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I 100 ANNI DEL PARTITO COMUNISTA CINESE, Un’occasione per ripensare la storia mondiale

Qin Shih Huang Di, il Primo Imperatore

“Mi svegliai sospirando, pensando alla capitale dell’ impero dei Zhou”

(da “Le memorie di uno storico” di Sima Qian)

Il 1° luglio, la Cina ha celebrato il centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese. Al di là delle diatribe ideologiche, è questo il momento di ricapitolare, per ora solo artigianalmente, un po’ di storia mondiale, per capire dove ci troviamo, in particolare noi Europei.

I Tù,: la base storica della scrittura cinese

1.Le grandi civiltà dell’Epoca Assiale

Per fare ciò, è necessario riandare alla storia del mondo, di cui tanto noi, quanto la Cina (ma non gli Stati Uniti), siamo stati fra i grandi protagonisti. Solo a fronte di questa profondità storica è possibile comprendere la natura e il destino degli “Stati-civiltà”, a cui noi apparteniamo, e, in particolare, quelli della Cina e dell’Europa.

A partire dal quinto millennio a.C., nelle grandi pianure fertili, alcuni popoli si avviavano lungo un percorso di sedentarizzazione, costruendo villaggi e creando forme embrionali di società, fra di loro comparabili:

-nel mondo proto-sinico, lungo l’alto corso del Fiume Giallo (la Cultura di Erlitou, il mondo dell’ “Imperatore Giallo”);

-la Civiltà Indo-Sarasvati, lungo il corso dell’ Indo (Mehrgarh, il mondo del Kumari Kandam);

-la civiltà mesopotamica, nella bassa valle del Tigri e dell’ Eufrate (el-Obaid, Uruk, il mondo di Utnaspishtim);

-quella egizia, lungo il Nilo (la Cultura pre-dinastica, il mondo degli “Shemsu Her”);

-quella dei Kurgan , lungo il Volga (Srednyj Stol, la “Cultura Jamnaja”).

La civiltà europea è l’erede di quelle medio-oreientali e della Cultura di Jamnaja; quella cinese, della cultura di Erlitou.

Molte di queste civiltà  ebbero loro eroi mitici, come l’Imperatore Giallo, Yu, Gilgamesh, il Re Scorpione. Da esse derivarono i primi imperi storici: quello degli Xia, quello elamita, quello sumerico, quelli dell’Alto e del Basso Egitto, oltre che le civiltà di Mohendjo Daro e danubiana.

Nel 3200 a.C. nascono le scritture cuneiforme ed egizia e si costruiscono Stonehenge e Skara Brae.Nel 2800 a.C., nasce in China la cultura di Longshan,  mentre, a Creta,  Knossos  raggiunge gli 80.000 abitanti. Intorno al 2700 a.C., viene scritta l’ Epopea di Gilgamesh, e verso il 2600 a.C., inizia la fase matura della Cultura Indo-Sarasvati; nel 2270 viene fondato l’impero di Akkad.

Nel 1800 a.C., nascono nel Sinai e a Ugarit i primi alfabeti; in Mesopotamia, vengono scritti  l’ Epopea di Gilgamesh  e il Codice di Hammurabi.

Nel 1600 a.C.,  nascono le Civiltà micenea e hittita e la Dinastia Shang , con il suo sistema di scrittura sulle ossa divinatorie (Tù), simile, sotto certi aspetti, da un lato ai simboli usati dall’ uomo preistorico, e, dall’altro, alle prime forme dei pittogrammi egizi e mesopotamici.

Come si vede, un impero centralizzato cinese esisteva fin dagli albori della civiltà, al tempo dei Cretesi e degli Ittiti.

Nel 1500 inizia la composizione del Rgveda.

Sul limitare fra il I° e il II° millennio, nascono civiltà che influenzano profondamente le culture successive: i Zhou, idealizzati da Confucio e da Sima Qian; i Popoli del Mare (Shardanas,Tursenas, Sikler, Theuker, Pelast,probabili  antenati degl’Italici); si generano i fatti narrati nell’ Esodo e la Guerra di Troia; nell’ Europa Centrale vivono  le culture di Hallstatt  e La Tène.

Le affascinanti dame dell’ Era Tang

2.Alfabeti e religioni lungo la Via della Seta

Nel corso del I°millennio a.C., si sviluppano le culture confuciana, vedica, persiana e greco-romana.

Gl’imperi Qin e Han, Maurya e Gupta, arsacide e romano  furono collegati dalle Vie della Seta e dalle spedizioni evangelizzatrici di buddhisti, nestoriani e islamici. Ad essi succedettero  i Sassanidi, il Califfato, l’Impero carolingio.

All’inizio del 7° d.C secolo, nasce la Dinastia Tang, e la Cina completa il Grande Canale che l’attraversa ancor oggi, e inventa l’arte della stampa. Mieszko I  diviene duca di Polonia, e nel sacro Romano Impero viene proclamata per la prima volta la “Trewa Dei” (“Ewiger Landtfrid”), antenata del “progetto di Pace Perpetua”).

Nascono gl’ imperi selgiuchide e Azteco.

Nel XIV secolo, si affermano ancora nuovi imperi: i Ming, i Mughal, gli Asburgo, e, in America, gl’ Inca. Nel XV, tanto i Cinesi quanto gli Europei avviano  esplorazioni oceaniche su larga scala. Gli Europei importano molte invenzioni cinesi, indiane ed arabe (algebra, bussola, polvere da sparo, stampa, carta moneta), sviluppando moderne tecnologie culturali e navali che permettono  loro di espandersi un po’ dovunque; in Estremo Oriente, fioriscono  potenti imperi come quello Qing e quello  giapponese  dell’ Era di Edo, con un livello di vita e di cultura nettamente superiore a quello europeo.

I Gesuiti si configurano quali gli agenti di un’ inedita globalizzazione culturale, che va dalla Spagna della Reconquista sl Giappone, dal Québec alla Cina, dal  Sudamerica alla Bielorussia,  spaziando fra teologia tecnologia, didattica ed economia, politica e arte, linguistica e  matematica.

