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STATO DI ECCEZIONE VACCINALE E CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

L’emergenza sanitaria: punta dell’iceberg di una crisi globale

I protagonisti del Consiglio virtuale di ieri

Ieri e oggi si è svolto il Consiglio europeo dedicato prioritariamente al nodo dei vaccini, le cui forniture ancora arrivano a rilento nel Continente, specie in quei Paesi che più hanno puntato sul siero AstraZeneca, azienda partecipata dal Governo britannico, che sta mancando tutti gli obiettivi di consegna previsti nel contratto siglato con l’UE, mentre invece le vaccinazioni nel Regno Unito (e negli USA) procedono a tutta velocità. Il Ministro inglese della Sanità ha dichiarato in Parlamento che tutto ciò è normale, perché AstraZeneca aveva firmato con il Regno Unito un contratto in esclusiva, e l’aveva firmato prima che con la UE. Come osserva Liberoquotidiano, l’Europa , stritolata fra l’”America First” di Big Pharma e l’ “Hard Brexit” di Astra-Zeneca, rischia di divenire lo zimbello del mondo: “La portavoce del governo francese, Gabriel Attal, ha dichiarato che ‘si tratta di una situazione totalmente inaccettabile. L’Unione europea non sarà lo zimbello della vaccinazione’. A quanto pare sembra però proprio questa la figura che sta facendo a livello internazionale”. Essa infatti aveva prefinanziato la ricerca dell’ Astra Zeneca, senza avere in contropartite, né garanzie certe di fornitura, né diritti di licenza.

Il presidente del parlamento europeo David Sassoli ha esordito perciò. prima del Consiglio europeo,  affermando:“Non possiamo più essere ingenui: è il momento di applicare i principi di reciprocità e proporzionalità  prima di dare il via libera europeo alle esportazioni”. Tuttavia, questi principi, nonostante il Consiglio, non si stanno applicando, né verso gli USA, né verso il Regno Unito.

Nei lucidi  presentati da Ursula von der Leyen si poteva leggere  che:

-nel secondo trimestre, le case farmaceutiche che hanno vaccini approvati dall’EMA si sono “impegnate” a consegnare le quantità seguenti: Pfizer/BioNTech 200 mln di dosi, Moderna 35 mln, AstraZeneca 70 mln (rispetto ad un impegno da contratto più che doppio, 180 mln) e Johnson & Johnson 55 mln;

 –l’Ue ha esportato dal primo dicembre 2020 ad oggi circa 77 mln di dosi di vaccini anti-Covid verso 33 Paesi ,non solo i più bisognosi, e tutto ciò nonostante ch’essa sia in ritardo sulle vaccinazioni e che tutte le case farmaceutiche (che hanno delle controllate in Europa) siano inadempienti;

La commissione Ue  si è dichiarata poi intenzionata a proseguire per vie legali nei confronti di AstraZeneca se non otterrà risultati soddisfacenti sul rispetto del contratto per la consegna delle dosi del vaccino anti-Covid. L’UE avrà infatti tassi di vaccinazione molto inferiori all’obiettivo del 70% della popolazione adulta, che si raggiungerà, se va bene, solo tre-quattro mesi dopo gli Stati Uniti, cioè quando i vaccini USA, ormai ampiamente disponibili e non più necessari agli Americani,  potrebbero essere (finalmente) inviati agli alleati europei (e ai Paesi in via di sviluppo). Magra consolazione per un trattamento illegale da parte di Big Pharma, ma soprattutto discriminatorio da parte dell’Amministrazione Biden, che sta mantenendo il divieto assoluto di esportazione dei vaccini, decretato dall’ odiato Trump, e non mitigato neppure da esportazioni verso i Paesi in Via di Sviluppo.

E dire che questo Consiglio sarebbe stato dedicato a stringere i rapporti transatlantici e a persuadere gli Europei a fare sacrifici per la causa atlantica, come per esempio fermare il North Stream 2 (quasi completato e pagato) e il Trattato sugl’investimenti con la Cina, già concordato e attuato da quest’ultima. Tuttavia, Biden, visto che non è disponibile a concedere nulla, ha avuto il buon gusto di non chiedere nulla. Come scrive Rai 24 ore: “Gli Alleati hanno riconosciuto in Pechino un attore globale in grado di porre una sfida sistemica all’intero Occidente, ma non hanno ritenuto di doversi impegnare in bellicose dichiarazioni d’intenti, com’era probabilmente nelle aspettative del segretario di Stato americano e di tutta la nuova amministrazione Usa. Una differenza di vedute che la missione diplomatica statunitense ha appurato anche su altri due dossier molto caldi: le sfide poste dalla Russia, in particolare con il progetto di gasdotto Nord Stream 2, e la fine della missione Nato in Afghanistan.

Come commenta sempre Liberoquotidiano, “La vicenda, che per certi versi richiama la notte di Sigonella, quando Bettino Craxi aveva difeso la sovranità del territorio italiano, acclama ora una gestione simile della situazione da parte del premier Mario Draghi…Il sospetto è che i ritardi nella consegna dei dati all’Ema, prima quelli per ottenere l’approvazione del vaccino e poi quelli per la certificazione degli stabilimenti di produzione, siano in realtà una tattica per avvantaggiare il Regno Unito. Il Paese guidato da Boris Johnson ha continuato a ricevere tutte le dosi previste dal contratto firmato in casa, mentre l’Ue nei primi sei mesi del 2021 otterrà, nelle migliore delle aspettative, 180 delle 300 milioni di dosi previste.”

Soberana de Cuba, il vaccino cubano sovranista

1.Una valutazione d’insieme delle politiche sanitarie.

Nell’ anno in cui si dovrebbe aprire la Conferenza sul Futuro dell’Europa, gli Europei, che non sono riusciti a prevenire la pandemia, né con un serio protocollo “stile NCB”, come ha fatto invece la Cina, né con una politica nazionalistica sui vaccini (come stanno facendo Israele, Stati Uniti e UK), stanno ancora dibattendosi intorno alla questione di come l’Europa possa approvvigionarsi di vaccini  quando la sua industria farmaceutica dipende totalmente dal resto del mondo. Situazione che esiste, ahimé,  anche nelle comunicazioni, nell’ informatica, nella difesa, nell’energia e nell’ aerospaziale, ed è deteriore perfino a quella dell’ India, che proprie industrie nazionali in tutti questi settori. Quanto ai vaccini, pur non avendo certo le capacità produttive delle multinazionali del farmaco, l’industria cubana ha la tecnologia per sviluppare i vaccini, anche quello contro il Covid. La sperimentazione del vaccino Soberana 2 è entrata nella fase 3, ma i cubani stanno lavorando su altri 3 vaccini anticovid.

Questa situazione meriterebbe di essere affrontata di petto nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa che sta per aprirsi, con precedenza su tutte le altre, con un energico intervento pubblico, di cui invece non si vede traccia.

Ma procediamo con ordine.

L’approccio necessario per gestire le crisi pandemiche sarebbe prescritto dai protocolli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e della NATO. Il primo potrebbe essere meno stringente, il secondo, invece, non potrebbe essere se non severissimo, perché un attacco “NBC” potrebbe  essere una questione di pochi minuti (l’“Hair Trigger Alert”), e, in quel caso, la reazione  dovrebb’essere immediata. Tanto Xi Jinping, quanto Macron e Conte, avevano dichiarato “Siamo in guerra”, ma solo il primo aveva  operato in modo  conseguente. Infatti, nel caso di un attacco NBC, i pieni poteri passano al Capo dello Stato, che li esercita attraverso le forze armate (cosa che finalmente Draghi ha deciso di fare dopo più di un anno dall’ inizio della pandemia, con la nomina del Generale Figliuolo). Invece, come noto, neppure la NATO si era comportata in modo coerente con le buone pratiche in campo sanitario, avviando la manovra Defender Europe 2020 proprio in concomitanza con l’inizio della pandemia,  cosa che ha portato alla maggiore sconfitta storica della NATO.

Quindi, è vero che l’ Unione Europea non ha le competenze per gestire i protocolli NBC, ma la NATO, che queste competenze le ha, eccome, si è rivelata ancor più inefficiente per il fatto che ha dovuto annullare, per la malattia dei suoi generali, le più grandi manovre della storia, che si sono concluse con un’ignominiosa ritirata.

Lo stato di emergenza lo si può gestire solo se si è preparato per tempo l’intero sistema, con la possibilità di un’estensione istantanea  delle normali strutture, da un lato, a  dei “riservisti”,  e dall’ altro a scorte di materiali e impianti industriali, che si debbono mantenere costantemente  disponibili.  Invece, durante tutta la pandemia,   non si sono riusciti a trovare, né i medici, né le mascherine, né i posti letto, anche se tutto ciò sarebbe  stato prescritto dai vari protocolli esistenti (sulla carta).

La Catalent di Anagni, dove l’Astra Zeneca tiene 30 milioni di dosi

2.La pandemia e il codice penale

Lo Spiegel ha reso noto a tutta Europa un fatto che invece viene taciuto dai media italiani: ch’ è in corso dinanzi  al Tribunale di Bergamo una “class action” di 500 parenti delle vittime contro il Governo italiano, per non aver aggiornato, fino dal 2006, gli standards di prevenzione delle epidemie. Un rapporto su quest’omissione dell’OMS era stato ritirato su pressione del nostro Governo.

Mentre si sta dunque discutendo  in tribunale  sulle responsabilità del nostro Governo per la prima ondata, intanto è già insorto un nuovo problema: neppure dopo molti mesi dall’ inizio della pandemia si sono ancora approntati i rimedi ora necessari (vale a dire una solida catena di forniture vaccinali). Anche qui è stata nominata una commissione d’inchiesta, questa volta del Parlamento Europeo.

L’aspetto più grave è  che l’industria farmaceutica europea, che, con la sola eccezione del “Vaccino di Oxford” (AstraZeneca, partecipata dal Governo inglese), non ha ancora approntato alcun prodotto concretamente utilizzabile, non ha sviluppato nessun brevetto, e, quando opera, lo fa su licenza delle controllanti anglo-americane, che dispongono a loro libito del prodotto.

Inoltre, AstraZeneca, oltre a rivelare vari aspetti dubbi dal punto di vista medico, sta tenendo comportamenti inspiegabili, come quello di stoccare di nascosto enormi quantità di dosi, fornire solo il 15% del promesso, non attivare gli stabilimenti europei, mentre non ha mancato un colpo nei rifornimenti al Regno Unito (da cui dipende). Comportamenti che rasentano gravi reati, e che dovrebbero portare normalmente alla revoca delle licenze. E, da parte del Governo inglese, rasentano il livello di un atto di guerra contro l’Europa.

