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IL FUTURO DELLA “GRANDE EUROPA” DOPO L’INTERVENTO RUSSO IN UCRAINA

Commento agli articoli di Massimo Cacciari (La Repubblica della Domenica del 20 febbraio 2022), di Ezio Mauro “Il fronte dell’ Est”(La Repubblica del 21 febbraio) e di Silvia Ronchey (“La Repubblica” del 24 febbraio).

La situazione sul campo oggi

La crisi in corso fra Russia e NATO dimostra che l’attuale approccio alla geopolitica non è in grado di risolvere i problemi emergenti, sì che si rende urgente la ricerca, da noi sempre perseguita, di approcci nuovi.

Contrariamente a quanto avvenuto fino al 1991 con gli Stati Uniti e con l’Unione Sovietica, che pretendevano entrambi di essere i Paesi Guida nella marcia universale verso il Progresso, ed in base a questo vivevano la loro “Coesistenza Pacifica” che bloccava lo sviluppo intellettuale del mondo, un nuovo patto mondiale   nell’ era della transizione digitale potrebbe, e dovrebbe, essere organizzato su base paritaria fra le diverse aree del mondo (il vero “multilateralismo”). Trattandosi infatti essenzialmente di una battaglia culturale nell’ interesse prioritario comune, per vincerla ci sarà senz’altro bisogno di tutte le energie intellettuali e morali del mondo intero, al di là degli attuali conflitti.

Paradossalmente,  quello in corso intorno all’ Ucraina, riportando un po’ più di equilibrio tra l’ Occidente e il resto del mondo, potrebbe essere prodromico, se ci impegniamo tutti energicamente, a questo nuovo patto, come tentiamo di illustrare qui di seguito.

E, di fatto, tutte le grandi aree del mondo hanno al loro interno energie che, se adeguatamente orientate, possono contribuire a superare questa drammatica fase della storia:

-gli Stati Uniti posseggono una cultura digitale impareggiabile, e sono il Paese in cui il problema è più sentito. Inoltre, il fatto che siano così forti, nel Paese, correnti (seppure reciprocamente escludentisi) così attive nella critica alle tradizioni modernistiche del Paese (movimenti “woke” e suprematisti bianchi), fa sperare ch’ essi non restino per sempre così passivi come oggi nella resistenza ai GAFAM, e che si affermino anche e soprattutto  lì politiche fortemente ostili agli sviluppi in corso, fino al crollo dell’ egemonia dei GAFAM;

l’India, in quanto Paese che ha inventato gran parte delle matematiche, nonché molte idee che sottostanno alla transizione digitale, ha (soprattutto attraverso i Bramini del Tamil Nadu, primo fra i quali Sundar Pichai) una competenza tecnica e culturale generale, che le permette di raggiungere ai massimi livelli nei GAFAM, pure restando fedele (almeno a quanto si dice), alle pratiche religiose ed etiche dell’induismo;

la Cina, nella sua generale ed efficace resistenza al tentativo di omologazione mondiale, costituisce oggi la forza trainante contro l’egemonia mondiale dell’“Impero Nascosto” americano (Immerwahr), o “Impero Sconosciuto”( Laudato sì);

-l’ Europa pretenderebbe di stare dando il contributo più determinante  alla creazione di un’”Intelligenza Artificiale Umanocentrica”. Obiettivo lodevole, ma, in precedenti post, abbiamo dimostrato che ancora non si è fatto nulla di serio in questa direzione.

Ora, con la sua risoluta azione per la riscrittura delle regole del sistema internazionale, la Russia si è inserita prepotentemente fra i leaders mondiali. Come scriveva bene Ezio Mauro nel suo articolo del 21, la Russia sta rivendicando “una preminenza culturale, o, addirittura… un destino della storia”.

Che questo non sia una vana affermazione è dimostrato dalla vicenda del Donbass. La determinazione della Russia dimostra che, alla base, vi è una radicale scelta identitaria, che Silvia Ronchey riconduce giustamente a Bisanzio, ma, a mio avviso, dovrebbe andare ancora indietro nel tempo, come illustrato nei successivi paragrafi.

Scriveva ancora Mauro: “il nuovo ordine ha bisogno di una nuova gerarchia di valori”. Orbene, secondo i fautori del nuovo corso,  “Per milioni di persone – ha aggiunto – i valori della tradizione sono più stabili e più importanti  di questa concezione liberale che sta morendo”.Tuttavia, una visione del mondo capace di attualizzare le tradizioni dell’ Epoca Assiale nell’ Era delle Macchine Intelligenti ancora non si vede, né, tanto meno, la stessa Russia ha tentato di articolarla.

I reperti della prima civiltà “Yamnaya” (Proto-Indo-Europei) sono stati trovati in Russia, nell’ Oblast di Samara, fra il Volga e il Don, a pochi chilometri dal Donbass

1.”Democrazia” vs. “Liberalismo” e “oclocrazia”

I commentatori occidentali sbagliano, come sempre,  a ridurre  la dialettica centrale della geopolitica attuale alla contrapposizione “di stile” fra “democrazia” e “autocrazie”, quando il tema centrale è il rapporto fra uomo e nuove tecnologie.

Non che quella distinzione non abbia un qualche aspetto credibile, ma, certo, non solo non è quella dirimente,  ma neppure è concettualmente significativa. Non è da essa che si può partire per individuare le priorità del mondo.

Come già scritto, proprio il  termine “democrazia” è stato  da sempre espressione di una fondamentale ipocrisia: in quella tradizione “mainstream” che parte dalla Grecia e arriva ai GAFAM, l’esaltazione del ruolo della  maggioranza ha celato da sempre una prassi oligarchica, mascherata dalla retorica ufficiale (la “Democrazia dei Signori” di Luciano Canfora). Basti pensare allo schiavismo degli Ateniesi, al genocidio dei Meli, alle motivazioni della Dichiarazione d’Indipendenza americana, al “Trail of Tears”

Inoltre, fino alle Rivoluzioni Atlantiche (XVIII-XIX Secolo), nella dottrina politologica, “democrazia” aveva designato sempre e soltanto un regime degenerato, governato dalla plebaglia (l’“oclocrazia” dei Greci), imposto dai Persiani alle città della Ionia – quello che oggi viene chiamato “populismo”-. La forma corretta di governo, per Platone e Aristotele, era invece quella della “patrios politeia” (la “Repubblica”), un regime cetuale misto.Unica -ma solo apparente-, eccezione a questa damnatio memoriae, il discorso attribuito da Tucidide a Pericle per la commemorazione dei morti nelle Guerre Peloponneso, in cui il “Protos Anér” (principe)affermava che gli Ateniesi “chiamano” il loro regime “democrazia”, implicando così che si tratta di un nome ingannatore, visto, appunto, che il potere viene esercitato da “un uomo solo al comando”. In ogni caso, questo regime sarebbe stato presto abbattuto dai “Trenta Tiranni”.

Tocqueville, che, con la sua opera “La Democrazia in America” aveva rimesso in circolo il termine, apprezzava molto di più l’”antica costituzione europea”, vale a dire il regime cetuale dell’Ancien Régime quale descritto da Montesquieu, e corrispondente alla “Patrios Politeia” di Platone. In questi stessi anni, fra le due Americhe e alcuni Paesi europei si muoveva, con lo slogan della “democrazia” un vasto ambiente di cospiratori “repubblicani”(p.es., Mazzini e Garibaldi) accomunati, più che da un’ideologia precisa, dal reducismo dalle guerre napoleoniche (Bonvini,  Risorgimenti italiani e lotte internazionali per la libertà).

In buona parte d’Europa, di “democrazia” in senso moderno, per un motivo o per l’altro, si è cominciato a parlare solo dopo la vittoria americana del 1945, perchè il Continente era stato diviso, fino ad allora,  fra aristocrazie onnipervasive, come quelle inglese, polacca e ungherese, repubbliche plutocratiche, come quelle francese e svizzera, e dittature di destra e di sinistra.

L’attuale ibrido sistema chiamato  “democrazia” o “democrazia liberale” non ha nulla a che fare con il “liberalismo” ottocentesco. Intanto, seguendo la terminologia americana, “liberale” è diventato sinonimo di “egualitario”, “omologatore”, perdendo del tutto il significato originario di difesa delle differenze contro le imposizioni, sia del potere, che della massa, e identificandosi invece con il determinismo storico e il conformismo. Questa denominazione “omnibus” serve soltanto a caratterizzare in senso positivo coloro che sono allineati all’ agenda del livellamento tecnocratico a guida americana, e a demonizzare tutti gli altri.

I regimi instaurati nel 1945 sotto l’influenza americana in parte dell’Europa Occidentale (con l’esclusione dei Paesi iberici e del Sud-Est), furono chiamati piuttosto “partitocrazie”, perché i ricostituiti partiti esercitavano di fatto collettivamente quella funzione di chiusura al dibattito politico (la “Serrata del Gran Consiglio”), prima esercitata dal fascismo con le sue diverse correnti (che infatti si sono tutte praticamente riproposte nei “partiti democratici” : i fascisti di sinistra nel PCI -Ingrao, Pajetta, Napolitano-; i legionari fiumani nel sindacalismo -de Ambris-;  i clerico-fascisti, nella DC-Fanfani-; i fascisti repubblicani nel MSI-Almirante-……).

“Last but not least”, il ruolo degli Stati Uniti quale Paese-guida dell’ Europa Occidentale, esclude la possibilità che i Paesi Europei potessero scegliere autonomamente i loro orientamenti culturali, la loro collocazione internazionale, la loro forma costituzionale, la loro organizzazione economica, le loro politiche governative…,come dimostrano i casi delle  centinaia di basi militari in Europa  a 77 anni dalla guerra, di Gladio, della messa fuori legge del BdJ, dei moltissimi “cadaveri eccellenti”, delle Extraordinary Renditions, nonché l’impossibilità di venire a capo delle organizzazioni segrete, criminali e settarie con agganci oltre Oceano che dopo Ottant’anni riemergono periodicamente (Caso Banco Ambrosiano, Gelli, “Loggia Ungheria”, Mafia, Camorra, Ndrangheta, Sacra Corona Unita…).Nel XXI secolo, questi  superfluità e mendacio dei meccanismi cosiddetti “democratici” europei sono stati esaltati dal sovrapporsi, al preesistente attuale controllo ideologico, militare, poliziesco ed economico, di quello digitale (Echelon, Wikileaks, Prism..), rivelandosi così essi sempre più come una semplice copertura del piano inclinato verso la Singolarità Tecnologica pilotata dai GAFAM.

Tutto ciò concorre a configurare un regime ipocrita, il cui la vera linea di comando passa dai GAFAM, all’ Intelligenze, alla diplomazia, alla NATO, e in cui s’ impongono, come ossequi obbligatori, i mantra del “newspeak”: egualitarismo, politically correct, antirazzismo, vere “armi di distrazione di massa” contro la legittima rabbia  per l’eterodirezione da parte del Complesso Informatico-Militare occidentale.

I Protobulgari provenivano dalla Ciscaucasia e dal DonbassI

2.Autocrazia, sovranità, epistocrazia, teocrazia, aristocrazia.

L’espressione “autocrazia” può forse essere accettabile per definire la Russia, che ha ereditato, tramite la Translatio Imperii,  da Bisanzio , il concetto di “autokratia” (che significa “sovranità”, “indipendenza”-“Samoderzhavlje”-,cfr. Ronchey). Essosignifica che il potere, sul proprio territorio, non è soggetto a potestà terze, né civili, né religiose (“Russia Sovrana”). Con l’avvertenza che, anche in questi limiti, la Russia di oggi è comunque una democrazia rappresentativa -anzi, più rappresentativa di quelle occidentali, perché c’è una reale competizione fra molti partiti, e soprattutto nessuna ingerenza da parte delle lobby occidentali.-

Invece, il termine “autocrazia” non si adatta bene a tanti altri Paesi, come la Cina, l’Islam e la Repubblica Polacca, che hanno diversissime tradizioni culturali.

La Cina non ha un problema di “sovranità”, bensì di centralità (Zhong Guo=Paese di Mezzo). Essendo stata da sempre il Paese più antico, più grande e più avanzato del mondo (Zhong Guo), essa ha da sempre attirato in modo spontaneo verso di sé l’interesse di uomini ed energie da ,moltissimi altri Paesi (da Bodhidharma a Chinggis Khan, da Marco Polo a Matteo Ricci, dall’ambasciatore Mcartney a Leibniz, da Voltaire a Jung, da Malraux a Pound), e l’ Imperatore, “Figlio del Cielo”, assegnava annualmente gli obiettivi e i compiti a uomini e dei. La “sovranità” dell’ Imperatore era più che altro un fattore culturale (egli era soprattutto un grande sacerdote e un grande intellettuale).Sotto di lui, pochi (relativamente alle dimensioni del Paese) “letterati”, che incarnavano l’ordine morale confuciano e lo applicavano alla gestione del Paese (l’”epistocrazia” di cui parlano Daniel A.Bell e Zhang Weiwei. Nulla di arbitrario, né di forzato, ché, anzi, i Confuciani aborrivano i sistemi coercitivi propugnati dai “Legisti”. Oggi, la Cina è all’ avanguardia nella legislazione per la protezione dei cittadini dagli abusi delle piattaforme digitali.

Nell’ Islam, la sovranità (“Hakimiyya”)è di Dio. I leaders politici possono solo sforzarsi di interpretare la volontà di Dio espressa dalle Sacre Scritture, ma senza mai raggiungere la perfezione. Però, l’unità della Umma è impensabile perfino per il Corano, e vi sono assenza di Chiesa e pluralità  di “scuole”. Prevale una continua anarchia (“fitna”). Una democrazia islamica è possibile eccezionalmente  in qualche caso nazionale come l’ autogestione del clero sciita, o come democrazia rappresentativa confessionale della Turchia.

Nell’ Europa Orientale abbiamo repubbliche rappresentative di tipo occidentale,  le quali però sono abitate da cittadini che non condividono totalmente gli orientamenti culturali del “mainstream” europeo occidentale, restando invece fedeli all’ambiente culturale tradizionale delle loro rispettive identità (cattolicesimo, aristocrazia, nazionalismo): come si fa a qualificarli come “democrazie autoritarie”? Essi sono  democrazie rappresentative più propriamente di quelle occidentali, perché non condizionate dall’ esterno, solo che al governo ci sono partiti diversi da quelli occidentali (certo non più “autoritari” dei loro omologhi, anche se con diverse preferenze culturali, religiose o etiche).La “Repubblica Polacca”, che era stata storicamente il più grande Paese d’Europa, era un connubio fra un regno elettivo e una repubblica aristocratica, che aveva anticipato, con le sue costituzioni, quelle dell’ Europa Occidentale.. Lungi dall’ incarnare il dispotismo monarchico, essa era caratterizzata dall’”aurea libertas” dell’ aristocrazia (“Nie rządem Polska Stoi”=La Polonia si regge sull’assenza di governo). 

