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SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2022 PROGRAMMA “CANTIERI D’ EUROPA”

La sacra di San Michele, simbolo del Piemonte, sede della riunione introdutticva

Le attività dell’ “Associazione Culturale Diàlexis”, che opera da 15 anni  nell’ area piemontese per promuovere una cultura più proattiva verso le crescenti difficoltà del territorio e verso le crisi dell’Europa, si stanno rivelando di giorno in giorno più necessarie, in considerazione, da un lato, dello svuotamento del Piemonte da parte dell’imprenditoria e delle Istituzioni (che, come ha detto Monsignor Nosiglia, “non ha un’idea di futuro”), e, dall’ altro, dell’implosione dell’ Europa sotto l’effetto congiunto delle vecchie carenze irrisolte e del conflitto mondiale fra le grandi potenze.

Per questo, nonostante il mutare delle circostanze e le difficoltà indotte dalla pandemia e dalla guerra, non dobbiamo, e non vogliamo, interrompere la tradizione oramai consolidata di una presenza costante al Salone del Libro di Torino, con le nostre proposte di libri sull’ Europa e di temi ad essi connessi.

Inoltre, poiché quest’anno il Salone è stato collocato il 19-23 di Giugno, e, quindi, non coincide, come spesso accaduto, con il Salone, abbiamo pensato d’introdurre e preparare il Salone con una manifestazione preliminare di riflessione, dedicata alla discussione sul 9 maggio, nei suoi aspetti storici e politici, quale momento cruciale di consapevolezza europea.

Infatti, i libri che presentiamo quest’anno al Salone trattano temi d’importanza fondamentale per l’Europa di oggi, dopo la fine “grigia”, come ha detto Mattarella, della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, che presenterà le proprie conclusioni molto in sordina proprio il 9 maggio, eclissata dal clamore della guerra in Ucraina, che l’ Europa non è stata in grado né di prevenire, né di concludere.

Il primo dei tre libri, dedicato a “Intelligenza Artificiale e Agenda Digitale” è dedicato al tema forse più urgente in questo momento: la comprensione, studio e discussione degli effetti dell’Intelligenza Artificiale sul futuro dell’Umanità, e delle politiche poste in essere da parte delle diverse Autorità per tenerli sotto controllo.

La seconda opera, che costituisce una ristampa del nostro (attualissimo) Quaderno 3-2014 (“Ucraina, no a un’inutile strage”), è dedicata all’ inquadramento storico e culturale dell’ attuale conflitto, nell’ ottica del recupero dell’ europeità, tanto dell’ Ucraina, quanto della Russia.        

La terza, anch’essa a nostro avviso attualissima (Progetti europei nella Resistenza), è dedicata alla rilettura di alcuni dei documenti più pertinenti per la comprensione del progetto europeo del dopoguerra, progetto realizzato solo in piccola parte, ma per la maggior parte inattuato, ed ora arenatosi di fronte all’ incapacità dell’Unione di garantire la sovranità europea e la pace in Europa. In questi progetti, il volume rivendica il ruolo centrale delle Alpi Occidentali e del Piemonte.

Tutte le manifestazioni si svolgeranno in parte in presenza, in parte a distanza, mediante collegamenti zoom con coloro che si segnaleranno all’indirizzo di posta elettronica info@alpinadialexis.com.

Le tre presentazioni, nel Salone In e nel Salone Off, saranno precedute da un convegno, il 9 maggio, nel quale, nella giornata che, in Europa Occidentale, è dedicata alla commemorazione della Dichiarazione Schuman, e, nell’ Europa Orientale era stata tradizionalmente dedicata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tenteremo di fare il punto circa le conseguenze che si possono trarre dai temi dei tre libri, circa l’andamento delle drammatiche vicende in corso e le vie di uscita dalla crisi che l’ Europa dovrebbe ricercare.

Il Convegno avrà luogo alla Sacra di san Michele, monumento simbolo della Regione Piemonte e delle Alpi Occidentali.Per chi voglia partecipare online, verranno distribuite le credenziali.

Scrivere a:

info@alpinadialexis.com

il Canto del Principe Igor descrive una battaglia nel Donbass nell’11°secolo

GIORNATA CONCLUSIVA DELLA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

9 MAGGIO: CONVEGNO

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa, indetta fin dal 2019,  avrebbe dovuto fornire idee condivise sul futuro iter dell’ integrazione europea, attraverso un complesso meccanismo basato, in parte, sulle Istituzioni, e, in parte, sulla “democrazia partecipativa”: La guerra in Ucraina, con le sue origini e conseguenze, vicine e lontane, ha dimostrato, se ve ne fosse bisogno, l’insufficienza di quest’ iniziativa per permettere all’ Europa di vivere appieno la propria esperienza nel 21° secolo, sventando anche le gravissime derive della situazione internazionale.

Il convegno sarà quindi dedicato a tre grandi temi:

-Le Conferenza nella storia dell’ Integrazione Europea;

-Le criticità dell’ Europa attuale di fronte alle sfide del presente e del futuro;

-Una strategia degli Europei per gestire in modo proattivo le trasformazioni in corso.

 Programma della giornata:

12.00 Brunch alla Sacra di San Michele

14.00 Collegamento con le Istituzioni per la giornata conclusiva della Conferenza

15.30 Visita della Sacra

16.30 Saluti del Rettore della Sacra, del Consiglio del Movimento Europeo in Italia e dell’ Associazione Culturale Diàlexis

Inizio dei lavori

SALONE IN

Anna Jaroslavna, principessa di Putivl’, piange i guerrieri kievani caduti
a Sloviansk

21 maggio, Lingotto,

Sala Arancio, 12,15

UN PONTE FRA EST E OVEST 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: UCRAINA; NO A UN’INUTILE STRAGE 

L’opera affronta, con spirito costruttivo, un tema vessato quant’altro mai, in un’ottica poliedrica e anticonformistica, mostrando innanzitutto quanto le attuali controversie sull’ Ucraina siano la necessaria conseguenza della centralità geopolitica di quel Paese, da sempre punto d’incontro e di scontro delle più svariate tendenze etniche, culturali, politiche, religiose. Basti pensare ai Kurgan, alla Rus’ di Kiev, ai Cosacchi, al Cosmismo… 

Un contributo sofferto, anche se indiretto, alla soluzione di problemi drammatici dell’oggi 

Con: Virgilio Dastoli,Riccardo Lala, Marco Margrita Alessio Stefanoni, Enrico Vaccarino

 SALONE OFF 

I computer quantici, al centro delle nuove tecnologie digitali

Sabato 21 maggio Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà 1, ore 15,00

PRESENTAZIONE DI: “ INTELLIGENZA ARTIFICIALE E AGENDA DIGITALE”, PENSARE PER PROGETTARE IL FUTURO

L’evoluzione in corso in tutti i settori dell’attività umana, dall’automobile alla sanità, dalla manifattura alla finanza, dal diritto alla difesa, indica che il digitale, e, in particolare, l’intelligenza artificiale, sono destinati a modificare radicalmente la vita di tutti noi. Tutte le comunità del mondo, statuali o locali, pubbliche o private, si stanno attrezzando per fare fronte a queste sfide. Sono nate così le “agende digitali” europea e italiana, e il progetto dell’Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale. Il segnale più significativo di questa trasformazione è dato dal passaggio della storica sede della FIAT, il Lingotto, a una società torinese di Information Technology.

Il dibattito intorno all’ Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale potrebbe dunque essere il punto di ripartenza dell’ industria, della cultura e della società del Piemonte, all’ altezza delle sue gloriose tradizioni.

