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RIFLESSIONI PER LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA: FINE DELLA DEMOCRAZIA O FINE DELL’ UOMO?

La polizia tenta, con le pistole spianate, di arginare i rivoltosi alla porta del Campidoglio di Washington


Il porre in discussione, come hanno fatto Aldo Rizza e Ettore Gotti Tedeschi, nei loro recenti interventi su “Rinascimento Europeo”, il carattere paradossale e ambiguo del concetto di “democrazia” nell’attuale contesto politico e culturale non costituisce, a mio parere, uno sterile esercizio intellettualistico, bensì un compito di grande attualità di fronte al desiderio, da parte della Commissione Europea e degli Stati Membri, di porre la questione di “un nuovo slancio per la democrazia europea” al centro della Conferenza sul Futuro dell’ Europa. L’Associazione Culturale Diàlexis ha già inviato ai vertici dell’Unione una sua proposta su ciascuna delle altre 5 priorità della Conferenza, ma non ha ancora formulato quella sulla “Democrazia Europea”. Visto il continuo slittamento del termine per l’avvio della Conferenza, intende farlo ora, con il supporto dei nostri lettori..
Il fatto di essere fortemente critici di quanto fatto fino ad ora, e, anzi, decisamente ” impolitici”, non inficia in nulla, a nostro avviso, l’opportunità e l’utilità dei nostri interventi, ché, anzi, la critica dovrebbe costituire il lievito di qualsivoglia azione di rinnovamento; in particolare, la Conferenza si dichiara aperta alle voci (e, quindi, ovviamente, alle critiche), dei cittadini. D’altro canto, dopo 60 anni di esperienze e d’ impegno per l’Europa, come non essere critici verso un processo avviato duemila anni fa, con l’Impero Romano, e che ancor oggi si trascina faticosamente? Nel commemorare il compianto Presidente Giscard d’Estaing, ho già scritto chiaramente quali furono le pecche della vecchia Convenzione e della sua Costituzione Europea, il cui fallimento ci ha portati alla presente confusione. L’articolo che segue mira ad evitare gli stessi, o anche nuovi, errori.

La Boulé di Priene, un “parlamento” greco antico perfettamente conservato

1.Il “Conformismo Democratico”


La necessità un dibattito sistematico è confermata dalla citazione di Rizza di un libro di Ugo Spirito del 1963, che contiene parecchi spunti di riflessione:
Nella democrazia rappresentativa (non parliamo qui di democrazia diretta, del resto non ne parlano più neppure in Svizzera o a San Marino), il conformismo democratico rappresenta, come in ogni regime, la più caratteristica evoluzione.su questo tema .Ognuno infatti, oggi, si dichiara democratico e lo è in un certo senso, ma mai completamente. Viviamo infatti, un periodo di estrema politicizzazione della società (che non vuol dire affatto vi sia un diffuso interesse per la politica) che si porta dietro l’estrema diffusione, anche a volte ridicola, dell’aggettivo democratico.
Ora, sono detti democratici uno spettacolo, un ristorante, un mezzo di trasporto ed anche certi metodi di insegnamento, certe tecniche di distribuzione dei prodotti, certe tecniche musicali ecc. Ciò che si sarebbe, in altri momenti, considerato neutrale, diviene democratico; per contrapposizione, poi, ciò che si oppone a queste patenti democratiche è subito detto antidemocratico (passaggio non necessario, tuttavia molto frequente e quasi sempre efficace nel senso di isolare immediatamente coloro che ancora intendono pensare in libertà)
.”


Con ciò, Spirito, alla fine del XX secolo, non faceva altro che riecheggiare quanto già scritto da Tocqueville a metà di quello precedente:“vedo una folla immensa di uomini simili ed eguali che non fanno che ruotare su se stessi…Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che s’incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e moiteplice. Assomiglierebbe all’ autorità paterna, se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’ età virile, mentre non cerca che arrestarlo irrevocabilmente all’ infanzia.. E così che giorno per giorno rende meno utile e sempre più raro l’uso del libero arbitrio”


Orbene, il fatto inaudito osservato da Spirito-che, cioè, tutti si definiscano oramai come “democratici” (dai cesaristi sostenuti dal consenso fanatico delle folle a ristretti gruppuscoli che sognano una nazione di proletari in armi; dai difensori ad oltranza della ”Società dell’1%” ai fautori della dittatura di partito; dai capi della partitocrazia ai plutocrati; dai tecnocrati alle società segrete)-è un apparente mistero, che qualcuno dovrebbe finalmente tentare di spiegare.


Proviamo almeno a cominciare. Questo “mistero” potrebbe semplicemente rivelare una inconsistenza teorica del concetto stesso di “democrazia”, termine che può significare, a secondo di chi lo usa, “violenza (‘kratos’) del popolo”(Canfora), “regime delle classi popolari” (il ”demos” contrapposto all’ “ethnos” e al “laòs”), l’“egualitarismo”(la “Ribellione delle delle masse” di Ortega), la “democrazia diretta” (l’ assemblearismo),il “suffragio universale”(“uno vale uno”),il “regime rappresentativo” (“Repubblicanesimo”), o addirittura “liberal-democrazia” (occidentale), ”Stato di Diritto” (prevalenza del diritto scritto),il “progressismo” (messianesimo modernista). In realtà, esso sembra più spesso designare il ”mix casuale di sistemi politici tipico degli Stati Uniti”. …Come sembra confermato dai commenti del “mainstream” , secondo cui l’assalto al Campidoglio sconvolgerebbe tutta la civiltà occidentale. Del resto, anche Rizza, nell’esplorare, con occhio benevolo, questa polisemicità del concetto, ne svela implicitamente la scarsa utilità euristica.


Comunque, c’ê, certamente, qualcosa che tutte queste visioni hanno in comune: in primo luogo, la “passione dell’eguaglianza”, di cui parlava già Tocqueville, la preferenza per l’”Homo Aequalis” contro l’”Homo Hierarcicus” di Dumont, ma, soprattutto, la forza cogente dell’”impero Americano” che, con le sue lobbies, con i suoi eserciti, le sue piattaforme, i suoi “think tanks”, la sua economia, domina ancora gran parte del mondo, imponendogli la sua visione. Questa “passione per l’eguaglianza”, a prescindere da quale ne sia la radice ultima, è evidentemente imperante nell’ ostilità ad ogni forma di trascendenza, di eccellenza, di passione, di eccentricità…, che si manifesta nella censura di tutte le culture del passato (la “cancel culture”, nella banalizzazione di tutte le autorità, nella semplificazione di tutti gli studi, nell’ ottundimento di tutti gli stili, nel dissolvimento di tutte le logiche, nell’ esaltazione del difforme, del decadente. Esempi: i “politici istrioni”, come Bossi, Di Pietro, Berlusconi, Grillo, Salvini, Trump, Johnson; la legislazione alla giornata, come i vari dcpm…

Ma perché una parte non irrilevante della cultura e della politica prediligerebbe l’eguaglianza universale alla differenza, alla distinzione (che pure sono stati slogan importanti della stessa Modernità e della Post-Modernità)? Ci sono state, e ci sono, molte risposte. La più plausibile per il mondo di oggi ci sembra essere che l’eguaglianza, rendendo ingestibili i processi decisionali, postula, come osservava Tocqueville (e, prima di lui, già Mirabeau), un invincibile potere tutelare che ovvi a questa indecidibilità. Questo potere tutelare era stata per millenni l’impero provvidenziale (quelli di Ciro, di Serse, di Augusto, di Napoleone, di Hitler); oggi, ê l’Apparato, nelle sue varie forme, della cultura, della tecnica, delle Chiese, degli Stati, dell’economia, delle lobbies, dell’informatica, che riporta l’Umanità alla sua condizione originaria-di “branco”, ove l’ Apparato sostituisce l’istinto (Gehlen). Affinché tutti obbediscano all’ Apparato, occorre che nessuno osi affermare una propria soggettività contro il cosiddetto “Governo delle Regole”, rappresentato fino a ieri da un’impenetrabile burocrazia (chi è in grado di comprendere concetti come il MES o il Quantitive Easing?), e, oggi, è invece il mondo informatico, che già domina ogni seppur minimo aspetto della nostra vita sociale. Per questo i Big Data sostituiscono il cervello delle persone, che, come vuole Elon Musk, dovrà ospitare delle microchips che lo collegheranno alla Macchina Mondiale, facendolo diventare una semplice cellula di quest’ultima.


