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FARE I CONTI CON LA STORIA (ECONOMICA)

Ricchezza dell’ Italia Preromana

COMMENTO ALL’ARTICOLO DEL 10 DICEMBRE DI CARLO BASTASIN SU LA REPUBBLICA

L’articolo del 10 dicembre, con cui l’autore richiede una “Conferenza di Alto Livello sull’ economia italiana degli ultimi 70 anni”, s’ inserisce in un trend giornalistico di fine 2021,  in cui penne di primissimo piano dell’ establishment hanno espresso (finalmente) una crescente autocritica nei confronti dell’attuale sistema politico-sociale italiano, chiedondone una rivisitazione radicale (Bastasin, appunto, sulle scelte sistemiche; Giannini, sulla distruzione della cultura del lavoro; Di Nicola, sulle chiusure aziendali, Fabbrini, sulla gestione delle emergenze;Cacciari, un poco su tutto).

Concordiamo fermamente con la richiesta di Bastasin, perché quella rivisitazione è proprio ciò che avevamo costantemente proclamato essere urgente fin dall’ inizio delle nostre attività:-nell’ industria, nell’ editoria e nella pubblicistica-, senza essere mai ascoltati proprio da quest’”establishment” che ora reclama una generale autocritica. Purtroppo, quella che stanno facendo ora è una sorta di “cura omeopatica”, che inietta dosi di potenziate di critica, per garantire che la sacrosanta ribellione non raggiunga mai il livello critico.  

La villa romana, campo di applicazione primaria dell’ Oikonomìa

1.Assenza di una visione complessiva (filosofica)

Obiettivo centrale della campagna di autocritiche: prevenire l’emergere, nel pubblico della consapevolezza che, a monte di tutte le valutazioni di carattere sociale, sono necessarie  delle valutazioni filosofiche, o, ancor meglio, storico-filosofiche (che ora mancano), e che, pertanto, senza una storia e una filosofia “autentiche”, non inficiate dalle lobbies e dalla politica, non si riuscirà a capire,  intanto,  non solo perché ci sia quest’interminabile crisi, ma, anche e soprattutto, come dovrebbero essere, invece, l’ Italia e l’ Europa.

Per Aristotile, tutta l’ economia si divideva in due branche fondamentali, l’ “Oikonomìa” propriamente detta, vale a dire la gestione del proprio fondo agricolo, e la “Chrematistiké”, la tecnica finanziaria. Ambedue costituivano parti dell’etica, che, a sua volta, era una branca della filosofia. Infatti, il perchè di una scelta economica (o finanziaria) andava ricercato in considerazioni di valore (cfr. Grecchi, “Il Filosofo e la politica”). Ovviamente,  non vi era, allora, fra queste valutazioni fatte nel contesto delle repubbliche aristocratiche greche ( di orientamento militaristico e schiavistico) alcuna considerazione per la crescita del PIL, bensì altre considerazioni, relative al cosiddetto “bene vivere”(“eu zen”).

Anche per i teologi medievali, la validità delle scelte economiche era legata a considerazioni superiori, di carattere etico, mediate dal concetto di una  “missione” dei vari ceti sociali (Bellatores, Oratores, Aratores (Adalberone di Laon).

Nell’ antica Cina, i “legisti” suggerivano ai sovrani le riforme economiche sostanzialmente in funzione dell’efficienza bellica (cfr. Han Fei, il Signore di Shan). I primi a studiare l’economia come scienza autonoma, anche in base ai dibattiti intervenuti  in Cina, furono i Gesuiti e, di riflesso,  gl’Illuministi, come Quesnais, che suggeriva d’imitare l’efficienza dello “stato minimo” cinese, estremamente centralizzato ma basato su un numero proporzionalmente limitato di funzionari (“Du Despotisme de la Chine”).

Nella cultura borghese anglosassone, la ricchezza e le virtù borghesi viaggiavano accoppiate (l’”etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Weber). Proprio sulla base dell’esperienza americana, Saint-Simon credette di poter costruire una “Nuova Società Organica” fondata sulla religione della scienza (le “Cathéchisme des Industriels”, o “Nouveau Christianisme”), che è ancora al fondo del nostro mito dello “Sviluppo”, che, nonostante tutte le smentite, è tutt’ ora duro a morire. Secondo Marx, un approccio scientifico alla realtà avrebbe portato, con il socialismo, a una moltiplicazione inedita della produttività, la quale avrebbe permesso, a sua volta, di soddisfare tutti i bisogni umani, creando così sostanzialmente proprio la “Nuova Società Organica” profetizzata da Saint-Simon: il comunismo.

Questo determinismo marxiano fu poi ripreso surrettiziamente nella Teoria dello Sviluppo di Thurow, la cui “interpretazione autentica” è stata alla base  della competizione fra le varie scuole economiche del ‘900: liberismo, keynesismo,neo-marxismi.

A mio avviso, nessuna società assomigliò mai a nessuno degli schemi teorici di quelle tre scuole, né mai vi assomiglierà. Infatti, nelle società liberaldemocratiche, il controllo dello Stato sull’ economia oscilla comunque intorno al 50% (imposte, demanio dello Stato, Pubblica Amministrazione, sicurezza, industria aerospaziale e della difesa, reti e telecomunicazioni, incentivi, welfare, trasferimenti territoriali,  aiuto allo sviluppo), sicché esse sono,  a dispetto dell’ ideologia, delle “economie miste”. Nelle società socialdemocratiche, il “deficit spending” keynesiano genera un crescente debito, che normalmente viene distrutto alla fine mediante la guerra (i casi della Germania nazista e, sopprattutto, degli Stati Uniti, apparentemente divergenti, convergono in realtà su questa constatazione: è il  “keynesismo militare”, oggi nuovamente al centro dell’ economia mondiale per effetto del conflitto USA-Cina-Russia).

Com’ è già stato detto abbondantemente, il cosiddetto “comunismo” dei Paesi del “blocco socialista” era in realtà un capitalismo di Stato; per poter accrescere la produttività (com’è avvenuto invece poi in Cina), gli mancavano: le economie di scala; una  cultura millenaria; un leader incontrovertibile; l’informatica; l’interazione fra Stato e mercato, fra economia nazionale e commercio internazionale. Anche lì, la centralizzazione non poteva essere totale: vi era la proprietà privata degli appartamenti; la proprietà cooperativistica; la proprietà delle Repubbliche, delle Repubbliche Autonome, degli Oblast, delle città; le società del commercio internazionale; in alcuni Paesi, le imprese autogestite..

Tra l’altro, l’identificazione fra “socialismo reale” e “comunismo”, legittimata dalla titolazione del “Manifesto dei comunisti”, non è mai stata propriamente marxiana, perché per Marx, comunismo primitivo, società feudale, capitalismo, socialismo e comunismo, erano fasi ben distinte della storia umana, fra loro ben distanti nel tempo. In particolare, per arrivare al comunismo, si sarebbero ancora dovute attraversare le rivoluzioni nazionale e  borghese, il capitalismo, la rivoluzione socialista e la fase dell’estinzione dello Stato : un periodo ben lungo e complesso-.

L’Italia medievale, centro
della ricchezza d’Europa

2. La ricchezza dell’ Italia

Se i sistemi economici non sono mai corrisposti agli schemi artificiali elaborati dagli economisti e dai politici, neppure le ideologie economiche  hanno mai  costituito delle valide metodologie per lo studio delle realtà effettuali, per  il quale servono maggiormente la statistica e lo studio dei documenti storici (oltre che dell’ esperienza pratica nella gestione delle imprese).

Le ideologie (siano esse sviluppista, marxista, keynesiana, neoliberista, ordoliberale), non sono mai riuscite a spiegare in modo convincente i due opposti e convergenti paradossi dell’(apparente)  benessere degl’Italiani e della crisi permanente a partire dal 1973

La (passata) ricchezza dell’ Italia non derivava, come assurdamente ci è stato fatto credere, dal Piano Marshall e dal Miracolo Economico, bensì da una millenaria tradizione, che ha fatto dell’Italia, come delle Pianure Centrali della Cina, un baricentro dell’ economia intercontinentale. Semmai, il Miracolo Economico era stato quello degli Stati Uniti, che, grazie alla guerra vinta, avevano raddoppiato il PIL.

Del resto, basta muoversi attraverso una campagna o una città italiana per incontrare segni di un’opulenza antica, che nulla ha a che fare con il “Miracolo Economico”, ma piuttosto con la vita nelle “domus” romane o con i quadri di Piero della Francesca.Ovunque, troviamo ancora campagne coltivate come opere d’arte sul modello delle pitture pompeiane e medievali, ruderi greci e romani, borghi annidati nei punti più panoramici, castelli medievali, chiese  antiche, ville rinascimentali, musei locali, parchi e giardini …

Risulta evidente che già molte migliaia di anni fa vivevano in Italia  prosperi nomadi, potenti castellani, sapienti contadini, raffinati chierici, mercanti cosmopoliti, artisti di valore universale: un popolo intero attento alla natura e alla bellezza. Già nel 2° Millennio a.C. l’Italia veniva considerata (per esempio nell’Odissea), un paese mitico, popolato da dee e giganti, verso cui s’indirizzavano i naviganti fenici e micenei. Nel 1° millennio, vi fiorirono una delle prime grandi civiltà urbane (quella nuragica),  l’industria metallurgica etrusca, una pluralità di centri politici e di civiltà.

Nel 1° Secolo d.C., l’Impero Romano veniva già considerato dalla stessa Cina come un Paese dello stesso livello di grandezza e potenza del Paese di Mezzo (“Da Qin”), che tutti (Bizantini, Germani, Arabi, Slavi, Turchi) avrebbero continuato a imitare (la “Seconda Roma”; l’Impero di Nazione Germanica; “Rum”; la “Tretij Rim”;il ”Beylerbeylik-e-Rumeli”) ; nel Medioevo, l’Italia era il baricentro dei commerci con l’ Islam e con l’Estremo Oriente (Caffa; Galata; Cipro; Creta); nell’ Età moderna, il centro della Chiesa e della cultura europea, e il luogo di partenza dei grandi esploratori, come Giovanni da Pian del Carpine, Odorico da Pordenone, Marco Polo, Giovanni da Montecorvino, Cristoforo Colombo, Giovanni Pigafetta, Amerigo Vespucci, i Fratelli Caboto, Matteo Ricci, Giovanni Castiglione).

Quando si decise di creare un unico Stato italiano, questo già era divenuto fin da  subito uno dei principali attori della politica internazionale, partecipando alle due Guerre Mondiali anche come uno dei maggiori produttori di armamenti.

Lo sforzo autarchico dei Governi dell’ era nazionalistica, secondo cui ogni nazione doveva avere la sua banca centrale e il suo esercito, la sua industria pesante e la sua industria leggera, le sue banche e le sue assicurazioni (“Terra, Mare, Cielo”), portò a una forzatura delle vocazioni tradizionali (agricole, commerciali, culturali, religiose, militari) dell’ Italia , creando, di converso, l’eredità di un ingente patrimonio industriale, materiale e immateriale (produzione di navi, aerei, carri armati, divise, scorte, surrogati “autarchici”), che dopo la IIa Guerra Mondiale, poté essere convertito rapidamente in industria di largo consumo (nautica da diporto, lanciatori, automobili, abbigliamento, materiali sintetici), permettendo così (come illustrato brillantemente da Eichengreen),una ricostruzione rapida dell’ economia, per altro parallela a quella dei Paesi vicini, anche se con un’ incidenza quantitativamente più ridotta, di quella dei Paesi vincitori (USA  e Unione Sovietica).

Invece, la dottrina economica “mainstream” ci ha descritto e continua a descrivere tutto ciò come l’effetto congiunto del liberismo americano e del Piano Marshall, in modo da magnificare gli effetti taumaturgici dell’economia “occidentale”. Comunque, questa spinta si esaurì in ogni caso entro 30 anni (le famose “Trente Glorieuses”), con la crisi energetica del 1973, senza che l’Italia, a differenza della Francia e della Germania, si creassero le basi per una potenza duratura dell’industria nazionale.

Quindi, lungi dal costituire un modello da imitare, quegli anni rappresentano una grande occasione sprecata per dare all’ Italia una solida base economica. Tali solide fondamenta, basate su una visione realistica delle debolezze dell’ Europa in un Occidente dominato dagli USA,  che a me sembra siano strettamente legate alla scelta, da parte del “capitalismo renano” (Albert),  della cogestione delle aziende, che ha permesso di impedire la delocalizzazione dei centri pensanti dei grandi gruppi, e delle tecnologie d’avanguardia e militari. Significativi i casi della Volkswagen, della Daimler e della PSA, le quali, da ambite prede per i mercati finanziari, si sono trasformate nei gruppi più forti a livello mondiale, semplicemente gestendo i grandi mergers and acquisitions, non già nell’interesse dei gruppi finanziari di riferimento, bensì in quello nazionale. E’ significativo, infatti, che, fra FCA e PSA, il comando spetti a quest’ultima, come pure che , “alla faccia” delle accuse di protezionismo rivolte alla Cina, la Volkswagen e la Daimler controllino al 100% le loro fabbriche cinesi, mentre è stato bloccato l’accesso di gruppi stranieri al controllo delle holding tedesche.

Quindi, non è affatto vero che la delocalizzazione porti necessariamente alla chiusura delle grandi imprese europee, che, o delocalizzano, o vengono acquisite da imprese extraeuropee.Anzi, è possibile il contrario, con le holding delle grandi imprese francesi e tedesche che restano nei loro territori e acquisiscono società produttive un po’ ovunque, quindi anche in Italia, dove quelle politiche protettive non ci sono mai state.

Che senso ha in Europa la politica autarchica?

