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VENTI DI GUERRA IN EST EUROPA:

CHI E’ PER L’EUROPA: CHI REMA CONTRO?

“Marsz, marsz, Dąbrowski, z ziemi wloskiej, do Polski”

L'”Azione Vistola” per trasferire i Polacchi dalla Galizia all’ex Prussia

In questi giorni stanno  accavallandosi vari eventi problematici che riguardano la Polonia e i Paesi circostanti (l’ex “Grande Polonia”), i quali dimostrano, come minimo, la centralità, nello scacchiere politico europeo,  della sua parte orientale, così spesso dimenticata dall’ opinione pubblica e dalle Istituzioni (e ignorata dall’accademia), e che pure è stato spesso (nella storia e nell’ attualità), al centro delle vicende europee:

-Il primo di questi  è stato il plateale conflitto, di competenze ma anche ideologico, fra le Autorità polacche e le Istituzioni Europee, circa  una serie di situazioni diverse, ma fra loro collegate, come l’atteggiamento verso i migranti e le politiche familiari, nonché l’interpretazione del diritto europeo;

-Il secondo, lo stato di emergenza militare (“Stan Wyjontkowy”) alla frontiera con la Bielorussia, a causa della situazione dei migranti, che rientra in uno stato di tensione generalizzato fra NATO e Russia;

-Il terzo è il problema irrisolto dei Balcani Orientali, dove, successivamente all’incontro di Lubiana con l’Unione Europea (a presidenza slovena),  il cantone serbo della Bosnia Erzegovina si è dissociato dal governo federale, minacciando un “effetto  domino”.

La Repubblica Polacco-lituana

Cerchiamo di dar conto di questi intricati fenomeni di primario interesse per l’ Europa, innanzitutto riportando integralmente l’ utile approfondimento sul conflitto di giurisdizione fra Corte di Giustizia Europea e Corte Costituzionale polacca scritto dal Presidente del Movimento Europeo in Italia, Pier Virgilio Dastoli, che dimostra quanto sia complessa la vicenda che va dalle sentenze della Corte di Giustizia sul primato del diritto europeo fino agli attuali conflitti  in cui è implicata la Polonia.

Pier Virgilio Dastoli, AL DI FUORI DELLA “DIETA POLACCA” VERSO L’EUROPA FEDERALE

Il progetto di trattato che istituisce l’Unione europea (“progetto Spinelli”) aveva iscritto – fin dal suo preambolo – la preminenza del diritto dell’Unione sui diritti nazionali, considerandola come una condizione indispensabile per garantire nello stesso tempo l’uguaglianza delle cittadine e dei cittadini europei davanti alla legge (europea) e l’uguaglianza fra gli Stati che avrebbero composto la futura Unione.

Al tema del primato del diritto dell’Unione, il “progetto Spinelli” dedica l’art. 42 che si ispira a tre sentenze della Corte di Giustizia che sono pane quotidiano degli studiosi del diritto europeo e degli studenti di diritto internazionale in tutta Europa e cioè la sentenza Van Geen en Loos del 1963 (Aff n° 26-62 Rec. Vol. IX, p. 1), la sentenza Costa c. Enel del 1964 (Aff. N° 6-64 Rec. Vol X p. 1141) e la sentenza Simmenthal del 1978 (Aff. N° 106-77 Rec. 1979 p. 629) peraltro seguite da numerose sentenze analoghe.

Vale la pena di ricordare che nell’ordine di priorità delle istituzioni previste dal “progetto Spinelli” la Corte di Giustizia precedeva il Consiglio europeo e che i giudici europei avrebbero dovuto essere nominati per metà dal Parlamento europeo e per metà dal Consiglio dell’Unione e dunque con una doppia “delega” da parte dei rappresentanti degli elettori e degli Stati e non una delega “di primo livello” dei soli rappresentanti degli Stati all’interno del Consiglio.

La logica del primato del diritto dell’Unione ribadita dalla Corte prima e dal “progetto Spinelli” poi si fonda sul fatto che i trattati sono approvati democraticamente dagli Stati o per via parlamentare o per via referendaria, che le leggi europee (regolamenti o direttive, di cui i primi sono direttamente applicabili negli Stati membri) sono sempre approvate dagli Stati membri e che con il “progetto Spinelli” il processo decisionale europeo si sarebbe fortemente rafforzato dal punto di vista democratico perché il Parlamento europeo sarebbe diventato autorità legislativa su un piede di uguaglianza con il Consiglio legiferando insieme agli Stati sulla base delle proposte della Commissione o sostituendosi ad essa nel caso di una sua carenza.

Sotto la spinta del “progetto Spinelli” il Parlamento europeo legifera ormai insieme al Consiglio in una progressione che lo ha condotto – dall’Atto Unico fino al Trattato di Lisbona – ad acquisire poteri di decisione che coprono più del 60% delle competenze dell’Unione in una democrazia sopranazionale ancora incompiuta ma certo più sostanziale di quello che avviene nel diritto internazionale.

Nella Convenzione sull’avvenire dell’Europa (2001-2003), il progetto di trattato-costituzionale approvato da rappresentanti dei governi e dei parlamenti non solo dei paesi membri dell’Unione europea a 15 ma anche dei paesi candidati all’adesione ivi compresi quelli del Gruppo di Visegrad conteneva un articolo 6 che codificava la giurisprudenza della Corte sul primato del diritto dell’Unione all’interno di un progetto ben lontano dall’obiettivo di uno “stato federale” che sarebbe stato invece il risultato dell’entrata in vigore del “progetto Spinelli” fra gli Stati e i popoli che lo avessero accettato.

Come sappiamo il progetto di trattato-costituzionale approvato dalla Convenzione sull’avvenire dell’Europa fu prima annacquato dai governi nazionali che lo sottoposero alle ratifiche nazionali e, dopo i referendum negativi in Francia e Paesi Bassi, fu tradotto nel Trattato di Lisbona da cui furono eliminati tutti i riferimenti di natura costituzionale.