Certamente, gl’intellettuali e i politici che hanno spinto verso le rivoluzioni egualitarie (come per esempio Condorcet, Robespierre o Trotskij) si sono illusi che, siccome (come hanno sostenuto tanti, da Averroè a Michels e Pareto), il “Principe”, anche se comunica attraverso i “teologi”, ascolta però gl’”intellettuali” essi sarebbero riusciti a “cavalcare la tigre” della rivoluzione permanente senza esserne sbranati: cosa che invece avvenne puntualmente. Quella parte (a mio avviso non maggioritaria, ma tuttavia molto rumorosa ), dell’ “intelligencija” che aspira al livellamento antropologico non ha mai capito fino in fondo che cosa questo livellamento significhi per essa stessa: quando lo capisce, se ne ritrae inorridita, ma è oramai troppo tardi.


In effetti, la rivoluzione dev’essere permanente perché l’omologazione dell’Umanità, il renderla docile, serve appunto a spianare il terreno al potere delle macchine. Per questo i GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) sponsorizzano tutte le cause egualitarie. Questa coercizione di un potere centralizzato su una massa amorfa ê tanto più forte in quanto l’”Impero Nascosto” americano ê oggi guidato, come scrivono due insiders di eccezione come Schmidt e Cohen ( “The New Digital Age”), proprio dai GAFAM.E lo dimostra il fatto che Facebook abbia il potere di censurare il presidente degli Stati Uniti (che per altro aveva contribuito a far eleggere).


Sono queste le forze reali che spingono verso la destrutturazione delle società degli umani, per poterle manovrare dal centro macchinico (i Big Data di Salt Lake City, la Silicon Valley) attraverso ideologia, tecnica, eserciti, lobbies, economia…Invece, le società strutturate del passato, con un’infinità di livelli, di poteri e di identità, impedivano di fatto una siffatta centralizzazione (e per questo venivano considerate “reazionarie”).
Perché nessuno si metta in testa di contrastare questo corso “naturale” delle cose, occorre condizionare i cittadini fin da piccoli al “buonismo”, al “politicamente corretto”; in poche parole, al “conformismo democratico”, e, in realtà, all’ideologia “funzionalistica”, funzionale cioè all’eternizzazione dell’endiadi “America First”-“Europe Second”, che sarebbe anche la garanzia della indefinita espansione dei GAFAM. Non per nulla il “Funzionalismo” ê stato da sempre il nemico numero uno del Federalismo Europeo, e contro di esso tanto si era battuto (per altro con dubbio successo) Altiero Spinelli. Federalismo fondato sulla partecipazione attiva dei cittadini, non già sul “piano inclinato” del determinismo storico.


E, in effetti, il funzionalismo, nella sua versione olistica (epistemologico, psicologico, politico e sociologico) costituisce la radice occulta, la forza trainante, del nuovo totalitarismo (la Società del Controllo Totale), che parte dagli Stati Uniti (cfr. Schmidt e Cohen, ma, prima di lui, Rostow, Mitrany e Haas) e si diffonde nel mondo, influenzando anche (se non altro attraverso la “rivalità mimetica” di René Girard) tutte quelle società che pretenderebbero di contrastarlo. Fra queste forme d’influenza, consce o inconsce, c’ê anche la retorica democratica.

Facebook ha ufficialmente censurato il Presidente americano in carica


2.Come s’impone l’omologazione mondiale?


Il meccanismo con cui questo nuovo totalitarismo si diffonde nel mondo è dunque ben diverso da quello delle antiche tirannidi e assolutismi: quelli nascevano, o dall’invasione di stirpi guerriere, che imponevano una nuova spietata signoria (per esempio, Cinggis Khan), o da insorgenze popolari, che portavano ad emergere di un potente capopopolo (per esempio, Liu Bang, fondatore della dinastia Han).Oggi il totalitarismo si afferma invece grazie all’ alleanza fra le lobbies dominanti negli Stati moderni e il nuovo potere informatico, la quale permette, da un lato, l’imporsi degli strumenti del controllo sociale, e, dall’ altra, la manipolazione della società per infiacchire
tutte le forze sociali capaci di resistenza, dalle Chiese alle monarchie, dalla cultura alta agli Stati, dai partiti politici alle imprese, dal mondo contadino alle borghesie: “La disuguaglianza, in quel contesto storico, è stata una sorta di baluardo della libertà, consentendo agli uomini di esprimere pienamente la loro individualità creativa e, quando ce ne erano le condizioni, la loro
grandezza, anche rispetto alle figure e all’ opera dei grandi monarchi assoluti.
” (Michele Giliberto, La democrazia dispotica”) Basti ricordare i casi dell’ aristocrazia senatoria romana che espresse un Catone, un Cicerone, un Tacito, un Seneca; alla teoria dei Due Soli; alla resistenza dei principi inglesi, tedeschi, olandesi, polacchi, alle monarchie assolute; a de la Boétie, alla Fronda…


Questa è dunque dunque una “rivoluzione dall’ alto”, e, nel contempo, una “rivoluzione per procura”, dove sembra che gli attori siano i politici, la “società dell’ 1% o “la finanza internazionale”, ma al centro ci sono sempre e soltanto le macchine intelligenti.


Si parte dal “materialismo volgare” di un Meslier, capace di banalizzare le pretese di eccellenza delle società di Ancien Régime, per passare al messianismo immanentistico di Lessing e del Primo Programma Sistemico dell’ Idealismo Tedesco; da questo, alla negazione della soggettività e dell’eccellenza (il “trascendentalismo” di Emerson e Whitman), poi, a quella della famiglia e del merito (l’”educazione antiautoritaria” post-sessantottina), fino a esaltare la macchina come superamento dell’umano (il Transumanesimo di Kurzweil):“L’indebolimento antropologico causato dalla fine del conflitto-da cui era germinata la ‘libertà dei moderni’-ha avuto effetti assai gravi sul piano politico, sottraendo forza, e potenza, alla stessa sovranità popolare, che nei regimi democratici su riduce ad una funzione periodica – a un’abitudine – senza significato effettivo e senza peso dal punto di vista dell’ esercizio reale del potere”(Giliberto).


L’alternativa di oggi ê chiara: o si pensa, si decide e si agisce, attraverso reti di umani (la società), e allora queste reti debbono avere i loro gangli essenziali (i pensatori, i politici, gli studiosi, gli amministratori, gl’insegnanti, gl’imprenditori, i comunicatori, ecc..), oppure si pensa, si decide e si agisce attraverso reti digitali, e allora i gangli vitali saranno costituiti dai big data, dai sistemi autonomi, dalle blockchains, da internet, dai social network, ecc.. (il “phylum macchinico” di Manuel de Landa), e l’umanità servirà solo più come serbatoio amorfo di storia e di cultura per poter progettare e addestrare i nuovi sistemi. In questo senso, per Lenin la società del futuro avrebbe potuto essere governata “dalle donne delle pulizie” (perché in realtà le decisioni sarebbero state prese da un apparato occulto -il Comitato Centrale, la CEKA-).E, difatti, con tutto il rispetto per le donne delle pulizie, buona parte dei politici, degli accademici e dei giornalisti che ci parlano quotidianamente nei “talk shows” sembrano piuttosto donne delle pulizie.


