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GALIMBERTI E CHABOD:

L’IMPRONTA DELLE ALPI OCCIDENTALI SU RESISTENZA ED EUROPA

Domenica, 22 Maggio,

Casa del Quartiere  di San Salvario, Via Morgari 10, ore 16.00

DAL PASSATO AL FUTURO DELL’ EUROPA

PRESENTAZIONE DEL LIBRO: PROGETTI EUROPEI NELLA RESISTENZA

 Con Pier Virgilio Dastoli, Marcello Croce, Marco Margrita. Aldo Rizza, Alessio Stefanoni

RICCARDO LALA ti sta invitando a una riunione pianificata in Zoom.

Entra nella riunione in Zoom
https://us06web.zoom.us/j/86298136839

ID riunione: 862 9813 6839

La Savoia: nocciolo duro
del regno burgundo

1.Savoia europea

La Savoia era già un’Europa in miniatura. Il suo territorio era stato attribuito dai Romani ai Burgundi, popolo germanico originario dell’ isola baltica di Bornholm (Burgundaholmr), come “premio” per aver combattuto a fianco dei Romani e contro gli Unni sui Campi Catalaunici. I Burgundi (Worms, Gunther, Hagen, Crimilde) sono perciò al centro del Canto dei Nibelunghi e del Waltharius, ma i Romani avevano loro destinato la Sapaudia (Savoia), così chiamata per i suoi abeti (“sapins”).

La Savoia era dunque una contea del regno dei Burgundi, poi “di Arles”. I suoi  signori, originariamente franchi, si espansero dai due lati delle Alpi, divenendo vicari imperialoi tanto in Italia quanto in Provenza, eunendo popoli di Langue d’Oil, Langue d’Oc, Franco-Provenzali, Schwytzerduetch, Walser, Piemontesi,Valdesi, Italiani.

Attraverso la Savoia arrivò in Italia il Gotico Internazionale. Emanuele Filiberto e Eugenio di Savoia erano stati i grandi condottieri del Sacro Romano Impero, mentre il Piemonte era stato poi annesso integralmente da Napoleone alla Francia. Lo Statuto Albertino era stato scritto in Francese, e Torino era la città preferita del filosofo tedesco Nietzsche.

Non stupisce dunque che anche in epoca recente gli abitanti dell’antico Ducato avessero mantenuto una tempra al contempo altrettanto internazionale ed altrettanto combattiva (Gramegna). Abbiamo avuto infatti, in Piemonte e in Valle d’Aosta, due dei più dignificativi comandanti partigiani, e, al contempo, teorici dell’ Europa: Duccio Galimberti e Federico Chabod, di cui, deplorevolmente e misteriosamente, nessuno si ricorda.

Emanuele Filiberto, vincitore a San Quintino

2.Duccio Galimberti

Galimberti, avvocato e poi comandante del CLM piemontese per Giustizia e Libertà, ucciso misteriosamente durante una finta liberazione, fu l’unico giurista nel corso della storia ad avere scritto una costituzione coordinata italiana ed europea. Un uovo di colombo: come evitare i continui conflitti di competenze che paralizzano la vita dell’ Unione Europea (Germania, Lituania, Polonia, Ungheria)? Basta scriverle contemporaneamente, come due “gradini” di una stessa costruzione istituzionale.

Oltre a questa geniale idea, la costituzione di Galimberti precede di trent’anni le pur timide prime bozze del Parlamento Europeo, che per altro  non furono mai nemmeno discusse.

Infine, si tratta di una costituzione mista, con elementi di democrazia rappresentativa, di socialismo e di corporativismo, che bene incarnava lo spirito dei tempi (per esempio la legislazione tedesca sulla partecipazione,  l’Organische Gedanke olandese o il pensiero politico di Simone Weil). Oltre tutto, Galimberti scrisse la sua Costituzione a cavallo dell’8 Settembre, lanciò il suo progetto partigiano direttamente dal balcone del suo studio legale al centro di Cuneo, dopo di che, fatta incetta di armi, si diresse decisamente verso le Alpi per iniziare la lotta armata.

La Sacra di San Michele,simbolo
del Piemonte

3.Federico Chabod

Quanto a Chabod, storico valdostano e alpinista, titolare di cattedra a Milano, stava insegnando in questi anni sul tema Europa e Nazione (Storia dell’Idea di Europa, L’idea di nazione). Sopravvenuto l’8 settembre, si dedicò alla lotta partigiana e fu fra i principali coautori della Dichiarazione di Chivasso, un documento in cui le popolazioni alpine delle Alpi Occidentali rivendicarono, per il periodo postbellico, un’ampia autonomia. Infine, fu incaricato di redigere lo statuto della Regione Autonoma Valle d’ Aosta (secondo la falsariga delle idee della Dichiarazione di Chivasso), che fu adottato prima ancora della Costituzione italiana, e fu perciò di modello per le altre Regioni Autonome, nonché per le Comunidades Autònomas spagnole.

In un momento in cui, dopo decine di Trattati, una Convenzione e una Conferenza, l’Europa stenta più che mai a darsi una Costituzione, non sarebbe proprio superfluo se i giuristi, i politici e i movimenti sociali riprendessero umilmente in mano le opere di chi aveva tempestivamente posto il tema della costituzionalizzazione dell’Europa.

Il penitenziario di Ventotene

3.Il Manifesto di Ventotene

Tutto ciò non esclude certo l’importanza del contributo al movimento per l’integrazione europea da parte del Manifesto di Ventotene, altro illustre sconosciuto, anzi, tradito, dalla politica “mainstream”. Il Manifesto si pone, rispetto alla costituzione europea, alla Dichiarazione di Chivasso e alle opere di Chabod, su un piano diverso: quello della riflessione politica (o geopolitica), mentre gli altri si pongono su quelli della costruzione istituzionale, della storia culturale e della “multi-level governance”. Tuttavia, la mancata integrazione di tutti questi livelli in un unico corpus progettuale è stata una delle debolezze del federalismo “politico” à la Spinelli nella sua competizione con il metodo funzionalistico prescelto dai Governi, e, soprattutto, dagli Stati Uniti.

In un momento in cui la chiusura in sordina della Conferenza sul Futuro dell’Europa e l’entusiasmo costruttivistico di Macron richiedono nuove idee, ci sembra necessario aprire un dibattito a tutto tondo e a tutti i livelli con tutte le tradizioni della storia dell’integrazione europea, per elaborare un percorso veramente innovativo ed efficace contro tutti gli ostacoli che ci circondano.

Vi aspettiamo numerosi per avviare questo dibattito

CHI E’ EUROPEISTA? CONSIDERAZIONI AL MARGINE DEL LIBRO DI ROMANO PRODI “L’EUROPA”

Finalmente un libro ben fatto sull’ Europa!Certo, possiamo non condividerne tutti i contenuti, ma ciò non ci impedisce, né di elogiare  gli aspetti che ci sembrano ben centrati, né di svolgere critiche costruttive a ciò che ci sembra carente.

Infine, cogliamo  l’occasione per fare il punto circa le culture del federalismo e dell’ europeismo.

Il Duca di Sully

1. I pregi.

Il pregio principale del libro è l’equilibrio, che da sempre caratterizza l’azione politica di Romano Prodi,  per cui lo avevamo appoggiato ai tempi della sua elezione. Pur entro i ristretti margini di manovra del secolo scorso, Prodi ha fatto il massimo possibile per l’ Europa. Tuttavia, ora siamo nel 21° secolo ben inoltrato, sicché si richiederebbe ancora qualche sforzo in più.

Parlando di equilibrio: Equilibrio editoriale (fra libro istituzionale, opera storica e programma politico); equilibrio ideologico (avendo scelto, come inizio dell’  Europa, il Medioevo cristiano, e non, come altri fanno, la Rivoluzione Francese o la Seconda Guerra Mondiale); equilibrio politico (in quanto non identifica l’ Europa, né in un progetto messianico, né nella “Festung Europa”, né in un esperimento keynesiano, né in una società liberistica, né nella roccaforte di determinate ideologie ).

Soprattutto, era ora di creare qualcosa di accattivante per i lettori, sfatando l’idea che si possa parlare di Europa solo in un gergo oscuro e cupo.

Azzeccata l’osservazione di Prodi che il preteso fondamento della UE nella ricerca della pace (per quanto da lui condiviso) lascia oramai tutti scettici; quella sulla schiacciante debolezza dell’Europa nel contesto mondiale e soprattutto in campo digitale; il richiamo alla filosofia mussulmana di al-Andalus; il  significato mariano della bandiera europea; l’importanza del turismo, dei media  e dello sport; il bisogno di leadership.

Ottima, in generale, l’idea di associare testi semplici, ma meditati e critici, ad immagini significative. Ottimo anche esprimere, dove proprio necessario, dubbi e critiche, che normalmente oggi il “mainstream” non osa fare.

L’Abate di Saint-Pierre

2. Le lacune

La principale lacuna consiste nella deliberata autolimitazione concettuale e geografica dell’ Europa, che è poi la ragione per cui questa non riesce ad entusiasmare i propri cittadini. Ricordo anche, a questo proposito,  lo scambio di battute fra Prodi (quand’era presidente della Commissione) e Putin, in cui Prodi dimostrava una non comune larghezza d’idee per ciò che concerne i confini dell’ Europa. Per il Prodi di allora, la Russia avrebbe dovuto avere in comune, con l’Europa, “tutto tranne le istituzioni”. E Putin aveva ribattuto rivelando una semplice verità, vale a dire che questa limitazione deriva solo “dalla paura degli Europei per la grandezza della  Russia”.

Capiamo perfettamente le ragioni  delle autolimitazioni di Prodi: in una politica retta, come quella attuale,  in gran parte dai principi del marketing, è molto rischioso voler uscire dalle “bolle” del mercato ereditate dal passato (vedi partiti politici). Ogni ricostruzione sensata del contesto della storia europea, dovendo spezzare le barriere fra le vecchie narrazioni, corre perciò il pericolo di una crisi di rigetto da parte dell’opinione pubblica. Un pericolo che però, a nostro avviso, occorre correre, per  motivi che illustreremo nella seconda parte di questo articolo.

Inoltre, tutti i politici europei sentono sempre “il fiato sul collo” dell’ America, per cui nessuno ha mai il coraggio di assumere obiettivi un po’ più ambiziosi del solito.

Tornando all’autolimitazione nelle narrazioni storiche, ho assistito, perfino in America, a inattesi diverbi sull’ Europa preistorica, dove, secondo taluni, le recenti scoperte della paleoetnologia confermerebbero vecchie teorie razziali, e secondo altri distruggerebbero, al contrario, il concetto stesso di “razza”. Non parliamo poi della “gylania” di Maria Gimbutas e del carattere guerresco dei popoli dei Kurgan. Meglio quindi  non parlarne proprio?

Ogni riferimento al mondo greco-romano viene poi  accusato di essere improntato allo sciovinismo dei popoli del Sud, così come una visione a tutto tondo della religiosità del Medio Evo potrebbe urtare laicisti, islamici, ebrei o tradizionalisti. Un’analisi più approfondita dei veri contenuti dell’Illuminismo (monarchico ed elitario, come nei casi di Rousseau, di Montesquieu, di Leibniz, di Voltaire, di Boulanger) verrà sicuramente respinta nel nome della democrazia; i nazionalismi degli Stati Membri possono essere soggetti solo a critiche di stile (il “fascismo”), ma non di fondo, perché essi servono ancor oggi per  puntellare l’esistenza delle attuali classi dirigenti e il loro controllo sull’ Europa.  Gli aspetti oppressivi dell’occupazione americana, poi, (come per esempio la vicenda Assange, oggi in pieno svolgimento) non possono  essere, ovviamente, neppure citati.

E’ per questi motivi  che il libro di Prodi non comincia là dove, secondo noi, avrebbe dovuto cominciare: dal grande “melting pot” europeo del neolitico; dalle civiltà medio-orientali; dal mondo greco-romano; sì che l’Europa cristiana sembra nata per partenogenesi, e diventa semplicemente una “radice”, mentre le radici dell’ Europa sono invece le società preistoriche ed arcaiche,  sopravvissute nel Cristianesimo e vive ancor oggi (Elisabeth Rees,Simboli cristiani e antiche radici).

Coerentemente con la versione storica “mainstream”,  il libro prosegue con visioni stereotipate, tanto dell’ Illuminismo (le “idee chiare e distinte” che diventano un dogma, non un faticoso esperimento), quanto del primo dopoguerra, dove l’affermarsi  del Piano Marshall e delle  “Trente Glorieuses” (o “Miracolo Economico”) sembrerebbe un’esperienza senza ombre. Si glissa poi sui problemi irrisolti da settant’anni: Esercito Europeo e NATO; questione linguistica e imposizione dell’ Inglese; assenza dal digitale e dall’ industria culturale; non volontà d’integrare Russia e Turchia; responsabilità per la guerra civile in Libia; contraddizioni nelle politiche migratorie, dei trasporti e del turismo.

Se ci sono ancora ranti problemi aperti, esistono certamente delle cause profonde, che vanno spiegate ben al di là delle “tradizionali inimicizie” fra i popoli europei (non certo maggiori che quelle fra i Cinesi e i popoli delle steppe, o fra Industani, Dravidi e Islamici dell’ India, o, infine e soprattutto, fra Puritani, Inglesi, Afroamericani, Nativi Americani, Québecquois, Confederati, Latinosnegli USA). Dove sono le “tradizionali inimicizie” fra Europei nella Politica Estera e di Difesa? Dove nell’ uso dell’Inglese (visto che non c’è più il Regno Unito)? Dove nei rapporti con i GAFAM?