Contrariamente ad una opinione diffusa nella stampa, la mancata entrata in vigore del progetto di Trattato-costituzionale non rappresentò il fallimento dell’obiettivo dello “stato federale” ma la sconfitta dei governi che decisero di tradire il testo originale trasformandolo in un mostro giuridico sotto forma di centauro metà uomo (il trattato costituzionale) e metà capra (i trattati esistenti) e che fu definito da Giuliano Amato un ermafrodito.

Pur non “costituzionalizzando” il primato del diritto dell’Unione, tutti i governi che sottoscrissero il Trattato di Lisbona, fra cui i paesi di Visegrad, firmarono una dichiarazione (n° 17) nella quale si confermava la costante interpretazione della Corte di Giustizia sul primato del diritto dell’Unione peraltro condivisa da un parere del Servizio Giuridico del Consiglio secondo cui “il primato del diritto comunitario è un principio fondamentale di questo diritto”.

L’interpretazione delle Corti costituzionali nazionali sulla questione dì tale primato non solo sul diritto “infra-costituzionale” ma sulle costituzioni nazionali è stata inizialmente non univoca perché in Irlanda e nei Paesi Bassi è stato riconosciuto il primato del diritto comunitario anche in relazione alle costituzionali nazionali mentre in Italia con la teoria dei “contro-limiti” (sentenza Frontini del 1973 e Fragd del 1989) e in Germania con le decisioni Solange del 1974, del 1986 e del 2000 per non citare il Consiglio costituzionale francese c’è stato un iniziale rifiuto di riconoscere la prevalenza del diritto dell’Unione sulle costituzioni nazionali.

Negli ultimi anni, anche grazie al dialogo fra le Corti ma anche alle modifiche introdotte nelle costituzioni nazionali per adattarle ai trattati europei, abbiamo assistito ad una sostanziale evoluzione di un sistema giudiziario multilivello in cui anche i giudici nazionali sono diventati….europei, l’autorità della Corte di Giustizia non è più messa in discussione ed è soprattutto riconosciuta dagli Stati come è avvenuto da parte del governo federale tedesco quando il Tribunale di Karlsruhe pose la questione di una decisione ultra vires della Corte di Giustizia sulla politica della BCE.

La sentenza del Tribunale costituzionale polacco, sostenuta dal governo polacco che controlla la maggioranza dei giudici di quel Tribunale, rappresenta un vulnus intollerabile per tutta l’Unione ma soprattutto per le cittadine e i cittadini polacchi e per difendere il principio dell’uguaglianza degli Stati nell’Unione.

Abbiamo sperimentato l’inefficacia dell’art 7 TUE che affida al Consiglio europeo secondo una decisione unanime il compito di constatare l’esistenza di una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro dei valori comuni così come conosciamo l’effetto marginale del ricorso della Commissione contro uno Stato membro sulla base dell’art. 258 TFUE, sapendo che la Commissione è spesso lasciata sola perché gli altri Stati intervengono raramente ad adiuvandum sulla base dell’art. 259 TFUE.

Conosciamo infine l’ambiguità della cosiddetta “condizionalità” sul rispetto dello stato di diritto che imporrebbe alla Commissione di bloccare i fondi europei e in particolare il NGEU ma la Commissione ha fatto sapere al Parlamento europeo che essa intende aspettare la decisione della Corte di Giustizia sui ricorsi polacco e ungherese, una decisione che arriverà fra molti mesi e il suo esito – se ci dovessimo basare sull’udienza pubblica del 19 ottobre non appare scontato.

La vicenda polacca ha messo ancora una volta in luce l’ambiguità e il malessere del sistema europeo – denunciati con grottesco ritardo dalla ormai ex-cancelliera Angela Merkel all’uscita dal suo 107mo Consiglio europeo.

A noi è sembrato fin dall’inizio un grave errore non aver voluto invitare al tavolo della Conferenza sul futuro dell’Europa la Corte di Giustizia e crediamo che il Comitato esecutivo, i tre co-presidenti e i presidenti delle tre istituzioni debbano rapidamente invitare la Corte a partecipare al Gruppo di Lavoro sulla democrazia e alla sessione plenaria di dicembre.

A monte, deve essere risolta l’ambiguità di un sistema inizialmente fondato sul metodo comunitario, sottoposto poi ai vincoli e alle strettoie del metodo intergovernativo con il Trattato di Lisbona e sempre più lontano dalla finalità federale del processo di integrazione europea.

La via da percorrere non è quella di Polexit ma di una fase costituente che eviti l’ostacolo del negoziato intergovernativo per modificare questo o quell’articolo dei trattati e che abba come finalità quella di riunire in un insieme coerente le norme costituzionali relative agli obiettivi, alla ripartizione delle competenze, alle procedure e alle politiche dell’Unione sostituendo l’intero Trattato di Lisbona e sottoponendo il nuovo Trattato ad un referendum pan-europeo in occasione delle elezioni nel maggio 2024.

Sarano le cittadine e i cittadini europei a decidere se vorranno o non vorranno entrare nella nuova Unione.

Pier Virgilio Dastoli

Roma, 25 ottobre 2021

SWIĘTO NIEPODLEGŁOŚCI (“FESTA DELL’ INDIPENDENZA”)

Tartari polacchi

Dopo  l’ intervento di Dastoli, pubblichiamo alcune nostre considerazioni sulla situazione polacca in generale. L’esperienza costituzionale di quel Paese non può essere ridotta, infatti  “Liberum Veto”, la regola dell’unanimità al Sejm, caratteristico  dell’ ultima fase della storia polacca (18° Secolo), bensì risale al pieno Medioevo, quando la Polonia aveva dimostrato un grado di rappresentatività e di tutela dei diritti civili particolarmente elevato (l’”Aurea Libertas”). Tra parentesi, si noti che tutte le “confederazioni” pre-moderne, come il Sacro Romano Impero, l’Olanda e la Svizzera, erano basate sulla regola del consenso, ma le esigenze pratiche (e, soprattutto, militari) le hanno poi portate, nell’Ottocento, a trasformarsi in “federazioni”: Svizzera, 1848; II Reich, 1870. L’Olanda, invece, nel periodo napoleonico, divenne uno Stato Unitario.

