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IL SESSO DEGLI ANGELI

Ovvero, mentre il mondo corre, l’ Europa si perde in polemiche assurde

Il Natale, festività di tutte le culture

Dato l’enorme scalpore ch’essa ha sollevato, nonché la diretta connessione con vari temi che attengono alla Conferenza sul Futuro dell’Europa, ritengo opportune alcune precisazioni sulla circolare “natalizia” della Commissione (che quest’ultima ha prontamente ritirato dopo il diluvio di critiche).

In precedente post, quasi presentissimo l’incombere  di questa polemica, avevamo scritto:“La ‘cancel culture’, nata fra gl’intellettuali ‘non-WASP’ nelle università americane, non è tuttavia solo un fenomeno americano. Come tutte le ‘americanate’, in breve si è diffusa in tutto il mondo, dove viene scimmiottata in modi per lo più impropri e deformanti, soprattutto in un’Europa sempre più priva di idee proprie, ed anche per questo sempre più succube dei trend culturali e politici americani.

Mentre, in America, il movimento ‘Woke’mira a colpire e l’eredità culturale del colonialismo europeo, in Europa prevale un’altra ‘Cancel Culture’, che mira invece a fare dimenticare le radici premoderne, moderne e afroasiatiche dell’integrazione europea, a vantaggio di un iconoclastico messianismo di origine manichea e puritana, secondo cui tale integrazione altro non sarebbe che la punta di diamante della nuova ‘religione dei diritti’, che travolge, come vendetta per le oppressioni passate, tutte le culture tradizionali, portandole tutte  a fare parte dell’ ‘impero mondiale omogeneo’ (Kojève).”

Seguiva una lunga analisi del significato culturale di questa “Cancel Culture europea”. Quell’ analisi ci aiuta ora anche a comprendere le ragioni della (bozza di?) circolare della Commissaria Dalli che ha suscitato tanto scandalo, e degli argomenti di coloro che l’hanno criticata.

A nostro avviso, si tratta dell’ennesimo ripropoprsi del conflitto fra, da un lato, il federalismo europeo, per sua natura “poliedrico”(le cose appaiono, a seconda del punto di vista da cui si guardano, molto diverse:cfr.”the Italian Theory” di Roberto Esposito),e,dall’ altro, il funzionalismo tecnocratico, adottato nei fatti dall’ Unione Europea, che, equiparando gli uomini alle macchine, è per natura privo di profondità. E’ per questo che i politici europei cadono spesso in eccessi definiti non senza ragione come “fantozziani”  (come quelli della circolare “natalizia”.

Come ha affermato il Cardinale Parolin, le “retoriche” dell’ Europa, quando “vanno contro la realtà”  finiscono in un guazzabuglio di contraddizioni implicite nella cultura funzionalistica: fra il preteso sfrenamento della soggettività del mondo ipermoderno e il reale  dogmatismo della mediocrità universale; fra la pretesa libertà di ricerca e di parola e la realtà  dei riflessi pavloviani imposti dal “gatekeepers”; fra la pretesa di concretezza tecno-scientifica e il profluvio di parole vuote e inconcludenti; fra il preteso multiculturalismo e la messa al bando di praticamente tutte le culture realmente esistenti fra il culto dell’afroasiaticità e la dittatura occhiuta dell’1% di  WASP puritani; fra la prestesa “inclusione” e l’esclusione proprio degli “Europaioi”, quelli che corrispondono alle descrizioni di Ippocrate, di Erodoto, di Svetonio, di Cassio Dione (autonomi, operosi, solidali e combattenti).

Nella sua apparenza modesta, la bozza rivela l’attacco generalizzato che, da qualche luogo lontano, si sta portando, allo stesso tempo, alla cultura e alla linguistica, al multiculturalismo e all’ Europa.

I funzionari europei : la roccaforte del plurilinguismo

1.Omaggio ai  Funzionari Europei

Si dice: “Ma era solo una bozza di istruzioni interne per funzionari della Commissione”. Una circolare di 32 pagine anche se non pubblicata, costituisce la velina occulta del potere. E i funzionari europei, di cui mio vanto di avere fatto parte, sono, nel deserto generale dell’entropia europea, l’unica vera “élite” dell’ Europa, con una vera identità europea e con una cultura stratosfericamente superiore a quella dei politici europei e delle classi dirigenti nazionali. In genere i politici sono inviati dai partiti, spesso per “toglierseli dai piedi” dalle capitali nazionali, mentre i funzionari debbono sostenere concorsi difficilissimi. Basta guardare alla conoscenza delle lingue. Orbene, costringere l’unica ”élite” dell’ Europa a trasformarsi in agitprop di una setta fanatica e ignorante sembra veramente troppo.

E come si fa a imporre ad un funzionariato composto in gran parte da linguisti un testo che (oltre ad essere stato scritto palesemente in America), ignora brutalmente i meccanismi delle lingue ufficiali della UE?Di più: che tende a distruggere dall’interno, come un virus, elementi estranei che ne impedirebbero il funzionamento e ne distruggerebbero il pluralismo.

Come scrive magistralmente Natalino Irti su “Il Sole 24 Ore”,”La pretesa di piena ‘inclusività’ di lingue e costumi dialogici ha uno sfondo di frigida insensibilità storica e di totale rifiuto  del passato”

Una cultura federalistica autentica avrebbe permesso di capire, nell’ottica del federalismo mondiale, che, se, dal punto di vista di un funzionario delle Nazioni Unite (o perfino del Vaticano), è più che giustificato non voler privilegiare alcun ambito culturale (non per nulla l’ONU ha 6 lingue ufficiali, di cui la metà non sono europee), altra cosa è parlare a nome del Consiglio d’ Europa, dove sono presenti tutti i Paesi europei, prevalentemente aderenti a religioni abramitiche, altra ancora nel nome della NATO, prevalentemente cristiana.

Quanto poi all’ attuale Unione Europea, che è essenzialmente un club di Europei continentali occidentali e di terraferma, avrebbe ancor più senso partire da una terminologia e da dei riferimenti cristiani. Se infine ci riferiamo a singoli Stati Membri, o addirittura a singole euroregioni o regioni, hanno senso riferimenti ancora più specifici, e allora, perché, anziché “Signori e Signori”, non dire (orrore) “Gruess Gott” o “Dìa Daoibh ”? E, di converso, “Buon Anno” alle Nazioni Unite, “Buon Natale, Buona Hanukkà” al Consiglio d’ Europa, “Kalà Christugenna”  all’ Unione Europea, così come noi avevamo fatto alcuni anni fa.

Nella stessa direzione, il federalismo postulerebbe l’uso di lingue universali a livello mondiale, di grandi lingue di cultura a livello degli Stati Civiltà, di lingue nazionali a livello di macro-regioni, di “lingue minoritarie” al livello delle euroregioni, delle lingue nazionali negli Stato Membri, dei dialetti a livello locale.

Invece, la pretesa che, come nella circolare incriminata, “come si dettano regole per confetture domestiche o generi alimentari, del pari le lingue possano ridursi a tipi rigidi, fruibili da tutti e in qualsiasi luogo del mondo”(Irti) costituisce il nocciolo stesso del totalitarismo (o del funzionalismo).

Questo è grave soprattutto da parte della Commissione, che potrebbe e dovrebbe essere la tutrice dell’Identità Europea, ma, invece, si muove in genere in un’ottica globalistica, e addirittura americana.In effetti, mentre nel resto del mondo, tutti cercano di vantare gli antenati più antichi (in America, da Maria Gimbutas a Anthony a  Gress), alla creazione in India dell’ Uttarakhand (con lingua ufficiale il Sanscrito), al Progetto Xia-Shang-Zhou (le Tre Dinastie Mitiche) in Cina, invece,  le “retoriche dell’Europa”  dimezzano sistematicamente l’Identità Europea, partendo chi dal Cristianesimo, chi dalla scoperta dell’ America, chi dalla Rivoluzione Francese, chi dalla IIa Guerra Mondiale, chi dalla Dichiarazione Schuman.

