LA DEMOGRAFIA DELL’ EUROPA E DEL MONDO: decostruiti i luoghi comuni, resta il non piccolo problema di “decidere il Futuro dell’ Europa”

La fine dell’ Umanità può venire in molti modi

Il numero di “L’Express” dell’1-7 luglio, che titola in modo allarmante “Espèce en voie de disparition”, contiene vari articoli di “futurologia demografica”, che parlano di evoluzione della popolazione mondiale, di sostenibilità, di nuove tecnologie, di surriscaldamento atmosferico, di migrazioni -articoli fondati su studi di prestigiose istituzioni, che, sulla base di dati scientifici, non solo sconvolgono molte delle tesi più accreditate, ma aprono anche la strada a un dibattito serrato sui principi stessi-.

Inutile dirlo, l’ “Espèce en voi de disparition” è quella umana, minacciata, secondo la rivista, non solo dalla crisi economica, bensì anche dal calo della natalità. E, aggiungiamo noi, anche e soprattutto dal sorpasso dell’ uomo da parte delle macchine.

Questi servizi vanno per altro letti “in controluce” del fondamentale libro di Parag Khanna “Il movimento del mondo”,  il quale contribuisce anch’esso, anche se in modo troppo torrenziale e impreciso, a questa demistificazione, attraverso un’illustrazione “a 180° di questo mondo in via di movimento e di sommuovimento. Altrettanto rilevante, di Pascal Bruckner, “Un colpevole quasi perfetto”, un pamphlet che situa il dibattito sulle migrazioni sullo sfondo della “cancel culture” .

Vediamo intanto le tesi più rilevanti  contenute nel servizio de “L’Express”:

1)Dopo il 2064, la popolazione mondiale comincerà a ridursi, per via dell’incessante urbanizzazione, che porta con sé la diminuzione del tasso di fertilità(John Ibbitson)

2)l’ondata migratoria  dall’  Africa sarà  meno massiccia di quanto prevista, perché il PIL di quell’area sta aumentando, anche se non in modo sufficiente a compensare l’esplosione demografica (Clément Daniez);

3)La Cina ridurrà la propria popolazione a causa delle difficoltà incontrate dalla politica del “terzo figlio”(Cyrille Pluyette);

4)L’invecchiamento della popolazione in tutto il mondo(Clément Daniez),così come l’immigrazione negli Stati Uniti (Michel Guillot) sfavorirà le guerre, ma accrescerà i conflitti sociali;

5)Il Giappone sta già ovviando, con la produzione di automi, al suo rifiuto di accettare l’immigrazione, e alla conseguente mancanza di addetti ai servizi alla persona.

Nonostante questa dovizia d’informazioni, negli articoli in questione vengono lasciati da parte molti aspetti, collaterali ma tutt’altro che marginali, dell’argomento. Per esempio:

a)la fine dell’egemonia WASP negli Stati Uniti per la diluizione crescente della popolazione bianca (situazione già evidente nel Texas);

b)la trasformazione della Cina, da “fabbrica del mondo”, a “cervello del mondo;

c)l’accelerazione, in tutto l’Estremo Oriente, della sostituzione dell’uomo con i robot;

d)l’intensificazione, da parte della Cina, del controllo sui BATX;

e)una tensione crescente sull’ Artico, divenuto abitabile e navigabile a causa dello scioglimento dei ghiacci. Su questo aspetto si concentra Parag Khanna, che sottolinea giustamente le enormi sfide ad esso legate;

f)la crescente divaricazione fra le sempre più invasive retoriche pacifistiche, ambientalistiche, egualitarie e informatiche, e la realtà della corsa agli armamenti, dei disastri ambientali nel cuore dell’ Europa, della distruzione della dignità del lavoro e della dittatura dei GAFAM.

Il surriscaldamento atmosferico favorirà Europa, Russia e Canada

1.Contro il determinismo, il ritorno del volontarismo

Come sottolinea Khanna, più che dei fenomeni puramente naturali e deterministici, si tratta di fenomeni sociali altamente dipendenti dagli aspetti più intimi dell’umano: identità; riproduzione; egemonie; vitalità e decadenza; uomo vs. macchina; tensioni geopolitiche.

Non dipenderà dall’andamento dell’ economia, ma dalla cultura delle varie società, in quale misura e in che forme esse accetteranno il meticciato; se saranno inclinate, o meno, a fondare famiglie numerose; quali culture saranno dominanti (puritana, latinoamericana, africana,  mitteleuropea, ebraica, islamica, indica, confuciana); se  si diffonderà il nichilismo; come l’uomo s’interfaccerà con le macchine; come si relazioneranno vecchi e nuovi Stati-Civiltà; come verrà gestita l’allocazione delle risorse fra sfera politico-culturale, struttura tecnocratica e fabbisogni economici.

E, almeno a giudicare dal libro di Bruckner, questo genere di sensibilità è oramai colpito, per effetto di un crescente conformismo, da un turbinio di preconcetti ideologici  fra di loro contraddittori, che rendono sempre più difficile qualsivoglia decisione sensata. Il libro di Khanna potrebbe essere considerato un esempio di questo tipo di pregiudizi, anche se di colore differente da quelli del “politicamente corretto” bersaglio di Bruckner.

E’innanzitutto  assai discutibile che, come si afferma in vari servizi de l’ Express, le macchine non abbiano, né bisogni, né potere di acquisto. Per costruire le macchine ci vogliono energia e materie prime; per gestirle, altra energia. Come dimostrano i bitcoin e le terre rare, le macchine sono più voraci degli uomini, e quindi non risolvono la questione ecologica (che sarà risolta o per via “neo-malthusiana”, e/o con le migrazioni verso lo spazio, e/o attraverso un’ “ecologia profonda”, che incida sullo spirito delle persone prima che sulle cose).

Più in generale, le teorie ambientalistiche delle “élites”(elaborate preveggentemente sessant’anni fa a partire dal documento del Club di Roma)peccano oggi, nei suoi epigoni, di retorica, ideologia, autoreferenzialità e favori neanche troppo nascosti per le multinazionali (cfr. “Laudato sì”).

Il problema principale è probabilmente che, per gestire i fabbisogni delle macchine, si rivelano più adeguati i metodi digitali di programmazione che non quelli politici o di mercato. Per compensare questa crescente forza del “phylum macchinico”(Manuel De Landa), la sfera politico-culturale  dovrà essere più  potente di quella tecnologica (delle macchine e degli stessi uomini).In particolare, il controllo sui territori e sulle risorse naturali deve restare una questione squisitamente politica.

Più ancora di quanto avvenuto nel momento del massimo choc della Modernità, alla fine della IIa Guerra Mondiale (con la “questione della bomba” e la Shoah),  questa crisi  della Postmodernità porterà in evidenza nel modo più acuto le questioni più radicali: il nichilismo buddhista contro il pragmatismo confuciano; il “pari” pascaliano contro le “idee chiare e distinte” di Cartesio; il messianesimo occidentale contro il vitalismo delle “culture naturali”; il culto degli antenati o quello della tecnologia; quello del sangue o quello del  Libro. Per questo sarà necessario che, nelle competenti sedi internazionali, possano avere una voce (come aveva chiesto per esempio Herskovits alla fondazione dell’ ONU), tutte le grandi culture del mondo, e che comunque, sul proprio territorio, ciascuno sia libero di risolvere le questioni vitali in modo consono alle proprie tradizioni, senza ingerenza di un potere mondiale come quello occidentale attuale, in modo da poterne sperimentarne veramente l’efficacia (ecco che cosa sono le misteriore “sandboxes” citate in tanto documenti di “policy”!).

Per esempio:

-i “Paesi di immigrati” dovranno  ristabilire il giusto equilibrio, fra da un lato, ai diritti ancestrali dei nativi (le “leggi di restituzione”), e, dall’ altro,  la loro esigenza di selezionare i nuovi immigrati per mantenere l’identità del Paese (“green cards”);

-l’Europa deve rifiutare l’assimilazione azione culturale, ideologica e politica, ai “Paesi di Immigrati”, perché, essendo un “paese di emigrazione” hanno problemi opposti e speculari -colonizzazione e appropriazione culturale-, simili, sotto certi aspetti, a Medio Oriente, India e Cina;

-il “terraforming” dell’ Artico e della Siberia dovrà essere negoziata fra Russia, Canada, Europa, Cina e Sud del mondo, perchè non potrà essere fatta unilateralmente da nessuno;

-gli USA, l’India e il Giappone potranno pur dare, in coerenza con le loro tradizioni, sempre più largo spazio ai robot, ma non in modo da mettere in pericolo l’ Umanità intera …

Questo equilibrio potrà essere soltanto il prodotto  di indispensabili necessari processi nella sfera politico-culturale, soggetti alla negoziazione fra le diverse visioni del mondo,  che richiedono  la presenza di potenti Stati-Civiltà veramente autonomi.

Secondo Khanna, prevarranno ovunque migrazioni e meticciato: però, lo stesso Khanna omette di chiarire come ciò sarà possibile in una situazione in cui il tenore di vita generale tenderà (per sua stessa ammissione)  a diminuire, visto che le migrazioni hanno un costo per lo più  esorbitante in proporzione al reddito che permettono di conseguire. Basti già pensare a quanto costa (in termini di denaro, di rischi e anche di tempo) un’emigrazione clandestina attraverso il Mediterraneo (assolutamente non alla portata di una famiglia africana, non diciamo povera, ma neppure media). Oppure alle condizioni in cui vivono i giovani migranti intellettuali precari all’ interno della stessa Europa.

Il nomadismo intercontinentale di cui parla Khanna continuerà ad essere possibile solo per una ristrettissima fascia medio-alta (a cui egli appartiene) di giovani ricchi e super specializzati, che sfuggiranno alla disoccupazione in patria solo accettando perennemente lavori inferiori alla loro qualificazione, e un tenore di vita bassissimo, distruggendo perfino  a medio termine il loro patrimonio familiare.

Queste profezie (che non si autoavverano, ma che invece provocano tanti fallimenti fra giovani migranti africani ed europei) sono per altro funzionali alla strategia dei GAFAM, i quali stanno appunto tentando di sostituire il governo delle multinazionali a quello dei governi, tanto amato da Khanna. E rientrerebbero anche nelle ambizioni dei BATX, che però il Governo cinese per ora sta tenendo a bada, applicando in modo finalmente serio quelle legislazioni sulla privacy, antitrust e di banca e borsa che  la Cina ha appena “copiato” dall’Occidente, ma sta prendendo ben altrimenti sul serio.

La crisi in corso può, e deve, mettere in crisi i vecchi riflessi condizionati

3.Uno scenario assolutamente inedito.  

 Con tutti i loro limiti, gli studi  sopra menzionati ridimensionano i problemi che invece il “mainstream” considera centrali:

a. Il surriscaldamento atmosferico, che dovrebbe comunque rallentare per l’effetto congiunto delle tecnologie ecologiche e della diminuzione della popolazione, e perfino favorire, anche culturalmente,  certi Paesi, come la Russia, il Canada e l’ Europa settentrionale (quindi, in un qualche modo, anche noi);

b.La questione della “povertà assoluta”, che si sta riducendo sul piano mondiale (in Cina è stata eliminata quest’anno), mentre sta aumentando solo in Europa (confronta a questo proposito le incredibili  affermazioni della Presidentessa Von der Leyen al “Vertice Sociale di Porto”, secondo cui, in base al Piano della Commissione, alla fine  degli Anni ’20,“il 78% degli adulti dovrebbe avere un lavoro”, e “15 milioni di Europei dovrebbero essere liberati dalla povertà assoluta”).

Il guaio della crisi del “Progetto della Modernità” (oramai data da tutti come un fatto acquisito)è che, essa  non presenta più alcuna via d’uscita ”positiva”, che, come invece avevano profetizzato un po’ tutti (Giocchino da Fiore, Saint Simon, Hegel, Marx, Nietzsche, Tsiolkovski),che pensavano ch’essa fosse in grado di risolvere tutte le contraddizioni.

Nonostante l’apparente unanimismo degli obiettivi 2030 delle Nazioni Unite, quale  potrebbe essere infatti oggi un possibile obiettivo condiviso di un auspicabile “Projekt Weltethos” (Hans Kueng), capace di affrontare in modo condiviso le sfide atuali dell’ Umanità?

-Affermare ovunque e comunque la presenza della nostra specie (Specismo)?

-Prolungare comunque la vita per ottenere la “quasi eternità”(Vitalismo)?

-Il benessere economico per il più gran numero(Eudemonismo)?

-L’assenza di conflitti (Irenismo)?

-La fine della Storia (Chiliasmo)?

-La sua continuazione indefinita (l’Eterno Ritorno)?

-La fine di tutte le differenze (l’Egualitarismo assoluto)?

-Una buddistica fine del soggetto (Ego-dissolution) ?

-Il ristabilimento dell’equilibrio fra gli ex colonizzati e gli ex colonizzatori (la “Sostituzione etnica”)?

Le scelte su temi come questi sono sempre, per loro natura, parziali, contingenti, localizzate, transeunti :”Es irrt der Mensch, solange er strebt”(Goethe); purtroppo, invece, oggi troppi giurano che uno o più di questi obiettivi (fra di loro contraddittori) , “non sono negoziabili”.

Una soluzione sarebbe possibile solo partendo da un punto di vista ben più alto, che riporti tutte queste pretese alle loro giuste dimensioni.

Di questa grande conflittualità, in cui l’ Europa è immersa, dovrebbe tenersi conto innanzitutto nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa, per sfuggire al rischio di lavorare prendendo le mosse da scenari ormai superati, propri del XX° secolo, e di non riuscire, così, ad affrontare i reali problemi “del Futuro d’Europa” -un futuro che va dal 2023 ai decenni che seguono, e per il quale i Paesi nostri concorrenti hanno già delineato precisi scenari, ma noi no-.

REPLY OF ASSOCIAZIONE CULTURALE DIALEXIS TO The EMI network consultation: Europe’s Digital Transition (July 2021)

Can values be “not negotiable”?

We present here below the commentaries of Associazione Culturale Dialexis to the consultations of the European Movement on the EU technology policy, within the framework of the Conference on the Future of Europe.

A “Concrete Politica Ideal” is better than a Utopia

1. Which fundamental values, rights and principles should guide the EU’s policies shaping Europe’s digital transition?

A)VALUES:

The expression “values” is often utilised in an improper way (Rémi Brague). Introduced into the cultural discourse by Nietzsche, by the expression “Umwandlung aller Werte”, it has, first of all, a commercial backtaste (values which are traded on a marketplace), and, from another point of view, “values”are conceived as continuously changing (“Umwandlung”), as they factually are. This conception is paradoxically in stark contradiction with the idea, dear to UE politicians and Churches, that “values” are “not negotiable”(Benedict XVI), and “valid in any time and in any place”(George Bush Jr.).

For avoiding any misunderstanding, we will use, for the present purposes,  the wording “Concrete political ideals”, introduced by Martin Buber and accepted also by Benedict XVI.

Now, we think that the Concrete Political Project which should lead the legislative activities of the European Union as concerns Digital Transition in front of the challenge of Artificial Intelligence (Including first of all the Conference for the Future of Europe) should be:

(i) the Survival of Mankind, jeopardized by the unlimited autonomisation of the technological and digital complex from the control of culture and politics, in first instance via the control over on the outperformance  of Mankind by Artificial Intelligence (Čapek, Asimov, von Neumann, Kurzweil, Joy, Hawking, Rees), and, first of all, the automatization of warfare (de Landa)

(ii)The  rejuvenation of “natural” humanity, as shaped by Axial Civilisations, with its objective  of an equitable balance of right and duties, and a corresponding relationship with nature (“suum cuique tribuere”).

The Movimento Comunità of Adriano Olivetti tried to balance digital industry, rights and duties

B)RIGHTS

Also the term “Rights” is often utilised in an improper way, since “rights” are just one of the faces of a relationship, the other being “duties”. So, there are no rights without a corresponding duty imposed on anther legal subject (be it other citizens, enterprises, the State or foreign powers). Relationships which are in urgent danger and which Europe should protect are the ones deriving from its pluralistic traditions, and, in particular:

(i)The traditional freedoms – of  conscience, of expression and of association-, jeopardised by hidden persuasion, opinion crimes, political correctness, mass surveillance, fake news,  web censorship, and prosecution of whistleblowers;

(ii)Privacy, put at jeopardy by the ineffectiveness of consent policies, the omnipresence  intelligence agencies, international treaties breaching the citizens’ rights, non compliance with GDPR and with the Court of Justice’s judgements;

(iii)Non discrimination of European enterprises and citizens with regards to the GAFAM, for tax treatment as well as to freedom of speech, presently completely ignored by ourt comntinent’s legislators;

(iv)reverse discriminations brought about by all forms of “affirmative action”.

The focal question is to avoid machines outsmarting mankind

C)PRINCIPLES:

The policy guidelines which, according to us, shyould enable the European Union to achieve its Concrete Political Objective of item A) while protecting the relationships of item B) should be:

(i)Recognizance that the emergence of Artificial Intelligence has put in jeopardy the bases of post-war world arrangements (Western hegemony; Cold War political systems, European welfare, industrial society).with the risk,  for both the European Union and  the European Movement, to have become obsolete, unless they affirm their specific point of view and their leadership on the ongoing change of paradigm.

(ii)Putting  Artificial Intelligence at the centre of the Conference on the Future of Europe, of the ten-year European Economic Plan proposed by France and of the programs of the European Movement. In fact, all activities of Mankind (from religion to handworking, from culture  to economy, from art to warfare, from politics to administration, are presently carried out (and still more will be carried out within ten years) by Artificial Intelligence. So, it is impossible to think of a future of Europe outside Artificial Inytelligence, so as it is impossioble to think of the USA without the NSCAI Commission and of China without China Standards 2030.

(iii)Education of Europeans to man-machine interface, at all level of schooling and in lifelong learning. The attention of Europe for education, and, specifically, for technological education, is not even comparable with the one of other areas of the world, and, in particular, with the ones of Asia. Already this trend condemns Europe to underdevelopment.

(iv)Superiority of culture on politics, of politics on economy, to be achieved by enhancing the independence of teaching, the representation of academy at political level, a European Economic planning as requested by France and Germany, but never done,a, strict application of the rule of law towards economic powers (lobbies, finance, multinationals, trusts), workers’ participation according to the Betriebsverfassungsgesetz and the Directives on European Workers Councils;

(v)A Strategical sovereignty of Europe, as requested by Macron, Altmeier and Borrell, but never really pursued, to be achieved by a cultural transformation of the ruling classes, by new curricula, more respectful of both science and classical cultures,  the study of the policies of great powers, the creation of an appropriate economic and defence governance,the technological fall out of cyberwar on the whole European digital sector, transparency in the relationships with multinationals;

(vi)A political decision for a transition from “followers” to “leaders”, like it is happening  in China under our eyes in the cultural, political, economic, social, technological and military fields (see Pieranni, Lo Specchio Rosso; David P.Goldman, You will be assimilated);

(viii)A market-enhancing policy, able to remedy, by strategical interventions of the public sector, to the gigantic market failure of Europe vis-à-vis USA and China , to be achieved by fostering the birth of a plurality of European enterprises in all sectors and by an adequate antitrust reform;

(ix)A really progressive taxation of digital enterprises, avoiding to tax Web giants less than European SME and citizens, so reversing half a century of shameless privileges, which not even the recent decision of the G7 is able to challenge (Alain Denault,Le Monde Diplomatuique, July 2021);;

2. How can the EU strike a balance between regulating the tech industry and promoting fair competition and digital innovation in Europe?

Environment must not become a pretext for propaganda, business and marketing

A)CONTRADICTIONS BETWEEN THEORY AND REALITY

There should be no conflict among regulation, fair competition and digital innovation in Europe, if European academy, public opinion, politics and media would nurture an objective vision of  the following  facts:

(i)presently,  all high tech companies operating in Europe are US worldwide monopolies, with tight connections with the military-bureacratic complex;

(ii)de facto, there is a subordination of the policies of member States an d of European Institutions  towards the GAFAM;

(iii)After years of threats, to the GAFAM, by European Institutions, only Biden has succeded in taking a limited step against them (the 15% minimum tax), what shows all  powerlessness of the EU vis-à vis the US Digital-military complex;

(iii) already in 1960 ,the Olivetti Case (see Meryle Secrest. The mysterious Affair at Olivetti) that European Digital enterprises had been severely boycotted in Italy  for engaging in competition with the US;

(iv)European Institutions have subcontracted since more than 10 years all of their digital activities to Microsoft notwithstanding the warnings of the EDPB;

(v)as stated still recently by Max Schrems,after the “Schrems II Decision” of the Court of Justice:

-only a fraction of European businesses have moved towards hosting personal data in Europe, or other safe regions, as required by the “Schrems Decisions”;:

-a hoard of industry lawyers and US cloud providers, instead of investing in secure IT systems, invest in PR efforts that fake compliance with the Shrems Decisions;

-of the 101 model complaints noyb (Schrems’ organisation) filed following “Schreems II”, none have yet been decided, despite the creation of a task force by DPAs;

-the original complaint on Facebook, filed in 2013, was delayed by an unnecessary second investigation by the Irish Data Protection Commission;

-the European Commission is muddying the waters by issuing new transfer tools, like “Standard Contractual Clauses“, that carefully by-pass a clear say on EU-US transfers and allow industry lawyers to avoid long-term solutions;

-there seems to be little to no appetite to change the root of the problem: overreaching US surveillance laws.

-unless the US industry heavily lobbies Washington to improve protections for foreign customers, it is unlikely that US surveillance laws will change;

-a long-term solution can only be some form of “no spy” agreement, requested by Merkel more than 10 years ago, among democratic nations that protects users’ human right to privacy independent of location and citizenship.

The European Court of Justice is the only Institution having taken seriously European Digital Law

B)REGULATORY  PRECONDITIONS FOR THE BIRTH OF A EUROPEAN DIGITAL INDUSTRY:

Digital innovation in Europe can be started only by:

preventing in our Continent undue influences of the US bureaucratic-military complex, what President Eisenhower had invited Americans to do already 70 years ago;

– creating IMMEDIATELY  continental champions in Europe alongside the Arianespace, Airbus, Google, Apple, Microsoft, Facebook, Amazon, Alibaba, Baidu, Tencent, Huawei, ZTE, models;

-allowing tax holidays  and low cost financing for European infant industries while taxing monopolies at least at full amount (the 60% real tax impact of the average European enterprise, NOT THE 15% of the Biden proposal);

-dismantling digital monopolies alongside the Standard Oil, AT&T, SKF and GE-Honeywell models;

-allowing a European Preference to European  high tech; enterprises in public procurement, alongside the patterns of European defence procurement;

– creating a sole European Technology Agency programming, coordinating, implementing and controlling legislation, financing, research, development, creation and transformation of of companies, curricula, schools, lifelong learning, cooperation between Civil and Military, according to the  German, US and Chinese examples, as well as of the US DARPA and the Vatican RenAIsssance Foundation;

-setting precise targets and deadlines, in the European Ten-year Plan proposed by France, to the specific achievements of European legislation and economy in the high tech field, as done by the Chinese by the “Made in China 2025” Plan.

3. What elements of the EU’s plans to regulate digital services and online platforms should be further strengthened or emphasised? What role should civil society play in the oversight of digital platforms?

An overall world monopolisation has never existed like the one GAFAM

A)ELEMENTS OF EU PLANS TO BE STRENGTHENED:

(i)Utilising Artificial Intelligence not as an object to be programmed, but as the tool number one for working out the Master Plan for the future of Europe, based upon the study of:

 futurological assumptions extracted from Big Data;

-working out of models for geopolitical strategies;

-environment dynamics;

-demographics;

-economic planning;

(ii)Merging ESA, ETI, GAIA-X and the European Defence Fund into the European  Technology Agency (see our book European Technology Agency);

(iii)Creating a European Digital Academy and a European Military Academy as proposed by the European Parliament and by the French Government, alongside what suggested in the US by the NSCAI Commission, in order to enhance a European Culture of Digital Humanism (nida-Ruemelin), with the links among digital industry, culture and territory proposed by Adriano Olivetti;

(iv )Merging the existing European police and cybersecurity agencies into a full-fledged European Intelligence Service, as the initial cell of the future European Army;

(v)Re-founding European Antitrust in order to take into account that platforms are not just enterprises, but a hybrid  of Churches, parties, banks, enterprises and intelligence services, and that they monopolize worldwide culture, military, politics, economy and society. As a consequence, they should be subject to the principles of separation of State and Church, of the democratic governance of parties, of banking and stock exchange regulations, or the law on State secrets  and on the freedom of culture, and of military laws…

(vi)Starting to seriously  implement the two Schrems Judgements and the Resolutions of the European Data Protection Board concerning the GDPR, and in any case forbidding any transfer, by Institutions, States or enterprises, of the Europeans’ data into countries where they are made accessible to  a foreign State administration;

(vii)Introducing a Web Tax wherever possible notwithstanding the requests of both the United States and the European tax heavens, including the recovery of moneys lost because of past breaches of law or help to GAFAM by European tax heavens. As explained by Alain Deneault in Le Monde Diplomatique of July 2021, the 15% minimum tax proposed at the G7 by President Biden is not sufficient for restoring equal treatment with the usual European enterprise who pay an average of 60%;

(viii)Seriously pursuing Member States which (like Ireland, but not only) boycott European policies for complacency towards GAFAM, and recovering taxes not perceived in the past;

(ix)Writing into the proposed European Ten Year Economic Plan the ideas that the Digital Ecosystem is a basic element of European Culture, European Security and EuropeanEconomy, and that, therefore, the whole technological and economic cycle of digital industries must be mastered inside Europe, and governed, as such, by special security regulation;

(x)Instead of the present lack of competition among platforms,  putting European Platforms  in a position to compete among themselves and with third parties on the European market and worldwide, so as China has made its own platforms competitive both at home and abroad;

(xi)To become really the “Trendsetter of the Worldwide Debate on Digital”, signing agreements on an equal footing with all worldwide players on the above principles: non-spying, non-interference, war prevention,  antitrust, fair taxation.

The only obstacle found by GAFAM have been the BATX

B)ROLE OF CIVIL SOCIETY IN THE OVERSIGHT OF DIGITAL PLATFORMS

In the consulting procedures and in the governing bodies entrusted with control over the digital governance of the European Digital Ecosystem, the influence of GAFAM and of the European specialists colonized by GAFAM should be balanced by representatives of organisations and culture independent from the GAFAM, moved by different worldviews, with the aim to create a genuinely European digital ruling class of the Digital Ecosystem.

In particular, the European Movement International, being the forerunner of European Citizens fighting for the unification and freedom of Europe, must claim a leading role in the oversight of the Digital-Military complex, both as a challenging representative of civil society and as an institutional representative inside the governance bodies odf the European Economic Planning, and, in particular, of the European Technology Agency. For this purpose, the European Movement International shall develop internally the necessary skills.

4. What skills will be most relevant for the digital transition and how can citizens, businesses, and policymakers be better equipped?

(i)Awareness of the philosophical, historical, political, technical, legal, economic and military nature of digital transition (studying the history of philosophy, science and digitalisation, geopolitics, strategic sciences);

(ii)General cultural education strengthening citizen’s stamina for the difficult struggles of digital transition and worldwide competition, as  demonstrated by the Red Army producing Lieutenant-Colonel Petrov, as well the US Army producing Edward Snowden, both freedom fighters in the interests of the whole Mankind;

(iii)Coupling engineering and multipolar humanistic culture with managerial and political skills;

(iv)Strong civic engagement of all people involved in the transition;

(v)Protection worldwide of the fighters for the control by Mankind over Intelligent Machines (like Assange and Snowden), who must be sustained, if necessary intervening with the US and UK administrations, as suggested by Holger Stark in the front page of Die Zeit of July, 15th.

5. How can the EU protect social standards and workers’ rights in the digital transition?

European  Labor Law, which has expressed special standards and labour rights, is the heir of long standing European traditions , starting with guilds, Christian  Social Doctrine, arriving at the European Social Market Society, based on the idea of workers’ participation as a “Jus Activae Civitatis”.

Its principles are not limited to the declining Industrial Era, but, adequately modified, are apt to substantiate a brand-new Society of Intelligent Machines governed by Digital Humanism.

For this aim, cultural, ideological, political, legal and social bases must be adequated, by doctrine, politics, entrepreneurship, trade unions and workers’creativity and collective action, to the changed social needs:

(i)By planning and implementing a deep restructuring of European Industry, with the upskilling of every present role in the economy, and the objective to transform all workers into digital-self employed,  integrated within large organisations, financially supported by the public sector and protected by collective rules on workers’ participation;

(ii)By coordinating the transformation of industry with the enhancement of all skills, so that organisations evolve in parallel with their members;

(iii)By enhancing productivity, so that economy may transfer always higher shares of revenue to culture and services to the public, so to have a competent ruling class, as necessary to govern a post-industrial superpower.

6. How can Europe ensure that the digital transition benefits the environment and supports the EU’s environmental and climate ambitions?

European climate ambitions are fully justified by  Europe’s cultural heritage of harmony between man and nature in classical and Christian societies, as well as of the romantic revolt against the evils of industrialisation. These heritages must be re-interpreted alongside the needs of the society of Intelligent Machines and of Digital Humanism, overcoming the present contradictions between environmental choice and its practical hurdles, such as  the centrality in European economy of strong energy-consuming activities, like private transportation,and  mass events and the same fact that digital devices (including ecological ones, like electrical cars) are presently often more energy-consuming than old, non digital,  ones.

The environmental and climate ambitions of Europe may be achieved:

-by transforming the present days “quantitative” approach into a “qualitative approach” (“Deep Ecology”), where environment becomes just an element of a Europe conceived as a bulwark of culture, as hinted in the Encyclica “Laudato sì”;

-by mastering the technical side of digital transition, whereby the technologies for the Green Deal will not be purchased abroad, but developed in Europe having in mind Deep Ecology;

-by utilising Artificial Intelligence for understanding the overall impact of the ongoing transformations, such as the warming of the Arctic Region, the desertification of the Tropics, the migration and infrastructural needs, to be negotiated with all partners worldwide:

7. How can Europe’s digital transition strengthen other policy areas and sectors (incl. health, education, culture, etc.)?

First of all, the European Union has to oversight the modalities of the digital transition utilised by States and corporations, which is carried out, presently, in an abusive way,  where, by ineffective and cumbersome digital bureaucracies, the costs and inefficiencies of both public and private sectors are put on trhe shoulders of citizens, who are obliged to painful extra work for obtaining satisfaction of their rights via digital procedures which are much more time consuming than the previous paper-based ones.

We have discussed the solution -the European Digital Agency- with all European Institutions and political forces,
but nothing has happened

A)HEALTH

It is a typical example of how digital transition will change dramatically all professions.

