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FARE I CONTI CON LA STORIA (ECONOMICA)

Ricchezza dell’ Italia Preromana

COMMENTO ALL’ARTICOLO DEL 10 DICEMBRE DI CARLO BASTASIN SU LA REPUBBLICA

L’articolo del 10 dicembre, con cui l’autore richiede una “Conferenza di Alto Livello sull’ economia italiana degli ultimi 70 anni”, s’ inserisce in un trend giornalistico di fine 2021,  in cui penne di primissimo piano dell’ establishment hanno espresso (finalmente) una crescente autocritica nei confronti dell’attuale sistema politico-sociale italiano, chiedondone una rivisitazione radicale (Bastasin, appunto, sulle scelte sistemiche; Giannini, sulla distruzione della cultura del lavoro; Di Nicola, sulle chiusure aziendali, Fabbrini, sulla gestione delle emergenze;Cacciari, un poco su tutto).

Concordiamo fermamente con la richiesta di Bastasin, perché quella rivisitazione è proprio ciò che avevamo costantemente proclamato essere urgente fin dall’ inizio delle nostre attività:-nell’ industria, nell’ editoria e nella pubblicistica-, senza essere mai ascoltati proprio da quest’”establishment” che ora reclama una generale autocritica. Purtroppo, quella che stanno facendo ora è una sorta di “cura omeopatica”, che inietta dosi di potenziate di critica, per garantire che la sacrosanta ribellione non raggiunga mai il livello critico.  

La villa romana, campo di applicazione primaria dell’ Oikonomìa

1.Assenza di una visione complessiva (filosofica)

Obiettivo centrale della campagna di autocritiche: prevenire l’emergere, nel pubblico della consapevolezza che, a monte di tutte le valutazioni di carattere sociale, sono necessarie  delle valutazioni filosofiche, o, ancor meglio, storico-filosofiche (che ora mancano), e che, pertanto, senza una storia e una filosofia “autentiche”, non inficiate dalle lobbies e dalla politica, non si riuscirà a capire,  intanto,  non solo perché ci sia quest’interminabile crisi, ma, anche e soprattutto, come dovrebbero essere, invece, l’ Italia e l’ Europa.

Per Aristotile, tutta l’ economia si divideva in due branche fondamentali, l’ “Oikonomìa” propriamente detta, vale a dire la gestione del proprio fondo agricolo, e la “Chrematistiké”, la tecnica finanziaria. Ambedue costituivano parti dell’etica, che, a sua volta, era una branca della filosofia. Infatti, il perchè di una scelta economica (o finanziaria) andava ricercato in considerazioni di valore (cfr. Grecchi, “Il Filosofo e la politica”). Ovviamente,  non vi era, allora, fra queste valutazioni fatte nel contesto delle repubbliche aristocratiche greche ( di orientamento militaristico e schiavistico) alcuna considerazione per la crescita del PIL, bensì altre considerazioni, relative al cosiddetto “bene vivere”(“eu zen”).

Anche per i teologi medievali, la validità delle scelte economiche era legata a considerazioni superiori, di carattere etico, mediate dal concetto di una  “missione” dei vari ceti sociali (Bellatores, Oratores, Aratores (Adalberone di Laon).

Nell’ antica Cina, i “legisti” suggerivano ai sovrani le riforme economiche sostanzialmente in funzione dell’efficienza bellica (cfr. Han Fei, il Signore di Shan). I primi a studiare l’economia come scienza autonoma, anche in base ai dibattiti intervenuti  in Cina, furono i Gesuiti e, di riflesso,  gl’Illuministi, come Quesnais, che suggeriva d’imitare l’efficienza dello “stato minimo” cinese, estremamente centralizzato ma basato su un numero proporzionalmente limitato di funzionari (“Du Despotisme de la Chine”).

Nella cultura borghese anglosassone, la ricchezza e le virtù borghesi viaggiavano accoppiate (l’”etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Weber). Proprio sulla base dell’esperienza americana, Saint-Simon credette di poter costruire una “Nuova Società Organica” fondata sulla religione della scienza (le “Cathéchisme des Industriels”, o “Nouveau Christianisme”), che è ancora al fondo del nostro mito dello “Sviluppo”, che, nonostante tutte le smentite, è tutt’ ora duro a morire. Secondo Marx, un approccio scientifico alla realtà avrebbe portato, con il socialismo, a una moltiplicazione inedita della produttività, la quale avrebbe permesso, a sua volta, di soddisfare tutti i bisogni umani, creando così sostanzialmente proprio la “Nuova Società Organica” profetizzata da Saint-Simon: il comunismo.

Questo determinismo marxiano fu poi ripreso surrettiziamente nella Teoria dello Sviluppo di Thurow, la cui “interpretazione autentica” è stata alla base  della competizione fra le varie scuole economiche del ‘900: liberismo, keynesismo,neo-marxismi.