Ciò deriva da una carenza ben più profonda del sistema europeo. La struttura industriale europea non è propriamente “globalizzata”: è semplicemente ancillare di quelle americana e inglese, e questo lo si è visto in tutti gli aspetti della reazione alla pandemia. D’altronde, questo è ciò che accadeva, nel COMECON, nei rapporti Unione Sovietica-satelliti, e nell’ America Latina nel Secondo Dopoguerra (secondo la “Teoria de la dependencia”).

Durante gli ultimi settantacinque anni, l’industria europea, che a suo tempo aveva presidi importantissimi in tutti i campi, non ha fatto che svuotarsi, a vantaggio di tutti gli altri Continenti (bati pensare a BMW, a Olivetti, a Minitel, al Concorde) sì che ora siamo a implorare Inghilterra, America, Russia, Cina e India di darci un po’ dei loro vaccini. Il comportamento di Big Pharma dimostra che, contrariamente a quanto sostenuto dai liberisti, non è affatto indifferente se la proprietà e il controllo delle imprese sia o meno sul nostro territorio: le controllate europee di Big Pharma non hanno alcuna autonomia, e per giunta le loro lobbies influenzano le nostre autorità, che le trattano con eccessiva accondiscendenza (garantendo alle case madri profitti inimmaginabili: vedi il caso Bourla). L’ideologia liberista e la cosiddetta “delega” all’America della funzione “difesa”ha semplicemente portato allo smantellamento delle imprese strategiche degli Stati Membri, senza sostituirle con dei “campioni europei”, lasciandole migrare verso gli USA, dove il loro sostegno da parte dello Stato si basa sul colossale bilancio della Difesa, finanziato con i “tributi” degli alleati.

Gli Stati Membri avevano conferito l’anno scorso alla Commissione un mandato (per altro molto debole)  relativo all’ acquisto dei vaccini, e, a sua volta, la Commissione aveva fatto affidamento, assurdamente, su qualche scarsa impresa farmaceutica europea (come CureVac e Sanofi, che non sono riuscite a produrre alcun vaccino), e soprattutto su quelle americane e inglesi (che potevano fruire, da un lato, della ricerca batteriologica militare, e dall’ altro, dell’influenza finanziaria e lobbistica di “benefattori” come Bill Gates).

La Commissione (e gli Stati membri) hanno negoziato in uno spirito di sudditanza contratti iniqui, che oggi non hanno il coraggio d’ impugnare in giudizio, neppure dopo le ingiunzioni di Italia e Germania, e nemmeno di mostrare; stanno ancora accettando che, in violazione di tali contratti, le case farmaceutiche dirottino il grosso della produzione in America (da cui esiste un divieto di esportazione), in Inghilterra, in Israele, nell’ Anglosfera e nelle monarchie del Golfo, e, questo, nonostante che esistano precisi strumenti comunitari per bloccare queste esportazioni, che Draghi chiede inutilmente di attuare. Qualcuno dovrebbe dimostrarci anche che i nuovi contratti che si stanno stipulando non contengano le stesse clausole vessatorie del contratto AstraZeneca (carattere facoltativo degli impegni di fornitura, divieto di fabbricazione sul territorio, esclusione della responsabilità).E qualcuno dovrebbe anche spiegarci perchè non si possano applicare le altre norme di emergenza, come la sospensione dei brevetti chiesta dai Paesi in Via di Sviluppo, o le licenze obbligatorie previste dal diritto brevettuale, e, anzi, si siano addirittura edulcorate, dopo l’intervento italiano, le regole del Nuovo Meccanismo di Controllo. Solo l’Italia ha vietato, provocatoriamente, una singola esportazione (probabilmente perché già conscia dell’enorme stoccaggio clandestino  in corso ad Anagni) prima dell’ ammorbidimento delle regole, mentre tutti gli altri Stati membri hanno permesso (e continuano a permettere) di esportare dall’ Europa milioni e milioni di dosi prodotte dalle filiali europee delle multinazionali, secondo l’arbitrio di queste ultime, in spregio ai contratti e alla situazione di emergenza. Tali esportazioni stanno continuando indisturbate. Per tentare attuare il divieto generalizzato previsto nelle nuove norme europee e ribadito dalla Commissione e dal Consiglio occorre, ora addirittura creare quel novello  “Asse Roma-Berlino” che Draghi sta promuovendo, per forzare tutti a un atteggiamento più assertivo.

L’EMA, (che aveva autorizzato da mesi l’Astra Zeneca, non ancora autorizzata in America, e che tanti problemi sta avendo ancor ora), di converso sta boicottando fino a quando può lo Sputnik V russo, utilizzato da tempo in 40 Paesi in tutto il mondo, compresi l’Ungheria e San Marino, mentre la comunità scientifica e l’industria farmaceutica,  in Germania e in Italia, non vedono l’ora di poterlo importare. Si lascia trapelare, neppure troppo velatamente, che l’obiettivo è evitare di far fare una “bella figura” alla Russia, mentre l’America e l’Inghilterra ci stanno negando i loro vaccini, e perfino le licenze per fabbricarli, provocando morti e perdite economiche.

La Landesgemeinde di Appenzell/Inner Rhoden, il solo esempio sopravvissuto di democrazia diretta degli antichi Indoeuropei.

3.Discutere di sovranità alla Conferenza sul futuro dell’ Europa

Solo adesso Breton e Giorgetti stanno lavorando per reperire stabilimenti convertibili a produzioni su licenza di imprese extraeuropee, che invece avrebbero dovuto esistere anch’essi da un anno. Purtroppo infatti , molti Paesi europei, e ,”in primis” l’Italia, avevano smantellato a tal punto le loro tradizionali strutture farmaceutiche (basti pensare alla Sclavo e agli stessi laboratori dell’ Esercito), che una produzione autonoma sarebbe oggi impensabile.Questo smantellamento è stato un esempio di assenza di volontà autonoma europea, mentre le industrie farmaceutiche erano, e sono ancora, un possibile candidato per un “campione europeo”.

Nessuno  ricorda la definizione di Carl Schmitt, “Sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione”. Orbene, lo “stato di eccezione” è proprio ciò su cui il sistema europeo è inidoneo a decidere, come dimostrano i fatti di quest’anno. Il che è gravissimo proprio in un momento in cui spirano venti di guerra fra le Grandi potenze, e, come ha detto Blinken, l’Europa è ancora libera di non scegliere. La capacità di gestire lo Stato d’Eccezione è infatti fondamentale per salvaguardare la vita dei cittadini europei in una situazione di conflitto.

Tutto questo accade, certamente, secondo il tradizionale insegnamento federalista, perché l’ Europa non è uno Stato, non diciamo forte, non diciamo unitario, ma, almeno, federale. Quindi, come scrive Davide Nava su “L’Unità Europea”, “La risposta imperfetta della Commisdsione e degli Stati membri è forse il massimo che si può pretendere allo stato attuale di questa Unione Europea”.Ma anche per una totale deformazione culturale, in base alla quale si è negata nei fatti l’identità europea, si sono confuse dilettantescamente le competenze di Chiesa e Stato, si è battezzata “democrazia” l’anarchia istituzionalizzata (per esempio degli Enti locali italiani e tedeschi), lasciando il campo aperto un po’ a tutti, le sette, le Chiese, le lobbies, le potenze estere, le multinazionali, i servizi segreti, le corporazioni, gli Enti locali, tranne che all’intelligencija europeista, ai campioni europei e ai cittadini. Cosicché siamo stati soggetti, su una vicenda da cui dipende la sopravvivenza fisica dei nostri popoli, ai diktat di Trump e di Biden, al narcisismo dei virologhi, all’arroganza del Big Pharma, alla demagogia dei populisti, al protagonismo dei capipopolo,  degli affaristi  locali e dei media. Giunge ora la notizia che, dopo un gran discutere di competenze regionali, nazionali ed europee, la Campania ha appena stipulato un contratto di acquisto dello Sputnik. Se può la Campania, non si capisce perchè non lo possa l ‘Unione.

Nel frattempo, ci è voluto più di un anno per varare un piano di rilancio economico che ha meno risorse di quelle che avrebbe dovuto mobilitare un normale Quadro Pluriennale 2021 (e non è ancora operativo), che è infinitamente inferiore a quello americano e agli stessi progetti cinesi varati prima della pandemia (che lì non c’è mai stata), e che, comunque, non affronta in alcun modo i temi di fondo che i Parlamenti americano e tedesco hanno appena affrontato. Non  basta, infatti, ripristinare la (catastrofica) situazione precedente alla pandemia, bensì occorre “ripartire da 0”, come il Rapporto Schmidt invita l’ America a fare, partendo da un “Consiglio della Competitività Tecnologica”, che sia umanamente, culturalmente, giuridicamente, economicamente e professionalmente,  attrezzato a gestire unitariamente le emergenze di oggi: sanitaria, digitale, di sicurezza.

Il Consiglio della Competitività  Tecnologica proposto dal Congresso corrisponde a quello che noi chiamiamo “European Technology Agency”. Vorremmo vedere come si potrà negarne l’utilità ora che il presidente della più importante società informatica del mondo è riuscito farlo approvare, in veste di presidente di una commissione parlamentare speciale, dal Congresso degli Stati Uniti, proponendolo al Presidente degli Stati Uniti.

Non per nulla Manon Aubry, che tanto violentemente ha attaccato la gestione europea della pandemia, e sta promuovendo una commissione d’inchiesta sui vaccini, si mostra sconcertata per il senso d’impotenza che traspare dall’atteggiamento della Commissione. Tutti tendono a vedere tale impotenza come un fatto puramente giuridico: l’Unione non ha certe competenze giuridiche in campo sanitario, che invece avrebbe se vi fosse la mitica costituzione federale. Questo  giudizio è irrealistico. Spesso, gli organi esecutivi dello Stato non hanno certi poteri, ma, di fatto, se li prendono quando ciò si rivela indispensabile: la “costituzione materiale” è sempre diversa dalla “costituzione formale”. Basta vedere come si comportano, nei casi di guerra, i presidenti americani. Intanto, per le enormi lacune che esistono in tutte le leggi costituzionali; poi, perché leaders carismatici riescono ad ottenere la compliance alle loro esortazioni senza dover ricorrere ai carabinieri, né ai colpi di Stato. E, infine, perché tutte le rivoluzioni (e noi andiamo conclamando che quella federale europea è una rivoluzione), non sono, né balli di gala, né passeggiate nel parco.  Ciò era scritto pure nel Manifesto di Ventotene (ma non era poi stato fatto).

