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31/12/2020:ACCORDO UE-CINA

Da molti anni il PIL italiano ha uno dei peggiori andamenti nel mondo

Il nuovo anno si apre in un clima d’ inedita cordialità fra Europa e Cina.Il  30 dicembre, ultimo giorno della presidenza tedesca, l’Unione Europea, rappresentata dal Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, e dalla Presidentessa della Commissione, Ursula von der Leyen, e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, hanno concluso in via telematica il tanto atteso, e, al contempo, controverso, Accordo Comprensivo sugli Investimenti (CAI), destinato a proteggere e disciplinare gl’investimenti europei in Cina e quelli cinesi in Europa. Il testo redatto in tutte le lingue dell’Unione è in via di preparazione da parte dei servizi della Commissione, ma la firma definitiva è prevista appena nel 2022. Anche il Parlamento Europeo dovrà dire la sua parola, e non sono escluse sorprese.

Come ben noto, il tema è controverso, da un lato per le diverse valutazioni che ciascun attore dà della situazione attuale degl’investimenti esteri nelle due aree, e anche per il legame che gli Stati Uniti pretenderebbero  s’instaurasse fra i trattati commerciali e più generali questioni ideologiche e geopolitiche. Il segretario Sullivan, del “governo ombra” del neoeletto presidente Joe Biden, ha infatti criticato l’accordo, perché, a suo dire, si sarebbero dovute svolgere consultazioni con gli Stati Uniti. Con la sua decisione, l’Unione ha dato invece prova di autonomia, smentendo una politica americana volta, non da oggi, ad allontanare la Cina dall’ Europa, e, comunque, rifiutando ingerenze nella propria sovranità internazionale.

Più precisamente, si tratta di una conferma della tradizionale “politica dei due forni” degli Europei, inaugurata dal Generale de Gaulle con il suo viaggio a Mosca, e proseguita con l’incontro a tre fra Chirac, Schroeder e Putin a Danzica, per finire con le aperture verso la “Nuova Via della Seta”,  con cui gli Europei, pur riconoscendo come inevitabile la loro posizione di tipo neo-coloniale nei confronti degli Stati Uniti, si permettono di tanto in tanto d’intrattenere rapporti con avversari degli stessi USA, in genere per strappare qualche (spesso modesta), concessione.

Oggi, limitare la propria indipendenza a questi “giri di valzer” sarebbe gravemente sbagliato, visto che le poste in gioco sono molto più elevate che in passato: la presa del potere da parte delle macchine intelligenti, la IIIa Guerra Mondiale…, per le quali s’impone una presa di posizione molto energica dell’ Europa, distinta da quella, assolutamente connivente, dell’ America. Perfino la Cina si è dimostrata ben più energica dell’Occidente contro lo strapotere delle “proprie” piattaforme web,  mentre noi le tolleriamo tutte, pur essendo tutte straniere e sottraendo all’ Europa enormi risorse. Per questo, vogliamo sperare che questo accordo inauguri una fase di reale equidistanza dell’ Europa non solo fra gli USA e la Cina, ma anche nei rapporti con gli altri soggetti autonomi sulla scena mondiale, come la Russia, l’Iran e la Turchia, e che i governi di tutto il mondo si accordino per port fine allo strapotere delle multinazionali.

De Gaulle è un eroe per i Russi e i Cinesi

1.I principali contenuti dell’ accordo

Non essendo disponibile il testo del nuovo trattato, ne possiamo parlare solo in termini generali. Esso prescrive una maggiore apertura e trasparenza dei mercati delle parti contraenti, tutelando e  incrementando gl’investimenti  europei in Cina (come quello dell’ IVECO e della Volkswagen), e quelli  cinesi in Europa, come quelli in varie case automobilistiche, nei porti e nella Pirelli.

Con ciò, esso costituisce una sorta di continuazione della Belt and Road Initiative (la “Nuova Via della Seta”, a cui hanno aderito vari Paesi europei fra cui l’ Italia), nonché di altri paralleli accordi stipulati di recente dalla Cina, come il Regional Comprehensive Economic Partnership, or RCEP, il nuovo trattato fra tutti i Paesi dell’ Asia Orientale e dell’Oceania, fra cui anche il Giappone e l’ Australia.

Gl’investimenti cinesi in Europa ammontano a 113 miliardi circa, mentre quelli dell’Unione Europea in Cina hanno superato i 150 milioni di Euro, restando però modesti in confronto alle dimensioni e al potenziale enormi dell’ economia cinese, che si accrescono enormemente in seguito all’ enfasi posta, dal nuovo piano quinquennale, sul mercato interno e sulle province occidentali.

