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FINALMENTE, LA RIVOLUZIONE EUROPEA!?

La dichiarazione del Movimento Europeo per i Trent’anni di Maastricht (Newsletter del 7 Febbraio 2022)

Macron da Putin

L’EDITORIALE in oggetto contiene, sorprendentemente, il lodevole, e non usuale, proposito di avviare una “Rivoluzione Europea”, partendo da un’”Operazione Verità”.

E, in effetti, questa si sta rivelando l’unica via per raggiungere gli obiettivi dichiarati da sempre, ma mai seriamente perseguiti, dall’eterogeneo insieme degli Europeisti:

1)un’Europa unita;

2)il multilateralismo sul piano mondiale;

3)la sovranità europea;

4)la competitività dell’Europa con USA e Cina.

L’approccio funzionalistico, nato nel primo Dopoguerra  sotto l’influenza americana, e mai abbandonato da allora, non poteva, né può neppure ora, portarci a questi risultati, perché i suoi obiettivi erano, e sono, diversi:

a)l’inserimento dell’ Europa nel sistema americanocentrico (Huntington);

b)il salvataggio delle obsolete classi dirigenti degli Stati nazionali e la prevenzione della nascita di una classe dirigente alternativa (Brzezinski);

c)la divisione permanente dell’Europa fra Est e Ovest (dottrina Brezhniev);

d)il contingentamento dell’ economia europea in modo che non possa mai superare quella americana (Trotzkij).

Oggi però, come affermano i Movimenti Europei, “L’intero pianeta è interessato da processi che, in maniera sempre più interdipendente e con velocità crescente, ne mettono in discussione l’assetto geopolitico…”,vale a dire  proprio questo assetto politico americanocentrico.

Di conseguenza, all’Europa  si presenta ancora una volta un’occasione per tentare di perseguire  quei quattro obiettivi condivisi, sfuggendo momentaneamente al controllo delle grandi potenze, rovesciando le classi dirigenti conniventi, unificando il Continente e permettendo finalmente il libero sviluppo della sua economia, cultura, finanza, innovazione sociale, digitale, aerospaziale e  difesa…, oggi subordinati al Big Business d’Oltreoceano.

Ma, il documento prosegue, “Questi processi interdipendenti, se non governati da autorità sopranazionali, provocheranno devastazioni degli assetti istituzionali anche nelle democrazie più progredite del pianeta:…i problemi messi in luce nel saggio di Ida Magli (‘il depauperamento dei popoli, privati di tutto quello che ne costituisce il valore: la patria, la lingua, i confini, l’identità, il futuro, la responsabilità individuale’) sono stati esaltati dalle nuove sfide di fronte alle quali si sono trovate le nostre società”.

Anche se Ida Magli (un’ ottima antropologa conservatrice citata nell’Editoriale) aveva  sbagliato, come chiarito nell’ Editoriale stesso,  le sue profezie apocalittiche, la sostanza delle cose  resta egualmente negativa: “Amplificata dalla rivoluzione tecnologica e digitale, la globalizzazione ha sconvolto in questi anni gli equilibri più di quanto si immaginasse, causando una rapida redistribuzione internazionale del lavoro, delle ricchezze e degli investimenti…. l’Unione europea è apparsa incapace di agire, vittima del suo gradualismo, delle risibili risorse finanziarie (tutto il contrario della ‘enorme massa di denaro che passa attraverso Bruxelles’) del bilancio UE gestito da una euro-burocrazia che costa ad ogni cittadino europeo 1.40 Euro al mese e di un forte potere dei governi nazionali in settori chiave per la gestione di problemi a carattere nazionale.”

Si impone ora di ripartire con un progetto diverso, non più gradualistico perché le scadenze ci sono dettate ormai dai nostri interlocutori extraeuropei: Metaverso (che ricatta la UE fin da subito), Made in China 2025(in corso), Endless Frontier Act (in via di approvazione in America).

La Nation Security Commission on Artificial Intelligence, pietra di paragone per l’ Europa

1.Una colpevole, pluridecennale, negligenza

L’ Editoriale  parte affermando che “La velocità delle trasformazioni negli ultimi venticinque anni (google è nato proprio nel 1997 mentre l’uso pubblico del World Wide Web fu deciso dal CERN il 30 aprile 1993)”” avrebbe reso difficile qualunque previsione”, ma, poi, precisa che tali previsioni in Europa non si fecero perché la cultura mainstream era male ispirata :” da pregiudizio o dal ‘compito delle scienziato (di) fare diagnosi e prevedere il decorso degli avvenimenti col minimo scarto possibile’”.

Questi cecità, miopia e mutismo sono spiegabili sia con i traumi da cambiamento di regime,  con la subordinazione ai blocchi, con la distruzione della borghesia intellettuale, con l’obsolescenza delle ideologie otto-novecentesche e con la difesa a oltranza di posizioni acquisite nell’editoria, nell’ Università, nei media.

In realtà, questo futuro tecnologico, pluricentrico e conflittuale era già stato studiato ad abundantiam fra il 1946  e il 1953 dalle Conferenze Macy, e illustrato fin da allora dalle opere di Horkheimer e Adorno (1947), di Asimov (1949) e di Anders  (1956).

Altiero Spinelli e Eric Przywara avevano contestato fin dall’ inizio l’impostazione funzionalistica ed economicistica delle Comunità Europee. La necessità che l’Europa investisse in nuove tecnologie era stata enunziata da Servan-Schreiber fino dal 1968; la questione ucraina era già presente nella petizione a Cernienko di Dziuba, Antonov e altri, del 1969, e, poi, in un pamphlet di Sol’zhenitsin del 1989; il crollo dell’ Unione Sovietica era stato profetizzato da Amal’rik fino dal 1970. La crisi ecologica era stata denunziata nel 1972 dal Club di Roma; mentre e Manuel de Landa aveva scritto nel 1991 sulla guerra nell’ era delle macchine intelligenti, e, nel 1999, Qiao Liang e Wang Xiangsui, della “guerra senza limiti”.Gorbachev aveva parlato nel 1988 di una “Casa Comune Europea”, e Putin nel 2001 aveva proposto al parlamento tedesco di continuare e completare l’opera di Kohl. Ora, invece, data la sordità degli Europei, ha finito per riallacciarsi a Bismark.

Infine, nel 2003, i guru dell’ informatica avevano teorizzato la guida di Google sull’ America e, nel 2003,  la Singularity e sul mondo, e, Assange(2006), Snowden(2013) e Schrems (2015) hanno illustrato a tutto il mondo quanto i GAFAM condizionino biologia, cultura, politica ed economia. Ancor oggi, Zuckerberg si permette di minacciare l’Unione Europea se finalmente desse attuazione alle due sentenze Schrems della Corte di Giustizia. Dice che Facebook lascerà l’ Europa: benissimo! Finalmente nasceranno i social europei. E’ così che sono nati i BATX, e la Cina à divenuta leader mondiale dell’ ICT.

