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RIFLESSIONI PER LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA: FINE DELLA DEMOCRAZIA O FINE DELL’ UOMO?

La polizia tenta, con le pistole spianate, di arginare i rivoltosi alla porta del Campidoglio di Washington


Il porre in discussione, come hanno fatto Aldo Rizza e Ettore Gotti Tedeschi, nei loro recenti interventi su “Rinascimento Europeo”, il carattere paradossale e ambiguo del concetto di “democrazia” nell’attuale contesto politico e culturale non costituisce, a mio parere, uno sterile esercizio intellettualistico, bensì un compito di grande attualità di fronte al desiderio, da parte della Commissione Europea e degli Stati Membri, di porre la questione di “un nuovo slancio per la democrazia europea” al centro della Conferenza sul Futuro dell’ Europa. L’Associazione Culturale Diàlexis ha già inviato ai vertici dell’Unione una sua proposta su ciascuna delle altre 5 priorità della Conferenza, ma non ha ancora formulato quella sulla “Democrazia Europea”. Visto il continuo slittamento del termine per l’avvio della Conferenza, intende farlo ora, con il supporto dei nostri lettori..
Il fatto di essere fortemente critici di quanto fatto fino ad ora, e, anzi, decisamente ” impolitici”, non inficia in nulla, a nostro avviso, l’opportunità e l’utilità dei nostri interventi, ché, anzi, la critica dovrebbe costituire il lievito di qualsivoglia azione di rinnovamento; in particolare, la Conferenza si dichiara aperta alle voci (e, quindi, ovviamente, alle critiche), dei cittadini. D’altro canto, dopo 60 anni di esperienze e d’ impegno per l’Europa, come non essere critici verso un processo avviato duemila anni fa, con l’Impero Romano, e che ancor oggi si trascina faticosamente? Nel commemorare il compianto Presidente Giscard d’Estaing, ho già scritto chiaramente quali furono le pecche della vecchia Convenzione e della sua Costituzione Europea, il cui fallimento ci ha portati alla presente confusione. L’articolo che segue mira ad evitare gli stessi, o anche nuovi, errori.

La Boulé di Priene, un “parlamento” greco antico perfettamente conservato

1.Il “Conformismo Democratico”


La necessità un dibattito sistematico è confermata dalla citazione di Rizza di un libro di Ugo Spirito del 1963, che contiene parecchi spunti di riflessione:
Nella democrazia rappresentativa (non parliamo qui di democrazia diretta, del resto non ne parlano più neppure in Svizzera o a San Marino), il conformismo democratico rappresenta, come in ogni regime, la più caratteristica evoluzione.su questo tema .Ognuno infatti, oggi, si dichiara democratico e lo è in un certo senso, ma mai completamente. Viviamo infatti, un periodo di estrema politicizzazione della società (che non vuol dire affatto vi sia un diffuso interesse per la politica) che si porta dietro l’estrema diffusione, anche a volte ridicola, dell’aggettivo democratico.
Ora, sono detti democratici uno spettacolo, un ristorante, un mezzo di trasporto ed anche certi metodi di insegnamento, certe tecniche di distribuzione dei prodotti, certe tecniche musicali ecc. Ciò che si sarebbe, in altri momenti, considerato neutrale, diviene democratico; per contrapposizione, poi, ciò che si oppone a queste patenti democratiche è subito detto antidemocratico (passaggio non necessario, tuttavia molto frequente e quasi sempre efficace nel senso di isolare immediatamente coloro che ancora intendono pensare in libertà)
.”


Con ciò, Spirito, alla fine del XX secolo, non faceva altro che riecheggiare quanto già scritto da Tocqueville a metà di quello precedente:“vedo una folla immensa di uomini simili ed eguali che non fanno che ruotare su se stessi…Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che s’incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e moiteplice. Assomiglierebbe all’ autorità paterna, se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’ età virile, mentre non cerca che arrestarlo irrevocabilmente all’ infanzia.. E così che giorno per giorno rende meno utile e sempre più raro l’uso del libero arbitrio”


Orbene, il fatto inaudito osservato da Spirito-che, cioè, tutti si definiscano oramai come “democratici” (dai cesaristi sostenuti dal consenso fanatico delle folle a ristretti gruppuscoli che sognano una nazione di proletari in armi; dai difensori ad oltranza della ”Società dell’1%” ai fautori della dittatura di partito; dai capi della partitocrazia ai plutocrati; dai tecnocrati alle società segrete)-è un apparente mistero, che qualcuno dovrebbe finalmente tentare di spiegare.


Proviamo almeno a cominciare. Questo “mistero” potrebbe semplicemente rivelare una inconsistenza teorica del concetto stesso di “democrazia”, termine che può significare, a secondo di chi lo usa, “violenza (‘kratos’) del popolo”(Canfora), “regime delle classi popolari” (il ”demos” contrapposto all’ “ethnos” e al “laòs”), l’“egualitarismo”(la “Ribellione delle delle masse” di Ortega), la “democrazia diretta” (l’ assemblearismo),il “suffragio universale”(“uno vale uno”),il “regime rappresentativo” (“Repubblicanesimo”), o addirittura “liberal-democrazia” (occidentale), ”Stato di Diritto” (prevalenza del diritto scritto),il “progressismo” (messianesimo modernista). In realtà, esso sembra più spesso designare il ”mix casuale di sistemi politici tipico degli Stati Uniti”. …Come sembra confermato dai commenti del “mainstream” , secondo cui l’assalto al Campidoglio sconvolgerebbe tutta la civiltà occidentale. Del resto, anche Rizza, nell’esplorare, con occhio benevolo, questa polisemicità del concetto, ne svela implicitamente la scarsa utilità euristica.


Comunque, c’ê, certamente, qualcosa che tutte queste visioni hanno in comune: in primo luogo, la “passione dell’eguaglianza”, di cui parlava già Tocqueville, la preferenza per l’”Homo Aequalis” contro l’”Homo Hierarcicus” di Dumont, ma, soprattutto, la forza cogente dell’”impero Americano” che, con le sue lobbies, con i suoi eserciti, le sue piattaforme, i suoi “think tanks”, la sua economia, domina ancora gran parte del mondo, imponendogli la sua visione. Questa “passione per l’eguaglianza”, a prescindere da quale ne sia la radice ultima, è evidentemente imperante nell’ ostilità ad ogni forma di trascendenza, di eccellenza, di passione, di eccentricità…, che si manifesta nella censura di tutte le culture del passato (la “cancel culture”, nella banalizzazione di tutte le autorità, nella semplificazione di tutti gli studi, nell’ ottundimento di tutti gli stili, nel dissolvimento di tutte le logiche, nell’ esaltazione del difforme, del decadente. Esempi: i “politici istrioni”, come Bossi, Di Pietro, Berlusconi, Grillo, Salvini, Trump, Johnson; la legislazione alla giornata, come i vari dcpm…

Ma perché una parte non irrilevante della cultura e della politica prediligerebbe l’eguaglianza universale alla differenza, alla distinzione (che pure sono stati slogan importanti della stessa Modernità e della Post-Modernità)? Ci sono state, e ci sono, molte risposte. La più plausibile per il mondo di oggi ci sembra essere che l’eguaglianza, rendendo ingestibili i processi decisionali, postula, come osservava Tocqueville (e, prima di lui, già Mirabeau), un invincibile potere tutelare che ovvi a questa indecidibilità. Questo potere tutelare era stata per millenni l’impero provvidenziale (quelli di Ciro, di Serse, di Augusto, di Napoleone, di Hitler); oggi, ê l’Apparato, nelle sue varie forme, della cultura, della tecnica, delle Chiese, degli Stati, dell’economia, delle lobbies, dell’informatica, che riporta l’Umanità alla sua condizione originaria-di “branco”, ove l’ Apparato sostituisce l’istinto (Gehlen). Affinché tutti obbediscano all’ Apparato, occorre che nessuno osi affermare una propria soggettività contro il cosiddetto “Governo delle Regole”, rappresentato fino a ieri da un’impenetrabile burocrazia (chi è in grado di comprendere concetti come il MES o il Quantitive Easing?), e, oggi, è invece il mondo informatico, che già domina ogni seppur minimo aspetto della nostra vita sociale. Per questo i Big Data sostituiscono il cervello delle persone, che, come vuole Elon Musk, dovrà ospitare delle microchips che lo collegheranno alla Macchina Mondiale, facendolo diventare una semplice cellula di quest’ultima.


Certamente, gl’intellettuali e i politici che hanno spinto verso le rivoluzioni egualitarie (come per esempio Condorcet, Robespierre o Trotskij) si sono illusi che, siccome (come hanno sostenuto tanti, da Averroè a Michels e Pareto), il “Principe”, anche se comunica attraverso i “teologi”, ascolta però gl’”intellettuali” essi sarebbero riusciti a “cavalcare la tigre” della rivoluzione permanente senza esserne sbranati: cosa che invece avvenne puntualmente. Quella parte (a mio avviso non maggioritaria, ma tuttavia molto rumorosa ), dell’ “intelligencija” che aspira al livellamento antropologico non ha mai capito fino in fondo che cosa questo livellamento significhi per essa stessa: quando lo capisce, se ne ritrae inorridita, ma è oramai troppo tardi.


In effetti, la rivoluzione dev’essere permanente perché l’omologazione dell’Umanità, il renderla docile, serve appunto a spianare il terreno al potere delle macchine. Per questo i GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) sponsorizzano tutte le cause egualitarie. Questa coercizione di un potere centralizzato su una massa amorfa ê tanto più forte in quanto l’”Impero Nascosto” americano ê oggi guidato, come scrivono due insiders di eccezione come Schmidt e Cohen ( “The New Digital Age”), proprio dai GAFAM.E lo dimostra il fatto che Facebook abbia il potere di censurare il presidente degli Stati Uniti (che per altro aveva contribuito a far eleggere).