Che senso ha parlare di “Identità Europea” se non consideriamo come feste comuni le  ricorrenze ancestrali di mezzo inverno e mezza estate, indipendentemente dal fatto che le chiamiamo, rispettivamente, “Jul”(“Yule”), Natale di Roma, Natale, Hanukka’ o Milad al-Masih, e, rispettivamente, Feriae Augusti, Midsummer’night, Sole di Mezzanotte, Assunzione di Maria? Infatti, il Natale e il Capodanno come li conosciamo oggi hanno, sì, una storia cristiana, ma derivano in gran parte da festività ancestrali (preistoriche, medio-orientali o indo-europee), come dimostrano le greggi, le stelle, gli abeti, il vischio, Babbo Natale…

“Qui non è problema di laicità, o di professione di fede religiosa, ma soltanto di appartenenza storica, quale si è definita e consolidata nel corso dei secoli.(Irti)” Abbiamo illustrato questa stratificazione di tradizioni nel 1° volume del libro “10.000 anni d’identità europea”, con la prefazione, appunto, del Professor Irti. A nostro avviso, come spiegato esaurientemente da Jung, De Martino e De Benoit, lo stratificarsi delle tradizioni costituisce un elemento essenziale dell’ identità di un popolo, ed è per questo che i gatekeepers del potere vi prestano tanta attenzione, perché, come scriveva Orwell, “chi controlla il passato controlla il futuro”.

Maria, Iside, Guan Yin

2.Il nome di Maria

Non casuale è anche l’attacco al nome di Maria nella famigerata circolare, là dove di suggerisce di non usarlo come esempio, tanto meno in congiunzione con il nome “Giovanni” (come se i funzionari europei, e non quelli americani, fossero soliti citare come esempi “Mary and John”).

Non è certo l’unico caso in cui quel nome abbia fatto oggetto di tante controversie (già sul significato del nome), perché si riferisce alla figura classica della maternità, oggetto di un culto trasversale da parte di tutte le religioni. Tant’è vero che la risposta al saluto irlandese “inclusivo” da noi citato è proprio “Dìa ‘s Muire Doibh”Dio e Maria siano con voi”.

Proprio per la sua trasversalità, perfino il Vaticano aveva messo in discussione la sua interpretazione letterale come traduzione letterale dall’ ebraico (“Meir Yam”=”Stella Maris”), ricorda troppo le antiche religioni legate alle stelle. Sotto un altro punto di vista, l’”Odigitria”, che guida i naviganti, ma anche le anime, ha anch’essa precisi paralleli orientali, come per esempio Guan Yin, un bodhjisattva femminile che è, in Cina, “la Signora dell’ Occidente” che ci accoglie “nell’ ora della nostra morte”, ed è rappresentata in modo molto simile a Maria.

Maria ha poi un’infinità di altre assonanze: con la Grande Madre dell’Europa preistorica; con le divinità africane (le “Madonne Nere” di Loreto e Cestochowa); perfino con la principessa Europa….Essa esprime un concetto sacro di maternità che stride con  gli esperimenti postumanistici di riproduzione macchinica.

Jul, Jovilius, Julius

2.La questione del Natale.

Chi va contro la realtà si mette in serio pericolo” le parole del Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin,  sulla bozza della Commissione. E credo siano state queste parole a farlo ritirare.

“Credo – osserva Parolin ai media vaticani- che sia giusta la preoccupazione di cancellare tutte le discriminazioni. E’ un cammino di cui abbiamo acquisito sempre più consapevolezza e che naturalmente deve tradursi anche sul terreno pratico. Però, a mio parere, questa non è certamente la strada per raggiungere questo scopo. Perché alla fine si rischia di distruggere, annientare la persona, in due direzioni principali. La prima, quella della differenziazione che caratterizza il nostro mondo, la tendenza purtroppo è quella di omologare tutto, non sapendo rispettare invece anche le giuste differenze, che naturalmente non devono diventare contrapposizione o fonte di discriminazione, ma devono integrarsi proprio per costruire una umanità piena e integrale. La seconda: la dimenticanza di ciò che è una realtà. E chi va contro la realtà si mette in serio pericolo“.

La Natività è una di quelle realtà che non si possono mettere in questione, perché, comunque la si voglia configurare, rinasce sempre, perché radicata nella struttura stessa dell’ uomo. Ovviamente, se finisce l’uomo, finisca anche la Natività.

Dunque, ci si mette contro la realtà per “l’aridità di una concezione a-storica della lingua e dei costumi umani.

A-storica, poiché ignora l’essenza delle lingue, nelle quali si depongono il passato di popoli interi, loro fedi religiose e vicende politiche, loro filosofie e credenza. Quella proposta non ‘include’ nessuno, ma ‘esclude’ tutti, poiché ‘tutti’ non è l’algida omogeneità delle merci o del danaro, ma la unità della molteplice storia umana, varia per i singoli cammini , e forte proprio di un’infinita mutevolezza”(Irti)

Meno condivisibile la parte del commento di Parolin in cui si parla delle “radici giudaico-cristiane”, concetto a mio avviso equivoco, perché accetta il nucleo essenziale della teoria lessinghiana e crociana sul superamento del Cristianesimo, e quindi si rivela un boomerang per la Chiesa, che non si capisce perché vi sia così attaccata: ” Certo, noi sappiamo che l’Europa deve la sua esistenza e la sua identità a tanti apporti, ma certamente non si può dimenticare che uno degli apporti principali, se non il principale, è stato proprio il cristianesimo “.Ma qui non si tratta solo di “apporti”, bensì, come si vedrà, della stessa struttura antropologica degli Europei.

I “Giudaico-Cristiani” erano quel gruppo di Cristiani rimasti a Gerusalemme che pensavano ancora a un avvento prossimo di Gesù, e che, per questo motivo, erano  gli antagonisti naturali di San Paolo, che si scaglia contro di essi nella IIa Lettera ai Tessalonicesi. Essi praticavano la comunione dei beni in vista della prossima Apocalisse e l’imponevano violentemente alla comunità (come dimostra la vicenda di San Pietro, Anania e Saffira). Essere eredi dei Giudaico-Cristiani significa forse rivendicare la tradizione chiliastica delle eresie contro quella spiritualistica della Chiesa di San Paolo, di Sant’Agostino e di Pascal?

Riallacciandosi a quelle eresie, Lessing aveva proclamato che il Cristianesimo era oramai solo più una forma di educazione del genere umano; Saint-Simon aveva proclamato una Nuova Società Organica, fondata sulla Religione dell’ Umanità, e gl’Idealisti avevano concepito un “Progetto Sistemico”, in cui la “nuova mitologia”, comune ai dotti e al popolo, sarebbe stata costituita dalla scienza. Fare il vuoto pneumatico  di tutti i contenuti religiosi concreti (non solo del Cristianesimo, ma anche dell’ Islam e dell’induismo) significa dunque in realtà fare spazio a questa “chiesa invisibile”, che ha oggi la propria massima espressione nella Singularity University, e il proprio teologo di riferimento in Teilhard de Chardin.

Come dicevamo, il modo di essere degli Europei è strutturalmente cristiano: senso della Storia, aspirazione individuale alla Salvezza, separatezza e delle singole anime, e fra religione e Stato: non si ritrovano queste nel comportamento  di tutti gli Europei,? E, d’altronde, questo senso del mondo è condiviso, oltre che dai seguaci dei messianismi immanentistici, anche dagli Euroislamici e dall’ ebraismo europeo.

In realtà, in questo come in altri campi,  si vuole distruggere l’Europa, per evitare ch’essa possa fare concorrenza agli USA. Non casualmente, quest’ anno, al solito Halloween, si stanno aggiungendo un Black Friday che è ormai diventato “Black month”, e perfino il tacchino del Giorno del Ringraziamento. Infine, chi è che aveva vietato assolutamente il Natale? Cromwell e i Puritani. E, di fatto, il preteso simbolo del Natale è diventato un automa, chiamato “Santa”, che si dimena davanti a tutti i negozi d’America, perfetta incarnazione della religione della tecnologia.

E “last but not least”, la circolare ufficializzerebbe l’idea che l’Inglese sia la lingua di lavoro dei funzionari europei, nonostante il  regime istituzionale del plurilinguismo. Questo meccanismo non è più conforme allo scopo originario, e va pesantemente rivisto.

Cancellare chi ci cancella

3.”Cancel Europe”

Si tratta dunque di un ennesimo passaggio verso  l’americanizzazione, premessa per la realizzazione, sotto la guida di Google, della Singularity, della vera religione dell’Occidente: il nichilismo postumanistico.

Fra il ‘700 e l’’800, avevamo importato le retoriche liberaldemocratiche, nel ‘900 il razzismo, all’ inizio del XX° secolo, il liberismo; nello scorso decennio, l’informatica; ora, stiamo importando la cultura “Woke” e il post-umanesimo. Come si vede, cose apparentemente molto disparate fra di loro, ma che convergono verso un solo fine: cancellare la nostra identità e imporci un’identità gregaria dell’ America, per poi trasformarci finalmente in macchine.