3. Il divieto delle delocalizzazioni

Per i politici italiani, l’unico problema delle delocalizzazioni sembrerebbe essere costituito dalla (inevitabile) chiusura di singoli stabilimenti, con la conseguente loro perdita d’immagine. Invece, lo spostamento all’ estero della nazionalità o residenza degli azionisti, poi della sede fiscale, legale e operativa, del gettito fiscale, del team dirigenziale, degl’impiegati amministrativi, tecnici e commerciali, sembrano politicamente irrilevanti, e, anzi, vengono agevolati, com’è successo nel caso della FIAT, dove prima si è cambiata la nazionalità degli azionisti, poi si sono scelti manager stranieri, si sono spostate le varie sedi senza conseguenze fiscali rilevanti, si sono fatte le riunioni in America, poi si è ceduto tutto ai Francesi, chiudendo quel che rimane in Italia.

Il caso più schiacciante è quello dello stabilimento Aspera di Riva di Chieri, chiuso qualche giorno fa dopo 30 anni di sopravvivenza senza giustificazione. L’Aspera Frigo, fabbricante di compressori per frigoriferi, era stata acquistata dalla FIAT perché questa, dopo la IIa Guerra Mondiale, produceva pure i frigo. Avendo cessato da tempo questa produzione, la FIAT la cedette per gradi, negli anni ’80 dell’ Ottocento, al principale colosso americano, la Whirlpool. Anche questa, per altro, era scarsamente interessata ai compressori, e pertanto cedette lo stabilimento alla controllata brasiliana Embraco, la quale, contrariamente a quanto si dice, non trasferì la produzione in Slovacchia, bensì costruì vari nuovi stabilimenti, fra i quali il principale è quello cinese. La produzione nello stabilimento slovacco incrementò semplicemente perché equidistante fra Brasile e Cina, e quindi logisticamente più comodo.Infine, l’Embraco è stata ceduta ai Giapponesi, che hanno accettato l’acquisto a condizione dell’esclusione dello stabilimento di Riva di Chieri, considerata non utile. Come si potrebbe definire, questa,  come una “delocalizzazione”? Nessuno ha deciso di spostare altrove lo stabilimento di Riva di Chieri, che, avendo produzioni da anni ’70, nel 2022 non sarebbe più interessante per nessuno(quand’anche i macchinari non fossero già stati venduti), e di conseguenza, tenendo presente la protezione dei lavoratori, è stato semplicemente depotenziato lentamente nel corso dei  decenni dai suoi svariati proprietari, fino alla definitiva chiusura. Tra l’altro, si era anche tentato di trovare industriali interessati a produzioni diverse, ma i nuovi investimenti non si sono mai concretizzati.

Questo dimostra che la legge in via di gestazione per rendere difficili le delocalizzazioni ben difficilmente si applicherebbe a  casi come quello dell’ Embraco, che sono molto frequenti, perché qui non c’è nessun produzione da spostare, e quindi non si può addebitare alcuna multa.

In effetti, come dicevamo, per evitare le delocalizzazioni si potrebbero fare tante cose, ma questa è una delle più inutili:

a)creare nuove produzioni, più adatte ai tempi;

b)riqualificare i lavoratori per le nuove professioni digitalizzate;

c)aiutare le imprese italiane a delocalizzare la produzione rafforzando il management, lòa finanza, pa progettazione, la logistica, il trading, ecc…;

d)nazionalizzare le imprese che si vogliono semplicemente dismettere, cedendo le azioni ai lavoratori.

Le eccellenze italiane non sono state sostenute, bensì boicottate

4.Ma l’Italia è la sede giusta per le industrie chimiche e metalmeccaniche?

Ciò detto, la questione di fondo resta: perché mai imprese manifatturiere inquinanti e a basso valore aggiunto dovrebbero avere sede in un Paese, come l’Italia, che vanta il suo peso culturale, politico, ambientale, turistico, agroalimentare? La Slovacchia o la Polonia non sono più adeguate dell’Italia per le industrie chimiche e metalmeccaniche? L’Italia non dovrebbe concentrarsi sulla cultura, il digitale, la finanza, il commercio internazionale, il recupero urbanistico, la transizione ambientale?

Non ci vorrebbe forse una programmazione economica europea, che guidasse gli Stati e le imprese verso le localizzazioni più adeguate per specifiche attività?

Certo, “riportarci in casa” le produzioni strategiche: ma come Europa, non come Italia.

Mentre i leader europei si incontrano praticamente tutti i giorni, per discutere questioni assai poco urgenti, perché non ci si focalizza su queste importanti tematiche?

Quest’ anno, la presidenza francese avrebbe voluto inserire nel suo programma elementi di una politica economica europea, che per altro, ad ora, sembrano incredibilmente più vaghi dei seppur elastici discorsi programmatici circolanti da circa due anni in Francia e in Germania.

Questo tema, delle specializzazioni territoriali, non è stato evocato neppure distrattamente, e va sicuramente inserito.

Nello stesso modo, va inserito nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

RISPOSTA A CACCIARI, CALDERINI E COTTARELLI: COME SPENDERE IL RECOVERY FUND/NEXT GENERATION?

La Brexit e l’accordo con la Cina segnano un cambio di passo dell’Unione Europea

Massimo Cacciari ha avviato, su vari quotidiani, una campagna di critica all’ attuale assetto politico dell’ Italia. Ha ragione a scrivere, su “La Repubblica”, che siamo di fronte alla “bancarotta di una classe dirigente… esito di una lunga storia nella quale, invece di porre mano, come era necessario, e da molti anche compreso, a riforme  di sistema…siamo andati rottamando allegramente partiti, sindacati e corpi intermedi”.

Eppure, mi sembra che, alla fine, inaspettatamente, cacciarri non voglia trarre nessuna delle conclusioni che ragionevolmente bisognerebbe trarne. Un po’ come facevano i “fascisti di sinistra” e poi il PC quale “partito di lotta e di governo”.

Concordo sul fatto che questa “bancarotta” si evidenzia innanzitutto con l’ incapacità di scrivere un credibile Recovery Plan, sul quale sussiste (in buona o mala fede) una incredibile ridda di posizioni, senza che i veri problemi vengano mai enunziati.Il Professor Cottarelli scrive a questo proposito: ”Dico soltanto che è difficile, guardando dall’ esterno, capire perché non possano trovare un accordo dopo che tanti cambiamenti sono stati introdotti nel Recovery Plan rispetto alla sua versione iniziale”.

Cottarelli non lo capisce perché sostanzialmente ritiene che si tratti solo di personalismi, mentre io credo invece che si tratti di una colpevole deliberata volontà di scaricare su qualcun altro la responsabilità del sicuro fallimento, tanto del Recovery Fund, quanto del Recovery Plan, che si ostinano a non vedere le cose nella loro luce reale, della tecnologia e della geopolitica, bensì in quella del “pensiero unico”, che serve a mascherare il carattere conflittuale della storia.

Intanto, solo un’ impostazione “per subcontinenti” avrebbe potuto evitare già a partire almeno dagli anni ‘30 (sviluppando Paneuropa e il Piano Briand), come è detto nel Manifesto di Ventotene e nella  “Dichiarazione Schuman”, la Seconda Guerra Mondiale e il conseguente declassamento dell’ Europa. E in ogni caso, solo ripartendo in modo energico dai progetti federali europei della Resistenza (Galimberti e Spinelli) e dalle intuizioni imprenditoriali di Olivetti e di Mattei (informatica, energia, sovranità tecnologica) e geopolitiche di De Gaulle e di Servan-Schreiber (“Europa dall’ Atlantico agli Urali”,”Force de Frappe, aerospaziale,TGV), si sarebbero potute evitare, a partire dagli Anni ’60, le incredibili lungaggini dell’integrazione europea, la quale, correndo con parecchi decenni di ritardo rispetto al resto del mondo, arriva sempre fuori tempo massimo per partecipare alle sfide globali (nucleare, bipolarismo, conferenze Macy, Sputnik, Rivoluzione Verde, informatica, Perestrojka, Internet, multipolarismo, social networks, Via della Seta…), e quindi ne viene sistematicamente sconfitta e ostacolata.

Già l’intelligencija, con il Progetto di Pace Perpetua degl’Illuministi, i “Buoni Europei” di Nietzsche e Paneuropa, si era mossa con una lentezza esasperante, denunziata nel “Rescrit de l’ Empereur de la Chine” di Voltaire, avallando di fatto la restaurazione e il rafforzamento dei vecchi Stati nazionali, paventati nel Manifesto di Ventotene, non combattuta adeguatamente dal federalismo europeo.

Perciò, non contestiamo il principio dell’attuale sistema decentrato (figlio di quelle antiche riflessioni), fondato su Organizzazioni Internazionali, Organizzazioni europee, organizzazioni regionali, Stati nazionali, Regioni, NUTS 2, NUTS 3, il quale corrisponde ad un’effettiva dislocazione delle esigenze sociali in Europa nel XXI secolo. Non solo: esso rappresenta l’ultima evoluzione di principi particolarmente radicati in Europa, quali espressi nelle opere di Ippocrate, Aristotele, di Dante, Machiavelli, de las Casas, Montesquieu, Proudhon…(cfr. Bruno Frey, Ein neuer Foederalismus fuer Europa: die Idee der FOCJ“, pubblicato per il Walther Eucken Institut).

Ciò che contestiamo è che nessuno di questi livelli funzioni oggi in modo adeguato alle reali esigenze del XXI Secolo, così provocando un totale caos. Basti pensare alla gestione della pandemia (inottemperanza ai protocolli OMS e NATO, nazionalismo e libertarismo nei sistemi di tracciamento, divisione sul rapporto con la Cina, incapacità di creare un vaccino europeo, sudditanza verso Big Pharma, scatenamento dei localismi, lentezza del Recovery Fund…).

E questo deriva dal fatto che   l’attuale struttura europea, compresi gli attuali Stati membri, è stata progettata 75 anni fa con concetti vecchi di 100 anni – in epoche, comunque,  in cui la rivoluzione antropologica indotta dall’informatica non era neppure immaginabile-

Gli Europei avrebbero dovuto almeno curiosare nelle Conferenze Macy, che si svolgevano proprio in quegli anni, o leggere le opere di Asimov. Il mancato aggiornamento ha portato all’ incomprensione di ciò che avveniva intorno a noi. Basti pensare all’intera area della prevenzione delle guerre, al principio di precauzione, dell’illogicità del sistema di alleanze, alle prediche inutili del Club di Roma, alla debolezza del livello europeo, al disconoscimento delle esigenze di organizzazioni “regionali” come il Regno Unito, l’Organizzazione di Visegràd e l’Unione Euroasiatica, alla dispersione delle decisioni sulle migrazioni e sulla pandemia….

E’ chiaro che, nell’ ambito della prossima Conferenza sul Futuro dell’ Europa, tutto ciò dovrà essere seriamente ridiscusso.

Massimo Cacciari, una critica torrenziale, ma nessuna soluzione

1. “Recovery Plan” e “Next Generation”: un’”appropriazione culturale” delle idee del  vero federalismo

Il caso del Recovery Fund/Next Generation è altamente significativo.

Certamente, rispetto al passato, ci sono stati dei progressi, perché almeno si è stati tutti costretti a mettere nero su bianco i nostri obiettivi (cosa che non si faceva più dagli anni ’60, cioè dai tempi del Piano Economico Nazionale di Pasquale Saraceno), e addirittura a coordinarlo con il Quadro Pluriennale 2021-2027 dell’Unione Europea. Tuttavia, non si può non rilevare che, tanto il Recovery Fund europeo, quanto il Recovery Plan italiano, non rispondono affatto alle esigenze del prossimo decennio, perché ignorano totalmente la questione centrale: chi controllerà l’intelligenza artificiale controllerà il mondo, e noi non abbiamo ancora neppure incominciato. Ad esempio, l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, che il Governo avrebbe deciso a Luglio di creare a Torino, nel documento programmatico non è neppure citato. Eppure, esso dovrebbe essere il punto di partenza della riscossa, il centro pensante dell’Autonomia Strategica dell’ Europa.

Ne deriva che il sistema europeo non potrà essere competitivo, né con gli USA, né con la Cina, perché  mancherà delle leve tecnologiche fondamentali per riportare verso l’Europa gli enormi flussi di conoscenza, di tecnologia, di finanza e di business che sono oggi dirottati dai GAFAM e dai BATX. Queste leve sono la difesa, la cultura, ma, soprattutto, l’informatica.

L’attuale Pensiero Unico, figlio annacquato e ambiguo delle vecchie, obsolete, grandi narrazioni, non è in grado, neppure nella sua configurazione europea, le “Retoriche dell’ Idea di Europa”, di dare risposte alle questioni dell’ oggi.  Che senso ha parlare di “Pace Perpetua” mentre tutte le potenze del mondo, a cominciare dai nostri “alleati” americani, perseguono un’incessante corsa agli armamenti super-tecnologici, in cui ci trascinano nostro malgrado? Che senso ha proclamare la “guerra alle diseguaglianze” quando, negli ultimi decenni, da quando è al potere l’attuale classe dirigente, esse sono aumentate di migliaia di volte? Che libertà è quella accettare sempre le imposizioni ideologiche e sistemiche che vengono da Washington? Cosa si sta facendo contro la dittatura tecnologica? Che cosa ha a che fare la Politica Estera e di Difesa europea l’inviare nel Sahel modesti contingenti misti agli ordini dei Francesi, per contrastare le tendenze politiche e culturali dominanti in quell’ area, e così inimicandoci sempre più quelle popolazioni? Non era stato proprio il Generale De Gaulle a inaugurare una politica di liberazione dell’Africa dal colonialismo?

