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DALL’ ARCO DI TRIONFO ALLE TRATTATIVE SULLA SICUREZZA

Continuano le umiliazioni della Francia (e dell’ Europa).

La bandiera europea all’ Arco di Trionfo

Il Presidente Macron avrebbe voluto fare, del Semestre Francese, una marcia trionfale verso la rielezione, facendo leva sull’ enfatizzazione della propria posizione europeistica, e, in particolare, sulla (sacrosanta) concezione  della “Sovranità Europea” ribadita a partire dal “Discorso della Sorbona”,  un’idea tipicamente francese, erede di quelle , gaulliana, di “Europa dall’ Atlantico agli Urali”, giscardiana, di ”Europe Puissance”e, mitterrandiana di confederazione con l’URSS (“Conferenza di Praga” e “Carta Europea”).

Purtroppo, i fatti stanno dimostrando che, nell’ Europa di oggi, né il clima culturale, né i rapporti di forza, sono (ancora) tali da permettere una politica di questo tipo. Anzi, nel corso dei decenni, ci siamo allontanati sempre di più da quest’ obiettivo. Del resto, neppure De Gaulle, né Giscard, né Mitterrand, erano riusciti a tenere fede alle loro promesse, perché nessuno li aveva seguiti su questa strada. Friedman aveva dato atto sul New York Times che “i gaullisti non avevano mai minacciato gl’interessi strategici americani”. Ed invece proprio ciò significherebbe un’eventuale “sovranità europea”, che scalfirebbe definitivamente il mito degli Stati Uniti quale “nazione necessaria”(Madeleine Albright). La “riprogettazione” dell’Europa avvenuta a Yalta era stata così radicale, da rendere difficilissimo discostarsene, anche per chi Yalta la contestava. Come aveva affermato, con grande scandalo di tutti, Alexander Rahr, “gli Americani ci hanno asportato il cervello”.

L’esempio più eclatante di questo eterno fallimento del sovranismo europeo è costituito proprio dal tentativo di De Gaulle si costruirsi una “force de frappe” autonoma, cioè “à tous les azimuts”, poi naufragata sotto Chirac con il rientro della Francia nella NATO. Un secondo esempio particolarmente evidente è stato, nel 1989, alla caduta del Muro di Berlino con e l’intesa fra Gorbačev e Papa Wojtyla (la “Casa Comune Europea”), il progetto di Confederazione europea di Mitterrand, subito bloccata dai Cecoslovacchi e dall’ America.

Lo stesso rischia di capitare ora a Macron, il cui piano di una “Politica Industriale UE”, fondamentalmente quella praticata a suo tempo da De Gaulle e teorizzata da Servan-Schreiber, è già stato declassato ad una semplice serie di “alleanze” di dubbie prospettive (e già presenti per altro nel programma del Rassemblement National), escludendo innanzitutto qualsiasi ipotesi di un “DARPA europeo” e di “GAFAM Europei” (due temi abbozzati a suo tempo dallo stesso Macron). Ciò anche e soprattutto alla luce della sconvolgente esperienza della prima di queste “alleanze” (GAIA-X), di cui abbiamo parlato in un precedente blog.

E’ quindi sempre più attuale la nostra proposta di un’ “Agenzia Tecnologica Europea”(“European Technology Agency”, di cui avevamo discusso, tra gli altri, con il Presidente Sassoli (cfr. precedente blog).

Quanto ora accaduto con la bandiera europea scacciata dall’Arco di Trionfo e con le trattative sull’ Ucraina rischia di confermare le più cupe previsioni circa l’irrilevanza dell’”europeismo sovranista” di Macron. Non parliamo poi del fatto che, dalle varie presentazioni del Semestre Francese, sono quasi completamente scomparsi i suoi due elementi essenziali: la Conferenza sul Futuro dell’ Europa e la Sovranità Tecnologica.

Adesso, abbiamo le campagne del Ministero della Pubblica Istruzione francese contro l’imperversare dell’ Inglese e per lo studio delle lingue classiche, che fa concorrenza alla campagna di Zemmour per l’abbandono dell’ Inglese nelle Istituzioni europee. Vedremo come vanno a finire anche queste campagne sovraniste dei Francesi, che, secondo me, poggiano anch’esse su basi troppo fragili.

L’Impero Francese sotto Napoleone era l’ Europa

1.La Sovranità Europea

Il problema della Sovranità Europea è innanzitutto una questione culturale.  Il ritardo nella creazione del primo embrione delle Comunità Economiche Europee, a ben 12 anni dalla creazione della NATO e del COMECON, dimostra lo scarso entusiasmo degli stessi Padri Fondatori (per non parlare degli altri), i quali, proprio in quegli anni, erano tutto tranne che sovrani (basi pensare alle vicende di Olivetti e di Mattei, nonché della concessione, da parte di De Gasperi, delle basi americane). Non parliamo poi della schiacciante documentazione oramai disponibile su come l’America abbia manipolato il Movimento Europeo, isolando i più ferventi sostenitori di un’Europa culturale e politica (Coudenhove Kalergi, Spinelli, Marc, Sandys e lo stesso Churchill), e mandando avanti dei mediocri  burocrati proni ai suoi voleri (Richard J. Aldrich,University of Nottingham,1 Marzo 1997).

Quando De Gaulle aveva lanciato la propria idea dell’Europa dall’ Atlantico agli Urali (coerente seguito della proposta di Chruśćev di adesione dell’ URSS alla NATO), era stato aggredito da tutti come “antieuropeo”, anche se in realtà era l’unico a progettare un futuro veramente “europeo”. L’idea che l’Europa potesse essere autonoma tanto dall’URSS quanto dagli Stati Uniti si presentava infatti allora, a sprazzi, oltre che nel Governo francese, solo in sparute minoranze giovanili di estrema destra e sinistra, le quali tutte si guardavano bene da dare un seguito coerente alle proprie proposte (per altro anch’esse carentemente motivate: l’“Europe Nation”).

Nell’ era della tecnica dispiegata, né le “nazioni borghesi” otto-novecentesche, né l’inedito “Occidente”, costituiscono oramai un sufficiente baluardo contro l’omologazione tecnocratica, che è oggi l’unico vero ostacolo alla libertà e alla stessa sopravvivenza dell’Umanità (il “rischio esistenziale”,cfr. De Landa, Joy,Hawking, Rees). S’impongono strutture più grandi, fondate non già su “ideologie” moderne di corto respiro, bensì su tendenze “di lunga durata” (Tian Ming, Translatio Imperii), capaci di sintetizzare e rivitalizzare la storia culturale d’ intere civiltà, mobilitandole nella lotta per il controllo sulla tecnica dispiegata. S’impone soprattutto un nuovo “Stato Civiltà” come l’ Europa, che, se profondamente rinnovata, potrebbe condurre sul serio una vera battaglia per l’“Umanesimo Digitale”, che oggi ancora non s’intravvede, nonostante le tonnellate di carta prodotte.

Queste esigenze erano già presenti dall’ inizio del ‘900, ma, in realtà, nessuno aveva mai voluto che si studiassero  a fondo le ragioni d’essere del “Denken für Kontinenten”, avviato dal tanto vituperato Haushofer, del “Paneuropeismo” di Coudenhove Kalergi, né del concetto cinese di “Stati-Civiltà”, presente già fin dal 1950 in tutti i libri  scolastici cinesi.Né, tanto meno, nessuno ha mai voluto, e continua a non volere, che si approfondiscano gli aspetti tecnico-militari della sicurezza europea, che passano attraverso le tecnologie digitale, spaziale e quantica, dove non risulta che l’Europa stia facendo un bel nulla (e gli stessi esperti brancolano nel buio, cfr.Marcello Spagnulo, L’Italia spaziale, da terzo grande a satellite di chi?, in Limes, 12/21).

Ricordo quando, al Parlamento Europeo, Pat Cox aveva addirittura negato la parola a Elcin, il presidente russo più filo-occidentale della storia. Tanta è stata da sempre la paura che la Russia chiedesse, come suo diritto, di far parte delle Istituzioni europee (con la conseguente rivoluzione delle rappresentanze nazionali). Orbene, è evidente che un’autentica sovranità europea non potrebbe essere possibile se non coll’ eliminazione delle tensioni fra Europa, Russia e Medio Oriente, oggi usate come leva per mantenere forzatamente gli Europei nella NATO. Già la “Casa Comune Europea” di Gorbaciov e Giovanni Paolo II presupponeva infatti, e ancora presuppone,  che la Paneuropa non resti l’area di confine fra due sistemi, bensì un unico sistema che riprenda i lati migliori di quelli che lo avevano preceduto. Come aveva affermato allora Giorgio Shevardnadze, “un sistema migliore di quelli capitalista, socialista e feudale”.