Tuttavia, una classe dirigente culturalmente fossilizzata, “bibéronnée dans les campus américains”(Le Monde Diplomatique), settaria e opportunista, non aveva dato fino ad oggi alcun riscontro a questi chiari avvertimenti. Come scrive l’ Editoriale,”L’illusione degli Stati europei che ritengono di attraversare , immuni, gli sconvolgimenti planetari ai quali assistiamo rinchiudendosi nell’ ottocentesca dimensione nazionalista sarà spazzata via, non solo dai flussi migratori africani e asiatici, ma anche dal progredire degli stati continentali”.

Ecco un altro tabù finalmente superato: gli Stati-civiltà. Gli “stati Nazionali” sono un’invenzione ottocentesca, che non va confusa né con le “nazioni ancestrali”(Eisenstadt), di carattere culturale,  esistenti da tempo immemorabile (Israele, Grecia, Italia, Gallia/Francia, Germania), né con gli Stati Continentali (USA, Cina, India), che esercitano oggi, ed eserciteranno sempre più (grazie alla tecnologia), quella funzione egemone che nel secolo scorso avevano avuto gli Stati nazionali.

Questo deve aiutarci a riconsiderare il federalismo europeo nella storia e nella cultura politica.

Il federalismo europeo “realmente esistito” non è mai stato federalismo fra “Stati Nazionali”. Storicamente e concettualmente, esso si riallaccia al tribalismo dell’ Europa preistorica, alle poleis, agl’Imperi medievali e moderni, al feudalesimo, alle teorie di Grotius, Althusius, Pufendorf, Vergnaud, Proudhon, Cattaneo, gli Alt-konservative, le Milletler, l’Ausgleich, l’Austro-marxismo, la teoria sovietica e jugoslava delle nazionalità, Alexandre Marc, Jovan Djordjevic, Guy Héraud…Anche se in modo meno percettibile, anche l’ Europa ha avuto il suo “Tian Ming” (la Translatio e Renovatio Imperii), il che le permette di divenire anch’essa un nuovo tipo di Stato Continentale. Non più una “loose confederation” di Stati nazionali (non “sovrani” perché soggetti agli USA), bensì una “Multi-Level Governance” (Bruno Frey, Walter Eucken Institut), fra NATO, OSCE, Unione Europea, Unione Eurasiatica, Regno Unito, Macroregioni Europee, Nazioni Europee, Euroregioni, Regioni, Città, dove la lealtà fondamentale dei cittadini, e i poteri d’imperio (cultura, tecnologia, esercito), devono spettare all’ Europa (importa poco se la chiamiamo “Res Publica”, “Imperium”, “Congregatio”, “Unione”, “Confederazione”, “Federazione”)

Il generale Donovan, fondatore, al contempo, della CIA e dello American Committee for for a United Europe

2.L'”Operazione Verità”

Oggi, tutti i pregiudizi e i tabù di questi decenni (dalle “magnifiche sorti e progressive” all’ignoranza sulle nuove tecnologie, dal filosovietismo storico della sinistra all’indifferenza per la perestrojka e per la nuova Russia, fino alla retorica del “Superstato”), sono stati oramai smascherati dai fatti stessi, e la sfiducia nella classe politica ha raggiunto l’apice con le diatribe che hanno circondato l’elezione del Presidente della Repubblica italiana, e con il procedere in ordine sparso degli Europei in quella crisi ucraina che riguarda proprio l’Europa (e nessun altro).

Il momento culminante di questo discredito è stato costituito infatti dalla smentita,ieri, da parte dello speaker presidenziale russo Peskov, delle dichiarazioni trionfalistiche di Macron: “Considerata la situazione attuale, Mosca e Parigi non possono aver definito alcun accordo – ha affermato – È semplicemente impossibile. La Francia è sia un Paese Ue, con la Presidenza di turno, che della Nato, alleanza di cui però non detiene la leadership che è di un altro Paese. Quindi di quale accordo stiamo parlando?”

L’Europa non è sovrana né nei confronti dell’ America, né nei confronti degli Stati membri: non ha gli strumenti, né nell’ ordinamento interno, né in quello internazionale, per decidere alcunché. Ce lo dice la Russia (Russkaja Federacija), che questi strumenti li ha, in quanto unica vera federazione plurinazionale esistente in Europa (22 Repubbliche Autonome). Più chiaro di cosi?! 

D’altronde, i primi lavori per creare le Istituzioni europee erano stati condotti…(ad Harvard!),  dal Gruppo di studi sul federalismo guidato da Robert R. Bowie, docente alla Law School, e Carl J. Friedrich, docente alla Harvard University, che lavorava in stretta collaborazione con il Comitato di studi per la Costituzione europea creato su iniziativa di Paul-Henri Spaak. Di qui un certo anacronismo del dibattito in Europa, basato sull’America del 18° Secolo (Hamilton), ben diversa dall’ Europa del 20° (e ancor più del 21°). Quegli studi  erano stati raccolti nel volume Studi sul federalismo, che, come affermò Spaak, «rappresentano il contributo degli amici americani sulla fondamentale opera giuridica che si spera di realizzare. l’American Committee per l’Europa Unita, sotto la guida autorevole e devota di William J. Donovan, dopo aver ottenuto il generoso aiuto della Fondazione Ford ed esser stato informato del lavoro che si stava compiendo in Europa, organizzò […] un importantissimo centro di ricerche […].».

Quindi, “Oportet ut scandala eveniant”. Finalmente, il Movimento Europeo sembra fare ammenda di un troppo lungo periodo di sudditanza culturale e politica verso l’”establishment”, riaggiustando il tiro quanto al significato storico dell’integrazione europea ”nella prospettiva di rinsaldare la secessione secolare con l’ Oriente e il Mediterraneo”: quindi, sì all’ Euroislam, alla Via della Seta, alla Casa Comune Europea?!

Come afferma brillantemente l’editoriale, un’”Operazione verità”, che  spezzi le rigidità culturali del 20° secolo, riscoprendo la vera storia dell’ Identità Europea, dalle grandi correnti fondatrici preistoriche (Gimbutas, Anthony), alle teorie politiche classiche (Ippocrate, Erodoto, Socrate, Platone, Aristotele, Dante, Machiavelli), al Barbaricum (Modzelewski), ai progetti medievali e premoderni di federazione europea (Dubois, Podiebrad, Sully, Saint-Pierre, Kant, Voltaire), agli autori  alieni al “mainstream” occidentale (de Las Casas, Kierkegaaard, Baudelaire, Nietzsche, Huxley, Eliot, Pound, Eliade),  fino a Paneuropa, Galimberti, Weil, e allo studio della reale meccanica con cui è nata l’integrazione postbellica (l’American Committee for the United Europe,ACUE; la Dichiarazione Schuman scritta in realtà da Monnet; il ruolo di Mitrany, di Acheson….…). D’altra parte, anche il Partito Indiano del Congresso era stato fondato dagl’ Inglesi.

