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IL NUOVO ORDINE MONDIALE SECONDO “MAGA”:

L’ultimo passo prima della “Singularity”

Il termine“Novus ordo Seclorum” , che compare sulla banconota da un  dollaro, ha già dietro di sé una lunga storia nelle culture “occidentali”.Deriva dalla 4° Ecloga di Virgilio che annunzia il ritorno alla nuova Età dell’ Oro grazie al governo di Augusto. “Ordo Seclorum” è, a sua volta, la traduzione libera di “Aiòn” (“Era”, e corrisponde al sanscrito “Kalpa”,espressione che compare già nei Veda).E’ una tipica idea millenaristica, particolarmente cara allo zoroastrismo, e ripresa nell’apocalittica ebraica, cristiana e islamica, oltre che dalla Massoneria.

Dopo ogni “Kalpa” si verifica una grande deflagrazione, e incomincia il Kalpa successivo. Ma, nella visione zoroastriana, e poi ebraica e cristiana, non vi è l’Eterno Ritorno, e, per questo, dopo l’Apocalisse, regnerà la Pace Perpetua.

Nel 532, era stato stipulato fra Giustiniano e i Sassanidi un trattato “di Pace Perpetua”(“Pax Aeterna”), di durata indefinita, che pose fine alla Guerra iberica, le cui trattative iniziarono sotto Kavad I, sovrano citato nelle profezie zoroastriane e che favorì la setta chiliastica dei Mazdakisti. Il trattato inaugurò un periodo di relazioni relativamente cordiali fra i due imperi, che durò fino al 540, quando ripresero le ostilità per la guerra lazica.Giustiniano avrebbe pagato 110 centenaria (circa 11.000 libbre di oro), apparentemente come un contributo alla difesa del Caucaso contro i barbari, e le truppe del dux Mesopotamiae si sarebbero ritirate dalla fortezza di Dara alla città di Costantina. I due sovrani si riconoscevano come  di  pari grado, e si promettevano assistenza reciproca. Durante quel periodo, tuttavia, Giustiniano concentrò le sue energia e risorse nelle guerre di riconquista contro i Vandali e in Italia contro i Goti, trascurando le difese orientali. Ciò costituì un’ottima occasione per Cosroe, figlio di Kavad, che riprese le ostilità contro Bisanzio con la guerra lazica.

E’ singolare come i conflitti e le paci di oggi fra l’Iran e l’Occidente ripercorrano quasi pedissequamente quelli fra i Sassanidi e i Bizantini di più di 1500 anni fa.

1.”Woke” contro “MAGA”

Gli Stati Uniti (per Chesterton, “una nazione con l’anima di una chiesa”), nascono, seguendo suggestioni di Cristoforo Colombo, di Antonio Vieira, di Winthrop e dell’ Arcivescovo Berkeley, come una nazione apocalittica, destinata a realizzare le profezie della Bibbia (cfr. il libro “De Prophetiis” di Colombo).Fra queste, la “Pace Perpetua” (“Pax Aeterna” “Ewiger Landfrid”), slogan costante degli Imperatori romani e romano-germanici.

Secondo l’interpretazione progressistica, ripresa per ultimo dal movimento “woke”, lo sbocco naturale di quel messianesimo sarebbe la realizzazione terrena delle promesse evangeliche, e, quindi, la trasposizione sulla terra del “Regno dei Cieli” citato nel Discorso della Montagna. Ne consegue che l’attuale (effimera) maggioranza degli Americani, secondo la tradizione occidentale, sarebbe delegittimata nel suo attuale ruolo di guida politica del mondo, perché la sua posizione geopolitica e sociale è la conseguenza di una conquista violenta e della schiavitù degli afro-americani, di cui i “bianchi” dovrebbero “chiedere scusa”(la “Provincializzazione dell’ Europa” di Chaktavarti).

Invece, secondo il suprematismo bianco, a cui il movimento MAGA si ispira, lo sbocco autentico del messianesimo americano è costituito dalla supremazia dellaciviltà occidentale”, che si suppone corrispondere grosso modo alla “razza bianca” americana, vale a dire i discendenti degli immigrati dall’ Europa, ai quali Trump, Vance e Rubio si vantano di appartenere. I suprematisti bianchi rivendicano la superiorità della civiltà europea, che essi si pensano di incarnare, in modo indipendente dalla sua maggiore o minore moralità, ma basandosi soprattutto sulla sua capacità di espansione negli ultimi 5 secoli, cioè quella “conquista della patria” che è la ragion d’essere stessa degli Stati Uniti, prodotto estremo, con Israele, del colonialismo europeo, e degli altri Paesi dell’Anglosfera. Superiorità che ha una radice religiosa, ma che, con la secolarizzazione, tende  a divenire un concetto di civiltà: il “Cristianismo” (cfr. “L’etica protestante e la nascita del capitalismo” di Max Weber).

Secondo il movimento MAGA, l’Europa attuale starebbe “tradendo” l’Occidente perché accetterebbe, dalla cultura “woke”, un senso di inferiorità rispetto alle altre culture del mondo, che sarebbero state ingiustamente oppresse dagli Occidentali negli ultimi 500 anni di colonialismo. Una “guerra culturale” che sottintende l’attuale lotta per il potere in America, e, di riflesso, nel mondo.

Anche l’Europa è stata da sempre contesa fra l’Occidente “protestante”, il Mediterraneo “cattolico”, l’Est “ortodosso” , il Sud mussulmano e il Nord pagano; questa divisione è tutt’altro che sopita con le rivendicazioni “progressiste” delle Chiese del Nord, con la pretesa di primato da parte di Roma, con la teoria ortodossa della “Terza Roma”, con il progetto islamico della conversione di “Rum” e con la resistenza Inuit e danese al progetto trumpiano di annessione della Groenlandia. Per il “man of the street” americano, la maggior parte degli Europei (come gli Spagnoli, i Siciliani, i Greci, i Turchi, gli Ebrei sefarditi) sarebbero addirittura “non-White”, e questo costituisce il maggiore motivo di avversione nei confronti degli Europei stessi.

E’ perciò fondamentale il passaggio del discorso di Rubio in cui si afferma che gli Europei dovrebbero abbandonare l’idea della pari dignità delle culture (che era stata già di Montaigne, di Pascal, di Matteo Ricci, di Simone Weil, ma anche di Evola, di Pound e di Panikkar), e smettere di “chiedere scusa” alle altre culture. Problema drammatico in USA, dove i “non-whites” stanno divenendo più numerosi dei “white”, e perciò mettono in discussione la struttura stessa del Paese (per esempio, secondo Alfonso Valladão, per il quale esso potrebbe mantenere il suo ruolo centrale nel mondo anche sotto la guida dell’etnia “latina” -a cui appartengono tanto Valladao, quanto Rubio e Ocasio-Cortes- ). Se si considerano anche gl’immigrati clandestini, i “whites” sono ora il 56,3% – 57,5% del totale nazionale, con la restante quota (non-whites), di circa il 43%: è per questo che bisogna “deportarli” fuori degli USA. Una lotta mortale fra due etnie sullo stesso territorio, come in Israele, e, parzialmente, in India, che potrà cambiare profondamente gli scenari mondiali.

Questa situazione è rivelatrice di  un “errore di progettazione” originario dei Padri Fondatori, che, dalle dimensioni di Washington DC (progettata sotto la supervisione di Giorgio Washington) risulterebbero avere avuto in mente una nazione di ben 500 milioni di abitanti, tutti anglo-sassoni e protestanti. Previsioni basate sul tasso di natalità delle Isole Britanniche, che, a quell’ epoca, era elevatissimo, ma poi si è ridotto nel tempo. Per questo, l’idea originale di una “Casa sulla Collina” puritana e anglosassone, non si è potuta realizzare, e si è accresciuto invece progressivamente il peso delle altre etnie, inquinando” l’originaria purezza teologica. Questo, come già prevedeva Tocqueville, costituisce vero il tallone di Achille degli USA.

In Europa non vi è, invece,  tanto un problema di “sostituzione etnica”, quanto una questione di riscrittura della storia culturale, che, indipendentemente dall’ immigrazione,  dovrebbe tener conto delle radici Medio Oriente (p.es.,l’ “Atena Nera” di Bernal ), dei Popoli delle Steppe (“L’Eredità di Chinggis Khan” di Trubeckoj), delle tradizioni “cetuali” (“L’Ancienne Constitution Européene” di Tocqueville), e della cultura “alta” al di là  di “destra” e “sinistra”(Leibniz, Voltaire, De Maistre, Max Weber, Nietzsche, Guénon, Heidegger, Heisenberg, Feyerabend, De Finetti, St-Exupéry, Weil, Drieu la Rochelle).

Il cosiddetto “Piano Kalergi”, tanto temuto dall’ estrema destra, a cominciare da Hitler, non era affatto un “piano”, bensì una costatazione di fatto: il colonialismo avrebbe portato all’ ibridazione dei popoli europei e africani, mentre invece l’evoluzione del capitalismo e la socialdemocrazia a quella fra aristocrazie di origine germanica, “Hofjuden” e nomenklatura sovietica, ricreando così una nuova distinzione di casta e di razza, sul modello indiano. Anche per questo Hitler aveva denominato Coudenhove-Kalergi, primo grande federalista europeo, lo “Erz-Bastard”.