Con: Marcello Croce, Ferrante De Benedictis,Riccardo Lala ,Marco Margrita, Enrica Perucchietti, Roberto Saracco,

Il comandante partigiano cuneeese Duccio Galimberti, autore dell’unica
“Costituzione Italiana ed Europea”

Domenica, 22 Maggio,

Casa del Quartiere  di San Salvario, Via Morgari 10, ore 16,00

DAL PASSATO AL FUTURO DELL’ EUROPA

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: PROGETTI EUROPEI NELLA RESISTENZA

Nel momento in cui, complice la guerra in Ucraina, la Conferenza sul Futuro dell’ Europa si è chiusa, come ha detto il Presidente Mattarella, in modo “grigio”, non è superfluo lanciare uno sguardo retrospettivo verso la fase ideativa dell’ integrazione europea, con particolare riguardo al periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale e alla Resistenza. Il Piemonte, con la Carta di Chivasso e la Costituzione Europea di Galimberti, ha dato un contributo fondamentale alla riflessione sul futuro dell’ Europa,  contributo che il dibattito e la prassi politica attuale non hanno ancora saputo eguagliare.

Con Pier Virgilio Dastoli, Marcello Croce, Marco Margrita. Aldo Rizza, Alessio Stefanoni

CHI E’ EUROPEISTA? CONSIDERAZIONI AL MARGINE DEL LIBRO DI ROMANO PRODI “L’EUROPA”

Finalmente un libro ben fatto sull’ Europa!Certo, possiamo non condividerne tutti i contenuti, ma ciò non ci impedisce, né di elogiare  gli aspetti che ci sembrano ben centrati, né di svolgere critiche costruttive a ciò che ci sembra carente.

Infine, cogliamo  l’occasione per fare il punto circa le culture del federalismo e dell’ europeismo.

Il Duca di Sully

1. I pregi.

Il pregio principale del libro è l’equilibrio, che da sempre caratterizza l’azione politica di Romano Prodi,  per cui lo avevamo appoggiato ai tempi della sua elezione. Pur entro i ristretti margini di manovra del secolo scorso, Prodi ha fatto il massimo possibile per l’ Europa. Tuttavia, ora siamo nel 21° secolo ben inoltrato, sicché si richiederebbe ancora qualche sforzo in più.

Parlando di equilibrio: Equilibrio editoriale (fra libro istituzionale, opera storica e programma politico); equilibrio ideologico (avendo scelto, come inizio dell’  Europa, il Medioevo cristiano, e non, come altri fanno, la Rivoluzione Francese o la Seconda Guerra Mondiale); equilibrio politico (in quanto non identifica l’ Europa, né in un progetto messianico, né nella “Festung Europa”, né in un esperimento keynesiano, né in una società liberistica, né nella roccaforte di determinate ideologie ).

Soprattutto, era ora di creare qualcosa di accattivante per i lettori, sfatando l’idea che si possa parlare di Europa solo in un gergo oscuro e cupo.

Azzeccata l’osservazione di Prodi che il preteso fondamento della UE nella ricerca della pace (per quanto da lui condiviso) lascia oramai tutti scettici; quella sulla schiacciante debolezza dell’Europa nel contesto mondiale e soprattutto in campo digitale; il richiamo alla filosofia mussulmana di al-Andalus; il  significato mariano della bandiera europea; l’importanza del turismo, dei media  e dello sport; il bisogno di leadership.

Ottima, in generale, l’idea di associare testi semplici, ma meditati e critici, ad immagini significative. Ottimo anche esprimere, dove proprio necessario, dubbi e critiche, che normalmente oggi il “mainstream” non osa fare.

L’Abate di Saint-Pierre

2. Le lacune

La principale lacuna consiste nella deliberata autolimitazione concettuale e geografica dell’ Europa, che è poi la ragione per cui questa non riesce ad entusiasmare i propri cittadini. Ricordo anche, a questo proposito,  lo scambio di battute fra Prodi (quand’era presidente della Commissione) e Putin, in cui Prodi dimostrava una non comune larghezza d’idee per ciò che concerne i confini dell’ Europa. Per il Prodi di allora, la Russia avrebbe dovuto avere in comune, con l’Europa, “tutto tranne le istituzioni”. E Putin aveva ribattuto rivelando una semplice verità, vale a dire che questa limitazione deriva solo “dalla paura degli Europei per la grandezza della  Russia”.

Capiamo perfettamente le ragioni  delle autolimitazioni di Prodi: in una politica retta, come quella attuale,  in gran parte dai principi del marketing, è molto rischioso voler uscire dalle “bolle” del mercato ereditate dal passato (vedi partiti politici). Ogni ricostruzione sensata del contesto della storia europea, dovendo spezzare le barriere fra le vecchie narrazioni, corre perciò il pericolo di una crisi di rigetto da parte dell’opinione pubblica. Un pericolo che però, a nostro avviso, occorre correre, per  motivi che illustreremo nella seconda parte di questo articolo.

Inoltre, tutti i politici europei sentono sempre “il fiato sul collo” dell’ America, per cui nessuno ha mai il coraggio di assumere obiettivi un po’ più ambiziosi del solito.

Tornando all’autolimitazione nelle narrazioni storiche, ho assistito, perfino in America, a inattesi diverbi sull’ Europa preistorica, dove, secondo taluni, le recenti scoperte della paleoetnologia confermerebbero vecchie teorie razziali, e secondo altri distruggerebbero, al contrario, il concetto stesso di “razza”. Non parliamo poi della “gylania” di Maria Gimbutas e del carattere guerresco dei popoli dei Kurgan. Meglio quindi  non parlarne proprio?

Ogni riferimento al mondo greco-romano viene poi  accusato di essere improntato allo sciovinismo dei popoli del Sud, così come una visione a tutto tondo della religiosità del Medio Evo potrebbe urtare laicisti, islamici, ebrei o tradizionalisti. Un’analisi più approfondita dei veri contenuti dell’Illuminismo (monarchico ed elitario, come nei casi di Rousseau, di Montesquieu, di Leibniz, di Voltaire, di Boulanger) verrà sicuramente respinta nel nome della democrazia; i nazionalismi degli Stati Membri possono essere soggetti solo a critiche di stile (il “fascismo”), ma non di fondo, perché essi servono ancor oggi per  puntellare l’esistenza delle attuali classi dirigenti e il loro controllo sull’ Europa.  Gli aspetti oppressivi dell’occupazione americana, poi, (come per esempio la vicenda Assange, oggi in pieno svolgimento) non possono  essere, ovviamente, neppure citati.

E’ per questi motivi  che il libro di Prodi non comincia là dove, secondo noi, avrebbe dovuto cominciare: dal grande “melting pot” europeo del neolitico; dalle civiltà medio-orientali; dal mondo greco-romano; sì che l’Europa cristiana sembra nata per partenogenesi, e diventa semplicemente una “radice”, mentre le radici dell’ Europa sono invece le società preistoriche ed arcaiche,  sopravvissute nel Cristianesimo e vive ancor oggi (Elisabeth Rees,Simboli cristiani e antiche radici).

Coerentemente con la versione storica “mainstream”,  il libro prosegue con visioni stereotipate, tanto dell’ Illuminismo (le “idee chiare e distinte” che diventano un dogma, non un faticoso esperimento), quanto del primo dopoguerra, dove l’affermarsi  del Piano Marshall e delle  “Trente Glorieuses” (o “Miracolo Economico”) sembrerebbe un’esperienza senza ombre. Si glissa poi sui problemi irrisolti da settant’anni: Esercito Europeo e NATO; questione linguistica e imposizione dell’ Inglese; assenza dal digitale e dall’ industria culturale; non volontà d’integrare Russia e Turchia; responsabilità per la guerra civile in Libia; contraddizioni nelle politiche migratorie, dei trasporti e del turismo.

Se ci sono ancora ranti problemi aperti, esistono certamente delle cause profonde, che vanno spiegate ben al di là delle “tradizionali inimicizie” fra i popoli europei (non certo maggiori che quelle fra i Cinesi e i popoli delle steppe, o fra Industani, Dravidi e Islamici dell’ India, o, infine e soprattutto, fra Puritani, Inglesi, Afroamericani, Nativi Americani, Québecquois, Confederati, Latinosnegli USA). Dove sono le “tradizionali inimicizie” fra Europei nella Politica Estera e di Difesa? Dove nell’ uso dell’Inglese (visto che non c’è più il Regno Unito)? Dove nei rapporti con i GAFAM?