Il monumento a De Gaulle a Mosca

2.La bandiera europea sotto l’Arco di Trionfo

Poche vicende rivelano bene come questa la sostanza copertamente anti-sovranista, tanto del Rassemblement National, quanto della politica Macron.

Quanto al primo, anziché essere fiero del fatto che la Francia abbia la presidenza dell’Europa e possa perciò dare ancor più peso ai temi che le sono cari, ha presentato addirittura un ricorso giudiziario contro l’esposizione della bandiera europea sotto l’Arco di Trionfo, dimenticando che Napoleone, che aveva voluto quell’ arco, era sdtato, di fatto, l’Imperatore dell’Europa. Quanto al secondo, lungi dal possedere l’assertività, non diciamo di Napoleone, ma perfino di De Gaulle, si è fatto intimidire da una mediocre manovra causidico-propagandistica  della candidata  rivale.

L’uso dei micro-nazionalismi in chiave anti-europea è una trovata relativamente recente, da quando, con la caduta del Muro di Berlino,  si è manifestata una fondata aspettativa che l’Europa unificata possa costituire un’alternativa agli USA. A questo fine  erano tornati utili Farage e Le Pen, Lukašenka e Meloni , che un tempo non si volevano neppure sentir nominare.

Infatti, prima dell’ ‘89, né l’europeismo, né i micro-nazionalismi, avevano alcun peso, perché imperavano, da un lato, l’egemonia culturale marxista, e, dall’ altra, l’atlantismo maccartista, abbondantemente sufficienti, dal punto di vista dei poteri forti, per stroncare ogni velleità di autonomia paneuropea. Non per nulla, le Istituzioni vivacchiavano sotto la cappa dell’ideologia funzionalistica. Dal 1989 in poi, venuta meno la credibilità di quei due orientamenti geopolitici fintamente contrapposti, non si è trovato nulla di meglio che suscitare una falsa dialettica fra i sovranismi piccolo-nazionali e europeo. Con gran divertimento degli USA, e con la tentazione della Russia di “ricrearsi l’URSS”, vale a dire una realtà speculare all’ Impero Americano, ma che in realtà lo puntellava egregiamente.

Francois Mitterrand tentò di lanciare una Confederazione Europea con l’URSS

3.”Ricostituire l’ Unione Sovietica”?

Le vicende alle frontiere bielorussa e ucraina, e l’intervento alleato in Kazakhstan, dimostrano che il disegno di una “Yalta 2”  è in fase di attuazione, e che l’America e la NATO sarebbero ben felici che la Russia “ricreasse l’Unione Sovietica”, in modo da impedire ulteriormente la “Casa Comune Europea”(e da vendere all’ Europa il gas americano).

Secondo Putin, “coloro che non rimpiangono l’ Unione Sovietica sono senza cuore, ma coloro che vogliono ricostituirla sono senza cervello”. Quindi, l’associazione d’idee fra l’URSS e il “Russkij Mir” (concetto preferito da Putin) è arbitraria, perché la strategia attuale di Mosca non risponde affatto all’idea internazionalistica dell’ex URSS, bensì segue molto da vicino il progetto panrusso di Sol’zhenitzin (“Kak obostruit’ nam Rossiju”=”Come ristrutturare la nostra Russia”), di cui il lungo articolo di Putin del Luglio del ‘21(“Ob istoričeskom edinstve Russkih i Ukraintsev”=”Sull’unità storica fra Russi e Ucraini”) costituisce in gran parte un’esplicitazione. Sol’zhenitzin non voleva difendere l’Unione Sovietica, anzi fu colui che per primo ne propose la dissoluzione, ma opponendosi nettamente alla scissione fra i tre popoli slavi orientali: Russi, Ucraini e Bielorussi, e postulando la restaurazione del sistema di autogoverno locale (“zemstvo”), tipico degli ultimi anni dello zarismo. Un discorso a parte Sol’zhenitsin lo dedicava al Kazakhstan, nel nord del quale Stalin aveva trasferito, per motivi vari, milioni di Russi, Ucraini e Bielorussi, oltre a parti di popoli minori, come i Tedeschi del Volga, i Tatari di Crimea, i Ceceni e i Mescheti. Secondo Sol’zhenitsin, questa parte del Kazakhstan (intorno alla nuova capitale Astana, e con lingua veicolare il Russo) avrebbe dovuto rimanere con gli Slavi Orientali.

In parole povere, la visione della Russia di Sol’zhenitsin e di Putin (“Russkij Mir”) è speculare a quelle dei “Brexiteers” per l’arcipelago britannico, del Gruppo di Visegràd per i “nazionali” dell’ Europa Centrale, del “Neo-Ottomanesimo” per l’AKP: rinverdire l’identità degli antichi imperi , regni o Repubbliche, che avevano dominato l’ Europa per secoli. Il problema dell’Europa, se non vuole andare a pezzi, è quello di recuperare tutte le sue grandi “regioni” all’ interno di un disegno più vasto con una sua missione specifica (la “Casa Comune Europea”, la “Confederazione Europea”), tenendo conto soprattutto delle esigenze tecnologiche e di difesa. Quelli (insieme  all’ attuale “nocciolo duro carolingio”, e al “Grande Nord”) sono veri e propri “Stati membri”complessi dell’ Europa, che è qualcosa di molto più grande (geograficamente e concettualmente) dell’ Unione Europea, e va gestito con più ampio respiro. E’ fra quelle grandi “macroregioni europee” che va trovato un vitale equilibrio, mentre l’attuale Unione, federalizzata,  dovrebbe fungere da cuore pulsante dell’ intero sistema (la vera “Europa a cerchi concentrici”).

Il programma di Sol’zhenitsyn è stato ripreso da Putin

4. La “democrazia” quale strumento di discriminazione

E’paradossale che le discriminazioni nei confronti dei Paesi dell’Est Europa siano motivate, essenzialmente, dalla loro presunta mancanza di “democrazia” secondo un modello idealizzato degli USA, i quali  sono, invece, l’esempio più palese di non-democrazia proprio nei suoi elemento primari: il diritto di voto (da sempre soggetto a restrizioni di ogni tipo), la libertà di espressione (soggetta alla censura dei GAFAM e del “politically correct”); la libertà personale (Patriot Act, CLOUD Act).Anche il continuo richiamo a presunti “valori europei” che solo gli  altri starebbero violando non regge di fronte alle continue dimostrazioni dell’ incoerenza degli Europei,dove il richiamo formale a presunti valori condivisi (ripudio della guerra, libertà individuale e nazionale, pluralismo, misericordia) è  espressione d’ipocrisia e di “doppio standard” (pensiamo alle guerre neocoloniali ancora in corso; alle testate nucleari americane sul nostro territorio; alle “extraordinary renditions”;al trattamento di profughi, Catalani, russofoni; alla violazione  di fondamentali sentenze della Corte di Giustizia; alla disapplicazione del GDPR…).Tutto ciò delegittima anche l’ Unione Europea nel ruolo di fustigatrice per procura degli USA, ch’essa si arroga, della maggioranza degli altri Stati. Ciò che accomuna “i due Occidenti” è in sostanza l’ipocrisia puritana, di chi predica valori troppo sublimi in modo da mascherare le peggiori infamie.

Così stando le cose, non ci si venga a dire che certe parti d’ Europa non sono con noi compatibili perché hanno storie e tradizioni (parzialmente) diverse dalle nostre (limitatamente agli ultimi 2 secoli). C’è da chiedersiallorache cosa intende il nostro “mainstream” per “multiculturalismo”? Che tutti i Paesi, vicini e lontani, devono diventare come noi? Oppure che tutti quelli che non sono come noi devono starci lontani? Ma allora, che senso ha tutto (il -falso-) interesse dimostrato per gl’immigrati? Non sono questi (in genere) ancora più diversi dei Polacchi, dei Russi e dei Turchi? E anch’essi hanno o non hanno il diritto di rimanere diversi? In base a quale criterio la parte sud-occidentale dell’Europa si sente in diritto di giudicare ciò che sta a Nord, Est, a Sud-Est, e, soprattutto, a Sud? E, poi, si può dire che Solimano, Pushkin o Mickiewicz siano molto diversi da Lorenzo il Magnifico, Foscolo o Goethe?