La cultura “woke”, reazione a 500 anni di dominazione “bianca” nelle Americhe attraverso la “One Drop Rule” (secondo cui sarebbe “nero” chiunque abbia una sola goccia di sangue “non nordico”), consiste nel reclamare la cancellazione, altrettanto estremistica, della cultura coloniale, intesa come straniera ed oppressiva,  a favore di tutti i “non bianchi”, che sono, nell’ ordine:

-gli afro-americani, trasportati in America in catene;

-i nativi americani sterminati, espropriati e cacciati dalle loro terre;

-i “Latinos”, controllati dai nordameriani nei loro stessi territori e impossibilitati a ritornare in quegli Stati  del Nord che il Trattato di Guadalupe Hidalgo aveva loro destinati;

-i nippo-americani, imprigionati in campi di concentramento per timore che aiutassero i Giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale, e in generale gli Americani di origine asiatica;

-gl’ islamo-americani, dopo l’ 11 Settembre, assoggettati ad ogni genere di controlli.

A causa della loro motivazione “Anti-WASP”, le azioni della Cancel Culture americana raramente si rivolgono contro l’Europa propriamente detta (con la sola eccezione di Colombo, colpevole di avere iniziato la colonizzazione), ma, semmai, contro la cultura anglosassone insegnata in America come propedeutica all’Eccezionalismo Americano (la narrativa “From Plato to NATO”). Cosicché, le politiche anti-WASP potrebbero perfino essere considerate positive per l’ Europa, e degne, “mutatis mutandis”, d’imitazione, poiché non solo i “coloured” americani hanno subito forme di colonizzazione, ma anche gl’immigrati tedeschi, polacchi, italiani…, e, soprattutto dopo la IIa Guerra Mondiale, tutti gli Europei.

Quella cultura è comunque comprensibile nell’ ambito di un normale conflitto civile per l’alternanza al potere in America (tutt’altro che impossibile dati gli andamenti demografici e migratori), a cui gli Europei sono estranei. Come gli Americani hanno abbattuto, o fatto abbattere, le statue dei dittatori europei, di Saddam e di Gheddafi, non si vede perché essi non dovrebbero  aspettarsi di assistere all’ abbattimento delle statue di Jefferson (schiavista e sessista) e di Lee, comandante sudista.

Per la “Cancel culture” europea (senz’altro derivata da quella americana, ma con fini diversi), invece, è l’intera storia mondiale, e non solo quella europea,  ad essere “viziata da un’eredità di violenza, che solo la nemesi della IIa Guerra Mondiale sarebbe riuscita a riscattare (con la vittoria degli Stati Uniti).  In ciò starebbe la nobiltà dell’Europa, la quale, modello per il mondo intero, sarebbe riuscita a sostituire ad inimicizie secolari un nuovo clima di fratellanza (come profetizzato da Fichte e da Nietzsche). L’Europa sarebbe, dunque, il primo Paese entrato, grazie alla sconfitta, nella ‘Post-Histoire’(Gehlen, Fukuyama)-cioè con un ruolo di ‘suddito’ nell’ Impero del Bene.

Da tutto ciò risulterebbe esaltata la funzione messianica dell’ America, che, sconfiggendo l’Asse e rieducando la Germania, aveva costretto l’Europa a divenire il primo paese redento dalla storia dell’ oppressione e della miseria”.

Tutto ciò ha trovato la propria più autorevole espressione nella filosofia di René Girard.

“Per l’America sarebbe stato meglio non essere scoperta” (Sigmund Freud)

3. Per una riconsiderazione globale della questione della lingua degli Europei.

Oggi, l’americanizzazione dell’Europa riguarda in primo luogo la lingua, dove, proprio al momento dell’uscita dell’Inghilterra, l’Unione fa, paradossalmente, un uso quasi esclusivo dell’ Inglese, dimostrando, con ciò, che la scelta di questa lingua non era motivata dalla presenza dell’Inghilterra, bensì da un’imposizione dell’ America. Anche le molte lingue nazionali, regionali e locali, incorporano ogni giorno senza bisogno, decine, se non centinaia di termini anglo-americani, come “resilienza”, “inclusività”, “queer”, ecc…, per i quali esisterebbero fior di sinonimi, che, però, per servilismo, nessuno usa.

E’verissimo che l’Inglese è una lingua particolarmente ibrida (Celtico, Latino, Germanico Occidentale e Settentrionale, Francese), che, per questo motivo, può pretendere di rappresentare una sintesi delle parlate europee occidentali. Sì, ma solo di queste ultime. Invece, esso si contrappone a quelle dell’Europa Centrale e Orientale (slave, baltiche, balcaniche e uralo-altaiche, come Polacco, Lituano, Albanese, Ungherese, Turco, Finlandese, Sami), e costituisce quindi un perenne pomo della discordia fra gli Europei, un ennesimo ostacolo alla piena unificazione del Continente: l’”arroganza Romano-Germanica”. D’altronde, l’Inglese, come il Cinese, essendo l’effetto di processi di trasformazione molto risalenti e complessi, è difficilissimo da padroneggiare da parte dei “non madrelingua” (pronunzia, accenti, intonation, gergo). Altro che inclusività! L’Unione di oggi discrimina, eccome: i popoli pre-alfabetici come i Sami, che non sono rappresentati, i russofoni privati della cittadinanza, i tradizionalisti di tutte le religioni, i conservatori… Inoltre, la cultura “Mainstream” tenta in tutti i modi di relegare le “lingue nazionali” europee al rango di dialetti dell’ Inglese.

Ciò è dimostrato da certi vezzi strumentali, come quello del “linguaggio inclusivo”, a cui è dedicata principalmente la bozza. Ammesso e non concesso che occorra un maggior uso del neutro per tener conto delle varietà di genere, bene, nelle varie lingue europee, questo già esiste, o formalmente (come nelle lingue slave e Germaniche e in Greco), o informalmente, come con i pronomi “esso” e “cela”, o nei collettivi (“spettabile pubblico”). Così come esiste l’affievolimento della finale, pronunziato, come nelle lingue napoletana (Napulë) e Piemontese (dësgust), o scritto, come nella  Gjuha Arbëreshe parlata in tutto il Sud (Tiranë);quante “Schwa”! Quindi, abbiamo già vari esempi di lingue della penisola italica che potrebbero (se del caso) fornirci degli utili suggerimenti. Che bisogno c’è di introdurre asterischi o “schwa”? L’uno, fa sembrare molte parole come inglesi; l’altro è un prestito dall’ Ebraico biblico (improprio perché l’ Ebraico si scrive, ovviamente, in caratteri ebraici, e, quindi, in un altro modo, e, nell’ Israeliano moderno, non si pronunzia affatto, contribuendo così, se applicato alle lingue europee,  all’eliminazione delle desinenze, che è proprio quel che serve per decostruire l’Italiano). Ancor peggio l’asterisco, usato dagli Ebrei in talune lingue  per indicare l‘omissione delle vocali del Nome di Dio. Però anche l’asterisco alla fine andrà pronunziato (come si fa alla fin fine con i nomi di Dio). Come si distinguerebbero anche singolare e plurale? Le proposte d’innovazione grammaticale e calligrafica non sono deliberatamente sostenibili, mirando solo alla decostruzione delle lingue europee.

Come dimostrano tutti questi esempi, qualcuno vuole la “debilitazione” delle nostre lingue, perché appaiano spurie rispetto all’ Inglese, l’unica “lingua alta”(come sta già succedendo nell’ uso di lavoro delle Istituzioni).

A prescindere dal fatto che non so chi apprezzerebbe di essere chiamato “Egregië Signorë”, o di essere designato come “esso”. Tra l’altro, una delle prove principali del fatto che tutto ciò è stato pensato in Inglese è che il suggerimento di abbandonare “Ladies and Gentlemen” per “” Dear Colleagues” potrebbe semmai funzionare in Inglese, ma in altre lingue, come per esempio l’ Italiano, “Cari Colleghi” suonerebbe ancor meno inclusivo che non “Signore e Signori”, perché esisterebbe solo al maschile.

Fortunatamente, vi è tutta una ripresa delle lingue classiche, prima in Asia, poi in Europa (Cfr. il nostro libro “Es patrida gaian”).Israele ha dichiarato l’ Ebraico lingua ufficiale; i Paesi arabi usano l’Arabo classico nelle loro comunicazioni e l’India ha dedicato un ruolo costituzionale alle lingue classiche dell’ India, creando anche il nuovo Stato federale Uttarakhand, costituito in gran parte da santuari induisti, nel quale il Sanscrito è la lingua ufficiale principale.

