagnano decine di milioni di Euro all’ anno (cioè mille volte più di un operaio), ci si renderà conto che non avere più fra noi le staff dirigenziali comporta una perdita ingente per l’erario, per il mercato immobiliare, per il commercio e per l’indotto, ben più ingente della perdita di qualche migliaio di posti di lavoro operai. Basti guardare la città di Torino, dove la pletora di ville del Valentino, della Collina e della Crocetta segnalavano la presenza di decine di migliaia di grandi azionisti, imprenditori, presidenti, amministratori delegati, dei loro dirigenti, professionisti, famiglie e servitù, ora scomparsi. Il fatto che siano stati mantenute alcune decine di migliaia di impieghi operai e impiegatizi a continuo rischio di licenziamento non compensa certo la perdita dell’alta borghesia imprenditoriale.

Inoltre, le società del primo e del secondo dopoguerra erano basate sulla “mobilità verso l’alto”, che costituiva l’obiettivo dell’enorme sforzo lavorativo richiesto dalla società industriale. Orbene, solo la presenza di grandi imprese permette una carriera completa, che vada dai gradini più bassi fino ai vertici della finanza e della politica. I nostri laureati emigrano perché da noi sono rimasti solo i ruoli esecutivi (o comunque ancillari), mentre quelli apicali e veramente remunerativi sono finiti altrove.

Ma questo porta  a un atteggiamento di disinteresse per il lavoro, di mediocrità, di clientelismo e fatalismo.

3.Il declino dell’ “Occidente”.

Non credo alla presunta superiorità dell’Occidente, e nemmeno alla sua maggiore idoneità ad organizzare efficacemente una società industriale. Perciò, non mi stupisce affatto  il suo ininterrotto declino (tra l’altro tempestivamente ed efficacemente profetizzato da Spengler). La “Crescita Pacifica della Cina” avvenuta nel II dopoguerra conferma le previsioni di Max Weber, secondo cui il Confucianesimo è più efficace del Puritanesimo quale scuola di formazione della società industriale, nonché quelle di Spengler sull’inevitabile declino dell’Occidente. Scrive Spengler, “gli insostituibili privilegi dei popoli bianchi sono stati sperperati, dissipati, traditi. Gli avversari hanno eguagliato i loro modelli. E, forse, con la scaltrezza della razza di colore e con la matura intelligenza di antichissime civilizzazioni, li hanno superati”.

Le guerre commerciali di Trump mirano anche e soprattutto a reagire a questo fenomeno:

-da un lato, a ristabilire le distanze con i Paesi in Via di Sviluppo;

-dall’ altro, a mantenere la distanza dall’ Europa.

Se, infatti, venisse meno il mito plurisecolare “dell’America First”, crollerebbe un intero castello di carte fondato sull’ insostituibilità dell’egemonia americana (la “nazione Indispensabile”), e sulla superiorità ontologica della sua “civilisation”, tanto nei confronti degli Afroasiatici, quanto in quelli degli Europei (superiorità teorizzata già  da Winthrop, Mather,  Washington, Emerson, Whitman e Fiske).

Mettendo in evidenza che l’intero ordine mondiale è fondato su questo rapporto di forza con l’ America, da ristabilirsi anche con metodi coercitivi, Trump toglie, indirettamente, credibilità alle Retoriche dell’Idea di Europa, fondate invece sull’assunto della “benignità” del “federatore esterno” americano e sulla conseguente rinunzia dell’ Europa a perseguire, almeno verso l’America,delle guerre commerciali.

Inoltre, se queste retoriche non sono credibili, che senso hanno anche le politiche di stabilità della moneta e il divieto di aiuti alle imprese, fondati su una pacificazione dei rapporti commerciali?

  1. Ordoliberalismo e Germania

La polemica sovranista tende, a mio avviso abusivamente, ad attribuire alla Germania, non già all’ America, la colpa dell’insostenibilità dell’economia europea. Certo, la Germania ha tratto un certo vantaggio dalle retoriche dell’idea di Europa, e, in particolare, dal divieto generalizzato di politiche mercantilistiche (che, infatti, ha teorizzato sotto l’etichetta dell’ “ordoliberalismo” di Walther Eucken). Infatti, da un lato questo divieto ha reso, tra l’altro, più difficile agli altri Europei attaccare con metodi aggressivi l’obiettiva superiorità del sistema tedesco, e, dall’ altro, le ha attribuito la funzione di garante per l’ America della disciplina degli Europei.

Tutto ciò è perfettamente logico: da un lato, è impensabile un’Europa unita senza una forza egemone (sia essa etnica, culturale, religiosa o militare); d’altro canto, all’America va benissimo che il carattere ordoliberale, smilitarizzato e asettico, dell’egemonia regionale tedesca, impedisca alla Germania, e, quindi, agli Europei, di proporsi come potenza mondiale. A questo punto non stupisce che la “stabilizzazione” economica dell’Europa di oggi costituisca la prosecuzione senza soluzione di continuità della “Grossraumwirtschaft” teorizzata e realizzata dai ministeri del Terzo Reich al tempo dell’occupazione militare nazista. Non per nulla il primo presidente della CECA era stato Hallstein, già lobbista delle grandi industrie tedesche presso il comando della Wehrmacht.

Comunque, la superiorità dell’industria tedesca non è stata creata, né dal regime nazionalsocialista, né dall’ America, né dall’ Unione Europea, bensì dalla obiettiva centralità storica e geopolitica del “Deutschtum” in generale, fra il Belgio e l’Estonia, fra lo Juetland e la Transilvania,dal suo modello partecipativo, e, infine, dalla riunificazione tedesca, che ha comunque messo insieme 100 milioni di abitanti (una potenza di fuoco inferiore di poco a quella della Russia).

Giacché non si crea nessun’organizzazione statuale senza egemonia, se non si vuole l’egemonia della Germania  né quella della Russia, occorrerà costruire un’egemonia alternativa: quella di un “movimento sovranista europeo” che si faccia veramente carico di rivendicare, contro la globalizzazione occidentale, l’autonoma civiltà dell’ Europa, e doti quest’ultima di quel sistema informatico-industriale-militare che, solo, può garantire, oggi,  a un Continente (o uno “Stato-civiltà”) la libertà a l’indipendenza.

5.L’unica svolta possibile: una rivoluzione culturale

Questa frettolosa analisi della situazione dell’ Europa dopo l’ondata protezionistica di Trump ha messo in luce l’urgenza di un’approfondita ed accelerata riflessione sulla infondatezza dell’attuale  ideologia europea e delle (non)politiche economiche dell’Europa e dei suoi Stati membri, smitizzando le stesse ragioni del contendere fra i pretesi “sovranisti” e l'”establishment” continentale.

L’erroneità, o meglio, la deliberata falsificazione di tale situazione, sono quelle che hanno giustificato la persistenza di forze politiche e culturali obsolete e l’insistenza su politiche (come la stabilità della moneta, il divieto di aiuti di Stato, la subordinazione alla NATO), che non hanno rafforzato, bensì indebolito l’Europa e i suoi Stati (Membri o non membri), rendendoli tutti incapaci di reagire adeguatamente alle ingerenze americane e, per ultimo, agli attacchi di Trump.Le misure in cantiere nei vari Stati membri (tanto quelle neo-liberiste come le liberalizzazioni, quanto quelle “sovraniste”, come le restrizioni all’ immigrazione, o quelle “populiste”, come la defiscalizzazione o l’assistenzialismo), non intaccando questa realtà fondamentale, non costituiscono passi in avanti verso la soluzione.

Occorre invece ripensare le basi culturali dell’identità europea, il rapporto uomo-tecnica, la missione dell’Europa e i rapporti, culturali e politici, con il resto del mondo, per costruire una nuova egemonia euroentusiastica . Nel fare ciò, occorrerà studiare con attenzione che cosa hanno fatto e che cosa stanno facendo, per affrontare situazioni simili, altri “Stati-civilizzazioni”), come Cina, India e Russia.

 

24 MAGGIO: PRESENTAZIONE DI DA QIN PRESSO “IL LABORATORIO”

Giovedì, 24 maggio, ore 18

Presso “Il Laboratorio”

Via Carisio 12

Riccardo Lala

Da Qin. Un’Europa sovrana lungo la Via della Seta

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

 

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.

 

INCONTRO DEL 14 MAGGIO SUL RUOLO DEI LAVORATORI NELLA SOCIETA’ DELLE MACCHINE INTELLIGENTI

 

Il tema in discussione oggi, quello del ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti, può sembrare distante dall’ oggetto del libro che presentiamo. In realtà, esso ne costituisce una sorta di “punta dell’iceberg”, vale a dire l’implicazione conclusiva ed operativa di un libro forse troppo ambizioso e complesso, il n. 1-2018 dei Quaderni di Azione Europeista” dell’Associazione Culturale Diàlexis, intitolato “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’enciclica ‘Laudato sì’”.

Intanto, occorre precisare che, tanto “Macchine Intelligenti”, quanto “Macchine Spirituali”, quanto, infine, “Intelligenza Artificiale” sono tutti termini coniati dai guru dell’informatica e funzionali alla loro ideologia, o meglio, teologia politica, e quindi non hanno, secondo me, un riscontro obiettivo, per così dire, “ingegneristico”. Assomigliano piuttosto a termini come “proletariato”, oppure “razza ariana”, i quali, pur non avendo alcun significato tecnico, hanno avuto una potente forza ideologica e politica. Certamente, espressioni come “agenti autonomi” e “sistemi esperti” sarebbero più appropriate.

Il tema di questa sera si riferisce dunque a una questione urgente, presente concretamente già oggi, sotto i nostri occhi, nella cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale”, ma che si aggraverà nella successiva fase, quella delle Macchine Intelligenti. La sua principale manifestazione è costituita dalla crescente disoccupazione, e, soprattutto, sottoccupazione, tecnologica, la quale si cumula, da un lato, a quella endemica nel nostro Paese e, dall’ altro, a quella provocata dalle altre gravi disfunzioni del sistema economico europeo, e italiano in particolare. È quindi difficile quantificare, tanto la disoccupazione e sottoccupazione tecnologica, quanto la disoccupazione non tecnologica, o dovuta a cause non tecnologiche. La disoccupazione non è in definitiva che una delle tante manifestazioni del declino dell’Europa, e, quindi, la sua soluzione non può essere trovata se non in un quadro più ampio, non solo industriale, ma tecnologico, giuridico, politico e, soprattutto, ideologico e culturale.

Pertanto, prima di illustrare il tema specifico della giornata, analizzerò brevemente in che modo le idee esposte nel libro circa il modello sociale europeo, il pensiero cristiano e l’Enciclica “Laudato si’”, possano influenzare la sua soluzione in una prospettiva di medio termine, vale a dire quella della transizione dalla società 4.0 alla Società delle Macchine Intelligenti, e nell’ambito dell’integrazione europea.

Premetto che, nelle vulgate sindacale, mediatica, accademica e politica, il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, ma, in generale, lo stesso il ruolo sociale  dei lavoratori, sembrerebbero destinati a ridimensionarsi  inevitabilmente per effetto della globalizzazione e dell’automazione. Semplificando, la disoccupazione tecnologica, che a troppi osservatori appare ineludibile, deriverebbe dal fatto che le macchine svolgono i compiti umani in modo progressivamente sempre più efficiente degli umani stessi, sicché la sostituzione dei secondi da parte delle prime costituirebbe una tendenza naturale della società. Dalla ricerca The Future of the Jobs presentata dal Boston Consulting Group al World Economic Forum, è emerso però che vi sarebbe invece, soprattutto in Italia, una sorta di bilanciamento fra perdita e creazione di posti di lavoro. Questa visione rassicurante deriva dal fatto che il Boston Consulting Group ignora gli aspetti geopolitici della questione, e il ruolo della divisione diseguale del lavoro in un mondo bipolare.   Io invece, seguendo in questo Erasmo contro Lutero, non credo esista, nella storia umana, alcuna tendenza naturale e inevitabile, poiché, grazie al libero arbitrio, è l’uomo stesso ad essere il fabbro della propria fortuna (e/o rovina). Il nostro è proprio uno di quei casi in cui un forte slancio volontaristico potrebbe alterare anche radicalmente il corso naturale dello sviluppo storico, e, in particolare, la configurazione attuale della globalizzazione.