Ricordiamo però anche che la grande tradizione storica e culturale della Polonia la porta spesso, come accade però anche ad Inghilterra, Francia e Russia, a posizioni eccessivamente soggettive, che possono costituire detrimento per altri Paesi d’ Europa, e soprattutto per l’integrazione europea. Pensiamo al ruolo esercitato dalle legioni polacche nell’occupazione napoleonica dell’Italia(in particolare i ducati dell’ Emilia-Romagna), alla distruzione di Cassino, e, ora, alla reazione spropositata e strumentale agli aiuti dati dalla Bielorussia ai migranti che vogliono raggiungere l’Europa Centrale.

L’11 Novembre si è svolta in tutta la Polonia la Festa dell’Indipendenza (Swieto Niepodleglosci), un evento che si era tradotto  da molti anni in uno scontro di piazza fra centinaia di migliaia di “nazionali” (i “Narodowci”), e le Forze dell’ Ordine, ma quest’anno (grazie anche proprio alle diatribe con la UE, la Bielorussia e la Russia), si è svolta in modo pacifico, in piena concordia fra le Istituzioni e la piazza nazionalista, e con un tono nettamente militare. La festa ricorda infatti l’arrivo a Varsavia,l’11 novembre 1918, dopo la sconfitta della Germania, del Maresciallo Pilsudski, un ex ufficiale austriaco sostenuto dagl’Imperi Centrali e poi fondatore della IIa Repubblica Polacca. Era stata vietata dal Governo comunista, e ripristinata nel 1989.

Occorre poi ricordare che Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lituania e Lettonia avevano vissuto per secoli all’ interno della “1° Rzeczpospolita”, una grande potenza che i nazionalisti polacchi ancora rimpiangono. Nella “Marcia dell’ Indipendenza” si sentiva risuonare, almeno fino all’ anno scorso, lo slogan “Wielka Polska Katolicka”, che faceva riferimento a quell’importante Stato dell’Ancien Régime (il più grande d’  Europa all’ inizio del 17° secolo). Quest’anno si è giunti (anche grazie alla sentenza della Corte Costituzionale sulla superiorità del diritto polacco e al Muro alla frontiera), a una tregua politica, che ha permesso ai vertici polacchi di celebrare la giornata, nell’ ordine più assoluto, sostanzialmente come una festa militare.

La solidarietà fra polacchi, lituani, ucraini e lettoni risale molto indietro nel tempo. Già nel 1386, il re lituano  Jagellone aveva sposato Edvige di  Polonia, creando una prima effimera unione personale. Il costituzionalismo polacco è antico quanto quello britannico. Esisteva un parlamento centrale (il Sejm, 1493, diviso in Senato e Camera dei Deputati). Secondo la legge  Nihil novi nisi commune consensus, del  1505, il Re non poteva adottare nuove leggi senza l’approvazione del Senato.

Già prima esistevano tanti “Sejmiki” (parlamenti locali). Esisteva perfino un Sejmik ebraico, il “Va’ad Arba’a Aratsoth”, primo abbozzo di Stato ebraico, e punto di riferimento giuridico per tutte le Comunità ebraiche d’Europa. Intorno al Castello Granducale lituano di Trakai esisteva, ed esiste ancora, un villaggio di guerrieri ebrei Caraiti di Crimea, che costituivano la fedelissima guardia lituana.

La Polonia era, dunque, una costruzione giuridica atipica (come oggi l’Unione Europea, che potrebbe anche ispirarvisi): una monarchia plurinazionale come la Spagna, l’Inghilterra, l’ Unione di Kalmar, il Regno d’Ungheria, l’Impero Russo e quello ottomano, e, nello stesso tempo, una repubblica aristocratica come Genova e Venezia, e una federazione come il Sacro Romano Impero, l’ Olanda e la Svizzera.

Nel 1569, era stata proclamata l’unione con la Lituania (Unia Lubelska). Quell’ era è  ora ricordata con nostalgia dai Polacchi, come “l’Età Aurea”.

Re Jan Sobiecki, salvatore dell’ Europa all’assedio di Vienna, era nato ad Olesko, in Ucraina. Il suo esercito era quanto di più europeo e multiculturale  si potesse immaginare. Accanto agli ussari alati polacchi e ai cosacchi ucraini, schierava mercenari britannici, milizie cittadine tedesche, honved ungheresi,  carabinieri valacchi, giannizzeri balcanici , cavalieri caraiti e tartari.

Nel 1700, in seguito alle spartizioni della Polonia, era nata un’identità popolare “rutena”, basata sui contadini uniati della Galizia soggetti agli Asburgo. Nel 1791, era stata adottata la prima costituzione d’Europa non puramente aristocratica (e lodata da Rousseau): la “Costituzione del 3 Maggio”.

Nel 1834, Jan Mickiewicz, poeta nazionale polacco e fondatore, nel 1848, di una seconda Legione Polacca in Italia, aveva ambientato in Lituania il suo poema “Pan Tadeusz, L’ultima faida in Lituania”, che comincia con le parole “Litwa, Ojczyzna moja”(“Lituania, patria mia”).In realtà, egli era nato a Navahradac, in Bielorussia, una delle capitali del Granducato di Lituania.

I “Democratici Polacchi” (il primo partito politico europeo che si sia qualificato come tale) avevano come punto numero uno del loro programma (il “Manifesto di Cracovia” del 1846) la nazionalizzazione delle terre (obiettivo realizzato, seppure parzialmente, solo dai Bolscevichi, e da allora molto contestato ovunque, perfino in URSS, per non parlare della Polonia).Anche Pan Tadeusz è un aristocratico polacco-lituano (ufficiale di Napoleone) che dona le sue terre ai contadini.

