RISCRIVERE IL RECOVERY PLAN (E, PERCHE’NO, ANCHE IL “NEXT GENERATION EU”?)

Mariana Mazzucato, la teorica dell’ “Entrepreneurial State”

Oggi, il “PNRR”, la bozza che il Governo ha prodotto il 13 Gennaio, non contiene, come già detto per altro da Renzi, Calenda e Bonomi, se non il solito libro dei sogni, ma non precisi progetti e priorità, accompagnati da un’analisi dei problemi, delle proposte strategiche e un preciso business plan.

Il Governo Conte è caduto, almeno formalmente, per l’impossibilità  di scrivere un  Recovery Plan in piena regola almeno dal punto di vista formale. Si presume che un ipotetico Governo Draghi riuscirebbe a rimediare almeno all’ aspetto formale, in modo da ottenere l’approvazione delle Istituzioni.Il che sembrerebbe il suo compito principale, anche se ci sono dei politici che arrivano alle consultazioni con “una lista di 18 priorità”.

Quanto sopra non ci ha stupito per più di un motivo:

-in realtà tutta l’Europa si limita, da moltissimo tempo, a gestire l’esistente, senza intraprendere mai un serio cambiamento di rotta, in un mondo che invece si sta trasformando alla velocità della luce (Intelligenza Artificiale, corsa allo spazio, Via della Seta…);

-lo stesso “Next Generation EU”, sotto un manto di belle parole, non fa che ripresentare gli stessi slogan che circolano da decenni senza mai tradursi in azioni veramente concrete (ecologia, riforme, digitale, partecipazione dei cittadini…);

-l’intera situazione  si spiega con l’impossibilità,  per la classe politica europea, di liberarsi  dai lacci e lacciuoli posti da tempo immemorabile a protezione  delle multinazionali (informatiche- i GAFAM-; dell’ aerospazio -Lockheed, Boeing-; farmaceutiche, il “Big Pharma” che vediamo oggi in azione): vedi i casi Olivetti, Minitel, ENI, Euratom,gli F-35), e dalla conseguente necessità di soffocare ogni serio dibattito politico e culturale sul modello europeo  sotto le più svariate retoriche giustificatorie della nostra inazione (atlantismo, liberismo, populismo, anti-autoritarismo,  internazionalismo liberale, pacifismo, ecologismo, perbenismo),  le quali, tutte insieme, bloccano l’improrogabile rafforzamento delle istituzioni (vedi crisi dei vaccini),  una qualsiasi politica industriale (un antitrust che non penalizzi le imprese europee, favorendo quelle extraeuropee), la politica estera e di difesa (che non ha fatto un solo passo avanti da 70 anni), i campioni nazionali (restano solo Airbus, Arianespace e Galileo), una cultura veramente europea, la meritocrazia, l’”upskilling” digitale…

Per quel che riguarda le radici di tutto questo, e i relativi meccanismi, basti leggere “Il caso Olivetti” di Meryle Secrest, uscito da pochi giorni.

Se i progetti di Olivetti e di Tchou fossero stati portati a termine, il Piemonte, l’ Italia e l’ Europa non sarebbero a questo punto.

1.Un frusto teatrino

In questo contesto, le crisi di governo (il conflitto fra Prodi e Bertinotti; le follie del Papeete; ora quest’ultima crisi), nascono quando i politici italiani vengono posti fra l’incudine e il martello da opposte pressioni internazionali (il conflitto in Kossovo; la visita del Segretario americano Barr; l’”alleanza contro la Cina” di Biden), e, per poter mettere in sicurezza le proprie carriere, si fingono  pazzi, per far “passare a nuttata” senza compromettersi, né in un senso, né nell’ altro. In queste situazioni, è più che mai improbabile che possano essere adottate soluzioni adeguate.

Così, un vero programma economico non si è mai scritto e continuerà a non  scriversi, né in Europa, né in Italia. Basti dire che perfino l’ unico Programma Economico Nazionale, quello di Pasquale Saraceno con prefazione di Ugo La Malfa,  in tutte le sue migliaia di pagine, riusciva a dire vagamente una cosa sola: che bisognava spingere l’economia verso il Mezzogiorno. Cosa per cui non ci sarebbe stato bisogno di alcun programma. Dopo di allora, con la scusa del liberismo si è deciso di non riprovarci neppure.

Eppure, di un programma ci sarebbe  stato bisogno allora, e ce n’è bisogno ora più che mai, perché:

-la decadenza dell’ Europa e dell’ Italia dura, in fondo, oramai da un secolo, e non è neppure casuale, essendo essa già scritta nei “14 Punti” di Wilson, nei “lend lease agreements”,  nel congresso di Baku dell’ Internazionale Comunista, nelle indicazioni americane alla grande industria italiana, nelle norme antitrust che in pratica servivano solo ad impedire la nascita  dei Campioni Europei, nella crisi petrolifera, nell’incapacità di sfruttare la crescita asiatica;

-mentre gli altri Paesi europei sono cresciuti poco, l’Italia è cresciuta meno di qualunque altro Paese al mondo (anzi, più esattamente, nel 2020 è decresciuta dell’ 8%, più di ogni altro Paese);

se non si cambia proprio lo scenario geoeconomico complessivo, un ulteriore peggioramento è garantito.