Oggi, in Europa Centro-Orientale, ad essere contestati non sono i “valori della democrazia”, bensì quel  “sistema di credenze” (la “religione civile dell’ Occidente” di cui parla Ezio Mauro) che, secondo quell’Autore,  l’Unione Europea (o meglio alcune sue élites), si è sforzata di trasformare in regole (i cosiddetti “valori europei”), vale a dire:

-materialismo pratico: ciò che conta è l’economia (o al massimo il benessere), il resto (quelle “vocazioni naturali” e “vincoli metafisici”citati da Mauro) sono delle pure metafore;

-determinismo storico (la “teoria dello sviluppo” di Rostow);

-la transizione di fatto fra Cristianesimo e scientismo (Lessing, Saint-Simon, Comte);

-il livellamento generale (culturale, geopolitico, professionale, cetuale, sessuale, lavorativo);

-l’uso  deviato del termine “Stato di Diritto”, perché semmai i meno rispettosi del diritto sono proprio gli Stati occidentali, che violano le loro stesse leggi (Extraordinary Renditions, Guantanamo, intercettazioni, sentenze Schrems..), mentre tutti i grandi Paesi del mondo funzionano oggi di fatto attraverso un sofisticato meccanismo giuridico, non già (o non solo) attraverso l’arbitrio amministrativo;

-censura generalizzata (reati memoriali e di opinione, fake news, hate speech, cancel culture);

-dipendenza dal Complesso Informatico-Militare;

-buonismo retorico senza basi fattuali.

Non possiamo aspirare ad imporre ad altri questa nostra pretesa “religione civile”, se non altro perché, da un lato, noi non la viviamo veramente,  e, dall’ altro, il resto del mondo ha ben altro da pensare. Ad esempio:

-gli Stati Uniti sono sull’ orlo della guerra civile per un conflitto estremistico fra i valori tribali del Sud del mondo (“Cultura Woke”), il suprematismo bianco della middle class WASP (“European Traditionalism”) e le pretese dittatoriali dei GAFAM (vedi Commissione NSCAI);

-in Cina, il “Socialismo con caratteristiche cinesi”, che s’ ispira, tra l’altro, al conservatorismo confuciano, punta soprattutto a superare le prestazioni economiche dell’America;

-nei Paesi Islamici è in corso un violento confronto fra diverse interpretazioni dell’ Islam Politico: monarchie teocratiche, repubbliche sciite, repubbliche familiste, repubbliche rappresentative ma confessionali, regimi tribali…

Purtroppo, la “religione civile” occidentale di cui parla Mauro impedisce ai propri fedeli di cogliere queste diversità fra le pretese “autocrazie”, perchè essendo, la “democrazia”stessa, un “Dio geloso”, essa considera tutte le alternative a se stessa come “il Male Assoluto”(la “Mosäische Unterscheidung” di Jan Assmann), a cui è vietato perfino pensare nel foro interiore (i sogni del Diavolo di cui è ricca la storia dell’ Inquisizione).

Essa impedisce anche di prendere in considerazione un fatto elementare: nonostante 200 anni di egemonia occidentale, e nonostante l’incredibile apparato bellico, ideologico ed economico americano presente capillarmente nel mondo, il modello occidentale è ancora minoritario, e sta ulteriormente perdendo terreno: “A colpire è questo dato: il 38% della popolazione globale vive in Paesi “Non Free” (una delle tre categorie del Report), la più alta percentuale dal 1997. Nei Paesi “Free” invece abita il 20% delle persone. Il restante è nei Paesi definiti “Partly Free”, (parzialmente liberi). Se una volta i Paesi autoritari erano meno e più isolati, oggi invece hanno capacità di sostenersi reciprocamente per sostenere le pressioni dei Paesi democratici. Un esempio sono le sanzioni, il cui impatto viene così diluito. La conclusione di Freedom House è se i paesi democratici non riusciranno a fare fronte comune, il modello autoritario alla fine prevarrà. —”(rapporto 2022 di Freedom House).

La Rus’ di Kiev è antica quanto il Sacro Romano Impero

3.Radici storiche dell’ arroganza romano-germanica

E’ vero, c’è in Europa una faglia culturale fra Est ed Ovest, che va sanata perché altrimenti lo scontro, già oggi elevato, diverrà insostenible.

Essa c’è sempre stata, perché deriva addirittura dalle quattro grandi componenti etno-culturali del Paleolitico:

-cacciatori-raccoglitori nell’ area alpina e carpatica;

-civiltà megalitiche lungo il fronte atlantico

-agricoltori medio-orientali nei Balcani;

-cultura  “Yamnaya” (dei Kurgan) dalla Russia fino al Mare del Nord.

I popoli di cultura “Yamnaya” hanno portato verso sud la tecnologia del cavallo (Anthony) e il patriarcato (sono gli antenati dei Cosacchi); gli agricoltori medio-orientali hanno costruito i primi villaggi nell’ area anatolica e danubiana (Göbekli Tepe, Çatal Hüyük, Lepenski Vir, Vinča); i popoli megalitici (maltese, nuragico)  hanno introdotto il commercio marittimo.

Attraverso il Mediterraneo, i popoli agricoltori hanno conosciuto le civiltà più antiche , mentre i  discendenti degli “Yamnaya” hanno dato origine alle élites medio-orientali (Hurriti, Mittanni, Hittiti, Micenei, Popoli del Mare).

Dal Mediterraneo sono partite le civiltà greco-romana e cristiana, mentre  dai poli “Yamnaya” si è sviluppato il “Barbaricum” (Germani, Unni, Slavi, Avari, Balti, Bulgari, Magiari. Mongoli). La divisione fra Impero Romano d’Oriente e di Occidente ha portato alla nascita di due diversi Cristianesimi, mentre le eresie ne hanno prodotti altri. Ciascuno dei due imperi ha convertito una parte del Barbaricum (a Occidente, i Goti, i Burgundi, i Visigoti, i Franchi, gli Alemanni, i Bavaresi, i Sassoni, gli Anglo-Sassoni, i Vikinghi, i Magiari); a Oriente: gli Egizi, gli Etiopi, i Caucasici, i Mongoli, i Bulgari, gli Slavi).

Ed è di qui che è partita la distinzione fra l’Est ortodosso e mussulmano e l’Ovest cattolico e protestante: gli uni si sono sviluppati con l’idea della “Symphonia” fra i Impero e Chiesa, gli altri all’interno del conflitto Chiesa-Regno/Impero(Lotta per le Investiture, Thomas-à-Beckett, Jan Nepomuk).

Disintegrazione del Khanato di Crimea

5.Le missioni della Russia e dell’ Ucraina: Oriente e Occidente

L’Occidente ha sdegnato i Bizantini (giungendo fino all’ oltraggio della presa di Costantinopoli) come  pure i Barbari, e l’Oriente ha preferito gli Ottomani ai Latini, mandando a monte la riunificazione con il Concilio di Firenze (con la conseguente Translatio Imperii verso Mosca).

Il “Russia Bashing” è cominciato allora, spargendo false informazioni sulla Moscovia di Ivan il Terribile, per poi continuare dopo la fallita rivolta degli Octiabristi. Ma, nello stesso tempo, sciamavano alla corte dello Zar molti “proto-Europeistidelusi dall’ incapacità della Casa d’Austria di unificare l’ Europa, come tentato da Carlo V e Filippo II (Križanić; Bandeiras, e perfino Leibniz, Herder, De Maistre, von Bader e von Krüdener).

Ivan III e Ivan IV avevano recepito da Zoe (Sofia)  Paleologo la missione escatologica della Terza Roma. Da allora, era nata la contrapposizione fra due versioni della storia della Russia: era nata dai Germani (Vikinghi, consiglieri di Pietro il Grande, Baltici, dinastia Romanov), o dai Mongoli e dai Tartari (l’Eredità di Chingghis Khan)?La polemica  Slavofili-Occidentalisti si riverbera anche sul Congresso Pan-Slavista di Praga,e  sulle opere di Mickiewicz, Tjutčev, Dostojevskij, Herceg, Sienkiewicz, Trubeckoj, Gumilëv.

Secondo Fëdorov, la Russia avrebbe portare a termine il disegno divino della Terza Roma attraverso la conquista dello Spazio e la resurrezione dei morti, studiate poi attentamente dal fondatore dell’ingegneria spaziale, Teodor Ciolkovski. Molto opportunamente, perciò,  Mauro cita l’impresa di Gagarin, degno completamento delle teorie di Fëdorov e di Ciolkovski. La sua navicella spaziale si chiama infatti “Vostòk”, perché il “compito comune”, la “missione” di cui parlava Gagarin con Khruśčëv, è  quella dell’ Oriente misconosciuto e represso dall’ “Arroganza Romano-germanica”(Trubeckoj).

La missione escatologica della Russia si contrapponeva così all’ eccezionalismo americano.

Secondo la teleologia hegeliana, il corso della civiltà andrebbe da Est a Ovest. Alla morte del filosofo, questo corso era giunto, non sorprendentemente, in Germania. Nel frattempo, essendo passati due secoli, avrebbe senso ipotizzare che questo corso sia ancora proseguito verso l’America, e di nuovo l’Eurasia.

Di qui la necessità si stabilire che cosa intendiamo per “Occidente”, e, soprattutto, “Oriente”.

Se “Occidente” è un termine generico, che ha potuto andar bene per le Isole dei Beati, l’ Impero Romano, per l’America e per la NATO, “Oriente” è un termine ancor più vago, applicabile, di volta in volta, ai Persiani, all’ Impero d’Oriente, ai Cristianesimi orientali, alle Vie delle Spezie, alla Civiltà Tradizionali, al Socialismo Reale, all’ alleanza Russia-Cina-Iran-Pakistan….Nulla sintetizza tutto questo meglio delle Nuove Vie della Seta, le quali vogliono riportare al centro del mondo  gli scambi all’ interno dell’Eurasia, agli Oceani Indiano e Artico e al Mediterraneo, togliendoli dagli oceani Atlantico e Pacifico, seguendo, in ciò. le orme di Alessandro Magno, Bodhidharma, Xuanzang, Ibn Battuta, Chingghis Khan, Marco Polo, Matteo Ricci…

Orbene, Russia e Ucraina si collocano proprio su una delle “Vie della Seta”, quella che congiunge la Cina con l’ Europa attraverso le molte ferrovie che già da ora stanno alimentando il traffico euro-cinese. A questo ruolo di unione, non già di conflitto, che spetterebbe all’ Ucraina ha richiamato il ministro cinese degli Esteri Wang Yi alla Conferenza di Monaco del 2022.

Euromaidan 2014

4.”De-komunizacija”

Nel discorso del 21 febbraio, volto ad illustrare le ragioni del riconoscimento delle Repubbliche separatiste del Donbass, il Presidente Putin ha esposto le sue ben note critiche alla politica sovietica delle nazionalità, spiegandola, da un lato, con la situazione insostenibile della dirigenza bolscevica dopo Brest-Litovsk, e, dall’ altra, con la capacità di Stalin di mantenere in vita, ma solo con il terrore, un sistema istituzionale ingestibile. In realtà, occorrerebbe andare più a fondo, ricordando che  lo stesso nome Ucraina (“al confine”) deriva dal fatto che il Paese è stato da sempre oggetto di violenti scontri fra centri di potere contrapposti (Persiani e Sciti; Goti e Anti; Bulgari e Khazari; Kievani e Polovesiani; Mongoli e Cumani; Polacchi e Moscoviti; Cosacchi e Turchi; lo Stato Ucraino dei nazionalisti filo-tedeschi a Kiev, i russi bianchi nel Sud, gli anarchici della Makhnovsina (anarchici), nel Donbass del Sud;e i bolscevichi a Kharkov; stalinisti e nazional-comunisti; nazisti e UPA; intelligencija e PCU….)..0

Questo spiega perché l’Ucraina è così importante per tutti.

Con quel discorso, Putin ha compiuto un  passo ulteriore nella concretizzazione del suo progetto politico, che non ha definito  affatto come ”ricostituire l’Unione Sovietica”,  bensì (con stupore generale) come portare fino in fondo la “dekomunizacija” invocata dal Governo di Kiev, vale a dire eliminando i residui “anti-russi”  della politica sovietica delle nazionalità. A cui si aggiunge anche la “de-nazifikacija” dell’ Ucraina. Al che, si direbbe, dovrebbe seguire il ritorno all’ impero. A nostro avviso, però, non bisogna sempre cercare solo di rifarsi al passato. Certo, la Russia (come l’Europa) non è atta a sopravvivere se non divenendo più grande, perché altrimenti resterebbe, per dirla con Cacciari, “prigioniera dei propri confini”. Coerentemente con le tendenze dell’ era delle macchine intelligenti, la Russia aspira però ora, secondo Cacciari, a divenire una “grande area non spazializzabile”, cioè una “potenza in grado si svolgere un ruolo planetario” (in termini cinesi, uno “Stato-Civiltà”).Come non bastano i 50 milioni dell’ Italia, così non ne bastano i 150 di Russi, ma neanche i  450 “in ordine sparso” come gli Europei.

Bisogna anche superare l’identificazione meccanica con fenomeni del XX Secolo, il comunismo o il nazionalismo. Imitando anche qui la Cina, Putin vorrebbe costituire uno “Stato-civiltà”.Il parallelismo con la Cina è scioccante: come lì ci sono i “Cento Anni di Umiliazione”, qui ci sono i  100 anni di errata politica bolscevica delle nazionalità, volta a indebolire il mondo russo (“Russkij Mir”).

