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COMMENTO AL MANIFESTO DEI 16 PARTITI SOVRANISTI NEL PARLAMENTO EUROPEO

I Paesi “sovranisti” sono quelli che hanno combattuto duramente per la sovranità

La lentezza con cui in Europa si muovono tutti i processi politici costituisce la prova provata dell’inidoneità del sistema attuale a fronteggiare i problemi del XXI° secolo, dominato da colossali Stati-civiltà capaci d’ immaginare il futuro guardando al passato, di delineare politiche nuove dedicate ai problemi dell’oggi (tecnologia, geopolitica), di formare classi dirigenti “epistocratiche”, di scrivere leggi leggibili e di attuarle, e, soprattutto, di agire in pochissimi anni…

Come noto, l’esempio tipico di uno Stato-civiltà (Wénmíng guójiā) è costituito dalla Repubblica Popolare Cinese, che, nata nel 1949 dalle macerie lasciate da cent’anni di guerre, ha saputo riconquistare in 100 anni alla Cina il suo ruolo millenario di prima potenza mondiale. Invece, l’Unione Europea, nata (come Comunità Europee) più o meno negli stessi anni, non è ancora riuscita a unificare il nostro Continente, è ancora occupata da una potenza straniera, “perde continuamente  pezzi” (cfr. Brexit, Turchia) , e, infine, è divisa al suo interno ad un  punto tale che il presidente di turno, lo sloveno Janez Janša, è stato costretto ad affermare, nel suo discorso inaugurale, che il suo Paese viene trattato, dall’ Unione Europea, “come una colonia”. Il che è particolarmente grave per chi, come Janša, trent’anni fa aveva combattuto armi alla mano per una Slovenia indipendente.

Tutto quanto sopra rende più necessaria che mai una vera Conferenza sul Futuro dell’Europa, per affrontare, e, possibilmente, eliminare questi difetti della costruzione europea. Purtroppo, come risulta sempre più evidente di giorno in giorno, e come denunziato sempre più frequentemente dagli stessi federalisti europei, la Conferenza indetta dalle Istituzioni si sta rivelando, come ha scritto Virgilio Dastoli, “una farsa”.

Infatti, mentre la logica vorrebbe che si partisse da uno studio storico-filosofico comparativo, dell’Europa e degli altri Continenti, nell’era delle macchine intelligenti, per poi passare all’elaborazione,  sul piano culturale, di ipotesi politiche di trasformazione, di qui a un dibattito nel mondo politico, nell’ accademia, nella società civile, e ,solo allora, al confronto politico (e, semmai, elettorale),  qui si sta invece procedendo in un modo anodino, praticamente segreto, senz’alcun progetto, con una piattaforma digitale che sfigura, non solo nel confronto con quelle dei GAFAM e dei BATX, ma perfino con la vecchia piattaforma di Juncker, con “rappresentanti dei cittadini” scelti a sorte…

In queste condizioni, ha perfettamente ragione l’ “Appello sul Futuro dell’ Europa” dei 16 partiti “sovranisti” del Parlamento Europeo a criticare l’approccio verticistico della Conferenza, anche se poi i sovranisti stessi si comportano esattamente nello stesso modo delle Istituzioni. Tanto per cominciare, l’Appello non è stato pubblicato sul sito di nessuno dei 16 movimenti firmatari, salvo che su quello del Rassemblement National di Marine Le Pen, dove (con un trucchetto usato sistematicamente dalle Istituzioni) lo hanno collegato con un link così instabile ch’è impossibile accedervi.

Inoltre, l’elenco dei pretesi “valori dell’ Europa” per i sovranisti è altrettanto stantio quanto quello dell’ establishment, e le proposte concrete per il futuro dell’ Europa, inesistenti.

E’ chiaro che le forze politiche presenti nel Parlamento Europeo (siano esse di sinistra o di destra) hanno sempre più paura che si cominci a dibattere sui veri problemi dell’Europa del XXI secolo (che non hanno più nulla in comune con le loro vecchie ideologie), perché un siffatto dibattito, mettendo in luce la loro inconsistenza culturale, renderebbe più acuta che mai l’urgenza del ricambio integrale della classe politica.

L’eroismo oggi

1.I “VALORI”

Rémi Brague, forse l’unico teorico europeo serio nell’area conservatrice, ha giustamente rilevato che il termine “valori” non è appropriato, né per descrivere la visione del mondo classica, né per quella postmoderna.