Sono queste le forze reali che spingono verso la destrutturazione delle società degli umani, per poterle manovrare dal centro macchinico (i Big Data di Salt Lake City, la Silicon Valley) attraverso ideologia, tecnica, eserciti, lobbies, economia…Invece, le società strutturate del passato, con un’infinità di livelli, di poteri e di identità, impedivano di fatto una siffatta centralizzazione (e per questo venivano considerate “reazionarie”).
Perché nessuno si metta in testa di contrastare questo corso “naturale” delle cose, occorre condizionare i cittadini fin da piccoli al “buonismo”, al “politicamente corretto”; in poche parole, al “conformismo democratico”, e, in realtà, all’ideologia “funzionalistica”, funzionale cioè all’eternizzazione dell’endiadi “America First”-“Europe Second”, che sarebbe anche la garanzia della indefinita espansione dei GAFAM. Non per nulla il “Funzionalismo” ê stato da sempre il nemico numero uno del Federalismo Europeo, e contro di esso tanto si era battuto (per altro con dubbio successo) Altiero Spinelli. Federalismo fondato sulla partecipazione attiva dei cittadini, non già sul “piano inclinato” del determinismo storico.


E, in effetti, il funzionalismo, nella sua versione olistica (epistemologico, psicologico, politico e sociologico) costituisce la radice occulta, la forza trainante, del nuovo totalitarismo (la Società del Controllo Totale), che parte dagli Stati Uniti (cfr. Schmidt e Cohen, ma, prima di lui, Rostow, Mitrany e Haas) e si diffonde nel mondo, influenzando anche (se non altro attraverso la “rivalità mimetica” di René Girard) tutte quelle società che pretenderebbero di contrastarlo. Fra queste forme d’influenza, consce o inconsce, c’ê anche la retorica democratica.

Facebook ha ufficialmente censurato il Presidente americano in carica


2.Come s’impone l’omologazione mondiale?


Il meccanismo con cui questo nuovo totalitarismo si diffonde nel mondo è dunque ben diverso da quello delle antiche tirannidi e assolutismi: quelli nascevano, o dall’invasione di stirpi guerriere, che imponevano una nuova spietata signoria (per esempio, Cinggis Khan), o da insorgenze popolari, che portavano ad emergere di un potente capopopolo (per esempio, Liu Bang, fondatore della dinastia Han).Oggi il totalitarismo si afferma invece grazie all’ alleanza fra le lobbies dominanti negli Stati moderni e il nuovo potere informatico, la quale permette, da un lato, l’imporsi degli strumenti del controllo sociale, e, dall’ altra, la manipolazione della società per infiacchire
tutte le forze sociali capaci di resistenza, dalle Chiese alle monarchie, dalla cultura alta agli Stati, dai partiti politici alle imprese, dal mondo contadino alle borghesie: “La disuguaglianza, in quel contesto storico, è stata una sorta di baluardo della libertà, consentendo agli uomini di esprimere pienamente la loro individualità creativa e, quando ce ne erano le condizioni, la loro
grandezza, anche rispetto alle figure e all’ opera dei grandi monarchi assoluti.
” (Michele Giliberto, La democrazia dispotica”) Basti ricordare i casi dell’ aristocrazia senatoria romana che espresse un Catone, un Cicerone, un Tacito, un Seneca; alla teoria dei Due Soli; alla resistenza dei principi inglesi, tedeschi, olandesi, polacchi, alle monarchie assolute; a de la Boétie, alla Fronda…


Questa è dunque dunque una “rivoluzione dall’ alto”, e, nel contempo, una “rivoluzione per procura”, dove sembra che gli attori siano i politici, la “società dell’ 1% o “la finanza internazionale”, ma al centro ci sono sempre e soltanto le macchine intelligenti.


Si parte dal “materialismo volgare” di un Meslier, capace di banalizzare le pretese di eccellenza delle società di Ancien Régime, per passare al messianismo immanentistico di Lessing e del Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco; da questo, alla negazione della soggettività e dell’eccellenza (il “trascendentalismo” di Emerson e Whitman), poi, a quella della famiglia e del merito (l’”educazione antiautoritaria” post-sessantottina), fino a esaltare la macchina come superamento dell’umano (il Transumanesimo di Kurzweil):“L’indebolimento antropologico causato dalla fine del conflitto-da cui era germinata la ‘libertà dei moderni’-ha avuto effetti assai gravi sul piano politico, sottraendo forza, e potenza, alla stessa sovranità popolare, che nei regimi democratici su riduce ad una funzione periodica – a un’abitudine – senza significato effettivo e senza peso dal punto di vista dell’ esercizio reale del potere”(Giliberto).


L’alternativa di oggi ê chiara: o si pensa, si decide e si agisce, attraverso reti di umani (la società), e allora queste reti debbono avere i loro gangli essenziali (i pensatori, i politici, gli studiosi, gli amministratori, gl’insegnanti, gl’imprenditori, i comunicatori, ecc..), oppure si pensa, si decide e si agisce attraverso reti digitali, e allora i gangli vitali saranno costituiti dai big data, dai sistemi autonomi, dalle blockchains, da internet, dai social network, ecc.. (il “phylum macchinico” di Manuel de Landa), e l’umanità servirà solo più come serbatoio amorfo di storia e di cultura per poter progettare e addestrare i nuovi sistemi. In questo senso, per Lenin la società del futuro avrebbe potuto essere governata “dalle donne delle pulizie” (perché in realtà le decisioni sarebbero state prese da un apparato occulto -il Comitato Centrale, la CEKA-).E, difatti, con tutto il rispetto per le donne delle pulizie, buona parte dei politici, degli accademici e dei giornalisti che ci parlano quotidianamente nei “talk shows” sembrano piuttosto donne delle pulizie.


Mentre i GAFAM non hanno mai prosperato tanto come durante la pandemia (e le “blue chips” volano durante la marcia sul Campidoglio), invece la capacità decisionale degli Stati si riduce a vista d’occhio.

Come rileva giustamente Fabbrini su “Il Sole 24 Ore”, Stati Uniti e Unione
Europea sono stati praticamente bloccati dai rispettivi meccanismi
istituzionali.
I quali potevano funzionare in società meno complesse,
più solide e gerarchiche, quando non esisteva ancora il prevaricante
Complesso Informatico-Militare. Come hanno scritto Schumpeter e Boeckenfoerde, la modernità vive di premesse che essa non è in grado di garantire.

Il volto ambiguo della democrazia

3.Il sistema “Prism”


Non è poi un caso che i potentati informatici abbiano costruito i loro servers nel deserto dello Utah, inframmezzati con quelli della NSA e protetti dall’ esercito americano. Così come l’Impero Persiano costituiva il “santuario” del messianesimo mazdeista e poi manicheo, dove l’imperatore era considerato, dai persiani, uno “Shaoshant”(“Salvatore, discendente da Zarathustra) e, dagli Ebrei, il Messia (cfr. il Libro di Daniele), che, conquistando l’ Europa, avrebbe esteso il proprio regno fino a confinare con quello degli Dei”, così l’impero americano (che il Papa ha chiamato “impero sconosciuto” e Immerwahr ”impero nascosto”), costituisce la roccaforte del messianismo californiano, che aspira alla creazione per via digitale della Singolarità Tecnologica (in altre parole, alla “Ricostituzione degli Stati Originari dell’ Essere” della tradizione esoterica).


Sempre Erodoto ci educe sul fatto che il “Sogno di Serse” era stato indotto artificialmente in Serse dall’inganno dei Magi; così anche ora chi instilla la volontà di potenza nei politici delle Superpotenze sono dei novelli “Magi”, metà stregoni e metà profeti, come in primo luogo i guru dell’ informatica.
E, nello stesso modo in cui, come spiega Erodoto con lucidità, verve polemica e precisione, i Persiani, dopo avere attentamente comparato pregi e difetti di monarchia e democrazia, avevano scelto per sé la monarchia e, per gli altri, la democrazia, così gli Americani governano se stessi in modo militarizzato attraverso le società segrete, le grandi famiglie, le piattaforme, il Deep State, la “intelligence Community”, ecc.., ma poi pretendono che gli altri siano governati da sistemi “democratici” debolissimi e complicatissimi, i quali, non potendo decidere nulla, si debbono appoggiare sempre più all’ America (e oggi ai GAFAM).-Tipico il rapporto NATO/UE che paralizza da settant’anni la Politica Estera e di Difesa dell’ Europa. Ora però, scossa dalla coscienza della fine della propria egemonia, anche l’America sta per crollare, mettendo ovviamente in forse tutta questa kafkiana costruzione dell’ Occidente.


Infine, così come la pretesa messianica degli Achemenidi, scolpita sulle loro tombe nelle varie lingue dell’ impero, era fondata su una missione divina attribuita loro da Ahura Mazda, così oggi si pretenderebbe che l’”Imperialismo Democratico” sia una missione divina, fondata su una preferenza divina per un determinato tipo di uomo: l’ “Homo Aequalis” (”in God we Trust”).