L’inno nazionale polacco è la “Marcia delle legioni polacche in Polonia”, scritta a Reggio Emilia, che ricorda la marcia dei soldati polacchi che occupavano l’Emilia per conto di Napoleone, dall’ Italia alla Polonia per raggiungere l’Imperatore. Proprio a un suo verso (“Marsz, Marsz, Dąbrowski, z ziemi Wloski, do Polski”), è ispirata la “Marsz Niepodleglosci” del Giorno dell’ Indipendenza. In particolare, l’inno era stato cantato dai soldati sotto le finestre dell’Arcivescovado di Reggio occupato da Dąbrowski dopo avere domato l’ insorgenza della Padania contro le tasse imposte dai Francesi (Branda Lucioni). Questa musica era poi divenuta la base degl’inni panslavisti e  jugoslavi, ed, oggi, lo resta di quello croato.

Nel 1920, il Maresciallo Pilsudski, aveva sconfitto l’Armata Rossa comandata da Trockij, che, come aveva affermato Lenin,  stava conquistando l’intera Europa, ma, nel 1939, il patto Molotov-Ribbentrop aveva già ripristinato un vecchio confine fra Prussia e Austria, da un lato, e l’ Impero Russo, dall’ altro (la “Linea Curzon”), dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale. E’ lì che è stato costruito in questi giorni il nuovo muro fra Polonia e Bielorussia (già Granducato di Lituania), che spezza in modo anche visibile l’unità dell’ antica Rzecz Pospolita. Il che non stupisce, perché l’attuale nazionalismo “piccolo polacco” non è attaccato tanto alle tradizioni della Grande Polonia, quanto a quelle della Piccola Polonia giacobina e comunista. Eppure, buona parte dei problemi politici dell’ Est Europa di oggi si riferiscono proprio all’ eredità della “Repubblica dei due Popoli”: il confine lungo il Don; i Cosacchi; la Moldova e la Transnistria; l’Ucraina Occidentale e Orientale…

Nel 1989, Papa Giovanni Paolo II aveva contribuito notevolmente, insieme al Presidente russo Gorbachev, alla caduta del Muro di Berlino ed era stato costituito in Polonia il primo governo di democrazia rappresentativa in Est Europa. Oggi, invece, tutti corrono a costruire muri fra l’ Europa Centrale e quella Orientale. Ultima trovata, quella di chiedere l’intervento degli USA per difendere la Polonia…dai migranti!?

In ogni caso, queste forzature e queste contraddizioni ottengono il risultato opposto a quello voluto: mettere in evidenza che vi è un progetto sempre meno nascosto di sobillare ogni genere di disaccordi fra Europa, Russia e Turchia per sottolineare il ruolo della NATO in Europa in un momento in cui esso viene posto in discussione.

Fra questi rientrano, non solo la kafkiana vicenda di un muro sul modello trumpiano (in programma da anni, ed ora in costruzione a pieno ritmo) le manovre NATO in corso nel Mar Nero con testate nucleari.

Ovviamente, non si possono dimenticare tutti questi fatti nel riflettere sulle attuali problematiche della Polonia.

L’esercito di Sobieski

1.Le ragioni della crisi

L’idea di base dell’integrazione europea era stata, dai tempi del Progetto di di Saint-Pierre, quella di unificare gli Europei, costituendo una realtà più grande, non certo quella di spezzettare ulteriormente la “Kleinstaaterei” medievale, rinata come esito dell’agitazione nazionalista e della 1° Guerra Mondiale. Quella di una federazione voleva appunto rispondere, sulla base delle idee di Althusius, Pufendorf e Montesquieu, all’ esigenza di far salve le particolarità pur nella costruzione di un Paese più grande (la “Casa Comune Europea”di Gorbachev e Giovanni Paolo II).

E invece, ecco che, a trentadue anni dalla caduta del Muro di Berlino costruito dalla DDR contro la Repubblica Federale, gli Europei (Polacchi e Lituani) costruiscono un nuovo muro, questa volta  contro i Bielorussi e gl’immigrati, e i Greci un altro muro, quest’ultimo contro i Turchi e gl’immigrati. Certo, tutto ciò non è strettamente legato alla disputa costituzionale fra UE e Polonia, ma certo con essa si interseca. Si riparte con la “Kleinstaaterei”per rendere impossibile l’ “Europe Puissance”e perpetuare l’egemonia americana.

Di chi la “colpa”? Solo di Lukaszenko, di Putin? Non è questa la sede per indagare le colpe storiche di ciascuno, che sono comunque molto risalenti nel tempo (pensiamo all’esacerbarsi,  a partire dal ‘500-‘600, della rivalità fra Moscovia e Polonia per l’egemonia sull’ Europa Orientale), né le ininterrotte trame americane per mettere gli Europei gli uni contro gli altri. Quello che conta è il risultato complessivo, veramente scandaloso dal punto di vista dell’integrazione europea, e l’assoluta mancanza, ch’esso rivela,  di una visione genuinamente europea del tipo di convivenza da proporsi all’ Europa Centrale e Orientale. Figuriamoci se, in seguito a questo gioco di ripicche incrociate, dovesse scoppiare addirittura una guerra!

Ed è su questo che bisogna intervenire, sul concetto dell’identità complessiva dell’Europa, sulla sua ragion d’essere, sui suoi progetti, in modo che gli Europei sappiano che fare di fronte a qualunque evento, anche il più disastroso. Orbene, l’esperienza dimostra che l’identità “fredda” dell’ Europa, basata sull’idea messianica ed hegeliana della “Fine della Storia” non può essere la base dell’integrazione europea, in primo luogo perché sarebbe, semmai, quella dell’impero nascosto americano, e, poi, perché gli stessi intellettuali e politici mainstream l’hanno oramai rinnegata (vedi Fukuyama).

3.La questione delle competenze

Con questo obiettivo in mente, veniamo ora alle questioni giuridiche sottese all’ articolo di Dastoli.

A me sembra chiaro che, in Europa come in tutte le altre grandi del mondo, più che un problema di “superiorità” o di “inferiorità” fra ordinamenti giuridici, di cui parlano a sproposito le corti supreme, c’è una questione di “competenze” in una “Multi-level governance”. Vale a dire “chi fa che cosa”? Cosa che in Europa non è affatto chiara ed impedisce permanentemente di adottare qualsiasi decisione.

