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DICHIARAZIONE COMUNE SULLA CONFERENZA SUL FUTURO D’ EUROPA

DIALOGO CON I CITTADINI PER LA DEMOCRAZIA
Pubblichiamo qui di seguito la dichiarazione comune fra il Parlamento, il Consiglio e la Commissione, con cui è stata avviata la Conferenza, a cui contiamo di partecipare a molti livelli
Intanto, proseguono (con un webinar domani), i Cantuieri digitali d’ Europa, che puntiamo ad inserire nella Conferenza
Fra breve, pubblicheremo anche commenti alla Dichiarazioni e indicazioni su comne partecipare alla stessa.
Ecco il testo:
DIALOGO CON I CITTADINI PER LA DEMOCRAZIA — Costruire un’Europa più resiliente
70 anni fa la dichiarazione Schuman gettava le fondamenta dell’Unione europea, avviando un progetto politico unico che ha portato pace e prosperità e migliorato la vita di tutti i cittadini europei. È ora giunto il momento di riflettere sulla nostra Unione, sulle sfide che ci troviamo ad affrontare e sul futuro che vogliamo costruire insieme allo scopo di rafforzare la solidarietà europea.
Fin dalla sua creazione l’Unione europea ha affrontato molteplici sfide, ma la pandemia di COVID-19 ha messo alla prova il modello unico dell’Unione europea come mai prima d’ora. L’Europa può e deve trarre insegnamenti anche da queste crisi, coinvolgendo strettamente i cittadini e le comunità.
L’Unione europea deve dimostrare di essere in grado di rispondere alle preoccupazioni e alle ambizioni dei cittadini. La politica europea deve fornire risposte inclusive ai compiti che la nostra generazione è chiamata a realizzare, ossia compiere la transizione verde e quella digitale, rafforzando nel contempo la resilienza dell’Europa, il suo contratto sociale e la competitività dell’industria europea. Deve affrontare le disuguaglianze e garantire che l’economia dell’Unione europea sia equa, sostenibile, innovativa e competitiva, e che non lasci indietro nessuno. Per affrontare le sfide geopolitiche nell’ambiente globale post COVID-19 occorre che l’Europa diventi più assertiva, assumendo un ruolo di primo piano a livello mondiale nel promuovere i suoi valori e le sue norme in un mondo sempre più instabile.
L’aumento dell’affluenza alle urne durante le elezioni europee del 2019 riflette il crescente interesse dei cittadini europei a svolgere un ruolo più attivo nel decidere il futuro dell’Unione e le sue politiche.
La conferenza sul futuro dell’Europa aprirà un nuovo spazio di discussione con i cittadini per affrontare le sfide e le priorità dell’Europa. I cittadini europei di ogni contesto sociale e ogni angolo dell’Unione potranno partecipare, e i giovani europei svolgeranno un ruolo centrale nel plasmare il futuro del progetto europeo.
Noi, presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione europea desideriamo che i cittadini prendano parte al dibattito e dicano la loro sul futuro dell’Europa. Ci impegniamo congiuntamente ad ascoltare gli europei e a dare seguito alle raccomandazioni formulate dalla conferenza, nel pieno rispetto delle nostre competenze e dei principi di sussidiarietà e proporzionalità sanciti dai trattati europei. Coglieremo l’occasione per sostenere la legittimità democratica e il funzionamento del progetto europeo e per consolidare il sostegno dei cittadini dell’UE a favore di obiettivi e valori comuni, dando loro ulteriori opportunità di esprimersi.
La conferenza è un’iniziativa comune del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione europea, che agiscono in qualità di partner paritari insieme agli Stati membri dell’Unione europea. In quanto firmatari della presente dichiarazione comune, ci impegniamo a collaborare durante tutta la conferenza e a destinare le risorse necessarie a tale iniziativa. Ci impegniamo a lavorare nell’interesse dell’Europa, dei nostri cittadini e della democrazia europea, rafforzando il legame tra i cittadini europei e le istituzioni che sono al loro servizio.
Nel quadro della conferenza e nel pieno rispetto dei principi enunciati nella presente dichiarazione comune, organizzeremo eventi in partenariato con la società civile e le parti interessate a livello europeo, nazionale, regionale e locale, con i parlamenti nazionali e regionali, il Comitato delle regioni, il Comitato economico e sociale, le parti sociali e il mondo accademico. La loro partecipazione garantirà che la conferenza non resti
circoscritta alle capitali europee e raggiunga ogni angolo dell’Unione. Gli eventi saranno organizzati sulla base di una serie di principi comuni concordati dalle strutture della conferenza.
Invitiamo altre istituzioni e organi a partecipare a questo esercizio democratico europeo. Insieme, faremo di questa conferenza un successo. La conferenza sarà invitata a giungere a conclusioni entro la primavera del 2022, in modo da fornire orientamenti sul futuro dell’Europa.
a. Modalità di lavoro
La conferenza sul futuro dell’Europa è un processo “dal basso verso l’alto”, incentrato sui cittadini, che consente agli europei di esprimere la loro opinione su ciò che si aspettano dall’Unione europea. Conferirà ai cittadini un ruolo più incisivo nella definizione delle future politiche e ambizioni dell’Unione, di cui migliorerà la resilienza. Ciò avverrà attraverso molteplici eventi e dibattiti organizzati in tutta l’Unione, nonché attraverso una piattaforma digitale multilingue interattiva.
Gli eventi organizzati nel quadro della conferenza, in presenza o in formato virtuale, possono essere svolti a diversi livelli, ad esempio a livello europeo, nazionale, transnazionale e regionale, e coinvolgeranno la società civile e le parti interessate. La partecipazione dei cittadini a tali eventi dovrebbe mirare a rispecchiare la diversità dell’Europa.
Sebbene, alla luce delle misure di distanziamento e delle restrizioni analoghe connesse alla COVID-19, gli sforzi e le attività di coinvolgimento digitale siano di vitale importanza, la partecipazione fisica e gli scambi in presenza dovrebbero costituire una parte essenziale della conferenza.
A livello europeo, le istituzioni europee si impegnano a organizzare panel europei di cittadini.
I panel dovrebbero essere rappresentativi in termini di origine geografica, genere, età, contesto socioeconomico e/o livello di istruzione dei partecipanti. Eventi specifici dovrebbero essere dedicati ai giovani, in quanto la loro partecipazione è essenziale per garantire un impatto duraturo della conferenza. I panel di cittadini dovrebbero tener conto dei contributi raccolti nel quadro della conferenza e alimentare i lavori della plenaria della conferenza mediante la formulazione di una serie di raccomandazioni a cui l’Unione dovrà dare seguito.
Ciascuno Stato membro e ciascuna istituzione può organizzare ulteriori eventi, in linea con le proprie specificità nazionali o istituzionali, e fornire ulteriori contributi alla conferenza, quali panel di cittadini a livello nazionale o eventi tematici che raccolgano i contributi di diversi panel.
Gli eventi nazionali ed europei nel quadro della conferenza saranno organizzati sulla base di una serie di principi e criteri minimi che rispecchino i valori dell’UE e che saranno definiti dalle strutture della conferenza.
Le istituzioni europee si rivolgeranno inoltre ai cittadini e promuoveranno forme di partecipazione più ampie, interattive e creative.
I contributi di tutti gli eventi relativi alla conferenza saranno raccolti, analizzati, monitorati e pubblicati nel corso dell’intera conferenza attraverso una piattaforma digitale multilingue, dove i cittadini potranno condividere le loro idee e inviare contributi online.
Un meccanismo di feedback garantirà che le idee formulate durante gli eventi connessi alla conferenza si traducano in raccomandazioni concrete per le future azioni dell’UE.
La conferenza sarà posta sotto l’egida delle tre istituzioni, rappresentate dal presidente del Parlamento europeo, dal presidente del Consiglio e dalla presidente della Commissione europea, che svolgeranno le funzioni di presidenza congiunta.
Una struttura di governance snella contribuirà a guidare la conferenza; garantirà una rappresentanza paritaria delle tre istituzioni europee e sarà equilibrata sotto il profilo del genere, in tutte le sue componenti.
Sarà istituito un comitato esecutivo, composto da una rappresentanza paritaria del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione europea, con tre rappresentanti e un massimo di quattro osservatori per ciascuna istituzione. La troika presidenziale della COSAC parteciperà in qualità di osservatore. Anche il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale possono essere invitati in qualità di osservatori, come pure, se del caso, rappresentanti di altri organismi dell’UE e delle parti sociali.
Il comitato esecutivo sarà copresieduto dalle tre istituzioni e riferirà periodicamente alla presidenza congiunta. Il comitato esecutivo sarà responsabile dell’adozione per consenso delle decisioni connesse ai lavori della conferenza e ai suoi processi ed eventi, nonché della supervisione della conferenza nel corso del suo svolgimento e della preparazione delle sessioni plenarie della conferenza, compresi i contributi dei cittadini e il loro seguito.
Un segretariato comune, di dimensioni limitate e che garantisca un’equa rappresentanza delle tre istituzioni, coadiuverà i lavori del comitato esecutivo.
Una sessione plenaria della conferenza garantirà che le raccomandazioni dei panel di cittadini a livello nazionale ed europeo, raggruppate per temi, siano discusse senza un esito prestabilito e senza limitare il campo di applicazione a settori d’intervento predefiniti. La sessione plenaria della conferenza si riunirà almeno ogni sei mesi e sarà composta da rappresentanti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione europea, nonché da rappresentanti di tutti i parlamenti nazionali su un piano di parità, e da cittadini. Saranno rappresentati anche il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale, le parti sociali e la società civile. L’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza dovrebbe essere coinvolto nei dibattiti riguardanti il ruolo internazionale dell’UE. Possono essere invitati rappresentanti delle principali parti interessate. Il comitato esecutivo trarrà le conclusioni della sessione plenaria della conferenza e provvederà alla loro pubblicazione.
Le strutture della conferenza concorderanno da subito e su base consensuale le modalità per riferire in merito ai risultati delle varie attività intraprese nell’ambito della conferenza stessa. Il risultato finale della conferenza sarà presentato in una relazione destinata alla presidenza congiunta. Le tre istituzioni esamineranno rapidamente come dare un seguito efficace a tale relazione, ciascuna nell’ambito delle proprie competenze e conformemente ai trattati.
b. Azioni previste
Noi, presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione europea, intendiamo dare ai cittadini la possibilità di esprimersi sulle questioni che li riguardano.
Sulla scorta dell’agenda strategica del Consiglio europeo, degli orientamenti politici 2019-2024 della Commissione europea e in considerazione delle sfide poste dalla pandemia di COVID-19, le discussioni riguarderanno, tra l’altro:
la costruzione di un continente sano, la lotta contro i cambiamenti climatici e le sfide ambientali, un’economia al servizio delle persone, l’equità sociale, l’uguaglianza e la solidarietà intergenerazionale, la trasformazione digitale dell’Europa, i diritti e valori europei, tra cui lo Stato di diritto, le sfide migratorie, la sicurezza, il ruolo dell’UE nel mondo, le fondamenta democratiche dell’Unione e come rafforzare i processi democratici che governano l’Unione europea. Le discussioni potranno riguardare anche questioni trasversali connesse alla capacità dell’UE di realizzare le priorità politiche, tra cui legiferare meglio, l’applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, l’attuazione e applicazione dell’acquis e la trasparenza).
La portata della conferenza dovrebbe riflettere i settori in cui l’Unione europea ha la competenza ad agire o in cui l’azione dell’Unione europea sarebbe stata vantaggiosa per i cittadini europei.
I cittadini restano liberi di sollevare ulteriori questioni che li riguardano.
c. I principi della conferenza
La conferenza si basa sull’inclusività, l’apertura e la trasparenza, nel rispetto della vita privata delle persone e delle norme dell’UE in materia di protezione dei dati. I lavori dei panel di cittadini organizzati a livello europeo sono trasmessi in diretta streaming, e i contributi online e la documentazione sono messi a disposizione sulla piattaforma.
La conferenza, la sua governance e gli eventi organizzati nel suo ambito si basano anche sui valori dell’UE sanciti dai trattati dell’UE e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
La conferenza è riconoscibile attraverso un’identità unica e una Carta della conferenza cui tutti gli organizzatori degli eventi devono aderire.