A mio avviso, nessuna società assomigliò mai a nessuno degli schemi teorici di quelle tre scuole, né mai vi assomiglierà. Infatti, nelle società liberaldemocratiche, il controllo dello Stato sull’ economia oscilla comunque intorno al 50% (imposte, demanio dello Stato, Pubblica Amministrazione, sicurezza, industria aerospaziale e della difesa, reti e telecomunicazioni, incentivi, welfare, trasferimenti territoriali,  aiuto allo sviluppo), sicché esse sono,  a dispetto dell’ ideologia, delle “economie miste”. Nelle società socialdemocratiche, il “deficit spending” keynesiano genera un crescente debito, che normalmente viene distrutto alla fine mediante la guerra (i casi della Germania nazista e, sopprattutto, degli Stati Uniti, apparentemente divergenti, convergono in realtà su questa constatazione: è il  “keynesismo militare”, oggi nuovamente al centro dell’ economia mondiale per effetto del conflitto USA-Cina-Russia).

Com’ è già stato detto abbondantemente, il cosiddetto “comunismo” dei Paesi del “blocco socialista” era in realtà un capitalismo di Stato; per poter accrescere la produttività (com’è avvenuto invece poi in Cina), gli mancavano: le economie di scala; una  cultura millenaria; un leader incontrovertibile; l’informatica; l’interazione fra Stato e mercato, fra economia nazionale e commercio internazionale. Anche lì, la centralizzazione non poteva essere totale: vi era la proprietà privata degli appartamenti; la proprietà cooperativistica; la proprietà delle Repubbliche, delle Repubbliche Autonome, degli Oblast, delle città; le società del commercio internazionale; in alcuni Paesi, le imprese autogestite..

Tra l’altro, l’identificazione fra “socialismo reale” e “comunismo”, legittimata dalla titolazione del “Manifesto dei comunisti”, non è mai stata propriamente marxiana, perché per Marx, comunismo primitivo, società feudale, capitalismo, socialismo e comunismo, erano fasi ben distinte della storia umana, fra loro ben distanti nel tempo. In particolare, per arrivare al comunismo, si sarebbero ancora dovute attraversare le rivoluzioni nazionale e  borghese, il capitalismo, la rivoluzione socialista e la fase dell’estinzione dello Stato : un periodo ben lungo e complesso-.

L’Italia medievale, centro
della ricchezza d’Europa

2. La ricchezza dell’ Italia

Se i sistemi economici non sono mai corrisposti agli schemi artificiali elaborati dagli economisti e dai politici, neppure le ideologie economiche  hanno mai  costituito delle valide metodologie per lo studio delle realtà effettuali, per  il quale servono maggiormente la statistica e lo studio dei documenti storici (oltre che dell’ esperienza pratica nella gestione delle imprese).

Le ideologie (siano esse sviluppista, marxista, keynesiana, neoliberista, ordoliberale), non sono mai riuscite a spiegare in modo convincente i due opposti e convergenti paradossi dell’(apparente)  benessere degl’Italiani e della crisi permanente a partire dal 1973

La (passata) ricchezza dell’ Italia non derivava, come assurdamente ci è stato fatto credere, dal Piano Marshall e dal Miracolo Economico, bensì da una millenaria tradizione, che ha fatto dell’Italia, come delle Pianure Centrali della Cina, un baricentro dell’ economia intercontinentale. Semmai, il Miracolo Economico era stato quello degli Stati Uniti, che, grazie alla guerra vinta, avevano raddoppiato il PIL.

Del resto, basta muoversi attraverso una campagna o una città italiana per incontrare segni di un’opulenza antica, che nulla ha a che fare con il “Miracolo Economico”, ma piuttosto con la vita nelle “domus” romane o con i quadri di Piero della Francesca.Ovunque, troviamo ancora campagne coltivate come opere d’arte sul modello delle pitture pompeiane e medievali, ruderi greci e romani, borghi annidati nei punti più panoramici, castelli medievali, chiese  antiche, ville rinascimentali, musei locali, parchi e giardini …

Risulta evidente che già molte migliaia di anni fa vivevano in Italia  prosperi nomadi, potenti castellani, sapienti contadini, raffinati chierici, mercanti cosmopoliti, artisti di valore universale: un popolo intero attento alla natura e alla bellezza. Già nel 2° Millennio a.C. l’Italia veniva considerata (per esempio nell’Odissea), un paese mitico, popolato da dee e giganti, verso cui s’indirizzavano i naviganti fenici e micenei. Nel 1° millennio, vi fiorirono una delle prime grandi civiltà urbane (quella nuragica),  l’industria metallurgica etrusca, una pluralità di centri politici e di civiltà.