L’ossessione per la sostituzione etnica è una delle tante dimostrazioni del fatto che l’ Europa e l’ America sono sostanzialmente diverse, e ogni tentativo di organizzare l’Europa secondo modelli americani è una forzatura, che mortifica le potenzialità degli Europei, dividendoli secondo linee di conflitto altrui, da noi non applicabili. Se ci dividiamo e combattiamo sulla “remigrazione”, facciamo semplicemente un favore agli USA. Gli unici a “snaturare” l’Europa sono i soldati americani di stanza qui, sicché, con una vera “federazione europea”, saranno loro a dover “remigrare”.

In ogni caso, chi ha realizzato una vera sostituzione etnica sono proprio gli Americani e gli Israeliani. E’assurdo che proprio loro ci vogliano imporre ideologie politiche che paventano questo pericolo. Anche perché da noi, contrariamente all’ America, l’Islam è una delle componenti storiche e culturali fondamentali (da al-Andalus, alla Sicilia, all’Impero Ottomano, all’ Ucraina, alle repubbliche caucasiche e uraliche).

2.Che cosa vuole MAGA dal resto del mondo?

Secondo il movimento “MAGA” i suoi caudatari europei,  l’”Occidente” dovrebbe, a dispetto delle previsioni di Spengler, di Toynbee, di Jacques e di Todd,  mantenere ancora il proprio ruolo egemone nel mondo, e ciò richiederebbe, tra l’altro, che l’Europa resti nell’orbita americana, ma non a modo suo, bensì seguendo pedissequamente i desiderata di Washington, in modo da accrescere il peso specifico degli USA nel mondo. Secondo Trump, Vance e Rubio, l’Europa dev’essere forte e combattiva per supportare gli Stati Uniti nei suoi scontri e incontri con le altre superpotenze: Cina e Russia. Non sono invece ammesse incertezze ideologiche, né la “Politica dei due Forni” cara alla Ia e alla IIa Repubblica.

Per conseguire questo risultato, l’Amministrazione Americana ha perfino mobilitato le proprie Forze Armate contro il “Nemico Interno” (immigrati e sinistra), con l’obiettivo della “Remigrazione”, cioè di espellere dagli States il maggior numero di “non-whites”, per compensare l’effetto della maggiore natalità di questi ultimi. Per questo motivo, un ruolo centrale è stato affidato all’ ICE (la polizia di frontiera), una milizia volontaria sottoposta direttamente al Presidente, che si sforza di  “deportare”, e comunque tenere sotto controllo, i “non-whites”, con il pretesto che sarebbero immigrati illegali.

Il maggior controllo così ottenuto sugli Stati Uniti stessi e sugli alleati (la monarchia americana) dovrebbe permettere agli USA di  riconquistare, con una trattativa continua a tutti i livelli e in tutto il mondo (“the Art of the Deal”), un ruolo centrale nel mondo, perduto per effetto del crescente protagonismo, culturale, politico, diplomatico, militare ed economico, di Russia e Cina, assecondate, secondo Trump, dalle politiche liberali e liberiste.

Per fare ciò, Trump adotta senza discriminazione tutti i mezzi possibili, dalla persuasione, alla dialettica, agli artifizi commerciali, all’ ideologia, all’influenza, al ricatto, alla corruzione, alle minacce, alla guerra, ai rapimenti…(la “Guerra Senza Limiti”).

Di quella riconquista fanno parte innanzitutto la difesa senza quartiere dei GAFAM e delle loro piattaforme, che, attraverso i social, già controllano tutto l’occidente; poi, i dazi e le sanzioni, che offrono continui pretesti per immischiarsi nelle politiche interne di tutti i Paesi; gli attacchi militari e gli embargoes, che permettono senza costi eccessivi di realizzare “regime changes”, come avvenuto in Siria e in Venezuela, nonché, infine, il “divide et impera” fra tutte le alleanze e coalizioni del mondo diverse dagli USA (e, in primis, nell’ Unione Europea).

A termine, Trump aspira semplicemente a fondare, come profetizzavano Fukuyama e Valladão, un impero mondiale, di cui egli sarebbe il leader assoluto a vita, come lo è già ora nel “Board of Peace”. In questo  modo, egli potrebbe acquisire uno status sostanziale corrispondente a quelli di Xi e di Putin, e, grazie alla forza residua degli USA (e soprattutto ai GAFAM), perfino imporre a Russia e Cina una forma di compromesso che salvaguardi il proprio ruolo di leader mondiale, sul modello del Serse quale messo in scena da Erodoto.

3.Il nuovo impero

In effetti, Trump sta forgiando tutti gli elementi tipici di un impero mondiale, quale sognato dai suoi lontani predecessori, come, appunto,  Serse, e, poi, gl’imperatori cinesi e i primi Califfi, i “Rashidun”, ma mai realizzato pienamente da nessuno:

culto della personalità, di cui il ruolo di pacificatore risulta un elemento centrale;

una propria organizzazione internazionale di cui egli è il leader a vita, alternativo e in concorrenza (come il Komintern)con le Nazioni Unite, ormai dominate dalla Cina, di cui per altro condivide l’obiettivo: la pace mondiale, che però, contrariamente all’ ONU, intende conseguire con la forza (“Peace Through Force”), che è la versione moderna del romano “Parcere Victis et Debellare Superbos”;

una sua propria dinastia, attraverso Jovanka e Kutschner, e propri feudi privati (come Gaza);

-propri pretoriani (l’”ICE”)

-l’erezione di gigantesche statue dorate, come quella che campeggia nel videoclip su Gaza, la quale  costituisce una riedizione senza ambiguità del “Colossus” con l’ effigie di Nerone, che campeggiava a suo tempo dinanzi al Colosseo.

La novità è costituita dall’ Intelligenza Artificiale, sulla quale l’Amministrazione rifiuta ogni forma di regolamentazione, in modo da utilizzarla liberamente per qualsiasi obiettivo civile o miloitare.

Non per nulla, tanto Musk quanto Bannon idealizzano la figura dei “Gladiatori”, che fantasticano di addestrare nell’abbazia di Trisulti per conquistare l’ Europa.

4. L’ossessione per la pace

Alla luce di quanto precede, l’ossessione di Trump per la pace, che aveva raggiunto l’apogeo nella sua richiesta di ottenere il Premio Nobel, è tutt’altro che l’eccentricità di un narcisista, bensì costituisce un tassello importante nella costruzione del nuovo impero, che, come quelli antichi, fa avanzare le proprie legioni sotto il pretesto della Pace. Esso corrisponderebbe  a uno dei tanti titoli repubblicani riconosciuti ad Augusto, dalla cui somma nacque il concetto di “Princeps”. Se, infatti, l’Imperatore è il “Sotér” (il  “Shaoshant”, il “Messia” come il Dario della Bibbia), in quanto realizza la “Pax Aeterna”, la sua funzione provvidenziale risulterebbe dimostrata dai fatti stessi (la realizzazione di una pace che sembrava impossibile). Di qui l’argomento dei trumpiani: “se non accettate il Board of Peace significa che la pace non vi interessa veramente”, il che si tradotto tra l’altro nell’ affermazione di Tajani che partecipare al “Board of Peace” sarebbe, per l’Italia un imperativo politico discendente dall’ art. 11 della Costituzione.

Il conseguimento della pace in Palestina attraverso la trasformazione di Gaza, da un problema geopolitico a un progetto immobiliare e turistico, dimostrerebbe anche che il capitalismo costituisce la soluzione dei problemi mondiali, in quanto capace di trasmutare la natura umana, da quella di un essere desiderante con un’identità e un’etica, in un puro portafoglio ambulante, facile da condizionare con la subordinazione economica. In questo contesto, l’immobiliarista Trump, degno successore dell’immobiliarista Washington, costituirebbe il modello per l’umanità americanizzata.

Ancor di più, la fondazione di una città-stato governata da una società di capitali, come in sostanza è il Board of Peace, realizzerebbe anche il sogno di Larry Page, Curtis Yarvin, Fareed Zakaria e Parag Khanna, che vedrebbero il mondo futuro governato da città-Stato di proprietà di grandi Corporations, come a suo tempo la Lega Anseatica, o da dinastie come gli Stati del Golfo e le monarchie della Malaysia. Inoltre, queste città-Stato artificiali dedite essenzialmente al turismo, sul modello di Singapore e degli Emirati, rispecchierebbero il sogno post-moderno di una società dell’”entertainment” basata sull’ intelligenza artificiale e sulla robotica. Si noti che Trump, Vance, Musk, Thiel e Karp sono tutti a mezza strada fra imprenditoria  dei servizi e politica. Con ciò, il cerchio si chiuderebbe intorno al “Tecno-fascismo”  al governo del nuovo impero occidentale.

