IL SESSO DEGLI ANGELI

Ovvero, mentre il mondo corre, l’ Europa si perde in polemiche assurde

Il Natale, festività di tutte le culture

Dato l’enorme scalpore ch’essa ha sollevato, nonché la diretta connessione con vari temi che attengono alla Conferenza sul Futuro dell’Europa, ritengo opportune alcune precisazioni sulla circolare “natalizia” della Commissione (che quest’ultima ha prontamente ritirato dopo il diluvio di critiche).

In precedente post, quasi presentissimo l’incombere  di questa polemica, avevamo scritto:“La ‘cancel culture’, nata fra gl’intellettuali ‘non-WASP’ nelle università americane, non è tuttavia solo un fenomeno americano. Come tutte le ‘americanate’, in breve si è diffusa in tutto il mondo, dove viene scimmiottata in modi per lo più impropri e deformanti, soprattutto in un’Europa sempre più priva di idee proprie, ed anche per questo sempre più succube dei trend culturali e politici americani.

Mentre, in America, il movimento ‘Woke’mira a colpire e l’eredità culturale del colonialismo europeo, in Europa prevale un’altra ‘Cancel Culture’, che mira invece a fare dimenticare le radici premoderne, moderne e afroasiatiche dell’integrazione europea, a vantaggio di un iconoclastico messianismo di origine manichea e puritana, secondo cui tale integrazione altro non sarebbe che la punta di diamante della nuova ‘religione dei diritti’, che travolge, come vendetta per le oppressioni passate, tutte le culture tradizionali, portandole tutte  a fare parte dell’ ‘impero mondiale omogeneo’ (Kojève).”

Seguiva una lunga analisi del significato culturale di questa “Cancel Culture europea”. Quell’ analisi ci aiuta ora anche a comprendere le ragioni della (bozza di?) circolare della Commissaria Dalli che ha suscitato tanto scandalo, e degli argomenti di coloro che l’hanno criticata.

A nostro avviso, si tratta dell’ennesimo ripropoprsi del conflitto fra, da un lato, il federalismo europeo, per sua natura “poliedrico”(le cose appaiono, a seconda del punto di vista da cui si guardano, molto diverse:cfr.”the Italian Theory” di Roberto Esposito),e,dall’ altro, il funzionalismo tecnocratico, adottato nei fatti dall’ Unione Europea, che, equiparando gli uomini alle macchine, è per natura privo di profondità. E’ per questo che i politici europei cadono spesso in eccessi definiti non senza ragione come “fantozziani”  (come quelli della circolare “natalizia”.

Come ha affermato il Cardinale Parolin, le “retoriche” dell’ Europa, quando “vanno contro la realtà”  finiscono in un guazzabuglio di contraddizioni implicite nella cultura funzionalistica: fra il preteso sfrenamento della soggettività del mondo ipermoderno e il reale  dogmatismo della mediocrità universale; fra la pretesa libertà di ricerca e di parola e la realtà  dei riflessi pavloviani imposti dal “gatekeepers”; fra la pretesa di concretezza tecno-scientifica e il profluvio di parole vuote e inconcludenti; fra il preteso multiculturalismo e la messa al bando di praticamente tutte le culture realmente esistenti fra il culto dell’afroasiaticità e la dittatura occhiuta dell’1% di  WASP puritani; fra la prestesa “inclusione” e l’esclusione proprio degli “Europaioi”, quelli che corrispondono alle descrizioni di Ippocrate, di Erodoto, di Svetonio, di Cassio Dione (autonomi, operosi, solidali e combattenti).

Nella sua apparenza modesta, la bozza rivela l’attacco generalizzato che, da qualche luogo lontano, si sta portando, allo stesso tempo, alla cultura e alla linguistica, al multiculturalismo e all’ Europa.