Immanuel Kant

3.L’articolo di Dastoli su Linkiesta (Salsa gollista;La differenza fra il federalismo e il grottesco sovranismo europeo di Meloni)

Il problema è che, con tutta la buona fede e la buona volontà, le culture politiche postbelliche (nelle loro varie declinazioni, marxista, cattolica, liberale, conservatrice, nazionalista) non sono state in grado, né di spiegare la nostra storia, né di proporre un progetto onnicomprensivo per il Futuro dell’Europa di cui si sta discutendo nell’ omonima Conferenza.

Nessuna di esse ha preso atto della Società del Controllo Totale, che ha travolto le tradizionali nozioni d’individuo, di persona, di pensiero, di parola, di libertà, di Stato,di Nazione, di lavoro, di economia,   a cui quelle ideologie facevano riferimento. Contro il potere illimitato dei GAFAM, s’impone un tipo nuovo di uomo, di formazione e di politica, che, nel nostro Continente, possono essere rappresentate solo da un’Europa più forte e più conscia della propria identità.

Oltre ad essere poco spinta dai suoi stessi promotori, ciascuno a suo modo demotivato,l’integrazione fu vista con fastidio dai partiti di tradizioni liberale, socialista e cristiano democratica, erano inseritisi tardivamente e malvolentieri nel progetto d’integrazione,  perché troppo radicati, chi nell’idea nazionale, chi nell’internazionalismo apolide, e comunque più attirati da altri temi. La questione appena ricordata, dell’insufficienza delle ideologie novecentesche, risulta ben chiara leggendo  l’articolo di Pier Virgilio Dastoli, che scrive “ che la cultura federalista non è ancora e pienamente parte integrante delle correnti di pensiero del popolarismo cristiano universalista, del socialismo internazionalista, del liberalismo cosmopolita e ora dell’ambientalismo. E, questo, si noti, dopo ben 70 anni dalla Dichiarazione Schuman. Prova di una palese irriducibilità. Nessuno voleva creare un soggetto politico europeo che incarnasse l’identità europea nella politica internazionale. Questo continua ad essere vero anche oggi, e il vero “miracolo europeo” è che l’ Europa vada avanti lo stesso, anche se a passo di lumaca, quando l’”establishment”,in tutte le sue ramificazioni, non ne è mai stato minimamente attirato.

Anche i fondatori delle Comunità Europee (sia Monnet che Spinelli che Churchill) riprendevano quasi pedissequamente il “Grand Dessin” che si trascinava di secolo in secolo nelle corti europee (Dubois, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Rousseau, Kant, Coudenhove-Kalergi), risultato di una dialettica secolare fra tradizione imperiale e monarchie nazionali.

E’ vero, “il processo di unificazione del continente …..è stato avviato con il confronto fra tre scuole di pensiero politico…quella funzionalista…di Jean Monnet”…quella federalista… di Altiero Spinelli e quella confederale… di Winston Churchill”

In realtà, come abbiamo visto, le radici dell’idea d’integrazione d’Europa  sono a monte di questa tripartizione, che non è perciò così fondativa.

Per esempio, ’Unione Europea funzionalistica che abbiamo oggi sotto gli occhi è stata un sottoprodotto, più che del “confederalismo” di Churchill ,che era un grande aristocratico fautore dell’ Impero, e pertanto poco motivato fin dall’ inizio, fino a che non fu esautorato dai finanziatori americani, della Teoria della Modernizzazione  di Rostow (bisogna eliminare i confini per permettere l’espansione della scienza e della tecnica). Ma anche, Jean Monnet era essenzialmente un manager cosmopolita (oscillante fra America e gollismo) e Hallstein, sostenuto dall’ America,  proveniva dall’establishment economico nazionalsocialista. Nessuno particolarmente affascinato dall’ Identità Europea. Ecco perché c’è poco slancio nel processo d’integrazione.

Richard Coudenhove Kalergi

4.L’integrazione europea e i partiti

Per questi stessi  motivi, la classe politica europea non è riuscita fino ad ora a gestire in modo adeguato la transizione postmoderna (o non ha voluto farlo), sì che, di conseguenza, l’Europa arranca sempre più dietro Cina e Stati Uniti, vedendo così compromesso il futuro delle prossime generazioni.

Si dice: “molti Stati Membri non vogliono integrarsi”.Ricordiamoci che in democrazia gli Stati dovrebbero fare ciò che chiedono i cittadini. Evidentemente, non siamo riusciti a convincere i cittadini.

L’incompatibilità fra il federalismo e i partiti era e resta reciproca. I progetti europei di  Coudenhove Kalergi, Spinelli e Galimberti furono progetti di outsiders (scritti da soli o al massimo in tre persone), non dei già partiti, che erano rimasti tutti ermeticamente chiusi nei confini nazionali, quando non marionette di realtà internazionali come l’Internazionale Comunista o la Chiesa.

Non parliamo poi di che Galimberti, di Simone Weil e di Olivetti, che i partiti li volevano  semplicemente abolire, né del fatto che, nel, nel Manifesto di Ventotene, si dicesse apertamente che  né i comunisti, né i democratici, sarebbero stati capaci di creare la federazione europea.

In realtà, essendo l’ Europa un progetto geopolitico, è difficile far entusiasmare una parte considerevole dei cittadini, che per natura pensa al “particulare”, al massimo elevando il pensiero alla città o all’ impresa, mentre già solo il concetto di “nazione” è quanto mai fumoso.Non per nulla, Podiebrad era il re di Boemia, Dubois e Sully erano ministri, Saint-Pierre un diplomatico, Kant un filosofo, Coudenhove Kalergi un aristocratico, Galimberti un comandante partigiano e Spinelli un rivoluzionario di professione.

Se i grandi partiti di massa erano già anacronistici a metà del ’900 (e infatti  sono stati scavalcati, negli anni, da movimenti nuovi, come il gollismo, il gauchismo, l’ambientalismo e Solidarnosc), oggi, essi sono addirittura dei cimeli storici, tanto che, per poter continuare funzionare, hanno dovuto addirittura cambiare i loro nomi, che non dicevano più nulla all’ opinione pubblica (divenendo “Renew”, “Democratici” e  “Popolari”).

Il liberalismo era nato come reazione nobiliare alle monarchie assolute; era prosperato come difesa delle élites contro la “ribellione  delle masse” e alla fine aveva tentato di riciclarsi come “partito di classe” della borghesia, ma era stato condannato al declino dalla fine di quest’ultima, sostituita dal “ceto medio” e ,ora, da un proletariato di “déracinés”.

Il socialismo era nato, con Owen e Fourier, come espressione delle forze innovative dell’industrializzazione, era stato teorizzato da Marx come fase intermedia fra capitalismo e comunismo, e, infine, era stato realizzato effettivamente nei Paesi del “socialismo reale”, non riuscendo, però,  a sopravvivere nell’ era dei computer e degli Stati-Civiltà.

La Democrazia Cristiana, nata all’ inizio del ‘900 dalla constatazione dell’inutilità del Non Expedit, aveva avuto un exploit con il vuoto di potere succeduto al crollo del Fascismo e con l’alleanza fra Chiesa e Stati Uniti. Oggi è sostanzialmente ancora l’unico movimento vivo e vitale, identificandosi esso con la Chiesa, ma, essendosi omologato al “mainstream” occidentale, rischia di esserne fagocitato, come dimostra anche l’atteggiamento incerto della Chiesa su molte delle questioni vitali per il nostro tempo (teologia, politiche sociali, questioni di genere).

