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L’EUROPA E I VACCINI: “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”

Il Covid 19 ha dimostrato che l’America non può combattere in Europa

La drammatica carenza di vaccini ha messo in evidenza la debolezza strutturale dell’Europa rispetto ad altre parti del mondo, che stanno affrontano i rischi esistenziali del nostro tempo con più equilibrio, lungimiranza, realismo, determinatezza e, in definitiva, efficienza.

Quando l’establishment lamenta che “i nostri valori” sarebbero calpestati in tutto il resto del mondo (Cina, Russia, Ungheria, Polonia, Turchia, Siria, Egitto, Golfo Persico,  India, Africa, Sudamerica) esprime una visione deformata dell’ identità europea, intesa come un avatar del messianesimo materialistico, secondo cui sarebbe possibile, e, anzi, inevitabile, che, nella fase ultima della storia, si applicassero sulla terra quelle regole che, secondo la maggior parte delle religioni, si applicherebbero all’ Oltremondo: la sintesi fra Essere e Dover Essere (quello che Sant’Agostino chiamava “Chiliasmo”).Questa visione ultra-ottimistica della storia è negata dalla forma storicamente maggioritaria delle grandi religioni, europee ed extraeuropee (dall’Ebraismo halakhico al Buddhismo Mahayana, dal Cristianesimo paolino alla Sunna), perfino la più compiuta visione del Paradiso, quella dantesca, è stata sotto molti aspetti non convincente.

Inoltre, come illustrato bene per esempio da Lessing, Weber, Jung, Rosenzweig e Benjamin, i paradigmi delle “religioni tradizionali” si sono conservati nelle “religioni civili”, semmai con delle asprezze e delle contraddizioni maggiori che nelle prime (per il fenomeno  dell’ “eterogenesi dei fini”). I “valori europei” così spesso invocati coinciderebbero dunque con l’ ambiguo “angelismo” derivante dall’ interpretazione chiliastica delle religioni abramitiche, che, essendo irrealistico, non solo viene sistematicamente smentito dai fatti, ma, anzi, si presta benissimo come farisaica copertura   dell’oppressione del mondo intero da parte dei “poteri forti” che si pretendono “etici” ed, anzi “provvidenziali”.

Tutta la vicenda dei vaccini esemplifica egregiamente questa mistificazione, nel campo della collaborazione sanitaria internazionale.

Infatti, la pretesa dell’Europa di operare in uno spirito di grande collaborazione internazionale e di algida indipendenza “scientifica”, indifferenti tanto al “sacro egoismo” quanto alla politica, tale da proporsi come modello per il mondo intero, si è tradotto in un caos e in un autogoal degli Europei, che:

-sono in ritardo nell’approvvigionamento dei vaccini, con ulteriori rischi per la vita umana e per l’economia;

-hanno finanziato inutilmente il Big Pharma che in realtà opera piuttosto come agit-prop dei politici americani (prima Trump, poi Biden), israeliani (Netanyahu) ed inglesi (Johnson), oltre che realizzare profitti scandalosi (Bourla), e non si sono precostituiti gli strumenti giuridici, industriali e politici per far valere le proprie ragioni;

-hanno distrutto l’industria farmaceutica europea, che, in parte, si è rivelata incapace (Sanofi,CureVac), e, in parte, si è dimostrata asservita alle multinazionali (BioNtech);

-non riescono certo ad aiutare i Paesi in Via di Sviluppo, visto che non hanno abbastanza vaccini neppure per se stessi;

-non sono certo immuni da pregiudizi politici che impediscono il salvataggio di vite umane, non avendo fino ad ora neppure preso in considerazione i vaccini russi, cinesi e indiani, che pure  ancor oggi potrebbero colmare le molte lacune di quelli occidentali.