Intanto, si afferma il ruolo centrale dell’America, e le tredici colonie inglesi raggiungono l’indipendenza. La Compagnia delle Indie assume il controllo dell’Asia Meridionale, e gli Occidentali impongono l’apertura commerciale a Cina e Giappone. Con il saccheggio di Delhi e di Pechino, India e Cina, che, ancora a metà Ottocento, rappresentavano più della metà del PIL mondiale, vengono ridotte ad uno stato semi-coloniale, con una corrispondente decadenza economica (i “Cento Anni di Umiliazione”). “ Il paese ha subito un’intensa umiliazione, il popolo è stato sottoposto a grande dolore e la civiltà cinese è stata fatta sprofondare nell’oscurità. Da quel momento, il ringiovanimento nazionale è stato il sogno più grande del popolo cinese e della nazione cinese.”(Xi Jinping)

Si manifestano i primi movimenti di resistenza, come quelli dei Sepoys e dei Taiping, da cui scaturiranno i primi moti d’indipendenza di India e Cina: “il Movimento del Regno Celeste di Taiping, il Movimento di riforma del 1898, il Movimento Yihetuan e la Rivoluzione del 1911 sorsero uno dopo l’altro e furono escogitati una varietà di piani per garantire la sopravvivenza nazionale , ma tutto questo si è concluso con un fallimento. La Cina aveva urgente bisogno di nuove idee per guidare il movimento per salvare la nazione e una nuova organizzazione per radunare le forze rivoluzionarie..

Qianlong, l’imperatore dell’ era illuminista

3.Il ringiovanimento  della Cina

Nella visione del Partito Comunista Cinese, la rinascita ( o ilo “ringiovanimento”) della Cina, inizia con la sua fondazione, che ha sostituito, ai 100 anni di “umiliazione”, i 100 anni di “ringiovanimento”.

Mentre Gandhi inizia il suo apostolato, Mao fonda, nel 1921, il Partito Comunista Cinese. La Seconda Guerra Mondiale non iniziava, contrariamente a quanto affermato in Occidente, con l’attacco tedesco alla Westerplatte (1939), bensì con l’Incidente al Ponte Marco Polo a Pechino, nel 1938 (Grosser). Inoltre, la maggior parte delle vittime della IIa Guerra Mondiale non fu, né israelitica, né russa, né tedesca, bensì cinese.

Ne consegue che, nel 1949, alla fine della Guerra Civile, la Cina era distrutta. Le successive campagne di Mao (“Cento Fiori”, “Grande Balzo in Avanti”, “Rivoluzione Culturale”), che, si dice in Occidente, furono sanguinarie e perfino inutili, servirono in realtà a ricostituire e consolidare uno Stato, un’economia, un partito e una società sconvolti da continue guerre, e comportarono comunque una crescita economica e tecnologica rispetto al precedente stato di totale distruzione.

Le riforme di Deng Xiaoping, così come l’apertura al commercio con l’estero e al mercato, e le Zone Economiche Speciali, segnarono poi, sfruttando anche i presupposti storici dell’era maoista, un ritorno alla gloriosa economia mista della Cina Imperiale, che permise alla Cina di divenire la ”fabbrica del mondo”.

Personalmente, avevo avuto il privilegio di visitare la Fiera di Canton nel 1978, precisamente all’ inizio delle riforme di Deng Xiaoping. La Cina di allora era ben diversa da quella di oggi. Tanto per cominciare, era protetta, anche verso Hong Kong, da una sorta di Grande Muraglia, con Shenzhen che era solo un’ enorme risaia,e con milioni di biciclette in giro per le strade anche nel cuore della notte(senza illuminazione). Che differenza dall’attuale megalopoli dell’ Area della Baia del Fiume delle Perle (Yuegangao Dàwānqū) !

Con l’inizio del nuovo secolo, la Cina ha stretto legami sofisticati con il resto del mondo, e, in particolare, con gli Stati Uniti, sviluppando autonomamente tutte le tecnologie di avanguardia (energia nucleare, treni ad alta velocità, missilistica,  stazioni spaziali,  informatica, computer quantici, ambiente), e dotandosi di una modernissima classe dirigente.

Oggi, con una popolazione di 1.400.000 abitanti e un PIL di 16,642.32 milioni di dollari, la Cina è tornata ad essere complessivamente il principale Paese del mondo, cosa che (come si vede dal rapido excursus del punto precedente) era sempre stata in tutto il corso della storia. Già come tale, essa, in un’era in cui  “uno vale uno”, è divenuta automaticamente, per definizione, il Paese inaggirabile. Inoltre, in un momento in cui la transizione all’era delle macchine intelligenti sta provocando un profondo disorientamento ideale, non solo in Occidente, ma in tante aree del mondo, a cominciare dal Medio Oriente, il fatto di riallacciarsi, seppure in forma inedita, al suo passato, fa della Cina un paese forte e interessante, anche se non necessariamente un modello per altri.

Infatti, in tutto il mondo la transizione al post-umano sta portando in evidenza la questione circa che cosa sia propriamente umano, e la conseguente urgenza dello studio delle civiltà dell’Era Assiale, di cui quelle asiatiche costituiscono un esempio vivente.

Kojève, che aveva dedicato tutta la sua attività di filosofo be di funzionario internazionale a sviluppare la teoria hegelo-marxista della Fine della Storie, era stato scioccato, alla fine della sua vita, nell’ ver dovuto constatare che il Giappone è un paese addirittura “pre-assiale” sopravvissuto fino add oggi. Tuttavia, la Cina ha superato la vecchia contraddizione est-asiatica sintetizzata dallo slogan giapponese “Wakon Yosai” (“la tecnica occidentale come mezzo, la cultura orientale come valore”). Infatti, anche la tecnica è oramai orientale. Inoltre, essa (anche a causa dell’effetto  “massa critica” dato dalle sue dimensioni e dalla sua compattezza, ma soprattutto per la sua violenta reazione ai “cento anni di umiliazione”), essa è un Paese particolarmente proiettato nel domani: è al contempo pre-assiale e post-moderna.

Questi sono gli obiettivi successi che sono stati celebrati da Xi Jinping con le cerimonie di Pechino del 1° luglio: sicurezza, tradizione, tecnologia, benessere, commerci internazionali, futuro. Essi non possono certamente essere negati, ed è per questo che gli Stati Uniti vi assistono con sgomento, senza sapere neppure che dire, perché il loro progetto di dominazione mondiale (il “Destino Manifesto”) viene implicitamente posto in dubbio stessa dall’esistenza di un Paese in grado di pretendere di essere trattato  dall’America su un piede di parità.

Questo spiazza anche l’establishment europeo, che non può certo dire lo stesso dell’Europa.

La questione deli “diritti umani”, unico argomento contro lo sviluppo attuale della Cina, è mal posto. Innanzitutto perché non è vero che tutti i Paesi del mondo vadano verso un sistema più partecipativo e permissivo, mentrteb risulta chiaro che la nuova guerra fredda, lil Pensiero Unico e la digitalizzazione portano ovunque, dove più, dove meno, alla centralizzazione del potere, sì che la Cina +è tutt’altro che un’eccezione. Poi, perché il principale accusatore della Cina, gli Stati Uniti, non si segnala certo, dal punto di vista del controllo da parte del potere, della tolleranza, del livello di repressione in patria e all’ estero, fra i Paesi più liberali.

