Archivi tag: coudenhove kalergi.

RISCRIVERE LE COSTITUZIONI: ATTUALITA’

DEI PROGETTI DI FEDERALISMO MONDIALE, EUROPEO E NAZIONALE

L'”antica costituzione europea”

La “cancel culture”, nata fra gl’intellettuali “non-WASP” nelle università americane, non è tuttavia solo un fenomeno americano. Come tutte le “americanate”, in breve si è diffusa in tutto il mondo, dove viene scimmiottata in modi per lo più improprii e deformanti, soprattutto in un’Europa sempre più priva di idee proprie, ed anche per questo sempre più succube dei trend culturali e politici americani.

Mentre, in America, il movimento “Woke” mira a colpire e l’eredità culturale del colonialismo europeo, in Europa prevale un’altra “Cancel Culture”, che mira invece a fare dimenticare le radici premoderne, moderne e afroasiatiche dell’integrazione europea, a vantaggio di un iconoclastico messianismo di origine manichea e puritana, secondo cui tale integrazione altro non sarebbe che la punta di diamante della nuova “religione dei diritti”, che travolge, come vendetta per le oppressioni passate, tutte le culture tradizionali, portandole tutte  a fare parte dell’ “impero mondiale omogeneo” (Kojève).

Per questa “Cancel culture” europea, l’intera storia mondiale, e non solo quella europea, sarebbe infatti viziata da un’eredità di violenza, che solo la nemesi della IIa Guerra Mondiale sarebbe riuscita a riscattare (con la vittoria degli Stati Uniti).  In ciò starebbe la nobiltà dell’Europa, la quale, modello per il mondo intero, sarebbe riuscita a sostituire ad inimicizie secolari un nuovo clima di fratellanza (come profetizzato da Fichte e da Nietzsche). L’Europa sarebbe, dunque, il primo Paese entrato, grazie alla sconfitta, nella “Post-Histoire”(Gehlen, Fukuyama)-cioè con un ruolo di “suddito” nell’ Impero del Bene.

Secondo questa “Cancel culture” europea, l’integrazione europea nascerebbe quindi solo durante la IIa Guerra Mondiale, dal rifiuto delle guerre, delle stragi e della stessa idea di “sacrificio”(Girard), emblema di una storia mondiale tutta da cancellare. La sconfitta degli eserciti europei sarebbe stata quindi una sorta di “provvida sventura”, che, “redimendo” gli Europei dal loro passato peccaminoso, ne avrebbe fatto un modello per il resto del mondo.

Da tutto ciò risulterebbe esaltata la funzione messianica dell’ America, che, sconfiggendo l’Asse e rieducando la Germania, aveva costretto l’Europa a divenire il primo paese redento dalla storia dell’ oppressione e della miseria.

Questa “Cancel culture” europea, erede di movimenti ereticali come il Manicheismo e la Gnosi cristiani ed ebraici, del mazdakismo, della Kabbalà, dei Pauliciani e degli Anabattisti, era stata proposta da una parte della Sinistra Alternativa nell’ambito della cosiddetta “Lunga Marcia attraverso le Istituzioni” di Rudi Dutschke (come riedizione moderna dell’ idea trockista della “Rivoluzione Permanente”),  e dall’ accademia occidentalistica  “funzionalista” (Mitrany), per cui l’Europa non avrebbe dovuto essere se non una sottosezione e un primo esempio dello “Stato Mondiale Omogeneo”di Kojève (o dello Stato Mondiale di Juenger).

Questa “Cancel culture” europea, espressione concreta dell’interpretazione materialistica e tecnocratica dell’ Apocalisse, rigetta ogni costrutto sociale positivo -il rigore logico, la documentazione fattuale, il politeismo dei valori, la continuità delle tradizioni storiche, le differenze fra le culture, i ceti sociali e i sessi-, postulando come unico obiettivo quell’eguaglianza assoluta ed omologante che risulterebbe, per esempio, dall’ applicazione letterale dell’ art.3 della Costituzione Italiana, e, ancor più, dall’ “affirmative action” di tradizione realsocialista e americana. Si passa così dall’ eguaglianza formale liberale, a quella sostanziale socialista, fino a quella etnica terzomondista, e sessuale (a sua volta declinata, nel tempo, come femminista, omosessuale, transessuale, “gender”). Siamo oramai sulla soglia dell’ eguaglianza degli animali e delle macchine…

La Federazione Mondiale secondo Coudenhove Kalergi

1.La censura sulla storia europea

E’ chiaro che, per questa cultura, risulta inaccettabile che proprio l’Europa attuale, quella in cui oggi viviamo,  si riveli invece essere in gran parte il  prodotto dell’incontro culturale fra un Papa polacco, un Segretario generale del PCUS e le rivendicazioni nazionali dei popoli dell’ Europa Orientale (con radici pre-moderne da cui è difficile liberarsi). Ancora più inaccettabile il fatto che i creatori delle Comunità Europee fossero stati dei leader democratici cristiani, per altro influenzati da intellettuali già comunisti (come Spinelli), comunitaristi (come Marc) e “planistes” (come Monnet), o addirittura aristocratici ed elitari (come Coudenhove Kalergi), nessuno dei quali condivideva il pathos della “Fine della Storia” (e che mai si sarebbero neppure immaginati le attuali derive nichilistiche).

Andando a ritroso, andrebbero (e vengono in effetti) cancellate ancor più  drasticamente le influenze sulla formazione del generale consenso europeista “ delle culture dell’ Asse ” (Drieu La Rochelle, von Schirach). Vanno poi ignorate le prese di posizione “europee” di Alessandro I e di Nietzsche; deformate quelle di Dubois, Dante, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Kant, Voltaire. E, più lontano ancora, vanno condannate le Crociate, Roma, la Grecia, Maometto, i Padri della Chiesa, il Vecchio Testamento, l’Old Europe e gl’Indoeuropei…

Questa Cancel culture europea costituisce oggi l’ostacolo principale sulla strada della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, perché impedisce di prendere atto che avevano ragione i teorici del passato (Spinelli, Galimberti, Weil, Marc, De Rougemont) nel vedere che la  crisi della società europea  (che dura da almeno un secolo) richiedeva e richiede un momento di critica delle narrazioni delle “nazioni borghesi” prebelliche (per esempio, quella risorgimentale), per riallacciare il futuro dell’ Europa unita all’ insieme delle sue comuni tradizioni.

Oggi, tanto l’ordinamento internazionale, quanto l’Europa, quanto, infine, la società italiana, soffrono più che mai di questa “Crisi di civiltà” : di una debolezza generalizzata, di una totale contraddittorietà nelle motivazioni,  del dominio delle macchine, della conseguente ingovernabilità, e di una tensione generalizzate in Europa Orientale (Polonia, Bielorussia, Ungheria, Russia, Bosnia, Serbia, Ungheria, Ucraina, Donbass, Albania, Kurdistan).

Di fronte a questa crisi, s’ impone, non già un “window dressing” dell’ esistente quale, incredibimente, si vorrebbe realizzare con la Conferenza (“bisogna cambiare tutto perché nulla cambi”, von der Leyen al “Summit sociale di Porto”), bensì la riscrittura contestuale degli Statuti delle Nazioni Unite e della NATO, ma specialmente del Trattato di Lisbona e delle costituzioni nazionali, sulla base di una visione culturale, se non unitaria, almeno coerente, al suo interno e con la storia d’Europa.