Mentre i GAFAM non hanno mai prosperato tanto come durante la pandemia (e le “blue chips” volano durante la marcia sul Campidoglio), invece la capacità decisionale degli Stati si riduce a vista d’occhio.

Come rileva giustamente Fabbrini su “Il Sole 24 Ore”, Stati Uniti e Unione
Europea sono stati praticamente bloccati dai rispettivi meccanismi
istituzionali.
I quali potevano funzionare in società meno complesse,
più solide e gerarchiche, quando non esisteva ancora il prevaricante
Complesso Informatico-Militare. Come hanno scritto Schumpeter e Boeckenfoerde, la modernità vive di premesse che essa non è in grado di garantire.

Il volto ambiguo della democrazia

3.Il sistema “Prism”


Non è poi un caso che i potentati informatici abbiano costruito i loro servers nel deserto dello Utah, inframmezzati con quelli della NSA e protetti dall’ esercito americano. Così come l’Impero Persiano costituiva il “santuario” del messianesimo mazdeista e poi manicheo, dove l’imperatore era considerato, dai persiani, uno “Shaoshant”(“Salvatore, discendente da Zarathustra) e, dagli Ebrei, il Messia (cfr. il Libro di Daniele), che, conquistando l’ Europa, avrebbe esteso il proprio regno fino a confinare con quello degli Dei”, così l’impero americano (che il Papa ha chiamato “impero sconosciuto” e Immerwahr ”impero nascosto”), costituisce la roccaforte del messianismo californiano, che aspira alla creazione per via digitale della Singolarità Tecnologica (in altre parole, alla “Ricostituzione degli Stati Originari dell’ Essere” della tradizione esoterica).


Sempre Erodoto ci educe sul fatto che il “Sogno di Serse” era stato indotto artificialmente in Serse dall’inganno dei Magi; così anche ora chi instilla la volontà di potenza nei politici delle Superpotenze sono dei novelli “Magi”, metà stregoni e metà profeti, come in primo luogo i guru dell’ informatica.
E, nello stesso modo in cui, come spiega Erodoto con lucidità, verve polemica e precisione, i Persiani, dopo avere attentamente comparato pregi e difetti di monarchia e democrazia, avevano scelto per sé la monarchia e, per gli altri, la democrazia, così gli Americani governano se stessi in modo militarizzato attraverso le società segrete, le grandi famiglie, le piattaforme, il Deep State, la “intelligence Community”, ecc.., ma poi pretendono che gli altri siano governati da sistemi “democratici” debolissimi e complicatissimi, i quali, non potendo decidere nulla, si debbono appoggiare sempre più all’ America (e oggi ai GAFAM).-Tipico il rapporto NATO/UE che paralizza da settant’anni la Politica Estera e di Difesa dell’ Europa. Ora però, scossa dalla coscienza della fine della propria egemonia, anche l’America sta per crollare, mettendo ovviamente in forse tutta questa kafkiana costruzione dell’ Occidente.


Infine, così come la pretesa messianica degli Achemenidi, scolpita sulle loro tombe nelle varie lingue dell’ impero, era fondata su una missione divina attribuita loro da Ahura Mazda, così oggi si pretenderebbe che l’”Imperialismo Democratico” sia una missione divina, fondata su una preferenza divina per un determinato tipo di uomo: l’ “Homo Aequalis” (”in God we Trust”).


Una siffatta genealogia del concetto di “democrazia” è avvalorata dal fatto che questa fa la sua comparsa in Grecia solo dopo che il generale persiano Mardonio, avendo schiacciato per Serse la rivolta anti-persiana dei Greci della Ionia e crocifisso i loro “tiranni”, aveva imposto in loro luogo dei regimi democratici, per garantirsi che non sorgessero delle élites guerriere come quella spartana, decise, come Leonida, a combattere i Persiani fino alla morte.Erodoto conosceva la vicenda dall’interno, essendo cittadino di Alicarnasso, sulla costa egea dell’Anatolia:”τοὺς γὰρ τυράννους τῶν ᾽Ιώνων καταπαύσας πάντας ὁ Μαρδόνιος δημοκρατίας κατίστα ἐς τὰς πόλις”(“Giunto nella Ionia, Mardonio, dopo aver deposto tutti i tiranni degli Ioni, avrebbe instaurato nelle città governi democratici”). Questo paradosso della democrazia “imposta” dal dispotismo orientale, come garanzia di servilismo, avrebbe suscitato, secondo Erodoto, “μέγιστον θῶμα”(“un grande stupore”) in quei Greci a cui sembrava già incredibile anche il dibattito sui tre tipi di costituzione che lo storico sostiene aver avuto luogo in Persia.
Inoltre, i Persiani avrebbero imposto agli Ioni una sorta di federalismo interno, simile, come principio, all’ attuale pseudo-federalismo europeo, battezzato dal Senatore Fulbright e da Dean Acheson a margine di una riunione NATO : “Convocati a Sardi gli ἄγγελοι delle πόλεις ioniche, Artaferne costrinse gli Ioni a stipulare accordi fra loro per
sottoporre ad arbitrato ogni controversia e mettere in tal modo fine a razzie e rappresaglie reciproche e soprattutto alle contese territoriali”.

D’altronde, quanti politici ed intellettuali, nelle poleis greche, erano esplicitamente filo-persiani? Per esempio, passarono decisamente dalla parte dei Persiani i condottieri ateniesi Alcibiade e Temistocle e il re di Sparta Demarato, deposto da Cleomene con l’accusa di illegittimità , che si era rifugiato in Asia presso Dario, «il quale lo accolse con munificenza e gli donò terre e città,(Pergamo, Teuthrania e Halisarna), come ricompensa proprio per averlo accompagnato nella spedizione contro la Grecia (“ἐκείνῳ δ᾿ αὕτη ἡ φώρα δῶρον ἐκ βασιλέως ἐδόθη ἀντὶ τῆς ἐπὶ τὴν ῾Ελλάδα συστρατείας”).


L’opposto del dispotismo persiano non era, per i Greci, la democrazia, bensì l’aristocrazia (la “kalokagathìa” degli “eroi”). E del resto lo stesso pensavano i filosofi romani come Tacito e Seneca, che si opponevano agli imperatori, oppure Machiavelli, che vedeva nei “baroni” l’antidoto contro il dispotismo “orientale”. Del resto, questo sarebbe stato anche il pensiero di Montesquieu, Goethe, Alfieri, Burke, Madison, Tocqueville, Saint Exupéry e tanti altri…A cui si contrappongono i fautori americanisti dell’ispirazione divina della democrazia, come Niebuhr e Novak.

Il calvario di Assange, reo solo di aver fatto conoscere la verità, continua in Inghilterra,
non in una “democrazia illiberale”


4.Che senso ha oggi la contrapposizione fra libertà e dispotismo?


“Democrazia” ha oggi più che mai, grazie al “conformismo democratico” un significato vago, riempibile a piacere, come un tempo “fascismo” e “socialismo”.

Per un certo periodo, tutto, in Italia, era stato “fascista”, dai Fasci Siciliani al comunismo (il “corporativismo impaziente”), dalla monarchia (il Duce e il Re) all’anarco-sindacalismo, dalla Dottrina Sociale della Chiesa (“l’Uomo della Provvidenza”) al laicismo gentiliano, dalla Confindustria (che ancor oggi ha per simbolo l’aquila fascista), al diritto sociale e del lavoro .

Così pure, in un successivo periodo, tutto sarebbe stato socialista, dal socialismo nazionale a quello rivoluzionario, dal socialismo liberale al maoismo, dal cristianesimo sociale al trotskismo, dai “nazi-maoisti” agli stalinisti, dai”Viet¬-lib” ai “miglioristi, dal PSDI al PSI, al PSIUP, alla Sozialistische Einheitspartei Deutschlands, al “socialismo reale”, dal socialismo arabo a quello islamico.


