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FARE I CONTI CON LA STORIA (ECONOMICA)

Ricchezza dell’ Italia Preromana

COMMENTO ALL’ARTICOLO DEL 10 DICEMBRE DI CARLO BASTASIN SU LA REPUBBLICA

L’articolo del 10 dicembre, con cui l’autore richiede una “Conferenza di Alto Livello sull’ economia italiana degli ultimi 70 anni”, s’ inserisce in un trend giornalistico di fine 2021,  in cui penne di primissimo piano dell’ establishment hanno espresso (finalmente) una crescente autocritica nei confronti dell’attuale sistema politico-sociale italiano, chiedondone una rivisitazione radicale (Bastasin, appunto, sulle scelte sistemiche; Giannini, sulla distruzione della cultura del lavoro; Di Nicola, sulle chiusure aziendali, Fabbrini, sulla gestione delle emergenze;Cacciari, un poco su tutto).

Concordiamo fermamente con la richiesta di Bastasin, perché quella rivisitazione è proprio ciò che avevamo costantemente proclamato essere urgente fin dall’ inizio delle nostre attività:-nell’ industria, nell’ editoria e nella pubblicistica-, senza essere mai ascoltati proprio da quest’”establishment” che ora reclama una generale autocritica. Purtroppo, quella che stanno facendo ora è una sorta di “cura omeopatica”, che inietta dosi di potenziate di critica, per garantire che la sacrosanta ribellione non raggiunga mai il livello critico.  

La villa romana, campo di applicazione primaria dell’ Oikonomìa

1.Assenza di una visione complessiva (filosofica)

Obiettivo centrale della campagna di autocritiche: prevenire l’emergere, nel pubblico della consapevolezza che, a monte di tutte le valutazioni di carattere sociale, sono necessarie  delle valutazioni filosofiche, o, ancor meglio, storico-filosofiche (che ora mancano), e che, pertanto, senza una storia e una filosofia “autentiche”, non inficiate dalle lobbies e dalla politica, non si riuscirà a capire,  intanto,  non solo perché ci sia quest’interminabile crisi, ma, anche e soprattutto, come dovrebbero essere, invece, l’ Italia e l’ Europa.

Per Aristotile, tutta l’ economia si divideva in due branche fondamentali, l’ “Oikonomìa” propriamente detta, vale a dire la gestione del proprio fondo agricolo, e la “Chrematistiké”, la tecnica finanziaria. Ambedue costituivano parti dell’etica, che, a sua volta, era una branca della filosofia. Infatti, il perchè di una scelta economica (o finanziaria) andava ricercato in considerazioni di valore (cfr. Grecchi, “Il Filosofo e la politica”). Ovviamente,  non vi era, allora, fra queste valutazioni fatte nel contesto delle repubbliche aristocratiche greche ( di orientamento militaristico e schiavistico) alcuna considerazione per la crescita del PIL, bensì altre considerazioni, relative al cosiddetto “bene vivere”(“eu zen”).

Anche per i teologi medievali, la validità delle scelte economiche era legata a considerazioni superiori, di carattere etico, mediate dal concetto di una  “missione” dei vari ceti sociali (Bellatores, Oratores, Aratores (Adalberone di Laon).

Nell’ antica Cina, i “legisti” suggerivano ai sovrani le riforme economiche sostanzialmente in funzione dell’efficienza bellica (cfr. Han Fei, il Signore di Shan). I primi a studiare l’economia come scienza autonoma, anche in base ai dibattiti intervenuti  in Cina, furono i Gesuiti e, di riflesso,  gl’Illuministi, come Quesnais, che suggeriva d’imitare l’efficienza dello “stato minimo” cinese, estremamente centralizzato ma basato su un numero proporzionalmente limitato di funzionari (“Du Despotisme de la Chine”).

Nella cultura borghese anglosassone, la ricchezza e le virtù borghesi viaggiavano accoppiate (l’”etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Weber). Proprio sulla base dell’esperienza americana, Saint-Simon credette di poter costruire una “Nuova Società Organica” fondata sulla religione della scienza (le “Cathéchisme des Industriels”, o “Nouveau Christianisme”), che è ancora al fondo del nostro mito dello “Sviluppo”, che, nonostante tutte le smentite, è tutt’ ora duro a morire. Secondo Marx, un approccio scientifico alla realtà avrebbe portato, con il socialismo, a una moltiplicazione inedita della produttività, la quale avrebbe permesso, a sua volta, di soddisfare tutti i bisogni umani, creando così sostanzialmente proprio la “Nuova Società Organica” profetizzata da Saint-Simon: il comunismo.

Questo determinismo marxiano fu poi ripreso surrettiziamente nella Teoria dello Sviluppo di Thurow, la cui “interpretazione autentica” è stata alla base  della competizione fra le varie scuole economiche del ‘900: liberismo, keynesismo,neo-marxismi.

A mio avviso, nessuna società assomigliò mai a nessuno degli schemi teorici di quelle tre scuole, né mai vi assomiglierà. Infatti, nelle società liberaldemocratiche, il controllo dello Stato sull’ economia oscilla comunque intorno al 50% (imposte, demanio dello Stato, Pubblica Amministrazione, sicurezza, industria aerospaziale e della difesa, reti e telecomunicazioni, incentivi, welfare, trasferimenti territoriali,  aiuto allo sviluppo), sicché esse sono,  a dispetto dell’ ideologia, delle “economie miste”. Nelle società socialdemocratiche, il “deficit spending” keynesiano genera un crescente debito, che normalmente viene distrutto alla fine mediante la guerra (i casi della Germania nazista e, sopprattutto, degli Stati Uniti, apparentemente divergenti, convergono in realtà su questa constatazione: è il  “keynesismo militare”, oggi nuovamente al centro dell’ economia mondiale per effetto del conflitto USA-Cina-Russia).

Com’ è già stato detto abbondantemente, il cosiddetto “comunismo” dei Paesi del “blocco socialista” era in realtà un capitalismo di Stato; per poter accrescere la produttività (com’è avvenuto invece poi in Cina), gli mancavano: le economie di scala; una  cultura millenaria; un leader incontrovertibile; l’informatica; l’interazione fra Stato e mercato, fra economia nazionale e commercio internazionale. Anche lì, la centralizzazione non poteva essere totale: vi era la proprietà privata degli appartamenti; la proprietà cooperativistica; la proprietà delle Repubbliche, delle Repubbliche Autonome, degli Oblast, delle città; le società del commercio internazionale; in alcuni Paesi, le imprese autogestite..