Per questo motivo, l’Europa ufficiale, così come il Governo italiano,  nel tentativo di dare dignità  a documenti “composti ed educati ma sicuramente non brillanti” (come li ha definiti Mario Calderini), si appropriano indebitamente, per abbellire una politica nettamente insufficiente, delle idee di quegli antichi teorici e politici, ma non hanno certo le carte in regola per realizzare quel salto qualitativo che sarebbe invece necessario per uscire dalla “bancarotta” denunziata da Cacciari.

Intanto, mentre noi parliamo di Brexit, di crisi dei governi estone, olandese e italiano, di successione alla Merkel, in America,  Kurzweil sta realizzando la Singularity tecnologica, Musk prepara la migrazione nello spazio e l’installazione sottocutanea di terminali intelligenti, Zuckerberg censura il presidente degli Stati Uniti e la Cina, ha realizzato un sistema di tracciamento infallibile delle pandemie, che le ha valso una decina di punti di PIL in più rispetto all’ Occidente,  e la prima cripto-divisa nazionale, controllata dalla banca centrale.

Il tracciamento del contagio ha permesso alla Cina di guadagnare molte posizioni
rispetto all’ Occidente

2. La lotta alla disoccupazione intellettuale passa per la sostituzione della classe dirigente

Un altro aspetto incontrovertibile della bancarotta dell’attuale classe dirigente è l’incredibile livello della disoccupazione intellettuale: ”I giovani,cui anche una scuola decente è oggi vietata, i giovani per il 60% senza lavoro, sotto-occupati,precari (costretti, cioè, a pregare se vogliono sfangarsela)…”(Cacciari)

Un fenomeno che risulta evidente alla luce di quanto detto sopra, ma di cui, né Cacciari, né Cottarelli, né Calderini, indicano le ragioni. La società europea ha goduto, nel 2° Dopoguerra, degli strascichi del colonialismo e della 2° Guerra Mondiale, che avevano lasciato intatte una serie di funzioni imperiali, di coordinamento, militari, di ricerca, di produzione tecnologica, che sostentavano i ceti politici, intellettuali, funzionariali, accademici, manageriali, che richiedevano alte qualificazioni e permettevano alti redditi.

Tuttavia, con la perdita, da parte degli Europei, del potere reale, queste posizioni acquisite venivano gradualmente erose dalle lobbies filo-americane.Il caso più schiacciante fu, come noto e testimoniato da moltissime fonti, la vera e propria congiura che aveva colpito la Olivetti all’ inizio degli Anni ’60 per aver preteso di produrre il primo personal computer, il “Programma 101”, prima degli Stati Uniti. Se ciò fosse continuato, sarebbe risultato difficile, a medio termine, giustificare un ruolo-guida dell’America sull’Europa nell’ era tecnologica. Questo non andava bene non solo all’ America, ma neanche a tutti coloro che grazie all’ America stavano facendo le loro fortune.

Alla Olivetti di Ivrea erano stati così tolti i finanziamenti delle banche italiane; Adriano Olivetti e il progettista Mario Tchou morirono in circostanze imprecisate e non fu fatta neppure l’autopsia; l’Olivetti fu acquisita da un sindacato dei più importanti finanzieri, che decisero di vendere alla General Electric il reparto elettronica, mentre i dipendenti cercavano di continuare quasi di nascosto la produzione del “Programma 101”. Sta di fatto che, come ha scritto recentissimamente da Paolo Fresco che di quell’ operazione fu un regista,General Electric in questo campo non era particolarmente competitiva”,  non le interessava acquisire la tecnologia dell’ Olivetti (che per altro gli Americani avevano già cannibalizzato, avendone comprate 44.000 esemplari in pochi giorni), bensì di uccidere un concorrente degli Stati Uniti. Nessuno aiutò il team tecnico (restato con la proprietà italiana) a continuare in un qualche modo la produzione.

Nel corso dei decenni, le posizioni lavorative interessanti che prima occupavano degli Europei (per esempio quelle di Olivetti o di Tchou) sono state trasferite, prima, in America, e,  poi, un po’ dovunque: in Cina, Israele, Russia, Paesi arabi, India, Giappone…E’ chiaro che adesso non c’è più bisogno delle stesse posizioni in Europa. Orbene, quando vengono meno le posizioni apicali, anche tutto ciò che segue (tecnostrutture, occupazione operaia, indotto, cultura, lusso, moda, turismo) vengono gradualmente a mancare.

Come farà l’Europa a inserirsi nei giochi geopolitici, culturali, scientifici, tecnologici ed economici di questo decennio, senza queste necessarie infrastrutture intellettuali? Solo un ricambio completo della cultura dominante, del personale accademico, politico e manageriale potrà permetterle di rientravi.

Guardiamo alle trasformazioni del mondo, non al nostro ombelico

3. La pretesa di quantificare l’impatto del Recovery Plan è ridicola

Anche le considerazioni previsionali del Recovery Plan si rivelano  inutili soprattutto perché anche non osano dire la verità sulle nostre debolezze (cioè sulla nostra dipendenza tecnologica).Ne consegue che anche quelli che sembravano un tempo salutari vincoli per governi nazionali ideologizzati e demagogici si rivelano anch’essi delle foglie di fico. Prendiamo come esempio le valutazioni d’impatto dei piani europeo e, rispettivamente, italiano, “Una visione puramente ex-ante e vaga, con cui per esempio si afferma che il complesso delle riforme previste, secondo il modellino del Mef, produrrà un aumento del pil dell’ 1%. Questi sono esercizi inutili, cui nessuno crede più e che non hanno nulla a che fare con la rendicontabilità politica delle azioni.” (Calderini).

Tanto è vero che l’esigenza della previsione della crescita del PIL l’ha abbandonata pure la roccaforte mondiale della programmazione economica, il Piano Quinquennale cinese, su cui evidentemente Calderini ha gettato un occhio. Il Piano, nonché la “Vision 2035” che ne costituisce un corollario, dovrebbero infatti essere consultati da titolo a titolo informativo, per vedere come si può fare, nel 2021,  una progettazione economica al contempo flessibile e credibile. Vi leggiamo principi di carattere qualitativo:

“Sostituire alla crescita rapida quella di alta qualità;

Espandere la  domanda  interna, senza cessare di sostenere i mercati internazionali di esportazione;

Guidare la modernizzazione  coll’ innovazione e i progressi nella tecnologia;

Promuovere una produzione di alta qualità, intelligente ed ecologica.”

Incuranti di tutto ciò, Conte e Renzi duellano invece per l’egemonia (l’uno fresco della benedizione di Trump, l’altro candidato a Segretario Generale della Nato); nel Nord Europa,  i “frugali” Rutte e Ratas sono costretti a dimettersi per “italianissimi” scandali, così come la “stabilissima” Germania si chiede chi sarà il suo prossimo primo ministro dopo le dimissioni della Merkel.

Tuttavia, inspiegabilmente, secondo Cacciari, la tanto deprecata “bancarotta  della classe politica”, nonostante quest’estensione paneuropea, e nonostante quelle sue profonde radici storiche e culturali, sarebbe magicamente superabile con “un sogno” :”gli attuali alleati di governo, eliminato Renzi, che giurano solennemente di aver capito la lezione, che concordano per la ripresa di un disegno di riforme istituzionali e amministrative del tutto abbandonato, e danno così vita a un’intesa oltre l’attuale emergenza e anche l’attuale legislatura”

Nulla di tutto ciò può evidentemente bastare. Resterebbe comunque l’arretratezza culturale e tecnologica, la subordinazione all’ America, un’assurda dispersione di competenze, la selezione alla rovescia delle classi dirigenti, il “carattere totalmente anaffettivo” del piano, che, come scrive Calderini, è “sideralmente distante da un’idea di società attiva, partecipante e protagonista su cui riporre fiducia”.

Ci vorrebbe invece una cultura diversa, veramente mondiale (che spazi fra i Veda, i San Jiao, Buddha, l’Islam…), e, al contempo, veramente europea (la Bibbia e Ippocrate, Erodoto ed Eschilo, San Paolo e Sant’Agostino, Averroè e San Tommaso, Dante e Cartesio, Pascal e Hume, i Gesuiti e gl’Illuministi, Nietzsche e Freud, Jung e Galimberti, Michels e Pareto, Heisemberg e Feyerabend,  St. Exupéry e Sol’zenicin…). Occorrerebbe  poi liberarci dalle forzature della storia, con un Pericle “democratico”, il Diritto Romano origine dello spirito borghese, il monachesimo e i comuni culle della modernità, Lutero, Voltaire e Jefferson  progressisti,  gli Americani antitotalitari e liberatori, il Piano Marshall taumaturgico; liberismo, socialismo e keynesismo quali unici modelli economici…

Solo una classe dirigente con una cultura veramente internazionale e a-ideologica potrebbe comprendere gli sviluppi delle società contemporanee, ed intervenire drasticamente là dove veramente occorre –vale a dire  a livello europeo-. Da una profonda riforma del sistema europeo deriverebbe anche un adeguamento di quelli nazionali, non più racchiusi negli sterili gusci otto-novecenteschi, bensì aperti a una “poliedrica” identità europea e mondiale del secolo XXI.

Occorrerebbe guardare con occhi geopolitici ed europeisti le realtà di oggi, per esempio il gruppo automobilistico “eurocentrico” Stellantis, con sede in Olanda, azionisti la Exor olandese, la famiglia Peugeot, lo Stato Francese e quello cinese, e con la cogestione in Opel. Non è una forma di “globalizzazione”, bensì di “europeizzazione”. Questo è un gruppo destinato a competere con altri gruppi eurocentrici, come la Volkswagen. L’Unione Europea sta curandone effettivamente gl’interessi, per esempio attraverso il recentissimo trattato con la Cina che ha messo al sicuro i recenti accordi con la Cina. Anche il Governo italiano ha espresso un interesse a entrare nella compagine azionaria (per esempio, convertendo in azioni il prestito di 7 miliardi fatto alla FCA).In quest’occasione, si potrebbe finalmente introdurre anche negli stabilimenti italiani quella cogestione che c’è oramai in tutta Europa, tranne che in Italia.

E’ un modello che dovrebbe essere seguito per tutti i “campioni europei”, a cominciare dal settore digitale.

SE IL LAVORO NON CONTA PIU’

GRAFIK Börsenkurse der Woche / KW 2/2019 / Produktion

 Recessione in Germania

di fronte al crollo dell’economia, uno Statuto dei Lavoratori europeo

Finalmente, anche nella pubblicistica mainstream si sta facendo strada la verità sulla crisi senza ritorno del nostro sistema produttivo, nonché sulle performances deludenti anche del sistema europeo, con l’esclusione, forse, dei Paesi di Visegrad.

Cito come esempio l’articolo pubblicato da Massimo Giannini su “La Repubblica” di Venerdì 25 ottobre, intitolato “Se il lavoro non conta più”. L’autore riporta giustamente una sfilza impressionante di dati sull’interminabile crisi italiana: 82.000 famiglie mese sul lastrico dalle decisioni sull’ ILVA, 18 milioni di ore lavorate in meno rispetto al 2008, 50.000 disoccupati “avviati al lavoro” con il reddito di cittadinanza, su 982.000 richiedenti (che comunque sono solo una parte infinitesimale dei disoccupati).

Cita anche (implicitamente criticandola) l’idea lanciata  dal CNEL, di un nuovo Statuto dei Lavoratori.

Quanto alla situazione piemontese, ricordo invece l’articolo, sempre su “La Repubblica”, ma di sabato, di Salvatore Tropea, intitolato “Se il Piemonte diventa un pezzo del Sud depresso”, che cita, come casi emblematici di una totale incuria della politica, quelli di Embraco, Comital, Mahle, Pernigotti, Olisistyem, Lear, Blutec e della stessa  FCA

1.Ma come creare nuovo lavoro?

Tuttavia, quello che né Giannini, né Tropea (ma neanche nessun altro), dicono è come si dovrebbe fare per arginare la disoccupazione, quando, come oggi, non c’è, in Italia, alcun’ attività (salvo la droga, la prostituzione e le tangenti) che sia veramente redditizia, e, di conseguenza, nessuno che intenda investire nelle imprese italiane, siano esse delle pizzerie o delle fabbriche di missili, salvo i Cinesi, che, però, vengono rifiutati perché accusati di farlo con oscure motivazioni politiche.

Perfino gli Americani, i Russi, gl’Indiani, i Francesi, i Tedeschi e gl’Israeliani, che avevano fatto qualche timido tentativo negli anni passati, si stanno sfilando. Qui non c’è, né il potere, né un ceto imprenditoriale potente, né lo Stato partner e imprenditore, né la demografia, né il mercato. A chi vendere? Come conquistare i mercati mondiali? Come difendersi dalle ingerenze straniere?

In effetti, se i nuovi posti di lavoro “buoni” si creano tutti in Cina, nei Paesi in via di sviluppo, in Europa Orientale o, al massimo, in America, è proprio perché la creazione di nuove “vere” imprese è un compito eminentemente politico, che presuppone una politica di difesa degl’interessi nazionali. Le nuove aziende sono nate nei “garages” solo  perché sostenute dal DARPA, espressione del Pentagono, o dal Partito Comunista Cinese. Indosuez è nata come banca d’emissione dell’Indocina francese, e la Volkswagen come un progetto personale di Hitler, finanziato con i soldi dei sindacati nazisti. Ma anche le imprese italiane, dalla FIAT all’IRI all’ENI, all’ ENEL, non sarebbero nate, né si sarebbero sviluppate, se non ci fossero state alla base solide motivazioni e azioni politiche: dal trasferimento a Firenze della capitale, alle guerre italo-turca e mondiale, alla crisi del ‘29, alla politica “Terra, Mare, Cielo”, alle Partecipazioni Statali, al Centro-sinistra. Anche la loro decadenza deriva da nuove e opposte politiche: l’integrazione europea ed euroatlantica, l’aiuto allo sviluppo, le delocalizzazioni, le privatizzazioni….