Infatti, il termine “valori” (che fa parte evidentemente di una terminologia mercantile) è stato usato da Nietzsche proprio per sottolineare il loro carattere relativo e transeunte (“la trasmutazione di tutti i valori”), mentre, nelle culture dell’Era Assiale (fra cui il Cristianesimo), si usava il termine “virtù” (“areté”, “De”), e, in quella dell’attuale “establishment” si pretende che essi siano validi “in ogni tempo e in ogni luogo”.

I “valori” dei “populisti”, allo stesso modo di quelli dei “progressisti”, non sono “virtù”, bensì puri e semplici slogan, espressione di una società vuota e ipocrita che si dirige direttamente verso la distruzione dell’uomo, preconizzata da Asimov, Anders, von Neumann, Kurzweil, Joy, Hawking e Rees.

La sola differenza è che i primi si rifanno alle retoriche delle Chiese dell’era maccartistica,  quando la precettistica tridentina veniva usata sostanzialmente come giustificazione della repressione e del disciplinamento dei popoli sotto l’Occidente, mentre quelli dei “progressisti” ripetono semplicemente le ossessioni dell’ideologia californiana, un mix di Kabbala, marcusianesimo e postumanesimo.

Le “virtù” dell’Era Assiale (-Jaspers, Eisenstadt, Assmann-, fossero esse quelle “teologali” o quelle “cardinali”), erano quegli strumenti di educazione dell’ uomo che gli permettevano di resistere alla natura e ai conflitti umani in un’era di risorse limitate.  Le “virtù” di oggi, per essere valide,  dovrebbero permettere all’ uomo postmoderno di resistere all’ avanzata delle Macchine Intelligenti. Esempi di virtù postmoderne: il coraggio di Petrov nel rifiutarsi di scatenare la guerra nucleare; l’ingegnosità di Assange nel raccogliere e divulgare il materiale compromettente di tutti i Governi mondiali; la determinatezza di Snowden nel carpire i segreti della NSA, e nel passare indenne attraverso le più rischiose frontiere. Invece, nulla di tutto questo esiste fra i politici europei, né da una parte, né dall’ altra. Tutti mirano a rendere l’umanità di oggi sempre più disciplinata (vuoi con la repressione, vuoi con la dissoluzione delle personalità),  in  modo che gli scienziati pazzi, le macchine intelligenti, il complesso informatico-militare, i GAFAM e i BATX, possano svolgere indisturbati il loro lavoro di asservimento dell’ Umanità.

Quali diritti abbiamo oggi se tutto ciò che facciamo è spiato e se tutto ciò che diciamo è regolamentato dal “politicamente corretto”?

2.I “DIRITTI”.

La contrapposizione fra “tradizione cristiana occidentale” e “diritti umani” è anch’essa semplicemente fuori luogo in questo contesto. Il Cristianesimo occidentale (oltre che essere un’infima parte del Cristianesimo in generale, il quale comprende anche l’Ortodossia, le Chiese Orientali, le Chiese africane ed asiatiche, la Teologia della Liberazione… , ma perfino della Chiesa Cattolica, che ha, per esempio, un Papa gesuita e sudamericano), non può affatto vantare un blocco uniforme di valori sociali, spaziando esso dall’anarchismo della comunità gerosolimitana e delle eresie medievali al cesaropapismo bizantino e ortodosso; dal machismo di San Paolo alle religiosità femministe di Santa Chiara, Teresa di Avila e Teresa di Lisieux; dalla teologia gerarchica di Dionigi lo pseudo-areopagita, a quella anarchica di Gioacchino da Fiore;  dal relativismo di Tertulliano al dogmatismo di San Tommaso; dal determinismo di Lutero al volontarismo di Erasmo; dal filo-confucianesimo di Matteo Ricci al filo-buddhismo di Raimon Panikkar (ambedue gesuiti). Basti pensare che, fino a metà del Medioevo, anche i sacerdoti cattolici potevano sposarsi, come quelli orientali e protestanti, senza che ciò avesse suscitato controversie di rilievo. L’unica cosa che ha accomunato, nel tempo e nello spazio, tutta questa gente disparata è la fede in Gesù Cristo.

Nello stesso modo, le idee sui “diritti umani” nella cultura “laica” europea sono anch’esse le più varie: dall’assoluta disciplina del singolo allo Stato o al Partito, che viene espressa di Saint-Just e Mazzini, all’indiscriminato  arbitrio individuale di Stirner; dalla repressione penale dell’omosessualità in quasi tutti i Paesi europei fino agli anni ’60  del secolo scorso, all’ esaltazione della stessa nella cultura “gender”; dalla difesa a ogni costo della libertà di pensiero in Stuart Mill, all’elenco dei libri proibiti di Lukàcs.