Tra l’altro, l’identificazione fra “socialismo reale” e “comunismo”, legittimata dalla titolazione del “Manifesto dei comunisti”, non è mai stata propriamente marxiana, perché per Marx, comunismo primitivo, società feudale, capitalismo, socialismo e comunismo, erano fasi ben distinte della storia umana, fra loro ben distanti nel tempo. In particolare, per arrivare al comunismo, si sarebbero ancora dovute attraversare le rivoluzioni nazionale e  borghese, il capitalismo, la rivoluzione socialista e la fase dell’estinzione dello Stato : un periodo ben lungo e complesso-.

L’Italia medievale, centro
della ricchezza d’Europa

2. La ricchezza dell’ Italia

Se i sistemi economici non sono mai corrisposti agli schemi artificiali elaborati dagli economisti e dai politici, neppure le ideologie economiche  hanno mai  costituito delle valide metodologie per lo studio delle realtà effettuali, per  il quale servono maggiormente la statistica e lo studio dei documenti storici (oltre che dell’ esperienza pratica nella gestione delle imprese).

Le ideologie (siano esse sviluppista, marxista, keynesiana, neoliberista, ordoliberale), non sono mai riuscite a spiegare in modo convincente i due opposti e convergenti paradossi dell’(apparente)  benessere degl’Italiani e della crisi permanente a partire dal 1973

La (passata) ricchezza dell’ Italia non derivava, come assurdamente ci è stato fatto credere, dal Piano Marshall e dal Miracolo Economico, bensì da una millenaria tradizione, che ha fatto dell’Italia, come delle Pianure Centrali della Cina, un baricentro dell’ economia intercontinentale. Semmai, il Miracolo Economico era stato quello degli Stati Uniti, che, grazie alla guerra vinta, avevano raddoppiato il PIL.

Del resto, basta muoversi attraverso una campagna o una città italiana per incontrare segni di un’opulenza antica, che nulla ha a che fare con il “Miracolo Economico”, ma piuttosto con la vita nelle “domus” romane o con i quadri di Piero della Francesca.Ovunque, troviamo ancora campagne coltivate come opere d’arte sul modello delle pitture pompeiane e medievali, ruderi greci e romani, borghi annidati nei punti più panoramici, castelli medievali, chiese  antiche, ville rinascimentali, musei locali, parchi e giardini …

Risulta evidente che già molte migliaia di anni fa vivevano in Italia  prosperi nomadi, potenti castellani, sapienti contadini, raffinati chierici, mercanti cosmopoliti, artisti di valore universale: un popolo intero attento alla natura e alla bellezza. Già nel 2° Millennio a.C. l’Italia veniva considerata (per esempio nell’Odissea), un paese mitico, popolato da dee e giganti, verso cui s’indirizzavano i naviganti fenici e micenei. Nel 1° millennio, vi fiorirono una delle prime grandi civiltà urbane (quella nuragica),  l’industria metallurgica etrusca, una pluralità di centri politici e di civiltà.

Nel 1° Secolo d.C., l’Impero Romano veniva già considerato dalla stessa Cina come un Paese dello stesso livello di grandezza e potenza del Paese di Mezzo (“Da Qin”), che tutti (Bizantini, Germani, Arabi, Slavi, Turchi) avrebbero continuato a imitare (la “Seconda Roma”; l’Impero di Nazione Germanica; “Rum”; la “Tretij Rim”;il ”Beylerbeylik-e-Rumeli”) ; nel Medioevo, l’Italia era il baricentro dei commerci con l’ Islam e con l’Estremo Oriente (Caffa; Galata; Cipro; Creta); nell’ Età moderna, il centro della Chiesa e della cultura europea, e il luogo di partenza dei grandi esploratori, come Giovanni da Pian del Carpine, Odorico da Pordenone, Marco Polo, Giovanni da Montecorvino, Cristoforo Colombo, Giovanni Pigafetta, Amerigo Vespucci, i Fratelli Caboto, Matteo Ricci, Giovanni Castiglione).

Quando si decise di creare un unico Stato italiano, questo già era divenuto fin da  subito uno dei principali attori della politica internazionale, partecipando alle due Guerre Mondiali anche come uno dei maggiori produttori di armamenti.

Lo sforzo autarchico dei Governi dell’ era nazionalistica, secondo cui ogni nazione doveva avere la sua banca centrale e il suo esercito, la sua industria pesante e la sua industria leggera, le sue banche e le sue assicurazioni (“Terra, Mare, Cielo”), portò a una forzatura delle vocazioni tradizionali (agricole, commerciali, culturali, religiose, militari) dell’ Italia , creando, di converso, l’eredità di un ingente patrimonio industriale, materiale e immateriale (produzione di navi, aerei, carri armati, divise, scorte, surrogati “autarchici”), che dopo la IIa Guerra Mondiale, poté essere convertito rapidamente in industria di largo consumo (nautica da diporto, lanciatori, automobili, abbigliamento, materiali sintetici), permettendo così (come illustrato brillantemente da Eichengreen),una ricostruzione rapida dell’ economia, per altro parallela a quella dei Paesi vicini, anche se con un’ incidenza quantitativamente più ridotta, di quella dei Paesi vincitori (USA  e Unione Sovietica).

Invece, la dottrina economica “mainstream” ci ha descritto e continua a descrivere tutto ciò come l’effetto congiunto del liberismo americano e del Piano Marshall, in modo da magnificare gli effetti taumaturgici dell’economia “occidentale”. Comunque, questa spinta si esaurì in ogni caso entro 30 anni (le famose “Trente Glorieuses”), con la crisi energetica del 1973, senza che l’Italia, a differenza della Francia e della Germania, si creassero le basi per una potenza duratura dell’industria nazionale.

Quindi, lungi dal costituire un modello da imitare, quegli anni rappresentano una grande occasione sprecata per dare all’ Italia una solida base economica. Tali solide fondamenta, basate su una visione realistica delle debolezze dell’ Europa in un Occidente dominato dagli USA,  che a me sembra siano strettamente legate alla scelta, da parte del “capitalismo renano” (Albert),  della cogestione delle aziende, che ha permesso di impedire la delocalizzazione dei centri pensanti dei grandi gruppi, e delle tecnologie d’avanguardia e militari. Significativi i casi della Volkswagen, della Daimler e della PSA, le quali, da ambite prede per i mercati finanziari, si sono trasformate nei gruppi più forti a livello mondiale, semplicemente gestendo i grandi mergers and acquisitions, non già nell’interesse dei gruppi finanziari di riferimento, bensì in quello nazionale. E’ significativo, infatti, che, fra FCA e PSA, il comando spetti a quest’ultima, come pure che , “alla faccia” delle accuse di protezionismo rivolte alla Cina, la Volkswagen e la Daimler controllino al 100% le loro fabbriche cinesi, mentre è stato bloccato l’accesso di gruppi stranieri al controllo delle holding tedesche.

