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IL SESSO DEGLI ANGELI

Ovvero, mentre il mondo corre, l’ Europa si perde in polemiche assurde

Il Natale, festività di tutte le culture

Dato l’enorme scalpore ch’essa ha sollevato, nonché la diretta connessione con vari temi che attengono alla Conferenza sul Futuro dell’Europa, ritengo opportune alcune precisazioni sulla circolare “natalizia” della Commissione (che quest’ultima ha prontamente ritirato dopo il diluvio di critiche).

In precedente post, quasi presentissimo l’incombere  di questa polemica, avevamo scritto:“La ‘cancel culture’, nata fra gl’intellettuali ‘non-WASP’ nelle università americane, non è tuttavia solo un fenomeno americano. Come tutte le ‘americanate’, in breve si è diffusa in tutto il mondo, dove viene scimmiottata in modi per lo più impropri e deformanti, soprattutto in un’Europa sempre più priva di idee proprie, ed anche per questo sempre più succube dei trend culturali e politici americani.

Mentre, in America, il movimento ‘Woke’mira a colpire e l’eredità culturale del colonialismo europeo, in Europa prevale un’altra ‘Cancel Culture’, che mira invece a fare dimenticare le radici premoderne, moderne e afroasiatiche dell’integrazione europea, a vantaggio di un iconoclastico messianismo di origine manichea e puritana, secondo cui tale integrazione altro non sarebbe che la punta di diamante della nuova ‘religione dei diritti’, che travolge, come vendetta per le oppressioni passate, tutte le culture tradizionali, portandole tutte  a fare parte dell’ ‘impero mondiale omogeneo’ (Kojève).”

Seguiva una lunga analisi del significato culturale di questa “Cancel Culture europea”. Quell’ analisi ci aiuta ora anche a comprendere le ragioni della (bozza di?) circolare della Commissaria Dalli che ha suscitato tanto scandalo, e degli argomenti di coloro che l’hanno criticata.

A nostro avviso, si tratta dell’ennesimo ripropoprsi del conflitto fra, da un lato, il federalismo europeo, per sua natura “poliedrico”(le cose appaiono, a seconda del punto di vista da cui si guardano, molto diverse:cfr.”the Italian Theory” di Roberto Esposito),e,dall’ altro, il funzionalismo tecnocratico, adottato nei fatti dall’ Unione Europea, che, equiparando gli uomini alle macchine, è per natura privo di profondità. E’ per questo che i politici europei cadono spesso in eccessi definiti non senza ragione come “fantozziani”  (come quelli della circolare “natalizia”.

Come ha affermato il Cardinale Parolin, le “retoriche” dell’ Europa, quando “vanno contro la realtà”  finiscono in un guazzabuglio di contraddizioni implicite nella cultura funzionalistica: fra il preteso sfrenamento della soggettività del mondo ipermoderno e il reale  dogmatismo della mediocrità universale; fra la pretesa libertà di ricerca e di parola e la realtà  dei riflessi pavloviani imposti dal “gatekeepers”; fra la pretesa di concretezza tecno-scientifica e il profluvio di parole vuote e inconcludenti; fra il preteso multiculturalismo e la messa al bando di praticamente tutte le culture realmente esistenti fra il culto dell’afroasiaticità e la dittatura occhiuta dell’1% di  WASP puritani; fra la prestesa “inclusione” e l’esclusione proprio degli “Europaioi”, quelli che corrispondono alle descrizioni di Ippocrate, di Erodoto, di Svetonio, di Cassio Dione (autonomi, operosi, solidali e combattenti).

Nella sua apparenza modesta, la bozza rivela l’attacco generalizzato che, da qualche luogo lontano, si sta portando, allo stesso tempo, alla cultura e alla linguistica, al multiculturalismo e all’ Europa.

I funzionari europei : la roccaforte del plurilinguismo

1.Omaggio ai  Funzionari Europei

Si dice: “Ma era solo una bozza di istruzioni interne per funzionari della Commissione”. Una circolare di 32 pagine anche se non pubblicata, costituisce la velina occulta del potere. E i funzionari europei, di cui mio vanto di avere fatto parte, sono, nel deserto generale dell’entropia europea, l’unica vera “élite” dell’ Europa, con una vera identità europea e con una cultura stratosfericamente superiore a quella dei politici europei e delle classi dirigenti nazionali. In genere i politici sono inviati dai partiti, spesso per “toglierseli dai piedi” dalle capitali nazionali, mentre i funzionari debbono sostenere concorsi difficilissimi. Basta guardare alla conoscenza delle lingue. Orbene, costringere l’unica ”élite” dell’ Europa a trasformarsi in agitprop di una setta fanatica e ignorante sembra veramente troppo.

E come si fa a imporre ad un funzionariato composto in gran parte da linguisti un testo che (oltre ad essere stato scritto palesemente in America), ignora brutalmente i meccanismi delle lingue ufficiali della UE?Di più: che tende a distruggere dall’interno, come un virus, elementi estranei che ne impedirebbero il funzionamento e ne distruggerebbero il pluralismo.

Come scrive magistralmente Natalino Irti su “Il Sole 24 Ore”,”La pretesa di piena ‘inclusività’ di lingue e costumi dialogici ha uno sfondo di frigida insensibilità storica e di totale rifiuto  del passato”

Una cultura federalistica autentica avrebbe permesso di capire, nell’ottica del federalismo mondiale, che, se, dal punto di vista di un funzionario delle Nazioni Unite (o perfino del Vaticano), è più che giustificato non voler privilegiare alcun ambito culturale (non per nulla l’ONU ha 6 lingue ufficiali, di cui la metà non sono europee), altra cosa è parlare a nome del Consiglio d’ Europa, dove sono presenti tutti i Paesi europei, prevalentemente aderenti a religioni abramitiche, altra ancora nel nome della NATO, prevalentemente cristiana.

Quanto poi all’ attuale Unione Europea, che è essenzialmente un club di Europei continentali occidentali e di terraferma, avrebbe ancor più senso partire da una terminologia e da dei riferimenti cristiani. Se infine ci riferiamo a singoli Stati Membri, o addirittura a singole euroregioni o regioni, hanno senso riferimenti ancora più specifici, e allora, perché, anziché “Signori e Signori”, non dire (orrore) “Gruess Gott” o “Dìa Daoibh ”? E, di converso, “Buon Anno” alle Nazioni Unite, “Buon Natale, Buona Hanukkà” al Consiglio d’ Europa, “Kalà Christugenna”  all’ Unione Europea, così come noi avevamo fatto alcuni anni fa.

Nella stessa direzione, il federalismo postulerebbe l’uso di lingue universali a livello mondiale, di grandi lingue di cultura a livello degli Stati Civiltà, di lingue nazionali a livello di macro-regioni, di “lingue minoritarie” al livello delle euroregioni, delle lingue nazionali negli Stato Membri, dei dialetti a livello locale.

Invece, la pretesa che, come nella circolare incriminata, “come si dettano regole per confetture domestiche o generi alimentari, del pari le lingue possano ridursi a tipi rigidi, fruibili da tutti e in qualsiasi luogo del mondo”(Irti) costituisce il nocciolo stesso del totalitarismo (o del funzionalismo).

Questo è grave soprattutto da parte della Commissione, che potrebbe e dovrebbe essere la tutrice dell’Identità Europea, ma, invece, si muove in genere in un’ottica globalistica, e addirittura americana.In effetti, mentre nel resto del mondo, tutti cercano di vantare gli antenati più antichi (in America, da Maria Gimbutas a Anthony a  Gress), alla creazione in India dell’ Uttarakhand (con lingua ufficiale il Sanscrito), al Progetto Xia-Shang-Zhou (le Tre Dinastie Mitiche) in Cina, invece,  le “retoriche dell’Europa”  dimezzano sistematicamente l’Identità Europea, partendo chi dal Cristianesimo, chi dalla scoperta dell’ America, chi dalla Rivoluzione Francese, chi dalla IIa Guerra Mondiale, chi dalla Dichiarazione Schuman.