Il Movimento Europeo, che, al di là della storia, nutre la sacrosanta pretesa d’ incarnare la volontà di unità degli Europei, vorrebbe ora forse finalmente assumere quel ruolo propulsivo che da sempre gli sarebbe spettato: ”un vasto movimento di opinione ben al di là dell’ associazionismo europeista, una alleanza di innovatori che nasca dal mondo dell’economia e del lavoro, della cultura e della ricerca, delle organizzazioni giovanili e del volontariato coinvolgendo tutti coloro che vivono l’utilità dell’ integrazione europea e pagano le conseguenze dei costi della non-europa in vista di una fase costituente che dovrà evitare il rischio di una ‘grigia conclusione’ della Conferenza sul futuro dell’ Europa e aprire la strada ad una Comunità federale.”.

Tutto ciò è riassunto nell’Editoriale. Ci permettiamo qui d’interpretare  i suoi propositi in senso estensivo. Quindi:

-collegarsi con gl’intellettuali europeisti per fondare una Weltanschauung alternativa alla tecnocrazia americana imperante (l’”operazione verità”);

-dibattere “con chi ci sta” strategie atte ad accelerare l’unità dell’Europa entro i tempi strettissimi imposti dalla transizione digitale e dall’evoluzione istituzionale in USA e in Cina (in contemporanea con l’iter parlamentare dell’Endless Frontier Act americano,  l’analisi dei pericoli della “Singularity”; prima dell’ estate, una valutazione complessiva di ciò che sta veramente accadendo in  Europa; entro il 2022 , un piano  per la prosecuzione della Conferenza; entro il 2023, un progetto di  revisione dei Trattati; prima delle Elezioni Europee, la ridiscussione degli assetti di sicurezza del Continente ; entro il 2035,termine per l’attuazione dell’Endless Frontier Act, il dialogo con gli altri Stati continentali sul futuro delle tecnologie; entro il 2049, centenario della RPC, la costruzione di una federazione mondiale tecno-umanistica e pluralistica, secondo quanto ipotizzato per esempio da Coudenhove Kalergi);

-parlare direttamente ai cittadini per pretendere, anche dalle piazze, l’avvio di una siffatta azione europea proattiva da parte di Istituzioni, Stati e partiti, in alternativa alla “grigia conclusione” della Conferenza, di cui ha parlato Mattarella, e che, a cinque mesi dalla scadenza, è già sotto gli occhi di tutti.

Come giustamente affermato dall’Editoriale, il compito immediato è quello di creare “un vasto movimento di opinione ben al di là dell’ associazionismo europeista, una alleanza di innovatori”.

Chi ha da proporre idee a questo proposito ci scriva a questo indirizzo:

 info@alpinasrl.com

COMMENTI ALLA DICHIARAZIONE CONGIUNTA

sulla Conferenza sul Futuro dell’ Europa

La Conferenza sul Futuro dell’Europa costituisce, per l’Associazione Culturale Diàlexis, lo sbocco naturale dei suoi 14 anni di attività. Fondata nel 2007 in occasione delle commemorazioni, alla Regione Piemonte, dei 50 anni del Trattato di Roma, essa ha come scopo precipuo far conoscere l’ Europa nell’ area alpina occidentale, e l’area alpina occidentale in Europa. Molte delle opere pubblicate sotto i suoi auspici, a cominciare da 10.000 anni d’Identità Europea, ai Quaderni di Azione Europeista, a DA QIN, a “Il ruolo dei lavoratori nell’ere dell’Intelligenza Artificiale”, fino a “European Technology Agency” trattano proprio dei temi ora in discussione.

In occasione dell’avvio dei lavori della Conferenza sul Futuro dell’Europa, è urgente per tutti, ma innanzitutto per noi, per fare chiarezza sul senso della propria partecipazione e per interfacciarsi in modo lineare con i vari interlocutori, fare il punto sullo stato dell’integrazione europea e sulla realtà della Conferenza.

Questi commenti sono formulati quale illustrazione delle logiche sottese ai suggerimenti contenuti in calce al documento relativi alle possibili modalità della Conferenza e in particolare della partecipazione dei cittadini.

Abbiamo preso atto con piacere che la Dichiarazione Comune delle tre Istituzioni ha superato la vecchia impostazione della Conferenza, in base a cui la Conferenza stessa avrebbe dovuto muoversi lungo i binari di 6  priorità, ch’erano le priorità oiginarie della Commissione von der Leyen (e che oggi sono diventate 10). Ora, come è logico che sia, i cittadini potranno indicare i temi ch’essi considerano più importanti. Il che implica che i primi contributi dovranno vertere proprio sulle priorità.

Sulla base di queste considerazioni, riteniamo di raccomandare 10 nostre priorità, che sono enumerate al punto4.

1.Il futuro dell’ Europa nell’ era dell’ Intelligenza Artificiale

Tutte le culture si sono sempre sforzate di congetturare il futuro: da ciò sono nate la profezia e l’escatologia. Attualmente, si contrappongono quattro tipologie di escatologia: quella che crede in una fine salvifica della storia ;quella che pensa che “il mondo venga dal nulla e ritorni nel nulla”; quella che pensa che il mondo sia infinito, e quella scettica, che lascia la determinazione del futuro al caso o alla divinità

Mentre i fondatori delle Comunità Europee erano scettici sul chiliasmo politico, con la caduta del Muro di Berlino e il passaggio all’ Unione Europea, si è affermato, nel discorso pubblico, il concetto secondo cui la neonata Unione Europea avrebbe realizzato il “millenarismo del filosofo” di cui parlava Kant,  e, quindi, “la Fine della Storia”, in concorso, e/o in competizione, con gli Stati Uniti (il “Sogno Europeo” contrapposto al “Sogno Americano” – dove per altro è stato sempre difficile distinguere fra i due-).

Nel contempo, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale ha invertito radicalmente la nostra percezione dell’escatologia, giacché la tecnologia ci sta sfuggendo di mano e, se non regolamentata, rischia di distruggere la natura, e perfino l’uomo quale lo abbiamo storicamente conosciuto. E, giacché gli sforzi per imporre questo controllo si stanno rivelando vani, l’utopia si converte in distopia. Per scongiurare questo scenario, non si tratta solo di contrastare delle novità inquietanti, bensì anche d’ipotizzare una civiltà alternativa, che sfrutti e orienti l’innovazione, anziché subirla.

Un dibattito sul futuro,e quindi anche sul futuro dell’Europa, è dunque innanzitutto un dibattito sulla tecnica, sul suo rapporto con l’umano, e, in particolare, con l’idea stessa di umanità, in cui si contrappongono varie visioni del mondo e strategie geopolitiche: il progetto nichilistico della Singolarità Tecnologica (Kurzweil); quello tecnocratico della competizione fra Superpotenze (Schmidt); quello ottimistico del tecno-umanesimo (Nida-Ruemelin).

L’Europa, Paese tradizionalmente umanista, punta istintivamente verso il controllo umano sulle tecnologie, e quindi tende a rifiutare tanto il nichilismo, quanto  l’imperialismo tecnologico delle multinazionali. Di qui, l’obiettivo delle Istituzioni  che va sotto il nome di “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, che  è però rimasto allo stato embrionale, perché le debolezze interne ed esterne dell’ Europa le stanno impedendo, da un lato, di sviluppare un proprio modello alternativo di società, e, dall’ altro, d’influenzare in modo determinante l’evoluzione mondiale. Infatti, l’Europa viene trascinata nel conflitto sempre più grave fra le Grandi Potenze, che è anche e soprattutto una “guerra senza limiti” intorno alla tecnologia, senza riuscire mai a recuperare  gli “handicap” di cui essa è gravata.