Nel 1° Secolo d.C., l’Impero Romano veniva già considerato dalla stessa Cina come un Paese dello stesso livello di grandezza e potenza del Paese di Mezzo (“Da Qin”), che tutti (Bizantini, Germani, Arabi, Slavi, Turchi) avrebbero continuato a imitare (la “Seconda Roma”; l’Impero di Nazione Germanica; “Rum”; la “Tretij Rim”;il ”Beylerbeylik-e-Rumeli”) ; nel Medioevo, l’Italia era il baricentro dei commerci con l’ Islam e con l’Estremo Oriente (Caffa; Galata; Cipro; Creta); nell’ Età moderna, il centro della Chiesa e della cultura europea, e il luogo di partenza dei grandi esploratori, come Giovanni da Pian del Carpine, Odorico da Pordenone, Marco Polo, Giovanni da Montecorvino, Cristoforo Colombo, Giovanni Pigafetta, Amerigo Vespucci, i Fratelli Caboto, Matteo Ricci, Giovanni Castiglione).

Quando si decise di creare un unico Stato italiano, questo già era divenuto fin da  subito uno dei principali attori della politica internazionale, partecipando alle due Guerre Mondiali anche come uno dei maggiori produttori di armamenti.

Lo sforzo autarchico dei Governi dell’ era nazionalistica, secondo cui ogni nazione doveva avere la sua banca centrale e il suo esercito, la sua industria pesante e la sua industria leggera, le sue banche e le sue assicurazioni (“Terra, Mare, Cielo”), portò a una forzatura delle vocazioni tradizionali (agricole, commerciali, culturali, religiose, militari) dell’ Italia , creando, di converso, l’eredità di un ingente patrimonio industriale, materiale e immateriale (produzione di navi, aerei, carri armati, divise, scorte, surrogati “autarchici”), che dopo la IIa Guerra Mondiale, poté essere convertito rapidamente in industria di largo consumo (nautica da diporto, lanciatori, automobili, abbigliamento, materiali sintetici), permettendo così (come illustrato brillantemente da Eichengreen),una ricostruzione rapida dell’ economia, per altro parallela a quella dei Paesi vicini, anche se con un’ incidenza quantitativamente più ridotta, di quella dei Paesi vincitori (USA  e Unione Sovietica).

Invece, la dottrina economica “mainstream” ci ha descritto e continua a descrivere tutto ciò come l’effetto congiunto del liberismo americano e del Piano Marshall, in modo da magnificare gli effetti taumaturgici dell’economia “occidentale”. Comunque, questa spinta si esaurì in ogni caso entro 30 anni (le famose “Trente Glorieuses”), con la crisi energetica del 1973, senza che l’Italia, a differenza della Francia e della Germania, si creassero le basi per una potenza duratura dell’industria nazionale.

Quindi, lungi dal costituire un modello da imitare, quegli anni rappresentano una grande occasione sprecata per dare all’ Italia una solida base economica. Tali solide fondamenta, basate su una visione realistica delle debolezze dell’ Europa in un Occidente dominato dagli USA,  che a me sembra siano strettamente legate alla scelta, da parte del “capitalismo renano” (Albert),  della cogestione delle aziende, che ha permesso di impedire la delocalizzazione dei centri pensanti dei grandi gruppi, e delle tecnologie d’avanguardia e militari. Significativi i casi della Volkswagen, della Daimler e della PSA, le quali, da ambite prede per i mercati finanziari, si sono trasformate nei gruppi più forti a livello mondiale, semplicemente gestendo i grandi mergers and acquisitions, non già nell’interesse dei gruppi finanziari di riferimento, bensì in quello nazionale. E’ significativo, infatti, che, fra FCA e PSA, il comando spetti a quest’ultima, come pure che , “alla faccia” delle accuse di protezionismo rivolte alla Cina, la Volkswagen e la Daimler controllino al 100% le loro fabbriche cinesi, mentre è stato bloccato l’accesso di gruppi stranieri al controllo delle holding tedesche.

Quindi, non è affatto vero che la delocalizzazione porti necessariamente alla chiusura delle grandi imprese europee, che, o delocalizzano, o vengono acquisite da imprese extraeuropee.Anzi, è possibile il contrario, con le holding delle grandi imprese francesi e tedesche che restano nei loro territori e acquisiscono società produttive un po’ ovunque, quindi anche in Italia, dove quelle politiche protettive non ci sono mai state.

Che senso ha in Europa la politica autarchica?