La realtà è che l’ideologia “mainstream” nega agli Europei il diritto di essere assertivi, e per questo non emerge quello che Giscard d’ Estaing chiamava “l’Europe Puissance”.

Ciò si traduce, sul piano costituzionalistico, nella la confusione fra Europa, Unione Europea, Federazione, Confederazione e Stato Unitario è totale. Il ministro Orlando ha affermato, a proposito dei vaccini: “la guerra non si può fare in modo federale”. Ma allora, gli Stati Uniti, che sono una federazione, come hanno fatto a condurre continue guerre da 300 anni a questa parte: indiana, d’ indipendenza, contro il Messico, civile, contro i Mormoni, contro la Spagna, contro gl’insorti filippini, le Guerre Mondiali, di Corea, del Vietnam, del Golfo, dell’Afganistan…

Ciò detto, per ovviare a situazioni come quella attuale, la capacità decisionale del vertice europeo va ovviamente comunque incrementata, con un mix d’interventi culturali, politici e legislativi.

Dal punto di vista culturale, occorre eliminare i diversi tabù che offuscano l’identità europea (alimentati dall’ignoranza -cfr. Tinagli e Iacci– dalla “Cancel Culture” e dalle leggi memoriali-cfr. Nora-Chadernagor-), e paralizzano i comportamenti dei vertici. Occorre riconoscere coraggiosamente come parte della nostra identità periodi e fenomeni pudicamente sottaciuti: la preistoria, la kalokagathìa,  le lingue classiche, il “barbaricum”, il “kathèchon”, l’ Euro-Islam, i progetti europei premoderni, Leibniz, Voltaire, Nietzsche, la psicanalisi, Coudenhove-Kalergi, gli eurasiatisti, Galimberti, il postumanesimo e transumanesimo…

Dal punto di vista politico, va consolidata l’idea di un Movimento che riunisca tutte le tendenze che vogliono rafforzare l’Europa, senza, né discriminazioni, né subalternità verso i partiti o verso le istituzioni, così come Gandhi si poneva nei confronti del Congresso e dei partiti che lo componevano.

Dal punto di vista istituzionale, occorre rafforzare la collegialità delle posizioni apicali, una costituzione leggera ma efficiente, una legge europea sullo Stato di Eccezione, un’Intelligence e un cyber-esercito europei, un’Accademia Militare e un’Agenzia Europea delle Tecnologie (sul modello della proposta Schmidt al Congresso e al Presidente americani). Occorre creare e rafforzare in tutti i campi una base industriale comune sui modelli di Airbus, Arianespace, Galileo e Gaia-X.

Il tutto, in un momento di estrema ebollizione degli equilibri mondiali, in cui l’ Europa funge più che mai da “vaso di coccio” negli scontri fra grandi potenze, e comunque la sua ambizione di costituire il “Trendsetter del Dibattito Mondiale” risulta smentita dagli atteggiamenti ondivaghi di Stati Membri e Istituzioni.

Tutti questi punti dovrebbero essere discussi nell’ ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa che è stata lanciata il 10 Marzo, la cui agenda non potrà certo costituire un’esaltazione dello status quo, così poco apprezzato, non solo dai cittadini europei, ma perfino dai movimenti europeisti, dall’ accademia e dai governi nazionali, bensì una riflessione lucida sugli errori commessi, e una spinta verso il rinnovamento.

MARIO DRAGHI, SOVRANISTA EUROPEO?

Fra divieti di esportazione e incarico a McKinsey.

Qual’è il vero ruolo di Draghi?

1.Il blocco dell’ export verso l’Australia

La decisione di Mario Draghi di far sequestrare 250 mila fiale di vaccino Astra-Zeneca destinate, in spregio al contratto con la Commissione, alla Australia anziché all’ Europa, è stata, non soltanto lecita, ma doverosa. Infatti, non solo è stata adottata in base al recentissimo “Nuovo Meccanismo di Controllo” approvato all’ unanimità dal Consiglio a Gennaio, ma, nella richiesta alla Commissione di poter emettere il decreto, è scritto chiaramente che il Paese di destinazione, l’ Australia, “non è vulnerabile” (cioè non è un Paese povero)-fatto ostativo al blocco secondo la recentissima normativa europea applicabile-(ma che nessuno Stato Membro aveva ancora applicato, tanto che, in due mesi, nonostante l’inadempienza generale dei fornitori, sono state già concesse ben 174 autorizzazioni all’ export per vaccini che avrebbero dovuto essere consegnati all’ Unione). La decisione italiana ha messo così con le spalle al muro gli altri Governi, che si stracciano i capelli per la mancanza di vaccini, ma però non utilizzano le leggi disponibili per farla cessare; allora ci si chiede “a che gioco giochiamo”?In questo contesto, capiamo anche l’altra presa di posizione di Draghi, contrario a cedere fin da ora vaccini ai Paesi in via di sviluppo, perché, a causa del comportamento dell’ America e del Big Pharma, l’Europa non riesce neppure a procurare i vaccini indispensabili a se stessa, mentre  Paesi in Via di Sviluppo, anche meno colpiti di noi dalla pandemia, li stanno già  ricevendo in abbondanza dall’ India, dalla Cina e dalla Russia.

Lo scopo di Draghi è quello di costringere anche gli altri Stati Membri a bloccare le esportazioni, in modo, non soltanto da acquisire sufficienti disponibilità per l’Europa, ma soprattutto da fare pressione sulle case farmaceutiche per la seconda fase, quando si negozieranno le licenze di fabbricazione. Infatti, Breton e Giorgetti stanno già lavorando a un vasto piano di conversione delle nostre industrie farmaceutiche. Ma che fare se i nostri laboratori sono stati incapaci di approntare un vaccino accettabile, se le case farmaceutiche continuano a negarci le licenze di brevetto e di know-how, la Commissione rifiuta la sospensione dei diritti per emergenza e gli Stati Membri non impongono le licenze obbligatorie? Chiaramente, bisognerà realizzare un mix di tecnologie europee (insufficienti), russe e cinesi (sgradite), e anglo-americane (concesse con il contagocce).

Purtroppo, i Governi europei partono ancor sempre dal folle presupposto che siamo un popolo ricchissimo ed avanzatissimo, il quale, avendo risolto tutti i suoi problemi, dedica i suoi sforzi ad attività filantropiche in favore dei poveri popoli extraeuropei. Con questo cerchiamo di spacciare il nostro servilismo verso i poteri forti occidentali come la magnanima tolleranza dei veri padroni, come nei romanzi di Somerset Maugham o nel film “Cosa resta del giorno”, dove i nobili inglesi trattavano con sufficienza i parvenus Americani, ma poi se ne facevano influenzare e soppiantare. In realtà, siamo divenuti  un popolo in via di sottosviluppo, e poco conta che il nostro Pil pro-capite sia ancora relativamente elevato (grazie alla vertiginosa crisi demografica), perché ciò che rileva è la direzione del trend storico (ch’ è verso il basso). Proprio oggi, l’ISTAT ha confermato che l’incidenza della  povertà assoluta è in crescita sia in termini familiari (da 6,4% del 2019 al 7,7%), con oltre 2 milioni di famiglie, sia in termini di individui (dal 7,7% al 9,4%) che si attestano a 5,6 milioni. Invece, all’ inizio dell’ anno la Cina aveva annunziato di avere sradicato la povertà assoluta. Non solo, ma la Cina sta facendo sforzi inauditi per frenare la crescita del proprio PIL, che, se fosse così impetuosa come si annunzia, potrebbe creare disguidi e malfunzionamenti. Allora: qual è, fa i due,  il Paese sviluppato, e quale il Paese in via di sottosviluppo?

Questo comporta, tra l’altro, che i nostri stessi interessi siano  di fatto più simili (per esempio nel campo della proprietà intellettuale farmaceutica), a quelli dei Paesi in via di sviluppo, che a quelli sviluppati. Perciò , è doppiamente assurda la presa di posizione della UE alla World Trade Organization contro la sospensione, per motivi di urgenza, della validità dei brevetti sui vaccini. Assurda anche perché questi brevetti sono detenuti dall’ “anglosfera”, che sottrae i vaccini a tutto il resto del mondo, e non ci ha mai pensato due volte a quando si era trattato di imporre licenze obbligatorie sui brevetti farmaceutici europei.

Oggi, non c’è neppure uno solo dei vaccini già approvati dall EMA che sia totalmente sviluppato e prodotto nella UE, e la nostra capacità di approvvigionamento è nettamente inferiore a quella di buona parte dei Paesi del mondo. Infatti, come scrive oggi su la  Stampa Alessandro Barbera,    “mentre Donald Trump lanciava il piano ‘warp’ per accelerare lo sviluppo dei farmaci negli Stati Uniti, la Commissione Europea è rimasta a guardare, limitandosi a caro prezzo i prodotti altrui. Aveva puntato sulla francese Sanofi, ma la sperimentazione è fallita. Ha opzionato un vaccino tedesco (Curevac), ma lo sviluppo sta tardando, Il farmaco di Pfizer, creato sempre in un’azienda tedesca grazie a un contributo del governo federale e un piccolo aiuto europeo, è a tutti gli effetti un prodotto americano. Insomma, al momento l’Europa ha il cappello in mano nella speranza che Pfizer, Moderna, Johnson & Johnson e Astra Zeneca consegnino le dosi promesse e rispettino i patti fin qui disattesi” .

L’Italia e l’Europa, non disponendo, né della proprietà, né del controllo, sulle case farmaceutiche, neppure per i singoli stabilimenti localizzati sul loro territorio, sono soggetti all’ arbitrio dell’anglosfera, che infatti ne sta abusando, rastrellando tutti i vaccini del mondo per rimettere in sesto la propria economia, incurante tanto dei Paesi poveri, quanto degli “alleati”. Il Governo Usa ha prenotato ben 600 milioni di dosi  di Pfizer e Moderna e comprato molte dosi di altri vaccini, quanto basta per immunizzare due volte tutti gli Americani. Gli USA rifiutano di cedere una parte di questi vaccini ai Paesi in Via di sviluppo (e all’ Europa) prima di avere ricevuto uno stock di vaccini addirittura ridondante. Non viene spiegato che è per questo motivo che le case farmaceutiche hanno ridotto drasticamente le dosi destinate contrattualmente all’ Europa.

