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UCRAINA, NO A UN’INUTILE STRAGE-2

Commento all’ intervista di Massimo d’Alema su La Stampa del 25 febbraio 2022.

La diplomatica americana distribuisce panini all’ Euromaidan

Come promesso, pubblichiamo qui di seguito il secondo degli articoli sull’ Ucraina contenuti nell’opera collettiva “UCRAINA, no a un’inutile strage”, del 2014, tutt’ora, purtroppo, attualissima, e che pertanto ripubblicheremo.

Inseriamo inoltre, come introduzione, un breve commento a quanto dichiarato stamattina l’on.le Dalema su “La Stampa” , con l’ auspicio di una nuova conferenza sulla sicurezza dell’ Europa.

A questo proposito, notiamo che questa proposta era già conteuta nel nostro articolo del 2014. Comunque, il riferimento a Helsinki è discutibile, perché buona parte dei problemi che sono insorti in seguito (primo fra i quali quello delle minoranze etniche) sono derivati proprio da quella Costituzione, che, in ogni Repubblica, distingueva una “nazionalità titolare” e una o più “nazionalità minoritarie”, il che derivava quasi come conseguenza diretta dal contrasto intrinseco fra le realtà geografiche ed etnografiche e quelle giuridiche.

Inoltre, la costituzione soviertica era del 1936 , e l’Atto Finale di Helsinki del 1975. Nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente almeno due volte,passando dalla globalizzazione finanziaria a quella tecnologica, sicché le soluzioni geopolitiche debbono anch’esse evolversi con i tempi.

Certamente, andando avanti di quresto passo, con un muro contro muro che sfocia in guerre sempre più sanguinose, il destino dell’ Europa e dell’ Eurasia è segnato: vale adire la continuazione della decadenza culturale, politica, economica e militare che , dall’ attentato di Sarajevo in poi, non ha mai smesso di accrescersi, segnando un sempre maggiore distacco da USA e Cina.

L’unica via per la prosperità dell’ Europa e della Russia consiste nell’integrazione delle loro società, assolutamente complementari da tutti i punti di vista.

Lo avevano già capito da 400 anni  Bandeiras, Leibniz, von Bader, Alessandro I, Blok. Concrete proposte erano state fatte (sempre da parte russa) negli anni 60, e poi soprattutto a partire dalla Perestrojka, ampiamente illustrate nei blog precedenti, ma nessuno in Europa ha mai voluto darvi seguito perché la prosperità di una Grande Europa toglierebbe agli Stati Uniti il ruolo di “Leader dell’ Occidente”, e, di conseguenza, anche quello di centro del mondo. Di qui il boicottaggio di Gorbaciov, citato da Alema, della conferenza di Praga lanciata da Mitterrand, gli oltraggi a Elcin, l’organizzazione a tavolino delle “rivoluzioni colorate”….

Ha perfettamente ragione D’Alema nel vedere l’ascesa di Putin come l’inevitabile conseguenza di questo continuo ostracismo. Dopo essere stati trattati come gente del passato, degli straccioni, con cui non si voleva proprio avere a che fare, i Russi hanno accolto con ovvio favore un militare in grado di riconquistare e integrare la Cecenia, di disciplinare gli oligarchi, di recuperare la tecnologia svenduta, di vendere il gas al meglio. Fare tutto questo ha richiesto, come si può vedere, necessariamente una progressiva militarizzazione della società, di cui ora vediamo il risultato.

Se gli Europei ritorneranno sui loro passi, accettando di accogliere la Russia con pari dignità e poteri, dopo Putin potremmo avere un nuovo Gorbaciov.

Tuttavia, ciò sarà tutt’altro che facile, innanzitutto perché richiede di sprovincializzare e di desettarizzare la cultura europea dominante, e, in secondo luogo, perché, sulla nostra strada, incontreremo sicuramente un’opposizione intransigente dell’ America.

La moschea di Roxolana e Solimano il Magnifico a Mariupol, nel Donbass

L’UCRAINA, AL CUORE DELLA CULTURA EUROPEA

“Saçı varım kaşı yâyım gözü pür-fitne bîmârım/Ölürsem boynuna kanım meded hey nâ-Müslümân’ım/ Kapında çünki meddâhım seni medh iderim dâim /Yürek pür-gam gözüm pür-nem Muhibb’îyem ve hoş hâlim”

(“Mia paziente amata dai lunghi capelli, dalle ciglia come archi, dagli occhi inquietanti/Hai il mio sangue sulle tue mani.S’io muoio, abbi pietà, o mia Infedele./Adoratore dinanzi alla tua porta, non cesso di lodarti,io, il tuo Muhibbi, con il cuore pieno di tristezza e di felicità”)      Solimano il Magnifico all’Imperatrice consorte, “Roxelana” (=“la Ucraina”)

Se ci si vuole “allargare” a un territorio, specie se lo si vuole “assorbire” come ancora annunziavano presuntuosamente i programmi elettorali per il 2014 dei maggiori partiti, allora bisognerebbe, come minimo, conoscerlo a tal punto da “ritrovarcisi come un pesce nell’acqua”, così come Mao voleva che fossero i suoi attivisti. Da  questo nostro contributo dovrebbe risultare, a nostro avviso, chiaro, che la realtà dell’Ucraina, e della stessa Russia, è ben più complessa di quanto non s’immaginino i nostri politici e i nostri media, e che sarebbero semmai gli Ucraini e i Russi a poterci insegnare molte cose, visto ch’essi hanno approfondito le questioni della modernità e della postmodernità europee con molto anticipo e con più zelo degli Europei Occidentali. Inoltre, come sostenuto, a suo tempo,  per esempio, già dal nostro Leone Ginzburg   (nativo anch’egli di Odessa), nel suo “Scrittori Russi”,  tutta la loro  storia culturale europea è così strettamente interconnessa, che è impossibile parlare di  Ucraina senza Russia, di Russia senza Ucraina e di Europa senza gli Slavi Orientali.

Per questo, al fine di rendere più intelleggibili gl’interventi specialistici di questo volume (su temi politici, economici, istituzionali, militari, ecc…), abbiamo ritenuto indispensabile inserirvi una, seppur fuggevole, “cavalcata” attraverso la storia culturale dell’ Ucraina.

La Torre di Talin, bogostritel’ ucraino

1. In Ucraina,  l’origine e la critica del Postumanesimo.

La prima e fondamentale ragione per riconoscere, all’Ucraina, un ruolo centrale nella formazione della cultura mondiale moderna, e, in primo luogo, di quella europea, è costituita dalla determinante influenza, diretta e indiretta, dei suoi intellettuali, sullo sviluppo del “Progetto Incompiuto della Modernità”.  Fra i moltissimi cittadini, o originari, dell’Ucraina, che, come vedremo, si distinsero ovunque, ma soprattutto in Russia, in tutti campi delle  attività umane, occorre ricordare, a questo proposito, personalità quali Nikolaj  Fëdorov, Anatoli Lunačarskij,  Lev Trockij e Vladimir Tatlin, che hanno contribuito in modo determinante, nel bene come nel male, alla definizione al quadro complessivo di quella  visione tecnocratica “postumanistica”, che è stata poi fatta propria  da Čapek, da Asimov,da von Neumann, da Esfandiari, e, soprattutto, da Kurzweil, fino a imprimere, a nostro avviso, la sua impronta  maggioritaria all’attuale fase storica. Come se ciò non bastasse, degli autorevoli conterranei di quegli Autori, come Solovëv, Berdiaiev e Bulgakov, dopo avere, per un momento, simpatizzato con il post-umanesimo, ne divennero i più stringenti critici.

Quella cultura di Fëdorov, che trova ancor oggi eredi  in vari filoni della cultura, tanto  locali, quanto internazionali,  s’inseriva perfettamente, come verdremo,  nel clima culturale della Russia, e, in particolare, dell’Ucraina, dell’ inizio del ‘900.

Nikolaj Fëdorov, un nobile decaduto di Odessa, partendo da un fondo culturale slavofilo, era pervenuto, già alla fine del XIX Secolo, a un’originale, e grandiosa, visione  cosmica, che costituisce ancor oggi, a nostro avviso, la più dettagliata e centrale  teorizzazione  del “Progetto Incompiuto della Modernità”. Non per nulla,i maggiori autori dell’ epoca (Dostojevskij, Tol’stoj e Berdiaiev), avevano tutti riconosciuto il loro debito verso Fëdorov.

Il suo pensiero spazia attraverso i campi più disparati. Il punto di partenza era costituito dall’idea di Progresso, secondo cui il processo evolutivo  tenderebbe, nel suo complesso, verso l’incremento dell’intelligenza e della vita, dove l’uomo costituirebbe l’apogeo dell’evoluzione. A quest’ultima, resterebbe ancora un ultimo passo da compiere: la mortalità fisica dell’uomo sarebbe, infatti, il sintomo più evidente della  sua  natura ancora  imperfetta, e la ragione profonda  del male e del nichilismo.  La lotta contro la morte fisica dovrebbe diventare, perciò, una causa che unirebbe  spontaneamente tutti i popoli della Terra, indipendentemente dalla loro nazionalità, razza, cittadinanza o ricchezza (la “Filosofia della Causa Comune”).  Quello che, in passato, era stata l’aspirazione di quasi tutte le religioni, diviene, così, l’oggetto dell’azione sociale, culturale e tecnologica:una radicale mistica immanentistica, preludio delle utopie della Postmodernità. Si realizzerebbe così anche l’obiettivo, già formulato nell’”älterer Systemprogramm des deutschen Idealismus” – che l’ uomo “si salvi da solo”, attraverso un nuovo genere di fisica e una “nuova mitologia”-

Fëdorov pensava dunque, estremizzando le idee dei positivisti, che la morte avrebbe dovuto fare oggetto di un’ indagine scientifica globale, poiché il massimo obiettivo della scienza sarebbe stato quello di raggiungere l’immortalità e la rinascita. Queste conoscenze avrebbero dovuto uscire dai laboratori  scientifici, divenendo  proprietà comune: ognuno avrebbe dovuto imparare, e tutto fare oggetto di conoscenza e di azione.

Per la morte, vi sono, a suo avviso,  due ragioni. La  prima è intrinseca : per via della sua struttura materiale, l’ essere umano  è insuscettibile di  infinito auto-rinnovamento: per ovviare a ciò , è necessario il disciplinamento psicofisiologico dell’ organismo umano (oggi, diremmo “la bioingegneria”). L’ uomo dovrà diventare, perciò, il creatore e l’organizzatoredel proprio organismo  ( “il nostro corpo sarà il nostro business“). La seconda ragione è costituita dall’ostilità della Natura,  dell’ambiente esterno , il cui carattere distruttivo  richiede anch’esso un disciplinamento  , l’infusione, nella natura, della volontà e della ragione” .

La favola è divenuta realtà

2. Attualità di Fëdorov   

Fëdorov aveva anche tentato  di organizzare azioni specifiche miranti a delle ricerche scientifiche sulla possibilità di ripristinare le vite estinte. Il suo primo progetto in tal senso era stato dedicato alla raccolta e alla sintesi di resti degradati di defunti, sulla base della         ” conoscenza e del controllo su tutti gli atomi e le molecole del mondo” . Quest’idea  anticipa oltre che un  intero filone della fantascienza e dell’“horror”, proprio certe pratiche oggi della massima attualità, come quelle della clonazione e dei “Big Data”.
Nel passato, questi obiettivi erano stati perseguiti incrementando il potere dell’ uomo attraverso  protesi e macchine, mentre  il corpo umano rimaneva   imperfetto. Fëdorov riteneva, invece, necessario colmare la differenza tra la potenza della tecnologia e la debolezza della forma fisica umana (per dirla con Anders, l’”Antiquatezza dell’ Uomo”), in modo che quest’ultimo potesse, per esempio,  volare, vedere più lontano e più in profondità, viaggiare attraverso lo spazio, vivere in qualsiasi ambiente, così come vorrebbe oggi Ray Kurzweil. L’uomo dovrebbe  perciò diventare capace di             “sviluppare i propri organi”, cosa che, finora, solo la natura è stata in grado di fare (il cosiddetto “enhancement”). 

Fëdorov risulta, così, incredibilmente vicino, da un lato,  ai pensatori del XVIII secolo e ai socialisti utopisti, ma, dall’ altro, anche agli attuali alfieri della “Rivoluzione Biopolitica”. Egli crede nella possibilità senza limiti di creare un mondo ordinato, naturale e giusto, e nel potere direttivo della ragione, spostando l’interesse,  dalla sfera dell’esistente, a quella  progettuale. Il fantastico e l’utopia si intrecciano, in lui,  con il realismo e il materialismo. Anticipatore della società attuale anche il ruolo da attribuirsi alle forze armate nella promozione della ricerca scientifica (le “tecnologie duali”). Secondo Fëdorov, l’esercito avrebbe dovuto essere trasformato nella sua stessa essenza,  da strumento di morte, in strumento della resurrezione, divenendo la forma tipica della mobilitazione  del popolo a favore della ricerca tecnico-scientifica.  Alla fine, l’Umanità, rigenerata dalla religione e dalla scienza, avrebbe popolato lo spazio.

Fëdorov, pur essendo solo il semplice bibliotecario di una biblioteca di Mosca, influenzò profondamente molti intellettuali russi, e, soprattutto, Tsiolkovskij, il fondatore, anch’egli autodidatta, della tecnologia missilistica e  il teorizzatore della colonizzazione dello spazio – un autore studiato  perfino da von Braun-, nonché Vernadskij, il padre della bomba sovietica e l’ideatore dei concetti di “biosfera” e di “noosfera”!