Quest’ esigenza di discontinuità viene illustrato bene, per l’Italia, scon l’articolo di  da Carlo Galli su “La Repubblica” del 19 Novembre,  prendendo spunto dalla proposta, presentata da Giorgia Meloni, di una nuova Assemblea Costituente per l’ Italia, finalizzata soprattutto al presidenzialismo “..l’assemblea costituente è di per sé fuori dalla costituzione vigente; se è veramente costituente, infatti, ha il pieno potere di riscrivere l’intero ordinamento…”Per Galli,”E’ sintomatico che questa proposta venga avanzata oggi, in una fase in cui la politica sembra ormai uscita dalle istituzioni, per collocarsi nelle tecnostrutture del Paese (a loro volta non in ottima salute)..”

Con l’avvertenza che, a nostro avviso, come si vedrà, è più nella Costituzione Italiana che in quella europea che il presidenzialismo avrebbe un senso.

Orbene, una riscrittura delle costituzioni italiana ed europea era precisamente quanto proposto da Galimberti l’8 Settembre 1943, e il momento di discontinuità a livello europeo era quanto richiesto da Spinelli e Marc dopo la IIa Guerra Mondiale.

Per questo non appare irrilevante riandare a quelle, e simili, proposte del XX° secolo, per capirne almeno la logica (che, a nostro avviso, è in gran parte tutt’ora valida), ed eventualmente trarne degl’insegnamenti per il futuro.

Il Progetto per una pace perpetua era un accordo fra sovrani assoluti

2.Il tanto criticato “Piano Kalergi”

E’ un luogo comune della propaganda sovranista accusare la “società dell’ 1%” di stare organizzando la “sostituzione etnica” dell’ Europa, secondo un procedimento logico che troverebbe le sue basi nelle opere di Coudenhove Kalergi, primo grande federalista, europeo e mondiale. La cosa è tanto risalente nel tempo, che, nel tentativo di dirottare queste critiche, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il libro in cui si parla di questo tema, “Praktischer Idealismus”, è vietato in Germania per legge (come il “Mein Kampf”).

Il pensiero politico di Coudenhove Kalergi non si poteva certo ridurre al cosiddetto “piano” di ibridazione degli Europei, e nemmeno a Paneuropa, ma mirava, appunto, ad affrontare nel suo complesso la “crisi della Società Europea”.

Kalergi, un aristocratico asburgico-giapponese, con origini ceche, olandesi, veneziane e bizantine, e aderente alla Massoneria, si preoccupava prioritariamente di dare all’ Europa una nuova élite, che conciliasse tradizioni familiari, corpi intermedi e meritocrazia “Foederalismus, Adel, Technik”). Nel  fare ciò, egli si riallacciava all’ idea di Nietzsche dei “buoni Europei” e a quella della sua amica Malwida von Meysenburg, dell’ “Idealismo Pratico”.

Riteneva positive le varie forme d’integrazione  in corso: fra l’aristocrazia mitteleuropea e l’alta borghesia ebraica, e fra l’imprenditoria occidentale e la tecnocrazia sovietica. Credeva anche che la federazione europea servisse  tra l’altro a mettere in comune le colonie (che considerava un fenomeno permanente), e per questo riteneva che gli Europei si sarebbero ibridati con gli Africani.

La sua visione di un mondo federato e ibridato era fra le più complete e concrete presentate su quest’argomento. Pensava che le grandi federazioni mondiali potessero nascere sulla base dei blocchi esistenti ai suoi tempi, e che, in particolare, l’Europa avrebbe avuto tutto l’interesse a unificarsi per rimanere all’ altezza degli altri grandi blocchi.

Le idee di Coudenhove Kalergi furono condivise da molti Governi (come quello austriaco, che gli mise a disposizione addirittura la Hofburg, quello ceco e quello francese, che, con Briand, aveva preparato un progetto di federazione europea che fu presentata nel 1928 alla Società delle Nazioni e fu commentata da tutti i Governi Europei, divenendo anche il pretesto per la firma del “Patto a Quattro” fra Francia, Inghilterra, Germania e Italia del 1932, poi naufragato per l’avvento al potere di Hitler).

Il libro di Ulrike Guérot riprende Benda, Mosley e Thiriart

3.La costituzione italiana ed europea di Duccio Galimberti  

Così come Kalergi si preoccupava di stabilire un chiaro collegamento fra federalismo europeo e federalismo mondiale, così la Costituzione Italiana ed Europea di Duccio Galimberti, comandante partigiano del CLN piemontese e martire della Resistenza, mirava a salvaguardare, alla fine della guerra, il coordinamento fra la costituzione della nuova Italia e quella della nuova Europa.

Finita di scrivere personalmente da Galimberti, che era un avvocato, l’8 settembre 1943, immediatamente prima di pronunziare, dal suo studio nella piazza centrale di Cuneo, il discorso che segnò l’avvio ufficiale della Resistenza in Italia, e prima di partire, raccattate un po’ di armi, per il rifugio partigiano di Paraloup, la “Costituzione Italiana ed Europea” è l’unica opera compiuta e propositiva tutt’ora scritta su questo argomento, e dimostra un’inaudita chiarezza di obiettivi, rara tanto nei politici, quanto nei politologi, che nei giuristi e nei leaders rivoluzionari.

Credo che, prima di chiudere la Conferenza sul Futuro dell’Europa, occorrerebbe dare almeno uno sguardo a quel progetto, per vedere se non abbiamo dimenticato qualcosa. Ma, già che ci siamo, sarebbe il caso di dare uno sguardo anche agli altri progetti che si sono presentati sulla scena negli ultimi 100 anni, anche quelli meno articolati e concreti. Cosa che noi stiamo facendo.

Il Federalismo Europeo è nato come movimento politico al di là degli Stati nazionali

4.Il Manifesto di Ventotene: l’opposto della Dichiarazione Schuman

I leader europei sono soliti citare il Manifesto come l’avvio del processo d’integrazione europea.

In realtà, come si vedrà, l’avvio dell’integrazione europea può essere rintracciato già fin negl’imperi romano e germanico. Comunque, è vero che, mentre il primo Manifesto di Ventotene fu scritto al confino e pubblicato nel 1944, la Dichiarazione Schuman fu pronunziata 6 anni dopo, in una conferenza stampa al Quai d’Orsai. In questo tempo, era successo ben poco. Se il Manifesto partiva dall’ idea  della “crisi della società europea”, dovuta alla decadenza degli Stati nazionali, da superarsi con una discontinuità di carattere rivoluzionario, la seconda  prendeva le mosse da due ben precisi Stati nazionali, Francia e Germania, e da una questione contingente (la messa in comune dei bacini carbosiderurgici tedeschi occupati dalla Francia, ma di proprietà privata), per suggerire che, attraverso altre operazioni parziali di questo tipo, si sarebbe potuto arrivare “a piccoli passi” a un’ integrazione “funzionale” delle tecnostrutture europee, secondo il modello delle Organizzazioni Internazionali (già sperimentato con la Croce Rossa, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Unione Postale Mondiale, la Società dei Battelli del Reno, i trani Mitropa….

Si noti che l’integrazione economica teorizzata dalla Dichiarazione Schuman e realizzata con la CECA non faceva che riprendere in mano l’eredità della Grossraumwirtschaft dell’ Asse, gestendo la trasformazione dell’economia di guerra in società dei consumi.

Il Manifesto di Ventotene era dichiaratamente finalizzato alla presa del controllo sull’ Europa da parte delle forze della Resistenza, mentre la Dichiarazione Schuman fu in realtà un’iniziativa personale del Commissaire au Plan francese, Jean Monnet, con la collaborazione di alcuni funzionari ministeriali e del Segretario di Stato americano, per dare un ordine al passaggio dall’Europa tedesca a quella americana, che stava comunque sorgendo faticosamente dopo il Piano Marshall; significativamente, la presidenza della CECA (1951) fu affidata all’ ex lobbista del III Reich Walther Hallstein, reduce da un periodo di “rieducazione” in una base americana su un’isola dell’ Atlantico.