Quindi, non è affatto vero che la delocalizzazione porti necessariamente alla chiusura delle grandi imprese europee, che, o delocalizzano, o vengono acquisite da imprese extraeuropee.Anzi, è possibile il contrario, con le holding delle grandi imprese francesi e tedesche che restano nei loro territori e acquisiscono società produttive un po’ ovunque, quindi anche in Italia, dove quelle politiche protettive non ci sono mai state.

Che senso ha in Europa la politica autarchica?

3. Il divieto delle delocalizzazioni

Per i politici italiani, l’unico problema delle delocalizzazioni sembrerebbe essere costituito dalla (inevitabile) chiusura di singoli stabilimenti, con la conseguente loro perdita d’immagine. Invece, lo spostamento all’ estero della nazionalità o residenza degli azionisti, poi della sede fiscale, legale e operativa, del gettito fiscale, del team dirigenziale, degl’impiegati amministrativi, tecnici e commerciali, sembrano politicamente irrilevanti, e, anzi, vengono agevolati, com’è successo nel caso della FIAT, dove prima si è cambiata la nazionalità degli azionisti, poi si sono scelti manager stranieri, si sono spostate le varie sedi senza conseguenze fiscali rilevanti, si sono fatte le riunioni in America, poi si è ceduto tutto ai Francesi, chiudendo quel che rimane in Italia.

Il caso più schiacciante è quello dello stabilimento Aspera di Riva di Chieri, chiuso qualche giorno fa dopo 30 anni di sopravvivenza senza giustificazione. L’Aspera Frigo, fabbricante di compressori per frigoriferi, era stata acquistata dalla FIAT perché questa, dopo la IIa Guerra Mondiale, produceva pure i frigo. Avendo cessato da tempo questa produzione, la FIAT la cedette per gradi, negli anni ’80 dell’ Ottocento, al principale colosso americano, la Whirlpool. Anche questa, per altro, era scarsamente interessata ai compressori, e pertanto cedette lo stabilimento alla controllata brasiliana Embraco, la quale, contrariamente a quanto si dice, non trasferì la produzione in Slovacchia, bensì costruì vari nuovi stabilimenti, fra i quali il principale è quello cinese. La produzione nello stabilimento slovacco incrementò semplicemente perché equidistante fra Brasile e Cina, e quindi logisticamente più comodo.Infine, l’Embraco è stata ceduta ai Giapponesi, che hanno accettato l’acquisto a condizione dell’esclusione dello stabilimento di Riva di Chieri, considerata non utile. Come si potrebbe definire, questa,  come una “delocalizzazione”? Nessuno ha deciso di spostare altrove lo stabilimento di Riva di Chieri, che, avendo produzioni da anni ’70, nel 2022 non sarebbe più interessante per nessuno(quand’anche i macchinari non fossero già stati venduti), e di conseguenza, tenendo presente la protezione dei lavoratori, è stato semplicemente depotenziato lentamente nel corso dei  decenni dai suoi svariati proprietari, fino alla definitiva chiusura. Tra l’altro, si era anche tentato di trovare industriali interessati a produzioni diverse, ma i nuovi investimenti non si sono mai concretizzati.

Questo dimostra che la legge in via di gestazione per rendere difficili le delocalizzazioni ben difficilmente si applicherebbe a  casi come quello dell’ Embraco, che sono molto frequenti, perché qui non c’è nessun produzione da spostare, e quindi non si può addebitare alcuna multa.

In effetti, come dicevamo, per evitare le delocalizzazioni si potrebbero fare tante cose, ma questa è una delle più inutili:

a)creare nuove produzioni, più adatte ai tempi;

b)riqualificare i lavoratori per le nuove professioni digitalizzate;

c)aiutare le imprese italiane a delocalizzare la produzione rafforzando il management, lòa finanza, pa progettazione, la logistica, il trading, ecc…;

d)nazionalizzare le imprese che si vogliono semplicemente dismettere, cedendo le azioni ai lavoratori.

Le eccellenze italiane non sono state sostenute, bensì boicottate

4.Ma l’Italia è la sede giusta per le industrie chimiche e metalmeccaniche?

Ciò detto, la questione di fondo resta: perché mai imprese manifatturiere inquinanti e a basso valore aggiunto dovrebbero avere sede in un Paese, come l’Italia, che vanta il suo peso culturale, politico, ambientale, turistico, agroalimentare? La Slovacchia o la Polonia non sono più adeguate dell’Italia per le industrie chimiche e metalmeccaniche? L’Italia non dovrebbe concentrarsi sulla cultura, il digitale, la finanza, il commercio internazionale, il recupero urbanistico, la transizione ambientale?

Non ci vorrebbe forse una programmazione economica europea, che guidasse gli Stati e le imprese verso le localizzazioni più adeguate per specifiche attività?

Certo, “riportarci in casa” le produzioni strategiche: ma come Europa, non come Italia.

Mentre i leader europei si incontrano praticamente tutti i giorni, per discutere questioni assai poco urgenti, perché non ci si focalizza su queste importanti tematiche?

Quest’ anno, la presidenza francese avrebbe voluto inserire nel suo programma elementi di una politica economica europea, che per altro, ad ora, sembrano incredibilmente più vaghi dei seppur elastici discorsi programmatici circolanti da circa due anni in Francia e in Germania.

Questo tema, delle specializzazioni territoriali, non è stato evocato neppure distrattamente, e va sicuramente inserito.

Nello stesso modo, va inserito nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

“GIGAFACTORY”, INTELLIGENZA ARTIFICIALE, FACOLTA’ DI STUDI STRATEGICI

Continua il declassamento di Torino

Un legionario romano misura il territorio per la fondazione di una città

La notizia dell’assegnazione a Termoli della terza “gigafactory” per le batterie di Stellantis è stata accolta con atteggiamenti diversi da Autorità  e organizzazioni sindacali.

Premesso che quello di fare sempre commenti a caldo, pro o contro, è una sorta di malvezzo, perché i fenomeni sociali vanno valutati nel loro complesso, a noi sembra che comunque, per Torino e il Piemonte, le nuove notizie siano sempre più negative.

Infatti, la notizia della Gigafactory a Termoli è arrivata insieme a quella di un drastico ridimensionamento dell’ Istituto per l’ Intelligenza Artificiale (che non si chiamerà più così, ridotto a uno dei tanti hub, con soli 20 milioni di Euro, e limitato al trasferimentio di tecnologie ad auto, spazio e robotica).