Infine, perché non bisogna confondere i “diritti civili” (quali quelli di rappresentanza di pluralismo, ecc…), con i diritti umani, che attengono alla vita, alla salute, all’assistenza sociale, nei quali la Cina è spesso più avanzata, non solo degli Stati Uniti, ma addirittura dell’Unione Europea (che non riesce neppure, per la sua stessa ammissione, a eliminare fra i suoi cittadini la povertà assoluta).

Alla frontiera di Shenzhen nel 1978

4.Le ”Lezioni Cinesi”

In occasaione delle celebrazioni per il centenario, Xi Jinping ha fatto affermazioni molto impegnative:“La nazione cinese è una grande nazione. Con una storia di oltre 5.000 anni, la Cina ha dato un contributo indelebile al progresso della civiltà umana.” A causa di queste sue particolari caratteristiche, la essa aveva costituito per secoli un modello per i Paesi confinanti (per la Mongolia, l’Asia Centrale, la Corea, il Sud Est Asiatico, il Giappone), ma anche  la Francia di Luigi XIV(Fresnais), il Sacro Romano Impero (Leibniz), l’ Europa (Voltaire). Oggi, soprattutto per gli USA, i quali, dopo essersi illusi di manipolare la Cina, sono oggi costretti a rincorrerla,  sull’intelligenza artificiale, i 5 G, ecc…Gli stessi progetti parlamentari di campagne anticinesi, come il “Final Report” della Commissione NSCAI e la bozza della “Resolution 1169”, sono infarciti di citazioni a politiche e istituzioni cinesi, oltre che di citazioni di Xi Jinping.

Perciò, anziché parlare, come aveva fatto Italo Calvino, di “Lezioni Americane”, oggi si tende piuttosto a parlare di “Lezioni Cinesi”(Francesco Grillo).

Eravamo stati fra i primi a seguire questa strada. Infatti, nel nostro libro DA QIN, del 2017-2018, avevamo già scritto: “l’ emergere ella Cina quale nuovo player determinante su tutti gli scacchieri mondiali sta per altro fornendo, a mio avviso, all’ Europa, un “leverage” per rovesciare questa situazione di stallo, ispirandosi innanzitutto all’ inattesa crescita di quel Paese rispetto al modello americano-in tutti i settori, a cominciare dalla sua efficacia complessiva tanto sul piano dei rapporti di forza, quanto su quello culturale. “

Nella nostra visione, è chiaro che l’attuale lotta contro il controllo sull’umanità da parte delle macchine intelligenti presuppone  volontà culturali e politiche forti, capaci, da un lato, di formare e consolidare le personalità umane, e, dall’ altra, di formare un sistema legislativo e amministrativo efficiente. Tutto ciò non si ritrova nello scenario occidentale dominato da un unico centro di potere, funzionale alla strategia dei GAFAM, che sono lo strumento per l’affermazione delle macchine intelligenti, come chiaramente affermato da Eric Schmidt, Amministratore delegato della Google e presidente della Commissione NSCAI. Né si trova in un’ Europa che è l’unica area del mondo a non avere neppure tentato (come Russia, India e Corea del Sud) di limitare seriamente il potere del complesso informatico-militare americano.

Per fare  questo, sono necessari infatti grandi Stati sub-continentali, capaci, da un lato, di svolgere i compiti educativi e legislativi di cui sopra, e, dall’altro, di controbilanciare il monopolio del potere tecnocratico occidentale. Gli attuali Stati-civiltà (USA, Cina, Russia) non sono, per motivi vari, in linea con questo compito: gli USA perché sostengono addirittura i GAFAM, dando prestigiosi incarichi istituzionali ai loro dirigenti; la Cina perché tutta assorbita dal difendersi dagli USA, e la Russia perché non è tecnicamente all’ altezza. L’ Europa e l’India potrebbero fare molto di più, coniugando le loro competenze tecniche con le loro culture millenarie e il loro tradizionale orientamento a favore del pluralismo. Tuttavia, anch’esse non possono oggi contribuire in modo adeguato, perché, anziché collaborare in modo spassionato con il resto del mondo, si fanno trascinare dagli USA in un’assurda crociata anticinese, che ha come prima conseguenza l’impossibilità di collaborare con la Cina nei settori culturali e tecnologico, che sarebbero quelli da presidiare per fronteggiare l’emergenza delle macchine intelligenti, facendo anche dell’Europa e dell’India due “Stati-civiltà”.

In questa situazione complessa la Cina  svolto fino ad ora, e ancora svolge,  il ruolo comparativamente più positivo, ponendo in essere, con la propria “Sovranità digitale”(Shùzì zhǔquán), idea poi “copiata” da Macron e Borrell), il maggiore ostacolo oggi realmente esistete esistente alla realizzazione del programma di controllo mondiale  di Schmidt e Kurzweil. Essa, infatti, è riuscita a creare tecnicamente un “web cinese”, a separarlo da quello a guida americana, a creare proprie multinazionali del web, con una reale concorrenza interna, e, infine, ad abbozzare, attraverso Huawei, Alibaba e Tik Tok, una strategia di competizione internazionale con i big americani.

Questa lotta contro il monopolio americano del web  costituisce un modello per la resistenza delle altre parti del mondo (in particolare, Unione Europea, Russia e India), le quali non hanno ancora raggiunto, come la Cina, un’adeguata massa critica, né culturale, né politica, né tecnologica, né militare.

Se la Cina è contraria all’ imposizione in tutto il mondo di un unico modello culturale e politico,  è perché essa ha una sua visione per la coesistenza mondiale•         “La fondazione di un partito comunista in Cina è stato un evento epocale, che ha cambiato profondamente il corso della storia cinese nei tempi moderni, ha trasformato il futuro del popolo e della nazione cinesi e ha alterato il panorama dello sviluppo mondiale.”

Tale visione è fondata su tre pilastri:

•        „Multipolarismo”, dove  USA, Cina, Europa, Russia, e forse, India, siano su un piede di parità;.

•        „Multilateralismo“,   dove nessuno Stato indichi agli altri la direzione di marcia;

•        „ Pluralismo  Ideologico“,  dove non ci sia una sola forma di regime accettabile sullo scenario mondiale.