L’”Occidente” si è sempre sforzato di negare e controbilanciare la naturale affinità e complementarietà fra Europa e Russia (che  comprende anche, fra l’altro, il boom di esportazioni italiane e tedesche e i due North Stream), per fare in modo che Europa Occidentale ed Orientale siano portate automaticamente (e innaturalmente) a respingersi, sicché l’ Europa non possa mai unificarsi veramente (“tenere i Tedeschi sotto, gli Americani dentro e i Russi fuori”). Lo stesso “trucco” usato con la Russia è stato usato anche con gli altri Paesi dell’Europa dell’ Est, dove il sostegno alle idiosincrasie micro-nazionalistiche (spesso attraverso emigrati in America), ha permesso di rinfocolare le rivalità fra Lituani e Russi, Polacchi e Bielorussi, Ungheresi e Slovacchi, e addirittura fra Bruxelles e gli Est Europei in generale, quando invece sono sempre state più importanti le affinità. In questo modo, diventa difficile non solo un sentimento paneuropeo, bensì perfino una solidarietà fra gli stessi Europei dell’Est. E dire che il pezzo forte dell’ideologia panslavista sempre stata costituita dall’origine eurasiatica degli Slavi (cosa comune ai Germanici e agli uralo-altaici); che la base del “Pensiero Russo” è il “Bizantinismo” costantinopolitano; che il pensiero di un  “Romanticismo Slavo” nasce con Böhme, Herder e Tommaseo; che il costituzionalismo polacco non è meno antico di quello inglese…

Questi continui rifiuti verso la Russia da parte dell’Europa (assolutamente immotivati) a partire dal 1991 hanno trasformato l’originario entusiasmo per l’apertura all’ Occidente in una (comprensibile) volontà di difendersi da calunnie, sanzioni, destabilizzazioni -e missili-), costringendo la Russia a consolidare il proprio spazio (culturale, politico, commerciale, militare) anche verso Est. Fenomeno non dissimile da quanto accaduto in Turchia, nel Regno Unito e, parzialmente, in Polonia, le quali, per poter sopravvivere come culture, sono state costrette ad opporsi ad una Bruxelles sempre più intollerante ed autoreferenziale. E si noti che, prima, esse tutte avevano fatto uno sforzo enorme di trasformazione legislativa per poter accedere all’ Unione. Basti riascoltare il discorso programmatico televisivo di Putin la notte di capodanno del 2000, in cui s’impegnava ad introdurre in Russia tutti i principi concordati con i Paesi Europei in sede OSCE, in totale contraddizione con l’immagine che ne hanno sempre dipinto i media occidentali.

Le “macroregioni europee” ricordano gli Stati del ‘600

5. Le attuali trattative sul sistema di sicurezza europeo

Questa settimana si sono svolti incontri USA-Russia, NATO-Russia e OCSE-Ucraina per discutere i due trattati proposti dalla Russia  sulla sicurezza in Europa (“Agreement on Measures to Ensure the Security of the Russian Federation and Member States of the North Atlantic Treaty Organization;  “Treaty between the United States of America and the Russian Federation on Security Guarantees), che ricalcano, da un lato, quelli vigenti fino a poco tempo fa e ripudiati dagli USA,  e, dall’ altro, quanto da più di 30 anni la Russia sostiene essere stati gli accordi verbali fra Baker e Gorbaciov, e si riallaccia, infine,  implicitamente, alla Conferenza di Praga e alla Carta europea di Mitterrand e Hàvel.

Naturalmente, le proposte russe non sono state neppure prese in considerazione dagli USA, con la conseguente escalation da parte dei Russi (si parla di testate ipersoniche posizionate nel continente americano, come i famosi missili di Cuba, grazie ai quali l’URSS aveva ottenuto l’allontanamento di quelli in Turchia).

In questo bailamme, il compito minimo dell’Unione Europea sarebbe ora quello di delineare un progetto condiviso da tutta l’Europa, proporlo ai singoli Stati, membri o non membri della UE, e, infine, costruire strade per realizzarlo. Se Putin ha potuto scrivere sul suo sito un articolo di 39 pagine sull’ unità fra Russi e Ucraini, e tutta la stampa dell’Europa Orientale ha potuto scrivere fior di controrepliche allo stesso, perché nell’ Unione non si sa produrre nulla sulle identità degli Europei? L’Europa, nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’ uropa, avrebbe dovuto elaborare una sua posizione su questi temi.

Invece, un siffatto progetto manca completamente: non soltanto si è lasciata da 23 anni senza risposta la domanda di adesione della Turchia; non soltanto ci si è urtati sempre più (come si è visto) con la Russia, ma perfino il più modesto compito dell’adesione dei Balcani Occidentali, previsto nel “Piano Janša” proposto dalla presidenza slovena alla Conferenza di Lubiana del 2021 è rimasto senza seguito, arenatosi nelle rivalità fra Serbo-Bosniaci e Bosgnacchi e fra Bulgari e Macedoni. Il fatto è che gli Europei, pur essendo confusamente insofferenti dello “status quo”, sono incapaci perfino ad immaginarsi un futuro alternativo.

L’obiettivo occulto è destabilizzare l’Europa Orientale, spezzettando le maggiori formazioni per poi inglobare alle proprie condizioni i nuovi micro-Stati, come successe con la disgregazione degl’Imperi Centrali e di quello russo dopo la IIa Guerra Mondiale. E’ proprio questa tendenza di lungo periodo dell’ “Occidente” che si sta scontrando contro la resistenza della Russia, della Turchia e, in minor misura, della Polonia.

Ciò detto, chi arriva con delle proposte (buone o cattive che siano) al tavolo delle trattative sul futuro dell’ Europa Centrale e Orientale  è, ora come sempre, la  Russia,  e gli USA rispondono senza nemmeno consultare gli Europei. Sono  due Stati veramente sovrani, che hanno una loro politica estera e un loro completo arsenale nucleare, e, pertanto, si arrogano (non senza ragione)  il diritto di decidere sul futuro dell’ Europa. Altro che Conferenza!

Le due bozze di trattato sono dunque state elaborate dalla Russia e respinte senza discussione dall’America, senza che gli Europei abbiano detto nulla. Eppure, si tratta del nostro territorio, del nostro futuro, perfino del nostro gas! Se non è questa una questione di Sovranità Europea, quale altra lo è?Cosa intendiamo dunque per “sovranità europea”?

La realtà è che il nostro Continente è visto solo come un campo di battaglia, oggi per attacchi ibridi (come le rivoluzioni colorate, le Repubbliche secessioniste, le crisi migratorie); domani, per invasioni militari come in Kazakhstan; dopodomani, per guerre nucleari, chimiche e batteriologiche, senza che gli Europei possano farci nulla. C’è di più: oggi, in barba alle premesse pacifistiche del Diritto dello Spazio, le grandi potenze stanno militarizzando lo spazio siderale, senza che, di nuovo, l’ Europa possa farci nulla.

Noi abbiamo “delegato agli USA” semplicemente la gestione di tutti i rischi esistenziali del XXI° Secolo. Quindi, se “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione” (Carl Schmidt), noi non siamo sovrani.

Possibile che l’Europa di Macron, che, pretenderebbe di darsi una politica estera e di difesa “sovrana”, non abbia nulla da proporre, e lasci la discussione agli eterni “federatori esterni”, USA e Russia? Così stando le cose, come fare a impedire che i cittadini prendano le distanze dall’ Unione? Come ha scritto nella sua newsletter il Movimento Europeo, “appare stupefacente il gap fra il desiderio di grandeur che traspare dal programma della presidenza francese e la parte assolutamente marginale che svolgerà Parigi durante i sei mesi di presidenza.

Nonostante il volontarismo del Presidente Macron – preannunciato nella Conferenza stampa di dicembre, reiterato nell’incontro dell’Epifania con la Commissione europea al Palazzo dell’Eliseo e certamente più marcato quando parlerà davanti al Parlamento europeo il 18 gennaio – sarà difficile immaginare che in sei mesi potranno essere raggiunti risultati concreti e definitivi”.

Eppure, ce ne sarebbero di cose da dire! Sui rischi di una nuova guerra mondiale, con le testate nucleari in casa nostra e la militarizzazione dello spazio. Sull’ unità di tutta l’Europa. Sulla regolamentazione internazionale del digitale. Sul ruolo delle grandi aree macroregionali, come quella nord-atlantica, quella latina, quelle centrale e orientale, quelle artica e balcanica…Purché si lasci parlare chi le idee le ha, e non si strozzi preliminarmente il dibattito, come accade sempre più frequentemente.