Al “Cosmismo”,  tradizionale nella cultura russa e ucraina, si sarebbe riallacciato anche,  nell’ambito della rivoluzione bolscevica, la tendenza, sostenuta, tra gli altri, dagli ebrei ucraini Lunačarskij e Trockij, a  considerare come di natura religiosa tutta l’attività creativa degli esseri umani: una nuova “religione proletaria”  senza Dio , che, di fatto diviene la deificazione del collettivo e del progresso , chiamati a suscitare un  “complesso sentimento creativo di fede nelle proprie forze e di speranza per la vittoria dell’amore della vita” (M. Gorkij , Otviet na anketu ” Francuskogo Merkurija “). E’ il “Bogostroitel’stvo”, la “Creazione di Dio”, che si situa, così, a mezza strada fra la teurgia, la ” Religione positiva “ di Comte o la ” Religione dell’Umanità “ di Feuerbach. Nel 1909, i leader del Bogostroitel’stvo organizzano, sull’isola di Capri (luogo di esilio di Gor’kij),  una scuola per lavoratori che sarà denominata  “Centro Letterario per il Bogostroitel’stvo”.

Il carattere ambiguo del messianesimo di Fëdorov sarà denunziato da Solovëv ne “Il Racconto dell’ Anticristo e Bulgakov, con le sue opere satiriche, come “Cuore di cane” e “Uova fatali”,  metterà alla berlina la pretesa progressista di una mutazione ontologica dell’ uomo attraverso la scienza. Nel suo discorso del 13 Dicembre 2013 al Cremlino, Vladimir Putin ha citato un altro discepolo e critico di Fëdorov, Berdiaiev: “il senso del conservatorismo non è ostile al progresso in avanti e verso l’alto, mentre si oppone al movimento all’indietro e verso il caos”.

Soprattutto Tsiolkovsji e Vernadskij influenzeranno, sulla scia delle dottrine di Fëdorov, l’interesse dei Russi e dei Sovietici per lo spazio, considerato come il luogo di elezione dove si realizzeranno le promesse messianiche della Modernità, e nel quale i Sovietici conseguiranno, obiettivamente, inequivocabili  successi, quali ad esempio quegli con gli Sputnik e con una presenza dell’uomo nello spazio (Gagarin) .Proprio costui, nell’ incontro con Khrušćev sulla Piazza Rossa dopo la sua avventura nello spazio, aveva effettuato un’indiretta, ma inequivocabile,  citazione di Fëdorov, quando aveva dichiarato diaver eseguito il compito assegnatogli dal Partito” (“la Causa Comune”). Anche l’idea del “Dio che è fallito” ,che è alla base della critica del comunismo e del “Dissenso”, è legata all’”incepparsi” di questo vortice messianico, con la “Stagnazione Brežneviana”. Se il Comunismo non è in grado di guidare l’Umanità nella sua marcia trionfale verso la scienza e verso le stelle, esso perde l’”aura” che gli conferisce il ruolo di “leadership” dell’ Umanità, lasciando la staffetta nelle mani di qualcun altro.

Il postumanismo aveva trovato  sostenitori in tutti i Paesi del mondo: dal commediografo ceco Karel Čapek, che conia il termine “robot” per indicare non già, come si può pensare,  l’uomo meccanico, bensì precisamente  l’uomo artificiale (in carne ed ossa), che prende il posto di quello naturale; allo scrittore russo-americano Asimov, che teorizza l’ineluttabilità del passaggio dallo uomo ai robot; al padre della missilistica americana, von Neumann, ideatore del concetto di” Singularity”;a “FM-2030” (Ferîdûn M.Esfandiari), un futurologo iraniano che aveva individuato, appunto in quella data, il momento del sorpasso del robot sull’uomo, e, soprattutto, a Ray Kurzweil, esperto di intelligenza artificiale e attuale direttore tecnico di Google, il quale, riprendendo quasi integralmente le teorie di Fëdorov e di Esfandiari, si dichiara, nei suoi numerosi libri, impegnato a realizzare, entro e non più tardi del 2029, anche grazie al suo attuale, influentissimo, ruolo professionale, una nuova generazione di software, ch’egli chiama “le Macchine Spirituali”, capaci di sostituirsi all’uomo al cento per cento. Si noti che Kurzweil pecca, in realtà, non già per eccesso, bensì per difetto. Infatti, il cosiddetto “Test di Turing”, che avrebbe sancito (appunto, nel 2029), la superiorità del computer sull’ uomo, è stato, in realtà già superato in questi giorni. Questa “Rivoluzione Biopolitica”, se non tempestivamente disciplinata,  costituirebbe la vittoria totale dei Postumanisti “à la Fëdorov”.

Come ha messo bene in evidenza Manuel  De Landa, il campo di azione preferito di questo tipo di sperimentazioni è costituito dalle tecniche belliche, le quali, contrariamente a quanto auspicato da Fëdorov, se si sono, certo,  trasformate in “duali”, tardano invece  a divenire completamente, come da lui auspicato, pacifiche, mentre, invece, tendono divenire una parte integrante ed essenziale di una “Guerra Senza Limiti”, vale a dire della militarizzazione di tutta la vita umana, quale ci annunzia, nel suo insieme, la vicenda ucraina. Addirittura, è proprio attraverso questa militarizzazione generalizzata dell’Umanità che si sta affermando, oggi,  in concreto, il Postumanismo. E, aggiungiamo noi, soprattutto attraverso le tecnologie connesse alla difesa antimissilistica, le quali richiedono, oramai, tempi di reazione di pochissimi minuti, come dimostrato dalla recentissima simulazione di guerra nucleare realizzata l’8 maggio dalla Comunità di Stati Indipendenti, e  correlata con la crisi ucraina, nonché dalla recente guerra missilistica fra Hamas e Israele.

In effetti, buona parte del conflitto ucraino attualmente in corso verte proprio sulla preoccupazione, espressa dalla Russia, che l’eccessiva vicinanza dei territori della NATO ai suoi confini occidentali permetta di collocare i sistemi di difesa (ma anche di offesa) occidentali, in una posizione così avanzata da vanificare qualsivoglia tentativo di possibile difesa russa. L’eventuale entrata dell’ Ucraina nella NATO permetterebbe, infatti, di collocare i missili balistici americani a 700 chilometri da Mosca, così rendendo i tempi di reazione della Russia particolarmente ridotti. E, in ogni caso, la crisi ucraina sta inducendo vari Paesi europei (come per esempio la Germania  e la Polonia) a dotarsi di propri sistemi di difesa antimissilistica, accrescendo così esponenzialmente il rischio di un avvio inavvertito di una guerra mondiale. Di converso, la Russia ha anche recentissimamente annunziato che (sulla scia delle tradizioni di Fëdorov, di Tsiolkovskij, di Vernadskij), nonché grazie alle decisioni di finanziamento assunte nel 2013, le sue ricerche in materia di androidi (tradizionalmente molto avanzate) restano anche ora all’avanguardia rispetto a quelle occidentali.

In definitiva, come accenna l’intervento di Martinetto, l’intera questione ucraina verte, al di là delle reali, e/o asserite, questioni etniche, politiche o economiche, sullo scontro fra due grandi sistemi di controllo totale: quello occidentale, che preme tutto intorno all’Eurasia, e quelli dei grandi Stati continentali, la Cina e la Russia, i quali, raggiunta finalmente una certa quale parità economica e tecnologico-militare con l’Occidente, ovviamente mal sopportano di essere controllate e minacciate da centri decisionali situati al di fuori delle rispettive aree geopolitiche.Anche la vicenda di Edward Snowden dimostra che il confronto è, oramai, fra sistemi complessivi di controllo tecnologico e politico, gli unici capaci di interloquire in questa lotta fra titani (cfr. il numero di Limes del Luglio 2014). Così pure,  le modalità concrete del conflitto in Ucraina, fondate sulla guerra informativa, sulle “covert operations” e sulle sanzioni economiche, si inquadrano perfettamente nella “Guerra senza Limiti” di cui parlano Liang Qiao e XuangSui Wang nel loro libro omonimo.

In questo contributo, seguiremo fin dai suoi primordi, seppure a volo d’uccello, la vicenda storica che ha generato nel tempo questo confronto, tentando, alla fine, di formulare alcune considerazioni di carattere generale circa le possibili soluzioni illustrate in altri interventi

Nel fare ciò, tenteremo, pertanto, di attenerci a un’ottica universale ed europea, e, pertanto, di sfuggire ai tranelli delle narrazioni propagandistiche, siano esse, nello specifico, quella “ucrainofila”, quella “russofila” o quella “occidentalistica”

I primi Indoeuropei
vissero fra Russia e Ucraina

3. L’Ucraina arcaica.

Già in epoca neolitica, l’Ucraina ci appare come una punta avanzata, che va dall’ Eurasia all’ Europa, di un’ampia realtà geopolitica, corrispondente grosso modo all’ attuale Comunità Economica Eurasiatica: la Civiltà dei Kurgan, così chiamata a causa del suo costume di seppellire i morti di alto rango in grandi tumuli, i Kurgan.

La Civiltà dei Kurgan è stata da molti identificata con  il popolo indoeuropeo. Nel corso dei millenni, essa  si confonderà,  progressivamente, sempre di più con la civiltà degli Sciti, popolo nomade presumibilmente di lingua iranica o mongolica. Essendo in contatto con le civiltà mesopotamica, caucasica e mediterranea, l’Ucraina si civilizzò più celermente che non altre  parti della Scizia, divenendo essa la sede di tribù che si distinguevano per  un grado elevato di evoluzione, come per esempio i Sarmati. Per questo motivo, mentre gl’intellettuali russi ameranno identificarsi con gli Sciti, i Polacchi (anche grazie all’ opera dell’ Italo-Polacco Guagnini) si erano immaginati invece come i discendenti dei Sarmati. Le steppe pontiche furono anche una delle sedi predilette della mitologia greca, a causa del carattere avventuroso delle vicende dei coloni greci che vi si recavano e/o vi si stabilivano. A queste vicende si riallacciano miti come quelli delle Amazzoni, di Ifigenia in Tauride e della “Nekya” dell’ Odissea. Dopo le guerre mitridatiche, che videro la Crimea trasformarsi  nella roccaforte del re pontico Mitridate, fiero avversario dei Romani, la Crimea e le aree confinanti divennero la sede di un regno misto, greco-scitico, il Regnum Bospori, “socium” dell’ Impero Romano.

La Rus’ di Kiev, “fra i Greci e i Variaghi”

4.Agl’ inizi del  “melting-pot” ucraino

A partire dal 4° Secolo d.C., in Ucraina sarà tutto un susseguirsi di “invasioni barbariche”, che influenzeranno in modo determinante le tradizioni e la variegata composizione etnica dei suoi abitanti. Questo soprattutto perché quasi tutti i popoli che invasero l’ Europa, dagli Unni, ai Germani, agli Avari, dai  Bulgari, agli Slavi, ai Magiari, ai Turchi, attraversarono il territorio dell’ Ucraina, lasciandovi tutti le loro tracce.

La Bibbia tradotta dal vescovo Wulfila nel Sud dell’ Ucraina fu la prima in una lingua germanica, mentre il libro “Getica”, scritto dallo storico gotico Jordanes, costituisce la principale fonte storica sulle migrazioni barbariche e un’origine dell’ideologia pangermanica. Dopo i Goti (“Cultura di Černjakiv”), due altri popoli “barbari” che abitarono, per un certo periodo, l’Ucraina, furono  quelli  degli Avari e dei “Proto-Bulgari”, che si trasferirono completamente nella Valle del Danubio, sospinti dall’incalzare dei Khazari. Questi ultimi avevano costituito un grande impero fra il Mar Caspio e l’Europa Orientale, convertendosi alla religione ebraica.

Mentre, nell’Ucraina Orientale e  Meridionale, transitavano questi popoli migratori, in quella Nord-Occidentale si impiantavano gli Slavi. Nel contempo, giungevano in Russia e nell’Ucraina Settentrionale, attraverso i grandi fiumi, i Variaghi – un popolo nordico di difficile identificazione, che stava incominciando a colonizzare la Russia-. Le città russe e ucraine, abitate da Variaghi, Slavi, Ugro-Finni e Tartari, furono dominate dalla metropoli di Kiev: la “Kievskaja Rus’”, da cui il “Gran Principe” regnava, “primus inter pares”, anche sulle altre città-stato  e su  popoli tributari. Le vicende di questi Stati, che, a un osservatore occidentale, potrebbero apparire esotiche e marginali, sono invece centrali per comprendere le attuali vicende ucraine. Infatti, durante gli ultimi tre secoli, non si è mai smesso di disputare circa l’influenza dei Germani, dei Variaghi, degli Slavi, dei Khazari, dei Tartari-Mongoli, dei Bizantini e degli Europei Occidentali sulla cultura e sulla storia della Russia e dell’ Ucraina. I diversi posizionamenti di popoli e movimenti nei confronti di quelle influenze hanno fornito  spesso la giustificazione ideologica per la teorizzazione della fondazione e del mantenimento  di Stati e imperi.

In particolare, sembra quasi ovvio che, essendo nati i popolo slavi proprio in un’ incerta zona di confine (“Krajina”), si siano scatenate dispute a non finire circa il “diritto di primogenitura” fra di essi.

Il  dominio del Gran Principe di Kiev si estendeva infatti, oltre che alla Moscovia, anche all’attuale Ucraina Nord-Occidentale, mentre, in quella Centrale e Orientale (i “Campi Selvaggi” per i Polacchi), vivevano i popoli nomadi, come i Khazari, i Cumani, i Qipchaq, i Peceneghi e i Tartari, che nei documenti medievali russi sono chiamati  tra l’altro “Polovcy” (“Polovesiani”), e che, nelle epopee, sono identificati come gli antagonisti dei “Russi” di Kiev. Il “Canto della Schiera del Principe Igor” parla proprio di una guerra fra il Principe Igor di Novhorod-Siverski, città ucraina del Nord, e i Polovesiani. L’importanza simbolica di Kiev deriva dal fatto di essere stata essa il centro della prima Russia, sì che raccogliere la sua eredità potrebbe significare poter rivendicare l’egemonia del mondo slavo orientale, e, in generale, europeo orientale, e, con ciò, anche eventualmente spostare verso Occidente lo stesso nazionalismo russo. Infatti, Ševčenko riteneva che la leadership dei popoli slavi dovesse spettare agli Ucraini.D’altre parte, Guagnini, nel definire la discendenza dei Polacchi dai Sarmati, aveva identificato gli stessi con gli Slavi, e ne aveva posta la sede originaria in Ucraina. E non per nulla il Presidente ucraino è oggi l’unico in Europa a fregiarsi di insegne quasi regali.