Una siffatta genealogia del concetto di “democrazia” è avvalorata dal fatto che questa fa la sua comparsa in Grecia solo dopo che il generale persiano Mardonio, avendo schiacciato per Serse la rivolta anti-persiana dei Greci della Ionia e crocifisso i loro “tiranni”, aveva imposto in loro luogo dei regimi democratici, per garantirsi che non sorgessero delle élites guerriere come quella spartana, decise, come Leonida, a combattere i Persiani fino alla morte.Erodoto conosceva la vicenda dall’interno, essendo cittadino di Alicarnasso, sulla costa egea dell’Anatolia:”τοὺς γὰρ τυράννους τῶν ᾽Ιώνων καταπαύσας πάντας ὁ Μαρδόνιος δημοκρατίας κατίστα ἐς τὰς πόλις”(“Giunto nella Ionia, Mardonio, dopo aver deposto tutti i tiranni degli Ioni, avrebbe instaurato nelle città governi democratici”). Questo paradosso della democrazia “imposta” dal dispotismo orientale, come garanzia di servilismo, avrebbe suscitato, secondo Erodoto, “μέγιστον θῶμα”(“un grande stupore”) in quei Greci a cui sembrava già incredibile anche il dibattito sui tre tipi di costituzione che lo storico sostiene aver avuto luogo in Persia.
Inoltre, i Persiani avrebbero imposto agli Ioni una sorta di federalismo interno, simile, come principio, all’ attuale pseudo-federalismo europeo, battezzato dal Senatore Fulbright e da Dean Acheson a margine di una riunione NATO : “Convocati a Sardi gli ἄγγελοι delle πόλεις ioniche, Artaferne costrinse gli Ioni a stipulare accordi fra loro per
sottoporre ad arbitrato ogni controversia e mettere in tal modo fine a razzie e rappresaglie reciproche e soprattutto alle contese territoriali”.

D’altronde, quanti politici ed intellettuali, nelle poleis greche, erano esplicitamente filo-persiani? Per esempio, passarono decisamente dalla parte dei Persiani i condottieri ateniesi Alcibiade e Temistocle e il re di Sparta Demarato, deposto da Cleomene con l’accusa di illegittimità , che si era rifugiato in Asia presso Dario, «il quale lo accolse con munificenza e gli donò terre e città,(Pergamo, Teuthrania e Halisarna), come ricompensa proprio per averlo accompagnato nella spedizione contro la Grecia (“ἐκείνῳ δ᾿ αὕτη ἡ φώρα δῶρον ἐκ βασιλέως ἐδόθη ἀντὶ τῆς ἐπὶ τὴν ῾Ελλάδα συστρατείας”).


L’opposto del dispotismo persiano non era, per i Greci, la democrazia, bensì l’aristocrazia (la “kalokagathìa” degli “eroi”). E del resto lo stesso pensavano i filosofi romani come Tacito e Seneca, che si opponevano agli imperatori, oppure Machiavelli, che vedeva nei “baroni” l’antidoto contro il dispotismo “orientale”. Del resto, questo sarebbe stato anche il pensiero di Montesquieu, Goethe, Alfieri, Burke, Madison, Tocqueville, Saint Exupéry e tanti altri…A cui si contrappongono i fautori americanisti dell’ispirazione divina della democrazia, come Niebuhr e Novak.

Il calvario di Assange, reo solo di aver fatto conoscere la verità, continua in Inghilterra,
non in una “democrazia illiberale”


4.Che senso ha oggi la contrapposizione fra libertà e dispotismo?


“Democrazia” ha oggi più che mai, grazie al “conformismo democratico” un significato vago, riempibile a piacere, come un tempo “fascismo” e “socialismo”.

Per un certo periodo, tutto, in Italia, era stato “fascista”, dai Fasci Siciliani al comunismo (il “corporativismo impaziente”), dalla monarchia (il Duce e il Re) all’anarco-sindacalismo, dalla Dottrina Sociale della Chiesa (“l’Uomo della Provvidenza”) al laicismo gentiliano, dalla Confindustria (che ancor oggi ha per simbolo l’aquila fascista), al diritto sociale e del lavoro .

Così pure, in un successivo periodo, tutto sarebbe stato socialista, dal socialismo nazionale a quello rivoluzionario, dal socialismo liberale al maoismo, dal cristianesimo sociale al trotskismo, dai “nazi-maoisti” agli stalinisti, dai”Viet¬-lib” ai “miglioristi, dal PSDI al PSI, al PSIUP, alla Sozialistische Einheitspartei Deutschlands, al “socialismo reale”, dal socialismo arabo a quello islamico.


Nello stesso modo, oggi tutto è democratico: liberal-democrazia, social-democrazia, democrazia cristiana, democrazia islamica, democrazia illiberale, democrazia nazionale…Ma tutti questi regimi non hanno certo la stessa logica, la stessa struttura e lo stesso funzionamento.
In realtà, l’aspirazione di fondo di queste tre culture è la stessa: la “Nuova Società Organica” profetizzata da Saint Simon, fondata sulla “religione dell’ umanità” (lo “specismo”), intorno alla quale si sarebbero raccolti imprenditori e lavoratori. L’uomo si sarebbe “salvato da se stesso”, con una “nuova scienza”. Comte, Enfantin, Fiodorov e Lunacarskij avrebbero poi veramente fondato una siffatta religione, di cui oggi non c’ê più neppure bisogno, perché si sono trasformate in quella direzione buona parte delle religioni positive.


Giustamente poi, Rizza critica l’artificiosa contrapposizione fra “democrazia” e “autocrazia”, attualmente in voga nel discorso politico (sotto l’influenza americana), perché essa non coglie affatto lo specifico dei vari regimi, né in assoluto, né, tanto meno, nell’ oggi, ipotizzando essa un’assurda biforcazione di una realtà ben più variegata. Devo dire che, contrariamente a Rizza, credo che, almeno sulla carta, abbia ancora valore la classificazione platonica, aristotelica e tomista, delle diverse costituzioni, (anche se l’endiadi polemica non era stata, a mio avviso, come si ripete erroneamente, “democrazia e oclocrazia”, bensì “politeia e democrazia”, dove è quest’ultima a costituisce, fra le due, il regime degenerato: oggi, la chiameremmo “demagogia”, o, ancor meglio, “populismo”). Nella concreta realtà di oggi, abbiamo comunque un panorama estremamente variegato di regimi, per cui ci sarebbe bisogno di un nuovo Aristotele (o almeno di un buon costituzionalista comparato), attento non soiltanto alle costituzioni formali, bensì anche a quelle “materiali”. In questo quadro comparatistico, ci accorgeremmo che oggi solo poche repubbliche sono relativamente democratiche e al contempo indipendenti (delle “democrazie sovrane”), come alcuni Stati dell’Europa centrale e orientale, dell’America Latina e del Sud-Est Asiatico (Sri-Lanka, Indonesia).

Nel resto del mondo, ritroviamo i regimi più vari: una teo-tecnocrazia (gli Stati Uniti); dei protettorati americani (come li chiama Brzezinski= la UE, i “Five Eyes”, il Giappone); un “socialismo con caratteristiche cinesi”(la Repubblica Popolare ); alcune “democrazie militari” (Russia, Palestina e Gaza); una decina di Repubbliche islamiche (Iran, Turchia, Pakistan, Yemen, Indonesia, Cecenia …); una ventina di monarchie islamiche (Marocco, Giordania, Arabia Saudita, monarchie del Golfo, Isole dell’ Oceano Indiano, Malaysia, Brunei…); una Repubblica induista (l’ India); uno “Stato ebraico” (Israele); alcune monarchie buddhiste (Bhutan, Thailandia) ; uno “una monarchia comunista” (Cambogia); qualche potere dinastico camuffato da repubblica (Siria, Corea del Nord); alcuni regni tribali (Swaziland, Tonga ); molte repubbliche tribali (quasi tutti gli Stati africani e polinesiani, l’Iraq, il Libano, la Bolivia, la Malaysia);alcune repubbliche socialiste (Nepal, Cuba, Venezuela); qualche dittatura di partito (Vietnam, Laos).


Queste 14 categorie potrebbero, volendo, essere raggruppate in gruppi più ristretti, analoghi a quelli aristotelici: monarchie limitate e Stati-canaglia; sistemi a partito unico e federazioni pluralistiche; repubbliche rappresentative e “Stati falliti”….Non si tratta, quindi, di una contrapposizione frontale fra due visioni del mondo (“l’Occidente e il resto” di Huntington), bensì di un mondo veramente pluralista (“poliedrico”, come ha detto il Papa, o “multifaceted” come si esprime recentemente la Commissione), dominato da una pluralità di sistemi, anche se tutti (o quasi tutti) si autodefiniscono “democratici”. Di qui, l’impossibilità tecnica di stilare una graduatoria di “maggiore o minore libertà” come fa quello che Canfora chiama il “Democratometro” di Freedom House..Semmai, si potrebbe redigere una tabella, che registrasse la presenza maggiore o minore di certe diverse caratteristiche nei vari sistemi, quali: indipendenza nazionale; libertà dal controllo digitale; esistenza di una società civile; libertà religiosa; libertà di pensiero; libertà di parola; libertà economica; accessibilità dei media; contendibilità del potere accademico; libertà di associazione; conformismo; stato di diritto; equità; solidarietà…


Certo, sfuma anche, e di molto, l’idea che la democrazia sia il regime in qualche modo “normale”, sulla base del quale tutti gli altri possono essere “misurati”, e che alla fine, con un criterio deterministico, tutti i regimi si allineeranno. Fa impressione dopo 17 anni rileggere “Il futuro della libertà” di Fareed Zakaria, il teorico della “democrazia illiberale”, che teorizzava la transizione della Cina alla democrazia rappresentativa, come unica alternativa al caos, mentre invece il caos c’è oggi piuttosto in America, non certo in CIna.