•        A nostro avviso, la visione del mondo che deriva dalle tradizioni culturali europee è in ultima analisi simile a quella cinese,  anche se non identica:

•        -intanto, non ha senso prescrivere un numero limitato di soggetti politici accettabili sulla scena mondiale. Per esempio, anche il Sud America e l’ Islam avrebbero  pieno titolo ad affermare un loro progetto, mentre Russia e Turchia si situerebbero forse più opportunamente all’ interno dell’ Europa;

•        -certo, non è opportuno, né giusto, che vi sia uno “Stato Guida”,  ma in più è anche logico che vi sia una competizione culturale fra le civiltà, come indicato, per esempio, nel Corano;

•        – il pluralismo è un bene prezioso da difendere, ma non lo chiamerei “ideologico”, perché le visioni del mondo, a cominciare da quelle americana e cinese,  sono piuttosto filosofiche (il  messianesimo puritano, il “Datong” e lo Xiaokang confuciani).

Lo skyline di Canton oggi

5.Le tredici ipotesi di studio per il federalismo europeo

Il nostro libro: “Da Qin”, del 2018, costituiva un tentativo di utilizzare le esperienze fatte dalla Cina sviluppandole nel senso di proposte per il federalismo europeo.

Ne erano nate 13 idee-guida, fra le quali ricordiamo:

-la“Poliedricità” dell’ Europa;

-la distinzione della stessa dall’ America;

-L’Europa quale “Stato-Civiltà”;

-l’Europa come Katechon;

-più poteri all’ Europa;

-una digitalizzazione sul modello cinese;

-no a una nuova Guerra Fredda;

-sì alla “Patria Europea”; no all’ Europa organizzazione internazionale o protettorato americano.-

Poco dopo, Francesco Grillo pubblicava il suo libro “Lezioni Cinesi”, in cui anch’egli suggeriva di assumere, proprio in concomitanza con le elezioni europee del 2019,  la Cina come modello per l’ Europa, lamentando il fatto che Macron, dopo avere adottato l’idea di una  “rifondazione euiropea” (“Renew Europe”, che corrisponde al “Zhōnghuá mínzú fùxīng” di Xi Jinping), non aveva fatto seguire alle parole dei fatti concludenti.

Grillo traeva anch’egli, dalle soluzioni cinesi, suggerimenti per una riforma dell’ Europa:

-istituzioni flessibili e pragmatismo (“non importa se i gatti siano bianchi o neri, purchè acchiappino i topi”);

-una cittadinanza europea meritocratica, sul modello dell’ “epistocrazia” cinese e del cursus honorum romano.

Non ci resta che augurare all’ Europa e alla Cina tutto il successo possibile, e adoprarci per evitare una nuova Guerra Fredda, che per l’ Europa sarebbe semplicemente autolesionistica.

UN “CENTRO VITALE” PER L’EUROPA E L’ITALIA

Dopo 70 anni, ancora nessuna costituzione europea?

COMMENTO ALL’ ARTICOLO DI SERGIO FABBRINI SU “IL SOLE 24 ORE” DEL 9/8/2020

Come per fortuna avviene sempre più spesso negli ultimi tempi, anche i grandi giornali stanno prendendo atto, anche se con fatica e controvoglia, delle grandi verità del nostro tempo, e, in particolare, di quelle che concernono l’Europa.

In questo caso, si tratta dell’idea di un “Centro Vitale”, termine indicato a suo tempo  da Arthur Schlesinger, in relazione agli Stati Uniti,  per indicare una coesa forza politica centrale, tesa a sostenere  il proprio sistema-Paese, ma che assume, di giorno in giorno, un significato più profondo e più ampio.

Secondo Fabbrini (e  io  concordo), questo “centro vitale” non esisterebbe, oggi, né in Europa, né in Italia, ma andrebbe creato se si vuole proseguire il processo d’integrazione. L’occasione e l’urgenza per la nascita di questo “centro vitale” sarebbero costituite  dalle possibilità  di rinnovamento offerte dallo strumento finanziario pluriennale dell’ Unione post-coronavirus, cioè per l’esercizio 2021-2027. A nostro avviso, però, dato che, come vedremo ,le tanto esaltate decisioni del Consiglio Europeo Straordinario del 21 luglio sono state giudicate assolutamente negative, a questo proposito, in primo luogo proprio dalle stesse Istituzioni europee, sarà necessaria un’ulteriore mossa, che noi identifichiamo con la tanto attesa “Conferenza sul Futuro dell’ Europa”, in funzione ella quale ci stiamo organizzando

Il Mayflower Compact: un assegno in bianco, che “the Strangers” sulla nave rifiutarono di firmare
  1. Il Centro Vitale dell’ Europa  e quello dell’ America

Certamente, l’assenza di un siffatto “centro vitale” è una delle nostre massime carenze, che ci distingue dagli Stati Uniti. Essa è assolutamente spiegabile con l’opposta struttura e storia di America ed Europa. L’America è una “nazione di emigranti” creata deliberatamente intorno alle sette protestanti (in primis, la “Congregazione di Scrooby”), desiderose di “fare tabula rasa” della tradizione europea, fondando così, il vecchio progetto di Cristoforo Colombo e di Antonio Vieira: “un nuovo cielo e una nuova terra”, la “casa sulla collina” citata nella Bibbia, dove avrebbe albergato il “Popolo Eletto” ,per realizzare il Paradiso in Terra. Nel fare ciò, i Puritani volevano liberare la tensione messianica delle eresie, compressa dall’interpretazione paolina, agostiniana (ma anche halakhica e sunnita) della Bibbia, che aveva dominato il “Vecchio Mondo” da 1500 anni. Non è un caso che il movimento “fondamentalista”, che voleva tornare ai “fondamenti” del Cristianesimo come oggi i salafiti vogliono ritornare ai “Batin” dell’ Islam, sia stato esclusivamente americano.

Quell’altra era stata invece l’identità dominante dell’ Europa, durata 1500 anni, a cui avevano fatto riferimento Omero e Eschilo, Platone e Aristotele, San Paolo e Sant’Agostino,  Dante e Shakespeare, Leibniz e Voltaire, Goethe e Manzoni, Freud e Jung .L’Europa, infatti, si era creata, nel corso dei millenni, intorno a un coacervo di guerrieri, famiglie, clan, villaggi, tribù, signori e città, gelosi della loro diversità e indipendenza (gli “autonomoi” di Ippocrate), fieramente ostili all’ idea dei grandi Stati centralizzati e provvidenziali, di cui la Persia aveva costituito l’esempio paradigmatico, e della loro declinazione religiosa, il chiliasmo immanentistico. Anche gli Ebrei del Vecchio Testamento erano fautori di un modello politico tribale (le “Dodici Tribù”), e, quando, con Saul, si erano dati un re, lo avevano fatto malvolentieri, per autodifesa rispetto alle grandi monarchie del Medio Oriente. Prima della conquista persiana, non conoscevano neppure il messianesimo, dato che l’espressione Mashiah (l’Unto), fu usata in questo senso per identificare in Ebraico Ciro il Grande come uno Shaoshant, un avatar di Zoroastro.