Personalmente, non trovo che i “diritti civili” siano particolarmente ben difesi in Europa. Il fatto stesso che i documenti ufficiali li esaltino, ma poi la realtà dei fatti li neghi (con gli abusi delle multinazionali, le epurazioni, le censure, i reati di opinione; lo scioglimento di movimenti politici; le “extraordinary renditions”; la repressione di minoranze come quelle conservatrice, islamica, catalana, nord-irlandese, serba, russofona; la detenzione di Assange, le violenze nelle prigioni…), ridicolizza il concetto stesso di “Stato di Diritto”, che, a mio avviso, dovrebbe significare invece che, una volta che ci sia dati (quale che sia la procedura legislativa) una legge (costituzionale, civile o penale), poi le autorità la devono applicare in modo obiettivo e rigoroso, senza distinguere se i soggetti colpiti siano grandi potenze o comuni cittadini, di destra o di sinistra, di una o di un’altra religione, multinazionali o piccole-medie imprese. Invece, in Europa le Autorità applicano in modo sistematicamente discriminatorio le legislazioni sulla privacy, sulla cittadinanza, sul segreto di Stato, fiscale e antitrust, e perfino quella penale (pensiamo ad Abu Omar, al Cermis, all’ omicidio Meredith, per non parlare delle leggi memoriali e sui delitti d’opinione), a seconda che si tratti o no dei poteri forti, con le conseguenze aberranti che stiamo vedendo ancora recentemente nei casi  Schrems, Web Tax e antitrust.

Non mi risulta che nessuno (né di sinistra, né di destra) si sia scomodato al Parlamento Europeo per ospitare Assange o Snowden, per confermare la condanna dei sequestratori di Abu Omar, per scorporare i GAFAM, per applicare le sentenze SCHREMS  o per vietare i tax rulings.

L’identità europea non nasce 70 anni fa

3.L’”IDENTITÀ EUROPEA”.

Ambedue i fronti “contrapposti” al Parlamento Europeo pretenderebbero  di difendere la “vera identità europea”, ma, a mio avviso, sono, gli uni e gli altri, fra coloro che la stanno distruggendo. Per gli uni, la “vera identità europea” consisterebbe nel cristianesimo modernistico e chiliastico; per gli altri, nella “laicité à la Francaise”. In realtà, ambedue queste correnti sono ora, e sono state sempre nella storia, minoritarie in Europa. Basti pensare a Sant’Agostino, al Dictatus Papae, a Dante,a Matteo Ricci, a Pascal, a Kierkegaard, a Guénon, a Saint-Exupéry, a Simone Weil…, che non si possono certo inquadrare nell’una, né nell’ altra scuola.

E’ assurdo anche sostenere, come fanno i cosiddetti “sovranisti”, che gli unici difensori dell’Identità Europea siano gli Stati Membri. Per me, l’identità europea è iscritta innanzitutto nell’inconscio collettivo (Freud, Jung), poi nelle opere di Omero, Ippocrate, Erodoto, Socrate, Orazio, Dante, Machiavelli, Pascal, Rousseau, Leibniz, Voltaire, Alfieri, Foscolo, Kierkegaard, Baudelaire, Nietzsche, Freud, Jung, Wittgenstein, Coudenhove-Kalergi, Saint Exupéry, Drieu la Rochelle, Chabod, che non hanno affatto un carattere “nazionale”. Certo, vi sono anche le identità euroregionali (nordica, atlantica, mitteleuropea, eurasiatica, mediterranea, balcanica), come pure quelle nazionali, regionali e cittadine, ma sono  funzioni di una poliedrica identità europea (così come Chabod aveva illustrato mirabilmente abbinando il suo libro sulla storia dell’ idea di Europa a quello sull’ idea di nazione.