Diventa così più urgente che mai ideare un sistema di governance specifico per l’ Europa, che non sia la pedestre traduzione in Europa del casuale mix americano (che oggi tutti vogliono modificare), un sistema tratto dalle nostre tradizioni storiche e culturali, come avevo tentato di fare nel libro “Da Qin”, in cui avevo suggerito di trarre insegnamenti dall’esperienza della Svizzera, la quale, seppure a livello micro, come “in vitro”, ha saputo mantenere per seicento anni un vero sistema federale, ereditato in pratica dagli antichi Indoeuropei e sopravvissuto a Celti, Germani, feudalesimo, impero, Napoleone e guerra civile (il “Sonderbund”). Un federalismo coerente con il regime ancestrale degli Europei, quello delle infinite tribù e città :Schwytzerduetch, Svizzeri Romandi,Ticinesi , Walser,Ladini…Mentre noi, da Saint Pierre a Kant, da Coudenhove-Kalergi a Spinelli , continuiamo a parlarne, mentrte nessuno, salvo Duccio GAlimberti, ha neppure tentato di scrivere una vera costituzione, al contempo nazionale ed europea.

Pergamo, la città che Serse diede a Demarato quale ricompensa peer avere militato per la Persia contro la Grecia

5. Quali previsioni?


Dando per un momento per risolto il difficile problema della definizione dell’ essenza della democrazia, nel considerare il futuro della stessa in Europa, si può guardarvi tanto da un punto di vista meramente previsionale, quanto da quello operativo.


Dal punto di vista previsionale, ê chiaro che l’avanzare delle tecniche di controllo sta portando ovunque automaticamente a un potere più accentrato (come si vede nel caso della pandemia e in quello del Recovery Fund). Ciò sarebbe obiettivamente positivo nell’ ottica del breve-medio (accrescendo la resilienza delle varie società nella lotta contro i flagelli dell’ Umanità, ivi compreso l’”Impero Nascosto”dei GAFAM), ma ha conseguenze catastrofiche sul lungo, perché porta comunque al prevalere delle macchine intelligenti, attraverso la corsa per la supremazia fra USA e Cina, che implica già ora al militarizzazione (“weaponisation”) di ogni aspetto della vita sociale: dalla religione alla scienza; dalla cultura alla tecnologia; dal diritto all’economia: la “guerra Senza Limiti” lanciata da Bush Junior e teorizzata dai militari cinesi. Dall’America e dalla Cina, questa tendenza si estende, “a cascata” perfino ai Paesi che hanno esigenze simili e che quei due paesi leaders costringono a schierarsi (ad esempio, la UE o Hong Kong). Per ciò che ci riguarda, la “weaponisation” ha portato all’intensificarsi della propaganda occidentale che, dopo un periodo di relativa apertura, vuole ora letteralmente oscurare tutte le informazioni utili ed obiettive sui popoli diversi da quelli “occidentali”. E’ quel processo di “rivalità mimetica” denunziato da Gotti Tedeschi, che porta i Paesi “alleati contro la Cina” ad assomigliare sempre più a quest’ultima (il “Reverse Totalitariansm” di Wolin), e il misoneismo occidentalistico a copiare la “cancel culture” dei multiculturalisti americani.


Agli Europei è stata imposta così la “political correctness” americana, che c’impone di restringere enormemente le nostre opzioni politiche, sociali, culturali e perfino linguistiche, ammissibili (la “Finestra di Overton”), come pure la lotta alle “fake news” che assomiglia molto a una nuova, formidabile, censura, nelle mani di imprese private come FAcebook.


Anche i Paesi che vogliono mantenere la propria indipendenza a dispetto del conflitto fra le due superpotenze sono costretti a “militarizzarsi” per evitare di essere fagocitati. Esempi tipici: la Russia dopo i casi della Cecenia, della Georgia e dell’Ucraina, e la Turchia dopo il colpo di Stato.

Infatti, dopo che Elcin aveva ottenuto così pochi risultati nel tentativo d’ingraziarsi l’ Occidente con lo scioglimento anticipato dell’ URSS, le privatizzazioni selvagge, la semi-indipendenza della Cecenia, il disarmo nucleare e il tentativo di entrare in Europa, la Russia era giunta sull’ orlo dello smembramento, della liquidazione e della guerra civile, il “deep State” russo si era visto costretto a provocare l’ascesa di un leader più energico, capace di prevalere al contempo sui Ceceni, sugli oligarchi e sulle influenze occidentali.


Nello stesso modo i Turchi, dopo essere stati per 40 anni nell’ anticamera della UE e dopo avere eliminato per questo il regime militare, non hanno potuto fare a meno, visto che erano stati ricompensati con il colpo di Stato appoggiato dagli USA e tollerato dagli Europei, di conquistarsi una loro autonomia strategica (termine di Macron ora ripreso da Erdogan), come misura preventiva contro nuovi tentativi come quello di Energekon e di Gülen, rafforzando i poteri del Presidente e conducendo una politica internazionale e degli armamenti più aggressiva.


In piccolo, valgono anche i casi della Polonia e dell’ Ungheria, le cui recenti politiche condannate come “illiberali” (anche se riprese semplicemente da leggi americane, francesi o italiane), mirano in sostanza a ridurre le possibilità delle lobby internazionali (per esempio l’americana Open Society Foundation) di condizionare la politica ungherese e polacca nell’attuale fase di conflittualità geopolitica internazionale.


A oggi, purtroppo, tutte queste sacrosante aspirazioni alla resistenza
dell’umano contro l’invadenza dell’omologazione tecnologica non hanno trovato una soddisfacente base culturale e politica, limitandosi esse soprattutto al regresso verso la fase iniziale (e meno evidente) dell’omologazione moderna, quando, nell’ Ottocento, sotto la spinta dell’occidentalizzazione forzata, si erano cominciate ad esasperare alcune delle caratteristiche “tradizionali” delle diverse società (in Giappone “Wakon Yosei”, in India “Hind Swaraj”…), senza però alcun autentico sforzo d’innovazione.


Sempre sul piano previsionale, non si può non credere che tutte queste tendenze continueranno ad accentuarsi con l’ulteriore perfezionamento delle macchine intelligenti, le quali, da un lato, condizioneranno maggiormente la vita di tutti, e, dall’ altro, permetteranno guerre con costi umani ridotti, perché condotte fra macchine, o anche soltanto fra software (le “cyberguerre”). Il lato più preoccupante di tutto ciò è che, se le macchine riusciranno a farsi delegare tutte le attività belliche, diventeranno ancora più influenti di noi sulle grandi scelte politico-sociali, come influenti erano prima i generali e i servizi segreti.

L’Apocalisse è ora
  1. Libertà e illibertà nella Fine della Storia
    Alla luce di tutto ciò, l’intero impianto del pensiero politico tradizionale, elaborato per una società di uomini (e di donne), sta divenendo obsoleto, e l’unica disciplina politologica rilevante diverrà la cyber-etica, che però si sta sviluppando anch’essa in base a concezioni meccanicistiche, che nel rapporto uomo-macchina, privilegiano il lato macchinico. Parafrasando il gergo della “cyber-etica mainstream”, il peggiore “bias” che l’industria informatica sta trasmettendo alle macchine intelligenti è quello costituito dalla cultura materialistica e razionalistica dei guru informatici “californiani” (in realtà, sempre più texani), che tende a perpetuare e consolidare, attraverso la dittatura macchinica, la presente civiltà dell’ omologazione universale. Soprattutto, la società delle macchine intelligenti sta abolendo il “libero arbitrio”, a meno che non riusciamo ad educare una nuova classe dirigente libera e creativa, che sviluppi un rapporto proattivo con il mondo macchinico, riproponendo, contro le “routines” della Modernità, l’imprevedibilità e la gratuità dell’agire umano. Ora, come scrive giustamente Rizza, “Presupposto della democrazia – che è poi il presupposto Per ogni costruzione di città – è che l’uomo libero …dev’essere preservato”.
    Orbene, come mi sembra di avere dimostrato, è proprio questo presupposto ch’è venuto meno progressivamente da decenni, sì che ora viviamo in un mondo di “ mutanti”, teleguidati dai GAFAM, dai Big Data, dai servizi segreti, dai think tanks, dalle lobby, dai “gatekeepers”… E’ questa la ragione occulta della “fine delle grandi narrazioni” (Lyotard). Oramai, quando la setta dei tecnocrati ha raggiunto il suo obiettivo – la soggezione dell’uomo alle macchine-le finzioni delle ideologie (democratiche o meno) sono oramai divenute inutili, e non rimane altro che la nuda realtà del controllo totale.
    Può sembrare paradossale, ma il discorso “mainstream” contemporaneo, che pretenderebbe di esprimere uno “Zeitgeist” obiettivo, ê in realtà l’ultima, la più menzognera, di tutte le ideologie. Esso pecca innanzitutto per mancanza di storicità. Il pensiero politico post-moderno dovrà infatti smetterla di presentarsi falsamente “sub specie aeternitatis” (come la ricerca greca della “kallipolis”, la migliore fra le città, quasi che l’uomo postmoderno rappresentasse la condizione “naturale” dell’Umanità), per riconoscersi storico, o meglio, apocalittico, rispecchiando così finalmente la vera essenza del XXI Secolo. I post-moderni si collocano infatti tutti nella prospettiva, appunto, apocalittica, della “Fine della Storia”. In questo senso, essi sono eredi, come tutti noi, delle tradizioni culturali dell’escatologia occidentale. Come altrimenti si giustificherebbe la loro pretesa di palingenesi totale, che rovescia tutte le certezze dell’”Epoca Assiale” (perennità dei valori; gerarchie consolidate; spirito acquisitivo; guerra; familismo; maschilismo..:cfr. Ian Assmann: “Achsenzeit, Eine Archaeologie der Moderne”)?
    Ma, proprio se così è, è per essi imperdonabile d’essersi dimenticati che tutte le visioni apocalittiche concepiscono la fine della Storia non già come un fatto puntuale, bensì come un periodo (millenario) di lotte cosmiche (l’incatenamento di Angya Mannu, il Millennio, l’Anticristo…). C’ê una vera e propria storia dell’Apocalisse (che poi costituisce lo sfondo del pensiero di Hegel e di Marx, di Nietzsche e di Fiodorov, di Lunačarskij e di Kurzweil), all’ interno della quale la politica attuale, nell’ era della Singularity e della Guerra senza Limiti, deve riuscire a pensarsi.
    Chi vuole veramente battersi per la difesa della libertà in quest’era di scontro apocalittico deve impegnarsi su qualcuno dei molteplici fronti che impattano sul rapporto uomo-macchina: dalla riscoperta delle etiche tradizionali allo studio della cibernetica, dalla cyber-etica alla legislazione europea, dalle scienze strategiche e dal rapporto Europa-America alle normative sui GAFAM.
    Vi sono oramai infinite proposte di “codici di cyber-etica”, ma tutte, fino ad ora, risultano vuote e inutili, perché non affrontano nessuna delle questioni enumerate in queste pagine. Tutte partono dall’ erroneo presupposto che la cibernetica sia una cosa valorialmente neutra, la cui positività o negatività dev’essere valutata alla stregua degli obiettivi (umani) ch’essa persegue. Ma, come avevano intuito già Čapek, Heidegger, Anders, Asimov e Kurzweil, la cibernetica persegue propri obiettivi superumani, e, come ha messo correttamente in evidenza De Landa, essa si comporta verso l’Umanità come un qualunque altro parassita. Essa ne abita il corpo e soprattutto l’anima, nutrendosi di essi, e, grazie ad essi, diviene più forte.
    Il problema non ê che la cibernetica si comporti “bene”, bensì che non prenda il sopravvento su di noi, affermando propri fini contro quelli umani. Affinché ciò sia possibile, occorre rovesciare la trasformazione antropologica in corso, che vede la distruzione sistematica delle qualità umane, sintetizzabili nel concetto di “virtù”, in favore di qualità astratte, quali la ragione, l’unità e la stabilità. Per fare ciò, occorre che le “virtù” non vengano ridotte a un solo principio astratto (il “Nirvana”, la “legge”, il “monoteismo”, il “coraggio”, la “carità”, la “verità”…..), bensì siano vissute come forme di equilibrio fra i diversi principi di cui l’Umanità è fatta (“Mesotes”, “Zhong Gong”), conciliando in modo olistico le diverse virtù: questo conforterebbe e rafforzerebbe il ruolo centrale del pluralismo, e quindi della libertà, in una singola società locale così come nella società mondiale.
    Le proposte per una “Democrazia Europea” da formulare per la Conferenza sul Futuro dell’Europa dovranno affrontare in primo luogo questo problema. Infatti, come scritto nell’ultimo fascicolo del MIT, la Cyberetica è dipendente dalle concezioni etiche delle diverse tradizioni. Nel libro DA QIN avevo perciò suggerito di farlo tenendo bene sott’occhio l’esempio, strettamente europeo, del federalismo svizzero: un piccolo popolo di uomini liberi, e tuttavia non imbelli, bensì organizzati come un esercito permanente: neutrali non perché deboli, ma perché così forti da poterselo permettere.
La Guardia Svizzera costituisce il massimo riconoscimento
del valore secolare dei Confederati.