Questo slancio non può venire, a mio avviso, se non da una chiara concezione europea delle politiche economiche e sociali, una concezione che prenda congedo dall’esaltazione acritica del mito del progresso alla luce degl’immani pericoli creati dall’incombere delle cosiddette Macchine Intelligenti.

Come scriveva Romano Guardini, di cui ricorre il 50° anniversario della morte: “l’interpretazione meccanicistica dell’ esistenza è fallita.”. Infatti, l’inveramento di questa interpretazione nella società industriale ha prodotto il gigantismo degli “Apparati” (razionali, sociali, economici, tecnici, informatici- Heidegger-), che imprigionano l’ uomo nella loro “gabbia d’ acciaio” (Max Weber): “Nasce il problema di governare la tecnica.”, che Guardini vedeva, come più tardi Pietro Barcellona, come la missione  specifica dell’ Europa nel mondo:”Ma la possibilità di governare la tecnica è subordinata alla ‘speranza che sia in divenire un uomo che non soggiaccia alle forze scatenate, ma sia capace di ricondurle all’ ordine.’”

Infatti, l’umanità stanca del mondo si affida sempre più all’Apparato per effetto di un’abissale accidia, che le fa desiderare la dissoluzione di se stessa e di tutto il resto. In tal modo, l’Apparato si  raggruma intorno alla persona, paralizzandola, e togliendole la capacità di realizzare la propria missione. Seguendo il linguaggio delle Encicliche, il “Lavoro in senso oggettivo” si impone sul “Lavoro in senso Soggettivo”. Affinché una nuova umanità non macchinica divenga possibile, occorre invertire la direzione di marcia, fondata sull’egemonia del meccanicismo (nella politica, nella cultura, nell’economia), sull’irrisione del sublime, sull’omologazione totalitaria, sulla dissoluzione del soggetto, sulla pedagogia dell’indifferenziato. Si tratta di rafforzare la persona perché possa liberarsi dalla dittatura della banalità quotidiana: “Ma facciamo bene a convincerci che mai nulla è diventato grande senza ascesi e ciò di cui si tratta è qualche cosa di molto grande, anzi di decisivo. E’ il decidere se con il nostro lavoro vogliamo attuare la sovranità a noi affidata in modo che essa conduca alla libertà o all’ asservimento”.

E’ l’applicazione pratica dell’idea di Jaeger dell’ ascesi cristiana come attualizzazione della Paideia greca.

  1. GEOPOLITICA DELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Per rifuggire dai luoghi comuni e dalle indebite generalizzazioni, occorre intanto intenderci sulle definizioni, evitando, innanzitutto, l’abusata equazione, di origine marxista, fra “lavoratori” e “operai” (tutti “Arbeiter”), e, in secondo luogo, quella fra la “globalizzazione” e l‘“americanizzazione”.  Intanto, già oggi gli operai costituiscono in Italia una quota modesta degli occupati (meno di 4 milioni di persone su 50 milioni, vale a dire meno del 10%), mentre, invece, i “lavoratori” in senso generale, o meglio “gli occupati” sono più di 25 milioni. Oltre tutto, gli operai non sono considerati “poveri” dall’ ISTAT, e, per esempio, non avrebbero diritto al reddito di cittadinanza. Per questo, il fatto che gli operai tendano a diminuire ulteriormente non costituirà certamente un problema insolubile. Piuttosto, secondo il Boston Consulting Group, ben più gravida di conseguenze sarà l’automatizzazione dei, ben più numerosi, lavori nel campo dei servizi e del terziario avanzato (esempi: le segretarie, i taxisti, i camionisti, i ferrovieri, i bancari, i camerieri, i militari…). Questo soprattutto quando l’automazione raggiungerà i livelli più elevati della gerarchia (secondo la nuova classificazione ISTAT, la “Classe dirigente”: pubblici funzionari, ufficiali, giornalisti, insegnanti, medici, avvocati…).

Il concentrarsi dell’attenzione di tutti  sulla “Quarta Rivoluzione Industriale”, cioè su qualcosa già attuato, falsa gravemente la prospettiva, perché i decisori che contano,  come il direttore tecnico delle Google e il presidente cinese, puntano dichiaratamente, come scadenza dei progetti d’Intelligenza Artificiale, alla quarta decade del XXI Secolo, vale a dire fra 30 anni. Orbene, su un tale arco di tempo, le trasformazioni perseguite dagli Stati e dalle multinazionali saranno ben superiori a quelle attuali. Si perverrà infatti a quella completa automazione di tutti i processi economici a cui ci ha oramai abituati da un secolo la fantascienza.

Dal punto di vista strettamente economico, il fatto che, a parità di output, l’aumento della produttività comporti la riduzione delle ore lavorate, o, a parità di ore lavorate, produca un maggiore output, non dovrebbe costituire un problema, perché ciò dovrebbe comportare anche un aumento dei margini operativi delle imprese. A questo punto, si potrebbe optare, teoricamente, a seconda delle esigenze del mercato, o per la riduzione delle ore lavorate a parità di salario, o per l’incremento della produzione e il mantenimento dell’orario. Tutto ciò si scontra però con il fatto che, come brillantemente illustrato da Evgeny Morozov, le grandi imprese informatiche americane riscuotono, attraverso il controllo dei dati degli Europei, una rendita di posizione, grazie alla quale realizzano in Europa, attraverso la pubblicità, la rivendita dei dati e la gestione di servizi, enormi profitti fuori del Continente, profitti che non possono essere tassati con i metodi tradizionali, perché non possono neppure essere contabilizzati in Europa, essendo anche i server fuori della sovranità europea, sicché diventa impossibile, come dimostra la vicenda della “Internet Tax”, realizzare i trasferimenti di risorse necessari per una divisione degli extra-profitti su tutto il sistema dell’ economia nazionale. L’ Unione Europea, pesantemente danneggiata, prima, dagl’incredibili privilegi fiscali delle Big Five, e, ora, dal cumularsi di una pluralità di “atti emulativi” degli Stati Uniti, non è ancora riuscita, dal 2014, quando il neo-presidente Juncker era finito sotto inchiesta per i Tax Rulings del Lussemburgo, a concordare una forma di tassazione adeguata per le attività delle Big Five in Europa. Eppure, questa sarebbe la precondizione per poter garantire i necessari trasferimenti di risorse all’interno dell’ Europa stessa. Cosa resa evidente dal fatto che, nelle trattative per la formazione del nuovo Governo italiano, la copertura del “reddito di cittadinanza” viene prevista non già, come sarebbe logico, attraverso la tassazione delle Big Five, bensì attraverso altre poste del bilancio dello Stato.

Il problema numero uno dell’ Italia -il blocco, da circa 30 anni, della crescita  del PIL -, non si può quindi certo rimediare con una politica di trasferimenti interni, comunque strutturata, bensì implica invece la necessità d’intervenire severamente sulla divisione internazionale del lavoro -sia contro le infinite forme di “contingentamento dell’Europa” (ultima fra le quali la richiesta di nuove sanzioni contro l’Iran), quanto contro il “fallimenti del mercato”, che hanno visto da decenni l’Italia e l’Europa cedere, senza colpo ferire, intere fette di mercato, interno e internazionale, a multinazionali extraeuropee-.

Prendo atto con soddisfazione che il ministro francese Lemaire ha finalmente affermato che, dinanzi alle misure anti-europee, l’Europa deve dotarsi di strumenti legislativi che le permettano di reagire. Si spera solo che non ci si limiti a imporre dazi contro dazi, ma si colpisca soprattutto ciò che veramente preme agli USA, come le sanzioni alla Russia e all’ Iran e le tasse delle multinazionali. Solo così, recuperando i moltissimi miliardi trasferiti in questi decenni fuori dell’ Europa, e soprattutto creando imprese competitive con le Big Five, si potrà evitare che si crei un gran numero di disoccupati cronici che basino la loro sussistenza sul reddito di cittadinanza (che per altro, nella configurazione proposta dalla coalizione Salvini-Di Maio, si deve definire più sobriamente come “sussidio di disoccupazione”).

 

 

2.I PROBLEMI SOCIALI

Una volta risolti, per ipotesi, il problema politico di un’adeguata tassazione dei reali profitti delle multinazionali e della creazione di campioni europei dell’ informatica, resterebbe comunque la non indifferente questione della ripartizione, fra i vari ceti, dei benefici e degli oneri dell’automazione.

E’ certo intanto che questa comporta, e comporterà sempre più, per la sua stessa natura:

(a)un incremento, a scapito delle attività manuali, di quelle intellettuali, e, in particolare:

-futurologi;

-esperti in cybersecurity;

-imprenditori informatici;

-studiosi d’informatica;

-gestori di fondi pubblici;

-operatori culturali;

-hackers…

(b)All’ interno stesso delle attività produttive e di servizi, il cosiddetto “upgrading” delle funzioni, grazie alle quali ogni lavoratore potrà gestire, tramite l’informatica, le attività prima svolte da un intero gruppo: l’operaio informatizzato, il lavoro di un’intera squadra; una segretaria informatizzata, il lavoro di un intero pool segretariale; un medico informatizzato, il lavoro di un’intera clinica, compreso il direttore; un avvocato informatizzato, il lavoro di un intero studio legale, ecc… Tutto questo non è fantascienza; anzi, viene già attuato in gran parte in molte realtà lavorative, anche italiane (pensiamo innanzitutto alle multinazionali della logistica, come per esempio Amazon, ma anche nel costruendo stabilimento Lamborghini di Bologna, e in Prima Industrie, dove già ora i “blue collars” sono inquadrati come operai ma hanno un diploma tecnico e uno stipendio da impiegati).

Personalmente, sono stato coinvolto da 35 anni in esperimenti diautomatizzazione del lavoro intellettuale, come per esempio, già nel 1978, nelle ricerche giurisprudenziali parzialmente automatizzate presso la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, e, dal 1982,  nella creazione standardizzata di atti giuridici nella gestione informatizzata di grandi quantità di contenzioso in grandi studi legali e uffici legali di multinazionali).

Lo studio del Boston Consulting Group è stracolmo di dati statistici e di esempi concreti, in base ai quali la transizione verso nuovi ruoli avrà effetti imprevedibili per il singolo, con la possibilità, a seconda dei casi, di migliorare o di peggiorare la propria situazione. Il rapporto non tiene però conto delle “politiche attive del lavoro”- per esempio, della ri-localizzazione negli USA imposta da Trump, oppure  di una seria politica di ristrutturazione europea più efficace, che potrebbe sostituire la cosiddetta “Industria.4”-.

 

5.LA NUOVA ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

Dallo studio di Boston Consulting emerge che l’”Industria 4.0” si incentra sull’adozione di alcune tecnologie definite come “abilitanti”, per altro non tutte innovative. Ricordiamo:

Le “Advanced manufacturing solutions”: sistemi avanzati di produzione, ovvero sistemi interconnessi e modulari che permettono flessibilità e performance. Fra queste tecnologie rientrano i sistemi di movimentazione automatica dei materiali e la robotica avanzata, che oggi entra sul mercato con i robot collaborativi o cobot;

Le “Big Data Analytics”: tecniche di gestione di grandissime quantità di dati attraverso sistemi aperti che permettono previsioni o predizioni.