3. Il divieto delle delocalizzazioni

Per i politici italiani, l’unico problema delle delocalizzazioni sembrerebbe essere costituito dalla (inevitabile) chiusura di singoli stabilimenti, con la conseguente loro perdita d’immagine. Invece, lo spostamento all’ estero della nazionalità o residenza degli azionisti, poi della sede fiscale, legale e operativa, del gettito fiscale, del team dirigenziale, degl’impiegati amministrativi, tecnici e commerciali, sembrano politicamente irrilevanti, e, anzi, vengono agevolati, com’è successo nel caso della FIAT, dove prima si è cambiata la nazionalità degli azionisti, poi si sono scelti manager stranieri, si sono spostate le varie sedi senza conseguenze fiscali rilevanti, si sono fatte le riunioni in America, poi si è ceduto tutto ai Francesi, chiudendo quel che rimane in Italia.

Il caso più schiacciante è quello dello stabilimento Aspera di Riva di Chieri, chiuso qualche giorno fa dopo 30 anni di sopravvivenza senza giustificazione. L’Aspera Frigo, fabbricante di compressori per frigoriferi, era stata acquistata dalla FIAT perché questa, dopo la IIa Guerra Mondiale, produceva pure i frigo. Avendo cessato da tempo questa produzione, la FIAT la cedette per gradi, negli anni ’80 dell’ Ottocento, al principale colosso americano, la Whirlpool. Anche questa, per altro, era scarsamente interessata ai compressori, e pertanto cedette lo stabilimento alla controllata brasiliana Embraco, la quale, contrariamente a quanto si dice, non trasferì la produzione in Slovacchia, bensì costruì vari nuovi stabilimenti, fra i quali il principale è quello cinese. La produzione nello stabilimento slovacco incrementò semplicemente perché equidistante fra Brasile e Cina, e quindi logisticamente più comodo.Infine, l’Embraco è stata ceduta ai Giapponesi, che hanno accettato l’acquisto a condizione dell’esclusione dello stabilimento di Riva di Chieri, considerata non utile. Come si potrebbe definire, questa,  come una “delocalizzazione”? Nessuno ha deciso di spostare altrove lo stabilimento di Riva di Chieri, che, avendo produzioni da anni ’70, nel 2022 non sarebbe più interessante per nessuno(quand’anche i macchinari non fossero già stati venduti), e di conseguenza, tenendo presente la protezione dei lavoratori, è stato semplicemente depotenziato lentamente nel corso dei  decenni dai suoi svariati proprietari, fino alla definitiva chiusura. Tra l’altro, si era anche tentato di trovare industriali interessati a produzioni diverse, ma i nuovi investimenti non si sono mai concretizzati.

Questo dimostra che la legge in via di gestazione per rendere difficili le delocalizzazioni ben difficilmente si applicherebbe a  casi come quello dell’ Embraco, che sono molto frequenti, perché qui non c’è nessun produzione da spostare, e quindi non si può addebitare alcuna multa.

In effetti, come dicevamo, per evitare le delocalizzazioni si potrebbero fare tante cose, ma questa è una delle più inutili:

a)creare nuove produzioni, più adatte ai tempi;

b)riqualificare i lavoratori per le nuove professioni digitalizzate;

c)aiutare le imprese italiane a delocalizzare la produzione rafforzando il management, lòa finanza, pa progettazione, la logistica, il trading, ecc…;

d)nazionalizzare le imprese che si vogliono semplicemente dismettere, cedendo le azioni ai lavoratori.

Le eccellenze italiane non sono state sostenute, bensì boicottate

4.Ma l’Italia è la sede giusta per le industrie chimiche e metalmeccaniche?

Ciò detto, la questione di fondo resta: perché mai imprese manifatturiere inquinanti e a basso valore aggiunto dovrebbero avere sede in un Paese, come l’Italia, che vanta il suo peso culturale, politico, ambientale, turistico, agroalimentare? La Slovacchia o la Polonia non sono più adeguate dell’Italia per le industrie chimiche e metalmeccaniche? L’Italia non dovrebbe concentrarsi sulla cultura, il digitale, la finanza, il commercio internazionale, il recupero urbanistico, la transizione ambientale?

Non ci vorrebbe forse una programmazione economica europea, che guidasse gli Stati e le imprese verso le localizzazioni più adeguate per specifiche attività?

Certo, “riportarci in casa” le produzioni strategiche: ma come Europa, non come Italia.

Mentre i leader europei si incontrano praticamente tutti i giorni, per discutere questioni assai poco urgenti, perché non ci si focalizza su queste importanti tematiche?

Quest’ anno, la presidenza francese avrebbe voluto inserire nel suo programma elementi di una politica economica europea, che per altro, ad ora, sembrano incredibilmente più vaghi dei seppur elastici discorsi programmatici circolanti da circa due anni in Francia e in Germania.

Questo tema, delle specializzazioni territoriali, non è stato evocato neppure distrattamente, e va sicuramente inserito.

Nello stesso modo, va inserito nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

RISPOSTA A CACCIARI, CALDERINI E COTTARELLI: COME SPENDERE IL RECOVERY FUND/NEXT GENERATION?