IN MEMORIA DI VALERY GISCARD D’ESTAING

De Gaulle e Giscard, amici-nemici

E’ morto, il 3 dicembre, Valéry Giscard d’Estaing, ex presidente francese ed ex presidente della Convenzione sul Futuro dell’Europa, la quale  aveva predisposto quella Costituzione Europea ch’era poi stata bocciata dagli elettori francesi e olandesi.

Il giudizio storico come presidente francese e come presidente della Convenzione non può essere che molto diverso. Infatti, certamente, come ricordato da Emmanuel Macron,  il settennato di Giscard, pur non essendo questi gollista, aveva coinciso con un periodo in cui la Francia aveva proseguito lungo la strada già tracciata dal Generale De Gaulle, soprattutto con la creazione dei pochi, anzi degli unici, “progetti europei” effettivamente realizzati.

Inoltre, Giscard d’ Estaing era stato l’unico a lanciare l’idea di una “Europe Puissance ”, diversa dall’”Europa delle Patrie”, anche se con essa strettamente imparentata.

Giustamente Macron ha affermato con chiarezza, nella propria commemorazione, che la Francia si è sempre situata, dopo di lui,  nel solco di quanto seminato da Giscard stesso. Pensiamo soprattutto al concetto di ”Autonomie Stratégique Européenne”, che Macron è riuscito ad affermare talmente, nel discorso politico europeo, da farlo  adottare dal Presidente Europeo Michel, dall’Alto rappresentante Borrell, dal Commissario Macron, dal Ministro tedesco Altmaier, da quello francese Le Maire e dalla ministra italiana Pisano. Concetto che altro non è se non la riedizione aggiornata del concetto giscardiano di “Europe Puissance”.