SOVRANITÀ EUROPEA: COME E PERCHÈ

 

Come da noi spesso ripetuto, a prima vista si potrebbe pensare che essere europeisti ed essere sovranisti siano la stessa cosa. In un mondo normale, chi vuole che ci sia un soggetto politico europeo dovrebbe volere anche che questo soggetto sia autonomo, perché possa perseguire gli obiettivi specifici degli Europei. Invece, ci troviamo in una fase storica di schizofrenia culturale e politica, in cui, lancia in resta, i sedicenti “sovranisti” europei si raccolgono intorno a una fondazione americana (“the Movement”) che promette idee e quattrini a partiti perseguitati dai giudici, e in cui, dall’ altra sponda, si chiamano a raccolta gli “europeisti” contro i “sovranisti”, accusati, come di una colpa, di volere la sovranità dei loro rispettivi popoli. Mi sembra perciò il caso di soffermarci ulteriormente, ai fini della decisione e dell’ azione,  sulla definizione storica e concettuale dell’ idea stessa di sovranità.

Idea che è  originariamente consustanziale a quella d’Impero, come riassunto nei versi di Orazio: “Regum timendorum in proprios greges, Reges in ipsos imperium est Jovis, Clari giganteo triumpho cuncta supercilio moventis”.La sovranità    era, ed è, circondata da un’aura di sacralità: Giove, signore dell’ universo dopo la sconfitta dei Giganti, comunica ai popoli la propria volontà attraverso i re. La “sovranità” consiste dunque nel non essere soggetti a nessuno salvo che al dio supremo. Tradizionalmente, “sovrani” erano i re, che ricevevano quest’investitura direttamente dal dio, ma “più sovrano” di tutti era l’ Imperatore (romano, cinese, persiano…): “Tu regere imperio populos, Romane, memento”. Il “vero” sovrano era dunque solo un Imperatore , che non solo aveva  ricevuto il mandato celeste (il “Tian Ming” dei Cinesi), ma il cui mandato investiva in realtà l’intera umanità (l’”Ecumene”, il “Tian Xia”). Non per nulla anche oggi oggi sono veramente “sovrani” solo gl’imperi americano, russo e cinese, che hanno un respiro e delle  pretese mondiali.

Vi è dunque stata sempre un’ambiguità del concetto di sovranità: da un lato, quella “relativa” dei singoli sovrani; dall’ altro, quella universale, dell’unico Imperatore a cui veramente spetti il “Mandato del Cielo”,  e a cui i singoli “sovrani”  sono  subordinati con un rapporto di tipo “feudale” feudale. Il rapporto fra l’ Imperatore “universale” e i re “parziali” era espresso chiaramente nella massima confuciana: “L’Imperatore faccia l’ Imperatore, e i re si comportino da  re.”Di fatto però, già nell’ antichità, coesistevano vari imperi universali (Roma, Persia, Israele, Maurya, Cina, Califfato), i quali tutti rivendicavano un mandato universale, ma di cui nessuno, tuttavia, riusciva, di fatto, a realizzarlo, per limiti geografici, militari e logistici. Situazione ben poco mutata anche oggi. Gl’imperatori persiani che, istigati dai ceti sacerdotali, pretendevano di realizzare questa missione nella loro qualità di “Shaoshants”, cioè di reincarnazioni di Zarathustra, furono sconfitti dai Greci e dai Macedoni, a cui passò il “ mandato celeste” (realizzando così la “Translatio Imperii” profetizzata nel Libro di Daniele).

L’ obiettivo  di quel mandato era quello di far trionfare il dio del Bene contro il dio del Male – obiettivo che fu poi ripreso, in un quadro monoteistico, dagl’imperatori cristiani e dai califfi, i quali avevano in comune il compito di estendere l’area della “vera” religione (dilatatio Imperii, Jihad), per preparare l’Umanità al Giudizio Finale-. Per questo loro carattere sacrale, vi fu sempre,nelle monarchie monoteistiche (Israele, Roma, Sacro Romano Impero), una tensione  fra la sovranità imperiale e quella sacerdotale, che l’ Islam risolse nella figura del Califfo e Dante con la metafora dei “Due Soli”.

La pretesa delle “monarchie nazionali” di avere anch’esse una propria “sovranità”, cioè di non riconoscere alcun’autorità ad esse superiore, è resa plasticamente in quei mosaici delle chiese di Palermo in cui Guglielmo II di Altavilla riceve, come il basileus bizantino , la corona di Sicilia direttamente da un Cristo che ha le sue stesse fattezze. Con le Monarchie Nazionali nasce così l’idea di un mandato celeste per tutti i re, un’idea che s’innesta nell’ idea cristiana della “Missione delle Nazioni”, la quale  sostituisce quella, unica, d’ Israele. Le Crociate, i conflitti fra gli eredi di Carlo Magno e fra le varie dinastie califfali, e, infine,  le guerre di religione,  misero in evidenza il carattere conflittuale di queste pretese generalizzate  di  universalità, anticipando così quello che oggi viene chiamato impropriamente “nazionalismo”.

Luigi XIV  si era opposto a questa proliferazione delle sovranità, tentando di realizzare  quella monarchia universale in Europa di cui avrebbero poi parlato Montesquieu e Jouffray.

L’idea della “sovranità monarchica” era un’eredità dei grandi Stati dell’ Asia.I popoli tribali  delle selve e dei deserti (Indoeuropei, Semiti e Uralo-Altaici) avevano avuto, almeno alle origini,  un’ idea diversa di sovranità, una sovranità diffusa, che aveva  trovato espressione nel Vecchio Testamento, con le Tribù d’Israele, e, poi, nel mondo greco-romano, con l’idea di “autonomia”, tipica dell’aristocrazia guerriera che non ha un re, perché, in sostanza, ciascun “pater familias” è come un piccolo re (Ippocrate). Da quest’idea greco-romana prende avvio  tutta la mitologia “repubblicana”, che, negli ultimi 50 anni, si è convenuto (abusivamente) di chiamare “democratica”.

Nell’Impero Romano, nel Sacro Romano Impero, in Inghilterra e in Polonia, la sovranità monarchica e l’”autonomia” aristocratica vissero un equilibrio instabile (il repubblicanesimo di Tacito e di Seneca, le Diete, le Leghe, la  Magna Charta, l’ “Aurea Libertas” polacca).

Con il passare del tempo, la “sovranità” si è sempre più democratizzata: dalla “nazione”, al “popolo”, al “proletariato”, alla “gente”.In definitiva, la “sovranità” non è altro che la possibilità concreta di far valere la legittima aspirazione, di un popolo “orgogliosamente volto al mondo” (Miklos Vörösmarty), all’ autoaffermazione a livello internazionale. Autoaffermazione che, nella sua forma più alta, coincide con la richiesta al resto del mondo di tenere in conto le proprie istanze fondanti. Ad esempio, nel suo discorso al Parlamento Europeo, Orban ha definito l’identità dell’ Ungheria con riferimento ai concetti di  “antemurale della Cristianità” (che difende i confini dell’ Europa), e di “democrazia anticomunista”, che ha riscattato  con il sangue la libertà dell’ Europa. Per quanto opportuna sia l’esistenza di un’ autorità comune degli Europei, questa non potrà mai cancellare queste caratteristiche fondanti dei popoli.

Come l’America ha legato indissolubilmente la propria pretesa al controllo sul mondo alla propria esigenza di far avanzare ovunque  la modernizzazione (compito riconosciuto loro già perfino da Marx e teorizzato poi da Rostow), così la Cina sta rivendicando il proprio progetto di Nuova Via della Seta come espressione della propria  volontà di affermare a livello mondiale l’ ideale di “armonia”                 condiviso dalle “Tre Scuole” siniche (Confucianesimo, Taoismo e Buddhismo). Nel tentativo di superare gli Stati Uniti sulla via della modernizzazione, la stessa Unione Europea aveva  voluto estendere la sovranità popolare proprio a tutti, compresi gli stranieri,  fino al punto di diluirla, e, infine, di negarla. Neppure i “sovranisti” sono riusciti a rimediare a questa situazione, perché accettano nei fatti di essere diretti da un “movement” che è esterno, non solo all’ Europa, ma, ovviamente, anche agli Stati Membri.

Certo, gli antichi Imperi riuscivano ad essere veramente multietnici e multiculturali, ma questo perché non erano democratici. Anche il Regno d’Ungheria (una “nazione aristocratica”) poteva mantenere elevato il ruolo degli  stranieri (per esempio, l’aristocrazia croata), o di minoranze etniche (per esempio, gli Ebrei), perché era una monarchia, che non pretendeva, come l’Ungheria attuale, di dare il potere al popolo.