5.Il ruolo dell’ Europa

L’intervento di Rubio traccia una storia dell’ “Occidente” che parte dalla scoperta dell’America e giunge fino ad oggi,e dove il “climax” è costituito dal 1945, massima espansione territoriale dell’ Occidente, per poi passare  subito dopo alla decadenza dovuta alla decolonizzazione, che ha portato a un “restringimento” del dominio occidentale (pensiamo alla Cina, alla Corea, all’India, poi al mondo arabo e africano).

E’ ovvio che situare il punto di declino dell’Occidente al termine della IIa Guerra Mondiale, cioè all’avvento dell’ egemonia americana  (anche se corretto).è altamente controcorrente. Questo “restringimento” è stato soprattutto l’effetto del passaggio dal “colonialismo” europeo, basato sulla “dittatura diretta” dei Paesi dominanti, all’“impero nascosto” americano, basato sul  “soft power” e sulle organizzazioni internazionali, che evidentemente i MAGA non apprezzano. Si noti che l’ONU e quasi tutte le organizzazioni internazionali del II° Dopoguerra sono negli USA e  sono state create sotto la spinta di Eleanor Roosevelt; questo attacco è innanzitutto un rinnegamento delle politiche passate degli USA, incapaci di garantire a questi un’egemonia permanente (come avrebbe voluto “The New American Century” neocon).

Dal punto di vista MAGA, il “soft power” americano postbellico è stato, visto “a posteriori”, un’esperienza perdente, perché ha permesso ai “non-whites”, a livello mondiale, di ri-acquisire una legittimità storica, rinvigorendosi   e saldandosi con la Cina, e, in America, di rafforzarsi, creando, nei “campus”,  la “cultura Woke”. In particolare, il comitato NATO-Russia e il WTO con la Cina sarebbero stati, sempre  dal punto di vista dell’ Occidente, due fallimenti storici, perché l’introduzione in quelle due economie di elementi capitalistici, lungi dal diminuire, come sperato dall’ America, la forza complessiva di quei due Stati (rendendoli così succubi degli USA), l’ha accresciuta, permettendo ad essi una rivincita rispetto agli Stati Uniti, e aprendo così la strada a un mondo multipolare.

Quindi, l’America non vuole più nessuna “Fine della Storia”(Fukuyama), bensì uno “Scontro di Civiltà”(Huntington).

Oggi, 124 Stati membri delle Nazioni Unite sono schierati con la Cina, e perciò Trump, che mira a un confronto totale con quest’ultima, ritiene di dover “svuotare”  l’ONU, creando un’organizzazione, come il “Board”, composto da soli Stati filo-americani, che riesca ad imporre compromessi favorevoli agli USA sui principali scacchieri del mondo, sul modello dei mai realizzati TTIP e TIPP dei tempi di Obama. Avendo constatato che quelle due alleanze non potevano costituire un’ “Alleanza delle Democrazie”, per il rifiuto di molti Stati occidentali,  Trump ha deciso che, per i suoi fini, può andare bene anche un’”Alleanza delle Autocrazie”, purchè a lui sia riconosciuto un incarico a vita e un potere assoluto, e purché il conto di tutto possa essere addebitato all’ Europa. Egli è addirittura confidente (non si capisce perché) che, alla lunga, tutti vi aderiranno. Il ruolo dell’Europa dovrebbe essere evidentemente quello che avevano, nell’ Impero Romano, gli “auxilia”, dei vassalli come i Franchi, i Burgundi, i Visigoti, il Regnum Bospori, o i regni di Giudea, di Palmyra,  Emesa e dei Nabatei, che pagavano un tributo e fornivano truppe ausiliarie.Che la sostanza sia quella di un tributo è dimostrato dall’ applicazione che l’Amministrazione americana sta dando del “burden sharing” per la difesa dell’ Europa, dove si oppone per- fino alla modesta pretesa che, se spesa ci dev’essere per rendere “autonoma” la difesa europea, allora questa spesa vada fatta prioritariamente in Europa (“Buy European”):

“The United States strongly opposes any changes to the Directive that would limit U.S. industry’s ability to support or otherwise participate in EU member state national defense procurements,”

“Protectionist and exclusionary policies that strong-arm American companies out of the market — when Europe’s largest defense firms continue to greatly benefit from market access in the United States — are the wrong course of action,”

E’ significativo anche il caso della ditta americana Anthropic, controllata  dai fratelli italiani Amodei. Il Dipartimento della Difesa Usa chiede accesso illimitato ai modelli IA di Anthropic “per ogni scopo legale”, incluse le operazioni belliche Il contratto che lega il dipartimento della difesa americano ad Anthropic vale 200 milioni di dollari (169 milioni di euro), ma Anthropic si appella alla necessità di mantenere salvaguardie etiche.

 Il Department of War vuole totale libertà di azione nell’uso dei modelli IA, vuole quindi che vengano tolte le restrizioni etiche e di sicurezza che tutte le aziende, Anthropic inclusa, impongono agli utenti. Nello specifico, il Pentagono intende usare i modelli IA per perseguire quelli che definisce “tutti gli scopi leciti” secondo le leggi americane. Questo include la raccolta delle informazioni (intelligence), lo sviluppo di armamenti e il supporto alle operazioni militariIl Pentagono teme che i blocchi imposti dagli sviluppatori di prodotti IA possano intralciare le operazioni militari più critiche.In altri termini, il Pentagono vuole che le IA diventino strumenti che non obiettino agli ordini impartiti dagli alti gradi militari facendo leva su principi etici o ideologici.

I molti che in Europa approvano le politiche di Trump pensano che gli Europei possano sopravvivere anche sotto questa forma più dura  di protettorato nello stesso modo in cui erano sopravvissuti agli ultimi 80 anni a quello più soft, grazie soprattutto alla diminuzione della natalità,  che ha un effetto compensatore rispetto alla diminuzione reale del PIL indotta dai tributi all’ America, mantenendo costante il PIL pro capite.

Purtroppo, le nazioni “non vivono di solo pane”, e anche le umiliazioni simboliche o ideali hanno un peso determinante, come sta rivelando, per esempio, l’atteggiamento vaticano.

6. Il Vaticano censura il “Board of Peace”

Il Cardinale Parolin ha affermato che “Il Vaticano non parteciperà al board of peace”, spiegando che  esso ha una “particolare natura che non è quella degli altri Stati”.

Abbiamo preso nota che l’Italia parteciperà come osservatore. Ci sono punti che lasciano un po’ perplessi – ha osservato Parolin -, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni“. ” per noi ci sono criticità che dovrebbero essere risolte. La preoccupazione è quella che a livello internazionale sia l’Onu a gestire queste situazioni di crisi”.

In effetti, mentre a suo tempo i tentativi di degli Asburgo di fare, dell’ Imperatore germanico, un arbitro super partes a livello mondiale,  erano falliti(come rilevava per esempio con disappunto nel ‘700 il mercante portoghese Bandeiras), di fatto l’unica autorità che, nella Storia,  sia stata arbitra fra le grandi potenze è  il Sommo pontefice, con azioni quali la Magna Charta (riscritta su mandato pontificio dal Cardinale Guala), e la bolla Inter Caetera e il  Trattato di Tordesillas, che avevano segnato il confine fra le colonie spagnole e quelle portoghesi.

Anche oggi la Santa Sede è in una buona posizione per operare in qualità di arbitro fra le Nazioni, anche quelle non cattoliche, grazie al gran numero di fedeli, alla potente organizzazione e ai buoni rapporti con le altre religioni (movimento ecumenico). Anche per questo, sopporta male che Trump e l’intera Amministrazione americana si atteggino a leader anche spirituali, secondo l’idea che aveva Saint-Simon degli “industriali” come “potere spirituale”, e di cui  Trump e Vance tentano di appropriarsi.

7.La posizione del Movimento Europeo

Come noto, sono presenti, come osservatori, al “Board of Peace”, la Commissione (nella persona della Commissaria Šuica), la presidenza pro-tempore Cipro e l’Italia (nella persona del Ministro Tajani). Il Movimento Europeo in Italia ha emesso un comunicato di condanna della Commissione Europea e degli Stati membri, fra cui l’Italia, per avere avallato, almeno parzialmente l’iniziativa di Trump:

 “COMUNICATO STAMPA

Il Movimento Europeo Italia esprime la propria ferma e convinta disapprovazione per la decisione della Commissione europea e di alcuni Stati membri – tra cui l’Italia – di aderire come membri a pieno titolo o come osservatori al Board of Peace, un organismo posto sotto il controllo diretto del Presidente degli Stati Uniti e che pretende, di fatto, di sostituirsi al ruolo delle Nazioni Unite nella gestione dei conflitti internazionali. In questo spirito il Movimento Europeo condivide la posizione espressa dal Segretario di Stato, il Cardinale Parolin, secondo cui queste situazioni di crisi devono essere della responsabilità delle Nazioni Unite sottolineando le perplessità della Santa Sede sulla partecipazione dell’Italia come osservatore.