E, in effetti, il progetto europeo che noi stessi stiamo tentando di delineare, che comprende elementi di continuità storica, di federalismo integrale, di laicità non laicistica, di decisionismo, incorpora infiniti aspetti della  “ideologia francese” (il realismo politico, l’assertività, la fusione del civile e del militare, lo Stato culturale, la programmazione operativa, la “cospirazione nel pubblico interesse”, la Force de Frappe,  i Campioni Europei), anche se pretende di superarlo e di andare molto più in là..

Infatti, il nostro modello non può esaurirsi nello schema gollista-giscardiano, già obsoleto negli Anni ’70, ma oggi ulteriormente sminuito dalla persistenta mancata reazione europea alla caduta del Muro, alla Società della Sorveglianza, all’avanzata del Mondo Extraeuropeo…

Più che una Costituzione, ci vorrebbe una Dichiarazione d’ Indipendenza

1.Una Costituzione con i piedi di argilla

Purtroppo, il tentativo di scrivere la Costituzione Europea, anziché una risposta tempestiva a quelle nuove sfide, era stato l’ennesima dimostrazione di come le generazioni postbelliche, nonostante tutte le loro retoriche, non siano all’ altezza del compito immane, ma improrogabile, dell’Europa, di darsi il proprio specifico regime  per il XXI Secolo.

Innanzitutto, per la debolezza del loro impianto culturale, fondato su un bricolage “antologico” (l’“occasionalismo politico”) di slogans (democrazia, classicità, illuminismo, modernità), a cui non corrisponde una reale consapevolezza storico-filosofica, e, spesso, neppure un riscontro fattuale.

Basti ricordare che, come  messo in rilievo da Canfora, la citazione “in exergo” della Costituzione della frase di Tucidide che cita la democrazia è mistificante sotto moltissimi aspetti. Non soltanto perché la “democrazia” di Pericle, a cui Tucidide fa pronunziare la frase stessa, non ha praticamente nulla in comune con la nostra, ma poi anche perché Pericle stesso dice con quella frase che si tratta di un regime rifiutato da tutti gli altri Greci, e inoltre lo dice in modo ambiguo (“chiamiamo democrazia..”), lasciando intendere di non crederci neppure lui, e soprattutto che non ci credesse Tucidide.

Lo stesso equivoco per la classicità, che, come noto, non è certo fatta soltanto di statue di Fidia e di templi dorici, bensì anche dei misteri, dello spirito dionisiaco, della tragedia, del “Rex Nemorensis”…, e  per l’ Illuminismo, di cui fanno parte a tutti gli effetti la dissertazione  di Rousseau  per l’ Accademia di Digione, il “Despotisme de la Chine” di Quesnais e il “Rescrit de l’ empereur de la Chine” di Voltaire, oltre che la notissima “Dialettica dell’ Illuminismo” di Horkheimer e Adorno.

Quanto alla Modernità, la Costituzione di Giscard non teneva assolutamente conto, né della radicale critica nietzscheana, né della psicanalisi, né del pessimismo culturale, né della polemica da parte della Chiesa sull’ “Identità Cristiana”.

Nel collage della Costituzione giscardiana mancava il filo conduttore critico della Dialettica dell’ Illuminismo

2.Mancanza di un disegno istituzionale

L’Europa è certamente un campo di sperimentazione  vasto, accidentato e affascinante per il costituzionalismo del XXI Secolo. Intanto, per le sue radici poliedriche, che si risalgono fino a un federalismo tribale ancestrale che riemerge carsicamente nei secoli(ed oggi più che mai, con Brexit e Catalogna, Grecia e Turchia, Polonia e Ungheria, Russia e Ucraina, nordici e sovranisti..), che continua con una concezione pluralistica dell’ impero, e sbocca, oggi, finalmente, in una sostanziale ambiguità fra Occidente, America, Europa, Macroregioni, Stati Membri, Regioni europee..

La Costituzione approvata dalla Convenzione e bocciata nel 2005 dagli elettori non affrontava minimamente questa complessità, limitandosi a un abnorme “collage” (di 500 articoli ), di tutti gli atti normativi pregressi delle Comunità Europee (fossero essi di natura internazionale, soprannazionale, costituzionale, amministrativa o civilistica). Non si trattava certo di una “norma fondamentale”, bensì di un vero e proprio codice.

Né si poneva la questione giuridica della scelta fra una costituzione scritta e una costituzione consuetudinaria, come quelle inglese e israeliana, né quella di una necessaria rottura istituzionale (visto che aveva comunque la forma di un trattato, non già di una costituzione). Né, infine,  quella di una scelta filosofica, come quella che (anche qui, con non grande fiuto) avrebbe voluto Benedetto XVI (“autogoal”, questo, della Chiesa).

Sarebbe stata ben più efficace la Costituzione Europea scritta da Duccio Galimberti il primo giorno della Resistenza.

Infine, la Costituzione proposta non affrontava le grandi domande della costruzione europea: a chi spetta “decidere sullo Stato di Eccezione”(vedi Covid)? chi comanderà l’esercito europeo? come si garantisce la coerenza  fra le politiche economiche (vedi Recovery Fund, MES, SURE…)?…

La Costituzione del 2005 è uno dei molti esempi di ciò che l’ Europa non deve più ripetere, come farsi travolgere da questioni teologiche (come il Dictatus Papae, lo Scisma d’ Oriente, le Crociate e le Guerre di Religione), l’affermazione di una “Grande Nation” conquistatrice (Napoleone, Hitler), l’egemonia di una parte d’ Europa (l’”Arroganza Romano-Germanica” di Trubeckoj), sulle altre parti del Continente (Orientale, Mediterranea).

L’azione per di De Gaulle e di Giscard per l’indipendenza dell’ Europa era stata comunque fin troppo debole, tant’è vero che Friedman aveva scritto sull’ International Herald Tribune che non intaccavano gl’interessi strategici americani. Quella di Macron e di alcuni vertici dell’ Unione che lo seguono, come Michel, Borrell e Breton, rischia di esserlo altrettanto. .Oggi vediamo infatti che, dopo tante declamazioni sull’ “autonomia strategica dell’ Europa”,alcuni, come il leader PPE Manfred Weber, parlano già di “un’alleanza fra America ed Europa contro la Cina” proprio quando quest’ultima è divenuta il pr solo grazie al mercato cinese.