Il nuovo trattato sarà il più ambizioso, fra quelli sugl’investimenti, che la Cina abbia mai firmato con un altro paese. Vediamo rapidamente alcuni dei suoi aspetti più significativi:

-nel campo manifatturiero, la libertà d’ investimento che il trattato concede alle imprese straniere è massima. In particolare, la Cina ha accettato di rimuovere gradualmente l’obbligo di operare in joint venture con un partner locale. Si noti che il gruppo Volkswagen aveva già acquistato quest’anno dai propri partners la loro quota, e opera oramai direttamente sul mercato cinese.

-in  campo tecnologico, risulta vietata l’imposizione (che un tempo esisteva anche in Paesi europei, come la Spagna, e in parte esiste ancora nell’ antitrust europeo), del trasferimento del know-how licenziato  al licenziatario nazionale, e in generale di limiti alla libertà contrattuale delle parti;

-nel campo portuale, laChina permetterà gl’investimenti europei nelle attività ausiliarie a terra, sì che le imprese dell’Unione potranno investire senza restrizioni nello handling, nello stoccaggio dei containers, nelle agenzie marittime, facendo ciosì il paio con quanto stanno facendo le imprese cinesi al Pireo, a Trieste, a Vado, a Duisburg…;

-la Cina si è impegnata a non abbassare, per attrarre gl’investimenti, il livello delle garanzie lavoristiche ed ambientali, e a non utilizzare le norme lavoristiche e ambientali come forme di protezionismo (anche se i due principi sembrano a prima vista contraddittori);

-nel campo dell’ambiente e del clima, il trattato prevede l’impegno di dare effettiva attuazione all’ Accordi di Parigi;

-la  Cina si è impegnata a ratificare le convenzioni dell’ Organizzazione Mondiale del Lavoro, in particolare contro il lavoro forzato (anche se la Cina nega che vi sia nel Paese il lavoro forzato).

Si noti che le maggiori concessioni sono state fatte dalla Cina, anche se, in 7 anni, tanti quanti sono stati quelli delle trattative, la Cina (contrariamente all’ Europa) è cambiata radicalmente, sì che, mentre all’ inizio il rischio di “furti di tecnologia europea” da parte di imprese cinesi poteva essere motivato, oggi è l’Europa ad avere bisogno di iniezioni di tecnologia per poter superare la sua arretratezza (per esempio, nell’ informatica, nell’aerospaziale, nell’ ingegneria quantica e nelle criptovalute), mentre la Cina, lungi dall’ essere una “ladra di tecnologia” è oggi la titolare del maggio numero di nuovi brevetti. Quindi, più che concessioni, si tratta di prese d’atto di una situazione oramai rovesciata.

In ogni caso, buona parte di queste concessioni sono già contenute nell’accordo bilaterale della “Fase I”, firmato da Trump e sono quindi quasi un atto dovuto, sicché il significato dell’ acciordo è soprattutto politico, in quanto esclude un “asse” Europa-USA contro la Cina nelle future trattative multilaterali.

Dopo aver preso nota delle obiezioni che da molti sono state sollevate verso il trattato, vedo anch’io in quest’ultimo un limite culturale della parte europea: se il trattato è stato concepito come una spinta, nei confronti degli Stati Uniti, perché  ritornino anch’essi a negoziare con Europa e Cina su un piano di parità e in uno spirito di libero commercio mondiale, allora, l’impostazione eccessivamente liberistica del trattato potrebbe  ritorcersi contro l’Europa, la quale, con la sua arretratezza tecnologica, è la prima ad avere bisogno di una forte industria nazionale sostenuta dal settore pubblico, per rimediare ai “fallimenti del mercato” che ci hanno ridotto nello stato pietoso in cui oggi ci troviamo (vedi grafici).Mentre non ne hanno più bisogno, né gli USA, né la Cina, che hanno costruito nei decenni un potere economico indistruttibile, inestricabilmente connesso alla politica e al militare.