In Turchia, è stato reintrodotto lo studio del Turco Ottomano, e in Francia quello del Greco e del Latino. I Ministri della pubblica Istruzione di Spagna, Francia, Italia, Grecia e Cipro, nel recentissimo incontro al Liceo Louis Le Grand di Parigi, hanno firmato un accordo, espressamente come reazione all’ esclusione della cultura classica dai curricula di molte università americane, per il rilancio del Greco e del Latino.

In considerazione della prevista scomparsa, per effetto dell’automazione e dell’ Intelligenza Artificiale, del lavoro manuale, e della drastica riduzione dei lavori di routine, si sta creando un’enorme di quantità di tempo libero, che potrà (e dovrà) essere reinvestito, certo, nell’ istruzione tecnica e civica, ma anche e soprattutto nelle materie umanistiche che servono per tenere sotto controllo  queston colossale apparato tecnologico che apprende, decide e si riproduce.

Fra le scienze che si rendono a tal fine necessarie fin d’ora, la teologia, la filosofia, la matematica, le scienze politiche, il diritto, l’economia, ma anche e soprattutto la linguistica, elemento fondamentale di interconnessione fra le discipline e le culture. Non per nulla il membro fondamentale della classe dirigente in Cina è stato il “Ru”, il letterato, che, padroneggiando la lingua cinese classica, e, di conseguenza, i classici confuciani, era in grado di decidere su tutti i principali problemi che si presentavano all’ Impero e alle diverse civiltà in esso incorporate (turciche, mongoliche, sino-tibetane, vietnamite, cinesi del Sud). Non diversamente, la conoscenza del Greco, del Latino, dei Classici Occidentali, dell’ Arabo, dell’ Ebraico, della Bibbia e del Corano, del Persiano, sono state per millenni alla base della formazione delle classi dirigenti medio-orientali, e costituiscono tutte insieme, lo strumento insostituibile per la trasmissione delle grandi civiltà.

Questo vale ancora di più per la classe dirigente dell’ Europa di domani, situata al crocevia fra le culture classica, scientifica, giudaico-cristiana, digitale, germanica, slava, persiana, islamica e sinica. Non costituiscono, in questo contesto, le esigenze di semplice comunicazione la priorità principale. Per le esigenze di comunicazione, avrà un’importanza fondamentale la traduzione automatica, mentre una cultura comparatistica (filologia generale e comparata e culture comparate) sarà indispensabile per situare la comunicazione nel suo giusto contesto, evitando gli strafalcioni della circolare “natalizia”.

Con tutto ciò che c’è da cambiare, la Conferenza non può passare inosservata

8.Proposte per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Come scrive Irti, “Le proposte ‘natalizie’ non hanno reso un buon servigio alla serietà delle decisioni europee ed alla fisionomia culturale dell’ Unione” .La Commissaria Dalli ha annunziato che la proposta di circolare, per quanto oggi ritirata, dalla Commissione, verrà ripresentata quando essa sarà stata meglio elaborata. Le questioni da essa sollevate e qui enumerate  sono infatti ancora attuali ed aperte. Come tali, esse non vanno certo dimenticate, bensì fatte rientrare nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’ Europa:

a)la questione della lingua, che non può continuare ad essere l’ Inglese;

b)la questione della libertà di pensiero e di parola. Se l’Unione vuole proporsi quale l’erede della tradizione classica della Parrhesia, di quella costituzionale delle libertà borghesi, delle culture critiche della modernità, non può divenire invece un soggetto politico che aspira a educare l’intera Società a un determinato modo di pensare, di esprimersi e di comportarsi (lo Stato Etico tanto condannato  nel fascismo). L’idea  di dare per scontati i “Nostri Valori” è aberrante se si pensa che l’Europa si auto-qualifica da sempre quale patria del pluralismo. Questo tanto più in quanto i pretesi “nostri valori” sono valori ipocriti da Esercito della Salvezza, contro cui si sono battuti strenuamente tutti i grandi intellettuali europei .Occorre ristabilire quel sano pluralismo europeo di idee e di comportamenti ( Leonida e Pericle, Socrate e San Paolo, Tertulliano e Sant’Agostino, Averroè e Pascal, Rousseau e Voltaire, De Maistre e Marx, Kierkegaard e Nietzsche, Freud e Jung, Croce e Gentile, Heidegger e Sartre…) – nella società, nella cultura, nei media, nella politica e nella geopolitica-.

Se l’Unione Europea ha da essere uno Stato educatore, bene, essa lo deve fare educando alla differenza, non già all’omologazione;

c)Massima cura per il funzionariato europeo, quale aspetto di una più generale “epistocrazia europea”, rivalutando il ruolo degli “Eurocrati”, che devono assumere un ruolo come classe e autonomia da un ceto politico spesso inadeguato. Si ricordi che Helena Dalli non è un’ “Euroburocrate”, bensì la ex Miss Malta, divenuta una donna politica maltese, e, successivamente, una Commissaria;

d)Una maggiore attenzione , nello studio dell’identità europea, all’aspetto teologico, che va dalla controversia erodotea circa il ruolo messianico dell’ imperatore persiano, alla teologia politica dell’ Eneide, alla IIa Lettera ai Tessalonicesi, ai concetti di Jihad e di Crociata, per passare  a quelli di Pace Perpetua, di Santa Alleanza, di “Dio e Popolo” in Mazzini, alla “Religione dell’ Umanità”, di “radici cristiane”, “giudaico-cristiane” o “islamo-cristiane”, e, infine, al dialogo interreligioso;

e)La consapevolezza che il Vescovo di Roma è l’unica autorità religiosa nel mondo che diriga una Chiesa mondiale, più forte nelle Americhe e in Africa che non in Europa, e che ciò è un aspetto e una forza, anche politica, per l’ Europa e in particolare per l’ Italia. Questo ci deve anche far capire che la Chiesa cattolica non può identificarsi con l’Unione Europea, e questa, a sua volta,  non può identificarsi totalmente con una religione, come il Cristianesimo,  che è più forte altrove.  Infatti, la Chiesa non può non lasciare  libertà di pensiero e di azione anche alle teologie nordamericana, sudamericana, africana e a quelle asiatiche, che certamente non possono identificarsi con nessuna ortodossia, né filosofica, ma nemmeno teologica. Questa tendenza aumenterà sempre più, portando un ulteriore elemento di pluralismo nell’organizzazione politico-sociale dell’ Europa, di cui l’Unione Europea non può non tenere conto;

f)una maggiore attenzione per tutti gli elementi identitari dell’ Europa, dalle radici etniche a quelle culturali, dal folclore alle culture classiche, dalle religioni ai ceti sociali, dalle arti ai costumi. L’Europa dovrebbe celebrare il Natale e Ferragosto, la Hanukkà e il Ramadan, la Battaglia delle Termopili e la conversione di Costantino, la Magna Charta e il 9 maggio (nella duplice accezione della Dichiarazione Schuman e del Den’Pobiedy).

PER “LIMES”, L’UE SCOMPARIRA’ENTRO IL 2050: altro che “Futuro dell’ Europa”!

Erdogan circondato da soldati
dei 16 imperi turchi

Luca Caracciolo non ha mai creduto molto nell’integrazione europea, ma il numero di ottobre di Limes ha raggiunto un livello di euroscetticismo che supera tutte le precedenti esperienze: nell’illustrare come sarà il mondo nel 2050, si è dimenticato (?) perfino di parlare (foss’anche male) dell’Unione Europea, partendo evidentemente dal presupposto che, in quell’anno, non esisterà proprio più. Il che era quanto era stato detto anche dall’ insospettabile Helmut Schmidt. La questione va quindi presa estremamente sul serio.

Tutto ciò dovrebbe infatti preoccupare non poco le Istituzioni e il Movimento Europeo, che vedono ora bocciate da un’autorevole rivista tutte le loro pretese di dare un futuro all’ Unione (almeno così com’ essa è). Questo fatto non può e non deve, a nostro avviso, rimanere fuori dei riflettori della Conferenza attualmente in corso, costituendo uno stimolo aggiuntivo a essere più concreti (a meno che non ci sia, sottointesa, l’idea di una grande messa in scena).