Immanuel Kant

3.L’articolo di Dastoli su Linkiesta (Salsa gollista;La differenza fra il federalismo e il grottesco sovranismo europeo di Meloni)

Il problema è che, con tutta la buona fede e la buona volontà, le culture politiche postbelliche (nelle loro varie declinazioni, marxista, cattolica, liberale, conservatrice, nazionalista) non sono state in grado, né di spiegare la nostra storia, né di proporre un progetto onnicomprensivo per il Futuro dell’Europa di cui si sta discutendo nell’ omonima Conferenza.

Nessuna di esse ha preso atto della Società del Controllo Totale, che ha travolto le tradizionali nozioni d’individuo, di persona, di pensiero, di parola, di libertà, di Stato,di Nazione, di lavoro, di economia,   a cui quelle ideologie facevano riferimento. Contro il potere illimitato dei GAFAM, s’impone un tipo nuovo di uomo, di formazione e di politica, che, nel nostro Continente, possono essere rappresentate solo da un’Europa più forte e più conscia della propria identità.

Oltre ad essere poco spinta dai suoi stessi promotori, ciascuno a suo modo demotivato,l’integrazione fu vista con fastidio dai partiti di tradizioni liberale, socialista e cristiano democratica, erano inseritisi tardivamente e malvolentieri nel progetto d’integrazione,  perché troppo radicati, chi nell’idea nazionale, chi nell’internazionalismo apolide, e comunque più attirati da altri temi. La questione appena ricordata, dell’insufficienza delle ideologie novecentesche, risulta ben chiara leggendo  l’articolo di Pier Virgilio Dastoli, che scrive “ che la cultura federalista non è ancora e pienamente parte integrante delle correnti di pensiero del popolarismo cristiano universalista, del socialismo internazionalista, del liberalismo cosmopolita e ora dell’ambientalismo. E, questo, si noti, dopo ben 70 anni dalla Dichiarazione Schuman. Prova di una palese irriducibilità. Nessuno voleva creare un soggetto politico europeo che incarnasse l’identità europea nella politica internazionale. Questo continua ad essere vero anche oggi, e il vero “miracolo europeo” è che l’ Europa vada avanti lo stesso, anche se a passo di lumaca, quando l’”establishment”,in tutte le sue ramificazioni, non ne è mai stato minimamente attirato.

Anche i fondatori delle Comunità Europee (sia Monnet che Spinelli che Churchill) riprendevano quasi pedissequamente il “Grand Dessin” che si trascinava di secolo in secolo nelle corti europee (Dubois, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Rousseau, Kant, Coudenhove-Kalergi), risultato di una dialettica secolare fra tradizione imperiale e monarchie nazionali.

E’ vero, “il processo di unificazione del continente …..è stato avviato con il confronto fra tre scuole di pensiero politico…quella funzionalista…di Jean Monnet”…quella federalista… di Altiero Spinelli e quella confederale… di Winston Churchill”

In realtà, come abbiamo visto, le radici dell’idea d’integrazione d’Europa  sono a monte di questa tripartizione, che non è perciò così fondativa.

Per esempio, ’Unione Europea funzionalistica che abbiamo oggi sotto gli occhi è stata un sottoprodotto, più che del “confederalismo” di Churchill ,che era un grande aristocratico fautore dell’ Impero, e pertanto poco motivato fin dall’ inizio, fino a che non fu esautorato dai finanziatori americani, della Teoria della Modernizzazione  di Rostow (bisogna eliminare i confini per permettere l’espansione della scienza e della tecnica). Ma anche, Jean Monnet era essenzialmente un manager cosmopolita (oscillante fra America e gollismo) e Hallstein, sostenuto dall’ America,  proveniva dall’establishment economico nazionalsocialista. Nessuno particolarmente affascinato dall’ Identità Europea. Ecco perché c’è poco slancio nel processo d’integrazione.

Richard Coudenhove Kalergi

4.L’integrazione europea e i partiti

Per questi stessi  motivi, la classe politica europea non è riuscita fino ad ora a gestire in modo adeguato la transizione postmoderna (o non ha voluto farlo), sì che, di conseguenza, l’Europa arranca sempre più dietro Cina e Stati Uniti, vedendo così compromesso il futuro delle prossime generazioni.

Si dice: “molti Stati Membri non vogliono integrarsi”.Ricordiamoci che in democrazia gli Stati dovrebbero fare ciò che chiedono i cittadini. Evidentemente, non siamo riusciti a convincere i cittadini.

L’incompatibilità fra il federalismo e i partiti era e resta reciproca. I progetti europei di  Coudenhove Kalergi, Spinelli e Galimberti furono progetti di outsiders (scritti da soli o al massimo in tre persone), non dei già partiti, che erano rimasti tutti ermeticamente chiusi nei confini nazionali, quando non marionette di realtà internazionali come l’Internazionale Comunista o la Chiesa.

Non parliamo poi di che Galimberti, di Simone Weil e di Olivetti, che i partiti li volevano  semplicemente abolire, né del fatto che, nel, nel Manifesto di Ventotene, si dicesse apertamente che  né i comunisti, né i democratici, sarebbero stati capaci di creare la federazione europea.

In realtà, essendo l’ Europa un progetto geopolitico, è difficile far entusiasmare una parte considerevole dei cittadini, che per natura pensa al “particulare”, al massimo elevando il pensiero alla città o all’ impresa, mentre già solo il concetto di “nazione” è quanto mai fumoso.Non per nulla, Podiebrad era il re di Boemia, Dubois e Sully erano ministri, Saint-Pierre un diplomatico, Kant un filosofo, Coudenhove Kalergi un aristocratico, Galimberti un comandante partigiano e Spinelli un rivoluzionario di professione.

Se i grandi partiti di massa erano già anacronistici a metà del ’900 (e infatti  sono stati scavalcati, negli anni, da movimenti nuovi, come il gollismo, il gauchismo, l’ambientalismo e Solidarnosc), oggi, essi sono addirittura dei cimeli storici, tanto che, per poter continuare funzionare, hanno dovuto addirittura cambiare i loro nomi, che non dicevano più nulla all’ opinione pubblica (divenendo “Renew”, “Democratici” e  “Popolari”).

Il liberalismo era nato come reazione nobiliare alle monarchie assolute; era prosperato come difesa delle élites contro la “ribellione  delle masse” e alla fine aveva tentato di riciclarsi come “partito di classe” della borghesia, ma era stato condannato al declino dalla fine di quest’ultima, sostituita dal “ceto medio” e ,ora, da un proletariato di “déracinés”.

Il socialismo era nato, con Owen e Fourier, come espressione delle forze innovative dell’industrializzazione, era stato teorizzato da Marx come fase intermedia fra capitalismo e comunismo, e, infine, era stato realizzato effettivamente nei Paesi del “socialismo reale”, non riuscendo, però,  a sopravvivere nell’ era dei computer e degli Stati-Civiltà.

La Democrazia Cristiana, nata all’ inizio del ‘900 dalla constatazione dell’inutilità del Non Expedit, aveva avuto un exploit con il vuoto di potere succeduto al crollo del Fascismo e con l’alleanza fra Chiesa e Stati Uniti. Oggi è sostanzialmente ancora l’unico movimento vivo e vitale, identificandosi esso con la Chiesa, ma, essendosi omologato al “mainstream” occidentale, rischia di esserne fagocitato, come dimostra anche l’atteggiamento incerto della Chiesa su molte delle questioni vitali per il nostro tempo (teologia, politiche sociali, questioni di genere).

Per un motivo o per l’altro, questi movimenti non hanno proprio la capacità intellettuale d’interpretare la transizione dall’epoca industriale a quella digitale, dominata da un’enorme centralizzazione, tecnicizzazione e dematerializzazione del potere, e incentrata sugli “Stati-Civiltà”:  i loro slogan suonano come aria fritta. Per questo sono condannati ad essere sostituiti da qualcun altro.

Lo stesso può dirsi, a mio avviso, anche del post-fascismo, del gollismo, del gauchismo, dell’ambientalismo e del populismo: essi esprimono non più idee ottocentesche, bensì almeno novecentesche. Anch’essi sono  comunque obsoleti.

Duccio Galimberti

5.Confederazione e populismo

Secondo Dastoli, nessuno “ha mai pensato di considerare i sostenitori del metodo confederale fra gli “europeisti” perché chi vuole trasformare l’Unione europea in una Confederazione vuole di fatto e di diritto smantellare le basi essenziali del sistema comunitario.” Ma in realtà l’Unione Europea di oggi è meno di una confederazione. L’unica oggi esistente è la Svizzera, che un fior d’esercito federale.

L’unico avversario  di una futura Federazione Europea  sembrerebbe essere il neo-nazionalismo dei cosiddetti “Sovranisti”, in quanto questi sarebbero “confederalisti”.  Anch’essi sono un movimento datato, nato con le Rivoluzioni Atlantiche, rafforzatosi durante il Risorgimento (“Fratelli d’ Italia”), e esploso con il fascismo. Anch’essi, nonostante gli attuali exploits elettorali, sono tagliati fuori dalla comprensione del 21° Secolo. Le uniche cose parzialmente attuali sono quelle ch’ essi traggono “a piacere” dalla tradizione gollista, che però interpretano malissimo, deformando perfino l’idea gaulliana di lotta per l’indipendenza dell’Europa, in un ossequio formale all’ America (vedi l’accoglienza riservata a Bannon), quando non, come nel caso della Polonia, nella precisa volontà di boicottare l’Europa a favore della NATO. Anch’essi si distinguono per l’inconcludenza politica, dimostrata ancora recentemente dall’ incapacità di creare un solo gruppo politico al Parlamento Europeo (cfr.precedente articolo di Dastoli su Linkiesta).

Dastoli continua: Secondo il modello confederale, il governo europeo deve essere anarchico e cioè deve essere affidato alla decisione o meglio alle non-decisioni dei governi degli Stati-nazione di cui ciascuno deve mantenere una apparente sovranità assoluta” .Orbene, l’approccio “anarchico” all’ Europa, attribuito ai “populisti”, è proprio quello tenuto fino dall’ inizio dagli Stati membri e dalle Istituzioni:

-Uno Stato (l’Italia) ha potuto firmare con la Libia un trattato di non aggressione, comprensivo del divieto di fornire basi per attacchi contro il proprio territorio, e poi due altri Stati Membri hanno attaccato proprio la Libia;

-L’Unione ha decretato il bando del North Stream 2, ma la Germania lo ha realizzato egualmente;

-Nell’Unione, tutti si fanno i loro trattati bilaterali (Francia-Germania; Polonia-Ungheria-Slovacchia Cechia; Italia Francia) con il deliberato obiettivo d’ imporre la loro volontà agli altri Stati membri.

La “colpa” di tutti questi comportamenti “anarchici” non è mai stata dei “populisti” (che non sono mai stati al potere, salvo recentemente in Polonia e in Ungheria), bensì dei vari Berlusconi, Sarkozy, Blair, Merkel, Havel…

Per questo, non si capisce perché i “populisti” si agitino tanto contro “Bruxelles”,  visto che l’Europa delle coalizioni di centro-sinistra è già stata così come essi la vorrebbero.

Tra l’altro, contrariamente a quanto dicono i media, i Paesi di Visegràd stanno performando benissimo dentro quest’Europa, proprio grazie a quest’Europa “anarchica”. La Repubblica Ceca ha perfino superato  quest’anno il reddito pro-capite dell’Italia(cosa di cui non stac parlando nessuno):Secondo l’ultima indagine del Fondo monetario internazionale (FMI), la Repubblica Ceca ha superato Spagna e Italia in termini di PIL pro capite.. …

Secondo il FMI, il PIL pro capite nella Repubblica Ceca quest’anno è di 38.120 dollari internazionali a prezzi costanti e convertito in parità di potere d’acquisto………..In Italia, quest’anno, il PIL pro capite è risultato pari a 37.905 dollari internazionali del 2017 e in Spagna a 36.086“.

Secondo Dastoli, “Secondo il modello federale, il governo dei temi di interesse comune deve essere sopranazionale, deve avere poteri limitati ma reali e deve rispondere ad una autorità legislativa e di bilancio su una base paritaria  composta da una Assemblea parlamentare che rappresenti le cittadine e i cittadini e un Consiglio o Senato che rappresenti gli Stati e che decide a maggioranza e non all’unanimità.”

In realtà, una vera “Confederazione”, dotata di un suo Presidente, di un suo esercito, di suoi servizi segreti, di un suo fondo sovrano, di suoi campioni nazionali, di una propria politica economica e culturale sarebbe comunque meglio, e dell’ attuale Unione (che queste cose non le ha), e perfino di una “Federazione” che avesse il tanto decantato principio di maggioranza, ma non tutte quelle altre cose.

Basti vedere la Confederazione Elvetica, uno dei sistemi politici più efficienti in assoluto.

Altiero Spinelli

6.Chi è europeista?