L’ equilibrio fra la “Rus’ di Kiev” e i Polovesiani sarà poi rotto dall’invasione dei Mongoli, i quali sconfiggeranno anche questi ultimi, costringendoli a emigrare in Ungheria (nella “Piccola Cumania”), o assorbendoli all’ interno del proprio impero, mentre le città russe venivano  rese tributarie dei Mongoli,  il principato della Galizia veniva influenzato dalla Polonia, e le città bielorusse cadevano sotto l’influenza lituana. In Crimea, i Genovesi colonizzavano le città costiere che erano state greco-romane. Per circa due secoli, l’odierna Feodosia (Kaffa) sarà una delle più importanti città d’Europa  per la posizione strategica del suo porto, soprattutto per il commercio degli schiavi (non dissimile sotto molti aspetti dalla successiva “Tratta Atlantica”). Non per nulla, tanto il Sultano egiziano Baibars, quanto l’imperatrice turca Roxelana, erano giunt in Medio Oriente nella condizione di schiavi, dopo essere stati catturati in Ucraina.

In seguito all’invasione mongola, le città stato della Rus’ di Kiev decadono. Mentre  il Sud-Est della Russia e dell’ Ucraina (soggetto all’Orda d’Oro e abitato dai Mongoli Nogai) andava autonomizzandosi dal resto dell’ Impero Mongolo, con la costituzione del Khanato di Crimea,  la Polonia annetteva la Galizia, e, la Lituania, la Bielorussia . Il Granducato di Lituania diviene prima alleato, poi associato, della Polonia all’ interno di un’ “unione personale”. Le terre ucraine non seguono però, in ciò, il resto del Granducato, passando sotto il controllo diretto della Corona Polacca, salvo che nell’ultimo periodo, quando verrà fondato l’ Etmanato Cosacco. Il Khanato di Crimea diverrà  vassallo dell’ Impero Ottomano, e, la Lituania, una vassalla, del Regno di Polonia. Si creano così i presupposti per l’attuale contrapposizione fra le varie aree dell’Ucraina.

L’antica capitale del khanato di Crimea, Bahçisaray, è stata caratterizzata da sempre dal suo fascino orientale. Puškin l’avrebbe celebrata nell’omonimo poema. Ancor oggi, sono visitabili i suoi palazzi e le sue moschee. Ancor oggi, vi sono nella penisola dei discendenti dei coloni genovesi e altri Italiani immigrati in seguito.

Nell’ area centrale e sud-orientale dell’Ucraina, già occupata dai Cumani e dai Peceneghi,  si afferma, durante il Medioevo,  un nuovo popolo nomade, quello dei Cosacchi, che parla una a lingua slava orientale,  ha come  religione quella ortodossa, ed è  legato  alla Corona Polacca. Compito dei Cosacchi: garantire la difesa della Rzeczpospolita contro l’Impero Ottomano. I Cosacchi ucraini  erano concentrati in un’enorme serie di fortificazioni, chiamate “Zaporožie Sich”, che potremmo tradurre liberamente come “le Fortezze oltre le Rapide” (del Dniepr).

I Cosacchi  hanno costituito per secoli questa sorta di “cerniera” fra l’Ungheria e la Romania, fra la Polonia e la Moldova, fra l’Ucraina e la Russia, fra il Kazakhstan e le Isole Curili, rappresentando  il “cuscinetto” fra le varie forze in campo per il controllo dello spazio eurasiatico (Turchia e Polonia, Russia e Germania), non diversamente da come, nei Balcani, il “Confine Militare” e le sue truppe serbe e bosniache costituivano il “cuscinetto” fra l’ Austria e la Turchia. Non per nulla, ambedue i territori hanno assunto un nome che incorpora il termine  “Krajna” (“Confine”), confine per altro tutt’ altro che impermeabile, come testimonia, appunto, la storia di queste regioni.   Lo spirito cosacco è stato esaltato da Gogol’ nel suo romanzo Taras Bul’ba. Ancor oggi, abbiamo  Cosacchi in divisa russa, che hanno partecipato alla recente operazione in Crimea, e Ucraini che, comportandosi come gli antichi Cosacchi, hanno partecipato al movimento del Maidan.

Come già detto, anche l’unica consorte di Solimano il Magnifico (Hürrem Haseki Sultan– i Sultani in genere non si sposavano, “accontentandosi” delle loro concubine-) era Ucraina, anzi, ”l’Ucraina” per eccellena (“Roxelana”) . Come tantissimi suoi conterranei, essa fu fatta, infatti,  prigioniera dai mercanti tartari di schiavi, e portata a Istanbul. Roxelana era una ragazza galiziana; per questo, le verrà affibiato, appunto, il nome di “Roxelana”, che, secondo il poeta polacco contemporaneo Simon Zimorowicz, autore delle “Roxolanki”, significherebbe “Panna Ruska” (oggi tradotto come “damigella ucraina”). Un magnate turco e gli abitanti mussulmani della città di Mariupol, nel Donbass, oggi oggetto di fitti combattimenti, hanno dedicato, a lei e suo marito,  una moschea. Il “serial” turco “Muhteşem Yüzyil” (“il Secolo Magnifico”), dedicato a Roxelana e Solimano, è stato tradotto in almeno cinquanta lingue, fra cui tutte quello dell’ ex Impero Ottomano, e, in particolare, una ventina europei.

La conquista russa dell’ Ucraina

5. Galizia vs. “Piccola (Nuova) Russia”.

Con la battaglia di Çesme e con il Trattato di Küçük-Kainarga, Caterina Seconda acquisisce, dall’ Impero Ottomano, una serie di territori che formeranno la “Piccola (Nuova) Russia”, che è sostanzialmente quel territorio dove ora ferve la rivolta filorussa contro Kiev, mentre, con le tre Spartizioni della Polonia, otterrà anche la parte orientale di quest’ultima, comprensiva dell’Ucraina Centrale, mentre, invece, la Galizia resterà nell’ Impero Austriaco. Ancor oggi, Putin parla della prima di queste regioni come della “Piccola Russia”o “Nuova Russia”(“Novorossija”, Malorossija”).

Comincia in quell’ epoca la politica degli “scambi di popolazioni”, con la cacciata delle popolazioni mussulmane. Per i “Tartari di Crimea”, che, in realtà, sono un miscuglio dei popoli più svariati, antichi abitanti del territorio,  inizia così la definitiva decadenza. La Galizia (Regno di Galizia e Lodomeria) fa parte, e farà parte fino alla fine,  dell’Impero Austriaco, ma continua ad essere amministrata dai Polacchi, che, per altro, vivono nel terrore dei contadini ucraini (ruteni) e delle loro rivolte.

Nella “Piccola  (Nuova) Russia”, si trovavano, nel 700, soprattutto abitanti nomadi (le “Orde Nogai «e i Cosacchi), subito espulsi, e pochi abitanti stanziali, per lo più rumeni e ruteni, che, sotto il regno di Caterina II, verranno rincalzati con nuove ondate di immigrazione da tutti i Paesi d’Europa, con una prevalenza di Russi nelle città e Ucraini nelle campagne (ma anche molti Tedeschi, coperti di privilegi, ma che gradualmente se ne andranno, lasciando però a Hitler l’idea di una colonizzazione tedesca della Russia). Questa è la radice del carattere “cosmopolita” della regione, ma anche di una certa quale xenofobia dei ceti popolari nei confronti delle varie élites straniere confluite nella regione, veicolata dal nazionalismo estremo.

La figura di Caterina è stata fondamentale sotto molti aspetti per la creazione dell’identità ucraina. Prima di essa, vi erano, in Ucraina, come minimo, una Rutenia, appartenente alla Corona polacca, l’Etmanato Cosacco di Zaporožie, parzialmente indipendente, una Kiev russa, una Piccola Tartaria abitata dai Nogai, e  un Khanato di Crimea, ciascuno con una sua storia, una sua lingua (Polacco, Slavo Ecclesiastico, Russo, Mongolo, Tartaro, Turco), una sua tradizione culturale. Caterina annette e unifica questi territori, salvo la Galizia, che continua a spettare all’ Austria. Il Governatore degli stessi e, si dice, suo sposo segreto, il Principe Potiomkin,  fonda molte città. Vengono coinvolti nell’opera personaggi di tutto il mondo, dal fondatore stesso di Odessa, il comandante de Ribas, di origini spagnole e italiane, all’architetto italiano Boffo, autore della celeberrima scalinata eternata dal film “la corazzata Potiomkin” di Eizenštejn, fino al Governatore francese Richelieu.

È rimasto memorabile il viaggio di Caterina con i maggiori sovrani europei per mostrare loro la “Nuova Russia” conquistata e civilizzata. Caterina sostenne anche ufficialmente, nei confronti dell’ Austria,  il “Progetto Greco”, già elaborato da Pietro il Grande, cioè quello di ricostituire un nuovo impero bizantino cristiano. Leibniz aveva sottolineato l’indispensabilità, a questo scopo, della città di Odessa.

L’eccessivo attivismo russo verso l’ Impero Ottomano suscita l’ostilità dei Paesi Occidentali. Quando, perciò, la Russia intima alla Turchia di concederle una presenza in Terrasanta quale attualizzazione del diritto di protezione dei Cristiani dell’Impero, invadendo i territori balcanici di quest’ultimo, Francia e Inghilterra mobilitano un ingente corpo di spedizione: è la Guerra di Crimea. Guerra che, conclusasi con un nulla di fatto, anticipa, per le sue stragi (500.000 persone), le due Guerre Mondiali. Importante soprattutto, come noto, per l’ Italia. La Guerra di Crimea viene oggi evocata in connessione con la recentissima annessione della Crimea da parte della Russia, anche per l’ondata di propaganda antirussa scatenatasi già in quell’ occasione. Certamente, dal punto di vista emotivo, le reminiscenze della Guerra di Crimea, in cui la Russia, da sola, aveva sostenuto  l’urto di tutte le potenze mondiali, hanno molto pesato in tutta la vicenda ucraina.

L’Ucraina (insieme a tutto il resto dell’antico Regno di Polonia) costituisce, dal 1791 alla Prima Guerra Mondiale, insieme alla Polonia russa, alla Lituania e alla Bielorussia, la “Zona di Residenza” degli Ebrei Orientali. Gli Ebrei non possono più risiedere nel resto della Russia, per evitare la concorrenza con la borghesia nazionale. La percentuale di popolazione ebraica nella zona è dunque particolarmente elevata, cosa che faciliterà, certo, prima i pogrom, poi le stragi naziste, ma, d’altro canto, anche lo sviluppo delle tradizioni culturali ebraiche (chiazzare, karate, ashkenazite, qabbalistiche, chassidiche, lubawicz, frankiste), e  anche la nascita dei movimenti culturali e politici ebraici (letteratura yiddish, sionismo e bundismo).

In Ucraina si avvia intanto una Campagna di Russificazione, che è una delle principali ragioni dell’attuale conflitto etnico. L’Ucraino è ufficialmente bandito, mentre continua a sopravvivere il Polacco, lingua della nobiltà della Galizia, e si diffondono il Francese, lingua dell’ aristocrazia russa, e lo Yiddisch, quella degli Ebrei Askhenazim. All’interno del movimento panslavista, nasce la Confraternita Cirillo-Metodiana, che, con Kostomarov e Ševčenko, persegue lo sviluppo della cultura ucraina nell’ ambito di una federazione slava democratica. Il loro programma è contenuto nei “Libri del Divenire del Popolo Ucraino”.

L’Ucraina rivendica così l’idea di essere la “vera” culla del popolo slavo, mentre l’impero moscovita sarebbe inficiato dalle nefaste influenze straniere -tartare, germaniche e occidentali-. Nella Galizia sotto l’Impero Austriaco, il movimento politico ucraino si afferma gradualmente fra i ceti popolari, come contrappeso al predominio della minoranza polacca al potere. Tuttavia, esso si divide sempre più al suo interno, fra “ucrainofili” austriacanti e “russofili”, che propendono per l’uso del Russo e l’annessione all’ Impero Russo. Il Ruteno   era una delle lingue ufficiali dell’ Impero austriaco. Gli storici ucraini parlano della Galizia come di un “Piemonte ucraino”, così come i militari nazionalisti serbi chiamavano “Pijemont” la loro rivista, per indicare che la Serbia avrebbe dovuto essere, per la Jugoslavia, ciò che il Piemonte era stato per l’ Italia.

Bahcisarai, capitale del khanato di Crimea

5. L’Ucraina cosmopolita

Anche grazie al suo carattere cosmopolita, l’Ucraina diviene la fucina di svariate tendenze culturali e politiche. La maggior parte degli  autori, come Gogol’ (Hohol), Čechov, Berdiajev, Bielyj, Bulgakov, Šestov, Trockij, Babel’, Achmatova, Erenburg e Grossman scrivono in Russo, mentre  von Sacher-Masoch,  Buber, von Mises, Roth,Reich, Celan e von Rezzori in Tedesco;  Bialik in Ebraico e Yiddish,e Sholem-Aleichem solo in questa lingua. D’altra parte, Ben Jehudà aveva “inventato” a Odessa l’Ebraico moderno (”Israelith”), Zamenhof lo yiddish e l’ Esperanto; Illich-Svitych studia il Nostratico; i leader bolscevichi Trotzki, Lunacarskij, Ždanov,Khrušćev e Brežnev erano ucraini, lo storico Leone Ginzburg (che scrive in Italiano) diOdessa. Provenivano dall’Ucraina buona parte dei fondatori del Sionismo, da Buber, a Žabotin’ski, a Ahad Ha’am, a Ben Gurion, a Golda Meir.