La realtà è che, oggi più che mai, in un’era di rivalità geopolitiche esasperate, tutto, a cominciare dalla salute, è stato “weaponized” (“militarizzato”). D’altronde, tutti tacciono del fatto più sconvolgente: la più grande manovra della NATO in Europa, Defender Europe 2020, è stata sconfitta dal Covid-19, che, facendo ammalare tutti i generali, ha costretto i 30.000 americani in arrivo a tornarsene nel loro Paese.ER il bello è che essa avrebbe dovuto dimostrare il supporto dell’ Unione  alle truppe USA, sancito dalla  “JOINT COMMUNICATION TO THE EUROPEAN PARLIAMENT AND THE COUNCIL on the Action Plan on Military Mobility”. Questo solo fatto dimostra infatti l’incapacità della NATO di difendere chicchessia (e della UE di supportarla), visto che le prossime guerre non saranno guerre tradizionali, bensì “guerre senza limiti”, di cui la guerra chimica, nucleare e batteriologica costituisce una parte integrante ed essenziale. Non per nulla, le forze armate americane sono in ritirata ovunque, dall’Afganistan al Medio Oriente, dalle Filippine alla Germania.

Fra i protocolli medici che sono stati violati (e anche questo nessuno lo dice) c’è in primo luogo proprio il protocollo NATO per la guerra nucleare, chimica e batteriologica. Per la quale vale la legge sullo stato di emergenza: altro che la preoccupazione per i diritti personali!

Ma su tutti i fronti il panorama è egualmente sconsolante.

L’Astra-Zeneca, spacciata a suo tempo per azienda europea, non riesce a nascondere la sua preferenza per il Regno Unito; la Sanofi, incapace di fornire il proprio vaccino, viene costretta da Macron a fabbricare i vaccini dei concorrenti extraeuropei; in questa situazione, non solo non si può impedire all’ Ungheria, alla Serbia e alla Turchia di usare i vaccini russi e cinesi, ma la stessa Germania sta negoziando con la Russia la fabbricazione sui licenza russa dello Sputnik V.

Israele:un modello di tempestività

1. Israele recordman dei vaccini

Vediamo come il sito tedesco Cicero confronta la reazione al Covid di Israele e quella della Germania:

„“Il Governo israeliano ha comprato a prezzi usurari sul mercato mondiale vaccini Pfizer/BioNtech in una quantità sufficiente per l’intera popolazione. Quando si tratta di vite umane, non bada a spese. Sono  spuntati dal nulla in tutto il Paese, a velocità record, centri di vaccinazione aperti 24 ore su 24, anche il Sabato. Anche qui: le vite umane innanzitutto. Così, un Paese di 9 milioni di abitanti ha una capacità di 150.000 vaccinazioni al giorno…… In pochi giorni, in Israele è stato vaccinato un milione di persone. Un record mondiale. Nello stesso periodo, in Germania, con i suoi 83 milioni di abitanti, sono state vaccinate 250.000 persone. Certo,  secondo i piani prestabiliti: prima, gli ultra-novantenni e il personale medico;poi, gli ultra-settantenni. Di questo passo, andremo avanti fino a Settembre prima di avere l’immunità di gruppo.. ….Molti medici si sono offerti alle stazioni di vaccinazione di lavorare gratis, ma la loro offerta è stata respinta. Mancano i vaccini e i piani.”

Cicero azzarda una sarcastica spiegazione storico-sociologica (“Brava Germania, continua così! ”):“La fortuna dei Tedeschi, di poter vivere, dopo la sconfitta incondizionata della 2a Guerra Mondiale, una pace settantacinquennale mai vista nella storia, e di guadagnarsi intanto un benessere mai conosciuto, ha reso i Teutoni sazi, stanchi e senza fantasia. Nessuno dei decisori ha visto una guerra, per non parlare di una pandemia, Si pensa di dover fare ogni cosa con il massimo di sicurezza e di regole…. Soprattutto, siamo i primi della classe in Europa. L‘autorizzazione di un vaccino sviluppato in Germania da una coppia turco-tedesca deve attendere l’OK di Malta e Cipro. Bravi! Ma in questo tempo, si sarebbero potute salvare migliaia di vite. Questi lussi debbono finire. E più sarà in fretta, meglio sarà. Per nostra fortuna, nella nostra vita quotidiana non abbiamo bisogno della mentalità della militante Israele, ma l’era  del Coronavirus non è  vita normale. Ora si deve agire con tutte le forze..si richiede efficacia. La rapidità non è un maleficio, anzi, è irrinunziabile. L’urgenza non ammette vincoli. Si tratta di salvare vite, a qualsiasi prezzo”.