In definitiva, oggi, avrei dei grandi dubbi a stabilire chi sia veramente “Europeista”. Uno dei miei massimi crucci è proprio che, dopo aver frequentato, nella mia vita, cattolici e liberali, comunisti e missini, gauchisti e tradizionalisti, democristiani e funzionari europei, federalisti e funzionalisti, non ho trovato da nessuna parte molti “Europeisti”. Come, per Mao Zedong, un rivoluzionario cinese avrebbe dovuto trovarsi fra il popolo “come un pesce nell’ acqua”, così io penso che un Europeista dovrebbe trovarsi ovunque  in Europa “come un  pesce nell’ acqua”, in confidenza, cioè,  con archeologi e umanisti, filosofi e teologi, scienziati e tecnologi, imprenditori e lavoratori, sindacalisti e manager, startupper e politici, cattolici e atei, protestanti e sciiti, ebrei ortodossi e riformati, Spagnoli e Tartari, Nunavik e Curdi, Bretoni e Ceceni, Baschi e Estoni, Islandesi e Turchi, Maltesi e Danesi, Occitani e Bielorussi, Alto-Atesini e Frisoni, Russi e Catalani, Arbereshe e Casciubi, Irlandesi e Aseri, Macedoni e Sorbi, Lussemburghesi e Aleviti, Ucraini e Siciliani, Bavaresi e Pomiacchi, Gorane e Montenegrini.., conoscendo le loro lingue, le loro storie, i loro costumi, le loro idee, i loro problemi. Un vero multiculuralismo poliedrico. Certo, cosa molto difficile, ma senza il quale non ci può essere nessun’ Europa.

Le  riflessioni di Dastoli servono però egregiamente, a nostro avviso, a mettere in evidenza che, se vuole servire a qualcosa, il Movimento Europeo dovrebbe smetterla di cercare la propria legittimazione nei partiti novecenteschi e nelle loro beghe elettoralistiche, e accorgersi finalmente della reale importanza storica del federalismo europeo, l’unica idea  che possa guidare l’ Europa del XXI Secolo nella sua resistenza contro la Società del Controllo Totale e nella competizione con USA e Cina, al di fuori e, se necessario, contro i partiti e gli Stati Membri.

Se, all’ interno di un’Europa democratica, è giusto che vi sia una dialettica fra partiti, l’attuale dialettica, e fra i partiti attuali, non ci potrà mai portare, né alla federazione (vedi il referendum del 2005), né all’indipendenza (vedi la politica estera e di difesa comune), né, tanto meno, alla salvezza dalla società del controllo totale (vedi la disapplicazione verso i GAFAM delle sentenze Schrems, delle risoluzioni dell’ EPDB, delle legislazioni antitrust e fiscale).

Il sommergibile nucleare francese

7.Una Federazione Europea all’ altezza del 21° Secolo

Siamo proprio sicuri che questo modello di federazione, nato 70, se non 250, anni fa, possa funzionare, di per sé,   nell’Europa di oggi, o bisognerebbe renderne le regole molto più mirate e più efficaci? Dove la mettiamo la presenza ingombrante NATO, che presidia capillarmente le nostre città, a cominciare da Bruxelles? Dove il mondo mediterraneo, con cui pure affermiamo di voler cooperare? Dove le Macroregioni Europee, all’ interno delle quali potrebbero trovare posto le pulsioni identitarie delle grandi aree? Dove le Regioni, le Città, che ci permettono di sfuggire all’omologazione degli Stati borghesi? Dove i conflitti dell’ Europa Orientale?

A chi attribuiremo la competizione tecnologica, la difesa nucleare, la cyberguerra, le “covert operations”? Può oggi una realtà politica continentale funzionare senza tutto ciò, o è condannata a “delegarlo” a qualcun altro (oggi gli USA, domani la Russia, dopodomani la Cina)?

Dove sono i poteri del Presidente, del Capo di Stato Maggiore, dei Servizi Segreti, dov’è la gestione politica delle nuove tecnologie e dei Campioni Europei? Chi comanderà la Force de Frappe?

Assistiamo impotenti ai dialoghi (e agli accordi) fra USA e Russia, USA e Russia e Cina e Russia “sul futuro dell’ Europa”. Tutte cose che dovrebbero essere discusse nell’ apposita Conferenza.

Il problema è che, tanto i partiti tradizionali, quanto gli Stati nazionali, quanto, infine, lo stesso ordinamento giuridico europeo, sono stati creati decenni fa nell’aspettativa di amministrare un’Europa “a regime”, con la Guerra Fredda e senza brusche scosse antropologiche. Invece oggi, per constatazione unanime, e per dichiarazione esplicita dei massimi protagonisti, siamo avviati a una velocità vertiginosa (la “Legge di Moore”) verso il “Secolo Finale” (Sir Martin Rees). Per una situazione di emergenza ci vuole un governo di emergenza, non una “federazione” in cui bisognerebbe votare a maggioranza dei due terzi perfino la eventuale risposta a un attacco nucleare. D’altra parte, chi mai ha votato la dislocazione in Italia delle testate nucleari?

Le cooperazioni rafforzate, suggerite da Prodi e Amato, ci sono già, come per esempio la BEI, Schengen, l’Euro, l’ ESA, l’Agenzia Europea degli Armamenti, Eurocorpo…, ma nessuno neppure se ne accorge. Una cooperazione rafforzata nel settore difesa, altro cavallo di battaglia di Prodi, presupporrebbe di mettere in comune l’intelligence e la Force de Frappe francese. Chi è pronto a questo salto?

Se gli USA installassero in Ucraina missili ipersonici, questi impiegherebbero 5 minuti per raggiungere Mosca. Nessun Maggiore Petrov, manco fosse Superman, potrebbe fermare, questa volta, come nel 1983, la “Mutually Assured Destruction”. E’ di questo che hanno discusso l’altro ieri Putin e Biden. Qualcuno in Europa lo sta considerando?

Solo se riuscisse a gestire questi temi la Federazione Europea potrebbe risultare una vera rappresentante dei cittadini europei, e la loro estrema difesa, e, di converso, potrebbe suscitare la loro adesione e il loro entusiasmo.

SINTESI DEGL’INTERVENTI DI RICCARDO LALA NELLA TELECONFERENCE DEL 9 MAGGIO

La Zollverein-Zeche a Essen, monumento dell’ era del carbone e dell’ acciaio

“Ze słów dwuznacznych uczyń swoją broń,

Słowa jasne pogrążaj w ciemność encyklopedii.

Żadnych słów nie osądzaj, zanim urzędnicy

Nie sprawdzą w kartotece kto mówi te słowa.

Delle parole ambigue fa’ la tua arma,

Le parole chiare sprofondale nel buio delle enciclopedie.

Non giudicare nessuna parola prima che i funzionari

Controllino nello schedario da chi sono state dette”.

(Czeslaw Milosc, Figlio d’ Europa)

Come promesso, il punto di vista adottato in questi interventi come moderatore dell’ evento sarà alieno da ogni retorica o partito preso, cercando di concentrarmi sugli aspetti concettuali più rilevanti. Proprio per questo, esso sarà particolarmente critico, perché non potrà esimersi dal mostrare quali enormi, implicite, contraddizioni sottostiano alla costruzione europea così com’essa s’è evoluta, e come esse stiano rendendo sempre più difficili le vite degli Europei.

Alla fine della guerra, l’Olanda voleva raddoppiare
a spese della Germania

1.Il vero contesto della Dichiarazione Schuman: un freno all’ espansionismo francese

Comunque si interpretino i fatti, il Piano Schuman fu certo qualcosa di determinante, molto più di quanto ci dicano gli attuali  discorsi ufficiali, ma anche molto diverso da questi ultimi.

Intanto Schuman presentava la Dichiarazione come un gesto disinteressato della Francia a favore dell’Europa, ma in realtà era stato una sorta di resa della Francia stessa alle pressioni occidentali (soprattutto americane),in seguito alla nascita del Comecon,  che la costrinsero ad abbandonare il suo piano  di smembramento della Germania non meno aggressivo di quello dei Sovietici e dei Polacchi.

Essa costituiva così una soluzione di compromesso fra la Francia, che mirava a annettere la Renania occupata  e la Ruhr (come de resto anche il Piemonte e la Valle d’ Aosta) e a smantellare l’industria tedesca, e gli Anglosassoni. Le precedenti proposte francesi prevedevano la trasformazione della Renania in un nuovo stato, dotato di una propria valuta e politica e posto sotto il controllo di un’autorità internazionale che avrebbe incluso gli Stati Uniti e la Francia. Si noti che anche il Belgio e il Lussemburgo, ma soprattutto l’Olanda, avevano piani annessionistici verso la Germania in proporzione ancora più aggressivi.

Intanto, nel 1947,  la Francia aveva già separato dalla Germania la regione della Saar, ricca di carbone, e creato  unilateralmente un protettorato sotto il controllo francese. La zona sarebbe ritornata sotto l’amministrazione della Germania solo il 1 gennaio 1957, ma la Francia avrà il diritto di sfruttare le sue miniere di carbone fino al 1981. Adenauer aveva affermato: «Il nome ‘protettorato’ potrebbe non essere quello più adatto. Piuttosto, sarebbe meglio parlare di ‘colonia’, ma non lo farò.»

Lo smantellamento industriale della Ruhr era  continuato nel 1949, con i lavoratori tedeschi che  si barricavano nelle fabbriche per non smantellarle. Negli anni successivi, la Germania avrebbe socializzato gl’impianti carbosiderurgici (inventando la cogestione) per non cederne la proprietà a USA e Inghilterra.

La sede del COMECON a Mosca. Aveva anicipato la CECA di un paio d’anni

2.Dirigismo e liberalizzazione

La “Dichiarazione Schuman”(“Piano Schuman”),  era il progetto industriale di una sorta di cartello di guerra franco-tedesco, successore della “Rohstahlgemeinschaft” esistente nell’ anteguerra fra le grandi imprese francesi tedesche e lussemburghesi e sotto la guida dell’ ARBED,  e  di quello creato da Speer sotto il III° Reich, e simile a molto simile  alle joint-ventures internazionali del Comecon. Aveva veramente poco a che fare con la “federazione europea” a cui probabilmente Monnet pensava, ma (come dimostrano le 9 bozze successive della dichiarazione), gli era “rimasta nella penna”.

Rileggendo il testo del Piano, ci ho ritrovato tra l’altro un’interessante anticipazione del mio progetto per un’Agenzia Europea della Tecnologia. In effetti, si trattava non già di creare un soggetto politico, bensì di porre l’”industria di punta” di quel  tempo sotto il controllo di un Ente pubblico, che non lo gestiva, ma lo governava, così come poi anche Arianespace è oggi sostanziamente dipendente dalle politiche dell’ ESA e come, nella mia visione, i futuri “Campioni europei” dovrebbero essere posti sotto il controllo dell’ Agenzia Europea della Tecnologia.

Solo che oggi lo scenario generale è cambiato, il che richiederebbe un livello molto più elevato di controllo politico paneuropeo (almeno su tutti i campioni europei, cosa che paradossalmente allora avrebbero voluto i dirigenti americani del Piano Marshall).

Il guaio è che, dopo l’industria carbosiderurgica e, parzialmente, quella aerospaziale, non si è poi fatto null’ altro.

Spinelli avrebbe voluto creare una frderazione europea mediante il Congresso del Popolo Europeo

3.Democrazia o verticismo? Autonomia o protettorato?

Nel celebrare i 70 anni della Dichiarazione Schuman, non possiamo certo dimenticare che la Dichiarazione fu, come tantissimi ormai hanno scritto (buon ultimo,l’ex ministro Philippe De Villiers), la  massima espressione possibile del verticismo, un vero e proprio “complotto” fra Monnet (dalla sua villa di campagna) e il segretario di Stato americano Dean Acheson, piombato inaspettatamente a Parigi l’8 maggio, e subito associato alle discussioni con Schuman, con un coinvolgimento “0” dell’opinione pubblica e della politica, infinitesimo del Quai d’Orsay presieduto da Schuman (che fu informato  anch’egli da Monnet solo il 6, alla stazione mentre andava a Metz, e di Adenauer, e bassissimo comunque dello stesso Schuman, che non scrisse lui la dichiarazione, e, anzi,  lasciò in sala il solo Monnet (che non era ministro, bensì “Commisssaire au Plan”,titolo pienamente sovietico),  a rispondere ai giornalisti. Il Governo francese fu informato freettolosamente e dette un O.K. formale.

Il che, a me, non disturba, perché l’ “Italian Thought” (Mosca, Michels, Pareto) ci ha insegnato da più di un secolo che qualunque organizzazione politica, anche quella che si pretende più democratica, è intrinsecamente verticistica, ma disturba, e danneggia, l’ideologia “mainstream”, secondo cui l’integrazione europea rappresenterebbe l’estremo traguardo della democrazia. Non ha semplicemente senso che tutti (euroentusiasti ed euroscettici) si straccino quotidianamente le vesti per il “deficit di democrazia” della UE, quando la decisione di creare l’Unione Europea fu adottato da una decina di persone, di cui praticamente nessuna eletta, e tutte, tranne Schuman,dei semplici funzionari. Senza parlare che neppure la concessione delle basi alla NATO fece oggetto di discussione nei Parlamenti, al punto che De Gasperi la fece firmare da un sottosegretario.

Si noti che, quando c’è stata la possibilità per i popoli di esprimere il loro parere, essi hanno sempre bocciato  le decisioni verticistiche di questi “fanatici della democrazia”. Bastino per ultimi i sondaggi secondo cui la maggior parte dei cittadini vorrebbero un’alleanza con Russia e Cina, o, al massimo, la neutralità, ma non certo l’attuale alleanza con l’America.