Certamente, come in tutto l’ex Regno di Polonia,  questo predominio storico di culture “straniere” ha costituito un “vulnus”  per la cultura popolare locale, che, come tutto il panslavismo, si riallaccia al mondo contadino e alle rivolte dei servi della gleba e dei Cosacchi (Chmel’nicki, Mazepa)contro i “popoli di signori”, cioè gli aristocratici  polacchi, i mercanti italiani ed ebrei, gli schiavisti tartari, i funzionari russi, alla fine anche i militari tedeschi e austriaci.Di qui, certi aspetti obiettivamente xenofobici e antisemiti del nazionalismo ucraino, e di qui anche l’ alleanza con i Polacchi e i Baltici contro una Russia che viene oggi “letta” come la quintessenza e il più recente collettore e rappresentante delle vecchie “élites” straniere. Tuttavia, l’Europa, così preoccupata ai valori della continuità culturale, dovrebbe stare molto attenta all’ emergere di una tendenza politica che, nel nome dei “Popoli senza storia”, miri a cancellare una tradizione storica di “cultura alta” millenaria, che costituisce un vanto dell’ Ucraina,  non solo russa, ma anche turca, polacca, ebraica e tedesca, facendone uno dei maggiori centri culturali dell’ Europa.

L’atmosfera culturale a cavallo fra il XIX° e il XX° Secolo è particolarmente favorevole allo sviluppo dell’ utopismo, che troverà in Fiodorov il suo esponente più radicale, il quale influenzerà a sua volta intellettuali russi ma anche occidentali. Pensiamo ad esempio al chiliasmo dello “pseudo-Messia” rabbi Jakob Frank (che per primo definì il suo “dio minore” come “il Grande Fratello”), alle radici delle culture “gender” esplorate da von Sacher-Masoch ne “la Venere in Pelliccia”, recentemente riscoperte, sulla base di quella, da Polanski. Pensiamo alle origini ucraine di Elena Blavatskij, che, con la  sua “teosofia”, influenzò, da un lato la cultura esoterica di mezzo mondo, a cominciare dai russi Rerih e Gurdjev, e, dall’altra, la stessa nascita del Partito Indiano del Congresso; pensiamo alla cosiddetta “Torre” di  Tatlin (il “Monumento alla Terza Internazionale”), e ai progetti di architettura futuristica e sovietica a Zaporožie e a Kharkov; pensiamo all’esaltazione “futuristica” del Donbass fatta da Vertov e Šostakovic. Pensiamo alla repubblica anarchica di Makhno e ai teorici del Bogostroitel’stvo, del Trockismo, del Sionismo e del Bundismo. Pensiamo allo zarismo utopico di Vrangel.  Pensiamo che alla ”città segreta” di Dniepropetrovsk, da cui  uscivano e, in parte, escono ancor oggi, le mitiche bombe atomiche sovietiche, i missili balistici intercontinentali utilizzati, almeno parzialmente, in tutti i programmi spaziali e gli aerei Antonov, i più grandi del mondo.

Džiga Vertov: Entusiasmo, Simfonia del Donbasshttp://voffi08.files.wordpress.com/2009/09/dziga-vertov.jpg

Il fronte nella 1a Guerra Mondiale

7. Guerra e Rivoluzione

Con la Prima Guerra Mondiale, comincia un periodo frenetico di rivolgimenti politici, che hanno in Ucraina il loro epicentro. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, le vittoriose truppe austro-tedesche irrompono in Ucraina e nei territori vicini, favorendo la costituzione, come in Polonia, Finlandia, Paesi Baltici e Bielorussia,  di una repubblica nazionale (che si trasformerà, con un colpo di Stato, nell’”Etmanato” di Skoropadskyj). Vi sono anche, allo stesso tempo, almeno  altre  tre repubbliche: una in Galizia, una repubblica sovietica a Kharkov , e una a Donetzk e Krivoj Rog, corrispondente all’ attuale Repubblica del Donbass. In Galizia, la contrapposizione fra ucrainofili, russofili, austro-ungarici e russi è sanguinosa, con deportazioni e stragi che anticipano l’Holodomor e la Shoah. La parte meridionale dell’ Ucraina, e, in particolare, la Crimea, costituisce una roccaforte dei generali “bianchi”, e, in particolare, di Vrangel,  mentre da Huljajpole opera l’anarchico Nestor Makhno. Ambedue, personaggi mitici. Il primo, perché fondatore della prima Repubblica di Crimea, riconosciuta dal Governo Francese, e legislatore socialisteggiante, che diede ufficialmente la terra ai contadini; il secondo, perché creatore dell’ unica entità politica anarchica della storia (la “Makhnovšćina”).

A tutto ciò fa riferimento  Bulgakov nel suo romanzo “La Guardia Bianca”. Alla fine, prevarrà l’Armata Rossa, che sostiene la Repubblica Sovietica di Ucraina, prima alleata, poi federata, con la Russia all’ interno dell’ Unione Sovietica.

Fino al 1920, si protrae in Ucraina la guerra polacco-sovietica. Il Trattato di Riga lascia molti Ucraini in Polonia e molti Polacchi in Ucraina. In base ai principi della “politica delle nazionalità”, si avvia una politica di “ucrainizzazione”, che, però, viene presto interrotta da Stalin con le purghe e i processi di industrializzazione, di “dekulakizzazione” e di “decosacchizzazione”. L’Ucraina diviene, con le sue dighe sul Dniepr (“Dnieprostroj”),  il simbolo della politica staliniana di massiccia industrializzazione, che è stata considerata come un modello per le politiche “keynesiane”, imitato da  Roosevelt con la sua  Tennessee Valley Authority, da Mussolini con le sue  Paludi Pontine e da Hitler con  le sue autostrade. Il regista Džiga Vertov e il compositore Šostakovič ci  forniscono un esempio dello spirito intransigente di quegli anni, con il film “Entusiasmo, Sinfonia del Donbass.

Proprio mentre Vertov e Šostakovič esaltano la nuova Ucraina che cresce nel Donbass grazie alle politiche staliniane, si avviano i processi politici che portano alla carestia del 1932 (“Holodomor”), comprendenti la requisizione del frumento, non solo ai kulaki, ma perfino alle fattorie collettive per l’esportazione e per nutrire la popolazione urbana e gli operai e pagare la General Electric per costruire il Dnieprostroj, nonché la repressione armata contro certo contadino. Vi è quindi qualche strano parallelismo fra lo sviluppo industriale accelerato e la militarizzazione della società, che farà parlare, all’ economista polaccio Kalecki, di un “Keynesismo militare”, che assomiglia molto all’economia di guerra dell’ America attuale. Si calcola che parecchie milioni di contadini, soprattutto in Ucraina e nelle zone allora ucrainofone della Ciscaucasia, abbiano lasciato la vita durante l’Holodomor, che è stato paragonato, sotto molti aspetti, alla Shoah.

.Holodomor: un genocidio o un crimine di classe?

Dekulakizzazione

8. E ora?

Questa rapida scorsa attraverso la storia della cultura ucraina dovrebbe aiutarci ad affrontare ora anche noi, nell’ ambito del dibattito aperto con questo Quaderno, la soluzioni per procedere oltre.

Le sanzioni contro la Russia per l’annessione della Crimea costituiscono il primo, scottante, problema da affrontare, e, probabilmente, una delle cause principali degli attuali avvenimenti, in quanto, indipendentemente dal merito, esse si prestano egregiamente a frenare in modo strumentale l’attuale crescente  grado d’integrazione economica paneuropea , accelerato addirittura in modo esponenziale dalle urgenze della crisi mondiale. Il trasferimento del baricentro della crescita mondiale verso l’area centrale dell’ Eurasia è oramai talmente avanzato che già solo le prime, blande, minacce di sanzioni contro la Russia (che, in realtà, sono contro gli scambi bilaterali) hanno rovesciato drasticamente le prospettive di crescita di tutto l’Occidente, e in primis degli Stati Uniti, che hanno subito una correzione in discesa del 5% sulle previsioni del PIL.

Nel caso dell’ Italia, questo colpo è già oggi  semplicemente ferale. Secondo l’ICE, la diminuzione dell’export italiano verso la Russia nel  primo trimestre 2014 è del 7%, che, se moltiplicato per 4, rappresenterebbe un calo di 1/3, e che comunque ha già contribuito pesantemente al calo dello 0,5% del PIL italiano, da confrontarsi con l’incremento dello 0,5% promesso dalle organizzazioni occidentali e dal Governo. Questo continuo calo costituissce una mina vagante per il Governo. Secondo il FinancialTimes, l’interscambio dell’ Italia con la Russia sarebbe di circa 30 miliardi di Euro.

In effetti, fin dagli ultimi tempi dell’ Unione Sovietica, gli Stati Uniti avevano cercato, per altro senza successo, di ostacolare lo sviluppo dei rapporti commerciali fra la Russia e l’ Europa, incominciando dal gasdotto costruito negli anni ’80. Fin dall’inizio degli Anni ’90, il ritornello dei politici e dei media era stato stato invece che la Repubblica Russa, dopo il crollo dell’ URSS e le liberalizzazioni, era divenuta un parter inaffidabile per l’eccessiva debolezza delle Autorità. Tuttavia, quell’atteggiamento non collaborativo dell’ Occidente non faceva che accrescere ulteriormente quell’anarchia e quell’inaffidabilità, fino a giungere a fenomeni estremi come il conflitto armato Presidente-Parlamento e alle guerre civili nel Caucaso. Non appena, alla fine del decennio, le Autorità russe intrapresero le prime azioni rimediali, nel senso di riaffermare l’autorità dello Stato, di controllare l’evasione fiscale, di combattere il secessionismo, di consolidare la dialettica parlamentare, cominciaromo a farsi sentire le lamentele opposte, fino a giungere ad accusare la Russia di fare (più rudimentalmente) cose che gli altri fanno in grande stile da sempre: una politica di potenza; l’ingerenza nella vita politica di altri Paesi; sostenere le proprie imprese nel commercio internazionale, ecc… Se Gorbačëv e Elcin erabo troppo tolleranti, adesso Putin sarebbe divenuto troppo autoritario, militaristico e aggressivo, anche se le spese militari della Russia sono un quinto di quelle dell’ America e un terzo di quelle dell’ Europa, quindi un ottavo di quelle della NATO. Anche se di segno opposto,  tali relativamente nuove critiche sono quindi altrettanto  pretestuose delle prime , e non dovrebbero neppure pregiudicare gl’indispensabili, e comunque crescenti,  rapporti fra Europa e Russia.

E, in effetti, nonostante questi ostacoli, nel 2007, il 24,3% del gas consumato nella UE affluiva in Europa attraverso ben 12 gasdotti in provenienza dalla Russia, di cui Norh Stream e South Stream sono solo una parte. Attualmente, si sta ancora discutendo animatamente del nuovo gasdotto “South Stream”. Inoltre, Europei e Russi stanno fabbricando insieme cose delicatissime come aerei, lanciatori spaziali, autoblindo e navi portaelicotteri (il che fa dubitare dell’ immagine di radicale contrapposizione che ci viene venduta dai media).

Tra l’altro, per quanto blande, delle sanzioni contro la Russia erano già state lanciate prima delle Olimpiadi, con il pretesto evanescente della pretesa legislazione omofobica russa (che, ammesso che fosse tale, lo sarebbe comunque sempre meno di quella degli Stati Uniti, dove 11 Stati puniscono penalmente l’omosessualità, salvo che la Corte Costituzionale ne ha bloccato l’operatività da 10 anni). Ricordiamo, poi, che Alan Turing, il grande specialista inglese di informatica, il quale avrebbe potuto conferire all’ Europa la supremazia sugli Stati Uniti in questo campo, era stato portato al suicidio da un’incredibile persecuzione giudiziaria basata sull’ omosessualità. Infine, esistono moltissimi Stati che hanno, e stanno addirittura, aggravando, leggi penali contro l’omosessualità, ma a nessuno è venuto in mente di lanciare, contro di essi, neppure la più modesta sanzione.

In realtà, si dovevano trovare pretesti quanto più credibili possibile per ostacolare il ravvicinamento in corso fra Russia ed Europa, legato al South Stream, alla crisi economica dell’Occidente, ma anche alla svolta conservatrice della Russia e della Cina, che ha aperto, a questi Paesi, molte  nuove amicizie.

Nonostante tutto, come ribadito in una recente  intervista di Putin ai giornalisti francesi, l’obiettivo della Russia era, e resta, una strutturazione dell’ Europa sulla base di una confederazione con l’Unione Europea, quale quella proposta da Mitterrand a Gorbačëv nel 1989, e già adombrata negli statuti del Consiglio d’ Europa e dell’ OCSE. Tuttavia, di fronte al “muro di gomma” degli Europei e all’invasività delle sempre rinnovate politiche americane la Russia è costretta, di fatto, anziché a procedere, come vorrebbe, sulla strada dell’integrazione paneuropea, a difendere la propria autonomia politica in tutte le direzioni attraverso tattiche negoziali alternate, che coniugano dialogo e contrattacco (la “Difesa Offensiva” di cui parla Fiona Hill). Un’eventuale applicazione seria delle nuove sanzioni per la Crimea (la cosiddetta “Fase 3”) comporterebbe però, più che danni per la Russia, un ulteriore aggravarsi della recessione in Europa, poiché la prevista “ripresina” avrebbe dovuto essere generata sostanzialmente proprio dalle nuove esportazioni in Russia. Già solo pochi fatti come la multa americana contro la BNP, la cancellazione dei contratti per le portaelicotteri Mistral e per il South Stream e, chissà, anche delle esistenti joint ventures di Siemens, Alenia e IVECO, comporterebbero, per l’ Europa, la perdita di investimenti e mercati insostituibili nel breve termine, a dispetto di tutti gli sforzi ora giustamente dispiegati verso la Cina). Ma anche lo stesso “slittamento” della Russia verso la Cina costituirebbe, come acennato da Martinetto, una sconfitta per l’ Europa, che si vedrebbe sostituita, su un così importante mercato, da un concorrente formidabile. Certo, i politici europei stanno anch’essi correndo verso la Cina, ma, divisi com’essi sono, non riusciranno mai a proporre un progetto negoziale completo come quello della Russia.