Nello stesso modo, oggi tutto è democratico: liberal-democrazia, social-democrazia, democrazia cristiana, democrazia islamica, democrazia illiberale, democrazia nazionale…Ma tutti questi regimi non hanno certo la stessa logica, la stessa struttura e lo stesso funzionamento.
In realtà, l’aspirazione di fondo di queste tre culture è la stessa: la “Nuova Società Organica” profetizzata da Saint Simon, fondata sulla “religione dell’ umanità” (lo “specismo”), intorno alla quale si sarebbero raccolti imprenditori e lavoratori. L’uomo si sarebbe “salvato da se stesso”, con una “nuova scienza”. Comte, Enfantin, Fiodorov e Lunacarskij avrebbero poi veramente fondato una siffatta religione, di cui oggi non c’ê più neppure bisogno, perché si sono trasformate in quella direzione buona parte delle religioni positive.


Giustamente poi, Rizza critica l’artificiosa contrapposizione fra “democrazia” e “autocrazia”, attualmente in voga nel discorso politico (sotto l’influenza americana), perché essa non coglie affatto lo specifico dei vari regimi, né in assoluto, né, tanto meno, nell’ oggi, ipotizzando essa un’assurda biforcazione di una realtà ben più variegata. Devo dire che, contrariamente a Rizza, credo che, almeno sulla carta, abbia ancora valore la classificazione platonica, aristotelica e tomista, delle diverse costituzioni, (anche se l’endiadi polemica non era stata, a mio avviso, come si ripete erroneamente, “democrazia e oclocrazia”, bensì “politeia e democrazia”, dove è quest’ultima a costituisce, fra le due, il regime degenerato: oggi, la chiameremmo “demagogia”, o, ancor meglio, “populismo”). Nella concreta realtà di oggi, abbiamo comunque un panorama estremamente variegato di regimi, per cui ci sarebbe bisogno di un nuovo Aristotele (o almeno di un buon costituzionalista comparato), attento non soiltanto alle costituzioni formali, bensì anche a quelle “materiali”. In questo quadro comparatistico, ci accorgeremmo che oggi solo poche repubbliche sono relativamente democratiche e al contempo indipendenti (delle “democrazie sovrane”), come alcuni Stati dell’Europa centrale e orientale, dell’America Latina e del Sud-Est Asiatico (Sri-Lanka, Indonesia).

Nel resto del mondo, ritroviamo i regimi più vari: una teo-tecnocrazia (gli Stati Uniti); dei protettorati americani (come li chiama Brzezinski= la UE, i “Five Eyes”, il Giappone); un “socialismo con caratteristiche cinesi”(la Repubblica Popolare ); alcune “democrazie militari” (Russia, Palestina e Gaza); una decina di Repubbliche islamiche (Iran, Turchia, Pakistan, Yemen, Indonesia, Cecenia …); una ventina di monarchie islamiche (Marocco, Giordania, Arabia Saudita, monarchie del Golfo, Isole dell’ Oceano Indiano, Malaysia, Brunei…); una Repubblica induista (l’ India); uno “Stato ebraico” (Israele); alcune monarchie buddhiste (Bhutan, Thailandia) ; uno “una monarchia comunista” (Cambogia); qualche potere dinastico camuffato da repubblica (Siria, Corea del Nord); alcuni regni tribali (Swaziland, Tonga ); molte repubbliche tribali (quasi tutti gli Stati africani e polinesiani, l’Iraq, il Libano, la Bolivia, la Malaysia);alcune repubbliche socialiste (Nepal, Cuba, Venezuela); qualche dittatura di partito (Vietnam, Laos).


Queste 14 categorie potrebbero, volendo, essere raggruppate in gruppi più ristretti, analoghi a quelli aristotelici: monarchie limitate e Stati-canaglia; sistemi a partito unico e federazioni pluralistiche; repubbliche rappresentative e “Stati falliti”….Non si tratta, quindi, di una contrapposizione frontale fra due visioni del mondo (“l’Occidente e il resto” di Huntington), bensì di un mondo veramente pluralista (“poliedrico”, come ha detto il Papa, o “multifaceted” come si esprime recentemente la Commissione), dominato da una pluralità di sistemi, anche se tutti (o quasi tutti) si autodefiniscono “democratici”. Di qui, l’impossibilità tecnica di stilare una graduatoria di “maggiore o minore libertà” come fa quello che Canfora chiama il “Democratometro” di Freedom House..Semmai, si potrebbe redigere una tabella, che registrasse la presenza maggiore o minore di certe diverse caratteristiche nei vari sistemi, quali: indipendenza nazionale; libertà dal controllo digitale; esistenza di una società civile; libertà religiosa; libertà di pensiero; libertà di parola; libertà economica; accessibilità dei media; contendibilità del potere accademico; libertà di associazione; conformismo; stato di diritto; equità; solidarietà…


Certo, sfuma anche, e di molto, l’idea che la democrazia sia il regime in qualche modo “normale”, sulla base del quale tutti gli altri possono essere “misurati”, e che alla fine, con un criterio deterministico, tutti i regimi si allineeranno. Fa impressione dopo 17 anni rileggere “Il futuro della libertà” di Fareed Zakaria, il teorico della “democrazia illiberale”, che teorizzava la transizione della Cina alla democrazia rappresentativa, come unica alternativa al caos, mentre invece il caos c’è oggi piuttosto in America, non certo in CIna.


Diventa così più urgente che mai ideare un sistema di governance specifico per l’ Europa, che non sia la pedestre traduzione in Europa del casuale mix americano (che oggi tutti vogliono modificare), un sistema tratto dalle nostre tradizioni storiche e culturali, come avevo tentato di fare nel libro “Da Qin”, in cui avevo suggerito di trarre insegnamenti dall’esperienza della Svizzera, la quale, seppure a livello micro, come “in vitro”, ha saputo mantenere per seicento anni un vero sistema federale, ereditato in pratica dagli antichi Indoeuropei e sopravvissuto a Celti, Germani, feudalesimo, impero, Napoleone e guerra civile (il “Sonderbund”). Un federalismo coerente con il regime ancestrale degli Europei, quello delle infinite tribù e città :Schwytzerduetch, Svizzeri Romandi,Ticinesi , Walser,Ladini…Mentre noi, da Saint Pierre a Kant, da Coudenhove-Kalergi a Spinelli , continuiamo a parlarne, mentrte nessuno, salvo Duccio GAlimberti, ha neppure tentato di scrivere una vera costituzione, al contempo nazionale ed europea.

Pergamo, la città che Serse diede a Demarato quale ricompensa peer avere militato per la Persia contro la Grecia

5. Quali previsioni?


Dando per un momento per risolto il difficile problema della definizione dell’ essenza della democrazia, nel considerare il futuro della stessa in Europa, si può guardarvi tanto da un punto di vista meramente previsionale, quanto da quello operativo.


Dal punto di vista previsionale, ê chiaro che l’avanzare delle tecniche di controllo sta portando ovunque automaticamente a un potere più accentrato (come si vede nel caso della pandemia e in quello del Recovery Fund). Ciò sarebbe obiettivamente positivo nell’ ottica del breve-medio (accrescendo la resilienza delle varie società nella lotta contro i flagelli dell’ Umanità, ivi compreso l’”Impero Nascosto”dei GAFAM), ma ha conseguenze catastrofiche sul lungo, perché porta comunque al prevalere delle macchine intelligenti, attraverso la corsa per la supremazia fra USA e Cina, che implica già ora al militarizzazione (“weaponisation”) di ogni aspetto della vita sociale: dalla religione alla scienza; dalla cultura alla tecnologia; dal diritto all’economia: la “guerra Senza Limiti” lanciata da Bush Junior e teorizzata dai militari cinesi. Dall’America e dalla Cina, questa tendenza si estende, “a cascata” perfino ai Paesi che hanno esigenze simili e che quei due paesi leaders costringono a schierarsi (ad esempio, la UE o Hong Kong). Per ciò che ci riguarda, la “weaponisation” ha portato all’intensificarsi della propaganda occidentale che, dopo un periodo di relativa apertura, vuole ora letteralmente oscurare tutte le informazioni utili ed obiettive sui popoli diversi da quelli “occidentali”. E’ quel processo di “rivalità mimetica” denunziato da Gotti Tedeschi, che porta i Paesi “alleati contro la Cina” ad assomigliare sempre più a quest’ultima (il “Reverse Totalitariansm” di Wolin), e il misoneismo occidentalistico a copiare la “cancel culture” dei multiculturalisti americani.