I funzionari europei : la roccaforte del plurilinguismo

1.Omaggio ai  Funzionari Europei

Si dice: “Ma era solo una bozza di istruzioni interne per funzionari della Commissione”. Una circolare di 32 pagine anche se non pubblicata, costituisce la velina occulta del potere. E i funzionari europei, di cui mio vanto di avere fatto parte, sono, nel deserto generale dell’entropia europea, l’unica vera “élite” dell’ Europa, con una vera identità europea e con una cultura stratosfericamente superiore a quella dei politici europei e delle classi dirigenti nazionali. In genere i politici sono inviati dai partiti, spesso per “toglierseli dai piedi” dalle capitali nazionali, mentre i funzionari debbono sostenere concorsi difficilissimi. Basta guardare alla conoscenza delle lingue. Orbene, costringere l’unica ”élite” dell’ Europa a trasformarsi in agitprop di una setta fanatica e ignorante sembra veramente troppo.

E come si fa a imporre ad un funzionariato composto in gran parte da linguisti un testo che (oltre ad essere stato scritto palesemente in America), ignora brutalmente i meccanismi delle lingue ufficiali della UE?Di più: che tende a distruggere dall’interno, come un virus, elementi estranei che ne impedirebbero il funzionamento e ne distruggerebbero il pluralismo.

Come scrive magistralmente Natalino Irti su “Il Sole 24 Ore”,”La pretesa di piena ‘inclusività’ di lingue e costumi dialogici ha uno sfondo di frigida insensibilità storica e di totale rifiuto  del passato”

Una cultura federalistica autentica avrebbe permesso di capire, nell’ottica del federalismo mondiale, che, se, dal punto di vista di un funzionario delle Nazioni Unite (o perfino del Vaticano), è più che giustificato non voler privilegiare alcun ambito culturale (non per nulla l’ONU ha 6 lingue ufficiali, di cui la metà non sono europee), altra cosa è parlare a nome del Consiglio d’ Europa, dove sono presenti tutti i Paesi europei, prevalentemente aderenti a religioni abramitiche, altra ancora nel nome della NATO, prevalentemente cristiana.

Quanto poi all’ attuale Unione Europea, che è essenzialmente un club di Europei continentali occidentali e di terraferma, avrebbe ancor più senso partire da una terminologia e da dei riferimenti cristiani. Se infine ci riferiamo a singoli Stati Membri, o addirittura a singole euroregioni o regioni, hanno senso riferimenti ancora più specifici, e allora, perché, anziché “Signori e Signori”, non dire (orrore) “Gruess Gott” o “Dìa Daoibh ”? E, di converso, “Buon Anno” alle Nazioni Unite, “Buon Natale, Buona Hanukkà” al Consiglio d’ Europa, “Kalà Christugenna”  all’ Unione Europea, così come noi avevamo fatto alcuni anni fa.

Nella stessa direzione, il federalismo postulerebbe l’uso di lingue universali a livello mondiale, di grandi lingue di cultura a livello degli Stati Civiltà, di lingue nazionali a livello di macro-regioni, di “lingue minoritarie” al livello delle euroregioni, delle lingue nazionali negli Stato Membri, dei dialetti a livello locale.

Invece, la pretesa che, come nella circolare incriminata, “come si dettano regole per confetture domestiche o generi alimentari, del pari le lingue possano ridursi a tipi rigidi, fruibili da tutti e in qualsiasi luogo del mondo”(Irti) costituisce il nocciolo stesso del totalitarismo (o del funzionalismo).

Questo è grave soprattutto da parte della Commissione, che potrebbe e dovrebbe essere la tutrice dell’Identità Europea, ma, invece, si muove in genere in un’ottica globalistica, e addirittura americana.In effetti, mentre nel resto del mondo, tutti cercano di vantare gli antenati più antichi (in America, da Maria Gimbutas a Anthony a  Gress), alla creazione in India dell’ Uttarakhand (con lingua ufficiale il Sanscrito), al Progetto Xia-Shang-Zhou (le Tre Dinastie Mitiche) in Cina, invece,  le “retoriche dell’Europa”  dimezzano sistematicamente l’Identità Europea, partendo chi dal Cristianesimo, chi dalla scoperta dell’ America, chi dalla Rivoluzione Francese, chi dalla IIa Guerra Mondiale, chi dalla Dichiarazione Schuman.