Nello stesso modo, Gaia-X, partita con l’idea di contrastare il Cloud-Act, viene di fatto in gran parte monopolizzata dai GAFAM.Come scrive  Clothilde Goujard su Wired, “La battaglia pià dura potrebbe essere quella all’ interno della Commissione,” dice Johan Bjerkem, analista dello European Policy Centre di Bruxelles. “La delega al digitale del francese Breton si sovrappone con quella del vice-presidente operativo, responsabile spremo per l’ antitrust, Margrethe Vestager, con più potere di Breton ed uno stile diverso-“…

I tentativi di ricostruire l’Europa sulla base dell’ attuale Unione si sono rivelati meno concreti di quelli dei profeti degli anni ’30 e ’40

3. Non ripetere gli stessi errori della Convenzione

La Conferenza, che Ursula von der Leyen aveva inserito nel suo programma nel 2018, e che avrebbe dovuto cominciare a Dubrovnik nel 2019, non s’è fatta neppure nel 2020, e non sembra che nessuno abbia alcuna fretta di farla.

In realtà, la neo-battezzata Unione Europea ha subito, dopo la bocciatura, nel 2005, della proposta di Costituzione, altre gravi sconfitte, come il fallimento dell’ allargamento alle Repubbliche ex sovietiche, la repressione in Catalogna, il superamento tecnologico ed economico da parte della Cina, la spartizione del Mediterraneo fra la Russia e le potenze islamiche, i dazi americani, la crisi Covid, l’ingestibilità del GDPR, la “Hard Brexit” e la ribellione dei Paesi di Visegràd.

Di fronte a questi fallimenti, nessuno ha fatto la necessaria autocritica, ed, invece, si continua a mantenere un tono trionfalistico senz’alcun riscontro nei fatti. “70 anni di pace”, “il livello di vita europeo”, l’”economia sociale di mercato”, “lo Stato di Diritto” sono formule vuote, a cui non corrisponde talvolta, nella UE, perfino nessuna concreta realtà.

Di fronte alle infinite guerre in cui siamo coinvolti (spesso nostro malgrado), all’invito sempre più pressante a predisporci a una guerra un po’ contro tutti a difesa dell’ “Occidente”, alla continua discesa del nostro PIL rispetto alla media mondiale, al capitalismo della sorveglianza, alle enormità costituite da Assange, dai “non cittadini” dei Paesi Baltici, dal Governo catalano in prigione, risulta impressionante come i vertici europei abbiano il coraggio di fare continuamente prediche a tutti gli altri Paesi del mondo senza curarsi di rimediare alle proprie pecche: “non guardare la pagliuzza nell’ occhio del vicino anziché la trave che c’è nel tuo!”

La Conferenza sul Futuro dell’ Europa dovrà scrivere una forma di Patto Costituzionale (non necessariamente una Costituzione, meglio una Dichiarazione d’Indipendenza), che affronti con occhio nuovo tutti questi temi, andando alla radice degli stessi, che sta nel carattere apocalittico della società postmoderna, che non può essere governata con i principi dell’era moderna, cioè industriale, bensì solo in un’ottica “catecontica”, come scriveva il compianto Pietro Barcellona.


 [LR1]

COMMENTO DI FRANCO CARDINI ALL’ANNIVERSARIO DEL 9 MAGGIO

Accolgo l’invito contenuto al termine del blog di Franco Cardini (minima Cardiniana n.282/2) a fare “circolare artigianalmente” il suo commento sul 70° anniversario della Dichiarazione Schuman, che ben si inserisce nel filone del dibattito sull’ Europa che l’ Associazione Culturale Diàlexis ha inaugurato con i suoi Cantieri d’ Europa Virtuali 2020.

Premetto che la nostra circolazione è tutt’altro che artigianale, e in particolare che noi raggiungiamo tutti gli Europarlamentari italiani, oltre che molti altri vertici dell’ Unione.

L’intervento di Cardini si situa, come il nostro, nell’ alveo di una seria revisione dei miti dei “Padri Fondatori”, mirante a salvare la direzione di marcia, ma sfrondando le “fake news”, soprattutto quando sono già state demolite sotto vari punti di vista (ricordiamo il libro di Philippe de Villers).

-carattere ultra-elitario della CECA;

scarso merito della Francia;

-carattere poco innovativo, visto che il cartello europeo del Carbone e dell’ Acciaio esisteva già dagli Anni 30, e il dsuo carattere pubblicistico era stato garantito prima dall’organizzazione di Speer, e, poi, dall’ occupazione degli Alleati.

Cardini non dice espressamente, ma lascia intuire, che, a suo avviso, i “padri fondatori” , oltre ad avere motivazioni discrepanti, non fossero neppure, ciascuno per motivi diversi, troppo in buona fede nei loro propositi europeistici e umanitari, come egli fa capire con la citazione di De Gasperi, che parla appunto di “comuni esperienze” europee fra soggetti caratterizzati, invece, da percorsi politici quanto mai ondivaghi.

Come abbiamo scritto in un precedente post, anche noi nutriamo dubbi di questo genere, soprattutto per ciò che concerne l’obiettivo altruistico attribuito a Monnet e Schuman, mentre è noto che, prima del “Piano Schuman”, c’era stato un “Piano Monnet” avente come obiettivo una vera e propria dominazione della Francia sulla Germania attraverso l’annessione o la satellizzazione dell’ intera area renana (parallelo e aggiuntivo rispetto al piano olandese per annettersi gran parte della Bassa Sassonia).

L’obiettivo di Monnet era di modernizzare l’economia francese in modo tale da renderla competitiva a livello internazionale, in particolare per quanto riguardava le esportazioni verso la Germania, e la Germania fu vista come uno strumento necessario per la loro attuazione.

Personalmente, non posso fargliene una colpa, perchè i rari personaggi che tentarono in in qualche modo di creare in Europa una terza forza furono clamorosamente battuti (basti pensare a Stauffenberg, a Von Schirach, a De Gaulle, a Galimberti, a Nagy, a Maleter, a Dubcek). I “padri Fondatori”, che cercarono di conciliare il progetto europeo con la ealtà di un’Europa sconfitta e divisa, erano uomini politici (anche molto abili); gli altri erano degli eroi.

Ben conscio di questo, non ho mai creduto che il fondamento della nostra millenaria civiltà potesse essere una conferenza stampa di 70 anni fa,quando invece abbiamo Catal Hueyuek, Tripollye , Stonehenge, Skara Brae, che risalgono a 5000-7000 anni fa, e eventi storici di 2500 anni fa, come le Termopili e Salamina, che, attraverso Ippocrate, Erodoto, Eschilo e Socrate hanno influenzato tutta la nostra storia, e, infine, abbiamo, a cominciare da 700 anni fa, Dubois, Podiebrad, Sully, Crucé, St. Pierre, Rousseau, Kant, Nietzsche, Simone Weil,Galimberti, Juenger, Spinelli, Chabod, che hanno continuato a definire i progetti europei?

Infine, visto lo scarso entusiasmo perfino delle Istituzioni nel commemorare il 9 maggio, e le critiche implicite che anch’ esse oramai vi dedicano, noi, pur continuando imperterriti a celebrare il 9 maggio come facciamo da15 anni, perchè è la sola “Festa dell’ Europa”, cerchiamo anche altre ricorrenze europee significative.

Quest’anno, i 2500 anni dalla Battaglia delle Termopili ce ne offrono un’ottima occasione.

Il Plan Monnet per la disgregazione della Germania.