Agli Europei è stata imposta così la “political correctness” americana, che c’impone di restringere enormemente le nostre opzioni politiche, sociali, culturali e perfino linguistiche, ammissibili (la “Finestra di Overton”), come pure la lotta alle “fake news” che assomiglia molto a una nuova, formidabile, censura, nelle mani di imprese private come FAcebook.


Anche i Paesi che vogliono mantenere la propria indipendenza a dispetto del conflitto fra le due superpotenze sono costretti a “militarizzarsi” per evitare di essere fagocitati. Esempi tipici: la Russia dopo i casi della Cecenia, della Georgia e dell’Ucraina, e la Turchia dopo il colpo di Stato.

Infatti, dopo che Elcin aveva ottenuto così pochi risultati nel tentativo d’ingraziarsi l’ Occidente con lo scioglimento anticipato dell’ URSS, le privatizzazioni selvagge, la semi-indipendenza della Cecenia, il disarmo nucleare e il tentativo di entrare in Europa, la Russia era giunta sull’ orlo dello smembramento, della liquidazione e della guerra civile, il “deep State” russo si era visto costretto a provocare l’ascesa di un leader più energico, capace di prevalere al contempo sui Ceceni, sugli oligarchi e sulle influenze occidentali.


Nello stesso modo i Turchi, dopo essere stati per 40 anni nell’ anticamera della UE e dopo avere eliminato per questo il regime militare, non hanno potuto fare a meno, visto che erano stati ricompensati con il colpo di Stato appoggiato dagli USA e tollerato dagli Europei, di conquistarsi una loro autonomia strategica (termine di Macron ora ripreso da Erdogan), come misura preventiva contro nuovi tentativi come quello di Energekon e di Gülen, rafforzando i poteri del Presidente e conducendo una politica internazionale e degli armamenti più aggressiva.


In piccolo, valgono anche i casi della Polonia e dell’ Ungheria, le cui recenti politiche condannate come “illiberali” (anche se riprese semplicemente da leggi americane, francesi o italiane), mirano in sostanza a ridurre le possibilità delle lobby internazionali (per esempio l’americana Open Society Foundation) di condizionare la politica ungherese e polacca nell’attuale fase di conflittualità geopolitica internazionale.


A oggi, purtroppo, tutte queste sacrosante aspirazioni alla resistenza
dell’umano contro l’invadenza dell’omologazione tecnologica non hanno trovato una soddisfacente base culturale e politica, limitandosi esse soprattutto al regresso verso la fase iniziale (e meno evidente) dell’omologazione moderna, quando, nell’ Ottocento, sotto la spinta dell’occidentalizzazione forzata, si erano cominciate ad esasperare alcune delle caratteristiche “tradizionali” delle diverse società (in Giappone “Wakon Yosei”, in India “Hind Swaraj”…), senza però alcun autentico sforzo d’innovazione.


Sempre sul piano previsionale, non si può non credere che tutte queste tendenze continueranno ad accentuarsi con l’ulteriore perfezionamento delle macchine intelligenti, le quali, da un lato, condizioneranno maggiormente la vita di tutti, e, dall’ altro, permetteranno guerre con costi umani ridotti, perché condotte fra macchine, o anche soltanto fra software (le “cyberguerre”). Il lato più preoccupante di tutto ciò è che, se le macchine riusciranno a farsi delegare tutte le attività belliche, diventeranno ancora più influenti di noi sulle grandi scelte politico-sociali, come influenti erano prima i generali e i servizi segreti.

L’Apocalisse è ora
  1. Libertà e illibertà nella Fine della Storia
    Alla luce di tutto ciò, l’intero impianto del pensiero politico tradizionale, elaborato per una società di uomini (e di donne), sta divenendo obsoleto, e l’unica disciplina politologica rilevante diverrà la cyber-etica, che però si sta sviluppando anch’essa in base a concezioni meccanicistiche, che nel rapporto uomo-macchina, privilegiano il lato macchinico. Parafrasando il gergo della “cyber-etica mainstream”, il peggiore “bias” che l’industria informatica sta trasmettendo alle macchine intelligenti è quello costituito dalla cultura materialistica e razionalistica dei guru informatici “californiani” (in realtà, sempre più texani), che tende a perpetuare e consolidare, attraverso la dittatura macchinica, la presente civiltà dell’ omologazione universale. Soprattutto, la società delle macchine intelligenti sta abolendo il “libero arbitrio”, a meno che non riusciamo ad educare una nuova classe dirigente libera e creativa, che sviluppi un rapporto proattivo con il mondo macchinico, riproponendo, contro le “routines” della Modernità, l’imprevedibilità e la gratuità dell’agire umano. Ora, come scrive giustamente Rizza, “Presupposto della democrazia – che è poi il presupposto Per ogni costruzione di città – è che l’uomo libero …dev’essere preservato”.
    Orbene, come mi sembra di avere dimostrato, è proprio questo presupposto ch’è venuto meno progressivamente da decenni, sì che ora viviamo in un mondo di “ mutanti”, teleguidati dai GAFAM, dai Big Data, dai servizi segreti, dai think tanks, dalle lobby, dai “gatekeepers”… E’ questa la ragione occulta della “fine delle grandi narrazioni” (Lyotard). Oramai, quando la setta dei tecnocrati ha raggiunto il suo obiettivo – la soggezione dell’uomo alle macchine-le finzioni delle ideologie (democratiche o meno) sono oramai divenute inutili, e non rimane altro che la nuda realtà del controllo totale.
    Può sembrare paradossale, ma il discorso “mainstream” contemporaneo, che pretenderebbe di esprimere uno “Zeitgeist” obiettivo, ê in realtà l’ultima, la più menzognera, di tutte le ideologie. Esso pecca innanzitutto per mancanza di storicità. Il pensiero politico post-moderno dovrà infatti smetterla di presentarsi falsamente “sub specie aeternitatis” (come la ricerca greca della “kallipolis”, la migliore fra le città, quasi che l’uomo postmoderno rappresentasse la condizione “naturale” dell’Umanità), per riconoscersi storico, o meglio, apocalittico, rispecchiando così finalmente la vera essenza del XXI Secolo. I post-moderni si collocano infatti tutti nella prospettiva, appunto, apocalittica, della “Fine della Storia”. In questo senso, essi sono eredi, come tutti noi, delle tradizioni culturali dell’escatologia occidentale. Come altrimenti si giustificherebbe la loro pretesa di palingenesi totale, che rovescia tutte le certezze dell’”Epoca Assiale” (perennità dei valori; gerarchie consolidate; spirito acquisitivo; guerra; familismo; maschilismo..:cfr. Ian Assmann: “Achsenzeit, Eine Archaeologie der Moderne”)?
    Ma, proprio se così è, è per essi imperdonabile d’essersi dimenticati che tutte le visioni apocalittiche concepiscono la fine della Storia non già come un fatto puntuale, bensì come un periodo (millenario) di lotte cosmiche (l’incatenamento di Angya Mannu, il Millennio, l’Anticristo…). C’ê una vera e propria storia dell’Apocalisse (che poi costituisce lo sfondo del pensiero di Hegel e di Marx, di Nietzsche e di Fiodorov, di Lunačarskij e di Kurzweil), all’ interno della quale la politica attuale, nell’ era della Singularity e della Guerra senza Limiti, deve riuscire a pensarsi.
    Chi vuole veramente battersi per la difesa della libertà in quest’era di scontro apocalittico deve impegnarsi su qualcuno dei molteplici fronti che impattano sul rapporto uomo-macchina: dalla riscoperta delle etiche tradizionali allo studio della cibernetica, dalla cyber-etica alla legislazione europea, dalle scienze strategiche e dal rapporto Europa-America alle normative sui GAFAM.
    Vi sono oramai infinite proposte di “codici di cyber-etica”, ma tutte, fino ad ora, risultano vuote e inutili, perché non affrontano nessuna delle questioni enumerate in queste pagine. Tutte partono dall’ erroneo presupposto che la cibernetica sia una cosa valorialmente neutra, la cui positività o negatività dev’essere valutata alla stregua degli obiettivi (umani) ch’essa persegue. Ma, come avevano intuito già Čapek, Heidegger, Anders, Asimov e Kurzweil, la cibernetica persegue propri obiettivi superumani, e, come ha messo correttamente in evidenza De Landa, essa si comporta verso l’Umanità come un qualunque altro parassita. Essa ne abita il corpo e soprattutto l’anima, nutrendosi di essi, e, grazie ad essi, diviene più forte.
    Il problema non ê che la cibernetica si comporti “bene”, bensì che non prenda il sopravvento su di noi, affermando propri fini contro quelli umani. Affinché ciò sia possibile, occorre rovesciare la trasformazione antropologica in corso, che vede la distruzione sistematica delle qualità umane, sintetizzabili nel concetto di “virtù”, in favore di qualità astratte, quali la ragione, l’unità e la stabilità. Per fare ciò, occorre che le “virtù” non vengano ridotte a un solo principio astratto (il “Nirvana”, la “legge”, il “monoteismo”, il “coraggio”, la “carità”, la “verità”…..), bensì siano vissute come forme di equilibrio fra i diversi principi di cui l’Umanità è fatta (“Mesotes”, “Zhong Gong”), conciliando in modo olistico le diverse virtù: questo conforterebbe e rafforzerebbe il ruolo centrale del pluralismo, e quindi della libertà, in una singola società locale così come nella società mondiale.
    Le proposte per una “Democrazia Europea” da formulare per la Conferenza sul Futuro dell’Europa dovranno affrontare in primo luogo questo problema. Infatti, come scritto nell’ultimo fascicolo del MIT, la Cyberetica è dipendente dalle concezioni etiche delle diverse tradizioni. Nel libro DA QIN avevo perciò suggerito di farlo tenendo bene sott’occhio l’esempio, strettamente europeo, del federalismo svizzero: un piccolo popolo di uomini liberi, e tuttavia non imbelli, bensì organizzati come un esercito permanente: neutrali non perché deboli, ma perché così forti da poterselo permettere.
La Guardia Svizzera costituisce il massimo riconoscimento
del valore secolare dei Confederati.