A me sembra che ambedue le fazioni siano ispirate in realtà dalla più totale ignoranza (cfr. Tinagli, la grande ignoranza;  Iacci, Sotto il segno dell’ ignoranza). Avendo dedicato decenni della mia vita a studiare l’Identità Europea, so che, per capire che cosa abbiano avuto, ed abbiano, in comune, miliardi di persone delle epoche più diverse, occorre uno studio accanito e puntiglioso, di antropologia, filosofia, filologia, storia, sociologia, economia, politica, storia della cultura. Inoltre, l’Europa è sempre stata un Paese altamente elitario, dove gl’ideali culturali sono sempre stati patrimonio di pochi (i “kaloikagathoi”, i “saggi”, i “santi”, i “chierici”, gli “iniziati”, gli “hommes d’esprit”). Come stupirsi che le tracce dell’identità europea siano così difficili a ricostruirsi?

Eppure, l’esperienza acquisita mi dice che quel poco che si trova in materia è più che sufficiente a riempire molti volumi, e comunque è troppo abbondante  per poter essere facilmente comunicato. Basti considerare che già soltanto il primo volume della mia storia dell’ Identità Europea (“10.000 anni d’identità europea”) è di quasi 400 pagine.

Molti degli aspetti di quell’ identità si riallacciano a culture ancestrali, come quelle di Jamnaja, danubiana, dei mitici Tùatha de Danann; altre, alla cultura greco-romana; altre ancora alle religioni abramitiche; alcune  ai Popoli delle Steppe; altre ancora a Paesi che oggi non sono Stati, come il sacro Romano Impero, gl’Imperi dell’ Europa Orientale e dell’ Oltremare, l’Aragona, la Provenza, la Borgogna, la Scozia, il Galles, la Prussia, la Jugoslavia…

L’educazione degli Europei dovrebbe passare attraverso quest’esercizio della memoria.

L’identità comincia dalla cultura

4. La “DIFESA DELL’ IDENTITÀ”

Se c’è qualcosa in cui i “sovranisti” hanno ragione è nel fatto che le identità (tutte le identità, personali, sessuali, familiari, locali, territoriali, religiose, cetuali, ideologiche, nazionali, etniche, continentali), vanno difese energicamente (la “Selbstbehauptung” di heideggeriana memoria), mentre troppi pretesi “europeisti” vorrebbero in realtà ch’esse sparissero, per fare luogo a un amalgama indifferenziato di “persone” ( “anthropoi”, “Menschen, “Ljudy”,”emberek”, “Nas”) senza qualità.

Sotto il punto di vista della difesa delle identità, le carte in regola le hanno più  i “sovranisti” dell’ Est, che, per difendere quelle identità, hanno combattuto tante guerre, dalle insurrezioni dell’ Ottocento, a quelle durante la IIa Guerra Mondiale, alle guerriglie del Dopoguerra, ai fatti di Berlino, Budapest, Poznan, Praga, Danzica, Vinius, …e per questo è del tutto comprensibile che i governanti ungheresi, polacchi o sloveni, si ribellino all’accusa di “illibertà” rivolta loro da molti  leaders europei occidentali, che, quando gli orientali combattevano e morivano, simpatizzavano magari per le forze dell’Asse o per il blocco comunista, e comunque non hanno mai  imbracciato un fucile in difesa della libertà, come il presidente Janša.

E, certo, fa parte della difesa dell’identità anche la gestione della demografia e dei flussi migratori, ma questa non può  essere fatta in modo aprioristico ed astorico, bensì solo tenendo conto dei legami storici con i vari Paesi, del surriscaldamento atmosferico, dei rapporti con lo slavismo, la Russia e la Siberia…

Infine, la polemica contro il preteso “Superstato” europeo è semplicemente irreale,  se si pensa che basta un viaggio in Europa di Soros, di Bannon, di Pompeo , di Biden o di Blinken per fare cambiare tutte le idee a tutti i politici europei (altro che Superstato! Piuttosto, una colonia, di cui sono complici tanto gli “europeisti” quanto i “sovranisti”).

I “sovranisti” dovrebbero intanto spiegarci come si fa a difendere la sovranità dei popoli d’Europa nell’ era dello “Hair Trigger Alert”, del CRISPR, delle  gravidanze eterologhe, dell’Intelligenza Artificiale, di Echelon, di Prism, senza Stati-potenza, capaci di una difesa nucleare, come diceva De Gaulle, “à tous les azimuts”, di un proprio Internet, dell’”unione del civile e del militare”, di servizi segreti autonomi worldwide. E ci spieghino anche se, secondo loro,  ciascuno dei 27 Stati “sovrani” dell’ Unione possa, o debba, dotarsi di tutto ciò.