Via digitalisation, a single “digital physician” may manage autonomously a whole clinic, from exams, to diagnoses, to hospitalisation and bureaucratic aspects (first of all, tracing medical histories of patients and of entire populations). Huge shared  databases will allow to follow-up all evolutions of sciences, and medical robots will take care of patients.

The European Union shall launch financing and organisational programs for restructuring healthcare alongside the same patterns of industry and administration, with a tight network of State Institutions, autonomous administrations healthcare corporations and self-employed professionals, holders of sophisticated medical infrastructures

The Italian Government has just split and vilified the Italian Institute for Artificial Intelligence

B)EDUCATION

The recent experience of confinement says that DAD has not achieved good results over the pandemic, but we must recognize that, during this period, DAD has been utilized in an emergency mood, not on a regular basis, nor taking profit of all techniques of remote learning, which would allow it to be much more intriguing. By the way, a large amount of University students learn today via  DAD, which, under many circumstances, is even more appropriate, like for instance for technical matters or for research of international literature.

The humanistic and human side of education should be furthered via associations, arts and sport, by civil service and the union of civil and military.

The new Huawei Campus in Dongguan is a Homage to European Culture

C)CULTURE

Europe would be a cultural superpower if it would join an increased awareness of the strength of its cultural identity with an appropriate utilisation of the most modern techniques:

(i)language pluralism: This is particularly important for Europe, where we need to enhance at the same time the knowledge:

-of our ancient cultures (Middle East, ClassicaL, abramitic,);

-of the classical cultures of the world (Asiatic, African, pre-Colombian);

-of all countries of Europe (modern, post-modern).

(ii)Art and performing arts:  The whole European cultural heritage shall be transformed into digital resources, in order to make it available worldwide, as a basis for the widespread knowledge of our culture, an enhancement to tourism and education to European Identity.

8. Considering the increasing geopolitical competition and rising external security threats, how can Europe ensure digital sovereignty while protecting citizens’ rights?:

A)Creating an organic European Digital Ecosystem, including:

(i)A European Digital Governance, including:the European Technology Agency, the European Digital Champions, the European Intelligence Service, the European Army

(ii)a true European Army, focussed on defence culture (Academy), cyberwar, technological fall-down of military technologies, people’s self defence, against all kind of threats (“tous les azimouts”);

(iii)A European digital law code (see our book “Codex Iuris Technologici”), including:-international law; military law; constitutional law; administrative law; commercial law; civil law; criminal law; antitrust law; financial law; technical law; industrial property law; digital procedural law;

(iv)Platforms for the diffusion of European Identity alongside the ones of DW, al-Jazeera and CGTN.

B)By strictly implementing the existing DGPR, first of all blocking all illegal transfers and abusive intelligence activities, and secondly fully utilizing the opportunities offered bu GAIA-X and by QWANT;

C)By negotiating with all partners of the world a series of treaties on Precautionary Principle, Hair Trigger Alert; no-spying; no extraterritoriality; universal early prevention of conflicts—

The American NSCAI Commission has proposed to send back Generals to school to study Artificial Intelligence

ADDITIONAL REMARKS (CONCLUSIONS):

Digital Transition is the transformation of human civilisation from the Industrial Era to the Era of Spiritual Machines (Ray Kurzweil).

As a consequence, it represents a change of paradigm (von Bartholffy), such as the passage to the Stone or to the Metallic Ages. Al aspects of mind, culture, language, society, are involved (artificial intelligence, multipolar culture, post-industrial economy).

The European construction may not remain unaffected. The crisis of the European Union derives indirectly from the absence of Digitalisation from the core of European life. Presently, Europe plays just a passive role in Digital Transition. Notwithstanding the rhetoric of European politics, EU’s regulatory activities do not play any relevant role in world economy or politics, because Europe has no digital industry, and it cannot pretend that other countries apply its rules.

This implies a subordinate role of Europe  in culture, research, military, economy, intelligence, society, today, vis-à-vis the US; tomorrow, possibly, also of other players.

 For becoming relevant in all areas of human life, Europe must create its own digital enterprises. This must be the first priority of Europe in the next few years. For this aim, it must launch, at the beginning of next year, within the framework of the European Ten Years Economic Plan, the creation of at least a European Digital Finance Institution, of a European Search Engine, of a European e.Commerce Platform, of a European Social Network, of a European e.Payments platform.

In order to make sense in the present historical moment, also the European Movement shall make, of this battle for a Sovereign Digital Ecosystem, promised by Macron and Borrell ( but never started),  its core activity, on which history will measure its effectiveness.

The publishing house Alpina, together with Associazione Culturale Diàlexis, has published, in the last 10 years, 5 books about the impacts, for Europe, of the digital transition.

Two of them,  in English, are attached hereto:

-Re-starting EU Economy via Technology-Intensive Industries (2014);

-European Digital Agency (2020), which will be presented at the Salone Internazionale del Libro of Torino (14-18 October).

Both have been widely diffused throughout European Institutions and the Governments of Member States

Associazione Culturale Diàlexis would be happy to discuss this matter with the European Movement at the next “Cantieri d’ Europa” within Torino book Fair or otherwise, and cooperate to a thorough transformation of political discourse in Europe.

Moreover, public events, both inside and outside the Conference, shall be organized

For Associazione Culturale Diàlexis,

The Chairman

Riccardo Lala

Legend: Cep = Centres for European Policy Network  FREIBURG | BERLIN | PARIS | ROMA

“GIGAFACTORY”, INTELLIGENZA ARTIFICIALE, FACOLTA’ DI STUDI STRATEGICI

Continua il declassamento di Torino

Un legionario romano misura il territorio per la fondazione di una città

La notizia dell’assegnazione a Termoli della terza “gigafactory” per le batterie di Stellantis è stata accolta con atteggiamenti diversi da Autorità  e organizzazioni sindacali.

Premesso che quello di fare sempre commenti a caldo, pro o contro, è una sorta di malvezzo, perché i fenomeni sociali vanno valutati nel loro complesso, a noi sembra che comunque, per Torino e il Piemonte, le nuove notizie siano sempre più negative.

Infatti, la notizia della Gigafactory a Termoli è arrivata insieme a quella di un drastico ridimensionamento dell’ Istituto per l’ Intelligenza Artificiale (che non si chiamerà più così, ridotto a uno dei tanti hub, con soli 20 milioni di Euro, e limitato al trasferimentio di tecnologie ad auto, spazio e robotica).

Infine, non c’è più il progetto dei compressori, e, dulcis in fundo, si parla anche di abolire la Facoltà di Scienze Strategiche e di Sicurezza.

Bonifacio del Monferrato, conquistatore del Levante

1. Trasformazioni inevitabili

 Certo, è scontato che, con il passare del tempo, un mercato di beni di consumo, com’è quello dell’auto, si sposti sempre più verso i paesi di recente industrializzazione, dove ci sono miliardi di nuovi clienti. Basti dire che in Cina si producono oggi mediamente trenta milioni di veicoli all’ anno, di fronte ai quali anche i due milioni dell’ Italia nei tempi migliori non possono che impallidire.Per non parlare dei 400.00 dell’ Italia di oggi,  dei 40.000 di Torino-quantità assolutamente irrilevanti-.

E’ anche vero che le case automobilistiche decidono le strategie  in base alle loro convenienze, e che in Italia c’è ancora una politica per il Mezzogiorno, di cui la stessa FIAT aveva fruito a suo tempo ad abundantiam. E’ la FIAT, non Stellantis, né il Ministro Giorgetti, ad avere costruito Termoli.E’ la FIAT, non Stellantis, né Giorgetti, ad avere trasferito la propria sede all’ estero.  E’ anche vero che Stellantis è ormai, nella sostanza, un’impresa degli stakeholders, corrispondente agli standards europei di “public company” e al vecchio ideale mitteleuropeo dell’ “Unternehmen an sich” esaltato da Rathenau, ed è quindi logico che, semmai, guardi a un interesse generale europeo piuttosto che a interessi settoriali locali o cittadini (pensiamo al classico esempio della Società dei Battelli del Reno).

Tuttavia, resta il fatto che una politica locale democratica mantiene un qualche senso se essa persegue interessi a lungo termine degli specifici territori. Proprio gli stakeholders sono per natura “situati”(“geortet”). Interessi che dovrebbero essere coordinati con quelli generali, attraverso il concetto di “missione” e gl’istituti giuridici della partecipazione (dei lavoratori, del management, del Governo). Secondo un insegnamento tradizionale, le nazioni europee avrebbero ciascuna una loro “missione”, e, in ciascuna nazione, i singoli territori dovrebbero avere le loro specifiche missioni. Inoltre, in un’impresa cogestita secondo il modello mitteleuropeo, le rappresentanze dei vari settori aziendali e dei vari territori dovrebbero essere bilanciaste, come accade ad esempio nel Gruppo Volkswagen, ma non nel Gruppo Stellantis (dove la Francia è sovrarappresentata). E qui mi chiedo quale sia la responsabilità dei sindacati, che ora tanto si lamentano, ma non hanno mai voluto loro rappresentanti negli organi societari.

Torino nel 1706: la più grande fortezza d’Europa

2.Le vecchie missioni di Torino

In passato, l’idea di una “missione di Torino” era stata in un modo o nell’ altro perseguita, con l’idea del federalismo quale contributo dell’Italia all’ Europa (vedi per esempio il Movimento “Comunità”), e quella della FIAT quale fabbrica intelligente di Torino in Europa. Pensiamo alla Fondazione Agnelli, alle mostre organizzate al Lingotto e a Palazzo Grassi. Ma l’intero sistema Fiat andava molto al di là della Città dell’ Auto, con la finanza, il management, la cultura, i giornali, i sindacati, la Difesa, l’aerospazio, lo sport,…con una logica di “patriottismo cittadino” teorizzata dall’ Avvocato Agnelli.

Ora, tutte queste tradizioni sembrano spezzate. L’Europa non riesce a farsi valere nel mondo, anche perché non sa  diventare nemmeno una federazione (quando dovrebbe oramai essere uno Stato-civiltà), e Torino, dopo la distruzione dell’ Olivetti e il trasferimento  della CIR e della  holding FIAT, non è più (contrariamente a quanto si continua a millantare)una metropoli industriale.

Il che, di per sé, non sarebbe un problema se, negli ultimi 50 anni, i poteri forti della città avessero lavorato nel senso, a suo tempo promesso, di una conversione al settore dei servizi, quella conversione per cui noi avevamo lavorato, nella proprietà intellettuale, nel diritto del lavoro, nel business development, nei mergers  acquisitions: un centro d’innovazione tecnologica e sociale capace di irradiarsi nel  resto del mondo (come attraverso le infinite controllate che aveva il Gruppo FIAT, un centro di finanza internazionale, come aveva tentato di essere il gruppo CIR, la Città della Cultura promessa dalle amministrazioni locali). In realtà, nessuno di questi progetti è stato seriamente perseguito, né dal mondo imprenditoriale, né da quello politico,  i quali, incapaci d’incarnare idee forti e competitive,  hanno preferito inchinarsi ai trend dominanti, cedendo la leadership ad altri, siano essi la Silicon Valley, la piazza finanziaria di Londra, i paradisi fiscali, la Cina, la Francia, anche soltanto Milano.

Il Principe Eugenio di Savoia, comandante in capo delle armate imperiali, massimo condottiero d’Europa

3. Fine del progetto modernista europeo

Il tragico è che, anche in un mondo competitivo come quello attuale, tutti i territori sono costretti, volenti o nolenti, a reinventarsi continuamente una nuova missione. Chi l’avrebbe detto, quarant’anni fa, che Shenzhen sarebbe diventata la capitale dell’informatica o Dubai del turismo di lusso?)

Quindi, nonostante gli sconvolgimenti in corso negli scenari mondiali, è normale che i cittadini continuino ad attendersi, dalle loro classi politiche, se non delle soluzioni, almeno delle proposte in tal senso. Invece,  anche se forse loro malgrado, i politici locali riescono sempre meno a fare proposte sensate, perché è la società europea nel suo complesso che non ha progetti. E questo lo dicono oramai tutti, anche i vertici dell’ “establishment” locale, che non si rendono conto di essere loro la causa di tutti questi problemi.

Nell’Ottocento, gli Stati europei perseguivano  obiettivi di forza politico-militare perché questa permetteva la razionalizzazione delle infrastrutture e la partecipazione all’ impresa coloniale(i treni, la flotta); nel ‘900, essi si attribuirono una funzione sociale per trainare l’industrializzazione e i consumi (l’auto, le assicurazioni sociali, l’edilizia popolare,la televisione); alla fine del secolo scorso, si perseguirono progetti di promozione sociale (il welfare State europeo) per coinvolgere le masse nella globalizzazione. Oggi, av prescinere dal fatto che quelli precedenti avessero un senso, i Governi europei non hanno più progetti. Il Green New Deal è innanzitutto un progetto cinese (massimo produttore di attrezzature per l’economia “verde”). La digitalizzazione europea è stata subappaltata ai GAFAM. La leadership della globalizzazione è passata, prima all’America, poi alla Cina; il benessere si diffonde negli ex Paesi sottosviluppati; la pretesa dell’Europa di essere leader della società dell’ informazione è sempre meno credibile.

Il Next Generation EU e il PNRR, gli ultimi miti dell’Europa, si stanno rivelando per quello che sono: dei modesti rattoppi su una situazione compromessa. Intanto, essi rappresentano una quota infinitesimale  del PIL europeo e italiano. Inoltre, come ha rilevato il  Giorgio Metta, direttore scientifico dell’ Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, essi considerano l’Intelligenza Artificiale, che è l’asset centrale del futuro, non come “una disciplina su cui investire a livello di ricerca” bensì come  “una commodity da acquistarsi da qualcuno”. In queste condizioni, è chiaro che l’Italia e l’Europa sono condannate a divenire delle colonie tecnologiche. Anche Torino, un tempo, con l’auto e il cinema, la moda e l’aeronautica, la cultura e la finanza, cuore pulsante dell’ economia italiana e una delle principali metropoli europee, non può fare altro che ripiegarsi su se stessa, rassegnandosi a una forma di musealizzazione. Una “Residenz”, come la chiamava Nietzsche, ma che aveva il suo stile (parzialmente conservato fino ad ora) solo grazie al fatto di essere ancora, dopo la perdita della capitale, la patria dei Grandi del Regno .

In Corso Marconi, dove c’era la Holding FIAT, s’erano incontrati nel 1821, gl’insorti della Cittadella di Alessandria e gli studenti rivoluzionari

4.Schizofrenia delle Autorità

Le Autorità locali hanno un bel gridare all’unisono al tradimento (da parte del Governo), finalmente in modo “bipartisan”, ma quale obbligo  avrebbero quelle nazionali di sostenere questa o quella città?

Secondo il Presidente Cirio e la Sindaca Appendino, la “gigafactory” doveva essere collocata a Torino per via della tradizione automobilistica  della Città “che ha inventato l’automobile”. Ma non è vero!L’auto fu inventata in Francia e in Germania da Cugnot, Lenoir e Benz.  E poi, chi l’ha detto che, anche cambiando totalmente l’economia mondiale, le città debbano continuare a produrre eternamente le stesse cose? Infine, già oggi c’è più automobile nel Sud Italia e in Emilia Romagna che a Torino. (400.000 auto prodotte in Italia contro le 40.000 a Torino).

Poi, non è neanche vero che la Gigafactory ha bisogno del Politecnico di Torino.500 dipendenti entro 10 anni,. Una cifra infinitesimale dei 7.000 managers degli ex “Enti centrali” che Stellantis si accinge a licenziare. E, poi, non si crederà mica che per fare andare avanti una fabbrica automatizzata di batterie ci vogliano tanti managers o progettisti locali? Basta andare a vedere la fabbrica modello della Lamborghini di Sant’Agata Bolognese, dove il capo progettista è Mitja Borkert, inviato dal Gruppo Volkswagen. Gli “operai” sono essenzialmente dei periti usciti dalle ITIS bolognesi e forniti di uno speciale training.

Non si può, né si deve, poi, arrivare, agli estremi di garantismo della cosiddetta “Embraco” (che in realtà è l’Aspera Frigo di Riva di Chieri),  ceduta al cliente  Whirpool, che la cedette a sua volta  alla sua controllata brasiliana Embraco, che a metà degli anni ’80 vantava 2500 lavoratori impiegati ed una produzione di 4 milioni e mezzo di compressori. Ma anche la Embraco venne ceduta dalla Whirlpool  ai Giapponesi, che di Riva di Chieri non ne vollero sapere. Il Governo italiano aveva tentato di riciclare lo stabilimento, con il trasferimento del ramo d’azienda alla Ventures Srl (israeliani e cinesi). Questa avrebbe dovuto diversificare la produzione (non più compressori ma robot) assicurando lavoro e reddito agli ultimi sopravvissuti di quella che fu una grande azienda, vale a dire più o meno 500 lavoratori in cassa integrazione. Invece giunsero la magistratura, la Guardia di Finanza, le perquisizioni e i sequestri: la Ventures fallì prima di iniziare l’attività, portando sulle spalle il peso di un’accusa di bancarotta fraudolenta.

Adesso è fallito l’ ennesimo progetto governativo: la fusione tra l’ Ex-Embraco e la ACC-Wanbao (entrambe in crisi): nome Italcomp; obiettivo, salvare 700 posti di lavoro in totale. Il tutto con l’intervento economico di soldi pubblici e privati.

Ma che senso ha che si sostenga per decenni un’attività che nessuno vuole (né la FIAT, né gli Americani, né i Brasiliani, né i Giapponesi, né gl’Israeliani, né i Cinesi) quando ce ne sarebbero cento altre da creare in Italia, molto redditive  richieste dai mercati di oggi?

Gli scontri di Piazza Castello nel 1864

5. Le missioni delle città sono sempre “polemiche”

D’altronde, la cosa non si è mai detta fino in fondo, ma la fortuna di Torino quale città della metalmeccanica è un’eredità della politica militaristica dei Savoia e del fascismo. La FIAT decollò con la guerra  italo-turca e divenne quel colosso che era grazie alla prima e alla seconda guerra mondiale. Anche dopo la seconda, la conversione all’ economia di pace fu facilitata dalle commesse militari. Con il diminuire delle guerre in Europa, e con la tecnicizzazione delle stesse, non c’è più bisogno di un’enorme industria meccanica nazionale. La “reindustrializzazione” è di moda negli USA perché essi si preparano a una guerra e non si fidano degli alleati. Ma, a parte il fatto che gli Europei sono più pacifisti, qui abbiamo bisogno di un’industria meccanica europea integrata, non già nazionale. Semmai, ci sarebbe bisogno di un’industria elettronica ed aerospaziale europea, a cui però gli Stati Uniti non ci vogliono dare accesso, come dimostrato già cinquant’anni fa dalla vicenda Olivetti.

E’per questo che l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale  sarebbe stato così importante, ed è per questo ch’esso è stato “smontato”, trasformandosi in un innocuo “hub” per il trasferimento di tecnologia alle (scvarse) industrie esistenti.Infatti, le più recenti formulazioni di compromesso parlano di soli 20 milioni (contro gli 80 originari),  destinati solo al trasferimento di tecnologie alle industrie esistenti: automotive (che quasi non c’è più), robotica e aerospaziale.

Resterebbero la cultura e il turismo, ma anche queste non vengono coltivate come dovrebbero perché un loro approfondimento implicherebbe anch’ esso di evidenziare aspetti non “politicamente corretti”, quali le onnipresenti radici sabaude e cattoliche, il carattere polemico ed anticonformistico della cultura piemontese, da Alfieri a Salgari, da Nietzsche a Gramsci, da Burzio a Pavese.

Vogliamo ricordarlo che, a fasi alterne, sono stati tabù le lettere di Nietzsche, i Quaderni dal Carcere, il Demiurgo di Burzio e il diario segreto di Pavese?

Perfino l’enorme influenza del modello del Lingotto sull’ architettura razionalista è stata tenuta nascosta per le sue assonanze futuristiche e littorie. Non parliamo poi di quando si era scoperto che la Juergen Ponto Platz di Berlino era stata copiata da Via Roma.

Adesso vogliono togliere a Torino anche  qualcosa del corso di laurea di Scienze Strategiche e della Sicurezza, erede ultima delle tradizioni antiche delle “Regie Scuole Teoriche e Pratiche di Artiglieria e Fortificazione” volute da Carlo Emanuele III di Savoia.

L’occupazione delle fabbriche a Torino nel 1921

6. Che fare?

Perfino i giornalisti mainstream, come Luigi La Spina sui La Stampa, giungono a conclusioni sconfortanti: ”parole di cui abbiamo già sentito, di cui abbiamo già verificato i risultati e che non vorremmo più ascoltare nella loro genericità, e quindi, inutilità, il mistero delle concrete scelte  dei candidati alla poltrona di sindaco resta insondabile”.

Alla fine, la stessa Stampa invita all’ astensionismo alle prossime elezioni amministrative: ”E crescerà la voglia di sottrarsi a una così allettante competizione”.

Non crediamo che sia questa la soluzione. La tradizione storica di Torino è polemica come poche altre. Dal villaggio taurino incendiato da Annibale perché si opponeva all’ invasione dell’ Italia, ai legionari le cui centuriazioni si vedono ancora dal Bosco del Vai, alle lotte solitarie del dissidente vescovo Claudio di Torino, dell’autoproclamato Re d’Italia Arduino, di Bonifacio del Monferrato, che tentò di conquistare la Macedonia e del Colonnello Arnaud, fino alle vittorie geopolitiche di Emanuele Filiberto e il Principe Eugenio, comandanti in capo delle truppe del Sacro Romano Impero, fino alla più grande fortezza d’Europa, alle guerre risorgimentali, all’ occupazione gramsciana delle fabbriche (esaltata da Gobetti come “Rivoluzione Liberale”,  al programma “Terra, Mare, Cielo”, alla Resistenza, all’Autunno Caldo, alla produzione dell’F104, del Tornado e del Typhoon.

Perfino Mussolini, in un discorso a Torino, si era sentito in obbligo di scusarsi per il fatto che parlava di pace a un pubblico ch’egli riteneva particolarmente bellicoso.

A questo punto, c’è da chiedersi: ha senso che i Torinesi accettino ormai da gran tempo tutte queste “capitis deminutiones” senza mai reagire?

Certo, non sono più i tempi dell’insurrezione carbonara della Cittadella di Alessandria, né dei moti del 1864, quando i Carabinieri ammazzarono una cinquantina di Torinesi, né quelli di Nizza, dove lo stewsso fece la Guarde Nationale, né dei fatti di Piazza Statuto.

Tuttavia, ancor oggi, in tutto il mondo vi sono momenti di protesta corale nelle città, come per esempio ciò che continua a succedere in Catalogna, per non parlare di “Black Lives Matters”. Senza necessariamente chiedere a nessuno di scendere materialmente in piazza, s’imporrebbe da parte di tutti una maggior radicalità nel pensiero e nella prassi politica.

PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DI UN ISTITUTO ITALIANO PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE?

La Germania è il solo Paese europeo che, con l’ Istituto Fraunhofer, abbia un unico istituto centralizzato per le tecnologie

Per quanto la notizia che il Ministro Colao abbia annunziato che l’Istituto per l’Intelligenza Artificiale, in quanto Ente unitario con competenze generali, non si farà, non giunga del tutto inaspettata, essa costituisce comunque  un ennesimo colpo per Torino e anche per la credibilità della classe politica, che ha nutrito la cittadinanza di aspettative immotivate.

Non per nulla, si sta giustamente creando (anche se un po’ tardivamente) una “lobby” torinese per convincere il Governo a tornare sulle sue posizioni.

1.Lo “spezzatino” non può funzionare

Come avevamo  cercato di spiegare nel nostro Libro Bianco, una suddivisione delle attività italiane nel settore dell’ AI attraverso vari hub sul territorio non è la stessa cosa di un Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, quale proposto nella Strategia Italiana per l’ Intelligenza Artificiale presentata lo scorso anno dal comitato di esperti. Infatti, nelle diverse “missioni”, e, in particolare, in quelle proposte per Torino, mancherebbe proprio la cosa più importante -la riflessione di carattere umanistico e politico- che avrebbe dovuto costituire la base per lo sviluppo ulteriore della strategia italiana, secondo la formula olivettiana della congiunzione fra cultura, politica e tecnologia.

Le  considerazioni esposte nel nostro Libro Bianco restano quindi perfettamente valide. Non si tratta di continuare con un “trasferimento” di tecnologie create altrove, bensì di riflettere obiettivamente sul ruolo dell’ intelligenza artificiale nel futuro dell’ Europa, come sarebbe necessario se si vuole dare un minimo di serietà alla Conferenza in corso (e di cui non si sente proprio  parlare).

Come ha detto giustamente don Luca Peyron, con l’Istituto è in gioco innanzitutto il nostro ruolo in Europa. Infatti, da un lato, tutto il mondo si sta rendendo conto di aver bisogno di una “testa pensante” sull’ Intelligenza Artificiale, ma nessun Paese riesce a darsela, per le stesse difficoltà politiche e culturali che incontriamo in Italia. Alleghiamo, come testimonianza di questo dibattito internazionale, la sintesi del rapporto finale della commissione parlamentare tedesca.

2.O trasformarsi o perire

Se non si parla del ruolo dell’ Europa nella società dell’ Intelligenza Artificiale che inizia proprio adesso con Made in China 2025 e con la “Commissione NSCAI” del Congresso, di che cosa vogliamo parlare alla Conferenza sul Futuro dell’ Europa? In  capo a un decennio, le società di tutto il mondo saranno, infatti, irriconoscibili.

La rete e l’intelligenza artificiale sottrarranno a finanza e cultura, politica e forze armate, imprese e privati, ogni forma di autonomia. Chiunque sarà fuori della piramide dio potere dei guru dell’informatica, dei servizi segreti, dei governi delle Grandi Potenze, non conterà nulla. Altro che fuga dei cervelli! Avremo una vera e propria schiavizzazione dei cervelli più efficienti, che saranno costretti a lavorare solo per i poteri forti, come successe dopo la II guerra mondiale a von Braun e ad Antonov!

Anche  per ciò che concerne i singoli lavoratori, chi non si sarà trasformato in un piccolo imprenditore informatico, che svolga automaticamente  il lavoro prima effettuato da centinaia di addetti, non potrà proprio più lavorare. Nessuno riuscirà a fare alcun lavoro da solo, ma solo assoggettandosi a grandi catene (come oggi Amazon o Uber), o ottenendo un solido supporto dallo dal proprio Stato, che potrà, e vorrà, sostenere questa piccola imprenditoria così come si fa ora con l’agricoltura mediante i mutui agricoli che permettono a semplici agricoltori di divenire proprietari di colossali macchine agricole automatizzate.

Orbene, perfino l’America sta incontrando notevoli difficoltà a darsi una “testa” siffatta, per il braccio di ferro per la conquista del potere  fra Google e il Pentagono, e l’Europa, dal canto suo,  non sta facendo proprio  nulla, perché ancora dominata all’idea di una ricerca decentrata, del tutto inutile per gestire una trasformazione tumultuosa come quella in corso.

Qualora l’Italia si desse un suo Istituto centralizzato, andrebbe in controtendenza, e potrebbe addirittura influenzare il resto d’Europa.

Le società che non si organizzeranno con questi criteri periranno. Non c’è nessuna scusa per non fare queste cose in Europa (come quando Valletta diceva che l’ Italia non poteva permettersele), perché l’Europa unita ha tutte le capacità organizzative e finanziarie per realizzare anche io programmi più ambiziosi.

E li deve realizzare prima dell’America e della Cina, perché, altrimenti, la sua pretesa di costituire un modello sistemico (il “Trendsetter del dibattito mondiale” di cui tanto parla la Commissione) evaporerà come neve al sole, di fronte all’incapacità di farsi valere nei confronti delle multinazionali che dominano il mercato europeo.

I politici che tanto si agitano per la cosiddetta “Gigafactory” (che vorrebbero contendere a Pomigliano, con una penosa guerra fra poveri) non tengono conto che, in quel caso, si tratterebbe di 500 posti di lavoro esecutivi e diretti dall’ esterno, che potrebbero crearsi nella migliore delle ipotesi nel 2030 (quando, se non cambiamo le nostre politiche, non ci sarà più Stellantis, e forse nemmeno l’ Italia e l’ Europa), mentre i 600 posti dell’ Istituto sarebbero posti di ricercatori, pensatori e tecnologi operativi fin da subito per riorientare il panorama italiano ed europeo della ricerca, della tecnologia e della società, prima che la nostra decadenza (inevitabile senza la rivoluzione digitale) divenga irreversibile.

AI Arm wrestling

ALLEGATO

Deutscher Bundestag

SCHLUSSBERICHT DER ENQUETE-KOMMISSION KÜNSTLICHE INTELLIGENZ

EXECUTIVE SUMMARY OF THE FINAL REPORT OF THE STUDY COMMISSION ON ARTIFICIAL INTELLIGENCE

The text below summarises the main findings of the German Bundestag’s Study Commission on Artificial Intelligence -Social Responsibility and Economic, Social and Ecological Potential established in 2018.

Introduction

Artificial intelligence (AI) is set to play a relevant role in increasing areas of our lives in the future. AI systems recognise voice commands, filter out spam, recognise images, sort search results, correct typos and suggest products. They translate texts and play Go or chess, the latter long since better than

a human. These systems control robot vacuum cleaners, driver assistance systems and entire production plants. AI systems are increasingly helping doctors make diagnoses and select the best therapy for the individual patient. This entails various advantages such as convenience and efficiency, but it is also a matter of safety and health. Furthermore, AI and intelligent systems harbour great potential for solving current societal challenges, such as an ageing society or climate change.

What definition of AI has the Study Commission agreed on? To lay the foundation for discussion, the Study Commission agreed on a description of AI. During the Commission’s work, there was recurring criticism of the awkward and emotionally charged term “AI”, which can trigger exaggerated expectations and fears alike. The Study Commission deliberately refrained from defining AI itself and instead sought to clarify the term (see relevant chapter). In its work, it primarily addressed the aspect of learning systems. Why should policymakers and society actively address this issue? The use of AI in ever more areas will continuously change our working and private lives far more

drastically going forward. It is neither possible nor would it make sense to halt this change. The challenge and aspiration is to shape this change and ensure that it is guided by values for the good of humans and the environment. To manage this feat, Germany and Europe must assume a leading role in the development and use of this key technology. The benefits and opportunities arising from the new technological possibilities should be fostered and harnessed, at the same time weighing up the risks and, if need be, limiting them.