Che senso ha parlare di “Identità Europea” se non consideriamo come feste comuni le  ricorrenze ancestrali di mezzo inverno e mezza estate, indipendentemente dal fatto che le chiamiamo, rispettivamente, “Jul”(“Yule”), Natale di Roma, Natale, Hanukka’ o Milad al-Masih, e, rispettivamente, Feriae Augusti, Midsummer’night, Sole di Mezzanotte, Assunzione di Maria? Infatti, il Natale e il Capodanno come li conosciamo oggi hanno, sì, una storia cristiana, ma derivano in gran parte da festività ancestrali (preistoriche, medio-orientali o indo-europee), come dimostrano le greggi, le stelle, gli abeti, il vischio, Babbo Natale…

“Qui non è problema di laicità, o di professione di fede religiosa, ma soltanto di appartenenza storica, quale si è definita e consolidata nel corso dei secoli.(Irti)” Abbiamo illustrato questa stratificazione di tradizioni nel 1° volume del libro “10.000 anni d’identità europea”, con la prefazione, appunto, del Professor Irti. A nostro avviso, come spiegato esaurientemente da Jung, De Martino e De Benoit, lo stratificarsi delle tradizioni costituisce un elemento essenziale dell’ identità di un popolo, ed è per questo che i gatekeepers del potere vi prestano tanta attenzione, perché, come scriveva Orwell, “chi controlla il passato controlla il futuro”.

Maria, Iside, Guan Yin

2.Il nome di Maria

Non casuale è anche l’attacco al nome di Maria nella famigerata circolare, là dove di suggerisce di non usarlo come esempio, tanto meno in congiunzione con il nome “Giovanni” (come se i funzionari europei, e non quelli americani, fossero soliti citare come esempi “Mary and John”).

Non è certo l’unico caso in cui quel nome abbia fatto oggetto di tante controversie (già sul significato del nome), perché si riferisce alla figura classica della maternità, oggetto di un culto trasversale da parte di tutte le religioni. Tant’è vero che la risposta al saluto irlandese “inclusivo” da noi citato è proprio “Dìa ‘s Muire Doibh”Dio e Maria siano con voi”.

Proprio per la sua trasversalità, perfino il Vaticano aveva messo in discussione la sua interpretazione letterale come traduzione letterale dall’ ebraico (“Meir Yam”=”Stella Maris”), ricorda troppo le antiche religioni legate alle stelle. Sotto un altro punto di vista, l’”Odigitria”, che guida i naviganti, ma anche le anime, ha anch’essa precisi paralleli orientali, come per esempio Guan Yin, un bodhjisattva femminile che è, in Cina, “la Signora dell’ Occidente” che ci accoglie “nell’ ora della nostra morte”, ed è rappresentata in modo molto simile a Maria.

Maria ha poi un’infinità di altre assonanze: con la Grande Madre dell’Europa preistorica; con le divinità africane (le “Madonne Nere” di Loreto e Cestochowa); perfino con la principessa Europa….Essa esprime un concetto sacro di maternità che stride con  gli esperimenti postumanistici di riproduzione macchinica.

Jul, Jovilius, Julius

2.La questione del Natale.

Chi va contro la realtà si mette in serio pericolo” le parole del Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin,  sulla bozza della Commissione. E credo siano state queste parole a farlo ritirare.

“Credo – osserva Parolin ai media vaticani- che sia giusta la preoccupazione di cancellare tutte le discriminazioni. E’ un cammino di cui abbiamo acquisito sempre più consapevolezza e che naturalmente deve tradursi anche sul terreno pratico. Però, a mio parere, questa non è certamente la strada per raggiungere questo scopo. Perché alla fine si rischia di distruggere, annientare la persona, in due direzioni principali. La prima, quella della differenziazione che caratterizza il nostro mondo, la tendenza purtroppo è quella di omologare tutto, non sapendo rispettare invece anche le giuste differenze, che naturalmente non devono diventare contrapposizione o fonte di discriminazione, ma devono integrarsi proprio per costruire una umanità piena e integrale. La seconda: la dimenticanza di ciò che è una realtà. E chi va contro la realtà si mette in serio pericolo“.

La Natività è una di quelle realtà che non si possono mettere in questione, perché, comunque la si voglia configurare, rinasce sempre, perché radicata nella struttura stessa dell’ uomo. Ovviamente, se finisce l’uomo, finisca anche la Natività.