1.Le contraddizioni dell’ integrazione europea.

Cardini lascia anche correttamente intendere che, quando si parla di un’involuzione dell’ Unione Europea, dal suo originale carattere comunitario (le Comunità Europee), a quello di globalizzazione occidentale (l’Unione Europea) si accenna a un fatto reale, ma non si usano i termini appropriati, perchè, in realtà, l’impostazione data dai Padri Fondatori, cioè come un sottoinsieme dell’ impero occidentale, portava all’ incapacità di concepire un autonomo progetto di civiltà, e, quindi, la decadenza, e, infine, la dissoluzione.

A nostro avviso, nella prima parte della sua integrazione, l’ Europa Occidentale era ancora profondamente imbevuta di valori pre-moderni, preesistenti agli stessi totalitarismi: ruralismo, religiosità diffusa, culto dell’ eccellenza, supremazia della politica sull’ economia, attaccamento alle tradizioni, collaborazione fra le classi. Tutto ciò è andato perdendosi a cominciare dal 1985, quando, con il Papa polacco, Solidarnosc, la Casa Comune Europea, i revivals zarista e ottomano, sarebbe stato particolarmente facile sottolineare gli aspetti tradizionalmente europei. Invece, nessuno s’impegnò a fondo in questo senso, e quindi, di ogni fenomeno, prevalsero sempre gli aspetti più simili a quelli degli Stati Uniti, facendo perdere di vista la specificità europea.

Di qui, l’evidenziarsi delle contraddizioni di fondo della costruzione europea, e, prima di tutto, dall’ essere essa dominata da due fazioni, nessuna delle quali crede nell’ Identità Europea: quella dei fautori della globalizzazione occidentale, e quella dei “sovranisti” , per la quale Cardini rimanda, molto appropriatamente, al libro Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016):

Jusqu’à aujourd’hui, l’impasse dans laquelle se trouve la supranationalité a deux origines. D’abord ses partisans, quand ils s’en proclament, sont en même temps des cosmopolites. Ils sont donc incapables de convaincre l’opinion des peuples européens de la nécessité de l’État européen, étant donné qu’eux-mêmes en conçoivent fort mal la finalité. Ils s’interdisent de raisonner en termes de puissance, d’indépendance ou d’autonomie, et de compétition internationale. Ils se complaisent à penser un monde sans ennemis dans lequel les valeurs occidentales diffusent lentement, mais sûrement, parce qu’il a été préétabli qu’il ne pouvait en être autrement. Ils confondent cette vision téléologique avec l’inéluctabilité du marché planétaire qui pourtant ravage les sociétés européennes. Le caractère vital et éminemment politique de l’État européen (en tant qu’instrument au service des citoyens européens) leur échappe complètement. Ils ne l’imaginent même pas, puisque dans leurs esprits la supranationalité n’est qu’un ajustement institutionnel à la mondialité marchande. Ensuite, à l’opposé, les ethnocentrismes nationaux, qui sont légitimes au regard de l’histoire, et qui s’expliquent par la diversité des cultures et des traditions, engendrent une mauvaise appréciation de la souveraineté. Car il ne suffit que cette dernière soit proclamée ou qu’elle soit juridiquement reconnue ; sa réalité se mesure à l’aune des capacités de l’État et de sa société. C’est ce qui explique le caractère souvent incantatoire du discours souverainiste (partagé, même si prononcé à demi-mots, par la plupart des dirigeants européens) en raison du décalage entre les faiblesses des nations et les intentions affichées. Il se limite à être un discours du refus, sans solution. Pire encore, en interdisant à l’Europe d’accéder aux moyens de la puissance, il confine les différents États dans la dépendance par rapport aux ÉtatsUnis, que les souverainistes se complaisent pourtant à dénoncer, ou, de façon plus réaliste, au marché mondial

La raison est, qu’en dépit des souffrances qu’elle impose, la mondialisation satisfait leurs aspirations cosmopolites et téléologiques (l’espoir chez elles, qu’elle mettra fin à l’histoire politique et qu’elle générera une société mondiale pacifiée). En outre, l’interprétation mécaniste et évolutionniste de l’Histoire qui prévaut aujourd’hui, laisse à penser que la mondialisation en est une étape inéluctable, alors même qu’elle n’est que le produit d’une décision stratégique.

2.Cogliere il Kairos

Nonostante quella Cardini chiama “delusione”, che invece per noi è sempre stata la lucida coscienza della differenza fra “Identità Europea”, Ideologie europee e integrazione europea (cfr. il I° Volume di “10.000 anni d’Identità Europea”), egli c’invita a continuare insieme quella ch’egli correttamente chiama “Fatica di Sisifo”.A me sembra di non essere mai venuto meno neppure un istante a questo compito.

Oggi, vi sono almeno 5 fenomeni storici incombenti a cui intellettuali del calibro di Cardini possono, se vogliono, dare un loro utilissimo contributo:

1)la commemorazione delle battaglie dell Termopili e di Salamina;

2)la riorganizzazione dell’impianto delle politiche europee della tecnologia;

3)l’impostazione del bilancio settennale 2021-2027;

4)il Trattato Europa-Cina sulla protezione degl’Investimenti;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa.

Ciascuno di questi appuntamenti, che si presenta “prima facie” come la solita questione tecnocratica , nasconde invece in sé fondamentali problematiche culturali e politiche:

1)la commemorazione delle Termopili e di Salamina sarebbe la buona occasione per ricordare a tutti che l’ Europa non nasce ieri;

2)la riorganizzazione delle politiche tecnologiche costituisce, come le Termopili, l’occasione per fermare le OTTs prima ch’essse dilaghino, come diceva Serse ne “I Persiani” di Eschilo,“in tutta Europa, in modo; che il nostro regno confini con il Cielo”;

3)il bilancio settennale, essendo coevo alle più grandi trasformazioni in corso nel mondo, quali la Via della Seta e la conquista dello spazio, condizionerà il ruolo dell’ Europa nel mondo per il futuro, e la sua stessa sopravvivenza;

4)il Trattato Europa-Cina che, a Settembre, anticiperà probabilmente ogni possibile accordo con gli Stati Uniti, segnerà un riorientamento dell’ Europa verso l’ Eurasia;

5)la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, che avrebbe dovuto iniziare l’anno scorso, poi il 9 maggio, inizierà presumibilmente sempre a Settembre, in concomitanza con il Trattato Europa-Cina. Avrebbe dovuto risolversi in un esercizio minimalistico e autoreferenziale, ma le enormi trasformazioni in corso non permetteranno certo ch’esso si esaurisca così.

Per tutte e cinque queste scadenze, l’ Associazione Culturale Diàlexis sta predisonendo manifestazioni e libri, sui quali Vi abbiamo già relazionato, e sul cui programma Vi saremo più precisi. Il tutto tenendo in mente i saloni di Torino e Francoforte.