Questa incapacità, degli attuali Europei, di pensare veramente  la sovranità, è particolarmente funesta in un momento, come questo, in cui l’ Europa avrebbe un contributo fondamentale da dare all’ Umanità. Essa ha  infatti sviluppato, prima d’ ogni altro continente (Rousseau, De Maistre, Huxley, Anders, Jonas, Bahro), la consapevolezza dei pericoli del progresso, e avrebbe tutto l’interesse a (e, addirittura, il dovere di), portare avanti con decisione e autonomia la battaglia mondiale contro il dominio delle multinazionali del Web, già avviata con i dossier Google, Amazon, Facebook, e in corso circa il Copyright. Tuttavia, essa, priva, com’è, di una propria sovranità, è impedita a manifestare questa sua primaria esigenza, come comprovato dal sostanziale blocco imposto, da parte delle lobby filo-americane, a tutte le  diverse iniziative in quel campo della Corte di Giustizia, della Commissione e del Parlamento. E’ significativo che l’adesione di Salvini a “the Movement” avvenga proprio nei giorni in cui si è discusso, al Parlamento Europeo, la nuova direttiva sul Copyright (contro la quale hanno votato Lega e 5 Stelle).

 

1.La sovranità universale dell’Impero Americano

 

Con la sconfitta del progetto di Luigi XIV di monarchia universale, la “Missione delle Nazioni” era  trapassata, con Cristoforo Colombo e i Puritani, nella “Missione dell’ America” ( la “Casa sulla    Collina”). Questa missione consiste nell’imporre a tutto il mondo l’etica protestante, nella sua specifica variante puritana, che ingloba, da un lato, l’egualitarismo dei Diggers e dei Levellers, e, dall’ altro, la tecnocrazia del “Progetto Baconiano”.             Non  dimentichiamo  che  Francis  Bacon,  fondatore  della  colonia nordamericana di Terranova, è anche il profeta dell’innovazione tecnologica nella “Nuova Atlantide”, l’isola di Bensalem (in Ebraico, il “figlio della Pace”). La vittoria contestuale dell’ etica puritana e della tecnologia realizzeranno la Fine della Storia.  A partire da Giorgio Washington, da Emerson e da Whitman, gli Stati Uniti hanno dunque sempre concepito se stessi come “l’unica nazione necessaria”, in quanto “legislatori dell’ Umanità” e suoi educatori. La sovranità apparterrà d’ora in avanti al nuovo popolo eletto, che l’eserciterà attraverso istituzioni oligarchiche, nazionali e sovrannazionali (i “Poteri Forti”), accomunate dalla volontà di conquista e rigenerazione del mondo intero: “One Nation under God”.

Questo è il senso della “leadership” americana. Leadership che, a partire dalla         Seconda Guerra Mondiale, si è espressa attraverso la creazione delle Organizzazioni Internazionali, destinate a costituire come delle “longa manus” specialistiche per quest’azione americana di guida del mondo: le Nazioni Unite per dirigere  la politica mondiale , la NATO per coordinare le truppe  degli Europei, la Banca Mondiale e Wall Street per dirigere l’economia mondiale, ecc…

Anche le Comunità Europee furono promosse dal Movimento Europeo, nonostante l’opposizione di Marc e di Spinelli, con fondi provenienti dalla CIA di Donovan, dal Fulbright Program e delle fondazioni familiari dei grandi finanzieri americani. La creazione delle Comunità Europee fu deliberata per la prima volta al Congresso Americano (sempre per iniziativa di Fulbright). Sotto questo punto di vista, l’Europa postbellica era stata concepita fin dall’ inizio, per usare le parole di Brzezinski, come “un protettorato americano”. Ancor oggi, le fila delle politiche europee sono tirate da elemosinieri americani come Soros e Bannon.

Gli Stati Uniti mantengono in Europa, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, decine di basi militari, 64.000 soldati e 150 testate nucleari, di cui la maggior parte in Germania, Italia e Inghilterra, mentre il Generale De Gaulle li aveva fatti partire dalla Francia. I servizi segreti americani possono spiare in Europa, ma quelli europei non possono spiare in America. I dati degli Europei sono custoditi da imprese americane in server sotto il controllo delle Autorità militari americane, realizzano i loro profitti in Europa ma rimpatriano i profitti esentasse. A tutti sembra normale che gli Ambasciatori Americani intrattengano stretti rapporti con i leader dei partiti europei, o che una fondazione americana s’installi a Bruxelles per coordinare i movimenti anti-UE.In queste condizioni, parlare di “sovranità” delle nazioni europee, con o senza UE, non ha semplicemente senso. E altrettanto assurdo è che, a incitare gli Europei a una maggiore sovranità mazionale, sia un sostenitore , come Bannon, dell’ “America First”. Essere “sovranisti” americani significa dirigere l’impero mondiale, mentre essere “sovranisti” italiani (o tedeschi, francesi, ecc…) sembra oggi significare, paradossalmente, voler essere comandati dall’ America.

E’ anche significativo che gli stessi  teorici ufficiali dell’Unità Europea abbiano sempre dimostrato una notevole reticenza verso il concetto di sovranità. Mentre reclamano un “trasferimento di sovranità” verso l’ Unione Europea, sono restii a permettere che quest’ultima abbia infine una propria  sovranità. L’Unione sarebbe dunque null’ altro che “un’organizzazione internazionale”, e come tale costituirebbe (come pensavano Benda, Jünger e Albertini) una semplice fase del trasferimento della sovranità a una federazione mondiale, ritenuta un positivo passo in avanti verso la Pace Perpetua, e molto simile a una presa di controllo sul mondo da parte degli Stati Uniti. Non per nulla, già Papa Wojtyla aveva ammonito a non confondere il ruolo delle Nazioni Unite con quello degli Stati Uniti. Infatti, così facendo, i teorici dell’ integrazione mondiale finivano per esaltare, indirettamente ,     la sovranità degli Stati Uniti sull’ Europa e sul modo intero, letta come un provvidenziale strumento di messa sotto controllo di Europei (e di altri popoli), giudicati incapaci di governarsi.

L’idea stessa che l’ Europa abbia “delegato” (oramai da 70 anni!) la sua difesa all’ America fa pensare che la vera sovranità sull’ Europa spetti all’ America. Ma, in realtà, le cose stanno ancor peggio: non è neppure ver che gli Europei non vogliano occuparsi della loro difesa. Essi spendono infatti per la difesa più di Russia e Cina messe insieme, e hanno più soldati degli Americani; solamente,sono costretti a  lasciare  sempre il comando, e le relative ricadute economiche e politiche, all’ America. Essi hanno quindi lo “status” che, nell’ Impero Romano, avevano i “socii” (Batavi, Mauritani, Germani, Numidi, Sarmati, Arabi, Armeni), che erano obbligati a mantenere le legioni romane che li occupavano, e, in più, dovevano fornire legioni ausiliarie che combattevano sotto il comando romano(cfr. Edward Luttwak, La grande strategia dell’ Impero Romano).

Come scriveva correttamente Carl Schmitt, “sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Se, né gli Stati Membri, né l’Unione, hanno la sovranità, chi deciderà dunque  sullo stato di eccezione? In realtà, mai nessun Europeo (salvo Stalin), dalla fine  della Seconda Guerra Mondiale, ha mai deciso nulla d’importante  in campo militare. Guerre importanti come quelle in Irak, in Bosnia, in Kossovo, in Irak, in Afghanistan, in Libia, a cui hanno partecipato truppe di molti Paesi  d’Europa (i massimi esempi di uno  “Stato d’ eccezione”), sono state decise unilateralmente dal Presidente americano, senza alcun dibattito nei parlamenti degli Stati. In questo senso, è perfettamente corretta l’asserzione di Putin, secondo la quale gli Europei, lungi dall’ essere degli alleati degli Americani, ne sono, in realtà, i vassalli. IE, in effetti, le schermaglie politiche europee si sono sempre mosse, e ancor oggi si muovono, nel cerchio chiuso della politica americana, con la destra europea che si ispira ai Repubblicani, la sinistra ai Democratici e, oggi, i “sovranisti”, a Trump.

 

2.Il sovranismo in Russia, in Turchia e nella UE.