Infine, non c’è più il progetto dei compressori, e, dulcis in fundo, si parla anche di abolire la Facoltà di Scienze Strategiche e di Sicurezza.

Bonifacio del Monferrato, conquistatore del Levante

1. Trasformazioni inevitabili

 Certo, è scontato che, con il passare del tempo, un mercato di beni di consumo, com’è quello dell’auto, si sposti sempre più verso i paesi di recente industrializzazione, dove ci sono miliardi di nuovi clienti. Basti dire che in Cina si producono oggi mediamente trenta milioni di veicoli all’ anno, di fronte ai quali anche i due milioni dell’ Italia nei tempi migliori non possono che impallidire.Per non parlare dei 400.00 dell’ Italia di oggi,  dei 40.000 di Torino-quantità assolutamente irrilevanti-.

E’ anche vero che le case automobilistiche decidono le strategie  in base alle loro convenienze, e che in Italia c’è ancora una politica per il Mezzogiorno, di cui la stessa FIAT aveva fruito a suo tempo ad abundantiam. E’ la FIAT, non Stellantis, né il Ministro Giorgetti, ad avere costruito Termoli.E’ la FIAT, non Stellantis, né Giorgetti, ad avere trasferito la propria sede all’ estero.  E’ anche vero che Stellantis è ormai, nella sostanza, un’impresa degli stakeholders, corrispondente agli standards europei di “public company” e al vecchio ideale mitteleuropeo dell’ “Unternehmen an sich” esaltato da Rathenau, ed è quindi logico che, semmai, guardi a un interesse generale europeo piuttosto che a interessi settoriali locali o cittadini (pensiamo al classico esempio della Società dei Battelli del Reno).

Tuttavia, resta il fatto che una politica locale democratica mantiene un qualche senso se essa persegue interessi a lungo termine degli specifici territori. Proprio gli stakeholders sono per natura “situati”(“geortet”). Interessi che dovrebbero essere coordinati con quelli generali, attraverso il concetto di “missione” e gl’istituti giuridici della partecipazione (dei lavoratori, del management, del Governo). Secondo un insegnamento tradizionale, le nazioni europee avrebbero ciascuna una loro “missione”, e, in ciascuna nazione, i singoli territori dovrebbero avere le loro specifiche missioni. Inoltre, in un’impresa cogestita secondo il modello mitteleuropeo, le rappresentanze dei vari settori aziendali e dei vari territori dovrebbero essere bilanciaste, come accade ad esempio nel Gruppo Volkswagen, ma non nel Gruppo Stellantis (dove la Francia è sovrarappresentata). E qui mi chiedo quale sia la responsabilità dei sindacati, che ora tanto si lamentano, ma non hanno mai voluto loro rappresentanti negli organi societari.

Torino nel 1706: la più grande fortezza d’Europa

2.Le vecchie missioni di Torino

In passato, l’idea di una “missione di Torino” era stata in un modo o nell’ altro perseguita, con l’idea del federalismo quale contributo dell’Italia all’ Europa (vedi per esempio il Movimento “Comunità”), e quella della FIAT quale fabbrica intelligente di Torino in Europa. Pensiamo alla Fondazione Agnelli, alle mostre organizzate al Lingotto e a Palazzo Grassi. Ma l’intero sistema Fiat andava molto al di là della Città dell’ Auto, con la finanza, il management, la cultura, i giornali, i sindacati, la Difesa, l’aerospazio, lo sport,…con una logica di “patriottismo cittadino” teorizzata dall’ Avvocato Agnelli.

Ora, tutte queste tradizioni sembrano spezzate. L’Europa non riesce a farsi valere nel mondo, anche perché non sa  diventare nemmeno una federazione (quando dovrebbe oramai essere uno Stato-civiltà), e Torino, dopo la distruzione dell’ Olivetti e il trasferimento  della CIR e della  holding FIAT, non è più (contrariamente a quanto si continua a millantare)una metropoli industriale.

Il che, di per sé, non sarebbe un problema se, negli ultimi 50 anni, i poteri forti della città avessero lavorato nel senso, a suo tempo promesso, di una conversione al settore dei servizi, quella conversione per cui noi avevamo lavorato, nella proprietà intellettuale, nel diritto del lavoro, nel business development, nei mergers  acquisitions: un centro d’innovazione tecnologica e sociale capace di irradiarsi nel  resto del mondo (come attraverso le infinite controllate che aveva il Gruppo FIAT, un centro di finanza internazionale, come aveva tentato di essere il gruppo CIR, la Città della Cultura promessa dalle amministrazioni locali). In realtà, nessuno di questi progetti è stato seriamente perseguito, né dal mondo imprenditoriale, né da quello politico,  i quali, incapaci d’incarnare idee forti e competitive,  hanno preferito inchinarsi ai trend dominanti, cedendo la leadership ad altri, siano essi la Silicon Valley, la piazza finanziaria di Londra, i paradisi fiscali, la Cina, la Francia, anche soltanto Milano.

Il Principe Eugenio di Savoia, comandante in capo delle armate imperiali, massimo condottiero d’Europa

3. Fine del progetto modernista europeo

Il tragico è che, anche in un mondo competitivo come quello attuale, tutti i territori sono costretti, volenti o nolenti, a reinventarsi continuamente una nuova missione. Chi l’avrebbe detto, quarant’anni fa, che Shenzhen sarebbe diventata la capitale dell’informatica o Dubai del turismo di lusso?)

Quindi, nonostante gli sconvolgimenti in corso negli scenari mondiali, è normale che i cittadini continuino ad attendersi, dalle loro classi politiche, se non delle soluzioni, almeno delle proposte in tal senso. Invece,  anche se forse loro malgrado, i politici locali riescono sempre meno a fare proposte sensate, perché è la società europea nel suo complesso che non ha progetti. E questo lo dicono oramai tutti, anche i vertici dell’ “establishment” locale, che non si rendono conto di essere loro la causa di tutti questi problemi.

Nell’Ottocento, gli Stati europei perseguivano  obiettivi di forza politico-militare perché questa permetteva la razionalizzazione delle infrastrutture e la partecipazione all’ impresa coloniale(i treni, la flotta); nel ‘900, essi si attribuirono una funzione sociale per trainare l’industrializzazione e i consumi (l’auto, le assicurazioni sociali, l’edilizia popolare,la televisione); alla fine del secolo scorso, si perseguirono progetti di promozione sociale (il welfare State europeo) per coinvolgere le masse nella globalizzazione. Oggi, av prescinere dal fatto che quelli precedenti avessero un senso, i Governi europei non hanno più progetti. Il Green New Deal è innanzitutto un progetto cinese (massimo produttore di attrezzature per l’economia “verde”). La digitalizzazione europea è stata subappaltata ai GAFAM. La leadership della globalizzazione è passata, prima all’America, poi alla Cina; il benessere si diffonde negli ex Paesi sottosviluppati; la pretesa dell’Europa di essere leader della società dell’ informazione è sempre meno credibile.

