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LA MALATTIA DELL EUROPA E QUELLA DEL MONDO

Considerazioni preliminari all’ inaugurazione della Conferenza sul Futuro dell’ Europa: 9 maggio 2021

Domenica, alle 15.00, avrà luogo da Strasburgo l’inaugurazione ufficiale della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, già avviata con la piattaforma futureu.europa.eu#.

CREDENZIALI PER PARTECIPARE (DOMENICA 9 ALLE 10.00)

https://zoom.us/j/99951521048?pwd=MHdsRlJkSEJwVUQvcVZ1bGcvQW01UT09
L’evento è inserito sulla piattaforma https://futureu.europa.eu/?locale=it 


IL NOSTRO WEBINAR:

Visto in astratto, si tratterebbe di un momento epocale, che dovrebbe segnare veramente il passaggio da un’era ad un’altra. Tuttavia, alla luce, da una parte, di una serie di fallimenti dei precedenti esercizi dello stesso tipo, e, dall’altra, delle modalità e delle tempistiche con cui la Conferenza è stata pensata ed attuata, prevale un generalizzato scetticismo.

Personalmente, nonostante che partecipare alla Piattaforma comporti, per ciascun cittadino, uno sforzo tecnico ed editoriale non indifferente a fronte di un modesto risultato atteso, mi è sembrato doveroso dedicarvi il massimo sforzo, perché, altrimenti, con che animo potremo criticare, a posteriori,  la classe politica per non aver fatto l’Europa?Vista  infatti la nostra generale ignavia politica, questo sforzo è il minimo contributo dovuto, che invito tutti a dare.

Nell’aggiungere le mie critiche costruttive all’ iniziativa  a quelle di tanti autorevoli europeisti (a cominciare dal Movimento Europeo e dal Movimento Federalista), mi sono concentrato innanzitutto sulla superficialità con cui si presume di poter banalizzare in modo propagandistico dei problemi dell’Europa, che, se sono rimasti fino ad ora irrisolti, è  perché sono difficilissimi. Mi riferisco  in particolare al rapporto con la tecnica, ai presupposti culturali dell’ integrazione europea e al tema della decadenza, la “malattia dell’ Europa”, oggetto specifico dell’ incontro a distanza da noi organizzato per Domenica Mattina (cfr. infra).

Malattia che è, al tempo stesso, politica, economica, etica e tecnologica. Si potrebbe, e dovrebbe, definire come “olistica”.

1.Riandare ai presupposti dell’integrazione europea.

Per tutti questi temi di carattere preliminare, abbiamo suggerito che si svolgano, in parallelo  con le attività della piattaforma, non idonee a un lavoro serio e approfondito, altre attività, di carattere conoscitivo, come questa serie dedicata ai presupposti culturali dell’integrazione, che abbiamo inserito nella piattaforma e che cercheremo anche di coordinare, con il supporto del Movimento Europeo e del Movimento Federalista, con altre analoghe iniziative.

Il tema della malattia dell’Europa, oltre ad essere altamente evocativo in quest’era di pandemia, è anche il primo, perché è il punto di partenza, la crisi da cui parte la motivazione per l’integrazione dell’Europa.

A dire il vero, l’idea di una grande crisi della società è stata da sempre alla radice della creazione delle unità politiche in Europa. La Pax Augusta viene presentata dai poeti augustei come il ritorno dell’Età dell’ Oro dopo la crisi del Mos Maiorum e le guerre civili (“aurea volvent saecula”). Il progetto di Pace Perpetua dell’Abate di Saint Pierre, negoziatore del Trattato di Utrecht, si poneva come rimedio alle guerre di religione e dinastiche. La Santa Alleanza viene venduta da Alessandro I, dopo la Rivoluzione Francese e le guerre napoleoniche, come la ricostituzione dell’unità religiosa fra i popoli d’Europa. Anche Coudenhove Kalergi, Spinelli e Juenger vedevano il progetto europeo come una qualche forma di restaurazione di un’antica Europa pacifica („Die Welt von Gestern“ di Zweig).

2.Finis Europae?

In effetti, il senso della crisi esistenziale a cui l’ Europa tenta di fare argine, con il ruolo del paolino Katèchon, non è mai stato così forte come a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, con le opere di Simone Weil e di Pietro Barcellona (“l’ Europa come Katèchon”).

In realtà, il senso di un’universale entropia era diffusissimo da più di un secolo in tutta la cultura, non solo europea: da Kierkegaard a Nietzsche, da Leontijev a Weininger, da Freud a Guénon, da Berdjajev a Eliot, da Pound a Jaspers, da Heidegger a Anders.Come noto, molteplici sono le ragioni addotte per questo senso incombente di crisi: dallo Scisma d’Occidente (Hoelderlin), ai peccati dell’ aristocrazia francese (De Maistre), dall’eredità ascetica orientale (Nietzsche), alla perdita, delle tradizioni arcaiche  salvate solo dagl’indù e dagl’islamici (Guénon), dal moralismo borghese (Freud), all’irrazionalismo mitteleuropeo (Benda, Huizinga, Lukàcs), fino all’abbandono dell’ equilibrio della esperienza religiosa (tema che emerge soprattutto nelle pastorali degli ultimi tre pontefici).

Tuttavia,  la spiegazione più convincente e preveggente è stata, secondo noi, quella della sostituzione della macchina all’uomo, come tematizzato da un robusto filone di pensiero, che parte da Max Weber, attraversa Capek, Heidegger, Asimov e Anders, e sfocia nel pessimismo culturale di grandi tecnologi, scienziati ed economisti  come Bill Joy, Martin Rees, John Hawking, Evgeny Morozov e Shoshana Zuboff.

Secondo questo filone, l’uomo ha cominciato a perdere di autenticità con l’inizio della civiltà, per poi venire alienato dalle tecniche, e progressivamente soppiantato dalle macchine, fino a ridursi, come oggi, a un uomo senza qualità (Musil),e a una dimensione (Marcuse).