DIBATTITO SU SITUAZIONE ECONOMICA POST-COVID

Si è svolta il 16 ottobre all’ Istituto San Carlo di Torino ,Via Monte di Pietà 1, la manifestazione “IMPRESE e TERRITORIO: LE SFIDE POST COVID-19”, organizzata congiuntamente da Rinascimento Europeo e da DAI IMPRESA.

Hanno partecipato gli assessori regionali Andrea TRONZANO (Bilancio,Sviluppo delle attività  produttive e delle PMI)e Maurizio MARRONE. (Rapporti con il Consiglio Regionale e Affari Legali)

Il Prof. Carlo MANACORDA,Docente di Economia Pubblica, esperto di bilanci dello Stato ha parlato su EMERGENZA ECONOMICA E AIUTI PUBBLICI:RISCHIO CAPITALISMO DI STATO?

Il sottoscritto è intervenuto su L’AGENZIA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE A TORINO: OPPORTUNITÀ PER IMPRESE E PROFESSIONISTI.

MODERATORE, Marco MARGRITA,Giornalista

Il tema del colloquio era estremamente vasto, e, forse, perfino prematuro, visto che l’epidemia di Covid-19 sta riprendendo più vigorosa che mai, e anche il Recovery Fund arriverà solo a metà 2021. Tuttavia, l’incontro ha avuto comunque il pregio di porre sul tavolo diverse prospettive e di ascoltare il punto di vista della Regione.

1.L’intervento del Prof. Manacorda

L’oggetto dell’ intervento del Professor Manacorda erano le preoccupazioni per le partecipazioni di Invitalia rese necessarie dalla crisio da Covid. Il Professore   si è chiesto se gl’interventi pubblici richiesti dalla crisi da Covid, in particolare in Italia, per quanto obiettivamente indispensabili, possano assumere un carattere permanente, in quanto non si riesca, o non si voglia, salvare in breve tempo le imprese in difficoltà. Si noti che questa preoccupazione, lungi dall’essere un’opinione solo del Professor Manacorda o di una parte dell’accademia e del mondo politico, costituisce la politica ufficiale dell’Unione Europea. La Commissaria Vestager, che, essendo responsabile per la Concorrenza, è chiamata anche a limitare gli aiuti di Stato alle imprese, hadichiarato che, se è vero che la Commissione staconcedendo  agli Stati ampie esenzioni dal divieto per contrastare la crisi da Coronavirus, queste esenzioni saranno molto ben delimitate.

Personalmente credo che la Commissaria Vestager rappresenti una visione “vecchio stile” del diritto della concorrenza, che non tiene conto della realtà economica e politica del nostro secolo, dove non si contrappongono più tanto Stato e mercato, bensì la linea politica delle Grandi Potenze definita brillantemente a suo tempo dal Kalecki come “Keynesismo militare”, in cui le esigenze economiche teoriche vengono subordinate a quelle militari, che a loro volta  vengono trasformate in stimoli per il PIL nazionale,  e quella definita allora da Fanfani come “corporativismo democratico”, adottata in fondo poi dall’ Unione Europea, secondo la quale il potere pubblico si fa portatore degl’interessi costituiti più forti o meglio rappresentati, senza l’ambizione di una precisa strategia.

Quest’orientamento da parte dell’Unione sta producendo, a mio avviso, effetti sempre più dannosi per l’Europa, come dimostrato dall’ incredibile mancanza di tempestività e di resilienza  a cui sono stati dovuti la lentezza del processo di formazione della nuova Commissione, la farraginosità dei programmi economici, il continuo slittamento della Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’incredibile lentezza, rispetto ai Paesi asiatici, nel contrastare la pandemia, e, infine, l’ incapacità di adottare, in otto mesi, non soltanto i “provvedimenti urgenti”, che dovrebbero rilanciare l’economia, ma, addirittura, il Quadro Finanziario Pluriennale (cioè il bilancio) 2021-2027, che, secondo precedenti esternazioni della Commissione, avrebbe dovuto sostenere il raggiungimento, da parte dell’ Unione, di una posizione di leadership mondiale.

2.Il ruolo centrale dell’ intelligenza artificiale

Nel mio intervento, ho ricordato come sia difficile separare l’intelligenza artificiale, non solo dagli altri settori dell’informatica, bensì da tutti gli ambiti di attività della vita moderna, che si tratti di strategia, di politica, di scienze, di didattica, di medicina, di amministrazione, di comunicazione, di produzione, di economia. L’Intelligenza Artificiale costituisce uno degli elementi fondamentali nella costruzione delle società contemporanee, e per questo motivo le Grandi Potenze, a partire dagli Stati Uniti, ne hanno fatto (e ne fanno sempre più) una questione strategica per la sicurezza nazionale. Per questo l’informatica e l’intelligenza artificiale sono state favorire, e, anzi, addirittura create, con i fondi di un Ente Statale responsabile per lo sviluppo delle tecnologie militari, il DARPA. Sulla falsariga degli Stati Uniti, quasi tutti i Paesi del mondo si stanno dotando di un organismo simile al DARPA, che, in Cina, si chiama, significativamente, “Comitato per l’ Unione fra il Civile e il Militare”. In ambo i Paesi, lo Stato detta i percorsi che le aziende del settore, che sono prevalentemente private, (GAFAM e BATX) debbono seguire per fornire al Paese le adeguate competenze.

3.La situazione in Europa

In Europa, prevale la tutela degl’interessi costituiti, sicché, non essendoci forti gruppi economici operanti nel settore, vi sono poche pressioni per favorirlo. Ciò detto, l’Unione ha, e continua a perseguire, anch’essa,  proprie politiche di sviluppo del digitale, adottando documenti programmatici (come il pacchetto presentato il 28 febbraio), e sponsorizzando iniziative del settore privato, ma con molto meno energia dei suoi concorrenti. Inoltre, il “pacchetto” finanziario che avrebbe dovuto sostenere un deciso “salto” del digitale europeo è in ritardo di un anno a causa dei disaccordi sulle linee programmatiche secondo cui supportare le economie colpite dal Coronavirus, sicché i fondi dedicati a questo tema sono stati drasticamente ridotti, non se ne conosce l’importo definitivo, e saranno comunque disponibili solo a partire dall’estate prossima.

Vi sono varie iniziative in fieri, che procedono a bassa intensità oppure sono ancora latenti, ed attendono una decisione sui finanziamenti italiani, che verranno presumibilmente sbloccati solo quando si saprà di quelli europei.