What was the Study Commission’s brief? For this reason, on 26 June 2018 the German Bundestag established a Study Commission with the brief of closely examining AI and its societal, economic and ecological impacts. Based on a common understanding of the technologies, existing and future impacts on different areas of society were to be investigated and recommendations for action for lawmakers were to be developed jointly.

27 October 2020

Who was involved in the Study Commission? The Study Commission comprised members of the Bundestag and experts in equal numbers. In

addition, numerous further experts were invited to both the meetings of the project groups and the meetings of the Study Commission, enriching the discussions with ideas and in-depth knowledge. How did the Study Commission involve the public? Even though a Study Commission is established first and foremost to make recommendations to the

German Bundestag, there was a cross-party consensus that the public should be involved. This is why all the presentations given by experts in the Study Commission’s meetings are available to the general public.1 The Study Commission published the summaries of the individual reports at the end of each project group phase and in spring 2020 set up a digital platform enabling interested citizens to enter into dialogue with each other and with the members of the Study Commission. The presentation of the findings on 28 September 2020 was also broadcast as a livestream where it was possible to put questions to the members of the Study Commission. The publication of this final report will potentially contribute to a broad debate on AI. The Study Commission would like to take this opportunity to thank all citizens and experts for their valuable contributions once again.

What was the setting for the Study Commission’s work? The work of this Study Commission is embedded in a variety of policy initiatives addressing the implications of an increasingly widespread use of AI in all areas of society. These include, for instance, updating the Federal Government’s AI strategy, the work by the Data Ethics Commission, the European Commission’s White Paper on AI and the numerous AI initiatives by European partners. It is of course important to continue this dialogue at all political levels going forward, too. How did the corona pandemic impact the Study Commission’s work? The Covid-19 pandemic was a watershed for the Study Commission and its work, too. Instead of meeting in person, the individual groups then began working first and foremost in video conferences and using digital platforms. Meetings of the entire commission took place online or in hybrid form. The experiences with the pandemic also gave the Study Commission new food for thought in terms of content, which has been included in the final report.2 In addition to this, it was no longer possible to hold focus groups and a delegation trip to Russia and Finland that had been planned had to be cancelled.

Overview of the project groups and the general report

The report in its entirety is the product of in-depth study of the technology, its requirements and areas of use, as well as the opportunities and risks it gives rise to. The Study Commission decided to divide it into six project groups, whose brief was to examine specific cases of AI use in various policy areas. The project group members discussed the current state of play, future challenges and resulting recommendations for action, documenting this in their project group reports. On the basis of these specialist and yet practice-related discussions, the members of the Study Commission then jointly identified overarching topics cutting across all areas of use. These were pooled in the general section of the report. The report concludes with a chapter on the Study Commission’s working methods. The text below briefly outlines the different parts of the report and their content and structure.

1     They are available at https://www.bundestag.de/ausschuesse/weitere_gremien/enquete_ki (last consulted on 13 October 2020).

2     See also chapter 10 of the general report [AI and SARS-CoV-2].

General report: overarching topics The general report starts with the chapter entitled “Clarification of the term Artificial Intelligence” explaining the key basic terms used in the different sections of the report. The following chapters address meta topics such as data or law. Basic principles and findings that are important for the reader’s overall understanding of the report are described and general recommendations for action are made.3 Artificial Intelligence and Business (project group 1) The “AI and Business” project group commences its report with an objective stocktake of the current

situation and a common objective for the year 2030. Using specific scenarios, it discusses the situation and options for action available to the three key players -start-ups, SMEs and corporations. A SWOT analysis then ascertains the current state of play in business-related research and in AI implementation in selected sectors (industry/production, commerce, finance and insurance, the agricultural economy and agriculture) and for the three players cited above. This was then the basis for a catalogue of recommendations for action.

Artificial Intelligence and Government (project group 2) Due to the broad scope of government use of AI, the project group report was divided into three parts, each of which was compiled by a working group (WG). WG 1 examined AI in public administration, WG 2 addressed the issues of smart cities and open data and WG 3 discussed AI in the context of public safety, national security and IT security. The WG reports are preceded by a general section containing a comprehensive catalogue of recommendations for action that cut across the different subjects. In addition, subject-specific recommendations for action are listed at the end of the relevant chapter in the WG report. Artificial Intelligence and Health (project group 3) The report by the “AI and Health” project group starts with an overview of examples of the specific areas of use (such as early diagnosis, care and monitoring, personalised therapies, nursing), followed by a SWOT analysis for Germany. This is followed by an overview of AI-specific fields of action (in particular digitisation and data availability, Germany as a centre of research and business, liability and approval, intelligent assistance systems, for instance in nursing care). For each of the fields of action, specific recommendations are made, which are summarised in the introduction in the form of ten selected recommendations for action.

Artificial Intelligence and Work, Education and Research (project group 4) This project group examined first the use cases and impacts of AI on the world of work, and second how AI can be used in education and continued education and training, in which fields of education instruction and continued training should be provided on the subject of AI and finally also which research fields are relevant to AI. The report looks at use cases to study where AI is being tried and tested in business and administrative settings, and how AI is already being used. Similarly, it cites examples of where AI can or already is being used in schools and universities and in research. The use cases are shored up with a vision for the year 2030 and as such what the world of work, education and research of tomorrow might look like, as well as an examination of the drivers and brakes to this development. Following this overview, the main challenges in all areas are identified and corresponding recommendations for action developed. Artificial Intelligence and Mobility (project group 5) In addition to its executive summary, preliminary remarks and introduction, the report by this project

group consists of a number of thematic focal points. First, it discusses AI-based visions of the future

of mobility as well as intermodality and platforms. It then studies road, rail, air and water transport in terms of the use of AI, and finally analyses the meta issues of the economy, competition and urban development. Each of the resulting chapters on each thematic focus contains its own recommendations for action, addressing both passenger and freight transport.

Artificial Intelligence and the Media (project group 6) The “AI and the Media” project group took into account the multi-faceted nature of the media. The report first addresses the links between AI and the media in a broad sense. These sections examine both the perspective of the users/consumers of media and that of the providers/the market. The report studies both information and entertainment media. In addition to this, in the scope of its market analysis the report takes a comprehensive look at the platform markets. Second, the report explores specific issues such as deep fakes, recommendation systems, automated journalism, social bots and political microtargeting in depth. Third, the report puts the spotlight on media regulation, dealing with AI relevance in the context of hate speech or upload filters in the context of large platforms. Each of the sections, which adopted different approaches, is rounded off by specific recommendations for action taking into account the diversity of the media and AI linkages. Brief and background of the Study Commission The chapter “The Study Commission’s Brief and Working Methods” provides an overview of the background, composition and work of the Study Commission. The list of external experts is provided in annex 2.4.11 [guests invited to Study Commission consultations] and in annex 2.4.12 [guests invited to project group consultations].

Summary and recommendations for action (selection)

Some aspects were omnipresent in the work of the Study Commission. A selection is presented below.

AI’s potential to change our society

AI is the next stage of digitisation driven by technological progress. Its potential to bring about far¬reaching changes in many areas of life and society is evident in the analyses of the status quo of the project group reports (see chapter 3.1 of the report by the “AI and Work, Education and Research” project group [Basic Principles and Stocktake of the Current Situation], chapter 2.1 of the report by the “AI and Government” project group [Introduction], chapter 4.4.2 of the report by the “AI and Health” project group [Status Quo of AI Applications in Nursing Care], chapter 4.1 of the report by the “AI and Business” project group [Status Quo of AI in Business], chapter 4.1 of the report by the “AI and Mobility” project group [Future of Mobility], chapter 3.2 of the report by the “AI and the Media” project group [Introduction to the Technical Foundations]). The change in values that goes hand in hand with technological change is not bad per se; changing values are part and parcel of the development of humankind and society. This means that technological development needs to be shaped democratically -on the basis of an agreement on a good and just way of living now and for future generations (see chapter 6.1 of the general report [Aims and Objectives of AI Ethics]). The Study Commission identified a need for society to reflect on the impact of AI systems, outlined direct impacts on society of using AI systems and the discourses on them, and explored the possibilities of sustainable and prosperity¬oriented policymaking to shape of the opportunities and impacts of AI systems (see chapter 7 of the general report [AI and Society]).

Humans front and centre

In its debates, the Study Commission was guided by the model of human-centred AI. This means that AI applications should be geared first and foremost towards human well-being and dignity and should bring benefits to society. Here, it should be borne in mind that the use of AI systems preserves and possibly even bolsters people’s control over how they live and act and their freedom of decision. The Study Commission is confident that this premise enables the positive potential of AI applications to be fully harnessed and the confidence and trust of users in the use of AI systems to be best developed and strengthened. This trust is the fundamental key to the societal acceptance and economic success of this technology. And this success, in turn, is the key to establishing this as “AI made in Europe”, to ensuring a future-proof economy and to our society not being shaped by AI with different underlying fundamental values.

New technology highlights and sometimes reinforces the need for action

AI systems sometimes make a need for action in existing societal, economic and government tasks more visible or even reinforce it. This includes areas such as educational and gender justice, combating racism and other forms of discrimination and overseeing ecological and economic structural change. The Study Commission’s debates repeatedly highlighted that AI systems are a powerful tool, but ultimately just a tool. Parliament and the Government still need to find political solutions to societal challenges -AI can then be harnessed for implementation. Sometimes, though, AI can also open up new approaches to challenges society faces. It is worth noting that even the discussion about AI itself is leading business, workers and policymakers alike to not just look closely at the technological aspects of AI, but also issues such as distributive justice and ways to design fair digital markets (see chapter 4.1.3 of the report by the AI and Business project group [Current State of the Market]).

A common European AI strategy

A strong, recurring element in the Study Commission’s discussions was thinking about a future AI

strategy in European terms. AI development hinges on the cooperation of different players in the fields of research, development and application. On its own, Germany has little chance of shaping the development of AI systems to meet the aforementioned objectives. So what is needed is a European understanding in order to be able to design AI applications in line with European ideas.

This was also reflected in many central recommendations for action, which recommend a European dimension with regard to a digital infrastructure (see chapter 9.2 of the general report [Guidelines]) and an accelerated expansion of capacities throughout Europe and Germany, for instance in cloud computing and network buildout. Securing technological sovereignty (see chapter 5.1.3 of the report by the “AI and Business” project group [Technological Sovereignty]), a joint research strategy (see chapter

9.5 of the general report [Central Recommendations for Action for Government]), a data policy rooted in European values (see chapter 2.6 of the general report [Political Framework for Action on AI and Data]) and uniform regulation throughout Europe (see chapter 4.4 of the general report [AI-specific Risk Management]) have also all been called for.

Interdisciplinarity unlocks potential

An interdisciplinary dialogue between the different players and society is necessary to unlock the potential surrounding AI, to identify possible risks early on and to duly reflect the complexity of this subject. This means initial and continuing education and training on AI will have to be broad-based to facilitate this interdisciplinary dialogue. Education and information campaigns will also help address fears and preferences relating to AI-driven societal development at an early stage and paint a more realistic picture of the opportunities and risks of using AI systems.

Likewise, technical interdisciplinarity is key to successful AI innovation in Germany: AI software, AI hardware and AI use must be considered together, as only together can an energy-efficient solution be achieved, the safety (robustness, reliability) of the overall solution (for instance for autonomous means of transport) be ensured or -in the case of the commercial use of an AI solution – the costs compared.

Foster standardisation

Standardisation and certification processes are tried and tested means in many sectors of the economy to foster exchanges between companies and to establish products and services on the market quickly and easily. They also often make it possible to dovetail technologies across different sectors. There are therefore high expectations that standardisation and certification will help propel companies to success in the AI sector. The Study Commission sees a need for adjustment here, inter alia in regulations or standards issued for introducing AI into industrial processes and products.

Innovation and experimental spaces

Experimental spaces, also known as sandboxes, are a frequently cited way to push AI innovation forward. Experimental spaces are needed in order to be able to safely test and further develop AI technologies in real environments. This also supports research findings being swiftly translated into applications as is often called for. Particularly in the business, mobility and health project groups, but also in the chapter on research, experimental spaces were mentioned as an effective method. Lawmakers need to shore this up by defining the legal framework and supporting the designation of experimental spaces.

Digital infrastructure is a prerequisite for using AI

A performing digital infrastructure in public administration (see the report by the “AI and Government” project group in chapter C III [Artificial Intelligence and Government (project group 2)]), in the health sector (see the report by the “AI and Health” project group in C IV [Artificial Intelligence and Health (project group 3)]), in educational establishments and nationwide is a must for AI to be able to be used in various different sectors. Here, the Federal Government and the federal states must work together even more closely to close existing gaps in the supply of broadband, but also in hardware and software in public institutions.

The following chapters quote selected recommendations for action from the overall report in abbreviated form. The aim of this list is to help readers identify and find central recommendations for action.

1 Data

Data plays a central role for AI systems in use, testing, but above all in training. In reflection of this, many sections of the report contain recommendations for action to improve how data is handled. The sample recommendations for action listed here address better availability through trust centres, higher interoperability thanks to the use of standards, promoting open data and more precise data protection provisions.

2.Data availability

Additional policy measures can improve data availability outside of government and administration, too. In science and academia, for instance, there are often insufficient resources to make data collated in research projects more widely available. The exchange or shared use of data between companies entails legal uncertainty, especially in relation to antitrust law. Here there is a need for action

3

For this chapter, there is a dissenting opinion from the CDU/CSU parliamentary group.

4

[Dissenting opinion on chapter 1 of the executive summary of the report (“Data”) as well as chapter 5.7 of the general report (“AI and Law -Recommendations for Action”) by the expert member Dr Sebastian Wieczorek and Members of the Bundestag Marc Biadacz, Hansjörg Durz, Ronja Kemmer, Jan Metzler, Stefan Sauer, Professor Claudia Schmidtke, Andreas Steier und Nadine Schön and the expert members Susanne Dehmel, Professor Wolfgang Ecker, Professor Alexander Filipović,

Professor Antonio Krüger and Professor Jörg Müller-Lietzkow].

5 Use of data

The [Study Commission] has the expectation that the amount of available training data could increase by propagating trust-building concepts for the anonymisation and pseudonymisation of data. It therefore recommends putting in place trust structures for the interdisciplinary, trustworthy sharing of non-personal data.

6. Data release

The [Study Commission] recommends enabling phased, voluntary and revocable data release in close consultation with the data protection supervisory authorities, using coordinated, interoperable and, where possible, open standards […], putting in place a national health care register or a group of registers and the associated decentralised registers and swiftly harmonising data protection legislation for the field of health on the basis of the General Data Protection Regulation (GDPR).

7 Networked data infrastructure

Dependence on providers based outside of the EU can only be curbed by developing or strengthening our own expertise. Public administration has an important lever at its disposal here in the form of public procurement. Furthermore, the skills of European companies in this field should be bolstered. With the GAIA-X initiative, the Federal Government has launched a European initiative to set up a networked data infrastructure. In the area of research, the development of a National Research Data Infrastructure is designed to connect and strengthen expertise in the management of research data. When putting infrastructure in place, the sustainable use of resources must be heeded.

8.Data standards promote interoperability

Data standards foster the cross-organisational use of data and support broad application possibilities of and interoperability between AI systems. Standards also facilitate the merging of data sets from different sources. The Study Commission therefore recommends linking decentralised data sets, for instance in value chains, research networks and public administrations more interoperably. This should entail supporting flagship initiatives to network and connect decentralised data, such as International Data Spaces, the aforementioned National Research Data Infrastructure or the Open Knowledge Foundation, by appropriate underlying legal conditions and targeted funding.

9 Further develop open data legislation

Further developing the extremely varied open data legislation at federal, federal state and European level is also central to the development of a data policy. It must stress the protection of fundamental rights and be positioned as an alternative to data models driven by state security and control interests like in China, and heavily influenced by the interests of large Internet platforms and the tech industry like in the US.

10 Data protection

The balance struck by the GDPR between data protection and innovation should be preserved. Legal uncertainties that persist in the interpretation of the GDPR rules with regard to the functioning of AI systems need to be clarified. This should be done in part by further specifying the rules applying through the regulated self-regulation provided for in the GDPR, so in the form of codes of conduct and certification. The voluntary commitments should be evaluated after five years and, if need be, replaced by appropriate legal provisions. Second, problems identified during the GDPR evaluation should be eliminated by way of clarification. This is without prejudice to the fundamental principles of the GDPR. […] Attempts to link anonymised data to individuals to date do not constitute a criminal offence. It should be examined whether and to what extent it would make sense to criminalise intentional de¬anonymisation of data.

11 Research

In many sub-areas of AI, research in Germany enjoys an outstanding reputation internationally. Europe as a whole is on a par with the US and China, depending on the data available. Germany has a lot of catching up to do in the field of cutting-edge research, both in terms of its remuneration system and research conditions, and in terms of attracting foreign researchers and keeping researchers here. Leading German research institutions are not very visible by international comparison. Targeted additional investments could enable Germany to set its own priorities, building on existing strengths and developing selected core topics of relevance to society as a whole in particular (see chapter 9.1 [Introduction and Overview], chapter 9.4.1 [What are the Strengths of AI Research in Germany?], chapter 9.4.2 [What are the Problems of AI Research in Germany?], chapter 9.4.3 [What Potential can be Harnessed?] and chapter 9.5 [Central Recommendations for Action for Government] of the general report).

Values

Societal values, human well-being and the acquisition of knowledge must take centre stage in the endeavours by science and research. The findings and the applications based on them should be sustainable, trustworthy and mindful of resources.

12 Funding

To have a say in shaping AI, Germany, in concert with other European states, must invest far more resources in research on AI. This will also make it possible to ensure technological sovereignty. Here, it is not just national flagship projects that are important and needed -European efforts to establish centres based on broad research and industry networks require backing. This also entails making Germany more attractive as a place to conduct research for international researchers. Foundational AI research on algorithms, systems, hardware and software also need to be expanded and permanently embedded in universities and research institutions. Emerging fields, that is to say fields harbouring high potential in terms of development and success, already need to be established and heavily promoted now.

13 Transfer

The cooperation between research, business and industry and society is essential in order to transfer technologies out of the realm of research and onto the market and into society. A central issue here is providing the data and technologies that research needs. To enable this transfer, processes should be simplified at universities and research institutions and special rules should be developed for the collaboration with start-ups. To ensure society as a whole benefits from the progress made in AI research, a high-performing, nationwide research infrastructure needs to be put in place and interconnected.

14 Research topics

The opportunity and challenge for research funding in the field of AI consists of identifying medium to long-term topics of major strategic, economic and societal importance in the areas of foundational research and applications. Alongside the bases of AI algorithms and AI systems, these include above all the energy supply, industrial manufacturing, transport and logistics, smart cities, e-democracy and societal discourse, education and continuing education and training, social inclusion by means of assistance and communication systems, security and defence, diagnostics and, overall, improving prevention, intervention and care in the health sector. The mechanisms and impacts of algorithmically personalised messages, microtargeting, filter bubbles and hate speech also need to be researched.

15  Sustainability thanks to AI and sustainable AI

Sustainability in its holistic sense was a subject in almost all of the Study Commission’s project groups. Various aspects of the social, economic and ecological dimensions of sustainability were also described in the general report (see chapter 7.3 [Developing and Using AI Systems for Sustainability and Prosperity] and chapter 8 [AI and Ecological Sustainability] of the general report).

AI systems have the potential to contribute to the sustainable development of mobility (see chapter 4.1 of the report by the “AI and Mobility” project group [Future of Mobility]), to a more efficient use of resources and to a successful energy transition (see chapter 8.3 of the general report [AI’s Potential for Advancing the Energy Transition]), in turn supporting the attainment of the climate goals. The Study Commission advocates AI systems also being used in a targeted manner to support societal progress – for instance for less discrimination, more equal opportunities, better working conditions and attaining the UN Sustainable Development Goals (SDGs).

At the same time, it is important to remeber that using AI solutions is not per se economically, ecologically and socially sustainable. Here, an environment with clear conditions must be established that fosters sustainable innovation (see chapter 8.6 of the general report [Conclusion]).

Sustainable and prosperity-oriented use of AI

AI harbours wide-ranging potential to solve pressing future problems -from climate change to demographic change. Whether this potential can be tapped depends largely on whether these approaches are deliberately promoted at the level of research and economic development funding, particularly in fields that are not yet market-ready.

16 Sustainable AI as a brand

It is recommended that the (market) potential of a “Sustainable AI” brand (see chapter 1 of the report by the “AI and Business” project group [Executive Summary of the Project Group Report]), say AI applications that are optimised in terms of energy and resource use and their efficiency potential when in use, be a key consideration in further developing the AI Strategy. This ties in with a recommendation for more research on the systematic analysis of the potential to save on CO2 harboured by AI applications in the key sectors of energy, industry, agriculture, housing and mobility. This should take into account sufficiency issues.

17 Improve the data base on energy consumption and sustainable IT

It is recommended that the data base on AI applications’ contribution to the energy consumption trend, both in terms of positive and negative impacts, be improved. The Study Commission also recommends more funding for sustainable IT as an infrastructural pre-condition for reducing AI’s ecological footprint.

18Business and work 19

The disruptive nature of AI technologies enables not just totally new products, but also novel business models. New competitors will come onto the scene to challenge established companies, but there will also be opportunities for new business. The failure to rapidly scale up ideas and pilots into effective large-scale projects and players, the lagging expansion of nationwide digital infrastructure and the absence of technological sovereignty, for instance when it comes to the development of computing power (including hardware and quantum computing), cloud structures or data pooling, were identified as key problems in asserting German and European approaches in the field of AI. Recommendations for action addressing these issues are included in the report by the “AI and Business” project group in chapter C II [Artificial Intelligence and Business (project group 1)].

AI also makes new forms of automation possible, which on the one hand enable monotonous, dangerous or strenuous activities to be performed by machines, but on the other hand also eliminate jobs and create new ones with new demands and requirements. AI also enables new personnel management methods.

19. Systematic monitoring of AI

For law and policymaking to effectively strategically steer the important topic of AI, a sound analysis of strengths and weaknesses and realistic technical and economic expectations are needed. The Study Commission therefore suggests compiling a valid, differentiating data base on the economic impacts of the use of AI for Germany (and Europe) as a foundation for decision-making. Furthermore, a dynamic goal and monitoring system should be designed that supports a central control structure for AI with the power to issue instructions. To better prepare and shape structural change, evidence-based research and reliable projections of the economic and employment impacts of using AI are indispensable. In addition to the activities of the AI Observatory, special funding programmes need to be set up to systematically record and analyse the impacts of AI that have a bearing on the labour market.

20 Start-ups driving the AI transformation

Start-ups are seen as a major driving force behind the AI transformation, leading to various recommendations to bolster an AI start-up ecosystem. These include measures such as funds and

funding opportunities in the growth phase of fledgling companies provided by the EU, the Federal Government and the federal states and proposals for improving the translation of current research into new business models through spin-off processes and research spin-offs. Awarding more public administration contracts to German start-ups is seen not only as a way to strength the start-up ecosystem, but also to enable more collaboration between AI start-ups and SMEs. This requires barriers to participating in public procurement processes being lowered further and these processes being made more start-up-friendly, for example by reducing red tape further, through quick award decisions and award procedures that promote innovation, based on the “competitive dialogue” and “innovation partnerships” under European public procurement law.

21 Incentives for SMEs/economic development funding

When it comes to SMEs, advice and concrete support services for technology scouting and transfer provided through the SME 4.0 competence centres, AI trainers and specific skills development measures should be intensified. The creation of data pools, for instance in the form of interdisciplinary data cooperatives, and the continued promotion of regional clusters and hubs appear key. Furthermore, greater incentives should be created for SMEs and ways to share non-personal or anonymised data securely and jointly with other companies and organisations need to be demonstrated so as to generate added value for all those involved, for instance through trust centres for data sharing or by creating interdisciplinary data cooperatives […]. This will allow concentration effects and monopolisation tendencies in the data economy to be curbed, which give major international players (especially GAFAM) a competitive edge in the AI market thanks to their extensive data stocks and data expertise.

22 AI Moonshot projects

AI harbours wide-ranging potential to solve pressing problems of the future. Whether this potential can be tapped hinges crucially on whether such approaches are singled out for research and business development funding though, especially in fields that are not yet market-ready or whose use is not yet rewarded by competition incentives. As an instrument for this, the Study Commission proposes funding and implementing “AI Moonshot Projects” that are beneficial to society.

23 Promote the transfer from research to practice

AI is more than just a technology; the changes it engenders are already disrupting some economic sectors and markets, and in other areas changes are highly probable. […] Policymakers and government must help shape this transformation. The Study Commission recommends expanding advice for companies on the transformation of their own business processes and models and the sharing of best practices further […], merging existing decentralised AI resources on a platform under neutral, non¬commercial leadership and with political support, and putting in place “regulatory sandboxes” […] or free experimental spaces which researchers can use to conduct real-life experiments under suitable conditions.

24 Use AI to secure decent work

To nurture the potential for emancipation, sustainability and decent work, and to minimise risks for employees posed by the downgrading of their skills, to their personal rights and their ability to secure work in the future, and to avoid unjustified control and scrutiny, employees becoming disempowered, work concentration and job losses, work design needs to be guided by special principles. It makes sense to gear the influence of lawmakers and other standard-setters inter alia towards the following aims: The potential of AI for increasing productivity and improving the well-being of the working population should be leveraged to develop and promote new business models which help secure and expand employment, to develop “decent work by design” and to first and foremost transfer monotonous or dangerous tasks to machines, […] and to ensure that as social beings humans have the opportunity to interact socially with other humans at their place of work, receive human feedback and see themselves as part of a workforce.

25 Modernise co-determination

Acceptance among employees and the successful implementation of AI hinges significantly on early information and involvement. To preserve the opportunities for employees to influence the protection of their personal rights, to avoid excessive strain, to cope with the transformation of their place of work and to design employment conditions, co-determination needs to be updated taking into account technological developments and evolving the previous balance struck between employee rights and property rights. In reflection of the process characteristics of learning machines and in order to have a forward-looking, effective and rapid impact, co-determination at plant level needs be geared towards the concept of developing, using and further developing systems. It also needs to be able to address the normative effect of all major issues relating to personal rights and effectively influence the amount of work, organisation of work and requisite skills development arising in connection with the use of AI systems.

26 Conditions for AI use in the field of human resources

When using AI applications, it needs to be ensured that humans continue to decide on personnel matters. When it comes to managing human resources, it must be ensured that no data is allowed be collected and used for automated programmes or AI solutions that are no longer under the deliberate control of the people concerned.

27 Further develop social security systems

The increasing prevalence of AI systems in business and society makes the debate on the further development of social security systems already under way all the more important. The recommendation is to establish an Expert Commission on this issue during the German Bundestag’s next electoral term. Taking empirical research findings as the basis, it should be reviewed whether and to what extent suitable criteria and provisions can be created for designating vulnerable workers at platform companies as requiring coverage under social security law.

28 Skills, education, empowerment

Nearly all project groups formulated recommendations on the investments needed to build up AI expertise and skills. These recommendations relate to all facets of the education sector, with a special emphasis on ensuring the requisite foundation is laid for AI (especially in the MINT subjects and soft skills), the general development of AI skills starting at school – for girls and boys equally – and in continuing professional development. At school, it should also be reviewed whether and how AI can be used to assist teaching. It is also a matter of measures which enable society to deal with AI in an empowered way.

Expand education policy to include AI-specific issues

Another key field is education policy. Here, government is called upon to initiate comprehensive measures starting in school that promote and foster education in the field of AI, especially in the MINT subjects, but also in the sense of overarching, interdisciplinary education, so that enough young people are able to fully take advantage of the courses offered at universities. Only then will it be possible in the medium to long term to train a sufficiently large number of AI specialists at universities, who are needed in all areas, and make them available for research as well as for applications in business and industry and government.

29 Explore the use of AI systems in the classroom further

To use AI in learning processes in an educationally meaningful way, even more research should be done on how AI systems impact learners and teachers and how they can support them in achieving educational goals (inter alia inclusion). When introducing AI systems and the data infrastructure this entails, media-education process support should be provided.

30 Promote diversity

Imbalances that exist between girls and boys or women and men in terms of their knowledge and use of AI should be redressed. This can entail both schools and universities developing programmes and courses which encourage girls’ and young women’s interest in information technology and AI and give them the opportunity to get involved. During their training, teachers should be sensitised towards this. Universities should examine the possibilities of specific programmes for girls and boys within computer science courses. The general public’s knowledge of AI should be expanded in an inclusive way, that is to say reflecting both the heterogeneity of society and the different areas of use.

31 Create initial and continuing education and training programmes on AI

In the field of initial and continuing education and training, education programmes need to be put in place that promote the workforce’s AI skills and expertise. These training courses should comply with uniform standards. […] Boosting continuing professional development at companies is key to enabling lifelong learning, which AI is making increasingly important. The mismatch problem, so there simultaneously being job losses and a shortage of skilled workers on the labour market, can only be tackled by tangibly expanding a functioning knowledge infrastructure. Continuing professional development is a task for education policy and it must be accessible to everyone.

32 Educate and inform people about the use of AI

People need to be prepared as optimally as possible for the social upheavals ahead (both positive and negative) stemming from the use of AI systems through opinion-forming, empowerment, transparency, participation and protection to secure broad acceptance of AI systems. An important field of action is fostering understanding and awareness of the opportunities offered by AI systems and with regard to one’s own skills and knowledge about how they work and their impact.

33 Create a publicly available continuing education and training platform for AI

To empower the general public to understand fundamental interrelationships in the field of AI and how it works, a continuing education and training platform should be developed. […] Here, attention should be paid to ensuring that a government continuing education and training platform is not limited to just pooling different offers and courses, but that access is low-threshold.

34 Study the impact of AI recommendations on decision-making autonomy

It is unclear what influence recommendations by AI systems have on final decisions by humans. For instance, it is questionable whether and to what extent administration employees contradict AI recommendations in their everyday work and in turn help avoid mistakes being made. This gives rise to a need to study the sociological and psychological impacts of AI recommendations on humans and their decision-making autonomy. AI systems should always be designed in such a way that they do not run contrary to the autonomy of the individual. There is a clear and interdisciplinary need for research here, which is why studies on this issue need to be actively promoted.

35  People and society

36 AI-based systems are already impacting the behaviour and knowledge of individuals in many areas of society today and so in turn are also a factor impacting collective behaviour. Examples are vehicle navigation and the content displayed or recommended on social networks and video portals. The Study Commission discussed the design processes and design of such systems in many contexts. Recommendations for action in the areas of mobility and the media are listed below, with a special focus on the issues of freedom and diversity of opinion, non-discrimination, transparency and traceability.