 

Tuttavia, la caratteristica principale dell’ Industria 4.0 è quella di modificare l’organizzazione del lavoro, eliminando la funzione dell’ operaio specializzato, confondendola con quella del tecnico di produzione, e permettendo un flusso più aperto d’informazioni e di semilavorati fra imprese indipendenti. Senza entrare nei dettagli, si può dire che l’insieme di queste attività implicherà una più forte responsabilizzazione di tutti gli elementi della catena produttiva, che saranno sempre più coinvolti nelle scelte imprenditoriali a mano a mano ch’esso potranno gestire autonomamente un segmento più ampio del processo.

Queste tendenze si sposano perciò egregiamente con l’avanzata travolgente in tutta Europa di forme di partecipazione dei lavoratori, secondo la falsariga delineata già dalla fine dell’Ottocento dal pensiero sociale cristiano (Vogelsang, Toniolo), e ribadito durante tutto il Novecento, da un lato, dalle Encicliche sociali, e, dall’altro, dalla legislazione sociale dei Paesi Europei, con particolare riguardo alla Costituzione italiana e alla legislazione tedesca sulla cogestione.

Questo trend è stato favorito dalla spinta data dalla legislazione europea (con particolare riguardo a quella sui diritti d’informazione dei lavoratori e sul sistema duale di governance societaria), e dall’ influenza del modello tedesco. Introdotta in Germania dopo la IIa Guerra Mondiale soprattutto per impedire l’appropriazione dei grandi gruppi da parte degli occupanti anglo-americani, ha costituito, e ancora costituisce, la miglior protezione contro quella svendita delle imprese nazionali che tanto spaventa la Merkel e il legislatore europeo. Basti pensare ai casi della Continental e della Chrysler.  L’impressionante tabella che si trova a pagina 207 del libro dimostra che la quasi totalità dei Paesi dell’Unione a 27 possiede istituti di cogestione, con la rimarchevole assenza dell’Italia, del Belgio, di Cipro e di Malta.

Esso dimostra, a mio avviso, ed eloquentemente, che il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano sono tutt’altro che obsoleti, anzi stanno esplicitando proprio ora tutta la loro forza, costituendo uno degli elementi fondamentali che fanno della Germania il leader dell’ Unione.

  1. COGESTIONE TEDESCA E INDUSTRIA 4.0

E’ impressionante come tutti in Europa, e, soprattutto, in Italia,  abbiano da sempre predicato la necessità della partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, e, poi, di fatto, abbiano sempre mantenuto in piedi un’organizzazione estremamente accentratrice. Dall’idea di Lenin “tutto il potere ai soviet” alla Carta del Lavoro (la socializzazione), dalla Costituzione italiana al Movimento Comunità, dalle Encicliche Sociali alla Legge Fornero, non si è mai vista, almeno in Italia, una qualsivoglia realizzazione pratica. Anzi, spesso i più accaniti fautori della partecipazione, come per esempio Adriano Olivetti, si erano rivelati poi in pratica degl’imprenditori assolutamente autocratici.

Paradossalmente, in Germania la cogestione, che si è rivelata così provvidenziale per il successo delle imprese tedesche, si è affermata quasi per caso, per un’intrinseca esigenza del popolo tedesco, da sempre incline al comunitarismo e allo spirito organizzativo. Basti pensare ch’essa nacque subito dopo la guerra, quando perfino gl’industriali dell’industria carbosiderurgica la vedevano con favore, come strumento per evitare il controllo delle potenze occupanti

Vi sono praticamente 3 tipi di cogestione: paritetica; 1/3-2/3; modello Volkswagen.

Nel 1947 era creata, dunque, la prima cogestione paritaria, su base contrattuale. Con la Legge del 1951, tutte le industrie del settore carbosiderurgico avevano ottenuto la cogestione paritetica. Dal 1952, si introdusse nelle altre imprese una cogestione1/3-2/3.

La Volkswagen, che è la maggiore impresa mondiale del settore automobilistico, è retta da una legge speciale (la Volkwagengesetz), approvata nel 1960, in occasione della privatizzazione dell’azienda. In base a tale legge, nessun azionista può esercitare, indipendentemente dalle quote possedute, più del 20% dei diritti di voto, in modo tale che l’azionista di riferimento resti sempre il Land della Bassa Sassonia (una forma di Golden Share).

Nel 1976, Helmut Schmidt introduceva la cogestione paritetica in tutte le grandi imprese tedesche.

Oggi, dopo l’avvio dell’iniziativa Industria 4.0, vi è in Germania tutta un’attività, da parte di studiosi, sindacalisti, manager e consulenti aziendali, volte a trovare sistemi di raccordo fra la normativa sulla cogestione e le nuove tecnologie. In effetti, da un lato, la configurazione del posto di lavoro costituisce uno dei primi contenuti della cogestione; dall’ altra, le nuove tecniche, in particolare con i robot collaborativi, richiedono inevitabilmente un coinvolgimento attivo dei lavoratori, che, anziché essere vincolati ai processi della macchina, la possono utilizzare in modo flessibile, come un tempo i singoli utensili.

 

3.I I COMPITI  DEL LEGISLATORE

Il legislatore (europeo e nazionale) ha ora almeno tre compiti:

(a)quello di riqualificare tutti i lavoratori attraverso la modifica dei curricula e la formazione permanente;

(b)quello di garantire un’equa ripartizione, fra i vari “stakeholders”, dei benefici (e/o degli oneri) del sistema;

(c)quello di riorganizzare lo Stato e le imprese in modo da essere compatibili con questa nuova realtà

Ne conseguono, per il legislatore, tre nuove attività:

a)la definizione di nuovi curricula scolastici e di formazione permanente, erogando i corrispondenti finanziamenti;

b)la definizione legislativa degl’incentivi all’ innovazione e dei carichi fiscali sugl’incrementi di redditività;

c)la riforma della pubblica amministrazione e del diritto economico, per incorporare e trasformare   queste novità.

I Governi e le istituzioni europei hanno iniziato da alcuni anni a occuparsi  della questione (con molto ritardo sui concorrenti americani e cinesi), con l’ iniziativa “Industria 4.0”, la quale tuttavia affronta ancora la questione in un’ottica parziale, in quanto interpreta le trasformazioni in corso come fatti prevalentemente ingegneristici, non già come fenomeni politici e soprattutto culturali, in una visione che, pur non sottovalutando il ruolo indiscutibile della tecnica e della tecnologia, rimetta al centro della riflessione il ruolo dei popoli e della persona –della persona che lavora – nei nuovi processi di produzione. Che l’Unione giochi sempre di rimessa, rispetto alle iniziative di USA e Cina è dimostrato dal fatto che:

a)tanto l’iniziativa “Industria 4.0” quanto quella per l’ Intelligenza Artificiale di cui alla Comunicazione della Commissione SWD 2018 sono state adottate alcuni anni dopo le analoghe iniziative americane e cinesi;

b)”Industria 4.0” è già superata dalla Comunicazione per l’ Intelligenza Artificiale, che rende obsolete il tipo di automatizzazione di cui alla precedente iniziativa;

c)ambedue le iniziative mancano di un respiro umanistico, quali quelli delle analoghe iniziative americane e cinesi, che sono pienamente inserite in una precisa visione del mondo (nell’ un caso, puritana; nell’ altro, confuciana), a cui le relative strategie sono funzionali. L’espressione contenuta nella Comunicazione: “Prepare for socio-economic changes brought about by AI by encouraging the modernisation of education and training systems, nurturing talent, anticipating changes in the labour market, supporting labour market transitions and adaptation of social protection systems” è assolutamente asettica e puramente ingegneristica, non affrontando affatto le gravi questioni trattate nei punti precedenti.

Anche la “Politica nazionale Industria 4.0” del Governo italiano è purtroppo tutta concentrata, come quella europea, sulla produzione manifatturiera e sulla fabbrica in un momento storico nel quale, proprio grazie all’internet delle cose, industria e servizi sono sempre più interconnessi tra loro dando origine a nuovi modelli di business, mercati, processi, prodotti e dinamiche del consumo. Tuttavia, almeno, per poter fruire delle agevolazioni finanziarie europee, l’Italia deve promuovere e incentivare le iniziative di informazione e formazione, anche se queste sono incredibilmente arretrate rispetto alla media degli altri Paesi, soprattutto per ciò che concerne la formazione.

  1. UNA NUOVA POLITICA DEI REDDITI

E’ paradossale che vi sia un enorme “esercito di riserva” di disoccupati cronici, quando invece:

(a)tutti i lavoratori avrebbero bisogno di ridurre, a parità di salario, le ore lavorate, se non altro per poter frequentare veri corsi di riqualificazione;

(b)vi sono infiniti compiti indispensabili, ma non svolti da nessuno, come ovviare al degrado ecologico e urbanistico, gestire il turismo, costituire basi di dati, fare formazione informatica –tutte cose che si addirebbero benissimo a dei giovani disoccupati, specie a dei giovani disoccupati intellettuali con tanto di master, che potrebbero benissimo lavorare come formatori, non solo degli operai, ma perfino dei manager e dei funzionari dello Stato-;

(c)occorrerebbe accumulare esperienze pratiche in imprese innovative, per contrastare la concorrenza extraeuropea;

(d)occorrerebbe contrastare l’allontanamento, fisico e psicologico, dei giovani dal mondo del lavoro, che ne deteriora progressivamente le motivazioni, le competenze e l’occupabilità.

Quindi, piuttosto che pagare, con il reddito di cittadinanza, 780  Euro al mese a ogni disoccupato, occorrerebbe creare posti di lavoro a basso salario, ma che servano per la formazione di curricula, per esempio nelle forze armate o nel servizio civile, per coprire le carenze urgenti nei settori sopra indicati. Ricordo, nella mia qualità di ex ufficiale pagatore, che, nel 1974, il soldo di un soldato di leva era di 150 lire (75 centesimi di Euro) a settimana, più vitto e alloggio, sì che il suo costo non eccederebbe oggi certo quello del reddito di cittadinanza, ma in cambio si otterrebbero, da una parte, una prestazione lavorativa, e, dall’ altra, un automatico “learning on the job”, come quello offerto dall’ Esercito Israeliano, che costituisce una miniera di giovani esperti per l’industria informatica.

5.LA FORMAZIONE

La nuova strutturazione della società implicherà ingenti fabbisogni formativi radicalmente diversi da quelli attuali:

(a)Cambierà la natura della prestazione regolata e definita dal contratto di lavoro, incidendo profondamente sull’ idea per la quale lo scambio negoziale avviene tra salario e tempo di lavoro del prestatore, e aprendo lo spazio per un rapporto di collaborazione che può fondarsi sulla corresponsabilità o anche sulla compartecipazione dei risultati o degli utili, secondo forme più o meno spinte di partecipazione economica e di partecipazione ai processi decisionali;

 (b)La formazione pratica sarà basata sempre più su competenze informatiche, per abilitare tutti alla gestione di sistemi complessi. Per esempio, negli ITI collegati all’ industria, come quelli creati in Emilia-Romagna, si creano, attraverso l’alternanza scuola-lavoro, tecnici specializzati per le nuove fabbriche sofisticatissime come quella della Lamborghini;

(c)La formazione specialistica dovrà abbinare competenze professionali (per esempio, mediche, legali), alle corrispondenti competenze informatiche, in modo da poter gestire senza l’appoggio di ausiliari, ma con quello di apparati automatici, funzioni ancillari come la gestione degli esami clinici, l’assistenza personale ai malati, i rapporti con mutue e assicurazioni, le ricerche di giurisprudenza, la redazione automatica di atti standardizzati…);

(d)la formazione a compiti dirigenziali e politici dovrà includere conoscenze filologiche, linguistiche, di culture comparate, delle scienze esatte, comprensive della cibernetica e delle neuroscienze, delle nuove tecnologie, comprensive di quelle informatiche e biomediche

(e)tutto ciò implicherà la necessità di inserire organicamente la formazione permanente nella vita del lavoro (e perfino nella vita politica), con una quota ben precisa dell’orario di lavoro dedicata alla formazione (sulla falsariga delle libere professioni e delle Forze Armate), secondo piani coordinati con l’avanzamento nella carriera e una certificazione seria e obiettiva delle competenze acquisite.