Dibattere sul futuro dell’Europa significa quindi innanzitutto confrontarsi con quegli handicap e con le strategie per superarli.

2. Superare il funzionalismo

L’idea di un ruolo salvifico della tecnica, pur non essendo solamente europea (per esempio, i Bahai,gli  Hojjatiyye), aveva trovato, nell’ Europa del XVIII secolo, un terreno fertile, quale conseguenza dell’espansione economica e militare delle conquiste coloniali, il conseguente emergere delle classi mercantili e le guerre di religione e ideologiche, fino a divenire poi uno degli elementi caratterizzanti degli Stati Uniti.

Di converso, dopo l’era dell’ottimismo positivistico e imperiale, l’Europa ha dovuto ridimensionare le proprie ambizioni, “importando”, dall’America e dalla Russia, le innovazioni culturali (costituzionalismo, federalismo, democrazia, cosmismo, socialismo reale), e tecniche (taylorismo, fordismo, energia nucleare, corsa allo spazio, informatica),e accettando così in tutti i campi il ruolo di “follower” sulla strada tracciata da altri.

Nel secolo scorso, questa scelta opportunistica aveva permesso ai Governi europei di offrire ai propri cittadini i vantaggi a breve termine della conversione in campo civile delle strutture e delle competenze acquisite durante l’espansione  coloniale e la Guerra Civile Europea, rivestiti delle forme ideologiche del consumismo occidentale e del socialismo reale. Tuttavia, il ruolo di “follower” implica già di per sé un progressivo declino, tanto in campo economico, quanto in campo culturale, perché è implicito nella logica imperiale che le attività più “nobili”, e quindi più innovative, si svolgano nelle “capitali”; le già scarse velleità d’ innovazione culturale (Movimento Comunità, “socialismo dal volto umano”) sono state stroncate sul nascere perché atte a mettere in forse l’egemonia culturale delle Superpotenze.

Ne è derivato uno svuotamento della cultura e dell’economia europee, che hanno perduto il contratto con le realtà trainanti nel mondo: conquista dello spazio, economia della rete …

La cultura funzionalista, che, in campo psicologico, anticipa la “trasfusione senza spargimento di sangue” della vita, dall’ uomo alle macchine, si è tradotta, nel campo delle dottrine politiche, nel concepire l’integrazione europea come un sottoprodotto adattivo della “Teoria dello Sviluppo”, con il soffocamento del suo aspetto volontaristico.

Le dinamiche della Nuova Guerra Fredda tendono ora ad allontanare ancor più l’Europa dalla frontiera dell’ innovazione, in quanto, da un lato, essa è esclusa quasi per definizione dalle attività che hanno un impatto sull’equilibrio strategico mondiale, ma, dall’ altra, oramai solo più in queste (le industrie “duali”) può svilupparsi l’innovazione tecnologica e sociale, anche in settori apparentemente lontani quali l’ecologia, la sanità o le politiche sociali (cfr.  Final Report al Presidente degli Stati Uniti della  National Security Commission on Artificial Intelligence-NSCAI).

3Cultura e tecnologia

Se l’Europa non vuole ridursi a un territorio coloniale sottosviluppato (come il Medio Oriente), terreno di scontro fra le Grandi Potenze, essa dovrà sfruttare al massimo gl’interstizi ancora liberi per sviluppare, al contempo, una propria cultura e una propria tecnologia, spendibili sull’ arena mondiale, in particolare nelle ininterrotte trattative in corso fra le diverse aree del mondo per configurare lo sviluppo dello stesso (in campo aerospaziale, digitale, della difesa, economico e sociale).

La transizione digitale dell’Europa va inquadrata infatti nel periodo di accesa concorrenzialità (di qui al 2045) preannunziato dai più recenti documenti cinesi e americani, e, in secondo luogo, concentrata sulla transizione digitale, che, di questo periodo, sarà il fattore trainante. Basti pensare a quanto è scritto nel rapporto NSCAI:“The NSCAI Final Report presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict.”

Seguendo passo passo l’esempio della Cina, gli Stati Uniti si stanno orientando verso una forma altamente interventistica e protezionistica di politica tecnologica, che la Commissione NSCAI propone semplicemente di clonare: “The United States must therefore develop a single, authoritative list of the technologies that will underpin national competitiveness in the 21st century and take bold action to catalyze U.S. leadership in AI, microelectronics, biotechnology, quantum computing, 5G, robotics and autonomous systems, additive manufacturing, and energy storage technology.”

4. I presupposti  culturali e tecnologici della resilienza

Come si vede, lo spazio lasciato ai terzi è minimo. Tuttavia, l’Europa deve sfruttare tutti gli spazi a sua disposizione, e per fare questo deve darsi una struttura decisionale e politica più efficiente (competitiva con quelle USA e cinesi), capace di affermare con energia “gl’interessi e i valori” degli Europei, non già solo di piegarsi di fronte a qualunque interlocutore, com’è avvenuto troppo spesso, nei casi delle guerre umanitarie, dello spionaggio, delle “extraordinary renditions”, dei vaccini, delle battaglie protocollari in Russia e in Cina…E’ quanto i leaders europei chiamano “Sovranità Strategica Digitale” (Macron, Borrell, Breton).  I più recenti avvenimenti hanno evidenziato l’urgenza di una capacità decisionale tout court.

Il rapporto della Fondazione Adenauer (Vergleich nationaler Strategien zur Förderung von Künstlicher Intelligenz) è però chiaro a questo riguardo: in tutto il mondo,  le difficoltà della maggior parte delle politiche digitali derivano da una definizione poco chiara di concetti, obiettivi, priorità, politiche. Rischio che gli Stati Uniti avevano evitato subito dopo la II Guerra Mondiale con le “Conferenze Macey sulla cibernetica”. Nel caso dell’Europa, per aver trascurato per troppo tempo il digitale, lasciando che tutti gli snodi centrali di quest’attività fossero presidiati da altri, ma, soprattutto, per  avere omesso di riflettere sul significato storico della tecnica (Kurzweil, Schmidt),  la pretesa di un ruolo di leadership basata sull’ asserita superiorità della propria visione della tecnologia, che non privilegia, né le multinazionali, né lo Stato-partito, si rivela oggi irrealistica: di fatto, le tanto conclamate “regole” digitali degli Europei non possono trovare pratica applicazione perché l’ecosistema digitale mondiale, e anche europeo, è dominato dalle multinazionali americane (GAFAM) e cinesi (BATX) e dai rispettivi complessi burocratico-militari, e perché la visione europea non è ancora così alternativa alle altre così come si pretenderebbe.