Più in generale, l’Europa dovrebbe rivisitare tutta la sua nozione di “mercato”, rimasta arretrata di almeno 100 anni, la quale non tiene conto , né dell’ informatica, né della “guerra senza limiti”, né nella globalizzazione…

L’incontro di Kaliningrad, il primo caso di vertice europeo anti-americano

2.Le funzioni concrete del trattato

Comunque sia, per i Paesi europei  che, dopo decenni di crescita lentissima, stanno ancora soffrendo di tutti gli effetti della pandemia, l’incremento dell’ interscambio con la Cina costituisce una indispensabile boccata d’aria, aprendo agli esportatori  l’ingente crescente e crescente mercato interno della Cina, fornendo occasioni di investimento comune e sviluppando le enormi potenzialità di collaborazione nella cultura, nella tecnologia e nel turismo. Infatti, la Cina, uscita molto presto dalla crisi, è l’unico Paese che termini il 2020 con una crescita del PIL, seppure modesta (si calcola del 3% circa), e che quindi possa alimentare oggi flussi massicci di import, così necessari per la nostra economia, che, di converso, è da decenni il fanalino di coda dell’Europa e del mondo intero (cfr. grafico).

Inoltre, la Cina, con le sue eccellenze nei settori tecnologici di punta (come supercomputer, aerospaziale, rivoluzione verde, digitalizzazione, valuta elettronica) può fornire agli Europei uno stimolo alla modernizzazione e un’alternativa ai GAFAM (Google, Apple, Facebook,Amazon e Microsoft), che proprio in questi giorni stanno rafforzando il loro dominio sull’ economia mondiale, a dispetto delle velleità regolatorie dei vari Governi, sempre frustrate nei tribunali e/o in sede politica. Ed è ben per questo che l’America vede ogni ravvicinamento fra l’Europa e la Cina come fumo negli occhi. Solo grazie ai commerci con la Cina l’Europa potrebbe recuperare la china che l’ha portata a una situazione di assoluta subordinazione verso l’America all’ interno di un Occidente che sarebbe naturalmente a guida europea.

Per le piccole e medie imprese, che lamentano le loro intrinseche difficoltà a confrontarsi  con un mercato enorme come quello cinese, l’accordo costituisce uno stimolo a consorziarsi, con imprese complementari italiane e europee, realizzando con ciò stesso un  comunque indispensabile salto di qualità. E tuttavia, anche questo è un ulteriore elemento che ci fa riflettere sull’assurdità dell’ accanimento della UE contro le imprese pubbliche, le quali non sono affatto vietate, ma, anzi, sono previste tanto dal diritto europeo, quanto dalla Costituzione italiana, con particolare riguardo alle funzioni d’interesse comune. Orbene, tutti i settori in cui si richiederebbero nuove imprese, e in cui i privati non vogliono investire, sono quelle in cui si gestiscono interessi pubblici, e dove pertanto, come ha spiegato brillantemente Marianna Mazzuccato, non può valere un’ottica di puro profitto. Si tratta in particolare della cultura, della ricerca, della difesa, dell’informatica, delle infrastrutture, dove la forza dei nostri concorrenti deriva proprio di avere alle spalle decenni, se non secoli, di supporto del settore pubblico e di commesse pubbliche (cfr. p.es. General Electric, Boeing, Lockhead, IBM, Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, ZTE, Huawei, Gazprom, Rosneft, Rostec). Dubito che semplici federazioni di piccole imprese, come GAIA-X, siano in grado di fare concorrenza a questi colossi sui mercati mondiali.

Perfino nel settore dell’agricoltura gli accordi internazionali con la Cina come quelli di cui stiamo parlando possono essere  sviluppati solo da imprese di dimensioni ciclopiche, come dimostrano gli enormi vantaggi conseguiti, grazie agli accordi di Trump con la Cina, dai grandi produttori americani sui piccoli coltivatori europei, o, ancor più esplicitamente, dalla riforestazione del Gansu, che ha costretto a rastrellare milioni di alberi in tutta Europa.

L’accordo pone fine alle immotivate polemiche di alcuni Europei, che accusavano l’Italia di unilateralismo per avere firmato, con il Ministro Di Maio,  il memorandum della Belt and Road Initiative (mentre altri Paesi avevano già aderito, senza polemiche,  a iniziative cinesi equivalenti). D’ora in avanti, almeno, non si potrà più affermare che intrattenere rapporti commerciali con la Cina significhi rompere l’unità dell’Unione, visto che è l’Unione stessa favorire gl’investimenti reciproci, che sono un interesse primario del nostro Continente. Tra l’altro, giacché il nuovo trattato non si occupa della disciplina del contenzioso, restano in vigore, su questo argomento, in attesa di un nuovo trattato, i preesistenti accordi con gli Stati membri.