E, infatti, le imprese italiane, come la Olivetti, che non furono favorite, bensì osteggiate, dal potere politico, nacquero morte, proprio quando, per i grandi concorrenti internazionali come la IBM, si apriva un’epoca d’oro.

Orbene, se si capisce benissimo come faccia la Cina a creare ogni anno 50 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno (cioè finanziando lo sviluppo accelerato di nuove tecnologie, di regioni periferiche e di Paesi amici, svalutando lo Yuan, costruendo nuove città prima ancora che esistano gli abitanti, forzando i nuovi consumi), e come faccia l’America (finanziando il militare, mettendo dazi e sanzioni, obbligando le imprese nazionali a rilocalizzarsi), non si capisce come possa creare nuovi posti di lavoro  un’ Europa che finanzia pochissimo le proprie nuove imprese, che difende (almeno fino ad oggi) il corso dell’ Euro anche quando gli altri svalutano, tassa pesantemente il patrimonio immobiliare e il lavoro, ma non le multinazionali del web, accetta tutte le imposizioni americane in materia tariffaria, doganale e tecnologica, non ha né“partecipazioni statali”, né un esercito comune,  e  neppure potere coercitivo sulle proprie imprese…

Soprattutto, come insdiste Evgeny Morozov, il cuore pulsante dell’ economia di un Paese non è più né la sua industria, né la sua finanza, bensì il suo ”ecosistema digitale”. E’ questo che raccoglie e coordina i dati, dirige la politica (vedi campagna di Obama, Casaleggio,Cambridge Analytics, Fake News…), gestisce le transazioni finanziarie, prende il controllo dei media e delle imprese, coopera con i servizi, garantisce l’allarme atomico, automatizza  e terziarizza i posti di lavoro, distrugge il commercio tradizionale, stravolge l’educazione e la security… Chi non controlla l’ecosistema digitale non controlla la propria economia, ed è quindi destinato a scivolare fra i paesi in via di sviluppo. Questo, e non altre risibili cause, come l’eccesso di burocrazia, o l’instabilità politica, o l’immigrazione, è la vera causa della interminabile crisi italòiana (ed europea)

Evgeny Morozov

  1. Questo destino di decrescita era prevedibile

Così, da 40 anni, si  continuano a spendere somme astronomiche per mantenere in piedi dei puri simulacri d’impresa, come per esempio l’ Embraco di Riva di Chieri che avevamo venduto 25 anni fa perché già allora non aveva prospettive (ed è passata dagli Americani, ai Brasiliani, agl’ Israeliani, senza alcun miglioramento, anzi, peggiorando costantemente), mentre, con gl’ importi erogati dallo Stato, si sarebbero potute creare nuove  imprese informatiche o spaziali, oppure finanziare il reinserimento di imprenditori, managers, tecnici e operai come finanzieri, commercianti, albergatori o  comunque operatori turistici, o addirittura un loro tentativo di ricollocarsi altrove. Si noti che, sul piano mondiale, il 5% dei nuovi posti di lavoro sono creati nel settore del turismo, che è tradizionalmente il fiore all’ occhiello dell’Italia, e in cui esistono enormi margini di miglioramento.

Avendo lavorato per 30 anni per l’industria italiana, e, in particolare, piemontese, posso testimoniare circa  il fatto che l’idea che quest’ultima non avesse futuro aleggiava fra i decisori, politici e soprattutto industriali, fino dagli anni ’70, come emerso dagli archivi dei servizi segreti americani e riportato da storici inglesi. Già dagl’ incontri durante la IIa Guerra Mondiale fra i vertici della FIAT e i ministeri economici americani era risultato evidente che l’Italia sconfitta avrebbe dovuto puntare su produzioni a basso valore aggiunto, basandosi sulla mano d’opera a basso costo resa disponibile dalla smobilitazione e dall’emigrazione. Per questo, già all’inizio degli anni ’70, era diffusa negli ambienti industriali l’opinione che, dopo l’“Autunno Caldo”,  occorresse smobilitare gl’investimenti industriali in Italia, che sarebbero divenuti non competitivi. Di qui la fuga di capitali e le vendite a tappeto di aziende: dalla Olivetti alla RIV, dalla Way Assauto al Nuovo Pignone, dalla Lancia all’ Alfa Romeo….

Le aziende venivano vendute soprattutto dalle proprietà familiari, che, in mancanza di compratori esteri, cedevano ai grandi gruppi, che subito dopo incominciavano subito a rivendere.

Anche le delocalizzazioni venivano fatte in uno spirito sbagliato. Anziché delocalizzare la produzione mantenendo il controllo (familiare, finanziario, politico, giuridico, manageriale, tecnologico), come prima cosa si spostava la sede all’ estero, per poter manovrare senza controlli, tanto lo Stato italiano forniva il proprio supporto ai gruppi estero-vestiti anche se non pagavano le tasse in Italia, né rispondevano politicamente al nostro governo. Basti pensare agli   stabilimenti già della Crvena Zastava in Serbia.

Così, filiere che erano squisitamente italiane, come l’auto, l’informatica,  i pneumatici, la moda, sono passate sotto controllo straniero, facendo perdere al nostro Paese i vantaggi derivanti dalla proprietà, dalla fiscalità, dalla cultura aziendale e di management….

Invece di contrastare queste tendenze, si è fatto ricorso al neo-malthusianesimo (diminuzione della natalità), grazie a cui, pur diminuendo il Prodotto Nazionale Lordo, aumenta il Reddito Pro Capite. Tuttavia, anche così non si può andare avanti all’ infinito, perché (i) si alimentano i conflitti etnici catalogati oggi come “populismo”e “xenofobia”; (ii)gl’immigrati assumono presto le stesse abitudini dei nazionali, oppure emigrano nuovamente (come sta accadendo), non dando comunque alcun contributo positivo all’ equilibrio demografico.

 

 

Mark Zuckerberg

4.Come contrastare questo declino?

Arrivati a questo punto, “risalire la china” è veramente difficile.

Intanto, occorre sgomberare il campo da un grande numero di falsi miti e di ideologie che hanno dominato il campo negli ultimi decenni.

L’alternativa non è fra un aprioristico industrialismo e una decrescita “a prescindere”. L’industria è stata da sempre solo una  fra le tante attività umane: ha conosciuto un incremento a metà del XX secolo, e ora sta stagnando, e trasferendosi in altri Paesi. Questa vicenda è influenzabile solo in parte, perché una parte di essa è ormai irreversibile. Inoltre, alla preoccupazione per l’industria nazionale, e perfino per l’economia, da sempre si sono affiancate, giustamente, altre preoccupazioni: quelle per la sopravvivenza della popolazione, per i valori di una civiltà, per la libertà e l’indipendenza nazionale, per uno sviluppo armonioso, per la continuità di una cultura, ecc…Oggi, ci sono anche e soprattutto quelle per l’avvento delle macchine intelligenti e per il surriscaldamento atmosferico.

Tutto ciò detto, se non difendiamo almeno un pezzo di economia europea, non avremo neppure più quel minimo di strumenti che servono alla sopravvivenza della nostra popolazione e della sua cultura, alla sua difesa e indipendenza. Si noti che, secondo qualificate stime internazionali, fra 10 anni nessun’economia europea sarà fra le prime 7 del mondo, e saremo scavalcati da Indonesia, Egitto e Brasile, senza parlare, ovviamente, di Russia e Turchia. A ciò si aggiunga che in tutte le società industrialmente avanzate si prevede un crollo (intorno al 50%) dei posti di lavoro per effetto della disoccupazione tecnologica nel giro dei prossimi 10 anni.

Nonostante quanto precede, l’ingente apparato esistente in Europa, non solo industriale, ma infrastrutturale (Stato, eserciti, servizi, trasporti) dovrà essere come minimo fatto funzionare, manutenuto e aggiornato; il livello di vita dovrà essere mantenuto a un livello comparabile con quello delle altre grandi aree del mondo; i nostri politici e i nostri tecnici dovranno potersi interfacciare dignitosamente là dove si discute del futuro dell’Umanità. Ciò comporterebbe  il mantenimento di un livello almeno minimo di natalità, di scolarizzazione, di organizzazione e di sviluppo. Inoltre, se vogliamo che il consenso politico non scenda al di sotto di un certo livello, con i bei risultati che si stanno vedendo in America Latina e in Medio Oriente, occorre anche che gli Europei possano almeno intravvedere una qualche prospettiva di sviluppo personale non in contrasto con le nostre tradizioni di civiltà.

Ma già solo per conseguire questi obiettivi minimi occorrerebbe una vera rivoluzione, che potrebbe essere portata avanti solo a livello europeo.

Thierry Breton

5.Le sfide scottanti della nuova Commissione

Le difficoltà con cui si sta pervenendo alla formazione della nuova Commissione dimostrano chiaramente  che anche la politica europea è molto titubante sul da farsi. L’enorme peso del dicastero riservato alla Francia “a prescindere” (in contrasto con la retorica dell’eguaglianza fra gli Stati membri), e la clamorosa bocciatura di un candidato “pesante” come Sylvie Goulard, dimostrano che impresa, tecnologia e digitale sono i campi in cui l’Europa potrebbe dimostrare la  propria utilità, oppure squalificarsi definitivamente.

La nuova candidatura francese, quella di  Thierry Breton, già ministro francese delle Finanze e presidente-amministratore delegato delle principali imprese tecnologiche francesi, dimostra che la Francia e l’Europa sono oramai costrette a gettare sul tavolo tutte le carte. Il pretesto usuale per non fare nulla, quello secondo cui non esisterebbero lobbies che spingano per la creazione di un’industria tecnologica europea autonoma, non può più reggere. Breton rappresenta giustamente, in modo diretto, le lobbies europee delle alte tecnologie (e sarebbe autolesionistico se gli Europarlamentari non dovessero accettarlo proprio per questo). Se neppure lui facesse qualcosa di decisivo per colmare il dislivello che ci separa dall’America e dalla Cina, vorrebbe dire che l’Europa ufficiale ha implicitamente accettato di essere eternamente al di fuori dei veri giochi della nuova economia, e così di avviarsi deliberatamente al sottosviluppo (appunto dietro all’India, all’Indonesia e all’Egitto).

Come, poi, un’eventuale, e auspicabile, azione dell’Europa nel settore delle nuove tecnologie  potrebbe aiutare l’Italia nella lotta alla disoccupazione è tutto da vedere. Infatti, in Italia si è consolidata nei decenni una retorica autodistruttiva secondo cui la politica deve occuparsi, per l’appunto,  delle lobbies già esistenti, e non di creare nuove formazioni sociali (come la Cina ha fatto con Baidu, Alibaba, Huawei e TikTok); sicché:  le imprese italiane dovrebbero rimanere in eterno dei “followers” di quelle americane; i laureati dovrebbero essere modesti e conformisti, non già avere l’ambizione di essere veramente classe dirigente; gl’imprenditori dovrebbero essere poco più che degli operai di successo, e i lavoratori dovrebbero restare più ignoranti possibili, per non fare ombra, né ai padroni, né ai sindacalisti. Con queste premesse, il problema della disoccupazione viene liquidato da tutti con la frase: “ciascuno può fare solo quel che sa fare”. Ma se è così, quando, come ora, l’economia mondiale cambia radicalmente, che facciamo? Ci mettiamo tutti in disoccupazione e pretendiamo tutti (politici, imprenditori, managers o lavoratori), un vitalizio, un sussidio o un reddito di cittadinanza? Non c’è la possibilità di imparare delle cose nuove? Come hanno fatto i Cinesi e gl’Indiani a trasformare in una sola generazione un miliardo di contadini in operai, commercianti, tecnici, managers, imprenditori, scienziati e finanzieri?

I “fondi europei” dovevano servire proprio a questo: a organizzare una colossale operazione per riconvertire (con i metodi “energici” propri di consorzi di guerra, di cui tanto Monnet quanto Hallstein erano degli esperti) l’enorme apparato carbosiderurgico ereditato dall’ Asse; per reinserire in altre funzioni, con i Fondi Sociali, la mano d’opera così resasi inutilizzabile, per reindustrializzare con i Fondi Strutturali le regioni depauperate dal calo programmato delle produzioni e dallo smantellamento delle “pseudo-economie” create dal sistema doganale.

Non basta oramai nemmeno l’”Industria 4.0”, oggi, quando i Paesi leaders del mondo si dedicano all’intelligenza artificiale, ai computer quantici e ai 5G.

Perciò, in netto contrasto con quanto si sta ora facendo (o meglio non facendo), l’azione per contrastare la disoccupazione dovrebbe consistere in un’energica ristrutturazione in senso digitale delle filiere  dell’economia in senso lato, e in un generalizzato “upgrading” delle competenze dei nostri concittadini, attraverso una maggiore selettività, azioni di formazione permanente e d’incremento della partecipazione. Il bello è che tutto questo sarebbe già finanziato, per esempio, dai fondi europei, ma la gestione timida  da parte di Autorità timorose di urtare l’ignavia dei cittadini e l’occhiuta sorveglianza dei concorrenti internazionali porta al non utilizzo dei fondi e, anzi, alla loro dilapidazione.

Tutto ciò presupporrebbe inoltre un radicale incremento delle capacità di previsione, progettazione e intervento dei settori “pubblico” e “sociale”, intendendo sotto questi termini Unione, classe politica, Stati membri, Regioni, Enti locali e associazionismo.

Luca Ricolfi

  1. Il nuovo Statuto dei Lavoratori

Ci compiacciamo con Tiziano Treu, che avevamo invitato quest’anno al Salone del Libro di Torino, per aver organizzato presso il CNEL una serie di convegni sullo Statuto dei Lavoratori e sulla sua attualità oggi. Noi, come Alpina e come Associazione  Culturale Diàlexis,  abbiamo pubblicato due studi sull’ argomento: “Modello sociale europeo e pensiero cristiano” e “Il ruolo dei Lavoratori nell’ era dell’ intelligenza artificiale”, presentato al Salone del Libro di Torino del 2019.Quest’ultima opera caldeggiava l’attualizzazione del diritto del lavoro in Europa alla luce delle nuove realtà. Infatti, un nuovo diritto del lavoro può essere soltanto europeo, così come sono europee le principali novità legislative oggi vigenti.