In effetti, Netanyahu su è procurato i vaccini senza tanti tentennamenti: Israele ha firmato il 7 Gennaio con la Pfizer un accordo per 10 milioni di dosi in cambio dei dati dei cittadini vaccinati, pagando anche $30, forse  47,  per persona, più del doppio del prezzo del Belgio. Nethanyahu (sotto elezioni) vanta la propria amicizia con il Presidente della Pfizer,Bourla, definito “un grande amico d’Israele”.Lo stesso che il giono edell’ annunzio dell’autorizzazione del vaccino (per un diktat di Trump), ha realizzato le sue stock options per milioni e milioni di dollari.

Che fine ha fatto CureVac, sostenuta dall’ Unione Europea per sottrarla a Trump?

2.Favoritismo per l’Anglosfera o errata programmazione degli Europei?

In effetti, la fiducia riposta dalle autorità europee nelle multinazionali americane ed inglesi era mal riposta. Era chiaro fin dall’ inizio che, come voleva Trump (caso CureVac), avrebbero privilegiato gli Stati Uniti. E, difatti, a Dicembre Trump aveva emanato un decreto, secondo cui “ l‘Amministrazione americana deve garantire che le cittadine e i cittadini americani vengano riforniti di vaccino prima degli stranieri. Pertanto, le fabbriche americane sono tenute a fornire i vaccini in primo luogo negli Stati Uniti”. Come ha scritto il ministro tedesco Spahn,“Questa situazione ha per effetto che le fabbriche europee di BioNTech/Pfizer e di Moderna debbano rifornire di vaccini, oltre all’ Europa, il mondo intero.”

Ma lo stesso problema sembrerebbe verificarsi con l’anglo-svedese Astra-Zeneca, che ha già incassato 336 Milioni di Euro, e  starebbe esportando il vaccino fuori della UE a qualche giorno dall’ autorizzazione dell’ EMA e nonostante il contratto con l’ Unione. Anziché 80 Milioni di dosi, fornirà, nel primo trimestre 31 milioni. Finalmente, anche la Commissaria Kiriakidis ha perso la pazienza: “L’Unione Europea vuole sapere esattamente quali dosi siano state prodotte, a che punto sia Astra-Zeneca e dove le dosi siano state vendute.” A ciò si aggiunga che il vaccino di Astra-Zeneca ha scarsa efficacia sugli ultra-sessantacinquenni.

In realtà, Astra-Zeneca, che ha venduto molte più dosi nel Regno Unito, si difende affermando che la Commissione e gli Stati membri hanno firmato i contratti molto dopo il Regno Unito e per importi inferiori, e inoltre non hanno asunto un impegno giuridico formale, ma si sono soltanto n a “fare i migliori sforzi” .Ma i nostri funzionari li leggono i contratti? Sono capaci di negoziarli? A me risulta che qui, così come in campo informatico, si limitino ad accettare gli standard delle multinazionali.

In generale, mentre siamo dipendenti, in ambo i settori, dalle multinazionali americane e inglesi, si continua a spacciare come europei dei prodotti co-sviluppati e dipendenti dalle scelte strategiche d’Oltre-Oceano. Così, come sempre, fuori da alcuni limitatissimi settori come l’auto e l’aerospaziale civile,  il Mercato Unico Europeo è il Mercato Unico delle multinazionali americane.