E, in effetti, quest’ultima spiegazione assorbe dentro di sé tutte le altre. Com’ è stato autorevolmente riconosciuto, fra gli altri, da Newton, Lessing, St.Simon, Comte, Fiodorov, Weber, Capek, Voegelin, Musso, la religione della tecnica costituisce l’esito naturale del processo di secolarizzazione, vale a dire della trasformazione della fede messianica delle religioni occidentali di salvezza (incluse quelle mazdea, manichea, ebraica ed islamica) in una nuova escatologia materialistica, incentrata sul ruolo redentore della scienza e della tecnica. Il Cristianesimo ridotto a “educazione dell’ Umanità” come voleva Lessing, o le “radici cristiane” invocate, forse improvvidamente, da Benedetto XVI.

3. La seconda Guerra Mondiale come nemesi e catarsi.

Com’è noto, anche i due grandi eventi catastrofici della Seconda Guerra Mondiale, la Shoah e la bomba atomica, sono stati ripresi dall’escatologia materialistica della tecnica (Heidegger, Horkheimer e Adorno).

Tuttavia, nella teologia politica europea, il momento di svolta sarebbe costituito soprattutto dalla Shoah, che, riassumendo in sé tutti i mali della storia, avrebbe costituito per gli Europei, e soprattutto per la Germania, una catarsi, con cui sarebbe stata superata (per Girard) la fase storica dominata dall’idea di sacrificio umano. In questo senso, la sorte dell’Europa sarebbe nuovamente paradigmatica per tutto il mondo.

Così, paradossalmente, la Shoah è divenuta la fonte di un nuovo tipo di eccezionalismo, non solo ebraico, ma anche europeo, e, in particolare, tedesco.

Come brillantemente illustrato, per esempio, da Aleida Assmann, il  discorso pubblico europeo è profondamente impregnato di questa dottrina.In effetti, essa serve mirabilmente ad assorbire, senza però rinnegarle,  le precedenti retoriche sulla missione civilizzatrice dell’ Europa. L’enfasi posta su una presunta superiorità morale del modello europeo e sul dovere di diffonderla costituisce un’ennesima eco delle invettive di Condorcet e di Hugo.

La retorica della “potenza mite” e del rifiuto della guerra sono servite anche per marcare un’ impercettibilmente differenza dagli Stati Uniti che, nella realtà, non esiste, perché l’ Europa spende in armamenti, rispetto al suo impegno su un solo continente, proporzionalmente più degli stessi Stati Uniti (oltre che della Russia e della Cina), ed è stata coinvolta ininterrottamente in guerre di tutti i tipi, nel Continente e altrove (da quelle civili est-europee e irlandese, a quelle di Corea, Suez, Algeria, Greco-turca,Libano, in Medio Oriente e nel Sahel).Se nell’ Europa di oggi la violenza è meno palese che altrove, ciò avviene per due ragioni: il livello medio di vita, ancora leggermente superiore alla media mondiale, e l’equilibrio del terrore, che ha il suo baricentro proprio in Europa, e che, per essere mantenuto, richiede il controllo totale sugli Europei. Controllo, che,  a sua volta,  è facilitato dall’apparenza di benessere e dalla conseguente diffusa mentalità piccolo-borghese.

Nell’ ultimo secolo, di fronte all’ affievolirsi dei ricordi delle Guerre Mondiali, all’acuirsi della crisi economica  e agli spettacolari ed inquietanti sviluppi dell’ Intelligenza Artificiale, sta sviluppandosi una nuova retorica dell’ Europa, figlia e parallela a quella precedente, basata sempre sulla “catarsi”, ma orientata verso  l’Intelligenza Artificiale.

Scelta politica lodevolissima, se solo fosse declinata in modo serio e coerente.

4. Trendsetter del dibattito mondiale”?

Oggi,  questo preteso eccezionalismo europeo finisce per essere identificato sempre più con la capacità dell’Unione di regolamentare il web, attraverso la fitta serie di libri bianchi e di regolamenti sulle attività dell’ industria digitale, ch’essa pubblica a getto continuo . Questo tema esula per altro  dall’oggetto della giornata di domenica, e fa invece oggetto dell’altra serie di approfondimenti, quella sull’ Intelligenza Artificiale. Qui mi limiterò a rilevare due cose:

1)dal punto di vista programmatico, la scelta di concentrare tutte le ambizioni dell’Europa sulla messa sotto controllo della transizione digitale è geniale, perchè obiettivamente, di fronte alla corsa verso l’Intelligenza Artificiale, in atto fra gli USA e la Cina, il mondo corre veramente il rischio di vedersi dominato fra breve da “soggetti autonomi” militari, come previsto lucidamente da tempo da Manuel De Landa. Per i motivi indicati all’ inizio,  esso ha quindi veramente un urgente  bisogno di un potente difensore (un “Trendsetter del dibattito globale”), che orienti  quest’ultimo verso un nuovo umanesimo digitale;

2)tuttavia, come e più che in casi precedenti, l’atteggiamento dell’Europa appare qui abilmente opportunistico e sostanzialmente ipocrita: come ha rilevato il New York Times, essa, non essendo minimamente nelle condizioni di padroneggiare le tecnologie decisive per il mondo contemporaneo, né di condizionare le Grandi Potenze e le multinazionali che le posseggono, ed essendo, per questo, destinata al declino (questo significa in realtà il dibattito sulla Sovranità Strategica Digitale), consola i propri cittadini, fingendo di convincere le Grandi Potenze ad adottare i suoi principi giuridici, che, se adottati, servirebbero a limitare i difetti delle nuove tecnologie. In realtà, da un lato, USA, Cina e Russia non stanno neppure consultando l’Europa sulle trattative, che si avvieranno fra breve, sul controllo digitale della guerra nucleare; inoltre, le tanto decantate normative europee sulla privacy sono state disapplicate fin dal primo giorno da tutti i soggetti rilevanti, a cominciare proprio da tutte le Istituzioni Europee, con i loro contratti con Microsoft, con i quali esse hanno delegato in bianco a questa multinazionale, soggetta alle norme inderogabili delle leggi militari americane, la gestione di tutte le informazioni sui suoi funzionari e sulle attività politiche dei loro organi, e continuano  a rendere possibili (con accordi illegittimi secondo la Corte di Giustizia) la gestione da parte dei GAFAM dei dati di tutti i cittadini europei.

