Archivi tag: stellantis

RISPOSTA A CACCIARI, CALDERINI E COTTARELLI: COME SPENDERE IL RECOVERY FUND/NEXT GENERATION?

La Brexit e l’accordo con la Cina segnano un cambio di passo dell’Unione Europea

Massimo Cacciari ha avviato, su vari quotidiani, una campagna di critica all’ attuale assetto politico dell’ Italia. Ha ragione a scrivere, su “La Repubblica”, che siamo di fronte alla “bancarotta di una classe dirigente… esito di una lunga storia nella quale, invece di porre mano, come era necessario, e da molti anche compreso, a riforme  di sistema…siamo andati rottamando allegramente partiti, sindacati e corpi intermedi”.

Eppure, mi sembra che, alla fine, inaspettatamente, cacciarri non voglia trarre nessuna delle conclusioni che ragionevolmente bisognerebbe trarne. Un po’ come facevano i “fascisti di sinistra” e poi il PC quale “partito di lotta e di governo”.

Concordo sul fatto che questa “bancarotta” si evidenzia innanzitutto con l’ incapacità di scrivere un credibile Recovery Plan, sul quale sussiste (in buona o mala fede) una incredibile ridda di posizioni, senza che i veri problemi vengano mai enunziati.Il Professor Cottarelli scrive a questo proposito: ”Dico soltanto che è difficile, guardando dall’ esterno, capire perché non possano trovare un accordo dopo che tanti cambiamenti sono stati introdotti nel Recovery Plan rispetto alla sua versione iniziale”.

Cottarelli non lo capisce perché sostanzialmente ritiene che si tratti solo di personalismi, mentre io credo invece che si tratti di una colpevole deliberata volontà di scaricare su qualcun altro la responsabilità del sicuro fallimento, tanto del Recovery Fund, quanto del Recovery Plan, che si ostinano a non vedere le cose nella loro luce reale, della tecnologia e della geopolitica, bensì in quella del “pensiero unico”, che serve a mascherare il carattere conflittuale della storia.

Intanto, solo un’ impostazione “per subcontinenti” avrebbe potuto evitare già a partire almeno dagli anni ‘30 (sviluppando Paneuropa e il Piano Briand), come è detto nel Manifesto di Ventotene e nella  “Dichiarazione Schuman”, la Seconda Guerra Mondiale e il conseguente declassamento dell’ Europa. E in ogni caso, solo ripartendo in modo energico dai progetti federali europei della Resistenza (Galimberti e Spinelli) e dalle intuizioni imprenditoriali di Olivetti e di Mattei (informatica, energia, sovranità tecnologica) e geopolitiche di De Gaulle e di Servan-Schreiber (“Europa dall’ Atlantico agli Urali”,”Force de Frappe, aerospaziale,TGV), si sarebbero potute evitare, a partire dagli Anni ’60, le incredibili lungaggini dell’integrazione europea, la quale, correndo con parecchi decenni di ritardo rispetto al resto del mondo, arriva sempre fuori tempo massimo per partecipare alle sfide globali (nucleare, bipolarismo, conferenze Macy, Sputnik, Rivoluzione Verde, informatica, Perestrojka, Internet, multipolarismo, social networks, Via della Seta…), e quindi ne viene sistematicamente sconfitta e ostacolata.

Già l’intelligencija, con il Progetto di Pace Perpetua degl’Illuministi, i “Buoni Europei” di Nietzsche e Paneuropa, si era mossa con una lentezza esasperante, denunziata nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire, avallando di fatto la restaurazione e il rafforzamento dei vecchi Stati nazionali, paventati nel Manifesto di Ventotene, non combattuta adeguatamente dal federalismo europeo.

Perciò, non contestiamo il principio dell’attuale sistema decentrato (figlio di quelle antiche riflessioni), fondato su Organizzazioni Internazionali, Organizzazioni europee, organizzazioni regionali, Stati nazionali, Regioni, NUTS 2, NUTS 3, il quale corrisponde ad un’effettiva dislocazione delle esigenze sociali in Europa nel XXI secolo. Non solo: esso rappresenta l’ultima evoluzione di principi particolarmente radicati in Europa, quali espressi nelle opere di Ippocrate, Aristotele, di Dante, Machiavelli, de las Casas, Montesquieu, Proudhon…(cfr. Bruno Frey, Ein neuer Foederalismus fuer Europa: die Idee der FOCJ“, pubblicato per il Walther Eucken Institut).