Il Recovery Plan/Next Generation dovrebbe come prima cosa creare ex novo dei Campioni Europei in tutti i settori. Certo ciò è contrario alla retorica della globalizzazione, ma i massimi sostenitori di questa (Stati Uniti e Cina) non se ne possono certo lamentare, perché essi sanno benissimo come sostenere i propri campioni nazionali invocando le esigenze della sicurezza nazionale, che per altro sono assolutamente vere, e, anzi, oggi  prevalenti, tanto in campo sanitario che in quello informatico.

Sono piuttosto i rapporti fra le nostre Autorità, la nostra accademia e le nostre imprese con Big Pharma e i GAFAM a non essere trasparenti.

SOLUZIONI INNOVATIVE PER IL DOPO-CRISI: LE VALUTE ALTERNATIVE

   

Sostengo da tempo che i sistemi statuali stanno andando, in tutto il mondo, verso una fase di centralizzazione. Ciò è dovuto alle sempre crescenti e più complesse funzioni della società, alla rivoluzione digitale e alla globalizzazione. In un certo senso è quello che il federalismo europeo ha  da tempo previsto, dandogli il nome di “regionalizzazione”.

Tutti hanno sempre più rapporti con tutti, non solo più a livello locale, ma a livello mondiale. Questo, però, non ha favorito, come avrebbe voluto l’”ideologia californiana” della “saggezza dello sciame”, soluzioni più razionali, né più decentrate. Al contrario, sono emerse una crescente ingovernabilità, e, in parallelo, l’esigenza di centri di potere collocati a non eccessiva distanza da dove i processi effettivamente avvengono, in alto (nella comunità internazionale), e in basso, fra i cittadini -centri capaci, per questo, di assumere un ruolo di direzione effettiva dei processi stessi per sub-assiemi significativi della popolazione mondiale, con il necessario livello di forza e di autorevolezza-. E’ il caso degli USA, della Cina, dell’India, della Russia; così vorrebbe essere in fondo anche l’Unione Europea, compatibilmente con le tradizioni del nostro Continente. All’interno di ciascuno di questi blocchi, il potere tende a essere esercitato in modo sempre più verticistico, per far fronte a difficoltà sempre crescenti e incalzanti: l’entropia del sistema economico e sociale; la società del controllo totale; le crisi ambientali e sanitaria; le nuove tecnologie militari…

  1. Lo stato di emergenza ovunque

La crisi del Coronavirus ha accelerato questi processi, rendendo impellenti quelle esigenze di controllo delle emergenze che fino ad ora erano state previste solo  sulla carta (da organismi internazionali, costituzioni, leggi, scienze medica e militare, piani bellici..), ma che in realtà nessuno prendeva veramente sul serio: preparazione industriale bellica; piani di emergenza; stocks di riserva; coprifuoco…Basti vedere la ricorsa dell’ OMS e della NATO a riscrivere protocolli d’intervento urgente mai esistiti, o, nella migliore delle ipotesi, obsoleti.

In particolare la NATO si è veramente ridicolizzata con Defender Europe 2020, finita ignominiosamente con la quarantena dei generali, nonché con la risposta degli Stati membri all’appello di Stoltenberg per l’Italia e la Spagna, a cui hanno risposto solo Repubblica Ceca e Turchia. Altrettanto ridicola, due mesi dopo l’inizio della crisi e un mese dopo l’arrivo degli aiuti cinesi e russi, l’idea dell’Alto Rappresentante di inviare convogli militari con gli aiuti e con la bandiera europea. Fra quindici giorni, ci vorranno camion pieni di banconote, non di mascherine. Ed è proprio lì che si rivelano i lati negativi dell’inesistenza, da un lato, di un’identità europea fatta propria dalle Istituzioni, e, dall’ altra, di un vero potere federale sovrano, cioè capace di “decidere sullo stato di eccezione”.