Senz’altro è possibile imporre propri valori anche per chi non possiede, né armi, né ricchezza,  secondo i principi  non violenti dell’Oriente – ”Ahimsa”,”Satyagraha” o “Wu wei”-, che assomigliano, nella nostra cultura,  all’atteggiamento francescano. Tuttavia questo presuppone personalità superiori. Anche il controllo dell’uomo sulla macchina presuppone l’esistenza di realtà umane sostanziali, valori condivisi, senso di responsabilità, impegno quotidiano, una progettualità forte, che sono il contrario del disincanto del mondo, del livellamento generale, del “laissez-faire” e dell’ assistenzialismo dell’attuale società europea. Un “tipo di uomo” all’ altezza della propria pretesa civilizzatrice, così come i guru della Silicon Valley e di Shenzhen sono adeguati agli obiettivi dell’ Ideologia Californiana, e, rispettivamente, del “Zhongguo Meng”(“Sogno Cinese”).

Per uscire “dalla stato di minorità in cui colpevolmente si trova”, l’Europa, rivalutando tutti gli aspetti della sua cultura e dialogando con tutte le culture del mondo, deve ora darsi una propria cultura “alta” dell’ era digitale- veritiera, meritocratica, ispirata, impegnata, aperta e  libera-. In essa debbono trovare posto la Bibbia e Confucio, i classici e l’Islam, Dante e Shakespeare, Ibn Hamdun e i Gesuiti, Cartesio e Pascal, gl’illuministi e i romantici, Marx e Kierkegaard, Baudelaire e Nietzsche, la psicanalisi e l’”Italian Thought”, i perennialisti e in modernisti, Kang You Wei e Gandhi, Simone Weil e Heidegger, Jaspers e Anders… Questa cultura dev’essere intrinsecamente connessa con una solida base tecnico scientifica, e, in particolare digitale.

Certamente, l’emergere di una siffatta cultura comporterà conflitti e traumi.

5.Un nuovo universo storico e ideale

La trasformazione di tutte le società digitali avanzate ha provocato una redistribuzione caotica dei ruoli fra intelligencija e politica, fra politica e amministrazione, fra amministrazione ed economia e fra economia e tecnica, che si constata tutti i giorni nei rapporti fra Organizzazioni internazionali e superpotenze, fra queste e i loro alleati, fra NATO ed Unione Europea, fra questa e gli Stati Membri, e fra questi ultimi e le Regioni. Si richiede ora una precisa attribuzione di ruoli, di competenze e di responsabilità, con un’applicazione razionale del principio di sussidiarietà, che eviti l’attuale confusione delle competenze “concorrenti” a tutti i livelli.

La nuova società emersa dalla transizione digitale va già oggi al di là  dei tradizionali concetti di Stato e Mercato (DARPA, Recovery Fund), di liberalismo e socialismo (“capitalismo politico”, Stato innovatore) di accentramento e decentramento (Big Data e Blockchain), di nazione (“Stati-Civiltà”, Unione Europea), e d’ ideologia (“fine delle Grandi Narrazioni”).

L’Europa è chiamata a reinterpretare le sue tradizioni storiche e le sue istituzioni, affinché queste possano rispondere alle sfide della società dell’Intelligenza Artificiale.

Tutto ciò dovrebbe essere ricomposto in un nuovo federalismo multilivello aperto al mondo, dove la cultura indicherà gli obiettivi, la politica gli strumenti, l’economia le strategie, e la tecnica i mezzi.

6.I temi prioritari

Il fatto che si senta l’esigenza di una Conferenza sul Futuro dell’ Europa implica già di per sé che anche le Istituzioni siano consapevoli dell’attuale stallo su tutti i problemi cruciali dell’ Europa: identità, sviluppo, autonomia, difesa, cultura, migrazioni. I temi stessi da sottoporre all’ attenzione della Conferenza non possono essere gli stessi dibattuti da 70 anni senza alcuno sbocco concreto, perché, nel frattempo, abbiamo avuto l’informatica, la corsa allo spazio la decolonizzazione, l’egemonia culturale marxista, Cernobyl e Fukushima, la caduta del Muro di Berlino,le Torri Gemelle, le Nuove Vie della Seta…

Pertanto, la Dichiarazione Comune  sulla Conferenza apre ora alla possibilità di fornire contributi e proposte praticamente su qualsiasi argomento:“la costruzione di un continente sano, la lotta contro i cambiamenti climatici e le sfide ambientali, un’economia al servizio delle persone, l’equità sociale, l’uguaglianza e la solidarietà intergenerazionale, la trasformazione digitale dell’Europa, i diritti e valori europei, tra cui lo Stato di diritto, le sfide migratorie, la sicurezza, il ruolo dell’UE nel mondo, le fondamenta democratiche dell’Unione e come rafforzare i processi democratici che governano l’Unione europea. Le discussioni potranno riguardare anche questioni trasversali connesse alla capacità dell’UE di realizzare le priorità politiche, tra cui legiferare meglio, l’applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, l’attuazione e applicazione dell’acquis e la trasparenza)”.

Infine,con una “clausola di chiusura”, la Dichiarazione aggiunge: “I cittadini restano liberi di sollevare ulteriori questioni che li riguardano”.I temi che noi consideriamo prioritari non coincidono, infatti, con quelli indicati dalla Dichiarazione Comune. Essi sono:

a. L’intelligenza artificiale, chedovrebbe essere sviluppata in modo da risponderea diverse visioni del mondo e identità continentali: diritto scritto e “principi etici”, “enhancement” vs. norme prescrittive. A questo fine, occorrerebbe dibattere sull’urgenza della creazione di un’Agenzia Europea della Tecnologia.

b.Le politiche culturali e identitarie (totalmente ignorate dalla Dichiarazione): La necessità che l’Unione promuova molto di più la ricerca e il dibattito sulla cultura europea, e, in particolare, la rilettura della storia della cultura europea come fatto unitario e poliedrico, eliminando i pregiudizi nazionalistici, confessionali e ideologici, usando il passato come strumento principe di confronto con il futuro digitale, costituisce addirittura il presupposto di qualunque decisione sul futuro. A questo fine, si dovrebbero potenziare le Università Europee e Euronews, creare  piattaforme europee e mettere al primo posto lo studio, l’approfondimento e la promozione di tutte le culture e le lingue d’Europa, antiche e moderne.

c.La lotta per le  libertà europee: In particolare, occorre rivitalizzare  lo speciale  attaccamento degli Europei alle libertà, al di fuori e contro le visioni deterministiche della storia, quale caratteristica costante degli Europei, e, in particolare, quale radice  segreta della vocazione europea al disciplinamento  delle megamacchine digitali. Occorrerà rivedere in quest’ ottica la Carta dei Diritti per enfatizzare il ruolo delle libertà e dei diritti civili nell’ attuale società tecnologica, e l’antitrust, che deve attaccare più direttamente l’egemonia dei GAFAM.

d.Lavoro e cultura nella società digitale: il fatto che tutti i lavori meccanici e ripetitivi potranno fra breve essere delegati alle macchine comporta l’eliminazione di certe attività di manovalanza o burocratici; la drastica riduzione di quelli tecnici aventi ridotto grado di creatività implicherà una radicale riduzione del personale d’ordine; i lavori altamente creativi richiederanno maggiori responsabilità, mentre  i ruoli ideativi e decisionali si moltiplicheranno, e  proliferano attività puramente teoretiche, nelle quali però si svilupperà un’ aspra competizione.