Altiero Spinelli aveva riposto, invece, le sue speranze, prima, in un movimento di base, chiamato “Congresso del Popolo Europeo”, poi nella Comunità Europea di Difesa (CED), bocciata dalla Francia nel 1954, e, per il resto, aveva sempre criticato l’integrazione attraverso il metodo intergovernativo. Solo nel 1970  aveva accettato l’incarico di Commissario, e nel 1976 divenne europarlamentare, rimanendolo per 10 anni. Nonostante questa sua riconciliazione con le Istituzioni, le sue profezie sull’ impossibilità di creare una federazione restando sul piano intergovernativo si sono avverate, ed oggi è questo il motivo principale dello stallo dell’integrazione europea.

L’Europa delle Patrie era un progetto paneuropeo e sovrano

5.L’”Europa delle Patrie”

Negli stessi anni in cui Monnet, Schuman e Hallstein cercavano di gestire da Bruxelles in modo “soft” la  riconversione consumistica dell’ economia di guerra, De Gaulle usava l’interventismo di Stato (prima le nazionalizzazioni, poi il Commissariat au Plan, affidato a Monnet, e, ancora, la Force de Frappe e i progetti europei) per forzare un’integrazione tecnologica nei settori della difesa, dello spazio e ferroviario, e patrocinando “progetti europei” di carattere intergovernativo, ma che, sulla base della sola UE non si sarebbero mai potuti realizzare:

a)perchè l’interventismo di Stato nelle nuove tecnologie non fa parte dell’ideologia, né delle Istituzioni europee, né degli altri Stati Membri;

b)perché , se la Francia non avesse agito da “apripista”, le pressioni americane sarebbero state troppo forti;

c)perché gli altri Paesi non avrebbero avuto tecnologie sufficienti, specie in campo nucleare.

La politica di De Gaulle era finalizzata soprattutto a contrastare l’influenza americana e a ipotizzare una politica neutralista dell’ Europa “à tous azimuts”, basata sul fatto che il blocco sovietico e i non allineati non costituiscono, per l’ Europa, una “minaccia” maggiore degli stessi USA. L’”Europa delle Patrie” caldeggiata oggi dai sovranisti, pur avendo, sul piano retorico, qualche affinità con l’idea gaulliana, di fatto ne abbandona i toni antiamericani e si concentra invece (illogicamente) contro una pretesa “centralizzazione” di Bruxelles (che non esiste). In realtà, oggi la ragnatela di norme UE è la prima fonte di dispersione del potere decisionale e dei conflitti intestini dell’ Europa (i “Valori”, i “Diritti”, i conflitti di competenza e giurisdizione, la litigiosità a Est, l’assenza di qualsivoglia impostazione geopolitica).

Un’altra debolezza dell’”Europa delle Patrie” è oggi che le “nazioni” a cui pensava De Gaulle 40 anni fa, e a cui pensano i “sovranisti” di oggi, non esistono oramai più. Le hanno uccise la Seconda Guerra Mondiale, la politica dei blocchi, la cultura globalizzata.  Una sopravvivenza del senso delle identità territoriale si può  ritrovare piuttosto in tradizioni meno territorializzate e burocratizzate – per esempio, l’eredità classica e cristiana, le signorie medievali e pre-moderne (Savoia, Venezia, Napoli, Sicilia, Aragona, Provenza, Scozia, Fiandre, Prussia), le città di cultura, tradizioni che hanno lasciato tracce profonde nel nostro inconscio collettivo.

Invece, quando vediamo delle manifestazioni ufficiali in Francia o in Polonia dove, cantando l’inno nazionale, tutti fanno l’ultima versione del “Bellamy Salute” americano (la prima era il saluto romano), capiamo che lì non si sta celebrando l’attaccamento alla tradizione nazionale, bensì quello all’ “Occidente”, vale a dire al modello americano. Perciò, la strada della Sovranità Europea non può passare per gli Stati Nazionali.

In ogni caso, tutto ciò che ci resta di una concreta Europa economica (l’Agenzia Spaziale Europea, Arianespace, Kourou, l’Airbus, i Corridoi Europei) lo dobbiamo a De Gaulle e alla sua Europa delle Patrie.  Per esempio, è ormai mezzo secolo che, di tanto in tanto, politici e industriali europei ripropongono l’idea di nuovi “campioni Europei” (per le reti, per i treni, per le navi, per i semiconduttori), ma si tratta sempre e soltanto di aria fritta. Vedremo se GAIA-X, stiracchiata come al solito fra Americani e Cinesi, non subirà la stessa sorte.

Le Regioni Europee non sono solo quelle che servono per l’ Europrogettazione

6.L’Europa delle Regioni

L’unico modo per far vivere un’ Europa delle Patrie sarebbe quello di  vedere queste “Patrie” come l’insieme di tutte le realtà, grandi o piccole, in cui si articola l’ Europa (l’Anglosfera, l’Europa Carolingia, l’Europa Orientale, l’Impero bizantino-ottomano, l’Europa Mediterranea, le Isole Britanniche, la Scandinavia, il Baltico, la Mitteleuropa, la Russia, il Caucaso, l’ Anatolia, i Balcani, il mondo latino, la Keltia, la Catalogna, l’ Occitania, la Renania, la Baviera, l’Intermarium, la Transnistria, la Grande Albania, il Donbass, l’Abkhazia, l’Ossetia, la Greater London, Randstadt Holland, la Région Parisienne, il Ruhrgebiet..).

E’ quanto avevano detto per primi Montesquieu, Tocqueville e Proudhon, pensando forse di fare rivivere l’”Ancienne Constitution Européenne”, come Tocqueville chiamava le leggi dell’ Ancien Régime. E, in fondo, l’Abate di Saint-Pierre, quando cercava di confederare i sovrani d’Europa (“Projet à servir pour la Paix Perpetuelle”) pensava semplicemente a un consolidamento dei trattati di Utrecht e di Rastatt, alla cui formulazione egli aveva contribuito.

Vi è stato un lungo periodo in cui le Comunità Europee avevano abbozzato un complessivo progetto euroregionale, con i fondi regionali, la Convenzione di Madrid e le Azioni Macroregionali Europee, ma tutto ciò si è perduto, come al solito, nelle nebbie della burocrazia.

Nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine”, Voltaire mette in satira il federalismo di Saint-Pierre, perchè vuole un impero unitario come quello cinese

7.L’”Europa Nazione”

Questo termine fu usato soprattutto per primo da Julien Benda e poi da gruppuscoli di estrema destra, come Jeune Europe e il National Party of Europe, che aveva  adottò il 1° Marzo  1962, la “European Declaration”, the  invocava la creazione di uno Stato nazionale Europeo, con un suo governo  e un parlamento europeo eletto, e il ritiro delle truppe americane e sovietiche.

In realtà, l’idea aveva avuto scarsi anticipatori, come Benda, e una parte dei collaborazionisti francesi, ai quali  cui Simone Weil si riferiva nel suo “Enracinement”, dove li accusava di seguire pedissequamente le orme dei Giacobini, sostituendo, ai Dipartimenti dell’Impero Napoleonico, le Regioni d’ Europa.