Ciò che contestiamo è che nessuno di questi livelli funzioni oggi in modo adeguato alle reali esigenze del XXI Secolo, così provocando un totale caos. Basti pensare alla gestione della pandemia (inottemperanza ai protocolli OMS e NATO, nazionalismo e libertarismo nei sistemi di tracciamento, divisione sul rapporto con la Cina, incapacità di creare un vaccino europeo, sudditanza verso Big Pharma, scatenamento dei localismi, lentezza del Recovery Fund…).

E questo deriva dal fatto che   l’attuale struttura europea, compresi gli attuali Stati membri, è stata progettata 75 anni fa con concetti vecchi di 100 anni – in epoche, comunque,  in cui la rivoluzione antropologica indotta dall’informatica non era neppure immaginabile-

Gli Europei avrebbero dovuto almeno curiosare nelle Conferenze Macy, che si svolgevano proprio in quegli anni, o leggere le opere di Asimov. Il mancato aggiornamento ha portato all’ incomprensione di ciò che avveniva intorno a noi. Basti pensare all’intera area della prevenzione delle guerre, al principio di precauzione, dell’illogicità del sistema di alleanze, alle prediche inutili del Club di Roma, alla debolezza del livello europeo, al disconoscimento delle esigenze di organizzazioni “regionali” come il Regno Unito, l’Organizzazione di Visegràd e l’Unione Euroasiatica, alla dispersione delle decisioni sulle migrazioni e sulla pandemia….

E’ chiaro che, nell’ ambito della prossima Conferenza sul Futuro dell’ Europa, tutto ciò dovrà essere seriamente ridiscusso.

Massimo Cacciari, una critica torrenziale, ma nessuna soluzione

1. “Recovery Plan” e “Next Generation”: un’”appropriazione culturale” delle idee del  vero federalismo

Il caso del Recovery Fund/Next Generation è altamente significativo.

Certamente, rispetto al passato, ci sono stati dei progressi, perché almeno si è stati tutti costretti a mettere nero su bianco i nostri obiettivi (cosa che non si faceva più dagli anni ’60, cioè dai tempi del Piano Economico Nazionale di Pasquale Saraceno), e addirittura a coordinarlo con il Quadro Pluriennale 2021-2027 dell’Unione Europea. Tuttavia, non si può non rilevare che, tanto il Recovery Fund europeo, quanto il Recovery Plan italiano, non rispondono affatto alle esigenze del prossimo decennio, perché ignorano totalmente la questione centrale: chi controllerà l’intelligenza artificiale controllerà il mondo, e noi non abbiamo ancora neppure incominciato. Ad esempio, l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, che il Governo avrebbe deciso a Luglio di creare a Torino, nel documento programmatico non è neppure citato. Eppure, esso dovrebbe essere il punto di partenza della riscossa, il centro pensante dell’Autonomia Strategica dell’ Europa.

Ne deriva che il sistema europeo non potrà essere competitivo, né con gli USA, né con la Cina, perché  mancherà delle leve tecnologiche fondamentali per riportare verso l’Europa gli enormi flussi di conoscenza, di tecnologia, di finanza e di business che sono oggi dirottati dai GAFAM e dai BATX. Queste leve sono la difesa, la cultura, ma, soprattutto, l’informatica.

L’attuale Pensiero Unico, figlio annacquato e ambiguo delle vecchie, obsolete, grandi narrazioni, non è in grado, neppure nella sua configurazione europea, le “Retoriche dell’ Idea di Europa”, di dare risposte alle questioni dell’ oggi.  Che senso ha parlare di “Pace Perpetua” mentre tutte le potenze del mondo, a cominciare dai nostri “alleati” americani, perseguono un’incessante corsa agli armamenti super-tecnologici, in cui ci trascinano nostro malgrado? Che senso ha proclamare la “guerra alle diseguaglianze” quando, negli ultimi decenni, da quando è al potere l’attuale classe dirigente, esse sono aumentate di migliaia di volte? Che libertà è quella accettare sempre le imposizioni ideologiche e sistemiche che vengono da Washington? Cosa si sta facendo contro la dittatura tecnologica? Che cosa ha a che fare la Politica Estera e di Difesa europea l’inviare nel Sahel modesti contingenti misti agli ordini dei Francesi, per contrastare le tendenze politiche e culturali dominanti in quell’ area, e così inimicandoci sempre più quelle popolazioni? Non era stato proprio il Generale De Gaulle a inaugurare una politica di liberazione dell’Africa dal colonialismo?