Che senso ha parlare di “Identità Europea” se non consideriamo come feste comuni le  ricorrenze ancestrali di mezzo inverno e mezza estate, indipendentemente dal fatto che le chiamiamo, rispettivamente, “Jul”(“Yule”), Natale di Roma, Natale, Hanukka’ o Milad al-Masih, e, rispettivamente, Feriae Augusti, Midsummer’night, Sole di Mezzanotte, Assunzione di Maria? Infatti, il Natale e il Capodanno come li conosciamo oggi hanno, sì, una storia cristiana, ma derivano in gran parte da festività ancestrali (preistoriche, medio-orientali o indo-europee), come dimostrano le greggi, le stelle, gli abeti, il vischio, Babbo Natale…

“Qui non è problema di laicità, o di professione di fede religiosa, ma soltanto di appartenenza storica, quale si è definita e consolidata nel corso dei secoli.(Irti)” Abbiamo illustrato questa stratificazione di tradizioni nel 1° volume del libro “10.000 anni d’identità europea”, con la prefazione, appunto, del Professor Irti. A nostro avviso, come spiegato esaurientemente da Jung, De Martino e De Benoit, lo stratificarsi delle tradizioni costituisce un elemento essenziale dell’ identità di un popolo, ed è per questo che i gatekeepers del potere vi prestano tanta attenzione, perché, come scriveva Orwell, “chi controlla il passato controlla il futuro”.

Maria, Iside, Guan Yin

2.Il nome di Maria

Non casuale è anche l’attacco al nome di Maria nella famigerata circolare, là dove di suggerisce di non usarlo come esempio, tanto meno in congiunzione con il nome “Giovanni” (come se i funzionari europei, e non quelli americani, fossero soliti citare come esempi “Mary and John”).

Non è certo l’unico caso in cui quel nome abbia fatto oggetto di tante controversie (già sul significato del nome), perché si riferisce alla figura classica della maternità, oggetto di un culto trasversale da parte di tutte le religioni. Tant’è vero che la risposta al saluto irlandese “inclusivo” da noi citato è proprio “Dìa ‘s Muire Doibh”Dio e Maria siano con voi”.

Proprio per la sua trasversalità, perfino il Vaticano aveva messo in discussione la sua interpretazione letterale come traduzione letterale dall’ ebraico (“Meir Yam”=”Stella Maris”), ricorda troppo le antiche religioni legate alle stelle. Sotto un altro punto di vista, l’”Odigitria”, che guida i naviganti, ma anche le anime, ha anch’essa precisi paralleli orientali, come per esempio Guan Yin, un bodhjisattva femminile che è, in Cina, “la Signora dell’ Occidente” che ci accoglie “nell’ ora della nostra morte”, ed è rappresentata in modo molto simile a Maria.

Maria ha poi un’infinità di altre assonanze: con la Grande Madre dell’Europa preistorica; con le divinità africane (le “Madonne Nere” di Loreto e Cestochowa); perfino con la principessa Europa….Essa esprime un concetto sacro di maternità che stride con  gli esperimenti postumanistici di riproduzione macchinica.

Jul, Jovilius, Julius

2.La questione del Natale.

Chi va contro la realtà si mette in serio pericolo” le parole del Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin,  sulla bozza della Commissione. E credo siano state queste parole a farlo ritirare.

“Credo – osserva Parolin ai media vaticani- che sia giusta la preoccupazione di cancellare tutte le discriminazioni. E’ un cammino di cui abbiamo acquisito sempre più consapevolezza e che naturalmente deve tradursi anche sul terreno pratico. Però, a mio parere, questa non è certamente la strada per raggiungere questo scopo. Perché alla fine si rischia di distruggere, annientare la persona, in due direzioni principali. La prima, quella della differenziazione che caratterizza il nostro mondo, la tendenza purtroppo è quella di omologare tutto, non sapendo rispettare invece anche le giuste differenze, che naturalmente non devono diventare contrapposizione o fonte di discriminazione, ma devono integrarsi proprio per costruire una umanità piena e integrale. La seconda: la dimenticanza di ciò che è una realtà. E chi va contro la realtà si mette in serio pericolo“.

La Natività è una di quelle realtà che non si possono mettere in questione, perché, comunque la si voglia configurare, rinasce sempre, perché radicata nella struttura stessa dell’ uomo. Ovviamente, se finisce l’uomo, finisca anche la Natività.

Dunque, ci si mette contro la realtà per “l’aridità di una concezione a-storica della lingua e dei costumi umani.

A-storica, poiché ignora l’essenza delle lingue, nelle quali si depongono il passato di popoli interi, loro fedi religiose e vicende politiche, loro filosofie e credenza. Quella proposta non ‘include’ nessuno, ma ‘esclude’ tutti, poiché ‘tutti’ non è l’algida omogeneità delle merci o del danaro, ma la unità della molteplice storia umana, varia per i singoli cammini , e forte proprio di un’infinita mutevolezza”(Irti)

Meno condivisibile la parte del commento di Parolin in cui si parla delle “radici giudaico-cristiane”, concetto a mio avviso equivoco, perché accetta il nucleo essenziale della teoria lessinghiana e crociana sul superamento del Cristianesimo, e quindi si rivela un boomerang per la Chiesa, che non si capisce perché vi sia così attaccata: ” Certo, noi sappiamo che l’Europa deve la sua esistenza e la sua identità a tanti apporti, ma certamente non si può dimenticare che uno degli apporti principali, se non il principale, è stato proprio il cristianesimo “.Ma qui non si tratta solo di “apporti”, bensì, come si vedrà, della stessa struttura antropologica degli Europei.

I “Giudaico-Cristiani” erano quel gruppo di Cristiani rimasti a Gerusalemme che pensavano ancora a un avvento prossimo di Gesù, e che, per questo motivo, erano  gli antagonisti naturali di San Paolo, che si scaglia contro di essi nella IIa Lettera ai Tessalonicesi. Essi praticavano la comunione dei beni in vista della prossima Apocalisse e l’imponevano violentemente alla comunità (come dimostra la vicenda di San Pietro, Anania e Saffira). Essere eredi dei Giudaico-Cristiani significa forse rivendicare la tradizione chiliastica delle eresie contro quella spiritualistica della Chiesa di San Paolo, di Sant’Agostino e di Pascal?

Riallacciandosi a quelle eresie, Lessing aveva proclamato che il Cristianesimo era oramai solo più una forma di educazione del genere umano; Saint-Simon aveva proclamato una Nuova Società Organica, fondata sulla Religione dell’ Umanità, e gl’Idealisti avevano concepito un “Progetto Sistemico”, in cui la “nuova mitologia”, comune ai dotti e al popolo, sarebbe stata costituita dalla scienza. Fare il vuoto pneumatico  di tutti i contenuti religiosi concreti (non solo del Cristianesimo, ma anche dell’ Islam e dell’induismo) significa dunque in realtà fare spazio a questa “chiesa invisibile”, che ha oggi la propria massima espressione nella Singularity University, e il proprio teologo di riferimento in Teilhard de Chardin.

Come dicevamo, il modo di essere degli Europei è strutturalmente cristiano: senso della Storia, aspirazione individuale alla Salvezza, separatezza e delle singole anime, e fra religione e Stato: non si ritrovano queste nel comportamento  di tutti gli Europei,? E, d’altronde, questo senso del mondo è condiviso, oltre che dai seguaci dei messianismi immanentistici, anche dagli Euroislamici e dall’ ebraismo europeo.

In realtà, in questo come in altri campi,  si vuole distruggere l’Europa, per evitare ch’essa possa fare concorrenza agli USA. Non casualmente, quest’ anno, al solito Halloween, si stanno aggiungendo un Black Friday che è ormai diventato “Black month”, e perfino il tacchino del Giorno del Ringraziamento. Infine, chi è che aveva vietato assolutamente il Natale? Cromwell e i Puritani. E, di fatto, il preteso simbolo del Natale è diventato un automa, chiamato “Santa”, che si dimena davanti a tutti i negozi d’America, perfetta incarnazione della religione della tecnologia.

E “last but not least”, la circolare ufficializzerebbe l’idea che l’Inglese sia la lingua di lavoro dei funzionari europei, nonostante il  regime istituzionale del plurilinguismo. Questo meccanismo non è più conforme allo scopo originario, e va pesantemente rivisto.