In tempi più recenti, il progetto di una Repubblica Europea intesa come Stato centralizzato è stato rilanciato da Ulrike Gérot e Robert Menesse (Warum Europa eine Republik werden muss).

Secondo Franco Cardini (che era stato membro di Jeune Europe), il progetto sarebbe stato “difficile”. A mio avviso, più che altro, uno Stato continentale centralizzato può avere un senso in un momento di conflitto ad alta intensità, in cui lo Stato non può essere governato se non come un esercito, ma non “a regime”, perché l’ideale di uno Stato non può ridursi a una caserma.

Il russo Sokurov è il maggior cantore dell’identità europea

8.La “Casa Comune Europea”

Michail Gorbaciov aveva lanciato questo slogan in varie occasioni, pensando a uno sviluppo graduale delle rivoluzioni degli anni 1988-1993, che invece furono caratterizzate da fatti traumatici come le guerre del Nagorno-karabag, della Slovenia, del Golfo, della Transnistria e della Cecenia, l’insurrezione di Bucarest e il bombardamemto del Parlamento di Mosca.

L’idea era stata ripresa da Putin nei suoi discorsi in Germania in cui si era addirittura proposto (primo ed unica capo di Stato estero a parlare al Bundestag non già in Russo, bensì in Tedesco) in una funzione di federatore dell’ Europa, paragonabile a quella che era stata di Kohl.

In quel periodo, Russia Unita teorizzava il suo ruolo quale quello del continuatore del Russkij Konservatizm di Stolypin e di Witte, e parallelo a quello della CDU.

In effetti, l’ Unione Europea non sarà credibile fintantoché rappresenterà meno  appena la metà del nostro Continente e sarà in conflitto con la restante metà.

Secondo Schmidt, i GAFAM devono condurre l’ America alla conquista del mondo

9.L’impero europeo dell’ America

Secondo il Papa, esistono nel mondo degli “Imperi Sconosciuti”. Immerwahr ha definito gli USA l’ “Impero Nascosto.”Secondo Zbygniew Brzezinski, l’Europa è un protettorato americano, che ha come unico scopo quello di costituire un avamposto dell’ America in Europa. Luca Caracciolo insiste a chiamare la UE “l’impero europeo dell’ America”.

Questa realtà costituisce l’altro vero ostacolo all’unificazione dell’ Europa.

Ricordiamoci che, quando, nel 1866, l’ Impero Austriaco, in seguito alla sconfitta di Sadowa, fu costretto a riconoscere un Regno d’Ungheria, iniziò la sua finale disgregazione. Per questo, riscrivere l’intera governance mondiale, ivi compreso lo Statuto della NATO, è così fondamentale: si tratta di ripetere ciò che, per l’Austria, era stato l’ “Ausgleich” del 1866.

Marco Aurelio, l’imperatore filosofo

10.Un presidenzialismo europeo?

La proposta di Giorgia Meloni che ha costituito l’occasione per il commento di Carlo Galli si riferisce al presidenzialismo per l’ Italia. In effetti, se si vogliono accrescere le capacità decisionali di uno Stato, il presidenzialismo può giovare. Esso è utilizzato da vari ed importanti Stati, come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’India, il Brasile…..Tuttavia, l’Unione Europea non è uno Stato come gli altri.Si caratterizza proprio per il fatto di fare parte di una “multi level governance”. Oggi, il livello di cui occorre incrementare il potere decisionale è quello europeo, perché è l’unico che ci possa difendere dal potere delle macchine intelligenti, ed è l’unico in cui si richieda un potere decisionale immediato ed illimitato, come quello degli antichi comandanti romani.

Perciò, i ragionamenti che si fanno sul presidenzialismo nazionale dovrebbero essere rivolti al presidenzialismo europeo. Che non è l’unica soluzione alla questione del decisionismo europeo, ma può essere una.

Era in questo senso che si era lavorato sull’ipotesi degli “Spitzenkandidaten”, poi miseramente fallita davanti alla realtà, non soltanto in Europa, ma anche in Germania, dov’era nata. Infatti, l’inadeguatezza ed arretratezza della cultura “mainstream” ha, fra i tanti effetti, quello dei un’illogico frazionamento del panorama ideologico e parlamentare secondo irreali linee ideologiche e  territoriali e non secondo problemi: GAFAM o non GAFAM; America o sovranità? In queste condizioni, creare delle coalizioni con un progetto è difficilissimo, e quindi nessuno Spitzenkandidat può vincere le elezioni, perché nessuna linea politica può raccogliere un consenso significativo.

Il presidenzialismo avrebbe senso solo nell’ ambito di una costellazione di provvedimenti atti ad accrescere l’incisività dell’ azione dell’ Europa, quali  la revisione della cultura mainstream, riforme “epistocratiche”, un esercito europeo prevalentemente automatizzato, un Consiglio Federale operativo come quello svizzero…

Per tutto il resto, sarebbe utile ed opportuno ricordarsi dei vari modelli proposti in passato: dell’inserimento del federalismo europeo in quello mondiale;  dell’idea di federazione come superamento degli Stati Nazionali borghesi; del coordinamento delle “costituzioni” di tutti i livelli della “multi-level governance”; della continuità storica; dell’ Europa quale oggetto primario di lealtà per i cittadini; dell’ “Europa da Brest a Vladivostock”; del rapporto problematico con l’ America.


“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

Commento all’ articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 novembre

Socrate con il demagogo Alcibiade

“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

La riunione del G20 di Roma e quella del Cop-27 di Glasgow si sono concluse, come buona parte delle iniziative di questo tipo, con un clamoroso passo indietro, come rimarcato perfino da “attivisti” mainstream come Greta Thunberg.

La Cina e la Russia non hanno partecipato, prevedendo un fiasco, che infatti si è puntualmente verificato. Avendo infatti la Cina presentato il giorno prima il proprio programma di riduzione delle emissioni, che  stabilisce la neutralità carbonica per il 2060, l’India è arrivata a Roma annunziando ch’ essa riuscirà a raggiungere quell’obiettivo addirittura solo nel 2070, e presentando ai Paesi sviluppati delle richieste veramente esplosive, quali quella che, essi accelerino ancora il  proprio percorso, e finanzino anche la transizione dell’India, come indennizzo per aver esse inquinato abbondantemente nel passato. A ciò si aggiunga che la Francia ha chiesto di considerare come “verde” il nucleare, e, la Germania, il gas.

E’ evidente che, dopo lo scatenamento della corsa alle nuove tecnologie fra USA e Cina, il Covid e la scoperta che molte soluzioni che si pretenderebbero “verdi” hanno, a loro volta, pesanti controindicazioni, gli “obiettivi” di Tokyo e di Parigi non sono più veramente prioritari per nessuno. Il punto è che l’entusiasmo generalizzato per l’”Agenda Verde”  era caratterizzato, per tutti, fin dall’inizio  (come segnalato da molti, fra cui il Papa e l’”attivista” Greta), un forte carattere propagandistico (“di marketing”), per mascherare altre urgenze, parimenti, o ancor più, vitali per l’umanità(la sostituzione dell’uomo con le macchine, già intravista dalla Kabbalà, da Goethe, Asimov, De Landa e Bill Joy, e, in secondo luogo, il rischio di una IIIa Guerra Mondiale, denunziato innanzitutto dal Papa), pericoli per l’umanità che sono però  addirittura degli obiettivi concretamente perseguiti da varie potenze. E’ evidente che se (come possibile), nel 2050, l’umanità non esisterà più perché distrutta dalla III Guerra Mondiale o perché sostituita dai robot, tutta questa fatica per eliminare il CO2 entro il 2060 o 2070 sarà risultata utile solo per fornire un gradevole soggiorno ai robot nostri eredi. Quindi, prima, cercare di contrastare il dominio delle macchine sull’ uomo e di evitare la IIIa Guerra Mondiale, poi, occuparsi del clima.