Nel frattempo, la Cina, anch’essa sotto pressione per la propria campagna vaccinale, sta correndo in soccorso degli altri Paesi in Via di Sviluppo, donando  vaccini a 53  Paesi, e contribuendo con 10 milioni di dosi al programma Covax delle Nazioni Unite. Così pure, la Russia ha già esportato i propri vaccini in 40 Paesi, e l’India ha già inviato la maggior parte dei suoi vaccini (67%) in UAE, Sud Africa, Brasile, Egitto, Marocco, Bangladesh, Algeria e Kuwait, per lo più come doni

E addirittura gli Stati Uniti (e, in subordine, l’ UE), si dicono preoccupati di questo fatto, definito come “uno strumento di penetrazione diplomatica”, in quanto antepongono il contenimento della Cina a quello del Coronavirus. Come osserva il South China Morning Post, si potrebbe dire che “Trump non se ne è ancora andato”, e questo fa presagire ulteriori politiche ciniche e non cooperative dell’Amministrazione Biden anche in altri campi.

Quanta fatica per fare prendere in considerazione in Europa i vaccini russi!

2.La delega a McKinsey di riscrivere il Recovery Plan

La decisione di affidare alla McKinsey la redazione del Recovery Plan getta un’ombra gravissima su questa prima decisione del Governo, che non vorremmo fosse una foglia di fico su un atteggiamento generale ben diverso.Infatti, sembra proprio che, per la stesura del Recovery Plan il ministero dell’Economia e delle Finanze si avvarrà della consulenza di McKinsey.

Per la consulenza, la società, scrive Repubblica,“dovrebbe ricevere solo una sorta di rimborso spese”. Il governo avrebbe optato per questa soluzione, visti i tempi strettissimi a disposizione. La collaborazione, scrive ancora il quotidiano, ” sarà esclusivamente tecnica“. “Con McKinsey si dovranno valutare i costi e l’impatto (seguendo le regole europee) dei diversi progetti”. Il Mef, si legge ancora, “ha anche chiesto al gruppo americano di esaminare eventuali progetti già realizzati in altri paesi”.

Molti politici sono giustamente sdegnati. “I tecnici dei tecnici. No, così proprio non va. Così, si umiliano le competenze delle pubbliche amministrazioni e si allontana l’accountability politica. Il Parlamento deve intervenire”. Così in un tweet Stefano Fassina, deputato LeU.E, per Nicola Fratoianni. “Visto che il precedente governo è stato ‘lapidato’ sulla governance che espropriava il Parlamento, la cosa sarebbe piuttosto grave. Oltre che grottesca. “.

Noi ci limitiamo ad osservare alcuni punti semplicissimi:

a)Rendendosi conto che, nonostante tutto, non si può nascondere che l’incapacità dell’ Europa di contenere la pandemia deriva in gran parte dalla inesistenza di uno Stato Europeo forte ed autonomo da un’ America che allora era sotto Trump, i vertici europei avevano  cominciato a fare balenare l’ipotesi di una “sovranità europea”, sfociata a fine anno nella sigla del Trattato euro-cinese sugl’investimenti;

b)contemporaneamente, però, fedeli alla “politica dei due forni”, venivano lanciati segnali di segno opposto. Uno di questi è stato l’intensificarsi dell’outsourcing di funzioni d’imperio dall’Unione e dagli Stati Membri a multinazionali americane (p.es., l’outsourcing alla Microsoft, da parte dell’ Unione e di Poste Italiane, di tutte  le loro attività informatiche, e una gragnuola di contratti di consulenza -perfino sulla Force de Frappe!- da parte dell’ Amministrazione Macron);

c)le funzioni contrattate all’ esterno sono quelle più delicate, ma anche più formative e lucrative, quelle che vorrebbero svolgere i nostri giovani superlaureati che invece sono costretti a emigrare all’ estero;

d)quando furono lanciati il Recovery Plan e Next Generation, si era detto che la pandemia aveva dimostrato gli errori della nostra società, e che, da allora in avanti, “il mondo non sarebbe stato più come prima”. Il Recovery Plan/Next Generation avrebbe dovuto servire per ricostruire la Europa per renderla pronta alle sfide dei prossimi anni, e, in primis, per permetterle d’inserirsi con successo nella corsa fra USA e Cina per il primato tecnologico;

e)uno dei motivi addotti per fare cadere il Governo Conte (critica che abbiamo condiviso sin questo blog) era quello  che il Recovery Plan era solo una rifrittura di vecchi progetti dei Ministeri, che non rispondeva ai requisiti di sinteticità, novità e coerenza richiesti dall’ Unione Europea;

f)Mario Draghi, essendo il più stimato “civil servant italiano”, in particolare nel campo della finanza europea, sarebbe stato senz’altro capacissimo di riscrivere il piano, direttamente o attraverso il suo team di specialisti!

Tutte queste promesse si stanno rivelando a loro volta illusorie. Il Recovery Plan è rimasto esattamente com’era: un coacervo inconsistente e inutile di vecchi progetti ministeriali, nati quarant’anni fa e mai realizzati. Non vi è in esso nessun’indicazione di come l’Italia potrebbe, attraverso di esso, rovesciare un declino che dura almeno trent’anni. Il Governo Draghi si sta rivelando altrettanto impotente dei Governo Conte e di tutti quelli che lo hanno proceduto.

La crisi dell’Italia deriva infatti innanzitutto dalla sua mancanza di combattività sui mercati internazionali, e di questo è colpevole l’intera classe dirigente, che non si azzarda mai neppure lontanamente a investire su settori nuovi, nei quali soltanto potremmo contendere i mercati agli attuali leader mondiali. Se non si riescono mai ad ottenere i finanziamenti europei è perché questi sono concepiti come partecipazione a progetti futuri in cui rischia anche il Paese;ma tutti rischiano  solo quando sanno che ci sono serie prospettive di consistenti ritorni.

Invece, se la riscrittura del piano viene affidata (come ha già fatto la Francia), a consulenti tecnici, oltre tutto stranieri, è perché si sa che bisogna falsare i dati per far quadrare conti che altrimenti non tornerebbero.E l’Unione si accontenterà delle pietose bugie degli Stati Membri perché siamo tutti nella stessa barca: degli Europei decadenti (come scriveva Morin) che accettano senza combattere la loro decadenza, coprendola con un pietoso velo di menzogne.

Per noi, l’unica soluzione è un’Agenzia Europea per la Tecnologia.

3.La sovranità tecnologica quale leva per riequilibrare il mondo

Abbiamo pubblicato e diffuso un intero libro-documento su questo punto (European Technology Agency). A nostro avviso, per evitare situazioni incresciose come quelle dei vaccini e della McKinsey, non bastano azioni estemporanee da parte di qualche vertice europeo o di qualche leader nazionale. Non è nemmeno un’attività che possa essere svolta dalle ordinarie istanze politiche, siano esse legislative o esecutive. Si tratta di un compito complesso, al contempo culturale, tecnico e politico, da svolgere a tempo pieno, con programmi a lungo termine: dall’ inquadramento culturale, alle basi conoscitive e politiche, alla governance, alla ricerca, alla finanza, alle strategie industriali e alla gestione dei progetti. Ci vuole, sul piano europeo, qualcosa che cumuli le caratteristiche del MITI giapponese, del DARPA americano, del Rostec russo e dell’Istituto Fraunhofer tedesco:un’Agenzia Tecnologica Europea che presieda alla predisposizione e alla gestione di una base tecnologica e produttiva dell’ Europa per situazioni di emergenza, come questa della pandemia, ma domani potrebbe essere una catastrofe ambientale o una guerra.

La nomina del Generale Figliuolo a Commissario Straordinario  per la crisi pandemica ha confermato che la gestione di siffatte emergenze è molto simile a quella di una Guerra Nucleare, Chimica e Batteriologica, che solo lo Esercito è qualificato a gestire, e che, quand’anche non lo fosse, dovrebbe attrezzarsi al più presto per esserlo.  Ricordiamo che i due unici protocolli per le emergenze che esistessero  in Europa prima della pandemia erano quelli dell’ OMS e della NATO, ambedue vecchissimi, e comunque non attuati in Italia. L’assenza di adeguati protocolli ha provocato anche  la cancellazione delle più grandi manovre NATO in Europa (“Defender Europe 2020”), destinate a dimostrare la capacità dell’Alleanza di affrontare la Russia nei Paesi Baltici. Tutti i generali convenuti a Wiesbaden per dirigere le manovre si sono ammalati di Covid, tanto che le manovre sono state cancellate. Il responso delle manovre è stato che che la NATO non è in grado di combattere una guerra nucleare, chimica e batteriologica, soprattutto in Europa (e tanto meno in Asia).

Questa è la vera ragione per cui Macron ha potuto giustamente affermare che “la NATO è in una situazione di morte cerebrale”. Dopo quella schiacciante sconfitta, l’unica preoccupazione del “partito atlantista” è stata quella di evitare che, con la “diplomazia delle mascherine”, la Cina e la Russia acquisissero troppi consensi. Perfino l’Esercito Turco ci aveva donato delle mascherine. E quella dell’America è stata di coinvolgere gli Europei nel sistematico boicottaggio di Cina e Russia, una risposta partita da Trump ma proseguita ora da Biden, e che ha rallentato perfino l’acquisizione di vaccini dai Paesi sotto boicottaggio.

In ogni caso l’impostazione della lotta al Covid da parte di tutti gli Europei  è stata inadeguata, con la singolare trovata di trasformare la Commissione  in una “centrale di acquisti” di carattere privatistico per conto degli Stati Membri. Con un piccolo particolare: che questa specifica Centrale di Acquisti, anziché ottenere risultati migliori dei singoli consorziati, ne ha ottenuti di peggiori. E, infatti, un Ente pubblico, quando lancia dei bandi, non si deve mettere al livello di un normale soggetto commerciale, ma lo deve fare da una posizione d’imperio; soprattutto, non deve accettare contratti capestro, che potrebbero configurarsi addirittura come dei reati:“Come ha potuto la Commissione europea accettare di inchinarsi così di fronte alle case farmaceutiche?”. È l’accusa che la deputata del Parlamento europeo, Manon Aubry, ha lanciato durante la seduta plenaria del Parlamento Ue “Ho la sensazione – continua l’eurodeputata, francese 31enne del partito France Insoumise – che i grandi leader farmaceutici abbiano stabilito la ‘legge’ per lei”. Aubry ha chiesto l’istituzione di una “Commissione d’inchiesta sulle responsabilità della Commissione”.