Per un motivo o per l’altro, questi movimenti non hanno proprio la capacità intellettuale d’interpretare la transizione dall’epoca industriale a quella digitale, dominata da un’enorme centralizzazione, tecnicizzazione e dematerializzazione del potere, e incentrata sugli “Stati-Civiltà”:  i loro slogan suonano come aria fritta. Per questo sono condannati ad essere sostituiti da qualcun altro.

Lo stesso può dirsi, a mio avviso, anche del post-fascismo, del gollismo, del gauchismo, dell’ambientalismo e del populismo: essi esprimono non più idee ottocentesche, bensì almeno novecentesche. Anch’essi sono  comunque obsoleti.

Duccio Galimberti

5.Confederazione e populismo

Secondo Dastoli, nessuno “ha mai pensato di considerare i sostenitori del metodo confederale fra gli “europeisti” perché chi vuole trasformare l’Unione europea in una Confederazione vuole di fatto e di diritto smantellare le basi essenziali del sistema comunitario.” Ma in realtà l’Unione Europea di oggi è meno di una confederazione. L’unica oggi esistente è la Svizzera, che un fior d’esercito federale.

L’unico avversario  di una futura Federazione Europea  sembrerebbe essere il neo-nazionalismo dei cosiddetti “Sovranisti”, in quanto questi sarebbero “confederalisti”.  Anch’essi sono un movimento datato, nato con le Rivoluzioni Atlantiche, rafforzatosi durante il Risorgimento (“Fratelli d’ Italia”), e esploso con il fascismo. Anch’essi, nonostante gli attuali exploits elettorali, sono tagliati fuori dalla comprensione del 21° Secolo. Le uniche cose parzialmente attuali sono quelle ch’ essi traggono “a piacere” dalla tradizione gollista, che però interpretano malissimo, deformando perfino l’idea gaulliana di lotta per l’indipendenza dell’Europa, in un ossequio formale all’ America (vedi l’accoglienza riservata a Bannon), quando non, come nel caso della Polonia, nella precisa volontà di boicottare l’Europa a favore della NATO. Anch’essi si distinguono per l’inconcludenza politica, dimostrata ancora recentemente dall’ incapacità di creare un solo gruppo politico al Parlamento Europeo (cfr.precedente articolo di Dastoli su Linkiesta).

Dastoli continua: Secondo il modello confederale, il governo europeo deve essere anarchico e cioè deve essere affidato alla decisione o meglio alle non-decisioni dei governi degli Stati-nazione di cui ciascuno deve mantenere una apparente sovranità assoluta” .Orbene, l’approccio “anarchico” all’ Europa, attribuito ai “populisti”, è proprio quello tenuto fino dall’ inizio dagli Stati membri e dalle Istituzioni:

-Uno Stato (l’Italia) ha potuto firmare con la Libia un trattato di non aggressione, comprensivo del divieto di fornire basi per attacchi contro il proprio territorio, e poi due altri Stati Membri hanno attaccato proprio la Libia;

-L’Unione ha decretato il bando del North Stream 2, ma la Germania lo ha realizzato egualmente;

-Nell’Unione, tutti si fanno i loro trattati bilaterali (Francia-Germania; Polonia-Ungheria-Slovacchia Cechia; Italia Francia) con il deliberato obiettivo d’ imporre la loro volontà agli altri Stati membri.

La “colpa” di tutti questi comportamenti “anarchici” non è mai stata dei “populisti” (che non sono mai stati al potere, salvo recentemente in Polonia e in Ungheria), bensì dei vari Berlusconi, Sarkozy, Blair, Merkel, Havel…

Per questo, non si capisce perché i “populisti” si agitino tanto contro “Bruxelles”,  visto che l’Europa delle coalizioni di centro-sinistra è già stata così come essi la vorrebbero.

Tra l’altro, contrariamente a quanto dicono i media, i Paesi di Visegràd stanno performando benissimo dentro quest’Europa, proprio grazie a quest’Europa “anarchica”. La Repubblica Ceca ha perfino superato  quest’anno il reddito pro-capite dell’Italia(cosa di cui non stac parlando nessuno):Secondo l’ultima indagine del Fondo monetario internazionale (FMI), la Repubblica Ceca ha superato Spagna e Italia in termini di PIL pro capite.. …

Secondo il FMI, il PIL pro capite nella Repubblica Ceca quest’anno è di 38.120 dollari internazionali a prezzi costanti e convertito in parità di potere d’acquisto………..In Italia, quest’anno, il PIL pro capite è risultato pari a 37.905 dollari internazionali del 2017 e in Spagna a 36.086“.

Secondo Dastoli, “Secondo il modello federale, il governo dei temi di interesse comune deve essere sopranazionale, deve avere poteri limitati ma reali e deve rispondere ad una autorità legislativa e di bilancio su una base paritaria  composta da una Assemblea parlamentare che rappresenti le cittadine e i cittadini e un Consiglio o Senato che rappresenti gli Stati e che decide a maggioranza e non all’unanimità.”

In realtà, una vera “Confederazione”, dotata di un suo Presidente, di un suo esercito, di suoi servizi segreti, di un suo fondo sovrano, di suoi campioni nazionali, di una propria politica economica e culturale sarebbe comunque meglio, e dell’ attuale Unione (che queste cose non le ha), e perfino di una “Federazione” che avesse il tanto decantato principio di maggioranza, ma non tutte quelle altre cose.

Basti vedere la Confederazione Elvetica, uno dei sistemi politici più efficienti in assoluto.

Altiero Spinelli

6.Chi è europeista?

In definitiva, oggi, avrei dei grandi dubbi a stabilire chi sia veramente “Europeista”. Uno dei miei massimi crucci è proprio che, dopo aver frequentato, nella mia vita, cattolici e liberali, comunisti e missini, gauchisti e tradizionalisti, democristiani e funzionari europei, federalisti e funzionalisti, non ho trovato da nessuna parte molti “Europeisti”. Come, per Mao Zedong, un rivoluzionario cinese avrebbe dovuto trovarsi fra il popolo “come un pesce nell’ acqua”, così io penso che un Europeista dovrebbe trovarsi ovunque  in Europa “come un  pesce nell’ acqua”, in confidenza, cioè,  con archeologi e umanisti, filosofi e teologi, scienziati e tecnologi, imprenditori e lavoratori, sindacalisti e manager, startupper e politici, cattolici e atei, protestanti e sciiti, ebrei ortodossi e riformati, Spagnoli e Tartari, Nunavik e Curdi, Bretoni e Ceceni, Baschi e Estoni, Islandesi e Turchi, Maltesi e Danesi, Occitani e Bielorussi, Alto-Atesini e Frisoni, Russi e Catalani, Arbereshe e Casciubi, Irlandesi e Aseri, Macedoni e Sorbi, Lussemburghesi e Aleviti, Ucraini e Siciliani, Bavaresi e Pomiacchi, Gorane e Montenegrini.., conoscendo le loro lingue, le loro storie, i loro costumi, le loro idee, i loro problemi. Un vero multiculuralismo poliedrico. Certo, cosa molto difficile, ma senza il quale non ci può essere nessun’ Europa.

Le  riflessioni di Dastoli servono però egregiamente, a nostro avviso, a mettere in evidenza che, se vuole servire a qualcosa, il Movimento Europeo dovrebbe smetterla di cercare la propria legittimazione nei partiti novecenteschi e nelle loro beghe elettoralistiche, e accorgersi finalmente della reale importanza storica del federalismo europeo, l’unica idea  che possa guidare l’ Europa del XXI Secolo nella sua resistenza contro la Società del Controllo Totale e nella competizione con USA e Cina, al di fuori e, se necessario, contro i partiti e gli Stati Membri.