Holistic view of mobility

The mobility of the future and in turn AI applications in mobility have to be viewed holistically. […] This entails combining innovative and expedient endeavours in a holistic approach, to in turn advance AI for the entire mobility sector. This requires greater interconnectedness and networking in transport planning, research and development and the legal framework in Germany and Europe alike.

37 Preserve media diversity

The potency or leverage effect of using AI in recommendation systems is evident and strengthens intermediaries in the media markets in particular, even if they do not offer their own media content. […] If media diversity is to be preserved, a useful instrument from this perspective -in addition to the application of antitrust law – remains the introduction of a digital tax on the AI-based services of platform and social media providers, which secure them a disproportionate share of advertising markets.

38 Recommendations on Decision-making Autonomy].

Limit political microtargeting

Similar to personalised targeting offline (for instance in election advertising sent by mail), there should be limits to what data on personal behaviour is allowed to be used for political microtargeting. This limitation should apply to both targeting (by advertisers) and display (by the platforms’ AI). Legal rules should replace the voluntary measures of some commercial platforms here.

39 No upload filters for the time being

The uncontrolled use of upload filters should not be allowed as far as possible when it comes to assessments that depend on context or that are not trivial in legal terms. This does not preclude using AI-based filtering systems for pre-sorting prior to review by a human. Against this background, it seems advisable that systems currently in use be improved and their use be subject to regulatory oversight, whereby an automation of law enforcement should definitely be avoided. Automated erasure or non¬publication should be limited to cases where the dissemination of specific content has to be prevented regardless of any and every conceivable context.

40 Research transfer in the detection of discrimination

There has been a great deal of research in recent years on detecting and preventing discrimination in AI systems. The next step, transferring these findings to everyday software development, should be promoted so that the findings can be translated into practice as swiftly and broadly as possible and overseen by researchers.

41Review AI-based decisions regularly to verify non-discrimination

It must be ensured that AI systems developed and used by government are non-discriminatory […]. There must be reviews of whether the data in the algorithmic decision-making system is used in a field of application where fundamental rights have to be protected and where equal treatment is especially important (for instance access to social benefits). If so, the result of the machine decision and […] that of the final human decision must be regularly examined to determine whether the decision is discriminatory.

42 Make AI use transparent

Rules governing the use of AI therefore need to be developed that reflect the diversity of society and, where appropriate, involving those affected. Depending on how critical the context is, citizens must be informed of the use of AI and generally educated in how to deal with AI. […] Wherever people are affected by the consequences of a decision based on an AI system, they must receive sufficient information to be able to exercise their rights adequately and, potentially, question the decision.

43 Regulation and government

As a body established by lawmakers, the Study Commission repeatedly examined regulatory issues relating to AI. The Basic Law of the Federal Republic of Germany and the Charter of Fundamental Rights of the European Union, with the concept of human dignity as the yardstick for all policymaking, form the broader framework for shaping AI. As evidenced by the recommendations for action cited here, the issues addressed included the definition of principles, questions of proportionality, the need for risk¬specific and sector-specific regulation and liability questions. The general and ex ante categorisation of AI systems into risk classes, as recommended by the Data Ethics Commission, was controversial in the Study Commission.

Build trust through a trustworthy AI

Trust is an important factor for the success AI. This is why when using AI systems, sufficient traceability and transparency has to be ensured for consumers and employees alike. Concerns voiced by the public should be actively addressed and allayed through suitable information campaigns, protection mechanisms and requirements. Here it is important to strike the right balance between consumer and businesses’ interests – measures must be transparent and practicable for both sides so as not to be an obstacle to innovation.

44 Ensure proportionality

When assessing the use of AI systems in the field of public safety, alongside the cost-benefit ratio, the proportionality of measures should be verified. Here, the fundamental rights of those concerned must be carefully weighed up.

45 Sector-specific regulation

Existing sector-specific regulatory regimes should be reviewed and expanded to include AI-specific requirements where the use of AI in the specific use case gives rise to additional risks. […] The supervision and enforcement of rules should primarily be the role of sectoral supervisory authorities that have already developed sector-specific expertise.

46 Liability

In the view of the Study Commission, the existing liability system is fundamentally suited to ensuring compensation for damages caused by AI systems as well. It does not currently see any urgent need to put in place new liability provisions specifically for AI systems. When standardising AI systems, however, particular attention should be paid to ensuring that processes in AI systems are traceable and thus demonstrable.

47 Government as a service provider

AI systems should make life easier both for citizens when it comes to obtaining information and lodging applications and administrative staff when it comes to processing them. AI systems should help make it possible to extend the services offered so that they include a round-the-clock, multilingual, barrier¬free and free-of-charge range of services. AI systems can improve accessibility and fulfil people’s right to participate. AI systems should be used to home in on lowering bureaucratic hurdles, which can in turn fundamentally simplify access to information and the entire application process.

48 International ban on lethal autonomous weapon systems

In the future, too, at international level the Federal Government must advocate and work towards a worldwide ban on lethal autonomous weapon systems, adopting a path that allows the largest possible group of states to be involved.

49   See also chapter 1 of the report by the “AI and Business” project group [Executive Summary of the Project Group Report].

45   See also chapter 3.1 of the report by the “AI and Government” project group [Public Safety].

46   See also chapter 4.5 of the general report [Recommendations for Action].

47   See also chapter 5.5 of the general report [Liability Law].

48   See also chapter 1.1 of the report by the “AI and Government” project group [Introduction].

49   See also chapter 3.2.3 of the report by the “AI and Government” project group [Recommendations for Action and Operationalisation].

COMMENTO AL MANIFESTO DEI 16 PARTITI SOVRANISTI NEL PARLAMENTO EUROPEO

I Paesi “sovranisti” sono quelli che hanno combattuto duramente per la sovranità

La lentezza con cui in Europa si muovono tutti i processi politici costituisce la prova provata dell’inidoneità del sistema attuale a fronteggiare i problemi del XXI° secolo, dominato da colossali Stati-civiltà capaci d’ immaginare il futuro guardando al passato, di delineare politiche nuove dedicate ai problemi dell’oggi (tecnologia, geopolitica), di formare classi dirigenti “epistocratiche”, di scrivere leggi leggibili e di attuarle, e, soprattutto, di agire in pochissimi anni…

Come noto, l’esempio tipico di uno Stato-civiltà (Wénmíng guójiā) è costituito dalla Repubblica Popolare Cinese, che, nata nel 1949 dalle macerie lasciate da cent’anni di guerre, ha saputo riconquistare in 100 anni alla Cina il suo ruolo millenario di prima potenza mondiale. Invece, l’Unione Europea, nata (come Comunità Europee) più o meno negli stessi anni, non è ancora riuscita a unificare il nostro Continente, è ancora occupata da una potenza straniera, “perde continuamente  pezzi” (cfr. Brexit, Turchia) , e, infine, è divisa al suo interno ad un  punto tale che il presidente di turno, lo sloveno Janez Janša, è stato costretto ad affermare, nel suo discorso inaugurale, che il suo Paese viene trattato, dall’ Unione Europea, “come una colonia”. Il che è particolarmente grave per chi, come Janša, trent’anni fa aveva combattuto armi alla mano per una Slovenia indipendente.

Tutto quanto sopra rende più necessaria che mai una vera Conferenza sul Futuro dell’Europa, per affrontare, e, possibilmente, eliminare questi difetti della costruzione europea. Purtroppo, come risulta sempre più evidente di giorno in giorno, e come denunziato sempre più frequentemente dagli stessi federalisti europei, la Conferenza indetta dalle Istituzioni si sta rivelando, come ha scritto Virgilio Dastoli, “una farsa”.

Infatti, mentre la logica vorrebbe che si partisse da uno studio storico-filosofico comparativo, dell’Europa e degli altri Continenti, nell’era delle macchine intelligenti, per poi passare all’elaborazione,  sul piano culturale, di ipotesi politiche di trasformazione, di qui a un dibattito nel mondo politico, nell’ accademia, nella società civile, e ,solo allora, al confronto politico (e, semmai, elettorale),  qui si sta invece procedendo in un modo anodino, praticamente segreto, senz’alcun progetto, con una piattaforma digitale che sfigura, non solo nel confronto con quelle dei GAFAM e dei BATX, ma perfino con la vecchia piattaforma di Juncker, con “rappresentanti dei cittadini” scelti a sorte…

In queste condizioni, ha perfettamente ragione l’ “Appello sul Futuro dell’ Europa” dei 16 partiti “sovranisti” del Parlamento Europeo a criticare l’approccio verticistico della Conferenza, anche se poi i sovranisti stessi si comportano esattamente nello stesso modo delle Istituzioni. Tanto per cominciare, l’Appello non è stato pubblicato sul sito di nessuno dei 16 movimenti firmatari, salvo che su quello del Rassemblement National di Marine Le Pen, dove (con un trucchetto usato sistematicamente dalle Istituzioni) lo hanno collegato con un link così instabile ch’è impossibile accedervi.

Inoltre, l’elenco dei pretesi “valori dell’ Europa” per i sovranisti è altrettanto stantio quanto quello dell’ establishment, e le proposte concrete per il futuro dell’ Europa, inesistenti.

E’ chiaro che le forze politiche presenti nel Parlamento Europeo (siano esse di sinistra o di destra) hanno sempre più paura che si cominci a dibattere sui veri problemi dell’Europa del XXI secolo (che non hanno più nulla in comune con le loro vecchie ideologie), perché un siffatto dibattito, mettendo in luce la loro inconsistenza culturale, renderebbe più acuta che mai l’urgenza del ricambio integrale della classe politica.

L’eroismo oggi

1.I “VALORI”

Rémi Brague, forse l’unico teorico europeo serio nell’area conservatrice, ha giustamente rilevato che il termine “valori” non è appropriato, né per descrivere la visione del mondo classica, né per quella postmoderna.

Infatti, il termine “valori” (che fa parte evidentemente di una terminologia mercantile) è stato usato da Nietzsche proprio per sottolineare il loro carattere relativo e transeunte (“la trasmutazione di tutti i valori”), mentre, nelle culture dell’Era Assiale (fra cui il Cristianesimo), si usava il termine “virtù” (“areté”, “De”), e, in quella dell’attuale “establishment” si pretende che essi siano validi “in ogni tempo e in ogni luogo”.

I “valori” dei “populisti”, allo stesso modo di quelli dei “progressisti”, non sono “virtù”, bensì puri e semplici slogan, espressione di una società vuota e ipocrita che si dirige direttamente verso la distruzione dell’uomo, preconizzata da Asimov, Anders, von Neumann, Kurzweil, Joy, Hawking e Rees.

La sola differenza è che i primi si rifanno alle retoriche delle Chiese dell’era maccartistica,  quando la precettistica tridentina veniva usata sostanzialmente come giustificazione della repressione e del disciplinamento dei popoli sotto l’Occidente, mentre quelli dei “progressisti” ripetono semplicemente le ossessioni dell’ideologia californiana, un mix di Kabbala, marcusianesimo e postumanesimo.

Le “virtù” dell’Era Assiale (-Jaspers, Eisenstadt, Assmann-, fossero esse quelle “teologali” o quelle “cardinali”), erano quegli strumenti di educazione dell’ uomo che gli permettevano di resistere alla natura e ai conflitti umani in un’era di risorse limitate.  Le “virtù” di oggi, per essere valide,  dovrebbero permettere all’ uomo postmoderno di resistere all’ avanzata delle Macchine Intelligenti. Esempi di virtù postmoderne: il coraggio di Petrov nel rifiutarsi di scatenare la guerra nucleare; l’ingegnosità di Assange nel raccogliere e divulgare il materiale compromettente di tutti i Governi mondiali; la determinatezza di Snowden nel carpire i segreti della NSA, e nel passare indenne attraverso le più rischiose frontiere. Invece, nulla di tutto questo esiste fra i politici europei, né da una parte, né dall’ altra. Tutti mirano a rendere l’umanità di oggi sempre più disciplinata (vuoi con la repressione, vuoi con la dissoluzione delle personalità),  in  modo che gli scienziati pazzi, le macchine intelligenti, il complesso informatico-militare, i GAFAM e i BATX, possano svolgere indisturbati il loro lavoro di asservimento dell’ Umanità.

Quali diritti abbiamo oggi se tutto ciò che facciamo è spiato e se tutto ciò che diciamo è regolamentato dal “politicamente corretto”?

2.I “DIRITTI”.

La contrapposizione fra “tradizione cristiana occidentale” e “diritti umani” è anch’essa semplicemente fuori luogo in questo contesto. Il Cristianesimo occidentale (oltre che essere un’infima parte del Cristianesimo in generale, il quale comprende anche l’Ortodossia, le Chiese Orientali, le Chiese africane ed asiatiche, la Teologia della Liberazione… , ma perfino della Chiesa Cattolica, che ha, per esempio, un Papa gesuita e sudamericano), non può affatto vantare un blocco uniforme di valori sociali, spaziando esso dall’anarchismo della comunità gerosolimitana e delle eresie medievali al cesaropapismo bizantino e ortodosso; dal machismo di San Paolo alle religiosità femministe di Santa Chiara, Teresa di Avila e Teresa di Lisieux; dalla teologia gerarchica di Dionigi lo pseudo-areopagita, a quella anarchica di Gioacchino da Fiore;  dal relativismo di Tertulliano al dogmatismo di San Tommaso; dal determinismo di Lutero al volontarismo di Erasmo; dal filo-confucianesimo di Matteo Ricci al filo-buddhismo di Raimon Panikkar (ambedue gesuiti). Basti pensare che, fino a metà del Medioevo, anche i sacerdoti cattolici potevano sposarsi, come quelli orientali e protestanti, senza che ciò avesse suscitato controversie di rilievo. L’unica cosa che ha accomunato, nel tempo e nello spazio, tutta questa gente disparata è la fede in Gesù Cristo.

Nello stesso modo, le idee sui “diritti umani” nella cultura “laica” europea sono anch’esse le più varie: dall’assoluta disciplina del singolo allo Stato o al Partito, che viene espressa di Saint-Just e Mazzini, all’indiscriminato  arbitrio individuale di Stirner; dalla repressione penale dell’omosessualità in quasi tutti i Paesi europei fino agli anni ’60  del secolo scorso, all’ esaltazione della stessa nella cultura “gender”; dalla difesa a ogni costo della libertà di pensiero in Stuart Mill, all’elenco dei libri proibiti di Lukàcs.

Personalmente, non trovo che i “diritti civili” siano particolarmente ben difesi in Europa. Il fatto stesso che i documenti ufficiali li esaltino, ma poi la realtà dei fatti li neghi (con gli abusi delle multinazionali, le epurazioni, le censure, i reati di opinione; lo scioglimento di movimenti politici; le “extraordinary renditions”; la repressione di minoranze come quelle conservatrice, islamica, catalana, nord-irlandese, serba, russofona; la detenzione di Assange, le violenze nelle prigioni…), ridicolizza il concetto stesso di “Stato di Diritto”, che, a mio avviso, dovrebbe significare invece che, una volta che ci sia dati (quale che sia la procedura legislativa) una legge (costituzionale, civile o penale), poi le autorità la devono applicare in modo obiettivo e rigoroso, senza distinguere se i soggetti colpiti siano grandi potenze o comuni cittadini, di destra o di sinistra, di una o di un’altra religione, multinazionali o piccole-medie imprese. Invece, in Europa le Autorità applicano in modo sistematicamente discriminatorio le legislazioni sulla privacy, sulla cittadinanza, sul segreto di Stato, fiscale e antitrust, e perfino quella penale (pensiamo ad Abu Omar, al Cermis, all’ omicidio Meredith, per non parlare delle leggi memoriali e sui delitti d’opinione), a seconda che si tratti o no dei poteri forti, con le conseguenze aberranti che stiamo vedendo ancora recentemente nei casi  Schrems, Web Tax e antitrust.

Non mi risulta che nessuno (né di sinistra, né di destra) si sia scomodato al Parlamento Europeo per ospitare Assange o Snowden, per confermare la condanna dei sequestratori di Abu Omar, per scorporare i GAFAM, per applicare le sentenze SCHREMS  o per vietare i tax rulings.

L’identità europea non nasce 70 anni fa

3.L’”IDENTITÀ EUROPEA”.

Ambedue i fronti “contrapposti” al Parlamento Europeo pretenderebbero  di difendere la “vera identità europea”, ma, a mio avviso, sono, gli uni e gli altri, fra coloro che la stanno distruggendo. Per gli uni, la “vera identità europea” consisterebbe nel cristianesimo modernistico e chiliastico; per gli altri, nella “laicité à la Francaise”. In realtà, ambedue queste correnti sono ora, e sono state sempre nella storia, minoritarie in Europa. Basti pensare a Sant’Agostino, al Dictatus Papae, a Dante,a Matteo Ricci, a Pascal, a Kierkegaard, a Guénon, a Saint-Exupéry, a Simone Weil…, che non si possono certo inquadrare nell’una, né nell’ altra scuola.

E’ assurdo anche sostenere, come fanno i cosiddetti “sovranisti”, che gli unici difensori dell’Identità Europea siano gli Stati Membri. Per me, l’identità europea è iscritta innanzitutto nell’inconscio collettivo (Freud, Jung), poi nelle opere di Omero, Ippocrate, Erodoto, Socrate, Orazio, Dante, Machiavelli, Pascal, Rousseau, Leibniz, Voltaire, Alfieri, Foscolo, Kierkegaard, Baudelaire, Nietzsche, Freud, Jung, Wittgenstein, Coudenhove-Kalergi, Saint Exupéry, Drieu la Rochelle, Chabod, che non hanno affatto un carattere “nazionale”. Certo, vi sono anche le identità euroregionali (nordica, atlantica, mitteleuropea, eurasiatica, mediterranea, balcanica), come pure quelle nazionali, regionali e cittadine, ma sono  funzioni di una poliedrica identità europea (così come Chabod aveva illustrato mirabilmente abbinando il suo libro sulla storia dell’ idea di Europa a quello sull’ idea di nazione.

A me sembra che ambedue le fazioni siano ispirate in realtà dalla più totale ignoranza (cfr. Tinagli, la grande ignoranza;  Iacci, Sotto il segno dell’ ignoranza). Avendo dedicato decenni della mia vita a studiare l’Identità Europea, so che, per capire che cosa abbiano avuto, ed abbiano, in comune, miliardi di persone delle epoche più diverse, occorre uno studio accanito e puntiglioso, di antropologia, filosofia, filologia, storia, sociologia, economia, politica, storia della cultura. Inoltre, l’Europa è sempre stata un Paese altamente elitario, dove gl’ideali culturali sono sempre stati patrimonio di pochi (i “kaloikagathoi”, i “saggi”, i “santi”, i “chierici”, gli “iniziati”, gli “hommes d’esprit”). Come stupirsi che le tracce dell’identità europea siano così difficili a ricostruirsi?

Eppure, l’esperienza acquisita mi dice che quel poco che si trova in materia è più che sufficiente a riempire molti volumi, e comunque è troppo abbondante  per poter essere facilmente comunicato. Basti considerare che già soltanto il primo volume della mia storia dell’ Identità Europea (“10.000 anni d’identità europea”) è di quasi 400 pagine.

Molti degli aspetti di quell’ identità si riallacciano a culture ancestrali, come quelle di Jamnaja, danubiana, dei mitici Tùatha de Danann; altre, alla cultura greco-romana; altre ancora alle religioni abramitiche; alcune  ai Popoli delle Steppe; altre ancora a Paesi che oggi non sono Stati, come il sacro Romano Impero, gl’Imperi dell’ Europa Orientale e dell’ Oltremare, l’Aragona, la Provenza, la Borgogna, la Scozia, il Galles, la Prussia, la Jugoslavia…

L’educazione degli Europei dovrebbe passare attraverso quest’esercizio della memoria.

L’identità comincia dalla cultura

4. La “DIFESA DELL’ IDENTITÀ”

Se c’è qualcosa in cui i “sovranisti” hanno ragione è nel fatto che le identità (tutte le identità, personali, sessuali, familiari, locali, territoriali, religiose, cetuali, ideologiche, nazionali, etniche, continentali), vanno difese energicamente (la “Selbstbehauptung” di heideggeriana memoria), mentre troppi pretesi “europeisti” vorrebbero in realtà ch’esse sparissero, per fare luogo a un amalgama indifferenziato di “persone” ( “anthropoi”, “Menschen, “Ljudy”,”emberek”, “Nas”) senza qualità.

Sotto il punto di vista della difesa delle identità, le carte in regola le hanno più  i “sovranisti” dell’ Est, che, per difendere quelle identità, hanno combattuto tante guerre, dalle insurrezioni dell’ Ottocento, a quelle durante la IIa Guerra Mondiale, alle guerriglie del Dopoguerra, ai fatti di Berlino, Budapest, Poznan, Praga, Danzica, Vinius, …e per questo è del tutto comprensibile che i governanti ungheresi, polacchi o sloveni, si ribellino all’accusa di “illibertà” rivolta loro da molti  leaders europei occidentali, che, quando gli orientali combattevano e morivano, simpatizzavano magari per le forze dell’Asse o per il blocco comunista, e comunque non hanno mai  imbracciato un fucile in difesa della libertà, come il presidente Janša.

E, certo, fa parte della difesa dell’identità anche la gestione della demografia e dei flussi migratori, ma questa non può  essere fatta in modo aprioristico ed astorico, bensì solo tenendo conto dei legami storici con i vari Paesi, del surriscaldamento atmosferico, dei rapporti con lo slavismo, la Russia e la Siberia…

Infine, la polemica contro il preteso “Superstato” europeo è semplicemente irreale,  se si pensa che basta un viaggio in Europa di Soros, di Bannon, di Pompeo , di Biden o di Blinken per fare cambiare tutte le idee a tutti i politici europei (altro che Superstato! Piuttosto, una colonia, di cui sono complici tanto gli “europeisti” quanto i “sovranisti”).

I “sovranisti” dovrebbero intanto spiegarci come si fa a difendere la sovranità dei popoli d’Europa nell’ era dello “Hair Trigger Alert”, del CRISPR, delle  gravidanze eterologhe, dell’Intelligenza Artificiale, di Echelon, di Prism, senza Stati-potenza, capaci di una difesa nucleare, come diceva De Gaulle, “à tous les azimuts”, di un proprio Internet, dell’”unione del civile e del militare”, di servizi segreti autonomi worldwide. E ci spieghino anche se, secondo loro,  ciascuno dei 27 Stati “sovrani” dell’ Unione possa, o debba, dotarsi di tutto ciò.

Di converso, le Istituzioni ci dovrebbero spiegare come fanno a contrastare la propaganda sovranista  contro il depotenziamento degli Stati Membri,  quando, in 60 anni, non hanno neppure iniziato a discutere su come dotare l’Unione degli attributi della sovranità  come sopra. Altro che “Superstato”! L’Unione e gli Stati Membri sono dei semplici Stati-fantoccio in balia del Complesso Informatico-Militare americano. E’ovvio che, in questa situazione,l’adozione di un eventuale “regola della maggioranza” nelle istituzioni europee non cambierebbe nulla  e, anzi, renderebbe solo più facile agli emissari americani vedere eseguiti i propri ordini. Infatti, tutti i politici, di tutti i partiti e di tutti gli Stati, quando sono in gioco gl’interessi americani, sono sempre tutti d’accordo (come sulla questione delle basi e sui GAFAM). Il problema è quindi a monte: bisogna eleggere come rappresentanti dell’Europa persone non manipolabili dall’esterno.

E’ paradossale, ma l’unico difensore della sovranità europea è oggi Ji Xinping, che si è visto vede costretto a convincerne  Merkel e Macron via teleconference. Secondo la televisione cinese CNTV, il presidente ha infatti espresso ieri ad Angela Merkel ed Emmanuel Macron  l’auspicio che “gli Europei possano svolgere un ruolo più attivo negli affari internazionali e raggiungere l’indipendenza strategica”.Gli uffici stampa dei due Governi  in questione hanno confermato ufficialmente solo a metà questo scambio di  punti di vista con Xi Jinping, che comunque resta rilevante ai fini di quanto andiamo qui affermando: che cioè i leaders europei hanno purtroppo bisogno di qualcuno che gli ricordi dall’ esterno che debbono essere più indipendenti . 

L’Europa ha un’identità poliedrica

5. Una “TERZA VIA”, semplicemente… “europea”

Da quest’ analisi comparativa delle questioni più qualificanti, risulta che, né le posizione dei “sovranisti”, né quelle dell’ “establishment”, sono atte a far uscire l’Europa dall’ “empasse” cui essa si trova, e che esse, al di là delle apparenze, sono in realtà molto simili fra di loro.

Per questo motivo, abbiamo proposto, e continuiamo a proporre, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa e fuori di essa, una posizione ancora diversa:

1)L’Europa unita è necessaria al mondo quale strumento per contrastare il tentativo del Complesso Informatico-militare di eternare il proprio controllo sull’ Umanità mediante la centralizzazione del sistema digitale (la “Singularity”di von Neumann e di Kurzweil);

2)L’Europa potrà svolgere questo suo compito solo inserendosi autorevolmente nel conflitto in corso fra le grandi potenze digitali, in modo da affermarsi  quale sistema sociale e tecnico alternativo, fondato sul rilancio, contro  la decadenza e contro la tecnocrazia, dei valori dell’Età Assiale (l’”Europa Poliedrica” di cui hanno parlato i Pontefici);

3)Per divenire multipolare, l’Europa deve rendersi indipendente, prima culturalmente, poi politicamente, poi economicamente, e, infine, militarmente, dal blocco occidentale in cui oggi è inserita (la “Sovranità Strategica” vagheggiata da Macron e da Borrell, ma che, come si vede, non viene concretamente perseguita);

4)Per raggiungere veramente una siffatta sovranità, l’Europa deve rafforzare le proprie resistenze immunitarie all’omologazione tecnocratica, prima riscoprendo la propria cultura, poi dandosi un’industria digitale, e, infine, coordinando le due nell’ ambito di un nuovo sistema sociale digitale partecipato (una sorta di cogestione dell’industria digitale, ampliando e modernizzando il “diritto sociale europeo”).

Tutto ciò significa che i pensatori e le organizzazioni veramente e semplicemente “europeisti” non potranno esimersi dall’ entrare in conflitto, tanto con i “sovranisti” di facciata, quanto con un “establishment” che si pretende “europeista”, ma non fa neppure più finta di preoccuparsi del futuro dell’Europa (e dell’Umanità).

Dobbiamo creare, in sostanza, un “TERZO FRONTE”, semplicemente “europeo”, alleandoci con chiunque (in primo luogo Russia e Cina) ci possa aiutare a creare un qualche margine di libertà per il nostro Continente, e recuperando tutte le memorie eccentriche che, nel corso della Storia, hanno creato l’Identità Europea contro tutti gli arrendisti, i conformisti e, in generale, i mediocri, che non sono mancati e non mancano tutt’ora nel nostro Continente.

PROFEZIE CHE SI AVVERANO

La battaglia di Frankenhausen, in cui gli anabattisti issarono la bandiera arcobaleno

Nei nostri ultimi post avevamo affrontato una serie di temi interconnessi (dalla visita di Biden in Europa, alle previsioni sul futuro di quest’ultima, alla Via della Seta, fino al modo di scrivere la storia). Una serie di prese di posizione  forse estreme, scoordinate ed estemporanee. Nel corso dello scorso week-end, molte delle nostre ipotesi, anche quelle appena accennate, si sono però rivelate azzeccate, dimostrando che esiste uno spazio politico e culturale per posizioni  molto personali come le nostre, le quali hanno  forse qualche chance di avere un seguito in questa confusa transizione europea.

Subito dopo la UE e la NATO, Biden ha incontrato Putin

1.La crociata incompiuta di Biden

Esattamente come prevedevamo, la crociata si è rivelata molto meno aggressiva e meno incisiva quanto previsto, visto che si è conclusa con una parziale apertura alla Russia, testimoniata  innanzitutto dall’ l’O.K. americano al North Stream 2 (ma a quale titolo gli USA avrebbero potuto continuare a impedire un rapporto commerciale così importante fra due Stati sovrani? E come potrebbe l’Europa garantirsi approvvigionamenti energetici stabili, economici, e sostanzialmente sostenibili ambientalmente se non dalla Russia? Dallo Shale gas? Dal carbone polacco? Dai gasdotti che passano dal Donbass, dal Caucaso o dal Kurdistan?)

In realtà, anche se non lo si dice, agli USA non dispiace che l’Europa riallacci il dialogo con la Russia, sperando così di isolare la Cina, come dimostrato dalla proposta del summit Europa-Russia lanciata da Merkel e da Macron. Tra l’altro, tutto il gas venduto agli Europei non è venduto alla Cina, riducendo l’interdipendenza frav quei due Paesi.

Di converso, se l’America rinunzia a interferire nel North Stream 2, a che titolo può ragionevolmente imporre un analogo boicottaggio della Via della Seta?

Non per nulla, il Ministro Wang Yi ha già telefonato a Di Maio per proporgli di ricominciare le attività comuni sulla stessa.

Nello stesso tempo, prendiamo atto che perfino un periodico tipicamente atlantista come Panorama ha dato ospitalità a un articolo, senz’altro equilibrato, ma che dice le stesse cose che diciamo noi: “Il mondo si riapre a più scenari, la storia non va più a senso unico. Ma all’ insorgenza di outsider popolari reagisce l’Apparato mondiale, l’ Establishment tecno-finanziario-multinazionale e le caste politico-culturali-finanziarie dei singoli Paesi.”

Marcello Veneziani perviene così in sostanza alla nostra stessa conclusione: “E se al ripristino dell’ Occidente si debba preferire un mondo multipolare di aree sovrane che trovano punti di accordo? E se il destino italiano ed europeo fosse quello di interagire in autonomia con l’America e la Russia, senza schiacciarsi su una delle due?”

Il North Stream è stato completato con la benedizione di Biden

2.Scontri militari e politici in Europa

Neppure la previsione che l’area europea rischi di trasformarsi in un campo di battaglia di schegge impazzite è risultata fuori luogo.

Intanto, 4 mesi fa si era concluso, con la conquista da parte asera del Nagorno Karabagh, la guerra più che trentennale fra Armenia e Azerbaidjan, la quale, insieme ai moti di Danzica e all’invasione dell’Afghanistan, era stata la scintilla che aveva provocato la fine dell’impero sovietico. Essa aveva infatti dimostrato che, se due repubbliche federate potevano impunemente farsi la guerra fra di loro, né l’Unione Sovietica era più uno Stato, né il Patto di Varsavia era più un efficiente alleanza militare.Si sta verificando così, nell’indifferenza generale, un nuovo, impressionante esodo di Armeni, simile a quell’ altro, ancora non sanato, dei Serbi dalla Krajina, e per fortuna non comparabile a quello forzato del 1914-15, il “Genocidio Armeno”.