Di converso, le Istituzioni ci dovrebbero spiegare come fanno a contrastare la propaganda sovranista  contro il depotenziamento degli Stati Membri,  quando, in 60 anni, non hanno neppure iniziato a discutere su come dotare l’Unione degli attributi della sovranità  come sopra. Altro che “Superstato”! L’Unione e gli Stati Membri sono dei semplici Stati-fantoccio in balia del Complesso Informatico-Militare americano. E’ovvio che, in questa situazione,l’adozione di un eventuale “regola della maggioranza” nelle istituzioni europee non cambierebbe nulla  e, anzi, renderebbe solo più facile agli emissari americani vedere eseguiti i propri ordini. Infatti, tutti i politici, di tutti i partiti e di tutti gli Stati, quando sono in gioco gl’interessi americani, sono sempre tutti d’accordo (come sulla questione delle basi e sui GAFAM). Il problema è quindi a monte: bisogna eleggere come rappresentanti dell’Europa persone non manipolabili dall’esterno.

E’ paradossale, ma l’unico difensore della sovranità europea è oggi Ji Xinping, che si è visto vede costretto a convincerne  Merkel e Macron via teleconference. Secondo la televisione cinese CNTV, il presidente ha infatti espresso ieri ad Angela Merkel ed Emmanuel Macron  l’auspicio che “gli Europei possano svolgere un ruolo più attivo negli affari internazionali e raggiungere l’indipendenza strategica”.Gli uffici stampa dei due Governi  in questione hanno confermato ufficialmente solo a metà questo scambio di  punti di vista con Xi Jinping, che comunque resta rilevante ai fini di quanto andiamo qui affermando: che cioè i leaders europei hanno purtroppo bisogno di qualcuno che gli ricordi dall’ esterno che debbono essere più indipendenti . 

L’Europa ha un’identità poliedrica

5. Una “TERZA VIA”, semplicemente… “europea”

Da quest’ analisi comparativa delle questioni più qualificanti, risulta che, né le posizione dei “sovranisti”, né quelle dell’ “establishment”, sono atte a far uscire l’Europa dall’ “empasse” cui essa si trova, e che esse, al di là delle apparenze, sono in realtà molto simili fra di loro.

Per questo motivo, abbiamo proposto, e continuiamo a proporre, nella Conferenza sul Futuro dell’ Europa e fuori di essa, una posizione ancora diversa:

1)L’Europa unita è necessaria al mondo quale strumento per contrastare il tentativo del Complesso Informatico-militare di eternare il proprio controllo sull’ Umanità mediante la centralizzazione del sistema digitale (la “Singularity”di von Neumann e di Kurzweil);

2)L’Europa potrà svolgere questo suo compito solo inserendosi autorevolmente nel conflitto in corso fra le grandi potenze digitali, in modo da affermarsi  quale sistema sociale e tecnico alternativo, fondato sul rilancio, contro  la decadenza e contro la tecnocrazia, dei valori dell’Età Assiale (l’”Europa Poliedrica” di cui hanno parlato i Pontefici);

3)Per divenire multipolare, l’Europa deve rendersi indipendente, prima culturalmente, poi politicamente, poi economicamente, e, infine, militarmente, dal blocco occidentale in cui oggi è inserita (la “Sovranità Strategica” vagheggiata da Macron e da Borrell, ma che, come si vede, non viene concretamente perseguita);

4)Per raggiungere veramente una siffatta sovranità, l’Europa deve rafforzare le proprie resistenze immunitarie all’omologazione tecnocratica, prima riscoprendo la propria cultura, poi dandosi un’industria digitale, e, infine, coordinando le due nell’ ambito di un nuovo sistema sociale digitale partecipato (una sorta di cogestione dell’industria digitale, ampliando e modernizzando il “diritto sociale europeo”).

Tutto ciò significa che i pensatori e le organizzazioni veramente e semplicemente “europeisti” non potranno esimersi dall’ entrare in conflitto, tanto con i “sovranisti” di facciata, quanto con un “establishment” che si pretende “europeista”, ma non fa neppure più finta di preoccuparsi del futuro dell’Europa (e dell’Umanità).

Dobbiamo creare, in sostanza, un “TERZO FRONTE”, semplicemente “europeo”, alleandoci con chiunque (in primo luogo Russia e Cina) ci possa aiutare a creare un qualche margine di libertà per il nostro Continente, e recuperando tutte le memorie eccentriche che, nel corso della Storia, hanno creato l’Identità Europea contro tutti gli arrendisti, i conformisti e, in generale, i mediocri, che non sono mancati e non mancano tutt’ora nel nostro Continente.