Soprattutto, quando si finanzia la ricerca, si deve pretendere di avere il libero utilizzo della proprietà industriale (se non addirittura la titolarità, o, almeno, la contitolarità)

E, nel caso di violazioni,si deve reagire, sfruttando i moltissimi poteri che l’Unione ha, e che invece oggi non vengono sfruttati: azioni legali, sequestri, divieto di esportazione, licenze obbligatorie, blacklists.

Certo, c’erano, e ci sono, a monte, delle difficoltà di fondo, non della Commissione, bensì dell’Europa nel suo complesso. Da un lato, per i motivi mille volte ripetuti,  le nostre industrie sono molto più deboli di quelle americana ed inglese, e, poi, il nostro establishment in generale (non solo la Commissione) è da sempre succube degli USA, e, in particolare, delle multinazionali.Guardiamo per esempio ai rapporti strettissimi con le banche americane di Prodi e Barroso.

Vediamo infatti i comportamenti degli uni e degli altri sulle licenze obbligatorie. Come ricorda Le Monde Diplomatique, mentre gli Stati Uniti hanno applicato la licenza obbligatoria a varie imprese europee, e in particolare alla Bayer, nessun Governo europeo ha mai osato importre licenze obbligatorie a multinazionali americane. Quando la Gilead aveva fissato in 41.000 Euro il prezzo del farmaco di Sovaldi contro l’ epatite C, la Francia aveva accettato questo prezzo eserbitante, selezionando i malati da curare, per paura delle ritorsioni americane.Questo fa capire quanto potranno essere utili i contatti in corso con le industrie farmaceutiche russe, israeliane, cinesi ed indiane.

Comunque sia, fino ad oggi, le nostre aziende farmaceutiche , o si erano alleate (da posizioni d’inferiorità, come Astra Zeneca e BionTech), con aziende inglesi e americane, o non sono riuscite a sviluppare  da sole i vaccini per tempo (come Sanofi, CureVac e Reithera). Come al solito, si è partiti dall’idea che noi siamo dei clienti ideali, o al massimo dei licenziatari, delle imprese USA, non già dei produttori autonomi (come i Cinesi, gl’Indiani e i Russi). Altro che “Europa altamente sviluppata”: siamo dei “followers”, come le industrie del Terzo Mondo.

Personalmente, avendo diretto nel passato molti dipartimenti legali di multinazionali, dedicati in gran parte alla contrattualistica internazionale, posso confermare  che i contratti stipulati con Big Pharma sono stati ispirati come minimo alla più grande ingenuità. Per esempio, in  quello con Astra Zeneca, ch’ è trapelato nella sua versione (quasi) integrale, con cui la azienda si è impegnata solo a “fare i migliori sforzi” per fornire le dosi indicate, mentre invece gli Stati Europei hanno anticipato 236 milioni di Euro e hanno indennizzato preventivamente l’ azienda per ogni richiesta di danni da parte dei pazienti danneggiati. La realtà è che gli studi legali anglosassoni dominano l’Unione fin dalla sua nascita, e ben difficilmente si riescono a spuntare, con la loro assistenza, contratti veramente convenienti per gli Europei nei confronti delle multinazionali. Quindi, è iniquo attaccare per questa debolezza contrattuale una povera funzionaria della Commissione, mentre i veri responsabili sono tutte le Istituzioni, anche per non avere sviluppato al loro interno adeguate strutture di contrattualisti non succubi della cultura contrattuale anglosassone.

Infine, “last but not least”, è ancora in vigore un “executive order”, di cui nessuno parla mai,  firmato da Trump, ma non ritirato da Biden, che vieta l’esportazione dei vaccini dagli Stati Uniti. Quindi, essendo per giunta andato al potere Biden, che punta tutto su una rapida campagna di vaccinazione e sul completo riallineamento degli Europei, si spiega benissimo che le dosi per gli Europei siano state ulteriormente ridotte: più che mai, “America First”. E si spiega bene perché Draghi vuole almeno la piena attuazione della corrispondente , blandissima, norma europea (il “Nuovo Meccanismo di Controllo”), se nomn altro come arma negoziale per le trattative in corso con BIden.

Anche per questo ci vuole un’ Agenzia Europa della Tecnologia, affinché non continui quest’innaturale subordinazione.Dobbiamo cessare di essere “followers”, e tornare ad essere “leaders”.

Manon Aubry ha posto al PE la questione dell’ indipendenza da Big Pharma

4. Alleanze multilaterali per creare un’autonoma base tecnologica

La questione delle licenze si pone con particolare forza per il rifiuto delle Big Pharma di concederne. Questo deriva da politiche inveterate delle multinazionali di difesa ad oltranza della propria proprietà intellettuale, che fornisce loro un’ulteriore arma di ricatto contro Stati e concorrenti. Ciò che può stupire (se si prescinde dall’inveterata sudditanza dell’establishment verso  Big Pharma), è che la Commissione si ostini a opporsi all’utilizzo delle licenze obbligatorie. Si noti che  queste  in campo farmaceutico sono la regola proprio negli Stati Uniti, e ai danni delle aziende europee. L’affermazione secondo cui tali licenze scoraggerebbero i produttori non tiene conto del fatto che, essendo produttori extra-UE, nonostante le licenze, nel resto del mondo continuerebbero comunque a produrre e a vendere.

Certo, ora che sti stanno approntando nuove strutture produttive in territorio europeo (anche se troppo in ritardo), bisognerà vedere chi ci fornirà la tecnologia.

La capo-delegazione del M5s al Parlamento europeo, Tiziana Beghin, ha spiegato a Fanpage.it perché il M5s ha proposto la sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini anti Covid:“L’emergenza pandemica in corso richiede l’ampliamento urgente della capacità produttiva europea di vaccini – si legge nel testo di un’interrogazione orale rivolta alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen da parte dei 10 europarlamentari M5s e di altri firmatari appartenenti ad altri gruppi – Molti Paesi membri dispongono già di tecnologie e competenze per produrre i sieri vaccinali, ma vi sono barriere legali che impediscono l’avvio della produzione al di fuori delle case farmaceutiche detentrici dei rispettivi brevetti”. Gli eurodeputati chiedono alla Commissione quali strumenti intenda mettere in campo l’Europa per velocizzare la produzione di vaccini.

La gestione della pandemia ha posto sul tappeto la questione dello Stato di Eccezione, che copre un insieme sempre più vasto di aspetti: dalla politica estera e di difesa, alle strategie digitali e industriali. Non è un caso che tutto il mondo sia stato governato quest’anno mediante la decretazione d’urgenza, e che un po’ dovunque, da Israele, agli Stati Uniti, per arrivare all’ Italia, la palla stia passando finalmente ai generali. Nel caso dell’Europa, la cosa è complicata dal fatto che l’Unione non può decidere sullo stato di eccezione, non ha una sua decretazione d’urgenza, né generali. E questo viene avvertito sempre più come un grave deficit, perché pone l’Unione in balia di Stati Stranieri, di lobbies internazionali, delle multinazionali, e, non ultimi, gli Stati Membri, le Regioni e le Città, facendola pervenire in ritardo rispetto a concorrenti come Cina, Israele, Regno Unito, Stati Uniti, con gravi danni anche per la concorrenza transnazionale.

Certamente, è impossibile trasformare in breve tempo un organismo sovrannazionale in uno Stato forte, come si richiederebbe in questi anni per portare a termine efficacemente le attuali missioni dell’ Europa. Non crediamo neppure che una realtà come quella europea possa o debba raggiungere livelli elevatissimi di accentramento come quelli della Cina, degli Stati Uniti e della Russia, anche perché la natura identitaria dell’Europa è plurietnica, federale e cetuale.

Tuttavia, esistono strutture federali ben più rispettose del pluralismo dei cittadini, che però permettono una gestione impeccabile delle emergenze: una per tutte, radicalmente europea- la Svizzera-. Anche la militarizzazione delle emergenze, una necessità del nostro tempo, ha trovato da una risposta sempre nella costituzione federale svizzera: nella figura del soldato-cittadino, perennemente a disposizione dello Stato.

Tutto ciò dovrà fare oggetto della prossima Conferenza sul Futuro della Europa.


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L’AUTONOMIA STRATEGICA DELL’EUROPA CONTRO LA TERZA GUERRA MONDIALE PARTE II: PERCHE MAI L’AMERICA DOVREBBE “GUIDARE IL MONDO”?

Presentazione del nuovo team di politica estera di Joe Biden

Contrariamente a quanto sostiene la retorica mondialista, l’autonomia degli Stati-Civiltà e la comunità internazionale non sono affatto due principi contrapposti, mentre lo sono globalismo e universalismo.

Una qualche forma di comunità internazionale che permetta di affrontare in modo negoziato i grandi problemi del mondo  è resa  più necessaria  che mai dal sorpasso delle macchine sull’uomo, che rende indispensabile un forte potere decisionale umano contro le macchine, per scongiurare lo scenario delineato nelle opere di Asimov, nel quale le “Tre Leggi della Robotica” non riescono ad essere applicate neppure dalla Federazione Mondiale, a causa delle insufficienze delle sue imbelli classi dirigenti:
“Come facciamo a sapere quale sia veramente il bene supremo dell’ umanità, Stephen? Noi non abbiamo a disposizione il numero infinito di dati che hanno a disposizione le Macchine(Asimov, “Conflitto Evitabile”)”

Solo con questo riallineamento alle realtà del 21° secolo il progetto federalista potrà acquistare un senso concreto e divenire realistico. Infatti,la Federazione Mondiale, che fino ad oggi appariva addirittura inquietante perché molto simile ad una tirannide incontrastabile ed eterna (cfr. Rousseau e Kant), appare ora nella sua vera luce, per così dire, “catecontica”, vale a dire quale unica possibile alternativa alla Megamacchina digitale governata da alcuni “guru” della Silicon Valley (Barcellona).

Questo scenario, sempre più ravvicinato a mano a mano che passano gli anni, anziché evolvere nel senso della Pace Perpetua, si confonde in modo impressionante con quello della “guerra senza limiti” lanciata dall’ Occidente contro il resto del mondo sulle orme di Huntington, che include il “Regime Change”, la cyberguerra, la militarizzazione dello spazio, la corsa agli armamenti, ma soprattutto “la guerra  fra le macchine intelligenti”, di cui  scriveva De Landa già 40 anni fa.