Ne deriva che, con il determinante apporto dello Stato, sarà possibile realizzare, nel corso di 4/5 anni, l’”upgrading” di tutte le funzioni, a cui dovrebbe corrispondere un parallelo incremento della competitività del sistema, con la conseguente maggior penetrazione sui mercati mondiali, la quale dovrebbe finanziare i costi della formazione permanente e dell’incremento del tempo dedicato alla formazione.

La cosiddetta “funzione anticiclica dell’ investimento pubblico”, oggi tornata improvvisamente di moda, funzionerebbe veramente se l’investimento si orientasse verso la creazione di campioni nazionali e alla riqualificazione del lavoro, anziché a misure puramente assistenziali ed espansive della spesa.

  1. LA COGESTIONE IN ITALIA

La vicenda della cogestione in Italia è veramente paradossale. Proposta per primo da Toniolo a fine ‘800 sulla falsariga della Rerum Novarum, iscritta nella Carta del Carnaro e nella Costituzione Repubblicana, e adottata, almeno sulla carta, tanto dalla Repubblica Sociale che dal CLNAI; oggetto di progetti di legge, mai approvati (ultimo fra i quali il “Progetto di Legge Ichino”,  in tutte le legislature, essa è stata introdotta in Italia in dosi omeopatiche e quasi per sbaglio, sempre sulla base di un accordo specifico in sede aziendale.

All’ interno dell’ ampia categoria della “partecipazione”, si distinguono:

a)L’azionariato dei dipendenti

Recentemente, sono state introdotte effettuate ulteriori sperimentazioni ma solo nel campo dell’azionariato popolare, senza apprezzabili ricadute in termini di potere decisionale dei lavoratori, come  nei 4 casi più importanti: Unicredit, Telecom Italia, Intesa Sanpaolo e Prysmian.

Con la delega al Governo attribuita dall’art. 4 (commi 62,63) della l. n.92 del 2012, ”Al fine di conferire organicità e sistematicità alle norme in materia di informazione e consultazione dei lavoratori, nonché di partecipazione dei dipendenti agli utili e al capitale”8La delega riproposta nel ddl. n.1051 conferiva al Governo il compito di formulare uno o più decreti legislativi che avrebbero favorito il coinvolgimento del lavoratore nell’impresa. Sia nel comma 62 dell’art.4 della legge 92/2012 che nel ddl 1051 è stipulato un elenco di possibili soluzioni partecipative finalizzate al coinvolgimento nella quale è contenuta anche la partecipazione finanziaria. La volontà di conferire a forme di partecipazione finanziaria una valenza di coinvolgimento del lavoratore è presente anche nella ”proposta DLM”, proposta di legge sindacale del gruppo di giuslavoristi coordinato. Dall’esame della delega all’art 4 l.92/2012 del ddl n.1051 e della proposta DLM emerge una linea comune che vede nella contrattazione la via per l’introduzione delle diverse forme di coinvolgimento.

2)La partecipazione contrattuale all’ organizzazione del lavoro

Un recente passo in avanti è stato fatto con  la legge di bilancio 2016, il governo italiano ha inteso favorire la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione del lavoro, purché introdotta e condivisa nell’ambito di contratti collettivi aziendali o territoriali. Dapprima, ha consentito un’estensione dell’ammontare massimo dei premi di risultato (fino a 2.500 euro nel 2016 e fino a 4.000 euro nel 2017) soggetti all’imposta sostitutiva dell’IRPEF pari al 10%; successivamente (per i contratti collettivi sottoscritti dal 24 aprile 2017), ha alleggerito l’onere contributivo associato a una parte di premio di risultato (il cui importo massimo resta fissato a 3.000 euro) non superiore a 800 euro.

Da allora, il coinvolgimento paritetico dei lavoratori (le cui modalità di realizzazione sono state inizialmente specificate nel decreto interministeriale del 25 marzo 2016) ha conquistato sempre più spazio nei contratti collettivi aziendali e territoriali, pur non eguagliando il successo dei premi di risultato e delle prestazioni di welfare. In base alle ultime informazioni fornite dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a marzo 2018, dei 9.389 contratti attivi e depositati, 1.387 prevedono un piano di partecipazione dei lavoratori.

Tentando di seguire le orme delle attività congiunte svolte con “Arbeit 2020” nella Renania Settentrionale-, che coinvolge diversi sindacati tra cui IG METALL e un network consolidato di esperti, con il contributo economico delle istituzioni pubbliche regionali e del Fondo Sociale Europeo, con la Circolare n. 5/E del 29 marzo 2018, oltre a ribadire che il coinvolgimento paritetico dei lavoratori è realizzabile «mediante schemi organizzativi che permettono di coinvolgere in modo diretto e attivo i lavoratori (i) nei processi di innovazione e di miglioramento delle prestazioni aziendali, con incrementi di efficienza e produttività, e (ii) nel miglioramento della qualità della vita e del lavoro», l’Agenzia delle Entrate ha inteso fornire ulteriori indicazioni sul tema e ha essenzialmente subordinato l’erogazione del beneficio contributivo alla redazione, a livello aziendale, di un apposito Piano di Innovazione.

L’auspicio, quindi, è che  si promuovano percorsi congiunti di formazione adeguata su questi temi e provando a costituire insieme reti qualificate di esperti e consulenti in grado di affiancare lavoratori e imprese nella definizione e realizzazione di piani di innovazione tecnologica e organizzativa.

c)Il caso Alcoa

Il caso che ha fatto parlare molto di cogestione è stato quello dell’ALCOA, dove il Ministro Calenda ha contrattato con i  nuovi investitori svizzeri una, seppur modestissima, forma di collaborazione”alla tedesca”, con una seppur piccola presenza nel Consiglio di Sorveglianza.

La confusione che regna in questa materia richiederebbe che un movimento sociale trasversale prendesse su di sé l’onere di portare avanti questa complessa materia, facendo almeno un po’ di chiarezza. su tutti gli scacchieri-politico, giuslavoristico, sindacale. A questo fine, con gli altri oratori di quest’incontro, stiamo organizzando un convegno a ottobre, che potrebbe costituire il punto di partenza di questo movimento,

PRESENTAZIONE DI DAQIN IL 24 MAGGIO

Giovedì 24 maggio, ore 18,

Il Laboratorio Associazione Culturale

Via Carisio 12

Da Qin Un’Europa sovrana sulla Via della Seta

Nel fervore delle discussioni sulla politica italiana, si tende a dimenticare quanto la nostra vita, già nel passato, ma soprattutto oggi, sia stata, e ancora sia, condizionata da quanto accade, non soltanto in Europa, ma anche nel resto del mondo.

La stagnazione delle nostre economie, il dramma permanente delle migrazioni, la mancanza di significative innovazioni culturali, derivano da fatti apparentemente lontani nello spazio e nel tempo, come il colonialismo, la subordinazione alle grandi potenze, le guerre umanitarie, la lotta ideologica fra i blocchi…

Anche il rapporto con la Cina ha influenzato molto più di quanto non si pensi la vita degli Europei fino dai tempi di Marco Polo, dei monarchi assoluti, dei Gesuiti e degl’Illuministi, introducendo da noi nuovi concetti filosofici e nuove tecnologie, incrinando l’unita del movimento comunista internazionale, che tanto peso aveva anche in Europa, surriscaldando la competizione globale sui prezzi, introducendo “cordate” industriali concorrenti con quelle occidentali.

I Cinesi hanno espresso l’idea di questa interdipendenza con il termine “Da Qin”, “Grande Cina”, riferito per millenni a Roma, all’ Italia, all’Impero Romano, al Sacro Romano Impero, all’Europa, al Cristianesimo, visti come qualcosa di speculare all’ Impero Cinese. Oggi, con la Nuova Via della Seta, che si protende verso Occidente, ci troviamo con importanti investimenti cinesi in ogni città europea, e con un’Europa alleata della Cina nel resistere alle imposizioni del Presidente Trump.

Per l’importanza centrale della Cina nel sistema mondiale, il libro DA QIN tenta di leggere i problemi più scottanti dell’Europa con occhi cinesi, nella speranza di superare, con ciò, l’impasse, prima di tutto culturale, in cui si trova invischiata l’integrazione europea.

 

14 MAGGIO: PRESENTAZIONE DEL LIBRO MODELLO SOCIALE EUROPEO E PENSIERO CRISTIANO DOPO L’ENCICLICA ‘LAUDATO SI’

Lunedì 14 maggio, ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà, 1
Incontro con gli autori
“Il ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti”
In occasione della pubblicazione di “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’Enciclica “Laudato si’”, di Alberto Acquaviva e Riccardo Lala

A cura di Alpina, in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis e Rinascimento Europeo.
Il sempre crescente predominio della tecnica dispiegata, che si manifesta innanzitutto sotto la forma della disoccupazione tecnologica, rende oramai inevitabile un controllo rafforzato, da parte di tutti gli stakeholders, sulle interrelazioni fra l’ uomo e la macchina, con approcci nuovi, tanto rispetto alla vecchia contrapposizione lavoro-capitale, quanto nei confronti di concezioni formalistiche della partecipazione dei lavoratori che sono oramai  sempre più incompatibili con i nuovi aspetti dell’ organizzazione del lavoro.

Il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, spregiati e negletti negli ultimi decenni, potrebbero fornire, meglio ancora che non i paradigmi pragmatistici e post-umanistici oggi in voga, idee innovative, fondate sul rinnovamento e il potenziamento dell’umano a partire dall’ irriducibile libertà e imprevedibilità della persona. La critica, da parte dell’Enciclica “Laudato sì”, delle “colonizzazioni culturali”, e le formule di partecipazione nell’impresa collaudate da decenni in Europa Centrale, forniscono basi concettuali da cui partire.

Il libro costituisce un tentativo di sintesi fra discipline troppo spesso disgiunte, quali la teologia, la storia del diritto e dell’economia, le relazioni industriali e la cibernetica.

Ne discutono con gli autori l’avvocato Stefano Commodo, animatore del movimento della società civile “Rinascimento Europeo”, Riccardo Ghidella, Presidente dell’Associazione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, e Ezio Ercole, Vice-presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

La presenza di Alpina al Salone Off 2018: una proposta articolata.

Ieri, 10 maggio, abbiamo presentato “DA QIN, L’Europa sovrana in un mondo multipolare, Tredici proposte di studio per un federalismo del XXI secolo”.
Il dibattito che ne è seguito ha permesso di delineare linee d’azione per il futuro: -proseguire nelle nostre attività di ricerca, nella direzione di una pubblicistica orientata soprattutto alla Via della Seta;
stabilire un legame più stretto con la comunità cinese, per organizzare iniziative d’interesse comune;
avviare un dibattito sui rapporti Europa-Cina, da un lato, con le imprese, e, dall’ altro, con il Movimento Federalista e le forze politiche.