La Brexit e l’accordo con la Cina segnano un cambio di passo dell’Unione Europea

Massimo Cacciari ha avviato, su vari quotidiani, una campagna di critica all’ attuale assetto politico dell’ Italia. Ha ragione a scrivere, su “La Repubblica”, che siamo di fronte alla “bancarotta di una classe dirigente… esito di una lunga storia nella quale, invece di porre mano, come era necessario, e da molti anche compreso, a riforme  di sistema…siamo andati rottamando allegramente partiti, sindacati e corpi intermedi”.

Eppure, mi sembra che, alla fine, inaspettatamente, cacciarri non voglia trarre nessuna delle conclusioni che ragionevolmente bisognerebbe trarne. Un po’ come facevano i “fascisti di sinistra” e poi il PC quale “partito di lotta e di governo”.

Concordo sul fatto che questa “bancarotta” si evidenzia innanzitutto con l’ incapacità di scrivere un credibile Recovery Plan, sul quale sussiste (in buona o mala fede) una incredibile ridda di posizioni, senza che i veri problemi vengano mai enunziati.Il Professor Cottarelli scrive a questo proposito: ”Dico soltanto che è difficile, guardando dall’ esterno, capire perché non possano trovare un accordo dopo che tanti cambiamenti sono stati introdotti nel Recovery Plan rispetto alla sua versione iniziale”.

Cottarelli non lo capisce perché sostanzialmente ritiene che si tratti solo di personalismi, mentre io credo invece che si tratti di una colpevole deliberata volontà di scaricare su qualcun altro la responsabilità del sicuro fallimento, tanto del Recovery Fund, quanto del Recovery Plan, che si ostinano a non vedere le cose nella loro luce reale, della tecnologia e della geopolitica, bensì in quella del “pensiero unico”, che serve a mascherare il carattere conflittuale della storia.

Intanto, solo un’ impostazione “per subcontinenti” avrebbe potuto evitare già a partire almeno dagli anni ‘30 (sviluppando Paneuropa e il Piano Briand), come è detto nel Manifesto di Ventotene e nella  “Dichiarazione Schuman”, la Seconda Guerra Mondiale e il conseguente declassamento dell’ Europa. E in ogni caso, solo ripartendo in modo energico dai progetti federali europei della Resistenza (Galimberti e Spinelli) e dalle intuizioni imprenditoriali di Olivetti e di Mattei (informatica, energia, sovranità tecnologica) e geopolitiche di De Gaulle e di Servan-Schreiber (“Europa dall’ Atlantico agli Urali”,”Force de Frappe, aerospaziale,TGV), si sarebbero potute evitare, a partire dagli Anni ’60, le incredibili lungaggini dell’integrazione europea, la quale, correndo con parecchi decenni di ritardo rispetto al resto del mondo, arriva sempre fuori tempo massimo per partecipare alle sfide globali (nucleare, bipolarismo, conferenze Macy, Sputnik, Rivoluzione Verde, informatica, Perestrojka, Internet, multipolarismo, social networks, Via della Seta…), e quindi ne viene sistematicamente sconfitta e ostacolata.

Già l’intelligencija, con il Progetto di Pace Perpetua degl’Illuministi, i “Buoni Europei” di Nietzsche e Paneuropa, si era mossa con una lentezza esasperante, denunziata nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire, avallando di fatto la restaurazione e il rafforzamento dei vecchi Stati nazionali, paventati nel Manifesto di Ventotene, non combattuta adeguatamente dal federalismo europeo.

Perciò, non contestiamo il principio dell’attuale sistema decentrato (figlio di quelle antiche riflessioni), fondato su Organizzazioni Internazionali, Organizzazioni europee, organizzazioni regionali, Stati nazionali, Regioni, NUTS 2, NUTS 3, il quale corrisponde ad un’effettiva dislocazione delle esigenze sociali in Europa nel XXI secolo. Non solo: esso rappresenta l’ultima evoluzione di principi particolarmente radicati in Europa, quali espressi nelle opere di Ippocrate, Aristotele, di Dante, Machiavelli, de las Casas, Montesquieu, Proudhon…(cfr. Bruno Frey, Ein neuer Foederalismus fuer Europa: die Idee der FOCJ“, pubblicato per il Walther Eucken Institut).

Ciò che contestiamo è che nessuno di questi livelli funzioni oggi in modo adeguato alle reali esigenze del XXI Secolo, così provocando un totale caos. Basti pensare alla gestione della pandemia (inottemperanza ai protocolli OMS e NATO, nazionalismo e libertarismo nei sistemi di tracciamento, divisione sul rapporto con la Cina, incapacità di creare un vaccino europeo, sudditanza verso Big Pharma, scatenamento dei localismi, lentezza del Recovery Fund…).