Il Board of Peace è un organismo a pagamento, nel quale la logica degli interessi economici prevale sulla tutela dei diritti fondamentali e sulla ricerca di una pace giusta. La sua riunione avviene mentre continuano le morti a Gaza e mentre Israele ha avviato la campagna per l’occupazione della zona C della Cisgiordania. Il New York Times, in un articolo di Thomas Friedman, ha riportato la denuncia pubblicata su Haaretz dall’ex Primo Ministro Ehud Olmert riguardo alle devastazioni, alle minacce e alle uccisioni perpetrate da gruppi di coloni israeliani nella West Bank, con l’obiettivo di costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie terre e le proprie case.

Il nodo costituzionale: l’articolo 11

Il Movimento Europeo richiama con forza l’attenzione sul fatto che la partecipazione dell’Italia al Board of Peace, per di più in una non meglio definita veste di “osservatore”, aggira surrettiziamente quanto previsto dall’articolo 11 della Costituzione. L’articolo 11 stabilisce che l’Italia ripudia la guerra e consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie per la costruzione di un ordinamento internazionale che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni. Ciò significa che l’Italia può aderire solo a organismi internazionali fondati sul multilateralismo, sull’uguaglianza tra gli Stati e sul rispetto del diritto internazionale. Il Board of Peace, per struttura e finalità, non risponde assolutamente a questi requisiti.

Un passo in contrasto con i principi fondativi dell’Unione europea

Il Movimento Europeo condanna inoltre la decisione della Commissione europea di partecipare a un organismo che contraddice apertamente il principio del multilateralismo, sul quale l’Unione europea è nata e che è consacrato nei Trattati e nella Carta dei Diritti Fondamentali. L’adesione a strutture parallele e non multilaterali indebolisce il ruolo dell’ONU e rischia di compromettere la credibilità internazionale dell’Europa come attore impegnato nella pace, nel diritto e nella cooperazione internazionale.

Appello alle istituzioni democratiche

Il Movimento Europeo esorta le istituzioni democratiche e parlamentari a condannare la partecipazione della Commissione e degli Stati membri al Board of Peace e a riaffermare con chiarezza che la soluzione del conflitto israelo-palestinese deve tornare nell’alveo delle Nazioni Unite, unico organismo legittimato a garantire una pace giusta tra i due popoli, assicurare la ricostruzione e tutelare i diritti fondamentali.

Roma, 19 febbraio 2026”

8.Conclusioni

Ricordiamoci che anche le stesse Nazioni Unite, pure più accettabili perché più equilibrate, erano state, all’origine, una costruzione dell’ America vincitrice della IIa Guerra Mondiale per controllare il mondo insieme agli altri Paesi vincitori, rappresentati nel Consiglio di Sicurezza, sì che non si può neppure rimpiangere quell’ assetto.

Purtroppo, chi non approva i progetti di Trump  non riesce però a formulare progetti alternativi che non siano la pura conservazione, anche perché le lobby americane e israeliane riescono oggi più che mai a bloccare ogni sforzo in tal senso -in campo editoriale, accademico o politico-.

Di qui la crescita, nonostante varie forme di repressione, dei “Putin-Versteher”, coloro che non nascondono le loro simpatie per la Russia, perché, paradossalmente, una mano per controbattere l’egemonia americana potrebbe venire oggi soprattutto dalla Russia. Anche perché, tanto l’Europa quanto la Russia, sono troppo piccole per fare concorrenza agli USA e alla Cina, ma soprattutto per contrastare i GAFAM, sì che il vero “game changer” sarebbe l’unione delle due aree in un’unica potenza eurasiatica che realizzasse, nei confronti dei GAFAM, quel “crackdown” che la Cina ha realizzato nei confronti dei BATX cinesi.

Certo, un vero Nuovo Ordine Mondiale, comprensivo di una riforma radicale delle Nazioni Unite, potrebbe venire solo da un ampio dibattito internazionale. Però, nel frattempo, occorre bloccare il trend verso la dittatura mondiale dei GAFAM, alleati di Trump, facendo leva sulle forze che sono a oggi oggettivamente in campo.

SULL’ANIMA DI USA ED EUROPA

da Rubio a Cacciari

Sessant’anni fa, alla pubblicazione dell’ omonimo libro di Anders, la domanda sul se “l’uomo fosse antiquato” sembrava una follia. Cinquant’anni fa, al tempo del “Arco Costituzionale”, l’idea che il fascismo sarebbe divenuto il tema ideologico centrale in America, Italia, Germania e Francia sembrava un’ allucinazioine per nostalgici. Quarant’anni fa, al tempo del “Rapporto Wolfowitz” le proposte di “autonomia europea” lanciate da qualche estremista cadevano nel vuoto. Trent’anni fa, l’idea di Vinge di una “Singolarità” che unisse uomo e natura, tecnica e intelletto, sembrava una stranezza. Vent’anni fa, l’idea di Morozov, che l’Occidente volesse coprire con l’informatica il proprio fallimento veniva apprezzata solo da ristretti circoli neo-luddisti. Dieci anni fa, l’idea di Bannon, di “spezzare le catene di approvvigionamento cinesi” veniva bocciata perfino da Trump.Tuttavia, tutto questo è divenuto una banalità quotidiana. Quanto sopra dimostra come, in seguito alla “de-colonizzazione”, la storia mondiale si sia mossa rapidamente in tutte le direzioni, e come il nostro “mainstream” sia stato costantemente ipocrita, provinciale e misoneista nell’ ignorarlo.

Oggi, escono ogni giorni centinaia  di libri sul superamento dell’ Umano. Il mondo MAGA, i suoi collaborator europei e il “mainstream” culturali non fanno che discutere se Trump,o Meloni, o Le Pen, o Abascal, o Weigel, siano, o no, fascisti. Oggi, l’autonomia europea è un mantra condiviso da tutti. Musk annunzia che la Singularity c’è già, e Zuckerberg che tutte le professioni intellettuali saranno automatizzate con l’ AI entro 18 mesi. Oggi, l’America ha bloccato gli approvvigionamenti cinesi dal Venezuela, e sequestra in giro per gli Oceani navi sotto tutte le bandiere.

Alla fine, non vi è più nulla che non possa succedere, ma gli Europei (con qualche rara eccezione) continuano a fare finta che il mondo sia sempre eguale, e ritornano sempre sui loro vecchi slogan e vecchie ricette.

1.La posizione di Cacciari

Fra queste rare eccezioni, c’è Massimo Cacciari,il quale, almeno a parole, è il più aperto alle novità. In particolare, Cacciari sostiene che la linea direttrice della politica di Trump ”esprime tendenze di lungo periodo, se non un destino, …tutte le correnti politiche e culturali europee dovrebbero discuterla con serietà e radicalità”. Cosa che noi chiediamo, inutilmente, da decenni.

Al contrario, afferma Cacciari “vi è un’intellighenzia intorno a Trump, guai a lasciarsi ingannare dalla maschera del presunto capo! Questa intellighenzia, che dispone di formidabili mezzi economici e finanziari, ritiene che l’Europa sia il centro storico-museale di un’idea del tutto anacronistica di democrazia, fondata su una divisione dei poteri che rende inefficace sia l’azione di governo  che quella dei soggetti economici

“Il vecchio capitalismo liberal-concorrenziale è un ferro vecchio, come le vecchie democrazie rappresentative.” “le ragioni dell’ indefinito progresso tecnico-economico è il valore fisso“Nazionalismi, sovranismi, nostalgie para-fasciste non sono che farsesche coperture.”

Quale sia quest’intellighenzia onnipotente lo chiarisce un libro recentemente pubblicato:”Imperialismo digitale.Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’ AI”(Laterza), di Dario Guarascio: il complesso militare-digitale, termine che noi,isolati,abbiamo usato oramai da più di 20 anni, e che è alla base di una decina di libri di Alpina e Diàlexis.

Tutte queste tendenze (meno l’ultima, che resta sempre in sordina), sono state presenti nel lucido intervento di Rubio a Monaco, che commentiamo e pubblichiamo in allegato,e  il quale costituisce un fulgido esempio di propaganda intellettuale  trumpiana, che invoca astutamente l’unione dell’Europa con gli USA, quasi che questi ultimi fossero la continuazione naturale della civiltà europea, mentre invece, catalizzando tutte le forze entropiche dell’ Europa fino all’ inevitabile esito post-umano, ne costituiscono una deliberata negazione.

A nostro avviso, per altro, anche l’altro filone dell’attuale  dibattito infra-americano (la cultura “woke”)è altrettanto estraneo all’ Europa, per la sua pretesa di condannare il nostro Continente per aver imposto la colonizzazione puritana, che, invece, era una rivolta contro l’ Europa stessa.A partire  dal Mayflower Compact, fino  alla Guerra di Indipendenza dall’ Inghilterra, alla Dottrina Monroe, a Gladio, all’ appropriazione delle tecnologie Olivetti, alla dottrina Wolfowitz, al “fuck the EU” di Victoria Nuland, fino agli Epstein files….