La mappa del mondo medievale nel Diwan Lughat it-Tuerk

(antologia delle lingue turciche)

1.L’Europa come preda di tutte le potenze del mondo

Nella rivista, ci sono infatti 3 articoli sul futuro della Cina, 2 sull’ Italia, due sull’ America, uno a testa su Russia, Francia, Inghilterra, Turchia, Germania, Giappone, uno sulla Chiesa Cattolica, ma nessuno sull’ Unione Europea, il cui nome non è neppure citato, mentre invece si afferma chiaramente che l’Europa non sarà, né un soggetto politico, né, tanto meno, un protagonista, bensì la preda a cui aspireranno tutte le potenze del mondo. Il che costituisce  per altro un fatto evidente, a meno che  l’Unione Europea non diventi rapidissimamente un vero soggetto -culturale, sociale, tecnologico, militare, statuale, economico e politico- degno di questo nome. Evidentemente,  “Limes” non crede che ci riuscirà, e non si può dargli torto visto che non ci sono in giro proposte concrete in questa direzione. Lo stesso Fabbrini, nel suo intervento settimanale su “Il Sole 24 Ore”, parla di “retorica”.

Per la Cina, intanto, secondo Limes “non si tratta di sbarcare in America, ma di legare a sé l’Europa per costringere Washington a riconoscere il primato sinico. Senza Europa non si dà Occidente – oggi sinonimo di impero americano-  nemmeno nella flebile complessione attuale. A quel punto, solo a quel punto l’America scadrebbe a Numero Due.”

Cosa parzialmente vera. L’idea che ci debba essere per forza un “Numero Uno”nel mondo (derivata da Hegel e da Marx) , per quanto profondamente radicata, è in sé discutibile. E’comunque vero che gli USA, senza l’Europa, perderebbero ogni credibilità, perché,  nati con la presunzione di rappresentare il mondo intero, già oggi rappresentano poco più di se stessi, e un’Europa più prossima alle proprie radici che alla secessione americana dimostrerebbe ulteriormente  la faziosità della pretesa dell’ America. Ma, a nostro avviso, non sarebbe affatto una sciagura per l’ Europa: anzi…

La Cina ha dal 1° novembre
il più ricco corpus di legislazione digitale

2.L’Europa potrebbe, se vuole, divenire “sovrana” come stanno dicendo Draghi e Macron

Proprio per quanto detto al punto precedente, non è vero che l’Europa non abbia scelta, vale a dire se essere suddita dell’America o della Cina, e, ciò , per una serie di ragioni che l’editoriale di Limes così sintetizza: ”Saremo sempre più vecchi, certo. Ma lo status quo in Europa, se esistito, non è mai durato oltre un secolo. Ci siamo quasi.”

L’incombente “balcanizzazione”, che tende a scalfire, non già la nostra indipendenza, che oggi non esiste, bensì il nostro attuale appiattimento sull’ Occidente, origina, come osserva Limes,  da molte parti: certo, dalla Cina, bisognosa d’intrattenere rapporti più stretti con tutto il mondo (cfr. Via della Seta e Trattato sugl’Investimenti); dalla Russia, unico Stato europeo oggi in grado, se lo volesse, di unificare il Continente; dalla Turchia, dall’ Ungheria e dalla Polonia, condannate dalla storia a rivendicare, chi l’Impero Ottomano ,  chi i Carpazi, chi le steppe pontiche. Ma, anche e soprattutto, dagli Stati Uniti, lacerati   fra le pulsioni anti-WASP di neri, latinos, sino-americani, nippo-americani, indo-americani…(“movimento “Woke”) lo “European Traditionalism” dei White Suprematists, dei Radical Democrats, degl’incorreggibili Sudisti, della working class, delle campagne, e, infine, l’imperialismo tecnologico dei GAFAM, che, impossessatisi del Parlamento, vi dettano oramai leggi militaristiche e poliziesche (come l’”Endless Frontier Act”), che tendono ad assoggettare lo Stato americano, e poi il mondo,  ai loro  progetti post-umanistici. Tutti  questi trends sono fonte di disorientamento negli establishments europei, avvezzi a ricevere imbeccate univoche da un’America auto-referenziale e rassicurante, e ora costretti a un tour de force contraddittorio fra sanzioni in tutte le direzioni, leggi Woke e compromessi con i GAFAM.

Certo, tali establishments sono i meno idonei a partecipare alla prevedibile lotta per il potere che si sta aprendo in Europa dopo il rarefarsi della morsa straniera, prima sovietica, ed ora anche americana. Infatti: socialmente, gli ottant’anni di Yalta hanno generato un establishment di deracinés deculturati ed opportunisti. Antropologicamente, l’educazione “anti-autoritaria” rende difficile la creazione di movimenti politici organizzati e combattivi; militarmente, gli eserciti europei sono disorganizzati, arretrati e infiltrati dagli Americani; politicamente, le agende dei vari Paesi europei sono quanto di più irrazionale, dispersivo e contraddittorio si possa immaginare…

Eppure, l’occasione fa l’uomo ladro.   Quando tutti vedranno che i migliori business si possono fare solo con la Cina e con la Russia (vedi per esempio il colloquio di “Conoscere Eurasia” del 24 al Grattacielo di Intesa); che vi sono vaste aree, come l’Ucraina, la Bosnia e la Macedonia, che possono essere facilmente contese da tutti; che tutte le grandi potenze hanno fatto loro programmi molto dettagliati per la conquista del mondo -appunto intorno al 2050-, vediamo se  non sorgeranno anche movimenti europei vogliosi di  scendere anch’essi in queste competizioni, quand’anche in modo asimmetrico.

A nostro avviso, in quel contesto, il trend più ragionevole per gli Europei resterebbe quello di continuare, sì con l’attuale politica conciliatoria fra Est e Ovest, Nord e Sud, ma in un modo più adeguato di oggi -vale a dire con una visione culturale ben più ampia, con obiettivi anche di sana autoconservazione e di autopromozione, e con molta maggiore assertività (quello che Draghi e Macron chiamano pomposamente “Sovranità Europea”, ma poi non perseguono seriamente)-.

I popoli turcichi si sovrappongono alla Russia, alla Via della Seta e all’ Europa Orientale

3.La rinascita panturchista quale modello per l’ Europa

Questo numero di Limes  fornisce stupefacentemente un’esemplificazione di come potrebbe funzionare una politica siffatta attraverso l’inattesa  l’esaltazione del neo-turanismo contenuta nell’ articolo “Perché la Turchia deve tornare impero entro il 2053”, di Daniele Santoro.

Anche il vessillo presidenziale turco, scelto da Atatuerk, come quello europeo contiene  molte stelle. Sono sedici: quelle dei sedici imperi della storia turca (unni, Goektuerk,avaro, cazaro, uiguro, karakhanide, gaznavide, selgichide, corasmio, dell’ Orda d’Oro, timuride, baburide e ottomano) .Quando riceve ospiti stranieri, Erdogan è circondato da 16 guardie del corpo, vestite con le armature dei soldati dei 16 imperi. Parlare di Neo-ottomanismo è perciò limitativo, perché i 16 imperi turchi andavano da Pechino   alla Slovenia, dal Mare Artico alla Moldova, da Mosca a Chennai: si tratta in realtà di neo-turanismo, o di “Stati Uniti Turchi”.  

L’articolo delinea i molti aspetti di questo fenomeno, che non è certo nuovo, ma trascende tanto la Repubblica, quanto lo stesso Ottomanismo, e si riallaccia all’ idea cinese di “Stato-civiltà”. Anche qui, essenziali sono la lingua e l’eredità culturale, visto che i territori dei “16 Imperi” sono diversissimi fra loro, ed anche il substrato etnico (come dimostrano le recenti ricerche di paleo-biologia) è diversissimo (fra Eurasiatici Orientali e Occidentali, Indo-Europei, Mediterranei…).Ci sono però le steli del monte Orkhon, del 6° secolo d.C.,in Mongolia,  scritte in rune turche, e, poi, una serie di altre opere altre opere, anche importanti, a cominciare dal Diwan Lüghat it-Türk, scritto dell’11°secolo a Baghdad  da Mahmud .di Kashgar, nel XinJiang, i quali testimoniano un’incredibile continuità linguistica e culturale turanica, che attraversa tutta l’ Asia e parti dell’ Europa e dell’ Africa per 1500 anni.

Anche le recenti scoperte archeologiche in Giappone, Cina e Corea portano a rivalutare l’idea di popolazioni “Transeurasiatiche”, e, quindi, le ipotesi uralo-altaica (Vambéry) e nostratica (Illich Svitich) e dei “popoli a cavallo” (Emori).

Inoltre, le popolazioni turche sono in gran parte sovrapponibili all’ ex-Unione Sovietica, e perfino all’ attuale Russia, e, in tal modo, le intere pretese turche si sovrappongono a quelle russe, come emergeva già dal libro-culto “Az i Ja”, all’origine delle rivendicazioni nazionali in URSS sotto Gobaciov.