Ne consegue, al di là delle qualificazioni ideologiche e politiche, una serie di comportamenti quasi omogenei in tutti i continenti salvo l’Unione Europea: personalizzazione e de-ideologizzazione della politica; decretazione d’urgenza; emergenza di organi tecnici extra-costituzionali (sanitari, di protezione civile, di management); uso civile delle forze armate; utilizzo massiccio del volontariato; interventismo economico; protezionismo; ricorso a tappeto all’assistenza pubblica…

In questo quadro si situa per ultimo la risposta muscolare dei grandi Stati, e soprattutto degli Stati Uniti e della Cina, alla crisi da lockdown. In America, con l’attuazione della “Legge sulla Produzione di Guerra” e con un’emissione di moneta cartacea senza precedenti; il Cina, con un ritorno in grande stile del culto della personalità e della retorica epica dell’era maoista. Tuttavia, fenomeni simili si riscontrano anche in India, dove il governo Modi ha deciso il più colossale lockdown mai realizzato: la chiusura generalizzata in tutto un Paese di 1 miliardo e trecento milioni di abitanti, con 28 Stati federati diversissimi e un intreccio inestricabile di migranti, costretti da un minuto all’altro a ritornare, con mezzi di fortuna se non a piedi, in villaggi distanti migliaia di chilometri. In confronto, il  lockdown della Cina, che ha coinvolto solo qualche provincia, appare molto modesto.

L’Occidente aveva smesso di produrre mascherine, subcontrattandole tutte in Cina, la quale ora sta realizzando fatturati spettacolari (oltre a regalarne un po’ dovunque). Sicché, a partire dalla Casa Bianca, si erano alimentate all’ inizio voci oggi completamente smentite) contrarie all’ uso delle mascherine, anche perché questo gap non si eliminerà certo rapidamente, e la Cina avrà per molto tempo un formidabile leverage verso gli Stati Uniti (che infatti si sono visti costretta ad accettare aiuti umanitari da Cina e Russia). Di ciò si comprende perché maggioranza e opposizione convergano ora nel sollecitare Trump ad avvalersi dei poteri straordinari. In effetti, al rientro, mentre in Italia ci vorranno 300 milioni di mascherine al mese, in America ce ne vorranno  molte di più, sicché il  presidente Trump  ha già imposto alla  3M  di aumentare la produzione  e di cessare le esportazioni.

Il decisionismo è particolarmente evidente in campo economico, dove i due grandi colossi stanno agendo con estrema rapidità e decisione, con misure che, fino a poco tempo fa, sarebbero state impensabili.

Mi riferisco in particolare allo sviluppo illimitato in Cina di tecnologie biomediche fondate sulla sorveglianza totale; all’emissione gigantesca di moneta da parte di Trump; alla preparazione a ritmo di corsa dei bitcoin statali cinesi; agli accenni fatti da Trump al progetto di mettere sotto controllo i bitcoin attraverso la precettazione, ai sensi della Legge sulla produzione militare,  di Google che svolgerà per conto del Governo il compito di “ricercare”, cioè di controllare, i “nodi” per verificare la correttezza delle transazioni, e, in tal modo, ottenere un corrispettivo monetario e tenere  sotto controllo il sistema, che così si avvicina ad un sistema monetario sovrano.

La Legge sulla Produzione di Guerra, adottata 50 anni fa per guerra di Corea, e mai abrogata, permette infatti al Presidente americano d’impartire alle imprese ordini onnipervasivi, di cambiare le produzioni, lavorare in perdita, adottare contratti e salari imposti, di fondersi o meno…In base a questi poteri, il Presidente ha già ordinato a imprese grandi e piccole di convertirsi alla produzione di materiale sanitario.

Una “mining farm” di bitcoins

2.Il progetto cinese dei bitcoin di Stato

Il termine monete complementari viene usato in prevalenza per indicare la posizione di complementarità o di supporto degli strumenti monetari non ufficiali rispetto alle monete ufficiali, ed anche rispetto alle finalità della crescita economica. È stato rilevato però che le stesse monete complementari, o a prevalenti fini economici, vengono ad assumere la caratteristica di “alternativa”, più o meno parziale, rispetto ai sistemi monetari ufficiali, a corso legale, in quanto anche l’uso di una moneta “complementare” tende a ridurre di fatto l’uso delle monete ufficiali. In più, ogni moneta o strumento monetario non ufficiale tende a presentarsi e può essere usato solo in alternativa rispetto agli altri tipi di monete non ufficiali.