Per questo motivo, l’Europa ufficiale, così come il Governo italiano,  nel tentativo di dare dignità  a documenti “composti ed educati ma sicuramente non brillanti” (come li ha definiti Mario Calderini), si appropriano indebitamente, per abbellire una politica nettamente insufficiente, delle idee di quegli antichi teorici e politici, ma non hanno certo le carte in regola per realizzare quel salto qualitativo che sarebbe invece necessario per uscire dalla “bancarotta” denunziata da Cacciari.

Intanto, mentre noi parliamo di Brexit, di crisi dei governi estone, olandese e italiano, di successione alla Merkel, in America,  Kurzweil sta realizzando la Singularity tecnologica, Musk prepara la migrazione nello spazio e l’installazione sottocutanea di terminali intelligenti, Zuckerberg censura il presidente degli Stati Uniti e la Cina, ha realizzato un sistema di tracciamento infallibile delle pandemie, che le ha valso una decina di punti di PIL in più rispetto all’ Occidente,  e la prima cripto-divisa nazionale, controllata dalla banca centrale.

Il tracciamento del contagio ha permesso alla Cina di guadagnare molte posizioni
rispetto all’ Occidente

2. La lotta alla disoccupazione intellettuale passa per la sostituzione della classe dirigente

Un altro aspetto incontrovertibile della bancarotta dell’attuale classe dirigente è l’incredibile livello della disoccupazione intellettuale: ”I giovani,cui anche una scuola decente è oggi vietata, i giovani per il 60% senza lavoro, sotto-occupati,precari (costretti, cioè, a pregare se vogliono sfangarsela)…”(Cacciari)

Un fenomeno che risulta evidente alla luce di quanto detto sopra, ma di cui, né Cacciari, né Cottarelli, né Calderini, indicano le ragioni. La società europea ha goduto, nel 2° Dopoguerra, degli strascichi del colonialismo e della 2° Guerra Mondiale, che avevano lasciato intatte una serie di funzioni imperiali, di coordinamento, militari, di ricerca, di produzione tecnologica, che sostentavano i ceti politici, intellettuali, funzionariali, accademici, manageriali, che richiedevano alte qualificazioni e permettevano alti redditi.

Tuttavia, con la perdita, da parte degli Europei, del potere reale, queste posizioni acquisite venivano gradualmente erose dalle lobbies filo-americane.Il caso più schiacciante fu, come noto e testimoniato da moltissime fonti, la vera e propria congiura che aveva colpito la Olivetti all’ inizio degli Anni ’60 per aver preteso di produrre il primo personal computer, il “Programma 101”, prima degli Stati Uniti. Se ciò fosse continuato, sarebbe risultato difficile, a medio termine, giustificare un ruolo-guida dell’America sull’Europa nell’ era tecnologica. Questo non andava bene non solo all’ America, ma neanche a tutti coloro che grazie all’ America stavano facendo le loro fortune.

Alla Olivetti di Ivrea erano stati così tolti i finanziamenti delle banche italiane; Adriano Olivetti e il progettista Mario Tchou morirono in circostanze imprecisate e non fu fatta neppure l’autopsia; l’Olivetti fu acquisita da un sindacato dei più importanti finanzieri, che decisero di vendere alla General Electric il reparto elettronica, mentre i dipendenti cercavano di continuare quasi di nascosto la produzione del “Programma 101”. Sta di fatto che, come ha scritto recentissimamente da Paolo Fresco che di quell’ operazione fu un regista,General Electric in questo campo non era particolarmente competitiva”,  non le interessava acquisire la tecnologia dell’ Olivetti (che per altro gli Americani avevano già cannibalizzato, avendone comprate 44.000 esemplari in pochi giorni), bensì di uccidere un concorrente degli Stati Uniti. Nessuno aiutò il team tecnico (restato con la proprietà italiana) a continuare in un qualche modo la produzione.