Cancellare chi ci cancella

3.”Cancel Europe”

Si tratta dunque di un ennesimo passaggio verso  l’americanizzazione, premessa per la realizzazione, sotto la guida di Google, della Singularity, della vera religione dell’Occidente: il nichilismo postumanistico.

Fra il ‘700 e l’’800, avevamo importato le retoriche liberaldemocratiche, nel ‘900 il razzismo, all’ inizio del XX° secolo, il liberismo; nello scorso decennio, l’informatica; ora, stiamo importando la cultura “Woke” e il post-umanesimo. Come si vede, cose apparentemente molto disparate fra di loro, ma che convergono verso un solo fine: cancellare la nostra identità e imporci un’identità gregaria dell’ America, per poi trasformarci finalmente in macchine.

La cultura “woke”, reazione a 500 anni di dominazione “bianca” nelle Americhe attraverso la “One Drop Rule” (secondo cui sarebbe “nero” chiunque abbia una sola goccia di sangue “non nordico”), consiste nel reclamare la cancellazione, altrettanto estremistica, della cultura coloniale, intesa come straniera ed oppressiva,  a favore di tutti i “non bianchi”, che sono, nell’ ordine:

-gli afro-americani, trasportati in America in catene;

-i nativi americani sterminati, espropriati e cacciati dalle loro terre;

-i “Latinos”, controllati dai nordameriani nei loro stessi territori e impossibilitati a ritornare in quegli Stati  del Nord che il Trattato di Guadalupe Hidalgo aveva loro destinati;

-i nippo-americani, imprigionati in campi di concentramento per timore che aiutassero i Giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale, e in generale gli Americani di origine asiatica;

-gl’ islamo-americani, dopo l’ 11 Settembre, assoggettati ad ogni genere di controlli.

A causa della loro motivazione “Anti-WASP”, le azioni della Cancel Culture americana raramente si rivolgono contro l’Europa propriamente detta (con la sola eccezione di Colombo, colpevole di avere iniziato la colonizzazione), ma, semmai, contro la cultura anglosassone insegnata in America come propedeutica all’Eccezionalismo Americano (la narrativa “From Plato to NATO”). Cosicché, le politiche anti-WASP potrebbero perfino essere considerate positive per l’ Europa, e degne, “mutatis mutandis”, d’imitazione, poiché non solo i “coloured” americani hanno subito forme di colonizzazione, ma anche gl’immigrati tedeschi, polacchi, italiani…, e, soprattutto dopo la IIa Guerra Mondiale, tutti gli Europei.

Quella cultura è comunque comprensibile nell’ ambito di un normale conflitto civile per l’alternanza al potere in America (tutt’altro che impossibile dati gli andamenti demografici e migratori), a cui gli Europei sono estranei. Come gli Americani hanno abbattuto, o fatto abbattere, le statue dei dittatori europei, di Saddam e di Gheddafi, non si vede perché essi non dovrebbero  aspettarsi di assistere all’ abbattimento delle statue di Jefferson (schiavista e sessista) e di Lee, comandante sudista.

Per la “Cancel culture” europea (senz’altro derivata da quella americana, ma con fini diversi), invece, è l’intera storia mondiale, e non solo quella europea,  ad essere “viziata da un’eredità di violenza, che solo la nemesi della IIa Guerra Mondiale sarebbe riuscita a riscattare (con la vittoria degli Stati Uniti).  In ciò starebbe la nobiltà dell’Europa, la quale, modello per il mondo intero, sarebbe riuscita a sostituire ad inimicizie secolari un nuovo clima di fratellanza (come profetizzato da Fichte e da Nietzsche). L’Europa sarebbe, dunque, il primo Paese entrato, grazie alla sconfitta, nella ‘Post-Histoire’(Gehlen, Fukuyama)-cioè con un ruolo di ‘suddito’ nell’ Impero del Bene.

Da tutto ciò risulterebbe esaltata la funzione messianica dell’ America, che, sconfiggendo l’Asse e rieducando la Germania, aveva costretto l’Europa a divenire il primo paese redento dalla storia dell’ oppressione e della miseria”.

Tutto ciò ha trovato la propria più autorevole espressione nella filosofia di René Girard.

“Per l’America sarebbe stato meglio non essere scoperta” (Sigmund Freud)

3. Per una riconsiderazione globale della questione della lingua degli Europei.

Oggi, l’americanizzazione dell’Europa riguarda in primo luogo la lingua, dove, proprio al momento dell’uscita dell’Inghilterra, l’Unione fa, paradossalmente, un uso quasi esclusivo dell’ Inglese, dimostrando, con ciò, che la scelta di questa lingua non era motivata dalla presenza dell’Inghilterra, bensì da un’imposizione dell’ America. Anche le molte lingue nazionali, regionali e locali, incorporano ogni giorno senza bisogno, decine, se non centinaia di termini anglo-americani, come “resilienza”, “inclusività”, “queer”, ecc…, per i quali esisterebbero fior di sinonimi, che, però, per servilismo, nessuno usa.

E’verissimo che l’Inglese è una lingua particolarmente ibrida (Celtico, Latino, Germanico Occidentale e Settentrionale, Francese), che, per questo motivo, può pretendere di rappresentare una sintesi delle parlate europee occidentali. Sì, ma solo di queste ultime. Invece, esso si contrappone a quelle dell’Europa Centrale e Orientale (slave, baltiche, balcaniche e uralo-altaiche, come Polacco, Lituano, Albanese, Ungherese, Turco, Finlandese, Sami), e costituisce quindi un perenne pomo della discordia fra gli Europei, un ennesimo ostacolo alla piena unificazione del Continente: l’”arroganza Romano-Germanica”. D’altronde, l’Inglese, come il Cinese, essendo l’effetto di processi di trasformazione molto risalenti e complessi, è difficilissimo da padroneggiare da parte dei “non madrelingua” (pronunzia, accenti, intonation, gergo). Altro che inclusività! L’Unione di oggi discrimina, eccome: i popoli pre-alfabetici come i Sami, che non sono rappresentati, i russofoni privati della cittadinanza, i tradizionalisti di tutte le religioni, i conservatori… Inoltre, la cultura “Mainstream” tenta in tutti i modi di relegare le “lingue nazionali” europee al rango di dialetti dell’ Inglese.

Ciò è dimostrato da certi vezzi strumentali, come quello del “linguaggio inclusivo”, a cui è dedicata principalmente la bozza. Ammesso e non concesso che occorra un maggior uso del neutro per tener conto delle varietà di genere, bene, nelle varie lingue europee, questo già esiste, o formalmente (come nelle lingue slave e Germaniche e in Greco), o informalmente, come con i pronomi “esso” e “cela”, o nei collettivi (“spettabile pubblico”). Così come esiste l’affievolimento della finale, pronunziato, come nelle lingue napoletana (Napulë) e Piemontese (dësgust), o scritto, come nella  Gjuha Arbëreshe parlata in tutto il Sud (Tiranë);quante “Schwa”! Quindi, abbiamo già vari esempi di lingue della penisola italica che potrebbero (se del caso) fornirci degli utili suggerimenti. Che bisogno c’è di introdurre asterischi o “schwa”? L’uno, fa sembrare molte parole come inglesi; l’altro è un prestito dall’ Ebraico biblico (improprio perché l’ Ebraico si scrive, ovviamente, in caratteri ebraici, e, quindi, in un altro modo, e, nell’ Israeliano moderno, non si pronunzia affatto, contribuendo così, se applicato alle lingue europee,  all’eliminazione delle desinenze, che è proprio quel che serve per decostruire l’Italiano). Ancor peggio l’asterisco, usato dagli Ebrei in talune lingue  per indicare l‘omissione delle vocali del Nome di Dio. Però anche l’asterisco alla fine andrà pronunziato (come si fa alla fin fine con i nomi di Dio). Come si distinguerebbero anche singolare e plurale? Le proposte d’innovazione grammaticale e calligrafica non sono deliberatamente sostenibili, mirando solo alla decostruzione delle lingue europee.

Come dimostrano tutti questi esempi, qualcuno vuole la “debilitazione” delle nostre lingue, perché appaiano spurie rispetto all’ Inglese, l’unica “lingua alta”(come sta già succedendo nell’ uso di lavoro delle Istituzioni).