EUROPEAN DEMOCRACY PLAN, PARTE I: UN MECCANISMO CHE FUNZIONI

Un dovere tradito dell’ Europa: difendere i Whistleblowers

Una delle priorità della Commissione von der Leyen e della futura Conferenza sul Futuro dell’Europa era costituita dalla promozione di una “democrazia europea”, fondata su  resilienza,sul pluralismo dei media, sulla trasparenza del processo legislativo, sulla Convenzione Europea dei Diritti Umani, sull’ identità europea, sulla cittadinanza europea,  sul dialogo con le Chiese , su un partenariato strategico con il Regno Unito… L’incarico di monitorare tutto ciò era stato affidato a Vera Jourova, la quale è tenuta a presentare annualmente un “Rule of Law Report”, che è simile, nella sostanza, ad analoghi documenti presentati con eguale cadenza dall’”Integrity Manager” nelle imprese europee, i quali (lo dico per esperienza diretta), essendo membro dello staff dirigenziale, non può fare altro che sfornare, anche se controvoglia,la certificazione di una  fittizia  regolarità..

Dopo più di un anno, la pandemia ha messo a nudo le debolezze dell’ intero impianto costituzionale europeo, dimostrando anche la gravità dell’ errore di aver ritardato sine die la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, l’unica istanza in cui il richiamo diretto ai cittadini potrebbe forse controbilanciare l’inconcludenza dell’ establishment, costituendo un forte elemento di discontinuità, quale richiesta dalla situazione.

L’incapacità dell’Europa di bloccare la “seconda ondata” del virus ( mentre l’ Asia ci è riuscita brillantemente), l’omologazione delle grandi testate, l’inestricabile complicazione dei processi di approvazione del bilancio 2021-2027 quando più ce ne sarebbe stato bisogno, l’assenza di un dibattito a tutto tondo sulle identità e sul pluricentrismo dell’ Europa sono sfociati nel ritardo di un anno nell’ approvare il Recovery fund (che avrebbe dovuto costituire un provvedimento d’urgenza) e nel “No Deal” con la Gran Bretagna.

Il Parlamento vota contro il Consiglio, i Paesi nordici bloccano gli aiuti a quelli del Sud, mentre quelli dell’ Ovest pretendono di sanzionare quelli dell’ Est, e infine il partito di maggioranza, il PPE,a cui appartiene la Presidentessa,  blocca i lavori del Parlamento

Addirittura, le Istituzioni,  invece di risolvere tutti questi  problemi della UE,  si stanno ora preoccupando di un meccanismo per sanzionare Polonia e Ungheria, e di un regolamento generale per disciplinare le sanzioni extra-UE, pretendendo d’impartire una lezione al resto del mondo.

I Governi nazionali e locali non sono da meno, con il loro continuo up and down di provvedimenti sanitari inconcludenti dimostrano di non sapere assolutamente che fare, anche in quei casi (come quello italiano), in cui erano stati tempestivamente ammaestrati dagli esperti cinesi reduci dalla “Battaglia di Wuhan”.

Non per nulla, Cesare de Seta intitola l’editoriale de L’Espresso, testata assolutamente pro-establishment, con “Fallimento”.

Alla luce degli sviluppi della situazione attuale, viene spontaneo chiedersi se gli Europei abbiano ancora  chiaro che cosa essi vogliano e, in particolare, come intendano riformare nell’ ambito della prevista Conferenza sul Futuro dell’ Europa, una democrazia europea così fallimentare.

Intanto, se è vero che la parola “democrazia” fu inventata in Europa duemilacinquecento anni fa  (tant’è vero che è difficile tradurla in molte lingue extraeuropee), è anche vero ch’essa ha cambiato mille volte di significato, tanto da non averne oggi più praticamente nessuno. Poi, al di fuori dell’ Unione Europea, la “democrazia” non sembra più essere una priorità per nessuno. Non che nessuno le sia ostile, ma tutti pensano, e non del tutto a torto,  che vi sia qualcosa di più urgente: chi la difesa dei propri privilegi, chi la lotta per la supremazia, chi la difesa della patria, chi la religione…, e la stessa democrazia  diventa addiruittura una sorta di metafora, per “anglosfera”, “nazionalismo”,  “antiglobalismo”,“teologia del pueblo”..

In effetti, tutti, amici e nemici, parlano piuttosto, ed appropriatamente di un “Impero Americano” (“nascosto”, per citare  Immerwahr),  per taluni da temere, per altri da mantenere, per altri ancora, da abbattere. Anche entro questi limiti, il termine  “democrazia” sembrerebbe comunque inappropriato a descrivere l’attuale società occidentale dominata dai GAFAM, dalle 16 agenzie americane d’”intelligence”, dai capricci di Trump e dall’inconcludenza burocratica europea, vale a dire un mix casuale senza alcun chiaro principio ispiratore – un mix di esoterismo, tecnocrazia, informatica, costituzionalismo, mafie, razzismo, messianismo, capitalismo, servizi segreti, elettoralismo, propaganda, politicamente corretto, che fanno tutti capo, in un modo o nell’ altro, agli Stati Uniti-. Sembra perciò preliminarmente necessaria una previa chiarificazione del concetto di “democrazia”, Per dirla con Confucio, una “rettifica dei nomi”.