Crediamo che un canale privilegiato per fare valere le nostre istanze sia costituito dal Movimento Europeo, che era nato proprio come stimolo alla società civile e alle istituzioni per la costruzione dell’ Europa, ma che anch’esso rischia, se non sostenuto da un’ondata forte di riflessione da parte di tutta la società, e innanzitutto dell’ Intelligentija, rischia di ridursi a una cassa di risonanza della “Politique Politicienne”.

Siamo in attesa dei contributi di tutti, e, ovviamente, innanzitutto di quelli del Professor Cardini.

EDITORIALE
EUROPA: UN SETTANTENARIO FRAINTESO E DISATTESO

Ricordiamo quella “falsa partenza”, quell’inganno: fu un seme gettato tra mille fraintendimenti, ma l’intenzione di molti che vi contribuirono era buona. Non sprechiamo quell’occasione, mettiamola a frutto correggendone gli aspetti vani e rimediando a quelli negativi.

Confesso che avrei dovuto parlarne prima: francamente però non sono stato abbastanza tempestivo nel cogliere la perfidia politica e mediatica di una manovra che sul momento mi aveva molto favorevolmente impressionato.
Nulla è mai casuale, specie e soprattutto in politica. Stiamo uscendo dal Coronavirus, a meno che la “seconda ondata” non ci rimandi al punto di partenza o quasi: il che è possibile, ma non si pecca di eccessivo ottimismo ritenendolo improbabile (ansie legittime a parte). Ed è arrivata puntuale qualche giorno fa, il 9 maggio scorso, alla vigilia del settantesimo anniversario della cosiddetta “Dichiarazione Schuman” sulla comunità del carbone e dell’acciaio come primo passo verso l’integrazione unificazione europea – il 9 maggio 1950 –, l’allocuzione del presidente del Consiglio d’Europa Charles Michel il quale ha citato e sottolineato con insistenza un magistrale discorso tenuto  alcuni mesi dopo quella data, il 10 dicembre del 1951, da Alcide De Gasperi a proposito del progetto di unione europea. Ho definito “magistrale” questo discorso: e lo ribadisco. Stavo per aggiungere “nobilissimo”: ma non ne ho fatto di nulla. Fu uno splendido discorso tattico in una direzione che non mancava di malafede. Ed è ohimè per quanto che Michel ha preferito obliterare Schuman, autentico protagonista della ricorrenza, e proporre al proscenio De Gasperi.
Il leader democristiano trentino tesseva in quella sede un elogio commosso alla “condivisione delle nostre esperienze” europee che poteva sembrare un richiamo patetico e quasi ingenuo: ma che, al contrario, non aveva nulla del commovente candore che a suo tempo qualcuno gli attribuì. Era al contrario fine, sottile, quasi tagliente.
Si è parlato e si continua a parlare dell’unità d’intenti tra Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, la triade dei “fondatori dell’Europa unita e democratica”: anche se si preferisce tenere nell’ombra il nome del “grande regista” di tutto, Jean Monnet, e attutire i dissensi se non le linee d’implicita frattura che fra i protagonisti di quell’iniziativa si andarono quasi subito delineando. Si continua ancora a dire che quello fu “il primo passo verso l’edificazione dell’Europa unita”. Qui sta un primo equivoco dal quale bisogna liberarsi.
In realtà il mondo aveva in quel momento due padroni, i due veri e soli vincitori della guerra 1939-45: e, secondo lo “spirito di Yalta”, né Stati Uniti né Unione Sovietica erano disposti ad assistere tranquillamente alla nascita d’un’Europa come realtà politica federale o confederale che avrebbe potuto essere e che col tempo si sarebbe fatalmente imposta come nuova potenza fra loro. Eppure, in quella fase d’incipiente scontro che avrebbe potuto anche condurre a un conflitto, proprio di una potenza mediatrice vi sarebbe stato bisogno. Magari non solo mediatrice diplomatica e geopolitica bensì anche sociopolitica: la protagonista di una terza via, non liberista e non collettivista, certo non comunista bensì comunitaria e solidaristica. In Francia come in Germania come in Italia esistevano potenzialità di questo tipo: sia nelle tendenze socialdemocratiche le quali si andavano rafforzando, sia in quelle cristiano-democratiche ispirate alla dottrina della Chiesa e, in Germania, dal magistero di Ferdinand Tönnies o, nel nostro paese, a quello di Giuseppe Toniolo. Alcuni giovani esponenti di quella che sarebbe poi stata la “sinistra” democristiana, provenienti dalle file dell’antifascismo cattolico quali Enrico Mattei o dal corporativismo fascista come Amintore Fanfani, guardavano già fiduciosi a una rinascita italiana basata sulla compartecipazione tra un moderato dirigismo statale e un “capitalismo civico” illuminato.
Ma la musica scritta a Yalta dal presidente Roosevelt e dal generalissimo Stalin, con la benevola e del resto ormai semimpotente complicità di Winston Churchill, era un’altra: e si basava su una massima che potremmo definire, parafrasando il principe di Metternich, nella massima secondo la quale l’Europa era “un’espressione geografica”, che non avrebbe mai dovuto diventare politica per non far ombra alle due potenze avversarie sì, ma in ciò concordi e complementari. Non di mediazione si sarebbe mai dovuto parlare, bensì di affrontamento, di duello: condizione essenziale al mantenimento della bipolarità impedendo la nascita di terzi incomodi. Il derby “guareschiano” che ne derivò, tra un anticomunismo viscerale da una parte e un “antifascismo democratico” monopolizzato dal PCI dall’altra, era funzionale a questo disegno che sia Washington sia Mosca sostenevano con grande dispendio di mezzi. Le elezioni del ’48 furono il teatro di quello scontro che buona parte dell’opinione pubblica italiana interpretò – a partire dagli ambienti ecclesiastici di Pio XII – come epico ed escatologico mentre a livello internazionale i giochi erano già stati fatti. Forse, i retroscena politici e diplomatici della sconfitta del “Fronte popolare” sarebbero tutti da reindagare e da riscrivere. Dopo la vittoria della DC e dei suoi alleati, comunque, De Gasperi aveva una gran bella cambiale da onorare nei confronti dei suoi creditori d’Oltreoceano: e aveva cominciato con lo stringere ulteriormente i suoi legami con gli Stati Uniti d’America collegandosi con i suoi successivi governi dal ’48 al ’53 con le forze del centro-destra e del centro-sinistra “laico” (gli allora derisi “partitini” liberale, repubblicano e socialdemocratico) e il manovrare con accortezza in modo da selezionare anche quelli. Fino a liberarsi, in quanto presidente del consiglio con il rimpasto governativo del luglio ’51, sei mesi prima della sua allocuzione del 10 dicembre, degli stessi socialdemocratici. Restavano con lui i soli repubblicani di La Malfa, fieramente e visceralmente anticomunisti.
Frattanto, sul piano internazionale, qualcosa di nuovo e di straordinariamente importante era successo: qualcosa che riguardava in pieno l’Italia e che, formalmente, la rendeva anzi coprotagonista di scelte che si sarebbero rivelate fino ad oggi fondamentali e – nonostante qualche momento di turbolenza (penso a Enrico Mattei e magari a Bettino Craxi) – irreversibili.