Il Panturchismo si sovrappone ovviamente anche all’ Eurasiatismo e alla Via della Seta, e, infine, al progetto Gorbacioviano della “Casa Comune Europea”.

Il modello turco dimostra l’applicabilità, anche in contesti caratterizzati da una grande dispersione territoriale ed etnica, del modello dello Stato-Civiltà, basato essenzialmente sulla continuità della memoria culturale (Jan Assmann), che, a nostro avviso, costituisce la base metodologica utile anche per la ricerca dell’ Identità Europea (cfr. nostro libro omonimo).

Dal punto di vista pratico, la Turchia dimostra come sia perfino possibile fare parte della NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti (come richiesto a suo tempo dalla Russia). Ankara è l’unico Paese dell’ alleanza che si sia opposto con successo a  delle richiesta americane, come quando ha rifiutato la base di Incirlik per i bombardamenti in Irak e quando ha comprato i missili S-400 anziché i Patriot. E, questo, senz’alcuna sudditanza verso la Russia, come dimostra il suo appoggio all’ Ucraina e alla Bosnia. Questo esempio è mal sopportato dagli Stati Uniti, i quali hanno invitato al summit delle democrazie paesi alleati della Cina come il Pakistan, ma non gli alleati Turchia e Ungheria.

Orbene, se la Turchia può stare nella NATO pur senza obbedire ciecamente all’ America, perché non potrebbe farlo anche l’Unione Europea?

E, comunque, se Turchia e Russia sono condannate a sovrapporsi fra di loro e con l’ Europa, perché non ritornare a pensare alla Casa Comune Europea di Gorbaciov?

L’imperatore Kanxi, il grande protettore dei “Riti Cinesi”

4. Leggere Papa Francesco attraverso il progetto eurasiatico dei Gesuiti

I Gesuiti sono nemici dell’ Eurocentrismo. Essi hanno sempre inteso il ruolo della Chiesa come superiore a quello degl’Imperi (anche europei). In Asia, essi hanno avuto un rapporto  speciale con la Cina, non solo perché questa li ha accolti decisamente meglio del Giappone, forse per la particolare intelligenza di Matteo Ricci,  ma anche per la loro particolare affinità culturale con quel Paese, per la sua cultura gerarchica, epistocratica e tollerante.

Essi non solo riuscirono a diventare confidenti dell’Imperatore (p.es., Padre Verbiest), ma addirittura fondarono un’intera scuola di pensiero euro-cinese (le Lettres Amusantes et Curieuses), che si sarebbe poi riverberata sulle opere “filocinesi” di Leibniz e di Voltaire. Essi svilupparono in particolare la linguistica comparata, la logica e la matematica, e giunsero ad elaborare l’idea di una superiorità del cristianesimo cinese, ch’essi consideravano antichissimo grazie alla scoperta delle vestigia nestoriane a Xi’an (Kircher) e all’ utilizzo del Sutra di Gesù come fonte per la lingua delle traduzioni della Bibbia e per i Riti Cinesi.

Ancor oggi, secondo l’articolo di Piero Schiavazzi (“La Chiesa di Roma avrà il suo nuovo concilio”), vi è un feeling particolare fra Papa Francesco e la Cina (testimoniato dall’ accordo “segreto” sui Vescovi e dal testo dell’enciclica “Fratelli Tutti”, il cui ideale dell’ “Amicizia Sociale” è precisamente lo stesso dell’ omonima opera di Matteo Ricci, tratta dal “De Amicitia” di Cicerone. Ideale di armonia universale tipico dell’ Era Assiale, che unisce tutti i grandi imperi della Storia, e, in particolare, quelli romano e Han, da sempre considerati speculari (“Qin” e “Da Qin”, cfr. il nostro libro “Da Qin”). Un ideale umanistico radicalmente opposto a quelli messianici e politici  che gli USA vorrebbero imporre anche alla Chiesa quale prova concreta della sua sudditanza al progetto della globalizzazione occidentale.

La Chiesa si qualifica quindi ancora una volta come una delle poche forze che (come la Turchia e la Russia) riescano a mantenere in piedi delle tradizioni propriamente europee contro il “dirottamento” imposto dall’ Occidente, e, come tale, dovrebbe costituire un modello per l’ Europa.

I GAFAM tengono in ostaggio i cervelli del mondo intero

5.   La Cina sta frenando il Complesso Informatico-Militare.

Un ulteriore sguardo sul Futuro dell’ Europa di cui si sta discutendo nell’ omonima Conferenza, è fornito dall’ articolo “L’improbabile distopia post-umana”, di Enrico Pedemonte. Premetto subito che l’aggettivo “improbabile”, inserito in ossequio agl’inputs quietistici dei vari “gatekeepers”, è, a mio avviso, fuori luogo.

Infatti, non è particolarmente rilevante se effettivamente Google riuscirà tecnicamente, entro il 2100, come si accenna nelle opere di Kurzweil, nel suo progetto teurgico di eliminare la molteplicità dell’ Universo (Singularity), bensì che il mondo è già, antropologicamente, fin d’ora, configurato dalla Singularity.

Questo dal punto di vista tecnologico, perché tutte le tecnologie necessarie all’ abolizione della “distinzione delle persone” sono oramai operative (Worldwide Web, Mutually Assured Destruction, militarizzazione dello spazio, Intelligenza Artificiale,Cyberintelligence, Big Data, Cyberguerra,  Smartphones, Interfaccia mente-computer, Cyborgs, Robots, androidi, Prism,  Metaverso). Inoltre, gli attuali comportamenti sociali, basati sulle gerarchie fra potenze tenologici, sul monopolio dei GAFAM, sulla dittatura del Politically Correct, sull’ Occidentalismo, sulla repressione automatica delle Fake News, è già quello di un “General Intellect” che incombe sulle persone e sui popoli, annullando, non solo le libertà politiche, bensì proprio, alla radice, il libero arbitrio.

Di fronte a questo scenario, quanto è avvenuto e sta avvenendo in Cina è estremamente significativo. Secondo le retoriche occidentali, la centralizzazione del potere sarebbe solo una prova del fatto che la Cina, abbandonando proditoriamente l’apparente occidentalizzazione degli ultimi 50 anni, starebbe tornando a una forma estrema di potere maoista.

Certamente, l’idea stessa della transizioone dal ”capitalismo” a una qualsiasi forma di “socialismo” è già un’idea di centralizzazione. E certamente, questa centralizzazione si sposa benissimo con la “clonazione” dell’ America effettuata fin dall’ inizio dagli Stati comunisti (pensiamo a Dniprohydro, ai grattacieli moscoviti, ai “tresty” staliniani, alle Ford nere del KGB, alla bomba sovietica, ma anche all’“arricchirsi è glorioso”di Deng, allo skyline delle città cinesi…).

Certamente, poi, l’uso delle tecnologie digitali occidentali per politiche di pubblica sicurezza dimostra un certo apparentemento fra il totalitarismo tecnocratico occidentale e lo stato di sicurezza della Cina.

Ciò detto, occorre però anche osservare anche che:

a) nella transizione digitale, la Cina è ormai più avanzata degli USA, e quindi manifesta prima i problemi tipici, quali della Società delle Macchine Intelligenti, con anticipo sull’America e poi sul mondo intero;

b)gli USA stanno approntando in questo momento una serie di atti legislativi di tipo pre-bellico mirati precisamente contro la Cina (a cominciare dall’”Endless Frontier Act”), e quindi, da questo punto di vista, i due Paesi si  assomigliano già moltissimo;

c)l’Europa ha tentato di contrastare, con un pacchetto di progetti e qualche regolamento in campo digitale, il carattere totalitario del complesso informatico-digitale americano , ma continua a subire sconfitte su sconfitte (sentenze Schrems, Web Tax, Antitrust..) perché non controlla, né la cultura digitale, né le tecnologie, né lo spionaggio occidentale, né i giganti del web;

d)la sua pretesa di essere una “Potenza Civile” moralmente superiore ad America e Cina non è perciò attualmente credibile, perché l’Europa subisce invece di fatto tutte le scelte illiberali dell’ America (Controllo elettronico dei cittadini europei, monopolio dei GAFAM, dirottamento di risorse e di gettito fiscale, cancellazione della privacy), senza avere alcuno strumento, né tecnico, né processuale, per contrastarle;

d)La Cina ha “clonato” integralmente quest’anno quell’intero pacchetto digitale europeo, trasformandolo in leggi giuridicamente vincolanti già dal 1° novembre 2021, mentre in Europa nessuna di quelle norme è veramente operativa. La Cina lo può fare concretamente  perché, per ora almeno sul proprio territorio, controlla l’intero ciclo del digitale: cultura, progettazione, creazione e gestione d’imprese, ricerca, innovazione, mercato, costume, diritto, intelligence, cyberguerra, rapporti internazionali:“Negli ultimi mesi la Cina ha deciso di reagire allo strapotere dei propri campioni digitali ridimensionandone l’autonomia, mettendo così a rischio la propria futura supremazia tecnologica. Gli Europei possono solo svolgere un’opera di contenimento del potere delle piattaforme, creando regole più rigide. Per gli Stati Uniti è particolarmente difficile limitare il potere delle piattaforme: è necessario fare i conti non solo con lobby potentissime, ma anche con un’opinione pubblica largamente condizionata dalla cultura alimentata da questi colossi, oltreché dall’ utilità di servizi molto spesso gratuiti.”