E questo deriva dal fatto che   l’attuale struttura europea, compresi gli attuali Stati membri, è stata progettata 75 anni fa con concetti vecchi di 100 anni – in epoche, comunque,  in cui la rivoluzione antropologica indotta dall’informatica non era neppure immaginabile-

Gli Europei avrebbero dovuto almeno curiosare nelle Conferenze Macy, che si svolgevano proprio in quegli anni, o leggere le opere di Asimov. Il mancato aggiornamento ha portato all’ incomprensione di ciò che avveniva intorno a noi. Basti pensare all’intera area della prevenzione delle guerre, al principio di precauzione, dell’illogicità del sistema di alleanze, alle prediche inutili del Club di Roma, alla debolezza del livello europeo, al disconoscimento delle esigenze di organizzazioni “regionali” come il Regno Unito, l’Organizzazione di Visegràd e l’Unione Euroasiatica, alla dispersione delle decisioni sulle migrazioni e sulla pandemia….

E’ chiaro che, nell’ ambito della prossima Conferenza sul Futuro dell’ Europa, tutto ciò dovrà essere seriamente ridiscusso.

Massimo Cacciari, una critica torrenziale, ma nessuna soluzione

1. “Recovery Plan” e “Next Generation”: un’”appropriazione culturale” delle idee del  vero federalismo

Il caso del Recovery Fund/Next Generation è altamente significativo.

Certamente, rispetto al passato, ci sono stati dei progressi, perché almeno si è stati tutti costretti a mettere nero su bianco i nostri obiettivi (cosa che non si faceva più dagli anni ’60, cioè dai tempi del Piano Economico Nazionale di Pasquale Saraceno), e addirittura a coordinarlo con il Quadro Pluriennale 2021-2027 dell’Unione Europea. Tuttavia, non si può non rilevare che, tanto il Recovery Fund europeo, quanto il Recovery Plan italiano, non rispondono affatto alle esigenze del prossimo decennio, perché ignorano totalmente la questione centrale: chi controllerà l’intelligenza artificiale controllerà il mondo, e noi non abbiamo ancora neppure incominciato. Ad esempio, l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, che il Governo avrebbe deciso a Luglio di creare a Torino, nel documento programmatico non è neppure citato. Eppure, esso dovrebbe essere il punto di partenza della riscossa, il centro pensante dell’Autonomia Strategica dell’ Europa.

Ne deriva che il sistema europeo non potrà essere competitivo, né con gli USA, né con la Cina, perché  mancherà delle leve tecnologiche fondamentali per riportare verso l’Europa gli enormi flussi di conoscenza, di tecnologia, di finanza e di business che sono oggi dirottati dai GAFAM e dai BATX. Queste leve sono la difesa, la cultura, ma, soprattutto, l’informatica.

L’attuale Pensiero Unico, figlio annacquato e ambiguo delle vecchie, obsolete, grandi narrazioni, non è in grado, neppure nella sua configurazione europea, le “Retoriche dell’ Idea di Europa”, di dare risposte alle questioni dell’ oggi.  Che senso ha parlare di “Pace Perpetua” mentre tutte le potenze del mondo, a cominciare dai nostri “alleati” americani, perseguono un’incessante corsa agli armamenti super-tecnologici, in cui ci trascinano nostro malgrado? Che senso ha proclamare la “guerra alle diseguaglianze” quando, negli ultimi decenni, da quando è al potere l’attuale classe dirigente, esse sono aumentate di migliaia di volte? Che libertà è quella accettare sempre le imposizioni ideologiche e sistemiche che vengono da Washington? Cosa si sta facendo contro la dittatura tecnologica? Che cosa ha a che fare la Politica Estera e di Difesa europea l’inviare nel Sahel modesti contingenti misti agli ordini dei Francesi, per contrastare le tendenze politiche e culturali dominanti in quell’ area, e così inimicandoci sempre più quelle popolazioni? Non era stato proprio il Generale De Gaulle a inaugurare una politica di liberazione dell’Africa dal colonialismo?

Per questo motivo, l’Europa ufficiale, così come il Governo italiano,  nel tentativo di dare dignità  a documenti “composti ed educati ma sicuramente non brillanti” (come li ha definiti Mario Calderini), si appropriano indebitamente, per abbellire una politica nettamente insufficiente, delle idee di quegli antichi teorici e politici, ma non hanno certo le carte in regola per realizzare quel salto qualitativo che sarebbe invece necessario per uscire dalla “bancarotta” denunziata da Cacciari.

Intanto, mentre noi parliamo di Brexit, di crisi dei governi estone, olandese e italiano, di successione alla Merkel, in America,  Kurzweil sta realizzando la Singularity tecnologica, Musk prepara la migrazione nello spazio e l’installazione sottocutanea di terminali intelligenti, Zuckerberg censura il presidente degli Stati Uniti e la Cina, ha realizzato un sistema di tracciamento infallibile delle pandemie, che le ha valso una decina di punti di PIL in più rispetto all’ Occidente,  e la prima cripto-divisa nazionale, controllata dalla banca centrale.