Il parlare sempre di “valori comuni” fra America ed Europa nasconde una fondamentale verità. Come scritto da Washington nel suo testamento politico, gl’Europei erano già allora tanto estranei agli Americani quanto i “selvaggi indiani”. Oggi, come giustamente mette in rilievo Rubio, l’America intenderebbe “correggere” (con quale diritto) gli errori degli Europei, che sono invece semplicemente l’effetto delle diversità delle nostre storie e delle nostre geografie. Infatti:

-l’immigrazione non è un problema per l’Europa (come non lo era originariamente per l’ America), perché l’Europa non è un Paese di immigrati, sì che una “sostituzione etnica” non è possibile, perché i “nativi” sono incommensurabilmente più numerosi degli immigrati, mentre, invece, in America, l’equilibrio fra “white” e “non white” è così precario che, fra pochissimo, gli USA saranno a maggioranza “non white”, e proprio Rubio (o Ocasio-Cortes)potrebbero esserne  (un) presidente, con un effetto dirompente sull’ identità nazionale;

-la transizione “verde” non è un problema per l’ Europa perché l’Europa non ha grandi risorse naturali, e quindi l’”energia pulita” è, per essa, l’unico modo (per quanto costoso) per rendersi autonoma dalla Russia (che per altro è Europa), dal Medio Oriente e perfino dagli USA, oltre che per non farsi superare tecnologicamente dalla Cina.

2.Il rifiuto della cultura MAGA da parte di Merz

Però, anche la posizione di Merz su questo tema è insufficiente. I valori dell’Europa non possono certo ridursi ai mantra sessantottini (egualitarismo, antiautoritarismo, rivoluzione sessuale), che costituivano una profonda deviazione dagli stessi standard culturali dell’ Europa democratica postbellica (etica del lavoro, famiglia tradizionale, classe politica fortemente acculturata), e, questo, sempre per seguire delle mode americane (rivolta di Berkeley, “Gay Pride”,”Manifesto Cyborg”, ”Gender Theory”). Per non parlare dalla radicale alterità rispetto all’ etica guerresca di Greci, Romani e Medioevo, dalla struttura altamente gerarchica, non solo dell’ Impero, bensì anche delle Repubbliche (poleis, romana, comuni, Città Imperiali Svizzera, Polonia e Olanda), delle Chiese e delle Corporazioni.

Certo, vi era stato un tentativo d’imporre, con un atto ufficiale, quest’interpretazione modernistica unilaterale dell’ identità europea, vale a dire la Dichiarazione di Copenaghen sull’ Identità Europea del 1973. Che essa non corrisponda affatto alla reale identità degli Europei è dimostrato dal fatto che nessuno l’ha presa sul serio e nessuno la ricorda nemmeno.

Infatti, l’Identità Europea nasce molto prima della Dichiarazione de Copenaghen, con Ippocrate (gli “Europaioi), Erodoto (La battaglia delle Termopili), Machiavelli (Alcuni regni e infinite repubbliche), Voltaire (Rescrit de l’ Empereur de la Chine), Novalis (Christenheit oder Europa), Alessandro I (“l’Europa Nazione Cristiana”), Nietzsche (“die Gute Europaeer”) , Dostojevskij (la commemorazione di Pushkin),  Coudenhove-Kalergi (“Paneuropa”), Drieu La Rochelle (“L’Europe contre les Patries”), Simone Weil (“Considerazioni sul colonialismo”), Milosz (“Rodzinna Europa”)…

3.Rubio: la rivendicazione di un Paese di immigrati

Certamente, l’intervento di Rubio è stato un brano di alto valore culturale a favore della propria tesi.

Intanto, Rubio ha perfino accennato al fatto che l’ Europa sia “una nazione”, come era scritto nella versione russa della Santa Alleanza e nei titoli dei libri di Benda e di Moseley.Poi, lodevolmente,ha giudicato la tesi di Hegel, Marx, Cojève e Fukuyama, sulla “Fine della Storia” un grave errore, che pretendeva di cancellare 5.000 anni di Storia. Quanto alla, più realistica,  “Fine dell’ Occidente”, egli ha affermato, del tutto logicamente, che l’America non intende assistere inerme al suo tramonto, cioè è pronta alla guerra, come dimostra il nuovo nome del Dipartimento delle Difesa: il “Dipartimento della Guerra”.

E intende addirittura imporre agli Europei, sulla scia di “Leaves of Grass”, ciò che essi debbono volere, e, addirittura, volere. Questo è ciò che non possiamo perdonare a dei pretesi alleati

A nostro avviso, anche la sua visione condivide lo stesso millenarismo ch’egli imputa a Fukuyama e alla cultura “woke”: il principio di elezione dell’Occidente, che ha portato alla sua espansione secolare, ma che, già nel 1945, aveva incominciato a scricchiolare. Egli condanna perciò “the polite pretense that our way of life is just one among many”.  Ma qui non si tratta di “buona educazione”, bensì di una concreta presa di coscienza  (condivisa da autori europei, come Pascal, Voltaire, Leopardi, De Maistre, Kierkegaard, Baudelaire, Dostojevskij, Nietzsche, Pannwitz, Guénon, Heidegger, , Herskovitch, Horkheimer, Adorno, Evola, Lévy-Strauss), ma anche americani (Eliot, Pound, Miller) che è la stessa dialettica interna alla civiltà occidentale che ci ha portati sull’ orlo di una distruzione auto-inflitta, cioè della “Singularity Tecnologica”, che rende l’Uomo “antiquato” (Anders). Quest’ultima è una fase storica e culturale del tutto americana, che, come certificato da Horkheimer e Adorno)nasce con Bacone, continua con Einstein, si approfondisce con Kurzweil e giunge a maturazione con lo strapotere del GAFAM. Questo è il vero nocciolo dell’ identità americana, e l’ideologia MAGA, che, come nota Cacciari, pesca in modo intelligente in varie tradizioni culturali, è solo un orpello per continuare a ingannare il mondo sulla propria natura.

Per questo, se è comprensibile che gli Americani vogliano difendere questi sviluppi, come accenna anche Rubio, meno comprensibile è che almeno una parte degli Europei siano disposti a seguirli. In effetti, i veri conservatori non possono appoggiare un movimento che mira alla distruzione dell’ Umano nel nome di un mito autolesionistico, ma, invece, devono raggrupparsi per combatterlo. In questo, ha perfettamente ragione Cacciari, quando invita tutte le tradizioni culturali europee a studiare con più attenzione ciò che sta succedendo sotto i nostri occhi.

ALLEGATO

INTERVENTO DEL SEGRETARIO ALLA DIFESA RUBIO ALLA CONFERENZA DI MONACO SULLA SICUREZZA

Thank you very much.  We gather here today as members of a historic alliance, an alliance that saved and changed the world.  When this conference began in 1963, it was in a nation – actually, it was on a continent – that was divided against itself.  The line between communism and freedom ran through the heart of Germany.  The first barbed fences of the Berlin Wall had gone up just two years prior. 

And just months before that first conference, before our predecessors first met here, here in Munich, the Cuban Missile Crisis had brought the world to the brink of nuclear destruction.  Even as World War II still burned fresh in the memory of Americans and Europeans alike, we found ourselves staring down the barrel of a new global catastrophe – one with the potential for a new kind of destruction, more apocalyptic and final than anything before in the history of mankind.

At the time of that first gathering, Soviet communism was on the march.  Thousands of years of Western civilization hung in the balance.  At that time, victory was far from certain.  But we were driven by a common purpose.  We were unified not just by what we were fighting against; we were unified by what we were fighting for.  And together, Europe and America prevailed and a continent was rebuilt.  Our people prospered.  In time, the East and West blocs were reunited. A civilization was once again made whole. 

That infamous wall that had cleaved this nation into two came down, and with it an evil empire, and the East and West became one again.  But the euphoria of this triumph led us to a dangerous delusion:  that we had entered, quote, “the end of history;” that every nation would now be a liberal democracy; that the ties formed by trade and by commerce alone would now replace nationhood; that the rules-based global order – an overused term – would now replace the national interest; and that we would now live in a world without borders where everyone became a citizen of the world. 

This was a foolish idea that ignored both human nature and it ignored the lessons of over 5,000 years of recorded human history.  And it has cost us dearly.  In this delusion, we embraced a dogmatic vision of free and unfettered trade, even as some nations protected their economies and subsidized their companies to systematically undercut ours – shuttering our plants, resulting in large parts of our societies being deindustrialized, shipping millions of working and middle-class jobs overseas, and handing control of our critical supply chains to both adversaries and rivals. 

We increasingly outsourced our sovereignty to international institutions while many nations invested in massive welfare states at the cost of maintaining the ability to defend themselves.  This, even as other countries have invested in the most rapid military buildup in all of human history and have not hesitated to use hard power to pursue their own interests.  To appease a climate cult, we have imposed energy policies on ourselves that are impoverishing our people, even as our competitors exploit oil and coal and natural gas and anything else – not just to power their economies, but to use as leverage against our own. 

And in a pursuit of a world without borders, we opened our doors to an unprecedented wave of mass migration that threatens the cohesion of our societies, the continuity of our culture, and the future of our people.  We made these mistakes together, and now, together, we owe it to our people to face those facts and to move forward, to rebuild. 