Ciascuno sta quindi cercando semplicemente di “salvare la faccia” circa la propria retromarcia, facendo però così crollare sia il mito positivista secondo cui vi sarebbero degli obiettivi evidenti condivisi sul piano internazionale, sia quello occidentale secondo cui i vertici delle attuali “maggiori economie” sarebbero all’altezza della situazione. Le retoriche delle “magnifiche sorti e progressive” si sono quindi rivelate nel loro insieme, come scrive John Grey, il “conservatore verde” un’”alba bugiarda”.

Se si vuole ancora avere una  qualche forma di “multilateralismo”, la si dovrà quindi cercare su altre basi e in altre culture, meno superficiali e meno settarie. L’accordo mondiale da ricercare in questo momento decisivo non può vertere sul materialismo volgare (quale espresso per esempio nell’ Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e sulla macchinizzazione del mondo indotta dai GAFAM e dai BATX, bensì solo sulla volontà di salvare l’Umano grazie al ricorso congiunto alle risorse spirituali delle diverse civiltà del mondo, da quelle pre-alfabetiche, a quelle assiali, da quelle politeiste a quelle monoteiste, da quelle tradizionali a quelle moderne e post-moderne (cfr. Salomon  Higgins, An Invitation to World Philosophy).

Certo, gli attuali multiculturalisti, specie se americani, sottovalutano la difficoltà, in assoluto e soprattutto per loro, di utilizzare effettivamente gl’insegnamenti delle culture non occidentali. Infatti, nessuno riesce ad immaginare un tipo di discorso che non sia fondato sulla logica “lineare” delle lingue indoeuropee; si pretende sempre che, fra le varie culture, ve ne sia una “dominante”, e che questa sia unica  e unitaria, sfociando su una “fine della Storia” che assomiglia sempre molto all’ apocalittica occidentale.

Platone con il tiranno Dioniso

1.Governo delle competenze, tecnocrazia, meritocrazia.

Quanto al secondo problema, non è inutile segnalare l’articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 Novembre, con il quale il noto filosofo ha colto l’occasione per far presente che la tendenza verso la tecnocrazia, evidenziata, fra l’altro, dall’orgia di  potere dei virologi grazie al Covid  e dalla prassi tutta italiana di evitare sistematicamente la via elettorale con una successione di “governi tecnici” non eletti, porta  di fatto, per l’ “eterogenesi dei fini” all’incapacità di governare. In questo contesto, coloro che oggi vengono chiamati abusivamente “tecnici” sono, in realtà, dei miopi specialisti monotematici, i cosiddetti “Fachidioten”, che mancano della capacità di sintesi propria della cultura alta, ed emergono solo perché non fanno ombra ai poteri forti..

Questo è tanto più vero, in quanto la società contemporanea presenta, in tutti i suoi aspetti (culturali, naturali, geopolitici, tecnologici, etici, economici, sociali) un tale grado di complessità, che è comunque impossibile per chiunque padroneggiarne tutti gli aspetti. Secondo Cacciari “Una pura tecnocrazia è perciò altrettanto probabile che la nascita di un cavallo alato”.

Il che richiede, da parte del “politico”, una radicale metamorfosi, per comprendere un mondo lontanissimo da quello a cui si riferiscono le ideologie dominanti, dirigendo le diverse competenze verso fini condivisi, per esempio, secondo l’insegnamento (per altro rimasto “sulla carta”), del “Movimento Comunità” di Adriano Olivetti, a cui abbiamo dedicato il precedente post.

La prevalenza, nelle sfere ufficiali, di questi ottusi e sterili specialisti è voluta (per meglio spadroneggiare) dai poteri forti mondiali, ed è al contempo, una conseguenza della cultura dominante, distante almeno 100 anni dalla realtà (parlano ancora di imprenditori e operai, di nazioni e di industria, quando oramai possiamo vedere solo gestori e colletti bianchi, imperi e piattaforme).

La tomba di Federico II

2.I tecnocrati: nuovi apprendisti stregoni

La conseguenza pratica   di quel disorientamento di fronte al mondo della complessità è la tendenza, come nei racconti di Asimov, a delegare perfino le massime scelte esistenziali al complesso informatico-militare (“una scelta inevitabile”), che prende, così, il definitivo sopravvento sull’ Umano (vedi il caso dell’equilibrio nucleare). Questo è appunto ciò che vogliono i guru dell’ informatica come Kurzweil, e il programma politico teorizzato dal suo collega Schmidt.

L’articolo di Cacciari mette così (anche se  obliquamente) il dito sulla piaga di uno dei più complessi problemi del nostro tempo: l’incapacità dell’uomo, novello Apprendista Stregone, a fare fronte alla complessità del mondo ch’egli stesso ha creato (la “tecnosfera”). Questione già intravista dalla Kabbalà, con il mito del Golem, da Goethe, con l’idea del patto faustiano, e da Asimov, appunto, nella sua “Decisione Inevitabile”. E all’ apprendista stregone s’ispirano certamente Kurzweil, con il suo superomistico riempirsi di farmaci per garantirsi la “quasi-eternità”, e Zuckerberg, quando ribattezza “Facebook”“Meta”, facendo un riferimento polemico e inquietante al mito del Golem. Il Golem creato da Rabbi Loew ben Bezaleel di Praga si metteva in funzione inserendovi una scheda con la scritta “emeth”(che vuol dire “vita”), e si disattivava eliminandone la lettera iniziale ”e”, sicché si aveva la paola “meth”(“morte”). Orbene, in Ebraico, “Metà” vuol dire esattamente “è morta”. Mettendo il Golem in disattivazione, i molteplici pericoli di Facebook, di cui è accusato Zuckerberg, sarebbero neutralizzati. Guarda caso, secondo la Kabbalah le Luci di Tohu (cfr. Genesi, Tohu we Bohu) furono scosse perchè non erano “in rete”.

Cacciari affronta il tema da un punto di vista  apparentemente più limitato: quello dell’ incapacità degli specialisti (come Draghi o i virologhi) di governare gli Stati o addirittura il mondo (la “tecnocrazia”), rivelata da fenomeni catastrofici come la gestione del Covid e la decadenza dell’ Europa. Tra l’altro, niente po’ po’ di meno che Socrate aveva già affrontato tale questione proprio ai primordi della filosofia occidentale, domandandosi se avremmo mai voluto affidare una qualunque opera a un non competente. La sua conclusione era che no, non l’avremmo mai fatto. E, di conseguenza, non si poteva affidare neppure la gestione della Città a chi non fosse per essa competente. Ma, non esistendo all’ epoca dei “politici di professione”, ché,m anzi, la Riforma di Clistene mirava a rendeli impossibili imn nome della “democrazia”, gli unici competenti erano, a suo avviso, i filosofi. Solo essi infatti padroneggiano l’insieme delle conoscenze necessarie per organizzare una società(oggi li chiameremmo “tuttologi”). Con ciò, egli rispondeva alle opposte tesi degli oligarchi e dei sofisti, se fossero più atti a governare gli aristocratici, eredi dell’antica educazione eroica, o i retori usciti dalle scuole, appunto, dei sofisti.

E certamente questa tesi di Socrate non può che piacere a dei filosofi, come è Cacciari.

