31/12/2020:ACCORDO UE-CINA

Da molti anni il PIL italiano ha uno dei peggiori andamenti nel mondo

Il nuovo anno si apre in un clima d’ inedita cordialità fra Europa e Cina.Il  30 dicembre, ultimo giorno della presidenza tedesca, l’Unione Europea, rappresentata dal Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, e dalla Presidentessa della Commissione, Ursula von der Leyen, e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, hanno concluso in via telematica il tanto atteso, e, al contempo, controverso, Accordo Comprensivo sugli Investimenti (CAI), destinato a proteggere e disciplinare gl’investimenti europei in Cina e quelli cinesi in Europa. Il testo redatto in tutte le lingue dell’Unione è in via di preparazione da parte dei servizi della Commissione, ma la firma definitiva è prevista appena nel 2022. Anche il Parlamento Europeo dovrà dire la sua parola, e non sono escluse sorprese.

Come ben noto, il tema è controverso, da un lato per le diverse valutazioni che ciascun attore dà della situazione attuale degl’investimenti esteri nelle due aree, e anche per il legame che gli Stati Uniti pretenderebbero  s’instaurasse fra i trattati commerciali e più generali questioni ideologiche e geopolitiche. Il segretario Sullivan, del “governo ombra” del neoeletto presidente Joe Biden, ha infatti criticato l’accordo, perché, a suo dire, si sarebbero dovute svolgere consultazioni con gli Stati Uniti. Con la sua decisione, l’Unione ha dato invece prova di autonomia, smentendo una politica americana volta, non da oggi, ad allontanare la Cina dall’ Europa, e, comunque, rifiutando ingerenze nella propria sovranità internazionale.

Più precisamente, si tratta di una conferma della tradizionale “politica dei due forni” degli Europei, inaugurata dal Generale de Gaulle con il suo viaggio a Mosca, e proseguita con l’incontro a tre fra Chirac, Schroeder e Putin a Danzica, per finire con le aperture verso la “Nuova Via della Seta”,  con cui gli Europei, pur riconoscendo come inevitabile la loro posizione di tipo neo-coloniale nei confronti degli Stati Uniti, si permettono di tanto in tanto d’intrattenere rapporti con avversari degli stessi USA, in genere per strappare qualche (spesso modesta), concessione.

Oggi, limitare la propria indipendenza a questi “giri di valzer” sarebbe gravemente sbagliato, visto che le poste in gioco sono molto più elevate che in passato: la presa del potere da parte delle macchine intelligenti, la IIIa Guerra Mondiale…, per le quali s’impone una presa di posizione molto energica dell’ Europa, distinta da quella, assolutamente connivente, dell’ America. Perfino la Cina si è dimostrata ben più energica dell’Occidente contro lo strapotere delle “proprie” piattaforme web,  mentre noi le tolleriamo tutte, pur essendo tutte straniere e sottraendo all’ Europa enormi risorse. Per questo, vogliamo sperare che questo accordo inauguri una fase di reale equidistanza dell’ Europa non solo fra gli USA e la Cina, ma anche nei rapporti con gli altri soggetti autonomi sulla scena mondiale, come la Russia, l’Iran e la Turchia, e che i governi di tutto il mondo si accordino per port fine allo strapotere delle multinazionali.

De Gaulle è un eroe per i Russi e i Cinesi

1.I principali contenuti dell’ accordo

Non essendo disponibile il testo del nuovo trattato, ne possiamo parlare solo in termini generali. Esso prescrive una maggiore apertura e trasparenza dei mercati delle parti contraenti, tutelando e  incrementando gl’investimenti  europei in Cina (come quello dell’ IVECO e della Volkswagen), e quelli  cinesi in Europa, come quelli in varie case automobilistiche, nei porti e nella Pirelli.

Con ciò, esso costituisce una sorta di continuazione della Belt and Road Initiative (la “Nuova Via della Seta”, a cui hanno aderito vari Paesi europei fra cui l’ Italia), nonché di altri paralleli accordi stipulati di recente dalla Cina, come il Regional Comprehensive Economic Partnership, or RCEP, il nuovo trattato fra tutti i Paesi dell’ Asia Orientale e dell’Oceania, fra cui anche il Giappone e l’ Australia.

Gl’investimenti cinesi in Europa ammontano a 113 miliardi circa, mentre quelli dell’Unione Europea in Cina hanno superato i 150 milioni di Euro, restando però modesti in confronto alle dimensioni e al potenziale enormi dell’ economia cinese, che si accrescono enormemente in seguito all’ enfasi posta, dal nuovo piano quinquennale, sul mercato interno e sulle province occidentali.