E, dietro al chiliasmo mazdeo, manicheo, gioachimita, sebastianista, cabbalista, puritano e cosmista, si è stagliata da sempre l’ombra del Buddhismo Hinayana, come intuito da Matteo Ricci e da Nietzsche, l’antitesi per antonomasia di ’”Hygieia”, la Dea  invocata da Ippocrate. “Centro vitale” significa dunque anche un centro d’irradiazione culturale che si batte per la vita contro il “cupio dissolvi” che, dalla negazione del mondo, si estende  a quella  della società, e, infine, al superamento dell’ umano da parte delle macchine.

Gli Europei, quando avevano aderito all’ idea imperiale ereditata dai Persiani (Impero Romano, Sacro Romano Impero, Rus’ di Kiev, Rzeczpopolita polacca), avevano concepito l’Impero stesso come un “foedus” (in Ebraico, “Berith”) fra un’infinità di particolarismi (famiglie, gentes, città, tribù, feudi, regni, popoli): una federazione asimmetrica. Lungi dall’ essere “monistico” (“advaita”), il “centro vitale” dell’Europa è stato da sempre conflittuale e dialettico (Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam, Chiesa e Impero, Cattolici e Protestanti, Comunismo e Fascismo, NATO e Patto di Varsavia).Occorre   ricordare anche che il Libro dell’ Apocalisse, di chiara derivazione avestica, fu accettato dalla Chiesa nel canone biblico solo molto tardi e con difficoltà, perché i primi Cristiani diffidavano del provvidenzialismo orientale.

Per tradizione storica, il centro vitale dell’Europa non può essere neppur oggi monolitico e settario come quello americano (teo-tecnocrazia, egemonia WASP, ipocrisia ideologica); esso dev’essere per forza “poliedrico”(cultura, tecnica, religione, politica, etnicità, società), nello stesso modo  in cui  il Congresso del Popolo Indiano riuniva tutte le forze politiche che aspiravano al “Purna Swaraj”, l’Indipendenza Assoluta dell’ India (che noi chiameremmo “sovranità europea”). Per la stessa ragione, l’ Europa non può accettare neppure che centri decisionali fondamentali come i GAFAM, l’intelligence, Wall Street  e la NATO, che condizionano la vita e il destino di tutti gli Europei, mantengano in eterno il proprio baricentro in America.

Il mondo si è evoluto oramai, all’ inizio del Terzo Millennio,  in modo chiarissimo, nel senso indicato in passato dalla “Pax Aeterna” fra Eraclio e Cosroe, dall’atteggiamento di Carlo V verso gl’Incas, dai “Novissima Sinica” di  Leibniz, dal “Rescrit de l’Impereur de la Chine” di Voltaire e dalla Paneuropa di Coudenhove Kalergi, cioè verso una pluralità di Stati-Civiltà sub-continentali, anche se coordinati a livello mondiale. Ciascuno di essi tende ad organizzarsi intorno ad un proprio “centro vitale” (l’America intorno al suo establishment teo-tecnocratico, la Cina intorno al PCC, la Russia intorno alle sue forze armate, l’India intorno ai “Guru” esaltati dal Primo Ministro Modi, e quale   voleva essere anche Gandhi, anche se in un modo molto eccentrico e chiacchierato).

Il “centro vitale” americano si era formato deliberatamente in polemica diretta con l’Europa (contro i Re e le Chiese che , come scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza e nel testamento di Washington, proteggevano gli Indios e gli schiavi africani;  contro i Francesi e gli Spagnoli; contro tutti i movimenti politici europei, quindi non solo i totalitarismi , ma anche  le socialdemocrazie e le democrazie cristiane).Fintantoché l’establishment europeo s’identificherà con la cultura, la società, la storia, la politica, l’economia e l’esercito americani, non potrà perciò esistere un vero centro vitale dell’ Europa, ma solo una dépendance della “Società dell 1% americana.

Quando si paventa che, se l’ Europa uscisse dalla sua situazione attuale di “dependance” dell’ establishment americano, essa lo farebbe solo per passare a quello cinese, si dimenticano vari fatti basilari: il livello estremo dell’ attuale subordinazione; il brevissimo periodo ancora rimastoci prima della presa di controllo da parte delle macchine; l’azione di altri attori, quali Russia, Turchia, Israele, Islam e Sudamerica, che concorrono tutti a contrastare il predominio di una sola superpotenza (sicchè non si pone un “aut-aut” esclusivo fra America e Cina).

Il Ratto d’Europa da parte dell'”Occidente”

2.Il “centro vitale europeo” nell’era delle Macchine Intelligenti.

Oggi in Europa questo “centro vitale” non esiste anche per il ruolo  eccessivo che qui gli stati “nazionali” hanno assunto e mantenuto, ricalcato in vario modo, a partire dal Settecento, sul modello USA, intorno  a leaders americanizzati, come Lafayette, Saint Simon, Kosciusko, Balbo, List, Garibaldi, Trotskij (la “Grande Nation”, il Norddeutsches Bund, l’”Eroe dei Due Mondi” che fonda il Regno d’Italia, l’Unione Sovietica quale imitazione della federazione americana, il Grande Reich ariano ricalcante il Raj inglese e il razzismo americano). Oggi abbiamo perciò in Europa le aristocrazie atlantiche, gli “énarques” francesi, la “Selbstverantwortung der Gesellschaft” tedesca, le Chiese romana e ortodossa, ma non un’élite europea.

Una vera élite non potrà nascere fintantoché non si elimineranno a monte i blocchi che ne impediscono la nascita: intanto i luoghi comuni di carattere storico, e prima ancora l’assenza di un’adeguata cultura paneuropea.