L’aeropago di Atene, là dove Eschilo colloca la nascita divina della polis

1.Per una storia controcorrente della democrazia

L’espressione era nata (in Erodoto) con una connotazione senz’altro negativa, ch’è stata certo lentamente mitigata nel corso dei millenni, ma solo recentemente ha assunto un significato neutro, e solo da pochissimi anni un senso assolutamente positivo. Ma anche in tutto il corso della sua storia il termine ha avuto per lo più un significato ambiguo, quando non controfattuale, sicché c’è da chiedersi se non vi sia una profonda verità nascosta sotto l’espressione secondo cui la democrazia è fragile”:ch’essa è innaturale, e quindi, per mantenerne almeno l’apparenza, si sia continuamente costretti a inventare una gran quantità di artifici. Si sia costretti a “far diventare gli uomini eguali”, mentre in realtà non lo sono, e tenderanno sempre a diversificarsi.

Erodoto, cittadino della Ionia, o più precisamente della Caria (Alicarnasso), e quindi suddito persiano, ne parlava a proposito del dibattito svoltosi in Persia quando era stata sventata la congiura del “falso Smerdi”. In quell’ occasione, Otane aveva proposto d’introdurre in Persia la “democrazia” (presumibilmente, il sistema tribale degli antichi Indoeuropei), ma la sua proposta era stata rifiutata perché avrebbe minato la solidità dell’Impero. Al suo posto, fu instaurata invece la monarchia achemenide. Lo stesso Erodoto dice poi (ironizzando sulla mitologia “democratica” cara agli Ateniesi),  che fu sempre un Persiano, vale a dire il generale Mardonio, a imporre la democrazia agli Ioni assoggettati, dopo avere crocifisso alcuni “tiranni”, per impedire che gli Ioni si ribellassero nuovamente, perché i regimi democratici non sono così gelosi della loro indipendenza quanto quelli monarchici, come si vide poi con il comportamento alle Termopili del re Leonida di Sparta, mirabilmente descritto sempre da Erodoto. Quando si vede che Sparta fu considerata (per esempio da Rousseau, St.Just) come il massimo modello di “democrazia”, allora si capisce in che modo le idee su questo termine siano state sempre quanto meno confuse. Premesso che la vicenda delle Termopili dimostra che il Re di Sparta aveva diritto di vita e di morte sui cittadini, con una consultazione assai blanda degli stessi Efori, resta poi anche il fatto che, a Sparta, i pochissimi cittadini optimo jure avevano una posizione di assoluto privilegio su tutti gli altri ceti, e, anzi, erano tenuti ad effettuare omicidi gratuiti fra i sudditi per mantenere il massimo della distanza dai sottoposti. Il carattere assertivamente “democratico” di Sparta veniva visto, dai giacobini”, per reazione all’ aristocrazia settecentesca, essenzialmente nella frugalità dei costumi e nel patriottismo, caratteristiche proprie piuttosto della borghesia nella sua fase iniziale, mentre, in quella successiva, di consolidamento, Constant la vedeva, al contrario, come uno strumento delle classi abbienti per godersi senza fastidi le loro ricchezze..

Tornando ai Greci, Socrate e Platone erano palesemente elitari, e furono perseguitati proprio per questo; Aristotile, loro discepolo e maestro di Alessandro Magno, indicava la “democrazia”, insieme alla tirannide e all’ oligarchia, fra i regimi degenerati deviati (parekbaseis), in quanto viola i principi dell’«utilità comune» (koinei sympheron), contrapposti a quelli retti: la monarchia, l’aristocrazia e la “repubblica” (quest’ultima, il sistema cetuale ancestrale) essendo la versione “buona” della democrazia.

Certo, gli Ateniesi dei tempi di Socrate e Platone avevano introdotto, con Clistene,  “un regime chiamato democrazia”, che era comunque anch’esso un sistema incredibilmente elitario, che coinvolgeva qualche migliaio di “cittadini” contro i milioni di sudditi di Atene, ed era diretta da un “Protos Anèr”, un “Principe”: Pericle. Nonostante questo, i teorici romani e medievali si attennero alle valutazioni negative dei classici greci, rendendole ancor più severe, considerando addirittura la democrazia ateniese come la causa del crollo della Grecia antica.

Anche le “repubbliche” premoderne e rivoluzionarie erano tutt’altro che “democratiche”: schiavitù, ceti, censo, dittatori, terrore. Saint Just e Mazzini preconizzavano un regime militarizzato e punitivo di ogni deviazione (basti leggere in originale gli scritti politici dei due autori, che propugnano, tra l’altro, l’adozione di un’uniforme per tutti i cittadini, l’uccisione dei politici con un programma “antinazionale” e il dominio mondiale delle “razze vediche”).Ma lo stesso Montesquieu sosteneva che la democrazia era applicabile solo in piccole città, ed impossibile negli Stati di grandi dimensioni. Frase ripresa di peso, da Caterina di Russia nelle istruzioni alla Commissione Legislativa,  per giustificare il proprio dispotismo illuminato.

Non casualmente il dibattito  sulla democrazia si era sviluppato soprattutto nelle effimere repubbliche (Cisalpina,Cispadana) create in Italia dalle armate napoleoniche (quando fu inventata la bandiera italiana sul calco di quella francese), e che si trasformarono in pochissimi anni in Regno d’Italia. Infatti, l’imposizione, da parte di un impero della creazione di “democrazie” negli Stati tributari costituisce, fin dai tempi dei Persiani, la prima fase del processo di subordinazione dei territori conquistati al nuovo impero in espansione,

Non solo le rivoluzioni atlantiche, ma anche il ’48 e la Comune del ’70 (nonché le relative repressioni) furono regimi di terrore (tant’è vero che Nietzsche trasse le sue convinzioni antidemocratiche dagli articoli sulla devastazione del Louvre da parte dei Comunardi).  

L’entrata in vigore del suffragio universale (per altro in un più vasto contesto autoritario) spianò poi la strada alle vittorie elettorali dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, in Italia, in Russia, Italia e Germania, e, con ciò, all’ avvento dei totalitarismi. I Bolscevichi andarono al potere con  lo slogan “tutto il potere ai soviet” Soviet; Mussolini con una coalizione trasversale di larghe intese maggioritaria in Parlamento e con l’investitura del Re; Hitler con una coalizione coni nazional-tedeschi dopo avere stravinto ben due elezioni e dopo essere stato investito dal Presidente e finanziato da banche americane e tedesche…

Quanto ai regimi post-seconda guerra mondiale, essi furono definiti molto correttamente (da Duverger, da Sartori) come “partitocratici. I partiti del CLN si appropriarono “pro quota” delle istituzioni di massa del Partito Fascista e delle sue pratiche verticistiche, e non applicarono mai le disposizioni “democratiche” della Costituzione (come quelle sull’ organizzazione democratica dei partiti, sulla partecipazione dei lavoratori e sull’ equo salario). L’organizzazione interna, basata sui, “migliori” i “cavalli di razza”, i “signori delle tessere”, “Gladio”, “Gladio Rossa”, ecc…, era semplicemente la moltiplicazione per 9 delle strutture dei partiti totalitari, con i Segretari Generali, i Comitati Centrali, il “centralismo democratico”, la gioventù (magari chiamata “Pionieri” come in Unione Sovietica), i sindacati “cinghie di trasmissione”, ecc….

Solo con l’egemonia democristiana il termine “democrazia” aveva acquisito un certo significato affermativo, venendo visto come sinonimo del partito di maggioranza relativa, anche se si trattava di nuovo di una “democrazia bloccata”, che escludeva una vera alternanza, sostituita (ed era già un miracolo), dall’ alternanza delle correnti democristiane alleate con i 9 partiti del Parlamento. Nel gergo popolare, si parlava di “democrazia” contro “comunismo”. Un sistema in ultima analisi non troppo distante da quello della Germania Est, dove un amplissimo pluralismo politico e partitico formale non riusciva certo a celare la ferrea egemonia della SED, il partito “socialista unificato” filosovietico.