Il nuovo trattato sarà il più ambizioso, fra quelli sugl’investimenti, che la Cina abbia mai firmato con un altro paese. Vediamo rapidamente alcuni dei suoi aspetti più significativi:

-nel campo manifatturiero, la libertà d’ investimento che il trattato concede alle imprese straniere è massima. In particolare, la Cina ha accettato di rimuovere gradualmente l’obbligo di operare in joint venture con un partner locale. Si noti che il gruppo Volkswagen aveva già acquistato quest’anno dai propri partners la loro quota, e opera oramai direttamente sul mercato cinese.

-in  campo tecnologico, risulta vietata l’imposizione (che un tempo esisteva anche in Paesi europei, come la Spagna, e in parte esiste ancora nell’ antitrust europeo), del trasferimento del know-how licenziato  al licenziatario nazionale, e in generale di limiti alla libertà contrattuale delle parti;

-nel campo portuale, laChina permetterà gl’investimenti europei nelle attività ausiliarie a terra, sì che le imprese dell’Unione potranno investire senza restrizioni nello handling, nello stoccaggio dei containers, nelle agenzie marittime, facendo ciosì il paio con quanto stanno facendo le imprese cinesi al Pireo, a Trieste, a Vado, a Duisburg…;

-la Cina si è impegnata a non abbassare, per attrarre gl’investimenti, il livello delle garanzie lavoristiche ed ambientali, e a non utilizzare le norme lavoristiche e ambientali come forme di protezionismo (anche se i due principi sembrano a prima vista contraddittori);

-nel campo dell’ambiente e del clima, il trattato prevede l’impegno di dare effettiva attuazione all’ Accordi di Parigi;

-la  Cina si è impegnata a ratificare le convenzioni dell’ Organizzazione Mondiale del Lavoro, in particolare contro il lavoro forzato (anche se la Cina nega che vi sia nel Paese il lavoro forzato).

Si noti che le maggiori concessioni sono state fatte dalla Cina, anche se, in 7 anni, tanti quanti sono stati quelli delle trattative, la Cina (contrariamente all’ Europa) è cambiata radicalmente, sì che, mentre all’ inizio il rischio di “furti di tecnologia europea” da parte di imprese cinesi poteva essere motivato, oggi è l’Europa ad avere bisogno di iniezioni di tecnologia per poter superare la sua arretratezza (per esempio, nell’ informatica, nell’aerospaziale, nell’ ingegneria quantica e nelle criptovalute), mentre la Cina, lungi dall’ essere una “ladra di tecnologia” è oggi la titolare del maggio numero di nuovi brevetti. Quindi, più che concessioni, si tratta di prese d’atto di una situazione oramai rovesciata.

In ogni caso, buona parte di queste concessioni sono già contenute nell’accordo bilaterale della “Fase I”, firmato da Trump e sono quindi quasi un atto dovuto, sicché il significato dell’ acciordo è soprattutto politico, in quanto esclude un “asse” Europa-USA contro la Cina nelle future trattative multilaterali.

Dopo aver preso nota delle obiezioni che da molti sono state sollevate verso il trattato, vedo anch’io in quest’ultimo un limite culturale della parte europea: se il trattato è stato concepito come una spinta, nei confronti degli Stati Uniti, perché  ritornino anch’essi a negoziare con Europa e Cina su un piano di parità e in uno spirito di libero commercio mondiale, allora, l’impostazione eccessivamente liberistica del trattato potrebbe  ritorcersi contro l’Europa, la quale, con la sua arretratezza tecnologica, è la prima ad avere bisogno di una forte industria nazionale sostenuta dal settore pubblico, per rimediare ai “fallimenti del mercato” che ci hanno ridotto nello stato pietoso in cui oggi ci troviamo (vedi grafici).Mentre non ne hanno più bisogno, né gli USA, né la Cina, che hanno costruito nei decenni un potere economico indistruttibile, inestricabilmente connesso alla politica e al militare.