Se qualcuno (per esempio la Cina) sta copiando la normativa europea, è proprio per la sua collaudata capacità di fare da paravento all’ arbitrio delle imprese e degli Stati.

Certamente, l’ Europa può, e deve, divenire il “trendsetter del dibattito mondiale” sull’ Intelligenza Artificiale, ma, per fare questo, deve modificare radicalmente i propri comportamenti pratici, e, in primo luogo, perseguire veramente la Sovranità Strategica Digitale sempre conclamata e mai perseguita veramente, con una propria cultura strategica e digitale, con propri investitori nel settore digitale, con dei veri servizi segreti e  proprie imprese del web, e, infine,  con una Politica Estera e di Difesa  veramente sovrana, che non segua pedissequamente i “richiami all’ordine” (“Rallies”) delle successive Amministrazioni americane.

5.L’arretratezza dell’ Europa

La mancanza di una politica europea del digitale, iniziata con la disaggregazione, da parte del Gruppo d’Intervento, della divisione informatica della  Olivetti nel momento della sua massima creatività (ELEA9003 e P101), è la chiave di lettura per comprendere declino europeo. Senza un’ industria digitale, non è possibile, né un’intelligence moderna, né l’accesso all’ economia della rete; senza un’ Intelligence autonoma non è possibile una reale politica estera, e senza economia della rete, sempre nuove risorse vengono trasferite fuori dell’ Europa.

Senza una politica estera, anche la società civile viene cloroformizzata, e senza l’economia della rete, i settori economici tradizionali divengono sempre più obsoleti. Con una società civile sonnecchiante e con un’economia perennemente in crisi, non si dà né politica demografica, né ricambio generazionale, né innovazione, e, senza questi, la società si dibatte in un senso di vuoto e di mancanza di prospettive. L’Europa è ancora con questo emblematica della crisi del mondo intero.

6.La malattia del mondo.

Anche il mondo, infatti, soffre (anche se in grado minore), delle stesse malattie dell’Europa. Anche nel resto del mondo impera  la società de controllo totale (in molti casi, in modo più soffocante ancora che non in Europa). Ma, a parte che in certi Paesi sono concentrate le élites che traggono profitto da questa situazione, colà,  il fatto di essere situati nel cuore del sistema permette anche di comprenderlo e di criticarlo più efficacemente, e, soprattutto, di maturare  i necessari anticorpi e di ribellarsi in modi più efficaci (come nei casi di Petrov, di Assange e di Snowden). In altri Paesi, poi, il sistema informatico mondiale non ha ancora tutto il peso che esso ha in Occidente, in Cina o in Russia. Ovunque, le idee delle precedenti tradizioni culturali e politiche (siano esse l’American Creed o il veterocomunismo, l’ebraismo o l’ortodossia,  l’islamismo o l’induismo) sono ancora così radicate, che la società non è ancora stata plasmata integralmente dal web.

Eppure, dovunque imperversa, ove più, ove meno, il “disagio della civiltà” denunziato a suo tempo da Freud: l’integrazione ancora mancata fra le idee tradizionali della propria civiltà e i problemi dell’ età postmoderna

Se la classe dirigente europea fosse meno radicata nelle retoriche del XX° Secolo e meno dipendente dall’America e dai GAFAM, essa potrebbe divenire veramente il “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, direttamente  per ciò che riguarda il mondo digitale, e, indirettamente, per ciò che riguarda la “crisi di civiltà” nel suo complesso.

Essere “Trandsetter” non significa essere la Terra Promessa, né lo Stato Guida, né il centro di un Impero, bensì un creatore di modelli che possono, o meno, essere utilizzati.

Il mondo ha bisogno di questi modelli, innanzitutto nel rapporto uomo-macchina.Il problema non è, come tanti affermano, se le macchine prenderanno o meno il sopravvento sull’ uomo, o se l’Intelligenza Artificiale verrà progettata (come vogliono i legislatori europei)in modo da rispettare gli (attuali) Diritti Umani (che sono diversissimi da quelli di 20 anni fa, e saranno sicuramente ancor più diversi fra altri 20 anni. Il problema è che,  a causa delle macchine, noi siamo diversi già da oggi da com’eravamo 20 anni fa, e non siamo necessariamente migliori. Gli effetti del web che si vorrebbero “curare” con le nuove legislazioni sono in realtà, amplificati, i difetti della nostra società: allontanamento dalla natura; perdita di personalità; discriminazioni da parte degli attuali ceti dominanti; conformismo; incomunicabilità, burocrazia, irresponsabilità.. Per ovviare a questi difetti, non dobbiamo programmare meglio le macchine, bensì cambiare la cultura, la società e l’educazione, perché, almeno fino ad ora, siamo noi che imprimiamo nelle macchine i nostri viozi e le nostre virtù..

Dobbiamo smetterla di idolatrare la “Rule of Law” (che altro non è che la legge scritta –“Rechtsstaatlichkeit”-così definita perché importata in America dalla Germania nel secolo scorso), e tornare invece, almeno parzialmente alle “leggi non scritte”(“Agrafoi nomoi”), vale a dire, in sostanza alle”virtù”. Solo se i cittadini saranno capaci di praticare le virtù, saranno in grado di non farsi influenzare dalla burocrazia digitale, dalle “Grandi Narrazioni”, dai “social networks”, dalle “bolle digitali”, dalle “fake news”…

E’ su questo che l’ Europa potrebbe dialogare con altre culture, egualmente attente alle “virtù”, come quelle asiatiche, anch’esse alla ricerca di un nuovo equilibrio, che l’ Europa potrebbe suggerire, in un confronto serrato e continuo. Questo è esattamente il contrario della “Guerra Fredda Culturale” che gli Americani, e gli Europei fomentati da loro, stanno cercando di creare.