Anche questi temi, che noi abbiamo affrontato fin dall’ inizio, emergono oramai faticosamente nel dibattito pubblico, per esempio con il recente libro di Benigno e Mineo “L’Italia come storia, primato, decadenza, eccezione”,  che demistifica i luoghi comuni dell’ “insufficienza” dell’Italia rispetto a un imprecisato modello normativo considerato obbligatorio. Nonostante che nessuno l’abbia mai detto chiaramente, il modello normativo implicito è stato costituito, per l’Italia come per gli altri Paesi d’ Europa, dall’ America, un grande Paese unificato con guerre continue, intrinsecamente coloniale, protestante e massonico, coniugante un’illimitata democrazia formale  e un’oligarchia plutocratica di fatto. Del resto, questo era l’obiettivo posto all’ Italia da Cesare Balbo ne “Le Speranze d’Italia” e da Mazzini nella sua lettera al Presidente americano. L’Italia sarebbe “arretrata” rispetto agli Stati Uniti (e agli Stati che li imitano: l’Inghilterra, oggi forse il Benelux e la Polonia) perché insufficientemente aggressiva, priva di colonie, troppo sincera con se stessa per credere veramente nei miti ipermodernistici di una parità sostanziale  fra gli uomini e di una “democrazia radicale” che altro non sono che un ulteriore fondamentalismo conformistico, che riunisce intorno a sé tanto i ”white suprematists”  quanto  i cultori del “politicamente corretto”.

Benigno e Mineo stigmatizzano giustamente la falsa dialettica italiana fra i pretesi radicali sostenitori di quell’ ineffabile modello “modernista” (per esempio, Mazzini, Vittorini, Montanelli, Pannella) e i difensori  della “stra-italianità” (come per esempio Maccari, Malaparte, Guareschi, oggi Vittoria Meloni ), una dialettica che serve solo per inscenare un’eterna, inconcludente, polemica, alimentando opposte tifoserie. Ma, aggiungiamo noi, questo atteggiamento non è diverso da quello del resto d’ Europa, messa dall’ America in una situazione impossibile – quella di essere posta ininterrottamente sotto accusa come “arretrata” (per il suo assistenzialismo, conservatorismo o pacifismo), per poi essere duramente boicottata quando si azzarda ad essere troppo pro-concorrenza, innovatrice o addirittura assertiva (facendo così concorrenza all’ America sul suo stesso terreno), secondo l’archetipo inaugurato da Esopo nella favola del lupo e dell’ agnello.

Per questo, giustamente Benigno e Mineo ritengono che la storia d’Italia potrà essere compresa in modo obiettivo solo quando sarà letta all’ interno della Storia d’ Europa. Ciò che per altro Federico Chabod già aveva fatto da ben ottant’anni con le parallele storie dell’Idea di Nazione e dell’idea di Europa. Che noi abbiamo ripreso e sintetizzato nella nostra storia dell’ identità europea (10.000 anni d’identità europea), e che ha trovato una recente espressione anche nella ”Storia dell’ Italia Unita” di Marcello Croce. Un “centro vitale” dell’ Europa potrà nascere solo quando si riuscirà a vedere l’intera storia del Continente, dal fondersi delle grandi correnti migratorie preistoriche alle Guerre Persiane, dal conflitto fra ortodossie ed eresie ai progetti d’integrazione, come un’unica grande vicenda che ci ha portato  ora alla Società del Controllo Totale e alla sua critica da parte dell’ Umanesimo Digitale: la grande sfida del 21°secolo e il grande compito dell’ Europa.

L’attuale distopia della società del controllo totale (Il “Totalitarismo Invertito” di Wolin, la “Fine della Storia” di Fukuyama) nasce nell’ America vincitrice post Seconda Guerra Mondiale, con la Singularity di von Neuman e di Kurzweil, trova un fertile  terreno di coltura nelle sedici agenzie dell’ Intelligence Community e nella Presidenza Imperiale, e sfocia in Echelon e Prism. La Cina, il più grande e antico impero del mondo, non poteva certo accettare di essere soffocata dal complesso informatico-militare americano, e, così come ha superato l’ America quanto a spazi geopolitici controllati , a successo economico ed a creatività sociale, non poteva non tentare di superarla anche in  questa sua capacità di controllo totale, con i BATX, il riconoscimento facciale e il credito sociale. Infatti, come non si stanca di ripetere l’Amministrazione americana, questa capacità è necessaria per sopravvivere nella “Guerra Senza Limiti” che si sta preparando (la “Trappola di Tucidide”). Chi rimanesse  indietro nella corsa alla digitalizzazione verrebbe distrutto dall’ avversario. E comunque, se ciò pure non fosse, come ha dichiarato Mearsheimer all’ Asahi Shimbun giapponese, l’ America non accetterà mai di condividere, neppure parzialmente,  il proprio potere. Il fatto che tutto, per Trump, dalla produzione di automobili a quella delle antenne ritrasmettitrici, dalle quote azionarie dei Cinesi in società estere  al corso dei Bitcoins, dalle leggi di pubblica sicurezza di Hong Kong agli Istituti Confucio, sia divenuto una questione di sicurezza militare degli Stati Uniti, che giustifica l’esercizio dei poteri di emergenza, dimostra che egli ha in mente una guerra totale per il dominio del mondo,  e ciò giustifica ovunque la militarizzazione di tutte le  società (in vista di ciò che il Presidente Xi ha definito come “una guerra prolungata”).

Da settant’anni i missili balistici nucleari sono in stato permanente di massima allerta

3.L’impatto delle sentenze Schrems II e Apple  della Corte di Giustizia.

L’Unione Europea  pretenderebbe giustamente, in un modo che  però non si capisce quanto sincero, di astrarsi da questa nuova guerra fredda capace di trasformarsi da un momento all’ altro in guerra guerreggiata. Per fare questo, essa sembra confidare nella riscoperta di una “terza via”, erede di alcune tradizioni europee (i Grundrisse di Marx, “Paneuropa”, il nazionalismo europeo, Simone Weil, la Mitbestimmung tedesca, la  politica italiana “dei due forni” :insomma,  il “Modello Europeo”).

Questa è, per noi, una novità positiva, ma dubitiamo possa funzionare, dato che questa progressiva divaricazione dal “consensus” occidentale risulta  troppo lenta rispetto all’ agenda tumultuosa imposta dall’avanzata della Società del Controllo Totale della Nuova Guerra Fredda.

L’esempio più drammatico di questa divaricazione è dato dal mondo informatico, dove la pretesa delle Istituzioni di fare dell’Unione il “trendsetter” del dibattito mondiale (riaffermata ancora a Febbraio) si è arenata a luglio contro la lotta mortale fra USA e Cina per il controllo del digitale, dichiarato apertamente da Trump come puro strumento della guerra totale.  Di qui il fallimento della presunzione di poter contrastare la “guerra senza limiti” che le grandi potenze si stanno conducendo attraverso Echelon, Prism, il CLOUD Act, the Great Chinese Firewall,  il riconoscimento facciale, il credito sociale, attraverso la semplice affermazione platonica dei principi della privacy e della concorrenza –fallimento sancito ufficialmente il 15 e 16 luglio di quest’anno  dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee- :

-con due sentenze del 15 luglio (“Apple”), la Corte ha sancito l’illiceità della richiesta della Commissione all’ Irlanda d’ imporre ad Apple il pagamento di imposte arretrate in base alla legislazione sugli aiuti di Stato;

-con la sentenza del 16/7/2020 (“Schrems II”), si è sancita per la seconda volta l’ invalidità dei diversi accordi con gli Stati Uniti e con le multinazionali che, secondo la Commissione, avrebbero reso lecito l’accaparramento, da parte di imprese americane, dei dati degli Europei in deroga alla normativa europea sulla privacy (DGPR).