Ma, soprattutto, è ora l’Italia a potersi, e doversi, lamentare per il comportamento unilaterale di alcuni Stati membri e Istituzioni, che si sono permessi di concludere un accordo così importante con una procedura atipica non solo per la forma (suggerita dalla pandemia) della teleconference, ma anche e soprattutto per la partecipazione alla riunione del Presidente francese Macron, che non ha alcun titolo giuridico a partecipare alla conclusione di una trattativa di questo tipo, a cui avrebbe dovuto essere associato semmai l’Alto Rappresentante Borrell.

Si noti poi che l’accordo serve anche come ratifica a posteriori dell’operato delle autorità cinesi che, in anticipo sul trattato, hanno permesso alla Volkswagen di portare al 100% la sua partecipazione nelle joint-ventures. Il che è un’ottima cosa anche per l’ Italia, ma non può essere fatto sempre e comunque a favore delle sole imprese dei Paesi più forti.

Mariana Mazzucato: lo Stato imprenditore non serve solo a distribuire mance,
ma soprattutto a rafforzare l’economia nazionale

3.L’Italia e l’interscambio UE-Cina

Certo, l’Italia non ha in Cina molti investimenti  importanti che valgano la pena di essere incrementati, e questo perché l’Italia non ha (più, e per sua colpa) grandi Konzerne come quelli cinesi e americani, ma anche solo come quelli tedeschi e francesi. Una ragion per cui, per difendere il nostro diritto di rafforzare le nostre eccellenze, per esempio nel settore cantieristico, anche mediante fusioni e investimenti pubblici, senza essere sempre ostacolati dall’ Antitrust europeo, lo stesso che permette praticamente tutto ai GAFAM, e che quindi andrebbe totalmente rinnovato.

Purtroppo, la nostra presenza sul mercato cinese è modesta (13 miliardi di Euro), infinitamente modesta rispetto alle dimensioni del mercato stesso, dei buoni rapporti politici e delle affinità culturali.

Intanto ,il nuovo trattato agevolerà  i subfornitori italiani dell’ industria automobilistica  tedesca, che è al centro del nuovo trattato.
Come osserva, su “il Sole 24 Ore”, Giuliano Noci, il nuovo trattato, che non è sull’import-export, bensì sulla protezione degl’investimenti, richiede al Governo e alle nostre aziende un cambio di visione della Cina, coerente con le trasformazioni subite da quel Paese: “capitalizzare su quel mercato un’eventuale presenza produttiva locale non tanto per un obiettivo di riduzione dei costi (ad oggi non più perseguibile)  quanto piuttosto in una logica di asservimento di un’area geopolitica di grande rilevanza per quanto riguarda la crescita della domanda: in questo senso, la recente stipula del Regional Economic Comprehensive Partnership – che ha creato un’area di quasi libero scambio comparabile con quella europea – è un’opportunità che le nostre imprese non possono lasciarsi sfuggire. Sul piano politico, è invece richiesto al Governo una visione: infrastrutturale per quanto sopra evidenziato e industriale: non possiamo infatti dimenticare che il mercato cinese (e non solo) sono sempre più sofisticati sul fronte digitale e noi siamo purtroppo ultimi in Europa per competenze digitali.”

Ora, visto che gli ostacoli politici sembrano caduti, sarebbe il caso che l’Italia rivitalizzasse il MOU del 2019, portando avanti tutte le cooperazioni previste, per esempio nei campi culturale e delle infrastrutture, e riprendesse anche quei settori ch’erano stati originariamente indicati, come le telecomunicazioni, poi abbandonati per tenere conto delle critiche più o meno genuine, alle quali potremo ora rispondere con il supporto dell’Europa.

Soprattutto, s’impone un’intensissima azione d’informazione e di promozione nei due sensi, in campo culturale, tecnologico, turistico, delle infrastrutture, ma anche sui meccanismi stessi dei trattati, sulle loro implicazioni manageriali e giuridiche, comprensive dei meccanismi specifici degl’investimenti, nelle loro implicazioni societarie, fiscali, lavoristiche e processuali.

Infine, all’ interno del Recovery Plan oggi in discussione, una parte importante dovrebbe essere dedicata ad attività volte a implementare il CAI, con azioni culturali e investimenti comuni con la Cina, come per esempio azioni comuni sui mercati terzi, quali previsti dal vecchio MOU, e, soprattutto, la nascita di nuove imprese tecnologiche utilizzando know-how cinese.

CHE FINE HA FATTO LA STRATEGIA INDUSTRIALE EUROPEA?

Jean-Jacques Servan Schreiber

Pubblichiamo qui di seguito, con una breve premessa, la versione italiana del post di “Technologies for Europe”, in cui si è relazionato sulle lettere aperte inviate, dall’ Associazione Culturale Diàlexis, a Parlamento, Consiglio e Commissione.