Dunque, ci si mette contro la realtà per “l’aridità di una concezione a-storica della lingua e dei costumi umani.

A-storica, poiché ignora l’essenza delle lingue, nelle quali si depongono il passato di popoli interi, loro fedi religiose e vicende politiche, loro filosofie e credenza. Quella proposta non ‘include’ nessuno, ma ‘esclude’ tutti, poiché ‘tutti’ non è l’algida omogeneità delle merci o del danaro, ma la unità della molteplice storia umana, varia per i singoli cammini , e forte proprio di un’infinita mutevolezza”(Irti)

Meno condivisibile la parte del commento di Parolin in cui si parla delle “radici giudaico-cristiane”, concetto a mio avviso equivoco, perché accetta il nucleo essenziale della teoria lessinghiana e crociana sul superamento del Cristianesimo, e quindi si rivela un boomerang per la Chiesa, che non si capisce perché vi sia così attaccata: ” Certo, noi sappiamo che l’Europa deve la sua esistenza e la sua identità a tanti apporti, ma certamente non si può dimenticare che uno degli apporti principali, se non il principale, è stato proprio il cristianesimo “.Ma qui non si tratta solo di “apporti”, bensì, come si vedrà, della stessa struttura antropologica degli Europei.

I “Giudaico-Cristiani” erano quel gruppo di Cristiani rimasti a Gerusalemme che pensavano ancora a un avvento prossimo di Gesù, e che, per questo motivo, erano  gli antagonisti naturali di San Paolo, che si scaglia contro di essi nella IIa Lettera ai Tessalonicesi. Essi praticavano la comunione dei beni in vista della prossima Apocalisse e l’imponevano violentemente alla comunità (come dimostra la vicenda di San Pietro, Anania e Saffira). Essere eredi dei Giudaico-Cristiani significa forse rivendicare la tradizione chiliastica delle eresie contro quella spiritualistica della Chiesa di San Paolo, di Sant’Agostino e di Pascal?

Riallacciandosi a quelle eresie, Lessing aveva proclamato che il Cristianesimo era oramai solo più una forma di educazione del genere umano; Saint-Simon aveva proclamato una Nuova Società Organica, fondata sulla Religione dell’ Umanità, e gl’Idealisti avevano concepito un “Progetto Sistemico”, in cui la “nuova mitologia”, comune ai dotti e al popolo, sarebbe stata costituita dalla scienza. Fare il vuoto pneumatico  di tutti i contenuti religiosi concreti (non solo del Cristianesimo, ma anche dell’ Islam e dell’induismo) significa dunque in realtà fare spazio a questa “chiesa invisibile”, che ha oggi la propria massima espressione nella Singularity University, e il proprio teologo di riferimento in Teilhard de Chardin.

Come dicevamo, il modo di essere degli Europei è strutturalmente cristiano: senso della Storia, aspirazione individuale alla Salvezza, separatezza e delle singole anime, e fra religione e Stato: non si ritrovano queste nel comportamento  di tutti gli Europei,? E, d’altronde, questo senso del mondo è condiviso, oltre che dai seguaci dei messianismi immanentistici, anche dagli Euroislamici e dall’ ebraismo europeo.

In realtà, in questo come in altri campi,  si vuole distruggere l’Europa, per evitare ch’essa possa fare concorrenza agli USA. Non casualmente, quest’ anno, al solito Halloween, si stanno aggiungendo un Black Friday che è ormai diventato “Black month”, e perfino il tacchino del Giorno del Ringraziamento. Infine, chi è che aveva vietato assolutamente il Natale? Cromwell e i Puritani. E, di fatto, il preteso simbolo del Natale è diventato un automa, chiamato “Santa”, che si dimena davanti a tutti i negozi d’America, perfetta incarnazione della religione della tecnologia.

E “last but not least”, la circolare ufficializzerebbe l’idea che l’Inglese sia la lingua di lavoro dei funzionari europei, nonostante il  regime istituzionale del plurilinguismo. Questo meccanismo non è più conforme allo scopo originario, e va pesantemente rivisto.