Alla luce di quanto precede, risulta chiaro che la Russia e la Turchia sono invece, autenticamente “sovraniste”.  Tanto l’Impero Russo, quanto quello ottomano, avevano fin dall’ inizio una propria missione provvidenziale, in quanto eredi degl’Imperi Romano e Bizantino, la Seconda e la Terza Roma: quella di fermare l’ avvento dell’ Anticristo (nell’ Islam,”ad-Dajjal”), che oggi è celato (come scriveva McLuhan) fra le pieghe del mondo  della comunicazione. Ma c’è di più: in quanto discendenti dei popoli delle steppe, essi sono i veri depositari dello spirito tribale dell’ “autonomia” (Ippocrate, Ibn Haldun, Gumilev). La loro missione è dunque quella di fermare (come un  novello Katèchon), l’espansione dell’impero occidentale, millenaristico, tecnocratico ed omologatore (cfr. von Bader, Barcellona, Dugin…).

Ben diversa è la situazione dei singoli Paesi d’Europa, le cui asserite specifiche  “missioni” si sono rivelate ben poca cosa, squagliandosi come neve al sole (con l’ 8 settembre,con il referendum di De Gaulle ….). In effetti, anche la loro sovranità, che, secondo i “sovranisti”, sarebbe stata trasferita all’ Unione Europea, lo è stata invece all’ America. Di conseguenza, negli Stati Europei non vi è una reale libertà di pensiero, in quanto nessuno può mettere in dubbio l’ideologia americana (il “pensiero unico”); né libertà di scelta, poiché si è sempre rivelato impossibile realizzare, in quest’ Europa ”americana”, un qualsivoglia sistema economico-sociale diverso da quello USA (vedi il tentativo della Grecia) ; non ha libertà geopolitica, perché nessuno Stato è mai riuscito a uscire dalla NATO (“NATexit”), né a far fare alla NATO qualcosa di diverso da ciò che volevano gli USA, mentre invece l’ URSS riconosceva il  “diritto di secessione” delle Repubbliche, che è stato poi in ultima analisi rispettato; non ha libertà economica, perché le scelte strategichedegli Stati europei sono state sempre orientate dagli USA mediante la FED,  il cambio del dollaro, le sanzioni, i dazi, ecc…

A questo punto, che cosa vogliano di preciso i sovranisti non è per nulla chiaro. Quando fossero cessate del tutto (come possibile) le immigrazioni vero l’ Europa Occidentale, e , anzi, con il ritorno in patria (dopo la presa di Idlib) dei profughi siriani, il saldo migratorio fosse divenuto addirittura negativo (visto che già oggi la popolazione europea è stazionaria), quale sarebbe il loro prossimo passo? Qualora, come molti temono,  essi occupassero una parte importante delle istituzioni europee, come utilizzerebbero il loro nuovo potere? Per riequilibrare i poteri fra Europa e Usa, oppure per fare ulteriori regali agli USA e alle Big Five, in termini di basi militari, truppe per le guerre umanitarie, abbuoni fiscali, sanzioni contro chi non piace agli USA?

In quest’ottica, il fatto, tanto deprecato da taluni, ch’essi disgreghino l’attuale Unione Europea sarebbe il minore dei loro danni, perché l’assenza di un centro coordinatore europeo provocherebbe in automatico una vivace competizione per la formazione di un nuovo soggetto politico, probabilmente migliore dell’ attuale Unione, con meccanismi analoghi a quelli manifestatisi nella transizione fra l’Unione Sovietica e Unione Eurasiatica.

Né i sovranisti, né i loro avversari, sono stati in grado di fornire  un seppur minima definizione del “sovranismo”. Ci sta tentando Bannon, il quale per altro tiene discorsi molto diversi in Europa e in America. In Europa, egli esalta i nazionalismi dei singoli Stati Europei, ma, in America, dichiara apertamente che il suo obiettivo è quello di scompigliare le attuali filiere produttive dell’ Eurasia, tentando d’ isolare la Cina, attualmente al centro del commercio internazionale, dicendo apertamente ciò che Trump sta facendo surrettiziamente fingendo confusione mentale. Per l’Europa, un siffatto progetto significherebbe limitare ulteriormente la nostra libertà di commercio, e quindi peggiorare ulteriormente il nostro distacco rispetto i tassi di crescita, dalla Cina, e, ora, anche dell’ America.

Solo Wilders riconosce francamente  che il suo euroscetticismo è dovuto in realtà a una preferenza per l’ America, tant’ è vero che  il suo programma prevede addirittura l’uscita dell’Olanda dal Mercato Unico  e la sua adesione al trattato nordamericano NAFTA.

3.Perchè gli “europeisti”,  con tutte le loro posizioni di potere, non sono in grado di  entusiasmare gli elettori?

La pubblicistica vicina all’ “establishment” qualifica i “sovranisti” come “di destra”. A parte che, a mio avviso, le etichette legate alle ideologie sette-ottocentesche hanno perduto ogni senso da almeno mezzo secolo, resta il fatto che gli attuali sovranisti sarebbero, invece, piuttosto,un sottoprodotto delle culture della sinistra. Basti guardare alla Lega ( nata a loro tempo in ambienti gauchisti , cfr. Formentini, Bossi, Maroni, Farassino, Castelli), e ai Cinque Stelle, nati su temi “di sinistra”, come l’acqua pubblica e il reddito di cittadinanza), tutti comunque  animati da un culto feticistico del  “popolo” ( in quanto opposto alla ricerca aristocratica dell’eccellenza, che accomunava conservatori come Stuart Mill e Tocqueville, Mosca, Michels, Pareto, Croce e Gentile) e dell'”identità fra i governanti e i governati” cara a Rousseau.

Né i sovranisti, né gli ”europeisti”, hanno fatto i conti con quelli che giustamente Cacciari denunzia come un cumulo di errori della sinistra, e che io identifico innanzitutto nella complicità con la  spartizione di Jalta, nel rifiuto delle giuste critiche, da parte della Scuola di Francoforte, del concetto di “Progresso”, nell’  arrogante sottovalutazione del “socialismo con caratteristiche cinesi”, e, infine, nella riduzione dell’integrazione europea agli strumentali miti jüngeriani della Pace, dello Stato Mondiale e dell’Anarca.

E’vero che la Storia d’Europa, dalla Pax Romana all’ Apocalittica, alla “Tregua del Re”, al Progetto di Saint Pierre, al Manifesto di Ventotene, è percorsa trasversalmente  dall’idea della Pace Perpetua. Tuttavia, essa non lo è più di quanto non lo siano il filone sinico del DaGong, o l’idea stessa di “Islam”. Dunque, l’idea della Pace Perpetua non può costituire l’elemento qualificante dell’ identità europea, perché non ha quel carattere distintivo che, come scriveva Chabod, deve animare ogni identità collettiva.

E, nello stesso tempo, tutte le grandi culture (compresa, per Chabod, l’ Identità Europea)  sono percorse nello stesso modo anche da una concezione metafisica del conflitto: dai guerrieri greci “autonomoi”, allo spirito legionario dei Romani, alla figura del cavaliere medievale, agli Stati Combattenti, al Signore di Shan, a SunZu, a Cinggis Khan, al Jihad, alla Ghazwa, a Ibn Khaldun, ecc.. Infatti, ogni grande civiltà è per sua natura-come dice Papa Francesco- “poliedrica”: essa, per durare, deve contemperare opposte tendenze dell’ animo umano. Del resto, anche i classici del pensiero socialista, lungi dal fossilizzarsi, come giustificazione del comunismo, sull’ idea di Pace Perpetua, avevano posto, al centro dei loro interess,i l’aspetto conflittuale della storia: la Rivoluzione, la Lotta di Classe, la Guerra Patriottica, la lotta partigiana, le lotte di liberazione nazionale, ecc…:la Rivoluzione non è, né un ballo di gala, né una passeggiata nel parco. Come scrive Salvadori nella sua Storia del pensiero comunista, soprattutto Mao  aveva concepito la rivoluzione come fine, in quanto “la lotta è il principio fondamentale, insopprimibile, positivo della vita”,che troverà il proprio sbocco concettuale nel libroGuerra senza limiti” di Qian Liang e Wang Xiangsui.

La sinistra, sposando una visione acritica della Pace Perpetua, ha indebolito la tempra degli Europei, togliendo questo  senso della poliedricità, e rendendoli, così, indifesi nei confronti dell’ipocrisia puritana, che proclama la fine degl’imperi, mentre realizza il proprio; che afferma l’eguaglianza di tutti gli uomini, ma nel contempo deruba e stermina gl’Indiani d’America, schiavizza gli Afroamericani e contingenta gli Europei; abolisce la schiavitù formale solo per generalizzare nel mondo la schiavitù dei “call centers” e del precariato, del “politically correct” e della sorveglianza di massa.