1.Breve storia della politica economica e industriale dell’ Europa.

Qui vogliamo mettere in evidenza soprattutto che, come risulta dallo screenshot, allegato, del sito della Commissione, quest’ultima aveva previsto l’ambiziosissima tappa di una “Strategia Industriale Europea” come inserita (per marzo 2020), nel percorso per pervenire al “Green New Deal”. Orbene, senza una strategia industriale non è possibile nessun’altra strategia. Anche perché, oggi, i confini fra industria, da una parte, e cultura, geopolitica, biopolitica..,sono divenuti evanescenti.

A parte il Coronavirus, i rapporti fra strategia industriale e Unione Europea sono stati sempre difficili, perché, nonostante che Jean Monnet fosse stato il più importante pianificatore (nel senso sovietico del termine ), che mai abbia avuto l’ Europa Occidentale (era il “Commissaire Général au Plan), e nonostante che la CECA fosse praticamente un cartello, i Trattati furono redatti con il supporto determinante di giuristi americani, legati nello stesso tempo alle banche d’affari e all’ Amministrazione Americana. Si legge per esempio testualmente nel suosito della sede di Bruxelles che  “Cleary Gottlieb’s Brussels office was established in 1960 as a direct consequence of the close relationship between French political and economic adviser Jean Monnet and former U.S. Under-Secretary of State, George Ball, one of the firm’s founding partners and legal advisor to Monnet on the implementation of the Marshall Plan and the drafting of the Treaties of the European Communities.”

Per questo motivo, i Trattati sono stati ispirati all’ideologia liberistica, e mirano soprattutto ad evitare la formazione di forti cartelli europei (i “Campioni Europei”, capaci di competere con i colossi americani.

Anche l’idea di una programmazione, amatissima dall’Amministrazione americana nell’ immediato Dopoguerra in quanto erede dell’economia di guerra (il Piano Marshall), divenne presto tabù.

Per questo motivo, né l’Unione Europea, né gli Stati Membri, avrebbero dovuto avere una politica industriale. Né, d’altro canto, una politica industriale ufficiale avrebbero gli Stati Uniti, dove, come brillantemente intuito da Kalecki, la politica industriale la fanno le forze Armate (per il tramite del DARPA).Perfino la Francia ha dovuto smorzare negli anni la sua politica indstriale, declassando il Commissariat Général au Plan al rango di un’ “Agency”:France Stratégie. Cosa che in epoca di neo-liberismo internazionale era capitato un po’ dovunque, dal Giappone alla Cina.

I pericoli di questa situazione erano stati giustamente posti in luce, nel 1968, da Jean-Jacques Servan-Schreiber, e, nel 1983, da Glotz, Lutz Suessmuth, ma senz’alcun risultato; anzi, l’ Europa subiva, nel 1973, la cisi petrolifera, e, negli anni successivo, l’aggravarsi del technological gap, restando esclusa (casi Olivetti e Minitel) dall’ informatica, per poi venire travolta dalle crisi delle Torri Gemelle, dei subprimes, delle sanzioni, delle guerre commerciali e del Coronavirus..

Le stesse cose le scrive ora, anch’essa con scarsi risultati, Mariana Mazzucato.

Solo l’anno scorso, con enorme fatica, il Ministro tedesco Altmaier era riuscito, scusandosi mille volte, a fare accettare l’idea di una “politica industriale per la Germania e per l’Europa”, ma, dopo consultazioni con l’industria tedesca e con i Francesi, si era accontentato di una versione edulcorata, che sarebbe forse stata fatta propria da Bruxelles se non fosse sopravvenuto il Coronavirus.

Alla fine di Febbraio, le domande di cassa integrazione in Germania erano raddoppiate, e la maggiore preoccupazione di Altmaier era stata quella di farsi autorizzare da Bruxelles a nazionalizzare le grandi imprese in crisi. La Commissaria Vestager faceva ancora di più: non solo concedeva l’autorizzazione, ma poneva anche il vincolo che l’intervento fosse provvisorio e che gli Stati Membri non richiedessero poteri nelle società “nazionalizzate”. Con il solito risultato di pubblicizzare le perdite e privatizzare gli utili.

Quindi, tutto il lavoro fatto sulla Strategia Industriale è oggi da rifare, e certo non lo si rifarà in tempo per progettare il budget 2021-2027.