Il Trattato di Lisbona, essendo confuso, si presta a elucubrazioni giuridiche pretestuose, come quelle della Corte polacca, ma anche di altre corti nazionali e della stessa Corte Europea. E’ ovvio che, nella Conferenza sul Futuro dell’Europa, la ripartizione delle competenze va riscritta completamente, sulla base del concetti di sussidiarietà e di esclusività.

Fra l’altro, è ora di farla finita con l’idea di una “federazione di Stati Nazionali” (i quali, se, per il Manifesto di Ventotene, nel 1941, erano già obsoleti, oggi non esistono neppure più, cancellati, come sono,  dalla NATO e dai GAFAM:dead men walking”). Quando si parla di “Stati Membri” si parla di strutture, di narrazioni e di personale politico che sono stati da sempre dei “cloni” dell’ America. A sua volta, una federazione di “Stati Nazionali”(ammesso che fosse possibile, sarebbe è una brutta copia della federazione americana (come è dimostrato dal culto di Hamilton e del “Federalist”). La lealtà primaria degli Europei non è mai andata, né va ora, ai cosiddetti “Stati Nazionali”, bensì, o all’Europa nel suo insieme (Nietzsche, Coudenhove Kalergi, Drieu la Rochelle, Weil, Galimberti, Marc, Spinelli, De Rougemont, Milosz), o a realtà più vaste o più piccole degli Stati membri, dalle singole “corone” britanniche e iberiche, ai “Laender” tedeschi e austriaci, ai Cantoni svizzeri, all’ “Intermarium” polonocentrico….(quello che in termini costituzionali europei sarebbero Macroregioni, Euroregioni, Regioni, città metropolitane..).

Oggi, di fronte a pericoli come la fine dell’umano e la IIIa Guerra Mondiale, è necessario più che mai che la solidarietà prevalente, e militante, degli Europei, vada all’ Europa (“Identità Europea”), l’unica potenzialmente all’ altezza di combattere questa grande battaglia. Ma, per fare questo, è necessario che l’Europa sappia incarnare le identità, le idee e le volontà di tutti gli Europei, che, come è logico in una (con-)federazione, debbono poter esprimere tutti se stessi, ciascuno al suo livello più adeguato (“suum cuique tribuere”).

La Commissione aveva lanciato le sue strategie macroregionali (atlantica, alpina, mediterranea, baltica, danubiana, ecc…), che riecheggiavano antiche aree civilizzatorie (anglo-normanna, norrena, celtica, romana, anseatica, austro-ungarica), ma, come il 99% dei progetti europei, queste non si erano poi materializzate.La Costituzione europea, quando ci sarà, dovrà essere una “multi-level governance”, che, pur essendo  focalizzata sulla difesa a tutto tondo dell’Europa stessa verso l’esterno (“l’autonomia strategica europea”), renda giustizia all’ infinita poliedricità dell’Europa. Solo su queste basi sarà possibile evitare i conflitti di competenza fra i vari livelli, permettendo ai livelli più bassi forme di autonomia che non compromettano l’autonomia strategia europea.

Nel fare ciò, occorrerebbe evitare di assumere posizioni ideologiche preconcette. Per esempio, sembrerebbe logico che, sulle questioni di diritto di famiglia che tanto pesano sui rapporti con l’ Europa Orientale, possano legiferare poteri intermedi, come per esempio una  Macroregione erede storica del Gruppo di Visegrad (e/o della Rzecz Pospolita pre-moderna), mentre, ovviamente, circa gli eventuali “muri” verso l’esterno e sul controllo delle frontiere (che  costituiscono parte integrante ed essenziale della “Sovranità Strategica”) dovrebbe legiferare l’ Unione, o la (Con-)Federazione che dovrebbe succederle (che io chiamerei semplicemente “Res Publica Europaea”. Tutto il contrario oggi, quando l’UE vorrebbe imporre alla Polonia le sue politiche familiari, e poi ammette che per la gestione di una crisi umanitaria si faccia intervenire la NATO, in netto contrasto con una UE passiva e priva d’idee.

CONFLITTO, ESERCITO, EUROPA

                           Trump e Macron l’11 novembre

I problemi dell’Europa si accrescono a ritmo esponenziale, senza che nessuno vi ponga mano. Intanto, la letteratura specialistica affronta temi sempre più scottanti, che incrinano i pregiudizi consolidati, mentre finalmente, seppur controvoglia, neanche i leader istituzionali possono più esimersi, se non altro agli albori della campagna elettorale per  le Europee del 2019, dal tirar fuori dal cassetto questioni che per molti decenni si sono volute  “nascondere sotto il tappeto”.

 

“Europe en marche” non è un’invenzione

di Macron: è uno slogan di Vichy

1.L’esercito europeo

Intanto, finalmente, i vertici di grandi Stati, come Francia, Germania e Stati Uniti,  hanno preso pubblicamente posizione, nel corso dell’ ultima settimana, circa l’antico e sempre nascosto tema dell’ Esercito Europeo.

Se ne parla nientemeno che da 700 anni, vale a dire da quando, per primo, il consigliere del Re di Francia, Pierre Dubois, aveva scritto il “De Recuperatione Terrae Sanctae”, in cui aveva espresso il punto di vista che, per rimediare alle croniche sconfitte dei Crociati, si darebbe dovuto costituire una federazione fra i sovrani europei, co la missione di  dirigere un esercito comune. La struttura di questa federazione era poi rimasta sempre la stessa nei vari progetti elaborati dalle monarchie europee dl Medioevo e al Cinquecento, da  Podiebrad e da Sully, mentre, invece, nel Settecento in St. Pierre, Rousseau e Kant, la finalità bellica della federazione europea era stata temporaneamente silenziata, a favore della “Pace Perpetua”. Nell’ Ottocento, Fichte, St. Simon, Mazzini e Nietzsche erano sostanzialmente concordi nel dire: pace sì, ma solo fra gli Europei, per condurre più facilmente le guerre coloniali verso il resto del mondo.