Il Next Generation EU e il PNRR, gli ultimi miti dell’Europa, si stanno rivelando per quello che sono: dei modesti rattoppi su una situazione compromessa. Intanto, essi rappresentano una quota infinitesimale  del PIL europeo e italiano. Inoltre, come ha rilevato il  Giorgio Metta, direttore scientifico dell’ Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, essi considerano l’Intelligenza Artificiale, che è l’asset centrale del futuro, non come “una disciplina su cui investire a livello di ricerca” bensì come  “una commodity da acquistarsi da qualcuno”. In queste condizioni, è chiaro che l’Italia e l’Europa sono condannate a divenire delle colonie tecnologiche. Anche Torino, un tempo, con l’auto e il cinema, la moda e l’aeronautica, la cultura e la finanza, cuore pulsante dell’ economia italiana e una delle principali metropoli europee, non può fare altro che ripiegarsi su se stessa, rassegnandosi a una forma di musealizzazione. Una “Residenz”, come la chiamava Nietzsche, ma che aveva il suo stile (parzialmente conservato fino ad ora) solo grazie al fatto di essere ancora, dopo la perdita della capitale, la patria dei Grandi del Regno .

In Corso Marconi, dove c’era la Holding FIAT, s’erano incontrati nel 1821, gl’insorti della Cittadella di Alessandria e gli studenti rivoluzionari

4.Schizofrenia delle Autorità

Le Autorità locali hanno un bel gridare all’unisono al tradimento (da parte del Governo), finalmente in modo “bipartisan”, ma quale obbligo  avrebbero quelle nazionali di sostenere questa o quella città?

Secondo il Presidente Cirio e la Sindaca Appendino, la “gigafactory” doveva essere collocata a Torino per via della tradizione automobilistica  della Città “che ha inventato l’automobile”. Ma non è vero!L’auto fu inventata in Francia e in Germania da Cugnot, Lenoir e Benz.  E poi, chi l’ha detto che, anche cambiando totalmente l’economia mondiale, le città debbano continuare a produrre eternamente le stesse cose? Infine, già oggi c’è più automobile nel Sud Italia e in Emilia Romagna che a Torino. (400.000 auto prodotte in Italia contro le 40.000 a Torino).

Poi, non è neanche vero che la Gigafactory ha bisogno del Politecnico di Torino.500 dipendenti entro 10 anni,. Una cifra infinitesimale dei 7.000 managers degli ex “Enti centrali” che Stellantis si accinge a licenziare. E, poi, non si crederà mica che per fare andare avanti una fabbrica automatizzata di batterie ci vogliano tanti managers o progettisti locali? Basta andare a vedere la fabbrica modello della Lamborghini di Sant’Agata Bolognese, dove il capo progettista è Mitja Borkert, inviato dal Gruppo Volkswagen. Gli “operai” sono essenzialmente dei periti usciti dalle ITIS bolognesi e forniti di uno speciale training.

Non si può, né si deve, poi, arrivare, agli estremi di garantismo della cosiddetta “Embraco” (che in realtà è l’Aspera Frigo di Riva di Chieri),  ceduta al cliente  Whirpool, che la cedette a sua volta  alla sua controllata brasiliana Embraco, che a metà degli anni ’80 vantava 2500 lavoratori impiegati ed una produzione di 4 milioni e mezzo di compressori. Ma anche la Embraco venne ceduta dalla Whirlpool  ai Giapponesi, che di Riva di Chieri non ne vollero sapere. Il Governo italiano aveva tentato di riciclare lo stabilimento, con il trasferimento del ramo d’azienda alla Ventures Srl (israeliani e cinesi). Questa avrebbe dovuto diversificare la produzione (non più compressori ma robot) assicurando lavoro e reddito agli ultimi sopravvissuti di quella che fu una grande azienda, vale a dire più o meno 500 lavoratori in cassa integrazione. Invece giunsero la magistratura, la Guardia di Finanza, le perquisizioni e i sequestri: la Ventures fallì prima di iniziare l’attività, portando sulle spalle il peso di un’accusa di bancarotta fraudolenta.

Adesso è fallito l’ ennesimo progetto governativo: la fusione tra l’ Ex-Embraco e la ACC-Wanbao (entrambe in crisi): nome Italcomp; obiettivo, salvare 700 posti di lavoro in totale. Il tutto con l’intervento economico di soldi pubblici e privati.

Ma che senso ha che si sostenga per decenni un’attività che nessuno vuole (né la FIAT, né gli Americani, né i Brasiliani, né i Giapponesi, né gl’Israeliani, né i Cinesi) quando ce ne sarebbero cento altre da creare in Italia, molto redditive  richieste dai mercati di oggi?

Gli scontri di Piazza Castello nel 1864

5. Le missioni delle città sono sempre “polemiche”

D’altronde, la cosa non si è mai detta fino in fondo, ma la fortuna di Torino quale città della metalmeccanica è un’eredità della politica militaristica dei Savoia e del fascismo. La FIAT decollò con la guerra  italo-turca e divenne quel colosso che era grazie alla prima e alla seconda guerra mondiale. Anche dopo la seconda, la conversione all’ economia di pace fu facilitata dalle commesse militari. Con il diminuire delle guerre in Europa, e con la tecnicizzazione delle stesse, non c’è più bisogno di un’enorme industria meccanica nazionale. La “reindustrializzazione” è di moda negli USA perché essi si preparano a una guerra e non si fidano degli alleati. Ma, a parte il fatto che gli Europei sono più pacifisti, qui abbiamo bisogno di un’industria meccanica europea integrata, non già nazionale. Semmai, ci sarebbe bisogno di un’industria elettronica ed aerospaziale europea, a cui però gli Stati Uniti non ci vogliono dare accesso, come dimostrato già cinquant’anni fa dalla vicenda Olivetti.

E’per questo che l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale  sarebbe stato così importante, ed è per questo ch’esso è stato “smontato”, trasformandosi in un innocuo “hub” per il trasferimento di tecnologia alle (scvarse) industrie esistenti.Infatti, le più recenti formulazioni di compromesso parlano di soli 20 milioni (contro gli 80 originari),  destinati solo al trasferimento di tecnologie alle industrie esistenti: automotive (che quasi non c’è più), robotica e aerospaziale.