Formazione dell’ Ucraina

5. L’insufficienza del “Russkij Mir” (mondo russo)

Per quanto grandioso/ambizioso/preoccupante possa sembrare il piano di Putin, il suo punto debole è che uno Stato-Civiltà non può aspirare all’ omogeneità etno-culturale (Russia e Ucraina quali unico popolo). Ci hanno provato per esempio gli Stati Uniti, con la politica di integrazione degli inizi del ‘900. Tuttavia, con il passare degli anni, questa politica si è rivelata sempre più difficile. Dall’ iniziale impossibilità di integrare gli Afro-Americani, per passare alla discriminazione di latinos, tedeschi, italiani, ebrei, asiatici, fino all’ Anti Defamation League, alle lotte per la parità di diritti, the Nation of Islam, el Dìa de la Raza, il Black Power,l’ Affirmative Action,  Black Lives Matter, la Critical Race Theory, la Cancel Culture, il movimento Woke…

Oggi, alla soglia del “sorpasso” dei “non-whites” sui “whites”, gli Stati Uniti sono rigidamente divisi in tribù etno-culturali in guerra fra di loro.

Uno Stato-Civiltà deve riuscire a convivere con la diversità, gestendo in modo intelligente la dialettica maggioranze-minoranze. Qui, una ricetta universale non esiste. Ad esempio, nel caso della Cina c’è stato un “melting pot” plurimillenario concentrato sugli Han Zi. Certo, i Cinesi sono molto diversi fra di loro. Però, la maggior parte di loro si riconosce almeno in quel metodo di scrittura, che permette di scrivere in modo eguale lingue diversissime (anche non siniche, come dimostrano i casi del Giapponese, del Coreano e del Vietnamita), e, in tal modo, di leggere la letteratura di tutta l’ area, costituendo così un’unica civiltà.

Invece, l’uso di formule giuridiche sofisticate, come la politica sovietica delle nazionalità o l’ “acquis communautaire”, non risolve il problema, bensì rischia di aumentarlo, cercando “quadrare il cerchio”, forzando in schemi rigidi una realtà estremamente fluida.

Sarebbe quindi intanto da capire come Putin, se ne avesse la possibilità, intenderebbe unificare gli Slavi Orientali: in forma federale o accentrata; con lingue nazionali o con il Russo ovunque?

Il punto è che Putin, contrariamente a quanto sostiene il Movimento Europeo, non muove affatto da un approccio etno-nazionalista, bensì dal progetto gaulliano dell’ Europa dall’ Atlantico  a Vladivostok (Grande Europa),  che risale a Gorbačëv e Mitterrand e riproposto personalmente (in Tedesco) davanti al Bundestag nel 2011, ma neppure preso in considerazione dagli Europei, come dimostremo nei paragrafi successivi.

Secondo un articolo di Karaganov per RT, “Il problema è: come ‘unire’ le nazioni in modo efficente e utile per la Russia, alla luce delle esperienze zariste e sovietiche, quando la sfera d’influenza russa fu estesa oltre ogni limite ragionevole?”

L’Ucraina è il baricentro fra Unione Europea e Unione Eurasiatica

6.Russkij Mir ed Europa

Il punto cruciale è: può uno Stato Civiltà avere solo le dimensioni di “tutte le Russie” o dell’ Europa? Coudenhove Kalergi aveva risolto il problema ipotizzando che la Paneuropa unita unificasse anche le proprie colonie. Ma non sembra essere questa, oggi, la soluzione.

In realtà, questo tema era stato affrontato da molti e da molto tempo. I “Proto-Europeisti” (Bandeiras, Leibniz, von Bader) pensavano in sostanza che, dato che la dinastia degli Asburgo (che pure era riuscita ad unire con il Sacro Romano Impero la Spagna, il Regno di Napoli e un vasto impero coloniale, non era riuscita ad unificare l’Europa, ed anzi si era divisa in due (Spagna ed Austria), questo ruolo unificatore dovesse spettare a una Russia con imperatori e consiglieri occidentali. Per esempio, Sofia Paleologo discendeva, oltre che dagl’imperatori bizantini, da mercanti genovesi e dagli zar bulgari.

Quell’ idea è stata nuovamente al centro della politica estera russa a partire da Gorbačëv. E’ in quel contesto che si era proposta nel 1991 (Gorbačëv, Mitterrand, Giovanni Paolo II), l’idea di una Confederazione fra Europa e Russia. Quest’idea, riproposta successivamente da Elcin e soprattutto da Putin, è alla radice dell’attuale conflittualità, perché, nonostante tutte le offerte e i sacrifici della Russia per ottenerla, essa era stata costantemente rifiutata in modo subdolo. La ragione dell’ esasperazione russa consiste proprio nell’ arroganza da “parvenus” con cui gli Stati d’Europa hanno continuato a snobbare da 30 anni tutte le proposte del maggiore fra di essi, per obbedire ciecamente a una potenza extraeuropea.

Secondo Karaganov, si trattava di “una fase di debolezza e di illusioni, quando si credeva che la democrazia occidentale ci avrebbe salvati”.Purtroppo, nel 1993, Boris Yeltsin  aveva firmato un documento in cui affermava che “capiva il progetto della Polonia di aderire alla NATO.” , e, nel 1994, Kozyrev aveva iniziato una negoziazione in proposito. La Russia aveva firmato con la NATO l’Atto Fondativo della Cooperazione Sicurezza reciproca, in cui l’Occidente s’impegnava a non trasferire sistemi d’arma complessi nei nuovi Stati membri. Impegno ovviamente non rispettato.

Al Vertice del Consiglio d’ Europa di  Strasburgo del 1997, Elcin aveva dichiarato:“Stiamo ora per costruire insieme una nuova Grande Europa senza frontiere, nella quale nessuno stato  potrà imporre la propria volontà ad altri; un’Europa in cui Paesi grandi e piccoli saranno partners paritetici uniti da comuni principi democratici.” “Questa Grande Europa può divenire una potente comunità di nazioni con un potenziale non raggiungibile da altre aree del mondo e la capacità di garantire la propria sicurezza, approfittando dell’esperienza e dell’ eredità culturale, nazionale e storica di tutti i popoli d’Europa. La strada verso la Grande Europa è lunga e difficile ma è nell’ interesse di tutti gli Europei. La Russia aiuterà a creare quest’unione.”

Nel giugno del 2008, Medvedev aveva proposto una conferenza pan-europea per creare un nuovo sistema di sicurezza basato su un Trattato sulla Sicurezza Europea. Tuttavia, il ritiro degli USA dal Trattato ABM segnalava  già la volontà americana di rompere l’equilibrio strategico, il che costrinse anche la Russia al riarmo.

L’idea di un’ Europa dall’ Atlantico agli Urali (originariamente del Generale De Gaulle) era stata ripresa da Putin nel suo discorso in Tedesco al Bundestag del 25 settembre 2011:
“sono  convinto che l’Europa si riaffermerà seriamente e permanentemente quale centro forte e veramente indipendente della politica mondiale se riuscirà a fondere le proprie risorse umane, territoriali e naturali, e il proprio potenziale economico, culturale e di difesa, con quelli della Russia.”Ma è proprio la prospettiva di questo centro forte e indipendente della politica mondiale ciò che l’ America aborre con tutte le sue forze.

Nell’ articolo pubblicato su Le Figaro il 7 maggio 2005, Putin scriveva fra l’ altro:“Gli Europei possono fare pieno affidamento sulla Russia per perseguire quest’opportunità di un futuro pacifico, prospero e degno, nello stesso modo in cui lo avevano fatto per la lotta contro il nazismo. Crediamo anche che gli sforzi della Russia per sviluppare l’integrazione con gli Stati dell’ EU e con quelli della CSI costituiscano un unico, organico, processo volto all’espansione di uno spazio armonico di sicurezza, democrazia e cooperazione economica in quest’area gigantesca.”

Nell’articolo del 25 Novembre 2010 sulla Süddeutsche Zeitung, Putin scriveva:

“L’Europa ha bisogno di una visione sua propria del futuro. Proponiamo di configurarla insieme, con una partnership Russia-Europa, un progetto comune di successo e competitività  per il mondo moderno….”

Purtroppo, la “grigia conclusione” della Conferenza sul Futuro dell’Europa di cui ha parlato Mattarella dimostra che tale visione veramente europea del futuro non è ancora stata trovata perché gli Europei sono succubi intellettualmente, moralmente, politicamente e militarmente degli Stati Uniti, che vedono nell’ Europa il loro massimo concorrente.

Nell’ articolo  Putin presentava addirittura un programma completo della Grande Europa, quale nessuno nella UE ha mai avuto il coraggio d’immaginarla:

”1.Una comunità economica armonica , da Lisbona a Vladivostok..

2.Una politica industriale comune, fondata sulle sinergie fra i potenziali tecnologici e le risorse dell’UE e della Russia..

3.Un unico complesso energetico europeo…

4.Cooperazione nella scienza e nell’ educazione..

5.Eliminazione degli ostacoli ai contatti umani e commerciali.”

Come si può vedere, dopo 30 anni, tutti questi sforzi della Russia, e in particolare di Putin, per creare un’integrazione fra UE e Russia sono falliti. Come aveva dichiarato l’ex presidente della Commissione, Romano Prodi, gli Europei (come gli Americani) temono follemente che, cooperando con la Russia (e con la Turchia) emerga la loro pochezza (demografica, territoriale, culturale, politica e militare): basti vedere che cosa succederebbe delle regole europee  se ci fossero, fra gli Stati  membri, Russia, Turchia, Ucraina, Bielorussia, Balcani Occidentali e Caucaso (il 40% degli Europarlamentari sarebbe costituito da Europei Orientali).

Secondo Karaganov, la fase che si sta aprendo con l’ “Operazione Speciale” in Ucraina  dovrebbe essere definita come “di distruzione creativa(Schumpeter), una fase non aggressiva, salvo che sul confronto con la NATO per la sua espansione ad Oriente.A questo proposito, la Russia aveva scritto nel 2021 una nota agli Stati Uniti e alla NATO, con cui richiedeva di fermare lo sviluppo delle infrastrutture militari  vicino alle frontiere della Russia. La risposta negativa a questa richiesta è stata la ragione dell’ intervento in Ucraina, che, secondo Karaganov, avrebbe l’obiettivo di costruire, nel corso del prossimo decennio, un nuovo sistema di sicurezza e cooperazione per tutta la Grande Eurasia.

La Repubblica dei Calmucchi in Russia Europea

7.Ma esiste un “messaggio dell’ Oriente”?

Il punto numero uno è  l’imperativo di una maggiore obiettività ed umiltà dell’Occidente, che deve accettare la realtà di essere solo una parte dell’ Umanità, e che la sua presunta eccezionalità è un semplice mito (Cacciari).

Le famose tre invenzioni che, secondo Bacone, avrebbero rivoluzionato il mondo – la  bussola, la polvere da sparo e la stampa, furono fatte in Asia molto prima che in Europa. L’Europa semplicemente le utilizzò al meglio per conquistare il resto del mondo. Ma anche l’egemonia europea sul modo durò meno di un secolo, dal 1850 al 1945, non essendo in grado di cancellare le civiltà preesistenti, le quali tutte, dopo un periodo di crisi, sono emerse più potenti che mai, ed essendo comunque superata dagli USA e dall’ URSS.

Anche la pretesa superiorità del protestantesimo quale motore della Storia si è rivelata un bluff, con l’incredibile e rapidissima crescita della Cina. Ma lo stesso Max Weber aveva già riconosciuto la forza del Confucianesimo e della Shi’a quali molle per lo sviluppo economico.

Ma, al di là di ciò, è proprio la struttura mentale dell’ Oriente, la “logica fuzzy” (non per nulla riscoperta da un matematico iraniano) a rendere l’oriente superiore concettualmente a un Occidente che, con una lettura deformata di Cartesio, ha imposto la supremazia delle cosiddette “Idee chiare e distinte”, portando la cultura occidentale sul binario morto del determinismo storico e della Singularity.

In un momento in cui l’Umanità sta per superare il paradigma dell’ Epoca Assiale, tornano di attualità aspetti come l’indeterminatezza dei Veda e del Cinese classico, gli esperimenti  di bioingegneria citati nelle epopee assirobabilonesi e indù, la contrapposizione cinese fra la Virtù confuciana e le rigide leggi dei legisti, le arti marziali…

Anche all’ interno dell’ Europa, i messaggi dell’ Oriente tornano indispensabili, per superare quell’ abisso che Trubeckoj aveva visto crearsi fra Europei orientali e occidentali, e che Blok voleva scongiurare.

Noi non siamo capaci di comprendere gli Europei Orientali perché non abbiamo studiato la loro storia. Essi sono  gli eredi più prossimi dei Popoli Originari, da cui discendono gli Europei di oggi, siano essi Indo-Europei, Uralo-altaici o Semiti: Yamnaya, Proto -Trans-Europei, Proto-Semiti, le cui sedi si trovavano nelle steppe della Russia e dell’Arabia. Come scriveva Ibn Haldun, i nomadi creano gl’imperi e i cittadini li distruggono. L’Europa Occidentale ha esaurito la sua fase creativa: è ora il momento dell’ Europa Orientale, senza perdere il contatto con l’Estremo Oriente.

In un momento in cui, come scrive giustamente Cacciari, l’Europa è “una balena spiaggiata sulle spiagge dell’ Asia”, l’Europa stessa, se vuole sopravvivere, non può non sforzarsi di comprendere gli Europei Orientali e gli Estremo-Orientali, certamente non come dei nemici metafisici (o “rivali sistemici”)a cui è perfino vietato pensare.

Il centro geografico dell’ Europa è in Ucraina

8.Qual’è il posto dell’ Europa nel mondo?

Come scrive Cacciari su “L’Espresso” del 20 Febbraio 2022, essa si deve collocare“Nella divisione del mondo in grandi aree non spazializzabili, formate da terra, mare, cielo, -erano due, e ora sono almeno cinque o sei – e al  loro interno vivono due terzi della popolazione mondiale – e entità statali prigioniere dei propri confini-“

Tuttavia, di fronte al sempre maggiore accrescersi dei conflitti e della confusione culturale e politica, è lecito chiederci: “Potrà un nuovo Nomos della terra uscire ‘pacificamente’ da quest’opera di semplice impedimento dell’ aperto conflitto bellico?” Purtroppo, ”A Questo Nomos nessuno oggi pensa e tantomeno qualcuno ci lavora…”

Orbene, il nostro compito è proprio quello di pensarci e di lavorarci, ed a questo abbiamo dedicato, e continuiamo a dedicare la nostra pubblicistica. Citiamo solo, a titolo di esempio, il libro DA QIN, tredici ipotesi di lavoro per un’Europa sovrana in un  mondo multipolare.

Ritornando all’inizio di questo post, il principio dominante di  un siffatto nuovo “Nomos della Terra” dovrà essere il controllo sulle macchine intelligenti. Per esprimerci in termini cari a Cacciari, occorrerà  “andare oltre la linea”, esercitando un energico “contraccolpo” contro l’autonomizzazione delle macchine.