Se, all’ interno di un’Europa democratica, è giusto che vi sia una dialettica fra partiti, l’attuale dialettica, e fra i partiti attuali, non ci potrà mai portare, né alla federazione (vedi il referendum del 2005), né all’indipendenza (vedi la politica estera e di difesa comune), né, tanto meno, alla salvezza dalla società del controllo totale (vedi la disapplicazione verso i GAFAM delle sentenze Schrems, delle risoluzioni dell’ EPDB, delle legislazioni antitrust e fiscale).

Il sommergibile nucleare francese

7.Una Federazione Europea all’ altezza del 21° Secolo

Siamo proprio sicuri che questo modello di federazione, nato 70, se non 250, anni fa, possa funzionare, di per sé,   nell’Europa di oggi, o bisognerebbe renderne le regole molto più mirate e più efficaci? Dove la mettiamo la presenza ingombrante NATO, che presidia capillarmente le nostre città, a cominciare da Bruxelles? Dove il mondo mediterraneo, con cui pure affermiamo di voler cooperare? Dove le Macroregioni Europee, all’ interno delle quali potrebbero trovare posto le pulsioni identitarie delle grandi aree? Dove le Regioni, le Città, che ci permettono di sfuggire all’omologazione degli Stati borghesi? Dove i conflitti dell’ Europa Orientale?

A chi attribuiremo la competizione tecnologica, la difesa nucleare, la cyberguerra, le “covert operations”? Può oggi una realtà politica continentale funzionare senza tutto ciò, o è condannata a “delegarlo” a qualcun altro (oggi gli USA, domani la Russia, dopodomani la Cina)?

Dove sono i poteri del Presidente, del Capo di Stato Maggiore, dei Servizi Segreti, dov’è la gestione politica delle nuove tecnologie e dei Campioni Europei? Chi comanderà la Force de Frappe?

Assistiamo impotenti ai dialoghi (e agli accordi) fra USA e Russia, USA e Russia e Cina e Russia “sul futuro dell’ Europa”. Tutte cose che dovrebbero essere discusse nell’ apposita Conferenza.

Il problema è che, tanto i partiti tradizionali, quanto gli Stati nazionali, quanto, infine, lo stesso ordinamento giuridico europeo, sono stati creati decenni fa nell’aspettativa di amministrare un’Europa “a regime”, con la Guerra Fredda e senza brusche scosse antropologiche. Invece oggi, per constatazione unanime, e per dichiarazione esplicita dei massimi protagonisti, siamo avviati a una velocità vertiginosa (la “Legge di Moore”) verso il “Secolo Finale” (Sir Martin Rees). Per una situazione di emergenza ci vuole un governo di emergenza, non una “federazione” in cui bisognerebbe votare a maggioranza dei due terzi perfino la eventuale risposta a un attacco nucleare. D’altra parte, chi mai ha votato la dislocazione in Italia delle testate nucleari?

Le cooperazioni rafforzate, suggerite da Prodi e Amato, ci sono già, come per esempio la BEI, Schengen, l’Euro, l’ ESA, l’Agenzia Europea degli Armamenti, Eurocorpo…, ma nessuno neppure se ne accorge. Una cooperazione rafforzata nel settore difesa, altro cavallo di battaglia di Prodi, presupporrebbe di mettere in comune l’intelligence e la Force de Frappe francese. Chi è pronto a questo salto?

Se gli USA installassero in Ucraina missili ipersonici, questi impiegherebbero 5 minuti per raggiungere Mosca. Nessun Maggiore Petrov, manco fosse Superman, potrebbe fermare, questa volta, come nel 1983, la “Mutually Assured Destruction”. E’ di questo che hanno discusso l’altro ieri Putin e Biden. Qualcuno in Europa lo sta considerando?

Solo se riuscisse a gestire questi temi la Federazione Europea potrebbe risultare una vera rappresentante dei cittadini europei, e la loro estrema difesa, e, di converso, potrebbe suscitare la loro adesione e il loro entusiasmo.

RISCRIVERE LE COSTITUZIONI: ATTUALITA’

DEI PROGETTI DI FEDERALISMO MONDIALE, EUROPEO E NAZIONALE

L'”antica costituzione europea”

La “cancel culture”, nata fra gl’intellettuali “non-WASP” nelle università americane, non è tuttavia solo un fenomeno americano. Come tutte le “americanate”, in breve si è diffusa in tutto il mondo, dove viene scimmiottata in modi per lo più improprii e deformanti, soprattutto in un’Europa sempre più priva di idee proprie, ed anche per questo sempre più succube dei trend culturali e politici americani.

Mentre, in America, il movimento “Woke” mira a colpire e l’eredità culturale del colonialismo europeo, in Europa prevale un’altra “Cancel Culture”, che mira invece a fare dimenticare le radici premoderne, moderne e afroasiatiche dell’integrazione europea, a vantaggio di un iconoclastico messianismo di origine manichea e puritana, secondo cui tale integrazione altro non sarebbe che la punta di diamante della nuova “religione dei diritti”, che travolge, come vendetta per le oppressioni passate, tutte le culture tradizionali, portandole tutte  a fare parte dell’ “impero mondiale omogeneo” (Kojève).

Per questa “Cancel culture” europea, l’intera storia mondiale, e non solo quella europea, sarebbe infatti viziata da un’eredità di violenza, che solo la nemesi della IIa Guerra Mondiale sarebbe riuscita a riscattare (con la vittoria degli Stati Uniti).  In ciò starebbe la nobiltà dell’Europa, la quale, modello per il mondo intero, sarebbe riuscita a sostituire ad inimicizie secolari un nuovo clima di fratellanza (come profetizzato da Fichte e da Nietzsche). L’Europa sarebbe, dunque, il primo Paese entrato, grazie alla sconfitta, nella “Post-Histoire”(Gehlen, Fukuyama)-cioè con un ruolo di “suddito” nell’ Impero del Bene.

Secondo questa “Cancel culture” europea, l’integrazione europea nascerebbe quindi solo durante la IIa Guerra Mondiale, dal rifiuto delle guerre, delle stragi e della stessa idea di “sacrificio”(Girard), emblema di una storia mondiale tutta da cancellare. La sconfitta degli eserciti europei sarebbe stata quindi una sorta di “provvida sventura”, che, “redimendo” gli Europei dal loro passato peccaminoso, ne avrebbe fatto un modello per il resto del mondo.

Da tutto ciò risulterebbe esaltata la funzione messianica dell’ America, che, sconfiggendo l’Asse e rieducando la Germania, aveva costretto l’Europa a divenire il primo paese redento dalla storia dell’ oppressione e della miseria.

Questa “Cancel culture” europea, erede di movimenti ereticali come il Manicheismo e la Gnosi cristiani ed ebraici, del mazdakismo, della Kabbalà, dei Pauliciani e degli Anabattisti, era stata proposta da una parte della Sinistra Alternativa nell’ambito della cosiddetta “Lunga Marcia attraverso le Istituzioni” di Rudi Dutschke (come riedizione moderna dell’ idea trockista della “Rivoluzione Permanente”),  e dall’ accademia occidentalistica  “funzionalista” (Mitrany), per cui l’Europa non avrebbe dovuto essere se non una sottosezione e un primo esempio dello “Stato Mondiale Omogeneo”di Kojève (o dello Stato Mondiale di Juenger).