Inoltre, non ha senso modificare le norme senza modificare la struttura economica sottostante. Occorre trovare un compito per tutti anche nella società delle macchine intelligenti. Per questo, avevamo inviato, nel 2014, al Presidente Juncker, il nostro ”Quaderno di Azione Europeista” intitolato “Re-statring Eu Economy via Technology-intensive industries”).  L’”upgrading” del lavoro comporta un progressivo passaggio dal lavoro fisico a quello intellettuale, dall’ intellettuale al direttivo, dal direttivo al politico, dal politico allo spirituale. Se le macchine sono nate per sostituire il lavoro degli schiavi, dei servi, degli operai e dei burocrati, gli unici “posti di lavoro” che resteranno disponibili saranno quelli al di sopra delle macchine, vale a dire attività d’ ideazione, di direzione, di progettazione e di comando. Quanto più le macchine saranno capaci di fare tutto, tanto più ci sarà bisogno di personalità che investighino sui fini, disputino sulle alternative, impersonino divergenze di opinione, prevedano, orientino (chierici, governanti, politici, intellettuali, gestori, teorici, educatori…). Quello che Luca Ricolfi ha chiamato “Società signorile di massa”, che oggi è una stortura dell’Italia decadente, dovrebbe diventare la regola, e l’unico modo di realizzare quella che era l’idea di “democrazia” all’inizio della Modernità, espresso in concreto nel “Machinenfragment” di Marx.

Contrariamente a quanto si pensa normalmente, il lavoro non mancherà per nessuno neanche nella Società delle Macchine Intelligenti.Resterà solamente da stabilire come ripartire i redditi prodotti dalle macchine. Ma la situazione non sarà molto diversa da oggi (o meglio da ieri), perché “macchina” sarà un campo come un ministero, una scuola come un esercito, una città come un ospedale. Anche queste avranno dei “padroni”, siano essi lo Stato o delle società, dei “capitalisti” o degli “enti senza fini di lucro”, delle cooperative o delle famiglie. Bisognerà solo contrastare (se ancora possibile) l’espansione incontrollata delle “Big Five”, le quali, grazie alla connivenza dell’ ARPA e dei politicanti, si sono appropriate in pochi anni (ma sono oramai 50) di tutti i principali centri di potere.

Organizzare tutto questo sarà il compito del nuovo “diritto del lavoro” europeo. Ma presupposto di tutto sarà che questo complesso sia in grado di produrre ricchezza sufficiente per mantenere gli Europei. Perciò, il nostro “complesso macchinico” dovrà essere competitivo con quello dei grandi Paesi tecnologici (oggi, gli USA e la Cina, domani l’India, la Russia, ecc…). Oggi, non stiamo andando affatto in quella direzione -na,anzi, nella direzione opposta-.

C i ripromettiamo di pubblicare al più presto un’opera che condensi le riflessioni oramai necessarie circa le basi culturali per siffatta rivoluzione culturale europea, e ancor più circa concreti progetti legislativi volti ad unificare e coordinare tutte le attività europee nel campo del digitale.

Cgliamo l’occasione per segnalare un’importante iniziativa su questo argomento

DECODE SYMPOSIUM 2019

Our Data, Our Future: Radical Tech for a Democratic Digital Society

DECODE is an ambitious EU project with 14 high level partners that aims to advance the cause of decentralised, rights-preserving and privacy-enhancing digital infrastructures that put individuals in control of their data while enabling them to share it for the common good. DECODE focuses
its research and development effort on novel notions of digital sovereignty and data commons, aspiring to see them implemented in new EU policies.

The theme of the 2019 DECODE Symposium is Our Data, Our Future: Radical Tech for a Democratic Digital Society. It will focus on constructing viable democratic alternatives to the Big Tech. The Symposium will discuss the benefit of decentralized and privacy preserving technologies as alternatives against the digital economy’s tendencies towards centralization and monopolization. After reviewing the most promising and impactful of such technologies on Day 1, the symposium will dedicate Day 2 to discussing how such projects could fit into the broader context of Europe’s efforts to protect fundamental rights of its citizens and restore its economic and technological sovereignty. The event will discuss issues that range from antitrust, competition law, the geopolitics of Finth, democratic control
over AI and platforms, and also how a Smart Green New Deal would look like today.

Amongst the main speakers of this year’s symposium the writer Evgeny Morozov, former CTO of Barcelona and founder of the DECODE project Francesca Bria, Nesta CEO Geoff Mulgan, the author of best selling book Postcapitalism Paul Mason, the artist and founder of DIEM25 with Yanis Varoufakis Brian Eno, Ann Pettifor, the main economic advisor to the UK about party and author of The Green New Deal, Harvard Law Professor Roberto Unger; Jen Robinson the main lawyer of Julian Assange, Robert Kockett, the main advisor to Alexandria-Ocasio Cortez on the Green New Deal….

 

This event is curated by Francesca Bria and Evgeny Morozov, and is brought to you by the City of Turin, the Festival of Tecnologia, Lavazza, New Institut and TopIX. Workshops are being curated by Dyne.

Conference Program

Day One: November 5th 2019

TECHNOLOGIES FOR A DECENTRALISED DIGITAL FUTURE: BUILDING THE EUROPEAN ECOSYSTEM

8.30 – 9.30

Registration and refreshments: Main chair for the day: Geoff Mulgan, Nesta

9.30 – 9.45

Welcome and opening:

  • Francesca Bria, DECODE
  • Olivier Bringer, European Commission
  • Paola Pisano, Italian Minister of Innovation
  • Valeria Portale, Blockchain Observatory, Politecnico Milano
  • Marco Zappalorto, Nesta
    Italia

9.45 – 10.00

Blockchains for Social Good: First results from the EU prize and related initiatives:

  • Fabrizio Sestini, European Commission

13.30 – 14.15

Panel: Blockchains, DLTs and Privacy-Enhancing Technology for the Common Good:

  • Olivier Bringer, European Commission
  • Marco Bellezza, Presidency
    of the Italian Council of Ministers
  • Denis Roio, Dyne.org
  • Irene Lopez de Vallejo, Ocean
    Protocol
  • Valeria Portale, Blockchain Observatory, Politecnico Milano
  • Chair: Anna Masera, La Stampa

11.00 – 11.15

The DECODE Ecosystem – Tools for Citizens’ Data Sovereignty

  • Denis Roio Dyne.org
  • Oleguer Sagarra, Dribia
  • Pablo Aragon, Eurecat

11.15 – 11.30

DLTs and Blockchain-based EU Project Pitches

11.30 – 12.00

Refreshments, networking and exploring the showcase

12.00 – 13.30

A New Deal on Data: Towards Viable Solutions:

  • Regis Chatellier, Commission Nationale de l’Informatique et des Libertés
  • Maria Savona, Sussex University Lorena
  • Jaume-Palasi, Algorithm Watch Neil Lawrence, University of Sheffield
  • Mara Balestrini, Ideas for Change
  • Chair: Javier Ruiz, Open Rights Group

13.30 – 15.00

Lunch break, networking and exploring the showcase

15.00 – 16.00

The Role of STARTS (Science, Tech and the Arts) for a Human-centric Digital Future

  • Holly Herndon, Musician
  • Mar Santamaria, 300000 kms (winner STARTS Prize 2019)
  • Ciro Cattuto, ISI Foundation
  • Christopher Roth, Film-maker
  • Chair: Ralph Dum, European Commission

16.00 – 17.00

Europe’s Digital Sovereignty: How Do We Get There?

  • Rob van Kranenburg, Founder of Internet of Things Council
  • Dan Hill, Vinnova
  • Andrea Fumagalli, Università di Pavia
  • Yasmine Fage, Entrepreneur Goggo Network
  • Caroline Nevejan, City of Amsterdam
  • Chair: Katja Bego, Nesta

17.00 – 18.00

Networking and exploring the showcase

18.00 – 19.30

The Evening Debate: The Future of Press Freedom

  • Jen Robinson, Human Rights Lawyer
  • Joseph Farrel, Centre for Investigative Journalism, Wikileaks Ambassador
  • Stefania Maurizi, Journalist Repubblica
  • Geoffroy de Lagasnerie, Philosopher
  • Chair: Renata Avila, Fundación Ciudadanía Inteligente

Day Two: November 6th 2019

RADICAL TECH FOR A DEMOCRATIC DIGITAL FUTURE

09.00 – 10.00

Registration and breakfast

  • Main Chair for the day: Barbara Carfagna, RAI

10.00 – 10.15

Welcoming remarks

10.15 – 10.30

Setting the Scene: Our Technological Future Beyond Techno-Nationalism and Techno- Globalism

  • Evgeny Morozov, Author

10.30 – 12.00

Democratizing Money vs. Centralizing Control: The Geopolitics of Fintech

  • Izabella Kaminska, Financial Times
  • Brett Scott, Author Hacking the Future of Money
  • Kevin Donovan, University of Edinburgh
  • Massimo Amato, Bocconi University
  • Rohan Grey, Digital Fiat Currency Institute
  • Chair: Barbara Carfagna, Journalist RAI TV

12.00 – 14.00

Lunch break, networking and exploring the showcase

14.00 – 15.30

Big Tech in Crisis: Policy Responses on Competition and Data Sovereignty

  • Paul Nemitz, European Commission, DG Justice
  • Paolo Ciocca, Consob
  • Tommaso Valletti, Imperial College, Chief Economist DG Competition
  • Alexey Ivanov, Skolkovo-HSE Institute for Law and Development
  • James Meadway, Economist
  • Chair: Francesca Bria, DECODE

15.30 – 16.00

Reconquering digital sovereignty: DECODE and beyond

16.00 – 17.30

Putting Data, Platforms and AI under Democratic Control

  • Paul Mason, Journalist and Author
  • Geoff Mulgan, CEO Nesta
  • Bruce Sterling, Writer
  • Amelia Andersdotter, Article19 (former EU MEPs)
  • Juan Carlos de Martin, Nexa-Politecnico di Torino
  • Edoardo Reviglio, Chief economist Cassa Depositi e Prestiti
  • Chair: Luca De Biase, Sole 24 Ore

17.00 – 18.00

Refreshments and networking

18.00 – 19.30

Democratizing the Knowledge Economy in the Times of the Green New Deal
An interview with: Roberto Unger, Harvard University

Panelists:

  • Robert C. Hockett, Cornell University, Advisor of Alexandria Ocasio-Cortez on the Green New Deal
  • Ann Pettifor, Author of The Green New Deal
  • Brian Eno, Artist
  • Francesca Bria, DECODE
  • Evgeny Morozov, Author
  • Chair: John Thornhill, Financial Times

19.30 – 20.00

Networking

 

 

 

INCALZARE LE AUTORITA’ NEOELETTE: RISPOSTA A LUCIO LEVI

 

Dopo un’estenuante (e mai finita) campagna elettorale, oggi in Europa il tema del giorno per i media resta purtroppo quello dei rapporti di forza fra i partiti – fra i grandi gruppi europei a Strasburgo e a Bruxelles, fra Lega e 5 stelle a Roma, fra CDU e SPD in Germania, fra conservatori e Brexit Party in Inghilterra, fra gollisti e macroniani in Francia-. Invece, delle cose che veramente contano, come le discussioni al G20 sul digitale, degli sviluppi sempre più catastrofici delle guerre commerciali di Trump, e degli aspetti irrazionali della teoria economica che sta alla base dei cosiddetti “vincoli europei”, e, infine, delle concrete operazioni finanziarie, industriali e/o commerciali che riguardano i nostri territori, quasi non si parla.

 

Perciò, molto opportuno mi pare il commento di Lucio Levi nel suo articolo, “I partiti europeisti prevalgono nelle elezioni europee”, che invita a una visione d’insieme della situazione post-elettorale, che si elevi a un livello più alto, e che riguarda proprio la necessità di un pacchetto d’interventi in relazione alla nuova legislatura del Parlamento Europeo. E, aggiungerei io, di quella della Regione Piemonte.

L’Europa è una  buona quarta nella competizione internazionale

1.Basta con un “approccio ordinario” (vale a dire novecentesco)

 

Giustamente quindi scrive  Levi: “Il fatto è che i partiti tradizionali hanno adottato provvedimenti ordinari, mentre la rivoluzione scientifica della produzione materiale, la crisi economica e ambientale e le crescenti tensioni internazionali, dovute al ritorno del protezionismo e della corsa agli armamenti, richiedono misure straordinarie”.

 

Questo è certamente il punto: i partiti tradizionali, nati, chi nel 18°, chi nel 19°, chi nel 20° secolo, non comprendono (o fanno finta di non comprendere) il 21°, e quindi continuano ad adottare provvedimenti non solo “ordinari”, bensì semplicemente vecchi di almeno 100 anni, i quali, appunto per questo, non solo non risolvono i problemi o addirittura li aggravano, ma si prestano anche a nascondere le inquietanti realtà dei nostri giorni:

 

I liberali erano nati per difendere l’aristocrazia dai sovrani illuminati (la Fronda,la “Glorious Revolution”), ma avevano già avuto difficoltà a difendere la borghesia contro lo statalismo giacobino, e, poi , la libertà tout court contro la tirannide dalla maggioranza sotto le democrazie. Oggi, non sono in grado neanche d’immaginare come fare a sgominare la società del controllo totale. Le leggi sulla “privacy” sono infatti pannicelli caldi.