Under President Trump, the United States of America will once again take on the task of renewal and restoration, driven by a vision of a future as proud, as sovereign, and as vital as our civilization’s past.  And while we are prepared, if necessary, to do this alone, it is our preference and it is our hope to do this together with you, our friends here in Europe. 

For the United States and Europe, we belong together.  America was founded 250 years ago, but the roots began here on this continent long before.  The man who settled and built the nation of my birth arrived on our shores carrying the memories and the traditions and the Christian faith of their ancestors as a sacred inheritance, an unbreakable link between the old world and the new. 

We are part of one civilization – Western civilization.  We are bound to one another by the deepest bonds that nations could share, forged by centuries of shared history, Christian faith, culture, heritage, language, ancestry, and the sacrifices our forefathers made together for the common civilization to which we have fallen heir.

And so this is why we Americans may sometimes come off as a little direct and urgent in our counsel.  This is why President Trump demands seriousness and reciprocity from our friends here in Europe.  The reason why, my friends, is because we care deeply.  We care deeply about your future and ours.  And if at times we disagree, our disagreements come from our profound sense of concern about a Europe with which we are connected – not just economically, not just militarily.  We are connected spiritually and we are connected culturally.  We want Europe to be strong.  We believe that Europe must survive, because the two great wars of the last century serve for us as history’s constant reminder that ultimately, our destiny is and will always be intertwined with yours, because we know – (applause) – because we know that the fate of Europe will never be irrelevant to our own. 

National security, which this conference is largely about, is not merely series of technical questions – how much we spend on defense or where, how we deploy it, these are important questions.  They are.  But they are not the fundamental one.  The fundamental question we must answer at the outset is what exactly are we defending, because armies do not fight for abstractions.  Armies fight for a people; armies fight for a nation.  Armies fight for a way of life.  And that is what we are defending: a great civilization that has every reason to be proud of its history, confident of its future, and aims to always be the master of its own economic and political destiny.

It was here in Europe where the ideas that planted the seeds of liberty that changed the world were born.  It was here in Europe where the world – which gave the world the rule of law, the universities, and the scientific revolution.  It was this continent that produced the genius of Mozart and Beethoven, of Dante and Shakespeare, of Michelangelo and Da Vinci, of the Beatles and the Rolling Stones.  And this is the place where the vaulted ceilings of the Sistine Chapel and the towering spires of the great cathedral in Cologne, they testify not just to the greatness of our past or to a faith in God that inspired these marvels.  They foreshadow the wonders that await us in our future.  But only if we are unapologetic in our heritage and proud of this common inheritance can we together begin the work of envisioning and shaping our economic and our political future.

Deindustrialization was not inevitable.  It was a conscious policy choice, a decades-long economic undertaking that stripped our nations of their wealth, of their productive capacity, and of their independence.  And the loss of our supply chain sovereignty was not a function of a prosperous and healthy system of global trade.  It was foolish.  It was a foolish but voluntary transformation of our economy that left us dependent on others for our needs and dangerously vulnerable to crisis.

Mass migration is not, was not, isn’t some fringe concern of little consequence.  It was and continues to be a crisis which is transforming and destabilizing societies all across the West.  Together we can reindustrialize our economies and rebuild our capacity to defend our people.  But the work of this new alliance should not be focused just on military cooperation and reclaiming the industries of the past.  It should also be focused on, together, advancing our mutual interests and new frontiers, unshackling our ingenuity, our creativity, and the dynamic spirit to build a new Western century.  Commercial space travel and cutting-edge artificial intelligence; industrial automation and flex manufacturing; creating a Western supply chain for critical minerals not vulnerable to extortion from other powers; and a unified effort to compete for market share in the economies of the Global South.  Together we can not only take back control of our own industries and supply chains – we can prosper in the areas that will define the 21st century.

But we must also gain control of our national borders.  Controlling who and how many people enter our countries, this is not an expression of xenophobia.  It is not hate.  It is a fundamental act of national sovereignty.  And the failure to do so is not just an abdication of one of our most basic duties owed to our people.  It is an urgent threat to the fabric of our societies and the survival of our civilization itself.

And finally, we can no longer place the so-called global order above the vital interests of our people and our nations.  We do not need to abandon the system of international cooperation we authored, and we don’t need to dismantle the global institutions of the old order that together we built.  But these must be reformed.  These must be rebuilt. 

For example, the United Nations still has tremendous potential to be a tool for good in the world.  But we cannot ignore that today, on the most pressing matters before us, it has no answers and has played virtually no role.  It could not solve the war in Gaza.  Instead, it was American leadership that freed captives from barbarians and brought about a fragile truce.  It had not solved the war in Ukraine.  It took American leadership and partnership with many of the countries here today just to bring the two sides to the table in search of a still-elusive peace. 

It was powerless to constrain the nuclear program of radical Shia clerics in Tehran.  That required 14 bombs dropped with precision from American B-2 bombers.  And it was unable to address the threat to our security from a narcoterrorist dictator in Venezuela.  Instead, it took American Special Forces to bring this fugitive to justice. 

In a perfect world, all of these problems and more would be solved by diplomats and strongly worded resolutions.  But we do not live in a perfect world, and we cannot continue to allow those who blatantly and openly threaten our citizens and endanger our global stability to shield themselves behind abstractions of international law which they themselves routinely violate. 

This is the path that President Trump and the United States has embarked upon.  It is the path we ask you here in Europe to join us on.  It is a path we have walked together before and hope to walk together again.  For five centuries, before the end of the Second World War, the West had been expanding – its missionaries, its pilgrims, its soldiers, its explorers pouring out from its shores to cross oceans, settle new continents, build vast empires extending out across the globe. 

But in 1945, for the first time since the age of Columbus, it was contracting.  Europe was in ruins.  Half of it lived behind an Iron Curtain and the rest looked like it would soon follow.  The great Western empires had entered into terminal decline, accelerated by godless communist revolutions and by anti-colonial uprisings that would transform the world and drape the red hammer and sickle across vast swaths of the map in the years to come. 

Against that backdrop, then, as now, many came to believe that the West’s age of dominance had come to an end and that our future was destined to be a faint and feeble echo of our past.  But together, our predecessors recognized that decline was a choice, and it was a choice they refused to make.  This is what we did together once before, and this is what President Trump and the United States want to do again now, together with you. 

And this is why we do not want our allies to be weak, because that makes us weaker.  We want allies who can defend themselves so that no adversary will ever be tempted to test our collective strength.  This is why we do not want our allies to be shackled by guilt and shame.  We want allies who are proud of their culture and of their heritage, who understand that we are heirs to the same great and noble civilization, and who, together with us, are willing and able to defend it. 

And this is why we do not want allies to rationalize the broken status quo rather than reckon with what is necessary to fix it, for we in America have no interest in being polite and orderly caretakers of the West’s managed decline.  We do not seek to separate, but to revitalize an old friendship and renew the greatest civilization in human history.  What we want is a reinvigorated alliance that recognizes that what has ailed our societies is not just a set of bad policies but a malaise of hopelessness and complacency.  An alliance – the alliance that we want is one that is not paralyzed into inaction by fear – fear of climate change, fear of war, fear of technology.  Instead, we want an alliance that boldly races into the future.  And the only fear we have is the fear of the shame of not leaving our nations prouder, stronger, and wealthier for our children. 

An alliance ready to defend our people, to safeguard our interests, and to preserve the freedom of action that allows us to shape our own destiny – not one that exists to operate a global welfare state and atone for the purported sins of past generations.  An alliance that does not allow its power to be outsourced, constrained, or subordinated to systems beyond its control; one that does not depend on others for the critical necessities of its national life; and one that does not maintain the polite pretense that our way of life is just one among many and that asks for permission before it acts.  And above all, an alliance based on the recognition that we, the West, have inherited together – what we have inherited together is something that is unique and distinctive and irreplaceable, because this, after all, is the very foundation of the transatlantic bond. 

Acting together in this way, we will not just help recover a sane foreign policy.  It will restore to us a clearer sense of ourselves.  It will restore a place in the world, and in so doing, it will rebuke and deter the forces of civilizational erasure that today menace both America and Europe alike.

So in a time of headlines heralding the end of the transatlantic era, let it be known and clear to all that this is neither our goal nor our wish – because for us Americans, our home may be in the Western Hemisphere, but we will always be a child of Europe.  (Applause.)

Our story began with an Italian explorer whose adventure into the great unknown to discover a new world brought Christianity to the Americas – and became the legend that defined the imagination of a our pioneer nation.

Our first colonies were built by English settlers, to whom we owe not just the language we speak but the whole of our political and legal system.  Our frontiers were shaped by Scots-Irish – that proud, hearty clan from the hills of Ulster that gave us Davy Crockett and Mark Twain and Teddy Roosevelt and Neil Armstrong. 

Our great midwestern heartland was built by German farmers and craftsmen who transformed empty plains into a global agricultural powerhouse – and by the way, dramatically upgraded the quality of American beer.  (Laughter.)