Nel corso dei decenni, le posizioni lavorative interessanti che prima occupavano degli Europei (per esempio quelle di Olivetti o di Tchou) sono state trasferite, prima, in America, e,  poi, un po’ dovunque: in Cina, Israele, Russia, Paesi arabi, India, Giappone…E’ chiaro che adesso non c’è più bisogno delle stesse posizioni in Europa. Orbene, quando vengono meno le posizioni apicali, anche tutto ciò che segue (tecnostrutture, occupazione operaia, indotto, cultura, lusso, moda, turismo) vengono gradualmente a mancare.

Come farà l’Europa a inserirsi nei giochi geopolitici, culturali, scientifici, tecnologici ed economici di questo decennio, senza queste necessarie infrastrutture intellettuali? Solo un ricambio completo della cultura dominante, del personale accademico, politico e manageriale potrà permetterle di rientravi.

Guardiamo alle trasformazioni del mondo, non al nostro ombelico

3. La pretesa di quantificare l’impatto del Recovery Plan è ridicola

Anche le considerazioni previsionali del Recovery Plan si rivelano  inutili soprattutto perché anche non osano dire la verità sulle nostre debolezze (cioè sulla nostra dipendenza tecnologica).Ne consegue che anche quelli che sembravano un tempo salutari vincoli per governi nazionali ideologizzati e demagogici si rivelano anch’essi delle foglie di fico. Prendiamo come esempio le valutazioni d’impatto dei piani europeo e, rispettivamente, italiano, “Una visione puramente ex-ante e vaga, con cui per esempio si afferma che il complesso delle riforme previste, secondo il modellino del Mef, produrrà un aumento del pil dell’ 1%. Questi sono esercizi inutili, cui nessuno crede più e che non hanno nulla a che fare con la rendicontabilità politica delle azioni.” (Calderini).

Tanto è vero che l’esigenza della previsione della crescita del PIL l’ha abbandonata pure la roccaforte mondiale della programmazione economica, il Piano Quinquennale cinese, su cui evidentemente Calderini ha gettato un occhio. Il Piano, nonché la “Vision 2035” che ne costituisce un corollario, dovrebbero infatti essere consultati da titolo a titolo informativo, per vedere come si può fare, nel 2021,  una progettazione economica al contempo flessibile e credibile. Vi leggiamo principi di carattere qualitativo:

“Sostituire alla crescita rapida quella di alta qualità;

Espandere la  domanda  interna, senza cessare di sostenere i mercati internazionali di esportazione;

Guidare la modernizzazione  coll’ innovazione e i progressi nella tecnologia;

Promuovere una produzione di alta qualità, intelligente ed ecologica.”

Incuranti di tutto ciò, Conte e Renzi duellano invece per l’egemonia (l’uno fresco della benedizione di Trump, l’altro candidato a Segretario Generale della Nato); nel Nord Europa,  i “frugali” Rutte e Ratas sono costretti a dimettersi per “italianissimi” scandali, così come la “stabilissima” Germania si chiede chi sarà il suo prossimo primo ministro dopo le dimissioni della Merkel.

Tuttavia, inspiegabilmente, secondo Cacciari, la tanto deprecata “bancarotta  della classe politica”, nonostante quest’estensione paneuropea, e nonostante quelle sue profonde radici storiche e culturali, sarebbe magicamente superabile con “un sogno” :”gli attuali alleati di governo, eliminato Renzi, che giurano solennemente di aver capito la lezione, che concordano per la ripresa di un disegno di riforme istituzionali e amministrative del tutto abbandonato, e danno così vita a un’intesa oltre l’attuale emergenza e anche l’attuale legislatura”

Nulla di tutto ciò può evidentemente bastare. Resterebbe comunque l’arretratezza culturale e tecnologica, la subordinazione all’ America, un’assurda dispersione di competenze, la selezione alla rovescia delle classi dirigenti, il “carattere totalmente anaffettivo” del piano, che, come scrive Calderini, è “sideralmente distante da un’idea di società attiva, partecipante e protagonista su cui riporre fiducia”.