Occorre cioè muoversi lungo due direttive parallele:

-da un lato, far nascere un nuovo tipo di cultura che rafforzi l’umano nei confronti della macchina;

-dall’ altro, favorire il dialogo fra gli Stati perché, attraverso un sistema di autolimitazioni e di controlli incrociati (come sull’ energia nucleare), evitare che il livello d’incisività dell’intelligenza artificiale autonoma la porti a sopravanzare le capacità decisionali dell’uomo.

Questi due compiti dovrebbero partire da una semplice osservazione: più la gioventù si integra nel sistema digitale, meno essa riesce ad affrontare autonomamente le difficoltà della vita; s’impigrisce; si trasforma in “bamboccioni”.

Tutto ciò non è inevitabile, a condizione che si abbandonino le visioni irrealistiche della società, che hanno fatto ritenere che non fosse più necessaria, come parte integrante dell’educazione, la formazione del carattere, con l’esempio, con lo studio, con l’esercizio fisico…

A ciò si aggiunga che, per fronteggiare l’enorme potere di calcolo e l’incredibile efficacia delle macchine, i giovani dovranno essere istruiti a lungo sulle basi teoriche, sulla tecnica e sulla gestione delle macchine intelligenti. In questo contesto, anche l’uso moderato dell’ “enhancement” potrebbe avere un senso.

Una società che, invece  di subire passivamente un sempre più esteso uso delle macchine intelligenti senza alcun controllo e programmazione, si ponga come primo compito quello di progettare e guidare lo sviluppo tecnologico, come, in parte, stanno facendo i maggiori paesi, ma incrementandolo ancora quantitativamente, e, soprattutto, qualitativamente.

Nella corsa sfrenata di USA, Cina, Russia e Israele per incrementare l‘efficacia bellica dell’ Intelligenza Artificiale, l’Europa è l’unica che si sia concentrata, per altro fino ad oggi irrealisticamente, a perseguire un’”Intelligenza Artificiale antropocentrica”. Irrealisticamente non soltanto perché l’Europa è inesistente dal punto di vista dell’ Intelligenza Artificiale, ma anche perché il tipo di “etica digitale” che l’Unione pensa d’iniettare nel sistema è pura retorica, eredità delle vecchie, fallimentai ideologie occidentali.

Basti pensare all’ ossessione per la “privacy”, che non è mai riuscita, né a fornire una protezione efficiente dei cittadini, né a fare rispettare i principi dai principali attori, che sono i GAFAM e le agenzie di intelligence americane, ma anche gli Enti pubblici nazionali (come le Poste Italiane), e perfino le Istituzioni Europee e i giudici europei e nazionali.

Basti pensare anche alle opere distopiche della fantascienza, e, in primis, a quelle di Asimov, dove la supremazia dei robot sull’ umanità si rivela proprio nell’ essere divenuti questi più umani dell’umanità stessa (arrivando perfino a ingannare a fin di bene).

Orbene, se vogliamo che l’Umanità vada oltre a queste situazioni tutt’altro che improbabili, occorre uno Stato che si ponga come missione prioritaria quella di essere veramente “the Trendsetter of Global Debate” come presume la Commissione.Alle Istituzioni europee un siffatto programma sembra facile, ed, anzi, lo dichiarano già perfino conseguito. Invece, esso è caratterizzato da un’inaudita complessità, perchè si tratta niente meno che di costringere le Grandi Potenze a discutere su questo tema, di cui sono così gelose, e a disfarsi dei GAFAM, che già oggi ci dominano.

Se l’Europa vuole veramente essere, in mezzo al bailamme del conflitto per la supremazia fra di loro, il “Golden Standard” della società digitale, deve diventare quel modello di efficienza amministrativa, politica economica e militare, che oggi non è.

Avendo noi assistito agli inutili sforzi di tutti gli Stati del mondo (e d’ Europa), per fare discutere USA, Russia e Ucraina, possiamo renderci conto di quanto sia difficile fare, dell’ Europa, un simile Stato.

Per questo motivo, “oportet ut scandala eveniant”; che l’attuale equilibrio si rompa, e che forze nuove ed energiche possano nascere, prosperare ed affermarsi.

Tanto per cominciare, mentre concordiamo pienamente con la proposta del Movimento Europeo di convocare una Conferenza Internazionale sulla sicurezza e sulla pace in Europa sotto l’egida dell’OSCE e delle Nazioni Unite con l’obiettivo di sottoscrivere un Trattato Internazionale fra tutti gli attori coinvolti sul continente europeo (Europa dall’ Atlantico a Vladivostok-“Grande Europa”-progetto presentato  già da Putin nel 2011 al Bundestag-).

Aggiungiamo anche la contemporanea proposta di discutere un Trattato Internazionale per il controllo dell’ Intelligenza Artificiale, che dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale della “Grande Europa”.

EUROPA: 2500 ANNI DALLE TERMOPILI 70 ANNI DALLA DICHIARAZIONE SCHUMAN

A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricetta.

Ugo Foscolo, Dei Sepolcri

In questi giorni,  i giornalisti si sono scatenati (ma mai abbastanza) nel denunziare la mancanza di solidarietà dall’ Europa Occidentale verso l’Italia, sia per ciò che concerne le vitali forniture di materiale sanitario, sia per ciò che riguarda i fondi per superare la crisi. Tuttavia, nessuno ha svolto un’indagine più a fondo del perché queste cose si siano verificate.

Come ha scritto anche l’autorevole rivista americana Foreign Policy, l’Italia è stata abbandonata dai Paesi europei nel momento del bisogno. “Si potrebbe pensare che i paesi membri dell’Unione Europea inviino ai loro amici italiani alcuni rifornimenti vitali, soprattutto perché gli italiani lo hanno chiesto. Non hanno inviato nulla” sottolinea Foreign Policy. “La vergognosa mancanza di solidarietà dei paesi dell’Ue con gli italiani indica un problema più grande: cosa farebbero i paesi europei se uno di loro dovesse affrontare una crisi ancora più grave?”. Pensiamo soprattutto a una guerra.

Ancor oggi nessun singolo stato membro dell’Ue ha inviato all’Italia le forniture necessarie, e anche gli aiuti, tanto della UE, quanto degli USA, sono stati esclusivamente “proforma”(deliberatamente perché i politici temono le reazioni negative dei loro elettori, preoccupati per se stessi). D’altro canto, l’Italia aveva già avuto un assaggio della totale mancanza di solidarietà europea. “Durante la crisi dei rifugiati del 2015 – scrive Foreign Policy -circa 1,7 milioni di persone sono arrivate sul territorio dell’UE, principalmente in Italia e in Grecia (con Germania e Svezia le destinazioni più comuni), ma nel 2017 alcuni Stati membri dell’UE si stavano ancora rifiutando di accettarle nell’ambito di un programma di solidarietà”.

Basti ricordare che, anche se il nostro è il Paese più colpito dall’epidemia di Covid-19, nella classifica dei Paesi beneficiari di queste risorse stanziate dalla Commissione europea l’Italia è solamente terza.

Ciò che salta all’ occhio maggiormente è che la maggior preoccupazione di tutti è che quest’assenza dell’Europa (ma ancor più dell’America) è messa in clamorosa evidenza dell’opposto atteggiamento di apertura di Russia e Cina, che la UE ha saputo solo denunziare come propaganda, al punto da aver creato un ufficio solo per la contropropaganda. Ma, indipendentemente dalla questione della reale consistenza degli aiuti degli uni e degli altri, è  l’interpretazione degli aiuti che rivela la pochezza umana dei politici europei e delle loro opinioni pubbliche, che non sono istintivamente capaci di articolare nessun comportamento che non sia del più gretto egoismo.

Dopo tante elucubrazioni sull’aiutare o meno l’Italia, è poi saltata fuori la verità vera: applicando congiuntamente i complessi meccanismi dei 4 fondi di emergenza concordati, il maggiore beneficiario risulta essere la Germania, che otterrebbe un trasferimento netto del 50% dei fondi, con i quali risanare, a spese dello Stato, le proprie industrie, mentre l’Italia otterrebbe solo il 10% (quindi, con un trasferimento netto negativo). L’esatto ancor più, di un “patriottismo europeo”, in cui ci dovrebbe essere una gara per aiutare la Patria europea e i fratelli europei in difficoltà (come quando si dava l’oro alla Patria). Che d’altronde è quello che si è visto nell’Hubei con l’aiuto delle altre province della Cina.

In questo modo, né si fa l’Europa, né si salva l’economia, neppure quella tedesca. Qui ciascuno vuole solo consolidare l’esistente. Ma è proprio questo “esistente” che non va bene, perché è basato sull’idea che saremo gli eterni “followers” degli Stati Uniti (“America First” per sempre, eventualmente dopo la Cina), e che pertanto ci dovremo beccare in eterno fra di noi come “i capponi di Renzo”, in un eterno declassamento.

In concreto, poi, da parte di Bruxelles, non c’è alcuna iniezione di “denaro fresco”: si tratta, in realtà, di “fondi dormienti” già presenti nei bilanci, che, certo, servono a tamponare una situazione di crisi, ma non  certo a ribaltarla. Quindi, il contrario di quello che stanno facendo USA e Cina, che stanno creando denaro fresco per rinforzare le loro economie. E, nel caso della Cina, per trasformare il colpo del Coronavirus in una vittoria su molti fronti. L’unico modo, per quanto obliquo, per creare denaro fresco è stato il “Quantitative Easing”, una forma d’interventismo provvidenziale, ma attuata obtorto collo dalla BCE più che altro per imitazione delle altre Banche Centrali (“se lo fa la FED, lo possiamo fare anche noi”).

Infine, non va bene neppure quest’incredibile alchimia finanziaria che sta alla base dell’Unione, in base alla quale, come si vede, non si capisce neppure chi paga e chi ci guadagna, chi rischia e chi è garantito. Come si può pensare che i cittadini, non dico si entusiasmino, ma, almeno, che si fidino?

E poi, perché tutto questo? In nome di un mito dell’ “esaurimento dello Stato” di origine anarchica e para-marxista, trapiantato in Germania, a difesa(quale eterogenesi dei fini!), con il plauso di tutti i partiti, dello status quo finanziario.

Questa non è una costruzione giuridica casualmente sbagliata. È una civiltà che ha scelto di auto-distruggersi facendo delle cose insensate.

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Il risultato concreto delle politiche di grettezza: la rovina dell’ economia europea

1.  Ecco a che cosa serve l’Identità Europea.

Quando tutti, nel 2006, avevano guardato con scetticismo alle tesi contenute nel primo volume del mio libro “10.000 anni d’identità europea”, pensando evidentemente che, in un siffatto mondo dominato dall’interesse materiale d’ individui e territori, ceti e corporazioni, imprese e lobby, l’identità di un popolo costituisca soltanto un bell’esercizio retorico, non avevano pensato che l’Europa potesse mai trovarsi di fronte a catastrofi che richiedessero invece un immane sforzo collettivo, e una diversa etica.

Ecco dunque che ora l’ Identità Europea non solo risulta essere una cosa utile, ma addirittura l’asso nella manica per salvare l’ Europa dall’autodistruzione.

Infatti, è purtroppo proprio in questa direzione che stiamo andando (anche se non siamo ancora giunti al fondo del precipizio). L’appello rivolto, dal Papa e dalle Organizzazioni Internazionali, a una maggiore collaborazione internazionale, ha sortito prevedibilmente anch’esso ben pochi risultati pratici. Questo è, a mio avviso, naturale, perché, oggi, il vero motore della solidarietà internazionale non sono realtà internazionali, come la Chiesa e l’ ONU, troppo generici per riuscire a incidere sull’animus dei cittadini di tutti i continenti e sugli interessi dei politici, bensì solo gli “Stati-civiltà” (per dirla alla Cinese), che riuniscono  vaste aree (semi-continenti) nella comune adesione a una civiltà condivisa (il “patriottismo continentale”). L’abbiamo visto soprattutto nel caso della Cina, ma “mutatis mutandis” potrebbe applicarsi anche agli Stati Uniti e all’ India.

Orbene, diamo pure per scontato che l’Identità Europea non è forte come l’identità cinese. I motivi sono diversi, non riducendosi al fatto politico, e riallacciandosi invece proprio alle radici delle due identità. L’identità cinese è segnata, per dirla con Marx, dalla sua nascita dalla “civiltà idraulica”. Secondo gli Annali di Sima Qian, il mitico fondatore della Dinastia Xia, Yu, avrebbe salvato la Cina da una sorta di diluvio universale, scavando per 13 anni canali dalla valle del Fiume Giallo fino al mare. In tal modo, egli aveva stabilìto il principio del “Mandato del Cielo”, che, dalla capacità di fronteggiare le catastrofi, desume la trasmissione del diritto dinastico. Con ciò, Yu aveva anche instaurato la prima dinastia (fra il 2070 and 1600 BC), cioè ai tempi dei nuraghes, degli Ittiti e di Minosse.

Secondo il Corpus Hippocraticum, di mille anni più recente,  gli abitanti dell’ Europa si distinguevano da quelli dell’ Asia perché essi vivevano  in un territorio impervio e frastagliato, che li rendeva più indipendenti, più bellicosi, e quindi “autonomi” dai re e dagl’imperatori. Questa teoria fu ripresa poi da Aristotele, Machiavelli e  Montesquieu, e costituisce la radice prima, in tutte le sue possibili variazioni, della narrazione sugli Europei amanti della libertà. Che costituisce il substrato della tesi, piuttosto diversa e non così convincente, di un’istintiva propensione degli europei verso “la democrazia”.