Cancellare chi ci cancella

3.”Cancel Europe”

Si tratta dunque di un ennesimo passaggio verso  l’americanizzazione, premessa per la realizzazione, sotto la guida di Google, della Singularity, della vera religione dell’Occidente: il nichilismo postumanistico.

Fra il ‘700 e l’’800, avevamo importato le retoriche liberaldemocratiche, nel ‘900 il razzismo, all’ inizio del XX° secolo, il liberismo; nello scorso decennio, l’informatica; ora, stiamo importando la cultura “Woke” e il post-umanesimo. Come si vede, cose apparentemente molto disparate fra di loro, ma che convergono verso un solo fine: cancellare la nostra identità e imporci un’identità gregaria dell’ America, per poi trasformarci finalmente in macchine.

La cultura “woke”, reazione a 500 anni di dominazione “bianca” nelle Americhe attraverso la “One Drop Rule” (secondo cui sarebbe “nero” chiunque abbia una sola goccia di sangue “non nordico”), consiste nel reclamare la cancellazione, altrettanto estremistica, della cultura coloniale, intesa come straniera ed oppressiva,  a favore di tutti i “non bianchi”, che sono, nell’ ordine:

-gli afro-americani, trasportati in America in catene;

-i nativi americani sterminati, espropriati e cacciati dalle loro terre;

-i “Latinos”, controllati dai nordameriani nei loro stessi territori e impossibilitati a ritornare in quegli Stati  del Nord che il Trattato di Guadalupe Hidalgo aveva loro destinati;

-i nippo-americani, imprigionati in campi di concentramento per timore che aiutassero i Giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale, e in generale gli Americani di origine asiatica;

-gl’ islamo-americani, dopo l’ 11 Settembre, assoggettati ad ogni genere di controlli.

A causa della loro motivazione “Anti-WASP”, le azioni della Cancel Culture americana raramente si rivolgono contro l’Europa propriamente detta (con la sola eccezione di Colombo, colpevole di avere iniziato la colonizzazione), ma, semmai, contro la cultura anglosassone insegnata in America come propedeutica all’Eccezionalismo Americano (la narrativa “From Plato to NATO”). Cosicché, le politiche anti-WASP potrebbero perfino essere considerate positive per l’ Europa, e degne, “mutatis mutandis”, d’imitazione, poiché non solo i “coloured” americani hanno subito forme di colonizzazione, ma anche gl’immigrati tedeschi, polacchi, italiani…, e, soprattutto dopo la IIa Guerra Mondiale, tutti gli Europei.

Quella cultura è comunque comprensibile nell’ ambito di un normale conflitto civile per l’alternanza al potere in America (tutt’altro che impossibile dati gli andamenti demografici e migratori), a cui gli Europei sono estranei. Come gli Americani hanno abbattuto, o fatto abbattere, le statue dei dittatori europei, di Saddam e di Gheddafi, non si vede perché essi non dovrebbero  aspettarsi di assistere all’ abbattimento delle statue di Jefferson (schiavista e sessista) e di Lee, comandante sudista.

Per la “Cancel culture” europea (senz’altro derivata da quella americana, ma con fini diversi), invece, è l’intera storia mondiale, e non solo quella europea,  ad essere “viziata da un’eredità di violenza, che solo la nemesi della IIa Guerra Mondiale sarebbe riuscita a riscattare (con la vittoria degli Stati Uniti).  In ciò starebbe la nobiltà dell’Europa, la quale, modello per il mondo intero, sarebbe riuscita a sostituire ad inimicizie secolari un nuovo clima di fratellanza (come profetizzato da Fichte e da Nietzsche). L’Europa sarebbe, dunque, il primo Paese entrato, grazie alla sconfitta, nella ‘Post-Histoire’(Gehlen, Fukuyama)-cioè con un ruolo di ‘suddito’ nell’ Impero del Bene.

Da tutto ciò risulterebbe esaltata la funzione messianica dell’ America, che, sconfiggendo l’Asse e rieducando la Germania, aveva costretto l’Europa a divenire il primo paese redento dalla storia dell’ oppressione e della miseria”.