 

I nazionalisti erano nati per affermare il Terzo Stato contro lo stato patrimoniale”(Sieyès dei monarchi); hanno fatto difficoltà a difendere “il popolo” contro gl’imperi, e “le nazioni” contro l’occupazione straniera. Oggi, non riescono a comprendere che l’indipendenza della “patria” va difesa contro l’unico apparato informatico-militare che ha pretese mondiali. Il “sovranismo” degli Stati Membri è una carnevalata, smascherata dall’ adesione al “Movement” di Bannon.

 

I socialisti erano nati per affermare le esigenze dell’organizzazione sociale contro quelli dell’atomismo asociale (Saint-Simon, Owen, Fourier).  Avevano già difficoltà a riconciliarsi, tanto con lo spirito ottocentesco della libertà, quanto con la necessità, emersa nel Novecento, delle “vie nazionali al socialismo”. Oggi non capiscono lo sfuggente “socialismo con caratteristiche cinesi”, che è il vero modello di successo del XXI secolo. Negano addirittura che in fondo la sfida ideologica è stata vinta dal socialismo, con lo Stato cinese che impone l’agenda dello sviluppo economico mondiale e con le altre Grandi Potenze con l’ARPA americana, le grandi holding russe e i fondi sovrani arabi ed anche europei, che seguono a ruota.

 

Si potrebbe continuare così con democristiani, comunisti, neofascisti e verdi, ma non è questa la sede più appropriata.

Huawei vittima del protezionismo

2.Il “ritorno del protezionismo”

Unico barlume di attenzione per l’attualità, l’appello di Di Maio a “trattare con Trump sui dazi” automobilistici, anche se, significativamente, il ministro non ha detto, né come, né perchè. Appello seguito, seppur tardivamente, dall’ incontro fra le Autorità piemontesi e il responsabile dell’EMEA (area Europa, Medio Oriente e Africa) del gruppo FCA -accettando con ciò però implicitamente che, mentre, per Francia (e forse America), le trattative si svolgono al vertice, per noi hanno luogo al “piano di servizio”-

 

Questo vuoto si comprende benissimo in considerazione di tre fatti fondamentali: (a) l’Italia non ha (più?) propri costruttori nazionali, e anche  ben pochi componentisti indipendenti, tant’ è vero che il Governo si disinteressa sostanzialmente delle sorti del Gruppo FCA, che è essenzialmente americano (66% del fatturato realizzato negli Stati Uniti);(b)ben poche fra le automobili fabbricate in Italia sono esportate negli Stati Uniti, dove Chrysler aveva già le proprie fabbriche; il grosso delle automobili, ma soprattutto dei componenti esportati dall’ Italia, viene esportato nella UE, dove il problema dei dazi non si pone; (c)l’Italia non ha più competenza giuridica in materia di dazi doganali, che fanno parte della politica commerciale comune dell’ Unione Europea. Quindi, la crisi dell’industria italiana, e soprattutto dell’ industria “veicolistica” del Piemonte (-22%!) passa innanzitutto attraverso la riduzione dei mercato tedesco e, indirettamente, cinese (visto che la maggior parte delle auto delle case tedesche viene venduta, e per lo più anche fabbricata, in Cina).

Per ciò che riguarda l’ Italia in generale, si tratta solo di una mancata crescita, tuttavia grave perché,almeno a partire dal 2010, l’unico fattore economico che sia cresciuto per il nostro Paese è stato l’export (secondo SACE +6,4% fino al 2017), mentre tutti gli altri contributori del PIL, ovvero consumi, investimenti pubblici e privati, hanno registrato un netto segno meno. Perciò, tradotto in numeri, l’impatto della guerra commerciale sull’export italiano nel 2020 sarebbe dello 0,6% in meno; dell’1,1% in calo per le vendite verso gli Usa e di -1% per quelle verso la Germania.E pensare che l’Italia non è stata colpita direttamente, perché i dazi attualmente in vigore hanno rilevanza solo marginale per il nostro Paese, ma le imprese USA che fanno produzione all’estero (come la FCA) vengono colpite direttamente e indirettamente dai dazi di ritorsione (oltre che dalle controsanzioni russe, dalle sanzioni iraniane e dalla crisi provocata deliberatamente in Turchia).

 

Un altro aspetto da non sottovalutare è che già dal 2015 si era ridotto il tasso di crescita delle esportazioni, reali mentre ha continuato ad aumentare il tasso di crescita degli scambi digitali. Con la conseguenza che si è creata una divaricazione tra economie basate sui prodotti digitali e produttori di mezzi reali: la perdita è stata pesante per i Paesi europei che hanno proprie industrie digitali (cfr. punto 4 infra).

Infine, l’ Italia è nella lista dei Paesi che hanno un surlpus commerciale con gli USA e che quindi, secondo la “dottrina Trump”, dovrebbero essere direttamente penalizzati.

Nonostante tutto quanto sopra, gli sforzi dell’Ue per frenare il declino economico in questi anni sono stati rivolti invece a politiche interne dei Paesi (parametri di Maastricht) piuttosto che al valore complessivo di PIL che possiamo esprimere (fra cui l’industria digitale)(cfr. Cassese)

Il dibattito sullo “sforamento del 3% del rapporto fra debito e PIL sta portando taluni (come Cassese), a chiedersi la ragion d’essere e la sensatezza delle politiche europee di bilancio all’insegna della “stabilizzazione”. Perché mai l’economia dovrebbe essere “stabile”? Ammettiamolo pure che questo possa essere utile dal punto di vista dei ceti e delle nazioni più avvantaggiate, ma, tradizionalmente, per gli svantaggiati, l’optimum sarebbe che l’economia subisse profondi stravolgimenti, sperando così di risalire la china nella quale si è precipitati.

Quindi, “negoziare con Trump”, o meglio, affrontare il nodo dei rapporti con l’America, è la vera questione prioritaria della politica europea. Invece, attualmente le discussioni con gli USA si fanno alla spicciolata e alla chetichella, sperando di non “svegliare il can che dorme”.

 

I comandi delle Forze Armate americane sono come le province romane

3.Le “crescenti tensioni internazionali”.

Sembra  assurdo che gli Europei si preoccupino tanto della “stabilità”, che in pratica significa ingessare una situazione di subordinazione come quella attuale, in cui il nostro Continente  non ha accesso alle risorse-chiave, come una moneta di riserva e il controllo del Web. Come sembra assurdo ripetere fino alla nausea che siamo un Continente ricchissimo, mentre la realtà è che siamo in costante decadenza, non controlliamo le risorse essenziali e fra qualche anno non esisteremo praticamente più.

Intanto, non si capisce perché la BCE debba essere priva della possibilità di fare una sua politica monetaria come fanno la FED e la Bank of China. Come conseguenza, oggi l’iniziativa per l’aumento o la diminuzione dei tassi o per la svalutazione o la rivalutazione dell’Euro la prendono in pratica la FED e la Bank of China. Tra l’altro, l’assurda teoria che la BCE non deve poter svalutare l’Euro è contraddetta dal fatto che l’Euro si è svalutato pesantemente (30% circa) nei confronti dello Yuan. Quindi, l’Euro non deve svalutarsi rispetto al dollaro, ma, se si svaluta verso lo Yuan, tutti sono ben felici (salvo poi stracciarsi i capelli perché i Cinesi corrono a comprare le nostre aziende). Se la svalutazione dell’Euro (che c’è già stata) non è poi quella grande jattura, perché mai si dovrebbe imporre l’equilibrio di bilancio? Solo perché, se ciascuno potesse fare i bilanci come gli pare, qualcuno potrebbe “fare il furbo”, indebitandosi “a spese degli altri”? Ma neanche questo è totalmente vero, perché chi si indebita troppo subisce comunque lo “spread”.

E, anche ammettendo che l’attuale ingessata disciplina europea di bilancio abbia un senso, è comunque l’orientamento di politica economica sottostante al “fiscal compact” ad essere insensato. Quest’orientamento parte dall’idea che l’allocazione delle risorse  fra i vari Paesi sia un dato immutabile, e che l’unico intervento dei governi possa consistere nell’ottimizzare l’output con delle politiche monetarie o con degli efficientamenti. Invece, tutta la storia economica è lì per dimostrare il contrario. La struttura economica degli Stati Uniti è stata modificata più volte con azioni di forza da parte del Governo Federale:-con la guerra d’indipendenza, per appropriarsi dei territori indiani e mantenere la schiavitù, vietata invece in  Inghilterra;-con l’acquisto della Luisiana da Napoleone per 10.000 dollari;-con la conquista armata di metà del Messico;-con la Tennessee Valley Authority;-con le spese di guerra che hanno raddoppiato il PIL americano fra il 1941 e il 1945;-con il Piano Marshall; -con la NASA e l’ARPA, che, con la scusa del “duale”, hanno letteralmente inventato tutte le industrie di alta tecnologia; ultimamente, -con i dazi di Trump, che stanno dirottando tutte le filiere produttive mondiali. Non parliamo poi di ciò che ha fatto e sta facendo la Cina, prima con le nazionalizzazioni e poi, le privatizzazioni, le Zone Economiche Speciali, la Nuova Via della Seta…

Noi Europei, nel frattempo, non solo non stiamo facendo assolutamente nulla (anche se ne avremmo il massimo bisogno), non solo di politica industriale, ma, in generale, di politica economica, ma addirittura ci vietiamo di fare qualunque cosa in questi campi(programmazione, campioni nazionali, imprese pubbliche, svalutazioni competitive, “keynesismo militare”….). Quanto poi all’Italia, i dati (anche della disoccupazione e dell’emigrazione) ci stanno riportando praticamente al 1911, quando Giovanni Pascoli , nel “Discorso di Barga” aveva parlato della “Grande Proletaria”, costretta alle guerre espansionistiche per ovviare alla disoccupazione e all’emigrazione. E in questa situazione non dovremmo cercare di alterare questa struttura dell’economia reale, imitando almeno in parte quanto già fatto dall’ America e dalla Cina?

L’aspetto più grottesco di questa situazione è che, secondo la teoria alla base dei “vincoli di bilancio” assunta come un dogma dalla Commissione, la “disoccupazione strutturale” dell’Italia dovrebbe aggirarsi intorno al 10% (quindi, restare quella che è), e l’unico modo per ridurla (per esempio al 4%, come in Germania), sarebbe costituito da una sorta di “spending review”. Ma allora, il “diritto al lavoro”, sancito fin dal 1920 dalla Carta del Carnaro di Fiume e ribadita dalla Carta Europea dei Diritti dei Lavoratori di Torino del 1961 deve rimanere, dopo un secolo, una vuota promessa?

Ma perché mai ci dovrebbe essere una disoccupazione strutturale? Come se non mancassero attività socialmente utili (e anzi indispensabili per l’economia), che in realtà non si fanno, come per esempio un’ intelligence politica ed economica europea, gli studi sociali ed economici a lungo termine, la programmazione economica, le imprese di alta tecnologia, l’educazione permanente, la protezione del territorio, la promozione internazionale del turismo…Ammettiamo pure (ma bisognerebbe ancora dimostrarlo) che certe (moltissime) attività non si possano fare oggi in Europa  a condizioni di mercato- (i “fallimenti del mercato”) ebbene,  si possono comunque effettuare con l’intervento pubblico (per esempio, con l’EFSI o la Cassa Depositi e Prestiti), creando nuove imprese pubbliche, oppure, con il volontariato, con il servizio civile o con la militarizzazione di certe attività, come la ricerca o le comunicazioni…-

Dirò di più: senza quelle nuove attività, che costituirebbero  per l’Europa dei veri e propri nuovi segmenti di offerta, non vi è alcuna possibilità di creare nuovi posti di lavoro “veri”, cioè posti di lavoro che generino nuovi flussi positivi di profitti e di reddito ed elevino il livello sociale e culturale degli Europei rispetto alla media mondiale. Quindi, non spendiamo soldi in assistenzialismo, bensì spendiamoli per organizzare, possibilmente a costi minimi, tutte quelle attività. D’altronde, a che cosa dovrebbero servire i fondi strutturali, la BEI, l’EFSI e i fondi sovrani degli stati Membri e delle autorità locali?

L’Europa non dovrebbe vietare agli Stati membri di fare tutte quelle cose, bensì farle essa stessa, o almeno imporre agli Stati membri di farle, premiando chi le fa e penalizzando chi non le fa (i “vincoli europei invertiti”).

Di converso, non si comprende come il reddito minimo o la flat tax possano ovviare alla mancanza di imprese nazionali nei settori di punta. Nell’ attuale situazione, anziché all’ “espansione dell’0 economia”, esse porteranno solo alla sopravvivenza per qualche mese di imprese decotte e al fallimento delle poche che ancora stanno in piedi.

Tutti i mari del mondo sono testimoni di confronti fra le marine

4.La “corsa agli armamenti”

 

L’unica spiegazione di questa paralisi delle politiche economiche europee è che, in una situazione, come dicono i Cinesi, di “guerra senza limiti”, una vera politica economica fa parte di un’onnicomprensiva politica estera e di difesa comune, che è interdetta agli Europei dalla situazione internazionale.

 

Ancora la scorsa settimana,  è stato pubblicato su “la Repubblica” un articolo di Luca Caracciolo, con cui il noto giornalista insisteva su un tema sviluppato ampiamente nell’ultimo numero di Limes, secondo cui l’Europa dovrebbe compiere una scelta drastica fra gli Stati Uniti e la Cina (gli unici Stati che secondo l’articolista possano fare oggi una politica internazionale). Ora, per quanto ciò possa sembrare fantascientifico, la scelta attuale della maggioranza degli Stati Membri, e, in seguito (9 maggio) a quella, anche della Commissione uscente, è stata quella di aderire alla Via della Seta. Se togliessimo, dalla Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, questa che potremmo chiamare  “politica dei due forni” fra USA e Cina, non ci resterebbe più nessuna politica estera e di difesa. Tanto varrebbe che, nei rapporti internazionali, ci facessimo rappresentare dal Segretario Generale della NATO. Ma c’è di più. Seppur eliminando, in tal modo, la Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, anche la politica estera e di difesa degli Stati Membri consiste attualmente in un barcamenarsi fra gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, Israele e i Paesi Arabi. Anche qui, se si eliminasse la possibilità di questi giochi, tanto varrebbe eliminare i Ministri degli Esteri e della Difesa. Però, a quel punto, non resterebbe che brigare per essere annessi tutti dagli Stati Uniti. Essendo noi 500 milioni, e loro solo 300, conteremmo certamente di più di adesso.