Certamente, i Cinesi sono storicamente portati a valorizzare soprattutto la civiltà sincretica del loro territorio (i “San Yao”), e la disciplina delle grandi pianure coltivate(il Zhong Guo 中国 , che è un recinto con dentro della terra, una bocca e un’alabarda, preceduto dal segno del centro), mentre gli Europei sono stati portati, dalla loro storia e geografia, a valorizzare piuttosto le tradizioni localistiche e il pluralismo territoriale (il federalismo), che sconfina facilmente in guerra civile. Esempi: Atene e Sparta, i rapporti “federali” all’ interno dell’Impero Romano, del Sacro Romano Impero e delle monarchie nazionali; l’anarchia feudale; nel campo religioso,  Ortodossia, Monofisismo, Nestorianesimo, Arianesimo, Cattolicesimo, Luteranesimo, Calvinismo, Puritanesimo…

E che Ippocrate non avesse tutti i torti è dimostrato dal fatto che effettivamente gl’Islandesi, che vivono fra ghiacciai e vulcani, sono lunatici e imprevedibili, mentre i Greci, che si muovono continuamente fra le isole con i loro battelli sono svelti e intraprendenti; gli Svedesi, fra i loro boschi, sono cupi e flemmatici, mentre i Siciliani, fra l’esuberanza della natura, sono fantasiosi e geniali, ecc…

E, per altro, il fatto di aver usato spesso le metafore dell’ Est e dell’ Ovest e quella della Translatio Imperii  (Impero Romano d’Oriente e di Occidente; Prima, Seconda e Terza Roma) denota che il senso di un’ unità nel tempo e nello spazio,  pure nella diversità, è sempre stato presente, anche, e soprattutto, nei momenti di massima frattura. Vale a dire che, anche scomposta in parti, l’ Europa si era pur sempre vista come un impero, o come una sua parte. Non per nulla i Turchi ce l’hanno ancora con la filosofia greca, gl’Inglesi studiano il Latino, i Russi parlano di Terza Roma….

In questo senso, l’Europa è per altro simile soprattutto all’ India, dove la molteplicità di popoli, Stati, lingue, culti e alfabeti, come pure la conflittualità fra ariani e dravidi, fra  hindu e mussulmani, è veramente impressionante, eppure vi à un forte senso di un’identità culturale comune (sanscritismo, sincretismo, forte spirito religioso e cetuale, derivante da intermittenti, ma decisive, tradizioni unitarie:  Gupta;Maurya; Mughal;impero Anglo-indiano; Ashoka, Candragupta, Kebir, Akbar…).

La tradizione identitaria europea (come quelle cinese e indiana) è, prima di tutto, una tradizione culturale”alta”: la cultura greco-romana (Cesare e Marco Aurelio preferivano, al Latino, il raffinato Greco), lo spirito “cortese”, le società segrete, il cosmopolitismo delle corti illuministiche, i progetti di unificazione europea fra il Medioevo e la contemporaneità.

Purtroppo,  nella presente fase storica caratterizzata dal “populismo” (vale a dire  da un’ interpretazione estremistica della democrazia, dove la “tirannide della maggioranza” -Tocqueville- non si limita alla scelta dei rappresentanti e alle decisioni concrete, ma si traduce anche nella volgarizzazione dello “stile”), è molto difficile che  la politica sia ancora guidata dagli insegnamenti di Socrate, di Leonida, di Marco Aurelio, di Federico II, di Dante, di Goethe o di Simone Weil (che nessuno più conosce, neppure fra gli Europei cosiddetti “colti”, a causa del deliberato imbarbarimento della vita intellettuale). Ed è  logico che questi “populisti” sono anche “euroscettici”.

Il primo passo sarebbe quindi poter uscire da questa “tirannide”, lasciando nuovamente spazio, com’è sempre stato nel nostro Continente, ai canali educativi tradizionali: la religione, la filosofia, l’arte, la filologia, sottolineandovi gli elementi comuni fra gli Europei: le condivise origini culturali ed etniche, la religione, unitaria pur nelle diversità, la continuità della memoria culturale, i progetti comuni di durata plurisecolare: il popolo dei kurgan, la classicità, il monoteismo, la cultura “alta”, i progetti di crociata e di pace perpetua.

Se almeno i vertici delle società europee, siano essi i governanti degli Stati europei, siano essi esponenti delle Chiese in Europa, siano essi intellettuali o manager, si sentissero innanzitutto, come accadeva nell’ antichità, nel Medioevo e fino al Settecento, i depositari di questa comune cultura e destino, si comporterebbero probabilmente in modo diverso.

Sarebbero pronti a fare dei sacrifici per gli altri Europei, perché in tal modo rafforzerebbero anche se stessi. Soprattutto se questi Europei sono, come i Mediterranei, gli eredi di Omero, Socrate, Platone, Aristotele, Cesare, Augusto, Costantino, Giustiniano, Averroè, Dante, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Leonardo, Cervantes, Verdi, Puccini…

In un certo senso è la modernità, con la sua idea, da un lato, di universalità del progresso, e, dall’ altra, delle nazioni monoculturali, ad aver tolto apparentemente spazio, “in alto” e “in basso”, all’identità europea. Tuttavia, come sosteneva la psicanalisi, l’identità europea sopravvive nell’inconscio collettivo; con il passaggio alla post-modernità, essa può nuovamente emergere.

10.000 anni d’identità europea: una trilogia in via di completamento

2. “10.000 anni d’identità europea”

Perciò, nel commemorare quest’anno, nello stesso tempo, i 2500 anni della battaglia delle Termopili e i 70 anni della Dichiarazione Schuman, vorremmo sottolineare questa continuità culturale fortissima, che non può essere compresa appieno se non tenendo anche conto contemporaneamente dei radicali mutamenti storici intervenuti nel passato e in corso oggi.

A mio avviso, le razionalizzazioni che tentiamo di applicare alla storia (e alla realtà tutta intera) sono uno sforzo, forse addirittura inutile, ma (come si afferma appunto nei “Sepolcri” di Foscolo citati in exergo), indispensabile, per la sopravvivenza del genere umano. Quest’ aleatorietà non va sottaciuta, bensì messa in evidenza: ed è proprio questa precarietà, l’”ansia esistenziale”, che dà, all’ umanità, per reazione, la forza di sopravvivere.

Alla luce di tutto quanto precede, considero  necessario, pur con le sue enormi difficoltà,  portare a termine l’opera iniziata con la pubblicazione del primo volume di “10.000 anni d’identità europea” (-“Patrios politeia”- dedicata al periodo antico e medievale), attraverso il secondo volume (dedicato al periodo moderno), e il terzo (dedicato alla contemporaneità e alle prospettive dell’avvenire).

Il periodo di “lockdown” per Coronavirus  e lo slittamento a tempo indeterminato delle date del Salone del Libro ci  offre l’insperata  possibilità (ma ci obbliga anche), a inaugurare nuove modalità di divulgazione, attraverso la celebrazione telematica del 9 maggio, la presentazione telematica delle novità 2019, la messa online a puntate del magazzino (la “coda lunga”), la presentazione telematica dei contributi dell’ Associazione Culturale Diàlexis alle attività della Conferenza sul Futuro dell’ Europa (anch’essa slittata).

Ciascuno di questi aspetti sarà sviscerato nel merito proprio, senza essere sviati dall’ occasionalismo a cui tradizionalmente ci condannano le modalità delle specifiche presentazioni.

I questo contesto, ritengo intanto indispensabile come prima cosa rilanciare “Patrios Politeia”, sia attraverso la sua riedizione come “e-book”, sia attraverso una sua pubblicazione “a puntate”.

“Udo”, un “europeo” di 212 milioni di anni fa

3. Una stupefacente continuità

In quest’ottica millenaria, l’integrazione europea ci appare dunque fare oggetto di un’incredibile, per quanto sotterranea, continuità: l’esatto contrario della decisione adottata oramai molti anni fa, a Blois, dai Ministri della Cultura e della Pubblica Istruzione, quando si era deciso che, dell’integrazione europea, si dovesse parlare solo con riferimento al Secondo Dopoguerra (ponendoci con ciò in  una paradossale posizione di debolezza nei confronti degli altri Stati Continentali, che vantano, chi 500 anni, chi 1000, chi 2000, chi,3000, e chi, come la Cina, addirittura 5000.

Gli sviluppi degli studi storici stanno ridicolizzando quest’atteggiamento della politica culturale ufficiale. Intanto, gli studio paleoetnologici ci dimostrano una presenza “europea” fino dai primordi della storia dell’Umanità, con il ritrovamento, vicino a Monaco, dei resti di una scimmia bipede di dodici milioni (Udo)  di anni fa, cioè sette milioni di anni prima di Lucy; la scoperta, negli Europei di oggi, di geni dell’ Uomo di Neanderthal; la ricostruzione genetica, paleo-linguistica e archeologico-culturale della vita di tutti i popoli europei a partire dal Neolitico.

In particolare, una serie di giovani archeologi ha rielaborato la “teoria kurganica” ideata da Maria Gimbutas, secondo cui i popoli europei derivano da popoli migranti (il “popolo dei kurgan”), corrispondente ai “popoli a cavallo” quelli studiati per l’estremo Oriente da Shiratori Murakami e Emori Emio). Secondo questi archeologi, fra cui in primo luogo la scuola danese di Kristian Kristiansen, poi  gli americani Anthony e Reich  e il professore spagnolo Quiles, vi sarebbe un’origine etnica comune agli antichi europei nell’ antica “cultura Yamnaya”, nata fra il Donbass e il Kazakhstan nel 5° Millennio a.c.(gli antenati dei Cosacchi), che avrebbe fornito il prototipo dei popoli indoeuropei pastori e guerrieri che si spostavano a cavallo (animale da essi addomesticato), assoggettando i popoli preesistenti.

Questo tipo di popolazione presenta notevoli affinità con le società stanziali ittitica e micenea, e poi con quelle che popoleranno il “Barbaricum” nell’ Europa nord-orientale (Sciti, Sarmati, Ugro-finni, Uralo-Altaici, Balto-Slavi, Germani, Celti).

I Greci, posti in contatto, per la loro posizione, con Creta, il Levante e l’Anatolia (posizione intermedia posta in rilievo da Aristotele), avrebbero traferito una quantità enorme di elementi antropologici, religiosi, materiali, sociali, politici e linguistici medio-orientali nel substrato etnico indo-europeo. Non per nulla Aristotele considerava l’Europa un mondo intermedio fra l’Asia e l’ Europa.

Di qui la nascita del modello “europeo” descritto da Ippocrate, ben simboleggiato dal comportamento di Leonida alle Termopili. Questo modello viene ripreso, ampliato e sviluppato nella Grecia classica (Socrate, Platone, Aristotele: la “Paideia”), e nella Roma repubblicana (il “mos maiorum”).

L’Impero Romano costituisce un primo, e ineguagliato, esempio, di grande Stato europeo, a cui tutte le realtà politiche e religiose successive s’ispireranno. Attraverso la Tetrarchia, l’allargamento della cittadinanza e il Cristianesimo, l’Impero Romano fonda le basi della memoria culturale europea.

Nonostante che tanto la Chiesa, quanto l’Impero, si pretendano universali (Dante), non possono realizzare di fatto questa loro universalità a causa della presenza dell’ Islam, che avanza una pretesa speculare (Dar al-Islam contro Dar al-Harb). Di qui gli appelli alla crociata (San Bernardo, Dubois, Podebrad e Sully), che sono già anche progetti politici europei relativamente completi, e progressivamente integrantisi. Un esercito comune (La “Laudatio Novae Militiae”,la “Regula” dei Templari), un patto fondativo (quello di Podiebrad, conservato negli archivi di Praga), un Consiglio dei Capi di Stato, un’assemblea, una tesoreria, una Corte arbitrale, una capitale itinerante, la spartizione dei territori degl’Infedeli. Fa parte integrande dell’Idea di Crociata anche la ricerca del contatto con i grandi imperi d’Oriente, mongolo e cinese, quale necessario contraltare all’ Islam (la lettera del Prete Gianni, Giovanni da Pian del Carpine. Marco Polo, Giovanni da Monte Corvino, Colombo, Magellano, i Gesuiti).

Per quanto nato con le Crociate, il colonialismo segna però l’abbandono del modello imperiale europeo, ripercorrendo piuttosto, già a partire dagli Stati crociati, la logica delle colonie d’oltremare secondo il  modello greco antico.

Le lotte di religione riportano in primo piano l’esigenza dell’unità del mondo cristiano, che trova posto nei piani di riconciliazione ecumenica (Grozio, Pufendorf, Leibniz, De Maistre) e di “pace perpetua”(“Pax Dei”,“Ewiger Landfrid”),  eredità della tradizione persiana e imperiale medievale (St Pierre, Kant).

I romantici tedeschi (Fichte, Herder) cercano di conciliare l’aspirazione alla pace perpetua con l’egemonia romano- germanica erede del Sacro Romano Impero (la “pace del Paese” complementare alle guerre coloniali -cosa ripresa poi da Nietzsche-), mentre Alessandro I lancia l’idea massonica di un’”Europa Nazione Cristiana”al di là delle single confessioni, garantita paternalisticamente da  una coalizione di sovrani illuminati. All’ Europa dei Popoli e dei Sovrani della Santa Alleanza, Mazzini oppone un’Europa dei popoli e dei movimenti rivoluzionari democratici: la Giovine Italia, che però ha una vita stentata: i rivoluzionari dei singoli Paesi vanno per la loro strada, senza ricercare l’unità europea. Proudhon vede molto lucidamente questa deriva, e si oppone all’unità d’ Italia, proponendo come modello una federazione dei vari “pays”, le attuali Regioni, Laender, Macroregioni, ecc….(vedi il libro di Ulrike Guérot “Europaeische Republik”).

Nietzsche ha l’idea di un’Europa già unita da una comune cultura elitaria, che, durante la 1° guerra mondiale, verrà  tenuta in piedi da Thomas Mann (“La Montagna Incantata”), da Romain Rolland (“Jean-Christophe”) e da Drieu a Rochelle (“L’ Europe contre les patries”).

Dopo la 1° Guerra Mondiale, Coudenhove-Kalergi fonda il movimento Paneuropa, che riesce a persuadere Aristide Briand a sottoporre alla Società delle Nazioni, oramai rimasta, dopo il ”forfait” americano,  quasi solo europea, un piano d’integrazione continentale che trova una sua rudimentale attuazione nel “patto a Quattro” fra Francia, Germania, Italia e Inghilterra, tuttavia boicottato fin da subito dal nazismo appena affermatosi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre le forze dell’Asse realizzano nei fatti un grande blocco militare ed economico europeo, a cui Hitler rifiuta espressamente di dare una qualsivoglia forma giuridica, alcuni resistenti, soprattutto italiani, come Spinelli e Galimberti, formulano dei progetti per un’Europa unita postbellica, fra cui il più articolato, noto e importante, è il Manifesto di Ventotene.

Dopo la guerra, si pone la questione di ricostruzione, non solo materiale, ma anche spirituale, dell’Europa, di cui tratta l’opera “La Pace” di Ernst Juenger. In questo contesto, con grande difficoltà, Jean Monnet e Robert Schuman lanciano, con la cosiddetta “Dichiarazione Schuman”, l’idea di un processo politico gradualistico e funzionalistico d’integrazione continentale, basato su progetti concreti, destinato a partire dalla concretissima Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio,  finalizzata alla soluzione dei problemi ormai incancreniti del patrimonio carbosiderurgico delle regioni renane, uno dei principali pomi della discordia fra Francia e Germania.