In pratica, solo in Cina sono oggi garantiti i diritti digitali degli utenti proclamati dall’ Unione. Certo, i servizi di sicurezza possono usare tutti i dati del web e le tecnologie per il controllo della società e per la preparazione bellica. Ma, come dimostrano le sentenze Schrems e il loro seguito, l’unica differenza nella UE è che il controllo sugli Europei non è esercitato dai servizi segreti europei(che non esistono), bensì da quelli americani, che, secondo gli accordi (illegali) USA-UE, hanno accesso ai nostri dati.

In breve: certo, la Cina usa abilmente il sistema digitale da essa miracolosamente creato pur all’ interno di un ecosistema mondiale dominato dagli Stati Uniti, per contrastare questi ultimi, i GAFAM, e, per soprappeso, anche i propri oppositori, considerati, a torto o a ragione, delle quinte colonne degli Stati Uniti e dei GAFAM. Tuttavia, ciò facendo, oltre a compiere un’azione eguale e contraria a quella delle 16 agenzie americane,  svolge anche un compito preziosissimo a favore della sopravvivenza dell’Umanità, perché rallenta almeno l’avvento della supremazia delle macchine:

a)creando una concorrenza complessiva al sistema dei GAFAM (i BATX cinesi);

b)assoggettando i BATX cinesi alla legge (copiata da quelle che l’Europa scrive ma non è capace di attuare), e quella  a un progetto politico-culturale alternativo a quello post-umanista (quello a cui fa riferimento l’ enciclica “Fratelli Tutti”, che, come scrive Schiavazzi, sembra fatta apposta per il “mercato” cinese). Essa dimostra  con ciò che è tecnicamente possibile, se se ne ha la volontà politica, quella subordinazione del diritto all’ etica e della tecnologia al diritto che è al cuore delle retoriche europee (e anche pontificie) sull’ “Umanisimo Digitale”, ma poi, da noi, non riesce a tradursi in un sistema giuridico effettivo.

Se, poi, a più lungo termine, la concorrenza fra l’ecosistema cinese e quello americano porterà ad ancor più elevate capacità delle macchine, che prenderanno così ancor il controllo dei rispettivi sistemi, è ancora da vedere. Anche perché, nel frattempo, entreranno probabilmente in lizza i sistemi russo, indiano, israeliano (e altri), fra cui (si spera) anche quello europeo.

L’unica strategia realistica in questo campo sarebbe, per l’Europa, quella che puntasse ad inserirsi proprio in quel momento nella competizione mondiale (ma preparandosi fin da ora, cosa che invece non si sta facendo).

La partita a scacchi fra Lenin e Trockij
a Capri, un covo di postumanisti

6.Il ruolo della Russia

Limes dedica uno spazio anche all’ articolo di Trenin “2051, la Russia esisterà e guarderà dentro e fuori di sé”.

Vi si dice,intanto che la Russia esisterà, e ciò è diverso da ciò che si dice dell’ Unione Europea, cioè nulla. Il che significa implicitamente che, per Limes, la Russia esisterà, ma l’UE no.

Quest’articolo è per altro anche in implicito contrasto con quello sulla Turchia. Come potrebbe la Turchia realizzare il suo impero senza disgregare la Russia, visto che dovrebbe recuperare, fra l’altro, la Yacutia, l’ Altai e il Tatarstan, che sono nel cuore della Russia?

Ma, a prescindere da ciò, è ben vero che la Russia ha un suo significato geopolitico millenario, perché rappresenta il ruolo fondamentale dei popoli della steppa eurasiatica. Però, anche questo ruolo muta nel tempo: non può essere lo stesso al tempo degli uomini primitivi, dei cavalieri nomadi, della Transiberiana, degli Sputnik e di Internet.La Russia è , oggi, molto più integrata di un tempo, da un lato, con la Cina, dall’ altra, con l’Europa (North Stream, South Stream, Siria, Libia), e non potrà non esserlo ancor più nel futuro. Del resto, le recenti rivelazioni dell’ex segretario NATO Robertson confermano quanto già affermato da Putin nel 2000, che la Russia aveva chiesto di entrare nella NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti, anche perché si considerava a tutti gli effetti un Paese europeo. Il motivo per cui la Russia non si è integrata in Europa è che nessuno ha voluto accettarla alla pari, temendo, sotto un certo punto di vista a ragione, che, date le sue caratteristiche, avrebbe assunto presto un ruolo dominante.

Tuttavia, con l’indebolimento di America e Unione, è ora possibile che l’ingresso in Europa di Russia e Turchia, discusso da 30 anni, finalmente si realizzi. Il peso di questi due Paesi  potrebbe ricostituire un certo equilibrio in Europa.

Come affermato da Putin e da Erdogan in varie occasioni, ciò non stravolgerebbe la natura dell’ Europa, dato lo strettissimo rapporto ancestrale degli Europei con i popoli ad Oriente: gli agricoltori medio-orientali e gl’”immigranti” indo-europei, la Civiltà Danubiana, l’affinità reclamata dai Greci con Sciti e Sarmati, l’impero macedone, lo “Sprachbund” balcanico, lo slavismo, il Turanismo, la presenza in Russia di Goti e Bulgari, Magiari e Variaghi, Greci ed Ebrei, Polacchi e Lituani, Tedeschi e Svedesi; l’Impero Ottomano; le parentele europee degli Zar; la cultura europea di San Pietroburgo; l’Ermitage; il marxismo…

Il punto è che questo spirito asserivo nelle rispettive aree non lo stanno dimostrando solo Russia e Turchia, bensì anche Lituani e Polacchi, Bielorussi e Ungheresi, Serbi e Albanesi, sicché l’ Europa Centro-Orientale rischia di ridivenire un ginepraio (anche qui se l’Unione non fa finalmente qualcosa d’intelligente e di coraggioso, come cominciare un vero dialogo culturale a Oriente, rilanciare le Strategie Macroregionali Europee, e infine pensare a Territori Federali come Bosnia, Macedonia, Cipro,Ucraina…).

Qui come in altri campi, la visione di Limes sembrerebbe invece essere che, nonostante tutta la fragilità degli equilibri attuali, nei prossimi 30 anni, di nuovo non cambi nulla, fino all’ Apocalisse finale.

La “nave dei filosofi”, su cui Lenin espulse in un sol giorno tutta l’ “intelligentija”

7.Il “Conservatorismo moderato” di Putin

Il punto di vista  dell’ articolo di Trenin si sposa bene con l’atteggiamento  molto equilibrato dimostrato da Putin nel suo recente intervento di prammatica al forum 2021 del Club Valdai, tutto incentrato sull’ idea del “conservatorismo russo”, l’ideologia di Russia Unita, che non può non trovare vasti consensi ovunque, e in primo luogo in Europa, concentrato com’esso è nella critica al “politicamente corretto”, al movimento “woke” e alla “cancel culture”.

Putin riconduce gli eccessi di questi movimenti alla “hybris” dell’ Occidente dopo il crollo del Muro di Berlino:”.. coloro che, presumendosi vincitori  dopo la Guerra Fredda, …si credevano pari a degli Dei, dovettero ben presto accorgersi che proprio allora stava venendo il loro turno, che  il terreno stava loro crollando sotto i piedi, né potevano ‘fermare l’attimo’, per quanto bello esso potesse apparire.”  

Infatti, il crollo del muro di Berlino fu la premessa logica della decadenza dello stesso Occidente: “Guardiamo con raccapriccio ai processi in corso nei Paesi considerati tradizionalmente come i vessilliferi del progresso. Ovviamente, le crisi sociali e culturali in corso negli USA e in Europa non sono affar nostro, e non ce ne immischiamo.