A prescindere dal fatto che non so chi apprezzerebbe di essere chiamato “Egregië Signorë”, o di essere designato come “esso”. Tra l’altro, una delle prove principali del fatto che tutto ciò è stato pensato in Inglese è che il suggerimento di abbandonare “Ladies and Gentlemen” per “” Dear Colleagues” potrebbe semmai funzionare in Inglese, ma in altre lingue, come per esempio l’ Italiano, “Cari Colleghi” suonerebbe ancor meno inclusivo che non “Signore e Signori”, perché esisterebbe solo al maschile.

Fortunatamente, vi è tutta una ripresa delle lingue classiche, prima in Asia, poi in Europa (Cfr. il nostro libro “Es patrida gaian”).Israele ha dichiarato l’ Ebraico lingua ufficiale; i Paesi arabi usano l’Arabo classico nelle loro comunicazioni e l’India ha dedicato un ruolo costituzionale alle lingue classiche dell’ India, creando anche il nuovo Stato federale Uttarakhand, costituito in gran parte da santuari induisti, nel quale il Sanscrito è la lingua ufficiale principale.

In Turchia, è stato reintrodotto lo studio del Turco Ottomano, e in Francia quello del Greco e del Latino. I Ministri della pubblica Istruzione di Spagna, Francia, Italia, Grecia e Cipro, nel recentissimo incontro al Liceo Louis Le Grand di Parigi, hanno firmato un accordo, espressamente come reazione all’ esclusione della cultura classica dai curricula di molte università americane, per il rilancio del Greco e del Latino.

In considerazione della prevista scomparsa, per effetto dell’automazione e dell’ Intelligenza Artificiale, del lavoro manuale, e della drastica riduzione dei lavori di routine, si sta creando un’enorme di quantità di tempo libero, che potrà (e dovrà) essere reinvestito, certo, nell’ istruzione tecnica e civica, ma anche e soprattutto nelle materie umanistiche che servono per tenere sotto controllo  queston colossale apparato tecnologico che apprende, decide e si riproduce.

Fra le scienze che si rendono a tal fine necessarie fin d’ora, la teologia, la filosofia, la matematica, le scienze politiche, il diritto, l’economia, ma anche e soprattutto la linguistica, elemento fondamentale di interconnessione fra le discipline e le culture. Non per nulla il membro fondamentale della classe dirigente in Cina è stato il “Ru”, il letterato, che, padroneggiando la lingua cinese classica, e, di conseguenza, i classici confuciani, era in grado di decidere su tutti i principali problemi che si presentavano all’ Impero e alle diverse civiltà in esso incorporate (turciche, mongoliche, sino-tibetane, vietnamite, cinesi del Sud). Non diversamente, la conoscenza del Greco, del Latino, dei Classici Occidentali, dell’ Arabo, dell’ Ebraico, della Bibbia e del Corano, del Persiano, sono state per millenni alla base della formazione delle classi dirigenti medio-orientali, e costituiscono tutte insieme, lo strumento insostituibile per la trasmissione delle grandi civiltà.

Questo vale ancora di più per la classe dirigente dell’ Europa di domani, situata al crocevia fra le culture classica, scientifica, giudaico-cristiana, digitale, germanica, slava, persiana, islamica e sinica. Non costituiscono, in questo contesto, le esigenze di semplice comunicazione la priorità principale. Per le esigenze di comunicazione, avrà un’importanza fondamentale la traduzione automatica, mentre una cultura comparatistica (filologia generale e comparata e culture comparate) sarà indispensabile per situare la comunicazione nel suo giusto contesto, evitando gli strafalcioni della circolare “natalizia”.

Con tutto ciò che c’è da cambiare, la Conferenza non può passare inosservata

8.Proposte per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Come scrive Irti, “Le proposte ‘natalizie’ non hanno reso un buon servigio alla serietà delle decisioni europee ed alla fisionomia culturale dell’ Unione” .La Commissaria Dalli ha annunziato che la proposta di circolare, per quanto oggi ritirata, dalla Commissione, verrà ripresentata quando essa sarà stata meglio elaborata. Le questioni da essa sollevate e qui enumerate  sono infatti ancora attuali ed aperte. Come tali, esse non vanno certo dimenticate, bensì fatte rientrare nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’ Europa:

a)la questione della lingua, che non può continuare ad essere l’ Inglese;

b)la questione della libertà di pensiero e di parola. Se l’Unione vuole proporsi quale l’erede della tradizione classica della Parrhesia, di quella costituzionale delle libertà borghesi, delle culture critiche della modernità, non può divenire invece un soggetto politico che aspira a educare l’intera Società a un determinato modo di pensare, di esprimersi e di comportarsi (lo Stato Etico tanto condannato  nel fascismo). L’idea  di dare per scontati i “Nostri Valori” è aberrante se si pensa che l’Europa si auto-qualifica da sempre quale patria del pluralismo. Questo tanto più in quanto i pretesi “nostri valori” sono valori ipocriti da Esercito della Salvezza, contro cui si sono battuti strenuamente tutti i grandi intellettuali europei .Occorre ristabilire quel sano pluralismo europeo di idee e di comportamenti ( Leonida e Pericle, Socrate e San Paolo, Tertulliano e Sant’Agostino, Averroè e Pascal, Rousseau e Voltaire, De Maistre e Marx, Kierkegaard e Nietzsche, Freud e Jung, Croce e Gentile, Heidegger e Sartre…) – nella società, nella cultura, nei media, nella politica e nella geopolitica-.

Se l’Unione Europea ha da essere uno Stato educatore, bene, essa lo deve fare educando alla differenza, non già all’omologazione;

c)Massima cura per il funzionariato europeo, quale aspetto di una più generale “epistocrazia europea”, rivalutando il ruolo degli “Eurocrati”, che devono assumere un ruolo come classe e autonomia da un ceto politico spesso inadeguato. Si ricordi che Helena Dalli non è un’ “Euroburocrate”, bensì la ex Miss Malta, divenuta una donna politica maltese, e, successivamente, una Commissaria;

d)Una maggiore attenzione , nello studio dell’identità europea, all’aspetto teologico, che va dalla controversia erodotea circa il ruolo messianico dell’ imperatore persiano, alla teologia politica dell’ Eneide, alla IIa Lettera ai Tessalonicesi, ai concetti di Jihad e di Crociata, per passare  a quelli di Pace Perpetua, di Santa Alleanza, di “Dio e Popolo” in Mazzini, alla “Religione dell’ Umanità”, di “radici cristiane”, “giudaico-cristiane” o “islamo-cristiane”, e, infine, al dialogo interreligioso;

e)La consapevolezza che il Vescovo di Roma è l’unica autorità religiosa nel mondo che diriga una Chiesa mondiale, più forte nelle Americhe e in Africa che non in Europa, e che ciò è un aspetto e una forza, anche politica, per l’ Europa e in particolare per l’ Italia. Questo ci deve anche far capire che la Chiesa cattolica non può identificarsi con l’Unione Europea, e questa, a sua volta,  non può identificarsi totalmente con una religione, come il Cristianesimo,  che è più forte altrove.  Infatti, la Chiesa non può non lasciare  libertà di pensiero e di azione anche alle teologie nordamericana, sudamericana, africana e a quelle asiatiche, che certamente non possono identificarsi con nessuna ortodossia, né filosofica, ma nemmeno teologica. Questa tendenza aumenterà sempre più, portando un ulteriore elemento di pluralismo nell’organizzazione politico-sociale dell’ Europa, di cui l’Unione Europea non può non tenere conto;

f)una maggiore attenzione per tutti gli elementi identitari dell’ Europa, dalle radici etniche a quelle culturali, dal folclore alle culture classiche, dalle religioni ai ceti sociali, dalle arti ai costumi. L’Europa dovrebbe celebrare il Natale e Ferragosto, la Hanukkà e il Ramadan, la Battaglia delle Termopili e la conversione di Costantino, la Magna Charta e il 9 maggio (nella duplice accezione della Dichiarazione Schuman e del Den’Pobiedy).