Nei prossimi post vedremo partitamente il significato storico e concettuale della Dichiarazione Schuman (9 maggio), e, sullo sfondo,  quello della Battaglia delle Termopili (fine Agosto).

Celebreremo i due anniversari che, miracolosamente, concorrono contemporaneamente nello stesso anno, attraverso diversi strumenti:

1)la celebrazione, per videoconference e attraverso il dialogo telematico, del 9 maggio alle ore 10 (contattare la redazione attraverso il sito info@alpinasrl.com o il numero 0116690004);

2)la pubblicazione, nei blog Da Qin, Tecnologies for Europe e Turandot, delle novità librarie “a puntate” “10.000 anni” 2 “Tecnologies for Europe” come e.books;

3)la celebrazione (a data da determinarsi fra la fine di Agosto e l’inizio di Settembre), dell’anniversario delle battaglie delle Termopili e di Salamina.

Intanto, abbiamo lanciato, attraverso una robusta campagna di pubbliche relazioni e di stampa, il nuovo libro “European Technology Agency”, che apre un fronte fondamentale di combattimento per l’indipendenza e la salvezza dell’ Europa nell’era delle Macchine Intelligenti. A nostro avviso, infatti, l’Identità Europea, che vive nel nostro inconscio collettivo e nella nostra cultura “alta”, avrà modo di emergere e di vivere in quella che sarà la battaglia del XXI° secolo, quella della libertà contro il sistema del controllo totale.

Nel frattempo, rilanceremo, anche attraverso un’edizione a dispense, il primo volume di “10.000 anni d’identità europea”, quello che tratta della fase più antica della nostra storia, dalle civiltà neolitiche fino alla scoperta dell’America. Una storia che, lungi da ciò che viene oggi detto e insegnato, è tutt’altro che finita, con i popoli guerrieri fra il Don e il Danubio, antenati della repubblica del Donbass, la civiltà femministica dei Balcani cara a Marija Gimbutas, la lotta fra Serse e Leonida eternata dal  film “300”, l’impero di Traiano e Adriano, che  ha lasciato vestigia dalla Selva di Teutoburgo alla Serbia, dal Donbass a Cartagine, dall’Inghilterra all’ Hijaz; con le Crociate, le eresie, i ghetti e le moschee.

Questo libro potrà essere per noi un’abbondante fonte di riflessione soprattutto a Settembre, quando abborderemo l’ardua sfida della commemorazione delle Termopili.

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30 ANNI DOPO LA CADUTA DEL MURO: UN PO’ PIÙ DI CORAGGIO!

 

 

“L’ultima volta – vecchio mondo t’invito!
Al banchetto della pace e del lavoro,
L’ultima volta al fraterno convito
Ti chiama il barbarico coro!”

Aleksandr Blok,

Gli Sciti

1.L’intervista di Macron al Financial Times.

Le parole di Macron nella famosa intervista della scorsa settimana, in cui ha decretato lamorte cerebrale della NATO, hannoun peso che va ben oltre il contesto a cui il Presidente ha inteso espressamente riferirsi, in quanto egli è anche l’unico leader europeo il quale (seppure con tanti limiti) abbia tentato in modo efficace di trarre un bilancio da questi trent’anni di “riunificazione dell’ Europa”. Siccome questo bilancio è, oramai, indispensabile, cerchiamo d’interpretare e sviluppare le sue parole:

“Se l’Europa non si ripensa come una potenza politica in questo mondo, potrebbe scomparire.” Con queste parole, il Presidente francese ha, non soltanto rilanciato, come già altre volte, l’aspirazione, ch’era stata già di Coudenhove Kalergi e di Giscard d’Estaing, di fare, dell’Europa, una grande potenza, bensì anche, implicitamente, condannato la mitologia “angelistica” (per dirla con il Papa), secondo cui l’ Europa sarebbe stata il primo esempio  storico di una realtà geopolitica che  rinunzi unilateralmente ad affermare la propria identità nel mondo (la “Selbstbehauptung Europas” di Joschka Fischer). Mitologia europea che, nei fatti, costituisce l’espressione di un vassallaggio nei confronti del sovrano americano, a cui avremmo “delegato” buona parte delle decisioni che contano, e, dal punto di vista teologico, costituisce la confessione dell’adesione dell’“establishment” all’eresia millenaristica (non solo cristiana, ma anche ebraica e  iranica ), secondo la quale sarebbe possibile costruire in terra un paradiso esente da conflitti (la “Fine della Storia”). Per questo mito, l’egemonia americana costituirebbe una “provvida sventura”, come a suo tempo l’Impero Romano, che aveva permesso la diffusione del Cristianesimo (Baget Bozzo)

Fortunatamente, è sempre più largo il numero di quanti prendono atto dell’impossibilità di questa parusìa materialistica attesa da così tanti nostri contemporanei, anche se ancora non ne hanno tratte tutte le conseguenze.

Almeno secondo questa sua recente intervista, Macron non sarebbe dunque, intanto, contrariamente a buona parte dei suoi colleghi, né a libro paga dell’ America, né un credente, sulle orme di Lessing, di Hoelderlin, di Hegel, di Schelling e di Fiodorov, di quella  “religione” materialistica della Modernità. Il che è già un grande passo in avanti.

Religione materialistica chiaramente falsificata, non soltanto dalle infinite guerre (non dichiarate)  dell’Occidente, alcune delle quali in Europa, ma anche, e soprattutto, dalla distruzione dell’umano operata dalle Big Five del Web, e dall’ atteggiamento da capriccioso padrone che Trump ha assunto nei confronti di tutto il mondo, ma, soprattutto, degli Europei, ch’ egli aborre molto più dei Russi, dei Cinesi e dei Nordcoereani.

L’estraneità di Macron a tutto ciò  costituisce già, dicevo, un suo grande merito , perché solo da una simile prospettiva  è possibile progettare seriamente il  futuro . Esprimendo l’auspicio di “ripensare l’ Europa, egli ha ammesso  anche, implicitamente, la necessità di una rivoluzione culturale dell’ Europa, ripensandola come una potenza geopolitica in questo mondo”, perchè viviamo in un mondo concreto dominato dalle politiche di potenza, e  anche all’ Europa non resta che agire di conseguenza.

La paleontologa Boehme

2.Danuvius Guggenmosi (alias Udo) :il primo uomo è nato in Baviera, e il primo Indo-Europeo, nel Donbass?

Le posizioni di Macron s’inseriscono in una serie di novità culturali che toccano tanto l’etnografia dell’ Europa (par. 2), quanto gli orientamenti dell’ elettorato (par.9).

Non so se le recenti scoperte dell’uomo di 12 milioni di anni fa (in Baviera) e della Cultura di Jamnaja (in Russia), siano casuali, o siano state pubblicizzate per rovesciare una serie di luoghi comuni di significato, più che scientifico, simbolico e politico (il “political correct”). Anche perché quella del primo bipede è di 4 anni fa, e solo ora la stampa la sta pubblicizzando, sottolineando che quel reperto solleva grossi dubbi sulla teoria, ormai “mainstream” dell’“Out of Africa” (vale a dire della provenienza di tutta l’Umanità da un’unica coppia, localizzata in Africa, 8 milioni di anni fa). Secondo la scienziata tedesca Böhme “Questo è un momento luminoso e un cambio di paradigma per la paleoantropologia ….Il fatto che il processo di deambulazione eretta si sia sviluppato in Europa sconvolge le fondamenta stesse della paleontropologia…Stupefacentemente, queste ossa assomigliano più ad ossa umane che a quelle dei pitecantropi.”

Quest’ ominide è stato chiamato così dal suo essere stato scoperto non lontano dal Danubio (Danuvius)  e dal nome di Sigulf Guggenmoos, lo scopritore. Quanto al nomignolo “Udo”, esso deriva dal cantante Udo Lindenberg.  Danuvius s’inserisce in una serie di altre scoperte recenti della paleontologia europea, che , soprattutto grazie al metodo del carbonio, al sequenziamento dei geni e all’intelligenza artificiale, ci stanno permettendo, nel giro di pochi mesi,  di volgere uno sguardo ben più approfondito e attendibile verso la nostra “preistoria” (Reich, Zakaridis, Fu, Anthony, Quiles). Attraverso questo nuovo sguardo, appaiono confermate alcune ipotesi, che avevano avuto notevole successo in passato, ma poi scartate essenzialmente per motivi politici. Innanzitutto, il poligenismo, che pare confermato  sia  dal ritrovamento del pitecantropo bavarese, sia per la scoperta di ibridazioni fra l’Homo Sapiens e altri tipi di ominidi. In secondo luogo, l’ipotesi di un lignaggio paleo-indo-europeo proveniente da un’area della Russia posta fra gli Urali e i bacini del Don (Donbass) e del Volga: “Gl’Indoeuropei sono stati considerati come un ramo degli Indo-Uralici trasformatosi sotto l’influenza di un substrato caucasico…” (Quiles) Questi paleo-indoeuropei, corrispondenti alla tipologia dei “Maennerbunde” guerrieri, corrispondono sorprendentemente allo stereotipo della “bestia bionda” che, secondo Nietzsche, avrebbe conquistato l’Asia e l’ Europa, assoggettando i popoli pre-esistenti. Un esempio molto evidente di questa nuova società gerarchica è costituito dalla necropoli di Varna, dove si può vedere l’ibridazione fra le capacità artigianali della preesistente civiltà “danubiana” e il carattere articolato della nuova società “kurganica”.

Queste scoperte confermano, a mio avviso, che (come d’altronde evidenziato dalle mappe elaborate da Cavalli-Sforza), l’area centrale europea presenta un’antichissima omogeneità genetica, che corrisponde all’ egemonia delle lingue indoeuropee (uno “Heartland” europeo). Un altro  risultato è  che è confermata la corrispondenza fra il patrimonio genetico e quello linguistico, conferendo così forza all’idea di un forte substrato etno-culturale dell’ identità europea.

La città neolitica di Tripollye

3.Attacco  all’ Europa n.1:Fabbri

La fattibilità della rivoluzione culturale europea auspicata da Macron è condizionata, a mio avviso, a una presa d’atto obiettiva e autocritica che esistono oramai, sul mercato delle idee, delle analisi molto severe  delle retoriche dell’ idea di Europa, a cui occorre rispondere in modo pertinente. Ad esempio, quelle apparse sull’ ultimo numero di Limes (“Il muro portante”). Innanzitutto,  quella a firma di Dario Fabbri, il quale ripercorre, inaspettatamente,  l’intera teoria nazionalsocialista delle identità, per dimostrarci che l’ Europa unita  non potrebbe nascere perché “soltanto attraverso la crudeltà , applicata e subita, la presenza sul territorio di uno specifico ceppo si fa emozionale, la coabitazione si trasforma in legame ancestrale, le vessazioni ricevute in una pedagogica sindrome di Stoccolma”:la nascita di qualunque nuovo soggetto politico non potrebbe non essere legata a un fatto cruento di estrema violenza. Se Fabbri avesse ragione, la sua  costituirebbe l’unica vera ed efficace apologia del fascismo, perché l’unico modo di creare quell’Europa unita di cui gli uomini (e le donne) più avvertiti (da Nicola 1° a Victor Hugo, da Mazzini a Nietzsche, da Agnelli a Einaudi, da Mussolini, a Coudenhove Kalergi, da Benda a Drieu la Rochelle, da Simone Weil a Galimberti, da Juenger a Spinelli) sentivano l’urgenza  sarebbe allora  stato proprio quello di ricreare l’antica genuina “razza ariana occidentale”(“die Westarier”), massacrando le “razze” concorrenti in Europa e isolando quella  nordica come si fa con quelle canine, in modo da ottenere un unico popolo dominante e con l’adeguato “pedigree”.

Peccato che proprio la scienza genetica, tanto amata da Hitler, dimostri che questa “fusione con il ferro e con il fuoco”(per usare un termine di Bismarck) fosse  già stata realizzata dai nostri lontani antenati della “cultura di Jamnaja”, fra il 4000 e il 2000 a.C., attraverso la cruenta conquista, prima dell’ Ucraina e della Romania (culture di Tripollye e Cucuteni), poi dell’ Europa Centrale (culture della ceramica cordata e dei vasi campaniformi), e, infine, dell’ Europa Occidentale, con le culture di Hallstatt e La Tène. Ad abundantiam, i popoli migratori dell’Asia Centrale avevano poi ulteriormente unificato etnicamente l’ Europa attraverso le migrazioni degli Unni, degli Avari, dei Germani, dei Bulgari, dei Magiari, degli Ottomani e dei Mongolo/Tartari,  come narrato da Tacito, Jordanes ed  Ekkehardus e dal Canto dei Nibelunghi. Questa “fusione con il ferro e con il sangue” degli Europei era stata quindi realizzata nello stesso modo e negli stessi tempi in cui le popolazioni proto-siniche si erano fuse con quelle australonesiane, tocariche e uralo-altaiche (formando il cosiddetto “Popolo Han”), e gli “Arya” si erano fusi con  popoli Munda e dravidici, formando l’ Aryavarta nella pianura gangetica, poi ulteriormente estesosi grazie alla “sanscritizzazione” e alle invasioni provenienti dall’ Asia Centrale oggi, Hindi Belt, Hindi Heartland o Hindi Patti).

Infatti, l’Europa non va confrontata con un concetto astratto di “nazione” (cioè  con gli Stati-nazione borghesi creati dalle Rivoluzioni Atlantiche),con il loro violento “nation building” recente, bensì  con gli “Stati-Civiltà”, quali l’ India e la Cina, eredi di una tradizione imperiale millenaria (in Cina, il “Tian Ming”; in Europa, la “Translatio Imperii”).

Certo, come scriveva Kissinger,in Europa “l’ordine è derivato dall’ equilibrio, e l’identità dalla resistenza europea all’ autorità universale”. E, in effetti, ancor oggi c’è bisogno di questa “resistenza all’ autorità universale”: oggi, quest’ultima è costituita dal Complesso Informatico-Militare americano, e viene sostenuta, per ora, dalle forze identitarie degli altri Stati-Civiltà: Cina, Islam, India, Sudamerica, fra le quali manca l’Europa.