Questa “Cancel culture” europea, espressione concreta dell’interpretazione materialistica e tecnocratica dell’ Apocalisse, rigetta ogni costrutto sociale positivo -il rigore logico, la documentazione fattuale, il politeismo dei valori, la continuità delle tradizioni storiche, le differenze fra le culture, i ceti sociali e i sessi-, postulando come unico obiettivo quell’eguaglianza assoluta ed omologante che risulterebbe, per esempio, dall’ applicazione letterale dell’ art.3 della Costituzione Italiana, e, ancor più, dall’ “affirmative action” di tradizione realsocialista e americana. Si passa così dall’ eguaglianza formale liberale, a quella sostanziale socialista, fino a quella etnica terzomondista, e sessuale (a sua volta declinata, nel tempo, come femminista, omosessuale, transessuale, “gender”). Siamo oramai sulla soglia dell’ eguaglianza degli animali e delle macchine…

La Federazione Mondiale secondo Coudenhove Kalergi

1.La censura sulla storia europea

E’ chiaro che, per questa cultura, risulta inaccettabile che proprio l’Europa attuale, quella in cui oggi viviamo,  si riveli invece essere in gran parte il  prodotto dell’incontro culturale fra un Papa polacco, un Segretario generale del PCUS e le rivendicazioni nazionali dei popoli dell’ Europa Orientale (con radici pre-moderne da cui è difficile liberarsi). Ancora più inaccettabile il fatto che i creatori delle Comunità Europee fossero stati dei leader democratici cristiani, per altro influenzati da intellettuali già comunisti (come Spinelli), comunitaristi (come Marc) e “planistes” (come Monnet), o addirittura aristocratici ed elitari (come Coudenhove Kalergi), nessuno dei quali condivideva il pathos della “Fine della Storia” (e che mai si sarebbero neppure immaginati le attuali derive nichilistiche).

Andando a ritroso, andrebbero (e vengono in effetti) cancellate ancor più  drasticamente le influenze sulla formazione del generale consenso europeista “ delle culture dell’ Asse ” (Drieu La Rochelle, von Schirach). Vanno poi ignorate le prese di posizione “europee” di Alessandro I e di Nietzsche; deformate quelle di Dubois, Dante, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Kant, Voltaire. E, più lontano ancora, vanno condannate le Crociate, Roma, la Grecia, Maometto, i Padri della Chiesa, il Vecchio Testamento, l’Old Europe e gl’Indoeuropei…

Questa Cancel culture europea costituisce oggi l’ostacolo principale sulla strada della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, perché impedisce di prendere atto che avevano ragione i teorici del passato (Spinelli, Galimberti, Weil, Marc, De Rougemont) nel vedere che la  crisi della società europea  (che dura da almeno un secolo) richiedeva e richiede un momento di critica delle narrazioni delle “nazioni borghesi” prebelliche (per esempio, quella risorgimentale), per riallacciare il futuro dell’ Europa unita all’ insieme delle sue comuni tradizioni.

Oggi, tanto l’ordinamento internazionale, quanto l’Europa, quanto, infine, la società italiana, soffrono più che mai di questa “Crisi di civiltà” : di una debolezza generalizzata, di una totale contraddittorietà nelle motivazioni,  del dominio delle macchine, della conseguente ingovernabilità, e di una tensione generalizzate in Europa Orientale (Polonia, Bielorussia, Ungheria, Russia, Bosnia, Serbia, Ungheria, Ucraina, Donbass, Albania, Kurdistan).

Di fronte a questa crisi, s’ impone, non già un “window dressing” dell’ esistente quale, incredibimente, si vorrebbe realizzare con la Conferenza (“bisogna cambiare tutto perché nulla cambi”, von der Leyen al “Summit sociale di Porto”), bensì la riscrittura contestuale degli Statuti delle Nazioni Unite e della NATO, ma specialmente del Trattato di Lisbona e delle costituzioni nazionali, sulla base di una visione culturale, se non unitaria, almeno coerente, al suo interno e con la storia d’Europa.

Quest’ esigenza di discontinuità viene illustrato bene, per l’Italia, scon l’articolo di  da Carlo Galli su “La Repubblica” del 19 Novembre,  prendendo spunto dalla proposta, presentata da Giorgia Meloni, di una nuova Assemblea Costituente per l’ Italia, finalizzata soprattutto al presidenzialismo “..l’assemblea costituente è di per sé fuori dalla costituzione vigente; se è veramente costituente, infatti, ha il pieno potere di riscrivere l’intero ordinamento…”Per Galli,”E’ sintomatico che questa proposta venga avanzata oggi, in una fase in cui la politica sembra ormai uscita dalle istituzioni, per collocarsi nelle tecnostrutture del Paese (a loro volta non in ottima salute)..”

Con l’avvertenza che, a nostro avviso, come si vedrà, è più nella Costituzione Italiana che in quella europea che il presidenzialismo avrebbe un senso.

Orbene, una riscrittura delle costituzioni italiana ed europea era precisamente quanto proposto da Galimberti l’8 Settembre 1943, e il momento di discontinuità a livello europeo era quanto richiesto da Spinelli e Marc dopo la IIa Guerra Mondiale.

Per questo non appare irrilevante riandare a quelle, e simili, proposte del XX° secolo, per capirne almeno la logica (che, a nostro avviso, è in gran parte tutt’ora valida), ed eventualmente trarne degl’insegnamenti per il futuro.

Il Progetto per una pace perpetua era un accordo fra sovrani assoluti

2.Il tanto criticato “Piano Kalergi”

E’ un luogo comune della propaganda sovranista accusare la “società dell’ 1%” di stare organizzando la “sostituzione etnica” dell’ Europa, secondo un procedimento logico che troverebbe le sue basi nelle opere di Coudenhove Kalergi, primo grande federalista, europeo e mondiale. La cosa è tanto risalente nel tempo, che, nel tentativo di dirottare queste critiche, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il libro in cui si parla di questo tema, “Praktischer Idealismus”, è vietato in Germania per legge (come il “Mein Kampf”).

Il pensiero politico di Coudenhove Kalergi non si poteva certo ridurre al cosiddetto “piano” di ibridazione degli Europei, e nemmeno a Paneuropa, ma mirava, appunto, ad affrontare nel suo complesso la “crisi della Società Europea”.

Kalergi, un aristocratico asburgico-giapponese, con origini ceche, olandesi, veneziane e bizantine, e aderente alla Massoneria, si preoccupava prioritariamente di dare all’ Europa una nuova élite, che conciliasse tradizioni familiari, corpi intermedi e meritocrazia “Foederalismus, Adel, Technik”). Nel  fare ciò, egli si riallacciava all’ idea di Nietzsche dei “buoni Europei” e a quella della sua amica Malwida von Meysenburg, dell’ “Idealismo Pratico”.

Riteneva positive le varie forme d’integrazione  in corso: fra l’aristocrazia mitteleuropea e l’alta borghesia ebraica, e fra l’imprenditoria occidentale e la tecnocrazia sovietica. Credeva anche che la federazione europea servisse  tra l’altro a mettere in comune le colonie (che considerava un fenomeno permanente), e per questo riteneva che gli Europei si sarebbero ibridati con gli Africani.

La sua visione di un mondo federato e ibridato era fra le più complete e concrete presentate su quest’argomento. Pensava che le grandi federazioni mondiali potessero nascere sulla base dei blocchi esistenti ai suoi tempi, e che, in particolare, l’Europa avrebbe avuto tutto l’interesse a unificarsi per rimanere all’ altezza degli altri grandi blocchi.

Le idee di Coudenhove Kalergi furono condivise da molti Governi (come quello austriaco, che gli mise a disposizione addirittura la Hofburg, quello ceco e quello francese, che, con Briand, aveva preparato un progetto di federazione europea che fu presentata nel 1928 alla Società delle Nazioni e fu commentata da tutti i Governi Europei, divenendo anche il pretesto per la firma del “Patto a Quattro” fra Francia, Inghilterra, Germania e Italia del 1932, poi naufragato per l’avvento al potere di Hitler).

Il libro di Ulrike Guérot riprende Benda, Mosley e Thiriart

3.La costituzione italiana ed europea di Duccio Galimberti  

Così come Kalergi si preoccupava di stabilire un chiaro collegamento fra federalismo europeo e federalismo mondiale, così la Costituzione Italiana ed Europea di Duccio Galimberti, comandante partigiano del CLN piemontese e martire della Resistenza, mirava a salvaguardare, alla fine della guerra, il coordinamento fra la costituzione della nuova Italia e quella della nuova Europa.