Tutto ciò comporterà un enorme sforzo di progettazione, di legislazione, di trasformazione sociale, di accompagnamento, di formazione, di coordinamento, di finanziamento. In particolare, un nuovo diritto economico europeo: programmazione, banche del lavoro, “stakeholder’s value”, nuove forme di parasubordinazione,  agenzie di promozione della digitalizzazione, un nuovo diritto del lavoro…

Quest’opera immane dovrebbe essere finanziata dalla Web Tax.

e.I curricula europei:

Alla luce del punto precedente, occorre rivedere completamente le competenze degli Europei per ciò che concerne l’umanesimo europeo, le scienze e le tecniche, la partecipazione politica, la gestione digitale delle varie professioni. Ciò si può ottenere solo con una rivisitazione a livello europeo di tutti i curricula, dalle scuole materne alle accademie superiori, passando per la scuola dell’obbligo, l’Università, il sistema universitario, le scuole di specializzazione, l’Esercito Europeo,  il lifelong learning, fino ad un sistema europeo di verifica e di portabilità delle competenze. Occorrerà istituire un’accademia europea per ciascuna branca di attività e promuovere il multilinguismo

f.Il principio di sussidiarietà.

Oggi, i livelli di governance in Europa sono almeno 8. La distribuzione delle competenze ha un carattere prevalentemente storico, senz’alcuna correlazione con le esigenze del XXI Secolo (come si vede per esempio per i vaccini). Occorre studiare un nuovo sistema di competenze fra ONU (OMS, WTT, ecc..), NATO, Unione Europea, Paesi Associati e partner, Macroregioni Europee, Stati Membri, Regioni e Città).

La riforma del Principio di Sussidiarietà dovrebbe perciò estendersi sia a monte (come l’Unione Europea s’interfaccia con le Nazioni Unite, la Nato, l’ Unione Eurasiatica, gli Stati europei non membri), sia a valle (rapporti con le Costituzioni e le Corti nazionali, con le Regioni e con le Città).

Vi sono a tutti i livelli ridondanze e conflitti di competenze, con effetti catastrofici per l’incisività dei ruoli istituzionali (vedi l’EMA, la delegazione europea ad Ankara…). Una nuova serie di norme coordinate (costituzioni, statuti, leggi fondamentali,. “Conventions of the Constitution”?) per disciplinare la collaborazione reciproca.

g.La partecipazione multilivello dei cittadini europei.

Come il dibattito sul principio di sussidiarietà, così anche quello sulla democrazia viene effettuato avente in mente solo le realtà del XX secolo. Come dice Luciano Canfora, “Si può chiamare democrazia la nostra, quando non dà voce alle minoranze?”Oggi, le decisioni più importanti, come quelle sul Recovery Fund – sui vaccini, sui migranti, sul digitale, sulla politica estera e di difesa-, vengono adottate sul piano internazionale senza che i cittadini le possano influenzare. Gli stessi governanti italiani non sono emersi da inequivocabili vittorie elettorali, bensì da manovre di corridoio. Quelli europei senza rispettare il principio degli Spitzenkandidaten che pure i maggiori partiti si erano autoimposti. Inoltre, come ha osservato giustamente  sempre Canfora, “da una quarantina d’anni il nostro sistema sta perdendo i suoi connotati democratici”.

Del resto, questo è un problema universale, indotto dalla competizione fra le grandi potenze, dall’informatizzazione e dall’ accelerazione della Storia, che reclamano la creazione di Stati Continentali, la militarizzazione delle tecnologie e una forma di “propaganda di guerra”.

In questa situazione, occorre ristrutturare la partecipazione dei cittadini in modo da permettere, nonostante tutto,  una maggiore rappresentatività, competenza, responsabilità e incisività a ciascun livello. In particolare, riorganizzare delle competenze del vertice europeo, che oggi è organizzato deliberatamente per non funzionare. Come lo definisce il Movimento Europeo:” una bizantina natura quadricefala dell’Unione europea in materia di politica estera e di azioni esterne, attribuendo diverse responsabilità al Consiglio europeo e al suo Presidente, al Consiglio dell’Unione e al suo Presidente di turno, alla Commissione europea e al suo presidente e infine all’Alto Rappresentante per gli affari esteri e della sicurezza sotto il parziale controllo del Parlamento europeo.” Qualora non si voglia andare (come sarebbe forse più logico, e anche più semplice) verso un sistema presidenziale, forse occorrerebbe una collegialità 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e chiare regole sulla rappresentanza esterna, come previsto per il Consiglio Federale svizzero.

h.Il dialogo interculturale.

Fa parte delle retoriche dell’idea di Europa che i rapporti internazionali debbano reggersi sul mutuo riconoscimento e sul dialogo alla pari fra le diverse culture. Invece, di fatto, l’Unione Europea non cessa di urtarsi gratuitamente con buona parte dei propri interlocutori, che rappresentano una larga parte del mondo (Cina, Russia, Islam, parte del Sudamerica), in quanto contesta a questi interlocutori delle caratteristiche dei loro Stati che non coincidono con l’”ortodossia” occidentale: il sistema cinese a partito unico; il carattere religioso degli Stati islamici; e soprattutto l’attaccamento alle proprie tradizioni di tutti i Paesi asiatici ed est-europei. Si vuole in realtà creare una “Cortina di Ferro Culturale” fra “The West” e “The Rest”, basata su una pretesa incomunicabilità fra “democrazie” e “autocrazie”, che non è credibile,  in quanto gli Stati più “autocratici” non si considerano fra queste ultime solo quanndo alleati dell’ “Occidente”.

Questa contrapposizione rigida e aggressiva, oltre a non corrispondere ai principi pacifici conclamati dall’ Unione, non è neppure conforme ai suoi interessi, giacché il commercio e gli scambi d’idee con l’Asia, il continente oggi più dinamico, sono l’unica leva disponibile con cui l’Europa può sottrarsi alla sua arretratezza economica, culturale e politica.E’ vero che, in una fase di contrapposizione fra USA, da un lato, e Cina e Russia, dall’ altro, è difficile per i politici non schierarsi dalla parte degli USA. Tuttavia, quest’interdetto non dovrebbe valere sul piano culturale, sul quale l’ Unione Europea potrebbe fare notevoli passi in avanti, in attesa che le acque si calmino.

i.No alla Cortina di Ferro Culturale

Come si può disgiungere il multiculturalismo dal multipolarismo? Se si accetta che tutte le culture abbiano una loro dignità, che merita riconoscimento, allora diventerà chiaro che le varie culture hanno bisogno di una loro specifica area territoriale, quella a cui esse si ricollegano storicamente e che sono abitate prevalentemente da coloro che in tale cultura s’identificano. Non è possibile che le varie culture si sviluppino autonomamente se esse sono soggette all’arbitrio di culture “altre”. L’esempio tipico di genocidio culturale è costituito dall’ atrofizzarsi della cultura coreana sotto l’influenza della potenza dominante americana, che spinge addirittura gli abitanti del Paese a sottoporsi a continui interventi di chirurgia plastica per assomigliare sempre più ai tratti somatici dei  WASP.