Un punto che non era chiaro fino a poco fa, soprattutto agli Europei, era che la collaborazione internazionale non esclude, bensì implica un sano funzionamento del “Principio di Sussidiarietà” anche a livello mondiale: in concreto, l’“autonomia strategica” di ciascuno dei grandi degli Stati-Civiltà, di cui parla il Presidente Macron. Intanto, la diversità di vedute fra le grandi culture deriva, non già da una “défaillance” del sistema ideale di organizzazione del mondo, bensì dall’ intrinseca fallibilità della ragione umana, che fa sì che, su qualunque questione, ma soprattutto su quelle decisive, vi sia necessariamente una divergenza di opinioni. E proprio perché non si riesce a stabilire chi abbia ragione, è salutare una conflittualità fra le varie concezioni del mondo. Coloro che invocano la democrazia (ma meglio sarebbe dire il pluralismo) come metodo euristico di ricerca della verità, non possono poi certo rifiutarsi di applicare lo stesso principio sul piano internazionale, dove oggi non vige certo la democrazia internazionale, e un solo Stato si arroga privilegi inauditi, che mai nessuno nella storia aveva preteso. Certamente, la “società dell’1% non è in possesso della verità assoluta o dei “valori universali”, e deve quanto meno discutere dei massimi problemi con le altre grandi civiltà.

Quest’esigenza di pluralismo era stata espressa nel modo più chiaro dal Corano,  nella forma della “comunità dei Popoli del Libro”. La politica americana del “Regime Change”, esaltata ancora recentemente da Pompeo, come pure la tendenza della UE a impartire lezioni al resto del mondo, mirano invece proprio ad eliminare questa dialettica, rendendo “inevitabili solo le Macchine Intelligenti”, come affermava,  nel racconto di Asimov, la Presidentessa della Regione Europea dello Stato Mondiale.

Tra l’altro, la molla segreta, per il Complesso Informatico-Militare,    per la realizzazione di queste ultime, è che solo esse sono in grado di sopravvivere alla guerra chimica, nucleare e batteriologica, sì che la Terza Guerra Mondiale segnerà, come minimo, la presa del potere da parte delle macchine stesse  (vedi il film “Terminator II”).

Questo totalitarismo digitale lo si vede per altro già in opera nella persecuzione implacabile dei whistleblowers, che osano contrastare il controllo mondiale del sistema informatico-militare, mettendo in tal modo in pericolo il suo sistema d’ intelligence per la IIIa Guerra Mondiale. Tutte cose già viste nei films distopici, come ad esempio “Rollerball”.

Quindi, lungi dall’ essere un’espressione di provincialismo e di egoismo (non parliamo poi di “nazionalismo”), l’autonomia strategica di ciascuno “Stato-civiltà” concretizza la necessità di sostenere il portato della propria cultura quale elemento utile alla soluzione dei problemi mondiali di oggi e di domani. Non è infatti vero che il materialismo volgare di un Mercier e, oggi, di un Pinker, sia l’approccio più efficace per affrontare i problemi della società della complessità, che ha bisogno di un dibattito a tutto tondo fra le più sofisticate scuole di pensiero. Ciascuno aspira legittimamente ad essere il “Trendsetter del Dibattito Globale”, come Ursula von der Leyen vorrebbe fosse l’ Europa. Perché questo sia possibile, occorre però partire non già della visione “angelistica” (per dirla con il Papa) che piaceva tanto agli “Occidentalisti”, perché, sostenendo che la Storia fosse ormai finita,  rendeva l’ Europa imbelle (“senza il rispetto” degli altri), bensì dalla nostra specifica concezione del mondo, che ci porta a guardare con sospetto al mito della Fine della Storia, perché quest’ultima sarebbe la realizzazione in termini materialistici (per Sant’Agostino, in termini manichei, per Mac Luhan, sotto la forma dei Media), della promessa messianica:  precisamente  ciò che San Paolo chiamava “il Mistero dell’ Iniquità”, cioè l’ eterogenesi dei fini.

L’ Europa deve tendere, sì, a un nuovo umanesimo digitale, ma questo, lungi dall’ essere un’apologia del “sublime tecnologico”,  dev’essere realisticamente capace di tenere sotto controllo le Macchine Intelligenti e i GAFAM, non già arrendersi alla loro antropologia,  e negoziare con le altre parti del mondo un trattato internazionale quale quello proposto dal ministro degli esteri Wang Yi,  che stabilisca regole comuni a livello mondiale per il controllo sull’ Intelligenza Artificiale.

Di questo dovrebbe farsi portatrice l’Europa se vuole veramente essere il “trendsetter del dibattito globale”.

Essa, proprio perché, in esito a un processo di maturazione intellettuale, è giunta a non credere più nella mistificazione della Pace Perpetua, ha un interesse vitale a evitare la Terza Guerra Mondiale, a cui invece gli altri Continenti (e, in particolare, gli Stati Uniti) si stanno preparando a ritmo accelerato, perché, da un lato, questa guerra porterebbe alla presa del potere da parte delle macchine, e, dall’ altra, perché, come ribadito senza tregua nel documento del Parlamento Europeo, l’ Europa sarebbe certamente il campo in cui si combatterebbero gli altri Continenti, innanzitutto a causa dell’ inaudito armamentario militare che vi stazionano, confrontato con l’assoluta inefficienza del seppur costosissimo sistema militare europeo, e che comunque non potrebbe certamente non essere oggetto del “first strike” di qualunque potenza che dovesse scontrarsi con gli Stati Uniti.

L’”autonomia strategica” dovrebbe servire proprio a svincolarci a tempo dai rischi mortali che ci fa correre l’attuale assetto della NATO, e ancor più la preparazione, in corso, della III Guerra Mondiale.

La terza guerra mondiale sarebbe combattuta in Europa

1. L’ Europa e la Terza Guerra Mondiale

Questa preoccupazione per una guerra imminente è certamente al centro del documento dell’Ufficio Studi del Parlamento, che, paradossalmente, propone in sostanza di avviare  anche in Europa un programma di preparazione pre-bellica come quella in corso nelle Grandi Potenze, e di cui fanno parte, non soltanto la corsa agli armamenti, la militarizzazione dello spazio, le sanzioni e i dazi, ma anche il controllo degl’investimenti esteri, e la crescente censura e repressione ideologica.

E’ significativo che gli Stati Uniti, in funzione della preparazione della Terza Guerra Mondiale sul suolo europeo, ci chiedano inoltre di sacrificare  proprio i principali business che potrebbero risollevare le nostre sorti economiche, rendendoci autonomi: il North Stream, il G5, la Via della Seta …, e abbiano tentato addirittura d’ imporre al Vaticano di denunziare l’accordo con la Cina. L’equivoco di fondo consiste proprio nell’affermazione ricorrente di Trump, secondo cui l’America starebbe difendendo l’Europa dalla Russia e dalla Cina, sicché gli Europei avrebbero l’obbligo di contraccambiare finanziariamente, ma anche politicamente (ancora la “dialettica servo-padrone” di Aristotele e di Hegel!). Trump ha affermato che Angela Merkel non ha saputo rispondere su questo punto, ma, essendo “una donna furba”, si è limitata a sorridere. In effetti, la risposta l’aveva fornita già, 40 anni  fa, Franz Joseph Strauss: “non vedo perché 200 milioni di Americani debbano difendere 500 milioni di Europei da 300 milioni di Russi”.

Ma anche Biden, appena eletto, si sta affrettando a fare sapere che anche per lui, come Obama, pena che l’America debba “guidare i mondo”.

Il fatto è che questa pretesa messianica è insita nell’identità americana, sicché partiti o presidenti non possono discostarsene. E questo “guidare il mondo” consiste nel trascinare un certo numero di Paesi (spesso europi) in avventure neo-coloniali per mantenere e ampliare il loro “impero nascosto” (Corea, Irak, Afghanistan, Iraq, Libia)…

Tutti i capitoli del documento del Parlamento Europeo citato nella prima puntata del post si riferiscono senza mezzi termini, anche se nella solita “langue de bois”, alla preparazione bellica: “approvvigionamento energetico e sicurezza”; “azioni nell’ estero vicino”; “sanzioni”; “l’industria della difesa e il mercato della difesa”; “”Reattività della EU nei campi della sicurezza e della difesa”. Pur non negando che, di fronte allo scriteriato smantellamento delle capacità belliche degli Europei, s’imponga un rafforzamento, ma soprattutto una razionalizzazione, del sistema europeo di difesa, il vero modo in cui l’Europa potrebbe divenire un trendsetter del dibattito mondiale sarebbe quello di coordinarsi con la politica estera e di difesa del Vaticano, che ha dimostrato la sua incredibile efficacia impedendo addirittura, con la lettera del Papa a Putin, l’entrata in guerra in Siria degli Stati Uniti, e rinnovando, nonostante gli attacchi di Pompeo, l’accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi.

Mi vengono in mente quegli esempi di cultura neutralistica che sono, da un lato, i manuali distribuiti ai cittadini  svedesi negli anni ’70,  intitolati “Om kriget komer” (“Se viene la guerra”) e (“Inte samarbejde” “Non collaborate”), e il libro del Gruppo Abele di quello stesso periodo “Per un’ Europa Inconquistabile”. Certo, oggi tutto ciò andrebbe aggiornato con un manuale di resistenza digitale alla guerra chimica, nucleare e batteriologica, oltre, ovviamente, che alla cyberguerra.