7.La  cultura del XXI Secolo e il futuro dell’ Europa

La riforma dell’Europa, a cui la Conferenza dovrebbe tendere, dovrebbe avere, come punto qualificante, proprio questo: una nuova cultura, capace di porsi come “punto di riferimento per il mondo intero”,  cheil Pontefice aveva  ascritto all’ Europa nel suo discorso di Strasburgo.

Orbene, perché questa nuova cultura possa nascere, occorrono due grandi condizioni: da un lato, la conoscenza di tutte le grandi culture e delle più moderne tecnologie, e, dall’ altro, una società capace di garantire la propria sopravvivenza, non una di perdenti come quella attuale.

Per ottenere questi due risultati, occorrono due battaglie: l’una, culturale, per liberarci dalle incrostazioni di casta e  di setta, delle imposizioni straniere e degli stereotipi del politicamente corretto; l’altra, politica ed economica, per la Sovranità Digitale Europea, e quindi, in definitiva, per la rinascita della nostra società.

Le strutture e le politiche dell’Unione dovrebbero essere al servizio di queste battaglie.

Quindi, una diversa distribuzione dei ruoli sociali fra cultura, politica, economia e lavoro; un vertice europeo più assertivo; la rinegoziazione del nostro ruolo internazionale; una struttura costituzionale ed economica basata sulle nuove tecnologie.

Questo è appunto l’oggetto della nostra presenza sulla piattaforma futureu.europa.eu# e edei Cantieri Digitali d’ Europa.

SE IL LAVORO NON CONTA PIU’

GRAFIK Börsenkurse der Woche / KW 2/2019 / Produktion

 Recessione in Germania

di fronte al crollo dell’economia, uno Statuto dei Lavoratori europeo

Finalmente, anche nella pubblicistica mainstream si sta facendo strada la verità sulla crisi senza ritorno del nostro sistema produttivo, nonché sulle performances deludenti anche del sistema europeo, con l’esclusione, forse, dei Paesi di Visegrad.

Cito come esempio l’articolo pubblicato da Massimo Giannini su “La Repubblica” di Venerdì 25 ottobre, intitolato “Se il lavoro non conta più”. L’autore riporta giustamente una sfilza impressionante di dati sull’interminabile crisi italiana: 82.000 famiglie mese sul lastrico dalle decisioni sull’ ILVA, 18 milioni di ore lavorate in meno rispetto al 2008, 50.000 disoccupati “avviati al lavoro” con il reddito di cittadinanza, su 982.000 richiedenti (che comunque sono solo una parte infinitesimale dei disoccupati).

Cita anche (implicitamente criticandola) l’idea lanciata  dal CNEL, di un nuovo Statuto dei Lavoratori.

Quanto alla situazione piemontese, ricordo invece l’articolo, sempre su “La Repubblica”, ma di sabato, di Salvatore Tropea, intitolato “Se il Piemonte diventa un pezzo del Sud depresso”, che cita, come casi emblematici di una totale incuria della politica, quelli di Embraco, Comital, Mahle, Pernigotti, Olisistyem, Lear, Blutec e della stessa  FCA

1.Ma come creare nuovo lavoro?

Tuttavia, quello che né Giannini, né Tropea (ma neanche nessun altro), dicono è come si dovrebbe fare per arginare la disoccupazione, quando, come oggi, non c’è, in Italia, alcun’ attività (salvo la droga, la prostituzione e le tangenti) che sia veramente redditizia, e, di conseguenza, nessuno che intenda investire nelle imprese italiane, siano esse delle pizzerie o delle fabbriche di missili, salvo i Cinesi, che, però, vengono rifiutati perché accusati di farlo con oscure motivazioni politiche.

Perfino gli Americani, i Russi, gl’Indiani, i Francesi, i Tedeschi e gl’Israeliani, che avevano fatto qualche timido tentativo negli anni passati, si stanno sfilando. Qui non c’è, né il potere, né un ceto imprenditoriale potente, né lo Stato partner e imprenditore, né la demografia, né il mercato. A chi vendere? Come conquistare i mercati mondiali? Come difendersi dalle ingerenze straniere?

In effetti, se i nuovi posti di lavoro “buoni” si creano tutti in Cina, nei Paesi in via di sviluppo, in Europa Orientale o, al massimo, in America, è proprio perché la creazione di nuove “vere” imprese è un compito eminentemente politico, che presuppone una politica di difesa degl’interessi nazionali. Le nuove aziende sono nate nei “garages” solo  perché sostenute dal DARPA, espressione del Pentagono, o dal Partito Comunista Cinese. Indosuez è nata come banca d’emissione dell’Indocina francese, e la Volkswagen come un progetto personale di Hitler, finanziato con i soldi dei sindacati nazisti. Ma anche le imprese italiane, dalla FIAT all’IRI all’ENI, all’ ENEL, non sarebbero nate, né si sarebbero sviluppate, se non ci fossero state alla base solide motivazioni e azioni politiche: dal trasferimento a Firenze della capitale, alle guerre italo-turca e mondiale, alla crisi del ‘29, alla politica “Terra, Mare, Cielo”, alle Partecipazioni Statali, al Centro-sinistra. Anche la loro decadenza deriva da nuove e opposte politiche: l’integrazione europea ed euroatlantica, l’aiuto allo sviluppo, le delocalizzazioni, le privatizzazioni….

E, infatti, le imprese italiane, come la Olivetti, che non furono favorite, bensì osteggiate, dal potere politico, nacquero morte, proprio quando, per i grandi concorrenti internazionali come la IBM, si apriva un’epoca d’oro.