Ci vorrebbe invece una cultura diversa, veramente mondiale (che spazi fra i Veda, i San Jiao, Buddha, l’Islam…), e, al contempo, veramente europea (la Bibbia e Ippocrate, Erodoto ed Eschilo, San Paolo e Sant’Agostino, Averroè e San Tommaso, Dante e Cartesio, Pascal e Hume, i Gesuiti e gl’Illuministi, Nietzsche e Freud, Jung e Galimberti, Michels e Pareto, Heisemberg e Feyerabend,  St. Exupéry e Sol’zenicin…). Occorrerebbe  poi liberarci dalle forzature della storia, con un Pericle “democratico”, il Diritto Romano origine dello spirito borghese, il monachesimo e i comuni culle della modernità, Lutero, Voltaire e Jefferson  progressisti,  gli Americani antitotalitari e liberatori, il Piano Marshall taumaturgico; liberismo, socialismo e keynesismo quali unici modelli economici…

Solo una classe dirigente con una cultura veramente internazionale e a-ideologica potrebbe comprendere gli sviluppi delle società contemporanee, ed intervenire drasticamente là dove veramente occorre –vale a dire  a livello europeo-. Da una profonda riforma del sistema europeo deriverebbe anche un adeguamento di quelli nazionali, non più racchiusi negli sterili gusci otto-novecenteschi, bensì aperti a una “poliedrica” identità europea e mondiale del secolo XXI.

Occorrerebbe guardare con occhi geopolitici ed europeisti le realtà di oggi, per esempio il gruppo automobilistico “eurocentrico” Stellantis, con sede in Olanda, azionisti la Exor olandese, la famiglia Peugeot, lo Stato Francese e quello cinese, e con la cogestione in Opel. Non è una forma di “globalizzazione”, bensì di “europeizzazione”. Questo è un gruppo destinato a competere con altri gruppi eurocentrici, come la Volkswagen. L’Unione Europea sta curandone effettivamente gl’interessi, per esempio attraverso il recentissimo trattato con la Cina che ha messo al sicuro i recenti accordi con la Cina. Anche il Governo italiano ha espresso un interesse a entrare nella compagine azionaria (per esempio, convertendo in azioni il prestito di 7 miliardi fatto alla FCA).In quest’occasione, si potrebbe finalmente introdurre anche negli stabilimenti italiani quella cogestione che c’è oramai in tutta Europa, tranne che in Italia.

E’ un modello che dovrebbe essere seguito per tutti i “campioni europei”, a cominciare dal settore digitale.

1/1/2021:SORPRESA!

LA CINA STA GIA’ ATTUANDO L’ACCORDO CON LA UE SUGLI INVESTIMENTI

La Cina è il primo depositante di brevetti internazionali

C’è qualcosa di stupefacente nel trattato fra UE e Cina siglato il 31/12/2020: nonostante ch’esso non sia ancora neppure reso pubblico nella sua integralità, e ch’esso debba ancora essere ratificato dal Parlamento Europeo e dall’ Assemblea del Popolo cinese, la Cina lo sta già in gran parte attuando, e andando, addirittura al di là del trattato stesso. Infatti, contemporaneamente alla firma del trattato, sta entrando in vigore un ampio “pacchetto” di nuove norme, che sta rifacendo  da cima a fondo tutto il diritto civile, commerciale e della proprietà intellettuale.

COSCO sta facendo del Pireo il più grande porto del mondo

1. Gli emendamenti alla legislazione sulla proprietà intellettuale:

Da noi è ancora diffuso il mito secondo cui i Cinesi “copierebbero” i prodotti occidentali e, per dirla con Trump “ruberebbero la loro proprietà  intellettuale”. Orbene, non solo nei settori dell’informatica, dell’ aerospaziale, delle telecomunicazioni, delle ferrovie e  automobilistico, la Cina  costituisce l‘assoluta avanguardia, ma, addirittura,  essa è il Paese con il maggior numero di brevetti sul piano mondiale. Quest’attenzione quasi ossessiva per la proprietà intellettuale è dimostrata dall’ ennesima riforma delle legge sui brevetti e sui diritti d’autore.

Vediamo succintamente le principali riforme in corso:

a.Brevetti: Sono stati allungati i termini della tutela, sono stati facilitati i brevetti farmaceutici e di progetto.

b.Diritto d’autore: L’indennizzo per la contraffazione può arrivare a 5 volte il danno provocato. Viene invertito l’onere della prova e rafforzati i poteri interdittivi del giudice.

c.Contabilità e fisco: Sono stati aggiornati i principi contabili e allungata la lista delle attività che godono di agevolazioni fiscali, che oggi superano le 1200.