L’Europa deve intrattenere rapporti culturali, politici e economici con tutte le aree del mondo e deve dialogare ininterrottamente su un piede di parità sui grandi temi d’interesse comune: transizione digitale, limitazione degli armamenti, patrimonio e ambiente, spazio, finanza internazionale, commercio, diritti umani, lotta alle malattie e alla povertà, rappresentando vigorosamente i propri punti di vista sulle questioni mondiali, ma senza la presunzione  fare parte del solo polo legittimo di potere.

i.La sovranità strategica europea.

Alla luce della crisi costante dell’ Europa, del trumpismo, del fallimento di “Defender Europe 2020”, della  crescente connessione fra civile e militare, è sorto, fra gli Stati membri e le Istituzioni, un consenso sul fatto che non sia più possibile delegare all’America aree sempre più ampie di attività umane (dalla ricerca avanzata alla difesa nucleare, dall’industria aerospaziale al digitale) senza cadere nel sottosviluppo, specie in un momento in cui il ruolo di avanguardia tecnologica sta passando alla Cina, e in cui, quindi, la subordinazione agli USA rischia di bloccare le poche occasioni di accesso dell’ Europa a tecnologie e mercati (per esempio, nelle telecomunicazioni, nell’industria automobilistica, nei commerci con l’ Africa e l’ Asia). Questa Sovranità Strategica europea sta avanzando ad un ritmo troppo lento e in modo contraddittorio. Occorre urgentemente una solida Agenzia Tecnologica Europea, eventualmente riciclando e fondendo realtà esistenti come l’ EIT e l’ ESA.

l.Il  Movimento Europeo

Non avrebbe senso che il futuro dell’Europa non avesse anche uno spazio dedicato al futuro del Movimento Europeo. In un’Europa più viva e più vibrante, quale quella caldeggiata in queste proposte, sarebbe comunque necessario un Movimento Europeo che rappresentasse gl’interessi permanenti dell’Europa al di là delle mutevoli strutture istituzionali, delle formule politiche e partitiche, e senza soggezioni verso nessuno. Infatti, la Conferenza sul Futuro dell’Europa non può avere come obiettivo quello di dare all’ Europa un assetto definitivo (che comunque non sarà mai tale senza le regioni europee del Nord-Ovest, quelle orientali e regioni centrali come la Svizzera e i Balcani Occidentali). Il Movimento Europeo deve già pensare all’ Europa dell’era spaziale, e rappresentare anche gli Europei che sono attualmente fuori dall’ Unione.

5. Le modalità di partecipazione dei cittadini

Le pretese di democrazia assoluta invocate dall’ Unione si schiantano di fronte ad ogni prova concreta. Questo problema si pone in modo estremo nel caso della Conferenza per il Futuro dell’Europa, una scadenza così epocale che non può certo esaurirsi in un turbine di manifestazioni formali della durata di un anno, dominata dai Governi, dalle Istituzioni, dai “poteri retroscenici” (Canfora) e dall’establishment.

Se la Conferenza deve andare “dal basso verso l’ alto”, come indicato nella Dichiarazione Comune, devono potere indicare anche temi e metodi.

Che è ciò che stiamo indicando con questo documento, e continueremo a fare nel corso della Conferenza.

2020: CONFERENZA SUL FUTURO DELL’ EUROPA

Ursula von der Leyen

La Conferenza sul Futuro dell’Europa è una consultazione lanciata dalla nuova Commissione per raccogliere le idee degli Europei in vista dei gravi problemi irrisolti della Unione Europea.

Un’ iniziativa simile (la “Convenzione sull’ avvenire dell’ Europa”) era stata varata nel 2001 per preparare la prevista Costituzione Europea, approvata dai parlamenti, ma bocciata dagli elettori francesi e olandesi nel 2005, e, da allora, abbandonata. Essa era stata l’ultima di una serie di “conferenze sul futuro dell’ Europa”, a partire dal Concilio di Basilea- Ferrara-Firenze-, del 1431-1439, per passare alle Conferenze di Osnabrueck e Muenster, al Congresso di Vienna, ai congressi federalistici di Montreux e di Amsterdam…

La Conferenza lanciata ora è più vaga Convenzione che l’ha preceduta, in quanto non pretende di pervenire a una Costituzione, ma, anzi, vorrebbe giungere a realizzare molte iniziative senza neppure modificare, se possibile, i Trattati. Cosa a mio parere per altro tecnicamente possibile, anche se forse non auspicabile. Tuttavia, il  vero problema non è giuridico, bensì politico: qualunque sia la soluzione tecnica prescelta, se non si vuole che l’economia europea venga distrutta, che gli Europei si estinguano senza eredi e le Grandi Potenze facciano dell’ Europa il loro campo di battaglia come hanno fatto in Medio Oriente, la cultura, la società e la geopolitica dell’ Europa debbono cambiare rapidamente, lasciando spazio a una classe dirigente al contempo molto più europeista e molto più sovranista, capace di adottare politiche rigorose, e non demagogiche, in materia tecnologica, economica e di difesa.

Concordo con il giudizio negativo del Movimento Europeo circa  il “Non Paper” dei Governi francese e tedesco, che, come implica la sua stessa paradossale denominazione, non è sufficiente per impostare la Conferenza, anche perché quest’ultima, pur essendo più che mai necessaria, arriva appena in tempo, se non fuori del tempo massimo, in relazione alla tumultuosa evoluzione storica in corso (l’”Accelerazione della Storia”), dalla quale l’Europa è tagliata fuori, caratterizzata:

1)dall’affermarsi dell’Intelligenza Artificiale (-“AI”-, intesa in senso lato, dai Big Data ai robot, al web, alla società del controllo totale, al G5 e G6, ai computer quantici, all’ Industria 4.0 e 5.0, e alla cyberguerra). L’AI ha già svuotato di sostanza le istituzioni sociali classiche, dalle religioni agli Stati, dalla cultura agli eserciti, nel contesto delle quali era stata concepita l’integrazione europea, e informa di sé sempre più comportamenti, tanto pubblici quanto privati. Particolarmente svantaggiata risulta esserne l’Europa, la quale, non controllando, né i big data, né operatori rilevanti sul web, né una difesa digitale, si è vista esclusa dai principali flussi di conoscenza, di potere e di reddito della nuova era, compromettendo così la sua cultura, la sua libertà la sua economia;

2)dalla concorrenza fra, da un lato, il complesso informatico-militare occidentale, e, dall’ altro, quelli delle grandi potenze eurasiatiche (vedi casi ZTE, Huawei, Siria, Libia);

3)dalla transizione in corso negli Stati Uniti, dal neo-liberalismo internazionalista al protezionismo;

4)dalla conseguente stagnazione, in corso in particolare in Italia e in Germania.