Akbar, il Re Filosofo

3.I filosofi e il Re filosofo

E’ in base a quell’ impostazione socratica che Platone aveva ideato la sua Repubblica, incentrata sulla figura del Re Filosofo, sintesi di tutti i saperi, e del governo dei filosofi, a cui si ispirarono, per esempio, Marco Aurelio, l’imperatore che scriveva di filosofia, e Federico II di Svevia (“Stupor Mundi”), che addirittura corrispondeva in Arabo con i filosofi del Medio Oriente (“al-jawa’ib al Yamaniyya ‘an al-‘asa’il as-Sikiliyya”). Lo stesso Platone si era trasferito (con esiti catastrofici) in Sicilia per convincere il tiranno di Siracusa, Ierone, a divenire il “Re filosofo”.

Averroè, nel suo “trattato decisivo”, aveva invitato il “Principe” (“Amir”), a circondarsi di “filosofi (“Falsafa”).Questo tipo di sovrano universale (il “Cakravartin”, nella terminologia Hindu) era più frequente in Asia: per esempio l’Imperatore Giallo, il Duca di Zhou, Ashoka, Akbar …, ed era stato per questo che i Gesuiti (Ricci, Kircher, Bouvais) e gl’Illuministi (Fresnais, Leibniz, Voltaire, Federico II di Prussia) avevano fatto, della Cina, il modello stesso per l’Europa, tentazione che si ripropone per altro proprio oggi.

Cacciari, che, essendo un filosofo, certamente è attratto in cuor suo da questo tipo di soluzione, si guarda però bene dal dirlo esplicitamente. Sarebbe evidentemente oggi una posizione quanto mai politicamente scorretta. Il suo ragionamento resta dunque deliberatamente monco.

La tecnocrazia attuale  che Cacciari denunzia non è comunque certo un “governo dei più competenti” secondo  il concetto  socratico, bensì, al contrario, è per eccellenza il governo degl’incompetenti. I “tecnici” nel senso moderno, quelli a cui accenna Cacciari, sono in realtà dei super-specialisti, quelli che nel ‘68 si chiamavano “Fachidioten”,  i quali si autolimitano ad un solo ramo del sapere (scienze politiche, ingegneria, economia,diritto), scendendo con ciò perfino al di sotto alla capacità del comune cittadino, che, pur nella sua ignoranza, ritiene proprio dovere interessarsi alla cosa pubblica intesa come fatto unitario (il “Senso Comune”).

Come ricorda infatti Irti, in democrazia dovrebbe essere il cittadino ad avere la “competenza generale”, anche se non può fare a meno di rilasciare un “mandato non imperativo” a dei rappresentanti, che dovrebbero essi avere quella “competenza generale”. Ma anche qui può (e deve) porsi la domanda socratica: come può oggi qualcuno che, come praticamente tutti i politici, ignora (tra l’altro) le lingue e culture straniere, l’informatica e le scienze strategiche, sedere nel Parlamento di un Paese di 50 (o di 500) milioni di abitanti, dove si discutono, in pratica, le sorti del mondo? Costoro non costituiscono un pericolo ambulante, come chi guidi senza patente una Ferrari?

Essi sono anche nettamente inferiori ai vecchi politici di professione (esempi, Churchill, De Gasperi, Togliatti), i quali, seppure un po’ unilaterali nel loro concentrarsi sulla politica, esprimevano comunque un interesse per l’insieme, ed avevano fatto dure scuole di potere, come l’alta aristocrazia inglese, il Vaticano, la scuola militare dei Commissari Politici Sovietici di San Pietroburgo.

Il Re-filosofo dev’essere un uomo universale, che conosce quanto è necessario sapere delle arti del Trivio e del Quadrivio, e inoltre possiede la Virtù del Signore e del guerriero (per Dante, “magnanimo nella borsa e nella spada”).

Nella cultura tradizionale cinese, i “letterati” (“Ru”), detti  da noi “Mandarini”, rappresentavano, in piccolo, ciò che, in grande, rappresentava il Figlio del Cielo: la completezza. Non per nulla essi venivano selezionati in base alla competenza letteraria e alla conoscenza dei Classici Confuciani, sotto il controllo dello stesso Imperatore, che talvolta dirigeva personalmente gli esami di Stato.

L’Imperatore Kanxi alla scrivania

4.La cultura delle élites

Fin qui, si potrebbe pensare che si tratti di un dibattito nominalistico, in quanto la distinzione fra “specialisti”, “competenti”e “filosofi” non emerge ancora in modo chiaro. Ciò che distingue gli “specialisti” aborriti da Cacciari dai “competenti” promossi da Socrate è il loro tipo di cultura. Gli “specialisti” accettano il loro ruolo subordinato perché condividono l’idea  che esista un “General Intellect” che avanza automaticamente verso il Progresso essi sono gli agenti ideali dell’ omologazione mondiale. Ciascuno di noi sarebbe solo una rotella di questo generale, e positivo, processo. I “competenti”, o “filosofi” sono, invece, coloro che riescono a comprendere le logiche che tengono insieme il tutto e sono capaci di formulare, al loro interno, dei progetti, di cui aspirano ad essere protagonisti.

E’ ovvio che, se gli “specialisti” assurgono, come oggi, negli Stati o nelle organizzazioni internazionali, a posizioni apicali, essi si muovono, poi, apparentemente a casaccio, ma in realtà divengono i burattini di lobbies nascoste (come oggi i GAFAM, i BATX, i grandi finanzieri, i servizi segreti…), che li hanno selezionati ed aiutati nella loro ascesa. Di qui il “bla, bla”, di cui parla Greta Thunberg, di leaders che pretendono di avere delle idee ma che in realtà cercano solo deliberatamente di sottrarsi alle loro responsabilità. 

Ci si aspetta invece che i “Competenti” riflettano, lottino, dibattano, orientino le scelte…

Ma come educare i “competenti” in quest’era postmoderna? E come sottrarre agli “specialisti” le loro posizioni di controllo sociale?

Gli esami da mandarino

5.L’incomprensione del ruolo del PCC.

Secondo Cacciari, il sistema cinese eserciterebbe una forte attrattiva sui tecnocrati proprio perché, mirando essi solo all’ efficienza, porterebbe alle estreme conseguenze la loro tecnocrazia.  Questo ragionamento, ripreso da Parag Khanna, è però semplificativo e mistificante, minato, com’è, dai pregiudizi del marxismo occidentale (per i Cinesi, “Bai Zuo”), ibridati con quelli del positivismo e del millenarismo (la “Cosa Ultima”, per dirla con di Cacciari).

Secondo quelle vulgate, con l’oblio, da parte della sinistra (occidentale come orientale) della sua originaria aspirazione egualitaria (quale espressa per esempio dalla Rivoluzione Culturale), sarebbe svanita l’ultima seria aspirazione spirituale della politica, sicché resterebbe in piedi solo l’efficienza tecnologica. Di conseguenza, il sistema cinese sarebbe “capitalista”; sarebbe addirittura il “capitalismo politico”(cfr. ancora Marramao su La Repubblica del 9 novembre).

A mio avviso, questo è un fraintendimento, innanzitutto del marxismo, poi della storia mondiale nel suo insieme. Dov’ è finita la dialettica storica marxista, la necessaria transizione fra cacciatori-raccoglitori, comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, rivoluzione nazionale borghese, rivoluzione socialista, comunismo?  In questa sequenza, non c’era proprio nessun “valore” unico ed eterno (tanto meno,l’”eguaglianza”). La lunga marcia verso il Comunismo non ha nulla a che fare con la passione americana per l’eguaglianza, così temuta da Tocqueville, in quanto esso si pone addirittura fuori della Storia.