Finita di scrivere personalmente da Galimberti, che era un avvocato, l’8 settembre 1943, immediatamente prima di pronunziare, dal suo studio nella piazza centrale di Cuneo, il discorso che segnò l’avvio ufficiale della Resistenza in Italia, e prima di partire, raccattate un po’ di armi, per il rifugio partigiano di Paraloup, la “Costituzione Italiana ed Europea” è l’unica opera compiuta e propositiva tutt’ora scritta su questo argomento, e dimostra un’inaudita chiarezza di obiettivi, rara tanto nei politici, quanto nei politologi, che nei giuristi e nei leaders rivoluzionari.

Credo che, prima di chiudere la Conferenza sul Futuro dell’Europa, occorrerebbe dare almeno uno sguardo a quel progetto, per vedere se non abbiamo dimenticato qualcosa. Ma, già che ci siamo, sarebbe il caso di dare uno sguardo anche agli altri progetti che si sono presentati sulla scena negli ultimi 100 anni, anche quelli meno articolati e concreti. Cosa che noi stiamo facendo.

Il Federalismo Europeo è nato come movimento politico al di là degli Stati nazionali

4.Il Manifesto di Ventotene: l’opposto della Dichiarazione Schuman

I leader europei sono soliti citare il Manifesto come l’avvio del processo d’integrazione europea.

In realtà, come si vedrà, l’avvio dell’integrazione europea può essere rintracciato già fin negl’imperi romano e germanico. Comunque, è vero che, mentre il primo Manifesto di Ventotene fu scritto al confino e pubblicato nel 1944, la Dichiarazione Schuman fu pronunziata 6 anni dopo, in una conferenza stampa al Quai d’Orsai. In questo tempo, era successo ben poco. Se il Manifesto partiva dall’ idea  della “crisi della società europea”, dovuta alla decadenza degli Stati nazionali, da superarsi con una discontinuità di carattere rivoluzionario, la seconda  prendeva le mosse da due ben precisi Stati nazionali, Francia e Germania, e da una questione contingente (la messa in comune dei bacini carbosiderurgici tedeschi occupati dalla Francia, ma di proprietà privata), per suggerire che, attraverso altre operazioni parziali di questo tipo, si sarebbe potuto arrivare “a piccoli passi” a un’ integrazione “funzionale” delle tecnostrutture europee, secondo il modello delle Organizzazioni Internazionali (già sperimentato con la Croce Rossa, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Unione Postale Mondiale, la Società dei Battelli del Reno, i trani Mitropa….

Si noti che l’integrazione economica teorizzata dalla Dichiarazione Schuman e realizzata con la CECA non faceva che riprendere in mano l’eredità della Grossraumwirtschaft dell’ Asse, gestendo la trasformazione dell’economia di guerra in società dei consumi.

Il Manifesto di Ventotene era dichiaratamente finalizzato alla presa del controllo sull’ Europa da parte delle forze della Resistenza, mentre la Dichiarazione Schuman fu in realtà un’iniziativa personale del Commissaire au Plan francese, Jean Monnet, con la collaborazione di alcuni funzionari ministeriali e del Segretario di Stato americano, per dare un ordine al passaggio dall’Europa tedesca a quella americana, che stava comunque sorgendo faticosamente dopo il Piano Marshall; significativamente, la presidenza della CECA (1951) fu affidata all’ ex lobbista del III Reich Walther Hallstein, reduce da un periodo di “rieducazione” in una base americana su un’isola dell’ Atlantico.

Altiero Spinelli aveva riposto, invece, le sue speranze, prima, in un movimento di base, chiamato “Congresso del Popolo Europeo”, poi nella Comunità Europea di Difesa (CED), bocciata dalla Francia nel 1954, e, per il resto, aveva sempre criticato l’integrazione attraverso il metodo intergovernativo. Solo nel 1970  aveva accettato l’incarico di Commissario, e nel 1976 divenne europarlamentare, rimanendolo per 10 anni. Nonostante questa sua riconciliazione con le Istituzioni, le sue profezie sull’ impossibilità di creare una federazione restando sul piano intergovernativo si sono avverate, ed oggi è questo il motivo principale dello stallo dell’integrazione europea.

L’Europa delle Patrie era un progetto paneuropeo e sovrano

5.L’”Europa delle Patrie”

Negli stessi anni in cui Monnet, Schuman e Hallstein cercavano di gestire da Bruxelles in modo “soft” la  riconversione consumistica dell’ economia di guerra, De Gaulle usava l’interventismo di Stato (prima le nazionalizzazioni, poi il Commissariat au Plan, affidato a Monnet, e, ancora, la Force de Frappe e i progetti europei) per forzare un’integrazione tecnologica nei settori della difesa, dello spazio e ferroviario, e patrocinando “progetti europei” di carattere intergovernativo, ma che, sulla base della sola UE non si sarebbero mai potuti realizzare:

a)perchè l’interventismo di Stato nelle nuove tecnologie non fa parte dell’ideologia, né delle Istituzioni europee, né degli altri Stati Membri;

b)perché , se la Francia non avesse agito da “apripista”, le pressioni americane sarebbero state troppo forti;

c)perché gli altri Paesi non avrebbero avuto tecnologie sufficienti, specie in campo nucleare.

La politica di De Gaulle era finalizzata soprattutto a contrastare l’influenza americana e a ipotizzare una politica neutralista dell’ Europa “à tous azimuts”, basata sul fatto che il blocco sovietico e i non allineati non costituiscono, per l’ Europa, una “minaccia” maggiore degli stessi USA. L’”Europa delle Patrie” caldeggiata oggi dai sovranisti, pur avendo, sul piano retorico, qualche affinità con l’idea gaulliana, di fatto ne abbandona i toni antiamericani e si concentra invece (illogicamente) contro una pretesa “centralizzazione” di Bruxelles (che non esiste). In realtà, oggi la ragnatela di norme UE è la prima fonte di dispersione del potere decisionale e dei conflitti intestini dell’ Europa (i “Valori”, i “Diritti”, i conflitti di competenza e giurisdizione, la litigiosità a Est, l’assenza di qualsivoglia impostazione geopolitica).

Un’altra debolezza dell’”Europa delle Patrie” è oggi che le “nazioni” a cui pensava De Gaulle 40 anni fa, e a cui pensano i “sovranisti” di oggi, non esistono oramai più. Le hanno uccise la Seconda Guerra Mondiale, la politica dei blocchi, la cultura globalizzata.  Una sopravvivenza del senso delle identità territoriale si può  ritrovare piuttosto in tradizioni meno territorializzate e burocratizzate – per esempio, l’eredità classica e cristiana, le signorie medievali e pre-moderne (Savoia, Venezia, Napoli, Sicilia, Aragona, Provenza, Scozia, Fiandre, Prussia), le città di cultura, tradizioni che hanno lasciato tracce profonde nel nostro inconscio collettivo.

Invece, quando vediamo delle manifestazioni ufficiali in Francia o in Polonia dove, cantando l’inno nazionale, tutti fanno l’ultima versione del “Bellamy Salute” americano (la prima era il saluto romano), capiamo che lì non si sta celebrando l’attaccamento alla tradizione nazionale, bensì quello all’ “Occidente”, vale a dire al modello americano. Perciò, la strada della Sovranità Europea non può passare per gli Stati Nazionali.

In ogni caso, tutto ciò che ci resta di una concreta Europa economica (l’Agenzia Spaziale Europea, Arianespace, Kourou, l’Airbus, i Corridoi Europei) lo dobbiamo a De Gaulle e alla sua Europa delle Patrie.  Per esempio, è ormai mezzo secolo che, di tanto in tanto, politici e industriali europei ripropongono l’idea di nuovi “campioni Europei” (per le reti, per i treni, per le navi, per i semiconduttori), ma si tratta sempre e soltanto di aria fritta. Vedremo se GAIA-X, stiracchiata come al solito fra Americani e Cinesi, non subirà la stessa sorte.