E’ vero, anche all’interno dell’ Europa abbiamo sempre avuto (come dentro gli altri Stati-Civiltà), una dialettica vivacissima: fra Roma e Costantinopoli; fra Vienna e Istanbul; fra Parigi e San Pietroburgo; fra Washington e Mosca. Ma ciò in nulla si distingue dalle dialettiche fra l’Imperatore Giallo e l’Imperatore Rosso; fra gli  Han e gli Hiung-Nu, fra i Song del Sud e  quelli del Nord, fra i Mancesi e gli Han, fra il PCC e il Kuomingtang. Oppure, fra gli Aria e gli Shishna Devatas, fra i Pandava e i Kaurava, fra Rama e Ravana, fra gl’ Indù e gl’Islamici. Questa dialettica fra vari “poli” etno-culturali è poi quella che ha generato identità “poliedriche” sempre più particolari, ma comunque coerenti e solidali con l’unitaria “identità europea” (la “Europaeische Leitkultur”).

Comunque, a discolpa dei tanti inventori di “retoriche dell’ idea di Europa”, va detto che non è vero che, come asserisce invece Fabbri, essi ignorino il lato “sacrificale” del “nation building”. Infatti, possono rifarsi, consciamente  meno, all’ idea juengeriana della Guerra Civile Europea intesa come catarsi (espressa nell’ operetta“La Pace”, secondo la quale questo tipo di violenza e di sacrificio propiziatorio della nuova Europa c’è stato, eccome, ed è questo che ha motivato l’avanzamento del progetto pacifico dell’ Unione).Tutto il lavoro  di Aleida Assmann è ora concentrato su questo aspetto della memoria culturale europea.

E, tuttavia, in  questo ragionamento mancano ancora due passaggi: il  collegamento, evidenziato da René Girard, con  l’esaurimento, per effetto della redenzione cristiana, del tema sacrificale, e quello del superamento, grazie alle macchine intelligenti, dello scenario classico della dialettica servo-padrone in  Aristotele, Hegel e Nietzsche ( argomenti determinanti per il superamento delle nostalgie premoderne).

Hindi Belt, o Hindi Patti

4.Attacco all’ Europa  n. 2: Florio

L’attacco di Fabbri è ripreso nell’ articolo successivo, che contiene una critica, parzialmente fondata,alla costruzione europea, di un certo “John Florio”, il quale va, però, troppo oltre quando afferma che “i veri architetti dell’ Unità dell’ Europa non furono affatto gli europei: furono gli americani”. Noto en passant che John Florio fu in realtà un umanista seicentesco «Italus ore, Anglus pectore».

In base ai documenti a oggi disponibili,  gli Americani, pur avendo dibattuto per anni su che cosa fare dell’Europa dopo la guerra (perché il controllo del Continente era comunque  il loro generico obiettivo), si trovarono parzialmente spiazzati, e divisi fra coloro i quali volevano ritirarsi dal Continente  e coloro che volevano, invece, distruggerlo per non avere a che fare, in futuro, con una potenza ostile (il “Piano Morgenthau”).

A quel punto era intervenuto Coudenhove Kalergi, il grande profeta dell’unità europea, il quale aveva tentato, attraverso il senatore Fulbright, di convincere il Senato americano a farsi banditore della vecchia idea della sua Paneuropa Bewegung.  Infatti, in una situazione come quella post-bellica, Coudenhove-Kalergi, che si trovava in America, non aveva evidentemente potuto rivolgersi alle sue tradizionali “constituencies” aristocratiche ed ebraiche. Siccome il Congresso non ha mai saputo cogliere le più genuine opportunità, ci pensò allora, come al solito, la Cia, anche per il tramite di  Winston Churchill e di Jean Monnet, a mettere in moto il movimento d’integrazione. Tuttavia, il ruolo di Coudenhove Kalergi e lo scacco di Fulbright dimostrano che l’idea dell’integrazione europea non fu degli Americani, bensì del nobiluomo austro-ungarico che si riallacciava, da un lato, ai progetti medievali di Europa, e, dall’ altro, al mito nietzscheano dei “Gute Europaer”.Solo con un certo sforzo questo messaggio era penetrato nel mondo politico americano.

Un altro capolavoro di “covert operation” della CIA (una vera e propria “quadratura del cerchio”) fu, allora, quello di appropriarsi  dei progetti nazisti di Comunità Economica Europea, nello stesso modo in cui gli Americani si erano appropriati, con von Braun, dei progetti nucleari e missilistici tedeschi. Come von Braun era stato portato  a viva forza in America e convinto, con le buone o con le cattive, a realizzare i programmi missilistici americani, così Hallstein fu portato in un’isola del Nord Atlantico e convinto a realizzare, con la CECA, quello che la struttura di Speer aveva già cominciato a fare attraverso i Ministeri del Reich, che avevano battezzato il loro progetto “Comunità Ecnomica Europea”.  Florio continua anche qui a muoversi all’ interno di un universo concettuale ereditato dal nazismo: “la solidarietà-l’ unica moneta di cui l’Ue ha drammaticamente bisogno – non è infatti un prodotto ma il presupposto di una comunità di destino” (una “Schicksalsgemeinschaft” , che consiste nel fatto che, al suo interno, vige la solidarietà: “Gemeinnutz geht vor Eigennutz”=”l’interesse collettivo prevale su quello individuale”, com’era  scritto nel programma politico della NSDAP).

Alla fine, Florio ci invita a “guardare al XIX secolo, quando l’esistenza di un ‘concerto di nazioni’ che avvertivano di condividere fondamentali concetti comuni seppe tradursi nella messa in opera di istituzioni leggere e flessibili…”.Tuttavia, che io sappia, l’unica “istituzione leggera e flessibile” messa in opera nell’ Europa nel XIX secolo era stata  la Santa Alleanza sotto l’egida dei ministri russi Czartoryski e Novosiltsev, che Alessandro I, l’ “Imperatore degli Europei”, aveva definito proprio come “Europa, nazione cristiana”, realizzando, così, gli auspici espressi da Novalis con il suo “Christenheit oder Europa”. In effetti,si sta oggi realizzando  proprio quanto l’anonimo che si cela sotto lo pseudonimo di “John Florio” auspica , ma non nella direzione ch’ egli probabilmente desidererebbe, perché si tratta, né più né meno,del programma di Unione Eurasiatica  di Vladimir Putin,   non per nulla denominato (siamo sempre agli pseudonimi) “lo Zar”.

Non è neppure del tutto vero che le idee funzionalistiche su cui si è basata di fatto (nonostante le veementi proteste di Spinelli) l’integrazione europea, siano completamente americane. Il funzionalismo, che è oggi in realtà l’ideologia dominante in psicologia, sociologia e antropologia in quanto erede storico del messianesimo della scienza e della tecnica tipico di St. Simon, Comte, Enfantin e Fiodorov, nasce in Europa ed è fiorito  dai due lati dell’Oceano, generando, alla lunga, il post-umanesimo e l’attuale tirannide delle macchine intelligenti. In particolare, il teorico anti-federalista Mitrany era un rumeno di origini ebraiche naturalizzato in Gran Bretagna. Per i funzionalisti, la vita non è altro che una funzione, che, in quanto tale, può essere espressa con un algoritmo e trasferita dall’uomo alla macchina. Nel campo sociale, le funzioni (i trasporti a lunga distanza, i servizi pubblici, la legislazione), possono essere clonate ed espanse, e retroagiscono sui sistemi circostanti (“la funzione crea l’organo”). Per i funzionalisti, il telos del Progresso è l’unificazione dell’Umanità intorno alla scienza e alla tecnica. L’ Europa costituirebbe perciò solo una fase intermedia di questa unificazione, da avviare, prima, intorno al consorzio carbo-siderurgico (la CECA), poi nucleare (l’Euratom), e, successivamente, intorno al Mercato Unico, a una corte di giustizia, a una banca, ecc…

Non si può unificare l’ Europa senza una riflessione approfonfita sulla sua storia e sulla sua cultura.

  1. Il tradimento dell’89

Macron si è espresso recentemente contro l’adesione all’ Unione Europea di Macedonia e Albania, per rispettare il vecchio principio francese che suona “prima l’approfondimento, poi l’allargamento”. Tuttavia, con questo principio, non si tiene conto del fatto che Il motivo per cui l’Est Europa sta partorendo fenomeni politici assolutamente inattesi (la rinascita delle potenze turca e russa, le “democrazie illiberali”, il sovranismo tedesco-orientale), incomprensibili e inaccettabili per l’intellighenzia “mainstream”, è che i moti che avevano portato alla fusione fra Europa Centrale e Orientale e Europa Occidentale furono traditi, nelle idee prima che nei fatti, dagli Europei occidentali e dalle Istituzioni europee.

Infatti, gli Europei occidentali (a cominciare dai Francesi e dai Tedeschi) si considerano gli unici titolari del “marchio Europa”, dimenticando che i primi Europei venivano dalla Turchia e dalla Russia; che la prima civiltà europea è stata quella greca, e che è stato Sobieski (con il Principe Eugenio) a salvare Vienna, ma non certo la Francia, alleata della Turchia.  Nel pantheon degli eroi dell’identità europea, i primi  sono  Leonida e Socrate(greci), Alessandro Magno, Costantino e Giustiniano (macedoni),e gli ultimi Caterina II, Dostojevskij (russi)e Nietzsche (tedesco orientale)– e non vi sono  presumibilmente  Bacone, Payne o Condorcet, e comunque certamente non  Washington, Jefferson, Emerson e Whitman-.  Come può dunque l’Europa  esprimere la propria identità e contare nel mondo senza la Russia, la Turchia, la Grecia, la Polonia, l’Ungheria, dove sono nati e hanno operato tanti protagonisti dell’ identità europea?

L’Europa Orientale concepisce  se stessa, da sempre, in alternativa a quella occidentale, come la vera erede della “Translatio Imperii” biblica, attraverso l’Ebraismo, il Cristianesimo orientale, gli Herrenvoelker scitici, gli Slavi, gl’Imperi Centrali. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, tutti gli Europei Orientali (Stalin, l’Armia Krajowa, i Sionisti, perfino gli Junker prussiani) si concepivano come i veri combattenti contro il nazismo. Molti  avevano continuato a combattere contro l’Armata Rossa, in media per altri 10 anni, senza che nessuno li avesse mai neppure riconosciuti (l’UPA ucraina,i “Soldati Proscritti ”polacchi, i “Fratelli della Foresta” baltici e rumeni, le rivolte di Berlino e di Budapest).

Ancor oggi, nonostante i meriti dei combattenti anticomunisti,  le “marce” in Europa Orientale con le divise dei partigiani  dell’ Armia Krajowa e simili continuano ad essere etichettate come folklore nazifascista. Nello stesso modo, le opere dei grandi intellettuali est-europei, come Lem, Gumilev, Kalecki, Milosz, Solzhenicin, Kolakowski,Wolf, che avevano  difeso efficacemente la cultura europea ai tempi del socialismo reale, non vengono lette, e, se lo sono, non vengono capite. Costoro  aspiravano, infatti, non già a prendere partito, in una contesa che non li riguardava,   a favore,  o dell’ americana “Teoria dello Sviluppo” di Rostow, o  di una fondamentalistica  ortodossia marxista sulla falsariga di Lukàcs, bensì a costruire (com’ebbero a dichiarare Walesa e Shevarnadze) un mondo, come quello che sta in effetti nascendo ora,  posto al di là dei due opposti materialismi dei tempi della Guerra Fredda.

Certo, anche la cultura, e, in particolare, quella  dell’ Europa Orientale, ha le sue responsabilità. La Russia ha un solo intellettuale “eurasiatista” convinto, Sokurov, il quale pone al centro della scena l’unità sostanziale delle culture russa ed europea, quale  espressa egregiamente in film come l’Arca Russa, Faust e Francofonia. Gli altri “eurasiatisti” sono piuttosto eccentrici rispetto alla definizione stessa del concetto. L’ effettivo eurasiatismo di Tiutchev (poeta ambasciatore presso il Regno di Sardegna) significava in pratica egemonia russa sull’Eurasia;in  Trubeckoj, prevaleva l’ orgoglio del rapporto con il mondo turanico;Gumilev si preoccupava di collocare la Russia une suo contesto più vasto, sulla scia delle lezioni di Mackinder, von Richthofen e Murakami, ma vedeva Russia ed Europa come due mondi separati. Perfino Dugin, promotore ufficiale del “Projekt Evrazija”, e considerato a torto il prototipo dell’eurasiatista, è soprattutto un nazionalista russo.

Alla fine dei conti, gli unici veri eurasiatisti sono Putin e Erdogan,  i quali, dovendo governare due Paesi che sono a mezza strada fra l’Europa e l’Asia, non possono evidentemente fare a meno di appoggiarsi su un’ identità mista: Cosacchi e Ermitage; Sultanahmet e Ueskuedar

 

Le culture neolitiche hanno creato un ampio melting pot al centro dell’ Europa

6.Interpretare Macron

Infine, Macron ha richiamato anche il vecchio concetto di “Comunità Europea”, che esprimeva una comune identità più che non l’attuale termine “Unione”, tratto dalle esperienze costituzionali inglese, americana e sovietica. Ambedue i termini hanno molti e sorprendenti precedenti nella politica degli Anni ’30 e ’40.

Oggi,. i termini “comunità” e “Unione” vengono usati “in mancanza di meglio”, per indicare una “patria”, ma di tali enormi dimensioni, non poter essere chiamata “Heimat”, e nemmeno “Vaterland”, o “Mat’Rodina”, bensì  meglio qualificabile  come uno“Stato-Civiltà”(文明国家  ,Wénmíng guójiā), come la Cina e l’ India. Non per nulla, già gli antichi Cinesi chiamavano l’Europa “Da Qin”, termine che, agli inizi, aveva denotato uno dei loro primi imperi(cfr. il nostro libro DA QIN).

Secondo la Merkel,  che ha reagito immediatamente,  le affermazioni contenute nell’ intervista di Macron  sarebbero “troppo estremistiche”: secondo me , invece, esse sono equilibrate e appropriate, ma fin troppo caute e volutamente criptiche; temo soprattutto ch’ egli non vi dia alcun seguito, date appunto le repliche  di stretta osservanza atlantica espresse subito dopo dalla Merkel, da Stoltenberg, da Zingaretti e da Tajani, e data, soprattutto, l’abitudine dei Presidenti francesi di dare poco seguito alle loro roboanti promesse sovraniste.

Il discorso di Macron non è dunque, per me, un punto d’ arrivo, bensì di partenza.