 

Quindi, il nodo gordiano della politica estera e di difesa resta l’autonomia dagli Stati Uniti o almeno il ribaltamento delle posizioni di forza, un nodo che, per altro, né i “sovranisti”, né gli “Europeisti” sembrano voler risolvere.

 

Neppure il voto a maggioranza sulle questioni di politica estera non scioglierebbe questo nodo, perché la politica estera e di difesa non è fatta in nessun Paese dal Parlamento, bensì, ovunque, dal Capo dello Stato o del Governo attraverso la diplomazia, le Forze Armate e soprattutto i servizi segreti. Un giorno, viene arrestata in Canada la figlia del presidente di Huawei, un altro,  viene revocata dall’ Ecuador la protezione diplomatica ad Assange, un terzo, un convoglio americano attraversa il Mar della Cina, il quarto, l’ India bombarda il Pakistan, il quinto  c’è una manifestazione a Hong-Kong contro l’estradizione nei “quartieri” confinanti del “PRD”, il sesto si svela il passato di Angela Merkel nella STASI, il settimo Trump revoca i dazi contro il Messico, ecc…Tutto questo viene coordinato minuto per minuto direttamente da Trump, Xi Jinping, Putin e Modi. Né in America, né in Cina, né in India, si vota su alcuno di questi argomenti (né, materialmente, si potrà mai farlo, perché sono cose che accadono nell’ immediato e lontano dal potere legislativo).

L’Europa non avrebbe quindi bisogno di una nuova procedura di voto sulla politica estera e di difesa, bensì di un Alto Rappresentante che fosse veramente il Comandante in Capo di tutte quelle attività militari “non tradizionali” che oggi le Grandi Potenze stanno facendo e che gli Stati membri della invece UE non stanno facendo. Ma per poter fare questo, egli (ella) dovrebbe essere in grado d’incarnare idealmente gl’interessi vitali dell’Europa, così come il maggiore Petrov incarnava, quella notte del 1983, gl’interessi reali dei popoli dell’URSS (anche contro il PCUS e il Soviet Supremo). Non basterebbe, per questo, che fosse eletto: occorrerebbe che vi fossero a monte una cultura strategica e un ethos militare comuni.

 

Consideriamo ora anche quanto scritto sempre nell’editoriale del numero 4/2019 di Limes:”Nella riunione segreta del 3 aprile 1949 con i ministri degli Esteri dei paesi che il giorno dopo avrebbero firmato il Patto Atlantico, discettando della bomba Truman avrebbe lasciato cadere un caveat sulla necessità di doverla eventualmente usare contro i nostri alleati dell’ Europa occidentale quando fossero occupati.”Anche questo, è mai stato votato? Per quanto riguarda l’Italia, il Generale Mini ha dichiarato in un’intervista che, in una manovra NATO a cui aveva partecipato , si era simulato appunto  il bombardamento atomico, da parte della NATO, di Udine occupata dal Patto di Varsavia, un bombardamento che avrebbe provocato deliberatamente 300.000 morti. Gli Europei accettano ancora questi principi? E, se no, sono disposti a fare a meno dell’ombrello americano? Sono disposti a costruirsene uno totalmente europeo, e contro chi lo userebbero, visto che noi e i Russi siamo strettamente interconnessi, per esempio nel Baltico e lungo il Mar Nero?

Ma, soprattutto, alcune domande a monte: ha senso per l’Europa una politica estera che si basi sulla minaccia reciproca, con i nostri vicini più prossimi, di un auto-annientamento sulla falsariga dei kamikaze di al Qaida  e dell’ ISIS moltiplicato per centinaia di migliaia di vite? Non esistono alternative culturali, politiche e anche militari-tecnologiche totalmente alternative?

E, infine, quale alto ufficiale europeo potrebbe assumersi simili responsabilità?

 

L’Africa resta arretrata, ma si sta avvicinando all’ Europa

5.Ripensare “la politica per lo sviluppo dell’ Africa”

Parliamo poi anche dell’ Africa. Scrive Levi:” l’UE dovrebbe promuovere un piano di sviluppo con l’Unione africana che miri a gestire la migrazione nel lungo periodo attraverso investimenti per progetti infrastrutturali”. In realtà ,questo piano esiste, ed è già stato attuato, da ben 50 anni, precisamente per ”aiutare gli Africani a casa loro”, come si dice oggi, tant’è vero che il PIL dell’Africa sta crescendo del 3,7%, mentre quello dell’ UE cresce appena del 2,4%.

Gli accordi di Yaoundé, di Lomé e di Cotonou trattano, fin dal 1963:

-delle migrazioni (art. 13)” each ACP or EU State shall accept the return of and readmit any of its nationals who are illegally present on the territory of a EU or ACP State , at that State’s request and without further formalities. The Agreement also includes a provision establishing non-discriminatory treatment of legally employed workers from ACP countries in EU Member States or of workers from the EU in ACP countries”.

-dell’assistenza finanziaria:The overall amount of EU financial assistance for the first five years of the Agreement (2003-2008) is €13 500 million. An additional €2 500 million from previous European Development Funds (EDF) is available, bringing the total to €16 000 million. Loans worth €1 700 million from the European Investment Bank are also available. Under the European Development Fund, €10 000 million in grants is earmarked for supporting long term development. The Investment Facility aims to help businesses in ACP countries by supporting sound private companies, privatisation, providing long term finance and risk capital, and strengthening local banks and capital markets. It will receive €2 200 million to be managed by the European Investment Bank, with €1 300 million for regional cooperation. It has been agreed that the ACP will define the regions eligible for support”.

I fatti dimostrano che il risultato dichiarato è stato raggiunto, perchè l’economia africana ha oramai prospettive migliori di quella europea. Anzi, il fatto stesso che gli Africani riescano ad emigrare dimostra che il denaro circola in Africa, visto che ogni emigrazione, specie se clandestina, costa qualche migliaio di Euro.

Già nel 1981, avevo scritto a Lussemburgo un libro su questo argomento (“Les procédures de la coopération financière et techniques dans le cadre del II Convention de Lomé”). Avevo anche  “ girato come una trottola”, da Algeri a Tunisi, da Niamey a Abidjan, da  Lomé a Lagos, da Douala a Johannesburg, da Mbabane a Nairobi, a visitare mattatoi, magazzini, concerie, fabbriche di pelletterie, banche di sviluppo, ministeri, società di consulenza, organizzazioni internazionali,  parlamenti, per costruire laggiù delle “industries adaptées” favorevoli allo sviluppo. Perché allora continuiamo a  comportarci come se per cinquant’anni non si fosse fatto nulla? E, di converso, è poi un risultato così positivo il fatto che il PIL dell’Africa cresca molto più di quello italiano? Non saremmo ora noi a dover essere aiutati? Ricordo a questo proposito che la Cassa per il Mezzogiorno (Svimez) e i Fondi Strutturali Europei erano nati proprio per aiutare le regioni svantaggiate dell’Italia e, rispettivamente, dell’Europa, ma non sembra che abbiamo ottenuto grandi risultati, se si guarda, per esempio, alla Grecia o all’ILVA. Oggi, comunque, non funzionano più, almeno per ciò che riguarda l’Italia.

Infine, la politica per l’Africa la si sta studiando insieme alla Cina, la quale, non solo la sta attuando in modo ben più energico di noi, ma ha anche una cultura manageriale più consona alle enormi problematiche dei Paesi in via di Sviluppo.

“Odissea nello spazio” resta la migliore metafora del XXI secolo

6.La “rivoluzione scientifica della produzione materiale”              

Nel corso delle riunioni del G20 in Giappone, si è parlato parecchio, appunto, di nuova economia, sotto due importanti punti di vista. Da un lato, si è manifestato un certo consenso sul fatto che occorrano accordi internazionali per  tassare in modo corretto il commercio digitale transfrontaliero, che oggi sfugge a una tassazione secondo il principio generale del diritto fiscale internazionale, quello dell’imposizione nel Paese dove il reddito è prodotto; dall’ altro, si è preso posizione a favore delle direttive OSCE per un’Intelligenza Digitale sostenibile.

Mentre non si può che plaudire al fatto che si stia affermando un consenso circa la necessità di accordi internazionali in materia, resta da dire i documenti delle organizzazioni internazionali non sono altro che stinte descrizioni delle prassi attuali, senz’alcuna capacità (né intenzione) d’incidere seriamente, né sull’utilizzo dei dati come strumento di dominio delle grandi potenze sul resto del mondo, né sulla macchinizzazione delle società, con la conseguente perdita dei valori umanistici e l’instaurazione di una tirannide degli algoritmi.

Questo fatto conferma l’egemonia, nelle attività legislative internazionali, delle lobby tecnocratiche, che concepiscono la cooperazione internazionale come un ulteriore canale per l’affermazione di un tipo di uomo privo di volontà, perfetto schiavo delle grandi organizzazioni digitali (siano esse pubbliche o private).

Invece, se l’Europa vuole tenere fede alla propria “immagine di marca” di roccaforte delle libertà e della cultura, deve costruire, in ambo i settori, una cultura radicalmente diversa, fondata sulla prevalenza dell’umano, e farla divenire la sua arma di battaglia nei consessi internazionali (come quello, appunto, di Tsukuba). Anzi, questa battaglia dovrebbe divenire, dal mio punto di vista, la ragion d’essere stessa di uno Stato europeo, che su di essa e per essa dovrebbe essere modellato. Non più sulle logiche di una società prevalentemente agricola, come lo sono stati tutti gli Stati attualmente esistenti, specie in Europa, bensì su una società post-moderna dematerializzata e integrata a livello mondiale.

Per ottenere questo risultato, è fuori luogo scervellarsi per definire in astratto un’identità europea distinta, da un lato da quella delle singole Nazioni, religioni e regioni dell’Europa, e, dall’ altra, da quella dell’Occidente, e, in particolare, dell’America. L’identità europea è quella già ben definita da ben 2500 anni da Ippocrate e da Erodoto, come quella degli “autonomoi”, contrapposti all’ impero universale del Re di Persia, e ridefinita da Machiavelli come “qualche regno e infinite repubbliche”, così come anche quelle della Cina e dell’ India sono quelle definite dalle rispettive filosofie del 1° millennio a.C.. Oggi, quei “qualche regno e infinite repubbliche” dove vivono gli “autonomoi” non devono inventarsi nulla di nuovo: devono semplicemente continuare la lotta che fu di Leonida contro Serse, solo che, questa volta, non è la guerra contro un esercito in carne ed ossa, bensì quella contro l’”esercito” dei logaritmi, che vuole ridurre i nostri regni e le nostre repubbliche a un unico impero digitale.

La battaglia per la libertà e la sopravvivenza passa per l'”ecologia della mente”

  1. La “Green Economy”

Nel fare ciò, per quanto l’economia verde sia una cosa utile e necessaria (l’”ecologia profonda”), c’è qualcosa di ancor più urgente per la nostra economia e per la nostra società (l’”ecologia della mente”), qualcosa che tutti gli altri hanno, tranne noi: un’industria del web (simile alla Google, alla Facebook e all’Amazon  americane, alla Baidu e all’ Alibaba cinesi, alla Yandex e alla VKontakte russe). Tutta l’economia, dalla borsa alle comunicazioni, dalla cultura all’ entertainment, dal commercio ai trasporti, dal turismo all’ immobiliare, sono oggi governati da Internet, che sta compiendo una mutazione antropologica dell’Umanità e allo stesso tempo sposta ingenti masse di denaro in tutto il mondo. Non solo, ma su Internet si giocano la nostra libertà e la nostra identità. Perché la BEI, l’ EFSI e i fondi sovrani degli Stati membri hanno investito così poco su Internet, e, quando l’hanno fatto, l’hanno fatto su progetti non trasparenti e minimalistici come Qwant? Qwant ha ottenuto , fra l’ EFSI, la Cassa Depositi e Prestiti francese e il Gruppo Springer, 35 milioni di Euro per creare il web europeo. Qualcuno ne ha poi più sentito parlare?

Ciò detto, l’Europa può e deve partecipare alla “rivoluzione verde” in corso nel mondo. Tuttavia, anche qui c’è qualcosa di strano nel comportamento, non solo delle autorità, ma anche delle imprese, in relazione ai nuovi settori tecnologici. Prendiamo per esempio l’auto elettrica. Sta partendo in questi giorni per la Cina da Beinasco un carico di 400 container contenente, impacchettata, una linea completamente automatizzata per costruire in Cina un SUV elettrico, costruita dalla CPM, una controllata della tedesca Duerr. A parte il fatto che la notizia apparsa sulla Repubblica sia stata forse esagerata (si tratterebbe solo di una linea di verniciatura), il  giornalista di Repubblica ha posto, al Presidente dell’ Unione Industriale di Torino, Gallina, la domanda, del tutto pertinente “Perché è così utopistico pensare che quella fabbrica potesse essere realizzata qui in Piemonte?” In effetti, trattandosi di una fabbrica automatizzata, la questione decisiva non è certamente il costo del lavoro. Eppure, il Presidente non ha saputo dare una risposta, limitandosi a dire che bisogna cercare di attrarre gl’investitori. Ma perché, come si è fatto con Qwant, non si possono spendere 35 milioni di Euro dell’EFSI, della Cassa Depositi e Presiti e di un investitore privato per creare ex novo in Piemonte una fabbrica di auto elettriche, anziché chiudere l’esistente  Blue Car di Bairo?