Fino dal 1947 il segretario di stato statunitense generale George Catlett Marshall aveva varato con l’assenso pieno del presidente Truman quell’ERP (European Recovery Program) scopo del quale era facilitare il processo di ricostruzione dei paesi europei ma che si era andato drammaticamente – e, in apparenza, fatalmente – intrecciando con le vicende politiche internazionali e l’inizio della “Guerra Fredda” che vedeva l’Italia in prima linea, a fronteggiare il blocco avversario che incombeva dalla Venezia Giulia e dalla costa adriatica. Il 4 aprile del 1949 era stata firmata a Washington l’alleanza detta North Atlantic Treaty Organization (NATO) della quale Italia e Francia facevano parte: per quanto nel nostro paese un’opposizione durissima e gigantesca – che vedeva allineati, con differenti motivazioni, il PCI e la giovane gracilissima forza di estrema destra, il Movimento Sociale Italiano – avesse opposto alla firma di quell’accordo una muraglia di argomentazioni fondate (alla luce della stessa costituzione repubblicana) ed efficaci. De Gasperi lo sapeva benissimo, come sapeva che il suo amico e collega nella battaglia europeistica, il francese Robert Schuman – interessato anzitutto all’intesa intereuropea e alla piena e totale pacificazione tra Francia e Germania: pétainista nel ’40 e oggi Servo di Dio, in attesa del processo di beatificazione – mordeva il freno rispetto alla prospettiva d’una totale egemonia statunitense nella compagine della difesa euro-occidentale. Fino dal maggio del ’50, con la sua celebre “Dichiarazione”, egli aveva difatti proposto di “porre l’insieme della produzione franco-tedesca del carbone e dell’acciaio sotto un’alta autorità comune nell’àmbito di un’organizzazione aperta a tutti i paesi europei” e aperto un negoziato che dalla successiva conferenza di Parigi condusse a porre nel ’52 le basi della costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio” (CECA). Era davvero l’estinzione storica di una delle basi della pluridecennale rivalità franco-tedesca, datante dalla guerra del 1870. Ma c’era di più: carbone e acciaio erano due delle principali materie prime dello sviluppo industriale (la terza era il petrolio). Un’autonomia europea quasi totale in quest’àmbito suonava minacciosa oltreoceano: e si sapeva bene che Schuman puntava a un’autodifesa totalmente europea nell’àmbito di quella futura unione politica continentale ch’era il suo sogno (sarebbe stato presidente del movimento europeo nel ’55 e del parlamento di Strasburgo fra ’58 e ’60).
Ora – e De Gasperi l’aveva ben presente – era proprio la questione dell’autodifesa del continente, di un “esercito europeo”, quella sul tappeto. E la “Comunità Europea di Difesa” (CED), invisa al Cremlino che aveva subito bollato il progetto come un atto di revanscismo neonazista, era non meno malvista dalla Casa Bianca che però era in grado di aggirare il problema con maggior eleganza.
D’altronde, i dollari americani previsti come erogazione all’Europa occidentale nel suo complesso ammontavano a 14.000 milioni di dollari, ed era stata tempestivamente costituita una Commissione Europea per la Cooperazione Economica (OECE) per l’immediato coordinamento delle necessità e la ripartizione degli aiuti. L’Italia aveva adottato fino dal ’47 una politica deflazionistica per ridurre il disavanzo del bilancio statale e accrescere le riserve valutarie; d’altronde, dopo il ’48 e visti gli esiti delle elezioni, anche proprio grazie ai fondi del “piano Marshall” (oltre 1150 milioni di dollari, una fetta enorme rispetto ad altri paesi europei), ebbe luogo quel che fu definito enfaticamente “miracolo italiano”, col prezzo del pane diminuito del 20% alla fine del ’49 e il consolidamento del valore della lira. Ma non erano tutti rose e fiori; quei miliardi non erano affatto regalati, in parte erano prestati sia pur a un tasso vantaggioso e il resto veniva pagato in sonante moneta politica, con la perdita della sovranità militare travestita da misura di difesa. La NATO significava questo: non tutti lo capirono subito, ma De Gasperi lo sapeva benissimo; come lo sapeva perfettamente – e lo approvava – il Vaticano DI Pio XII. D’altro canto, la pioggia di dollari caduta sull’Italia era stata in gran parte deviata o assorbita da altre spese e non ebbe i risultati che si speravano.
Queste cose, chi invoca oggi un “nuovo piano Marshall” per l’Italia, le sa bene (forse), ma le ignora o finge di dimenticarle. E le sa bene anche monsieur Michel, che ha presente il recentissimo braccio di ferro tra Italia e UE e non ignora che se i malumori antieuropeistici nel nostro paese crescessero o trovassero un’efficace espressione politica, ciò farebbe tremare anche Bruxelles e Strasburgo.
Ne scaturisce, per chi ancora difende l’ormai vecchia, logora e sospetta impalcatura dell’Unione Europea, un’implicita indicazione politica: ripartire dall’indicazione degasperiana sulla solidarietà e sulla collaborazione, obliterando la lezione di Schuman che alla fine della sua carriera politica era profondamente disincantato e amareggiato. È quindi “giusto” e “corretto” che, rendendogli formalmente omaggio nel settantennale della “Dichiarazione” che condusse alla CECA, i vertici della compagine europeistica ufficiale preferiscano rendere omaggio alle formalmente parlando nobili parole di De Gasperi, che nel dicembre del ’51 tendevano in realtà a indirizzar le cose esattamente nel senso che presero. Il progetto della CED, la creazione di un esercito europeo – formalmente non incompatibile con il patto della NATO, sostanzialmente ad esso alternativo –, fallì nel 1954 in quanto non venne ratificato dal parlamento francese: il medesimo che anni dopo, insieme con quello olandese, avrebbe affossato la proposta del preambolo alla costituzione europea.
L’indignazione che quel voto del “suo” parlamento provocò in Schuman e il suo successivo ritiro dalla vita politica – ragioni di età a parte – non erano ingiustificati. Europa e Italia, che nel ’45 avevano perduto la guerra (perché tutta l’Europa l’aveva perduta: non solo la Germania e l’Italia), nei settant’anni da quel lontano 1951 a oggi segnati in gran parte – specie di recente – dalle politiche neoliberiste e dalla subordinazione alla grande finanza internazionale, hanno perduto anche la sfida della pace: poiché in ogni pace è insita una sfida. E l’Unione Europea, che per decenni ha ingannato molti di noi che speravamo fosse la porta d’ingresso verso l’integrazione politica del continente, si è confermata invece quella che del resto era e che evidentemente – anche se molti dei suoi sostenitori pensavano il contrario – intendeva rimanere: il trattato di Maastricht del 1° novembre parla chiaro e non dà adito a speranze di “naturale” evoluzione dalla collaborazione economica, finanziaria, tecnologica e amministrativa all’integrazione politica. Si può continuare così o azzerare tutto. A meno di un salto di qualità autenticamente politico.