E’ aperta ai commenti (secondo le prassi UE) la nuova legge sulla proprietà intellettuale
(il GDPR cinese)

2.Nuovo codice civile: Si è passata dall’ approccio “nordico” o “anglosassone” delle “grandi leggi”, a quello romanistico di un unico codice. Un grande contributo è stato dato dall’Università Tor Vergata di Roma.

3.Legge sulla privacy: E’ appena finita la consultazione pubblica sulla legge sulla privacy, ispirata al DGPR europeo. In questo senso, ha ragione Ursula von der Leyen, nell’ affermare che l’Unione Europea si pone (almeno in questo campo) quale “trendsetter del dibattito mondiale”. Peccato che, come dimostrato dalla seconda sentenza Schrems, il DGPR sia sistematicamente frustrato dall’applicazione extraterritoriale della legislazione americana (che si  applica anche ai dati acquisiti, processati o immagazzinati all’estero dalle multinazionali americane).

Oltre a quella americana, anche le leggi europea e cinese affermano la propria applicazione extraterritoriale. Peccato però che, mentre in Cina quest’applicazione è possibile perché la gran parte dei dati dei Cinesi è immagazzinata in Cina, o sotto controllo cinese, la grande maggioranza dei dati europei è immagazzinata in America, o sotto controllo americano, sì che, di fatto, ad essi si applica la legislazione americana, diametralmente opposta, che, anziché imporre la “privacy”, impone la sorveglianza di massa (per giunta, sui dati altrui).

La Volkswagen possiede da quest’anno le proprie fabbriche in Cina al 100%

4. I trattati sono per loro natura bilaterali e reciproci

Il dibattito in corso sull’accordo con la Cina sui giornali occidentali, fondato su considerazioni esclusivamente politiche, se non propagandistiche, dimostra una volta di più l’incapacità della nostra classe dirigente a comprendere, non diciamo a padroneggiare, questo XXI secolo.

Sicuramente, è doveroso che un dibattito vi sia. Infatti, non v’è dubbio sul fatto che il trattato sollevi molte e importanti questioni sul futuro, non solo della Cina e dell’ Europa, ma del mondo: che cosa significhino “multilateralismo”, “multiculturalismo” e “multipolarismo”; se oggi sia ancora lecito, come fa Biden, a proporre delle alleanze “contro” qualcuno; come può l’ Europa difendere la sua economia dalle barriere occulte imposte dall’ America (no ai missili intercontinentali, no alle piattaforme web, no alle grandi società di servizi) e dai colossi naturalmente popolanti il mega-mercato cinese.

Ed è anche vero che l’Europa fa bene, da un lato, a discutere con tutti, e, in particolare, con il Paese che di fatto si sta rivelando il più influente in questo XXI secolo, ma, dall’ altrio, a mantenere alto il livello del dibattito, dove sono in gioco il futuro dell’uomo, i suoi diritti, la sua salute, la difesa della natura. Una volta tanto, complimenti alla von der Leyen e a Michel (senza ignorare che dovranno ancora affrontare una dura battaglia in Parlamento).

Tuttavia, tutto ciò va fatto sulla base di una visione realistica dei fatti: tecnici, economici, sociali, ma prima di tutto, culturali, filosofici e storici.

Intanto, i trattati sono per loro natura bilaterali e reciproci, altrimenti torneremmo ai “Trattati Ineguali” di cui tanto si lamentano i Cinesi. Invece, qui sembrerebbe che il principale obiettivo del trattato avrebbe dovuto essere quello d’imporre alla Cina strutture economiche ch’essa esita ad adottare, principi giuridici ch’essa non intende accettare, e, infine, un indebolimento della propria competitività complessiva, che sarebbe comunque inaccettabile per chicchessia. Se questo fosse stato l’obiettivo, la Cina non l’avrebbe certo accettato, perché i trattati debbono giovare ad entrambi i contraenti (“essere win-win”).