Orbene, se si capisce benissimo come faccia la Cina a creare ogni anno 50 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno (cioè finanziando lo sviluppo accelerato di nuove tecnologie, di regioni periferiche e di Paesi amici, svalutando lo Yuan, costruendo nuove città prima ancora che esistano gli abitanti, forzando i nuovi consumi), e come faccia l’America (finanziando il militare, mettendo dazi e sanzioni, obbligando le imprese nazionali a rilocalizzarsi), non si capisce come possa creare nuovi posti di lavoro  un’ Europa che finanzia pochissimo le proprie nuove imprese, che difende (almeno fino ad oggi) il corso dell’ Euro anche quando gli altri svalutano, tassa pesantemente il patrimonio immobiliare e il lavoro, ma non le multinazionali del web, accetta tutte le imposizioni americane in materia tariffaria, doganale e tecnologica, non ha né“partecipazioni statali”, né un esercito comune,  e  neppure potere coercitivo sulle proprie imprese…

Soprattutto, come insdiste Evgeny Morozov, il cuore pulsante dell’ economia di un Paese non è più né la sua industria, né la sua finanza, bensì il suo ”ecosistema digitale”. E’ questo che raccoglie e coordina i dati, dirige la politica (vedi campagna di Obama, Casaleggio,Cambridge Analytics, Fake News…), gestisce le transazioni finanziarie, prende il controllo dei media e delle imprese, coopera con i servizi, garantisce l’allarme atomico, automatizza  e terziarizza i posti di lavoro, distrugge il commercio tradizionale, stravolge l’educazione e la security… Chi non controlla l’ecosistema digitale non controlla la propria economia, ed è quindi destinato a scivolare fra i paesi in via di sviluppo. Questo, e non altre risibili cause, come l’eccesso di burocrazia, o l’instabilità politica, o l’immigrazione, è la vera causa della interminabile crisi italòiana (ed europea)

Evgeny Morozov

  1. Questo destino di decrescita era prevedibile

Così, da 40 anni, si  continuano a spendere somme astronomiche per mantenere in piedi dei puri simulacri d’impresa, come per esempio l’ Embraco di Riva di Chieri che avevamo venduto 25 anni fa perché già allora non aveva prospettive (ed è passata dagli Americani, ai Brasiliani, agl’ Israeliani, senza alcun miglioramento, anzi, peggiorando costantemente), mentre, con gl’ importi erogati dallo Stato, si sarebbero potute creare nuove  imprese informatiche o spaziali, oppure finanziare il reinserimento di imprenditori, managers, tecnici e operai come finanzieri, commercianti, albergatori o  comunque operatori turistici, o addirittura un loro tentativo di ricollocarsi altrove. Si noti che, sul piano mondiale, il 5% dei nuovi posti di lavoro sono creati nel settore del turismo, che è tradizionalmente il fiore all’ occhiello dell’Italia, e in cui esistono enormi margini di miglioramento.

Avendo lavorato per 30 anni per l’industria italiana, e, in particolare, piemontese, posso testimoniare circa  il fatto che l’idea che quest’ultima non avesse futuro aleggiava fra i decisori, politici e soprattutto industriali, fino dagli anni ’70, come emerso dagli archivi dei servizi segreti americani e riportato da storici inglesi. Già dagl’ incontri durante la IIa Guerra Mondiale fra i vertici della FIAT e i ministeri economici americani era risultato evidente che l’Italia sconfitta avrebbe dovuto puntare su produzioni a basso valore aggiunto, basandosi sulla mano d’opera a basso costo resa disponibile dalla smobilitazione e dall’emigrazione. Per questo, già all’inizio degli anni ’70, era diffusa negli ambienti industriali l’opinione che, dopo l’“Autunno Caldo”,  occorresse smobilitare gl’investimenti industriali in Italia, che sarebbero divenuti non competitivi. Di qui la fuga di capitali e le vendite a tappeto di aziende: dalla Olivetti alla RIV, dalla Way Assauto al Nuovo Pignone, dalla Lancia all’ Alfa Romeo….

Le aziende venivano vendute soprattutto dalle proprietà familiari, che, in mancanza di compratori esteri, cedevano ai grandi gruppi, che subito dopo incominciavano subito a rivendere.

Anche le delocalizzazioni venivano fatte in uno spirito sbagliato. Anziché delocalizzare la produzione mantenendo il controllo (familiare, finanziario, politico, giuridico, manageriale, tecnologico), come prima cosa si spostava la sede all’ estero, per poter manovrare senza controlli, tanto lo Stato italiano forniva il proprio supporto ai gruppi estero-vestiti anche se non pagavano le tasse in Italia, né rispondevano politicamente al nostro governo. Basti pensare agli   stabilimenti già della Crvena Zastava in Serbia.

Così, filiere che erano squisitamente italiane, come l’auto, l’informatica,  i pneumatici, la moda, sono passate sotto controllo straniero, facendo perdere al nostro Paese i vantaggi derivanti dalla proprietà, dalla fiscalità, dalla cultura aziendale e di management….

Invece di contrastare queste tendenze, si è fatto ricorso al neo-malthusianesimo (diminuzione della natalità), grazie a cui, pur diminuendo il Prodotto Nazionale Lordo, aumenta il Reddito Pro Capite. Tuttavia, anche così non si può andare avanti all’ infinito, perché (i) si alimentano i conflitti etnici catalogati oggi come “populismo”e “xenofobia”; (ii)gl’immigrati assumono presto le stesse abitudini dei nazionali, oppure emigrano nuovamente (come sta accadendo), non dando comunque alcun contributo positivo all’ equilibrio demografico.

 

 

Mark Zuckerberg

4.Come contrastare questo declino?

Arrivati a questo punto, “risalire la china” è veramente difficile.

Intanto, occorre sgomberare il campo da un grande numero di falsi miti e di ideologie che hanno dominato il campo negli ultimi decenni.

L’alternativa non è fra un aprioristico industrialismo e una decrescita “a prescindere”. L’industria è stata da sempre solo una  fra le tante attività umane: ha conosciuto un incremento a metà del XX secolo, e ora sta stagnando, e trasferendosi in altri Paesi. Questa vicenda è influenzabile solo in parte, perché una parte di essa è ormai irreversibile. Inoltre, alla preoccupazione per l’industria nazionale, e perfino per l’economia, da sempre si sono affiancate, giustamente, altre preoccupazioni: quelle per la sopravvivenza della popolazione, per i valori di una civiltà, per la libertà e l’indipendenza nazionale, per uno sviluppo armonioso, per la continuità di una cultura, ecc…Oggi, ci sono anche e soprattutto quelle per l’avvento delle macchine intelligenti e per il surriscaldamento atmosferico.