La più calzante metafora del carattere autolesionistico della cultura “mainstream” europea è costituita dal romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess, convertito nel celeberrimo libro di Kubrik: un teppista assassino viene “recuperato” alla legge e alla moralità con un’ energica cura psicologica che inibisce la sua volontà di potenza. Da quel momento, diviene la vittima di tutti, perché la violenza, formalmente repressa dall’ ideologia perbenistica, è in realtà capillarmente diffusa in tutta la società, anche quella postmoderna.

La sinistra europea (quella che, nello slang dei nerds cinesi, è chiamata sprezzantemente “baizuo”=”sinistra bianca”) “ossessionata dalla correttezza politica” per “soddisfare la propria presunzione di superiorità morale”” motivata da un’ “ignorante e arrogante” concezione del mondo occidentalistica, che “compiange il resto del mondo, rappresentandosi come la sua salvatrice“, ha così abbandonato tutti i temi classici della sinistra (le idee della rivoluzione sociale, della socializzazione dell’ economia, della programmazione economica, della difesa dei Paesi in via di sviluppo, della lotta anti-imperialista), proprio nel momento in cui queste sono divenute realistiche e vittoriose (come dimostrano il grande sviluppo della Cina, con le sue imprese autogestite come Huawei e Huaxi, la crescita del PIL di India e Africa, le vittorie di Iran, Afghanistan e Siria contro tutti i tentativi di destabilizzarle), o più necessarie (a causa dello smantellamento del ruolo del lavoro e dei diritti sociali in Europa, della crisi economica endemica, del sempre più palese “contingentamento dell’ Europa” da parte degli USA).

Soprattutto, la sinistra europea ha dato, di Marx, un’interpretazione abnorme (come scrive Cantaro, “un antimarxismo senza superamento”). Non è vero che Marx non abbia azzeccato le sue previsioni: il Manifesto dei Comunisti, scritto a metà dell’ Ottocento, ha previsto, e accelerato, la sostituzione, in corso fino ad oggi, del  “socialismo” (controllo centralizzato dell’ economia tramite organizzazioni internazionali, banche politicizzate, complesso informatico-militare, Big Five), al capitalismo industriale classico, così come il socialismo reale ha accompagnato un’ ulteriore parallela transizione  a tale controllo, che, nonostante le apparenze, è tuttora fortissimo ovunque. Che non si sia ancora passati da questo “socialismo” al “comunismo” in quanto “abolizione dello Stato” (la Singularity Tecnologica”) è ancora da vedere. Come scrive Cantaro citando Del Noce, “il marxismo andava in crisi non perché arcaico, ma perché moderno”. In altre parole, l’opera di Marx, un secolo e mezzo fa, non poteva certo prevedere la post-modernità del 21° Secolo, e, quindi, era rimasto fermo alla società industriale. Non poteva rendersi conto che l’avvento del macchinismo, di un’unica “classe generale” e del “General Intellect”, lungi dall’inverare la “kalokagathia” dell’antichità classica o la “parusìa” cristiana, avrebbe portato, se non governato  dalla cultura, semplicemente al dominio delle macchine e alla sparizione dell’Umanità. La missione dell’umanità post-moderna non è quindi più quella di accelerare il progresso, bensì di porlo sotto controllo.  Accettando che la Singularity Tecnologica costituisca di fatto la Fine della Storia, i “progressisti” stanno perdendo la loro grande occasione di antagonismo, quella di porre nuovamente al centro il primato della cultura e della politica grazie a un  “Moderno Principe”(Gramsci), in grado di opporsi vittoriosamente al Grande Fratello informatico che sta (per dirla con Alexander Rahr), “asportandoci il cervello”

Quindi, se i sovranisti sono dei demagoghi dichiaratamente amici di Trump e delle lobby americane, i pretesi “europeisti” della “sinistra”, con il loro “adeguamento” alla globalizzazione americana avevano già spianato loro la strada, palesemente sabotando la costruzione dell’Europa: boicottando la cultura alta europea, la nascita di una programmazione europea, dei campioni europei e di una classe dirigente europea,  smantellando le nostre grandi imprese e le tutele del lavoro, e aprendo la strada al dominio delle multinazionali e dei robot.

L’opinione pubblica “sente”, seppur confusamente, che loro è la responsabilità di quest’Europa invertebrata, che, non volendo battersi, sprofonda in una decadenza senza fine.

4.L’India e la Russia reagiscono alla colonizzazione digitale

Questa situazione ha, e avrà sempre più, effetti catastrofici sulla libertà, sulla cultura, sulla politica, sull’economia e sull’ occupazione. L’economia del  web esercita oggi un potere trainante straordinario su tutte le attività umane: sulla creazione di nuova cultura, non solo tecnico-scientifica, ma anche filosofica, politica, sociale, economica; sul posizionamento geopolitico nel mondo; come potenza economica; come intelligence; come “soft power”, come cyberguerra; sul PIL (gli enormi proventi delle Big Five sul mercato europeo non sul figurano, oggi, né nel PIL, né nella base imponibile degli Stati europei); sull’ insieme dei mercati (informatica, editoria, aerospazio, educazione, comunicazione, difesa, finanza, meccanica…); sulla politica (manipolazione di campagne e elettorali, fake news), sugli equilibri strategici (sorveglianza di massa, “hair trigger alert”, droni), ecc…

Il fatto che, in Europa, nessuna forza politica (tranne,  forse, il Rassemblement National di Marine Le Pen) si stia occupando veramente del problema, la dice lunga sulle politiche reali dell’ establishment europeo e sulla credibilità, tanto dei “sovranisti”, quanto degli “europeisti”.

In India e in Russia, invece, il rischio della colonizzazione digitale da parte delle Big Five americane è molto sentito. Come scrive Osama Manzar, “Secondo le definizioni (di “colonia” e di “colonialismo”), né l’India, né le sue regioni, sarebbero delle colonie. Neppure la nazione indiana è   più definibile in base alla sua semplice fisicità. Viviamo le nostre vite  fra i confini geografici dell’ India ed e quelli virtuali di Facebook, di Twitter, di Instagram, di Google, di Airbnb, di Uber e di altre centinaia di apps.”Perciò, “oggi colonizzare il  paese non richiede più un’invasione militare, ma può ottenersi anche soltanto controllando la sua vita  con un semplice click, attraverso le sue reti e i suoi dati”.Analogamente, gli Europei, e, in particolare, gl’Inglesi, erano pervenuti a dominare l’ India, partendo da società private come la East India Company,“che inizialmente erano arrivate nelle future colonie con un obiettivo puramente commerciale. Solo gradualmente queste avevano  ampliato i loro originari obiettivi, cominciando a occuparsi di politica, e assumendo infine il controllo totale”.

In base a queste e analoghe considerazioni, l Governo indiano sta approntando un disegno di legge che impone la nazionalizzazione dei dati dei consumatori indiani e favorisce la nascita di colossi indiani del web, secondo i modelli cinesi di Baidu, Alibaba e Tencent. Lo stesso tipo di ragionamenti sta inducendo la Russia a potenziare il suo motore di ricerca Yandex .

In tal modo, l’ Europa è rimasta l’unica area importante del mondo  priva di una propria industra del web, e che fa totale affidamento sulle Big Five, rinunziando a loro vantaggio a tutti i benefici dell’ industria digitale, depauperado così gli Europei di risorse finanziarie e culturali enormi, e aggravando c il crescente divario fra il nostro PIL e qyuello delle altre aree del mondo.

5.Immigrati, surriscaldamento atmosferico e robot.