Le Regioni Europee non sono solo quelle che servono per l’ Europrogettazione

6.L’Europa delle Regioni

L’unico modo per far vivere un’ Europa delle Patrie sarebbe quello di  vedere queste “Patrie” come l’insieme di tutte le realtà, grandi o piccole, in cui si articola l’ Europa (l’Anglosfera, l’Europa Carolingia, l’Europa Orientale, l’Impero bizantino-ottomano, l’Europa Mediterranea, le Isole Britanniche, la Scandinavia, il Baltico, la Mitteleuropa, la Russia, il Caucaso, l’ Anatolia, i Balcani, il mondo latino, la Keltia, la Catalogna, l’ Occitania, la Renania, la Baviera, l’Intermarium, la Transnistria, la Grande Albania, il Donbass, l’Abkhazia, l’Ossetia, la Greater London, Randstadt Holland, la Région Parisienne, il Ruhrgebiet..).

E’ quanto avevano detto per primi Montesquieu, Tocqueville e Proudhon, pensando forse di fare rivivere l’”Ancienne Constitution Européenne”, come Tocqueville chiamava le leggi dell’ Ancien Régime. E, in fondo, l’Abate di Saint-Pierre, quando cercava di confederare i sovrani d’Europa (“Projet à servir pour la Paix Perpetuelle”) pensava semplicemente a un consolidamento dei trattati di Utrecht e di Rastatt, alla cui formulazione egli aveva contribuito.

Vi è stato un lungo periodo in cui le Comunità Europee avevano abbozzato un complessivo progetto euroregionale, con i fondi regionali, la Convenzione di Madrid e le Azioni Macroregionali Europee, ma tutto ciò si è perduto, come al solito, nelle nebbie della burocrazia.

Nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine”, Voltaire mette in satira il federalismo di Saint-Pierre, perchè vuole un impero unitario come quello cinese

7.L’”Europa Nazione”

Questo termine fu usato soprattutto per primo da Julien Benda e poi da gruppuscoli di estrema destra, come Jeune Europe e il National Party of Europe, che aveva  adottò il 1° Marzo  1962, la “European Declaration”, the  invocava la creazione di uno Stato nazionale Europeo, con un suo governo  e un parlamento europeo eletto, e il ritiro delle truppe americane e sovietiche.

In realtà, l’idea aveva avuto scarsi anticipatori, come Benda, e una parte dei collaborazionisti francesi, ai quali  cui Simone Weil si riferiva nel suo “Enracinement”, dove li accusava di seguire pedissequamente le orme dei Giacobini, sostituendo, ai Dipartimenti dell’Impero Napoleonico, le Regioni d’ Europa.

In tempi più recenti, il progetto di una Repubblica Europea intesa come Stato centralizzato è stato rilanciato da Ulrike Gérot e Robert Menesse (Warum Europa eine Republik werden muss).

Secondo Franco Cardini (che era stato membro di Jeune Europe), il progetto sarebbe stato “difficile”. A mio avviso, più che altro, uno Stato continentale centralizzato può avere un senso in un momento di conflitto ad alta intensità, in cui lo Stato non può essere governato se non come un esercito, ma non “a regime”, perché l’ideale di uno Stato non può ridursi a una caserma.

Il russo Sokurov è il maggior cantore dell’identità europea

8.La “Casa Comune Europea”

Michail Gorbaciov aveva lanciato questo slogan in varie occasioni, pensando a uno sviluppo graduale delle rivoluzioni degli anni 1988-1993, che invece furono caratterizzate da fatti traumatici come le guerre del Nagorno-karabag, della Slovenia, del Golfo, della Transnistria e della Cecenia, l’insurrezione di Bucarest e il bombardamemto del Parlamento di Mosca.

L’idea era stata ripresa da Putin nei suoi discorsi in Germania in cui si era addirittura proposto (primo ed unica capo di Stato estero a parlare al Bundestag non già in Russo, bensì in Tedesco) in una funzione di federatore dell’ Europa, paragonabile a quella che era stata di Kohl.

In quel periodo, Russia Unita teorizzava il suo ruolo quale quello del continuatore del Russkij Konservatizm di Stolypin e di Witte, e parallelo a quello della CDU.

In effetti, l’ Unione Europea non sarà credibile fintantoché rappresenterà meno  appena la metà del nostro Continente e sarà in conflitto con la restante metà.

Secondo Schmidt, i GAFAM devono condurre l’ America alla conquista del mondo

9.L’impero europeo dell’ America

Secondo il Papa, esistono nel mondo degli “Imperi Sconosciuti”. Immerwahr ha definito gli USA l’ “Impero Nascosto.”Secondo Zbygniew Brzezinski, l’Europa è un protettorato americano, che ha come unico scopo quello di costituire un avamposto dell’ America in Europa. Luca Caracciolo insiste a chiamare la UE “l’impero europeo dell’ America”.

Questa realtà costituisce l’altro vero ostacolo all’unificazione dell’ Europa.

Ricordiamoci che, quando, nel 1866, l’ Impero Austriaco, in seguito alla sconfitta di Sadowa, fu costretto a riconoscere un Regno d’Ungheria, iniziò la sua finale disgregazione. Per questo, riscrivere l’intera governance mondiale, ivi compreso lo Statuto della NATO, è così fondamentale: si tratta di ripetere ciò che, per l’Austria, era stato l’ “Ausgleich” del 1866.

Marco Aurelio, l’imperatore filosofo

10.Un presidenzialismo europeo?

La proposta di Giorgia Meloni che ha costituito l’occasione per il commento di Carlo Galli si riferisce al presidenzialismo per l’ Italia. In effetti, se si vogliono accrescere le capacità decisionali di uno Stato, il presidenzialismo può giovare. Esso è utilizzato da vari ed importanti Stati, come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’India, il Brasile…..Tuttavia, l’Unione Europea non è uno Stato come gli altri.Si caratterizza proprio per il fatto di fare parte di una “multi level governance”. Oggi, il livello di cui occorre incrementare il potere decisionale è quello europeo, perché è l’unico che ci possa difendere dal potere delle macchine intelligenti, ed è l’unico in cui si richieda un potere decisionale immediato ed illimitato, come quello degli antichi comandanti romani.

Perciò, i ragionamenti che si fanno sul presidenzialismo nazionale dovrebbero essere rivolti al presidenzialismo europeo. Che non è l’unica soluzione alla questione del decisionismo europeo, ma può essere una.

Era in questo senso che si era lavorato sull’ipotesi degli “Spitzenkandidaten”, poi miseramente fallita davanti alla realtà, non soltanto in Europa, ma anche in Germania, dov’era nata. Infatti, l’inadeguatezza ed arretratezza della cultura “mainstream” ha, fra i tanti effetti, quello dei un’illogico frazionamento del panorama ideologico e parlamentare secondo irreali linee ideologiche e  territoriali e non secondo problemi: GAFAM o non GAFAM; America o sovranità? In queste condizioni, creare delle coalizioni con un progetto è difficilissimo, e quindi nessuno Spitzenkandidat può vincere le elezioni, perché nessuna linea politica può raccogliere un consenso significativo.

Il presidenzialismo avrebbe senso solo nell’ ambito di una costellazione di provvedimenti atti ad accrescere l’incisività dell’ azione dell’ Europa, quali  la revisione della cultura mainstream, riforme “epistocratiche”, un esercito europeo prevalentemente automatizzato, un Consiglio Federale operativo come quello svizzero…

Per tutto il resto, sarebbe utile ed opportuno ricordarsi dei vari modelli proposti in passato: dell’inserimento del federalismo europeo in quello mondiale;  dell’idea di federazione come superamento degli Stati Nazionali borghesi; del coordinamento delle “costituzioni” di tutti i livelli della “multi-level governance”; della continuità storica; dell’ Europa quale oggetto primario di lealtà per i cittadini; dell’ “Europa da Brest a Vladivostock”; del rapporto problematico con l’ America.