Quell’ Europa  grande potenza che Macron giustamente auspica e la Merkel teme  non può farsi, per la natura tecnologica della geopolitica dei grandi Stati continentali odierni, se non attraverso un potere centrale fortemente personalizzato, cosa che non può ovviamente essere garantita dal potere collegiale di 27 Stati, ma richiede invece  un “quartier generale” ristrettissimo e potentissimo. E qui casca l’asino della banale polemica sul “deficit di democrazia”.Una cosa è infatti gestire l’arredo urbano, gli asili nido o le licenze edilizie, i piani regolatori, i tribunali o le infrastrutture, le leggi finanziarie, i curricula universitari e i finanziamenti agevolati, un’altra i dazi con l’America, l’Intelligenza Artificiale o la Via della Seta. Trump, Putin e Xi Jinping mettono e tolgono dazi, mandano e ritirano truppe (anche le nostre), trasformano le regole del web. Non chiedono il parere della società civile, né del Parlamento o del Partito Comunista, ma non tanto perché, come si dice, siano dei dittatori (anche se i Romani avevano inventato proprio per queste cose la figura del “dictator”), bensì perché, se esponessero simili decisioni in un dibattito pubblico, esse non potrebbero mai essere adottate, e comunque se ne avvantaggerebbero prima di tutto gli avversari dei rispettivi Paesi. Nei rapporti geopolitici, bisogna essere imprevedibili, altrimenti non si può vincere. L’esercito israeliano, l’imbattibile Tsahal, chiama questa tattica “siamo impazziti”. Tant’è vero che, in Israele, visto che il sistema parlamentare è diventato, anche lì, ingestibile, stanno nominando primo ministro l’ex capo di Stato maggiore (Ramatkal).

Quindi, o Macron riesce a diventare il Presidente dell’Europa, e a farsi attribuire poteri comparabili a quelli di Trump, Xi Jinping, di Putin e di Ganz (o almeno quelli di Modi o del Consiglio Federale svizzero), o i suoi progetti saranno irrealizzabili.

 

Secondo Tiutcev e Sokurov, con l’ Ermitage, Caterina II ha creato un'”arca” che custodisce nei secoli l’eredità culturale dell’ Europa, difesa dal popolo russo.

7.La Russia è europea.

Non mi ha convinto  il, seppur lodevole, accenno alla Russia, con la quale Macron auspica, giustamente,rapporti più stretti. Rapporti che costituiscono certamente  una leva importante per dare all’ Europa più autonomia (ma  che da soli non bastano). Occorre essere più chiari circa la  Russia. Non è vero che, come ha detto Macron,  Putin abbia “sviluppato un progetto anti-europeo dovuto al suo conservatorismo”: al contrario. Infatti:

a)nel 2017, in occasione dei 50 anni del Trattato di Roma, aveva pubblicato sui giornali di tutta Europa, il più vibrante fra i messaggi europeistici, affermando, tra l’altro, che, in quanto pietroburghese, egli era a tutti gli effetti un Europeo,e che l’Unione Europea costituiva la più grande realizzazione politica del XX Secolo;

b)dinanzi al Bundestag e alla Confindustria tedesca, si era proposto come motore dell’ integrazione europea, paragonando se stesso a Helmut Kohl, conservatore europeista;

c)in occasione dell’ incontro con Romano Prodi, aveva criticato la formula della collaborazione Russia-Europa “tutto tranne le istituzioni” come dettata dalla paura degli Europei per la grandezza della Russia, che non le permette di  far parte dell’ Europa se non con un ruolo centrale (i Russi sono 140 milioni, i Tedeschi 90).

E’ stato appunto l’ostracismo alla Russia perchè  è il più grande fra gli Stati d’ Europa  a generare  la russofobia degli Europei (e, ancor di più, degli Americani). Eppure, non si può non prendere atto del fatto che, in un momento  in cui si richiedono grandi agglomerati continentali, le uniche due “regioni” dell’ Europa che posseggono una massa critica sufficiente per tener testa all’ America sono,  non già quella francofona o quella germanica (né tanto meno quella polacco-baltica), bensì quella degli Slavi dell’Est (aggregata intorno alla Russia), e quella dell’ Euroislam e dei Balcani (aggregata intorno alla Turchia). Dire che non si vogliono in Europa quei due Paesi equivale perciò ad affermare che l’”Europa grande potenza” di cui parla Macron non si farà mai. Il preteso carattere autoritario di quei due Stati (che, tra l’altro, sono i più democratici che si siano visti nella storia dei due Paesi) deriva unicamente dai continui tentativi fatti dall’ Occidente per disgregarli, rimpicciolendoli, in modo da poterli assorbire più facilmente. Di questo tentativo fanno parte le guerre cecene, l’aggressione all’ Ossezia, la guerriglia curda e i vari tentativi di colpo di Stato in Turchia, che hanno obiettivamente reso necessaria una sorta di “stato d’assedio permanente” come in Israele.

In questo contesto, Putin ha svolto e svolge un ruolo di assoluta moderazione. Basti vedere le posizioni sul rapporto con l’Occidente dei partiti russi di opposizione  e degli alleati minori di Russia Unita (neo-comunisti, liberal-democratici e neo-eurasiatisti), che considerano Putin “un liberale”. Ha ragione Macron, l’ideologia di Putin è il “Russkij konservatizm”, che costituisce il “mainstram” della cultura russa (Tiutchev, Stolypin,Witte, Solzhenitsin), ma questo non lo porta certo a un programma anti-europeo, bensì a concepire “un’altra Europa”, liberata, grazie alla Russia, dal mito del progresso, e anche al sicuro , sulla scia di Dostojevskij e di Blok, da un’egemonia americana o cinese. Il Russkij Konservatizm è stato giustamente equiparato alla Democrazia Cristiana di Guido Gonella o del Soester Programm, una forza egemone di carattere nazional-religioso, ma ampiamente tollerante delle diversità. Se non ci fossero Putin e Erdogan, ci sarebbero due governi militari.

Le oscure circostanze della morte di Adriano Olivetti e di Mario Chou, oltre che della vendita della divisione elettronica dell’ Olivetti, costituiscono un monito per chi voglia creare una vera industria digitale europea.

8.La “souveraineté numérique européenne”

Infine, e giustamente, Macron ha contestato il limite del 3% all’ indebitamento, sintesi dei cosiddetti “Criteri di Maastricht”, che impedisce all’ Europa di condurre  una politica espansiva attraverso nuovi investimenti. E qui pensa sicuramente anche alla “souveraineté numérique”, quell’ “uovo di Colombo” che tanti scoprono qua e là come per caso ma che, poi, mai nessuno tenta seriamente di realizzare. Dato che la Cina è riuscita a realizzare la piena sovranità digitale, che include una propria cultura digitale, una propria intelligence digitale, una propria rete, propri providers e proprie imprese nei settori dell’e.commerce e dell’ intelligenza digitale, non si capisce perchè non possano farlo anche gli altri grandi blocchi continentali, e soprattutto l’ Europa, visto che tanto la Russia quanto l’ India hanno già compiuto dei passi intermedi.

I sostenitori della NATO affermano sostanzialmente (come, nel suo recente libro, Maurizio Molinari), che  dobbiamo sempre e comunque stare dalla parte degli Stati Uniti,così  come i comunisti e i loro alleati “fedeli alla linea” sostenevano che bisognava sempre e comunque stare dalla parte dell’URSS, perché quella era la “patria del socialismo”. Nello stesso modo, quelle stesse persone affermano ora che bisogna stare oggi con gli Stati Uniti perché sono “la patria della democrazia”. Nessuno ci ha ancora spiegato che cosa sia in sostanza questa “democrazia occidentale”, nata fra il commercio degli schiavi e il genocidio degli Indiani, la sottrazione violenta al Messico di metà del territorio, i bombardamenti di Dresda, Montecassino, Hiroshima e Nagasaki, e un’infinità di guerre di occupazione in tutto il mondo, come ieri quelle di Corea e Vietnam e oggi quelle del Golfo e dell’Afganistan, e che condiziona tutta l’Umanità, come mai prima avvenuto nella storia, attraverso la rete e il “Pensiero Unico”. Non parliamo del fatto che perfino le Nazioni Unite stanno esprimendo la loro preoccupazione contro le limitazioni in Germania dei diritti di opinione, di riunione e di associazione, con particolare riferimento al movimento filopalestinese “Boykott, Disinvest and Sanctions”, ma si potrebbe allargare il discorso al controllo a tappeto ben descritto da Snowden nel suo ultimo libro, come pure al proliferare di leggi censorie.

Quanto poi, all’ ultimo fatto di cronaca, il ferimento di nostri militari nel territorio curdo, dove non avrebbero avuto nessuna ragione giuridica per esserci, ha fatto esplodere la questione dell’uso di nostre truppe al di fuori della Costituzione e dei mandati del Parlamento e delle Nazioni Unite, sotto comando americano e semplicemente  dietro  richiesta americana rivolta direttamente ai nostri primi ministri (Prodi, d’ Alema o Renzi ch’essi fossero). A questo punto, è ovvio che, sulle questioni che veramente contano, come la guerra e la pace, la vita e la morte, il popolo italiano non solo non può incidere in alcun modo, ma vengono bypassate perfino tutte le istituzioni legali, l’unico soggetto abilitato a decidere essendo il Presidente degli Stati Uniti. In questa situazione, si capisce benissimo perché i cittadini abbiano reazioni così ostili alle classi politiche degli Stati membri e dell’ Unione. Quei politici, come Macron, che pretendono di portare avanti veramente (ma, dopo 70 anni, si può avere qualche dubbio) una Politica Estera e di Difesa Comune, dovrebbero dirci come faranno a risolvere questo problema.

 

Il Partito Comunista Italiano aveva approvato le stragi dell’ Armata Rossa in Ungheria. Oggi invece la sinistra condanna le operazioni difensive dei Russi e e delle minoranze etniche con essi alleate

9. Non dover più parteggiare per nessuno

Problema che risulta ancor più scottante alla luce della recente indagine demoscopica dello European Council for Foreign Relations, che, riassumendo il pensiero degli elettori europei, afferma “l’Europa non dovrà più essere alla mercè di una potenza straniera. Gli elettori sono più preveggenti dell’élite della Politica Estera e di Difesa Comune, ….Parecchi pubblicisti, come Molinari o Rampini, hanno sostenuto (riprendendo integralmente le parole dell’ amministrazione americana), che gli Europei dovrebbero decidere “da che parte stare”. Però, su questo punto, gli elettori si sono già espressi in modo inequivocabile. In un conflitto fra gli Stati Uniti e la Russia, o fra gli Stati Uniti e la Cina, ovunque l’enorme maggioranza vorrebbe che l’Europa rimanesse neutrale. In Slovacchia, in Grecia e in Austria, è addirittura superiore il numero di elettori che vorrebbero che l’Europa combattesse accanto alla Russia contro l’America che non viceversa.

In queste condizioni, è veramente sconvolgente che  la maggior parte dei vertici istituzionali (a cominciare dalla Merkel e da Mattarella), anziché condividere la posizione di Macron e della maggioranza degli elettori, continuino a difendere incondizionatamente l’Alleanza Atlantica.

La similitudine fra il socialismo reale e l’ortodossia atlantica è agghiacciante:

-la filosofia di base è il determinismo economicistico che ispira una fede messianica nel Progresso;

-l’ideologia politica è la stessa mitizzazione dell’uomo medio, che spinge a emarginare e reprimere ogni eccentricità;

-lo stesso è il linguaggio, basato su slogan pieni di presunzione e di odio: “dittatori, autocrati, despoti”, che tenterebbero di “infiltrare” le loro “false verità” per indebolire il libero Occidente. Poco importa che l’“Occidente” da loro tanto esaltato consista solo nel Nordamerica, l’Europa Occidentale e il Giappone, vale a dire al massimo 800-900 milioni di persone, mentre l’insieme dei BRICS, del Sudamerica, dell’Africa e dell’Islam comprende 6 miliardi di persone, cioè sette volte di più. Possibile che questi 800-900 milioni siano gli unici detentori della verità, mentre tutti gli altri vivono nell’ oppressione e nell’ errore? Non ci si accorge che quei Paesi sono appena usciti, con sforzi sovraumani, dall’asfissiante tutela dell’Occidente, e da allora stanno prosperando, così come prosperavano prima dell’arrivo degli “Occidentali” (vedi imperi Ching e Mughal, che coprivano quasi la metà del mondo )?

-come giustamente ha rilevato la Stampa, sul fondamentalismo atlantico vi è anche un unanimismo bipartisan, come (dico io) nella DDR c’era un unanimismo filosovietico fra il comunista Honecker e il “democristiano” de Maizière (sponsor  della Merkel): “Oggi capita che il segretario Pd Nicola Zingaretti e il Vice-Presidente di Forza Italia parlino praticamente la stessa lingua, quando si trovano a discutere del nuovo ordine mondiale e delle sfide che pone all’ Italia e all’ Occidente”.

 

Il “maggiore Lupaszko”, comandante dei “Soldati Proscritti”, fucilato dai Sovietici.

10.Conclusione

Commemorare la caduta del Muro di Berlino significa innanzitutto  rievocare lo spirito eroico di coloro che si sono battuti per l’unità dell’Europa dell’Est e dell’ Ovest, dai difensori, nel 1956, di Budapest, a de Gaulle che creò la Force de Frappe “à tous les azimuts” per un’ Europa dall’ Atlantico agli Urali, a Giovanni Paolo II, che, riprendendola Ivanov, aveva lanciato l’idea dei “due polmoni dell’ Europa”; infine, a Gorbacev, che aveva rilanciato, quella di Enea Silvio Piccolomini, di una “Casa Comune Europea”….

La Brexit non contraddice l’esigenza dell’unificazione di tutta l’ Europa. Ovviamente, chi, come il Regno Unito, vuole andarsene, è libero di farlo, ma l’Europa dovrà ragionare sempre come rappresentante di tutti gli Europei.

L’unico modo per completare l’unificazione dell’Europa è evidentemente associarvi tutti i Paesi Europei che lo vogliano (per esempio, l’Albania e la Macedonia, ma anche  la Scozia  e l’Irlanda del Nord,  la Russia e la Turchia, senza dimenticare l’Islanda e la Groenlandia), dando così all’ Europa stessa  gli strumenti per affermare autorevolmente sulla scena mondiale i nostri punti di vista sulle scelte più scottanti per l’Umanità, come sono, oggi, il rapporto uomo-macchina e la difesa delle identità.