Più in generale, l’Europa dovrebbe rivisitare tutta la sua nozione di “mercato”, rimasta arretrata di almeno 100 anni, la quale non tiene conto , né dell’ informatica, né della “guerra senza limiti”, né nella globalizzazione…

L’incontro di Kaliningrad, il primo caso di vertice europeo anti-americano

2.Le funzioni concrete del trattato

Comunque sia, per i Paesi europei  che, dopo decenni di crescita lentissima, stanno ancora soffrendo di tutti gli effetti della pandemia, l’incremento dell’ interscambio con la Cina costituisce una indispensabile boccata d’aria, aprendo agli esportatori  l’ingente crescente e crescente mercato interno della Cina, fornendo occasioni di investimento comune e sviluppando le enormi potenzialità di collaborazione nella cultura, nella tecnologia e nel turismo. Infatti, la Cina, uscita molto presto dalla crisi, è l’unico Paese che termini il 2020 con una crescita del PIL, seppure modesta (si calcola del 3% circa), e che quindi possa alimentare oggi flussi massicci di import, così necessari per la nostra economia, che, di converso, è da decenni il fanalino di coda dell’Europa e del mondo intero (cfr. grafico).

Inoltre, la Cina, con le sue eccellenze nei settori tecnologici di punta (come supercomputer, aerospaziale, rivoluzione verde, digitalizzazione, valuta elettronica) può fornire agli Europei uno stimolo alla modernizzazione e un’alternativa ai GAFAM (Google, Apple, Facebook,Amazon e Microsoft), che proprio in questi giorni stanno rafforzando il loro dominio sull’ economia mondiale, a dispetto delle velleità regolatorie dei vari Governi, sempre frustrate nei tribunali e/o in sede politica. Ed è ben per questo che l’America vede ogni ravvicinamento fra l’Europa e la Cina come fumo negli occhi. Solo grazie ai commerci con la Cina l’Europa potrebbe recuperare la china che l’ha portata a una situazione di assoluta subordinazione verso l’America all’ interno di un Occidente che sarebbe naturalmente a guida europea.

Per le piccole e medie imprese, che lamentano le loro intrinseche difficoltà a confrontarsi  con un mercato enorme come quello cinese, l’accordo costituisce uno stimolo a consorziarsi, con imprese complementari italiane e europee, realizzando con ciò stesso un  comunque indispensabile salto di qualità. E tuttavia, anche questo è un ulteriore elemento che ci fa riflettere sull’assurdità dell’ accanimento della UE contro le imprese pubbliche, le quali non sono affatto vietate, ma, anzi, sono previste tanto dal diritto europeo, quanto dalla Costituzione italiana, con particolare riguardo alle funzioni d’interesse comune. Orbene, tutti i settori in cui si richiederebbero nuove imprese, e in cui i privati non vogliono investire, sono quelle in cui si gestiscono interessi pubblici, e dove pertanto, come ha spiegato brillantemente Marianna Mazzuccato, non può valere un’ottica di puro profitto. Si tratta in particolare della cultura, della ricerca, della difesa, dell’informatica, delle infrastrutture, dove la forza dei nostri concorrenti deriva proprio di avere alle spalle decenni, se non secoli, di supporto del settore pubblico e di commesse pubbliche (cfr. p.es. General Electric, Boeing, Lockhead, IBM, Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, ZTE, Huawei, Gazprom, Rosneft, Rostec). Dubito che semplici federazioni di piccole imprese, come GAIA-X, siano in grado di fare concorrenza a questi colossi sui mercati mondiali.

Perfino nel settore dell’agricoltura gli accordi internazionali con la Cina come quelli di cui stiamo parlando possono essere  sviluppati solo da imprese di dimensioni ciclopiche, come dimostrano gli enormi vantaggi conseguiti, grazie agli accordi di Trump con la Cina, dai grandi produttori americani sui piccoli coltivatori europei, o, ancor più esplicitamente, dalla riforestazione del Gansu, che ha costretto a rastrellare milioni di alberi in tutta Europa.

L’accordo pone fine alle immotivate polemiche di alcuni Europei, che accusavano l’Italia di unilateralismo per avere firmato, con il Ministro Di Maio,  il memorandum della Belt and Road Initiative (mentre altri Paesi avevano già aderito, senza polemiche,  a iniziative cinesi equivalenti). D’ora in avanti, almeno, non si potrà più affermare che intrattenere rapporti commerciali con la Cina significhi rompere l’unità dell’Unione, visto che è l’Unione stessa favorire gl’investimenti reciproci, che sono un interesse primario del nostro Continente. Tra l’altro, giacché il nuovo trattato non si occupa della disciplina del contenzioso, restano in vigore, su questo argomento, in attesa di un nuovo trattato, i preesistenti accordi con gli Stati membri.