Il tracciamento del contagio ha permesso alla Cina di guadagnare molte posizioni
rispetto all’ Occidente

2. La lotta alla disoccupazione intellettuale passa per la sostituzione della classe dirigente

Un altro aspetto incontrovertibile della bancarotta dell’attuale classe dirigente è l’incredibile livello della disoccupazione intellettuale: ”I giovani,cui anche una scuola decente è oggi vietata, i giovani per il 60% senza lavoro, sotto-occupati,precari (costretti, cioè, a pregare se vogliono sfangarsela)…”(Cacciari)

Un fenomeno che risulta evidente alla luce di quanto detto sopra, ma di cui, né Cacciari, né Cottarelli, né Calderini, indicano le ragioni. La società europea ha goduto, nel 2° Dopoguerra, degli strascichi del colonialismo e della 2° Guerra Mondiale, che avevano lasciato intatte una serie di funzioni imperiali, di coordinamento, militari, di ricerca, di produzione tecnologica, che sostentavano i ceti politici, intellettuali, funzionariali, accademici, manageriali, che richiedevano alte qualificazioni e permettevano alti redditi.

Tuttavia, con la perdita, da parte degli Europei, del potere reale, queste posizioni acquisite venivano gradualmente erose dalle lobbies filo-americane.Il caso più schiacciante fu, come noto e testimoniato da moltissime fonti, la vera e propria congiura che aveva colpito la Olivetti all’ inizio degli Anni ’60 per aver preteso di produrre il primo personal computer, il “Programma 101”, prima degli Stati Uniti. Se ciò fosse continuato, sarebbe risultato difficile, a medio termine, giustificare un ruolo-guida dell’America sull’Europa nell’ era tecnologica. Questo non andava bene non solo all’ America, ma neanche a tutti coloro che grazie all’ America stavano facendo le loro fortune.

Alla Olivetti di Ivrea erano stati così tolti i finanziamenti delle banche italiane; Adriano Olivetti e il progettista Mario Tchou morirono in circostanze imprecisate e non fu fatta neppure l’autopsia; l’Olivetti fu acquisita da un sindacato dei più importanti finanzieri, che decisero di vendere alla General Electric il reparto elettronica, mentre i dipendenti cercavano di continuare quasi di nascosto la produzione del “Programma 101”. Sta di fatto che, come ha scritto recentissimamente da Paolo Fresco che di quell’ operazione fu un regista,General Electric in questo campo non era particolarmente competitiva”,  non le interessava acquisire la tecnologia dell’ Olivetti (che per altro gli Americani avevano già cannibalizzato, avendone comprate 44.000 esemplari in pochi giorni), bensì di uccidere un concorrente degli Stati Uniti. Nessuno aiutò il team tecnico (restato con la proprietà italiana) a continuare in un qualche modo la produzione.

Nel corso dei decenni, le posizioni lavorative interessanti che prima occupavano degli Europei (per esempio quelle di Olivetti o di Tchou) sono state trasferite, prima, in America, e,  poi, un po’ dovunque: in Cina, Israele, Russia, Paesi arabi, India, Giappone…E’ chiaro che adesso non c’è più bisogno delle stesse posizioni in Europa. Orbene, quando vengono meno le posizioni apicali, anche tutto ciò che segue (tecnostrutture, occupazione operaia, indotto, cultura, lusso, moda, turismo) vengono gradualmente a mancare.

Come farà l’Europa a inserirsi nei giochi geopolitici, culturali, scientifici, tecnologici ed economici di questo decennio, senza queste necessarie infrastrutture intellettuali? Solo un ricambio completo della cultura dominante, del personale accademico, politico e manageriale potrà permetterle di rientravi.

Guardiamo alle trasformazioni del mondo, non al nostro ombelico

3. La pretesa di quantificare l’impatto del Recovery Plan è ridicola

Anche le considerazioni previsionali del Recovery Plan si rivelano  inutili soprattutto perché anche non osano dire la verità sulle nostre debolezze (cioè sulla nostra dipendenza tecnologica).Ne consegue che anche quelli che sembravano un tempo salutari vincoli per governi nazionali ideologizzati e demagogici si rivelano anch’essi delle foglie di fico. Prendiamo come esempio le valutazioni d’impatto dei piani europeo e, rispettivamente, italiano, “Una visione puramente ex-ante e vaga, con cui per esempio si afferma che il complesso delle riforme previste, secondo il modellino del Mef, produrrà un aumento del pil dell’ 1%. Questi sono esercizi inutili, cui nessuno crede più e che non hanno nulla a che fare con la rendicontabilità politica delle azioni.” (Calderini).