La tanto decantata vicenda della Comunità Economica di Difesa va un poco demitizzata. Si trattava di poche divisioni, che, nel 1953, avrebbero dovuto essere messe a disposizione dell’ Europa, ma prive di  marina, aviazione, servizi segreti, e subordinate alla NATO (eravamo ai tempi di Stalin e del maccartismo). Che alla fine il parlamento francese l’avesse bocciata non stupisce. Essa avrebbe sancito il ruolo dei soldati europei come semplici “truppe ausiliarie” dell’ esercito americano, in posizione non dissimile da quello che le  “SS  straniere” erano state per l’esercito tedesco appena otto anni prima. Nello stesso modo, si sarebbe voluta cementare attraverso un esercito comune la compattezza ideologica degli Europei intorno alla nuova potenza egemone.

Da allora,  ogni qualche anno si è ripresentato il discorso sull’esercito europeo, ma, quasi inspiegabilmente, ogni volta, esso è stato subito affossato, nonostante che i promotori si fossero affrettati ogni volta a precisare che esso non sarebbe stato alternativo alla NATO.

Ora Macron, per rendere credibile  la sua idea del “sovranismo europeo”, ha dovuto parlare, proprio alla vigilia della visita di Trump, di  un esercito europeo “per difendere l’ Europa contro la Russia, la Cina e gli Stati Uniti”. La scarsa padronanza della materia  da parte di persone, come Macron, Trump e la Merkel, che non hanno mai fatto neppure il servizio militare, contribuisce a rendere sempre un po’ ridicole siffatte prese di posizione su questo tema.

Nel caso di Macron, però, bisogna ammettere che molti dei suoi obiettivi sono stati centrati, innanzitutto là dove ha posto teatralmente   in evidenza che non può esservi esercito europeo  che non sia autonomo e in competizione con quello americano. In particolare, è stata ben giocata la provocazione nei confronti di  Trump, , in quanto la reazione è stata sostanzialmente quella di affermare che la Francia deve obbedienza agli USA perché è stata liberata dagli Americani, e che gli Europei debbono continuare a pagare l’America affinché questa li difenda. In tal modo, Trump ha smentito 70 anni di ipocrisia puritana, chiarendo finalmente in modo inequivocabile che considera l’Europa come un protettorato dell’ America (tesi già esposta a suo tempo da Brzezinski, ma., ovviamente, di tutt’altro peso se affermata dal Presidente).

E che di ipocrisia si sia trattato lo dimostra che, già nel “testamento politico” dettato da Mitterrand prima di morire, era scritto che, fra Europa America, vi è una guerra occulta, ma non per questo meno mortale.

Giusto anche sollevare il problema dell’esercito europeo in connessione con la questione della cyberguerra, perché è proprio nel campo della cyberguerra che la subordinazione e l’arretratezza degli Europei risulta più schiacciante, come dimostra in modo impressionante il numero 10/2018 di Limes, “La rete a stelle e strisce”. Giusto infine precisare, in un’intervista, che la spesa militare europea non deve finanziare l’industria militare americana, bensì risollevare quella europea. Giusto infine rispolverare, con ciò, tutta la dottrina militare del Generale De Gaulle.

L’unica sbavatura è consistita nell’ approcciare la questione dell’esercito europeo come se fosse mirato contro qualcuno. Non tanto perché ciò è in stridente contrasto con il conclamato pacifismo dei vertici europei e con lo stesso “Forum della pace” inaugurato pochi giorni dopo da Macron. Né perché ha urtato inutilmente la Cina (che non ha neppure partecipato alle celebrazioni di Parigi) e la Russia (che vi ha tenuto giustamente un atteggiamento sprezzante). Ma soprattutto perché gli eserciti di oggi non servono tanto per essere concretamente usati contro qualcuno, bensì innanzitutto per accrescere il peso specifico del Paese che li possiede, certo, come deterrente propriamente militare, ma anche e soprattutto come fulcro di una rete d’influenza, veicolo di educazione popolare, fucina di tecnologie, supporto all’economia, strumento di spionaggio, ecc…

L’esercito americano non  è, propriamente, diretto contro la Russia, la Cina, l’ Iran,e neppure contro l’Europa: semplicemente sorveglia e influenza il mondo intero con la sua stessa esistenza.  VCosì fanno, in piccolo, anche  i suoi omologhi delle altre potenze.

E questo varrebbe soprattutto per un ipotetico esercito europeo che nascesse nelle particolari nuove condizioni  di oggi. A mio avviso,tale esercito dovrebbe, e potrebbe, essere molto meno guerrafondaio di tutti gli attuali eserciti occidentali che, come l’Italia, a parole “ripudiano la guerra”, ma in realtà la conducono ininterrottamente contro i Paesi non-occidentali, occupando indebitamente i loro territori insieme agli Stati Uniti, come in Afghanistan, Irak, Niger, ecc…

L’Esercito Europeo dovrebbe invece restarsene in Europa, e, semmai, di lì, influenzare silrenziosamente il mondo, con le sue scuole militari e la sua intelligence, i suoi riservisti e i suoi missili, i suoi satelliti, il suo web, le sue industrie militari, ecc…, per fare valere i suoi punti di vista sul pluricentrismo, sul governo delle tecnologie, sul controllo degli armamenti, sulle migrazioni, sul clima….Secondo il principio taoista della “non azione” (“wu wei”).

Se la politica è un parallelogramma delle forze, e la pace è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, allora  un esercito culturalmente motivato, tecnicamente all’ avanguardia e integrato nella politica estera di uno Stato serve innanzitutto a contribuire ad allargare il parallelogramma di quello Stato, senza bisogno di uccidere nessuno, come ci ha insegnato SunZu.