Tutto ciò detto, se non difendiamo almeno un pezzo di economia europea, non avremo neppure più quel minimo di strumenti che servono alla sopravvivenza della nostra popolazione e della sua cultura, alla sua difesa e indipendenza. Si noti che, secondo qualificate stime internazionali, fra 10 anni nessun’economia europea sarà fra le prime 7 del mondo, e saremo scavalcati da Indonesia, Egitto e Brasile, senza parlare, ovviamente, di Russia e Turchia. A ciò si aggiunga che in tutte le società industrialmente avanzate si prevede un crollo (intorno al 50%) dei posti di lavoro per effetto della disoccupazione tecnologica nel giro dei prossimi 10 anni.

Nonostante quanto precede, l’ingente apparato esistente in Europa, non solo industriale, ma infrastrutturale (Stato, eserciti, servizi, trasporti) dovrà essere come minimo fatto funzionare, manutenuto e aggiornato; il livello di vita dovrà essere mantenuto a un livello comparabile con quello delle altre grandi aree del mondo; i nostri politici e i nostri tecnici dovranno potersi interfacciare dignitosamente là dove si discute del futuro dell’Umanità. Ciò comporterebbe  il mantenimento di un livello almeno minimo di natalità, di scolarizzazione, di organizzazione e di sviluppo. Inoltre, se vogliamo che il consenso politico non scenda al di sotto di un certo livello, con i bei risultati che si stanno vedendo in America Latina e in Medio Oriente, occorre anche che gli Europei possano almeno intravvedere una qualche prospettiva di sviluppo personale non in contrasto con le nostre tradizioni di civiltà.

Ma già solo per conseguire questi obiettivi minimi occorrerebbe una vera rivoluzione, che potrebbe essere portata avanti solo a livello europeo.

Thierry Breton

5.Le sfide scottanti della nuova Commissione

Le difficoltà con cui si sta pervenendo alla formazione della nuova Commissione dimostrano chiaramente  che anche la politica europea è molto titubante sul da farsi. L’enorme peso del dicastero riservato alla Francia “a prescindere” (in contrasto con la retorica dell’eguaglianza fra gli Stati membri), e la clamorosa bocciatura di un candidato “pesante” come Sylvie Goulard, dimostrano che impresa, tecnologia e digitale sono i campi in cui l’Europa potrebbe dimostrare la  propria utilità, oppure squalificarsi definitivamente.

La nuova candidatura francese, quella di  Thierry Breton, già ministro francese delle Finanze e presidente-amministratore delegato delle principali imprese tecnologiche francesi, dimostra che la Francia e l’Europa sono oramai costrette a gettare sul tavolo tutte le carte. Il pretesto usuale per non fare nulla, quello secondo cui non esisterebbero lobbies che spingano per la creazione di un’industria tecnologica europea autonoma, non può più reggere. Breton rappresenta giustamente, in modo diretto, le lobbies europee delle alte tecnologie (e sarebbe autolesionistico se gli Europarlamentari non dovessero accettarlo proprio per questo). Se neppure lui facesse qualcosa di decisivo per colmare il dislivello che ci separa dall’America e dalla Cina, vorrebbe dire che l’Europa ufficiale ha implicitamente accettato di essere eternamente al di fuori dei veri giochi della nuova economia, e così di avviarsi deliberatamente al sottosviluppo (appunto dietro all’India, all’Indonesia e all’Egitto).

Come, poi, un’eventuale, e auspicabile, azione dell’Europa nel settore delle nuove tecnologie  potrebbe aiutare l’Italia nella lotta alla disoccupazione è tutto da vedere. Infatti, in Italia si è consolidata nei decenni una retorica autodistruttiva secondo cui la politica deve occuparsi, per l’appunto,  delle lobbies già esistenti, e non di creare nuove formazioni sociali (come la Cina ha fatto con Baidu, Alibaba, Huawei e TikTok); sicché:  le imprese italiane dovrebbero rimanere in eterno dei “followers” di quelle americane; i laureati dovrebbero essere modesti e conformisti, non già avere l’ambizione di essere veramente classe dirigente; gl’imprenditori dovrebbero essere poco più che degli operai di successo, e i lavoratori dovrebbero restare più ignoranti possibili, per non fare ombra, né ai padroni, né ai sindacalisti. Con queste premesse, il problema della disoccupazione viene liquidato da tutti con la frase: “ciascuno può fare solo quel che sa fare”. Ma se è così, quando, come ora, l’economia mondiale cambia radicalmente, che facciamo? Ci mettiamo tutti in disoccupazione e pretendiamo tutti (politici, imprenditori, managers o lavoratori), un vitalizio, un sussidio o un reddito di cittadinanza? Non c’è la possibilità di imparare delle cose nuove? Come hanno fatto i Cinesi e gl’Indiani a trasformare in una sola generazione un miliardo di contadini in operai, commercianti, tecnici, managers, imprenditori, scienziati e finanzieri?

I “fondi europei” dovevano servire proprio a questo: a organizzare una colossale operazione per riconvertire (con i metodi “energici” propri di consorzi di guerra, di cui tanto Monnet quanto Hallstein erano degli esperti) l’enorme apparato carbosiderurgico ereditato dall’ Asse; per reinserire in altre funzioni, con i Fondi Sociali, la mano d’opera così resasi inutilizzabile, per reindustrializzare con i Fondi Strutturali le regioni depauperate dal calo programmato delle produzioni e dallo smantellamento delle “pseudo-economie” create dal sistema doganale.

Non basta oramai nemmeno l’”Industria 4.0”, oggi, quando i Paesi leaders del mondo si dedicano all’intelligenza artificiale, ai computer quantici e ai 5G.

Perciò, in netto contrasto con quanto si sta ora facendo (o meglio non facendo), l’azione per contrastare la disoccupazione dovrebbe consistere in un’energica ristrutturazione in senso digitale delle filiere  dell’economia in senso lato, e in un generalizzato “upgrading” delle competenze dei nostri concittadini, attraverso una maggiore selettività, azioni di formazione permanente e d’incremento della partecipazione. Il bello è che tutto questo sarebbe già finanziato, per esempio, dai fondi europei, ma la gestione timida  da parte di Autorità timorose di urtare l’ignavia dei cittadini e l’occhiuta sorveglianza dei concorrenti internazionali porta al non utilizzo dei fondi e, anzi, alla loro dilapidazione.