Il paradosso è che, giacché il Recovery Fund, come pure i corrispondenti finanziamenti italiani, erano stati concepiti come provvedimenti d’urgenza, il lavoro di programmazione è ,non solo iniziato, ma in certi casi è già perfino finito anche se non è chiaro se le misure previste saranno poi quelle effettivamente finanziate.

Comunque sia, ci troviamo di fronte a una pletora di documenti che definiscono, in termini estremamente vaghi, ciò che dovrebbe essere fatto, ma si tratta di programmi non adeguatamente “sgrossati”, di cui si sa fin dall’ inizio che solo una parte potrà essere realizzata.

4. L’Istituto

L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale fa parte della Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Il Governo attende, per la fine del mese, commenti, che l’Associazione Culturale Diàlexis sta finalizzando. Comunque, le cose che interessano di più la maggioranza, cioè sede ed assunzioni, si faranno nel 2021 (quando, si spera, ci saranno i soldi).

Purtroppo, quest’incertezza sull’Istituto deriva da una generale incertezza sulle politiche dell’Unione. Manca una precisa strategia. A questo problema ho dedicato un libro, inviato a tutti i vertici dell’Unione, in cui propongo che, invece di creare 27 istituti nazionali di tecnologia e 27 istituti nazionali per la proprietà intellettuale, se ne crea uno solo (European Technology Agency, EIT). A Bruxelles, mi rispondono che ne esiste già uno, l’ Istituto Europeo per la Tecnologia, con sede a Budapest, la cui disciplina è stata rivista a Luglio perché la Corte dei Conti aveva trovato delle magagne. Ho scritto a tutti i membri della Commissione del Parlamento Europeo, in seguito ad una lettera di Sassoli, di non votare il rifinanziamento dell’ EIT fino a che non si sia fatta chiarezza su una strategia unitaria. Ho inviato a tutti una copia del libro sull’Agenzia Europea per la Tecnologia, invitandoli a fare, dell’Istituto Europeo, una vera agenzia centrale con competenza su tutti gli sviluppi tecnologici europei. Di fatto, il Parlamento sta rifiutando l’intero pacchetto finanziario tra l’altro perché non c’è un’adeguata copertura delle spese tecnologiche.

Nel frattempo, l’unica cosa utile per territori, istituzioni e imprese, è continuare a fare progetti e a cercare di farsi sentire dalle diverse Autorità (Commissione, Governo, APRE, Enti locali) che si stanno occupando della questione.

L’Associazione Culturale Diàlexis si propone come tramite dei suggerimenti di tutti e organizzerà al più presto un momento di confronto. Visto che siamo in un mezzo lockdown, si tratterà quasi sicuramente di un webinar.

5.Le ricadute sul Territorio

In particolare, per ciò che riguarda l’Istituto, la preoccupazione maggiore è quella che, come al solito, esso si traduca solo in una riallocazione di fondi fra i soggetti che già ne fruiscono, come l’Università e il Politecnico, senza che il territorio ne tragga alcun giovamento.

Ricordiamo che il nostro territorio versa in una crisi gravissima, che la politica e i media tendono a sottovalutare, o ad annegare in nella generica crisi da Coronavirus, mentre invece si tratta di una crisi torinese immersa  in una crisi italiana che fa parte di una crisi europea, che richiederebbe una strategia specifica, la quale invece non c’è. Occorrerebbe finalmente dirci tutta la verità sul perché di questa crisi (fine degli strascichi del “keynesismo militare”, fine della presenza della FIAT Holding, della capogruppo di Fiat Auto e di buona parte dell’ indotto, insufficienza delle politiche culturali..)

Soprattutto in questo momento, in cui tutto viene trasformato in uno strumento di potere, o almeno di concorrenza economica, vale più che mai l’idea che la ricerca debba avere una ricaduta pratica, economica, e, perché no, anche politica, Altrimenti, a che cosa servirebbe la proprietà intellettuale? Orbene, l’idea che non sia previsto un utilizzo concreto della ricerca, né che ci siano vincoli al suo utilizzo fuori del territorio, mi sembra veramente suicida.

Un esempio tipico di come un istituto di ricerca possa sganciato da una ricaduta pratica per il territorio mi sembra l’Istituito Italiano di Tecnologia di Genova (a cui per altro le Autorità sembrano ispirarsi). Non mi sembra che il livello culturale, l’occupazione o il reddito di Genova siano stati sostenuti in qualche modo percettibile dalla presenza dell’ Istituto.

In realtà, come evidenziato nel mio libro, ci sono qui enormi lacune, sia nel campo della ricerca accademica e della cultura, che in quello della ricerca applicata: anche se molti vi si sono cimentati ed esiste una pletora di documenti ufficiali, mancano studi adeguati sull’ etica dell’intelligenza artificiale e sulle strategie delle industrie del web in Europa. Mancano piattaforme in concorrenza con i GAFAM americani e i BAATX cinesi, in particolare per ciò che riguarda la promozione dei territori e il web marketing.  Manca soprattutto una strategia precisa per l’upskilling digitale a tutti i livelli, che potrebbe eventualmente fare rinascere una competenza tradizionale torinese, quella dell’ISVOR.

Soprattutto, visto che l’Istituto per l’Intelligenza Artificiale è a Torino, e non lontano dall’ Istituto Italiano di Tecnologia, e non esiste, né in Italia, né in Europa, alcun altro centro delegato a studiare le future strategie digitali per l’Europa, sarebbe il caso che l’Istituto avesse, tra l’altro, il compito di fare proprio questo: studiare e proporre strategie (teoriche e pratiche) per il digitale, da poi proporre (e/o vendere) altrove (all’ Unione Europea, agli altri Stati membri, alle Autorità, alla finanza, alle imprese.

Il dibattito che si dovrebbe aprire intorno all’ intelligenza artificiale può essere un punto di partenza per un dibattito più ampio sull’informatica nella società del XXI secolo, sfatando quei molti luoghi comuni che impediscono di darci una strategia seria.

In conclusione, abbiamo una serie di scadenze;

1)formulare proposte per il Governo, le Istituzioni, la Commissione…

2)costituire un luogo di dibattito e di aggregazione del territorio intorno alla questione delle strategie di digitalizzazione, in modo da creare una massa critica;

3)stabilire  un trait d’Union con la proposta del Comune di candidare Torino come Capitale Europea della Cultura;

4)preparare iniziative editoriali specifiche (come databases interattivi);

5)finalizzare e distribuzione dei libri già pronti;

6)fare un webinar entro dicembre con tutti gl’interessati

RINASCIMENTO EUROPEO E DESTRA

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Lucas_Cranach_d.%C3%84._-_Das_Goldene_Zeitalter_(Nasjonalgalleriet,_Oslo).jpg#/media/File:Lucas_Cranach_d.Ä._-_Das_Goldene_Zeitalter_(Nasjonalgalleriet,_Oslo).jpg

L’associazione culturale “Rinascimento Europeo”  ha promosso molto opportunamente, per il 21 gennaioalle 18  , presso l’Hotel Golden Palace a Torino    (cfr. infra) un interessante dibattito sulle “anime della destra”. Premesso che non credo che i termini “destra” e “sinistra” siano di molto aiuto nell’affrontare i problemi del XXI secolo, dato che non esistono più i suoi refernti storici,- né lo Stato “nazionale”, né quello del Leviatano, né una vera “società civile” degna di essere conservata-, tuttavia, constato che, presa in senso “metastorico” e “metapolitico”, questa distinzione possa avere un senso permanente. Affermava ad esempio Mao Tze Tung che Destra e Sinistra esisteranno sempre, rivelando così il suo sostanziale Taoismo (lo Yin contro lo Yang), in contrasto con le idee, occidentale, di “Fine della Storia”,e confuciana, di “Datong”.

Nell’ affermare l’eternità dello Yang e dello Ying, Mao si qualificava dunque sostanzialmente come un conservatore,o addirittura come un “perennialista”, mettendo implicitamente in evidenza che il ruolo dei conservatori è quello di preservare le contraddizioni che vivificano la realtà (Máodùn=),contro coloro che le vorrebbero abolirle: in termini occidentali,  il “Katèchon” contro il chiliasmo (il messianesimo immanentistico tipico degli eretici, degl’integralisti e dei modernisti). Non per nulla, “maodun” dignifica “lancia-scudo”, come esemplificato da Hanfeizi  nell’aneddoto sulle lance invincibili che non possono attraversare scudi infrangibili. In questo senso, ha pienamente senso parlare di “destra” come “preservazione del mondo” contro i “fanatici dell’Apocalisse”.

 

  1. Il “Rinascimento Europeo” di Macron

Nella sua “lettera ai cittadini europei” alla vigilia delle elezioni, Emmanuel Macron aveva utilizzato l’espressione “Rinascimento Europeo”: ”Siamo in un momento decisivo per il nostro continente; un momento in cui, collettivamente, dobbiamo reinventare politicamente, culturalmente, le forme della nostra civiltà in un mondo che si trasforma.È il momento del Rinascimento europeo.

Dal contesto della lettera, si capisce che “reinvenzione” significa ritrovamento di qualcosa che già c’era, cioè il “Rinascimento Europeo”. Ma già anche il “Rinascimento” era il ritrovamento di qualcosa di passato, vale a dire l’antichità classica, che, a sua volta, si presentava come un “Ritorno dell’Età dell’Oro” (pensiamo alla Teogonia di Esiodo: «un’aurea stirpe di uomini mortali», che «crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull’Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavan la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro […] tutte le cose belle essi avevano»).