“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

Commento all’ articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 novembre

Socrate con il demagogo Alcibiade

“L’INCOMPETENZA DEI TECNOCRATI”

La riunione del G20 di Roma e quella del Cop-27 di Glasgow si sono concluse, come buona parte delle iniziative di questo tipo, con un clamoroso passo indietro, come rimarcato perfino da “attivisti” mainstream come Greta Thunberg.

La Cina e la Russia non hanno partecipato, prevedendo un fiasco, che infatti si è puntualmente verificato. Avendo infatti la Cina presentato il giorno prima il proprio programma di riduzione delle emissioni, che  stabilisce la neutralità carbonica per il 2060, l’India è arrivata a Roma annunziando ch’ essa riuscirà a raggiungere quell’obiettivo addirittura solo nel 2070, e presentando ai Paesi sviluppati delle richieste veramente esplosive, quali quella che, essi accelerino ancora il  proprio percorso, e finanzino anche la transizione dell’India, come indennizzo per aver esse inquinato abbondantemente nel passato. A ciò si aggiunga che la Francia ha chiesto di considerare come “verde” il nucleare, e, la Germania, il gas.

E’ evidente che, dopo lo scatenamento della corsa alle nuove tecnologie fra USA e Cina, il Covid e la scoperta che molte soluzioni che si pretenderebbero “verdi” hanno, a loro volta, pesanti controindicazioni, gli “obiettivi” di Tokyo e di Parigi non sono più veramente prioritari per nessuno. Il punto è che l’entusiasmo generalizzato per l’”Agenda Verde”  era caratterizzato, per tutti, fin dall’inizio  (come segnalato da molti, fra cui il Papa e l’”attivista” Greta), un forte carattere propagandistico (“di marketing”), per mascherare altre urgenze, parimenti, o ancor più, vitali per l’umanità(la sostituzione dell’uomo con le macchine, già intravista dalla Kabbalà, da Goethe, Asimov, De Landa e Bill Joy, e, in secondo luogo, il rischio di una IIIa Guerra Mondiale, denunziato innanzitutto dal Papa), pericoli per l’umanità che sono però  addirittura degli obiettivi concretamente perseguiti da varie potenze. E’ evidente che se (come possibile), nel 2050, l’umanità non esisterà più perché distrutta dalla III Guerra Mondiale o perché sostituita dai robot, tutta questa fatica per eliminare il CO2 entro il 2060 o 2070 sarà risultata utile solo per fornire un gradevole soggiorno ai robot nostri eredi. Quindi, prima, cercare di contrastare il dominio delle macchine sull’ uomo e di evitare la IIIa Guerra Mondiale, poi, occuparsi del clima.

Ciascuno sta quindi cercando semplicemente di “salvare la faccia” circa la propria retromarcia, facendo però così crollare sia il mito positivista secondo cui vi sarebbero degli obiettivi evidenti condivisi sul piano internazionale, sia quello occidentale secondo cui i vertici delle attuali “maggiori economie” sarebbero all’altezza della situazione. Le retoriche delle “magnifiche sorti e progressive” si sono quindi rivelate nel loro insieme, come scrive John Grey, il “conservatore verde” un’”alba bugiarda”.

Se si vuole ancora avere una  qualche forma di “multilateralismo”, la si dovrà quindi cercare su altre basi e in altre culture, meno superficiali e meno settarie. L’accordo mondiale da ricercare in questo momento decisivo non può vertere sul materialismo volgare (quale espresso per esempio nell’ Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e sulla macchinizzazione del mondo indotta dai GAFAM e dai BATX, bensì solo sulla volontà di salvare l’Umano grazie al ricorso congiunto alle risorse spirituali delle diverse civiltà del mondo, da quelle pre-alfabetiche, a quelle assiali, da quelle politeiste a quelle monoteiste, da quelle tradizionali a quelle moderne e post-moderne (cfr. Salomon  Higgins, An Invitation to World Philosophy).

Certo, gli attuali multiculturalisti, specie se americani, sottovalutano la difficoltà, in assoluto e soprattutto per loro, di utilizzare effettivamente gl’insegnamenti delle culture non occidentali. Infatti, nessuno riesce ad immaginare un tipo di discorso che non sia fondato sulla logica “lineare” delle lingue indoeuropee; si pretende sempre che, fra le varie culture, ve ne sia una “dominante”, e che questa sia unica  e unitaria, sfociando su una “fine della Storia” che assomiglia sempre molto all’ apocalittica occidentale.

Platone con il tiranno Dioniso

1.Governo delle competenze, tecnocrazia, meritocrazia.

Quanto al secondo problema, non è inutile segnalare l’articolo di Massimo Cacciari su “La Repubblica” del 4 Novembre, con il quale il noto filosofo ha colto l’occasione per far presente che la tendenza verso la tecnocrazia, evidenziata, fra l’altro, dall’orgia di  potere dei virologi grazie al Covid  e dalla prassi tutta italiana di evitare sistematicamente la via elettorale con una successione di “governi tecnici” non eletti, porta  di fatto, per l’ “eterogenesi dei fini” all’incapacità di governare. In questo contesto, coloro che oggi vengono chiamati abusivamente “tecnici” sono, in realtà, dei miopi specialisti monotematici, i cosiddetti “Fachidioten”, che mancano della capacità di sintesi propria della cultura alta, ed emergono solo perché non fanno ombra ai poteri forti..

Questo è tanto più vero, in quanto la società contemporanea presenta, in tutti i suoi aspetti (culturali, naturali, geopolitici, tecnologici, etici, economici, sociali) un tale grado di complessità, che è comunque impossibile per chiunque padroneggiarne tutti gli aspetti. Secondo Cacciari “Una pura tecnocrazia è perciò altrettanto probabile che la nascita di un cavallo alato”.

Il che richiede, da parte del “politico”, una radicale metamorfosi, per comprendere un mondo lontanissimo da quello a cui si riferiscono le ideologie dominanti, dirigendo le diverse competenze verso fini condivisi, per esempio, secondo l’insegnamento (per altro rimasto “sulla carta”), del “Movimento Comunità” di Adriano Olivetti, a cui abbiamo dedicato il precedente post.

La prevalenza, nelle sfere ufficiali, di questi ottusi e sterili specialisti è voluta (per meglio spadroneggiare) dai poteri forti mondiali, ed è al contempo, una conseguenza della cultura dominante, distante almeno 100 anni dalla realtà (parlano ancora di imprenditori e operai, di nazioni e di industria, quando oramai possiamo vedere solo gestori e colletti bianchi, imperi e piattaforme).

La tomba di Federico II

2.I tecnocrati: nuovi apprendisti stregoni

La conseguenza pratica   di quel disorientamento di fronte al mondo della complessità è la tendenza, come nei racconti di Asimov, a delegare perfino le massime scelte esistenziali al complesso informatico-militare (“una scelta inevitabile”), che prende, così, il definitivo sopravvento sull’ Umano (vedi il caso dell’equilibrio nucleare). Questo è appunto ciò che vogliono i guru dell’ informatica come Kurzweil, e il programma politico teorizzato dal suo collega Schmidt.

L’articolo di Cacciari mette così (anche se  obliquamente) il dito sulla piaga di uno dei più complessi problemi del nostro tempo: l’incapacità dell’uomo, novello Apprendista Stregone, a fare fronte alla complessità del mondo ch’egli stesso ha creato (la “tecnosfera”). Questione già intravista dalla Kabbalà, con il mito del Golem, da Goethe, con l’idea del patto faustiano, e da Asimov, appunto, nella sua “Decisione Inevitabile”. E all’ apprendista stregone s’ispirano certamente Kurzweil, con il suo superomistico riempirsi di farmaci per garantirsi la “quasi-eternità”, e Zuckerberg, quando ribattezza “Facebook”“Meta”, facendo un riferimento polemico e inquietante al mito del Golem. Il Golem creato da Rabbi Loew ben Bezaleel di Praga si metteva in funzione inserendovi una scheda con la scritta “emeth”(che vuol dire “vita”), e si disattivava eliminandone la lettera iniziale ”e”, sicché si aveva la paola “meth”(“morte”). Orbene, in Ebraico, “Metà” vuol dire esattamente “è morta”. Mettendo il Golem in disattivazione, i molteplici pericoli di Facebook, di cui è accusato Zuckerberg, sarebbero neutralizzati. Guarda caso, secondo la Kabbalah le Luci di Tohu (cfr. Genesi, Tohu we Bohu) furono scosse perchè non erano “in rete”.