Resterebbero la cultura e il turismo, ma anche queste non vengono coltivate come dovrebbero perché un loro approfondimento implicherebbe anch’ esso di evidenziare aspetti non “politicamente corretti”, quali le onnipresenti radici sabaude e cattoliche, il carattere polemico ed anticonformistico della cultura piemontese, da Alfieri a Salgari, da Nietzsche a Gramsci, da Burzio a Pavese.

Vogliamo ricordarlo che, a fasi alterne, sono stati tabù le lettere di Nietzsche, i Quaderni dal Carcere, il Demiurgo di Burzio e il diario segreto di Pavese?

Perfino l’enorme influenza del modello del Lingotto sull’ architettura razionalista è stata tenuta nascosta per le sue assonanze futuristiche e littorie. Non parliamo poi di quando si era scoperto che la Juergen Ponto Platz di Berlino era stata copiata da Via Roma.

Adesso vogliono togliere a Torino anche  qualcosa del corso di laurea di Scienze Strategiche e della Sicurezza, erede ultima delle tradizioni antiche delle “Regie Scuole Teoriche e Pratiche di Artiglieria e Fortificazione” volute da Carlo Emanuele III di Savoia.

L’occupazione delle fabbriche a Torino nel 1921

6. Che fare?

Perfino i giornalisti mainstream, come Luigi La Spina sui La Stampa, giungono a conclusioni sconfortanti: ”parole di cui abbiamo già sentito, di cui abbiamo già verificato i risultati e che non vorremmo più ascoltare nella loro genericità, e quindi, inutilità, il mistero delle concrete scelte  dei candidati alla poltrona di sindaco resta insondabile”.

Alla fine, la stessa Stampa invita all’ astensionismo alle prossime elezioni amministrative: ”E crescerà la voglia di sottrarsi a una così allettante competizione”.

Non crediamo che sia questa la soluzione. La tradizione storica di Torino è polemica come poche altre. Dal villaggio taurino incendiato da Annibale perché si opponeva all’ invasione dell’ Italia, ai legionari le cui centuriazioni si vedono ancora dal Bosco del Vai, alle lotte solitarie del dissidente vescovo Claudio di Torino, dell’autoproclamato Re d’Italia Arduino, di Bonifacio del Monferrato, che tentò di conquistare la Macedonia e del Colonnello Arnaud, fino alle vittorie geopolitiche di Emanuele Filiberto e il Principe Eugenio, comandanti in capo delle truppe del Sacro Romano Impero, fino alla più grande fortezza d’Europa, alle guerre risorgimentali, all’ occupazione gramsciana delle fabbriche (esaltata da Gobetti come “Rivoluzione Liberale”,  al programma “Terra, Mare, Cielo”, alla Resistenza, all’Autunno Caldo, alla produzione dell’F104, del Tornado e del Typhoon.

Perfino Mussolini, in un discorso a Torino, si era sentito in obbligo di scusarsi per il fatto che parlava di pace a un pubblico ch’egli riteneva particolarmente bellicoso.

A questo punto, c’è da chiedersi: ha senso che i Torinesi accettino ormai da gran tempo tutte queste “capitis deminutiones” senza mai reagire?

Certo, non sono più i tempi dell’insurrezione carbonara della Cittadella di Alessandria, né dei moti del 1864, quando i Carabinieri ammazzarono una cinquantina di Torinesi, né quelli di Nizza, dove lo stewsso fece la Guarde Nationale, né dei fatti di Piazza Statuto.

Tuttavia, ancor oggi, in tutto il mondo vi sono momenti di protesta corale nelle città, come per esempio ciò che continua a succedere in Catalogna, per non parlare di “Black Lives Matters”. Senza necessariamente chiedere a nessuno di scendere materialmente in piazza, s’imporrebbe da parte di tutti una maggior radicalità nel pensiero e nella prassi politica.

SONO FRA QUELLI CHE HANNO VENDUTO L’ASPERA DI RIVA DI CHIERI

La vendita dell’ Aspera (azienda fabbricante a suo tempo i compressori per i Frigoriferi FIAT), alla Whirlpool, il maggior fabbricante d’America di elettrodomestici (nel 1985, cioè trentatre anni fa), costituisce la premessa storica della tormentata vicenda dell’odierna Embraco di Riva di Chieri, l’unità produttiva che la multinazionale americano-brasiliana sta ora chiudendo nonostante le proteste del Ministro dello Sviluppo Economico, e perfino del Papa.
Avendo partecipato in prima persona alla cessione al gruppo Whirlpool, credo possano risultare interessanti alcune mie considerazioni, che possono valere in parte anche per altre operazioni di questi giorni, come la vendita di Italo, la scalata di Mercedes e la chiusura dell’ Iol di Torino.
1.Un po’ di storia