Comunque sia, in questo momento di crisi, le sanzioni sono assolutamente impopolari in tutta Europa. I Tedeschi (i primi ad avere enormi interessi in gioco con Mosca) si stanno agitando su diversi scacchieri. In Germania, vi è una netta divisione fra gli avversari delle sanzioni: Schröder, Schmidt, die Linke, i Verdi, le Associazioni Industriali, i vertici delle grandi imprese, e i sostenitori delle stesse: i vertici dei partiti di governo, i media.Una recente indagine mostra che il 49% della popolazione vorrebbe lasciare la NATO, e solo il 45% vorrebbe restarvi. Secondo lo Spiegel, il 57% dei Tedeschi vorrebbe essere più indipendenti dagli USA, e solo il 36% vorrebbero collaborare più strettamente. In Italia, più della metà degli elettori ha votato per dei politici  contrari alle sanzioni (per i “5 Stelle”, il  21,1%; per Forza Italia, il 16,8%; per la Lega, il 6,15%, per Tsipras, il  4,03, per Fratelli d’ Italia, il 3,66%; totale: il 51,74%).Varie Associazioni di categoria hanno indirizzato petizioni al Governo affinché non accetti, néapplichi, le sanzioni stesse. Non per nulla, secondo il Financial Times, l’Italia, favorevole a South Stream e contraria alle sanzioni, verrebbe accasata dalla Polonia e dai Paesi Baltici di eccessiva simpatia per la Russia.

Sta di fatto che l’Italia, che sta perdendo il controllo di tutte le proprie grandi iniziative industriali, non può, piaccia o non piaccia,  fare a meno delle sue collaborazioni con la Russia, nell’ energia, ma anche nell’aerospazio e nella difesa, anche se la flotta, inspiegabilmente e quasi di nascosto, partecipa alla presenza NATO nel Mar Nero con le navi Elettra e Aviere.

Il russo Sojuz è uno dei 4 lanciatori del consorzio europeo

Il Soyuz è adottato come lanciatore dell’ Agenzia Spaziale Europea

9.Rendere operativi il Consiglio d’ Europa e l’ OCSE

Chi, in questo momento, non ha alcuna linea politica in assoluto, è, come sempre, l’Unione Europea. Essa, come l’Ucraina del Tardo Medioevo, può essere descritta, dal punto di vista politico,  come quei “Campi Selvaggi”, in cui si scontravano, nella steppa sterminata, Mongoli e Polacchi, Tartari e Cosacchi. E’ vero che Baibars e Roxelana erano poi divenuti imperatori, ma solo “all’ estero”, e dopo essere stati fatti schiavi. Vogliamo subire anche noi una simile sorte?

Dopo la crisi ucraina, è l’intera  posizione ufficiale dell’Unione, anche  quella sull’”allargamento”, a essere divenuta insostenibile alla luce dei fatti. Non sembra intanto, da quanto detto in questo Quaderno,  che le modalità con cui l’Ucraina è arrivata alla firma del Trattato di Associazione siano particolarmente democratiche (cioè, sparando al Presidente e dichiarandolo decaduto solo perché, per salvaguardare la propria incolumità, era fuggito dalla capitale), né che si sia contribuito al libero commercio dell’Ucraina imponendole l’ aut aut: “o con la Russia o con noi”, senza neanche un dialogo a tre, né, infine, che l’idea stessa delle sanzioni sia particolarmente in linea con quella del “libero scambio”. Tra l’altro, le sanzioni funzionano quando si è in una posizione di forza, non giù quando si è in una posizione di debolezza com’è oggi l’Occidente. Al contrario, come ben sanno (ma non dicono) i nostri vertici, l’Europa deve oramai buttarsi a capofitto sui mercati eurasiatici, perché solo lì può trovare uno sbocco che compensi la nostra cronica recessione. Infatti, Putin ha annunziato che, fra i BRICS, si sta discutendo come applicare, dandosene il caso, all’ Occidente delle sanzioni multilaterali. Ora, perfino il mondo americano del business sta facendo lobby contro le sanzioni. Se la General Electric non disdegnava di farsi pagare sa Stalin per il Dnieprostroj con il maltolto dell’ Holodomor, perchè mai punire il mondo intero per il referendum in Crimea, che non è costato la vita neppure di una sola persona?

Quindi, anche sui vantaggi economici della EU rispetto alla UEE,  c’è poi, da ridire: “I vantaggi del mercato unico sono considerevoli: crescita economica con conseguente tenore di vita più elevato, beni di consumo più sicuri, prezzi inferiori…..” In realtà, l’Unione Europea è l’unica area del mondo che continua a non crescere da parecchi anni..che, anzi, riesce a non decrescere troppo solo grazie all’ export in Russia e in Cina. Inoltre, sono oramai molti anni che l’unico argomento di cui si discute in Europa è che la Germania si rifiuta di partecipare, non diciamo al ripianamento, ma, almeno, alla garanzia, dei debiti degli altri Stati Membri. Queste difficoltà diverranno sempre più gravi a mano a mano che si allargherà l’Unione a Paesi pieni di difficoltà, come l’ Ucraina, la Georgia, ecc.. Tra l’altro, si è fatto, invece, di tutto per non ammettere i due soli Paesi europei con un’economia forte, la Russia e la Turchia – anzi, per ostacolare addirittura il commercio con gli stessi, e se ne stanno pagando ogni giorno le conseguenze-.

In realtà, come accennato nell’ intervento di Martinotto, le potenzialità economiche date dall’eventuale e auspicabile combinazione  delle dimensioni demografiche e culturali dell’Europa, degli spazi, delle risorse naturali e delle tecnologie militari della Russia, e delle possibili influenze geopolitiche e commerciali della Turchia sarebbero semplicemente smisurate. E’ singolare che non se ne parli mai.

Quanto sopra dimostra che la ragioni che stanno dietro l’unilateralismo dell’attuale “Politica di Allargamento”, vale a dire la presunzione di  espandere, e, così, di rafforzare, un preteso modello di successo, che si assumerebbe superiore e indiscutibile, non hanno più alcuna ragion d’essere. Premesso che esistono varie regioni del mondo con uno sviluppo economico superiore a quello dell’ Europa, come il Medio e l’ Estremo Oriente, bisognerà anche ammettere che ci possano essere altre, diverse, ricette per far funzionare l’Europa, e/o singoli Stati, e che ci siano altri Europei che le stiano studiando e sperimentando (come in Russia e in Turchia), come,  e perfin   meglio, di noi. Per fare un esempio banale, non appena la Crimea è stata annessa alla Russia, gli stipendi e le pensioni sono aumentati da un giorno all’ altro del 50%, o anche del 100%. Che differenza con le penose trafile per l’adesione dei nuovi Associati  (a cominciare dall’ Ucraina), e dei nuovi Stati Membri (come per esempio la Croazia), i quali, come prima cosa, sono chiamati a fare i famosi ”sacrifici”..! Non parlamo dei grattaceli di Istanbul, criticati perché “antiecologici”, ma, forse, perché noi non potremmo permetterceli.

Non sarà per caso che si vive meglio nell’“Unione Eurasiatica” che non nell’ Unione Europea? In pratica, l’idea di  “allargamento”, che era alla base della nuova bozza di Trattato di Cooperazione e Partenariato con la Russia era che, teoricamente, la Russia dovesse accettare, come tutti i candidati, a scatola chiusa l’ “Acquis Communautaire”. Molto più logico sarebbe, invece, parlare  di un “Completamento”dell’ integrazione europea ,  che implicherebbe che noi vogliamo “includere” subito tutti gli Europei, senza “esami” né “compiti a casa”, discutendo tutti insieme  su un metodo comune, che rispetti le peculiarità di ciascuno, e che si tenga conto delle esperienze altrui, comprese quelle negative, come per esempio il cambio fisso dell’Euro, l’”esportazione della democrazia”, la partitocrazia, PRISM, la degenerazione dell’insegnamento scolastico, ecc.…

Questo era lo spirito con cui Gorbačëv aveva parlato di una “Casa Comune Europea” ispirandosi al papa Enea Piccolomini (cioè, a un Papa italiano), e  con cui Elcin, Putin e Erdoğan hanno continuato a caldeggiare, oramai da un ventennio, e con una pazienza veramente invidiabile,  l’adesione dei rispettivi Paesi, ricevendone risposte evasive o sdegnate. La realtà è che, come si era lasciato sfuggire Prodi con Putin, quei Paesi sono troppo grandi, e potrebbero dettare loro condizioni, anziché accettare supinamente quelle della UE.

Tuttavia, visto lo stallo dell’economia europea, lo scontro continuo sull’Ucraina, e, ora, anche la crisi politica in Turchia e l’incredibile rilancio dell’Islam radicale, sembrerebbe proprio giunto il momento di “ripartire da 0”, prendendo finalmente in considerazione un approccio diverso, fondato su cinque linee di azione:

-un nuovo tipo di confederazione dell’Unione Europea, da un lato con l’Unione Eurasiatica, e, dall’ altra, con la Turchia, secondo la vecchia proposta di Mitterrand (utilizzando il Consiglio d’ Europa e/o l’ OSCE?);

-la “federalizzazione” dell’ Ucraina (ma anche della Turchia), utilizzando ad esempio le esperienze della Finlandia, del Belgio e della Svizzera, oltre che le già esistenti 12 Euroregioni dell’Ucraina. Ricordiamo che il Belgio ha una Comunità neerlandofona, una francofona e una germanofona, più una “Città Capitale” che è anche la “capitale” della UE e della NATO;

-la trasformazione dell’ Ucraina nel “territorio federale” di questa nuova associazione, e, di Kiev, nella sua “capitale”,intanto, per rispetto verso  i nostri partners orientali, e, in secondo luogo, per dare, all’ Ucraina un ruolo, “una missione”, come quella che giustamente rivendicava la “Confraternita Cirillo-Metodiana”;

-la neutralizzazione del territorio ucraino, con adeguate garanzie militari reciproche (come proposto, fra gli altri, da personaggi come Kissinger e Brzezinski). Non si capisce perché ciò che si è fatto, e si continua a fare, per quasi la metà degli stati europei (Irlanda, Svezia,Liechtenstein,Finlandia, Svizzera, Austria, Malta, Serbia, Montenegro, Georgia , Azerbaidzan, Islanda,Moldova) non possa essere fatto anche per l’Ucraina. La quale ha già,teoricamente, dal 2010, uno “status” unilaterale di neutralità;

una collaborazione urgente fra l’ America, la Russia e l’Europa, a un progetto generale di controllo degli armamenti, non limitato alle armi nucleari  e alle difese antimissilistiche, bensì allargato a un’applicazione generalizzata del Principio di Precauzione. Infatti, le “garanzie” dell’equilibrio degli armamenti sono, prima che giuridiche, tecniche: vale a dire trasparenza delle tecnologie, efficacia dei controlli,ecc …

Si tratterebbe semplicemente di ritornare all’ impostazione originaria del Movimento Federalista Europeo, che considerava la CSI come una realtà federale positiva e utile, con cui collaborare nell’ambito del Federalismo Mondiale.  Occorre anche ricordare che, a causa della grande varietà di tradizioni delle diverse parti dell’ Ucraina, un aspetto importante del paese è la sua vocazione al  federalismo. La “federalizzazione” era stata invocata fin dalla creazione del nuovo Stato, e già parzialmente attuata in Crimea. Essa costituiva il nucleo del programma del Partito delle Regioni che aveva la vinto le elezioni. Questo progetto è già perfino accettato, a parole, da tutte le parti in causa, ma mai concretizzato. Esso è anche consono allo spirito federalistico dell’ Unione Europea. Non per nulla, l’Ucraina aveva fatto oggetto della creazione, grazie alle sue successive amministrazioni,  delle sue 12 Euroregioni, Come in altre parti d’Europa, le Euroregioni dell’ Ucraina non funzionano molto bene, ed era stato proprio Jatseniuk a lamentarsene quando era stato Ministro degli Esteri.

Il Donbass cuore della Russia

10.Identità regionali e integrazione europea

A noi pare che la  materia più  delicata del contendere sia proprio quella  simbolica: la pretesa della centralità rispetto a una tradizione; quella della Rus’ di Kiev. La Russia non può permettere che Kiev, suo mitico luogo di origine, cada in mano a forze antirusse. Ne verrebbe sconvolto lo  stesso equilibrio culturale e psicologico del Paese (che punta tutto sulla propria continuità storica da Rjurik (se non dagli Sciti) a Putin, sicché gli Slavi Orientali non sono per i Russi dei partners, più o meno affidabili, bensì “fratelli”=“bratjà”).  Di converso, i nazionalisti ucraini (e dei Paesi vicini), che finalmente, dopo molti secoli, sono riusciti, anche se in modo discutibile e in ritardo sugli altri Europei, a crearsi una loro “identità nazionale”, non vogliono neppur essi “mollare la presa”, lasciando ai “Moscoviti” (i “Moskali”) la leadership dello Slavismo, che, secondo la “Comunità Cirillo-Metodiana”, sarebbe spettata all’Ucraina. È un vecchio conflitto, quello fra “Ucrainofili” e “Russofili”, che, per quanto limitato nello spazio e nel tempo, aveva fatto molte vittime, per esempio in Galizia durante e dopo la 1° Guerra Mondiale.Nella 2°, esso si era intrecciato così strettamente con le contrapposizioni ideologiche e con le pulizie etniche incrociate, da non essere più risultato così evidente.