In questo periodo, quando tutte le principali decisioni sono sospese in attesa che la pandemia prima o poi si attenui, non si può per altro perdere altro tempo nel decidere il futuro che vogliamo per l’Europa.I processi decisionali europei sono stati paralizzati  addirittura per due anni: prima, a causa delle Elezioni Europee, poi, per l’onerosa procedura necessaria per formare la nuova Commissione, e, finalmente, dallo stato di eccezione dovuto alla pandemia.

Ma già prima di allora si andava accumulando una gran massa di problemi irrisolti: l’incertezza nei rapporti con il resto del mondo, così come l’incessante decadenza demografica, culturale, politica, economica e tecnologica, rispetto agli altri Continenti.

Peter Glotz

2.Un muro di gomma contro la realtà

“Consapevole di questi pericoli, l’Associazione Culturale Diàlexis non si è mai stancata di sollecitare tutti i soggetti responsabili a farsi carico di quest’emergenza, facendola rientrare fra le priorità dell’Europa. Rendiamo conto sistematicamente, tramite questo sito, dei passi compiuti verso le varie Istituzioni. Per ora, solo alcune di esse hanno reagito.

Quando, parecchi decenni orsono, incitavamo di non cedere ad ideologie irrealistiche, nessuno ci ascoltava; quando tentavamo d’indirizzare gli Italiani verso lo studio del sistema sociale mitteleuropeo per trarne degl’insegnamenti, nessuno era interessato; quando viaggiavamo per tutto il mondo per promuovere una forma di globalizzazione che potesse essere feconda, al contempo, per l’Italia, l’ Europa e i Paesi terzi, tutti ci boicottavano; quando ammonivamo contro l’indifferenza verso l’assenza di un’identità europea, si negava perfino che ciò costituisse un problema; quando precisavamo che, con un tasso annuale di crescita del 4,5%, l’ Europa e l’ Italia si sarebbero trovate in una situazione di continua recessione, questo scenario sembrava impossibile. Ora, però, i dati circa il posizionamento dell’Europa nell’ economia mondiale negli ultimi 40 anni sono acquisiti e non possono essere smentiti. Se ad essi aggiungiamo gli effetti del Coronavirus, che sono, sì, imprevisti, ma però prevedibili, il giudizio sulle classi dirigenti di questi decenni non può essere che negativo.

Oggi, ammoniamo sul gap tecnologico ancora accresciuto fra l’ Europa, da una parte, e la Cina, gli Stati Uniti, la Corea del Sud e Israele, dall’ altra. Ancor oggi, i più tentano di distorcere il senso di quest’ammonimento, come se “nuove tecnologie” significasse solo Industria 4.0, auto elettriche, centrali solari e G5, mentre il mondo sta oramai viaggiando verso la Sorveglianza Totale, la concentrazione dei Big Data, i computer quantici e la corsa allo spazio.  Così, l’Europa rimarrà ancora più arretrata di quanto già lo sia, e sarà obbligata ad accettare, di fatto, le soluzioni ideologiche ed economiche che saranno scelte per noi dalle superpotenze tecnologiche.

Abbiamo già pubblicato le lettere inviate alla Commissione ITRE del Parlamento Europeo. Con questo post, riferiamo ora circa quelle indirizzate ai membri del Consiglio e della Commissione.

Fino ad ora, la sola Autorità che ha  si è espressa è stato il Presidente del Parlamento Europeo, Davide Sassoli.

Konrad Seitz

Torino, 22 Maggio 2020

Signore e Signori,

Abbiamo inviato ai membri del Consiglio Europeo (e alla Presidentessa Ursula von der Leyen) la seguente lettera, che ora inviamo anche a Voi per le specifiche competenze di ciascuno.

Cogliamo l’occasione per notare che, sul sito della Commissione, la pagina dedicata alla “Strategia Industriale Europea”, che farebbe parte della tabella temporale dello “European Green Deal, risulta mancante.

Capiamo che, nel mese di Marzo, all’apice della crisi del Coronavirus, sarebbe stato difficile decidere una Strategia Industriale Europea. Tuttavia, senza tale Strategia Industriale, nessun Piano di Rilancio avrebbe senso, specie se legato al budget settennale 2021-2027. Il nostro libro e la proposta, ad esso allegata, per la Conferenza sul Futuro dell’Europa, costituiscono un tentativo di colmare questa lacuna con la creazione di un nuovo soggetto dedicato a una parte decisiva di queste funzioni: le nuove tecnologie.  L’idea sottostante è che, nella terza decade del Terzo Millennio, nessuno dei problemi dell’Umanità (ambiente, pace, cultura, equità, salute), per non parlare dell’Europa, potrà essere risolto senza dominare le nuove tecnologie, e, innanzitutto, i Big Data, Internet, la cyber-intelligence, l’Intelligenza Artificiale, la finanza digitale. Fintanto che l’Europa rinuncerà ad avere le proprie Alte Tecnologie, la sua decadenza proseguirà all’ infinito.