Il Sessantotto portò con sé un nuovo significato della parola, divenuto sinonimo di assemblearismo e antiautoritarismo; di fatto, nel Movimento Studentesco, nei “gruppuscoli” e, poi, nel terrorismo, vigevano il culto del capo, il fanatismo assembleare, l’intolleranza verso gli avversari.

L’affermarsi di una valutazione positiva del concetto democratico portò con sé anche il risultato dell’“eterogenesi dei fini”, per cui, più la democrazia si sforzava di beneficiare il popolo e di coinvolgerlo, più si allungavano le ombre sul suo operato, con i misteri della mafia, l’intolleranza estremistica, i cadaveri eccellenti, le stragi, le “conventiones ad excludendum”, gli anni di piombo, Tangentopoli, la mafia.

“Tutto il potere ai soviet” : la parola d’ordine più democratica fonda il potere più autocratico

2.L’ossessione democratica

La vera e propria ossessione per il termine “democrazia” cominciò poi solo con la caduta del Muro di Berlino, anche per effetto della “lunga marcia attraverso le istituzioni” compiuta dai sessantottini (Cohn-Bendit, Fischer, Barroso), quando “democrazia” divenne sinonimo di “Occidente”, per la trasmigrazione degli ex marxisti “disoccupati” nell’ estremismo democratico, e anche per lo sfiancamento delle tradizionali retoriche conservatrici e socialiste. Basti vedere che, in prima linea nelle manifestazioni in Est Europa contro le cosiddette “autocrazie” spiccano sempre manifestanti con il pugno chiuso, il che dimostra che si tratta di una sorta di rivincita contro il rovesciamento delle culture politiche di quei Paesi dopo l’ ‘89.

Quel termine venne attribuito da allora sostanzialmente solo ai Paesi che fossero alleati degli Stati Uniti ed avessero una costituzione comparabile a quella degli stessi (con quello che Canfora chiama il democratometro”). Questa situazione di fatto ha messo in evidenza una ridda di contraddizioni dell’ideologia democratica. Basta il venir meno di una delle due caratteristiche, e il Paese non è più “democratico”. In Venezuela si vota, ma il Paese è anti-americano: quindi, non è democratico. L’Arabia Saudita è filo-americana, ma non si vota, quindi è antidemocratica. Fin qui tutto bene, ma  con quale logica preferire una Unione Sovietica stalinista a una Russia presidenzialista, una monarchia assoluta islamica, come l’Arabia Saudita, a una repubblica islamica, come l’Iran, o addirittura una crudele dittatura militare, come quella egiziana, ai Fratelli Mussulmani eletti democraticamente?

Il bello è che i Paesi “anti-democratici” sono normalmente soggetti a sanzioni, delle Nazioni Unite, americane, europee o di tutti questi Paesi insieme. Adesso, il Parlamento Europeo vorrebbe introdurre norme generali sulle sanzioni, per farle divenire, per così dire, un “fatto strutturale”. Non è chiaro con quale diritto, e neppure con quale logica, visto che le sanzioni rafforzano inevitabilmente i regimi che ne sono colpiti, poiché questi sono costretti, da un lato, a compattarsi, commerciando fra di loro, e, dall’ altro, a sviluppare la sostituzione delle esportazioni, divenendo temibili concorrenti di quelli che li hanno sanzionati. Forse la logica vera è quella di colpire, attraverso la Cina, la Russia, l’Iran, la Bielorussia, i loro partners europei perché non si arricchiscano troppo, superando gli Stati Uniti. Infatti, le sanzioni sono state sempre un autogoal per gli Europei, i quali, a causa della loro scomoda posizione internazionale, possono sopravvivere solo grazie alla cosiddetta “politica dei due forni”, commerciando al contempo con gli Stati Uniti e i loro avversari, mentre il “muro contro muro” con gli Stati anti-americani non fa che affrettare il loro comunque prevedibile collasso.

Il fascismo andò al potere con una maggioranza parlamentare trasversale e con l’incarico del Re a formare il Governo, e fu confermato da elezioni e plebisciti

3.La “tentazione autocratica”

Oggi, il confine fra le “democrazie” e gli “altri” (che, in mancanza di meglio, vengono definiti, assai incongruamente, “autocrazie”) sono sempre più labili. Questa constatazione viene considerato tabù poiché l’”autocrazia” (sia essa quella orientale, quella antica, quella “totalitaria” o quella ”autoritaria”), costituisce, per la “religione civile” dei Moderni, il “Male Assoluto”, su cui non si può discutere, ma che va solo esorcizzato (o sterminato).

Le singolari vicende del concetto di “autocrazia” nel mondo contemporaneo solo analizzate magistralmente nel dossier della rivista francese  “Books” dell’ Ottobre 2020, che ha introdotto , la distinzione  fra le cosiddette “autocrazie chiuse”, che “non accettano di essere contestate”(Cina, 1 miliardo e 400milioni;  Corea del Nord, 25 milioni; Vietnam, 100.000 milioni, Egitto, 100 milioni, Arabia Saudita,33 milioni, per un  totale di circa due miliardi) e i “regimi misti” (che “riguardano più della metà del Pianeta”).

Ora, sembrerebbe  già strano che il regime “normale” fosse quello adottato da una piccola minoranza, mentre un altro, diverso, regime fosse invece stato adottato dalla maggioranza. Sembrerebbe anche che sarebbe quest’ultimo a dover essere invece considerato “normale”. A parte che il “regime misto” era quello prediletto dalla maggior parte dei grandi autori, da Aristotile a san Tommaso a Montesquieu, il fatto che tante precedenti “democrazie formali” vadano verso un modello di “democrazia illiberale” sembrerebbe indicare che si tratta di una forma di necessario adattamento alle condizioni particolarmente aspre dell’attuale periodo storico, dominato dallo “stato di eccezione” (nucleare, terroristico, sanitario, digitale).

Come scrive Cacciari su l’ Espresso dell’11 ottobre, “Trump è l’’immagine’ di un sistema in cui imprese multinazionali, burocrazia militare, élites politiche, sempre più strategicamente in simbiosi, intendono decidere su tutte le questioni davvero rilevanti della nostra esistenza, superando, per  quanto possibile, regole e procedure della ‘antica’ democrazia. Una campagna a tutto campo sulle impotenze, i freni, i ritardi che quest’ ultima comporterebbe, è condizione indispensabile per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di avviarne il ‘superamento’”.

E’ un fenomeno mondiale, indotto soprattutto dalla centralizzazione informatizzata della “Mutual Assured Destruction” nucleare (MAD), e dalla conseguente esigenza, da parte dei vertici delle Grandi Potenze, di controllare capillarmente il proprio “blocco” in previsione di uno scontro totale e istantaneo basato su colpi micidiali, segreti e rapidissimi, che occorre prevedere anche da indizi infinitesimali (il famoso “first strike”). Sono quelli che hanno ispirato documenti come il “Trading with the enemy act”, il  “Patriot ACT” e il “CLOUD Act”, che hanno codificato negli Stati Uniti uno stato permanente di emergenza.

Tutto ciò impone certamente di riconsiderare le idee degli Europei sulla democrazia, ed è ciò che tenta di fare appunto il recentissimo opuscoletto dell’ Ufficio Studi del Parlamento Europeo, “An EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights.”

Il quale per altro non poteva tener conto dello spettacolo sconcertante di un’ Europa (e dei suoi Stati Membri), che, dopo 9 mesi di pandemia, non solo non riescono a frenarla, ma non riescono neppure ad adottare elementari provvedimenti finanziari per finanziare i sistemi sanitari e sostenere l’economia.