2.Forse non  riusciremo a incassare tutto il Recovery Fund, ma questo non sarebbe stato comunque il toccasana di tutti i mali

Infatti:

-non si tratta di  denaro fresco (come sarebbe se venisse accolta la proposta di Sassoli di cancellare il debito degli Stati verso la BCE), bensì solo di un allentamento degl’illogici  vincoli all’ indebitamento, che comunque era già implicito nelle politiche di “Quantitative Easing” perseguite dal 2008 da tutte le Banche Centrali, e che la BCE, a cominciare da Mario Draghi, aveva  imitato seppure con il solito ritardo;

-si tratta quindi sostanzialmente di un aumento del debito, seppur necessario, che si dovrà ripagare, e che avrebbe senso solo se si indicassero investimenti produttivi con un credibile piano di rientro, come predicano un po’ tutti, ma nessuno fa;

siffatte prospettive di rientro ci sarebbero oggi solo nei settori ad altissima tecnologia e sui mercati asiatici, due settori da cui l’Europa è da sempre sostanzialmente assente, probabilmente per una scelta geopolitica (pensiamo appunto a Olivetti, a Tchou, a Mattei). Orbene,  nel Next Generation EU, non c’è alcuna indicazione circa il fatto che l’Europa voglia creare nei prossimi 7 anni dei propri GAFAM, né che voglia operare più attivamente sui mercati della Via della Seta. Anzi, tutto cospira a indicare che la dipendenza dai soggetti “leader” occidentali venga sostanzialmente continuata. Unico spiraglio positivo, il trattato con la Cina siglato a Dicembre e ancora così contestato;

-quanto all’ Italia, non si capisce neppure in quali nuovi business l’Italia voglia entrare, visto che, in quelli vecchi siamo sempre più perdenti, con le nostre imprese che passano tutte sotto il controllo dei Paesi più disparati, mentre noi abbiamo abbandonato da decenni  una qualsiasi politica  di autentica espansione internazionale.

Basta leggere il PNRR per vedere che non si individua un solo nuovo business, limitandosi a dare sussidi a quelli già esistenti.

3.Le vere priorità

Tornando a noi, abbiamo idee abbastanza eccentriche su come si dovrebbero scrivere il Next Generation EU e il Recovery Plan italiano. Intanto, dal punto di vista formale, si dovrebbero redigere con la stessa logica del Piano Strategico di un gruppo multinazionale (a proposito, lo sapevate che, da sempre, le multinazionali hanno una pianificazione pluriennale come i Paesi socialisti?).

Insomma, bisognerebbe partire da un’analisi  e previsione dei mercati, da precise ipotesi di evoluzione futura, dalla quantificazione delle risorse e degl’investimenti, passando alla simulazione del ciclo produttivo e finanziario, fino a quantificare il reddito sperato, l’impatto sull’occupazione e sul prelievo fiscale. Tutto ciò oggi va fatto utilizzando l’intelligence, i big data e l’intelligenza artificiale

In secondo luogo, occorrerebbe spostare drasticamente l’ordine delle priorità, che andrebbe così strutturato:

-al primo posto la cultura, dove per cultura s’intende anche la riflessione politologica, tecnologica, economica e di difesa, come pure la formazione di nuove classi dirigenti (Accademia digitale europea, nuovi curricula, “upskilling” a tappeto);

-in secondo luogo, il digitale, destinato ad informare di sé ogni aspetto della vita umana: dalla politica, all’ amministrazione, alla sanità, alla difesa, alla ricerca, al management, alla pubblica amministrazione, alla finanza, alla produzione, ai servizi. Se può sembrare irrealistico che l’Italia si autoproclami sede di piattaforme generaliste, non sarebbe fuori luogo che creasse una piattaforma della cultura europea, un’idea appena abbozzata da Franceschini;

-in terzo luogo, la creazione di campioni europei, nell’ informatica, nell’ aerospaziale, nella cultura, nella difesa, nel  commercio;

-in quarto luogo, un centro tecnologico pensante, che progetti l’avvenire, formi élites, orienti governo, cultura, difesa, finanza società, industria, scuola, amministrazione (quello che abbiamo chiamato “Agenzia Tecnologica Europea”, che potrebbe prendere le mosse dall’ Istituto Nazionale per l’ Intelligenza Artificiale di Torino),

-in quinto luogo, l’ambiente, che però va contemporaneamente  sgombrato dai miti, dal marketing e dalla burocrazia. Ad esempio, con la crisi demografica, con il telelavoro, con l’impoverimento generale e con il ritorno alla terra, dovremmo smetterla di voler imitare le “new cities” cinesi con decine di milioni di abitanti, e pensare all’ efficientamento digitale ed energetico dei borghi, dei casolari, delle città storiche, degli antichi palazzi, dei loft…, secondo il modello del “superbonus”, che dovrebbe diventare strutturale. L’Italia sarebbe certamente il Paese che più si gioverebbe di questa nuova politica, per lo stimolo ch’essa potrebbe dare all’indentità, alla cultura, al turismo, all’immobiliare di prestigio, all’ industria edilizia, alla diffusione della partecipazione popolare, alla scuola, alla tecnologia…

-in sesto luogo, dovremmo pensare ad una nuova politica “di difesa” che sia veramente tale, senza avventure neo-coloniali e senza faraoniche spese di personale  e armamenti, ma  che sposi invece un livello altissimo di tecnologia con la mobilitazione generale della popolazione civile, che, nei tipi di guerra del futuro, sarà fondamentale, per un comportamento responsabile e disciplinato (come nel lockdown), per la costruzione di difese passive (“costruite profonde trincee”), per la non collaborazione con l’aggressore (“inte samarbejde”, per la resistenza passiva (un’”Europa inconquistabile”), per l’intelligence, per la lotta clandestina, per l’interscambio fra esercito, università, industria e ricerca, oltre che per l’impiego dei militari nella difesa del territorio, nelle politiche di sanità pubblica…Questo tipo di difesa costituisce, come avviene per esempio in Cina e Israele, una potente leva per l’upgrading tecnologico  di un Paese.

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