Lunedì 14 maggio, presenteremo il libro sul modello sociale europeo e il pensiero cristiano.

In realtà, il dibattito verterà soprattutto sul come le tradizionali fonti di pensiero sociale europeo possano essere proficuamente utilizzate anche e soprattutto nella fase storica che ci attende, caratterizzata dall’ Intelligenza Artificiale e dalle macchine intelligenti.

L’obiettivo è mettere a fuoco lo stato dell’arte in un momento caratterizzato da una grande confusione, in cui non si riesce a distinguere chiaramente fra la sfida ontologica delle macchine intelligenti, le minacce allo Stato di diritto e alla democrazia, gli aspetti monopolistici e quelli geopolitici.

 

10 MAGGIO SALONE OFF: POMERIGGIO DEDICATO AL RAPPORTO, NELLA STORIA, FRA EUROPA E CINA

Giovedì 10 maggio ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1

Incontro con l’autore
“Prendersi cura dell’Europa… con un occhio alla Cina”

In occasione della pubblicazione di DA QIN, L’ Europa sovrana in un mondo multipolare, tredici ipotesi di lavoro per un federalismo europeo del XXI secolo, di RICCARDO LALA

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis, Rinascimento Europeo, ANGI-Associazione Nuova  Generazione  Italo-cinese, Movimento Federalista Europeo.

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.
Ne discutono, con l’Autore, Stefano Commodo, Fondatore e animatore dell’Associazione Rinascimento Europeo, Giuseppina Merchionne, docente di lingua cinese della Università Cattolica di Milano e presidente del Centro di Scambi culturali Italia Cina ‘The Belt and Road Iniziative’, Ming Chen, segretario dell’ Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese, e il Professor Alfonso Sabatino, del Movimento Federalista Europeo. Modera Marco Margrita.

ATTUALITA’ DEL TEMA

Come volevasi dimostrare, i partiti italiani sono stati incapaci di esprimere un qualsiasi accordo, seppur minimale, sicché si andrà al più presto a nuove elezioni. Lo stallo italiano non è che una casella dello stallo generalizzato dell’Europa, incapace di esprimere una qualsivoglia politica su qualunque dei problemi più urgenti: il rapporto con Trump e le multinazionali del web; i migranti; la politica estera e di difesa; i micro-nazionalismi.
La morte per esaurimento dei partiti tradizionali, trasformati tutti in “partiti di plastica” di carrieristi e trasformisti, o da questi sostituiti, non è che il sintomo esteriore della fine delle “grandi narrazioni” sette-ottocentesche, soppiantate dalle nuove ideologie. Da un lato, la religione del web, che persegue un progetto di controllo, da parte delle Big Five, sugli Stati e la società civile; del controllo, sulle Big Five, da parte del Complesso Informatico-Militare, e dei Big Data sul Complesso Informatico-Militare; dall’ altro, i poteri sub-continentali (americano, cinese, russo, islamico), che tentano di frenare, e/o indirizzare secondo loro progetti, l’emergenza del potere informatico globale, nel nome delle rispettive tradizioni storiche.
In questa lotta, stanno perdendosi tutti i margini di sopravvivenza dell’umanità, travolta dai social networks, dalla schedatura universale e dalla disoccupazione tecnologica. L’Europa, che non possiede, né un servizio segreto, né i Big Data, né le multinazionali del web, brilla per la sua impotenza. Se l’economia del 21° secolo è trainata dall’ Intelligenza Artificiale, dai Big Data, dai grandi providers, l’Europa, che non ne ha, non può avere, ora  più che mai, un ruolo gregario, dove si localizzano le obsolete attività esecutive e dove si trovano i disoccupati, mentre le attività apicali, di potere, prestigiose e ben pagate si concentrano nelle Grandi Potenze.
È inutile lamentare questa situazione senza fare, né almeno, pensare, nulla di nuovo.
Per questo, è fondamentale guardarci intorno, per vedere quali trasformazioni del quadro geopolitico globale siano atte a provocare contraccolpi tali, da rendere possibile la nascita di un vero soggetto geopolitico europeo, fornito degli attributi fondamentali di una potenza regionale in quest’era tecnologica: un progetto di umanesimo tecnologico, un “nocciolo duro” tecnologico; una politica estera di difesa.
Fra le novità geopolitiche emergenti, la più inequivocabile è l’ascesa della Cina in tutti i campi: culturale, ideologico, geo-politico, economico e militare. Per questo motivo, per tentare di affrontare con un minimo di chances i problemi più urgenti dell’ Europa e dell’ Italia, è giocoforza cercare di comprendere la Cina, le ragioni della sua ascesa, le sue prospettive immediate e a lungo termine, per trarne insegnamenti per l’ Europa e per cogliere le opportunità che la sua crescita presenta.
Questo è l’obiettivo del libro “DAQIN, l’ Europa sovrana in un mondo multipolare, 13 proposte di studio  per un federalismo europeo del 21° secolo”, Alpina, Torino” .

10 MAGGIO SALONE OFF: POMERIGGIO DEDICATO AL RAPPORTO, NELLA STORIA, FRA EUROPA E CINA

Giovedì 10 maggio ore 18
Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1

Incontro con l’autore
“Prendersi cura dell’Europa… con un occhio alla Cina”

In occasione della pubblicazione di DA QIN, L’ Europa sovrana in un mondo multipolare, tredici ipotesi di lavoro per un federalismo europeo del XXI secolo, di RICCARDO LALA

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis, Rinascimento Europeo, ANGI-Associazione Nuova  Generazione  Italo-cinese, Movimento Federalista Europeo.

Chi, come il Presidente Macron, invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma: nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti verso i loro compiti autentici: della scuola, verso una cultura alta; dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate, verso tecnologie di punta e autonome; dell’Unione, verso le nostre antiche tradizioni costituzionali; delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia”; delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’Europa, come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione, di treni, autostrade e porti-, costituisce una fondamentale speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’Italia e dell’Europa, travolte da un’interminabile decadenza.
Ne discutono, con l’Autore, Stefano Commodo, Fondatore e animatore dell’Associazione Rinascimento Europeo, Giuseppina Merchionne, docente di lingua cinese della Università Cattolica di Milano e presidente del Centro di Scambi culturali Italia Cina ‘The Belt and Road Iniziative’, Ming Chen, segretario dell’ Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese, e il Professor Alfonso Sabatino, del Movimento Federalista Europeo. Modera Marco Margrita.

ATTUALITA’ DEL TEMA

Come volevasi dimostrare, i partiti italiani sono stati incapaci di esprimere un qualsiasi accordo, seppur minimale, sicché si andrà al più presto a nuove elezioni. Lo stallo italiano non è che una casella dello stallo generalizzato dell’Europa, incapace di esprimere una qualsivoglia politica su qualunque dei problemi più urgenti: il rapporto con Trump e le multinazionali del web; i migranti; la politica estera e di difesa; i micro-nazionalismi.
La morte per esaurimento dei partiti tradizionali, trasformati tutti in “partiti di plastica” di carrieristi e trasformisti, o da questi sostituiti, non è che il sintomo esteriore della fine delle “grandi narrazioni” sette-ottocentesche, soppiantate dalle nuove ideologie. Da un lato, la religione del web, che persegue un progetto di controllo, da parte delle Big Five, sugli Stati e la società civile; del controllo, sulle Big Five, da parte del Complesso Informatico-Militare, e dei Big Data sul Complesso Informatico-Militare; dall’ altro, i poteri sub-continentali (americano, cinese, russo, islamico), che tentano di frenare, e/o indirizzare secondo loro progetti, l’emergenza del potere informatico globale, nel nome delle rispettive tradizioni storiche.
In questa lotta, stanno perdendosi tutti i margini di sopravvivenza dell’umanità, travolta dai social networks, dalla schedatura universale e dalla disoccupazione tecnologica. L’Europa, che non possiede, né un servizio segreto, né i Big Data, né le multinazionali del web, brilla per la sua impotenza. Se l’economia del 21° secolo è trainata dall’ Intelligenza Artificiale, dai Big Data, dai grandi providers, l’Europa, che non ne ha, non può avere, ora  più che mai, un ruolo gregario, dove si localizzano le obsolete attività esecutive e dove si trovano i disoccupati, mentre le attività apicali, di potere, prestigiose e ben pagate si concentrano nelle Grandi Potenze.
È inutile lamentare questa situazione senza fare, né almeno, pensare, nulla di nuovo.
Per questo, è fondamentale guardarci intorno, per vedere quali trasformazioni del quadro geopolitico globale siano atte a provocare contraccolpi tali, da rendere possibile la nascita di un vero soggetto geopolitico europeo, fornito degli attributi fondamentali di una potenza regionale in quest’era tecnologica: un progetto di umanesimo tecnologico, un “nocciolo duro” tecnologico; una politica estera di difesa.
Fra le novità geopolitiche emergenti, la più inequivocabile è l’ascesa della Cina in tutti i campi: culturale, ideologico, geo-politico, economico e militare. Per questo motivo, per tentare di affrontare con un minimo di chances i problemi più urgenti dell’ Europa e dell’ Italia, è giocoforza cercare di comprendere la Cina, le ragioni della sua ascesa, le sue prospettive immediate e a lungo termine, per trarne insegnamenti per l’ Europa e per cogliere le opportunità che la sua crescita presenta.
Questo è l’obiettivo del libro “DAQIN, l’ Europa sovrana in un mondo multipolare, 13 proposte di studio  per un federalismo europeo del 21° secolo”, Alpina, Torino” .

 

ALPINA/DIALEXIS AL SALONE OFF DI TORINO

Come noto, nelle elezioni regionali del Molise, e, soprattutto, del Friuli, la partecipazione popolare ha raggiunto livelli bassissimi. Nel Friuli, si è rimasti al di sotto del 50% degli aventi diritto. Questo è solo l’ultimo esempio di come i cittadini siano disamorati dalla cosa pubblica, che, semplicemente, non è gestita, forse perché è divenuta letteralmente ingestibile.

Non v’ è il minimo dubbio, quindi,  sul fatto che il comportamento tenuto dai partiti subito prima e subito dopo le elezioni, basato solamente su considerazioni di potere e senz’alcun nesso con problemi reali o programmi effettivi, abbia esasperato una trend assenteistico in atto già da tempo. Quando il Movimento 5 Stelle, a pochi giorni dal voto, è corso a Washington per garantire un drastico cambiamento di politica internazionale; poi, addirittura, ha cambiato surrettiziamente online, senza avvertire nessuno, il programma elettorale approvato dalla base fra mille bizantinismi informatici, la fiducia degl’Italiani anche verso l’ultimo movimento che si pretendeva “diverso” e “antisistema” è caduta a picco in pochi giorni.

Ma in realtà, tutti hanno seguito lo stesso copione: non sbilanciarsi, lanciando sistematicamente ad altri le patate bollenti.

La teoria dell’ “Ignoranza razionale”

D’altra parte, la recentissima traduzione in Italiano del libro di Jason Brennan, “Contro la democrazia”, ci insegna che lo stesso fenomeno è in corso anche negli USA, dove, addirittura, è stata lanciata la teoria dell’”ignoranza razionale”: visto che il voto del singolo cittadino non conta nulla,  è razionale, anzi, diremmo noi, obbligato,  l’atteggiamento di quegli elettori che non spendono il loro scarsissimo tempo e danaro, non diciamo per fare politica, ma neppure per informarsi sulla cosa pubblica.