Our expansion into the interior followed the footsteps of French fur traders and explorers whose names, by the way, still adorn the street signs and towns’ names all across the Mississippi Valley.  Our horses, our ranches, our rodeos – the entire romance of the cowboy archetype that became synonymous with the American West – these were born in Spain.  And our largest and most iconic city was named New Amsterdam before it was named New York.

And do you know that in the year that my country was founded, Lorenzo and Catalina Geroldi lived in Casale Monferrato in the Kingdom of Piedmont-Sardinia.  And Jose and Manuela Reina lived in Sevilla, Spain.  I don’t know what, if anything, they knew about the 13 colonies which had gained their independence from the British empire, but here’s what I am certain of:  They could have never imagined that 250 years later, one of their direct descendants would be back here today on this continent as the chief diplomat of that infant nation.  And yet here I am, reminded by my own story that both our histories and our fates will always be linked.

Together we rebuilt a shattered continent in the wake of two devastating world wars.  When we found ourselves divided once again by the Iron Curtain, the free West linked arms with the courageous dissidents struggling against tyranny in the East to defeat Soviet communism.  We have fought against each other, then reconciled, then fought, then reconciled again.  And we have bled and died side by side on battlefields from Kapyong to Kandahar. 

And I am here today to leave it clear that America is charting the path for a new century of prosperity, and that once again we want to do it together with you, our cherished allies and our oldest friends.  (Applause.) 

RINUNZIARE A ESSERE UNA FEDERAZIONE?Considerazioni sulla difesa dell’ Europa

“Qui in Europa siamo governati in sostanza dagli Americani(…) Non siamo nazioni sovrane (…). Non possiamo decidere sui nostri destini, perché su questi decide Washington”(Klaus von Dohnanyi, ex-Ministro per la cultura e la scienza ed ex-Sindaco di Amburgo)
Sono 80 anni che gli Europei perdono tempo a discutere se sia meglio una federazione o una confederazione, quando i due termini sono stati usati in modo quanto meno promiscuo in tutti tempi e in tutte le lingue (Berith, Lega, Bund, Confoederatio, Confédération, Unia, Union, Confederation, Rzeczpospolita, Sojuz, Savez, Respublika, Federacija, Soobscestvo…). Intanto, l’Europa moderna ha fatto effettivamente insieme ben poche cose, e, spesso, le più interessanti, come cooperazioni fra Stati (Mitropa, Arbed, Concorde, Ariane, Cooperazione allo Sviluppo, BEI, Tornado, Airbus, Eurofighter, Galileo, TGV, Euro)…Oggi, la cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” vorrebbe seguire sostanzialmente quegli esempi. Tuttavia, tutto ciò potrebbe andar bene finché si resti sul piano teorico, mentre, se si arrivasse veramente a una guerra con la Russia, il problema della condotta delle ostilità si porrebbe comunque in modo drammatico, com’è dimostrato dal dibattito in corso in Germania, che ci riporta alla tanto esecrata esperienza dell’Asse, dove il mancato coordinamento fra Italia e Germania (ma anche fra i generali nazisti) aveva portato a una serie di sconfitte: in Africa, nei Balcani, in Russia…
Ricapitoliamo qui di seguito i concetti fondamentali dei dibattiti in corso.


1.L’impossibilità per l’ Europa di vincere la Russia
Come già le invasioni della Russia da parte della Svezia, di Napoleone, della coalizione per la Crimea e di Hitler, un’eventuale guerra fra i “Volenterosi” e la Russia non potrebbe in nessun caso essere vinta,già perché i “Volenterosi” non dispongono di una deterrenza nucleare neppur lontanamente comparabile a quella russa, e gli Stati Uniti hanno chiaramente manifestato l’intenzione di non utilizzare la loro (presumibilmente perché anch’essa oggi inferiore a quella russa: vedi missile Oreshnik), e una guerra in Europa non varrebbe il rischio.
In ogni caso, l’articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico, e tanto meno la parallela clausola dei trattati UE, non potrebbero funzionare, se non altro perché non sono automatica, mentre invece le guerre nucleari post-moderne sarebbero semplicemente istantanee. Come sarebbe possibile discutere a 27 (ma anche solo a sue o tre) l’uso dell’arma nucleare? Per ovviare a questo stallo, si sta cercando di fare della Germania l’ago della bilancia, che oggi non può funzionare perché, attualmente, lo stesso governo tedesco deve astenersi dal voto nell’UE se i ministeri competenti e i partiti partner della coalizione nazionale non riescono a trovare una posizione comune ( un meccanismo noto come “Voto Tedesco”). La richiesta dei Cristiano-democratici ai Socialdemocratici sarebbe quella di consentire a Merz di “assumere il coordinamento fin dall’inizio o di impadronirsene durante il processo se la cancelleria lo ritiene necessario per garantire una posizione coerente del governo”. Si tratta di un’impostazione assolutamente governativa, evidentemente nella previsione che i meccanismi federali europei non vengano implementati in tempi utili. Di fronte a questo sconquasso, Gabriele Segre propone di rinunziare al progetto federalista (che, come scrive Cacciari, non è mai stato preso sul serio da nessuno).
Come abbiamo scritto in precedenza, l’idea di creare una federazione chiamata “Stati Uniti d’ Europa” è sempre stata molto debole, in quanto costituiva una confessione palese di ancillarità esistenziale dell’ Europa nei confronti dell’ America, a cui non poteva che seguire anche un’ancillarità di fatto, da cui ancora non ci siamo liberati.Invece, come scriveva Tocqueville contrapponendola all’ America, l’Europa ha un’eredità di governance fondata sul pluralismo (l’”Antica Costituzione Europea”), con Papa e Imperatore, Ordini e Regni, Monasteri e Leghe, Principati e Comuni, Feudi e Corporazioni…, che, “mutatis mutandis”, potrebbe valere ancor oggi, salvo che nel campo della Difesa.
In quest’ultimo, vale il discorso sulla mancanza di coordinamento e alle caotiche assemblee dei Generali di Hitler. E, lì, sarebbe forse il caso di guardare agli antichi Progetti di Crociata, aggiornati con la parziale automatizzazione dei processi decisionali.


2.Il “trilemma” della difesa nucleare europea
Ancor più problematica è la situazione in campo nucleare. Qui, secondo Foreign Affairs, si tratterebbe di conciliare tre disparati obiettivi: una deterrenza credibile ed efficace contro la Russia; la stabilità strategica, intesa come minimizzazione degl’incentivi per ntutti gli Stati a fare uso per primi delle armi nucleari(first strike); non-proliferazione dagli Stati nucleari ad altri Stati. Secondo Foreign Affairs, questi obiettivi non possono essere raggiunti tutti contemporaneamente. L’unica soluzione efficace sarebbe, a nostro avviso, quella discussa a suo tempo fra Gorbaciov e Mitterrand: una “Casa Comune Europea” in cui Russia ed Europa non rappresentassero più una fonte di minaccia reciproca, perché accomunate da prospettive culturali simili. E’ ancora possibile conseguire questa situazione dopo trentacinque anni di azioni volte costantemente ad attizzare l’odio reciproco? Certo, è difficile, e richiederebbe un lungo processo di avvicinamento, ma meno lungo di quanto lo sarebbe stato nel 1989. Infatti, oggi si tratta in realtà di conciliare due situazioni di fatto e due culture politiche meno lontane di allora. Intanto, oramai, dopo l’utilizzo, da parte di Ursula von der Leyen, dell’ Art. 122 del Trattato di Lisbona per fare passare RearmEurope a semplice maggioranza, l’ Unione si è già mossa decisamente sulla strada di uno Stato militarizzato, com’è attualmente la Russia. Anche gli sforzi del Governo Italiano di introdurre il Premierato vanno nella stessa direzione.
Nel contempo, dal punto di vista ideologico, la Russia ha rivitalizzato il “Russkij Konservatizm”, mentre, nell’ Unione Europea, si è scatenata una vera febbre identitaria (funzioni religiose, bandiere, inni, commemorazioni, eroi), non dissimile dalla Pasionarnost’ che, secondo Gumiliev, caratterizzerebbe l’identità russa. Tutto ciò non incontra più nessuna controspinta sostanziale, né dagli Stati Uniti, che anzi invitano l’ Europa a dare più spazio alle proprie politiche identitarie (vedi Vance), né da parte dell’Unione, che si fa promotrice di manifestazioni sovraniste europee (basate sull’inflazione della bandiera e dell’ inno).
Sarebbe il caso di cogliere quest’occasione di europeizzazione, e sembra paradossale che siano i sedicenti “conservatori” ad opporvisi.