Tutto ciò presupporrebbe inoltre un radicale incremento delle capacità di previsione, progettazione e intervento dei settori “pubblico” e “sociale”, intendendo sotto questi termini Unione, classe politica, Stati membri, Regioni, Enti locali e associazionismo.

Luca Ricolfi

  1. Il nuovo Statuto dei Lavoratori

Ci compiacciamo con Tiziano Treu, che avevamo invitato quest’anno al Salone del Libro di Torino, per aver organizzato presso il CNEL una serie di convegni sullo Statuto dei Lavoratori e sulla sua attualità oggi. Noi, come Alpina e come Associazione  Culturale Diàlexis,  abbiamo pubblicato due studi sull’ argomento: “Modello sociale europeo e pensiero cristiano” e “Il ruolo dei Lavoratori nell’ era dell’ intelligenza artificiale”, presentato al Salone del Libro di Torino del 2019.Quest’ultima opera caldeggiava l’attualizzazione del diritto del lavoro in Europa alla luce delle nuove realtà. Infatti, un nuovo diritto del lavoro può essere soltanto europeo, così come sono europee le principali novità legislative oggi vigenti.

Inoltre, non ha senso modificare le norme senza modificare la struttura economica sottostante. Occorre trovare un compito per tutti anche nella società delle macchine intelligenti. Per questo, avevamo inviato, nel 2014, al Presidente Juncker, il nostro ”Quaderno di Azione Europeista” intitolato “Re-statring Eu Economy via Technology-intensive industries”).  L’”upgrading” del lavoro comporta un progressivo passaggio dal lavoro fisico a quello intellettuale, dall’ intellettuale al direttivo, dal direttivo al politico, dal politico allo spirituale. Se le macchine sono nate per sostituire il lavoro degli schiavi, dei servi, degli operai e dei burocrati, gli unici “posti di lavoro” che resteranno disponibili saranno quelli al di sopra delle macchine, vale a dire attività d’ ideazione, di direzione, di progettazione e di comando. Quanto più le macchine saranno capaci di fare tutto, tanto più ci sarà bisogno di personalità che investighino sui fini, disputino sulle alternative, impersonino divergenze di opinione, prevedano, orientino (chierici, governanti, politici, intellettuali, gestori, teorici, educatori…). Quello che Luca Ricolfi ha chiamato “Società signorile di massa”, che oggi è una stortura dell’Italia decadente, dovrebbe diventare la regola, e l’unico modo di realizzare quella che era l’idea di “democrazia” all’inizio della Modernità, espresso in concreto nel “Machinenfragment” di Marx.

Contrariamente a quanto si pensa normalmente, il lavoro non mancherà per nessuno neanche nella Società delle Macchine Intelligenti.Resterà solamente da stabilire come ripartire i redditi prodotti dalle macchine. Ma la situazione non sarà molto diversa da oggi (o meglio da ieri), perché “macchina” sarà un campo come un ministero, una scuola come un esercito, una città come un ospedale. Anche queste avranno dei “padroni”, siano essi lo Stato o delle società, dei “capitalisti” o degli “enti senza fini di lucro”, delle cooperative o delle famiglie. Bisognerà solo contrastare (se ancora possibile) l’espansione incontrollata delle “Big Five”, le quali, grazie alla connivenza dell’ ARPA e dei politicanti, si sono appropriate in pochi anni (ma sono oramai 50) di tutti i principali centri di potere.

Organizzare tutto questo sarà il compito del nuovo “diritto del lavoro” europeo. Ma presupposto di tutto sarà che questo complesso sia in grado di produrre ricchezza sufficiente per mantenere gli Europei. Perciò, il nostro “complesso macchinico” dovrà essere competitivo con quello dei grandi Paesi tecnologici (oggi, gli USA e la Cina, domani l’India, la Russia, ecc…). Oggi, non stiamo andando affatto in quella direzione -na,anzi, nella direzione opposta-.

C i ripromettiamo di pubblicare al più presto un’opera che condensi le riflessioni oramai necessarie circa le basi culturali per siffatta rivoluzione culturale europea, e ancor più circa concreti progetti legislativi volti ad unificare e coordinare tutte le attività europee nel campo del digitale.

Cgliamo l’occasione per segnalare un’importante iniziativa su questo argomento

DECODE SYMPOSIUM 2019

Our Data, Our Future: Radical Tech for a Democratic Digital Society

DECODE is an ambitious EU project with 14 high level partners that aims to advance the cause of decentralised, rights-preserving and privacy-enhancing digital infrastructures that put individuals in control of their data while enabling them to share it for the common good. DECODE focuses
its research and development effort on novel notions of digital sovereignty and data commons, aspiring to see them implemented in new EU policies.

The theme of the 2019 DECODE Symposium is Our Data, Our Future: Radical Tech for a Democratic Digital Society. It will focus on constructing viable democratic alternatives to the Big Tech. The Symposium will discuss the benefit of decentralized and privacy preserving technologies as alternatives against the digital economy’s tendencies towards centralization and monopolization. After reviewing the most promising and impactful of such technologies on Day 1, the symposium will dedicate Day 2 to discussing how such projects could fit into the broader context of Europe’s efforts to protect fundamental rights of its citizens and restore its economic and technological sovereignty. The event will discuss issues that range from antitrust, competition law, the geopolitics of Finth, democratic control
over AI and platforms, and also how a Smart Green New Deal would look like today.

Amongst the main speakers of this year’s symposium the writer Evgeny Morozov, former CTO of Barcelona and founder of the DECODE project Francesca Bria, Nesta CEO Geoff Mulgan, the author of best selling book Postcapitalism Paul Mason, the artist and founder of DIEM25 with Yanis Varoufakis Brian Eno, Ann Pettifor, the main economic advisor to the UK about party and author of The Green New Deal, Harvard Law Professor Roberto Unger; Jen Robinson the main lawyer of Julian Assange, Robert Kockett, the main advisor to Alexandria-Ocasio Cortez on the Green New Deal….