Cacciari affronta il tema da un punto di vista  apparentemente più limitato: quello dell’ incapacità degli specialisti (come Draghi o i virologhi) di governare gli Stati o addirittura il mondo (la “tecnocrazia”), rivelata da fenomeni catastrofici come la gestione del Covid e la decadenza dell’ Europa. Tra l’altro, niente po’ po’ di meno che Socrate aveva già affrontato tale questione proprio ai primordi della filosofia occidentale, domandandosi se avremmo mai voluto affidare una qualunque opera a un non competente. La sua conclusione era che no, non l’avremmo mai fatto. E, di conseguenza, non si poteva affidare neppure la gestione della Città a chi non fosse per essa competente. Ma, non esistendo all’ epoca dei “politici di professione”, ché,m anzi, la Riforma di Clistene mirava a rendeli impossibili imn nome della “democrazia”, gli unici competenti erano, a suo avviso, i filosofi. Solo essi infatti padroneggiano l’insieme delle conoscenze necessarie per organizzare una società(oggi li chiameremmo “tuttologi”). Con ciò, egli rispondeva alle opposte tesi degli oligarchi e dei sofisti, se fossero più atti a governare gli aristocratici, eredi dell’antica educazione eroica, o i retori usciti dalle scuole, appunto, dei sofisti.

E certamente questa tesi di Socrate non può che piacere a dei filosofi, come è Cacciari.

Akbar, il Re Filosofo

3.I filosofi e il Re filosofo

E’ in base a quell’ impostazione socratica che Platone aveva ideato la sua Repubblica, incentrata sulla figura del Re Filosofo, sintesi di tutti i saperi, e del governo dei filosofi, a cui si ispirarono, per esempio, Marco Aurelio, l’imperatore che scriveva di filosofia, e Federico II di Svevia (“Stupor Mundi”), che addirittura corrispondeva in Arabo con i filosofi del Medio Oriente (“al-jawa’ib al Yamaniyya ‘an al-‘asa’il as-Sikiliyya”). Lo stesso Platone si era trasferito (con esiti catastrofici) in Sicilia per convincere il tiranno di Siracusa, Ierone, a divenire il “Re filosofo”.

Averroè, nel suo “trattato decisivo”, aveva invitato il “Principe” (“Amir”), a circondarsi di “filosofi (“Falsafa”).Questo tipo di sovrano universale (il “Cakravartin”, nella terminologia Hindu) era più frequente in Asia: per esempio l’Imperatore Giallo, il Duca di Zhou, Ashoka, Akbar …, ed era stato per questo che i Gesuiti (Ricci, Kircher, Bouvais) e gl’Illuministi (Fresnais, Leibniz, Voltaire, Federico II di Prussia) avevano fatto, della Cina, il modello stesso per l’Europa, tentazione che si ripropone per altro proprio oggi.

Cacciari, che, essendo un filosofo, certamente è attratto in cuor suo da questo tipo di soluzione, si guarda però bene dal dirlo esplicitamente. Sarebbe evidentemente oggi una posizione quanto mai politicamente scorretta. Il suo ragionamento resta dunque deliberatamente monco.

La tecnocrazia attuale  che Cacciari denunzia non è comunque certo un “governo dei più competenti” secondo  il concetto  socratico, bensì, al contrario, è per eccellenza il governo degl’incompetenti. I “tecnici” nel senso moderno, quelli a cui accenna Cacciari, sono in realtà dei super-specialisti, quelli che nel ‘68 si chiamavano “Fachidioten”,  i quali si autolimitano ad un solo ramo del sapere (scienze politiche, ingegneria, economia,diritto), scendendo con ciò perfino al di sotto alla capacità del comune cittadino, che, pur nella sua ignoranza, ritiene proprio dovere interessarsi alla cosa pubblica intesa come fatto unitario (il “Senso Comune”).

Come ricorda infatti Irti, in democrazia dovrebbe essere il cittadino ad avere la “competenza generale”, anche se non può fare a meno di rilasciare un “mandato non imperativo” a dei rappresentanti, che dovrebbero essi avere quella “competenza generale”. Ma anche qui può (e deve) porsi la domanda socratica: come può oggi qualcuno che, come praticamente tutti i politici, ignora (tra l’altro) le lingue e culture straniere, l’informatica e le scienze strategiche, sedere nel Parlamento di un Paese di 50 (o di 500) milioni di abitanti, dove si discutono, in pratica, le sorti del mondo? Costoro non costituiscono un pericolo ambulante, come chi guidi senza patente una Ferrari?

Essi sono anche nettamente inferiori ai vecchi politici di professione (esempi, Churchill, De Gasperi, Togliatti), i quali, seppure un po’ unilaterali nel loro concentrarsi sulla politica, esprimevano comunque un interesse per l’insieme, ed avevano fatto dure scuole di potere, come l’alta aristocrazia inglese, il Vaticano, la scuola militare dei Commissari Politici Sovietici di San Pietroburgo.

Il Re-filosofo dev’essere un uomo universale, che conosce quanto è necessario sapere delle arti del Trivio e del Quadrivio, e inoltre possiede la Virtù del Signore e del guerriero (per Dante, “magnanimo nella borsa e nella spada”).

Nella cultura tradizionale cinese, i “letterati” (“Ru”), detti  da noi “Mandarini”, rappresentavano, in piccolo, ciò che, in grande, rappresentava il Figlio del Cielo: la completezza. Non per nulla essi venivano selezionati in base alla competenza letteraria e alla conoscenza dei Classici Confuciani, sotto il controllo dello stesso Imperatore, che talvolta dirigeva personalmente gli esami di Stato.

L’Imperatore Kanxi alla scrivania

4.La cultura delle élites

Fin qui, si potrebbe pensare che si tratti di un dibattito nominalistico, in quanto la distinzione fra “specialisti”, “competenti”e “filosofi” non emerge ancora in modo chiaro. Ciò che distingue gli “specialisti” aborriti da Cacciari dai “competenti” promossi da Socrate è il loro tipo di cultura. Gli “specialisti” accettano il loro ruolo subordinato perché condividono l’idea  che esista un “General Intellect” che avanza automaticamente verso il Progresso essi sono gli agenti ideali dell’ omologazione mondiale. Ciascuno di noi sarebbe solo una rotella di questo generale, e positivo, processo. I “competenti”, o “filosofi” sono, invece, coloro che riescono a comprendere le logiche che tengono insieme il tutto e sono capaci di formulare, al loro interno, dei progetti, di cui aspirano ad essere protagonisti.

E’ ovvio che, se gli “specialisti” assurgono, come oggi, negli Stati o nelle organizzazioni internazionali, a posizioni apicali, essi si muovono, poi, apparentemente a casaccio, ma in realtà divengono i burattini di lobbies nascoste (come oggi i GAFAM, i BATX, i grandi finanzieri, i servizi segreti…), che li hanno selezionati ed aiutati nella loro ascesa. Di qui il “bla, bla”, di cui parla Greta Thunberg, di leaders che pretendono di avere delle idee ma che in realtà cercano solo deliberatamente di sottrarsi alle loro responsabilità. 

Ci si aspetta invece che i “Competenti” riflettano, lottino, dibattano, orientino le scelte…

Ma come educare i “competenti” in quest’era postmoderna? E come sottrarre agli “specialisti” le loro posizioni di controllo sociale?

Gli esami da mandarino

5.L’incomprensione del ruolo del PCC.

Secondo Cacciari, il sistema cinese eserciterebbe una forte attrattiva sui tecnocrati proprio perché, mirando essi solo all’ efficienza, porterebbe alle estreme conseguenze la loro tecnocrazia.  Questo ragionamento, ripreso da Parag Khanna, è però semplificativo e mistificante, minato, com’è, dai pregiudizi del marxismo occidentale (per i Cinesi, “Bai Zuo”), ibridati con quelli del positivismo e del millenarismo (la “Cosa Ultima”, per dirla con di Cacciari).