Quanto alla moneta elettronica, i suoi vantaggi sono duplici: da un lato, evitare l’eccessivo maneggio di denaro -pericoloso in tempi di pandemie-, e, dall’altro, creare liquidità senza appesantire il bilancio dello Stato. Certo, pare (ma, a questo punto, non si può più credere a nulla), che il denaro non trasmetta il Coronavirus, però, può trasmettere altre malattie. D’altro parte, abbiamo visto che, a Wuhan, si è evitato ogni passaggio di denaro.

Secondo statistiche ufficiose, il 30% dei detentori di bitcoin si situa in Cina.

Questo ha tra l’altro provocato il recente crollo del valore dei bitcoin sia per le misure restrittive del Governo cinese, sia durante la chiusura di Wuhan, e questa è una delle ragioni degl’interventi eccezionali in corso in America e in Cina. Il Governo cinese, pur sospettoso dei bitcoin come quasi tutti i governi del mondo (in India sono vietati), a causa dell’uso massiccio che ne fanno le organizzazioni criminali e delle perturbazioni alla valuta ufficiale, sta studiando il fenomeno da cinque anni, con l’obiettivo d’introdurre la prima valuta digitale statale, che dovrebbe essere legata allo Yuan.

Occorre ricordare che, in Cina, le piattaforme americane che dominano nel resto del mondo sono state poste in concorrenza con quelle locali (Alibaba, Tencent e Baidu), che oggi dominano il mercato e sono una specie di concentrato di Amazon, Facebook, Twitter, Youtube, Whatsapp e Uber. Queste piattaforme cinesi hanno sviluppato modelli di business più aggressivi di quelli americani, che oggi le stanno imitando, e, contrariamente ai loro omologhi americani (che sono monopolisti assoluti nei loro settori) Le tre maggiori imprese competono fra di loro in tutti i segmenti del mercato.

Secondo statistiche ufficiali, l’ e-commerce in Cina ha raggiunto un valore pari al PIL dell’ Olanda,e quello attraverso gli smartphone riguarda il 74% del commercio elettronico.

Alibaba comprende imprese operanti nei pagamenti online, nel cloud,  nello streaming, nella cartografia, nella vendita al dettaglio, nella telefonia mobile, nelle centrali di acquisto,nel noleggio auto,nella posta elettronica….(un an intero ecosistema  digitale).

Alipay, controllata di Alibaba,  è l’equivalente di PayPal. In occasione della crisi del Coronavirus, praticamente tutte le transazioni monetarie, soprattutto a Wuhan, si sono fatte con Alipay, la quale ha fornito anche un sistema per la tracciabilità del contagio.

Il direttore dell’ unità della Banca Centrale responsabile per la valuta digitale  ha fornito recentemente alcune anticipazioni sulla nuova valuta digitale cinese:

-non farà riferimento ad un paniere di valute;

-non potrà essere usata a fini speculativi;

-sarà usato tanto nell’ e-commerce quanto nel commercio internazionale.

Fra la Banca Centrale e le imprese informatiche cinesi, sono stati depositati 54 brevetti sui bitcoin.

 

3. In Europa, che cosa aspettiamo?

Di fronte a questo agitarsi frenetico in tutti i continenti, gli Europei si muovono con estrema lentezza, preoccupandosi tutti solo di scaricare i costi della crisi sui propri vicini, e di evitare qualunque aiuto reciproco. Infatti, questo è il senso, tutto contabile, dello scontro sul MES e sul Coronabond. Con il primo, il costo della crisi finisce in capo ai Paesi più colpiti dal morbo, mentre, con il secondo, si ripartisce in modo più equilibrato. Qui però non si può pensare solo ai costi del lockdown, ma soprattutto al futuro dell’Europa, che era già molto dubbio prima della crisi, e, se la crisi consoliderà lo status quo, diventa veramente drammatico.