 

This event is curated by Francesca Bria and Evgeny Morozov, and is brought to you by the City of Turin, the Festival of Tecnologia, Lavazza, New Institut and TopIX. Workshops are being curated by Dyne.

Conference Program

Day One: November 5th 2019

TECHNOLOGIES FOR A DECENTRALISED DIGITAL FUTURE: BUILDING THE EUROPEAN ECOSYSTEM

8.30 – 9.30

Registration and refreshments: Main chair for the day: Geoff Mulgan, Nesta

9.30 – 9.45

Welcome and opening:

  • Francesca Bria, DECODE
  • Olivier Bringer, European Commission
  • Paola Pisano, Italian Minister of Innovation
  • Valeria Portale, Blockchain Observatory, Politecnico Milano
  • Marco Zappalorto, Nesta
    Italia

9.45 – 10.00

Blockchains for Social Good: First results from the EU prize and related initiatives:

  • Fabrizio Sestini, European Commission

13.30 – 14.15

Panel: Blockchains, DLTs and Privacy-Enhancing Technology for the Common Good:

  • Olivier Bringer, European Commission
  • Marco Bellezza, Presidency
    of the Italian Council of Ministers
  • Denis Roio, Dyne.org
  • Irene Lopez de Vallejo, Ocean
    Protocol
  • Valeria Portale, Blockchain Observatory, Politecnico Milano
  • Chair: Anna Masera, La Stampa

11.00 – 11.15

The DECODE Ecosystem – Tools for Citizens’ Data Sovereignty

  • Denis Roio Dyne.org
  • Oleguer Sagarra, Dribia
  • Pablo Aragon, Eurecat

11.15 – 11.30

DLTs and Blockchain-based EU Project Pitches

11.30 – 12.00

Refreshments, networking and exploring the showcase

12.00 – 13.30

A New Deal on Data: Towards Viable Solutions:

  • Regis Chatellier, Commission Nationale de l’Informatique et des Libertés
  • Maria Savona, Sussex University Lorena
  • Jaume-Palasi, Algorithm Watch Neil Lawrence, University of Sheffield
  • Mara Balestrini, Ideas for Change
  • Chair: Javier Ruiz, Open Rights Group

13.30 – 15.00

Lunch break, networking and exploring the showcase

15.00 – 16.00

The Role of STARTS (Science, Tech and the Arts) for a Human-centric Digital Future

  • Holly Herndon, Musician
  • Mar Santamaria, 300000 kms (winner STARTS Prize 2019)
  • Ciro Cattuto, ISI Foundation
  • Christopher Roth, Film-maker
  • Chair: Ralph Dum, European Commission

16.00 – 17.00

Europe’s Digital Sovereignty: How Do We Get There?

  • Rob van Kranenburg, Founder of Internet of Things Council
  • Dan Hill, Vinnova
  • Andrea Fumagalli, Università di Pavia
  • Yasmine Fage, Entrepreneur Goggo Network
  • Caroline Nevejan, City of Amsterdam
  • Chair: Katja Bego, Nesta

17.00 – 18.00

Networking and exploring the showcase

18.00 – 19.30

The Evening Debate: The Future of Press Freedom

  • Jen Robinson, Human Rights Lawyer
  • Joseph Farrel, Centre for Investigative Journalism, Wikileaks Ambassador
  • Stefania Maurizi, Journalist Repubblica
  • Geoffroy de Lagasnerie, Philosopher
  • Chair: Renata Avila, Fundación Ciudadanía Inteligente

Day Two: November 6th 2019

RADICAL TECH FOR A DEMOCRATIC DIGITAL FUTURE

09.00 – 10.00

Registration and breakfast

  • Main Chair for the day: Barbara Carfagna, RAI

10.00 – 10.15

Welcoming remarks

10.15 – 10.30

Setting the Scene: Our Technological Future Beyond Techno-Nationalism and Techno- Globalism

  • Evgeny Morozov, Author

10.30 – 12.00

Democratizing Money vs. Centralizing Control: The Geopolitics of Fintech

  • Izabella Kaminska, Financial Times
  • Brett Scott, Author Hacking the Future of Money
  • Kevin Donovan, University of Edinburgh
  • Massimo Amato, Bocconi University
  • Rohan Grey, Digital Fiat Currency Institute
  • Chair: Barbara Carfagna, Journalist RAI TV

12.00 – 14.00

Lunch break, networking and exploring the showcase

14.00 – 15.30

Big Tech in Crisis: Policy Responses on Competition and Data Sovereignty

  • Paul Nemitz, European Commission, DG Justice
  • Paolo Ciocca, Consob
  • Tommaso Valletti, Imperial College, Chief Economist DG Competition
  • Alexey Ivanov, Skolkovo-HSE Institute for Law and Development
  • James Meadway, Economist
  • Chair: Francesca Bria, DECODE

15.30 – 16.00

Reconquering digital sovereignty: DECODE and beyond

16.00 – 17.30

Putting Data, Platforms and AI under Democratic Control

  • Paul Mason, Journalist and Author
  • Geoff Mulgan, CEO Nesta
  • Bruce Sterling, Writer
  • Amelia Andersdotter, Article19 (former EU MEPs)
  • Juan Carlos de Martin, Nexa-Politecnico di Torino
  • Edoardo Reviglio, Chief economist Cassa Depositi e Prestiti
  • Chair: Luca De Biase, Sole 24 Ore

17.00 – 18.00

Refreshments and networking

18.00 – 19.30

Democratizing the Knowledge Economy in the Times of the Green New Deal
An interview with: Roberto Unger, Harvard University

Panelists:

  • Robert C. Hockett, Cornell University, Advisor of Alexandria Ocasio-Cortez on the Green New Deal
  • Ann Pettifor, Author of The Green New Deal
  • Brian Eno, Artist
  • Francesca Bria, DECODE
  • Evgeny Morozov, Author
  • Chair: John Thornhill, Financial Times

19.30 – 20.00

Networking