Forse, questa è la volta buona in cui questo tema verrà esplorato un po’ più seriamente del solito. Ciò richiederebbe però che:

a)si avesse veramente il coraggio di dispiacere fortemente agli Stati Uniti;

b)si sgombrasse il campo dalle solite menzogne sul ripudio della guerra e sul carattere pacifico dell’ Occidente (quando proprio a Parigi Trump ha ribadito che gli USA hanno speso, l’anno scorso, e spenderanno anche quest’anno, per la difesa,  700 milioni di dollari, e gli Europei 300, contro i 200 della Cina e i 60 della Russia). Si noti: questi campioni occidentali della pace e della democrazia spendono in armamenti circa tre volte dei loro avversari, di cui dichiarano di avere tanto timore. Si sono mai chiesti quanto i Cinesi e i Russi debbano avere anch’essi paura dei mirabolanti eserciti occidentali, e quanto dei loro atteggiamenti apparentemente così ostili derivino in realtà da un’urgente necessità di difendersi?Un team di esperti del Governo americano ha appena licenziato alle stampe lo “Assessment and Recommendations of the National Defense Strategy Commission”, in cui, criticando lo stesso Dipartimento della Difesa, si afferma che le Forze Armate Americane stanno minando il presupposto stesso della politica degli Stati Uniti, fondata sulla superiorità militare assoluta sul resto del mondo, in modo da poter dominare gli sviluppi di quest’ultimo, orientandoli in un senso conforme agl’interessi degli Stati Uniti. Invece, dice il rapporto, se gli Stati Uniti combattessero oggi una guerra contemporaneamente con la Russia e la Cina, per esempio per il Baltico e per il Mar della Cina, potrebbero anche perderla. Anch’io lo credo, ma non vedo perché gli Europei dovrebbero sostenere queste guerre, sostenendone probabilmente i maggiori danni senza ricavarne alcun beneficio.

c)si possedesse una propria, autonoma, ideologia, che giustificasse e orientasse l’Esercito Europeo, rendendo così accettabile a tutti la cessione di sovranità in questo settore così delicato.

A mio avviso, tale dottrina militare dell’Europa deve partire dall’idea che, nella cultura europea, vige ancora, contrariamente che in quella americana, la priorità della persona sulla tecnica, una priorità in nome della quale l’Europa dovrà combattere le sue prossime battaglie- le “Guerre delle Intelligenze”, come le ha chiamate Laurent Alexandre-. Del resto, già nell’ Orlando Furioso era contenuta una violenta requisitoria contro le armi da fuoco, responsabili dell’imbarbarimento della guerra, da nobile tenzone quale essa era dall’Iliade ai tornei rinascimentali, ad anonimo e proditorio macello, Si pensi alla colubrina che uccise Giovanni dalle Bande Nere.

Per esempio, Daniel Kahneman, premio Nobel americano, crede che sia giusto che le grandi decisioni vengano prese dai robot, non dagli uomini, perché essi sono più saggi di noi (le nostre convinzioni sono radicate “nella nostra comunità, la nostra storia, i nostri affetti e le persone di cui ci siamo sempre fidati”) .

Quindi, la vera “minaccia” contro cui deve prepararsi l’esercito europeo, non sono, né la Russia, né la Cina, né gli USA, e neppure il terrorismo internazionale, bensì le macchine intelligenti che rischiano di sostituirsi all’ uomo, con tutti i loro alleati: le agenzie spionistiche che ci controllano; le multinazionali che ci condizionano; le imprese informatiche che ci colonizzano; l’accademia che le mitizza;  gli eserciti che le proteggono. E’ una guerra quotidiana e occulta, fatta di corsa alle nuove tecnologie, di spionaggio, di “covert operations”, di battaglie culturali ed economiche..

Sulla stessa lunghezza d’onda, l’insostituibile funzione culturale dell’esercito, quale centrale di pensiero strategico (pensiamo a Giulio Cesare, a MoZi, a Clausewitz), quale cinghia di trasmissione dell’ethos delle classi dirigenti, quale educatore del popolo, dovrà esercitarsi sui tema del rapporto uomo-macchina, della difesa contro lo cyberguerra , dell’  intelligence tecnologica…varrebbe anche e soprattutto per l’ Esercito Europeo, che deve riformare una nuova élite militare, un ambiente informatico autonomo,  un nuovo tipo di soldato digitale…

Un esercito siffatto non sarebbe in concorrenza, né con la NATO, né con gli eserciti nazionali, giacché farebbe tutte cose che quelli non fanno.

 

 

Per Eraclito, “polemos” è all’ origine di tutte le cose

2.Elogio del conflitto

Torna oggi quindi utilissimo poter fare ricorso a quella parte, certo minoritaria, del mondo intellettuale, che non ha mai cessato di deprecare la sconsideratezza dell’espungere, dallo scenario ideale dell’Umanità, la consapevolezza del conflitto Come scrive Benasayag, “Si tratta di imparare a convivere con tutto ciò che abbiamo rimosso e abbandonato  come un’anomalia inammissibile. Si tratta di capire in che modo l’essere umano con il suo fondo di costitutiva oscurità , possa costruire le condizioni di un vivere comune malgrado il conflitto e anzi attraverso il conflitto, mettendo fine al sogno, o all’ incubo, di chi vorrebbe governare tutto ciò che vi è, in lui, d’ingovernabile”.

La repressione del conflitto comporta infatti innanzitutto la repressione della libertà: “Nonostante questi diffusi fantasmi di libertà, mai una società è stata più disciplinata della nostra. Non è più nemmeno necessaria la presenza di commissari politici, a garanzia della nostra obbedienza al diktat della norma dominante. Gl’individui ’liberi di scegliere’ lo sono soltanto nel loro immaginario.”

Non è un caso che tutti gli autori che avevano parlato dell’identità dell’ Europa, l’avessero sempre collegata con l’idea di conflitto: i classici, per i quali gli “Europaioi” erano dei guerrieri “autonomoi” che combattevano contro l’ Impero Persiano; gli autori cristiani, per cui gli “Europenses” erano i Germani che combatterono a Poitiers contro Carlo Martello; quelli medievali e romantici, che vedevano la federazione europea come l’ organo supremo dell’ esercito crociato; Federico Chabod, che sosteneva che non poteva esservi Europa senza “spirito polemico”…Oggi, questo “spirito polemico” deve esercitarsi innanzitutto nei confronti dell’ America e di questo “establishment” che, come ha scritto “Le Monde Diplomatique”, è stato “bibéronné dans les campus américains

 

 Visegrad

3.Il rapporto con i conflitti del passato

Non per nulla un altro aspetto che è venuto alla ribalta durante questo lungo e significativo week-end è stato il rapporto di memoria dell’ Europa con la 1° Guerra Mondiale, che, più ancora che non la seconda, riveste un carattere divisivo per gli Europei, soprattutto in questo anniversario secolare.