E allora, eccoci al punto. Per i vecchi e impenitenti europeisti come me, quelli che si commuovono e si mettono in posizione di “attenti” alle note dell’Inno alla gioia della IX di Beethoven – anche se esso manca di parole adeguate ad esprimere quanto vorrebbe significare –, il segnale positivo è venuto dalle molte voci che ormai dalla crisi balcanica degli anni Novanta (quasi trent’anni fa!) si sono levate segnalando la necessità di un vero autentico esercito esclusivamente europeo; quello negativo dal crescere ormai consistente delle istanze e dei malumori (non dirò delle idee) delle varie forme di neo-micronazionalismo che ormai si autodefinisce “sovranismo” ma che, per ovviare al fallimento del progetto europeistico finora attuato, non sanno fare molto d’altro che rispolverare il ferrovecchio dello stato nazionale. Un ferrovecchio condannato dalla storia dopo il 1945 così come il liberal-liberismo classico, purtroppo artificialmente tenuto in vita, era già uscito morto e condannato dal 1917-18 (e di questa morte, di questa condanna, i totalitarismi degli anni Venti-Cinquanta e successivi sbiaditi epigoni come peronismo, nasserismo e castrismo furono il frutto, sia pure avvelenato). Peraltro, associandomi a una delle ultime battute del mio vecchio, compianto amico Giulietto Chiesa, sarei tentato di dichiarare agli amici sovranisti che io non sto con loro perché mi senta loro avversario, ma perché essi non sono sovranisti abbastanza. Chiedere la sovranità monetaria in un paese che manca tragicamente di quella politica, diplomatica e militare – il paese del Cermis e dei missili a testata nucleare installati contro la lettera e lo spirito della Costituzione – è peggio che grottesco: è patetico.
Antidoti? Quando si perde una battaglia, le alternative sono due: o ci si arrende o si ripete con i ragazzi del joli mai del Sessantotto_ “Ça n’était q’un début: continuons le combat”. Chi intenda proseguire la lotta per l’unità e la libertà della patria europea, chi abbia nonostante tutto ancora voglia di proseguire nell’impegno affinché almeno i suoi figli possano davvero fregiarsi di quella qualifica di “cittadini europei” che per noi è stata solo un’etichetta beffarda, se non getta la spugna deve rimboccarsi le maniche. Ma come?
Confesso che per molti versi Bettino Craxi mi è stato e mi resta simpatico e che ammiro molto l’intelligenza controcorrente di Alain de Benoist: e francamente non me ne frega nulla se queste due dichiarazioni possono far storcere il naso o – come ha scritto l’amico Alessandro Barbero nel suo finissimo e coraggioso Invito alla lettura dell’ultima edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale (il Mulino, 2014) – “far sollevare più di un sopracciglio”: e che mutatis mutandis il mio europeismo ha molti contatti con quelli, differenti, dei due personaggi ciati. Né intendo comprimere in un’affrettata paginetta conclusiva un discorso che più diffusamente ho portato avanti altrove nell’ultimo mezzo secolo (ebbene, sì!).
Comincerei allora da una ricetta pratica e certo imperfetta, quindi perfettibile: dal libretto di un politologo dell’Università dei Bordeaux che in Italia è stato diffuso da una piccola casa editrice e che quindi è ancor meno di un “libro di nicchia”. Alludo a Fondare lo stato europeo. Contro l’Europa di Bruxelles di Gérard Dussouy (traduzione italiana del bravissimo Giuseppe Giaccio, Napoli, Controcorrente, 2016). Intendiamoci: non intenderlo assumerlo come Bibbia, tantomeno come Vangelo: e in fondo nemmeno come Bignami. Ci sono diverse cose che non condivido in quelle pagine: ad esempio la globale valutazione sia storica sia politica del ruolo dell’Islam, molto più complesso e per troppi versi differente da com’egli lo presenta. Ci sono molte cose sulle quali sarei profondamente d’accordo, ma che restano suscettibili d’infinite precisazioni: quali, essenzialmente, il tema dei rapporti fra una possibile Europa futura e la Russia, al di sotto del quale pulsa e preme l’immenso Minotauro eurasiatico. Poi c’è il tema dello “shock sistemico”, intravisto qua e là in questi mesi di segregazione e di disorientamento. Dussouy lo ritiene sistematico e direi che lo auspichi; io per un verso lo temo eppure per altri lo auspicherei. Infine, last but not least (e una volta tanto non è un modo di dire) il tema dell’assetto istituzionale: e qui mi trovo, io che nei miei vent’anni ho aderito profondamente all’abbozzo di progetto (mai chiarito e precisato) di un’“Europa-Nazione” proposto da Jean Thiriart, dall’alto dei miei quasi ottanta di militanza europeistica e di vita personale e professionale da cittadino d’Europa, a dover dichiarare con notevole (non assoluta, né irreversibile) convinzione che un assetto – a dirla in termini molto schematici, quindi imprecisi – “confederale” alla svizzera sarebbe più adatto e realisticamente praticabile per l’“arcipelago Europa” di un assetto “federale” alla tedesca o alla statunitense: ma queste cose le lascio umilmente agli specialisti, agli esperti costituzionalisti e agli scienziati della politica.
Una Res Publica Europensis è comunque necessaria. Com’è necessario – gli esiti della crisi del Coronavirus lo dimostrano – un ritorno al primato della politica inteso come primato della ricerca del Bonum commune. Non ci serve il duplice lussuoso e costoso parlamento di Strasburgo-Bruxelles che decida sulla lunghezza della coda dei merluzzi pescabili e sul tasso di pasta di nocciole da legittimamente miscelare al cacao per ottenere un cioccolato DOC mentre, per le decisioni importanti, gli europarlamentari si affidano ai suggerimenti dei Chief Executive Officiers, vale a dire dei commessi viaggiatori delle lobbies multinazionali. Ci serve un’Europa sovranazionale libera dall’incubo tecnocratico, mondialista e turbofinanziario che gli attuali Padroni del Mondo hanno finora imposto. Un’Europa in grado di opporsi – anche se sarà un David contro un Golia – a quello ch’è stato definito “lo Stato Profondo” adeguatamente descritto nel bel libro che reca appunto questo titolo e che Germana Leoni von Dohnanyi ha pubblicato nel 2017 per l’editrice Imprimatur di Reggio Emilia.
Ricominciamo dunque la nostra fatica di Sisifo. Com’è stato detto e scritto, chi ha poco è gravato da troppi padroni, ma chi non ha nulla è perfettamente libero. Dice Nietzsche: “Ribellarsi: questa è la dignità dello schiavo”. Sarebbe bello inviare a tutti gli europarlamentari una copia di questa modesta missiva e chiedere il piccolo sforzo di un loro spassionato parere. Magari, cominciando da una microcircolazione artigianale di queste righe e mettendo insieme i nostri sforzi, potremmo farcela”.