Con le sentenze Apple, la Corte ha dimostrato l’inconsistenza della strategia della Commissione, di perseguire il suo obiettivo del “play level field” nella concorrenza digitale attraverso il logoro schema del divieto degli aiuti di Stato, quando tutto il mondo dell’ ICT altro non è che un colossale aiuto di Stato, da parte del sistema militare americano nei confronti dei GAFAM, e di quello cinese verso i BATX, e, infine, dei Governi inglese, irlandese, olandese e lussemburghese verso tutte le multinazionali. Con le due sentenze Schrems, la Corte ha giudicato che la legislazione americana a favore dell’Intelligence è così pervasiva che qualunque dato posto a disposizione di imprese americane  costituisce ipso facto, per l’ effetto congiunto di varie leggi americane (ultime fra le quali il Patriot Act e il CLOUD Act), una violazione della legislazione della legislazione europea (GDPR). Oggi si pone perciò  il problema di come sia possibile continuare il lavoro quotidiano dei GAFAM in Europa se ogni dato che noi mettiamo a loro disposizione in ogni momento dà luogo inevitabilmente ad un comportamento illecito per il nostro diritto: le imprese in buona fede dovrebbero quindi iniziare immediatamente a spostare i loro dati su server  rigorosamente europei (per esempio, Gaia- X), tenendosi pronte ad esibire precisi piani in questo senso. 

Se la Commissione non vuole perdere definitivamente la propria credibilità, dovrà affrontare senza indugio ambedue i temi alla radice. Nel primo caso, affrontando le multinazionali del web per quello che sono, vale a dire  un ibrido mostruoso fra Chiese, Stati, imprese e servizi segreti, che non si possono sconfiggere con le scartoffie, ma solo con una precisa azione legislativa, comprensiva di regole ben precise e coercibili, che includano anche lo smembramento (“unbundling”) dei GAFAM (come per Standard Oil, AT&T, SKF e GE-Honeywell), e, soprattutto, il sostegno alla nascita di un nuovo ecosistema autonomo europeo, preconizzato (ma in modo troppo insufficiente)dagli “IPCEI” (campioni nazionali),e, innanzitutto, da  QWANT, JEDI e Gaia-X. Nel secondo, avvicinandosi alla nazionalizzazione dei dati, sul modello cinese, russo e indiano (che le sentenze Schrems prefigurano sul piano legale, ma che nessuno ha il coraggio di attuare i modo concreto, attraverso la creazione di clouds e firewalls autenticamente europei). Vedremo presto se anche queste iniziative, come molte altre del passato, sono semplici bluff, o se si vuole fare sul serio e agire tempestivamente, supplendo alle aporie della legislazione semplicemente agevolando la concorrenza europea e creando un’intelligence europea.

Contrariamente a un mito che vedrebbe il Presidente Trump ostile alla Silicon Valley, ci sono precise minacce di rappresaglie da parte americana, nel campo dell’import export e dell’ intelligence, contro gli Europei,per difendere i GAFAM, e ciò dimostra che l’intera questione non è un problema i diritto, bensì di dominio economico e politico, che impegna , prima che le multinazionali, il potere statale americano, che continua ad avere facile gioco contro l’impotenza delle Istituzioni europee. E’ ovvio che ovunque il servizio segreto militare spii i cittadini con molta più libertà di manovra che non i servizi marketing delle imprese o della stessa polizia giudiziaria. Tuttavia, nella totalità dei casi, chi spia sono le Autorità militari del Paese, non quelle di un Paese terzo. Quello che le Autorità americane stanno facendo con la complicità delle loro multinazionali, ma anche di molte Autorità europee, è, invece, spiare i cittadini europei sulla base di leggi americane praticamente senza limiti, ispirate al principio dell’assoluta primazia dell’interesse nazionale americano. In queste condizioni, non si capisce come si faccia a negare il carattere totalitario del sistema occidentale nel suo complesso.

L’interpretazione data della sentenza Schrems dalla Commissaria Jourovà è ovviamente radicalmente diversa da quella data da Max Schrems: per l’una, le Standard Contractual Clauses continuano a valere come prima, per il secondo, esse non possono più servire, fin da ora, a permettere il trasferimento dei dati negli Stati Uniti. In questa confusione, la privacy degli Europei, così come quella di tutti i cittadini del mondo, continua, a dispetto del GDPR, a non esistere, con tutti gli effetti negativi che abbiano già evidenziato, sulla libertà personale, quelle di pensiero, di associazione e di parola, sulla concorrenza leale e perfino  sulla funzionalità delle istituzioni democratiche.

In una situazione come questa, Il “centro vitale” dell’ Europa non potrà dunque essere se non una forza di combattimento, disposta a sostenere l’urto, culturale, politico e militare, delle Grandi Potenze, per difendere gl’ideali europei di autonomia individuale e popolare, di libertà di giudizio e di  competizione leale, e perfino di “salute”, messe in forse, tanto dal carattere nichilistico del chiliasmo, quanto dall’entropia generalizzata  che il pensiero unico ha imposto come Leitmotiv degli attuali dibattiti.

Ideali, quelli,  comuni a tutte le vecchie tradizioni culturali e politiche e al quadro istituzionale europeo, che ora si dovrebbero riunire in uno sforzo supremo sotto una bandiera nuova, quella dell’ Umanesimo Digitale.

Julian Nida-Ruemelin e l’ umanesimo digitale europeo

4.Una terza via digitale

Il futuro dell’ Europa e del mondo si gioca sul digitale. Uno Stato senza un proprio ecosistema digitale autonomo sarà automaticamente indifeso in una guerra mondiale del 21° secolo, e condannato a subire  mutatis mutandis la sorte dell’ Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, o della Siria e della Libia oggi, percorse da una miriade di eserciti stranieri che si combattono sul territorio direttamente o per procura.