Tanto è vero che l’esigenza della previsione della crescita del PIL l’ha abbandonata pure la roccaforte mondiale della programmazione economica, il Piano Quinquennale cinese, su cui evidentemente Calderini ha gettato un occhio. Il Piano, nonché la “Vision 2035” che ne costituisce un corollario, dovrebbero infatti essere consultati da titolo a titolo informativo, per vedere come si può fare, nel 2021,  una progettazione economica al contempo flessibile e credibile. Vi leggiamo principi di carattere qualitativo:

“Sostituire alla crescita rapida quella di alta qualità;

Espandere la  domanda  interna, senza cessare di sostenere i mercati internazionali di esportazione;

Guidare la modernizzazione  coll’ innovazione e i progressi nella tecnologia;

Promuovere una produzione di alta qualità, intelligente ed ecologica.”

Incuranti di tutto ciò, Conte e Renzi duellano invece per l’egemonia (l’uno fresco della benedizione di Trump, l’altro candidato a Segretario Generale della Nato); nel Nord Europa,  i “frugali” Rutte e Ratas sono costretti a dimettersi per “italianissimi” scandali, così come la “stabilissima” Germania si chiede chi sarà il suo prossimo primo ministro dopo le dimissioni della Merkel.

Tuttavia, inspiegabilmente, secondo Cacciari, la tanto deprecata “bancarotta  della classe politica”, nonostante quest’estensione paneuropea, e nonostante quelle sue profonde radici storiche e culturali, sarebbe magicamente superabile con “un sogno” :”gli attuali alleati di governo, eliminato Renzi, che giurano solennemente di aver capito la lezione, che concordano per la ripresa di un disegno di riforme istituzionali e amministrative del tutto abbandonato, e danno così vita a un’intesa oltre l’attuale emergenza e anche l’attuale legislatura”

Nulla di tutto ciò può evidentemente bastare. Resterebbe comunque l’arretratezza culturale e tecnologica, la subordinazione all’ America, un’assurda dispersione di competenze, la selezione alla rovescia delle classi dirigenti, il “carattere totalmente anaffettivo” del piano, che, come scrive Calderini, è “sideralmente distante da un’idea di società attiva, partecipante e protagonista su cui riporre fiducia”.

Ci vorrebbe invece una cultura diversa, veramente mondiale (che spazi fra i Veda, i San Jiao, Buddha, l’Islam…), e, al contempo, veramente europea (la Bibbia e Ippocrate, Erodoto ed Eschilo, San Paolo e Sant’Agostino, Averroè e San Tommaso, Dante e Cartesio, Pascal e Hume, i Gesuiti e gl’Illuministi, Nietzsche e Freud, Jung e Galimberti, Michels e Pareto, Heisemberg e Feyerabend,  St. Exupéry e Sol’zenicin…). Occorrerebbe  poi liberarci dalle forzature della storia, con un Pericle “democratico”, il Diritto Romano origine dello spirito borghese, il monachesimo e i comuni culle della modernità, Lutero, Voltaire e Jefferson  progressisti,  gli Americani antitotalitari e liberatori, il Piano Marshall taumaturgico; liberismo, socialismo e keynesismo quali unici modelli economici…

Solo una classe dirigente con una cultura veramente internazionale e a-ideologica potrebbe comprendere gli sviluppi delle società contemporanee, ed intervenire drasticamente là dove veramente occorre –vale a dire  a livello europeo-. Da una profonda riforma del sistema europeo deriverebbe anche un adeguamento di quelli nazionali, non più racchiusi negli sterili gusci otto-novecenteschi, bensì aperti a una “poliedrica” identità europea e mondiale del secolo XXI.

Occorrerebbe guardare con occhi geopolitici ed europeisti le realtà di oggi, per esempio il gruppo automobilistico “eurocentrico” Stellantis, con sede in Olanda, azionisti la Exor olandese, la famiglia Peugeot, lo Stato Francese e quello cinese, e con la cogestione in Opel. Non è una forma di “globalizzazione”, bensì di “europeizzazione”. Questo è un gruppo destinato a competere con altri gruppi eurocentrici, come la Volkswagen. L’Unione Europea sta curandone effettivamente gl’interessi, per esempio attraverso il recentissimo trattato con la Cina che ha messo al sicuro i recenti accordi con la Cina. Anche il Governo italiano ha espresso un interesse a entrare nella compagine azionaria (per esempio, convertendo in azioni il prestito di 7 miliardi fatto alla FCA).In quest’occasione, si potrebbe finalmente introdurre anche negli stabilimenti italiani quella cogestione che c’è oramai in tutta Europa, tranne che in Italia.

E’ un modello che dovrebbe essere seguito per tutti i “campioni europei”, a cominciare dal settore digitale.