Oggi, con una mossa assai discutibile, ma ardita e significativa, è stato usurpato dalla destra ucraina, di concerto con la Presidenza Lituana e in occasione del Consiglio Europeo di Vilnius,  il titolo, piuttosto ambiguo,  di “Euromaidan”, da parte di soggetti a cui, in realtà, dell’Europa importa certamente molto meno che della loro nazione e/o dello Slavismo.

Quella che noi suggeriamo è un’ulteriore  contromossa . Per noi, il Maidan non è il centro dell’ Ucraina Occidentale, né dell’Ucraina in generale: è il cuore dell’ Europa. Fin dagli inizi, l’Europa è stata molteplice: non per nulla, già Diocleziano aveva diviso l’Impero Romano in quattro parti. In Europa, vi sono almeno tre, se non quattro, “Rome”: oltre che la “Roma” propriamente detta, ci sono Istanbul e Mosca. Nessuna di queste può essere “il” centro dell’Europa. Fisicamente, il “centro” si situerebbe  proprio in Ucraina Occidentale (forse, in Bucovina, vicino al Castello di Hotyn).

InKiev, parzialmente slava e ortodossa, parzialmente cattolica, parzialmente medio-orientale (di cui è simbolo la Chiesa Cattolico-Orientale), come dice lo stesso nome “Maidan” (Turco, Arabo, Persiano, Urdu, Hindi) si potrebbe stabilire il “centro” dell’Europa, intesa, non già come semplice Unione Europea, bensì come Confederazione fra UE, Comunità Eurasiatica e Turchia.

Tuttavia, per fare questo, occorrrerebbe che, al di soppra delle identità regionali e nazionali, emergesse con chiarezza la natura dell’ Identità Europea quale espressione della Dialettica dell’ Illuminismo nell’ era delle Macchine Spirituali. Tale dialettica si configura, oggi, come tensione fra, da un lato, la Rivoluzione Bipolitica perseguita dal Complesso Informatico-Militare, e, dall’ altra, l’aspirazione al superamento della Modernità nel nome delle tradizioni culturali e religiose. Quest’aspirazione, che oggi trova la sua incarnazione soprattutto nel dialogo interculturale ed ecumenico, dovrebbe trovare espressione anche in un movimento politico internazionale volto al controllo degli abusi delle nuove tecnologie, siano esse civili o militari.

L’ Europa e la Russia, per il loro carattere di “ponte” fra le culture occidentali ed orientali, dovrebbero divenire il supporto politico di questo movimento. Per fare ciò, esse devono però riconoscere le loro radici comuni (i “due Polmoni” di cui parlava Papa Wojtyła ), sviluppando forme di sinergia e di associazioni che accrescano il loro peso in quanto polo di trasformazione della società mondiale.

Ci si obietterà che ciò è irrealistico, in quanto, oggi, si andrebbe piuttosto verso una conflittualità crescente fra Occidente ed Eurasia. Si osserverà anche che questo è il momento di un forte “revival” di ogni tipo di nazionalismo:

-campanilistico-economicistico , come quello del “Made in Italy”;

-geopolitico-finanziario,come quello dell’”austerità” tedesca;

-populisico volgare, come quello anti-immigrati e anti-euro;

-quello sciovinistico novecentesco, come quello “sovranista”;

quello del “ressentissement”, come quelli dei “popoli senza storia” contro gli “Herrenvölker;

-quello piccolo-nazionale, come quelli basco, catalano, scozzese o Fiammingo;

-quello letterario e aulico, come quello delle grandi “nazioni aristocratiche”;

quello  opportunistico e filo-NATO, come quelli degli establishment militari;

-quello neo imperiale, come quello russo.

Noi crediamo invece che, in una visione pluricentrica e pluriculturale, tutte le forme di identità, comprese quelle nazionali, possano trovare uno sbocco e una fioritura, purché si inquadrino nell’ obiettivo storico dell’ Europa del XXI Secolo, che è quello di delineare un’alternativa alla Fine dell’ Uomo perseguita dal Movimento Post-Umanista.

Così, la Russia potrà perseguire il suo ruolo di catalizzatore delle infinite forze dell’Eurasia; il mondo nordico può continuare a costituire il cuore economico dell’ Europa; quello mediterraneo la colonna vertebrale di una rinnovata Società della Conoscenza intesa come Società della Cultura e delle Fedi; quello Centro-Orientale, una “cerniera” intorno alla quale si muovono tutte queste altre realtà.

E, ancora all’ interno di ciascuno di quei “mondi”, si possono inserire le Macroregioni (baltica, atlantica, alpina, adriatica, danubiana, ecc…) , ciascuna con delle sue specificità (quale ecologica, quale marinare, quale turistica, quale multiculturale, quale storica…).E, poi, ancora, nazioni, regioni, città, in un’Europa delle Identità in cui ogni anello della catena ha una propria vita.

In particolare, i Paesi della ex Rzeczpospolita Polacco-Lituana, detti anche “Yiddischland” (fra i quali l’ Ucraina) fanno bene a rivendicare una propria identità, distinta da quella della Russia. Ma ciò non significa ch’essi possano negare la loro stessa storia, con le sue radici anche germaniche, slave  ed ebraiche, appiattendola sulla “Grande Narrazione” di una “nazione titolare” ingiustamente conculcata (che poi non si sa bene quale sia). In Polonia, c’erano più Slavi Orientali che Polacchi, nei Paesi Baltici più Germani e Slavi che Balti, in Lituania, si parlava Slavo Ecclesiastico, Latino e Polacco. E dovunque c’erano Ebrei…

Crediamo che una visione olistica e dialettica delle Identità Regionali all’ interno dell’ Integrazione Europea possa e debba costituire il solo, potente strumento di “governance” dell’ Europa quale protagonista del mondo postmoderno. Quello strumento ricercato invano dall’ attuale classe politica tecnocratica.

Tuttavia, senza una nuova classe dirigente che approfondisca, maturi, formalizzi, consolidi, concretizzi, diffonda e difenda questa visione, l’ Europa va inesorabilmente verso il declino, l’irrilevanza, il conflitto e la distruzione: Complesso Informatico-militare contro democrazia; NATO contro Russia; nazionalismo russo contro revanscismo baltico; arroganza tedesca contro Paesi mediterranei; Stati Nazionali contro micronazionalismi; nazionalità titolari contro minoranze etniche…

PER “LIMES”, L’UE SCOMPARIRA’ENTRO IL 2050: altro che “Futuro dell’ Europa”!

Erdogan circondato da soldati
dei 16 imperi turchi

Luca Caracciolo non ha mai creduto molto nell’integrazione europea, ma il numero di ottobre di Limes ha raggiunto un livello di euroscetticismo che supera tutte le precedenti esperienze: nell’illustrare come sarà il mondo nel 2050, si è dimenticato (?) perfino di parlare (foss’anche male) dell’Unione Europea, partendo evidentemente dal presupposto che, in quell’anno, non esisterà proprio più. Il che era quanto era stato detto anche dall’ insospettabile Helmut Schmidt. La questione va quindi presa estremamente sul serio.

Tutto ciò dovrebbe infatti preoccupare non poco le Istituzioni e il Movimento Europeo, che vedono ora bocciate da un’autorevole rivista tutte le loro pretese di dare un futuro all’ Unione (almeno così com’ essa è). Questo fatto non può e non deve, a nostro avviso, rimanere fuori dei riflettori della Conferenza attualmente in corso, costituendo uno stimolo aggiuntivo a essere più concreti (a meno che non ci sia, sottointesa, l’idea di una grande messa in scena).

La mappa del mondo medievale nel Diwan Lughat it-Tuerk

(antologia delle lingue turciche)

1.L’Europa come preda di tutte le potenze del mondo

Nella rivista, ci sono infatti 3 articoli sul futuro della Cina, 2 sull’ Italia, due sull’ America, uno a testa su Russia, Francia, Inghilterra, Turchia, Germania, Giappone, uno sulla Chiesa Cattolica, ma nessuno sull’ Unione Europea, il cui nome non è neppure citato, mentre invece si afferma chiaramente che l’Europa non sarà, né un soggetto politico, né, tanto meno, un protagonista, bensì la preda a cui aspireranno tutte le potenze del mondo. Il che costituisce  per altro un fatto evidente, a meno che  l’Unione Europea non diventi rapidissimamente un vero soggetto -culturale, sociale, tecnologico, militare, statuale, economico e politico- degno di questo nome. Evidentemente,  “Limes” non crede che ci riuscirà, e non si può dargli torto visto che non ci sono in giro proposte concrete in questa direzione. Lo stesso Fabbrini, nel suo intervento settimanale su “Il Sole 24 Ore”, parla di “retorica”.

Per la Cina, intanto, secondo Limes “non si tratta di sbarcare in America, ma di legare a sé l’Europa per costringere Washington a riconoscere il primato sinico. Senza Europa non si dà Occidente – oggi sinonimo di impero americano-  nemmeno nella flebile complessione attuale. A quel punto, solo a quel punto l’America scadrebbe a Numero Due.”

Cosa parzialmente vera. L’idea che ci debba essere per forza un “Numero Uno”nel mondo (derivata da Hegel e da Marx) , per quanto profondamente radicata, è in sé discutibile. E’comunque vero che gli USA, senza l’Europa, perderebbero ogni credibilità, perché,  nati con la presunzione di rappresentare il mondo intero, già oggi rappresentano poco più di se stessi, e un’Europa più prossima alle proprie radici che alla secessione americana dimostrerebbe ulteriormente  la faziosità della pretesa dell’ America. Ma, a nostro avviso, non sarebbe affatto una sciagura per l’ Europa: anzi…

La Cina ha dal 1° novembre
il più ricco corpus di legislazione digitale

2.L’Europa potrebbe, se vuole, divenire “sovrana” come stanno dicendo Draghi e Macron

Proprio per quanto detto al punto precedente, non è vero che l’Europa non abbia scelta, vale a dire se essere suddita dell’America o della Cina, e, ciò , per una serie di ragioni che l’editoriale di Limes così sintetizza: ”Saremo sempre più vecchi, certo. Ma lo status quo in Europa, se esistito, non è mai durato oltre un secolo. Ci siamo quasi.”

L’incombente “balcanizzazione”, che tende a scalfire, non già la nostra indipendenza, che oggi non esiste, bensì il nostro attuale appiattimento sull’ Occidente, origina, come osserva Limes,  da molte parti: certo, dalla Cina, bisognosa d’intrattenere rapporti più stretti con tutto il mondo (cfr. Via della Seta e Trattato sugl’Investimenti); dalla Russia, unico Stato europeo oggi in grado, se lo volesse, di unificare il Continente; dalla Turchia, dall’ Ungheria e dalla Polonia, condannate dalla storia a rivendicare, chi l’Impero Ottomano ,  chi i Carpazi, chi le steppe pontiche. Ma, anche e soprattutto, dagli Stati Uniti, lacerati   fra le pulsioni anti-WASP di neri, latinos, sino-americani, nippo-americani, indo-americani…(“movimento “Woke”) lo “European Traditionalism” dei White Suprematists, dei Radical Democrats, degl’incorreggibili Sudisti, della working class, delle campagne, e, infine, l’imperialismo tecnologico dei GAFAM, che, impossessatisi del Parlamento, vi dettano oramai leggi militaristiche e poliziesche (come l’”Endless Frontier Act”), che tendono ad assoggettare lo Stato americano, e poi il mondo,  ai loro  progetti post-umanistici. Tutti  questi trends sono fonte di disorientamento negli establishments europei, avvezzi a ricevere imbeccate univoche da un’America auto-referenziale e rassicurante, e ora costretti a un tour de force contraddittorio fra sanzioni in tutte le direzioni, leggi Woke e compromessi con i GAFAM.

Certo, tali establishments sono i meno idonei a partecipare alla prevedibile lotta per il potere che si sta aprendo in Europa dopo il rarefarsi della morsa straniera, prima sovietica, ed ora anche americana. Infatti: socialmente, gli ottant’anni di Yalta hanno generato un establishment di deracinés deculturati ed opportunisti. Antropologicamente, l’educazione “anti-autoritaria” rende difficile la creazione di movimenti politici organizzati e combattivi; militarmente, gli eserciti europei sono disorganizzati, arretrati e infiltrati dagli Americani; politicamente, le agende dei vari Paesi europei sono quanto di più irrazionale, dispersivo e contraddittorio si possa immaginare…

Eppure, l’occasione fa l’uomo ladro.   Quando tutti vedranno che i migliori business si possono fare solo con la Cina e con la Russia (vedi per esempio il colloquio di “Conoscere Eurasia” del 24 al Grattacielo di Intesa); che vi sono vaste aree, come l’Ucraina, la Bosnia e la Macedonia, che possono essere facilmente contese da tutti; che tutte le grandi potenze hanno fatto loro programmi molto dettagliati per la conquista del mondo -appunto intorno al 2050-, vediamo se  non sorgeranno anche movimenti europei vogliosi di  scendere anch’essi in queste competizioni, quand’anche in modo asimmetrico.

A nostro avviso, in quel contesto, il trend più ragionevole per gli Europei resterebbe quello di continuare, sì con l’attuale politica conciliatoria fra Est e Ovest, Nord e Sud, ma in un modo più adeguato di oggi -vale a dire con una visione culturale ben più ampia, con obiettivi anche di sana autoconservazione e di autopromozione, e con molta maggiore assertività (quello che Draghi e Macron chiamano pomposamente “Sovranità Europea”, ma poi non perseguono seriamente)-.

I popoli turcichi si sovrappongono alla Russia, alla Via della Seta e all’ Europa Orientale

3.La rinascita panturchista quale modello per l’ Europa

Questo numero di Limes  fornisce stupefacentemente un’esemplificazione di come potrebbe funzionare una politica siffatta attraverso l’inattesa  l’esaltazione del neo-turanismo contenuta nell’ articolo “Perché la Turchia deve tornare impero entro il 2053”, di Daniele Santoro.