In questa situazione, insistere, come noi facciamo, a voler informare i cittadini, loro malgrado, su tematiche estremamente complesse, come la politica europea, i rapporti geopolitici in Eurasia o il modello sociale europeo, può sembrare una follia. In realtà, ci ispiriamo al verso di Hoelderlin, secondo cui, “quando il pericolo cresce, cresce anche ciò che salva”.

Secondo le previsioni degli organismi internazionali, il nostro PIL ha smesso di crescere da aprile, e comunque, nei prossimi anni, crescerà addirittura meno del malandato PIL europeo; non per nulla, siamo stati sorpassati perfino dalla Spagna…

Che fare?

In realtà, non è vero che non si possa far niente per ovviare allo sfacelo.

Il crollo economico dell’ Europa (che tutti gli organismi internazionali hanno evidenziato ancora una volta qualche giorno fa, abbassando le previsioni di crescita da 2,5% a 1,4-1,9%); i dazi  di Trump decretati in violazione degli accordi promossi e sottoscritti dagli USA; le pagliacciate a livello europeo, con le minacce di sanzioni salatissime contro le Big Five che poi sono state immotivatamente del tutto abbandonate; l’approvazione di una legge sulla tutela dei dati che danneggia le imprese europee, ma non le Big Five; la bocciatura della seppur modesta proposta di Macron sulle liste transnazionali, dimostrano che, per migliorare, in un qualche modo, la nostra situazione, occorrerebbe operare energicamente sul piano europeo, non già su quello nazionale..

Ne consegue che il Governo italiano, da chiunque sarà composto, non potrà fare assolutamente nulla per arginare la catastrofica caduta della nostra economia, che prosegue più violenta che mai, salvo se si decidesse a battersi per una drastica modifica delle politiche europee verso il resto del mondo e verso le nuove tecnologie.Ma gli organi competenti (partiti, Stati nazionali, Commissione, Parlamento) sono troppo pusillanimi per farlo. È per questo che i partiti non hanno nessuna fretta di governare, sapendo che, facendolo, si prenderebbero delle grandi responsabilità e una ulteriore  dose d’impopolarità.

A questo punto, l’unica cosa che resta da fare a noi cittadini è la cultura, intesa, non già come una presuntuosa evasione in paradisi artificiali (siano essi snobistici, esoterici, ideologici o estetizzanti), bensì come doveroso studio di quanto sta accadendo intorno a noi, per modificarlo, preparando una riscossa.

Ri-educare gli Europei

Il deliberato non-governo in cui viviamo da almeno mezzo secolo  si fonda infatti sulla totale disinformazione: sulla storia della cultura europea; sulla geo-politica mondiale; sulle dialettiche intrinseche della modernità e della postmodernità…Con i nostri libri sull’Europa, sulla Cina, sulla Dottrina Sociale della Chiesa, ecc…, miriamo semplicemente a colmare almeno in parte queste lacune, in modo che almeno qualcuno dei nostri concittadini, comprendendo la reale natura e importanza delle poste in gioco, sia preso dall’interesse, e, diremmo, dal senso del dovere verso la cosa pubblica, e si associ a noi in quest’opera di approfondimento e di dibattito.

È in questo spirito che partecipiamo al Salone Off, che ci offre l’opportunità di inserire, nei programma del Salone, manifestazioni dedicate a due temi che ci sembrano scottanti e improrogabili, ma sono da tutti negletti: il confronto fra Europa e Cina e il futuro del lavoro nella Società delle macchine intelligenti.

Nella prima delle due manifestazioni, quella del 10 Maggio, discuteremo su 13 questioni scottanti dell’ Europa alla luce delle soluzioni adottate dalle altre grandi realtà subcontinentali, e, in particolare, dalla Cina, l’enfant prodige dell’ economia mondiale, la quale, partita dopo la Seconda Guerra Mondiale completamente distrutta dall’invasione giapponese, appare oggi come il Paese più ricco e potente del mondo.

Nella seconda, quella del 14 maggio, considereremo come il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano forniscano indicazioni su come fronteggiare il rischio che le macchine intelligenti si sostituiscano agli uomini, non soltanto nel lavoro di fabbrica, bensì in tutte le funzioni sociali, comprese le più delicate, come quelle della riproduzione, della guerra e della pace e dello stesso governo. A questo proposito, si terrà particolarmente conto delle esperienze dell’Europa Centrale, e, soprattutto, della Germania.

Vi trasmettiamo qui di seguito una sintesi dei rispettivi programmi, riservandoci di comunicarVi ulteriori dettagli.

PROGRAMMA ALPINA/DIALEXIS PER IL SALONE OFF

Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1

Incontri con gli autori

 

Giovedì 10 maggio, ore 18

Prendersi cura dell’ Europa…con un occhio alla Cina

In occasione della pubblicazione del libro  DA QIN, L’ Europa sovrana in un mondo multipolare, tredici ipotesi di lavoro per un federalismo europeo del XXI secolo, di RICCARDO LALA

 

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis, Rinascimento Europeo, ANGI-Associazione  Nuova  Generazione  Italo-cinese-, Movimento Federalista Europeo.

 

Chi, come ha fatto il Presidente Macron,  invoca un “sovranismo europeo”,  ha poi anche la responsabilità di trasformare questo slogan in una realtà, rendendo l’ Europa veramente autonoma nella cultura, nella tecnologia, nella politica, nell’ economia, nei costumi, nella difesa, nel rispetto delle tradizioni pluralistiche delle nostre terre. A ciò basterebbe forse un serio ri-orientamento delle istituzioni esistenti  verso i loro compiti autentici: della scuola verso una cultura alta, dei fondi dell’Unione e delle Forze Armate verso tecnologie autonome, dell’Unione verso le nostre antiche tradizioni costituzionali, delle industrie verso i “campioni europei di alta tecnologia” , delle imprese, verso il “modello sociale europeo”.

L’autore, che ha vissuto in prima persona le successive crisi dell’ Europa come studioso, eurofunzionario, manager, editore, scrive di tutto ciò, come ha detto Roberto Esposito, “guardando all’ Europa da fuori”, cioè senza pregiudizi “eurocentrici”, e, innanzitutto, partendo dal Paese che, per antichità e dimensioni, più ci assomiglia: la Cina. Per questa somiglianza, gli antichi Cinesi chiamavano  l’ Europa addirittura “Da Qin” (la “Grande Cina”). La Via della Seta, che fin dai tempi dell’ Impero Romano e di quello germanico univa Roma con le capitali cinesi, è stata anche  l’asse delle altre grandi civiltà: persiane, greco-macedoni, islamiche e turco-mongole. La Nuova Via della Seta -una rete inestricabile, già in costruzione,  di treni, autostrade e porti- , costituisce una fondamentale  speranza per rilanciare, attraverso le nuove tecnologie, il commercio e il turismo, l’economia e la cultura dell’ Italia e dell’ Europa, travolte da un’interminabile decadenza.

Ne discutono, con l’ Autore, Stefano Commodo, Fondatore e animatore dell’ Associazione Rinascimento Europeo, Giuseppina Merchionne, docente di lingua cinese della Università Cattolica di Milano e presidente del Centro di Scambi culturali Italia Cina ‘The Belt and Road Iniziative’, Ming Chen , segretario dell’ Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese, e il Professor Alfonso Sabatino, del Movimento Federalista Europeo. Modera Marco Margrita.

 

Torino, 14 maggio 2018,ore 18.

Il ruolo dei lavoratori nella società delle macchine intelligenti

In occasione della pubblicazione di “Modello sociale europeo e pensiero cristiano dopo l’Enciclica ‘Laudato sì’”, di Alberto Acquaviva e Riccardo Lala

 

A cura di Alpina in collaborazione con Associazione Culturale Diàlexis e Rinascimento Europeo.

 

La disoccupazione tecnologica richiede, oramai,  il controllo, da parte degli “stakeholders”, sui rapporti uomo-macchina, attraverso approcci nuovi, tanto rispetto alla vecchia contrapposizione lavoro-capitale, quanto nei confronti delle concezioni puramente formalistiche della partecipazione dei lavoratori, sempre più travolte dalle nuove forme di organizzazione del lavoro.

 

Il modello sociale europeo e il pensiero sociale cristiano, spregiati e negletti negli ultimi decenni, potrebbero  fornire, più ancora che non i paradigmi pragmatistici e post-umanistici oggi in voga, idee innovative, fondate sul rinnovamento e il potenziamento dell’ umano a partire dall’ irriducibile libertà e imprevedibilità della persona. La critica, da parte dell’Enciclica “Laudato sì”, delle “colonizzazioni culturali”, e le sperimentate ricette della partecipazione nell’ impresa, collaudate in Europa Centrale, forniscono una base sperimentale da cui partire.

 

Ne discutono con gli autori l’avvocato Stefano Commodo, animatore del movimento della società civile “Rinascimento Europeo”, Riccardo Ghidella, Presidente dell’Associazione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, e Ezio Ercole, Vice-presidente dell’ Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

 

L’EUROPA E GL’IMPERI DOPO LE ELEZIONI RUSSE

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese e  le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

4.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai 5ome una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano svegliato Caterina, amica di Diderot e Voltaire, che si era resa conto che, andando di quel passo, la Russia sarebbe andata distrutta. Perciò, scriveva, nella premessa alle Istituzioni Legislative, che, come aveva affermato Montesquieu, “uno Stato di grandi dimensioni non può essere governato se non in modo autocratico”. Quanto avevano ragione Montesquieu e Caterina, che pure non avevano potuto prevedere la Singularity, la Fine della Storia, lo Stato Mondiale, lo Hair Trigger Alert, l’ Intelligenza Artificiale…! La realtà che il governo di una città si occupa di urbanistica, dinido e cose simili, che sono all’ altezza dei singoli cittadini (anche se potentemente spintonati da porta-borse, geometri e speculatori); un governo regionale, di programmazione territoriale, incentivi alle start-up e scule, di cui riesce ancora a occuparsi un certo numero di notabili che “delega” l’operatività alla bassa manovalanza politica; un governo nazionale si occupa di legge finanziaria, di università, di sicurezza, dove la dialettica è fra sofisticate minoranze di tecnocrati e politici di professione, che ignorano i cittadini e sono sa questi disprezzati; delle politiche internazionali, con la biopolitica, le politiche industriali e  la cyberguerra, possono occuparsi solo alcuni scienziati,militari e agenti segreti, mentre gli stessi politici sono tagliati fuori dal dibattito, a causa della loro abissale ignoranza e della loro pusillanimità.

Se l’ Europa vuole poter dire la sua sulle decisioni fondamentali per l’ umanità, deve costruirsi con una rapidità impressionante quell’ élite di teologi, filosofi, scienziati e  militari, capaci d’interloquire con sufficiente autorevolezza con Kurzweil, Zuckerberg, Bezos, Musk,Bostrom, Harari, Morozov, Jack Ma, Putin e Xi Jinping. E’ vero che tanto Macron quanto Marine Le Pen, scopiazzando a orecchio vecchie idee di De Gaulle e di Jean-Jacques Servan-Schreiber, hanno ipotizzato un inizio di queste attività a livello europeo, ma siamo ancora ben lontani dal livello di consapevolezza di un Musk e di un Putin.

Il fatto, che può sembrare anodino, per cui in tutte le nostre attività, insistiamo sempre e soltanto sulla cultura, è che, senza un elevato grado di consapevolezza di questi temi, non si può neppure iniziare a ragionare di etica, di politica, di economia, di impresa, di difesa.

Oggi si vede chiaramente quanto il mondo stia cambiando.