La “politica dei due forni”, unica via d’uscita nell’incertezza dell’ Europa

3.Una soluzione “meno peggio”

Certo, la costruzione europea “funzionalista” prevista da Monnet era  congegnata appositamente per muoversi con una lentezza esasperante, per dare tutto l’agio ad America e Unione Sovietica di rimodellare l’Europa a loro immagine e somiglianza, e togliendo alla futura creatura ogni capacità di muoversi autonomamente (come ha dichiarato, fra la costernazione generale, il politologo Alexander Rahr: “gli Americani ci hanno asportato il cervello”).Inoltre, la Dichiarazione ignorava in modo incredibilmente arrogante tutto ciò che, di male come di bene, era accaduto e stava accadendo all’ Est (la rinascita dell’ Asia, la  creazione del Comecon, le lotte della guerriglia anticomunista nel Baltico, nei Carpazi e in Ucraina), dimostrando  indifferenza per la gran parte d’Europa  (e del mondo), e ponendo le premesse per l’attuale nuova rottura con il nostro Est (interno ed esterno all’ Unione), che si è sempre sentito ignorato e disprezzato dalle lobby moderniste dell’ Occidente (l’”arroganza romano-germanica”).

Tutto ciò detto, dopo gli errori, gli orrori, i fallimenti e le catastrofi della Società delle Nazioni, del Piano Briand, della “Festung Europa”, delle Gladio rosse e nere e dei “Fratelli della Foresta”, questo era, un, seppur modesto, punto di ripartenza, che aveva almeno il vantaggio di non implicare una nuova guerra totale. Qualunque altra soluzione sarebbe stata probabilmente più aleatoria e più dolorosa. Oggi, però, i difetti d’ impostazione allora accettati, dovuti alla debolezza delle classi politiche e delle élites europeiste, agli strascichi della guerra e alla divisione dell’Europa, si sono incancreniti e sono emersi in tutta la loro gravità, al punto da non essere più tollerabili.

Ma, almeno, ai tempi delle Comunità Europea (cioè fino al 1989), molti era consapevoli della dolorosità di quello “Stato di Necessità” (visto che già allora la maggioranza, per i più svariati motivi,  non amava l’ America), e tentavano almeno di ovviarvi in attesa di tempi migliori; da allora, invece, nell’ “establishment” regna un trionfalismo ipocrita e sempre più surreale.

Il Comandante Lupaczko, leader
della resistenza antisovietica polacca

4.Mancanza di un “pathos” europeo

Ricordo che, quando ero bambino, la Gioventù Europea andava nelle piazze a proiettare filmine sulla CEE, creando nella nuova generazione così una forma di “patriottismo europeo”. Senza di questo, nessuna unione può funzionare. Oggi, invece, questo “pathos” è andato perduto, sostituito dal generico e ipocrita “umanitarismo” delle “fondazioni” espresse dalle multinazionali, dalle ONG sostenute dal Governo americano, dai finanzieri  e dalle grandi famiglie. Tutte quelle persone che sono state invitate il 9 maggio al Parlamento Europeo invece di storici, filosofi, costituzionalisti, strateghi ed economisti che si occupino del “Futuro d’ Europa”.

Ad esempio, se c’è un argomento su cui, in una Nazione, ma anche in una Confederazione o in una semplice alleanza, non si può transigere, è che, quando un partner è in difficoltà mortale, lo si deve aiutare “whatever it takes”. Quando ci sono catastrofi naturali, non si fanno prestiti alle vittime: le si aiuta e basta, come quando si “dava oro alla Patria”. Orbene, l’Europa latina (Italia, Spagna, Francia e Belgio) è in difficoltà mortale visto che, con 170 milioni di abitanti, ha avuto altrettante vittime quanto gli Stati Uniti. L’hanno aiutata tutti, chi più chi meno, dalla Russia alla Turchia, da Cuba all’Albania, dalla Repubblica Ceca alla Polonia (tranne che i suoi più stretti partners, che continuano a volerci speculare sopra).

Il risultato è che tutti i recenti sondaggi rivelano che la per maggioranza degli italiani, Cina e Russia sono più popolari dei Paesi occidentali. E alla domanda “in futuro con chi si deve alleare l’Italia”, il 36 per cento risponde ha risposto “la Cina” e soltanto il 30 per cento ha indicato gli Usa.  Cosa che Alessandro Dibattista ha proposto di fare senza indugio.

Oggi, a queste evidenti falle dell’establishment occidentale si tenta di porre rimedio con misure sfacciatamente dittatoriali, richieste personalmente, per esempio, al Ministro della Difesa Guerini, dal segretario di Stato americano Esper: cacciare i medici russi che stanno curando i malati su richiesta del Governatore lombardo, reprimendo la giornalista Botteri, rea di “avere fatto l’apologia della Cina” , creando un’unità di guerra psicologica dell’Unione Europea (euvsdisinfo.eu).

Infine, ancor oggi, calcolando la “bottom line” degli aiuti (tramite i vari strumenti) dopo il Coronavirus, risulta che tali aiuti vanno per il 50% alla Germania, e solo in minima parte all’ Italia, ch’è la più danneggiata. Inoltre, la Commissaria Vestager ha precisato che gli aiuti di Stato potranno essere dati solo ad imprese che non fossero in difficoltà prima del Coronavirus. Orbene, le domande di cassa integrazione in Germania erano raddoppiate proprio alla fine di febbraio, perché lì il Coronavirus era incominciato qualche settimana dopo l’Italia. Mentre, in passato, era totalmente falso che i meccanismi UE favorissero deliberatamente la Germania (perché si limitavano giustamente a premiare i Paesi più virtuosi), adesso il trucco filo-tedesco è scoperto, e senz’ alcuna logica giustificazione (perché il crollo dell’economia tedesca a cavallo di Capodanno è colpa proprio delle irrazionali fissazioni liberistiche e monetaristiche della politica tedesca, che, sotto questo punto di vista, non è virtuosa, bensì puramente incapace). Si tratta del peggiore gioco delle tre carte, di cui la burocrazia brussellese diviene schermo e pretesto. Quello che Toni Negri aveva chiamato “l’imbroglio”.

Come se ciò tutto ciò non bastasse, la Corte Costituzionale tedesca boicotta apertamente l’unico provvedimento serio dell’Europa, il “Quantitative Easing”, perché non garantirebbe a lei l’ultima parola, e, alla Germania, un “giusto ritorno” per l’avallo che dà alla BCE. Anche per la Corte Costituzionale tedesca, il richiamo fanatico alla necessità di un “controllo democratico” degli Stati Membri sulla BCE è fuori luogo da parte di un organo imposto dalle truppe di occupazione americane e creato con procedure segrete dal comitato di burocrati di  Herrenchimsee.

La cosa è tanto scoperta che perfino Ursula von der Leyen, tedesca e vicinissima alla Cancelliera, sta meditando un ricorso contro la Germania per violazione dei Trattati.

E’ chiaro che, in questa situazione, è ben difficile difendere l’Unione Europea, perché la maggiore resistenza agli aiuti veramente necessari ai Paesi più colpiti proviene proprio da coloro i quali, senz’alcuna seria giustificazione, pretendono poi anche di monopolizzare il concetto di “Europa”.

L’Europa, un continente vecchio, è la maggiore vittima del Coronavirus

6. Figli d’ Europa, “vivete senza menzogna” (Sol’zhenicyn)

Per salvare l’Europa, occorre dunque dire la verità su tutto questo, al di là della diplomazia, dei tecnicismi e dei tatticismi, e non fare come i ”funzionari politici” e gl’”intellettuali organici” che si comportano come i burocrati comunisti polacchi della poesia di Milosc, censurando idee e parole in base a quale sia la “parrocchia” dove sono state “inventate”.

Innanzitutto, occorre  riconoscere che questa situazione insostenibile conferma che il grado di decisionalità richiesto dal mondo contemporaneo, molto più elevato che non ai tempi del Dopoguerra, richiede un corrispondente livello di lealtà di tutti i cittadini verso la cosa pubblica, poi, che ci vuole, tra l’altro, anche una struttura istituzionale diversa, che incarni “ das Politische” dell’ Europa in un modo reattivo alle realtà del XXI secolo (dominate dalla “Singularity” americana, dalla “Via della Seta” cinese, dalla “Russia sovrana”, dal “governo della Torah”, dalla “Hindutva”, ecc…). Altro che lamentarsi con il Governo Conte per i decreti d’urgenza. Se i decreti d’urgenza non si adottano ora, quando mai? Basti vedere i numeri della pandemia, i quali, indipendentemente dalla “questione della colpa”, si chiudono con un bilancio schiacciante a sfavore dell’Occidente lacerato da polemiche strumentali, mentre non solo la Cina, ma tutti i “paesi in via di sviluppo” se la sono cavata egregiamente nonostante tutti i loro problemi.

Nessuno vuole spiegarci perché il virus colpisce soprattutto gli Stati Uniti e l’Europa Occidentale, e non l’Africa, l’America Latina o l’ India? (senza parlare dell’eccellente prova della Cina, che ha avuto meno vittime del Piemonte). Il Covid-19 è forse un “malanno della civiltà”?

La Cina ha impiegato troppe settimane a prendere provvedimenti contro il virus? Ma quante ne stanno impiegando i Paesi occidentali? Una volta, quando capiterà, racconterò con quale solerzia, quando viaggiavo ininterrottamente per i Paesi in Via di Sviluppo, mi avevano visitato, febbricitante, all’Amedeo di Savoia di Torino. Nel frattempo, avrei potuto tranquillamente infettare tutta l’Europa.

Ma, per potersi dare una strategia  adeguata a una situazione siffatta, gli Europei debbono innanzitutto liberarsi dall’universo di falsità filosofiche, storiche, economiche e politiche in cui sono stati avviluppati da cent’anni dai “poteri forti”: così come scriveva Milosc in “Dece Europy” .Infatti, vigevano, e ancora sopravvivono, da noi, ideologie apparentemente contrapposte ma egualmente inaffidabili: la negazione delle costanti della nostra storia; la repressione degli autori autentici, i ponti d’oro  per i conformisti; la propaganda martellante su qualunque seppur minimo evento, sulla base dell’idea che è lecito, anzi normale, mentire spudoratamente per sostenere le ragioni di chi finanzia il nostro giornale, la nostra casa editrice o la nostra televisione.

Basti dire che lo stesso pontefice emerito Joseph Ratzinger , come già, a suo tempo, Aleksandr’ Sol’zhenitsin, accusa oramai apertamente una forma di dittatura culturale di   voler zittire perfino lui.

A quando il sovranismo europeo?

4.America First o Europe First?

Questa situazione abnorme non è senza rapporto con la sudditanza dell’Europa nei confronti dell’ America.

Infatti, l’Unione Europea, in quanto fenomeno della modernità, non può (per sua sfortuna) concettualmente sottrarsi alla competizione ideologica con gli altri modernismi (con “il comunismo”, con la “democrazia illiberale”, ma anche con l’ “American Creed”). Infatti, tutte le ideologie moderniste, per sopravvivere, debbono pretendere di costituire il traguardo ultimo del progresso (la “Fine della Storia”), sostitutivo della salvezza in senso religioso. Tuttavia, purtroppo per i modernisti europei,  questa pretesa dell’Europa è smentita ogni giorno (già prima di Trump) dai diktat americani, che ricordano  continuamente a tutti che, per  l’Europa cosiddetta “alleata”,  qualunque cosa che le permettesse di  recuperare il primo posto davanti agli Stati Uniti in  qualunque campo (cultura, tecnologia, politica, economia, difesa),costituirebbe  una “slealtà”, perché l’ America dev’essere sempre la prima (“America First”). Si tratta, come a detto giustamente Putin, della lealtà del vassallo nei confronti del suo “Sovrano” (altro che “sovranismo!”)

E’ un fenomeno unico nella storia che le autorità americane possano ingerirsi ancora senza pudore, dopo 75 anni, nella vita politica europea e nelle scelte dell’Europa sul proprio futuro, in modo schiacciantemente parallelo alla vecchia “dottrina Brezhnev”. Basti pensare ai diktat che Pompeo ed Esper stanno scagliando sul governo italiano, reo di avere accettato aiuti di emergenza da una serie di Paesi ostili agli Stati Uniti (e adesso la mediazione di Erdogan per la liberazione della Marino). Avremmo dovuto rispedire indietro mascherine e ventilatori o fare uccidere la nostra cooperante per non far fare brutta figura ai nostri inumani partners?

Adesso sono riusciti perfino a farci cacciare i medici russi che stavano innocuamente ma provvidenzialmente disinfettando le RSA (e quanto ce n’è ancora bisogno”!).

Su questo atteggiamento di obbedienza, “pronta, ilare e assoluta”, come quella dei Gesuiti, lascio la parola a Franco Cardini:“ E su ciò i nostri governi europei sono peggio che ambigui: tacciono. Ostinatamente e spudoratamente. E magari, sotto sotto, danno una manina e tanti soldini a bravi e seri opinion makers i quali definiscono fake news tutte le notizie che non fanno loro comodo e definiscono ‘complottisti’ e magari ‘sovversivi’ (gran bella parole che ci arriva fresca fresca dal lessico politico di cent’anni fa ma che da secolare squallore è stata a vita nuova restituita) chi le propone……”.