Prima di giungere a una conclusione, vorrei fare una piccola digressione sui temi dell’immigrazione e dell’ ambiente, che dimostrano come, per effetto del carattere demagogico dell’ attuale sistema,  il dibattito politico aggiri deliberatamente i temi reali, per concentrarsi su pretesti e capri espiatori, come quello dell’ immigrazione. Quest’ultima, così come gl’imperi, l’apocalittica e la guerra, sono sempre esistiti. La teoria più accreditata sull’origine della specie umana è quella chiamata “Out of Africa”, che parla di un’enorme migrazione che interessò la Terra intera. Anche successivamente, abbiamo le migrazioni degli Indo-Europei, dei Fenici, dei Germani, degli Slavi, dei popoli uralo-altaici e ugro-finnici, quelle verso l’America e l’ Oceania…

Eliminare le migrazioni è impossibile; quello che tutti hanno sempre fatto è stato cercare di ri-orientarle secondo le proprie concezioni del mondo e i propri interessi geopolitici: gli Assiri deportavano i popoli sottomessi per togliere loro l’identità; i  Romani insediavano nelle province  i propri legionari; i Germani venivano nell’ Impero Romano per fare fortuna; il Jund mussulmano girava il mondo portandovi l’ Islam, così come i conquistadores portavano ovunque  la fede cristiana; gli Arabi e gli Europei rifornivano di mano d’opera schiavile Medio Oriente e Americhe; gli Stati Uniti lottizzavano le terre degl’Indiani per distribuirle quasi gratis ai coloni; la Cina costruisce ex novo intere metropoli per ospitarvi milioni di contadini inurbati…

Oggi, il fenomeno migratorio interessa prioritariamente i Paesi più grandi e più ricchi, come  la Cina e gli USA, ed, ora come allora, è retta da ferree regole di potere: selezione etnica in America, in Russia e in Israele; gravi limitazioni dei diritti dei migranti in Cina e in  Medio Oriente, ecc…Anche l’Europa ha sempre operato in questo campo con criteri selettivi fissati legislativamente: illimitato favore alla colonizzazione da parte degli Europei; limitato diritto d’immigrazione per i sudditi coloniali; divieto di immigrazione da imperi concorrenti; accordi specifici con ex sudditi; privilegi per i cittadini dei Paesi ACP e dei Paesi “associati”; libera circolazione per i cittadini comunitari; priorità ai “rifugiati”…

Per questo, le  politiche suggerite dai “sovranisti” non hanno nulla di nuovo, ma sono semplicemente l’applicazione dei principi tradizionali. Quello che cambia è la retorica: una retorica xenofoba al posto della retorica messianica tipica della cultura “mainstream”. Se i governanti fino ad ora inquadravano l’approccio all’ immigrazione  entro i concetti, tutt’altro che appropriati, di “accoglienza” e di “integrazione”, i nuovi venuti parlano piuttosto di “sostituzione etnica” e di “sicurezza”. Nessuno di questi concetti è, a mio avviso,  adeguato. Qui non si tratta, né di accogliere degli sfollati (che tali non sono persone che pagano migliaia di Euro per un lungo viaggio, certo non comodo né sicuro, ma comunque dispendioso), né di educare dei barbari (ché gl’immigrati in Europa hanno un livello culturale medio superiore agli stessi Europei). Ma non è neppure in atto quella forma di “sostituzione etnica”ch’era stata auspicata da Coudenhove Kalergi per garantire il predominio delle vecchie  élites europee, giacché l’immigrato medio (sia egli islamico o ortodosso, medio-orientale o cinese) è certamente meno succube della “Società dell’ 1%” di quanto non lo sia la piccola borghesia europea. Anzi, proprio l’estraneità dei migranti ai valori “occidentali” ne può fare un alleato perfetto del “sovranismo”.

Infine, l’immigrazione attuale è numericamente poco rilevante, se si pensa che la popolazionedella UE, nel 2017, mostrava un saldo positivo si sole 500.000 unità. La realtà vera è che l’immigrazione attuale è soprattutto un  sintomo palese dei problemi veri dell’ Europa, a cui si vuole offrire un capro espiatorio per dirottare l’odio sociale derivante dalla crisi verso obiettivi diversi dal vero responsabile, il sistema occidentale dominante, che c’impedisce di rimediare alla decadenza culturale ed economica, all’avvento delle macchine intelligenti e ai  cambiamenti climatici, che provocheranno ben presto altri, ancor più profondi, sconvolgimenti.

Anche per ciò che riguarda il clima, siamo di fronte a due opposte mistificazioni. Certo non è vero che, come afferma Trump, il problema climatico non esista. Tuttavia, esso è un problema relativo, perché esso è un fenomeno ciclico delle ere interglaciali, e il previsto innalzamento di 3 gradi della temperatura media non eccede quello delle precedenti ere . Addirittura, Vernadskij e Gumilev hanno ricondotto la nascita di tutte le grandi civiltà alle trasformazioni climatiche del continente eurasiatico, e alle conseguenti migrazioni (indoeuropee, barbariche, centrasiatiche…) durante le fasi più acute del surriscaldamento.Le ultime due, quella fra il 4000 e il 2000 a.C. e quella medievale, hanno coinciso con due fasi di grande sviluppo della civiltà: la prima, con quelle dell’Egitto,della Mesopotamia e della Cina; la seconda, con le Crociate,l’ economia comunale e la “pax mongolica”.

Oggi, il surriscaldamento atmosferico colpisce aoprattutto gli Stati Uniti, il Sahel, l’Oceano Indiano e il Mar della Cina, provocando potenziali migrazioni soprattutto verso il Canada, la Russia e la Groenlandia, destinati a uno sviluppo straordinario proprio grazie all’evoluzione del loro  clima, che diverrà temperato – permettendo, con lo sfruttamento di nuove risorse,  di un mantenere anche un miliardo di persone. Che ciò sia realistico è confermato dal fatto che, secondo le sacre scritture persiane, gli antichi Ariani  avrebbero vissuto, durante un intervallo interglaciale, nel Circolo Polare Artico, e che la Groenlandia fu chiamata così nel Medioevo per la sua natura verdeggiante.

Purtroppo, una strategia per il controllo politico di questo fenomeno non è sancora emersa. I rapporti (di sinergia o di conflitto) in funzione di quelle previste “migrazioni di popoli”, fra Russi, Cinesi e Islamici,  fra franco-canadesi, anglo-canadesi e immigrati, e  fra Inuit, Danimarca, UE, Cina e America in Groenlandia, sono ancora allo stato fluido, anche se le colossali esercitazioni russo-cinesi in corso in Siberia ci fanno sospettare che qualcosa si stia muovendo.

Infine, paradossalmente si discute senza tenere alcun conto del fenomeno fondamentale che sta sconvolgendo la storia dell’ Umanità: la sostituzione degli uomini con le Macchine Intelligenti, questa, sì, vera “politica di sostituzione etnica”, che metterà in ombra le polemiche postume dei sovranisti sul “Piano Kalergi”.

5. 2019:costruire “l’ Europa come Katèchon”

E’ certamente giusto che, in vista delle elezioni europee del 2019, i vari schieramenti politici si confrontino con l’obiettivo di raggruppare le forze nel Parlamento Europeo,  per trasformare quest’ultimo, da insignificante punto d’incontro di miriadi di partitini provinciali, qual’esso è oggi, in un luogo dove si scontrano le grandi visioni dell’ Europa. Peccato, tuttavia, che il bassissimo livello della riflessione politica dei principali schieramenti renda particolarmente difficile raggiungere questo obiettivo. Molti dei  libri  di Alpina sono stati dedicati precisamente ai temi sopra esposti. Essi si rivelano, oggi, non solamente attuali, ma, addirittura, profetici e inaggirabili. Basti pensare a “10.000 anni d’Identità Europea”, che ricostruisce con un approccio anti-ideologico l’origine della nostra memoria storica;  “La Fine delle Egemonie”, che anticipa la fine dell’egemonia americana; “100 idee per l’ Europa”, che avviava, in relazione alle Elezioni Europee del 2014,  il metodo comparativo nello studio dei programmi dei partiti politici europei; “Re-Starting EU economy via Knowledge Intensive Industries”, che affronta il problema dell’ assenza di giganti europei del web; “DA QIN”, che “legge” l’integrazione europea alla luce della Belt and Road Initiative, e, infine, “Modello sociale europeo e pensiero cristiano”, che punta al rilancio del carattere sociale dell’integrazione europea.

A parziale rettifica delle posizioni sostenute in questa nostra  ormai ricca bibliografia, ho l’impressione che neppure per queste elezioni si potrà realizzare l’obiettivo bi-partisan di un’alleanza generale per l’ Europa pur nel rispetto delle differenze antropologiche, culturali, etniche e religiose. Troppo forte è la volontà d’inscenare un’ennesima polemica fittizia per distrarre l’attenzione degli elettori dai problemi reali.Siamo comunque sulla buona strada, perché i dibattiti al Parlamento, come quello del 12 settembre passato, si stanno gradualmente avvicinando, seppure controvoglia, ai  problemi reali degli Europei (rapporti con le Big Five, definizione dell’Identità Europea e di quelle dei singoli popoli d’ Europa).

Per questo, mi sembrerebbe oggi un obiettivo più realistico quello di ricercare una “terza via”, autonoma dai due principali schieramenti che si stanno formando: una terza via fondata sulla decostruzione delle narrative, tanto dei “sovranisti”, quanto  degli “europeisti”, sul recupero della cultura “alta” europea e di una storia culturale non mistificata, sull’ autonomia dagli Stati Uniti e sull’ edificazione di un potere digitale europeo avente la forza di dirottare il presente “trend” verso il dominio delle  Macchine Intelligenti.