Fino a qualche giorno fa, tutto ciò che riguardava l’attuale struttura geopolitica multipolare, ivi compresa la messa a fuoco della natura dei maggiori attori della storia contemporanea, era avvolto, nel linguaggio del mondo politico e dei media, da un’aura di mistero e da uno schermo di slogan ideologici.

1.L’articolo di Kaplan

Dopo Brexit e le elezioni catalane, e soprattutto,  dopo il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese le elezioni italiane e russe, non è più così. La geopolitica mondiale sta facendo irruzione nella pubblicistica teologica (“Nell’anima della Cina” di Antonio Spadaro), in quella filosofica (le opere di Francois Jullien),  in quella storica (vedi Conrad, “Storia globale”), in quella politologica (Martin Jecques, “When China Rules the World”), nonché nel dibattito politico (“America First”, “Europa Sovrana”, “Nuova Via della Seta”).

Che ciò stia accadendo più rapidamente del previsto è confermato da una serie d’ articoli e interviste comparse sulla stampa italiana negli ultimi giorni. In primo luogo quello di Robert Kaplan su “La Stampa” del 15 marzo, come pure l’articolo di fondo di Maurizio  Molinari sullo stesso giornale del 16 dello stesso mese, nonché l’intervista a Helène Carrère d’Encausse su “Il Corriere della Sera “ dello stesso giorno. Gli stessi temi sono affrontati in due opere pubblicate anch’esse recentemente: “La Guerra che sarà”, del generale Fabio Mini, e “Cina e World History”, a cura di Elisa Giunipero.

Tutti si accorgono finalmente che il quadro geopolitico mondiale nel XXI Secolo non ha oramai più nulla a che spartire con quello del XX:

-ciò che è divenuto determinante per il futuro del mondo, e la sopravvivenza stessa  dell’ Umanità è il controllo sull’ Intelligenza Artificiale, che richiede un accordo internazionale, come proposto dal Presidente Putin;

-i soggetti che possono avere un ruolo determinante nella definizione del controllo sulle nuove tecnologie sono alcuni, pochi, Stati sub-continentali, eredi di grandi imperi, di cui Kaplan cita USA, Europa, Russia e Cina, ma noi aggiungeremmo anche l’India;

-ciascuno di questi Stati, pur essendo portatore degli aspetti positivi che caratterizzano gl’imperi, è, d’altronde, soggetto  alle dinamiche auto-distruttive proprie di tutti gl’ Imperi;

-vi è una corsa, tanto da parte di Stati che si proclamano liberal-“democratici”, quanto da parte della Cina, verso sistemi più accentrati, testimoniata fra l’altro dal decisionismo di Trump, dalla ricerca, da parte dei Governi dell’ Europa Centrale e Orientale della Turchia, di forme di governo plebiscitarie, quanto, infine, dal deliberato ri-orientamento della “meritocrazia diffusa” cinese nella direzione del potere personale dell’ “Hexing”, secondo il modello maoista;

-nessuna delle ideologie e scuole di pensiero del XX Secolo riesce neppure lontanamente a cogliere la logica intrinseca di queste dinamiche.

In sostanza, secondo Kaplan, il problema numero uno degli  Stati Continentali è quello di recuperare quell’ “aura” di  finalità superiori (un obiettivo più alto, civilizzatore) che un tempo aveva accompagnato gl’ Imperi e ne aveva garantito la continuità.

Ad avviso di Kaplan, oggi l’unico degli attuali “imperi” che si sia posto oggi con coerenza e successo su questa strada sarebbe la Cina, che, rivitalizzando la Via della Seta, ha dato a se stessa un obiettivo più generale e permanente che non quello, generalizzato, di un mero “nostalgismo”. Tuttavia, secondo Kaplan, perfino quest’ obiettivo potrebbe risultare sproporzionato alle forze della Cina, costringendola ad abbandonare l’attuale approccio di benevola distanza dal proprio progetto e a tornare sulle logiche autodistruttive degl’ imperialismi “hard”.

D’altronde, giacché l’ispirazione elitaria e autoritaria che la Cina attuale riprende  dal plurimillenario impero che l’ha preceduta costituisce una netta smentita dell’ideologia occidentale, fondata su un’asserita superiorità della democrazia quale forma finale della storia del mondo, l’Europa, e soprattutto gli USA, sarebbero condannati a sfidare la crescita della Cina, per riaffermare la loro ragion d’essere ed evitare così il proprio declino, assertivamente legato alla credibilità di quell’ ideologia. Per altro, la sfida alla mitologia democratica e progressista dell’ America viene in realtà dal suo stesso interno, vale a dire dal Presidente Trump, il quale, con il suo richiamo all’ “interesse nazionale” americano e con il suo esplicito militarismo, la rivelerebbe come una pura illusione, costruita ad arte per rendere accettabile l’egemonia mondiale.

Anche l’Europa soffre sotto le sue contraddizioni culturali, perché, da un lato, essa sarebbe l’erede del dispotismo illuminato, incarnato alla fine dall’ Austria-Ungheria e dall’ Impero ottomano, ma, dall’ altro, essa vorrebbe diventare “una democrazia non elitaria”, ma burocratica. In ciò, io penso noi, essa sarebbe in netta contraddizione con gli antichi imperi europei, che si reggevano invece  sulle élites dinastiche e ecclesiastiche, aristocratiche e intellettuali, finanziarie e massoniche, burocratiche e militari. Per sua stessa natura, senza queste élites, l’ Europa, indipendentemente da qualsiasi struttura “costituzionale”, non può semplicemente funzionare.

Infine, secondo Kaplan, l’imperialismo russo sarebbe “a basso contenuto”, e destinato quindi a essere sconfitto.

2.Il punto di vista di Mini 

Secondo Mini, la forza trainante della politica attuale è, per tutti i principali attori, una forma di “nazionalismo nostalgico”.  Certo, l’effetto combinato del materialismo delle culture dominanti e il ricordo della generalizzata crescita postbellica, oggi arrestatasi in Occidente, hanno contribuito a creare ovunque un pathos del revival, che si riverbera anche sulle simpatie politiche dei cittadini. Nel caso di Trump, si tratterebbe soprattutto di far leva sulla nostalgia per l’America postbellica, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, a cui ammicca la capigliatura del Presidente americano; per Xi Jinping, della nostalgia della dinastia Qin e della sua cultura “legalistica”, che ben si attaglia alle sue colossali “campagne anti-corruzione”; per Putin, del dispotismo occidentalizzante di Pietro il Grande e, per Erdogan, dell’ Impero Ottomano. Anche gli Europei sarebbero  tentati da un  nazionalismo “rétro”, come quelli di Kaczynski e di Orban, perché il disinteresse degli USA per Europa, Africa e medio Oriente alimentano nuove ambizioni negli ex colonialisti europei. In realtà, l’Europa è posta nell’ alternativa fra “diventare una periferia degradata rientrando nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica americana. Oppure ergersi a potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi.”

Mini crede anche che le potenze oggi dominanti tendano naturalmente a scontrarsi, e che quindi l’attuale corsa agli armamenti preluda veramente a un tentativo americano di destabilizzare Russia e Cina, con possibili esiti bellici (“la guerra che sarà”). A Mini fa eco Elon Musk, che giustifica il suo progetto di trasferire la vita su Marte con la previsione di una guerra nucleare totale.

Secondo Mini, anche fra Russia e Cina esisterebbe un’ obiettiva situazione di potenziale conflitto, a causa del riscaldamento dell’ Artico, della crisi demografica russa e della crescita cinese, con la conseguenza che i due Paesi potrebbero rivaleggiare per il possesso della Siberia.

3.Uno sguardo più approfondito sulla Russia

Concordo con molte delle valutazioni dei due autori. A mio avviso, per altro, occorre scavare più a fondo, secondo le linee indicate da “Cina e world history”.

Gl’imperi sono esistiti fin dal 5° millennio a.C. (il “Re Scorpione, l’ “Imperatore Giallo”).  Le contraddizioni degl’imperi  sono per altro insite nel carattere finito della stessa umanità. Nessuno si aspetterebbe che esistano ancora, come tali, gl’imperi del Re Scoripone,, dell’ imperatore Giallo, di Hammurabi o di Alessandro La contraddizione numero uno consiste intanto nel conflitto fra la pretesa universale degl’imperi e il loro essere stati sempre di fatto parziali. Alcuni di questi imperi ne hanno risentito maggiormente, come quelli romano, islamico , spagnolo, sovietico e americano, a causa della loro pretesa millenaristica di costituire la “fine della storia”; altri meno, come quelli egizio, cinese, germanico e russo, che si auto concepivano invece come magici “preservatori del mondo”. I primi si scontravano inevitabilmente con i loro omologhi e concorrenti, e comunque con i limiti del loro potere e della storia; i secondi, invece, non dovevano confrontarsi con nessun ostacolo, perché non pretendevano di portare a termine nessuna missione di salvezza (l’Impero come “Katèchon”, come lo definisce il medievale “Ludus de Antechristo”). La teologia politica di questi imperi è quella dell’ Imperatore quale garante dell’ ordine del mondo (Confucio, Dante).

Oggi, il progetto millenaristico di realizzare la fine della storia attraverso le nuove tecnologie costituisce nuovamente la pietra di paragone degl’Imperi. La grande forza dell’ Impero americano è pertanto quella di incorporare in sé il nocciolo centrale del Complesso Informatico-militare, e, dunque, di padroneggiare quelle nuove tecnologie che sicuramente determinano, già fin d’ ora, l’orientamento teologico, antropologico, culturale, ideologico, politico, economico e militare, del mondo. Grazie a quest’egemonia, gli Stati Uniti hanno costruito intorno al mondo una rete informatica capillare, che interagisce quotidianamente, attraverso le “utilities”, “i media”, i sistemi telefonici e digitali, i servizi pubblici, gli eserciti, i servizi segreti, i governi,  con Stati, imprese, singoli cittadini, controllandoli in ogni istante ed influenzandone capillarmente i comportamenti (basti pensare all’ attualissimo caso di “Cambridge Analytica”. L’unica debolezza di questo sistema è che la sua stessa esuberanza ha generato una profonda conflittualità interna, resa ora  evidente dall’ impossibilità, per il Presidente Trump, di circondarsi di una qualsivoglia cerchia di collaboratori stabili e fidati. In effetti, questo conflitto era stato scatenato deliberatamente, dopo la IIa Guerra del Golfo, dallo stesso Complesso Informatico-Militare. Come scritto da Schmidt e Cohen dopo il loro incontro fra le macerie della Baghdad occupata, nel loro “New Digital Age”,  da allora in avanti sarebbe stata Google, e non più la Lockheed, a guidare l’America verso la conquista del mondo.

Oggi, , nonostante la simbiosi del Complesso Informatico-Militare con l’ Amministrazione nella gestione della Società del Controllo Totale (Big Data di Salt Lake City, NSA, Echelon, CIA, Prysm), lo Stato americano sostiene piuttosto le industrie militari tradizionali, mentre le Big Five cercano spazi di autonomia, per esempio, dialogando con la Cina.

La Cina è infatti il più serio sfidante degli Stati Uniti proprio in questo campo, proprio grazie all’ esistenza, da gran tempo, del “Great Chinese Firewall”, vale a dire della grande barriera creata al passaggio del flusso di dati elettronici attraverso i confini cinesi. All’ ombra di questa “firewall”, si sono potuti sviluppare i giganti informatici cinesi come Alibaba, Huawei e Baidu, che emulano perfettamente, all’ interno dello spazio cinese, i giganti americani del web. Basti pensare che Jack Ma ha fondato Alibaba prima ancora che Zuckerberg creasse Facebook, e che la Cina possiede per prima computer e satelliti quantici. Grazie a questa riuscita emulazione, la professione informatica in Cina ha conosciuto  uno sviluppo enorme, con ricadute estremamente positive per lo spionaggio elettronico, il che ha portato da alcuni anni, per riconoscimento dello stesso Pentagono, alla piratazione dell’ intera gamma di nuovi sistemi d’arma americani, immettendone così sul mercato in anticipo delle imitazioni di migliore qualità e di minor prezzo. In seguito a questo superamento, gli USA hanno addirittura accettare di gran fretta  la proposta cinese di firmare un “No-Spy-Agreement” fra i due Paesi (cosa che Obama ha rifiutato di fare con l’ Europa).