L’armistizio era stato raggiunto grazie alla Russia, non più unilateralmente filo-armena, bensì neutrale, anche per mantenere buoni rapporti con la Turchia, vicina all’ Azerbaidjan, e la Russia sta seguendo passo passo l’attuazione degli accordi. Inoltre, si sta completando nel Nagorno-Karabagh un tratto della ferrovia turca Kars-Baku, che può essere considerata un segmento della Via della Seta, senza che nessuno protesti.

Gli Armeni fuggono bruciando le proprie case e trascinando via, con auto e furgoni, perfino gli alberi, come a suo tempo  i Serbi della Krajna. Come mai a questo esodo forzato  i media non hanno dato lo stesso spazio di quello dedicato ai richiedenti asilo? Forse perché la Russia neo-zarista si sta imponendo come una forza pacificatrice dove là dove l’ Unione Sovietica aveva fallito. Quando non è nell’ interesse propagandistico della strategia euroatlantica, fenomeni di così ampia portata vengono bellamente ignorati.

Ancor più recentemente, in controtendenza rispetto all’atteggiamento aperturista di Biden, la Marina Inglese ha tentato di affermare la propria presenza tramite crociere delle proprie navi da guerra al largo della Crimea (in parallelo a quelle nel Mar della Cina), ricevendo (forse) qualche cannonata da parte dei Russi. Alla faccia della “Pace Perpetua”, stiamo tornando alle deportazioni di popolazioni (1870-1948), alle Guerre dell’ Oppio (1839-60) e di Crimea (1853-56).

Ma è in campo politico che l’Europa si sta spaccando puntualmente in blocchi contrapposti: pro e contro il dialogo con la Russia e/o con la Cina; pro o contro l’Ungheria; Nord contro Sud; Regno Unito contro tutti.

La guerra del Nagorno Karabakh ha più di 100 anni

3.Sostanza statuale del Vaticano

Avevamo indicato, nei precedenti post, fra i soggetti attivi dal punto di vista geopolitico, il Vaticano.

Il giorno dopo, è stata presentata al Governo italiano, la nota vaticana in cui si  è fatta valere la sussistenza, nel Ddl Zan, di un profilo di violazione del Trattato del Laterano, che garantisce alla Chiesa la libertà di opinione, là dove il decreto in questione potrebbe essere interpretato nel senso ch’esso vieterebbe la critica all’ “ideologia gender”.

Il bello che, dopo poche, pallide proteste, la nota vaticana  ha dato luogo ad un intenso lavorio parlamentare per risolvere i problemi da essa sollevati. Con ciò riconoscendo la forza del Vaticano  quale Stato sovrano, quale organismo internazionale e parte contraente della Repubblica Italiana.

Contestualmente, non si è potuto verificare il preconizzato incontro con il Papa del Presidente Biden, che, come è noto, è cattolico, ma è aspramente criticato dall’ episcopato americano, in quanto “pro choice” (cioè favorevole a lasciare alle donne la libertà di abortire). Questo mancato incontro fa il paio con quello con Pompeo, inviato a Roma dal precedente presidente americano.

Senza entrare qui nel merito di queste mosse, mi limito a notare che l’ultima, da molti contestata, configura un passo in avanti, da parte del Vaticano, nel presentarsi come un soggetto geopolitico a tutto tondo, e indipendente da ogni pressione esterna. Tale pretesa è, a nostro avviso, del tutto giustificata, innanzitutto dal fatto che la Città del Vaticano è uno Stato riconosciuto da tutto il mondo e  intrattiene rapporti diplomatici con tutti i Paesi, ma, soprattutto, che la Chiesa Cattolica è l’unica chiesa avente un’organizzazione centralizzata e capillare presente a livello mondiale, sì che anche le altre religioni le riconoscimento un ruolo rappresentativo e di leadership del movimento ecumenico. Come tale, essa interviene, anche con accenti dissonanti, in tutte le grandi questioni del mondo, e, in primis, nella nascente conflittualità fra gli USA e le potenze eurasiatiche.

Se si riconosce in pratica un ruolo geopolitico, spesso centrale, ai GAFAM, ai BATX e alle ONG, che vengono consultati in sede di modifica delle norme che li riguardano, e a loro volta chiedono spesso, anche in modo aggressivo, modifiche di tali leggi, come sarebbe possibile non riconoscere questo ruolo alla Chiesa Cattolica?

Si dice che, in tal modo, la Chiesa violerebbe la laicità dello Stato. Ma quest’ultima è disciplinata (e quindi, ovviamente, delimitata) dai Patti Lateranensi (opera di Mussolini) come successivamente modificati (per opera di Craxi), e recepiti nella Costituzione (grazie a Togliatti). Fra gli Stati e le Chiese, sempre e dovunque, vige una situazione di compromesso, perché non è possibile tracciare una linea precisa là dove finisce la politica e comincia la religione. Inoltre, nel caso in questione, credo che chiunque – Stato, organizzazione o cittadino che sia-, possa appellarsi a un principio costituzionalmente riconosciuto, come la libertà di opinione, in quasi tutto il mondo, e, ciò, anche con un’azione di tipo politico, come riconosciuto a qualsiasi organizzazione e ONG.

Infine, non si capisce perché tutti i distinguo che si fanno nei confronti delle religioni “classiche” (non solo quella cristiana, ma anche quella islamica, che ha ormai in Europa milioni di aderenti), non si fanno anche nei confronti delle “nuove religioni”, quali quella di Internet e quella “dei diritti”. Con la scusa che esse non sarebbero “religioni”, non si pone ad esse alcun limite, di modo che esse possano tranquillamente soppiantare quelle “tradizionali”, ristrette da lacci e lacciuoli (cfr. Laicité à la Francaise).

Il Vaticano, erede dell’ Impero Romano

4. “Regenbogenfahne”

Nel fare ciò, il Vaticano ha toccato un altro dei punti dei nostri blog della scorsa settimana, vale a dire il peso soffocante che il “politically correct” e il “pensiero unico” stanno acquisendo nelle società occidentali, sì che attendiamo solo che qualche forza organizzata prenda l’iniziativa per avviare una sollevazione generale  contro il conformismo generalizzato nel nome delle tradizionali libertà che l’ Occidente e l’ Europa affermano affannosamente (ma poco credibilmente) di perseguire, violandole invece continuamente di fatto.

A questo proposito, può essere sembrato, a taluni, irriverente aver paragonato, nei nostri post, il sistema politico attuale alla ex DDR, con la sua “Blockpolitik” , facendo indirettamente riferimento anche al mito della Rivolta Anabattista (violentemente combattuta, non solo dai Principi Tedeschi, ma, soprattutto, da Lutero e da Zwingli, che consideravano estraneo alla Riforma il suo chiliasmo materialistico e immanentistico e i suoi risvolti terroristici), ma, invece, esaltata dal nazionalsocialismo (che dedicò a Florian Geyer una divisione di SS), e poi dalla DDR (che costruì un grandioso memoriale sullo Schlachtberg a Frankenhausen e creò una “brigata contadina”con lo stesso nome e un campo di addestramento dei “Pionieri” dedicato a Muentzer). Nel precedente post, avevamo inserito l’immagine di una bandiera della DDR incrociata con una Regenbogenfahne, la “bandiera arcobaleno”, che i più ignorano fosse stata originariamente il simbolo degli Anabattisti (come rivelato, forse casualmente, dall’ edizione del Giugno 2021 di “Geschichte”, ma che comunque appare, nel monumento di Stolberg,  nelle mani di Muenzer).

La “Bandiera arcobaleno”, come del resto tanti altri simboli politici (come ad esempio l’aquila bicipite, la stella rossa, il saluto romano), ha una storia successiva altrettanto tortuosa. Infatti, dopo essere stata assunta come simbolo del movimento italiano per la pace fondato da Lucio Capitini e dell’ opposizione alla guerra in Irak, è divenuta, rimodellata (con 6, anziché 7, strisce: chissà perché?), la bandiera del movimento LGTB, quella che si è tentato inutilmente di proiettare sullo stadio di Monaco prima della partita con l’ Ungheria.

Il movimento di Muentzer, presentato dalle storiografie comunista e nazista essenzialmente come di rivolta sociale, aveva assunto, con la presa di Muenster, i risvolti di una violenta palingenesi chiliastica, con una teocrazia sul modello veterotestamentario e un regime di condivisione di donne e beni e pratiche di purificazione degli eletti (roghi di libri, riti catartici collettivi, espulsioni, ecc.).

Gli Anabattisti avevano chiamato Muenster  Nuova Sion e se ne erano proclamati re. Avevano imposto la totale comunione dei beni, al punto di proibire la chiusura delle porte delle case perché chi era nel bisogno potesse prendere ciò che gli serviva quando lo desiderava.  Era stato abolito il denaro, ed ogni bene prezioso fu espropriato dai governanti per la causa. Ogni libro, ad eccezione della Bibbia, era stato bruciato, mentre chi si opponeva veniva eliminato. Venne imposta una poligamia forzata: nessuna aveva diritto di restare nubile. Il rifiuto della donna equivaleva alla morte sulla pubblica piazza

C’è veramente qualcosa di strano  nell’ammantarsi ,nella bandiera di Muentzer di tutta l’Europa protestante, quando i protestanti, e soprattutto i “principi della nazione tedesca” sobillati da Lutero, furono i nemici implacabili degli Anabattisti. In effetti, molte delle vicende odierne hanno ancora l’andamento tipico di una guerra di religione, dove il richiamo, ossessivo e non argomentato, ai “nostri valori”, o, per altri, ai “valori non negoziabili” (che si rivelano spesso quelli delle eresie più estreme) rivela la potente presenza di una non trasparente “teologia politica”. Tra parentesi, come ha scritto Rémi Brague, parlare di “valori” è limitativo, perché presuppone ch’essi valgano solo soggettivamente: sicché i “valori europei”, mentre pretendono di essere universali, in realtà sono quelli di un’infima setta, che è riuscita a prevalere sulle altre.  Il discorso “maistream” occidentale sta muovendosi lungo una sorprendente curvatura dei “fanatici dell’ Apocalisse” , che difficilmente avrebbero approvato, né  i fondatori della Riforma, né quelli dell’Unione Europea (come per esempio il futuro beato Schuman), e che non è, comunque, in linea con le esigenze attuali di opposizione al dominio delle macchine intelligenti, ma, anzi, lo favorisce.

Alcune, fra le controversie di cui sopra, si riallacciano a concezioni settarie del sacro, tipiche dell’era della Rivoluzione industriale e degli Stati Nazione. Guardando le cose da un’ottica ben più ampia, millenaria e mondiale, il sacro, come c’insegna Jan Assmann, è tollerante perché è pluralista. Come scrive su “La Stampa” Umberto Galimberti, esso è addirittura indifferenziato, al punto da non distinguere fra il Bene ed il Male. Tenere il sacro fuori dalla vita dei popoli è impossibile. La “religione” che ci era familiare e a cui tutti pensano costituiva in realtà un fragile compromesso, che evitava tanto il carattere tragico del sacro antico, quanto un’irruzione del sacro chiliastico, ben più violente di quelle paventate dai laicisti. Rotti gli argini delle “repressive” teologie razionali, torniamo ora al “Dio Invitto”, come descritto nell’omonimo libro di Altheim dedicato all’imperatore/dio/sacerdote Elagabalo.

Se si abbattono le religioni istituite, ritorna il sacro illimitato, come ai tempi
del Despotatus: l’Imperatore dio del Sole

5.L’attualità del nostro impegno culturale

In un momento in cui, per il pressapochismo della Conferenza sul Futuro dell’Europa, per l’indifferenza a tutti i livelli per i problemi reali, e, infine, per le prepotenze degli Stati Uniti e dei GAFAM, si potrebbe pensare che qualunque impegno serio  a favore del nostro Continente sia condannato all’insuccesso, queste piccole vittorie intellettuali nella tempestiva lettura degli eventi contemporanei ci incoraggiano a proseguire nella nostra opera di studio e informazione. Da modesti pensieri possono nascerne grandi azioni.

Tra l’altro, è in corso di pubblicazione sui temi qui trattati un profluvio di nuovi libri, sui quali vi relazioneremo sinteticamente.

CHI COMANDERA’ IN EUROPA? Risposta all’ articolo di Ezio Mauro su “La Repubblica” del 21 Giugno

Come usuale, in Europa comanderanno tutti tranne noi

L’articolo di Ezio Mauro rappresenta, a mio avviso, l’esempio più estremo di scollamento fra le capacità di comprensione della realtà del “mainstream” europeo e la realtà effettiva del mondo contemporaneo.

Infatti, mentre quest’ultimo è dominato, come tutti vedono, e vedrebbero ancor meglio se non venissero sistematicamente disinformati, dalla corsa verso le nuove tecnologie – certamente di USA e Cina, ma non soltanto (anche Vaticano, Russia, Israele, India, Corea del Sud e del Nord, Giappone)- perché queste, come ha detto Putin, “garantiscono il controllo del mondo”, il nostro ”mainstream” si diletta a disputare circa modeste questioni di bilancio.

Come scrive Mauro, il tutto mentre si svolge senz’alcuna copertura mediatica la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che dovrebbe occuparsi proprio di queste cose, e “l’Europa si trova in prima linea come stesse riscrivendo la propria costituzione materiale”.

Teilhard de Chardin, il teologo del postumanesimo

1.Teo-tecnocrazia

Il fatto è che, in Europa ancor più che altrove, il vero potere è oggi inserito nella tecnologia, una tecnologia le cui leve sono altrove.

La tecnologia nasce come fatto religioso, e, quindi, automaticamente, come supremo fatto di potere. Fare miracoli era infatti una prerogativa degli Dei;“eritis sicut Dii” è stata da sempre la grande tentazione. Basti pensare a Dedalo e Icaro, come pure al Golem.

Newton, teologo ed alchimista, aderiva a una setta secondo cui la scienza e la tecnica erano una continuazione dell’opera di Dio, che questi aveva affidato all’ uomo. Il “Primo Programma Sistemico deell’ Idealismo Tedesco”                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           patrocinava  una “nuova scienza”, con cui l’uomo avrebbe creato se stesso. I “cosmisti” russi credevano che andare nel Regno dei Cieli significasse andarvi fisicamente con delle astronavi (concetto non per nulla coniato dal loro Tsiolkowski, e ribadito nel “Gimn-Marsh Kosmonautov” di era sovietica). Ci ricordiamo della frase di Gagarin dallo spazio: “Boga niet” (“Dio non c’è”)?

Di converso, il  gesuita Teilhard de Chardin credeva che lo sviluppo dell’ informatica avrebbe costituito il ritorno di Gesù Cristo (il “Punto Omega”), mentre Ray Kurzweil, direttore tecnico di Google, crede che esso permetterà la fusione fra uomo e natura (la “Singolarità Tecnologica”).

Il Vaticano ha appena creato una Fondazione RenAIssance, dedicata all’intelligenza artificiale.

L’Intelligenza Artificiale, redentrice dell’ Umanità. Come potrebbero delle superpotenze come la Russia e gli Stati Uniti, che si credono investite della missione di salvare, l’una, l’ Europa, e, l’ altra, il mondo, esimersi dalla corsa verso la Singolarità Tecnologica? Come potrebbero le Chiese astrarsi da questa competizione?

Nel soffitto della Rotonda del Congresso, dissacrata dai Trumpiani, c’è l'”Apotheosis” di Giorgo Wahington, la sua trasformazione in un dio

2.”Chi saranno i signori della Terra?”

Questa competizione apocalittica era stata anticipata da Nietzsche sotto la voce “Grande Politica”. Per questo filosofo, che ricalcava da vicino gli archetipi delle varie Apocalissi, prima dell’avvento del Superuomo, vi sarebbe stato l’ultima grande battaglia, appunto, per la “signoria della Terra”. E non dimentichiamo ch’egli pensava che questo conflitto l’avrebbe vinto l’Europa.

Ora Mauro pone la stessa domanda, ma vi dà una risposta estremamente più banale. Dove gli attori sono la Commissione, gli Stati membri, il populismo, il liberismo.

In realtà, in Europa non comandano oggi le istituzioni, né europee, né nazionali. E’ questa la ragione dell’insolubilità dei suoi problemi, e questo è l’unico, centrale, tema di riforma: la “Sovranità Europea”: solo  con essa gli Europei comanderanno in Europa e potranno discutere efficacemente con il resto del mondo

Come si può vedere in mille occasioni, dai progetti tecnologici,  alle guerre in Medio Oriente, allo spionaggio, alle sanzioni, all’ antitrust, ai paradisi fiscali,  i diktat, non solo del Presidente americano, ma perfino dei GAFAM, sono determinanti per fare cambiare politiche faticosamente concordate fra gli Europei: dall’ Eurofighter, alla Web Tax, alla Via della Seta, al Trattato con la Cina.

Le previsioni su chi comanderà in Europa non possono quindi prescindere da uno studio, seppure sommario, delle strategie delle Grandi Potenze, e, in primo luogo, degli Stati Uniti.

Questi ultimi, dopo la caduta del Muro di Berlino, erano convinti di avere oramai mano libera per il controllo del mondo intero. Giacché, però, proprio in quel momento incominciavano ad intravvedersi gl’inizi di nuovi movimenti di resistenza, potenzialmente più pericolosi del comunismo brezhneviano, come l’ Islam politico degli Ayatollah, gli USA avevano  preso in mano la strategia digitale dei guru californiani, consistente nel controllare ogni attività, umana e non, attraverso il World Wide Web, i cui nodi essenziali sono sotto controllo americano. In questo modo, la “Fine della Storia” non sarebbe più stata un vuoto slogan, bensì una realtà, perché ogni resistenza al centro teo-tecnocratico sarebbe divenuta impossibile.

A quel punto, il maggiore possibile concorrente degli Stati Uniti, la Cina, ha elaborato a sua volta una strategia alternativa, fondata su un’antichissima dottrina militare, quella di MoZi e di SunZu: la “guerra senza limiti”, che semplicemente prendeva atto dell’onnipervasività dell’elemento informatico.

Fu in quella sede che fui coniata l’idea di una “Sovranità Digitale” cinese, copiata vent’anni dopo dai leaders europei. Tale sovranità consiste nel fatto di dotarsi di una rete autonoma dal web americano e possedente le stesse caratrteristiche. Obiettivo, questo, realistico per la Cina per due motivi: la vastità del mercato cinese, superiore a quello americano, e la completa indipendenza del governo cinese da quello americano.

Detto, fatto: oggi, la Cina possiede le stesse strutture digitali degli Stati Uniti, e un mercato digitale superiore a quello di tutto l’“Occidente” messo insieme. Ovviamente, le multinazionali cinesi (BATX) ambiscono a competere sui mercati mondiali con quelle americane (GAFAM), e questo costituisce uno dei principali motivi di conflitto.

Da circa un decennio, gli Stati Uniti sono ossessionati da questa concorrenza, che, non riuscendo a stroncare con strumenti di mercato, cercano di strangolare con mezzi politici (propaganda, boicottaggi, sanzioni, embargo), oramai dettagliatamente programmati con il Final Report della Commissione NSCAI e con la Resolution  1169, che contiene e commenta ampi stralci dei discorsi di Xi Jinping.

A sua volta, la Cina ha approntato una serie di documenti strategici, come “Made in China 2025” e “China Standards “2030”, che descrivono nel dettaglio il percorso per superare gli Stati Uniti  in campo tecnologico entro meno di un decennio.

Nel frattempo, la Russia non è stata a guardare, e si è data un’autonomia digitale parziale dal World Wide Web, in questo imitata dall’India.

Tutto ciò non significa affatto che le Superpotenze non intendano dialogare fra di loro. Come dimostrato dal recente viaggio il Europa di Biden, quest’ultimo, dopo avere richiamato energicamente gli “alleati” europei al dovere di allinearsi al 100% sulle posizioni anti-cinesi e anti-russe dell’ America, è andato a Ginevra (in un castello di proprietà cinese, a scambiarsi complimenti con Putin, e, soprattutto, a concordare un percorso per sostituire, alle consultazioni sui missili nucleari, oramai obsolete, quelle sulla cyberguerra (con cui ambo i Paesi hanno incominciato a colpire gli avversari). Infatti, come ai tempi della Guerra Fredda, è essenziale, da un lato, per la sicurezza nucleare, ma, dall’altra, per il controllo sugli alleati, l’accordo fra le Superpotenze. Così, come prima si adopravano instancabilmente per impedire la proliferazione nucleare, ora si adoprano con altrettanto zelo per impedire la sovranità digitale degli alleati.

Eric Schmidt, Amministratore di Google, presiede la Commissione NSCAI

3. Le previsioni dei documenti americani e NATO

Gli anni dal 1945 al 2021 sono stati caratterizzati in Europa da conflitti a bassa intensità: guerre civili in Est Europa, guerre coloniali e post-coloniali,  invasioni sovietiche, terrorismo, guerra greco-turca, guerre post jugoslave e post-sovietiche, guerre umanitarie.

Gli sviluppi in corso annunziano invece guerre tecnologiche, come quelle  digitali (Styx, Echelon, Wikileaks, Prism, attacchi alle reti baltiche, Cambridge Analytica) e legali (Huawei, Tik Tok,17+1, Sputnik V).

Non sappiamo quanto procederanno le discussioni fra Russi e Americani sul contenimento delle guerre digitali, né quelli, in corso, fra Cinesi e Americani. Presumibilmente, già prima dei fatidici 2025-2030, avremmo anche presenze conflittuali in Europa di hacker arabi, israeliani, turchi, iraniani.

Gli unici ad essere inerti saranno gli Europei, più che mai privi di strumenti operativi, e quindi soggetti passivi e sudditi, se non obiettivi da colpire (soprattutto per danneggiare gli Americani, che immagazzinano da noi truppe e bombe atomiche).

I meccanismi “di coordinamento” previsti con gli Europei nel quadro delle iniziative di Biden sono tutti volti a tenere sotto controllo gli Europei, relegandoli addirittura ad un “terzo livello”, sotto quelli dei “Five Eyes” (UK, Canada, Australia e Nuova Zelanda), e quelli del “Quad” (India, Vietnam e Giappone), come scritto a chiare lettere nella “Resolution 1169”.  I comitati congiunti per le nuove tecnologie e la cybersecurity (previsti nei vari documenti ma tenuti praticamente segreti) saranno a senso unico, nel senso che gli USA ci racconteranno quello che fanno loro, ma noi non faremo praticamente nulla.

Se nessuno fa nulla, l’ Europa diverrà come il Medio Oriente.

4. Probabili conflitti a bassa intensità

In considerazione della competizione conflittuale sul piano mondiale fra gli USA e il blocco eurasiatico, è improbabile che la vita politica in Europa si svolga pacificamente. Più probabile è la prosecuzione di conflitti a bassa intensità, anche con fronti variabili, come in Medio Oriente, fra la superpotenza egemone (USA), lo sfidante europeo (la Russia), un paio di potenti outsider (Cina e Israele), altri outsiders (vari potentati medio-orientali), e, poi, Inghilterra, Turchia, Ungheria, Polonia, e non dimentichiamo neppure il Vaticano. Non dimentichiamo neppure che continuano i conflitti in Ucraina, Azerbaidjan e Kurdistan, e che Catalogna e Scozia non sono certo domate. Né, infine, che, da un lato, l’Unione Europea non rappresenta più, dopo Brexit, la maggioranza degli Europei, e, dall’ altro, che perfino la Svizzera ha interrotto il cammino verso l’integrazione.

L’ Unione Europea  ignora tutte queste criticità, continuando a pensare che i suoi faticosi processi interni siano l’ “ombelico del mondo”, e pretendendo, come ha fatto Borrell, di “avere imparato il linguaggio del potere” Sembra impossibile che i vertici non se ne rendano conto. E’più probabile ch’essi pensino  al loro ruolo come a quello  di Don Ferrante nei “Promessi Sposi”: “sopire, troncare, troncare, sopire”, per poi riuscire ad andare in pensione cumulando vitalizi nazionali ed europei.

Tuttavia, è possibile che, se da parte europea si continua a non attrezzarsi, dal punto di vista culturale, istituzionale, tecnologico, economico e militare (per esempio, con un’Agenzia Europea per la Tecnologia), a comandare saranno, certamente non i vertici europei o degli Stati Membri; probabilmente, non più gli Stati Uniti da soli, bensì una pluralità di poteri, statali e non statali,  in conflitto fra di loro, come succede in Medio Oriente almeno dalla crisi dell’ Impero Ottomano. Chi ne farà le spese saranno i nostri figli.

Se queste sono le intenzioni, era inutile convocare una Convenzione sul Futuro dell’Europa.

LA “DOTTRINA BIDEN” non basta a fermare, né il North Stream 2, né le Nuove Vie della Seta.

La Dottrina Biden: Rigorosissima a parole,
debole nei fatti

La crociata lanciata da Biden contro Russia e Cina ripropone  per l’ennesima volta il secolare obiettivo americano del disciplinamento del mondo sotto l’egida della razionalità occidentale. Obiettivo fondativo ed essenziale, enunziato già da Washington, Emerson, Whitman, Kipling, Mead, Fiske, Wilson, Willkie, Albright, Huntington, Bush, Obama, ma, come si vedrà,  sempre più irrealistico per le contraddizioni insite nella ideologia “occidentalistica”…, come dimostrato dal sostanziale fallimento del richiamo all’ ordine di Biden (cfr. Caracciolo. Biden ha tirato una linea nella sabbia).

Innanzitutto, quella di avere postulato da più di due secoli lo sviluppo di tutta l’Umanità secondo il modello tecnocratico “occidentale”, e poi pretendere che il resto del mondo, ormai  tecnologizzato ma infinitamente più numeroso, non pretenda un ruolo centrale sulla scana mondiale. La logica della “concorrenza”, non solo commerciale, ma filosofica, tecnologica e politica, porta automaticamente alla necessità di “fare carriera”, di “primeggiare” sugli altri. Questo vale per gl’individui, le famiglie, i ceti, le “cordate”, ma anche per le città, le Regioni, gli Stati, i Continenti. Come si può pensare che la Cina o l’India, con i loro miliardi di abitanti e le loro civiltà millenarie, accettino di essere in un qualche modo subordinati a un Paese di 300 milioni e con trecento anni di storia?

Con un approccio solo parzialmente nuovo, e ancor più radicale di quelle precedenti, la “Dottrina Biden” è basata innanzitutto su due iniziative parlamentari “bipartisan” (NSCAI e “Resolution S1169”), miranti ad organizzare un’inestricabile rete burocratica per l’irreggimentazione di tipo militare della società americana e degli “alleati”. Alleghiamo un estratto del “Final Report” della “Commissione NSCAI” e ci riserviamo di fare altrettanto con il “Report S1169” quando sarà definitivo. Essi chiariscono la logica e gli strumenti della “Dottrina Biden” come nessun altro documento. Perciò vale la pena di esaminarne alcuni elementi.

L’adesione, richiesta da Biden, alla crociata anti-eurasiatica, costituirebbe comunque una modifica all’attuale Politica estera e di Difesa dell’ Europa, ultimamente basata sull’ idea della Sovranità Strategica, brandita da Macron, Merkel e Borrell. Tuttavia, anche qui  non ci sono grandi novità, perché, da sempre, nella storia dell’integrazione europea, abbiamo assistito ad un “tira e molla” fra l’ovvia esigenza degli Europei di un minimo di autonomia dall’ America e i bruschi richiami all’ ordine da parte di quest’ultima, dalla congiura contro l’Olivetti, al boicottaggio di Gorbaciov, di Jelcin e dell’ Airbus, a Echelon e Prism, all’uccisione di Calipari,  alle sanzioni di Trump, alla lotta contro i progetti della nuova Via della Seta (Taranto, Trieste, Peljesac, Budapest-Belgrado, autostrada montenegrina,  5G, vendita dell’ IVECO,  Università Fudan…).

In ogni caso, gli Europei hanno rifiutato nei fatti di aderire pedissequamente alla “Dottrina Biden”, proseguendo molti dei loro progetti

Kissinger ha contribuito notevolmente alla grandezza della Cina

1.L’inconsistenza della “Sfida Sistemica”

La definizione propagandistica che l’Amministrazione USA dà della sua iniziativa, come lotta cosmica fra “democrazie” ed “autocrazie” (ampiamente discutibile già dal punto di vista concettuale) cela a malapena la volontà di negare alla maggior parte del mondo il diritto di esprimere la propria cultura e le proprie tradizioni, in stridente contrasto con il vantato multiculturalismo dei “liberal” americani. Le cosiddette “autocrazie” sono infatti semplicemente quella grande maggioranza dei popoli della Terra che non condividono i presupposti gnoseologici, culturali, storici, sociali e/o economici del Mainstream puritano, e che pertanto tentano come possono di organizzare una loro resistenza: non solo i Paesi neo-confuciani, ma anche quelli indici, islamici, del Sud del mondo, e perfino dell’Europa Centro-Orientale. Molti di questi fanno perfino parte delle temporanee alleanze che gli USA riescono a costruire, come la Turchia, l’ Arabia Saudita, l’India, il Vietnam e il Giappone. In pratica, quasi tutto il mondo.

Ma, proprio come ha  dichiarato a caldo l’ Ambasciatore cinese a Londra, “piccoli gruppi di Paesi non possono più dettare legge”.L’attuale  “format”del G7 ha fornito quindi un’ottima occasione ai caricaturisti cinesi per avvicinare la riunione di questi giorni a quelle del 1900 quando i Paesi occidentali si spartirono la Cina dopo la Rivolta dei Boxers.

Il progressivo rafforzamento dell’ esecutivo in buona parte dei Paesi del mondo non deriva da una presunta propaganda cinese, ma è semplicemente un effetto delle modalità attuali di conflitto fra le Superpotenze, fondate sull’ informatica, sul finanziamento di moti insurrezionali, su campagne di stampa orchestrate, su pressioni occulte (la “Guerra senza limiti”), a cui sarebbe difficile resistere senza energiche contromisure, quali, appunto, quelle cosiddette dei “wolves warriors” (e comunque senza un “commander in chief” pronto in ogni momento a rintuzzare gli attacchi degli avversari).Del resto, l’idea della “dittatura” fu inventata dalla Repubblica Romana proprio per fare fronte a siffatte situazioni di emergenza (“Hannibal ad portas”).