Innanzitutto perché il conflitto fra le grandi potenze, contrariamente a quanto crede Mearsheimer,  non potrà lasciare indenne l’Europa, al confine fra le sfere d’influenza americana, russa e islamica. Soprattutto ora che anche la Cina si affaccia sul Mediterraneo, per esempio con la vendita di missili e droni alla Serbia, mentre le potenze più dinamiche dell’area sono oramai la Russia e la Turchia.

In secondo  luogo, è proprio nel digitale che un’Europa diversa potrebbe e dovrebbe dispiegare il proprio ruolo di “trendsetter”, fornendo un esempio concreto di come sia possibile organizzare una società completamente informatizzata che comunque rispetti l’autonomia delle persone e delle comunità intermedie e la loro partecipazione organica alle decisioni comuni, a dispetto del Complesso informatico-militare.

Infine, l’Europa non può continuare, in attesa della prossima deflagrazione bellica profetizzata da molti, a subire passivamente la propria decadenza culturale, economica e politica, e, per questo, non può fare a meno di digitalizzarsi radicalmente. Solo così arresteremo la deculturazione e dequalificazione dei nostri giovani e la fuga dei cervelli verso le Grandi Potenze che dispongono di think tanks e intelligence, multinazionali del web e industrie aerospaziali, dove impiegare politologi ed economisti, professionisti e managers, ingegneri e astronauti…

Insomma, anche il “centro vitale” dell’Europa non potrebbe essere che strettamente intrecciato con il digitale. Come affermiamo nel nostro libro “European Digital Agency”, il punto di partenza di questo “centro vitale” europeo potrà essere soltanto un “ecosistema digitale sovrano”, al contempo culturale e tecnologico, politico e finanziario, sociale e militare, che promuova al contempo la riflessione, la sperimentazione, a riforma, l’organizzazione, l’imprenditorialità, la formazione e la difesa.

I molteplici popoli dell’ Italia preromana
  • 5.L’ Italia nella Rivoluzione Digitale Europea

L’identità di tutte le “nazioni storiche” dell’ Europa acquista senso solo in funzione dell’ Identità Europea. La Penisola Iberica è il ponte con l’Islam e con l’ America; l’Inghilterra è aristocrazia e talassocrazia; la Francia è la tribuna del dibattito culturale; la Germania il Paese di Mezzo; la Russia il ponte con il mondo delle steppe eurasiatiche, e, la Turchia, quello con l’ Islam.

Come dimostra perfino la paleontoogia, l’Italia riunisce in sé  le influenze di tutta l’ Europa: quelle iberiche nel Sud e nelle isole; quelle nordiche nella Pianura Padana; quello gallo-romane nel Nord-Ovest; quelle germaniche nelle Alpi; quelle slave nel Friuli-Venezia Giulia; quelle levantine lungo l’ Adriatico; quelle universali a Roma. Come tale, l’Italia, lungi dall’ essere un Paese eternamente arretrato, è un microcosmo che riunisce in sé tutte le tendenze dell’ Europa: anziché “le speranze d’ Italia” di Balbo, l’”Europa Vivente” di Malaparte.

Ciò che si realizza in Italia, è fatto per l’Europa intera. Basti pensare ai progetti europei di Spinelli, di Galimberti e di Chabod, unici in Europa per la loro completezza e concretezza,e  al discorso culturale sull’ Europa, che non è stato svolto da nessuno meglio che dagli ultimi tre Pontefici, che pure non sono italiani.

Perciò, noi pensiamo che l’Italia debba svolgere un ruolo proattivo anche nella rivoluzione digitale europea, che non è solo una questione di soldi,  bensì soprattutto d’ idee. Basti pensare che le Conferenze Macy sulla Cibernetica, che gettarono le basi, fra il 1941 e i 1961, tanto dell’ informatica, quanto dell’ ideologia funzionalistica da cui nacque la Dichiarazione Schuman, furono conferenze interdisciplinari fra scienziati, organizzate da una fondazione privata, seppure con fondi in gran parte della CIA.

Ecco, noi vorremmo innanzitutto organizzare in Italia (nei prossimi mesi) delle “conferenze”, aventi come scopo quello di porre le basi di un umanesimo digitale, alternativo al funzionalismo filosofico, antropologico e informatico uscito dalle Conferenze Macy. Certo, subito dopo le Conferenze, e sfruttandone gli esiti, occorrerebbe che qualcuno creasse un’Agenzia Digitale Europea, un’Accademia Digitale Europea, un’ Accademia Strategica Europea, dei Campioni Digitali Europei. Tutto ciò potrebbe essere realizzato in un primo momento anche solo in Italia, per esempio espandendo il ruolo dell’ Istituto Universitario Europeo di Firenze, o sfruttando sinergie con altre iniziative in discussione, come il distretto digitale, la piattaforma di e-commerce e l’ Istituto Italiano dell’ Intelligenza Artificiale.

Si richiederà, aihimé, un grande sforzo, perché, in Italia come in Europa, la politica è oramai infeudata ai GAFAM, tant’è vero che, sino ad ora, la cosiddetta “digitalizzazione” si è tradotta nel pagare a quelli per fare svolgere dagli stessi i lavori più delicati della Pubblica Amministrazione, cedendo loro  spudoratamente i dati degl’Italiani, in aperta violazione del GDPR e delle sentenze Schrems.

Non è per altro un caso che il Parlamento Europeo abbia preannunziato una dura opposizione al Quadro Pluriennale approvato al Consiglio, per la sua non corrispondenza alle priorità della Commissione, e, in particolare, per i tagli alle attività di ricerca, quando Cina, USA e Russia invece, accrescono le loro.

Con un siffatto Quadro Pluriennale, gli Stati Membri propongono in realtà un progetto di Europa che rimanga eternamente “follower”, e quindi abbia rinunziato ad essere, come invece prometteva Ursula von der Leyen, un “trendsetter”. Per fortuna dovrebbe iniziare fra breve la Conferenza sul Futuro dell’ Europa, nella quale lo sforzo congiunto della società civile, della Commissione e del Parlamento, potrebbero rovesciare quest’impostazione, semplicemente cambiando i Trattati, e, inoltre, si avvicina una tornata elettorale in vari Paesi, in cui i rapporti di forza fra i partiti potrebbero cambiare.

In ogni caso, occorre combattere “hic et nunc” perché la Rivoluzione Digitale Europea, lungi dall’ essere cancellata, come vorrebbero gli Stati Membri, passi al primo posto dell’agenda europea. Per questo stiamo diffondendo a tutti i livelli, in Europa, in Italia e in Piemonte, le nostre pubblicazioni per influenzare il dibattito in corso, introducendo l’autonomia culturale e digitale europea fra i temi della lotta politica a tutti i livelli.