Questo decennio sarà decisivo per i destini dell’Europa e del mondo.L’Europa non può rimanere lo spettatore passivo di una rivoluzione tecnologica  in contrasto con l’ “European Way of Life” e con gl’interessi legittimi degli Europei.

Confidiamo che le Istituzioni affronteranno questa contraddizione, operando sul bilancio settennale e strutturando adeguatamente la Conferenza sul Futuro dell’Europa. Siamo a Vostra disposizione per illustrarVi i nostri studi e i nostri dibattiti su quest’urgente materia.

RingraziandoVi per l’attenzione,

Per l’Associazione Culturale Diàlexis,

Il Presidente

Riccardo Lala.

Associazione Culturale Diàlexis, Via Bernardino Galliari 32  10125 Torino,  tel 0039011660004  00393357761536  website: http://www.alpinasrl.com

Rita SŸuessmuth

Torino, 14/5/2020

Ai membri del Consiglio Europeo

 Signori e Signore,

Ci eravamo rivolti ai relatori della Commissione “Industria, Ricerca ed Energia” del Parlamento Europeo nella sessione del 28 Aprile per la discussione (e la possibile approvazione in prima lettura) di due proposte, riguardanti una revisione della regolamentazione dello IET, e il suo rifinanziamento per l’esercizio 2021-2027.

In quella lettera, sottolineavamo che, dopo la crisi del Coronavirus, tutto nel mondo è cambiato, cosicché le politiche preesistenti dovranno essere in ogni caso modificate. Come ha affermato la Presidentessa Ursula von der Leyen”…giacché  questa crisi è diversa da qualunque altra, il nostro prossimo budget settennale dovrà essere diverso da quanto abbiamo conosciuto. Avremmo bisogno di anticiparlo, in modo da poter sorreggere gl’investimenti in questi primi determinanti anni di rilancio”.

Avevamo inviato ai relatori la versione finale del libro “A European Technology Agency”, che inviamo anche a ciascuno di Voi, con allegata una proposta, dell’Associazione Culturale Diàlexis, di ristrutturazione globale della politica tecnologica europea in base alle priorità della Commissione, e, in particolare, la sua Strategia Digitale, profondamente rivista in base alle esigenze di rilancio dopo la crisi economica sempre più grave e il Coronavirus.

Notiamo intanto che l’Alta Autorità per il Carbone e l’ Acciaio, di cui il 9 maggio ricorreva l’anniversario, era in fin dei conti un’agenzia europea per la gestione di un consorzio europeo, che, all’ epoca, rappresentava il nocciolo duro delle industrie essenziali. Nello stesso modo, proponiamo ora di porre sotto un controllo europeo comune le industrie europee più sensibili: quelle delle nuove tecnologie. Così come le industrie del carbone e dell’acciaio erano state condivise perchè esse costituivano la base della mobilitazione industriale bellica, così oggi lo sono Internet, i Campioni Europei, l’Intelligenza Artificiale, le Divise Digitali, le tecnologie ambientali, l’industria biomedica.

L’approccio adottato fino ad ora, in base al quale le nuove tecnologie della difesa, dell’aerospazio, dell’informatica, della biotecnologia, dei trasporti, dell’ambiente, delle comunicazioni, dell’organizzazione, sono talmente disperse da risultare inefficaci, va riconsiderato radicalmente, con l’idea di un unico organismo di programmazione, comune alla Banca Europea d’Investimento, alla Commissione, al Consiglio, agli Stati Membri, alle Regioni, alle Imprese e alle Città, il quale potrà concentrare l’immane sforzo dei prossimi anni, per sfidare, da un lato, il DARPA, e, dall’ altro, “made in China 2025” e “gli “Standard Cinesi 2035”.

Ricordiamo anche che Jean Monnet, prima di essere nominato primo Presidente dell’Alta Autorità, era stato il Commissaire Général au Plan della Francia, e, prima ancora, aveva lavorato per un consorzio militare delle Forze Alleate.