Alla fine, a dispetto delle retoriche mercatistiche, la quantità di trasferimenti finanziari pubblici che di fatto si sviluppano fra Europa, America e Paesi in Via di Sviluppo, fra Bruxelles, Stati Membri e Regioni, è così impressionante, che è impossibile capire chi ne sia avvantaggiato e chi ne sia svantaggiato: contributi NATO, acquisto di aerei americani, trasferimento all’ estero di imprese, aiuti allo sviluppo, contributi all’ Unione, fondi strutturali non spesi, fondi BEI non utilizzati per mancanza di progetti. Prima di accapigliarsi circa la destinazione dei vari fondi, sarebbe necessario fare come minimo un po’ di trasparenza dei reali flussi, e di come questi impattino sul PIL dei vari territori;. La “glasnost” di Gorbaciv che precedette la “Perestrojka” dell’ impero sovietico.

Non smettere d’interrogare la società

  1. Richiedere i “provvedimenti straordinari” accennati da Levi alle nuove Autorità (europee e locali)

Le istituzioni europee (ma anche locali) potranno essere prese sul serio (indipendentemente se le loro maggioranze saranno “europeiste” o “sovraniste”), solo se esse affronteranno, e subito, i nodi gordiani elencati in questo post. I movimenti europeistici dovrebbero incalzare fin da subito i nuovi parlamentari, i gruppi politici europei, le nuove Istituzioni e le nuove autorità, comunque e ovunque elette, perché, non dico risolvano questi problemi, ma almeno avviino un dialogo sugli stessi senza lasciare sempre tutto nel vago, di modo che a ogni nuova legislatura non dobbiamo porci le stesse domande, solo con una situazione ulteriormente deteriorata.

In occasione delle precedenti elezioni europee (2014), l’Associazione Culturale Diàlexis aveva pubblicato presso Alpina tre opere volte a sollecitare decisioni in queste materie:

-“Corpus Iuris Technologici”, dedicato alla nuova legislazione europea sul web, inviata alla Presidentessa Boldrini e al presidente Rodotà;

– “Restarting EU Economy”, una lettera aperta al Presidente Juncker perché indirizzasse l’ FSI verso le nuove tecnologie;

-100 tesi sull’ Europa (inviate a tutti gli Europarlamentari) con cui si valutavano criticamente i programmi dei partiti europei per le elezioni del 2014.

Nel Salone del Libro di Torino abbiamo presentato 4 libri dedicati a quattro filoni di approfondimento  (i “Cantieri d’ Europa”: riforma istituzionale; tecnologia; lingue; rapporti con la Cina). Contiamo di proseguire questo lavoro al salone “Più libri, più liberi” di Roma. Come è già successo con il Salone di Torino, invitiamo tutti a contribuire a questo sforzo collettivo.

Soprattutto, invitiamo tutti ad avviare un dialogo con i nuovi eletti, che stanno affrontando il non facile compito di fronteggiare i nodi ormai inestricabili di cui abbiamo parlato nei punti precedenti, con l’obiettivo di raggiungere almeno nuovi livelli di consapevolezza, per esempio sulla tematica della sovranità e sulle competenze tecnico-giuridiche-economiche necessarie per inserirsi nello sviluppo dell’ Asia.

* * * * *

Si allegano i principi sull’ intelligenza artificiale che il G20 in Giappone ha fatto suoi prendendo semplicemente a prestito quelli dell’ OCSE, i quali, a loro volta, assomigliano molto a quelli dell’ Unione Europea.

ALLEGATO

Torino centro della cultura tecno-umanistica?

G20 AI PRINCIPLES

 

The G20 supports the Principles for responsible stewardship of Trustworthy AI in Section 1 and takes note of the Recommendations in Section 2.

 

Section 1: Principles for responsible stewardship of trustworthy AI

 

1.1. Inclusive growth, sustainable development and well-being Stakeholders should proactively engage in responsible stewardship of trustworthy AI in pursuit of beneficial outcomes for people and the planet, such as augmenting human capabilities and enhancing creativity, advancing inclusion of underrepresented populations, reducing economic, social, gender and other inequalities, and protecting natural environments, thus invigorating inclusive growth, sustainable development and well-being.

 

1.2. Human-centered values and fairness a) AI actors should respect the rule of law, human rights and democratic values, throughout the AI system lifecycle. These include freedom, dignity and autonomy, privacy and data protection, non-discrimination and equality, diversity, fairness, social justice, and internationally recognized labor rights. b) To this end, AI actors should implement mechanisms and safeguards, such as capacity for human determination, that are appropriate to the context and consistent with the state of art.

 

1.3. Transparency and explainability AI Actors should commit to transparency and responsible disclosure regarding AI systems. To this end, they should provide meaningful information, appropriate to the context, and consistent with the state of art: i. to foster a general understanding of AI systems; ii. to make stakeholders aware of their interactions with AI systems, including in the workplace; iii. to enable those affected by an AI system to understand the outcome; and, iv. to enable those adversely affected by an AI system to challenge its outcome based on plain and easy-to-understand information on the factors, and the logic that served as the basis for the prediction, recommendation or decision.

 

1.4. Robustness, security and safety a) AI systems should be robust, secure and safe throughout their entire lifecycle so that, in                                                    2 This Annex draws from the OECD principles and recommendations.

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conditions of normal use, foreseeable use or misuse, or other adverse conditions, they function appropriately and do not pose unreasonable safety risk. b) To this end, AI actors should ensure traceability, including in relation to datasets, processes and decisions made during the AI system lifecycle, to enable analysis of the AI system’s outcomes and responses to inquiry, appropriate to the context and consistent with the state of art. c) AI actors should, based on their roles, the context, and their ability to act, apply a systematic risk management approach to each phase of the AI system lifecycle on a continuous basis to address risks related to AI systems, including privacy, digital security, safety and bias.

 

1.5. Accountability AI actors should be accountable for the proper functioning of AI systems and for the respect of the above principles, based on their roles, the context, and consistent with the state of art.  

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Section 2: National policies and international co-operation for trustworthy AI

 

2.1. Investing in AI research and development a) Governments should consider long-term public investment, and encourage private investment, in research and development, including inter-disciplinary efforts, to spur innovation in trustworthy AI that focus on challenging technical issues and on AI-related social, legal and ethical implications and policy issues. b) Governments should also consider public investment and encourage private investment in open datasets that are representative and respect privacy and data protection to support an environment for AI research and development that is free of inappropriate bias and to improve interoperability and use of standards.

 

2.2. Fostering a digital ecosystem for AI Governments should foster the development of, and access to, a digital ecosystem for trustworthy AI. Such an ecosystem includes in particular digital technologies and infrastructure, and mechanisms for sharing AI knowledge, as appropriate. In this regard, governments should consider promoting mechanisms, such as data trusts, to support the safe, fair, legal and ethical sharing of data.

 

2.3 Shaping an enabling policy environment for AI a) Governments should promote a policy environment that supports an agile transition from the research and development stage to the deployment and operation stage for trustworthy AI systems. To this effect, they should consider using experimentation to provide a controlled environment in which AI systems can be tested, and scaled-up, as appropriate. b) Governments should review and adapt, as appropriate, their policy and regulatory frameworks and assessment mechanisms as they apply to AI systems to encourage innovation and competition for trustworthy AI.

 

2.4. Building human capacity and preparing for labor market transformation a) Governments should work closely with stakeholders to prepare for the transformation of the world of work and of society. They should empower people to effectively use and interact with AI systems across the breadth of applications, including by equipping them with the necessary skills. b) Governments should take steps, including through social dialogue, to ensure a fair transition for workers as AI is deployed, such as through training programs along the working life, support for those affected by displacement, and access to new opportunities in the labor market.

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  1. c) Governments should also work closely with stakeholders to promote the responsible use of AI at work, to enhance the safety of workers and the quality of jobs, to foster entrepreneurship and productivity, and aim to ensure that the benefits from AI are broadly and fairly shared.

 

2.5. International co-operation for trustworthy AI a) Governments, including developing countries and with stakeholders, should actively cooperate to advance these principles and to progress on responsible stewardship of trustworthy AI. b) Governments should work together in the OECD and other global and regional fora to foster the sharing of AI knowledge, as appropriate. They should encourage international, cross sectoral and open multi-stakeholder initiatives to garner long-term expertise on AI. c) Governments should promote the development of multi-stakeholder, consensus-driven global technical standards for interoperable and trustworthy AI. d) Governments should also encourage the development, and their own use, of internationally comparable metrics to measure AI research, development and deployment, and gather the evidence base to assess progress in the implementation of these principles.

G20 AI PRINCIPLES

 

The G20 supports the Principles for responsible stewardship of Trustworthy AI in Section 1 and takes note of the Recommendations in Section 2.

 

Section 1: Principles for responsible stewardship of trustworthy AI

 

1.1. Inclusive growth, sustainable development and well-being Stakeholders should proactively engage in responsible stewardship of trustworthy AI in pursuit of beneficial outcomes for people and the planet, such as augmenting human capabilities and enhancing creativity, advancing inclusion of underrepresented populations, reducing economic, social, gender and other inequalities, and protecting natural environments, thus invigorating inclusive growth, sustainable development and well-being.

 

1.2. Human-centered values and fairness a) AI actors should respect the rule of law, human rights and democratic values, throughout the AI system lifecycle. These include freedom, dignity and autonomy, privacy and data protection, non-discrimination and equality, diversity, fairness, social justice, and internationally recognized labor rights. b) To this end, AI actors should implement mechanisms and safeguards, such as capacity for human determination, that are appropriate to the context and consistent with the state of art.

 

1.3. Transparency and explainability AI Actors should commit to transparency and responsible disclosure regarding AI systems. To this end, they should provide meaningful information, appropriate to the context, and consistent with the state of art: i. to foster a general understanding of AI systems; ii. to make stakeholders aware of their interactions with AI systems, including in the workplace; iii. to enable those affected by an AI system to understand the outcome; and, iv. to enable those adversely affected by an AI system to challenge its outcome based on plain and easy-to-understand information on the factors, and the logic that served as the basis for the prediction, recommendation or decision.

 

1.4. Robustness, security and safety a) AI systems should be robust, secure and safe throughout their entire lifecycle so that, in                                                    2 This Annex draws from the OECD principles and recommendations.

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conditions of normal use, foreseeable use or misuse, or other adverse conditions, they function appropriately and do not pose unreasonable safety risk. b) To this end, AI actors should ensure traceability, including in relation to datasets, processes and decisions made during the AI system lifecycle, to enable analysis of the AI system’s outcomes and responses to inquiry, appropriate to the context and consistent with the state of art. c) AI actors should, based on their roles, the context, and their ability to act, apply a systematic risk management approach to each phase of the AI system lifecycle on a continuous basis to address risks related to AI systems, including privacy, digital security, safety and bias.

 

1.5. Accountability AI actors should be accountable for the proper functioning of AI systems and for the respect of the above principles, based on their roles, the context, and consistent with the state of art.  

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Section 2: National policies and international co-operation for trustworthy AI

 

2.1. Investing in AI research and development a) Governments should consider long-term public investment, and encourage private investment, in research and development, including inter-disciplinary efforts, to spur innovation in trustworthy AI that focus on challenging technical issues and on AI-related social, legal and ethical implications and policy issues. b) Governments should also consider public investment and encourage private investment in open datasets that are representative and respect privacy and data protection to support an environment for AI research and development that is free of inappropriate bias and to improve interoperability and use of standards.

 

2.2. Fostering a digital ecosystem for AI Governments should foster the development of, and access to, a digital ecosystem for trustworthy AI. Such an ecosystem includes in particular digital technologies and infrastructure, and mechanisms for sharing AI knowledge, as appropriate. In this regard, governments should consider promoting mechanisms, such as data trusts, to support the safe, fair, legal and ethical sharing of data.

 

2.3 Shaping an enabling policy environment for AI a) Governments should promote a policy environment that supports an agile transition from the research and development stage to the deployment and operation stage for trustworthy AI systems. To this effect, they should consider using experimentation to provide a controlled environment in which AI systems can be tested, and scaled-up, as appropriate. b) Governments should review and adapt, as appropriate, their policy and regulatory frameworks and assessment mechanisms as they apply to AI systems to encourage innovation and competition for trustworthy AI.

 

2.4. Building human capacity and preparing for labor market transformation a) Governments should work closely with stakeholders to prepare for the transformation of the world of work and of society. They should empower people to effectively use and interact with AI systems across the breadth of applications, including by equipping them with the necessary skills. b) Governments should take steps, including through social dialogue, to ensure a fair transition for workers as AI is deployed, such as through training programs along the working life, support for those affected by displacement, and access to new opportunities in the labor market.

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  1. c) Governments should also work closely with stakeholders to promote the responsible use of AI at work, to enhance the safety of workers and the quality of jobs, to foster entrepreneurship and productivity, and aim to ensure that the benefits from AI are broadly and fairly shared.

 

2.5. International co-operation for trustworthy AI a) Governments, including developing countries and with stakeholders, should actively cooperate to advance these principles and to progress on responsible stewardship of trustworthy AI. b) Governments should work together in the OECD and other global and regional fora to foster the sharing of AI knowledge, as appropriate. They should encourage international, cross sectoral and open multi-stakeholder initiatives to garner long-term expertise on AI. c) Governments should promote the development of multi-stakeholder, consensus-driven global technical standards for interoperable and trustworthy AI. d) Governments should also encourage the development, and their own use, of internationally comparable metrics to measure AI research, development and deployment, and gather the evidence base to assess progress in the implementation of these principles.