In realtà, il trattato non si limita a imporre alla Cina riforme (che tra l’altro la Cina sta già attuando), bensì chiede garanzie anche all’ Europa: in particolare la garanzia di poter investire in Europa, senza essere attaccati e danneggiati sotto vari pretesti, come nel caso dei porti italiani, delle Huawei e della ferrovia Belgrado-Budapest e del ponte di Peljesac.

Garanzie che servono subito, se riteniamo utile per l’economia che i Cinesi investano sui porti italiani e sull’ IVECO, e che non siano cacciati dal mercato europeo delle telecomunicazioni, rovinando, prima di tutto, l’industria europea che con essi collabora (come la Ericson, che ha addirittura minacciato di lasciare la Svezia se questa dovesse accedere al bando di Huawei.

La Cina e l’India sono state da sempre i maggiori produttori del mondo

5.La Cina spiazza l’Occidente

E, infatti, le cose non stanno certo come le descrive il mainstream. La Cina sta producendo molte più trasformazioni di quelle che stia realizzando l’ Europa, e lo fa in modo molto deciso, efficace e al contempo utile per se stessa. Il nocciolo centrale di queste trasformazioni sta nell’inserirsi criticamente nei trends in corso in Occidente, ma addirittura “scavalcando” (“leapfrogging”) i propri concorrenti sul loro stesso terreno. Per questo, essa supera tutte le supposizioni degli Occidentali, e le rende di fatto  irrilevanti nel momento stesso in cui le avvera. Quello che gli Occidentali chiedono, lo sta già facendo, ma i risultati non sono quelli attesi, perché gli Occidentali non hanno mai capito come stanno veramente le cose.

Questa crescita inevitabile,  viene descritta, strumentalmente, come una sorta di imposizione al resto del mondo, ma, a parte il suo carattere “naturale” (data la dimensione della Cina), essa si può rivelare come una benedizione per  il resto del mondo, perché rimette in circolo quei valori e quegli atteggiamenti propri dell’ Epoca Assiale (cfr. Jaspers, Assmann), che furono condivisi per millenni dalle civiltà estremo-orientale, medio-orientali, indica, classica e giudaico-cristiana, e che il postumanesimo vorrebbe (inutilmente) cancellare. Solo l’ alleanza fra quelle tradizioni culturali potrà dare all’ Umanità la forza di non macchinizzarsi, bensì di “ringiovanire”(come dice Xi), per affrontare insieme l’urto delle macchine intelligenti, come fanno gli eroi delle “anime” giapponesi.

6.Come “leggere” il Trattato?

La stupefacente durata delle trattative per il CAI  rivela la tetragona volontà di quanti, in Cina e in Europa, l’hanno voluto in tutti questi anni (in primo luogo, Angela Merkel). Forse più numerosi di quanto non si pensi. Ma fa immaginare anche quanto sia stato difficile aggiornarlo al continuo cambiamento degli scenari. Nel frattempo, la Cina, da Paese in via di rapida industrializzazione, è divenuto un Paese altamente industrializzato, che sta cancellando la povertà e raggiungendo le vette della civiltà tecnologica. Se, all’inizio, l’Europa le applicava parametri tratti dalle prassi dell’aiuto allo sviluppo e degli ACP, oggi, essa è costretta a fare le ben diverse  rivendicazioni, perchè oggi è l’Europa il Paese in via di rapida deindustrializzazione

Ne consegue che le rivendicazioni che l’Europa non poteva non fare sette anni fa, contro il “dumping sociale”, contro la pirateria brevettuale, contro i privilegi delle imprese di Stato, non hanno oggi più senso. Oggi, la competizione con la Cina non è più sul costo del lavoro, bensì sulle economie di sistema, sull’ efficienza, sull’alta tecnologia…Ma,andando ancor più in fondo, non c’è più competizione. Proprio perché l’Europa e la Cina di oggi sono così diverse, c’è fra loro un’impressionante complementarietà:

-se l’ Europa perde popolazione e non sa dove vendere i suoi prodotti, la Cina è il Paese più popoloso del mondo, dove più di un miliardo di persone si stanno aprendo ai prodotti sofisticati  classicamente europei;

-se la Cina ha degl’imbattibili colossi dell’ alta tecnologia (Huawei, ZTE, Alibaba, Tencent, Baidu), l’ Europa non ne ha più praticamente nessuno, sì che ha bisogno di partners, o almeno di diversificare il proprio parco fornitori.