Basti dire che, come risulta dalle carte con cui si sta confrontando ora il Parlamento per la rendicontazione, le Agenzie e le Entità miste pubblico-private della Commissione (per lo più con elevate responsabilità in campo tecnologico) sono circa una quarantina, a cui bisogna aggiungere Enti importanti come l’ ESA Sarebbe molto più ragionevole avere un unico grande Ente, come il MITI o il DARPA, con una visione globale di quanto sta accadendo in tutte le branche della tecnologia, e avente la capacità di reagire immediatamente.

Avevamo inviato il libro e le proposte a membri del Parlamento e ai Commissari competenti, sollecitandoli a considerare quanto ivi articolato e proposto. Infine, stiamo anche preparando un secondo libro, dedicato al dibattito fra intellettuali, politici, Movimenti europei e società civile, sull’umanesimo tecnologico in Europa dopo il Coronavirus. Speriamo di ricevere contributi da parte di tutti in tempo utile per influenzare i dibattiti in corso. Ovviamente, pensiamo in primo luogo ai destinatari di questa comunicazione.

L’idea di fondo è che, già prima della crisi del Coronavirus, gli autorevoli studi eseguiti dal Senato francese (Rapport Longuet) e dal Governo tedesco (Nationale Industriestrategie) avevano preso atto del fatto che l’ Europa non aveva alcuna speranza di riprendere in tempi ragionevoli le precedenti posizioni nei settori del web, dei Campioni Europei, della cyber-intelligence, dell’Intelligenza artificiale, della computazione quantica, della cyber-guerra, delle divise digitali, delle biotecnologie, entro il termine proposto, il 2030, e che il Manifesto Congiunto Franco-Tedesco era già superato dagli avvenimenti degli ultimi anni.

Di conseguenza, la posizione dell’ Europa è condannata a deteriorarsi continuamente, dal punto di vista dei risultati economici complessivi (Mazzucato, Morozov, Zuboff), da quello della sicurezza militare (De Landa, Dinucci, Mini), della crisi ambientale (Greta Thunberg, “laudato Sì”, “Querida Amazonia”) e della protezione dei diritti dei cittadini (Assange, Snowden, Greenwald)., a meno che l’Unione non intraprenda una strategia globale di riflessione, di dibattito politico, di riforme istituzionali, culminante in una nuova era di Umanesimo Digitale, alternativa a quella delle Superpotenze.

Per le ragioni sopra esposte, durante il dibattito sul budget settennale 2021-2027, che dovrebbe cominciare ora, come pure in quelle che dovranno precedere la Conferenza sul Futuro dell’Europa, è ineludibile la questione della ristrutturazione globale (filosofica, concettuale, geo-politica, istituzionale, tecnologica e finanziaria) dell’orientamento della società europea.

Per quanto precede, si pone preliminarmente la questione del se l’IET abbia ancora un senso, oppure non debba essere fuso con l’ESA e altri Enti.

Ricordiamo ancora alcune questioni fondamentali irrisolte, da affrontarsi prima che sia troppo tardi:

-l’assenza di una classe dirigente digitale e umanistica;

-gli abusi del complesso informatico-digitale nelle aree dell’immagazzinamento dei dati, dell’evasione fiscale e dell’antitrust;

-l’”upgrading” della società europea, da una società industriale,  a una società delle macchine intelligenti;

-l’Europa quale campo di battaglia ideale fra le grandi potenze in tutte le aree possibili della vita umana: la guerra economica, la battaglia delle narrazioni, la guerra nucleare, chimica e batteriologica, la destabilizzazione politica…

Il nostro libro, e la nostra proposta formale per la Conferenza, nutrono l’ambizione di suggerire le grandi linee di tale risposta globale a quelle domande irrisolte.

Il Presidente Sassoli ci ha risposto molto gentilmente, suggerendoci di rivolgerci a tutti i membri della Commissione  ITRE che sono, in ultima istanza, , insieme al Consiglio responsabili per la decisione (vedi infra).

Siamo a Vostra disposizione per illustrarVi ulteriormente la proposta, nonché per collaborare con i Vostri servizi per perseguire risultati più concreti. Nello stesso tempo, stiamo rivolgendo il nostro appello anche alla Commissione, per evitare che l’Europa perda questa cruciale occasione.

Saremmo onorati di ricevere una qualche reazione da parte Vostra, dichiarandoci disponibili a qualunque forma di collaborazione.

RingraziandoVi per l’ attenzione,

Distinti saluti

Per l’ Associazione Culturale Diàlexis

Riccardo Lala

Associazione Culturale Diàlexis

Via Bernardino Galliari 32

10125 Torino

Tel: 00390116690004

00393357761536