3.L’”Establishment” non crede, e non ha mai creduto a Ventotene.
Come abbiamo scritto, le realizzazioni concrete delle organizzazioni europee, e, in generale, degli Europei insieme, nacquero, non già da un‘ideologia federalista (quale?), bensì da un lavoro sotterraneo dell’America e dall’applicazione delle idee dei Funzionalisti Mitrany e Haas, veicolate dalla “Dichiarazione Schuman” e dai Trattati europei scritti dallo studio americano Allen Overy (l’Europa dei piccoli passi, l’Europa degli Stati).Spinelli e i suoi seguaci avevano seguito un percorso, assolutamente condivisibile, ma del tutto differente, che sarebbe stato ancor più distante se non vi fossero state pressioni di vario tipo (La Malfa, Nenni), per far loro accettare l’inserimento in delle Comunità Europee assolutamente funzionalistiche e atlantiste, e, addirittura, per inserirvisi dal punto di vista personale.
Per parte loro, le politiche europee degli Stati Membri e delle Istituzioni sono state sempre ispirate solamente agl’interessi del “deep State” dei singoli Stati Membri, che non hanno mai avuto l’intenzione di cedere le proprie competenze all’ Europa, ma preferiscono cederle, semmai, come già diceva De Gaulle quando parlava del “Federatore Esterno”, agli Stati Uniti, che, almeno, erano lontani. ReArm Europe segna infine il trionfo dei “deep State” nazionali, che sognano oggi di costruire giganteschi eserciti nazionali, funzionali non già alla difesa dell’Europa, bensì a far primeggiare Germania, Francia, Inghilterra o, rispettivamente, Polonia, all’ interno di un fantomatico “Occidente” che conta sempre meno in un’ottica mondiale, ma salvando così la ragion d’essere delle diverse burocrazie.
Però, con Trump, il velo d’ ipocrisia sui rapporti transatlantici si sta diradando, sì che sta divenendo impossibile continuare ad affermare (come accade ancor oggi) che il legame transatlantico sia compatibile con l’autonomia strategica europea. Infatti, Trump e i suoi ministri attaccano insistentemente l’Europa e l’Unione Europea, si rifiutano d’ incontrare le sue Istituzioni, danno tutta l’impressione di non prendere minimamente sul serio il cosiddetto “ombrello nucleare” dell’ Art. 5, e si propongono espressamente, con i loro dazi, di peggiorare la situazione economica degli Europei , colpevoli di aver “fregato” l’ America. Stanno perfino studiando come addebitare agli Europei i costi della guerra in Yemen, asserendo (assai poco credibilmente) ch’ essa è fatta essenzialmente per tutelare gl’interessi europei.


4.La falsità dell’ “Identità Europea” di Benigni e Vecchioni, ma anche di Meloni.
Noi, che abbiamo difeso l’Identità Europea quando nel ’68, si voleva imporci un internazionalismo privo di radici e che sfociò nel terrorismo – noi, che abbiamo organizzato le manifestazioni studentesche per Jan Palach, per il KOR, per gl’intellettuali ucraini; noi che abbiamo lavorato per 4 anni in quella roccaforte della cultura e del diritto europei che è la Corte di Giustizia a Lussemburgo; noi che abbiamo organizzato centinaia di alleanze fra imprese europee, tra l’altro nei settori della difesa e dell’ aerospazio e nell’ Europa Centrale e Orientale; noi che siamo concentrati da decenni sullo studio della storia dell’ Identità Europea- sappiamo distinguere l’identità autentica da quella fasulla distillata dai gatekeepers e recitata da attori prezzolati, che pretendono vi sia un’unica “Identità Atlantica”(a seconda delle preferenze, con o senza Trump).
In realtà, l’America di Trump, che viene incolpata di ogni male, è l’America di sempre, ma senza l’ipocrisia puritana dei “liberals”. E’ l’America che nasce con il giuramento del Mayflower, dove i membri della Congregazione di Scrooby imposero agli altri passeggeri di giurare loro fedeltà. Essa continuava con la strage delle streghe di Salem, ben descritta ne “La Lettera Scarlatta” di Hawthorn. Nella Dichiarazione d’ Indipendenza si giustificava la loro “conspitacy” contro il Re d’Inghilterra con il fatto che questi parteggiava per i barbari Indiani e per i Canadesi papisti. Si dava per scontata la schiavitù in un momento in cui i tribunali la bandivano dall’ Impero Britannico. Appena resisi indipendenti, gli Americani avviarono il “Trail of Tears”, spossessando gl’ Indiani e deportandoli a Ovest, dove strapparono al Messico la metà del loro territorio, e dove impediscono ancor ora ai latinos di ritornare. Gl’intellettuali come Emerson, Whitman, Friske, Turner, Mead e Willkie teorizzavano il Destino Manifesto degli Stati Uniti di conquistare il mondo con il pretesto di portarvi la libertà. Cacciarono la Spagna da Cuba, da Puerto Rico e dalle Filippine, ma vi instaurarono colonialismo e neo-colonialismo. Finanziarono Trockij, Stalin e Hitler. Fecero esplodere, primi e unici nella storia, due bombe atomiche sulla popolazione civile di un Giappone già sconfitto. Invasero la Corea, il Vietnam, l’Irak e l’Afghanistan. Controllano il mondo intero con le intercettazioni e i social networks, lo occupano da ottant’anni con migliaia di basi, e lo taglieggiano con il signoraggio del dollaro e la monopolizzazione dei commerci. Fin dai tempi dell’invenzione dell’informatica, progettano un impero mondiale delle Macchine Intelligenti, diretto dagli amministratori delegati delle loro multinazionali (l’”America-Nondo” di Valladao). A sua volta, l’intellighentija europea (Dickens, Kafka, Céline, Alvaro, Simone Weil) ha stigmatizzato costantemente lo spirito dell’America come materialista, sfruttatore, volgare, livellatore, anticulturale, associandosi, in ciò, agl’intellettuali indipendenti americani (Boas, Eliot, Pound, Miller, Dos Passos, Chomski)
L’ipocrisia (oggi Biden, domani Trump) ha costituito fin dall’inizio lo strumento principe dei Puritani, che si atteggiano a vittime e liberatori quando invece smaniano per stabilire il loro controllo totale sul mondo. Perciò, nei Paesi conquistati, come l’Europa, i fiduciari dei Puritani si sono presentati fino ad ora come Progressisti. Hanno costruito la loro narrazione occultando il ruolo distruttivo dell’America, innanzitutto nella Rivoluzione Francese, figlia del “Comitato di Corrispondenza” dei rivoluzionari americani, e, poi, quello nelle rivoluzioni dell’ Ottocento e nei totalitarismi. Dunque, “Oportet ut scandala eveniant.”: Trump e i Trumpiani ci stanno aprendo gli occhi sul vero volto dell’America. Suscitando l’entusiasmo degli amministratori delegati e proprietari dei monopoli dell’informatica, fino a poco fa vicinissimi a Biden, e improvvisamente si convertiti a Trump, chiedendogli si schiacciare i seppur modesti tentativi della UE di controllarli e di tassarli.


5.Cercare una via di uscita diversa
A causa di tutto ciò che precede, è sempre più difficile nascondere lo “status” di vassallaggio degli Europei, e, di conseguenza, la natura collaborazionistica dell’ intero “Establishment” . Basti pensare al fatto che l’Unione non viene mai, né menzionata, né nemmeno contattata, dai successivi presidenti americani, che Kaja Kallas è stata fatta venire a Washington con il Segretario di Stato Rubio, che però non si è nemmeno fatto trovare. Nel mondo parallelo del web si sta addirittura ipotizzando che Vance potrebbe venirci imposto come presidente dell’ Europa. Sembra quasi che l’amministrazione USA si sforzi di disgustare l’Europa, per cancellare le precedenti retoriche atlantiste troppo lente e inefficaci, ed eventualmente sospingere l’Europa verso la Russia, in modo da non essere costretta a difenderla.
In questo contesto, si pone il difficilissimo progetto di Giorgia Meloni di “costituire un ponte” fra il trumpismo e la Coalizione dei Volenterosi europei. Ponte che sarebbe teoricamente nella natura delle cose, perché vi è un’obiettiva discrasia fra il preteso “isolazionismo” (ovvero nazionalismo), di Trump e il suo “Europe Bashing”. L’Europa viene vista (in parte giustamente ) dai Trumpiani come una roccaforte “Woke” da annientare, o almeno da conquistare. Tuttavia, le aspirazioni tradizionaliste di MAGA, legate al realismo in politica, al leaderismo, alle radici cristiane, alla libertà di pensiero, porterebbero, sempre teoricamente, a un atteggiamento molto più rispettoso verso l’Europa, radice delle tradizioni americane. Oggi, nei fatti, nessun leader sovranista europeo potrebbe essere veramente trumpiano, perché dovrebbe fare gl’interessi dell’America contro quelli dell’Europa. Questo soprattutto in considerazione del fatto che, in parallelo alle varie battaglie di Trump, e quasi indistinguibile da esse, si sta consumando la mutazione ontologica del mondo attraverso l’azione dei GAFAM, e, in particolare, attraverso l’azione di Elon Musk. Mutazione che dovrebbe costituire il nemico per eccellenza di tutti i Conservatori Europei, sì che non capiamo proprio perché nessuno ne parli, in particolare, i leader sovranisti. Invece, l’atteggiamento doveroso dei veri “sovranisti europei” dovrebbe essere quello indicato, sulla stampa di lunedì , da Asma Mhalla: «È un cittadino che sa di essere un soldato che combatte in una guerra ibrida, invisibile ma costante. Perché tutte le tecnologie hanno un impiego civile esplicito e uno militare non esplicito».