Tutto ciò ha trovato la propria più autorevole espressione nella filosofia di René Girard.

“Per l’America sarebbe stato meglio non essere scoperta” (Sigmund Freud)

3. Per una riconsiderazione globale della questione della lingua degli Europei.

Oggi, l’americanizzazione dell’Europa riguarda in primo luogo la lingua, dove, proprio al momento dell’uscita dell’Inghilterra, l’Unione fa, paradossalmente, un uso quasi esclusivo dell’ Inglese, dimostrando, con ciò, che la scelta di questa lingua non era motivata dalla presenza dell’Inghilterra, bensì da un’imposizione dell’ America. Anche le molte lingue nazionali, regionali e locali, incorporano ogni giorno senza bisogno, decine, se non centinaia di termini anglo-americani, come “resilienza”, “inclusività”, “queer”, ecc…, per i quali esisterebbero fior di sinonimi, che, però, per servilismo, nessuno usa.

E’verissimo che l’Inglese è una lingua particolarmente ibrida (Celtico, Latino, Germanico Occidentale e Settentrionale, Francese), che, per questo motivo, può pretendere di rappresentare una sintesi delle parlate europee occidentali. Sì, ma solo di queste ultime. Invece, esso si contrappone a quelle dell’Europa Centrale e Orientale (slave, baltiche, balcaniche e uralo-altaiche, come Polacco, Lituano, Albanese, Ungherese, Turco, Finlandese, Sami), e costituisce quindi un perenne pomo della discordia fra gli Europei, un ennesimo ostacolo alla piena unificazione del Continente: l’”arroganza Romano-Germanica”. D’altronde, l’Inglese, come il Cinese, essendo l’effetto di processi di trasformazione molto risalenti e complessi, è difficilissimo da padroneggiare da parte dei “non madrelingua” (pronunzia, accenti, intonation, gergo). Altro che inclusività! L’Unione di oggi discrimina, eccome: i popoli pre-alfabetici come i Sami, che non sono rappresentati, i russofoni privati della cittadinanza, i tradizionalisti di tutte le religioni, i conservatori… Inoltre, la cultura “Mainstream” tenta in tutti i modi di relegare le “lingue nazionali” europee al rango di dialetti dell’ Inglese.

Ciò è dimostrato da certi vezzi strumentali, come quello del “linguaggio inclusivo”, a cui è dedicata principalmente la bozza. Ammesso e non concesso che occorra un maggior uso del neutro per tener conto delle varietà di genere, bene, nelle varie lingue europee, questo già esiste, o formalmente (come nelle lingue slave e Germaniche e in Greco), o informalmente, come con i pronomi “esso” e “cela”, o nei collettivi (“spettabile pubblico”). Così come esiste l’affievolimento della finale, pronunziato, come nelle lingue napoletana (Napulë) e Piemontese (dësgust), o scritto, come nella  Gjuha Arbëreshe parlata in tutto il Sud (Tiranë);quante “Schwa”! Quindi, abbiamo già vari esempi di lingue della penisola italica che potrebbero (se del caso) fornirci degli utili suggerimenti. Che bisogno c’è di introdurre asterischi o “schwa”? L’uno, fa sembrare molte parole come inglesi; l’altro è un prestito dall’ Ebraico biblico (improprio perché l’ Ebraico si scrive, ovviamente, in caratteri ebraici, e, quindi, in un altro modo, e, nell’ Israeliano moderno, non si pronunzia affatto, contribuendo così, se applicato alle lingue europee,  all’eliminazione delle desinenze, che è proprio quel che serve per decostruire l’Italiano). Ancor peggio l’asterisco, usato dagli Ebrei in talune lingue  per indicare l‘omissione delle vocali del Nome di Dio. Però anche l’asterisco alla fine andrà pronunziato (come si fa alla fin fine con i nomi di Dio). Come si distinguerebbero anche singolare e plurale? Le proposte d’innovazione grammaticale e calligrafica non sono deliberatamente sostenibili, mirando solo alla decostruzione delle lingue europee.