Per l’Unione Europea, ultimo, esile, baluardo della libertà degli Europei, questa contraddizione di fondo  costituisce dunque un ostacolo insormontabile per la realizzazione di ognuno dei suoi obiettivi (a cominciare da quello di suscitare l’ammirazione degli Europeisti) e le fa perdere sempre più credibilità, perfino di fronte a quei pochi che ancora non hanno capito il meccanismo dell’ imbroglio, ma semplicemente lo intuiscono:

-l’Unione pretendeva, con la “Strategia di Lisbona” di divenire nel 2010 l’”area più competitiva del pianeta”, e, invece, non solo è rimasta al di sotto degli Stati Uniti, ma adesso è sotto anche alla Cina;

-l’Unione pretende di difendere “the European Way of Life” (che io identificherei nella Classicità, nell’ Umanesimo, nella ricerca dell’eccellenza), ma invece, dei raffinati aristocratici come von der Leyen o Gentiloni sono costretti a prendere ordini da personaggi come Trump, mentre da noi imperversano demagoghi finanziati da Bannon e Soros che si fanno un vanto della loro rozzezza, e grazie a questo volano nei sondaggi : questa è l’ “American Way of Life!”;

-l’Unione pretende, oggi, di essere “il trendsetter” del dibattito sul digitale, ma, invece, tutto, del digitale europeo, a cominciare dai nostri dati, è in mano agli OTTs americani (Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft), né nessuno sta facendo nulla per modificare la situazione (come potremmo benissimo riuscire a fare, vale a dire integrando le nostre, modestissime, capacità digitali attraverso licenze e joint ventures con Cina, Russia, India, Corea, Israele, per autonomizzarci finalmente dagli OTTs come ha fatto la Cina).

Come si può pretendere che, in una siffatta situazione, qualsivoglia organismo, sia esso europeo o nazionale, possa fare una politica, non dico nell’ interesse degli Europei, ma, almeno, coerente e sensata?

Del resto, già nel 1947, il fior fiore della politica e dell’intelligentija italiana si era schierato in Parlamento, contro il trattato di pace. Bastino per tutti le parole di Vittorio Emanuele Orlando. Approvarlo sarebbe stato una “abiezione fatta per cupidigia di servilità”. Eppure, quella era stata solo l’ultima fiammata di orgoglio, prima di un servilismo generalizzato e oramai pluridecennale. Chi si era azzardato a qualche guizzo d’indipendenza, come Olivetti, Mattei, De Gaulle, Craxi, Di Maio, Di Battista o la Botteri, viene subito punito.

Come dicevo, nel 1950 non si sarebbe potuto fare diversamente da quanto fecero in effetti i cosiddetti “Padri Fondatori” (e da quanto, nel 1949, avevano dovuto fare i loro colleghi fondatori del Comecon, organizzazione -si ricordi- ben più vasta e precedente nel tempo), ma oggi, se qualche raro individuo fornito delle necessarie qualità fosse disponibile a proporsi contro questa situazione, sarebbe almeno possibile cominciare ragionare più pacatamente e motivatamente sugli obiettivi a breve, medio e lungo termine dell’Europa (che non possono essere fissati a priori come un dogma indiscutibile, ma che bisognerà comunque prima o poi definire in modo più credibile di quanto non si faccia oggi).

A cominciare dall’ abbandono della pretesa  messianica di essere il “traguardo più avanzato della civiltà”, che ci mette automaticamente in conflitto con tutti, e, dato il  nostro status effettivo di “protettorato”, ci ridicolizza perfino. Nel  XXI come hanno dimostrato, nel tempo Horkheimer e Adorno, Martin Rees, la “Laudato sì”, Greta e “Querida Amazonia”, l’eccellenza non è essere l”avanguardia (‘trendsetter’, per usare un termine della Commissione) del progresso”, bensì, come aveva scritto Pietro Barcellona, essere capaci di padroneggiarlo (al limite, di frenarlo: “il Katèchon”).

Dal punto di vista politico, tutto ciò si traduce nel vecchio “consilium coercendi intra terminos imperii” che, secondo Tacito, Augusto aveva dato a Tiberio. Questo è ciò che aveva permesso una coesistenza rispettosa fra Roma, Persia, India e Cina, e aveva favorito il seppure effimero trattato della “Pax Aeterna”fra Eraclio e Cosroe, da cui derivano in ultima analisi il multipolarismo  le organizzazioni internazionali, attraverso l’”’Aqd” islamico, la “trewa Dei” germanica , l’ “Ewiger Landfrid” imperiale,e, alla fine, lo slogan della “Pace perpetua” di St.Pierre, Rousseau e Kant.

Questo è il messaggio che l’Europa dovrebbe lanciare nuovamente agli altri Stati continentali che si contendono la primazia nel mondo. Solo Stati-civiltà che, come quelli antichi, siano consapevoli che non si può “restaurare l’età dell’oro”, e, quindi un unico impero universale, possono accettarsi a vicenda su un piede di parità  (il Multipolarismo fondato sul Multiculturalismo, o, nei termini del pensiero politico Han,  Qin, Da Qin, Juandu e Anxi).

E’ con questi intenti che, approfittando di questa fase di “krisis” (crisi, ma anche decisione), abbiamo lanciato questo dibattito politico-culturale a tutto tondo, innanzitutto sul significato delle scelte di 70 anni fa che ci condizionano ancor oggi.

Spinelli con Einaudi:quando si tratta di dire come sarà l’ Europa unita, “le lingue balbettano”

5.Una conclusione federalista.

In termini federalistici, tutto ciò ci riporta alla contrapposizione programmatica fra Spinelli e Schuman.

Come aveva ben intuito Spinelli, il funzionalismo mirava ad adattare, a un’Europa passiva e depoliticizzata, le prassi tecnocratiche inaugurate dalle agenzie specializzate delle Nazioni Unite, solo apparentemente indipendenti, ma sempre sotto ricatto da parte dell’ America (come si vede ora con l’Organizzazione Mondiale della Sanità). D’altronde, David Mitrany, la figura-chiave del funzionalismo nella scienza dell’integrazione internazionale, pur essendo di origine rumena e cittadino inglese, visse ed operò negli Stati Uniti, criticando,  da lì, tanto Coudenhove Kalergi  quanto Spinelli, e, in particolare, accusandoli di non avere capito che cosa fosse veramente il federalismo (che per lui, ovviamente, sarebbe stato solo quello americano).

Invece, secondo il federalismo europeo delle origini (quello del Manifesto di Ventotene), se non si fosse costituito un vero potere europeo come contraltare agli Stati Membri, delle Istituzioni senza nerbo sarebbero state in balia delle lobby solo apparentemente “internazionaliste” che li circondano. E, in un mondo moderno livellato ed economicistico, il potere (economico o dello Stato), è perfettamente in grado (come scrive Cardini) d’influenzare gli “opinion makers”.

Oltre tutto, il tipo di funzionalismo ch’ è stato di fatto adottato dall’Unione a partire dal 1989 è stato uno pseudo-funzionalismo distruttivo, che, con il pretesto del liberismo, impedisce proprio di realizzare i migliori progetti funzionali, i quali, pur non essendo il toccasana di tutti i mali, sono comunque meglio di niente. Basti pensare a quanto realizzato invece al tempo delle Comunità Europee: all’ ESA, all’ Arianespace, a Airbus, a Galileo…e basta. Questi progetti non sono, né liberisti, né keynesiani, bensì una forma d’interventismo pluralistico e internazionale, che sarebbe il momento di moltiplicare all’ infinito.

Come scriveva Spinelli, il suo messaggio era« estraneo alla cultura politica, alle consuetudini, al linguaggio politico corrente di tutti gli statisti, di tutti i parlamentari, di tutti i giornalisti d’Europa. È assai facile dire che si è per gli Stati Uniti d’Europa, per un governo europeo, ma non appena da queste formule astratte si deve scendere a precisare una qualche azione politica diretta a realizzare quell’obiettivo, le lingue balbettano, le menti si offuscano, la volontà vacilla, perché si tratta di cosa troppo radicalmente nuova e perciò non solo seducente ma anche inquietante».

Non essendo oggi neppure in grado di realizzare i già banali progetti funzionalistici delle Comunità Europee, l’Unione Europea è rimasta priva di un esercito, di un’industria culturale, di un’ industria digitale, perfino di un coordinamento contro le catastrofi. Ed è chiaro quanto questo ci costi in termini di spese per mantenere la NATO (spendiamo più di Russia e Cina messe insieme); d’inadeguatezza della classe dirigente (assenza di un’identità europea); di sottrazione al nostro Continente, da parte degli OTTs, di tutti i generi di risorse e competenze; d’impossibilità di perseguire obiettivi di valore etico o culturale “alto” al di sopra della banale quotidianità. La crisi dell’Europa è tutta qui.

6. Per “salvare l’Europa”, come tutti chiedono, occorre semplicemente fare l’Europa sul serio (e non per finta, come vuole l’ America), con tutta la franchezza, la durezza e i sacrifici che ne conseguono.

Oggi, le conseguenze pratiche del funzionalismo pseudo-liberistico e inefficace “alla Mitrany” sono di fronte a tutti:

-la decadenza dell’Europa;

-l’insoddisfazione della popolazione;

-la perdita di credibilità delle classi dirigenti;

-la discordia generalizzata fra i popoli d’Europa;

-la possibile fine dell’integrazione europea.

Ora che i termini del problema sono evidenti, è il momento di affrontarli alla radice. E’ vero che alcuni demagoghi, difensori dello status quo, per non riconoscere la verità dell’ analisi sviluppata qui sopra, si ostinano a spiegare questi fenomeni in base a ideologie obsolete, ma  l’insostenibilità dei loro miti internazionalistici (l’America egemone benigno e disinteressato, il neo-liberismo quale rimedio a tutti i mali, la superiorità del sistema occidentale su tutti gli altri sistemi del mondo, il continuo progresso, la stabilità e la sicurezza di quest’ordine internazionale),  è oramai palese, così come lo era diventata trent’anni fa  l’obsolescenza della visione dei fatti e della storia fondata sulla lotta di classe fra gli operai (che non esistono praticamente più) e gl’imprenditori (che sono sull’ orlo del fallimento).

Commemorare la Dichiarazione Schuman vuol dire dunque ricavarne tutti gl’ insegnamenti positivi, rifiutandone nel contempo i molti lati oscuri, indirizzandoci, come scriveva Spinelli a «tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù. A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà».

Quindi:

 sì:

-all’ “acquis communautaire » ;

– al gradualismo;

– alla concretezza;

– ai progetti europei;

no:

-al funzionalismo;

-alla “Singularity”;

-alle ingerenze americane;

-alla repressione dell’identità culturale europea (che implica anche quella delle etnie, delle religioni, dei popoli, delle Nazioni, degli Stati, dei ceti, delle lingue, delle culture, delle regioni, delle città, delle famiglie, delle personalità degli Europei).

Come ha scritto Giulio Saputo in Eurobull, “Spinelli si mette in moto; quando non lo offre, ritorna alla riflessione e aspetta che si crei una situazione che permetta di agire. (…) non pensa che fare l’Europa dipenda solo dalla propria azione, ma ritiene piuttosto che il suo ruolo stia nel tentare di cogliere le opportunità che il processo storico, attraverso il mutare delle situazioni di potere, offre».Oggi, la situazione di potere caratterizzata (per riconoscimento unanime) dall’ incrinarsi della leadership americana del movimento globalizzatore ha aperto la strada alla riscoperta della “European Way of Life” quale alternativa all’ ipermodernità occidentale, e, quindi,  ha aperto canali di dialogo fra gli Europei e il resto del mondo. Attraverso questo dialogo, si stanno allentando le catene di comando (culturali, personali, lobbistiche, ideologiche, tecnologiche, istituzionali, militari, sociali) attraverso le quali il sistema informatico-militare ha paralizzato la dinamica storica dell’Europa per aprire la strada alla Singularity.

Attraverso questo allentamento del politicamente corretto, possono formarsi momenti di riflessione obiettiva sulla condizione postmoderna, che possono influenzare alcune strutture di potere in Europa e nel resto del mondo, al fine d’intensificare la de-costruzione di un’architettura internazionale fondata sulla divisione e subordinazione dell’Europa.

Dalla rinata consapevolezza della unitarietà della tradizione europea e della potenziale forza di un movimento europeo assertivo potrebbe nascere una corrente trasversale più vasta, in tutte le aree geografiche e in tutti i segmenti della società europea, che miri alla costruzione di una vera Europa, con una sua cultura, una sua società, una sua economia, un suo esercito, distinti da quelli dell’Occidente e a questo non subordinati. Solo allora  acquisterà il suo pieno significato la Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

30 ANNI DOPO LA CADUTA DEL MURO: UN PO’ PIÙ DI CORAGGIO!

 

 

“L’ultima volta – vecchio mondo t’invito!
Al banchetto della pace e del lavoro,
L’ultima volta al fraterno convito
Ti chiama il barbarico coro!”

Aleksandr Blok,

Gli Sciti

1.L’intervista di Macron al Financial Times.