La missione diplomatica cinese a Bruxelles è stata più esplicita di quella londinese:  “China has always pursued a defensive national policy, and has kept its military modernization legitimate, open and transparent.
In 2021, China’s defense budget is 1.35 trillion yuan ($209 billion) accounting for 1.3 percent of the nation’s GDP, which is less than NATO’s ‘pass line’,”…… “In contrast, the 30-member NATO alliance has a total military spending as high as $1.17 trillion, making up over half of the global sum and 5.6 times that of China.
….It is crystal clear to the world whose military bases stretch all over the world, and whose aircraft carriers are wandering around to flex their military muscle.” 
China has been committed to peaceful development, but will never forget the tragedy of the bombing of the Chinese Embassy in Yugoslavia, nor the sacrifices of our compatriots’ homes and lives,”

La pretesa americana  che la semplice esistenza di seri concorrenti costituisca un’inaccettabile minaccia sistemica corrisponde alla lettera alle retoriche sull’“irreversibilità del socialismo”, in uso nel Blocco Sovietico al tempo della “Dottrina Brezhnev e  in ultima analisi ad una ormai plurimillenaria tradizione chiliastica inaugurata dall’ Impero Achemenide, ben documentata dalle tombe imperiali di Behistun e Naqs-e-Rustam e dalle Storie di Erodoto, ed a cui il mito occidentale del progresso sui riallaccia.

Nei Paesi europei si vuole instaurare
un sistema di “Blockparteien” come nella DDR

2. L’ideologia “mainstream” europea è in gran parte strumentale alla subordinazione agli Stati Uniti.

Come quello del defunto segretario comunista sovietico, il diktat di Biden si rivolge innanzitutto ai “satelliti” europei, restii ad impegnarsi in una battaglia mirante solo a difendere l’egemonia americana (anche su di loro), che per essi, da un lato, sarebbe “contro natura”(un’”alleanza atlantica” contro la Cina?), e, dall’ altro, indebolirebbe la posizione commerciale, politica e tecnologica dell’Europa in un momento di particolare debolezza, che invece richiederebbe politiche innovative e proattive (come un allargamento worldwide dei mercati, senza pregiudizi ideologici). Questo soprattutto in questo momento, in cui l’esplosione in corso delle esportazioni verso la Cina costituisce l’unica ancora di salvezza contro una crisi endemica, moltiplicata dal Covid.

E’ così che gli Europei sono costretti a perseverare nella politica del doppio binario, continuando a commerciare con tutto il mondo (e soprattutto con la Cina e con la Russia) pur accettando di tanto in tanto di fare dichiarazioni offensive contro le stesse ricopiate integralmente su quelle americane, e, soprattutto, di non essere troppo brillanti per non ingelosire gli Americani. Come ha detto Draghi: ”Essere franchi coi ‘dittatori’, ma cooperare nell’ interesse del Paese”. Le cose più importanti (North Stream, industria automotive) restano dunque impregiudicate.

La questione è comunque ben più complessa di quanto la dipinga l’Amministrazione americana, soprattutto   perché molte delle tradizioni politiche da essa “incriminate” come “autocratiche” sono ben meno aliene a quelle europee di quanto si voglia fare credere, in quanto l’Europa fa pur sempre parte da sempre di un ambiente culturale eurasiatico, dove da millenni è stato ben difficile separare, anche solo concettualmente, i coltivatori medio-orientali dai Popoli dei Kurgan, dalle civiltà neolitiche e dai Popoli del Mare; i Greci dai Fenici; i Macedoni dai Persiani; i Germani dagli Sciti e gli Slavi dai Sarmati; gli Ungheresi dai Turchi e i Polacchi dai Russi….Di conseguenza, vi son ben pochi dei “valori asiatici” che non abbiano precise contropartite in Europa.

Basti leggere “Novissima Sinica” di Leibniz per comprendere che,proprio  ai tempi dell’ Illuminismo, Cina e Russia erano considerati per l’ Europa dei modelli da imitare.

Imporre invece una cesura nella tradizione occidentale in corrispondenza della rivoluzione americana significa implicitamente sancire un’inesistente  superiorità ontologica dell’America sul suo antenato europeo, e, quindi, la necessaria subordinazione, all’ America, dell’Europa, intesa come semplice avamposto americano in Eurasia,  come traumaticamente  chiarito trent’anni fa da Brzezinski a Varsavia. 

Il dibattito sull’ “epistocrazia”, evocato, in suoi recenti articoli da Donatella  Di Cesare,  con riferimento all’ uso degli “esperti” fatto da parte del Governo Draghi, ripropone infatti, un classico tema socratico. Socrate, padre della filosofia europea e grande critico della democrazia, invocava infatti, un “governo degli esperti”. Egli riteneva  che vi fossero degli esperti anche e soprattutto della politica, destinati a governare, al di sopra degli altri ( i veri e propri “specialisti”), sull’insieme della “polis”, Secondo Platone, tali esperti del governo della polis  erano i filosofi, e il loro leader avrebbe dovuto essere il “re filosofo”. Estremamente simile a quelle socratica e platonica, la teoria politica neo-confuciana, la quale sosteneva il governo del “Saggio Imperatore” coadiuvato da un ristretto ordine di “letterati” (“Ru”), selezionato  mediante esami. Questo sistema fu esaltato dai Gesuiti (Lettres Amusantes et Curieuses), da Leibniz(Novissima Sinica), da Voltaire (Rescrit de l’Empereur de la Chine)e da Fresnais (Le Despotisme de la Chine), e fu imitato dal Re Sole nella sua politica economica e dall’ Impero Britannico nella selezione dei suoi funzionari. Ma tutta la storia dell’Europa è una storia di “epistocrazia”, da Ulisse ai Sofisti, alla Ciropedia, a Marco Aurelio, ad Averroè, Maimonide, Federico II, i Gesuiti, gl’Illuministi…

Secondo i teorici odierni dell’“epistocrazia”, l’attuale forma di governo della Cina, fondata sul PCC e sul suo “cuore” (“Xin”), nonché su un sistema di esami  (il famigerato “Gaokao”), costituirebbe  l’attualizzazione della società imperiale antica (“Xiaokang”) retta dai Mandarini (Ru), così come lo sarebbe quello della “città-Stato” Singapore. Del resto, tanto le Istituzioni Europee, quanto l’attuale Governo Italiano, sono, o pretendono di essere anch’essi delle “epistocrazie”, non elette e superiori alla politica ordinaria grazie alla loro asserita maggiore competenza (“il governo dei Migliori”).

La Cina di oggi è un Paese tradizionale, ben lungi dal voler imporre al mondo un’ideologia.

3.Strumentalità delle critiche alla Cina

Quello che fa impazzire d’invidia gli “occidentalisti” è però che l’innegabile successo del “socialismo con caratteristiche cinesi”  dimostra che il flessibile armamentario concettuale neo-confuciano è più adatto a descrivere le realtà effettive delle società  postmoderne (occidentali e orientali) di quanto lo siano gli stereotipi manichei occidentali: Stato o Mercato; “eguaglianza” o “diseguaglianza”; ”democrazie” e “autocrazie”; la “kallipolis” come qualcosa di statico; ecc…Addirittura, con grande scandalo della nostra intelligencija di sinistra,  lo stesso marxismo si riesce a capire bene solo con il ricorso ai concetti confuciani di “Xiaokang” e di “Datong”.Non per nulla, Massimo d’Alema, anziché associarsi al coro di attacchi alla Cina, ha ricordato l’incredibile successo della Cina nel sottrarre alla povertà estrema 800 milioni di persone. Del resto, basterebbe essere stati, come me, in Cina, 43 anni fa, e ritornarci adesso, per riconoscere che v’è stato un progresso incredibile, che non ha paragoni nella storia.

D’altronde, in America, tutta questa avversione per la Cina è nata solo recentemente, perché, invece, era stato proprio Kissinger, negli anni ’70, a rivalutare la Cina come il miglior amico dell’ America per sconfiggere l’ Unione Sovietica. Quando, però, allo scorcio del secolo, la Cina ha superato in tutti i campi gli Stati Uniti, allora  quell’ amicizia è sparita, e sono spuntati il Tibet, gli Uiguri, Hong Kong, ecc…, di cui nessuno si era mai interessato. Di converso, sono scomparsi dal mirino i tanto odiati terroristi islamici, al punto che gli USA, contro il parere del resto del mondo, si stanno ritirando dall’ Afghanistan, per sobillare i Talibani contro la Via della Seta, come è già stato fatto con i Baluci e si sta tentando con gli Uiguri.

D’altronde,  negli Anni 70 e 80, l’ America aveva puntato molto su Osama Bin Laden, Kenan Evren e Fethullah Gülen per  sommergere il “Socialismo Arabo” sotto una marea d’integralisti. Erano state perfino aperte succursali medio-orientali di Gladio, come per esempio  la turca “Komünizmle Mücadele Derneği”. Solo dopo la caduta del comunismo l’America ha finalmente liquidato i suoi alleati scomodi e oramai divenuti inutili. Solo dopo il tentativo di Gülen (che vive in una vera e propria fortezza in Pennsylvania) di rovesciare il governo eletto della Turchia, Erdoğan  è stato obbligato a reprimere il suo movimento,  e il Mainstream occidentale si è scatenato contro la Turchia moderatamente islamica dell’ AKP, a favore del telepredicatore.

Non parliamo dell’ Egitto, dell’Arabia Saudita, India, del Giappone e del Vietnam, ultimi casi d’innamoramento degli USA, in pura funzione anticinese, ma che sono ben noti come esempi egregi di culture autoritarie (l’”Homo Hierarcicus” di Dumont, opposto all’ “Homo Aequalis” occidentale), ma non vengono minimamente attaccati perché servono contro la Cina.

Né  parliamo poi dei “diritti umani” o “civili” di cui non può certo ergersi a maestro il Paese del Colonnello Lynch, della Tratta Atlantica, del Trail of Tears, di Hiroshima e Nagasaki, del napalm, di Echelon, Prism e Guantànamo. Tutto questo furore ideologico contro le “autocrazie” si rivela dunque semplicemente un trucchetto di marketing per nobilitare quello che è in realtà un “Impero nascosto” (Immerwahr) che si regge sulle basi militari, sulla violenza poliziesca e sulla tattica degli “Orazi e Curiazi”, e per demonizzare chiunque tenti in un modo o nell’ altro di “sfilarsi” dagli ordini degli USA.

Il 30 Dicembre 2020, i vertici dell’ Europa aveva concordato con Xi Jinping un trattato: adesso si rimangeranno tutto perchè Biden ha protestato?

4.”La Storia siamo noi!”?

Ma è tutto l’armamentario ideologico del “blocco occidentale” a mostrare falle concettuali di vario tipo. Finalmente, anche sui media “mainstream” si affaccia  per esempio il dubbio che le società occidentali stiano andando, senza accorgersene, come prevedevano già Vögelin,  Chomski e Wolin, e, non ultimi, Assange e Snowden,  verso un nuovo, più radicale, totalitarismo, che nulla ha a che fare con i sistemi confuciano o islamico, bensì con dialettiche intrinseche al sistema teo-tecnocratico occidentale. Anzi, l’idea stessa del “totalitarismo” può essere considerato come una forma di “clonazione” del sistema americano da parte di “società premoderne” soggette ad un radicale fenomeno di “rivalità mimetica”. I Dittatori-presidenti, equivalenti “proletari” dei vecchi sovrani; il “partito” avatar del “New Model Army” cromwelliano e delle sette padrone della Nuova Inghilterra; i “tresty” sovietici semplice trasduzione dei “Trust” americani…

Ad esempio, su La Repubblica di Lunedì 7, Francesco Merlo aveva giustamente notato che la presa di posizione  del 2 giugno del Presidente Mattarella,  che aveva citato una canzone di Francesco de Gregori, “La storia siamo noi”, costituiva  una forma di arroganza del potere verso  chi non si riconosce nel “mainstream” storico e culturale. Merlo ha opportunamente ricordato alcuni “impolitici” che hanno rifiutato la Storia con la s maiuscola (Rimbaud, Nietzsche, Roth, Zweig), oltre che alcuni giganti (come Cristoforo Colombo e Marco Polo) che, secondo Merlo, sono stati cooptati dal Mainstream, ma originariamente erano considerati dei casi anomali. Ha ricordato anche il mito di Ulisse, che, a suo avviso, s’identificherebbe l’esaltazione dell’opposizione al “mainstream” , anche se, a mio avviso, il suo collocarsi agli albori dell’ Epoca Assiale   lo colloca piuttosto nell’ideologia monarchica dell’Ellade arcaica. La polemica in corso sul libro di Nicolas Jubber, “Epico”, conferma quest’interpretazione, non solo per il mito di Ulisse, bensì per l’intera tradizione letteraria europea, ovviamente intrisa dei valori “poliedrici” dell’ Epoca Assiale, che comprendono, certo, la “pietas”, ma anche l’esaltazione della violenza del ceto guerriero, l’elogio dell’intelligenza, ma anche la logica dello schiavismo, la critica della tirannide, ma anche una precisa coscienza cetuale…

In realtà, la fede nella Storia “con la S maiuscola” a cui ha fatto riferimento il Presidente della Repubblica è solo una delle tante possibili prospettive da cui guardare al decorso del tempo. Questa Storia mitizzata è stata, ed è, l’appannaggio di un’infima, anche se rumorosa, e spesso fanatica, minoranza, che include elementi diversi, come alcuni aspetti delle religioni iraniche, la profezia apocalittica gioachimita, la dottrina protestante della Predestinazione, l’hegelo-marxismo, la Teoria della Modernizzazione di Rostow, il Punto Omega di Teilhard de Chardin e la Singularity Tecnologica di Kurzweil, ma non certo la maggioranza degl’intellettuali europei. Questi ultimi avevano espresso per lo più, nel corso del tempo, un atteggiamento scettico verso di essa (Schopenhauer, Guénon, Eliade, l’ultimo Kojève e l’ultimo Fukuyama…). Non per nulla “La distruzione della Ragione” di Lukàcs è praticamente la storia di tutta la cultura mitteleuropea dell’800 e del primo 900. Basti pensare anche al romanzo “La storia” (con la S minuscola) scritto da Elsa Morante proprioper decostruire la mitologia della Fine della Storia.

Ne consegue che la fede nelle “Magnifiche Sorti e Progressive” di leopardiana memoria è stata in realtà imposta in Europa da esigue minoranze, di fronte alle quali le più diverse scuole di pensiero si sono ritirate solo perché sconfitte politicamente, se non militarmente, ma non concettualmente. Come rileva l’articolista, queste minoranze non sono però scomparse, ma continuano ad esistere, seppure perseguitate e represse: “l’angoscia della coscienza infelice in fuga senza fine, lo spaesamento di chi si tira fuori o si mette di lato…”.

D’altronde, come rileva Gaetano Azzariti, quand’anche si condivida l’idea di una Storia tendente al progresso, la presente fase storica rappresenta semmai un regresso, ponendo in evidenza il carattere aperto, non già deterministico, della storia. Riconosciamo la profondità dell’analisi storica dell’ illustre costituzionalista, e concordiamo sulla sua citazione di Pasolini, circa la distinzione fra “Progresso” e “Sviluppo”. Tuttavia, rileviamo anche la costante  incapacità dei teorici più acuti della sinistra di comprendere fino in fondo questa distinzione, a causa della loro chiusura in un’ottica “occidentale”, nella quale la coincidenza fra “sviluppo” e “progresso” è profondamente radicata,  da Newton, a Lessing, allo hegelo-marxismo…

Il Governo quasi unanimistico di Draghi ricorda i primi governi Mussolini.

5.Anche la “Memoria Condivisa” è l’ideologia totalitaria per eccellenza.

La pretesa di costruire la cosiddetta “Memoria Condivisa”, cara a suo tempo soprattutto al Presidente Napolitano, costituisce la prosecuzione teorica di quella violenza pratica esercitata nel tempo dalla minoranza storicistica sulle minoranze antistoriche e antipolitiche, premessa essenziale dell’attuale post-umanesimo, che has fatto esclamare, a De Gregori e Mattarella: “la Storia siamo noi”!.

Questa “Memoria Condivisa” pretende d’imporre, non solamente, come lo storicismo unilineare sopra criticato, una sola interpretazione storica, ma addirittura una sola “narrazione”, emotiva (ma la chiamavano “morale”) prima che storica. Secondo questa pretesa “memoria”, dovremmo “parteggiare per decreto”  per i Greci contro i Persiani, per i giudeo-cristiani gerosolimitani contro San Paolo, per gli eretici contro tutte le Chiese, per il Terzo Stato contro gli altri ceti dell’ “Ancien Régime”, per l’ America contro gli Stati europei, ecc…, per assentire “a posteriori” alla pretesa storia unitaria della civiltà occidentale, che viene spacciata abusivamente per civiltà mondiale.

Tutta la politica culturale, dell’ Unione Europea, degli Stati Membri e della grande editoria sono purtroppo attualmente orientati in tal senso, ed è per questo che non si riesce a far amare l’Europa agli Europei, i quali vorrebbero poter apprezzare anche le Civiltà Anatoliche, i popoli delle steppe, l’Islam, , Bisanzio, la Russia, gl’Imperi Centrali…, e si vedono invece proporre sempre una storia mozzata  (cfr. “From Plato to NATOdi John Gress), che va da Atene e Gerusalemme fino a Washington, passando per Roma, Wittemberg e Putney, ignorando bellamente Costantinopoli, Cordova, Palermo, Kiev, Mosca, Budapest, Praga, Danzica…

Manca quel  peregrinare amoroso degli Europei attraverso il loro Continente, alla ricerca delle loro tradizioni comuni, come ha fatto appunto Jubber con “Epico”: da Itaca a Kossovo Polje, da Roncisvalle a Sutton Hoo, da Leire a Reykiavik, da Worms a Esztergom.

Tutto ciò va ulteriormente chiarendosi (e peggiorando) con la  riduzione di tutti i poteri a quello digitale (Intelligenza Artificiale, Cyberguerra, controllo totale, economia digitale, GAFAM..), a cui corrisponde un’ulteriore omologazione culturale, che, alla decina di scuole di pensiero dominanti nel Dopoguerra (anarchica, socialista rivoluzionaria, marx-leninista, social-democratica, laicista, cristiano-sociale, liberale, conservatrice, reazionaria, post-fascista),  ha sostituito un Pensiero Unico, fondato sul materialismo, l’evoluzionismo, l’occidentalismo, il mito del ceto medio, e soprattutto la “Singularità Tecnologica”. Alle vecchie “Tribune Politiche” con pari diritti, almeno fra i partiti costituzionali, si sono sostituiti i “talk shaw” in cui dei “conduttori” emersi chissà come, strapagati e lottizzati politicamente, invitano sempre i soliti noti che esprimono sempre gli stessi punti di vista,  in spregio ad ogni“par condicio”.

Risultati estremi di quanto sopra sono poi i tentativi, oggi in discussione, di approvare ulteriori svariate leggi liberticide, come per esempio, quella che vieterebbe la ricostituzione del Partito Comunista, e, dall’ altra,  quella che imporrebbe “Bella Ciao” quale inno nazionale. Perfino nei periodi più illiberali, dal Medioevo alla Santa Alleanza, dal bolscevismo ai fascismi, c’era una ben maggiore varietà di punti di vista (Chiesa e Impero, guelfi e ghibellini, Cristianesimo e Islam, cattolicesimo, ortodossia e riforma; monarchie assolute, cristianesimo liberale, carboneria; leninismo, trockismo, nazional-comunismo, autogestione, teologia della liberazione; anarco-sindacalismo, futurismo, nazionalismo, corporativismo, imperialismo, razzismo, peronismo).

Poco rileva che l’attuale “Pensiero Unico” sia suddiviso anch’esso in due “tifoserie” solo apparentemente confliggenti, quella “progressista”, social-libertaria ed egualitaria, e quella ”populista”, repressiva e piccolo-borghese. Né l’una né l’altra sono infatti minimamente interessate alla questione che veramente conta: la difesa della diversità umana, che viene soffocata e ignorata.Ambedue favoriscono di fatto il tentativo dell’Occidente di affermare il proprio totale dominio sul mondo intero, espresso nella “Dottrina Biden”, ambedue chiudono gli occhi di fronte all’ inaudito strapotere di Bezos, Zuckerberg e Musk.

Ne consegue che la situazione che si vuole creare per esempio in Italia, con il mainstream, la memoria condivisa e lo storicismo di Stato, sarebbe sostanzialmente identica a quella esistente in Germania Est  ai tempi della “Dottrina Brezhnev” (la “Blockpolitik” dell’”Alleanza Democratica”), con 5 partiti ed “n” movimenti in Parlamento, dove tutto era lottizzato e gestito dietro le quinte dalla STASI e dall’ Unione Sovietica. Oggi, è più evidente che mai che i GAFAM e i 16 servizi segreti americani ci controllano e ci condizionano ben di più della stessa STASI. Basti dire che perfino nella “neutrale”  Svizzera esisteva una specie di Gladio, e che la Danimarca ha aiutato fino a poco tempo fa gli USA a spiare gli stessi vertici della UE, alla quale essa appartiene.

Per questo possiamo tranquillamente affermare che, alla “Dottrina Brezhnev”, si è sostituita la “Dottrina Biden”

Dimentichiamo sempre che il tanto esaltato presente assetto mondiale si regge sull’equilibrio del terrore

6.La  pretesa “etica occidentale” è il dominio della tecnica.

 I fini concepiti dalle varie “etiche” attuali sono solo diverse declinazioni di un apparente (e decrescente) benessere conseguito attraverso le moderne tecnologie, le quali ultime rivendicano per sé, come unico incontrovertibile valore, la loro indubbia capacità di produrre questo (apparente) “benessere” (Pinker). Si tratta in sintesi dell’etica utilitaristica (o meglio “eudemonistica”) dello “Sviluppo” (Pasolini, Azzariti). Per questa sua natura limitativa, l’”etica” contemporanea non riesce,  a causa dell’“eterogenesi dei fini”, a conseguire nessuno degli obiettivi perseguiti. Non quello di fondare principi assoluti, “validi in ogni tempo e in ogni luogo”, né quello di guidare gli uomini verso la felicità, perché, come scriveva Nietzsche, “la felicità viene solo se non voluta”.

Lungi dal costituire delle verità inconfutabili, tanto l’”expertise” dei tecnici, quanto l’”etica” tecnologica, costituiscono soprattutto delle forme mal celate di propaganda dei “poteri forti”, economici e statuali, che finanziano e condizionano gl’intellettuali, i politici, le università, i media, sì che le loro conclamate “verità scientifiche” o “etiche” sono per lo più delle semplici favolette per sviare l’opinione pubblica.

Giacché poi proprio la scienza, come hanno precisato i suoi grandi teorici, da Wittgenstein a Heysenberg, a Einstein, a De Finetti, a Feyerabend, è, anche quando in buona fede, null’altro, che un processo d’ininterrotta “falsificazione”, il preteso “governo della scienza” di cui spesso si sente parlare, non è  umn’ “epistocrazia”,bensì, nella migliore delle ipotesi, un governo della tecnica (“tecnocrazia”). La quale ultima, a sua volta, non ha fini propri perché nasce come “protesi” dell’Umanità per difendersi, nella sua lotta per l’esistenza, sfruttando, di volta in volta, le diverse prospettive offerte dalla tecnica stessa (Gehlen). Per questo motivo, essa è proteiforme, perché tanto la natura, quanto gli avversari umani, reagiscono alle nuove tecniche con sempre nuove contromisure: contro i vaccini, i virus si sviluppano con nuove varianti; contro le bombe atomiche, gli uomini sviluppano i sistemi antimissile.

La tendenza naturale della tecnica è dunque uno sviluppo senza limiti sospinto dalle passioni umane, e, in particolare, una capacità bellica senza limiti, fino all’ autodistruzione (De Landa). E’ significativo che l’ultima frontiera della tecnologia sia costituita proprio dai sistemi d’arma autonomi, che assicurano la Mutua Distruzione Garantita anche in presenza di un Primo Colpo atomico, e, in particolare, le armi autonome intelligenti, capaci di proseguire la guerra perfino dopo la distruzione totale dell’Umanità.

Inoltre, la tecnica, quand’anche non giunga a distruggere l’uomo direttamente, come con la guerra o con l’inquinamento, lo soffoca nelle sue spire, ponendogli limiti e vincoli prima sconosciuti: la “gabbia di Acciaio” di Max Weber, che avvolge l’uomo con fini “intermedi” ed “effetti collaterali”.

Oggi, i leaders dei GAFAM hanno più potere del Presidente degli Stati Uniti

7.I “guru” dei GAFAM alla guida dell’ “America-Mondo”(Valladao)

Non è dunque vero che la tecnica non abbia “fini propri”. Al contrario, proprio perché è l’insieme degli strumenti che servono all’uomo per superare se stesso, la tecnica ha in sé implicita questa tendenza a distruggere l’Umanità sostituendovisi. In altre parole, la tecnica asseconda l’uomo nella sua ricerca di assoluto, ma, proprio perché questo è impossibile, finisce per distruggerlo (cfr. “L’apprendista stregone” di Goethe). Verso questo fine convergono tanto la tendenza all’ ordine (l’idea di un impero mondiale, che garantisca l’armonia universale, vuoi attraverso una benigna monarchia, vuoi attraverso il livellamento universale), quanto quella al disordine (la Terza Guerra Mondiale).

La consapevolezza di questa tendenza autodistruttiva è la radice ultima delle visioni apocalittiche della Storia, che accomunano tutte le culture “non siniche”(non solo quelle occidentali). E questa è, di converso, la grande suggestione delle culture siniche stesse, le quali non per nulla si propongono oggi quali alternative ai modelli occidentali di sviluppo. Questa differenza, non già quella fra “democrazie” e “autocrazie”, costituisce a nostro avviso, l’elemento distintivo fra “Est” e “Ovest”. E, certamente, l’essere stato trascinato a forza in una geopolitica d’ispirazione apocalittica, e, come tale, dominata dal mito del Progresso, è stato un grande shock per l’Oriente, iniziato con il sincretismo dell’ideologia Taiping, proseguito con le bombe di Hiroshima e Nagasaki, ed ancor ora  solo parzialmente superato.

Questa contrapposizione è particolarmente evidente un momento, come questo, in cui gli Stati Uniti pretendono di “mettere in riga”(“rally”) gli alleati per contrastare la Cina, affidando il compito di dirigere la Commissione NSCAI (sul rilancio dell’ Intelligenza Artificiale in funzione anticinese) proprio a quel presidente di Google, Schmidt, che, nel suo “The New Digital Age”, aveva proposto che la sua azienda si ponesse alla testa degli Stati Uniti per la conquista del mondo, mentre il suo direttore tecnico, Kurzweil, è noto per interpretare tale conquista del mondo come attuazione della “Singolarità Tecnologica”.

In questo modo si  conferma che il motore primo della storia contemporanea è questa lotta della Megamacchina occidentale per imporre l’omologazione digitale al resto del mondo. Quest’”imperialismo progressista” è la ragione della maggior parte degli attuali conflitti, in particolare di quelli con le potenze eurasiatiche.

E’ per questo che, nell’ Ultimo G7, mentre in fondo si sono ammesse varie deroghe all’inossidabile disciplina degli alleati presupposta dalla Dottrina Biden (per esempio nei settori commerciali e ambientali) si è insistito sul coordinamento del settore digitale, che deve restate saldamente in mani americane, per garantire la sottomissione degli Europei all’ America. Altro che “Sovranità Digitale!”

Nello Haft Peykar, Rustam che contempla i “sette ritratti” delle sette spose, simbolo delle diverse
culture del mondo

8.La democrazia internazionale quale pluricentrismo delle culture

Quanto Donatella di Cesare afferma dell’utilità della democrazia intesa quale “proficuo disordine” dovrebbe valere a maggior ragione per il pluricentrismo culturale, dove, proprio per la definizione dei fini dell’Umanità, è necessario concorrano tutte le grandi visioni del mondo: non soltanto quelle chiliastiche, per cui l’escatologia è terrena, ma anche  quelle messianiche, che perseguono un’escatologia puramente spirituale; quelle trascendenti, che ignorano la storia; quelle agnostiche, che perseguono un mondo armonioso senza curarsi del corso del tempo; quelle cicliche, che vedono una continua distruzione e rinascita e, infine,  quelle sincretiche, che si sforzano di conciliarle tutte, o, almeno, alcune.

A mio avviso, l’Europa, se vuole rappresentare, come pretende la Commissione, il “Trendsetter del dibattito mondiale”, deve collocarsi fra queste ultime, come del resto è consono alla sua tradizione “poliedrica”, che vede insieme il mito del Progresso e quello dell’Età dell’ Oro, la concezione lineare della Storia e l’Eterno Ritorno, l’escatologia individuale e quella collettiva…

Purtroppo, secondo il “mainstream” occidentale, “Anche la politica è chiamata a una razionalità crescente e progressiva. Il suo compito sarebbe quello di mettere una buona volta a posto il mondo”: appunto, l’escatologia terrena, che si traduce automaticamente nel blocco della vita. S’impone pertanto una vera e propria rivoluzione culturale, che liberi la cultura degli Europei dal determinismo storico tecnocratico (Azzariti) e dall’arroganza nei confronti delle altre parti del mondo.

E, per realizzare quest’obiettivo, l’Europa deve darsi un sistema educativo e culturale orientato, sulla scia dei Gesuiti, di Spengler, di Toynbee, di Eliade, di Frankopan, allo studio comparato delle culture, un qualcosa che oggi praticamente non esiste, schiacciati, come siamo,  fra “occidentalismo” e specialismo.

Solo così l’ Europa potrà proporsi come il “trandsetter del dibattito mondiale”, non già come un burattibo nelle mani dei tecnocrati californiani.

Gli Europei non possono cambiare idea ogni momento a ogni stormir di fronda

9. Il G7: un compromesso che non soddisfa nessuno

Le dichiarazioni rilasciate alla fine del vertice del G7 costituiscono un pout-pourri  di luoghi comuni contraddittori  che si trascinano da decenni  con il solo effetto di fossilizzare lo status quo. Ricordiamo che già fin dalla Dottrina di Solana sulla Politica Estera e di Difesa, nel 2003, l’ Europa si trascina stancamente fra un ossequio agli USA“perinde ad cadaver” da parte, appunto, di Solana, a un approccio possibilista ai tempi della Mogherini, per poi passare all’ adesione entusiastica al TTIP obamiano, arenatosi spontaneamente, per poi trascinare per ben 13 anni le trattative sul Trattato con la Cina, siglato atipicamente per tele-conference, fino al “congelamento” dello stesso qualche mese dopo da parte del Parlamento.

Quindi, niente di nuovo sotto il sole. Biden non ha inventato nulla, e, soprattutto, non  è riuscito significativamente a fare  più di quanto avessero già fatto Obama e Trump, per intralciare, ove possibile, i rapporti fra l’ Europa e il resto del mondo.

Anche perché i documenti formali contro i quali l’ America si sta scagliando (l’ MOU italiano sulla Via della Seta e il Trattato UE sugl’investimenti) hanno un carattere meramente simbolico, i veri affari essendo conclusi altrove.