Ma, soprattutto, è ora l’Italia a potersi, e doversi, lamentare per il comportamento unilaterale di alcuni Stati membri e Istituzioni, che si sono permessi di concludere un accordo così importante con una procedura atipica non solo per la forma (suggerita dalla pandemia) della teleconference, ma anche e soprattutto per la partecipazione alla riunione del Presidente francese Macron, che non ha alcun titolo giuridico a partecipare alla conclusione di una trattativa di questo tipo, a cui avrebbe dovuto essere associato semmai l’Alto Rappresentante Borrell.

Si noti poi che l’accordo serve anche come ratifica a posteriori dell’operato delle autorità cinesi che, in anticipo sul trattato, hanno permesso alla Volkswagen di portare al 100% la sua partecipazione nelle joint-ventures. Il che è un’ottima cosa anche per l’ Italia, ma non può essere fatto sempre e comunque a favore delle sole imprese dei Paesi più forti.

Mariana Mazzucato: lo Stato imprenditore non serve solo a distribuire mance,
ma soprattutto a rafforzare l’economia nazionale

3.L’Italia e l’interscambio UE-Cina

Certo, l’Italia non ha in Cina molti investimenti  importanti che valgano la pena di essere incrementati, e questo perché l’Italia non ha (più, e per sua colpa) grandi Konzerne come quelli cinesi e americani, ma anche solo come quelli tedeschi e francesi. Una ragion per cui, per difendere il nostro diritto di rafforzare le nostre eccellenze, per esempio nel settore cantieristico, anche mediante fusioni e investimenti pubblici, senza essere sempre ostacolati dall’ Antitrust europeo, lo stesso che permette praticamente tutto ai GAFAM, e che quindi andrebbe totalmente rinnovato.

Purtroppo, la nostra presenza sul mercato cinese è modesta (13 miliardi di Euro), infinitamente modesta rispetto alle dimensioni del mercato stesso, dei buoni rapporti politici e delle affinità culturali.

Intanto ,il nuovo trattato agevolerà  i subfornitori italiani dell’ industria automobilistica  tedesca, che è al centro del nuovo trattato.
Come osserva, su “il Sole 24 Ore”, Giuliano Noci, il nuovo trattato, che non è sull’import-export, bensì sulla protezione degl’investimenti, richiede al Governo e alle nostre aziende un cambio di visione della Cina, coerente con le trasformazioni subite da quel Paese: “capitalizzare su quel mercato un’eventuale presenza produttiva locale non tanto per un obiettivo di riduzione dei costi (ad oggi non più perseguibile)  quanto piuttosto in una logica di asservimento di un’area geopolitica di grande rilevanza per quanto riguarda la crescita della domanda: in questo senso, la recente stipula del Regional Economic Comprehensive Partnership – che ha creato un’area di quasi libero scambio comparabile con quella europea – è un’opportunità che le nostre imprese non possono lasciarsi sfuggire. Sul piano politico, è invece richiesto al Governo una visione: infrastrutturale per quanto sopra evidenziato e industriale: non possiamo infatti dimenticare che il mercato cinese (e non solo) sono sempre più sofisticati sul fronte digitale e noi siamo purtroppo ultimi in Europa per competenze digitali.”

Ora, visto che gli ostacoli politici sembrano caduti, sarebbe il caso che l’Italia rivitalizzasse il MOU del 2019, portando avanti tutte le cooperazioni previste, per esempio nei campi culturale e delle infrastrutture, e riprendesse anche quei settori ch’erano stati originariamente indicati, come le telecomunicazioni, poi abbandonati per tenere conto delle critiche più o meno genuine, alle quali potremo ora rispondere con il supporto dell’Europa.

Soprattutto, s’impone un’intensissima azione d’informazione e di promozione nei due sensi, in campo culturale, tecnologico, turistico, delle infrastrutture, ma anche sui meccanismi stessi dei trattati, sulle loro implicazioni manageriali e giuridiche, comprensive dei meccanismi specifici degl’investimenti, nelle loro implicazioni societarie, fiscali, lavoristiche e processuali.

Infine, all’ interno del Recovery Plan oggi in discussione, una parte importante dovrebbe essere dedicata ad attività volte a implementare il CAI, con azioni culturali e investimenti comuni con la Cina, come per esempio azioni comuni sui mercati terzi, quali previsti dal vecchio MOU, e, soprattutto, la nascita di nuove imprese tecnologiche utilizzando know-how cinese.

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