Come dimostrano tutti questi esempi, qualcuno vuole la “debilitazione” delle nostre lingue, perché appaiano spurie rispetto all’ Inglese, l’unica “lingua alta”(come sta già succedendo nell’ uso di lavoro delle Istituzioni).

A prescindere dal fatto che non so chi apprezzerebbe di essere chiamato “Egregië Signorë”, o di essere designato come “esso”. Tra l’altro, una delle prove principali del fatto che tutto ciò è stato pensato in Inglese è che il suggerimento di abbandonare “Ladies and Gentlemen” per “” Dear Colleagues” potrebbe semmai funzionare in Inglese, ma in altre lingue, come per esempio l’ Italiano, “Cari Colleghi” suonerebbe ancor meno inclusivo che non “Signore e Signori”, perché esisterebbe solo al maschile.

Fortunatamente, vi è tutta una ripresa delle lingue classiche, prima in Asia, poi in Europa (Cfr. il nostro libro “Es patrida gaian”).Israele ha dichiarato l’ Ebraico lingua ufficiale; i Paesi arabi usano l’Arabo classico nelle loro comunicazioni e l’India ha dedicato un ruolo costituzionale alle lingue classiche dell’ India, creando anche il nuovo Stato federale Uttarakhand, costituito in gran parte da santuari induisti, nel quale il Sanscrito è la lingua ufficiale principale.

In Turchia, è stato reintrodotto lo studio del Turco Ottomano, e in Francia quello del Greco e del Latino. I Ministri della pubblica Istruzione di Spagna, Francia, Italia, Grecia e Cipro, nel recentissimo incontro al Liceo Louis Le Grand di Parigi, hanno firmato un accordo, espressamente come reazione all’ esclusione della cultura classica dai curricula di molte università americane, per il rilancio del Greco e del Latino.

In considerazione della prevista scomparsa, per effetto dell’automazione e dell’ Intelligenza Artificiale, del lavoro manuale, e della drastica riduzione dei lavori di routine, si sta creando un’enorme di quantità di tempo libero, che potrà (e dovrà) essere reinvestito, certo, nell’ istruzione tecnica e civica, ma anche e soprattutto nelle materie umanistiche che servono per tenere sotto controllo  queston colossale apparato tecnologico che apprende, decide e si riproduce.

Fra le scienze che si rendono a tal fine necessarie fin d’ora, la teologia, la filosofia, la matematica, le scienze politiche, il diritto, l’economia, ma anche e soprattutto la linguistica, elemento fondamentale di interconnessione fra le discipline e le culture. Non per nulla il membro fondamentale della classe dirigente in Cina è stato il “Ru”, il letterato, che, padroneggiando la lingua cinese classica, e, di conseguenza, i classici confuciani, era in grado di decidere su tutti i principali problemi che si presentavano all’ Impero e alle diverse civiltà in esso incorporate (turciche, mongoliche, sino-tibetane, vietnamite, cinesi del Sud). Non diversamente, la conoscenza del Greco, del Latino, dei Classici Occidentali, dell’ Arabo, dell’ Ebraico, della Bibbia e del Corano, del Persiano, sono state per millenni alla base della formazione delle classi dirigenti medio-orientali, e costituiscono tutte insieme, lo strumento insostituibile per la trasmissione delle grandi civiltà.

Questo vale ancora di più per la classe dirigente dell’ Europa di domani, situata al crocevia fra le culture classica, scientifica, giudaico-cristiana, digitale, germanica, slava, persiana, islamica e sinica. Non costituiscono, in questo contesto, le esigenze di semplice comunicazione la priorità principale. Per le esigenze di comunicazione, avrà un’importanza fondamentale la traduzione automatica, mentre una cultura comparatistica (filologia generale e comparata e culture comparate) sarà indispensabile per situare la comunicazione nel suo giusto contesto, evitando gli strafalcioni della circolare “natalizia”.