La tanto discussa adesione dell’Italia alla Via della Seta non aveva comportato, fin dall’ inizio, nessun incremento significativo del business italo-cinese, perché gl’Italiani si erano auto-limitati già allora per compiacere l’ambasciata americana, eliminando i 2/3 dei business previsti. Invece, i business che contano, dei Paesi che contano non sono stati toccati Il giorno prima del vertice in Cornovaglia, gli Stati Uniti hanno tolto le sanzioni alle imprese tedesche che stavano finendo di costruire il North Stream 2.  Nello stesso modo, nessuno si è sognato di contestare i recentissimi investimenti al 100% da parte di tutte le case automobilistiche tedesche.

Quanto poi all’ idea di Draghi, di “rivedere l’ MOU”, non già di cancellarlo, è quanto mai priva di contenuto, perché l’MOU non aveva praticamente effetti pratici, al di là della solidarietà morale con gli sforzi della Cina.

Infine, la Via della Seta non dipende certo dall’ MOU italiano, perché esiste da decine di migliaia di anni, ed anche oggi è più attiva che mai. Se l’Europa vuole dare un minimo di sostanza alla sua vecchia “iniziativa di connettività”, mai seriamente attuata, e l’America vuole rispolverare la vecchia idea di Hilary Clinton, ciò non farà che dare ulteriore forza alle Vie della Seta, che per loro natura vanno da Roma a Xi’an, e servono a stringere i rapporti fra tutti gli antichi Paesi dell’Eurasia, sottolineando così l’estraneità geografica, storica e culturale dell’America.

Del resto, mentre gli USA e la UE non hanno investito, in questo decennio, praticamente nulla nelle “loro” Vie della Seta, la Cina ha già finanziato un’enorme quantità di autostrade, ferrovie e porti in Cina, e molti in Kazakhstan, Pakistan, Africa Orientale, ex-Jugoslavia, Grecia, Germania, ma c’è ancora tantissimo da fare per completare la prevista rete di trasporti (soprattutto in Europa Orientale e in Persia). Quanto alla “Via della Sete della Salute”,  la Cina ha consegnato nei Paesi in Via di Sviluppo centinaia di milioni di dosi. Se ora anche gli Stati Uniti accetteranno di esportarne qualche decina di milioni, tanto di guadagnato per tutti, ma non scalfisce il primato cinese in questo settore.

Secondo il Final Report, il comitato per l’intelligenza artificiale dovrebbe essere presieduto da Kamala Harris

ALLEGATO

US Congress
FINAL REPORT OF THE NATIONAL SPECIAL COMMISSION ON ARTIFICIAL INTELLIGENCE

COMMISSION MEMBERS

Eric Schmidt Chair Safra Catz Steve Chien Mignon Clyburn Chris Darby Kenneth Ford José-Marie Griffiths

Robert Work Vice Chair Eric Horvitz Andrew Jassy Gilman Louie William Mark Jason Matheny Katharina McFarland

Andrew Moore

Executive Summary

No comfortable historical reference captures the impact of artificial

intelligence (AI) on national security. AI is not a single technology

breakthrough, like a bat-wing stealth bomber. The race for AI supremacy is not like the space race to the moon. AI is not even comparable to a general-purpose technology like electricity. However, what Thomas Edison said of electricity encapsulates the AI future: “It is a field of fields … it holds the secrets which will reorganize the life of the world.” Edison’s astounding assessment came from humility. All that he discovered was “very little in comparison with the possibilities

that appear.”

The National Security Commission on Artificial Intelligence (NSCAI) humbly acknowledges

how much remains to be discovered about AI and its future applications. Nevertheless, we

know enough about AI today to begin with two convictions.

First, the rapidly improving ability of computer systems to solve problems and to perform

tasks that would otherwise require human intelligence—and in some instances exceed

human performance—is world altering. AI technologies are the most powerful tools in

generations for expanding knowledge, increasing prosperity, and enriching the human experience. AI is also the quintessential “dual-use” technology. The ability of a machine to perceive, evaluate, and act more quickly and accurately than a human represents a competitive advantage in any field—civilian or military. AI technologies will be a source of

enormous power for the companies and countries that harness them.

Second, AI is expanding the window of vulnerability the United States has already entered. For the first time since World War II, America’s technological predominance—the backbone of its economic and military power—is under threat. China possesses the might, talent, and ambition to surpass the United States as the world’s leader in AI in the next decade if current trends do not change. Simultaneously, AI is deepening the threat posed by cyber attacks and disinformation campaigns that Russia, China, and others are using to infiltrate

our society, steal our data, and interfere in our democracy. The limited uses of AI-enabled

attacks to date represent the tip of the iceberg. Meanwhile, global crises exemplified by the COVID-19 pandemic and climate change highlight the need to expand our conception of national security and find innovative AI-enabled solutions.

“The NSCAI Final Report

presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict.”

Given these convictions, the Commission concludes that the United States must act now to field AI systems and invest substantially more resources in AI innovation to protect  its security, promote its prosperity, and safeguard the future of democracy. Today, the government is not organizing or investing to win the technology competition against a committed competitor, nor is it prepared to defend against AI-enabled threats and rapidly adopt AI applications for national security purposes. This is not a time for incremental toggles to federal research budgets or adding a few new positions in the Pentagon for Silicon Valley technologists. This will be expensive and require a significant change in mindset. America needs White House leadership, Cabinet-member action, and bipartisan Congressional support to win the AI era.

The NSCAI Final Report presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict. It is a two-pronged approach. Part I, “Defending America in the AI Era,” outlines the stakes, explains what the United States must do to defend against the spectrum of AI-related threats, and recommends how the U.S. government can responsibly use AI technologies to protect the American people and our interests. Part II, “Winning the Technology Competition,”addresses the critical elements of the AI competition and recommends actions the government must take to promote AI innovation to improve national competitiveness and protect critical U.S. advantages. The recommendations are designed as interlocking and mutually reinforcing actions that must be taken together.

Part I: Defending America in the AI Era.

AI-enhanced capabilities will be the tools of first resort in a new era of conflict as strategic competitors develop AI concepts and technologies for military and other malign uses and cheap and commercially available AI applications ranging from “deepfakes” to lethal drones become available to rogue states, terrorists, and criminals. The United States must prepare to defend against these threats by quickly and responsibly adopting AI for national security and defense purposes. Defending against AI-capable adversaries operating at machine speeds without employing AI is an invitation to disaster. Human operators will not be able to keep up with or defend against AI-enabled cyber or disinformation attacks, drone swarms, or missile attacks without the assistance of AI-enabled machines.

National security professionals must have access to the world’s best technology to protect themselves, perform their missions, and defend us. The Commission recommends that the government take the following actions:

Defend against emerging AI-enabled threats to America’s free and open society. Digital dependence in all walks of life is transforming personal and commercial vulnerabilities into potential national security weaknesses. Adversaries are using AI systems to enhance disinformation campaigns and cyber attacks. They are harvesting data on Americans to build profiles of their beliefs, behavior, and biological makeup for tailored attempts to manipulate or coerce individuals. This gathering storm of foreign influence and interference requires organizational and policy reforms to bolster our resilience. The government needs to stand up a task force and 24/7 operations center to confront digital disinformation. It needs to better secure its own databases and prioritize data security in foreign investment screening, supply chain risk management, and national data protection legislation. The government should leverage AI-enabled cyber defenses to protect against AI-enabled cyber attacks. And biosecurity must become a top-tier priority in national security policy.

Prepare for future warfare. Our armed forces’ competitive military-technical advantage could be lost within the next decade if they do not accelerate the adoption of AI across their missions. This will require marrying top-down leadership with bottom-up innovation to put operationally relevant AI applications into place. The Department of Defense (DoD)

should:

First, establish the foundations for widespread integration of AI by 2025. This includes building a common digital infrastructure, developing a digitally-literate workforce, and instituting more agile acquisition, budget, and oversight processes. It also requires strategically divesting from military systems that are ill-equipped for AI-enabled warfare and instead investing in next-generation capabilities.

Second, achieve a state of military AI readiness by 2025. Pentagon leadership must act now to drive organizational reforms, design innovative warfighting concepts, establish AI and digital readiness performance goals, and define a joint warfighting network architecture. DoD must also augment and focus its AI R&D portfolio. Readiness will also require promoting AI interoperability with allies and partners.

Manage risks associated with AI-enabled and autonomous weapons. AI will enable new levels of performance and autonomy for weapon systems. But it also raises important legal, ethical, and strategic questions surrounding the use of lethal force. Provided their use is authorized by a human commander or operator, properly designed and tested AI enabled and autonomous weapon systems can be used in ways that are consistent with international humanitarian law. DoD’s rigorous, existing weapons review and targeting procedures, including its dedicated protocols for autonomous weapon systems and commitment to strong AI ethical principles, are capable of ensuring that the United States will field safe and reliable AI-enabled and autonomous weapon systems and use them in a lawful manner. While it is neither feasible nor currently in the interests of the United States to pursue a global prohibition of AI-enabled and autonomous weapon systems, the global, unchecked use of such systems could increase risks of unintended conflict escalation and crisis instability. To reduce the risks, the United States should (1) clearly and publicly affirm existing U.S. policy that only human beings can authorize employment of nuclear weapons and seek similar commitments from Russia and China; (2) establish venues to discuss AI’s impact on crisis stability with competitors; and (3) develop international standards of practice for the development, testing, and use of AI-enabled and autonomous weapon systems.

Transform national intelligence. The Intelligence Community (IC) should adopt and integrate AI-enabled capabilities across all aspects of its work, from collection to analysis. Intelligence will benefit from AI more than any other national security mission. To capitalize on AI, the Office of the Director of National Intelligence needs to empower and resource its science and technology leaders. The entire IC should leverage open-source and publicly available information in its analysis and prioritize collection of scientific and technical intelligence. For better insights, intelligence agencies will need to develop innovative approaches to human-machine teaming that use AI to augment human judgment.

Scale up digital talent in government. National security agencies need more digital experts now or they will remain unprepared to buy, build, and use AI and associated technologies.

The talent deficit in DoD and the IC represents the greatest impediment to being AI-ready by 2025. The government needs new talent pipelines, including a U.S. Digital Service Academy to train current and future employees. It needs a civilian National Digital Reserve Corps to recruit people with the right skills—including industry experts, academics, and recent college graduates. And it needs a Digital Corps, modeled on the Army Medical Corps, to organize technologists already serving in government.

Establish justified confidence in AI systems. If AI systems routinely do not work as designed or are unpredictable in ways that can have significant negative consequences, then leaders will not adopt them, operators will not use them, Congress will not fund them, and the American people will not support them. To establish justified confidence, the government should focus on ensuring that its AI systems are robust and reliable, including through research and development (R&D) investments in AI security and advancing human-AI teaming through a sustained initiative led by the national research labs. It should also enhance DoD’s testing and evaluation capabilities as AI-enabled systems grow in number, scope, and complexity. Senior-level responsible AI leads should be appointed across the government to improve executive leadership and policy oversight.

Present a democratic model of AI use for national security. AI tools are critical for U.S. intelligence, homeland security, and law enforcement agencies. Public trust will hinge on justified assurance that government use of AI will respect privacy, civil liberties, and civil rights. The government must earn that trust and ensure that its use of AI tools is effective, legitimate, and lawful. This imperative calls for developing AI tools to enhance oversight and auditing, increasing public transparency about AI use, and building AI systems that advance the goals of privacy preservation and fairness. It also requires ensuring that those impacted by government actions involving AI can seek redress and have due process.

The government should strengthen oversight and governance mechanisms and establish a task force to assess evolving concerns about AI and privacy, civil liberties, and civil rights.

Part II: Winning the Technology Competition.

The race to research, develop, and deploy AI and associated technologies is intensifying the technology competition that underpins a wider strategic competition. China is organized, resourced, and determined to win this contest. The United States retains advantages in critical areas, but current trends are concerning. While a competitive response is complicated by deep academic and commercial interconnections, the United States must do what it takes to retain its innovation leadership and position in the world. The U.S. government must embrace the AI competition and organize to win it by orchestrating and aligning U.S. strengths.

Organize with a White House–led strategy for technology competition. The United States must elevate AI considerations from the technical to the strategic level. Emerging technologies led by AI now underpin our economic prosperity, security, and welfare. The White House should establish a new Technology Competitiveness Council led by the Vice President to integrate security, economic, and scientific considerations; develop a comprehensive technology strategy; and oversee its implementation.

Win the global talent competition. The United States risks losing the global competition for scarce AI expertise if it does not cultivate more potential talent at home and recruit and retain more existing talent from abroad. The United States must move aggressively on both fronts. Congress should pass a National Defense Education Act II to address deficiencies across the American educational system—from K-12 and job reskilling to investing in thousands of undergraduate- and graduate-level fellowships in fields critical to the AI future. At the same time, Congress should pursue a comprehensive immigration strategy for highly skilled immigrants to encourage more AI talent to study, work, and remain in the United States through new incentives and visa, green card, and job-portability reforms.

Accelerate AI innovation at home. The government must make major new investments in AI R&D and establish a national AI research infrastructure that democratizes access to the resources that fuel AI development across the nation. The government should: (1) double non-defense funding for AI R&D annually to reach $32 billion per year by 2026, establish a National Technology Foundation, and triple the number of National AI Research Institutes; (2) establish a National AI Research Infrastructure composed of cloud computing resources, test beds, large-scale open training data, and an open knowledge network that will broaden access to AI and support experimentation in new fields of science and engineering; and (3) strengthen commercial competitiveness by creating markets for AI and by forming a network of regional innovation clusters.

Implement comprehensive intellectual property (IP) policies and regimes. The United States must recognize IP policy as a national security priority critical for preserving America’s leadership in AI and emerging technologies. This is especially important in light of China’s efforts to leverage and exploit IP policies. The United States lacks the comprehensive IP policies it needs for the AI era and is hindered by legal uncertainties in current U.S. patent eligibility and patentability doctrine. The U.S. government needs a plan to reform IP policies and regimes in ways that are designed to further national security priorities.

Build a resilient domestic base for designing and fabricating microelectronics. After decades leading the microelectronics industry, the United States is now almost entirely reliant on foreign sources for production of the cutting-edge semiconductors that power all the AI algorithms critical for defense systems and everything else. Put simply: the U.S. supply chain for advanced chips is at risk without concerted government action.

Rebuilding domestic chip manufacturing will be expensive, but the time to act is now. The United States should commit to a strategy to stay at least two generations ahead of China in state-of-the-art microelectronics and commit the funding and incentives to maintain multiple sources of cutting-edge microelectronics fabrication in the United States.

Protect America’s technology advantages. As the margin of U.S. technological advantage narrows and foreign efforts to acquire American know-how and dual-use technologies increase, the United States must reexamine how to best protect ideas, technology, and companies without unduly hindering innovation. The United States must:

First, modernize export controls and foreign investment screening to better protect critical dual-use technologies—including by building regulatory capacity and fully implementing recent legislative reforms, implementing coordinated export controls on advanced semiconductor manufacturing equipment with allies, and expanding disclosure requirements for investors from competitor nations.

Second, protect the U.S. research enterprise as a national asset—by providing government agencies, law enforcement, and research institutions with tools and resources to conduct nuanced risk assessments and share information on specific threats and tactics, coordinating research protection efforts with allies and partners, bolstering cybersecurity support for research institutions, and strengthening visa vetting to limit problematic research collaborations.

Build a favorable international technology order. The United States must work hand-in hand with allies and partners to promote the use of emerging technologies to strengthen democratic norms and values, coordinate policies and investments to advance global adoption of digital infrastructure and technologies, defend the integrity of international technical standards, cooperate to advance AI innovation, and share practices and resources to defend against malign uses of technology and the influence of authoritarian states in democratic societies. The United States should lead an Emerging Technology Coalition to achieve these goals and establish a Multilateral AI Research Institute to enhance the United States’ position as a global research hub for emerging technology. The Department of State should be reoriented, reorganized, and resourced to lead diplomacy in emerging technologies.

Win the associated technologies competitions. Leadership in AI is necessary but not sufficient for overall U.S. technological leadership. AI sits at the center of the constellation of emerging technologies, enabling some and enabled by others. The United States must therefore develop a single, authoritative list of the technologies that will underpin national competitiveness in the 21st century and take bold action to catalyze U.S. leadership in AI, microelectronics, biotechnology, quantum computing, 5G, robotics and autonomous systems, additive manufacturing, and energy storage technology. U.S. leadership across these technologies requires investing in specific platforms that will enable transformational breakthroughs and building vibrant domestic manufacturing ecosystems in each. At the same time, the government will need to continuously identify and prioritize emerging technologies farther over the horizon.

Conclusion

This new era of competition promises to change the world we live in and how we live within it. We can either shape the change to come or be swept along by it. We now know that the uses of AI in all aspects of life will grow and the pace of innovation will continue to accelerate.

We know adversaries are determined to turn AI capabilities against us. We know China is determined to surpass us in AI leadership. We know advances in AI build on themselves and confer significant first mover advantages. Now we must act. The principles we establish, the federal investments we make, the national security applications we field, the organizations we redesign, the partnerships we forge, the coalitions we build, and the talent we cultivate will set America’s strategic course. The United States should invest what it takes to maintain its innovation leadership, to responsibly use AI to defend free people and free societies, and to advance the frontiers of science for the benefit of all humanity. AI is going to reorganize the world.

America must lead the charge.

LA “VIA DELLA SETA DELLE DEMOCRAZIE”

(O “VERDE”)non esclude, bensì completa la “Belt and Road Initiative”(“Yi Dai Yi Lu”)

Con la loro campagna contro l’adesione dell’Italia alle “Nuove Vie della Seta” e contro il trattato europeo sugl’investimenti, già siglato con la Cina, gli Stati Uniti non sono tuttavia ancora riusciti a impedire seriamente la prosecuzione della fiorente collaborazione dell’Europa con l’area eurasiatica, sviluppatasi  come non mai dopo la pandemia.

Intanto, il giorno prima de G 7, il Governo americano ha tolto le sanzioni alle imprese tedesche che stanno completando il North Stream 2. Quando, poi, si è trattato di discutere (a porte chiuse) sulla Cina, è stato sospeso il WiFi, cosicché fosse impossibile registrare le note di disaccordo. Ma, soprattutto, non si è parlato, né del Xin  Jiang, né del Covid. Infine, Biden è corso a omaggiare Putin, dimostrando così che, invece, gli USA, con i “dittatori” ci possono parlare, eccome. Anzi, gli Europei dovrebbero parlare con “i dittatori” solo attraverso l’ America, che così ne trae tutti i benefici, mentre gli Europei non “cresceranno” mai.

Anche la posizione complessiva del Governo Italiano è stata abilmente sfumata, con vari personaggi politici che smentiscono in vario modo le dichiarazioni apparentemente “atlantiste” di Draghi (il quale a sua volta le fa con una tale asetticità, da far pensare di non crederci affatto).

Queste sono, per noi, buone notizie.

Il nostro Paese si trova da 30 anni in uno stato di decadenza ininterrotta. Il nostro PIL è in costante discesa, tanto rispetto alla media UE che a quella mondiale. I nostri punti di forza tradizionali, come la metalmeccanica, la cultura, la moda, il turismo, arrancano sotto la spinta di concorrenti agguerriti, che ora hanno anche acquisito molte delle nostre aziende più prestigiose, che spesso appaiono solo come dei gusci vuoti. La disoccupazione, soprattutto intellettuale, è alle stelle. In questa situazione, ci stupiamo che i rappresentanti di Istituzioni e partiti, giornalisti e imprenditori, abbiano il coraggio di comparire sugli schermi costantemente sorridenti anche quando annunziano nuovi guai.

Il Paese avrebbe bisogno invece  di un inaudito balzo in avanti, non già per tornare a prima del Covid (che era già crisi), bensì per allinearsi con il resto d’ Europa, sfruttando nuove idee non tradizionali, e conquistando nuovi mercati (contendendoli ad altri). Per fare ciò, non basta battere le strade (ideologiche, merceologiche o geografiche) del passato (che si riducono tutte ad essere dei “followers” degli Stati Uniti), ma bisogna rivoluzionare la struttura di un mercato che, come dimostrano questi decenni, non è sostenibile.

La Cina (e l’ Eurasia in generale) ci hanno offerto, e ci offrono, nuove possibilità di business, attraverso l’export di prodotti del lusso, lo sviluppo congiunto di nuove tecnologie, una crescita esponenziale del turismo, investimenti nelle infrastrutture che ci permettano di posizionarci in modo più autorevole all’ interno delle reti europee, e, infine, la partecipazione congiunta a progetti in paesi terzi. Nei primi mesi del 2021, rispetto ai corrispondenti mesi dell’ anno scorso, l’export verso la Cina è aumentato del 43%.

Del resto, basta guardare  le città, le strade o le ferrovie della Cina per capire quanto spazio ci sia per imprese innovative ed intraprendenti, che oggi soffocano negli angusti mercati euroatlantici.

Tutto cospirerebbe a fare sì che l’Italia assumesse un ruolo di leadership all’ interno delle Nuove Vie della Seta, che sono il veicolo all’ interno del quale si posizionano le nuove iniziative della Cina che a noi interessano, e per le quali l’Italia è particolarmente vocata. Per questo, era assolutamente logico che il Presidente Mattarella, l’allora Primo Ministro Gentiloni, il Ministro degli Esteri Di Maio e il sottosegretario Geraci si attivassero per assumere un ruolo attivo nel progetto, seguendo le strade già percorse da Andreotti, Ciampi, Prodi, Napolitano e tanti altri.

Il Primo Ministro Gentiloni ospite di Xi Jinping al Forum della Via della Seta nel 2017

1.Un vero e proprio boicottaggio dell’ Europa

Paradossalmente, il tanto discusso MOU  sulla Via della Seta, così come fu firmato, aveva ben pochi contenuti pratici. Intanto perché un MOU (Memorandum of Understanding) è per sua natura un documento non vincolante; poi, perché i business a cui siriferiva erano molto inferiori a quelli dei contemporanei business  di Francia e Germania; infine perché, per le pressioni americane, era stato sfrondato di tutti i contenuti più succosi.

Restava solo un fatto simbolico: uno sberleffo platonico all’America, perché negava l’obbligo di allineamento anti-cinese (e anti-russo). Che ora Draghi voglia “rivedere quell’ atto”è grottesco, perché un MOU non è un atto, e, anche nel caso estremo in cui lo si volesse abrogare, lo sberleffo ormai è stato fatto.

L’argomento per frenare, come si fece allora, il era che l’Italia stesse spezzando la solidarietà politica all’ interno dell’ UE. Tuttavia, nel Dicembre scorso, quando era stata poi la UE stessa a siglare con la Cina l’accordo sugli investimenti, Biden disse invece che l’UE aveva fatto male a impegnarsi, perché avrebbe dovuto aspettare il suo insediamento. Ne risulta che gli accordi commerciali degli Europei, tanto uti singuli, quanto come Unione, devono attendere i comodi del Presidente degli Stati Uniti. Alla faccia della “sovranità strategica europea”! Il bello è che, ad accettare tutto questo, sono proprio coloro che, come Gentiloni e Di Maio, erano stati così pronti ad aderire alla Via della Seta. E soprattutto che il nostro più formidabile concorrente, gli Stati Uniti, ha il diritto di sindacare la nostra politica commerciale. Come scriveva Trockij, gli Stati Uniti avrebbero contingentato il capitalismo europeo, con i bei risultati che si vedono.

E ciò che rende tutto ciò ancor più kafkiano è che nessuno dei due documenti “incriminati” ha modificato, di per sé,  la situazione effettiva dell’ import-export, la quale è in gran parte in mano alle imprese, e, semmai, alla burocrazia, sicché il “rivederli” come ha promesso Draghi, non ha alcun senso, perché il loro significato era prettamente politico, mentre il business procedeva per i fatti suoi (anzi, aveva già subito un rallentamento a causa delle polemiche suscitate dagli Stati Uniti).

Il risultato pratico di quest’attività di freno da parte dell’America sui rapporti euro-cinesi e italo-cinesi è stato  solo che gli operatori americani risultano avvantaggiati rispetto a quelli europei dagli esistenti accordi commerciali fra America e Cina stipulati da Trump, proprio quegli accordi che si vuole impedire agli Europei di stipulare. E’ chiaro che, con Biden come con Trump, il principio di base resta “America First”: l’ America deve sempre brillare, se non  rispetto alla Cina, almeno rispetto all’ Europa. Infatti, se la Cina  risulterà “più brava” dell’America, il mondo potrebbe inclinare verso il socialismo, ma, se sarà  l’Europa ad essere” più brava”, essa potrebbe addirittura togliere agli USA la guida dell’ Occidente, e cioè l’unica ragion d’essere di quel  Paese.

Ciò detto, la Nuova Via della Seta (Yi Dai, Yi Lu=”una Strada, una Rotta”) procede indisturbata nonostante le ire americane. Non potrebbe essere diversamente, perché  una sorta di “Via della Seta” era esistita sino dai tempi più antichi, e, d’altronde,  il G7  sta semplicemente tentando di “mettere il cappello” sull’unica Via della Seta oggi esistente, quella avviata dalla Cina.

La Via della Seta non è stata inventata ieri

2.La Via della Seta ha radici nella preistoria

Nonostante tutte le retoriche della globalizzazione, le grandi linee di comunicazione fra Sud e Nord, Est e Ovest, “vecchio” e “nuovo” non nascono con l’espansione occidentale, né, tanto meno, con la caduta del Muro di Berlino, bensì sono vecchie come l’Umanità stessa. Secondo la teoria “Out of Africa”, gli uomini primitivi si erano mossi dal Mediterraneo verso l’Estremo Oriente fra il  70.000 e i 12.000 anni fa. In quest’ultima data, fine della glaciazione wurmiana,  i sapiens s’insediavano in Siberia; qualche millennio dopo, il popolo dei Kurgan si spargeva, da un lato, verso le Steppe Pontiche, e, dall’ altro, verso l’ Asia Centrale, divenendo  un unicum, dalla Penisola Iberica fino al Giappone.

Di quest’era vi sono tracce nei libri sacri indiani e persiani, il Veda  e il Bundahishn, che narrano di una striscia di terra fra il Caucaso e il Tian Shan, l’Airyanam Vaejo, versione nordica dell’ Eden, patria comune degl’Indoeuropei e terra madre dei Persiani.

Queste migrazioni a partire dall’ Asia Centrale saranno poi adottate in  epoche successive, da molti cultori della geopolitica, quale vero e proprio Leitmotif della Storia Mondiale, alternativo alla vulgata euroatlantica oggi da noi dominante: è la teoria dell’ Heartland, resa famosa da Mackinder.

Nel 1° Millennio, gli Assiri e i Persiani costruirono una “Via Regia” fra l’Anatolia e il Golfo Persico (citata da Erodoto e Tucidide), che, collegandosi con la Via Maris egiziana e con il sistema viario dell’ Impero Han, avrebbe costituito una parte centrale della Via della Seta.

3. Fra gl’imperi romano e Han.

L’epoca d’oro della Via della Seta fu forse quella degl’Imperi Romano e Han, che, lungo di essa, si scambiarono anche ambasciate. In quell’ epoca, le flotte romane giungevano fino all’India. L’Ebraismo e il nascente Cristianesimo s’installarono (secondo la leggenda, con San Tommaso), nell’ India Meridionale(Chennai, Kerala), mentre, nel Kashmir, gli Ahmadiyya pretendono ancora di custodire  la vera tomba di Gesù Cristo. Dall’ India partivano anche, verso l’Asia Centrale, la Cina e il Sudest Asiatico, le missioni dei Buddisti. Nel Concilio di Ctesifonte, l’imperatore persiano aveva attribuito alle varie religioni del suo Impero, a cominciare dai Nestoriani, delle sedi in Estremo Oriente.

LA Pagoda di Da Qin, il “Vaticano” dei Nestoriani, a Xi’An

4.Le Migrazioni di Popoli e i Nestoriani

Intanto, dall’ Asia Centrale, muovevano, verso la Cina, l’India, l’Europa e il Medio Oriente, un’infinità di popoli: Unni, Avari, Alani, Bulgari, Magiari, Turchi, Khazari, Mongoli…Dall’espansione di questi popoli, i geopolitici arabi (Ibn Hamdun), poi giapponesi (Emori) e russi (Gumiliov), hanno derivato una concezione della storia eurasiatica quale dialettica fra i popoli nomadi dell’ Asia Centrale e quelli stanziali delle coste, che è stata anche alla base delle teorie di Mackinder.

L’islam si estese verso la pianura del Volga, la Persia e l’Asia Centrale, scontrandosi con l’Impero Cinese sul fiume Talas.

Al tempo della Dinastia Tang, una missione di Cristiani nestoriani, sotto la guida del Patriarca Rabban (Alopen), giunse alla corte di Xi’an, dove presentò all’ Imperatore cinese una sintesi della dottrina cristiana (la “Luminosa Dottrina di Da Qin”), che fu approvata e protetta. I Nestoriani stabilirono la loro sede principale nella Pagoda di Da Qin, e sintetizzarono la loro fede e i loro rapporti con l’ Imperatore in una stele bilingue Siriaco-Cinese. Il libro sacro dei Nestoriani si chiamava “Il Sutra di Gesù”.

A loro volta, i buddisti cinesi si muovevano verso l’India per studiare gli antichi testi sacri, e verso la Corea e il Giappone per diffondere la loro fede.

Dopo una svolta isolazionistica della Dinastia Tang, i Nestoriani si concentrarono in Mongolia. Quando Chinggis Khan estese il dominio mongolo alla Corea, alla Cina, all’Asia Centrale e all’ Europa Orientale, l’impero Yuan rese possibile la prima vera globalizzazione, illustrata dai molti viaggiatori, ambasciatori e missionari europei  che percorsero la Via della Seta,  il più famoso fra i quali è senza dubbio Marco Polo.

La flotta di Zheng He

5.I grandi viaggi d’esplorazione

Alla caduta della Dinastia Yuan, i Ming promossero un grandioso programma di esplorazioni marittime, tanto dell’Oceano Pacifico che di quello Indiano, sotto la guida dell’Ammiraglio Zheng He.

Mentre Cristoforo Colombo, Cortez e Pizzarro colonizzavano le Americhe, Vasco Da Gama e Magellano esploravano l’Oceano Indiano.  I Portoghesi crearono basi in Africa Orientale, Arabia, India e  in Indonesia.

I Gesuiti si specializzarono nell’evangelizzazione dei Paesi orientali, apprendendone le lingue e le culture, fino al punto da risultare, al momento della Controversia dei Riti, più vicini all’ Imperatore della Cina che non al Papa.