L’egemonia elettronica americana sta dunque per essere erosa dalla Cina.

Come afferma giustamente Molinari, la Russia costituisce l’”anello debole” di questa serie di imperi, perché, nonostante che sia lo Stato più grande del mondo, e la seconda potenza militare, non disporrebbe di campioni informatici come l’America e la Cina, in un momento in cui questi sono così necessari. Noto intanto che se la Russia non ride, l’Europa piange (come dice il noto tormentone russo “Evropa placit”).

Concordo con questa considerazione, come pure con quella di Kaplan circa il fatto che la Russia non si porrebbe alcun obiettivo  di grande respiro. Tuttavia, in questo caso, come pure in quelli dell’Europa e della Cina, occorre andare più a fondo.

Come tutte le tradizioni imperiali, anche quella  russa è contesa fra un’interpretazione millenaristica del proprio ruolo e quella “catecontica”. Millenarista era Ivan il Terribile, che, fedele alla sua convinzione che Mosca fosse la Terza Roma, aveva addirittura fatto costruire per Gesù Cristo un palazzo per quando sarebbe tornato sulla Terra. Altrettanto millenaristico l’utopismo russo di fine Ottocento, con Fiodorov che vedeva nella missilistica la realizzazione del Regno dei Cieli, Tsiolkovski che progettava le astronavi a questo fine, e Lunacarskij che, attraverso il comunismo, pretendeva di “costruire Dio”. Di converso, la slavofilia e l’Eurasiatismo erano, e sono, anti-millenaristici .La sconfitta del Trotskismo e della “rivoluzione permanente”, così pure come l’affermazione del “socialismo in un solo paese” può essere letta appunto come una vittoria dell’anti-milllenarismo. Putin è piuttosto un pragmatico e un anti-millenarista. Lo conferma la sua sintonia con la Chiesa Ortodossa su una linea di ripresa senza esitazioni delle tradizioni sociali  “bizantiniste”, di critica frontale della modernità occidentale.

La natura “atipica” della Russia deriva dall’ essere, essa, per Kaplan, dall’ essere “configurata dalla geografia piuttosto che dagl’ideali”. Gli unici “ideali” possibili per Kaplan, come per tutti gli “Occidentalisti”, sono quelli della fine della Storia grazie all’affermazione mondiale dell’uomo puritano, un “destino manifesto” indicato da Dio. La “configurazione della Russia attraverso la geografia” dipende invece dall’ essere essa l’erede dei popoli delle steppe,  spregiati dagli occidentali, ma valorizzati invece da Ippocrarte, Erodoto, Ibn Khaldun, Shiratori, Trubeckoj e Gumilev. Contrariamente a quanto vuole la “vulgata” occidentalistica, i “popoli delle Steppe”, come i Kurgan, gl’Indoeuropei, gli Sciti, gli Unni, i Turco-Tartari, i Mongoli, i Mancesi, hanno svolto in realtà un incredibile compito storico, trasferendo la civiltà da un continente all’ altro, e fondando imperi come quelli delle Dinastie Mitiche cinesi, quelli persiani, Khushana, Germanico, quelli turchici, Tang, Mughal e Qing. La Missione della Russia è anch’essa quella di presidiare, con la sua esile  popolazione guerriera e “passionale” (per dirla con Gumiliov),  le steppe sterminate fra l’ Europa, l’Artico, la Persia, la Cina e l’ America, per impedire che un  qualche impero possa assoggettare il mondo intero, pervenendo così alla “Fine della Storia”. E, di fatto, la Russia sta svolgendo proprio questo ruolo, a protezione del multipolarismo. Aleksandr’ Dugin ha definito, perciò, la Russia come “il Katèchon settentrionale”.

Tuttavia, contrariamente a quanto credono Kaplan e Mini, l’antimodernismo russo non equivale alla staticità. La parabola politica di Putin è stata una forma di “auto-apprendimento continuo”. Nella primissima fase, si trattava di restaurare l’autorità dello Stato russo per garantirne la sopravvivenza. Nel secondo, d’inserirsi nella dialettica occidentale presentandosi esplicitamente come l’unico vero europeo, ammiratore dell’Unione Europea e successore ideale di Helmut Kohl. Di fronte alla reazione occidentale, consistente nell’appoggio all’infiltrazione wahhabita e nell’aggressione all’ Ossetia, Putin è passato ad una terza fase, caratterizzata dall’assunzione, da parte della Russia, della missione dostojevskiana di salvare l’ Europa dell’autodistruzione e dal terrorismo.

A partire dall’ “Euromajdan” si è trincerato anch’egli, non diversamente da Orban, da Kacynski, da Erdogan e da Trump, in un “nostalgismo difensivo”, per altro estremamente fruttuoso dal punto di vista elettorale, perché intercetta  umori anti-globalizzazione e anti-americani diffusi in tutto il mondo, ponendo le basi, come tutti gli osservatori concordano, per un nuovo mandato di successo. Come annunziato nel suo discors per l’inizio dell’ anno accademico e in quello “sullo Stato dell’ Unione” dinanzi alla Duma, in questo mandato, Putin chiama il popolo russo a concentrarsi sull’ Intelligenza Artificiale, definita come l’elemento centrale per il controllo del mondo, e vista nelle sue tre dimensioni:

-come strumento di controllo totale e trasversale, nel senso in cui la intende Neil Bostrom in “Super-intelligenza”;

-come elemento centrale delle guerre di domani (vedi Musk e  Mini);

-come nuova frontiera della cooperazione internazionale, nel senso della necessità di un accordo internazionale per il suo controllo.

Sotto questo punto di vista, non si può certo affermare che la politica russa sia priva di contenuto; anzi, almeno a livello programmatico, essa costituisce la punta più avanzata della proposizione politica mondiale.

3.Sulle presunte debolezze della Cina

Il difetto fondamentale della visione di autori “occidentalistici” pur  se “superintelligenti” come Kaplan è ch’essi sono soggetti a una singolare miopia, grazie alla quale essi vedono sempre e soltanto ciò che è (relativamente) vicino alla Modernità occidentale, senza rendersi conto che essa ha sempre un precedente molto lontano. Kaplan riallaccia l’aspirazione di Xi Jinping a ricostituire una propria sfera d’influenza alle tradizioni “imperiali moderne” delle dinastie Ming e Qing, mentre, invece, l’idea del Tian Xia universale risale addirittura alla Dinastia Zhou(1250-750 a. C.), da cui Confucio l’aveva  riprese facendola diventare la chiave di volta del pensiero politico cinese. Il Tian Xia è l’ecumene . essa è organizzata gerarchicamente intorno al centro rituale dell’ Imperatore saggio, che governa l’Universo (compresi gli Dei e la natura) con l’esempio (i “Riti”) il “Regno di Mezzo” (“Zhong Guo”).

Il ritorno all’idea di Tian Xia è perciò un’aspirazione implicita dei Cinesi. I suoi confini  sono deliberatamente imprecisi, come vaga è la stessa logica della lingua cinese. In tal modo, si rispetta l’ambiguità della terminologia di tutti gl’Imperi antichi. Potenzialmente, l’ordine sinocentrico ingloba, in modo soft,  tutto il mondo. La Via della Seta è, appunto, un modo soft d’influenzare il mondo, facendovi pervenire la propria cultura, i propri uomini e le proprie tecnologie, ma non le proprie armi. Perciò, non è vero che la Cina assomigli troppo a un sistema imperiale tradizionale. Vi assomiglierebbe se , come facevano i Taiping e Sun Yat Sen, pretendesse di “fondere” Cina e Occidente, dove la Cina dovrebbe comunque avere la prevalenza, secondo lo schema occidentale delle monarchie provvidenziali e universali.

Semmai, il problema è costituito dal fatto che “clonare” il sistema cinese come hanno fatto Coreani, Giapponesi e Vietnamiti porta alla nascita di altrettanti “Regni di Mezzo” con le stesse ambizioni di quello cinese. La Cina non può perciò affatto costituirsi come potenza regionale, perché la sua strada è più agevole verso il resto del mondo.  

 

 

4.E le vere debolezze dell’Europa.

Come afferma il generale Mini, l’Europa si presenta oggi oramai come una “Periferia degradata”, o “nella sfera della potenza continentale russo-cinese o in quella della potenza oceanica continentale”.

Strano che questo concetto non emerga invece mai nei dibattiti fra Angela Merkel e Teresa May, fra Macron e Marine Le Pen, fra Rajoy e Puigdemont, fra Salvini e Di Maio, Juncker e Tajani, Berlusconi e Renzi. Eppure, finché non partiremo da questo concetto, non potremmo svolgere neppure un millimetro di percorso verso la ”potenza indipendente ed equilibratrice rispetto ai due blocchi o alle tre grandi potenze”, di cui pala Mini. Tutto il discorso culturale e politico in Europa si rivela essere così solamente una spudorata messa in scena per nascondere una verità tragica, inaccettabile e che impone un impegno eroico da parte di tutti. Infatti, come dice giustamente Kaplan, “L’Unione Europea potrebbe trovarsi in una posizione migliere per padroneggiare il futuro a causa della sua “esperienza di pre-morte” . Per poter rinascere, l’Unione Europea dovrebbe, come diceva Freud, ritrovare la propria identità sotto la crosta di una “Falsa Coscienza” razionalistica ed universalistica, riscoprendo il suo inconscio collettivo. Inconscio che è, come diceva Ippocrate, quello tribale tipico di tutto l’ Occidente, europeo e medio-orientale, e che affiora carsicamente nella storia, con le Tribù d’Israele, le Poleis greche, i popoli migratori, le sette eretiche cristiane e islamiche, il feudalesimo, gli “stati nazionali” e i localismi. Questo tribalismo può e deve essere mitigato dall’ idea imperiale (come fecero i Romani, i Bizantini, i Germani, ecc..), ma non può esserlo del tutto. Esso non costituisce un ostacolo alla forza dell’ Europa come tale, nella misura in cui essa sappia darsi un’organizzazione centrale adeguata ai tempi (la falange greca, il diritto romano, la Chiesa cristiana..). Oggi, ciò che conta è, come ha detto Putin, il controllo dell’Intelligenza Artificiale. L’Europa non esiste in alcun modo in questo settore. Come arrivare a contare?

Paradossalmente, io vedo una sola soluzione per arrivare a questo appuntamento prima della “Guerra della Generazione Y” prevista dal Generale Mini: la fusione dell’Europa con la Russia, quale quella adombrata dal primo Putin, nel suo articolo del 27 marzo 2007 su “La Stampa” di Torino e ribadita nell’incontro con la Confindustria Tedesca (BDI). La Russia è per definizione un Paese europeo (pensiamo a Caterina, a De Maistre, a Dostojevskij, a Stravinskij, a Kojève),   e Putin stesso, in quanto pietroburghese, rivendica orgogliosamente  la propria europeità. La rottura fra Russia e Occidente risale a Caterina II, un’aristocratica tedesca illuminista e alleata della Rivoluzione Americana. La rivolta di Pugaciov e la Rivoluzione Francese avevano s