Gli Stati Civiltà rivendicano una continuità millenaria

2.L’Europa come Stato-Civiltà

Intanto, per “ricompattare il fronte interno”, si sta rivelando centrale, per tutte le potenze del mondo, il concetto di identità, che gli Stati-Civiltà si giocano soprattutto sulla continuità storica. Ed è qui che alcuni teorici cinesi, come Zhang Weiwei, hanno ragione circa il carattere esemplare della Cina, in quanto essa è, a oggi, l’unico Stato sub-continentale culturalmente, militarmente e tecnologicamente autonomo, che possa vantare una “Translatio Imperii” di 5000 anni, sorretta da una, seppur limitata, compattezza etnica (l’”etnia titolare” Han, a cui non sono comparabili le 56 minoranze etniche). Tutti gli altri aspiranti hanno dei limiti in confronto alla Cina. Degli Stati Uniti è insufficiente la popolazione, molto dubbia l’eredità storica, e debolissima l’egemonia WASP. Dell’ India, sono deboli sia il sistema economico, sia la compattezza etnica. All’ Unione Europea mancano autonomia, popolazione, compattezza etnica e culturale. Alla Russia e alla Turchia mancano la popolazione e l’indipendenza culturale dall’ Europa…

In particolare, secondo Wang Weiwei, “la Cina è quello che sarebbe l’Europa se l’Impero Romano non si fosse mai dissolto”.  E’ chiaro quindi, per contrasto, perchè l’Europa di oggi è un vaso di coccio fra vasi di ferro, e che pertanto, se essa vuole veramente acquisire la propria ”autonomia strategica”, deve rafforzarsi “in tutte le direzioni” (“à tous les azimuts”, come voleva De Gaulle): rapporto con America, Russia, Turchia e Cina, autonomia digitale, rafforzamento dell’ identità culturale…

Non per nulla LIMES parte dalla citazione di Mozi, secondo cui perfino il tradizionalismo di Confucio, che si riferiva alla dinastia Zhou, non risaliva abbastanza indietro. Questo dubbio vale ovviamente ancor più per l’Europa. Si deve partire dalla Dichiarazione Schuman o dal Manifesto di Ventotene?Dalla “pace Perpetua” di Kant o dal “Gran Dessin” di Sully? Dal “De Monarchia” di Dante o da Carlo Magno? Dalle Termopili, dalla cultura “Yamnaya” o da quella danubiana? Comunque sia, oggi in Cina s’è diffuso il culto dell’ Imperatore Giallo, inesistente in passato. Anche se non va così indietro, anche la lotta in corso negli Stati Uniti è una battaglia culturale per luna memoria culturale, dove quelle che si scontrano sarebbero, per Dario Fabbri, quelle nordista e sudista, la cui attualità non è mai passata di moda, perché in realtà ne celerebbe un’altra: quella fra l’élite WASP della Costa Orientale e il Midwest di origine piuttosto germanica.

Di questa “Memory Warfare” a livello mondiale  fa parte  ovviamente anche un rinnovato dibattito sull’ identità europea, di cui si faceva stato  nel post precedente, e che, come nello studio di LIMES, si può e si deve integrare con il dibattito sulle identità russa e turca (ma anche britannica, polacca israeliana,, ecc…), intese quali sotto-identità europee, che avrebbero potuto, e dovuto, essere integrate in un’ Europa più vasta, se solo si fosse avviata prima quella riflessione sull’ autonomia strategica di cui tanto si parla in questi ultimi giorni. Né Russia, né Turchia, né Regno Unito, né Polonia, né Ungheria,  sarebbero oggi in conflitto permanente con l’Unione Europea, ma, anzi,  farebbero parte di un quella  “Casa Comune Europea” di cui parlavano Gorbaciov e Giovanni Paolo II, se non avessimo esasperato deliberatamente  i nostri partners orientali, in modo da poterli poi presentare come una sorta di “nemici ereditari”. A Gorbaciov si negarono quegli aiuti finanziari che invece non erano mancati alla URSS assolutamente totalitaria del passato; a Jelcin si negò perfino la dignità; a Putin si negò la possibilità di collaborare in modo determinante, com’egli si offriva di fare, alla costruzione dell’Unione Europea. Questo fu fatto al Paese più grande d’ Europa, da cui sono arrivati gli Indoeuropei, i Turchi, gli Ungheresi, che ha creato San Pietroburgo, l’Ermitage, il Bol’shoi, che ha prodotto Pushkin, Cechov,Ciaikovskij, Dostojevskij, Tol’stoj, Stravinskij, Sol’zhenitsin, e che costituisce il grande polmone verde grazie a cui l’ Europa respira…:l’”arroganza romano-germanica” denunziata un secolo fa dal Principe Trubeckoj nel suo fondamentale “Europa e umanità ”. Le trattative per l’adesione della Turchia sono durate oramai 43 anni.

Mentre non si richiedeva alcuno sforzo particolare alla Turchia dei colonnelli, e si era chiuso un occhio sul colpo di Stato di Gülen, invece, dalla Turchia democratica di Erdogan si richiedono continue prove di democrazia. Questo, da uno Stato che racchiude le più antiche vestigia della civiltà europea, da Göbekli Tepe a Çatal Hüyük,  da Hattuşas a Troia, da Smirne a Efeso, da Alicarnasso al Monumentum Ancyranum, da San Paolo alle Sette Chiese dell’ Asia Minore, da Costantinopoli al Fanari…, ch’ è stato presente in mezza Europa per alcuni secoli, e, infine, che possiede il maggiore esercito europeo dopo gli Stati Uniti. E’ quindi chiaro che la riflessione sull’autonomia strategica dell’Europa non possa prescindere  anche da una rivisitazione del rapporto con la Russia, la Turchia, l’Inghilterra, la Polonia, l’Ungheria e Israele,  indispensabile per fare dell’ Europa una grande potenza, veramente autonoma. Come risposto a suo tempo da Walesa e Jelcin, che, cioè, né la Polonia, né la Russia, avevano bisogno di “entrare in Europa”, perché c’erano già da millenni, così anche Erdogan potrebbe (e, a mio avviso, dovrebbe) ricordare, agli Europei Occidentali, Goebekli Tepe, Catal Huyuk, Hattusas, Troia, Mileto, Efeso, Pergamo, Tarso, Bisanzio, Nicea… Già Erodoto ricordava che la Principessa Europa non era mai venuta nel Continente Europeo, visto che Zeus l’aveva portata a Creta, e poi era andata in Caria. Lo stesso Erodoto affermava, in quelle stesse pagine, che Greci ed Asiatici dovevano finirla di rapirsi reciprocamente le principesse…

Paradossalmente, simili negligenze sono state commesse anche circa la pluralità delle nazioni britanniche, circa il ruolo dell’aristocrazia inglese e ungherese, quello della Chiesa polacca, la Repubblica polacco-lituana, l’ Halakhà, il “superomismo ebraico”…

Tutte cose che avevamo scritto già fin dal 1° volume di “10000 anni”, “Patrios Politeia”.

Ma, ancor oltre, occorrerà una ricerca sull’ identità che vada al di là dei balbettamenti della bozza di Costituzione mai ratificata. Così come la Cina va addirittura oltre i “San Jiao” (Taoismo, Confucianesimo e Buddismo), per riallacciarsi anche alle religioni popolari e locali,  e all’Imperatore Giallo, così l’Europa deve andare oltre la semplice giustapposizione di alcune glorie passate (ebraismo, cristianesimo, rinascimento, illuminismo), come nella bozza di costituzione di Giscard, per vedere ciò che sta loro dietro, valea dire  la “Dialettica dell’ Illuminismo” che incomincia fin dall’ incontro dei popoli europei con l’ Oriente.

Alle scarse icone “europee” che sono state proposte dal “mainstream” (Pericle, Costantino, Carlo Magno, Dante, Kant, Spinelli, Giovanni Paolo II), occorre aggiungerne tante altre, come Gilgamesh, Abramo, Mosè, Ulisse, Ippocrate, Erodoto, Leonida, Socrate,  Cesare, Augusto, San Paolo, Tertulliano, Sant’Agostino, Podiebrad, Montesquieu, Napoleone, Nietzsche, Coudenhove-Kalergi, Galimberti, De Gaulle…).

La Russia è Europa

2. Il Nuovo Meccanismo Democratico Europeo quale strumento di auto-affermazione identitaria.

Infine, per poter essere veramente autonomi, occorrerà anche darci (come chiarito in un precedente post), una governance veramente europea, che non ricalchi la costituzione (formale e materiale) americana (ma neppure quella cinese, saudiana o iraniana), bensì l’Antica Costituzione Europea, con il Papato e l’Impero, i Regni e le Corone, i Paesi e le Città, di cui parlavano de las Casas e Machiavelli,  Montesquieu e Tocqueville. Mi chiedo se Iberia e Gallia, Britannia e Roma, Germania e Sclavinia, Costantinopoli e Russia, non debbano costituire un livello intermedio fra Europa e Stati Nazionali, con le competenze degli attuali Stati Membri, mentre all’ Europa dovrebbe essere affidato (come un tempo all’ Imperatore), solo il compito di ricercare, approfondire, gestire e difendere, l’Autonomia Strategica dell’Europa nei confronti del resto del mondo (il Praetor Peregrinus contrapposto al Praetor Urbanus). In tal modo si soddisferebbero tanto le esigenze “federalistiche” dell’“Europe Puissance”, quanto quelle “sovranistiche” del mantenimento del ruolo degli Stati nazionali per le questioni “più vicine ai cittadini”.I grandi Stati “regionali” potrebbero essere competenti in materia di programmazione economica e, politiche culturali, legislazione-quadro e, grandi imprese e politiche sociali. Certo che il livello “vicino agli interessi dei cittadini” tanto reclamato da tutti, non può essere, nell’attuale mondo altamente complesso, se non uno dei livelli inferiori, e necessariamente non dei più importanti. Ecco come risolvere il problema del “sovranismo”.

Finirebbero dunque le confusioni oggi imperanti fra campanilismo, nazionalismo e imperialismo, che ci portano a confondere questioni locali come l’endemico conflitto fra Fiamminghi e Valloni, quelle nazionali come l’indipendenza catalana, la Crimea e le acque dell’ Egeo, e quelle mondiali, come i “rischi esistenziali” per l’intera Umanità, senza poterne risolvere nessuna.

Quanto alle stesse modalità di contrapposizione politica, di scelta per le cariche, alle qualità richieste, al tipo di personale, al “cursus honorum”, questi dovrebbero essere differenziati per i diversi livelli, con variazioni per età, per cultura, per il sequenziamento delle cariche, in modo da garantire motivazione, correttezza, competenza, abilità, di ciascuno in base a ciò ch’è chiamato a fare.

Tutto questo comporterebbe comunque di rovesciare integralmente la decisione, assunta dal Consiglio dei Ministri di Blois, di limitare la continuità storica dell’ Europa alla Seconda Guerra Mondiale e al Dopoguerra, e di riaprirla invece, come si fa in Cina e in Russia, alla storia antica e alla preistoria, che, da noi, cominciano con il Medio Oriente e la sintesi fra Cacciatori-Raccoglitori, Civiltà Megalitiche, Civiltà Danubiana e Kurgan. Solo così si eviterebbero gli odi intestini attuali fra  familisti e post-umanisti, Est e Ovest, nostalgici dei totalitarismi e progressisti messianici, fra irredentisti e imperialisti, fra religiosi e laicisti, fra nordici e mediterranei…Infatti, si comprenderebbe finalmente in che cosa abbia consistito fin dal principio l’ “Unità nella diversità”.