Secondo quelle vulgate, con l’oblio, da parte della sinistra (occidentale come orientale) della sua originaria aspirazione egualitaria (quale espressa per esempio dalla Rivoluzione Culturale), sarebbe svanita l’ultima seria aspirazione spirituale della politica, sicché resterebbe in piedi solo l’efficienza tecnologica. Di conseguenza, il sistema cinese sarebbe “capitalista”; sarebbe addirittura il “capitalismo politico”(cfr. ancora Marramao su La Repubblica del 9 novembre).

A mio avviso, questo è un fraintendimento, innanzitutto del marxismo, poi della storia mondiale nel suo insieme. Dov’ è finita la dialettica storica marxista, la necessaria transizione fra cacciatori-raccoglitori, comunismo primitivo, schiavismo, feudalesimo, rivoluzione nazionale borghese, rivoluzione socialista, comunismo?  In questa sequenza, non c’era proprio nessun “valore” unico ed eterno (tanto meno,l’”eguaglianza”). La lunga marcia verso il Comunismo non ha nulla a che fare con la passione americana per l’eguaglianza, così temuta da Tocqueville, in quanto esso si pone addirittura fuori della Storia.

Ma, poi, non esistono soltanto i “fini” del comunismo. Dove sono finiti  quelli delle altre ideologie politiche (la “virtù”, l’”armonia”, la “libertà”, la “comunità”)?

In realtà, il modernismo occidentale (sia esso  individualistico o socialista) presenta una profonda lacuna, poiché esso, non avendo fini reali, è costretto a mutuarli altrove (nel millenarismo, nel tradizionalismo). Come ricorda, sempre su “La Repubblica” del 9 novembre , Natalino Irti, secondo Croce, i fini dovrebbero essere ricercati autonomamente  da ciascun individuo. Peccato chela confusione della cultura moderna, partita dalla ricerca sansimoniana di “una nuova società organica” e rimasta invece in un’eterna “fase critica”, dimostra che gl’individui da soli non sono in grado di darsi fini significativi.

Anche se, in realtà, per Croce, la ricerca dei fini si inserisce nel  processo  collettivo della Storia, il suo contenuto resta astratto, sì che il suo sistema, incompiuto, richiedeva, e richiede ancora, di essere completato.

Parallelamente, se in Cina si parla di “socialismo con caratteristiche cinesi” è proprio perché la millenaria cultura cinese costituisce un necessario supplemento alla cultura materialistica importata dall’ Occidente – un supplemento essenziale perché permette di vedere le cose in prospettiva, dando ad esse un senso – . La “via cinese al socialismo” significa, da un lato, che il processo storico va concepito (come faceva Marx) come un fatto di lungo periodo, ma, dall’ altro, anche che “i fini” non possono limitarsi all’ipostasi dell’eterna transizione da un sistema sociale ad un altro (la “Rivoluzione Permanente”), bensì vanno anch’essi posti, appunto, in una prospettiva di lungo termine, come fanno le culture millenarie che sono alla radice degli “Stati Civiltà” come quello cinese.

Per ciò che riguarda proprio la Cina, tanto lo “Stato Socialista di Diritto”, quanto la “Società moderatamente Prospera”, quanto la “Grande Armonia”, sono ideali normativi elaborati da diverse scuole tradizionali di pensiero, le quali, se interpretate secondo lo spirito dei tempi, conservano tutta la loro validità. Ed è per questo ch’essi vengono rivalutati, in contrasto con certe iconoclastie del passato.

Anche il “governo dei competenti” è un tema ben esplorato, oltre che dalla filosofia greca, anche dalla millenaria cultura politica della Cina. Oltre al ruolo del “Saggio Imperatore”, questa conosce la centralità del ceto dei “letterati” (“Ru”), che sono, appunto, ciò che, per Socrate e Platone, erano i “filosofi”, cioè gli studiosi della “teoria del tutto”, incarnata, per i Cinesi, nei “Classici Confuciani”.

Certo, la Cina moderna nasce come reazione alla ristrettezza di orizzonti del sistema mandarino quale interpretato dalla dinastia mancese, e, pertanto, ha vissuto nel tempo  delle radicali trasformazioni che hanno attraversato le Guerre dell’ Oppio, i Taiping, i Boxer, i “100 giorni”, la Prima Repubblica, il “Movimento del 5 Maggio”, il Kuomingtang, l’invasione giapponese, la Guerra Civile, la Repubblica Popolare, la Rivoluzione Culturale, le riforme di Teng Xiaoping, la Nuova Via della Seta…

Tuttavia, è rimasta centrale nel tempo l’importanza del “Governo dei Competenti”, che  sinologi esperti come Zhang Weiwei e Daniel A.Bell non definiscono, né come “ tecnocrazia” (“governo della tecnica”), né come “meritocrazia” (“governo dei più meritevoli”), bensì come “epistocrazia” (“governo della sapienza”).

Sapienza che un tempo era incarnata dai “Ru”, e oggi dal PCC, una realtà di dimensioni enormi anche per le misure cinesi (95 milioni di membri), superato per altro in questo dal Janata Party indiano, con più di 100 milioni di membri. Evidentemente, il tipo di formazione e di funzioni dei membri del PCC non può confrontarsi con quelli degli antichi “Ru”, che, essendo per giunta molto pochi, avevano un ruolo estremamente generalistico, di sintesi estrema.

Esso non è però, evidentemente, neanche un “partito” come lo intendiamo noi, bensì un ceto di potere che sostituisce (e moltiplica) gli antichi “Ru”, operando una sintesi fra tradizioni umanistiche, tecnologia e prassi economico-organizzativa (le “Tre Rappresentanze”), e coinvolgendo più persone del numero totale di votanti alle elezioni europee. Non vi è dubbio che, nonostante tutta la propaganda in contrario, questo tipo di struttura, capace di governare uno Stato con 1 miliardo e quattrocentomila abitanti, è più efficiente, non solo di un’Europa estremamente divisa, non autonoma e con organi centrali debolissimi, ma perfino degli USA, che hanno deciso (auitolimitandosi) di essere solo un “Impero Nascosto”(Immerwahr) dominato, a sua volta, da una tecnocrazia che, come da essa stessa dichiarato, mira veramente e brutalmente al dominio della tecnica sull’ umano (la Singularity di Kurzweil, la Googleization di Schmidt, la conquista dello spazio di Musk).

4.Un’Europa che non capisce

L’Europa è così lontana dall’avere risposto adeguatamente a queste domande, che, a nostro avviso, per poter sopravvivere, dovrà rivedere le sue stesse basi, filosofiche (un costruttivismo poliedrico anziché l’attuale, dominante, dogmatismo tecnocratico), concettuali (una “multi-level governance” anziché un’associazione fra Stati Nazionali), istituzionali (la democrazia partecipativa anziché quella “deliberativa” che si vorrebbe imporre con la Conferenza sul Futuro dell’ Europa), un vero “stato di diritto”, anziché l’attuale protettorato americano; una reale politica economica anziché  l’attuale inutile gabbia finanziaria; un vero esercito europeo anziché un ruolo ancillare nella NATO…:

“Per comprenderne le ragioni, discernendo i rischi dalle potenzialità, positive che pure sono emerse, non vi è che una sola strada: prendere atto dell’ inservibilità delle vecchie mappe dello Stato, dell’ economia e della società, costruendo nuove mappe in grado di orientarci nella logica apparentemente indecifrabile che presiede al gioco delle allenza e dei conflitti scompaginando le gerarchie di influenza fra i vari attori della sena planetaria..”(Marramao, La Repubblica).

Solo allora “ci potremmo permettere” un Governo di Competenti nel senso di Socrate, di Cacciari e di Confucio. Tale Governo porterebbe forse alla “Democrazia Illiberale” teorizzata da Parag Khanna e ripresa da Orbàn? Direi piuttosto al suo contrario, a un “liberalismo non democratico”, com’erano quelli di Montesquieu, Cavour, von Stein, Churchill,  Coudenhove Kalergi, Croce, De Gaulle, dove la massima attenzione per la libertà di pensiero, di parola e di associazione, non andava disgiunta dal culto dell’eccellenza, della tradizione, della differenza, della cultura alta, della selezione delle classi dirigenti, della permeabilità fra politica ed esercito.