Quindi, una continua “Reformatio Imperii”, che, dalla più remota antichità, giunge al XXI Secolo. Non per nulla Macron viene dipinto con ambizioni napoleoniche.

Certo, siffatte citazioni storiche rischiano di rimanere puramente retoriche se non si incarnano nell’analisi puntuale dei fatti -quelli culturali confrontati seriamente con quelli antropologici e tecnologici-, e in una conseguente presa di posizione.

Coerentemente con quanto sopra, ho già esposto in passato il convincimento circa il  fatto che, visto nella luce della continuità con l’intera “Epoca Assiale”, una forma di conservatorismo “globale” e “umanistico”, contrapposto al Postumanesimo, abbia oggi una sua legittimità storica.

La Renovatio Imperii da parte degli Ottoni

2.Liberalismo e populismo

Qualche affinità ci sarebbe anche con il liberalismo inteso nel senso classico, “europeo”, di ideologia sviluppata dall’ aristocrazia per resistere all’ ascesa delle monarchie assolute, ideologia che è stata poi coniugata da Montesquieu come “monarchia limitata”, e da Tocqueville e Croce come “democrazia limitata”. Più difficile trovare punti di collegamento con il “liberalism” all’ americana, oggi prevalente, che altro non è se non la denominazione in inglese della “sinistra”, che perde di vista la questione urgente della la difesa della libertà contro il Complesso Informatico Militare, per dirottare invece l’attenzione su problemi reali, come i nuovi diritti e il clima, che però non richiedono quell’impegno totale che invece s’impone contro la “Singularity”.

In questa sua funzione di “arma di distrazione di massa”, il “liberalism” costituisce un alleato obiettivo delle Macchine Intelligenti nella loro lotta per l’egemonia sul mondo.

Ancor più difficile trovare collegamenti fra conservatorisno e  “Populismo”. Certamente, nella misura in cui il ribellismo medievale rivendicava, da un lato, il Cristianesimo delle origini, e, dall’ altro, le radici germaniche e slave dei popoli mitteleuropei, esso aveva anche un significato lato sensu conservatore, ma, a mano a mano che esso si è sposato con il chiliasmo delle eresie, e, poi, con il mito russoviano dell’identità fra governanti e governati, è divenuto obiettivamente un elemento di disordine, che ha poi preparato gli eccessi delle rivoluzioni e l’imbarbarimento della cultura. Oggi, il modo demenziale in cui predica un “Sovranismo” per ciascuno dei 26 staterelli europei, prostrandosi nel contempo apertamente a Trump e alle lobby americane, gli toglie gran parte della credibilità, rivelandolo come uno strumento del “divide et impera” americano.

Pertanto, il recupero, da parte di un conservatorismo rettamente inteso, dei valori metastorici di libertà e di sovranità, sarebbe possibile solo se portato sul piano appropriato: quello filosofico, o addirittura teologico.La Paideia

2.Il superamento della Società della Macchine Intelligenti con un Umanesimo Digitale europeo.

In sintesi: l’intera storia della cultura europea ci aveva portato, dalla nascita della “techne” fino alla “Singularity”, a postulare la realizzazione terrena delle promesse delle religioni. L’”eterogenesi dei fini” ci ha poi spinti  a rinchiuderci, in questo esercizio, nella weberiana “gabbia d’acciaio”, che soffoca la nostra umanità; la “trasfusione senza spargimento di sangue” delle nostre identità nel “Sistema Informatico-militare” ha innescato un processo (la “Singularity”) destinato a scatenare, in un primo momento, la superiorità delle macchine sull’ uomo, e, in un secondo, la cancellazione in un software indistinto dell’ intero mondo delle macchine intelligenti. Ne consegue che l’unica politica attiva che si possa oggi condurre è quella di difesa dell’umano contro il sopravvento della Singularity. Infatti, i fautori della Singularity coincidono con quelli del superamento della politica nella “post-histoire” tecnocratica, e sono, in realtà, dei figuranti della politica, che eseguono semplicemente gli ordini del complesso informatico-militare.

I politici veri di oggi non hanno altra scelta che quella di competere fra di loro nel determinare la strategia migliore per il contenimento delle Macchine Intelligenti. In questo consiste oggi la vera “Missione delle Nazioni”. Coerentemente con le loro specifiche “ identità”, le varie aree del mondo stanno affrontando questo problema, ciascuno a modo suo: l’ America, con i whistleblowers e i think tanks, la Cina creandosi un proprio ecosistema digitale nazionale, la Russia e l’ India aprendosi la possibilità di staccarsi dal world wide web in un caso di conflitto.

L’Europa, in questo come in tutti gli altri campi, ha costruito un enorme marchingegno giuridico, grazie al quale essa tenta di dimostrare di essere all’ avanguardia (“un punto di riferimento per il mondo intero”, come aveva detto il Papa a Strasburgo), ma, in realtà, non aggredendo mai con la dovuta energia le radici stesse del male (insegnando l’etica alle macchine anziché potenziare l’educazione degli umani; acquistando tecnologia in America anziché costruire la propria; applicando l’”antitrust” a effetti marginali, non già alla totale monopolizzazione del mercato; conciliando piccole sanzioni invece di esigere l’intera tassa evasa; approvando una pazzesca legislazione sulla “privacy” ma accettando che tutti i nostri dati siano immagazzinati in America e controllati dai servizi segreti americani…)

Il compito di un movimento veramente conservatore sarebbe quello di affrontare di petto la questione della conservazione dell’umano, almeno con i seguenti provvedimenti:

-un’accademia europea del digitale, che coniughi la formazione di una classe dirigente umanistica con lo studio e il controllo dell’Intelligenza Artificiale;

-un’Intelligence europea, che supporti il vertice europeo nella riforma tecnologica dell’ Europa;

un esercito europeo altamente tecnicizzato;

-un’Agenzia Europea del Digitale, che presieda alla R&S, alla programmazione, al finanziamento e alla realizzazione di un’industria digitale europea, e partecipi alle attività internazionali per la regolamentazione del digitale.

Queste rivendicazioni, che paiono marginali nel vasto panorama delle scelte politiche dei legislatori, in realtà potrebbero, e anzi dovrebbero, divenire il filo conduttore delle politiche costituzionali, sulla scuola, sui diritti civili, sulla ricerca scientifica, sul lavoro, sulla difesa, sull’economia, sulla finanza, sulla politica estera e di difesa…

Una “cultura di destra” che volesse essere tale e condizionare la politica – non importa se di destra, di sinistra o di centro-, non potrebbe ignorare l’esistenza di questa problematica che, a rigor di logica, le appartiene.

Un’associazione culturale che si denomina “Rinascimento europeo” non può ignorare, né la Lettera di Macron, né questa missione dell’Europa, che sembrerebbe avere in sé un appello specifico per ciò che resta della destra storica.

 

Allegato:

 

 

STORIA D’ ITALIA E IDENTITA’ ITALIANA

 

Commenti a margine del libro di Marcello Croce

MARTEDÌ 24 SETTEMBRE 2019
ORE 18:00

___________

CENTRO STUDI SAN CARLO – VIA MONTE DI PIETÀ 1 – TORINO

R.S.V.P. comunicazioni@rinascimentoeuropeo.org

 

24 Settembre, ore 18

Saluto con estremo favore la decisione dell’associazione culturale Rinascimento Europeo di presentare, il 24/9/2019, presso il Centro Studi san Carlo , il  libro “La storia dell’ Italia Unita” di Marcello Croce, che, per i motivi che illustro qui di seguito,  ritengo particolarmente attuale in un momento in cui la storia culturale delle nazioni europee è divenuta, finalmente, uno dei temi più caldi del dibattito politico e culturale.

Come ho avuto modo di illustrare in un precedente post e di esprimere personalmente allo stesso Autore, il libro di Croce ha, a mio avviso, fra gli altri, due fondamentali meriti: l’assenza di “partiti presi” settari, così diffusi nella storiografia attuale, e la critica, anche se solo accennata, alla concezione ristretta della storia d’Italia come storia dello Stato italiano.

Cercherò qui di inserire questa positiva valutazione nel contesto più ampio del dibattito sull’identità italiana.

1.Una storia non settaria

Ricordo che il modo in cui viene oggi affrontata la storia d’Italia (come tutte le questioni culturali con forti risvolti di attualità), è improntato a un settarismo di tipo copertamente religioso, che offusca, sotto “grandi semplificazioni”, la realtà concreta del tema in esame. La cosiddetta “memoria condivisa” non è infatti altro, a mio avviso, che un’applicazione al fatto nazionale di un generalizzato fondamentalismo nichilistico. Fra questi partiti presi di carattere settario c’è innanzitutto la svalutazione delle tradizioni intese senso generale (in questo caso, le tradizioni storiche dell’Italia) , sì che ciò che conta resterebbero soltanto “gli ultimi 5 minuti” della storia occidentale, quelli che hanno preceduto l’avvento dell’attuale sistema socio-politico. A questo settarismo fanno da contraltare alcuni settarismi minoritari e alternativi, come quelli che prendono in considerazione solo particolari fasi storiche o determinati ambiti geografici (il paganesimo, il Medioevo, la storia della borghesia o del movimento operaio, il fascismo, l’antifascismo, ecc…).

Il settarismo “mainstream” vorrebbe che siano gli Stati che fanno le nazioni, non già viceversa (tesi tra l’altro, cara già a Mussolini e di Gentile).Quindi, nel caso delle “nazioni europee”, esse sarebbero figlie degli Stati assoluti e delle conseguenti rivoluzioni liberali, non già la risultanza di processi storici di lunga durata. Nel caso dell’ Italia, essa  sarebbe stata il risultato di un processo di “nation building” dell’ intellighentija risorgimentale, proseguita dalla classe dirigente liberale, fascista e poi democratica, non già di un processo formativo iniziato con le migrazioni dell’ antico Mediterraneo, rafforzatosi con il mondo greco-romano, consolidatosi con le “guerre sociali”, rinnovatosi con il ruolo del Pontificato e le Crociate, e poi saldatosi, attraverso la cultura classicistica, con il nascente “Nation Building” risorgimentale.