Le compagnie commerciali di molti Paesi europei, dall’ Inghilterra  al Portogallo ,alla Francia, agli Stati tedeschi, alla Curlandia, all’ Olanda, alla Danimarca, crearono proprie basi in Oriente, contendendosene il loro controllo. Nel frattempo, la Russia si espandeva nell’ Asia Centrale e in Siberia.

I mercati stranieri in Cina erano confinati a Canton, dove potevano commerciare solo con una corporazione specializzata, i “Co Hong”, mentre, in Giappone, l’accesso era permesso solo agli Olandesi, confinati a Dejima.

Nell’Ottocento, i sansimoniani avevano fatto, delle infrastrutture dell’Asia il loro stesso simbolo.La penetrazione occidentale si approfondì anche grazie alle navi a vapore e alle linee ferroviarie, dando luogo ad un ricco commercio. Von Richthofen coniò l’espressione “Via della Seta” (“Seidenstrasse”). Furono aperti il Canale di Suez, la Ferrovia dell’ Hejaz e  la Transiberiana.

Gl’Inglesi cercavano in ogni modo di penetrare in Cina, soprattutto per il commercio dell’oppio. Nel  1839, in seguito alla confisca, da parte della Cina, di 20.000  contenitori di oppio di commercianti inglesi , scoppiòarono le  Guerre dell’Oppio, che portarono alla installazione in Cina di “concessioni” occidentali.

LO skyline di Pudong (Shanghai)

6.La rinascita nel XXI Secolo

I commerci fra l’ Est e l’ Ovest della massa eurasiatica  erano per altro resi difficoltosi soprattutto dalle turbolenze politiche:  il “Grande Gioco” (la competizione fra Russia e Inghilterra per l’ Asia Centrale), la Rivoluzione Sovietica, la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda.

L’attuale “nuova Guerra Fredda” voluta da Biden si riallaccia sostanzialmente ai tempi del “Grande Gioco”. Anche allora tutti volevano partecipare allo sviluppo economico dello “Heartland”, ma precludendone l’accesso ad altri. Tipica di questa logica l’espressione di Mackinder: “Chi controlla l’Heartland controlla l’ Isola del Mondo (l’Eurasia); chi controlla l’ Isola del Mondo controlla il mondo”. L’”Heartland” comprende la Russia, l’Asia Centrale e quelle aree che ancor oggi sono particolarmente concupite dall’ Occidente, fra l’Iran e il Xin Jiang. Henry Kissinger era riuscito a spostare l’interesse del Grande Gioco verso una visione triangolare della Guerra Fredda, che, a cavallo fra i due secoli, aveva portato a una strettissima interazione fra le economie cinese e americana, che adombrava quella “Fusion” fra USA e Cina ch’era stata preconizzata dall’ Ideologia Taiping.

Nel XXI secolo, con il grande sviluppo delle economie asiatiche, viene nuovamente sentita con particolare forza l’esigenza di riattivare le vie di comunicazione attraverso l’Asia.

Intanto, nel giro di pochissimi anni, la Cina, dopo aver importato all’inizio del secolo le tecnologie delle ferrovie ad Alta Velocità, ha costruito sul proprio territorio più della metà delle linee esistenti nel mondo, collegando con una fittissima ed efficientissima rete la parte orientale e quella occidentale del Paese, e impartendo così un’ulteriore incredibile lezione di efficienza all’ Unione Europea, che aveva cominciato molto prima, ma è ancora ai primordi dell’Alta Velocità.

Tra l’altro, la parte occidentale della Cina (Xin Jiang, Tibet) fa parte dell’ Asia Centrale, e, di conseguenza, avviare i collegamenti rapidi con quell’ area costituisce la premessa per collegare tutta l’Asia Centrale.

L’Unione Europea aveva programmato fin dal 1996 la sua Rete TEN-T, ma non è giunta certo allo stato di avanzamento della Cina. In ogni caso, le reti cinese ed europea, le più sviluppate del mondo, sono evidentemente complementari, e già oggi s’incontrano in Russia. E’ un vero peccato per i Paesi coinvolti che, per discordie politiche, non si riesca a sfruttare queste inaudite sinergie a vantaggio di tutti.

In seguito all’ occupazione dell’Afghanistan, il Governo americano, anche per effetto dalle teorie dei suoi think tank geopolitici (ancora influenzati da Mackinder), aveva sentito il bisogno di collegare i Paesi dell’Asia suoi alleati con nuove linee ferroviarie. Hillary Clinton espresso nel 2011 l’intenzione d’investire in questo progetto (chiamato proprio “New Silk Road”), ma poi l’America non vi aveva dato seguito (anche perché sarebbe impossibile stabilire collegamenti instabili attraverso un Afghanistan non pacificato).Non per nulla, gli USA hanno ora tanta fretta di terminare la guerra afgana.

Solo la Cina aveva fino ad ora preso veramente sul serio il problema della connettività eurasiatica, che la riguarda direttamente,   facendolo divenire l’asse portante della sua politica estera, in campo ideologico, politico, culturale, tecnologico, economico e militare. Infatti, la Cina  concentra in sé un surplus di cultura, di creatività, di tecnologie, di mezzi finanziari, che riesce solo in parte a investire integralmente in patria, ed è quindi naturalmente portata a cercare sbocchi commerciali all’ estero. Di converso, le sue tradizioni culturali universalistiche (Tian Xia) la spingono verso le collaborazioni internazionali, soprattutto verso aree, come quella dell’Asia Centrale, con le quali essa ha una intensa tradizione di rapporti (la Sogdiana, il Bacino del Tarim, l’India Settentrionale).

La Belt and Road Initiative (Yi Dai, Yi Lu=”Belt and Road Initiative”=”BRI”), lanciata dal Presidente Xi Jinping nel suon discorso del 2013 all’ Università di Astana, consiste in un orientamento politico verso la  cooperazione con i Paesi dell’ Asia, dell’ Africa e dell’Europa; in un progetto tecnologico, con lo sviluppo di altre decine di migliaia di chilometri di strade ferrate; di carattere economico, con l’incremento delle infrastrutture, dell’ import-export, delle collaborazioni industriali, dei finanziamenti.

Alla “via settentrionale” (quella terrestre, la “Cintura”), si è presto affiancata quella meridionale (“marittima”, la “Rotta”); poi, quella artica, quella culturale, quella sanitaria, e, infine, quella digitale.

La Cina ha inserito l’obiettivo della Belt and Road Initiative fra quelli prioritari del Partito Comunista, al punto da inserirlo nello statuto dello stesso, allo stesso livello dei pensieri di Mao e di Xi Jinping.

La Belt and Road Initiative, ha già dato vita a varie realizzazioni, quali le linee ferroviarie dirette dalla Cina a molte città europee, la costruzione dei porti di Gwadar e di Djibuti, la ristrutturazione di quelli del Pireo e di Duisburg, le ferrovie etiope e keniota,  il tratto ferroviario da Budapest a Belgrado,  la stazione multimediale di Horgos, l’autostrada Kashgar-Gwadar e quella del Montenegro, e il ponte di Pelješac (Sabbioncello)  in Croazia.

Come si vede, un progetto di modernizzazione che si riallaccia ai sansimoniani e alle ambizioni di organizzazioni come la Banca Mondiale e l’ UNIDO, oggi in disarmo a causa del mutamento delle politiche dell’ Occidente. Non per nulla la Banca Mondiale (pur se dominata dagli USA) aveva dato il benvenuto a questo lato “sviluppista” delle politiche cinesi, battezzandolo “market enhancing view”.

Il rapporto con l’Eurasia: leverage per la sovranità europea.

8.Le ambiguità occidentali

I critici occidentali affermano che i progetti infrastrutturali della BRI non sarebbero utili per i Paesi destinatari,  perché implicherebbero un eccessivo indebitamento; tuttavia, quale progetto infrastrutturale non lo implica? Del resto, è proprio per questo che, nel Dopo-Covid, si sta privilegiando ovunque questo tipo d’ investimenti.

L’ostilità degli Occidentali verso questi progetti deriva dal fatto che essi sono la concretizzazione di quelli che essi stessi avevano coltivato, ma non sono poi stati in grado di sviluppare (e ora tentano di riproporre). Tuttavia, paradossalmente, tranne gli Stati Uniti, tutti i Paesi occidentali  hanno investito nella Banca Internazionale per le Infrastrutture, creata a Pechino dal Governo Cinese per finanziare quei progetti infrastrutturali, e quindi nopn possono lamentarsi di non essere stati coinvolti.

Per contrastarli, gli Stati Uniti e i loro sostenitori hanno usato molti strumenti, come azioni giudiziarie di tutti i generi in Italia e in Ungheria, manifestazioni di piazza a Budapest, attentati terroristici in Pakistan. Tuttavia, il punto forte dei progetti della Via della Seta era ed è che nessun altro li sta realizzando, sicché essi sono stati comunque i benvenuti, perché necessari. Basti pensare all’ autostrada pakistana, al ponte di Pelješac, alle ferrovie africane,  che unificano economicamente Paesi fino ad oggi divisi.

L’Unione Europea, non diversamente dagli Stati Uniti, aveva già discusso, nel 2019, una propria strategia verso l’Asia Centrale, ma non ha, né la motivazione, né i mezzi, né l’efficienza, né la tecnologia dei Cinesi. Oggi, il  lancio, da parte di Biden, dello slogan della “Via della Seta delle Democrazie (o “Verde”) sembrerebbe rivalutare una partecipazione più attiva degli Occidentali ai progetti in Asia Centrale e Africa Orientale. A prescindere dallo scarso affidamento che lo slogan può suscitare visti i risultati minimi conseguiti fino ad ora da Americani ed Europei, il rilancio di iniziative nell’area non potrebbe, se presa sul serio, che sortire effetti positivi per regioni, come l’Asia Centrale, il Caucaso, la Turchia, l’India, lo stesso Afghanistan, il Sud Est Asiatico, che hanno enormi prospettive di sviluppo.

Un discorso a parte merita l’ Africa, che, nel XX secolo, veniva vantata dall’ Unione  quale un esempio riuscitissimo di cooperazione allo sviluppo (i vari Trattati ACP-UE), ed è stata gradualmente abbandonata, in parte per mancanza di fondi e in parte perché la metodologia adottata (quella che viene opposta, in quanto “trasparente”, a quella cinese), non ha mai funzionato, sommersa com’è da burocrazie, pubbliche e private, che ne assorbono la maggior parte degl’investimenti.

Mi chiedo, visto che esistono la Banca Mondiale, l’ UNIDO e l’AIIB, che hanno proprio quest’obiettivo in un’ottica di collaborazione mondiale, perché mai fare dei progetti di sviluppo ostili, col solo obiettivo di danneggiare la Cina? Se l’obiettivo è aiutare i Paesi in Via di Sviluppo, non sarebbe il caso di farlo assieme? E, comunque, cosa succederà quando le ferrovie “democratiche” incontreranno le ferrovie “cinesi”?

Haft Paykar, l’ispirazione della Turandot

9.Una cultura mondiale del  XXI secolo.

Come dimostrato da quanto accaduto a suo tempo con il Giappone, poi il Medio Oriente e la Cina, e soprattutto l’ Afghanistan, gl’interventi troppo ideologizzati e invasivi dell’Occidente, se hanno potuto servire fino a un certo momento per rilanciare questi Paesi, raramente hanno ottenuto l’effetto  sperato di riorientarne le società sul modello “occidentale”. Il Giappone è divenuto prima imperialista, poi, oggi, comunque molto disciplinato e tradizionalista; nel Medio Oriente, non vi è praticamente alcuna società (neppure Israele) che sia costruita secondo il modello “occidentale”; la Cina è, come afferma essa stessa, uno “Stato-Civiltà” che esiste da 5000 anni, con un suo progetto efficientissimo e ben definito, il “socialismo con caratteristiche cinesi”, da cui non intende deviare.

Al contrario, è motivato il sospetto che, qualora gli “occidentali” vengano esposti senza le censure del “mainstream” alla profondità delle culture orientali, sfuggendo così alla gabbia d’acciaio della logica occidentale, possano essere attratti da quelle culture, come lo furono i Gesuiti, Schopenhauer, Guénon, Puccini,Eliade, Pound, Béjart,Panikkar, scalfendo l’inossidabile fede nei valori anglo-americani. Ma che cosa ci sarebbe di male?

Una cosa è chiara: nonostante la frenesia denigratoria da parte dell’Occidente, i  vari “orienti” (Estremo Oriente, Medio Oriente, Europa Orientale) hanno ormai imposto la loro presenza al centro dell’agenda mondiale. Che si tratti delle pretese di contare, in Europa, di Polonia e Ungheria, che si tratti del “neo-ottomanismo” o del neo-zarismo, che si tratti della pluridecennale guerra afghana, della rinascita induista sotto Modi o del post-umanesimo giapponese, l’area eurasiatica sta rubando la scena a quella atlantica. Lo aveva dimostrato perfino il Presidente Obama con il suo “Pivot to Asia”, e lo ha confermato il viaggio in Europa di Biden, febbrilmente concentrato su Cina e Russia.

Certo, dispiace perfino alla Cina di esporsi alla gelosia dell’ America, ma proprio il “socialismo con caratteristiche cinesi”, che ha portato il Paese dalla situazione di un deserto all’ attuale rango di società all’avanguardia tecnologica ed economica mondiale, non potrebbe essere tenuto nascosto neppure volendo (come, taoisticamente, avrebbe richiesto Teng Xiaoping, il cui stesso nome di battaglia dimostra un’incredibile grado di  umiltà).

Di fronte alla realtà di questa “esposizione” , il problema numero uno degli Europei non è, come per gli Americani, quello di contrastare l’ascesa dell’ Eurasia, bensì di trarne delle lezioni. A cominciare da quella che, come intravisto da Foscolo, Nietzsche, Kang You Wei, Guénon, Gandhi, Eliade, Jaeger, Saint-Exupéry, Pound,  Béjart, Zhang Yi Mou, millenarie civiltà come le nostre non possono essere stravolte da un pretenzioso nuovismo, perché hanno basi solidissime, che prima o poi riemergono anche dopo decenni o secoli di forzata alienazione sotto influenze ostili.

Per tutte queste ragioni, per chiunque, ma soprattutto per l’ Italia, “uscire dalla Via della Seta” nel vero senso della parola sarebbe oggi pressoché impossibile: sarebbe come “uscire dal mondo”. E, in effetti, senza il gas della Russia, senza i campi profughi in Turchia, senza le tecnologie Foxcomm  e Huawei, senza il petrolio iraniano, senza le esportazioni in Cina, cosa sarebbe l’Italia? Una colonia ancora più sottosviluppata.

Il riorientamento del nostro sito, che contiene un ampio patrimonio di link dedicati all’Eurasia in generale (“Haft Peykar, la blogosfera dell’ interculturalità”), ambisce a  fornire un tramite per lo sviluppo di questa coscienza culturale nuova. Haft Peykar è un poema allegorico medievale del poeta asero di lingua persiana Nizami-i-Ganjavi, il quale, riprendendo il mito dell’imperatore Sassanide Bahram, ne narra la vicenda erotico-mistica della ricerca di 7 spose, ciascuna rappresentante una parte dell’Eurasia. Una di queste, la slava “Principessa Rossa”, diverrà poi, nella letteratura derivata e in Puccini, l’immortale Turandot.

SCRIVERE UNA STORIA POLIEDRICA DELL’UMANITA’

commenti all’articolo di  Federico Rampini sul Venerdì di Repubblica dell’11 giugno.

Federico Rampini

Le urgenze dell’attualità  politica (il diktat anti-cinese e anti-russo di Biden; la Conferenza sul Futuro dell’ Europa), pongono con forza la questione del se la “memoria condivisa” europea, quale  comunicataci dall’accademia, dal discorso pubblico, dalla scuola, dall’ editoria politica sia coerente con le esigenze vitali degli Europei nel nostro secolo,  quando essi sembrano  condannati a prendere posizione nella lotta fra la tecnocrazia occidentale e le grandi civiltà dell’ Eurasia.

La cultura di Yamaya, antenata degli Indoeuropei

1.La presa di posizione di Rampini

Per parte nostra, abbiamo già risposto nei post precedenti che così non è. Ora, prendiamo atto con piacere che Federico Rampini ha preso autorevolmente posizione sostanzialmente  nello stesso nostro senso.

Il noto articolista, prendendo come pretesto recenti scoperte archeologiche avvenute in Egitto e in Cina, parte dall’ ovvia constatazione che tutto ciò che proviene dall’Estremo Oriente ha, da noi, troppo poco rilievo rispetto a ciò che accade in “Occidente” (includendovi anche l’ area mediterranea), e giungendo alla conclusione che:“Perfino il modo con cui accogliamo le scoperte archeologiche risente ancora della nostra auto-referenzialità.”

Gli Europei di oggi vivono infatti all’ interno di una “bolla” conoscitiva, costruita essenzialmente in America, dalle lobbies “democratico-radicali”, da Hollywood, dalle grandi università anglosassoni, dal mainstream culturale del Dopoguerra (espressionismo astratto, fondazioni delle Grandi Famiglie, GAFAM,  Politicamente Corretto, controculture californiane, “giornaloni” filo-americani,…).

Dopo l’Esistenzialismo, l’Europa non ha più creato creato nessuna nuova corrente culturale, e le stesse istituzioni culturali che pretendono di essere “Europee”, come il Collegio d’Europa e l’Istituto Universitario di Studi Europei, non fanno che amplificare correnti culturali americane (sono, per dirla con “Le Monde Diplomatique”, “bibéronnées dans les campus américains”.

Come scrive Rampini,”..la storia e la geografia non sono discipline neutre. Riflettono una visione del mondo, un sistema di valori, l’idea che ci facciamo del nostro posto nel cammino delle civiltà umane”. Perciò, stante il ruolo subordinato dell’Europa all’ interno del microcosmo “occidentale”, è naturale che il modo in cui i libri di scuola europei descrivono la storia mondiale derivi in ultima analisi  dall’ orientamento impresso alla lettura della storia, dai corsi di “Western Studies” inaugurati alla Columbia University durante la Prima Guerra Mondiale: “tradizione giudeo-cristiana, civiltà greco-romana” appropriate dal Mainstream per farli divenire la premessa della Riforma, delle Rivoluzioni Atlantiche, della Liberal-democrazia e della Fine della Storia, cioè di una loro Storia mitizzata degli Americani  quali popolo eletto a salvatore del mondo.

Lo spazio dedicato alle civiltà extra-europee, ma  anche alla maggior parte della storia europea (preistoria, Barbaricum, Euro-islam, Europa Orientale, dispotismo illuminato, decadentismo, “Dissenso” nell’ Est) è veramente modesto rispetto a ciò che “serve” al discorso euro-atlantico (la “democrazia” ateniese, il “monoteismo” ebraico, le “libertà germaniche”, il “capitalismo” dei Comuni italiani, i “Dibattiti di Putney”…).

Le grandi civiltà dell’ Epoca Assiale

2.Una prospettiva post-moderna

L’idea stessa di “storia” ha fatto fatica ad affermarsi nel tempo, rispetto al rito, al mito, alla genealogia, all’archivistica, alla poesia, all’ annalistica, all’ epigrafia. I primi. albori della storia possono essere rintracciati, infatti, negli annali, nel disegno, nella contabilità, nelle epopee.

All’ apogeo dell’ Era Assiale, con l’invenzione della scrittura, vengono redatte la Bibbia, le storie di Erodoto e di Sima Qian. Queste narrazioni, per quanto grandiose, raccontano  la storia dell’ Umanità attraverso la lente di una sola civiltà privilegiata: a seconda dei casi, quella ebraica, , quella ellenica, quella cinese. Nel Medioevo, la storiografia per eccellenza  sarà la Grande Narrazione biblica (ripresa, in fondo, anche dall’ Islam).

Hegel per primo tentò di scrivere una storia universale che andasse al di là di quella della civiltà cristiana, inverando, così, il programma di Lessing del “Cristianesimo quale educazione dell’ Umanità”. Sulla base del modello hegeliano, Kang You Wei, Spengler e Toynbee tentarono l’opera, veramente ciclopica, di una “storia universale”.

Oggi, nonostante gl’intensi sforzi per  scrivere storie di aree sempre più vaste, per realizzare comparazioni, per smitizzare la centralità della storia occidentale, quest’ultima è rimasta  lo standard  intorno a cui hanno ruotato le storiografie di tutti i Paesi, anche quando esse sottolineano il ruolo di aree del mondo diverse dalla propria. Tuttavia, in un momento in cui dunque ancora manca una storia veramente universale, permangono più che mai i difetti di impostazioni anche solo parzialmente etnocentriche.

Innanzitutto, i problemi più urgenti dell’oggi, come la transizione verso le macchine intelligenti, gli scontri di civiltà, le grandi migrazioni e la crisi ambientale non possono essere compresi soltanto all’ interno della cultura “occidentale” (né di nessun’altra cultura particolare). L’idea di un unico ciclo, che va dalla Creazione all’Apocalisse, è specificamente cristiana e islamica, mentre l’Ebraismo ortodosso non conosce una vera Apocalisse, e conserva invece tracce di una doppia creazione, particolarmente evidente, questa,  nello Zoroastrismo, quale eredità occulta dello Zurvanismo “duodecimano”, che a sua volta mantiene una traccia dei 44.000 kalpa della tradizione vedica. Ora, è  chiaro che il significato dell’attuale transizione risulta diverso nelle diverse tradizioni apocalittiche, e ancora diverso nella cultura sinica, dove non esistono, né Creazione, né Apocalisse. Per questo è certamente utile confrontarsi con queste diverse visioni, per vedere quanto, del “mainstram”, non sia che un riflesso occulto di paradigmi etnocentrici che si pretenderebbero superati, e dove, invece, sia possibile utilizzare paradigmi comuni.

In secondo luogo, i robots hanno un significato diverso, rispetto agli archetipi cristiani,  nello Shintoismo o nell’ Ebraismo. Infine, le migrazioni sono una cosa completamente diversa se viste dai singoli Paesi: per gli Stati Uniti, esse sono una continuazione dell’appropriazione coloniale delle terre degli Indios, dei Canadesi, dei Messicani, oltre che della Tratta Atlantica;per gli Europei, sono un sequel degl’Imperi coloniali; per gl’Indiani e per i Centro-Asiatici, sono legate alle  antiche catastrofi atmosferiche di cui parlano i Veda e le Muqaddimat di Ibn Haldun, e, infine, sono da sempre un fenomeno tipicamente cinese, con le periodiche migrazioni dei popoli delle Steppe verso le Piane Centrali e il continuo  spostamento verso il mare dei Cinesi meridionali  (i “Nanren”), ancor oggi il principale movimento migratorio del Pianeta.

In una fase di tumultuosa riscoperta ovunque delle proprie radici (in USA,le ricerche genealogiche; in Cina, il movimento Han Fu e il “turismo rosso”; in Europa Orientale, nell’ Islam e in India, il revival religioso…) è difficile trattare con Paesi di altri Continenti se non si conoscono e rispettano le loro tradizioni.

Inoltre, conoscere le tradizioni e le culture degli altri popoli è oggi più che mai indispensabile per comprendere le proprie. Come comprendere gl’influssi asiatici e mediterranei sul mondo classico senza studiare il Medio Oriente e gli antichi Indoeuropei? come comprendere il Cristianesimo fuori dal contesto dell’intera Epoca Assiale, delle sue varianti orientali, della sua presenza in India, in Cina, in Sudamerica e in Africa?

Come capire la storia dell’Europa Moderna senza il colonialismo e le Nazioni di Emigranti, senza la rinascita d’Israele, India, Cina ed Islam? Senza confrontarsi con la storia e la politica degli Stati Uniti, né con la guerra tecnologica in corso?

Sima Qian, “il Grande Storico”

3.La storia: per chi e per che cosa?

A nostro avviso, la storia dovrebbe servire innanzitutto per farci comprendere come siamo arrivati fin qui, quali forze sono state e sono in azione, quali dilemmi ci attendono. Fondamentali sono, da un lato, le vicende della tecnica, e, dall’ altra, l’essenza delle tradizioni storiche.

Dal primo punto di vista, è essenziale comprendere come e perchè la vita delle diverse società sia stata sempre intessuta di tecnica, e,  sotto il secondo, che cosa le civiltà del passato abbiano avuto in comune, che può essere definito come tipicamente umano, e vada confrontato e giudicato nel rapporto con la tecnica. La tecnica va vista quindi nelle sue radici materiali, psicologiche e sociali, nel suo intreccio con le vicende sociali, che partono da una ricerca di senso.

La tecnica influenza certo le diverse società (di cacciatori-raccoglitori; di agricoltori; le civiltà gerarchiche, con capi, sacerdoti, guerrieri, lavoratori, mercanti; la società industriale, della conoscenza e della sorveglianza. Nello stesso tempo, le società si sviluppano intorno al linguaggio, alla religione, alla cultura, all’ etica.

La “storia” per eccellenza, fondata sull’inconscio collettivo dei popoli e sulla scrittura, raggiunge il suo apogeo all’inizio dell’“Epoca Assiale” dominata dalla cultura scritta mesopotamica dell’ Epopea di Gilgamesh e del Codice di Hammurabi, dalla Bibbia, da Omero e delle filosofia greca e cinese e della cultura indica e buddhista.

Già allora, i legami fra le diverse culture sono onnipresenti: fra  Elam, Persia, India, Cina,Tibet, Mesopotamia, Canaan, Egitto. Gl’imperi dell’Epoca Assiale sono collegati fra di loro dalla Via della Seta, lungo la quale corrono i manufatti, le religioni e le filosofie. Le letture della storia sono basate sulla dialettica fra le tendenze delle diverse aree.

L’era dei viaggi transoceanici si apre con le esplorazioni del cinese, tartaro e mussulmano Zheng He, con l’importazione in Europa d’invenzioni orientali e con la grande fioritura  degl’imperi orientali sotto i Ming, i Qing, i Mughal e gli Ottomani. I Gesuiti fungono da mediatori culturali, mentre  l’imperialismo forgia le identità europea, americana, latino-americana e cinese.

Lo sviluppo della tecnica rende poi possibile l’espansione dell’egemonia europea e americana, ma anche la rivalità fra gl’imperi occidentali e le guerre mondiali, che permettono la creazione dei “due blocchi” e la decolonizzazione.

La caduta del Muro di Berlino scatena l’espansionismo tecnologico americano, ma risveglia anche i popoli dell’Eurasia, prima paralizzati da ideologie troppo rigide. Si scatena la lotta per l’egemonia mondiale, non solo fra USA e Cina, ma anche con la Russia e l’Islam politico; fra, da un lato,  il progetto apocalittico delle Macchine Spirituali, portato avanti dall’”America-Mondo” sotto la spinta dei guru dell’ informatica, e, dall’ altro, una coalizione di fatto della maggior parte dei popoli del mondo, uniti dalla difesa delle tradizioni dell’ Epoca Assiale. La storia oggi dovrebbe permetterci  innanzitutto di rilevare i profili determinanti dell’ uno e dell’ altro schieramento.

La nozione ciclica del tempo nei Veda

4.Articolare i profili degli studi storici

Una notevole confusione negli studi storici è provocata dall’incapacità, nonostante i “Processi di Bologna”, da parte delle competenti istanze decisionali in materia scolastica, di articolare livelli adeguati e differenziati di studio della storia, a livello accademico, di scuola dell’ obbligo e secondaria, anche in modo diverso a seconda dell’orientamento degli studi.

Premesso che, in Europa,  l’attenzione per l’Identità Europea dovrebbe portare ad un peso molto maggiore degli studi storici nei curricula di tutti i cittadini, occorrerà anche trovare il modo di far coesistere lo studio della storia mondiale con quelle europea, nazionale, regionale e locale.

Mentre, poi, nella scuola dell’ obbligo non si pone un bisogno particolare di un’introduzione alla studio della storia, nella scuola media superiore e all’ Università quest’esigenza si pone imperiosa.

Infatti, nel grande disorientamento che regna in tutti i settori della cultura, e in considerazione, in particolare, delle grandi differenze di orizzonti che dovrebbero essere presi in considerazione per uno studio veramente transcontinentale, un’ introduzione metodologica è d’obbligo. Essa dovrebbe essere dedicata allo studio della filologia generale e comparata, della bibliografia, delle commistioni fra biologia, linguistica, archeologia, antropologia…

Una storia poliedrica

3.Lineamenti di massima di un programma di storia mondiale.

Anziché raccontare la storia come una vicenda unitaria, però basata paradossalmente solo sulla storia europea e poi americana, la nuova storia dovrà  basarsi sugli elementi comuni alle civiltà medio-orientale, vetero-europea, indica, sinica e precolombiana, seguendo l’iter simile del loro sviluppo, dalle prime presenze neolitiche, agli antenati mitici, alle città-Stato, agl’Imperi, alle religioni universali, fino al ravvicinarsi fra le grandi aree, a partire dall’impero mongolo e dai grandi viaggi oceanici.

Dovranno essere messe in evidenza le tendenze comuni, come quella alla nascita di Stati burocratici capaci di espansione transcontinentale; di culture eclettiche, come il Din-i-Ilahi della Corte di Akbar e la cultura gesuitica; la formazione delle società coloniali; il carattere “mondiale” delle guerre del ‘700 e dell’ ‘800; il rapporto fra Europa e resto del mondo; la crescita dell’America, della Russia, del Giappone; le lotte d’indipendenza di India e Cina.

Contrariamente a oggi, quando si tende a ricostruire la storia come un continuo passaggio da civiltà “inferiori” a “civiltà superiori”, si dovrà tendere a una narrazione quanto più possibile a-valutativa, e basata invece in grandissima misura sui punti di vista degli stessi protagonisti, e addirittura sulla lettura diretta dei testi che esprimono le concezioni storiche delle diverse culture, da Ippocrate a Confucio, da Virgilio a San Paolo, dal Bhagavad Gita a Sant’Agostino, da Ibn Haldun a Vico, da Hegel a Marx, da Nietzsche a Kang You Wei, da Mao a Spengler, da Toynbee a Eisenstadt, da Huntington a Kurzweil.

Alla luce di tutto questo, appare assolutamente appropriata lac questione del se non divenga necessaria una scienza storica più policentrica. Esagerata sembra invece la preoccupazione (frutto delle ossessioni ideologiche occidentali) che, in futuro, i nostri libri di storia li scriveranno degli autori cinesi.

Infatti, non va considerata certo una costante, bensì un’aberrazione contemporanea, che la storia venga scritta dal “Paese Guida” pro-tempore. I libri di storia dovrebbero essere scritti e pubblicati senza costrizioni in tutto il mondo, senza “memorie condivise”, e, soprattutto, senza imposizioni straniere.

I libri di storia futuri ce li scriveremo noi, in base alla nostra cultura, europea e mondiale.