Non è un luogo comune federalistico, ma una realtà che sta emergendo in tutta la sua durezza: l’assenza di un potere centrale, corrispondente a quello dei presidenti americano, cinese, russo e indiano, costituisce un grave handicap. L’unione Europea viene accusata di non agire in questa terribile crisi, ma non può farlo, non soltanto perché ci sono di mezzo gli Stati membri,  non solo perché l’Unione ha almeno 6 “vertici” di pari rango (i Presidenti dell’Unione, del Consiglio Europeo, della Commissione, del Parlamento e della Banca Centrale e l’ Alto Rappresentante per la Politica Esterna e di Difesa), ma, soprattutto perché, pur mettendo insieme tutti i poteri di questo potenziale “Direttorio”, essi non potrebbero “decidere sullo stato di eccezione”, come fanno i loro colleghi degli altri Continenti.

Intanto, gli Stati membri stanno adottando misure protezionistiche, come, prima, i divieti d’esportare in Italia materiale sanitario, poi, gli strani “dirottamenti”, in Cechia e Francia, di materiale cinese in transito verso l’Italia, e, infine, l’incredibile misura del Governo italiano di applicare la “Golden Share” ai rapporti intereuropei.

La crisi dovrebbe proprio avere l’effetto di una vera e propria “krisis”, cioè (secondo l’etimologia greca) un momento di decisione, che cambia i paradigmi consolidati. A questo punto, dirò, in contrasto con uno dei pochi punti di consenso  esistenti fra l’ establishment e contestatori dell’ attuale sistema, che, per me, la priorità non dovrebbe essere quella di sostenere in eterno le imprese tradizionali traballanti (come sono diventate le, un tempo tanto floridissime, industrie metalmeccaniche del Centro Europa i loro fornitori, piccole e medie imprese italiane e spagnole, citate  dalla Presidentessa von der Leyen), bensì creare nuove attività europee che non debbano solo difendersi,  ma che siano capaci di competere nel futuro con Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft, Alibaba, Huawei, Tencent e Baidu. E collocarle in luoghi comparabili con  la Silicon Valley, Seattle, Hanzhou o Shenzhen, come le coste italiane, francesi e spagnole (p.es., la Sardegna, la Costa Azzurra o Barcellona: pensiamo a Sophia Antipolis, a Tiscali o a Sardex). Anche pensando a nuove forme d’interazione pubblico-privato nello spirito di salvezza nazionale, sul modello di ciò che sta accadendo in America e in Cina.

Per ciò che riguarda la moneta digitale, essendo chiaro che, in un mondo dominato dall’ informatica, prima o poi si arriverà alla sostituzione del denaro cartaceo (per altro inventato dagli stessi Cinesi fra il 7° e il 10° Secolo d.C., e più volte abbandonato per certi suoi svantaggi), è evidente che, anche in questo campo, chi per primo espanderà il proprio sistema (Stati Uniti o Cina), potrà godere di quel privilegio del signoraggio (creazione illimitata di moneta) che oggi ha il solo dollaro. In questi ultimi anni però gli organi di governo dell’Unione Europea si sono dimostrati tolleranti, ed hanno  addirittura sostenuto alcune iniziative in diversi paesi europei, volte a sperimentare strumenti monetari alternativi a sostegno dello sviluppo locale e per affrontare meglio la crisi economica del piccolo commercio e delle piccole imprese.

Se il Sistema monetario tradizionale, basato sulla moneta cartacea,  sparisse, e se essi non facessero nulla, gli Europei sarebbero lasciati in completa balia di soggetti esterni. Già oggi, più di 2/3 dei pagamenti non in contanti sono fatti utilizzando carte di credito non europee, come le Visa e le Mastercard, mentre Alipay sta ampliandosi in Europa. Che ci sta a fare il commissario UE per la concorrenza?