Ma, poi, non esistono soltanto i “fini” del comunismo. Dove sono finiti  quelli delle altre ideologie politiche (la “virtù”, l’”armonia”, la “libertà”, la “comunità”)?

In realtà, il modernismo occidentale (sia esso  individualistico o socialista) presenta una profonda lacuna, poiché esso, non avendo fini reali, è costretto a mutuarli altrove (nel millenarismo, nel tradizionalismo). Come ricorda, sempre su “La Repubblica” del 9 novembre , Natalino Irti, secondo Croce, i fini dovrebbero essere ricercati autonomamente  da ciascun individuo. Peccato chela confusione della cultura moderna, partita dalla ricerca sansimoniana di “una nuova società organica” e rimasta invece in un’eterna “fase critica”, dimostra che gl’individui da soli non sono in grado di darsi fini significativi.

Anche se, in realtà, per Croce, la ricerca dei fini si inserisce nel  processo  collettivo della Storia, il suo contenuto resta astratto, sì che il suo sistema, incompiuto, richiedeva, e richiede ancora, di essere completato.

Parallelamente, se in Cina si parla di “socialismo con caratteristiche cinesi” è proprio perché la millenaria cultura cinese costituisce un necessario supplemento alla cultura materialistica importata dall’ Occidente – un supplemento essenziale perché permette di vedere le cose in prospettiva, dando ad esse un senso – . La “via cinese al socialismo” significa, da un lato, che il processo storico va concepito (come faceva Marx) come un fatto di lungo periodo, ma, dall’ altro, anche che “i fini” non possono limitarsi all’ipostasi dell’eterna transizione da un sistema sociale ad un altro (la “Rivoluzione Permanente”), bensì vanno anch’essi posti, appunto, in una prospettiva di lungo termine, come fanno le culture millenarie che sono alla radice degli “Stati Civiltà” come quello cinese.

Per ciò che riguarda proprio la Cina, tanto lo “Stato Socialista di Diritto”, quanto la “Società moderatamente Prospera”, quanto la “Grande Armonia”, sono ideali normativi elaborati da diverse scuole tradizionali di pensiero, le quali, se interpretate secondo lo spirito dei tempi, conservano tutta la loro validità. Ed è per questo ch’essi vengono rivalutati, in contrasto con certe iconoclastie del passato.

Anche il “governo dei competenti” è un tema ben esplorato, oltre che dalla filosofia greca, anche dalla millenaria cultura politica della Cina. Oltre al ruolo del “Saggio Imperatore”, questa conosce la centralità del ceto dei “letterati” (“Ru”), che sono, appunto, ciò che, per Socrate e Platone, erano i “filosofi”, cioè gli studiosi della “teoria del tutto”, incarnata, per i Cinesi, nei “Classici Confuciani”.

Certo, la Cina moderna nasce come reazione alla ristrettezza di orizzonti del sistema mandarino quale interpretato dalla dinastia mancese, e, pertanto, ha vissuto nel tempo  delle radicali trasformazioni che hanno attraversato le Guerre dell’ Oppio, i Taiping, i Boxer, i “100 giorni”, la Prima Repubblica, il “Movimento del 5 Maggio”, il Kuomingtang, l’invasione giapponese, la Guerra Civile, la Repubblica Popolare, la Rivoluzione Culturale, le riforme di Teng Xiaoping, la Nuova Via della Seta…

Tuttavia, è rimasta centrale nel tempo l’importanza del “Governo dei Competenti”, che  sinologi esperti come Zhang Weiwei e Daniel A.Bell non definiscono, né come “ tecnocrazia” (“governo della tecnica”), né come “meritocrazia” (“governo dei più meritevoli”), bensì come “epistocrazia” (“governo della sapienza”).

Sapienza che un tempo era incarnata dai “Ru”, e oggi dal PCC, una realtà di dimensioni enormi anche per le misure cinesi (95 milioni di membri), superato per altro in questo dal Janata Party indiano, con più di 100 milioni di membri. Evidentemente, il tipo di formazione e di funzioni dei membri del PCC non può confrontarsi con quelli degli antichi “Ru”, che, essendo per giunta molto pochi, avevano un ruolo estremamente generalistico, di sintesi estrema.

Esso non è però, evidentemente, neanche un “partito” come lo intendiamo noi, bensì un ceto di potere che sostituisce (e moltiplica) gli antichi “Ru”, operando una sintesi fra tradizioni umanistiche, tecnologia e prassi economico-organizzativa (le “Tre Rappresentanze”), e coinvolgendo più persone del numero totale di votanti alle elezioni europee. Non vi è dubbio che, nonostante tutta la propaganda in contrario, questo tipo di struttura, capace di governare uno Stato con 1 miliardo e quattrocentomila abitanti, è più efficiente, non solo di un’Europa estremamente divisa, non autonoma e con organi centrali debolissimi, ma perfino degli USA, che hanno deciso (auitolimitandosi) di essere solo un “Impero Nascosto”(Immerwahr) dominato, a sua volta, da una tecnocrazia che, come da essa stessa dichiarato, mira veramente e brutalmente al dominio della tecnica sull’ umano (la Singularity di Kurzweil, la Googleization di Schmidt, la conquista dello spazio di Musk).

4.Un’Europa che non capisce

L’Europa è così lontana dall’avere risposto adeguatamente a queste domande, che, a nostro avviso, per poter sopravvivere, dovrà rivedere le sue stesse basi, filosofiche (un costruttivismo poliedrico anziché l’attuale, dominante, dogmatismo tecnocratico), concettuali (una “multi-level governance” anziché un’associazione fra Stati Nazionali), istituzionali (la democrazia partecipativa anziché quella “deliberativa” che si vorrebbe imporre con la Conferenza sul Futuro dell’ Europa), un vero “stato di diritto”, anziché l’attuale protettorato americano; una reale politica economica anziché  l’attuale inutile gabbia finanziaria; un vero esercito europeo anziché un ruolo ancillare nella NATO…:

“Per comprenderne le ragioni, discernendo i rischi dalle potenzialità, positive che pure sono emerse, non vi è che una sola strada: prendere atto dell’ inservibilità delle vecchie mappe dello Stato, dell’ economia e della società, costruendo nuove mappe in grado di orientarci nella logica apparentemente indecifrabile che presiede al gioco delle allenza e dei conflitti scompaginando le gerarchie di influenza fra i vari attori della sena planetaria..”(Marramao, La Repubblica).

Solo allora “ci potremmo permettere” un Governo di Competenti nel senso di Socrate, di Cacciari e di Confucio. Tale Governo porterebbe forse alla “Democrazia Illiberale” teorizzata da Parag Khanna e ripresa da Orbàn? Direi piuttosto al suo contrario, a un “liberalismo non democratico”, com’erano quelli di Montesquieu, Cavour, von Stein, Churchill,  Coudenhove Kalergi, Croce, De Gaulle, dove la massima attenzione per la libertà di pensiero, di parola e di associazione, non andava disgiunta dal culto dell’eccellenza, della tradizione, della differenza, della cultura alta, della selezione delle classi dirigenti, della permeabilità fra politica ed esercito.

Anche per Croce, la tradizione (umanistica, cristiana, borghese) forniva un “supplemento di anima” all’astrattezza della “Religione della Libertà”.