Il libro di Croce prende chiaramente e coraggiosamente posizione contro questa “grande narrazione”, e descrive giustamente la storia d’Italia come un continuum, da cui non si possono in alcun modo escludere le preponderanti influenze della Romanità e del Cattolicesimo, né la vocazione ad un ruolo centrale all’ interno dell’Europa. Più in generale, “ci si trova di fronte a un modello di “storia totale”, che va dall’analisi delle vicende politiche, vero asse portante della narrazione, agli aspetti di natura economica, dallo scenario internazionale all’attenta lettura dei fenomeni di costume e culturali, dalla originale analisi del ruolo della Chiesa nella storia italiana agli aspetti più politologici quali la trasformazione, fino al loro annullamento, dei concetti di rappresentanza politica e di sovranità nazionale”.

Dunque, prima  conclusione da trarsi dal libro: la storia d’Italia non si riduce alla storia dell’ Italia Unita. Seconda: la storia d’Italia non è concepibile senza la storia dell’ Europa.

2.Critica e rinascita delle identità

L’approccio settario alla storia delle nazioni europee è legato alla missione, che buona parte degl’intellettuali si sono auto-attribuiti, di decostruire le (obiettivamente lacunose) narrazioni ufficiali circa l’ identità europea. Dibattito che giustamente non si è mai sopito, tanto che esso, per la casa editrice Alpina e per l Associazione Culturale Diàlexis, costituisce addirittura  il cuore dell’attività e dell’ impegno civile.

Un esempio di questo decostruzionismo a senso unico  (Einaudi, 2019) è costituito dal recente libro di Cristian Raimo “Contro l’ Identità Italiana”, incentrato sulla vecchia critica di principio a tutte le identità, in quanto foriere di nefaste conseguenze sociali, che ha avuto ampio corso nella saggistica di fine ‘900. Non per nulla, Raimo si riallaccia alle varie opere di Remotti su questo tema (che per altro, a mio avviso, nonostante i loro titoli, non hanno certo distrutto la realtà e l’utilità delle identità, bensì ne hanno solo precisato meglio il senso).Attraverso queste e simili vie, per altro assai tortuose (le “enge Gassen” di Nietzsche), ci si sta fortunatamente avvicinando al nocciolo di problemi, da cui, nel Secondo Dopoguerra, eravamo rimasti abissalmente lontani; ho tuttavia  il timore che questo processo tortuoso di avvicinamento proceda troppo a rilento rispetto ai ritmi e alle esigenze della storia contemporanea.

Alla fine, i pretesi  “anti-identitari”non negano affatto il concetto di identità, ma tentano solo di temperarlo, per esempio, con quello di “simiglianze”. Il che è assolutamente appropriato, ma insufficiente. Ad esempio, Raimo giunge, dopo una meritoria carrellata attraverso la letteratura (oramai vastissima) circa l’identità italiana, alla conclusione (giusta ma generica), che condivide con l’ultimo Remotti, che il difetto fondamentale dell’idea di “identità” che si è diffusa in recentemente sia ch’essa è troppo rigida (“essenzialistica”, come si dice), e non possa , per questo, cogliere le sfumature. Ma questo, più che un difetto dell’identità, è un difetto della civiltà occidentale nel suo complesso, che non è capace della polisemicità, per esempio, della lingua Cinese, unica in grado di esprimere in modo sintetico, proprio perché impreciso, la complessità della realtà, tanto che le frasi di Confucio possono restare attuali dopo 2500 anni, perché indeterminate (e quindi generalissime). Del resto, l’inventore della “Logica Fuzzy” era un  persiano ( Lotfi Zadeh), che aveva tentato di rendere questa indeterminatezza in Inglese, e perfino nel linguaggio informatico, ma, esprimendosi in lingue indoeuropee, si era trovato in seria difficoltà (Bart Kosko, Il Fuzzy-pensiero, Teoria e applicazioni della logica fuzzy; Baldini e Castoldi,1993).

Al di là della questione della lingua, è chiaro che esprimere realtà umane con la logica matematica (“identità” significherebbe “A =A”),è impossibile, anche se oggi si cerca di creare dei “sistemi neurali” che imitino l’uomo al 100%. Infatti, l’uomo è per definizione, come dice Gehlen, l’”animale imperfetto”, che è se stesso proprio perché “erra”, e, “errando” crea sempre qualcosa di nuovo (come scriveva Goethe, “es irrt der Mensch solange er strebt”).

3.Identità personali e identità collettive

Tornando alle identità collettive, il fatto stesso che tutti oggi si affannino a studiarle (la “hindutva”, l’”americanismo”, l’”identità cristiana”,la “cultura gesuitica”, l’”identità europea”, lo “European Way of Life”, il “Russkyj Mir”, l’”identité nationale”, l’” italianità”, l’ “identità padana”, la “napoletanità”, lo “spirito sabaudo”,l’”identità della sinistra”…).,  costituisce la dimostrazione che esse oggi costituiscono una forza motrice della cultura, della politica e persino dell’economia, e, anzi, più la tecnocrazia, la cultura e la politica si  sforzano di  cancellarle attraverso l’informatica, la globalizzazione, l’omologazione e il livellamento, più cresce il bisogno di attaccarsi alla propria identità, personale o collettiva che sia.

Contrariamente a quanto normalmente si afferma, queste due identità non sono infatti contrapposte, bensì complementari. L’identità personale nasce dall’ ovvia considerazione che la coscienza individuale è l’evidente fonte primaria di ogni percezione del mondo, sicché attraverso di essa l’uomo  ritrova il mondo intero, e dà a questo una forma. L’identità personale non avrebbe contenuto se non fosse “riempita” dal mondo esterno. Dall’interazione fra il soggetto e la “parte umana” del “mondo esterno” nasce il “linguaggio”, e questo è, a sua volta, il modo in cui si riordina la realtà inorganica della coscienza individuale. La forma specifica di ordine che l’interazione con il mondo esterno imprime alla coscienza individuale costituisce l’”identità collettiva”, che unisce la coscienza individuale al mondo umano. Quest’ultimo è, a sua volta, variegato, e, perciò, “poliedrico”. La persona umana interagisce con modalità varie con parti diverse del “mondo umano”. Queste interazioni sono le diverse identità collettive a cui l’uomo partecipa. Il fatto ch’esse siano tante, e su tanti piani diversi, non significa certo ch’esse non esistano.

4.Storia italiana e storia europea.

Come emerge chiaramente dal libro di Croce, per comprendere la storia dell’Italia Unita occorre situarla, dunque, all’ interno della storia dell’identità italiana quale prodotto del ruolo unico che l’Italia ebbe nella Romanità e che ancora ha nella Chiesa e in Europa. La nascita dell’Italia quale Stato unitario è parallela almeno a quella della Germania, anch’essa già parte centrale del Sacro Romano Impero, dove essa rivestiva un ruolo di leadership laica, mentre all’ Italia spettava quella ecclesiastica. Anche il declino di quei due Stati nazionali è stato parallelo, in quanto i due Paesi, alleati nella Seconda Guerra Mondiale, hanno “bruciato” entrambi, nei rispettivi  esiti totalitari, un esperimento di sintesi fra tradizioni e modernità che andava comunque tentato. Sotto questo punto di vista, la grande narrazione junghiana e spinelliana della guerra come catarsi del nazionalismo regge ancora, purché venga letta in modo ben più profondo di quanto non facciano le attuali “retoriche dell’idea di Europa”. Lo scacco ai nazionalismi europei è la dimostrazione palmare dell’insostenibilità, nella modernità, ma ancor più nella postmodernità,  degli Stati “piccolo-nazionali”, che non possono “tecnicamente” neppure  essere dilatati ad libitum fino a fonderli in un nuovo imperialismo europeo. Infatti, per la loro stessa, natura, essi hanno rifiutano un significato, ma anche un’ambizione, universale (“Mediterraneo contro spirito nordico….”). Perciò, essi non sono stati capaci allora, né, a fortiori, sono capaci oggi, di esprimere una forma sensata di “missione delle nazioni”. Questo perché hanno interiorizzato la narrazione “occidentale” in cui le nazioni avrebbero costituito una tappa necessaria sulla via del “progresso”(Herder, Fichte, Mickiewicz, Mazzini). Ma, come oramai la maggioranza dei commentatori ha potuto constatare, non stiamo andando verso il progresso, bensì addirittura  verso la fine dell’umano (Horckheimer e Adorno, Dialektik der Aufklaerung, Querido, 1948;Pierre-André TaguieffTaguieff, Le sens du progrès, Flammarion,2004).

Oggi, la missione delle nazioni, o, meglio, dei vecchi e nuovi imperi subcontinentali, è quella di porre sotto controllo il “progresso”. L’Europa, data la sua tradizione umanistica, e ancor più l’Italia, proprio per quell’”arrière-pensée” antimoderno di cui tutti la incolpano , costituisce forse, ancor più che la stessa Russia (che pure se ne dichiara oggi la rappresentante), il vero Katèchon, quello capace di domare l’espansione senza limiti del Complesso Informatico-Militare.

Ma, per poter fare ciò, l’Italia deve liberarsi di una zavorra oramai insopportabile di luoghi comuni, di diktat culturali e di tabù, che ne paralizzano le energie in tutti campi, con operazioni culturali intelligenti e coraggiose come il libro di Croce.