Per questo ci chiediamo anche perché l’Unione Europea, tanto orgogliosa dell’Euro, sia ancora così lontana dalla creazione di una propria valuta digitale. Christine Lagarde ha annunziato una siffatta intenzione da parte della Banca Centrale Europea, ma per ora non si vede nulla di concreto. La Deutsche Bank ha postato recentissimamente un tweet secondo cui è corretto che le Banche Centrali si occupino di criptovalute, perché, altrimenti, queste potrebbero costituire un elemento di disturbo per la stabilità monetaria.

5.Sardex.net

Anche in Italia, coloro che si pongono il giusto problema di ampliare la base monetaria senza gravare il bilancio dello Stato,dovrebbero pensare che non avremmo difficoltà a creare subito una valuta digitale italiana, anche perché, tra l’altro, qualcosa del genere esiste già, seppure in forma embrionale. E’ Sardex.net, un circuito di credito commerciale che permette agl’imprenditori di pagare beni e servizi con una moneta complementare, il cui valore convenzionale è un euro ma non è trasformabile in valuta corrente. In pratica, alle aziende viene attribuito un conto corrente digitale attraverso cui scambiano beni e servizi, in una rete che, in Sardegna, conta 2.500 imprese iscritte e 1.200 i dipendenti, e si sta espandendo in altre 11 regioni: Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise e Campania.

Sardex è ispirato alla rete svizzera Wir, un circuito di moneta complementare svizzero, nato nel 1934 grazie a sedici imprenditori che, per ovviare alla mancanza di liquidità dopo la crisi del 1929, cominciano a segnare su un libro mastro tutti i rapporti di credito e debito tra loro. Oggi Wir è un circuito economico di 62mila membri, 45mila dei quali piccole e medie imprese, con un capitale equivalente a circa 3 miliardi di franchi svizzeri.

Anche Sardex ha la funzione di unità di conto e misura dei rapporti di debito e credito all’interno di un circuito, costituito dagli iscritti: aziende, professionisti, associazioni ed ora anche privati cittadini. Le attività, che aderiscono al circuito, hanno il loro Conto Sardex, col quale effettuare incassi e pagamenti e possono contare su un mercato aggiuntivo rispetto a quello tradizionale in cui si è contemporaneamente fornitori e clienti rispetto agli altri partecipanti. E’ un modo per aumentare il potere d’acquisto di singoli e famiglie – incentivate al consumo critico – che ha effetti positivi sulle attività economiche. Queste ultime, infatti, grazie al meccanismo di ricarica di crediti fidelizzeranno i propri clienti e potranno contare su un forte strumento attrattivo per acquisirne di nuovi, incrementando il loro giro d’affari sia in crediti sia in euro. L’utilizzo è molto semplice e si basa su strumenti d’uso comune: una card fisica, collegata a un conto in cui ricevere e rispendere i crediti, una app e un portale

La scelta di ancorare il suo valore a quello dell’euro è frutto di un’attenta valutazione, mirata a facilitare la contabilizzazione delle transazioni.  Le imprese che si iscrivono a Sardex, pagando una quota di abbonamento annuale, hanno a disposizione un Conto e una Carta. Possono ottenere sul loro conto una linea di credito, sotto forma di scoperto di conto, in crediti, ognuno dei quali ha valore pari a un euro. Per ogni transazione che fanno in Sardex con altri soggetti economici aderenti al circuito viene registrato il trasferimento delle somme da ciascun conto, esattamente come quando si fa o si riceve un bonifico dal proprio home-banking. Sui conti Sardex non ci sono interessi, né attivi né passivi: tenere i crediti fermi sul conto non serve. Lo scopo finale non è l’accumulo di Sardex, visto che non si maturano interessi e non si può neanche tramutare la valuta in euro, ma l’incremento degli scambi commerciali tra le imprese.

All’atto dell’iscrizione ciascun aderente riceve una linea di credito immediatamente utilizzabile, ha a disposizione un conto corrente, una App Oggi ci sono oltre 4000 imprese associate al circuito, 770mila transazioni registrate, più di 300 milioni di euro (in crediti Sardex) di giro d’affari complessivo, che cresce costantemente. Sardex ha un ambizioso piano di internazionalizzazione.