Un liberalismo che non era affatto contrario ai ceti lavoratori, ché anzi fu il principale propugnatore, con von Stein, Bismark, Giolitti, Keynes, Beveridge, De Gaulle, delle politiche “sociali” dell’era “interventistica” (come le assicurazioni sociali, le pensioni, la limitazione degli orari di lavoro, la libertà sindacale, il sostegno alla domanda, la cogestione,  le politiche industriali), pur essendo contrario all’ anarchia e alla demagogia (“la chienlit” di De Gaulle). Quel liberalismo non era contrario a nessuna forma di selezione (foss’essa scolastica, censitaria, politica, cetuale, burocratica, imprenditoriale, sindacale), purché fosse finalizzata all’elevazione del livello culturale ed etico, alla dedizione alla società, all’efficienza del sistema e alla competitività del Paese nell’ arena internazionale.

La “Democrazia Illiberale” è invece la versione moderna della “Tirannide della Maggioranza” paventata da Tocqueville, dove i pregiudizi della maggioranza rendono impossibile, ai competenti, di governare in un modo sensato e conforme alle leggi, con il risultato dello sfacelo dello Stato e della società.

Esempi tipici:

-la gestione della pandemia;

-la legislazione sulla riqualificazione energetica,

due casi lampanti di problemi reali a cui non si riesce a dare alcuna risposta efficace, o anche solo logica, a causa del coagularsi di luoghi comuni, falsificazioni politico-giornalistiche, interessi inconfessabili dei poteri forti, spezzettamento dei poteri, personalismo, elettoralismo, affarismo, ignoranza, irresponsabilità, incompetenza, debolezza di carattere, ipocrisia…

Coudenhove Kalergi, il primo grande teorico del federalismo, era anche un teorico delle élites

5.E’ possibile un’”epistocrazia europea”?

In effetti, seppure potenziata, l’”epistocrazia”, già cuore della tradizione greca,  sopravvive ancora, camuffata, in Europa. L’aristocrazia ateniese divideva il tempo fra la ginnastica e la retorica, per perfezionare se stessa nel corpo (vedi le statue classiche), quanto nell’ anima (vedi i dialoghi platonici): la “Paideia” esaltata da Werner Jaeger.

Ma, come osservato proprio da Jaeger, quest’ ideale fu poi fatto proprio anche dalle monarchie ellenistiche, dall’ Impero Romano e dal Medioevo cristiano ed islamico, per passare poi al Rinascimento, ai Gesuiti, agl’Illuministi e agl’intellettuali moderni come Nietzsche, Coudenhove Kalergi o Saint-Exupéry: è questa la “tradizione classica” dell’Europa.

Perfino l’attuale Unione Europea mantiene una traccia di questo culto per l’eccellenza, che si manifesta, da un lato, nella severa selezione dei funzionari, e, dall’altro, nello scrutinio dei Commissari da parte del Parlamento.

In concreto, un nuovo ceto dirigente europeo dovrebbe emergere da nuovi processi selettivi ancor più rigorosi, tanto in campo concettuale, che etico, che politico, che istituzionale, che economico. Certo, il clima non è favorevole, con la gelosia dei Poteri Forti e dei “Gatekeepers”, con l’imperare del “politicamente corretto”, con la decadenza dell’economia europea nel confronto mondiale, con le teorie sociali e pedagogiche che puntano piuttosto verso il livellamento, e, in definitiva, verso il “Governo delle Macchine” sostituito al “Governo degli Uomini”: “il complotto contro il merito” di cui parla l’omonimo recente libro di Marco Santambrogio.

A causa di ciò che precede, una virata dell’Europa verso un’”epistocrazia” rappresenterebbe certamente una vera e propria rivoluzione, possibile solo in tempi di grandi rivolgimenti. Ma questi sono, nel mondo, tempi di grandi rivolgimenti. Basti confrontare le skylines di Shenzhen, di Singapore e di Dubai del 1945, del 1975 e di oggi.

Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per riunire contro la Cina tutti i “non cinesi”, il conflitto di potere fra  le due potenze resta ancora sempre molto bilanciato. Da un lato, la Cina è il Paese più grande del mondo, ed, essendo gestito in modo centralizzato, è già ora più potente del resto del mondo messo insieme; dall’ altro, il potere degli Stati Uniti è proteiforme perché è “nascosto” (Immerwahr): dalla teologia ai servizi segreti; dalla cultura alla finanza; dalla tecnologia al costume; dai lobbisti alle basi militari,  ai servizi segreti. Inoltre, per un fenomeno che caratterizza tutte le reazioni a catena, il suo tasso di accrescimento (non solo economico, ma complessivo), tende ad espandersi con progressione geometrica.

In questa situazione, la struttura bipolare dei poteri (spirituali e tecnologici, politici e militari, sociali e giuridici, culturali ed economici) formatasi ai tempi della 2° Guerra Mondiale è sottoposta a una tensione sempre più forte, producendo degli “sfridi” (p.es, la Russia, la “cancel culture”, la Turchia, i “16+1”).

In presenza di siffatti “sfridi”, si creano nuovi ambiti di libertà..(Lavrov), non solo in campo geopolitico, bensì anche in quello culturale, mettendosi in discussione vecchi miti inconsistenti, come l’ Eurocentrismo, l’Occidente, il materialismo volgare, l’idea delle “Nazioni”, ecc. Nell’ambito  della rimessa in discussione della visione del mondo “occidentale”,  si rendono necessari approcci nuovi, quali ad esempio l’umanesimo digitale, il comparatismo,  l’eurasiatismo, i quali, a loro volta, promuovono nuove soluzioni tecnologiche, pedagogiche e sociali (come ad esempio l’Enhancement, l’educazione multiculturale, la cogestione, la Via della Seta), che richiedono nuovi skill e nuovi valori.

Nell’ambito di questa Grande Trasformazione, gli Europei possono provare finalmente a far valere, contro le abitudini e le culture pietrificate di oggi, la loro esigenza di educare una nuova élite europea, poliedrica, multidisciplinare e autonoma. La riduzione del tempo del lavoro dovuta all’ automazione dovrebbe essere utilizzata per la formazione di questa nuova élite, digitalizzata e filosofica, con una cultura filologica e letteraria continentale e intercontinentale, capace di tener testa, da un lato, alle Macchine Intelligenti, e, dall’ altro, agli altri Stati Civiltà.

E’ necessario un Istituto dell’ Intelligenza Artificiale
per dirigere la transizione verso un umanesimo digitale

6. L’educazione degli Europei

Questa esigenza può essere favorita dalle trasformazioni istituzionali? Certo, lo dovrebbe, sia nell’ immediato, quanto “a regime”.

All’interno della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, occorrerebbe creare uno spazio per la cultura, la formazione e l’educazione, che oggi non c’è. Non c’è nella sostanza: Le politiche europee, figlie del funzionalismo, sono incapaci d’ inglobare la cultura, considerata, marxianamente, “una sovrastruttura”

  Non c’è nelle istituzioni: nessuna Istituzione, e neppure nessuna Direzione Generale, sono dedicati alla Cultura.

Non c’è nelle politiche: non è in corso nessun’azione volta a fare conoscere reciprocamente tutte le aree dell’Europa, le loro culture e la loro storia.

Occorrono pertanto come minimo:

-una Fondazione della Cultura Europea;

-una Direzione “Cultura” della Commissione;

-una serie di politiche attive della cultura:

-un Fondo per la Cultura Europea

-un’Accademia della Cultura Europea

-una serie di Accademie Specialistiche

-una holding dell’industria culturale

-una holding del turismo europeo

-una holding della mobilità intraeuropea

-una holding della trasformazione digitale

Tutto ciò farà parte di un articolato capitolo dei convegni e del libro che andiamo preparando nell’ ambito del progetto “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”, a cui tutti sono chiamati a partecipare.