Le parole di Macron nella famosa intervista della scorsa settimana, in cui ha decretato lamorte cerebrale della NATO, hannoun peso che va ben oltre il contesto a cui il Presidente ha inteso espressamente riferirsi, in quanto egli è anche l’unico leader europeo il quale (seppure con tanti limiti) abbia tentato in modo efficace di trarre un bilancio da questi trent’anni di “riunificazione dell’ Europa”. Siccome questo bilancio è, oramai, indispensabile, cerchiamo d’interpretare e sviluppare le sue parole:

“Se l’Europa non si ripensa come una potenza politica in questo mondo, potrebbe scomparire.” Con queste parole, il Presidente francese ha, non soltanto rilanciato, come già altre volte, l’aspirazione, ch’era stata già di Coudenhove Kalergi e di Giscard d’Estaing, di fare, dell’Europa, una grande potenza, bensì anche, implicitamente, condannato la mitologia “angelistica” (per dirla con il Papa), secondo cui l’ Europa sarebbe stata il primo esempio  storico di una realtà geopolitica che  rinunzi unilateralmente ad affermare la propria identità nel mondo (la “Selbstbehauptung Europas” di Joschka Fischer). Mitologia europea che, nei fatti, costituisce l’espressione di un vassallaggio nei confronti del sovrano americano, a cui avremmo “delegato” buona parte delle decisioni che contano, e, dal punto di vista teologico, costituisce la confessione dell’adesione dell’“establishment” all’eresia millenaristica (non solo cristiana, ma anche ebraica e  iranica ), secondo la quale sarebbe possibile costruire in terra un paradiso esente da conflitti (la “Fine della Storia”). Per questo mito, l’egemonia americana costituirebbe una “provvida sventura”, come a suo tempo l’Impero Romano, che aveva permesso la diffusione del Cristianesimo (Baget Bozzo)

Fortunatamente, è sempre più largo il numero di quanti prendono atto dell’impossibilità di questa parusìa materialistica attesa da così tanti nostri contemporanei, anche se ancora non ne hanno tratte tutte le conseguenze.

Almeno secondo questa sua recente intervista, Macron non sarebbe dunque, intanto, contrariamente a buona parte dei suoi colleghi, né a libro paga dell’ America, né un credente, sulle orme di Lessing, di Hoelderlin, di Hegel, di Schelling e di Fiodorov, di quella  “religione” materialistica della Modernità. Il che è già un grande passo in avanti.

Religione materialistica chiaramente falsificata, non soltanto dalle infinite guerre (non dichiarate)  dell’Occidente, alcune delle quali in Europa, ma anche, e soprattutto, dalla distruzione dell’umano operata dalle Big Five del Web, e dall’ atteggiamento da capriccioso padrone che Trump ha assunto nei confronti di tutto il mondo, ma, soprattutto, degli Europei, ch’ egli aborre molto più dei Russi, dei Cinesi e dei Nordcoereani.

L’estraneità di Macron a tutto ciò  costituisce già, dicevo, un suo grande merito , perché solo da una simile prospettiva  è possibile progettare seriamente il  futuro . Esprimendo l’auspicio di “ripensare l’ Europa, egli ha ammesso  anche, implicitamente, la necessità di una rivoluzione culturale dell’ Europa, ripensandola come una potenza geopolitica in questo mondo”, perchè viviamo in un mondo concreto dominato dalle politiche di potenza, e  anche all’ Europa non resta che agire di conseguenza.

La paleontologa Boehme

2.Danuvius Guggenmosi (alias Udo) :il primo uomo è nato in Baviera, e il primo Indo-Europeo, nel Donbass?

Le posizioni di Macron s’inseriscono in una serie di novità culturali che toccano tanto l’etnografia dell’ Europa (par. 2), quanto gli orientamenti dell’ elettorato (par.9).

Non so se le recenti scoperte dell’uomo di 12 milioni di anni fa (in Baviera) e della Cultura di Jamnaja (in Russia), siano casuali, o siano state pubblicizzate per rovesciare una serie di luoghi comuni di significato, più che scientifico, simbolico e politico (il “political correct”). Anche perché quella del primo bipede è di 4 anni fa, e solo ora la stampa la sta pubblicizzando, sottolineando che quel reperto solleva grossi dubbi sulla teoria, ormai “mainstream” dell’“Out of Africa” (vale a dire della provenienza di tutta l’Umanità da un’unica coppia, localizzata in Africa, 8 milioni di anni fa). Secondo la scienziata tedesca Böhme “Questo è un momento luminoso e un cambio di paradigma per la paleoantropologia ….Il fatto che il processo di deambulazione eretta si sia sviluppato in Europa sconvolge le fondamenta stesse della paleontropologia…Stupefacentemente, queste ossa assomigliano più ad ossa umane che a quelle dei pitecantropi.”

Quest’ ominide è stato chiamato così dal suo essere stato scoperto non lontano dal Danubio (Danuvius)  e dal nome di Sigulf Guggenmoos, lo scopritore. Quanto al nomignolo “Udo”, esso deriva dal cantante Udo Lindenberg.  Danuvius s’inserisce in una serie di altre scoperte recenti della paleontologia europea, che , soprattutto grazie al metodo del carbonio, al sequenziamento dei geni e all’intelligenza artificiale, ci stanno permettendo, nel giro di pochi mesi,  di volgere uno sguardo ben più approfondito e attendibile verso la nostra “preistoria” (Reich, Zakaridis, Fu, Anthony, Quiles). Attraverso questo nuovo sguardo, appaiono confermate alcune ipotesi, che avevano avuto notevole successo in passato, ma poi scartate essenzialmente per motivi politici. Innanzitutto, il poligenismo, che pare confermato  sia  dal ritrovamento del pitecantropo bavarese, sia per la scoperta di ibridazioni fra l’Homo Sapiens e altri tipi di ominidi. In secondo luogo, l’ipotesi di un lignaggio paleo-indo-europeo proveniente da un’area della Russia posta fra gli Urali e i bacini del Don (Donbass) e del Volga: “Gl’Indoeuropei sono stati considerati come un ramo degli Indo-Uralici trasformatosi sotto l’influenza di un substrato caucasico…” (Quiles) Questi paleo-indoeuropei, corrispondenti alla tipologia dei “Maennerbunde” guerrieri, corrispondono sorprendentemente allo stereotipo della “bestia bionda” che, secondo Nietzsche, avrebbe conquistato l’Asia e l’ Europa, assoggettando i popoli pre-esistenti. Un esempio molto evidente di questa nuova società gerarchica è costituito dalla necropoli di Varna, dove si può vedere l’ibridazione fra le capacità artigianali della preesistente civiltà “danubiana” e il carattere articolato della nuova società “kurganica”.

Queste scoperte confermano, a mio avviso, che (come d’altronde evidenziato dalle mappe elaborate da Cavalli-Sforza), l’area centrale europea presenta un’antichissima omogeneità genetica, che corrisponde all’ egemonia delle lingue indoeuropee (uno “Heartland” europeo). Un altro  risultato è  che è confermata la corrispondenza fra il patrimonio genetico e quello linguistico, conferendo così forza all’idea di un forte substrato etno-culturale dell’ identità europea.

La città neolitica di Tripollye

3.Attacco  all’ Europa n.1:Fabbri

La fattibilità della rivoluzione culturale europea auspicata da Macron è condizionata, a mio avviso, a una presa d’atto obiettiva e autocritica che esistono oramai, sul mercato delle idee, delle analisi molto severe  delle retoriche dell’ idea di Europa, a cui occorre rispondere in modo pertinente. Ad esempio, quelle apparse sull’ ultimo numero di Limes (“Il muro portante”). Innanzitutto,  quella a firma di Dario Fabbri, il quale ripercorre, inaspettatamente,  l’intera teoria nazionalsocialista delle identità, per dimostrarci che l’ Europa unita  non potrebbe nascere perché “soltanto attraverso la crudeltà , applicata e subita, la presenza sul territorio di uno specifico ceppo si fa emozionale, la coabitazione si trasforma in legame ancestrale, le vessazioni ricevute in una pedagogica sindrome di Stoccolma”:la nascita di qualunque nuovo soggetto politico non potrebbe non essere legata a un fatto cruento di estrema violenza. Se Fabbri avesse ragione, la sua  costituirebbe l’unica vera ed efficace apologia del fascismo, perché l’unico modo di creare quell’Europa unita di cui gli uomini (e le donne) più avvertiti (da Nicola 1° a Victor Hugo, da Mazzini a Nietzsche, da Agnelli a Einaudi, da Mussolini, a Coudenhove Kalergi, da Benda a Drieu la Rochelle, da Simone Weil a Galimberti, da Juenger a Spinelli) sentivano l’urgenza  sarebbe allora  stato proprio quello di ricreare l’antica genuina “razza ariana occidentale”(“die Westarier”), massacrando le “razze” concorrenti in Europa e isolando quella  nordica come si fa con quelle canine, in modo da ottenere un unico popolo dominante e con l’adeguato “pedigree”.

Peccato che proprio la scienza genetica, tanto amata da Hitler, dimostri che questa “fusione con il ferro e con il fuoco”(per usare un termine di Bismarck) fosse  già stata realizzata dai nostri lontani antenati della “cultura di Jamnaja”, fra il 4000 e il 2000 a.C., attraverso la cruenta conquista, prima dell’ Ucraina e della Romania (culture di Tripollye e Cucuteni), poi dell’ Europa Centrale (culture della ceramica cordata e dei vasi campaniformi), e, infine, dell’ Europa Occidentale, con le culture di Hallstatt e La Tène. Ad abundantiam, i popoli migratori dell’Asia Centrale avevano poi ulteriormente unificato etnicamente l’ Europa attraverso le migrazioni degli Unni, degli Avari, dei Germani, dei Bulgari, dei Magiari, degli Ottomani e dei Mongolo/Tartari,  come narrato da Tacito, Jordanes ed  Ekkehardus e dal Canto dei Nibelunghi. Questa “fusione con il ferro e con il sangue” degli Europei era stata quindi realizzata nello stesso modo e negli stessi tempi in cui le popolazioni proto-siniche si erano fuse con quelle australonesiane, tocariche e uralo-altaiche (formando il cosiddetto “Popolo Han”), e gli “Arya” si erano fusi con  popoli Munda e dravidici, formando l’ Aryavarta nella pianura gangetica, poi ulteriormente estesosi grazie alla “sanscritizzazione” e alle invasioni provenienti dall’ Asia Centrale oggi, Hindi Belt, Hindi Heartland o Hindi Patti).

Infatti, l’Europa non va confrontata con un concetto astratto di “nazione” (cioè  con gli Stati-nazione borghesi creati dalle Rivoluzioni Atlantiche),con il loro violento “nation building” recente, bensì  con gli “Stati-Civiltà”, quali l’ India e la Cina, eredi di una tradizione imperiale millenaria (in Cina, il “Tian Ming”; in Europa, la “Translatio Imperii”).

Certo, come scriveva Kissinger,in Europa “l’ordine è derivato dall’ equilibrio, e l’identità dalla resistenza europea all’ autorità universale”. E, in effetti, ancor oggi c’è bisogno di questa “resistenza all’ autorità universale”: oggi, quest’ultima è costituita dal Complesso Informatico-Militare americano, e viene sostenuta, per ora, dalle forze identitarie degli altri Stati-Civiltà: Cina, Islam, India, Sudamerica, fra le quali manca l’Europa.

E’ vero, anche all’interno dell’ Europa abbiamo sempre avuto (come dentro gli altri Stati-Civiltà), una dialettica vivacissima: fra Roma e Costantinopoli; fra Vienna e Istanbul; fra Parigi e San Pietroburgo; fra Washington e Mosca. Ma ciò in nulla si distingue dalle dialettiche fra l’Imperatore Giallo e l’Imperatore Rosso; fra gli  Han e gli Hiung-Nu, fra i Song del Sud e  quelli del Nord, fra i Mancesi e gli Han, fra il PCC e il Kuomingtang. Oppure, fra gli Aria e gli Shishna Devatas, fra i Pandava e i Kaurava, fra Rama e Ravana, fra gl’ Indù e gl’Islamici. Questa dialettica fra vari “poli” etno-culturali è poi quella che ha generato identità “poliedriche” sempre più particolari, ma comunque coerenti e solidali con l’unitaria “identità europea” (la “Europaeische Leitkultur”).

Comunque, a discolpa dei tanti inventori di “retoriche dell’ idea di Europa”, va detto che non è vero che, come asserisce invece Fabbri, essi ignorino il lato “sacrificale” del “nation building”. Infatti, possono rifarsi, consciamente  meno, all’ idea juengeriana della Guerra Civile Europea intesa come catarsi (espressa nell’ operetta“La Pace”, secondo la quale questo tipo di violenza e di sacrificio propiziatorio della nuova Europa c’è stato, eccome, ed è questo che ha motivato l’avanzamento del progetto pacifico dell’ Unione).Tutto il lavoro  di Aleida Assmann è ora concentrato su questo aspetto della memoria culturale europea.

E, tuttavia, in  questo ragionamento mancano ancora due passaggi: il  collegamento, evidenziato da René Girard, con  l’esaurimento, per effetto della redenzione cristiana, del tema sacrificale, e quello del superamento, grazie alle macchine intelligenti, dello scenario classico della dialettica servo-padrone in  Aristotele, Hegel e Nietzsche ( argomenti determinanti per il superamento delle nostalgie premoderne).

Hindi Belt, o Hindi Patti

4.Attacco all’ Europa  n. 2: Florio

L’attacco di Fabbri è ripreso nell’ articolo successivo, che contiene una critica, parzialmente fondata,alla costruzione europea, di un certo “John Florio”, il quale va, però, troppo oltre quando afferma che “i veri architetti dell’ Unità dell’ Europa non furono affatto gli europei: furono gli americani”. Noto en passant che John Florio fu in realtà un umanista seicentesco «Italus ore, Anglus pectore».