Con tutto ciò che c’è da cambiare, la Conferenza non può passare inosservata

8.Proposte per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Come scrive Irti, “Le proposte ‘natalizie’ non hanno reso un buon servigio alla serietà delle decisioni europee ed alla fisionomia culturale dell’ Unione” .La Commissaria Dalli ha annunziato che la proposta di circolare, per quanto oggi ritirata, dalla Commissione, verrà ripresentata quando essa sarà stata meglio elaborata. Le questioni da essa sollevate e qui enumerate  sono infatti ancora attuali ed aperte. Come tali, esse non vanno certo dimenticate, bensì fatte rientrare nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’ Europa:

a)la questione della lingua, che non può continuare ad essere l’ Inglese;

b)la questione della libertà di pensiero e di parola. Se l’Unione vuole proporsi quale l’erede della tradizione classica della Parrhesia, di quella costituzionale delle libertà borghesi, delle culture critiche della modernità, non può divenire invece un soggetto politico che aspira a educare l’intera Società a un determinato modo di pensare, di esprimersi e di comportarsi (lo Stato Etico tanto condannato  nel fascismo). L’idea  di dare per scontati i “Nostri Valori” è aberrante se si pensa che l’Europa si auto-qualifica da sempre quale patria del pluralismo. Questo tanto più in quanto i pretesi “nostri valori” sono valori ipocriti da Esercito della Salvezza, contro cui si sono battuti strenuamente tutti i grandi intellettuali europei .Occorre ristabilire quel sano pluralismo europeo di idee e di comportamenti ( Leonida e Pericle, Socrate e San Paolo, Tertulliano e Sant’Agostino, Averroè e Pascal, Rousseau e Voltaire, De Maistre e Marx, Kierkegaard e Nietzsche, Freud e Jung, Croce e Gentile, Heidegger e Sartre…) – nella società, nella cultura, nei media, nella politica e nella geopolitica-.

Se l’Unione Europea ha da essere uno Stato educatore, bene, essa lo deve fare educando alla differenza, non già all’omologazione;

c)Massima cura per il funzionariato europeo, quale aspetto di una più generale “epistocrazia europea”, rivalutando il ruolo degli “Eurocrati”, che devono assumere un ruolo come classe e autonomia da un ceto politico spesso inadeguato. Si ricordi che Helena Dalli non è un’ “Euroburocrate”, bensì la ex Miss Malta, divenuta una donna politica maltese, e, successivamente, una Commissaria;

d)Una maggiore attenzione , nello studio dell’identità europea, all’aspetto teologico, che va dalla controversia erodotea circa il ruolo messianico dell’ imperatore persiano, alla teologia politica dell’ Eneide, alla IIa Lettera ai Tessalonicesi, ai concetti di Jihad e di Crociata, per passare  a quelli di Pace Perpetua, di Santa Alleanza, di “Dio e Popolo” in Mazzini, alla “Religione dell’ Umanità”, di “radici cristiane”, “giudaico-cristiane” o “islamo-cristiane”, e, infine, al dialogo interreligioso;

e)La consapevolezza che il Vescovo di Roma è l’unica autorità religiosa nel mondo che diriga una Chiesa mondiale, più forte nelle Americhe e in Africa che non in Europa, e che ciò è un aspetto e una forza, anche politica, per l’ Europa e in particolare per l’ Italia. Questo ci deve anche far capire che la Chiesa cattolica non può identificarsi con l’Unione Europea, e questa, a sua volta,  non può identificarsi totalmente con una religione, come il Cristianesimo,  che è più forte altrove.  Infatti, la Chiesa non può non lasciare  libertà di pensiero e di azione anche alle teologie nordamericana, sudamericana, africana e a quelle asiatiche, che certamente non possono identificarsi con nessuna ortodossia, né filosofica, ma nemmeno teologica. Questa tendenza aumenterà sempre più, portando un ulteriore elemento di pluralismo nell’organizzazione politico-sociale dell’ Europa, di cui l’Unione Europea non può non tenere conto;

f)una maggiore attenzione per tutti gli elementi identitari dell’ Europa, dalle radici etniche a quelle culturali, dal folclore alle culture classiche, dalle religioni ai ceti sociali, dalle arti ai costumi. L’Europa dovrebbe celebrare il Natale e Ferragosto, la Hanukkà e il Ramadan, la Battaglia delle Termopili e la conversione di Costantino, la Magna Charta e il 9 maggio (nella duplice accezione della Dichiarazione Schuman e del Den’Pobiedy).

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