Era il 1985: la società di management Fiat Componenti Spa era incaricata della gestione di un’ ottantina di Società nel settore dell’ industria leggera, con l’obiettivo sostanziale di riaccorparle in modo diverso. Io ero il responsabile del Servizio Legale. In 6 anni, vendemmo una quarantina di società e ne comprammo altrettante, riorientandoci verso il settore dei componenti autoveicolistici (intorno ai gruppi Marelli e Gilardini). L’obiettivo dichiarato era quello di migliorare la situazione patrimoniale del Gruppo, permettendogli di concentrarsi sul “core business” autoveicolistico, magari in vista di un’alleanza del tipo di quella che sarà poi la FCA. In quell’epoca, sembrava avvio che i possibili acquirenti potessero essere solo multinazionali americane, come la Whirlpool o la PPG.
2.Abbiamo proceduto alla cieca
E’ tuttavia scioccante considerare, con il senno di poi, quanto il contesto attuale fosse già allora prevedibile, tanto per ciò che riguarda le tendenze della Whirlpool e dell’industria americana in generale, quanto per il futuro dell’Europa Orientale. La situazione sociale a Benton Harbor (fra Chicago e Detroit), sede del Gruppo Whirlpool, era, e ancora è, ben peggiore che a Torino o in Slovacchia. Se il vero problema fosse stato quello dei bassi salari, allora quale sede migliore di Benton Harbor, con un reddito medio pro-capite di 9000 Dollari (cioè 7000 Euro) l’anno? Un’ennesima prova della non affidabilità delle teorie economiche prevalenti. Infatti, il sito di Benton Harbor è stato da sempre boicottato da parte di Whirlpool, ma per motivi prettamente politici. La situazione era, ed è, colà, esplosiva, con il 93% della popolazione composta da afroamericani e il primato storico degli scontri razziali in USA (1960,1966, 1967, 1990 e 2003).
Nel frattempo erano accadute tante cose che mettevano a soqquadro le previsioni di allora: la caduta del Muro di Berlino, l’acquisizione della maggioranza delle azioni Embraco da parte di Whirlpool, e di Aspera da parte dell’ Embraco stessa, l’apertura di Embraco Slovakia, nonché la costituzione di una joint venture Embraco in Cina, il tutto sotto l’egida della Whirlpool.
Come noto, tutti i Paesi dell’ ex blocco dell’ Est sono stati in grande sviluppo a partire dagli anni ‘90, sicché sembrava logico che molte attività economiche europee, superata la crisi della transizione, si localizzassero di preferenza in quelle zone d’Europa. In quel processo, la questione dei bassi salari, che tanta demagogia scatena da noi, ha avuto un ruolo effettivo, ma non certo esclusivo, né permanente. Si noti che, grazie ai i recentissimi accordi collettivi, a Spišská Nová Ves, sede dell’ Embraco Slovakia, lo stipendio di un operaio è di quasi 7-800 Euro al mese per 14 mensilità (cioè circa il reddito medio di Benton Harbor), mentre le più recenti offerte di lavoro in Piemonte (per esempio, a Mondovì) sono anch’esse di 800 Euro al mese , ma per neolaureati! Semmai, il “dumping sociale” lo sta facendo la (ex-)Provincia di Cuneo. D’altro canto, visto che i gruppi Whirlpool e Embraco posseggono fabbriche in tutto il mondo è ben difficile accertare se, come si dice a Riva di Chieri, “i 500 posti di lavoro verranno trasferiti in Slovacchia”, o in qualche altro stabilimento, o non verranno trasferiti affatto. L’unica cosa certa è che, per effetto delle misure protezionistiche del Presidente Trump, sono state fatte in questi giorni, a Benton Harbor, 200 nuove assunzioni.
L’elemento fondamentale del successo dell’Europa Centrale è stato costituito, non già dai salari che si pretende siano particolarmente bassi, bensì dalle ottime prospettive di espansione dei mercati (dovute, se non altro, agli “effetti di trascinamento” della transizione), e dalle gloriose tradizioni tecniche (Spišská Nová Ves si trova al confine fra Slovacchia e Polonia, un’area che, oltre che per gl’impianti sciistici, è nota per le sue industrie militari e di precisione). Oggi, per questi motivi , la Slovacchia è divenuta la maggior produttore automobilistico d’ Europa.
Avevo condotto a suo tempo, nell’ area carpatica, trattative per l’acquisizione di due fabbriche di motori d’ aereo, una, nella capitale slovacca Bratislava, incaricata a suo tempo dal Comitato Centrale sovietico, della costruzione, su licenza URSS, di un motore per l’intero Patto di Varsavia, e, l’altra, non molto oltre la frontiera polacca, fatta costruire addirittura già negli Anni Trenta dal Maresciallo Pilsudski.
2.Adesso tutti si stupiscono

In questi 33 anni, tutto il processo d’ internazionalizzazione è stato intanto condotto congiuntamente da Americani e Brasiliani, e la fabbrica di Riva di Chieri è rimasta sempre più una semplice unità produttiva periferica, dove, ogni qualche anno, il Ministero dell’ Industria (oggi ribattezzato assurdamente “Ministero dello Sviluppo Economico”), pagava qualche decina di milioni per impedire una chiusura da tanto tempo attesa.
Dopo tutti questi anni, Il Ministro Calenda e i giornalisti italiani non capiscono ancora (o fingono di non capire) perché la Whirlpool rifiuti offerte obiettivamente vantaggiose del Governo Italiano, e hanno accusato, davanti la Commissione Europea, la Slovacchia di fare dumping sociale, ma, in realtà, dovrebbero prendersela piuttosto con il Presidente Trump, che forza le multinazionali con una sostanziale componente americana (comprese in primo luogo la FCA e l’Embraco), a rilocalizzare negli USA. Ad esempio, grazie ai recentissimi dazi imposti contro le importazioni coreane, la Whirlpool assumerà nel prossimo futuro i nuovi 200 dipendenti addirittura nell’odiata Benton Harbor. Tra l’altro, se vantaggi fiscali esistono oggi in Slovacchia, sono gli stessi previsti dai trattati di adesione e di cui hanno goduto le imprese italiane in Polonia.
Tutte queste cose messe insieme (sviluppo dei BRICS e dell’ Est Europa, spostamento delle produzioni e livellamento dei tenori di vita, protezionismo americano) si potevano prevedere fin dall’ inizio, e, soprattutto gestire a livello europeo. Lo posso testimoniare perché a partire dalla Perestrojka, facevo parte del gruppo di lavoro della FIAT sull’ Est Europa e l’Estremo Oriente. Invece, la cultura economica e politica iper-ideologizzata delle nostre classi dirigenti, il prevalere degl’interessi corporativi e la subordinazione ai gruppi americani, hanno fatto sì che l’ Europa non traesse, dall’espansine a Est, quei giovamenti ch’era logico attendersi, e che, anzi, ne risultasse addirittura danneggiata, creando, nei Paesi di Visegràd, quasi una “quinta colonna”.
La causa di tutto ciò è stato, in particolare, iI micidiale mix di liberismo e di keynesismo a cui siamo stati educati, a partire dal Piano Marshall, da una propaganda martellante (politica, accademica, economica, aziendale e sindacale), che ci ha fatto dimenticare che ciò che guida, da sempre, l’economia (sia essa americana, brasiliana, cinese o slovacca), al di là delle retoriche ideologiche, è l’interesse nazionale. Invece, l’Unione Europea ha rifiutato, e ancora rifiuta, di vedere che vi è un obiettivo “Interesse Europeo”, ch’essa sarebbe chiamata a rappresentare e difendere. Difesa che non dovrebbe consistere in anacronistici dazi, bensì in quella “Advocacy”, come dicono gli Americani (“Cospirazione nell’ Interesse Pubblico”, come dicono i Francesi, o “zouchuqu”-“andar fuori”, come dicono i Cinesi) per cui, grazie alla regia dello Stato o delle organizzazioni imprenditoriali, le molte forze (politiche, economiche, tecnologiche, culturali, militari) di un Paese si muovono all’unisono per vincere nella competizione internazionale, come precisato puntigliosamente nella nuova dottrina americana di difesa. In Europa, questo non solo non esiste, bensì è, in pratica, vietato perfino parlarne, grazie a un muro di gomma che, da sempre, “gela” ogni discorso su questo argomento.
3.Che cosa dovremmo fare?
Se Obama ha potuto “montare” l’americanizzazione della FIAT e la contro-mossa all’acquisizione della General Motors tedesca; se Trump ha reagito alle nuove misure europee contro le multinazionali del Web con una sorta di “condono” per farle rientrare in America e ha costretto le grandi imprese industriali a rilocalizzarsi in America; se, in Cina, la creazione di Zone Economiche Speciali è una prerogativa del governo centrale, non già dei governi prpovinciali, ci sarà bene una ragione. Invece, da noi, tutti (multinazionali, imprese nazionali, Stati membri, Autorità locali) possono fare tutto ciò che vogliono, in pratica beccandosi fra di loro come i capponi di Renzo.
Adesso, ci si si scandalizza, improvvisamente, per il fatto che gli Stati membri si facciano una certa concorrenza fiscale, o che le multinazionali vadano là dove risulta loro più conveniente. Ma, con la cultura politico-economica apolide (“apatride”, come avrebbe detto il Generale De Gaulle), che caratterizza le nostre classi dirigenti, le cose sono andate sempre così e continueranno ad andare così. Come scriveva già nel 1968 Jean-Jacques Servan-Schreiber, abbiamo costruito il Mercato Unico per permettere alle multinazionali americane di operare più facilmente in Europa, mentre però le imprese europee non ne approfittano (e, stanno, difatti, progressivamente scomparendo): vedi Olivetti, British Leyland, Minitel, FIAT, Nokia, Volvo, Pirelli…).
Mi sono occupato da 46 anni (con “cappelli” estremamente differenti, ma, purtroppo, sempre senza nessun effettivo potere decisionale), dell’ internazionalizzazione delle imprese italiane. Se avessimo cominciato fin da subito a fare una politica economica e una programmazione territoriale paneuropea, con regole certe e un chiaro principio di “Europe First”, non ci troveremmo a contenderci delle periferiche unità produttive di proprietà di americani, brasiliani, giapponesi, indiani, arabi, nigeriani e cinesi, mentre le holding extraeuropee, che, con i loro profitti, i loro stipendi miliardari, i loro super-consulenti, sono veramente “il grasso” del mondo industriale, stanno sempre più fuori dei nostri confini.
Paradossalmente, gli unici che avevano parlato di una programmazione europea (già fin dagli Anni ’60) erano stati Giovanni Agnelli e Ugo La Malfa.