In base ai documenti a oggi disponibili,  gli Americani, pur avendo dibattuto per anni su che cosa fare dell’Europa dopo la guerra (perché il controllo del Continente era comunque  il loro generico obiettivo), si trovarono parzialmente spiazzati, e divisi fra coloro i quali volevano ritirarsi dal Continente  e coloro che volevano, invece, distruggerlo per non avere a che fare, in futuro, con una potenza ostile (il “Piano Morgenthau”).

A quel punto era intervenuto Coudenhove Kalergi, il grande profeta dell’unità europea, il quale aveva tentato, attraverso il senatore Fulbright, di convincere il Senato americano a farsi banditore della vecchia idea della sua Paneuropa Bewegung.  Infatti, in una situazione come quella post-bellica, Coudenhove-Kalergi, che si trovava in America, non aveva evidentemente potuto rivolgersi alle sue tradizionali “constituencies” aristocratiche ed ebraiche. Siccome il Congresso non ha mai saputo cogliere le più genuine opportunità, ci pensò allora, come al solito, la Cia, anche per il tramite di  Winston Churchill e di Jean Monnet, a mettere in moto il movimento d’integrazione. Tuttavia, il ruolo di Coudenhove Kalergi e lo scacco di Fulbright dimostrano che l’idea dell’integrazione europea non fu degli Americani, bensì del nobiluomo austro-ungarico che si riallacciava, da un lato, ai progetti medievali di Europa, e, dall’ altro, al mito nietzscheano dei “Gute Europaer”.Solo con un certo sforzo questo messaggio era penetrato nel mondo politico americano.

Un altro capolavoro di “covert operation” della CIA (una vera e propria “quadratura del cerchio”) fu, allora, quello di appropriarsi  dei progetti nazisti di Comunità Economica Europea, nello stesso modo in cui gli Americani si erano appropriati, con von Braun, dei progetti nucleari e missilistici tedeschi. Come von Braun era stato portato  a viva forza in America e convinto, con le buone o con le cattive, a realizzare i programmi missilistici americani, così Hallstein fu portato in un’isola del Nord Atlantico e convinto a realizzare, con la CECA, quello che la struttura di Speer aveva già cominciato a fare attraverso i Ministeri del Reich, che avevano battezzato il loro progetto “Comunità Ecnomica Europea”.  Florio continua anche qui a muoversi all’ interno di un universo concettuale ereditato dal nazismo: “la solidarietà-l’ unica moneta di cui l’Ue ha drammaticamente bisogno – non è infatti un prodotto ma il presupposto di una comunità di destino” (una “Schicksalsgemeinschaft” , che consiste nel fatto che, al suo interno, vige la solidarietà: “Gemeinnutz geht vor Eigennutz”=”l’interesse collettivo prevale su quello individuale”, com’era  scritto nel programma politico della NSDAP).

Alla fine, Florio ci invita a “guardare al XIX secolo, quando l’esistenza di un ‘concerto di nazioni’ che avvertivano di condividere fondamentali concetti comuni seppe tradursi nella messa in opera di istituzioni leggere e flessibili…”.Tuttavia, che io sappia, l’unica “istituzione leggera e flessibile” messa in opera nell’ Europa nel XIX secolo era stata  la Santa Alleanza sotto l’egida dei ministri russi Czartoryski e Novosiltsev, che Alessandro I, l’ “Imperatore degli Europei”, aveva definito proprio come “Europa, nazione cristiana”, realizzando, così, gli auspici espressi da Novalis con il suo “Christenheit oder Europa”. In effetti,si sta oggi realizzando  proprio quanto l’anonimo che si cela sotto lo pseudonimo di “John Florio” auspica , ma non nella direzione ch’ egli probabilmente desidererebbe, perché si tratta, né più né meno,del programma di Unione Eurasiatica  di Vladimir Putin,   non per nulla denominato (siamo sempre agli pseudonimi) “lo Zar”.

Non è neppure del tutto vero che le idee funzionalistiche su cui si è basata di fatto (nonostante le veementi proteste di Spinelli) l’integrazione europea, siano completamente americane. Il funzionalismo, che è oggi in realtà l’ideologia dominante in psicologia, sociologia e antropologia in quanto erede storico del messianesimo della scienza e della tecnica tipico di St. Simon, Comte, Enfantin e Fiodorov, nasce in Europa ed è fiorito  dai due lati dell’Oceano, generando, alla lunga, il post-umanesimo e l’attuale tirannide delle macchine intelligenti. In particolare, il teorico anti-federalista Mitrany era un rumeno di origini ebraiche naturalizzato in Gran Bretagna. Per i funzionalisti, la vita non è altro che una funzione, che, in quanto tale, può essere espressa con un algoritmo e trasferita dall’uomo alla macchina. Nel campo sociale, le funzioni (i trasporti a lunga distanza, i servizi pubblici, la legislazione), possono essere clonate ed espanse, e retroagiscono sui sistemi circostanti (“la funzione crea l’organo”). Per i funzionalisti, il telos del Progresso è l’unificazione dell’Umanità intorno alla scienza e alla tecnica. L’ Europa costituirebbe perciò solo una fase intermedia di questa unificazione, da avviare, prima, intorno al consorzio carbo-siderurgico (la CECA), poi nucleare (l’Euratom), e, successivamente, intorno al Mercato Unico, a una corte di giustizia, a una banca, ecc…

Non si può unificare l’ Europa senza una riflessione approfonfita sulla sua storia e sulla sua cultura.

  1. Il tradimento dell’89

Macron si è espresso recentemente contro l’adesione all’ Unione Europea di Macedonia e Albania, per rispettare il vecchio principio francese che suona “prima l’approfondimento, poi l’allargamento”. Tuttavia, con questo principio, non si tiene conto del fatto che Il motivo per cui l’Est Europa sta partorendo fenomeni politici assolutamente inattesi (la rinascita delle potenze turca e russa, le “democrazie illiberali”, il sovranismo tedesco-orientale), incomprensibili e inaccettabili per l’intellighenzia “mainstream”, è che i moti che avevano portato alla fusione fra Europa Centrale e Orientale e Europa Occidentale furono traditi, nelle idee prima che nei fatti, dagli Europei occidentali e dalle Istituzioni europee.

Infatti, gli Europei occidentali (a cominciare dai Francesi e dai Tedeschi) si considerano gli unici titolari del “marchio Europa”, dimenticando che i primi Europei venivano dalla Turchia e dalla Russia; che la prima civiltà europea è stata quella greca, e che è stato Sobieski (con il Principe Eugenio) a salvare Vienna, ma non certo la Francia, alleata della Turchia.  Nel pantheon degli eroi dell’identità europea, i primi  sono  Leonida e Socrate(greci), Alessandro Magno, Costantino e Giustiniano (macedoni),e gli ultimi Caterina II, Dostojevskij (russi)e Nietzsche (tedesco orientale)– e non vi sono  presumibilmente  Bacone, Payne o Condorcet, e comunque certamente non  Washington, Jefferson, Emerson e Whitman-.  Come può dunque l’Europa  esprimere la propria identità e contare nel mondo senza la Russia, la Turchia, la Grecia, la Polonia, l’Ungheria, dove sono nati e hanno operato tanti protagonisti dell’ identità europea?

L’Europa Orientale concepisce  se stessa, da sempre, in alternativa a quella occidentale, come la vera erede della “Translatio Imperii” biblica, attraverso l’Ebraismo, il Cristianesimo orientale, gli Herrenvoelker scitici, gli Slavi, gl’Imperi Centrali. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, tutti gli Europei Orientali (Stalin, l’Armia Krajowa, i Sionisti, perfino gli Junker prussiani) si concepivano come i veri combattenti contro il nazismo. Molti  avevano continuato a combattere contro l’Armata Rossa, in media per altri 10 anni, senza che nessuno li avesse mai neppure riconosciuti (l’UPA ucraina,i “Soldati Proscritti ”polacchi, i “Fratelli della Foresta” baltici e rumeni, le rivolte di Berlino e di Budapest).

Ancor oggi, nonostante i meriti dei combattenti anticomunisti,  le “marce” in Europa Orientale con le divise dei partigiani  dell’ Armia Krajowa e simili continuano ad essere etichettate come folklore nazifascista. Nello stesso modo, le opere dei grandi intellettuali est-europei, come Lem, Gumilev, Kalecki, Milosz, Solzhenicin, Kolakowski,Wolf, che avevano  difeso efficacemente la cultura europea ai tempi del socialismo reale, non vengono lette, e, se lo sono, non vengono capite. Costoro  aspiravano, infatti, non già a prendere partito, in una contesa che non li riguardava,   a favore,  o dell’ americana “Teoria dello Sviluppo” di Rostow, o  di una fondamentalistica  ortodossia marxista sulla falsariga di Lukàcs, bensì a costruire (com’ebbero a dichiarare Walesa e Shevarnadze) un mondo, come quello che sta in effetti nascendo ora,  posto al di là dei due opposti materialismi dei tempi della Guerra Fredda.

Certo, anche la cultura, e, in particolare, quella  dell’ Europa Orientale, ha le sue responsabilità. La Russia ha un solo intellettuale “eurasiatista” convinto, Sokurov, il quale pone al centro della scena l’unità sostanziale delle culture russa ed europea, quale  espressa egregiamente in film come l’Arca Russa, Faust e Francofonia. Gli altri “eurasiatisti” sono piuttosto eccentrici rispetto alla definizione stessa del concetto. L’ effettivo eurasiatismo di Tiutchev (poeta ambasciatore presso il Regno di Sardegna) significava in pratica egemonia russa sull’Eurasia;in  Trubeckoj, prevaleva l’ orgoglio del rapporto con il mondo turanico;Gumilev si preoccupava di collocare la Russia une suo contesto più vasto, sulla scia delle lezioni di Mackinder, von Richthofen e Murakami, ma vedeva Russia ed Europa come due mondi separati. Perfino Dugin, promotore ufficiale del “Projekt Evrazija”, e considerato a torto il prototipo dell’eurasiatista, è soprattutto un nazionalista russo.

Alla fine dei conti, gli unici veri eurasiatisti sono Putin e Erdogan,  i quali, dovendo governare due Paesi che sono a mezza strada fra l’Europa e l’Asia, non possono evidentemente fare a meno di appoggiarsi su un’ identità mista: Cosacchi e Ermitage; Sultanahmet e Ueskuedar

 

Le culture neolitiche hanno creato un ampio melting pot al centro dell’ Europa

6.Interpretare Macron

Infine, Macron ha richiamato anche il vecchio concetto di “Comunità Europea”, che esprimeva una comune identità più che non l’attuale termine “Unione”, tratto dalle esperienze costituzionali inglese, americana e sovietica. Ambedue i termini hanno molti e sorprendenti precedenti nella politica degli Anni ’30 e ’40.

Oggi,. i termini “comunità” e “Unione” vengono usati “in mancanza di meglio”, per indicare una “patria”, ma di tali enormi dimensioni, non poter essere chiamata “Heimat”, e nemmeno “Vaterland”, o “Mat’Rodina”, bensì  meglio qualificabile  come uno“Stato-Civiltà”(文明国家  ,Wénmíng guójiā), come la Cina e l’ India. Non per nulla, già gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa “Da Qin”, termine che, agli inizi, aveva denotato uno dei loro primi imperi(cfr. il nostro libro DA QIN).

Secondo la Merkel,  che ha reagito immediatamente,  le affermazioni contenute nell’ intervista di Macron  sarebbero “troppo estremistiche”: secondo me , invece, esse sono equilibrate e appropriate, ma fin troppo caute e volutamente criptiche; temo soprattutto ch’ egli non vi dia alcun seguito, date appunto le repliche  di stretta osservanza atlantica espresse subito dopo dalla Merkel, da Stoltenberg, da Zingaretti e da Tajani, e data, soprattutto, l’abitudine dei Presidenti francesi di dare poco seguito alle loro roboanti promesse sovraniste.

Il discorso di Macron non è dunque, per me, un punto d’ arrivo, bensì di partenza.

Quell’ Europa  grande potenza che Macron giustamente auspica e la Merkel teme  non può farsi, per la natura tecnologica della geopolitica dei grandi Stati continentali odierni, se non attraverso un potere centrale fortemente personalizzato, cosa che non può ovviamente essere garantita dal potere collegiale di 27 Stati, ma richiede invece  un “quartier generale” ristrettissimo e potentissimo. E qui casca l’asino della banale polemica sul “deficit di democrazia”.Una cosa è infatti gestire l’arredo urbano, gli asili nido o le licenze edilizie, i piani regolatori, i tribunali o le infrastrutture, le leggi finanziarie, i curricula universitari e i finanziamenti agevolati, un’altra i dazi con l’America, l’Intelligenza Artificiale o la Via della Seta. Trump, Putin e Xi Jinping mettono e tolgono dazi, mandano e ritirano truppe (anche le nostre), trasformano le regole del web. Non chiedono il parere della società civile, né del Parlamento o del Partito Comunista, ma non tanto perché, come si dice, siano dei dittatori (anche se i Romani avevano inventato proprio per queste cose la figura del “dictator”), bensì perché, se esponessero simili decisioni in un dibattito pubblico, esse non potrebbero mai essere adottate, e comunque se ne avvantaggerebbero prima di tutto gli avversari dei rispettivi Paesi. Nei rapporti geopolitici, bisogna essere imprevedibili, altrimenti non si può vincere. L’esercito israeliano, l’imbattibile Tsahal, chiama questa tattica “siamo impazziti”. Tant’è vero che, in Israele, visto che il sistema parlamentare è diventato, anche lì, ingestibile, stanno nominando primo ministro l’ex capo di Stato maggiore (Ramatkal).