In ogni caso, è assurdo che, mentre la Cina rivendica 5000 anni di storia, Israele i Patriarchi, l’America e la Russia vorrebbero essere gli eredi dell’ Impero Romano, la Turchia di quello bizantino e gl’Islamici del Califfato, l’Europa si autolimiti agli ultimi 70 anni, così riducendo, come minimo,  enormemente il proprio “appeal”.

In un’epoca come la nostra in cui tutti (WASPS e Afro-Americani, Indios e “laici alla francese”, Catalani e Ossis, Polacchi e Turchi, Russi e Curdi, Hindu e Han) rivendicano orgogliosamente la loro identità,  solo avendo alle spalle una cultura radicata nei millenni e su un’area vasta gli Europei potrebbero dare la loro adesione complessiva a una costruzione necessariamente complessa come un’Europa “plurale”, di cui oggi nessuno ha la neppure la forza intellettuale di abbracciare i contorni. Per questo mi ripropongo di terminare al più presto anche il secondo e il terzo volume di “10.000 anni”, un libro oggi più che mai necessario per l’educazione del popolo europeo.

Ma su tutto ciò torneremo in un prossimo post e nella stessa proiezione del nostro programma culturale.

3.L’atteggiamento del Papa come modello  di  autonomia strategica europea.

L’importanza di una visione storica “de longue durée”, per dirla con Braudel (quale dovrebbe avere l’ Europa), è dimostrata innanzitutto dall’esempio della Chiesa, la cui forza deriva in gran parte dal non aver essa di fatto mai rinnegato le infinite correnti che ne hanno alimentato da millenni, e ancora alimentano, la cultura: dagli archetipi dei popoli pre-alfabetici, al mono-politeismo primitivo, alle tradizioni medio-orientali, presenti ovunque nel Vecchio Testamento, a quelle classiche che alimentano i Vangeli, alla filosofia antica che traspare dalle Lettere degli Apostoli e dalla patristica, fino a quelle persiane ed ebraiche dell’ Apocalittica, e alle indubbie influenze islamiche sulla filosofia cristiana del Medioevo, per continuare con l’esoterismo orientale nella cultura pre-moderna, le influenze cinesi nella dottrina dello Stato, nella teologia e nella tecnica dell’ Età moderna, e continuando ancora con il romanticismo slavo, la filosofia moderna e il pensiero teologico sudamericano, che hanno trovato espressione negli ultimi pontefici. Il principio “extra Ecclesia nulla salus” non implica affatto una negazione di questa  “poliedricità” come la chiama il Papa, perché è la Chiesa stessa ad essere stata poliedrica da sempre, e la funzione decisiva della Chiesa permette proprio al Cristiamesimo di sopravvivere nonostante la sua poliedricità.  Grazie ad essa, la Chiesa può continuare a dialogare con tutti, essendo essa di fatto il “trendsetter del dibattito globale”. del Anzi, essa è l’unica organizzazione religiosa organizzata antichissima e universale (Katholiké), e grazie a questo può interloquire con gli sciamani e i sacerdoti shintoisti, con i guru induisti e i monaci buddhisti, con i rabbini e gli ulema.

Per questo, l’idea delle “radici cristiane” è stata, come scrivevo in “Patrios Politeia”, un autogoal, perché le radici del Cristianesimo sono ovunque (non solo in Europa), quella cattolica è l’unica Chiesa veramente presente, oggi, ed ovunque, dal Midwest trumpiano alla costituzione indigenista colombiana, da San Pietro a Zagorsk, dalla Siria al Zhejiang…  

In definitiva, la Chiesa continua con il rinnovo dell’accordo con la Cina, che Trump voleva stoppare, tracciando così un percorso che difficilmente l’Unione potrà non seguire (“il Trendsetter del dibattito globale”, appunto).

Unico neo: l’assenza di una teologia specificatamente europea, come quella nord-americana di Hecker, quella latinoamericana di Puebla e Aparecida, quella asiatica di Panikkar. Giovanni Paolo II e l’allora cardinale Ratzinger avevano diffuso l’esortazione post-sinodale “Ecclesia in Europa”, ma nessuno l’ha raccolta. Oggi, il Papa torinese-porteño finisce per portare con sé una cultura sudamericana che non può supplire a una inesistente “theologia europaea”.

L’autonomia strategica presuppone il controllo dell’ intero ecosistema digitale

4Autonomia strategica e autonomia digitale

Come giustamente scrive Aresu su Limes, ”A un certo punto, la nozione di ‘sovranità tecnologica’ è entrata nei discorsi dei leader europei, Lo European Political Strategy Centre (Epsc), think tank interno alla Commissione europea fondato da Jean-Claude Juncker col mandato di occuparsi di ‘governance anticipatoria’, probabile disciplina alchemica, definisce la sovranità tecnologica come ‘la capacità europea di agire in modo indipendente nel mondo digitale’, Tale sovranità andrebbe basata su meccanismi difensivi per salvare l’innovazione e strumenti offensivi per promuovere l’economia europea.“

Tuttavia, dopo il discorso di Breton su questo tema, il dibattito dei think thanks si è allargato, verso la più generale “autonomiastrategicavoluta da Macron, scatenando l’ira degli Americani.Tyson Baker, direttore dell’ Aspen Institute tedesco, ha accusato l’Unione Europea “di aver avviato una guerra tecnologica nonché di alimentare una visione russo-cinese della tecnologia”. Peccato che gli Stati Uniti avrebbero dovuto prevedere questo “effetto collaterale” quando hanno scatenato l’isterismo contro gl’investimenti cinesi. Se autonomia ha da esserci, questa dev’essere verso tutti: Huawei, ma anche Microsoft, ZTE, ma anche Google, Ant, ma anche Facebook… Forse, però, neppure i propugnatori dell’“autonomia tecnologica” hanno capito ch’essa presuppone di  avere una propria cultura digitale, una propria intelligence, proprie piattaforme, reti e clouds, indipendenti -certo, anche dalla Cina, ma prima di tutto, dagli Stati Uniti, che oggi controlla totalmente il mondo digitale, i nostri dati e le nostre telecomunicazioni-. L’avvio di Gaia-X è un buon inizio, ma non ci garantisce certo una rapida tempistica di recupero. Anzi, secondo Euractiv, il progetto sarebbe un diabolico “window dressing” per permettere ai GAFAM  di prosperare come non mai alle spalle dei contribuenti europei, schiacciando per sempre le nostre imprese.

Venendo infine alla famigerata questione del G5, occorre ricordare che la Cina sta già creando il suo G6, e che una soluzione di “autonomia strategica” consisterebbe già solo nel creare, più modestamente, un campione europeo Nokia-Erikson, il quale, accettando l’offerta di Huawei, si comprasse in blocco (con il Recovery Fund) la tecnologia G5, così divenendo autonoma, tanto dalla Cina, quanto dagli Stati Uniti. Stupisce che non si parli mai di una soluzione così semplice e così a portata di mano, mentre invece si continua ad ipotizzare un controllo americano su Nokia ed Erikson..

Osserviamo infatti i dati del mercato mondiale delle reti:

Market share estimates for 5G base stations
Supplier2019 market share2020 market share
Ericsson30%26.5%
Huawei27.5%28.5%
Nokia24.5%22%
Samsung6.5%8.5%
ZTE6.5%5%
Other5%9.5%
   

Qualora Ericsson e Nokia si fondessero sotto il controllo della BEI e della Commissione, ed acquisissero dalla Huawei la tecnologia 5 G (con la Huawei che si concentrerebbe sulla 6G), gli Europei dominerebbero i mercati maturi, mentre i Cinesi manterrebbero la leadership su quelli futuri, ma con la speranza, per gli Europei, di poterli raggiungere in un domani, e di godere, intanto, dell’ assoluta sicurezza dei dati, nei confronti tanto della Cina, quanto dell’ America (che non si raggiungerebbe invece  certo con la “golden share”, né con anacronistiche  esclusioni dagli appalti in Europa).

Su una cosa la posizione americana è corretta: la questione del G5 è anche una questione strategica, come lo sono oramai tutte le questioni digitali, perché, come messo in evidenza da trent’anni da Manuel de Landa, oggi guerra e informatica sono la stessa cosa, in quanto, quando un missile nucleare impiega 25 minuti a raggiungere l’obiettivo, la difesa globale non può essere affidata se non al sistema informatico. Ma quest’argomentazione prova troppo. Se sono strategici, perché funzionali al comando missilistico nucleare, i sistemi di trasmissione dei segnali, a maggior ragione lo sono le piattaforme che raccolgono i dati, i cavi che li trasmettono e i server che li immagazzinano, vale a dire l’intera informatica. Ma purtroppo, oggi, nulla, dalla medicina ai media, dalla cultura alla politica, dall’economia alla famiglia, si muove senza informatica, Ergo, se tutto ciò che attiene all’informatica interessa direttamente il Pentagono, allora tutta la nostra vita dev’essere non solo controllata da NSA, ma anche influenzata da Cambridge Analytica, in modo che noi ci muoviamo, o come disciplinati soldatini dell’ Impero Occidentale, o come bersagli di quello orientale.

Soluzione che è evidentemente, come hanno dimostrato i casi Echelon, Prism, Wikileaks, Tax Web  e Schrems,ma anche i recenti scandali dell’ intercettazione da parte dell’ intelligence tedesca e danese a favore degli Americani, in radicale contrasto (ancora più delle armi autonome o del riconoscimento facciale), con tutti i principi giuridici di cui si vanta l’Unione, incarnati nella Dichiarazione  Europea di Diritti, nelle Costituzioni nazionali, nella legislazione antitrust e nel DGPR. Questo tanto più in un momento, come questo, in cui perfino l’Amministrazione americana fa finta (anche se in modo più credibile della UE) di frenare lo strapotere di Google (con l’azione appena proposta dal Dipartimento di Giustizia presso il Tribunale Distrettuale di Washington, mentre invece la Commissione Europea si è vista rigettare la tanto attesa azione contro Apple).

L’esser venuta alla luce l’assoluta disapplicazione di questi principi costituisce  tuttavia oramai almeno l’ apertura di una possibilità di soluzione del problema.