3.Sulle specializzazioni dell’ Italia.

Non solo List e Halecki, bensì perfino Adam Smith e Marx, avevano attribuito un ruolo centrale alla divisione internazionale del lavoro. In questa divisione, indipendentemente dalle ideologie professate, è comunque un vantaggio avere sul proprio territorio le attività più importanti, dal punto di vista politico, culturale, finanziario, economico, militare, ecc… In concreto, è meglio essere Papi che non parroci, “maîtres-à-penser” che non maestri di scuola, finanzieri che bancari, imprenditori che precari, Capi di Stato Maggiore piuttosto che caporali. Questo non è sciovinismo, è una realtà di fatto.
Attirare le attività chiave è comunque da sempre una delle prime cose che i cittadini chiedono alla politica, a cominciare dai monasteri medievali, dalle accademie culturali, dai bachi da seta, dalle manifatture di porcellana, e per finire con l’Arte Astratta.
E’, di converso, semplicemente ovvio che l’ Unione Europea non è in grado di raggiungere questi obiettivi. Basti vedere che Kurzweil, Musk, Zuckerberg e Bostrom decidono dall’ America il futuro dell’ Universo; Papa Francesco sta a Roma ma è argentino; i grandi capitali appartengono allo Stato cinese, a Soros, agli emiri arabi e ai finanzieri nigeriani; le holding dei grandi gruppi stanno in America e in Cina, le decisioni sostanziali, nella NATO, le prende il Presidente degli Stati Uniti, ecc…
Rovesciare questa realtà è, oggi, impossibile. D’altronde, un mondo multipolare richiede che le attività cruciali siano ripartite equamente nel mondo, in base alle rispettive “specializzazioni”. Sotto questo punto di vista, può anche essere logico che l’Europa, e, soprattutto, l’ Italia, non sia specializzata nelle moderne attività industriali e finanziarie, perché è già il centro dell’unica Chiesa con una presenza universale, dispone di una tradizione culturale unica (Greci, Romani, Rinascimento, Paestum, Pompei, Roma, Firenze, Venezia…), ha un patrimonio paesaggistico (Alpi, isole, campagne) amato in tutto il mondo…
Purtroppo, sotto l’influenza dei miti della modernità (anticlassicismo, tecnocrazia, industria), anche queste potenzialità sono state messe progressivamente da parte (abbandono del Greco e del Latino, tagli alla cultura, scempi ambientali come l’Ilva, Bagnoli, Gela…), prima, sotto l’influenza dell’ ideologia autarchica dello Stato nazionale (industrie militari, cultura “nazionale” e priorità alle industrie di base), e, poi, sotto quella di un confuso mondialismo.
Oggi, quando si è oramai realizzato lo scenario globalizzato e multipolare, quelle politiche risultano sconfitte dai fatti. La Chiesa è ormai maggioritariamente extraeuropea; abbiamo ancora, dopo 75 anni, in Europa, 500.000 soldati americani, in gran parte nelle più di 100 basi in Italia; solo più l’Eni, Leonardo e Generali possono ancora chiamarsi “campioni nazionali”italiani, e solo Arianespace ed Airbus “campioni Europei”), ma tutto il resto: holding metalmeccaniche e chimiche, linee aeree e ferrovie, case di moda e poli industriali, appartengono a proprietà straniere. Del resto, qualcosa di analogo sta succedendo in tutta Europa (pensiamo alla Nokia, alla Mercedes, alla Volvo…)
E’ quindi ora di vedere come valorizzare meglio quel che ci resta: la nostra natura e le nostre lingue, le nostre città antiche e le nostre cattedrali, le nostre Università e i nostri musei.
Un 21° secolo dedicato più alla cultura che alla tecnica sarebbe certamente nell’ interesse innanzitutto dei un’ Italia europea. Non v’è dubbio che l’ Europa abbia bisogno anche di finanzieri e industriali, manager e tecnici, commercianti e militari. Tuttavia, non è detto che ciascun Paese debba essere presente nello stesso modo in tutti i settori. Gl’Italiani potrebbero, e dovrebbero, specializzarsi nella “cultura alta” (per esempio creando una vera “Accademia Europea”), nella valorizzazione della storia (attraverso una capillarizzazione delle politiche culturali del proprio territorio, orientandole però a un pubblico mondiale), nelle industrie culturali e dei media, e, infine, nella ricerca sul controllo e l’umanizzazione delle nuove tecnologie.