Anche il vessillo presidenziale turco, scelto da Atatuerk, come quello europeo contiene  molte stelle. Sono sedici: quelle dei sedici imperi della storia turca (unni, Goektuerk,avaro, cazaro, uiguro, karakhanide, gaznavide, selgichide, corasmio, dell’ Orda d’Oro, timuride, baburide e ottomano) .Quando riceve ospiti stranieri, Erdogan è circondato da 16 guardie del corpo, vestite con le armature dei soldati dei 16 imperi. Parlare di Neo-ottomanismo è perciò limitativo, perché i 16 imperi turchi andavano da Pechino   alla Slovenia, dal Mare Artico alla Moldova, da Mosca a Chennai: si tratta in realtà di neo-turanismo, o di “Stati Uniti Turchi”.  

L’articolo delinea i molti aspetti di questo fenomeno, che non è certo nuovo, ma trascende tanto la Repubblica, quanto lo stesso Ottomanismo, e si riallaccia all’ idea cinese di “Stato-civiltà”. Anche qui, essenziali sono la lingua e l’eredità culturale, visto che i territori dei “16 Imperi” sono diversissimi fra loro, ed anche il substrato etnico (come dimostrano le recenti ricerche di paleo-biologia) è diversissimo (fra Eurasiatici Orientali e Occidentali, Indo-Europei, Mediterranei…).Ci sono però le steli del monte Orkhon, del 6° secolo d.C.,in Mongolia,  scritte in rune turche, e, poi, una serie di altre opere altre opere, anche importanti, a cominciare dal Diwan Lüghat it-Türk, scritto dell’11°secolo a Baghdad  da Mahmud .di Kashgar, nel XinJiang, i quali testimoniano un’incredibile continuità linguistica e culturale turanica, che attraversa tutta l’ Asia e parti dell’ Europa e dell’ Africa per 1500 anni.

Anche le recenti scoperte archeologiche in Giappone, Cina e Corea portano a rivalutare l’idea di popolazioni “Transeurasiatiche”, e, quindi, le ipotesi uralo-altaica (Vambéry) e nostratica (Illich Svitich) e dei “popoli a cavallo” (Emori).

Inoltre, le popolazioni turche sono in gran parte sovrapponibili all’ ex-Unione Sovietica, e perfino all’ attuale Russia, e, in tal modo, le intere pretese turche si sovrappongono a quelle russe, come emergeva già dal libro-culto “Az i Ja”, all’origine delle rivendicazioni nazionali in URSS sotto Gobaciov.

Il Panturchismo si sovrappone ovviamente anche all’ Eurasiatismo e alla Via della Seta, e, infine, al progetto Gorbacioviano della “Casa Comune Europea”.

Il modello turco dimostra l’applicabilità, anche in contesti caratterizzati da una grande dispersione territoriale ed etnica, del modello dello Stato-Civiltà, basato essenzialmente sulla continuità della memoria culturale (Jan Assmann), che, a nostro avviso, costituisce la base metodologica utile anche per la ricerca dell’ Identità Europea (cfr. nostro libro omonimo).

Dal punto di vista pratico, la Turchia dimostra come sia perfino possibile fare parte della NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti (come richiesto a suo tempo dalla Russia). Ankara è l’unico Paese dell’ alleanza che si sia opposto con successo a  delle richiesta americane, come quando ha rifiutato la base di Incirlik per i bombardamenti in Irak e quando ha comprato i missili S-400 anziché i Patriot. E, questo, senz’alcuna sudditanza verso la Russia, come dimostra il suo appoggio all’ Ucraina e alla Bosnia. Questo esempio è mal sopportato dagli Stati Uniti, i quali hanno invitato al summit delle democrazie paesi alleati della Cina come il Pakistan, ma non gli alleati Turchia e Ungheria.

Orbene, se la Turchia può stare nella NATO pur senza obbedire ciecamente all’ America, perché non potrebbe farlo anche l’Unione Europea?

E, comunque, se Turchia e Russia sono condannate a sovrapporsi fra di loro e con l’ Europa, perché non ritornare a pensare alla Casa Comune Europea di Gorbaciov?

L’imperatore Kanxi, il grande protettore dei “Riti Cinesi”

4. Leggere Papa Francesco attraverso il progetto eurasiatico dei Gesuiti

I Gesuiti sono nemici dell’ Eurocentrismo. Essi hanno sempre inteso il ruolo della Chiesa come superiore a quello degl’Imperi (anche europei). In Asia, essi hanno avuto un rapporto  speciale con la Cina, non solo perché questa li ha accolti decisamente meglio del Giappone, forse per la particolare intelligenza di Matteo Ricci,  ma anche per la loro particolare affinità culturale con quel Paese, per la sua cultura gerarchica, epistocratica e tollerante.

Essi non solo riuscirono a diventare confidenti dell’Imperatore (p.es., Padre Verbiest), ma addirittura fondarono un’intera scuola di pensiero euro-cinese (le Lettres Amusantes et Curieuses), che si sarebbe poi riverberata sulle opere “filocinesi” di Leibniz e di Voltaire. Essi svilupparono in particolare la linguistica comparata, la logica e la matematica, e giunsero ad elaborare l’idea di una superiorità del cristianesimo cinese, ch’essi consideravano antichissimo grazie alla scoperta delle vestigia nestoriane a Xi’an (Kircher) e all’ utilizzo del Sutra di Gesù come fonte per la lingua delle traduzioni della Bibbia e per i Riti Cinesi.

Ancor oggi, secondo l’articolo di Piero Schiavazzi (“La Chiesa di Roma avrà il suo nuovo concilio”), vi è un feeling particolare fra Papa Francesco e la Cina (testimoniato dall’ accordo “segreto” sui Vescovi e dal testo dell’enciclica “Fratelli Tutti”, il cui ideale dell’ “Amicizia Sociale” è precisamente lo stesso dell’ omonima opera di Matteo Ricci, tratta dal “De Amicitia” di Cicerone. Ideale di armonia universale tipico dell’ Era Assiale, che unisce tutti i grandi imperi della Storia, e, in particolare, quelli romano e Han, da sempre considerati speculari (“Qin” e “Da Qin”, cfr. il nostro libro “Da Qin”). Un ideale umanistico radicalmente opposto a quelli messianici e politici  che gli USA vorrebbero imporre anche alla Chiesa quale prova concreta della sua sudditanza al progetto della globalizzazione occidentale.

La Chiesa si qualifica quindi ancora una volta come una delle poche forze che (come la Turchia e la Russia) riescano a mantenere in piedi delle tradizioni propriamente europee contro il “dirottamento” imposto dall’ Occidente, e, come tale, dovrebbe costituire un modello per l’ Europa.

I GAFAM tengono in ostaggio i cervelli del mondo intero

5.   La Cina sta frenando il Complesso Informatico-Militare.

Un ulteriore sguardo sul Futuro dell’ Europa di cui si sta discutendo nell’ omonima Conferenza, è fornito dall’ articolo “L’improbabile distopia post-umana”, di Enrico Pedemonte. Premetto subito che l’aggettivo “improbabile”, inserito in ossequio agl’inputs quietistici dei vari “gatekeepers”, è, a mio avviso, fuori luogo.

Infatti, non è particolarmente rilevante se effettivamente Google riuscirà tecnicamente, entro il 2100, come si accenna nelle opere di Kurzweil, nel suo progetto teurgico di eliminare la molteplicità dell’ Universo (Singularity), bensì che il mondo è già, antropologicamente, fin d’ora, configurato dalla Singularity.

Questo dal punto di vista tecnologico, perché tutte le tecnologie necessarie all’ abolizione della “distinzione delle persone” sono oramai operative (Worldwide Web, Mutually Assured Destruction, militarizzazione dello spazio, Intelligenza Artificiale,Cyberintelligence, Big Data, Cyberguerra,  Smartphones, Interfaccia mente-computer, Cyborgs, Robots, androidi, Prism,  Metaverso). Inoltre, gli attuali comportamenti sociali, basati sulle gerarchie fra potenze tenologici, sul monopolio dei GAFAM, sulla dittatura del Politically Correct, sull’ Occidentalismo, sulla repressione automatica delle Fake News, è già quello di un “General Intellect” che incombe sulle persone e sui popoli, annullando, non solo le libertà politiche, bensì proprio, alla radice, il libero arbitrio.

Di fronte a questo scenario, quanto è avvenuto e sta avvenendo in Cina è estremamente significativo. Secondo le retoriche occidentali, la centralizzazione del potere sarebbe solo una prova del fatto che la Cina, abbandonando proditoriamente l’apparente occidentalizzazione degli ultimi 50 anni, starebbe tornando a una forma estrema di potere maoista.

Certamente, l’idea stessa della transizioone dal ”capitalismo” a una qualsiasi forma di “socialismo” è già un’idea di centralizzazione. E certamente, questa centralizzazione si sposa benissimo con la “clonazione” dell’ America effettuata fin dall’ inizio dagli Stati comunisti (pensiamo a Dniprohydro, ai grattacieli moscoviti, ai “tresty” staliniani, alle Ford nere del KGB, alla bomba sovietica, ma anche all’“arricchirsi è glorioso”di Deng, allo skyline delle città cinesi…).

Certamente, poi, l’uso delle tecnologie digitali occidentali per politiche di pubblica sicurezza dimostra un certo apparentemento fra il totalitarismo tecnocratico occidentale e lo stato di sicurezza della Cina.

Ciò detto, occorre però anche osservare anche che:

a) nella transizione digitale, la Cina è ormai più avanzata degli USA, e quindi manifesta prima i problemi tipici, quali della Società delle Macchine Intelligenti, con anticipo sull’America e poi sul mondo intero;

b)gli USA stanno approntando in questo momento una serie di atti legislativi di tipo pre-bellico mirati precisamente contro la Cina (a cominciare dall’”Endless Frontier Act”), e quindi, da questo punto di vista, i due Paesi si  assomigliano già moltissimo;

c)l’Europa ha tentato di contrastare, con un pacchetto di progetti e qualche regolamento in campo digitale, il carattere totalitario del complesso informatico-digitale americano , ma continua a subire sconfitte su sconfitte (sentenze Schrems, Web Tax, Antitrust..) perché non controlla, né la cultura digitale, né le tecnologie, né lo spionaggio occidentale, né i giganti del web;

d)la sua pretesa di essere una “Potenza Civile” moralmente superiore ad America e Cina non è perciò attualmente credibile, perché l’Europa subisce invece di fatto tutte le scelte illiberali dell’ America (Controllo elettronico dei cittadini europei, monopolio dei GAFAM, dirottamento di risorse e di gettito fiscale, cancellazione della privacy), senza avere alcuno strumento, né tecnico, né processuale, per contrastarle;

d)La Cina ha “clonato” integralmente quest’anno quell’intero pacchetto digitale europeo, trasformandolo in leggi giuridicamente vincolanti già dal 1° novembre 2021, mentre in Europa nessuna di quelle norme è veramente operativa. La Cina lo può fare concretamente  perché, per ora almeno sul proprio territorio, controlla l’intero ciclo del digitale: cultura, progettazione, creazione e gestione d’imprese, ricerca, innovazione, mercato, costume, diritto, intelligence, cyberguerra, rapporti internazionali:“Negli ultimi mesi la Cina ha deciso di reagire allo strapotere dei propri campioni digitali ridimensionandone l’autonomia, mettendo così a rischio la propria futura supremazia tecnologica. Gli Europei possono solo svolgere un’opera di contenimento del potere delle piattaforme, creando regole più rigide. Per gli Stati Uniti è particolarmente difficile limitare il potere delle piattaforme: è necessario fare i conti non solo con lobby potentissime, ma anche con un’opinione pubblica largamente condizionata dalla cultura alimentata da questi colossi, oltreché dall’ utilità di servizi molto spesso gratuiti.”

In pratica, solo in Cina sono oggi garantiti i diritti digitali degli utenti proclamati dall’ Unione. Certo, i servizi di sicurezza possono usare tutti i dati del web e le tecnologie per il controllo della società e per la preparazione bellica. Ma, come dimostrano le sentenze Schrems e il loro seguito, l’unica differenza nella UE è che il controllo sugli Europei non è esercitato dai servizi segreti europei(che non esistono), bensì da quelli americani, che, secondo gli accordi (illegali) USA-UE, hanno accesso ai nostri dati.

In breve: certo, la Cina usa abilmente il sistema digitale da essa miracolosamente creato pur all’ interno di un ecosistema mondiale dominato dagli Stati Uniti, per contrastare questi ultimi, i GAFAM, e, per soprappeso, anche i propri oppositori, considerati, a torto o a ragione, delle quinte colonne degli Stati Uniti e dei GAFAM. Tuttavia, ciò facendo, oltre a compiere un’azione eguale e contraria a quella delle 16 agenzie americane,  svolge anche un compito preziosissimo a favore della sopravvivenza dell’Umanità, perché rallenta almeno l’avvento della supremazia delle macchine:

a)creando una concorrenza complessiva al sistema dei GAFAM (i BATX cinesi);

b)assoggettando i BATX cinesi alla legge (copiata da quelle che l’Europa scrive ma non è capace di attuare), e quella  a un progetto politico-culturale alternativo a quello post-umanista (quello a cui fa riferimento l’ enciclica “Fratelli Tutti”, che, come scrive Schiavazzi, sembra fatta apposta per il “mercato” cinese). Essa dimostra  con ciò che è tecnicamente possibile, se se ne ha la volontà politica, quella subordinazione del diritto all’ etica e della tecnologia al diritto che è al cuore delle retoriche europee (e anche pontificie) sull’ “Umanisimo Digitale”, ma poi, da noi, non riesce a tradursi in un sistema giuridico effettivo.