Intanto, è significativo della discordia sulla “memoria condivisa” il fatto che ciascuno abbia commemorato questo 11 Settembre a modo suo.

Così, ad esempio, mentre, per la Francia e per il Commonwealth, la data da ricordare è l’11 Novembre, l’Armistizio di Rethondes, per l’Italia è il 4 novembre, giorno della vittoria sull’ Austria-Ungheria.

Macron ha tentato, poi, di monopolizzare l’attenzione con il “suo” 11 novembre a Parigi, coronato dal “Forum della pace”.

Ma, mentre per la Francia, l’11 Novembre dovrebbe significare la riconciliazione con la Germania, per il  l’Inghilterra della Brexit esso  ha rappresentato una commemorazione del Commonwealth, e, per la Polonia, è stato il centenario dell’ Indipendenza Nazionale. Qui, questo 11 novembre 2018  ha dato la stura a un delirio di patriottismo, con tutte le città piene di una folla in estasi, con milioni di bandiere bianco-rosse e con l’ Aquila Bianca dei Piasti, con giovani e vecchi con divise d’epoca e su mezzi militari di tutti i tipi.

Il Presidente Duda ha arringato come El’cin la folla in piedi su un veicolo militare. E, in effetti, la Marsz Niepodloglosci, benché indirizzata sostanzialmente contro la Russia, ha paradossalmente uno stile sempre più russo, con la militarizzazione della folla che canta canzoni patriottiche  e una confusione totale fra Stato e  popolo, esercito e milizie: un caso esemplare di quella che René Girard ha chiamato “rivalità mimetica”.

In Polonia, la distinzione canonica fra “nazionalismo” e “patriottismo”, richiamata da Macron nel suo “Foro della pace”, sfuma e si rivela non calzante, in quanto pregiudizio occidentale. Per Macron, “patriottismo” sarebbe quello che non sfocia, come il nazionalismo, nell’ ostilità verso gli altri popoli. Ma, nel caso della Polonia, l’idea “estremista” di una “Grande Polonia” (“Wielka Polska”nelle frontiere del 1920) è più “cosmopolita” del “patriottismo” etno-nazionale di Dmowski, sottointendendo  essa, come voleva già il maresciallo Pilsudski, una federazione fra Polonia, Lituania, Bielorussia e Ucraina, se non addirittura l’”Intermarium”, una specie di anticipazione dei “4 di Visegrad”. Peccato che, nel contempo, anche in Ucraina si sia parlato dell’”Intermarium”, ma con capitale a Kiev.  D’altra parte, in Polacco, non si parla di “Patrioty” (termine troppo russo), né di “nazionalisti” (termine troppo occidentale), bensì di  “narodowie” (“popolari/nazional-popolari/populisti).

Certo, il rinascere di questo rigoglioso sentimento “narodowy” è in tutta l’ Europa Centrale e Orientale (Russia e Polonia, Ungheria e Turchia…), uno degli aspetti più innovativi, e quello che maggiormente turba l’”establishment”, non già per una  questione di “democrazia” (vale a dire perché minacci il sistema formale delle regole) -ché, anzi, i “narodowie” si richiamano, come i nostri populisti, alla volontà della maggioranza-, bensì per le implicite scelte antropologiche ch’esso sottende: pathos comunitario, autoaffermazione, mito, contro utilitarismo, omologazione e banalità quotidiana. Istintivamente, l’“establishment” europeo occidentale non può sopportare quei giovani esagitati che agitano bandiere cantando antiche canzoni: perciò, li delegittima per escluderli dalla scena pubblica e, così, per sfiancarli. L’”arroganza romano-germanica” denunziata da Trubeckoj, contro il romanticismo slavo.

E, in effetti, come scriveono Havlik e Pinkova nel loro “Populist Political Parties in East-Central Europe”, la maggior parte dei partiti dell’ Europa centro-orientale è, almeno parzialmente, populista. Buona parte di questi partiti si ispirano a movimenti  locali del secolo scorsosolo parziamente populisti, e, per il resto, nazionalisti, religiosi e sociali(“linke Leute von Rechts”), come quelli di Pilsudski, di Horthy, e, più tardi, i Soldati Maledetti, i Fratelli della Foresta, Pax, Solidarnosc, i Partiti Contadini e la stessa Solidarnosc, fino alle correnti nazionalistiche all’ interno dei fronti popolari e dei partiti comunisti.

L’”establishment” potrà peròincolpare solo se stesso se i giovani dell’ Europa Centro-Orientale si allontanano dall’ Unione Europea, e se quest’ultima non riesce più ad avere nessuno “slancio vitale”. La loro Unione Europea è astratta, esangue, nemica della vita: chiaramente, l’avvio e la prefigurazione di una società governata da macchine onnipotenti che si situano altrove e che non lasciano alcuno spazio all’umanità e all’ autenticità.

Come nel caso dell’esercito europeo, costituisce, a mio avviso, comunque  un passo in avanti il fatto che si sia rimesso all’ ordine del giorno il variegato pathos civile che sottostà alle varie identità europee, che hanno contribuito, tra l’altro, in modo decisivo (Polonia, Karabagh, Baltici, Jugoslavia, Russia, Romania, Ungheria, Germania Orientale)   al crollo del Muro di Berlino e alla riunificazione dell’ Europa. Tuttavia, occorre che il pensiero identitario, anch’esso anchilosato dall’ egemonia culturale progressista, riconquisti la sua ricchezza e pluralità: le infinite identità religiose, post-imperiali, quasi-continentali, nazionali, regionali, locali, cittadine, di cui, come volevano i “federalisti Integrali”, è composta la poliedrica identità dell’Europa. Non per nulla, nell’ ennesimo progetto di rilancio dell’integrazione, la “Repubblica Europea” di Menasse e Guérot, rivaluta le “piccole patrie” contrapponendole agli Stati membri quali essi esistono attualmente, e che, nella “Repubblica Europea” praticamente scomparirebbero.