Quindi, o Macron riesce a diventare il Presidente dell’Europa, e a farsi attribuire poteri comparabili a quelli di Trump, Xi Jinping, di Putin e di Ganz (o almeno quelli di Modi o del Consiglio Federale svizzero), o i suoi progetti saranno irrealizzabili.

 

Secondo Tiutcev e Sokurov, con l’ Ermitage, Caterina II ha creato un'”arca” che custodisce nei secoli l’eredità culturale dell’ Europa, difesa dal popolo russo.

7.La Russia è europea.

Non mi ha convinto  il, seppur lodevole, accenno alla Russia, con la quale Macron auspica, giustamente,rapporti più stretti. Rapporti che costituiscono certamente  una leva importante per dare all’ Europa più autonomia (ma  che da soli non bastano). Occorre essere più chiari circa la  Russia. Non è vero che, come ha detto Macron,  Putin abbia “sviluppato un progetto anti-europeo dovuto al suo conservatorismo”: al contrario. Infatti:

a)nel 2017, in occasione dei 50 anni del Trattato di Roma, aveva pubblicato sui giornali di tutta Europa, il più vibrante fra i messaggi europeistici, affermando, tra l’altro, che, in quanto pietroburghese, egli era a tutti gli effetti un Europeo,e che l’Unione Europea costituiva la più grande realizzazione politica del XX Secolo;

b)dinanzi al Bundestag e alla Confindustria tedesca, si era proposto come motore dell’ integrazione europea, paragonando se stesso a Helmut Kohl, conservatore europeista;

c)in occasione dell’ incontro con Romano Prodi, aveva criticato la formula della collaborazione Russia-Europa “tutto tranne le istituzioni” come dettata dalla paura degli Europei per la grandezza della Russia, che non le permette di  far parte dell’ Europa se non con un ruolo centrale (i Russi sono 140 milioni, i Tedeschi 90).

E’ stato appunto l’ostracismo alla Russia perchè  è il più grande fra gli Stati d’ Europa  a generare  la russofobia degli Europei (e, ancor di più, degli Americani). Eppure, non si può non prendere atto del fatto che, in un momento  in cui si richiedono grandi agglomerati continentali, le uniche due “regioni” dell’ Europa che posseggono una massa critica sufficiente per tener testa all’ America sono,  non già quella francofona o quella germanica (né tanto meno quella polacco-baltica), bensì quella degli Slavi dell’Est (aggregata intorno alla Russia), e quella dell’ Euroislam e dei Balcani (aggregata intorno alla Turchia). Dire che non si vogliono in Europa quei due Paesi equivale perciò ad affermare che l’”Europa grande potenza” di cui parla Macron non si farà mai. Il preteso carattere autoritario di quei due Stati (che, tra l’altro, sono i più democratici che si siano visti nella storia dei due Paesi) deriva unicamente dai continui tentativi fatti dall’ Occidente per disgregarli, rimpicciolendoli, in modo da poterli assorbire più facilmente. Di questo tentativo fanno parte le guerre cecene, l’aggressione all’ Ossezia, la guerriglia curda e i vari tentativi di colpo di Stato in Turchia, che hanno obiettivamente reso necessaria una sorta di “stato d’assedio permanente” come in Israele.

In questo contesto, Putin ha svolto e svolge un ruolo di assoluta moderazione. Basti vedere le posizioni sul rapporto con l’Occidente dei partiti russi di opposizione  e degli alleati minori di Russia Unita (neo-comunisti, liberal-democratici e neo-eurasiatisti), che considerano Putin “un liberale”. Ha ragione Macron, l’ideologia di Putin è il “Russkij konservatizm”, che costituisce il “mainstram” della cultura russa (Tiutchev, Stolypin,Witte, Solzhenitsin), ma questo non lo porta certo a un programma anti-europeo, bensì a concepire “un’altra Europa”, liberata, grazie alla Russia, dal mito del progresso, e anche al sicuro , sulla scia di Dostojevskij e di Blok, da un’egemonia americana o cinese. Il Russkij Konservatizm è stato giustamente equiparato alla Democrazia Cristiana di Guido Gonella o del Soester Programm, una forza egemone di carattere nazional-religioso, ma ampiamente tollerante delle diversità. Se non ci fossero Putin e Erdogan, ci sarebbero due governi militari.

Le oscure circostanze della morte di Adriano Olivetti e di Mario Chou, oltre che della vendita della divisione elettronica dell’ Olivetti, costituiscono un monito per chi voglia creare una vera industria digitale europea.

8.La “souveraineté numérique européenne”

Infine, e giustamente, Macron ha contestato il limite del 3% all’ indebitamento, sintesi dei cosiddetti “Criteri di Maastricht”, che impedisce all’ Europa di condurre  una politica espansiva attraverso nuovi investimenti. E qui pensa sicuramente anche alla “souveraineté numérique”, quell’ “uovo di Colombo” che tanti scoprono qua e là come per caso ma che, poi, mai nessuno tenta seriamente di realizzare. Dato che la Cina è riuscita a realizzare la piena sovranità digitale, che include una propria cultura digitale, una propria intelligence digitale, una propria rete, propri providers e proprie imprese nei settori dell’e.commerce e dell’ intelligenza digitale, non si capisce perchè non possano farlo anche gli altri grandi blocchi continentali, e soprattutto l’ Europa, visto che tanto la Russia quanto l’ India hanno già compiuto dei passi intermedi.

I sostenitori della NATO affermano sostanzialmente (come, nel suo recente libro, Maurizio Molinari), che  dobbiamo sempre e comunque stare dalla parte degli Stati Uniti,così  come i comunisti e i loro alleati “fedeli alla linea” sostenevano che bisognava sempre e comunque stare dalla parte dell’URSS, perché quella era la “patria del socialismo”. Nello stesso modo, quelle stesse persone affermano ora che bisogna stare oggi con gli Stati Uniti perché sono “la patria della democrazia”. Nessuno ci ha ancora spiegato che cosa sia in sostanza questa “democrazia occidentale”, nata fra il commercio degli schiavi e il genocidio degli Indiani, la sottrazione violenta al Messico di metà del territorio, i bombardamenti di Dresda, Montecassino, Hiroshima e Nagasaki, e un’infinità di guerre di occupazione in tutto il mondo, come ieri quelle di Corea e Vietnam e oggi quelle del Golfo e dell’Afganistan, e che condiziona tutta l’Umanità, come mai prima avvenuto nella storia, attraverso la rete e il “Pensiero Unico”. Non parliamo del fatto che perfino le Nazioni Unite stanno esprimendo la loro preoccupazione contro le limitazioni in Germania dei diritti di opinione, di riunione e di associazione, con particolare riferimento al movimento filopalestinese “Boykott, Disinvest and Sanctions”, ma si potrebbe allargare il discorso al controllo a tappeto ben descritto da Snowden nel suo ultimo libro, come pure al proliferare di leggi censorie.

Quanto poi, all’ ultimo fatto di cronaca, il ferimento di nostri militari nel territorio curdo, dove non avrebbero avuto nessuna ragione giuridica per esserci, ha fatto esplodere la questione dell’uso di nostre truppe al di fuori della Costituzione e dei mandati del Parlamento e delle Nazioni Unite, sotto comando americano e semplicemente  dietro  richiesta americana rivolta direttamente ai nostri primi ministri (Prodi, d’ Alema o Renzi ch’essi fossero). A questo punto, è ovvio che, sulle questioni che veramente contano, come la guerra e la pace, la vita e la morte, il popolo italiano non solo non può incidere in alcun modo, ma vengono bypassate perfino tutte le istituzioni legali, l’unico soggetto abilitato a decidere essendo il Presidente degli Stati Uniti. In questa situazione, si capisce benissimo perché i cittadini abbiano reazioni così ostili alle classi politiche degli Stati membri e dell’ Unione. Quei politici, come Macron, che pretendono di portare avanti veramente (ma, dopo 70 anni, si può avere qualche dubbio) una Politica Estera e di Difesa Comune, dovrebbero dirci come faranno a risolvere questo problema.

 

Il Partito Comunista Italiano aveva approvato le stragi dell’ Armata Rossa in Ungheria. Oggi invece la sinistra condanna le operazioni difensive dei Russi e e delle minoranze etniche con essi alleate

9. Non dover più parteggiare per nessuno

Problema che risulta ancor più scottante alla luce della recente indagine demoscopica dello European Council for Foreign Relations, che, riassumendo il pensiero degli elettori europei, afferma “l’Europa non dovrà più essere alla mercè di una potenza straniera. Gli elettori sono più preveggenti dell’élite della Politica Estera e di Difesa Comune, ….Parecchi pubblicisti, come Molinari o Rampini, hanno sostenuto (riprendendo integralmente le parole dell’ amministrazione americana), che gli Europei dovrebbero decidere “da che parte stare”. Però, su questo punto, gli elettori si sono già espressi in modo inequivocabile. In un conflitto fra gli Stati Uniti e la Russia, o fra gli Stati Uniti e la Cina, ovunque l’enorme maggioranza vorrebbe che l’Europa rimanesse neutrale. In Slovacchia, in Grecia e in Austria, è addirittura superiore il numero di elettori che vorrebbero che l’Europa combattesse accanto alla Russia contro l’America che non viceversa.

In queste condizioni, è veramente sconvolgente che  la maggior parte dei vertici istituzionali (a cominciare dalla Merkel e da Mattarella), anziché condividere la posizione di Macron e della maggioranza degli elettori, continuino a difendere incondizionatamente l’Alleanza Atlantica.

La similitudine fra il socialismo reale e l’ortodossia atlantica è agghiacciante:

-la filosofia di base è il determinismo economicistico che ispira una fede messianica nel Progresso;

-l’ideologia politica è la stessa mitizzazione dell’uomo medio, che spinge a emarginare e reprimere ogni eccentricità;

-lo stesso è il linguaggio, basato su slogan pieni di presunzione e di odio: “dittatori, autocrati, despoti”, che tenterebbero di “infiltrare” le loro “false verità” per indebolire il libero Occidente. Poco importa che l’“Occidente” da loro tanto esaltato consista solo nel Nordamerica, l’Europa Occidentale e il Giappone, vale a dire al massimo 800-900 milioni di persone, mentre l’insieme dei BRICS, del Sudamerica, dell’Africa e dell’Islam comprende 6 miliardi di persone, cioè sette volte di più. Possibile che questi 800-900 milioni siano gli unici detentori della verità, mentre tutti gli altri vivono nell’ oppressione e nell’ errore? Non ci si accorge che quei Paesi sono appena usciti, con sforzi sovraumani, dall’asfissiante tutela dell’Occidente, e da allora stanno prosperando, così come prosperavano prima dell’arrivo degli “Occidentali” (vedi imperi Ching e Mughal, che coprivano quasi la metà del mondo )?

-come giustamente ha rilevato la Stampa, sul fondamentalismo atlantico vi è anche un unanimismo bipartisan, come (dico io) nella DDR c’era un unanimismo filosovietico fra il comunista Honecker e il “democristiano” de Maizière (sponsor  della Merkel): “Oggi capita che il segretario Pd Nicola Zingaretti e il Vice-Presidente di Forza Italia parlino praticamente la stessa lingua, quando si trovano a discutere del nuovo ordine mondiale e delle sfide che pone all’ Italia e all’ Occidente”.

 

Il “maggiore Lupaszko”, comandante dei “Soldati Proscritti”, fucilato dai Sovietici.

10.Conclusione

Commemorare la caduta del Muro di Berlino significa innanzitutto  rievocare lo spirito eroico di coloro che si sono battuti per l’unità dell’Europa dell’Est e dell’ Ovest, dai difensori, nel 1956, di Budapest, a de Gaulle che creò la Force de Frappe “à tous les azimuts” per un’ Europa dall’ Atlantico agli Urali, a Giovanni Paolo II, che, riprendendola Ivanov, aveva lanciato l’idea dei “due polmoni dell’ Europa”; infine, a Gorbacev, che aveva rilanciato, quella di Enea Silvio Piccolomini, di una “Casa Comune Europea”….

La Brexit non contraddice l’esigenza dell’unificazione di tutta l’ Europa. Ovviamente, chi, come il Regno Unito, vuole andarsene, è libero di farlo, ma l’Europa dovrà ragionare sempre come rappresentante di tutti gli Europei.

L’unico modo per completare l’unificazione dell’Europa è evidentemente associarvi tutti i Paesi Europei che lo vogliano (per esempio, l’Albania e la Macedonia, ma anche  la Scozia  e l’Irlanda del Nord,  la Russia e la Turchia, senza dimenticare l’Islanda e la Groenlandia), dando così all’ Europa stessa  gli strumenti per affermare autorevolmente sulla scena mondiale i nostri punti di vista sulle scelte più scottanti per l’Umanità, come sono, oggi, il rapporto uomo-macchina e la difesa delle identità.