  • Per questo, fra le priorità, porrei al primo posto “le implicazioni umane ed etiche dell’Intelligenza Artificiale” e “il ruolo dell’Unione Europea nel mondo globalizzato, vale a dire una vera politica estera e di difesa comune”, le quali influenzano pesantemente la comprensione di tutti gli altri temi.

Tenendo conto che gli effetti della Conferenza potranno incominciare a farsi sentire solo a partire dal 2022, buona parte degli eventi decisivi sui diversi fronti di cui sopra potrebbero già perfino essersi nel frattempo verificati, senza la possibilità di qualsivoglia reazione da parte dell’Europa, ridotta a soggetto passivo della storia. In ogni caso, la successiva legislatura 2024-2029 costituirà, come affermato nel primo hearing dalla commissaria Šuica,”l’ultima occasione per la politica”, vale a dire il termine ultimo per darsi finalmente un sistema culturale comune, un ecosistema digitale autonomo, una classe dirigente coerente, un esercito europeo e un compiuto diritto costituzionale (l’”Unione sempre più Stretta”), prima che, nel corso dei prossimi decenni, sopraggiungano crisi di portata inimmaginabile (il “Rischio Esistenziale”: per esempio, la III Guerra Mondiale, una catastrofe ecologica, il sopravvento delle Macchine Intelligenti ), tali da frustrare ogni progetto europeo (“Finis Europae”).

La Costituzione del 2005 fu bocciata dal referendum francese

1.La Conferenza come strumento di lotta

Occorre innanzitutto approfittare dell’eccezionale occasione offerta, all’europeismo, dall’ipotesi di rendere permanente la Conferenza, la quale diverrebbe così l’anello di congiunzione fra le Istituzioni e il mondo politico e sociale: un ruolo essenziale per formare la classe dirigente europea dei prossimi anni, capace di far compiere al nostro Continente quel “passo in avanti” verso l’“Unione sempre più stretta”, che è ormai improrogabile. Come affermato sempre dalla Commissaria Šuica, il dialogo con i cittadini dovrà essere veramente inclusivo, comprendendo tutti i segmenti della cittadinanza europea e della società civile, anche e soprattutto le voci anticonformistiche e dissenzienti, e (aggiungiamo noi) anche gli Europei che vivono fuori dell’Unione (come gl’Inglesi e i cittadini dell’ Europa Orientale), perché,  se “il futuro dell’ Europa” fosse costruito solo sulla base di una minoranza della società (dal punto di vista numerico, ma anche ideologico, etnico o geografico), esso resterebbe debole e indifendibile.

Occorre in secondo luogo, come indicato da Ulrike Guérot, evitare una “democrazia simulata”, e, quindi:

-permettere l’accesso al dibattito a tutte le voci rilevanti, comprese quelle fino ad ora escluse;

-tentare di giungere a conclusioni veramente impegnative per le Autorità e per il popolo europeo;

-ammettere anche interventi in forma autonoma e strutturata.

Le conferenze di Osnabrueck e di Muenster prepararono la Pace di Westfalia

2.Interconnessione fra le diverse tematiche della Conferenza

L’organizzazione della Conferenza dovrebbe provvedere a che i temi indicati vadano affrontati con un approccio sistematico e poliedrico, inquadrandoli in modo interdisciplinare e interculturale nel mondo digitalizzato, ma profondamente territorializzato (“geortet”), del XXI secolo. In particolare:

-La preminenza imprenditoriale dell’Europa in campo ambientale, che Ursula von der Leyen ha collocato, ambiziosamente, al primo posto, implica il gravoso compito d’inventarci un ecosistema digitale/culturale autonomo, perché, per gestire il “Green New Deal” (vale a dire l’ottimizzazione di tutti i dispositivi meccanici collocati  sullo sterminato territorio europeo) è indispensabile l’”Internet delle Cose”, che, a sua volta, presuppone il controllo sui Big Data e sulle tecnologie di comunicazione 5G e 6G (oltre che, presumibilmente, anche sulla computazione quantica);

-Anche il ruolo dell’ Europa nel mondo quale potenza continentale  costituisce un semplice  risvolto fisico della necessaria sovranità tecnologica, che richiederebbe molto campioni europei (sul modello dell’ Arianespace e dell’ Airbus) in tutti i settori strategici, e l’”enhancement” dei cittadini-soldati, così come la realizzazione del pilastro sociale non può prescindere dall’inserimento del modello sociale europeo in un sistema di “upskilling” generalizzato delle nostre società, che rivaluti la partecipazione di lavoratori e imprenditori, che, in un’economia integralmente automatizzata, diverranno tutti degli “operatori digitali”;

-L’eccellenza europea in campo ambientale e sociale presuppone anche una nuova forma di educazione dei cittadini e un rapporto attivo con l’AI (l’”ecologia della mente”), fondato sulla cultura, da rivalutarsi all’ interno delle Istituzioni europee,  che salvaguardi la preminenza dell’Umano, la “European Way of Life” e  la  concreta coercibilità, da parte delle Autorità europee, dei tradizionali diritti civili e sociali, da completarsi con i nuovi diritti digitali (cfr. casi Assange e Schrems), in modo che l’ Europa possa veramente tornare a essere, come richiesto dal Papa, un non retorico “punto di riferimento per il mondo intero”.

L’organizzazione del mondo in grandi organismi continentali (gli “Stati-civiltà”) all’ interno delle organizzazioni internazionali, costituisce lo scenario inaggirabile della costituzionalizzazione della “multilevel governance” europea, fondata su una realizzazione coordinata delle identità europea, macroregionali, nazionali, euro-regionali, locali e cittadine, sulla base della cultura, dell’amore per la libertà, dei diritti civili e sociali, del legame con i territori, come ai punti precedenti. In particolare, si debbono porre in grado le figure apicali europee di mettere effettivamente in essere le politiche di cui sopra, grazie soprattutto a uno status non deteriore rispetto ai loro omologhi delle Grandi Potenze.

La Commissaria Dubravka Suica, responsabile della Conferenza

  1. La Conferenza quale “road map” dell’integrazione europea

 

In considerazione dell’incalzare degli eventi esogeni di cui sopra (“Singularity”, Europa campo di battaglia fra Superpotenze), la Conferenza dovrà stabilire una tempistica strettissima per le necessarie azioni, sia di carattere ordinario (politiche delle Istituzioni), sia di carattere straordinario (attività costituenti, da parte della società civile, della cultura, degli Stati membri e delle Istituzioni), mobilitando tutte le energie disponibili.

 

Fintantoché non sarà stata concordata e approvata una Costituzione Europea in senso formale, non sarà logicamente possibile far leva su un “patriottismo costituzionale” europeo. Sotto una costituzione puramente “materiale”, come quella sottostante a un sistema di trattati, l’europeismo dei cittadini e della società civile si regge su altri aspetti delle identità collettive del nostro Continente: di carattere psicologico (p.es.: Freud, Jung), culturale (p.es.: Weil, Chabod) e religioso (p.es.: Novalis, Dawson), da cui non potrà comunque prescindere neppure l’auspicabile costituzione formale.