Se, poi, a più lungo termine, la concorrenza fra l’ecosistema cinese e quello americano porterà ad ancor più elevate capacità delle macchine, che prenderanno così ancor il controllo dei rispettivi sistemi, è ancora da vedere. Anche perché, nel frattempo, entreranno probabilmente in lizza i sistemi russo, indiano, israeliano (e altri), fra cui (si spera) anche quello europeo.

L’unica strategia realistica in questo campo sarebbe, per l’Europa, quella che puntasse ad inserirsi proprio in quel momento nella competizione mondiale (ma preparandosi fin da ora, cosa che invece non si sta facendo).

La partita a scacchi fra Lenin e Trockij
a Capri, un covo di postumanisti

6.Il ruolo della Russia

Limes dedica uno spazio anche all’ articolo di Trenin “2051, la Russia esisterà e guarderà dentro e fuori di sé”.

Vi si dice,intanto che la Russia esisterà, e ciò è diverso da ciò che si dice dell’ Unione Europea, cioè nulla. Il che significa implicitamente che, per Limes, la Russia esisterà, ma l’UE no.

Quest’articolo è per altro anche in implicito contrasto con quello sulla Turchia. Come potrebbe la Turchia realizzare il suo impero senza disgregare la Russia, visto che dovrebbe recuperare, fra l’altro, la Yacutia, l’ Altai e il Tatarstan, che sono nel cuore della Russia?

Ma, a prescindere da ciò, è ben vero che la Russia ha un suo significato geopolitico millenario, perché rappresenta il ruolo fondamentale dei popoli della steppa eurasiatica. Però, anche questo ruolo muta nel tempo: non può essere lo stesso al tempo degli uomini primitivi, dei cavalieri nomadi, della Transiberiana, degli Sputnik e di Internet.La Russia è , oggi, molto più integrata di un tempo, da un lato, con la Cina, dall’ altra, con l’Europa (North Stream, South Stream, Siria, Libia), e non potrà non esserlo ancor più nel futuro. Del resto, le recenti rivelazioni dell’ex segretario NATO Robertson confermano quanto già affermato da Putin nel 2000, che la Russia aveva chiesto di entrare nella NATO su un piede di parità con gli Stati Uniti, anche perché si considerava a tutti gli effetti un Paese europeo. Il motivo per cui la Russia non si è integrata in Europa è che nessuno ha voluto accettarla alla pari, temendo, sotto un certo punto di vista a ragione, che, date le sue caratteristiche, avrebbe assunto presto un ruolo dominante.

Tuttavia, con l’indebolimento di America e Unione, è ora possibile che l’ingresso in Europa di Russia e Turchia, discusso da 30 anni, finalmente si realizzi. Il peso di questi due Paesi  potrebbe ricostituire un certo equilibrio in Europa.

Come affermato da Putin e da Erdogan in varie occasioni, ciò non stravolgerebbe la natura dell’ Europa, dato lo strettissimo rapporto ancestrale degli Europei con i popoli ad Oriente: gli agricoltori medio-orientali e gl’”immigranti” indo-europei, la Civiltà Danubiana, l’affinità reclamata dai Greci con Sciti e Sarmati, l’impero macedone, lo “Sprachbund” balcanico, lo slavismo, il Turanismo, la presenza in Russia di Goti e Bulgari, Magiari e Variaghi, Greci ed Ebrei, Polacchi e Lituani, Tedeschi e Svedesi; l’Impero Ottomano; le parentele europee degli Zar; la cultura europea di San Pietroburgo; l’Ermitage; il marxismo…

Il punto è che questo spirito asserivo nelle rispettive aree non lo stanno dimostrando solo Russia e Turchia, bensì anche Lituani e Polacchi, Bielorussi e Ungheresi, Serbi e Albanesi, sicché l’ Europa Centro-Orientale rischia di ridivenire un ginepraio (anche qui se l’Unione non fa finalmente qualcosa d’intelligente e di coraggioso, come cominciare un vero dialogo culturale a Oriente, rilanciare le Strategie Macroregionali Europee, e infine pensare a Territori Federali come Bosnia, Macedonia, Cipro,Ucraina…).

Qui come in altri campi, la visione di Limes sembrerebbe invece essere che, nonostante tutta la fragilità degli equilibri attuali, nei prossimi 30 anni, di nuovo non cambi nulla, fino all’ Apocalisse finale.

La “nave dei filosofi”, su cui Lenin espulse in un sol giorno tutta l’ “intelligentija”

7.Il “Conservatorismo moderato” di Putin

Il punto di vista  dell’ articolo di Trenin si sposa bene con l’atteggiamento  molto equilibrato dimostrato da Putin nel suo recente intervento di prammatica al forum 2021 del Club Valdai, tutto incentrato sull’ idea del “conservatorismo russo”, l’ideologia di Russia Unita, che non può non trovare vasti consensi ovunque, e in primo luogo in Europa, concentrato com’esso è nella critica al “politicamente corretto”, al movimento “woke” e alla “cancel culture”.

Putin riconduce gli eccessi di questi movimenti alla “hybris” dell’ Occidente dopo il crollo del Muro di Berlino:”.. coloro che, presumendosi vincitori  dopo la Guerra Fredda, …si credevano pari a degli Dei, dovettero ben presto accorgersi che proprio allora stava venendo il loro turno, che  il terreno stava loro crollando sotto i piedi, né potevano ‘fermare l’attimo’, per quanto bello esso potesse apparire.”  

Infatti, il crollo del muro di Berlino fu la premessa logica della decadenza dello stesso Occidente: “Guardiamo con raccapriccio ai processi in corso nei Paesi considerati tradizionalmente come i vessilliferi del progresso. Ovviamente, le crisi sociali e culturali in corso negli USA e in Europa non sono affar nostro, e non ce ne immischiamo.

Alcuni credono in Occidente che l’eliminazione violenta di intere pagine della loro storia, la repressione contro la maggioranza a favore di una minoranza e l’intimazione di rinnegare concetti radicati, come quelli di madre, di padre, di famiglia e perfino dei sessi, siano pietre miliari sulla strada dell’innovazione sociale.

Ribadisco che l’Occidente ha tutto il diritto di farlo, e che noi non ci immischiamo, ma chiedo dolo anche a loro di non immischiarsi negli affari nostri. Abbiamo punti di vista diversi, o, almeno, diciamo correttamente che la maggioranza schiacciante della società russa ha un punto di vista diverso. Crediamo di doverci fidare dei nostri valori spirituali, della nostra tradizione storica e della cultura della nostra nazione multietnica.”

Secondo Putin, l’attuale ondata di estremismo anti-tradizionalistico è semplicemente una ripetizione della frenesia postumanistica dei Bogostroiteli fra la Rivoluzione d’ Ottobre e la NEP, e pertanto la Russia avrebbe una grande esperienza da fare valere in proposito:”Permettetemi però di osservare che le vostre ricette non sono affetto nuove. Anche se qualcuno se ne stupirà, la Russia è già passata attraverso questa fase. Dopo la Rivoluzione del 1917, i Bolsceviochi, basandosi sui dogmi di Marx ed Engels, si ripromettevano anch’essi  di cambiare le regole e i costumi, non soltanto  politici ed economici,  e l’idea stessa della morale umana e le fondamenta di una società sana. La distruzione dei valori antichi, della religione e dei rapport interpersonali, ivi compreso perfino il rifiuto totale della famiglia, l’istigazione alla delazione  contro i propri cari, tutto ciò veniva proclamato come progresso ,ovviamente  con un forte supporto in  tutto il resto del mondo, dov’era molto di moda, proprio come oggi. Tra l’altro, i Bolscevichi erano assolutamente intolleranti delle opinioni diverse dalle loro.

Credo che questo ricordi in parte ciò a cui assistiamo oggi. Guardando ciò che accade in molti Paesi occidentali, siamo stupiti di vedere  in quelle nazioni comportamenti, che noi abbiamo, spero, fortunatamente abbandonato fino da tempi lontani. La lotta per l’eguaglianza e contro le discriminazioni si è convertita in un aggressive dogmatismo sconfinante nell’ assurdità: le opera dei grandi autori del passato  – come Shakespeare – non vengono più insegnate nelle scuole e nelle Università perché le loro idee si considerano retrograde. I classici sono dichiarati retrogradi e ignoranti sulle questioni di genere e di razza.

A Hollywood distribuiscono veline sulla correttezza richiesta nelle trame dei film e sul numero di personaggi di quale colore debbano esserci. Peggio del vecchio dipartimento ‘Agitprop’ del Comitato Centrale del PCUS”.

In definitiva,dopo i Trockisti, i Bogostroiteli, i Cosmisti e lo Zhdanovismo, la Russia ha pieno titolo ad ammonire gli Occidentali contro gli eccessi del post-umanesimo:“attenti a non andare là dove i Bolscevichi avevano solo tentato  di arrivare – socializzare non solo il pollame, ma  perfino le donne-. Ancora un passo, e voi ci sarete arrivati.

Gli zeloti di queste nuove tendenze arrivano a pretendere la pura e semplice abolizione di questi concetti: chiunque osi accennare all’esistenza effettiva di uomini e donne quale fatto biologico rischiano l’ostracismo”.

“Anche qui, nulla di nuovo: negli Anni 20, I cosiddetti Kulturtraeger sovietici avevano inventato un “newspeak” nella presunzione di creare una nuova coscienza, cambiando così i  valori. Come ho già detto, si creò una confusione tale, e ancora tremiamo al ricordo”.

Implicitamente, Putin ha messo il dito sulla piaga  delle attuali ideologie occidentali: quando in Russia prevaleva l’estremismo rivoluzionario comunista, i borghesi occidentali applaudivano; ora che la Russia, grazie alle sue tristi esperienze, è tornata a un saggio conservatorismo, l’Occidente l’aggredisce e la calunnia perché vuole ripetere le gesta dei primi Bolscevichi:

“Oggi, quando il mondo è nel vortice di una destrutturazione strutturale ,l’importanza di porre alla base della nostra linea politica un ragionevole conservatorismo è cresciuta in modo esponenziale proprio a causa del moltiplicarsi di rischi e pericoli, e della fragilità della fragilità della realtà che ci circonda.

Non si tratta di ottuso tradizionalismo, di paura delle novità o di una tattica banalizzatrice, né, infine, di rintanarci nel nostro guscio. Innanzitutto, confidiamo nelle nostre antiche e tradizioni; garantiamo la nostra crescita demografica; valutiamo obiettivamente noi stessi e gli altri; stabiliamo precise priorità;  confrontiamo necessità e possibilità; rifiutiamo radicalmente i metodi estremistici. A mio parere, un moderato conservatorismo è la linea di condotta più ragionevole nel periodo che ci attende, di ricostruzione del mondo, un  periodo  lungo e dagli sbocchi imprevedibili. Le cose cambieranno inevitabilmente prima o poi, ma, fino ad allora, il principio più razionale sembra essere ‘Noli Nocere’ (non nuocere), il principio-base della medicina.”

Se questa è la posizione tenuta nella seduta plenaria del Club Valdai, a margine del convegno Putin ha manifestato punti di vista più assertivi e impegnati, probabilmente riferiti alla “fine del periodo di ricostruzione del mondo”, là dove ha citato Ilyin, Berdiajev e, soprattutto, Dostojevskij, che, come noto, vedeva, nella Russia, la salvatrice dell’Europa

Dostojevskij, il maggiore assertore della “Russia salvatrice dell’ Europa”

8.Gl’insegnamenti per la Conferenza sul Futuro dell’ Europa

Nonostante la ricchezza dei contributi, questo numero di Limes è particolarmente deludente perché, a dispetto delle sue pretese di specialismo e di anticonformismo, non fornisce idee nuove.

Tuttavia, in una situazione di quietismo generalizzato, è comunque utile, in quanto fornisce un argomento in più a coloro che, come noi, vorrebbe “dare la sveglia” alle Autorità e alla società civile, facendo presente che, continuando di questo passo, non esisteremo proprio più.

A meno che l’obiettivo nascosto di tutti, con un abile gioco delle parti, non sia proprio questo: abituare gradualmente gli Europei a un ruolo sempre più marginale nella cultura, nella politica, nell’economia, fino a che gli Europei si adatteranno ad accettare lavori meno prestigiosi, ad avere meno figli, e, alla fine, ad essere sostituiti da immigrati da tutto il mondo, che faranno perdere definitivamente la memoria delle nostre tradizioni, in preparazione della completa meccanizzazione del mondo. Obiettivo che già traspariva sessant’anni fa nel boicottaggio sistematico delle imprese europee innovative, a partire dalla Olivetti, dall’ ENI, dal Concorde…, in modo da salvaguardare il ruolo di primadonna dell’ America (la “Fine della Storia” di Fukuyama, l’”America First” di Trump, l’”America is Back” di Biden). Idea che a mio avviso non è estranea alla linea politica di molti, a cominciare da Limes, che infatti conclude il volume con l’idea dell’insostituibilità degli Stati Uniti, e che talvolta sembra condivisa perfino da Putin, che (forse per colpa nostra), ci accomuna oramai agli aborriti  decadenti americani.

Nel caso di Torino questo risultato è già stato conseguito, con una diminuzione costante della popolazione (la “Fuga dal Piemonte”, Leonardo di Paco, La Stampa, 25 Novembre). Peccato che l’obiettivo sia stato centrato così bene, che perfino gl’immigrati se ne stanno già andando (in un anno, 300.000 uscite dall’ Italia). Dov’è finita la paura per l’arrivo degl’immigrati? Adesso,sono gl’immigrati che hanno paura di venire in Europa, e, soprattutto,a Torino.

Occorre impedire che la Conferenza sul Futuro dell’Europa venga utilizzata per sterilizzare il dibattito su quanto precede. Per questo è importante che le nostre proposte sul futuro dell’Europa – un futuro che ha da essere molto diverso dal deludente presente- facciano oggetto di un vero dibattito, alternativo alle messe in scena ufficiali, e forniscano outputs pluralistici accessibili a tutti e per la “Fase Costituente” che dovrebbe seguire.  

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