Alcuni credono in Occidente che l’eliminazione violenta di intere pagine della loro storia, la repressione contro la maggioranza a favore di una minoranza e l’intimazione di rinnegare concetti radicati, come quelli di madre, di padre, di famiglia e perfino dei sessi, siano pietre miliari sulla strada dell’innovazione sociale.

Ribadisco che l’Occidente ha tutto il diritto di farlo, e che noi non ci immischiamo, ma chiedo dolo anche a loro di non immischiarsi negli affari nostri. Abbiamo punti di vista diversi, o, almeno, diciamo correttamente che la maggioranza schiacciante della società russa ha un punto di vista diverso. Crediamo di doverci fidare dei nostri valori spirituali, della nostra tradizione storica e della cultura della nostra nazione multietnica.”

Secondo Putin, l’attuale ondata di estremismo anti-tradizionalistico è semplicemente una ripetizione della frenesia postumanistica dei Bogostroiteli fra la Rivoluzione d’ Ottobre e la NEP, e pertanto la Russia avrebbe una grande esperienza da fare valere in proposito:”Permettetemi però di osservare che le vostre ricette non sono affetto nuove. Anche se qualcuno se ne stupirà, la Russia è già passata attraverso questa fase. Dopo la Rivoluzione del 1917, i Bolsceviochi, basandosi sui dogmi di Marx ed Engels, si ripromettevano anch’essi  di cambiare le regole e i costumi, non soltanto  politici ed economici,  e l’idea stessa della morale umana e le fondamenta di una società sana. La distruzione dei valori antichi, della religione e dei rapport interpersonali, ivi compreso perfino il rifiuto totale della famiglia, l’istigazione alla delazione  contro i propri cari, tutto ciò veniva proclamato come progresso ,ovviamente  con un forte supporto in  tutto il resto del mondo, dov’era molto di moda, proprio come oggi. Tra l’altro, i Bolscevichi erano assolutamente intolleranti delle opinioni diverse dalle loro.

Credo che questo ricordi in parte ciò a cui assistiamo oggi. Guardando ciò che accade in molti Paesi occidentali, siamo stupiti di vedere  in quelle nazioni comportamenti, che noi abbiamo, spero, fortunatamente abbandonato fino da tempi lontani. La lotta per l’eguaglianza e contro le discriminazioni si è convertita in un aggressive dogmatismo sconfinante nell’ assurdità: le opera dei grandi autori del passato  – come Shakespeare – non vengono più insegnate nelle scuole e nelle Università perché le loro idee si considerano retrograde. I classici sono dichiarati retrogradi e ignoranti sulle questioni di genere e di razza.

A Hollywood distribuiscono veline sulla correttezza richiesta nelle trame dei film e sul numero di personaggi di quale colore debbano esserci. Peggio del vecchio dipartimento ‘Agitprop’ del Comitato Centrale del PCUS”.

In definitiva,dopo i Trockisti, i Bogostroiteli, i Cosmisti e lo Zhdanovismo, la Russia ha pieno titolo ad ammonire gli Occidentali contro gli eccessi del post-umanesimo:“attenti a non andare là dove i Bolscevichi avevano solo tentato  di arrivare – socializzare non solo il pollame, ma  perfino le donne-. Ancora un passo, e voi ci sarete arrivati.

Gli zeloti di queste nuove tendenze arrivano a pretendere la pura e semplice abolizione di questi concetti: chiunque osi accennare all’esistenza effettiva di uomini e donne quale fatto biologico rischiano l’ostracismo”.

“Anche qui, nulla di nuovo: negli Anni 20, I cosiddetti Kulturtraeger sovietici avevano inventato un “newspeak” nella presunzione di creare una nuova coscienza, cambiando così i  valori. Come ho già detto, si creò una confusione tale, e ancora tremiamo al ricordo”.

Implicitamente, Putin ha messo il dito sulla piaga  delle attuali ideologie occidentali: quando in Russia prevaleva l’estremismo rivoluzionario comunista, i borghesi occidentali applaudivano; ora che la Russia, grazie alle sue tristi esperienze, è tornata a un saggio conservatorismo, l’Occidente l’aggredisce e la calunnia perché vuole ripetere le gesta dei primi Bolscevichi:

“Oggi, quando il mondo è nel vortice di una destrutturazione strutturale ,l’importanza di porre alla base della nostra linea politica un ragionevole conservatorismo è cresciuta in modo esponenziale proprio a causa del moltiplicarsi di rischi e pericoli, e della fragilità della fragilità della realtà che ci circonda.

Non si tratta di ottuso tradizionalismo, di paura delle novità o di una tattica banalizzatrice, né, infine, di rintanarci nel nostro guscio. Innanzitutto, confidiamo nelle nostre antiche e tradizioni; garantiamo la nostra crescita demografica; valutiamo obiettivamente noi stessi e gli altri; stabiliamo precise priorità;  confrontiamo necessità e possibilità; rifiutiamo radicalmente i metodi estremistici. A mio parere, un moderato conservatorismo è la linea di condotta più ragionevole nel periodo che ci attende, di ricostruzione del mondo, un  periodo  lungo e dagli sbocchi imprevedibili. Le cose cambieranno inevitabilmente prima o poi, ma, fino ad allora, il principio più razionale sembra essere ‘Noli Nocere’ (non nuocere), il principio-base della medicina.”

Se questa è la posizione tenuta nella seduta plenaria del Club Valdai, a margine del convegno Putin ha manifestato punti di vista più assertivi e impegnati, probabilmente riferiti alla “fine del periodo di ricostruzione del mondo”, là dove ha citato Ilyin, Berdiajev e, soprattutto, Dostojevskij, che, come noto, vedeva, nella Russia, la salvatrice dell’Europa

Dostojevskij, il maggiore assertore della “Russia salvatrice dell’ Europa”

8.Gl’insegnamenti per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Nonostante la ricchezza dei contributi, questo numero di Limes è particolarmente deludente perché, a dispetto delle sue pretese di specialismo e di anticonformismo, non fornisce idee nuove.

Tuttavia, in una situazione di quietismo generalizzato, è comunque utile, in quanto fornisce un argomento in più a coloro che, come noi, vorrebbe “dare la sveglia” alle Autorità e alla società civile, facendo presente che, continuando di questo passo, non esisteremo proprio più.

A meno che l’obiettivo nascosto di tutti, con un abile gioco delle parti, non sia proprio questo: abituare gradualmente gli Europei a un ruolo sempre più marginale nella cultura, nella politica, nell’economia, fino a che gli Europei si adatteranno ad accettare lavori meno prestigiosi, ad avere meno figli, e, alla fine, ad essere sostituiti da immigrati da tutto il mondo, che faranno perdere definitivamente la memoria delle nostre tradizioni, in preparazione della completa meccanizzazione del mondo. Obiettivo che già traspariva sessant’anni fa nel boicottaggio sistematico delle imprese europee innovative, a partire dalla Olivetti, dall’ ENI, dal Concorde…, in modo da salvaguardare il ruolo di primadonna dell’ America (la “Fine della Storia” di Fukuyama, l’”America First” di Trump, l’”America is Back” di Biden). Idea che a mio avviso non è estranea alla linea politica di molti, a cominciare da Limes, che infatti conclude il volume con l’idea dell’insostituibilità degli Stati Uniti, e che talvolta sembra condivisa perfino da Putin, che (forse per colpa nostra), ci accomuna oramai agli aborriti  decadenti americani.

Nel caso di Torino questo risultato è già stato conseguito, con una diminuzione costante della popolazione (la “Fuga dal Piemonte”, Leonardo di Paco, La Stampa, 25 Novembre). Peccato che l’obiettivo sia stato centrato così bene, che perfino gl’immigrati se ne stanno già andando (in un anno, 300.000 uscite dall’ Italia). Dov’è finita la paura per l’arrivo degl’immigrati? Adesso,sono gl’immigrati che hanno paura di venire in Europa, e, soprattutto,a Torino.

Occorre impedire che la Conferenza sul Futuro dell’Europa venga utilizzata per sterilizzare il dibattito su quanto precede. Per questo è importante che le nostre proposte sul futuro dell’Europa – un futuro che ha da essere molto diverso dal deludente presente- facciano oggetto di un vero dibattito, alternativo alle messe in scena ufficiali, e forniscano outputs pluralistici accessibili a tutti e per la “Fase Costituente” che dovrebbe seguire.  

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