Anche per Croce, la tradizione (umanistica, cristiana, borghese) forniva un “supplemento di anima” all’astrattezza della “Religione della Libertà”.

Un liberalismo che non era affatto contrario ai ceti lavoratori, ché anzi fu il principale propugnatore, con von Stein, Bismark, Giolitti, Keynes, Beveridge, De Gaulle, delle politiche “sociali” dell’era “interventistica” (come le assicurazioni sociali, le pensioni, la limitazione degli orari di lavoro, la libertà sindacale, il sostegno alla domanda, la cogestione,  le politiche industriali), pur essendo contrario all’ anarchia e alla demagogia (“la chienlit” di De Gaulle). Quel liberalismo non era contrario a nessuna forma di selezione (foss’essa scolastica, censitaria, politica, cetuale, burocratica, imprenditoriale, sindacale), purché fosse finalizzata all’elevazione del livello culturale ed etico, alla dedizione alla società, all’efficienza del sistema e alla competitività del Paese nell’ arena internazionale.

La “Democrazia Illiberale” è invece la versione moderna della “Tirannide della Maggioranza” paventata da Tocqueville, dove i pregiudizi della maggioranza rendono impossibile, ai competenti, di governare in un modo sensato e conforme alle leggi, con il risultato dello sfacelo dello Stato e della società.

Esempi tipici:

-la gestione della pandemia;

-la legislazione sulla riqualificazione energetica,

due casi lampanti di problemi reali a cui non si riesce a dare alcuna risposta efficace, o anche solo logica, a causa del coagularsi di luoghi comuni, falsificazioni politico-giornalistiche, interessi inconfessabili dei poteri forti, spezzettamento dei poteri, personalismo, elettoralismo, affarismo, ignoranza, irresponsabilità, incompetenza, debolezza di carattere, ipocrisia…

Coudenhove Kalergi, il primo grande teorico del federalismo, era anche un teorico delle élites

5.E’ possibile un’”epistocrazia europea”?

In effetti, seppure potenziata, l’”epistocrazia”, già cuore della tradizione greca,  sopravvive ancora, camuffata, in Europa. L’aristocrazia ateniese divideva il tempo fra la ginnastica e la retorica, per perfezionare se stessa nel corpo (vedi le statue classiche), quanto nell’ anima (vedi i dialoghi platonici): la “Paideia” esaltata da Werner Jaeger.

Ma, come osservato proprio da Jaeger, quest’ ideale fu poi fatto proprio anche dalle monarchie ellenistiche, dall’ Impero Romano e dal Medioevo cristiano ed islamico, per passare poi al Rinascimento, ai Gesuiti, agl’Illuministi e agl’intellettuali moderni come Nietzsche, Coudenhove Kalergi o Saint-Exupéry: è questa la “tradizione classica” dell’Europa.

Perfino l’attuale Unione Europea mantiene una traccia di questo culto per l’eccellenza, che si manifesta, da un lato, nella severa selezione dei funzionari, e, dall’altro, nello scrutinio dei Commissari da parte del Parlamento.

In concreto, un nuovo ceto dirigente europeo dovrebbe emergere da nuovi processi selettivi ancor più rigorosi, tanto in campo concettuale, che etico, che politico, che istituzionale, che economico. Certo, il clima non è favorevole, con la gelosia dei Poteri Forti e dei “Gatekeepers”, con l’imperare del “politicamente corretto”, con la decadenza dell’economia europea nel confronto mondiale, con le teorie sociali e pedagogiche che puntano piuttosto verso il livellamento, e, in definitiva, verso il “Governo delle Macchine” sostituito al “Governo degli Uomini”: “il complotto contro il merito” di cui parla l’omonimo recente libro di Marco Santambrogio.

A causa di ciò che precede, una virata dell’Europa verso un’”epistocrazia” rappresenterebbe certamente una vera e propria rivoluzione, possibile solo in tempi di grandi rivolgimenti. Ma questi sono, nel mondo, tempi di grandi rivolgimenti. Basti confrontare le skylines di Shenzhen, di Singapore e di Dubai del 1945, del 1975 e di oggi.

Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per riunire contro la Cina tutti i “non cinesi”, il conflitto di potere fra  le due potenze resta ancora sempre molto bilanciato. Da un lato, la Cina è il Paese più grande del mondo, ed, essendo gestito in modo centralizzato, è già ora più potente del resto del mondo messo insieme; dall’ altro, il potere degli Stati Uniti è proteiforme perché è “nascosto” (Immerwahr): dalla teologia ai servizi segreti; dalla cultura alla finanza; dalla tecnologia al costume; dai lobbisti alle basi militari,  ai servizi segreti. Inoltre, per un fenomeno che caratterizza tutte le reazioni a catena, il suo tasso di accrescimento (non solo economico, ma complessivo), tende ad espandersi con progressione geometrica.

In questa situazione, la struttura bipolare dei poteri (spirituali e tecnologici, politici e militari, sociali e giuridici, culturali ed economici) formatasi ai tempi della 2° Guerra Mondiale è sottoposta a una tensione sempre più forte, producendo degli “sfridi” (p.es, la Russia, la “cancel culture”, la Turchia, i “16+1”).

In presenza di siffatti “sfridi”, si creano nuovi ambiti di libertà..(Lavrov), non solo in campo geopolitico, bensì anche in quello culturale, mettendosi in discussione vecchi miti inconsistenti, come l’ Eurocentrismo, l’Occidente, il materialismo volgare, l’idea delle “Nazioni”, ecc. Nell’ambito  della rimessa in discussione della visione del mondo “occidentale”,  si rendono necessari approcci nuovi, quali ad esempio l’umanesimo digitale, il comparatismo,  l’eurasiatismo, i quali, a loro volta, promuovono nuove soluzioni tecnologiche, pedagogiche e sociali (come ad esempio l’Enhancement, l’educazione multiculturale, la cogestione, la Via della Seta), che richiedono nuovi skill e nuovi valori.

Nell’ambito di questa Grande Trasformazione, gli Europei possono provare finalmente a far valere, contro le abitudini e le culture pietrificate di oggi, la loro esigenza di educare una nuova élite europea, poliedrica, multidisciplinare e autonoma. La riduzione del tempo del lavoro dovuta all’ automazione dovrebbe essere utilizzata per la formazione di questa nuova élite, digitalizzata e filosofica, con una cultura filologica e letteraria continentale e intercontinentale, capace di tener testa, da un lato, alle Macchine Intelligenti, e, dall’ altro, agli altri Stati Civiltà.

E’ necessario un Istituto dell’ Intelligenza Artificiale
per dirigere la transizione verso un umanesimo digitale

6. L’educazione degli Europei

Questa esigenza può essere favorita dalle trasformazioni istituzionali? Certo, lo dovrebbe, sia nell’ immediato, quanto “a regime”.

All’interno della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, occorrerebbe creare uno spazio per la cultura, la formazione e l’educazione, che oggi non c’è. Non c’è nella sostanza: Le politiche europee, figlie del funzionalismo, sono incapaci d’ inglobare la cultura, considerata, marxianamente, “una sovrastruttura”

  Non c’è nelle istituzioni: nessuna Istituzione, e neppure nessuna Direzione Generale, sono dedicati alla Cultura.

Non c’è nelle politiche: non è in corso nessun’azione volta a fare conoscere reciprocamente tutte le aree dell’Europa, le loro culture e la loro storia.

Occorrono pertanto come minimo:

-una Fondazione della Cultura Europea;

-una Direzione “Cultura” della Commissione;

-una serie di politiche attive della cultura:

-un Fondo per la Cultura Europea

-un’Accademia della Cultura Europea

-una serie di Accademie Specialistiche

-una holding dell’industria culturale

-una holding del turismo europeo

-una holding della mobilità intraeuropea

-una holding della trasformazione digitale

Tutto ciò farà parte di un articolato capitolo dei convegni e del libro che andiamo preparando nell’ ambito del progetto “SALVARE L’EUROPA PER SALVARE IL MONDO”, a cui tutti sono chiamati a partecipare.