COMMENTI ALLA DICHIARAZIONE CONGIUNTA

sulla Conferenza sul Futuro dell’ Europa

La Conferenza sul Futuro dell’Europa costituisce, per l’Associazione Culturale Diàlexis, lo sbocco naturale dei suoi 14 anni di attività. Fondata nel 2007 in occasione delle commemorazioni, alla Regione Piemonte, dei 50 anni del Trattato di Roma, essa ha come scopo precipuo far conoscere l’ Europa nell’ area alpina occidentale, e l’area alpina occidentale in Europa. Molte delle opere pubblicate sotto i suoi auspici, a cominciare da 10.000 anni d’Identità Europea, ai Quaderni di Azione Europeista, a DA QIN, a “Il ruolo dei lavoratori nell’ere dell’Intelligenza Artificiale”, fino a “European Technology Agency” trattano proprio dei temi ora in discussione.

In occasione dell’avvio dei lavori della Conferenza sul Futuro dell’Europa, è urgente per tutti, ma innanzitutto per noi, per fare chiarezza sul senso della propria partecipazione e per interfacciarsi in modo lineare con i vari interlocutori, fare il punto sullo stato dell’integrazione europea e sulla realtà della Conferenza.

Questi commenti sono formulati quale illustrazione delle logiche sottese ai suggerimenti contenuti in calce al documento relativi alle possibili modalità della Conferenza e in particolare della partecipazione dei cittadini.

Abbiamo preso atto con piacere che la Dichiarazione Comune delle tre Istituzioni ha superato la vecchia impostazione della Conferenza, in base a cui la Conferenza stessa avrebbe dovuto muoversi lungo i binari di 6  priorità, ch’erano le priorità oiginarie della Commissione von der Leyen (e che oggi sono diventate 10). Ora, come è logico che sia, i cittadini potranno indicare i temi ch’essi considerano più importanti. Il che implica che i primi contributi dovranno vertere proprio sulle priorità.

Sulla base di queste considerazioni, riteniamo di raccomandare 10 nostre priorità, che sono enumerate al punto4.

1.Il futuro dell’ Europa nell’ era dell’ Intelligenza Artificiale

Tutte le culture si sono sempre sforzate di congetturare il futuro: da ciò sono nate la profezia e l’escatologia. Attualmente, si contrappongono quattro tipologie di escatologia: quella che crede in una fine salvifica della storia ;quella che pensa che “il mondo venga dal nulla e ritorni nel nulla”; quella che pensa che il mondo sia infinito, e quella scettica, che lascia la determinazione del futuro al caso o alla divinità

Mentre i fondatori delle Comunità Europee erano scettici sul chiliasmo politico, con la caduta del Muro di Berlino e il passaggio all’ Unione Europea, si è affermato, nel discorso pubblico, il concetto secondo cui la neonata Unione Europea avrebbe realizzato il “millenarismo del filosofo” di cui parlava Kant,  e, quindi, “la Fine della Storia”, in concorso, e/o in competizione, con gli Stati Uniti (il “Sogno Europeo” contrapposto al “Sogno Americano” – dove per altro è stato sempre difficile distinguere fra i due-).

Nel contempo, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale ha invertito radicalmente la nostra percezione dell’escatologia, giacché la tecnologia ci sta sfuggendo di mano e, se non regolamentata, rischia di distruggere la natura, e perfino l’uomo quale lo abbiamo storicamente conosciuto. E, giacché gli sforzi per imporre questo controllo si stanno rivelando vani, l’utopia si converte in distopia. Per scongiurare questo scenario, non si tratta solo di contrastare delle novità inquietanti, bensì anche d’ipotizzare una civiltà alternativa, che sfrutti e orienti l’innovazione, anziché subirla.

Un dibattito sul futuro,e quindi anche sul futuro dell’Europa, è dunque innanzitutto un dibattito sulla tecnica, sul suo rapporto con l’umano, e, in particolare, con l’idea stessa di umanità, in cui si contrappongono varie visioni del mondo e strategie geopolitiche: il progetto nichilistico della Singolarità Tecnologica (Kurzweil); quello tecnocratico della competizione fra Superpotenze (Schmidt); quello ottimistico del tecno-umanesimo (Nida-Ruemelin).

L’Europa, Paese tradizionalmente umanista, punta istintivamente verso il controllo umano sulle tecnologie, e quindi tende a rifiutare tanto il nichilismo, quanto  l’imperialismo tecnologico delle multinazionali. Di qui, l’obiettivo delle Istituzioni  che va sotto il nome di “Trendsetter del Dibattito Mondiale”, che  è però rimasto allo stato embrionale, perché le debolezze interne ed esterne dell’ Europa le stanno impedendo, da un lato, di sviluppare un proprio modello alternativo di società, e, dall’ altro, d’influenzare in modo determinante l’evoluzione mondiale. Infatti, l’Europa viene trascinata nel conflitto sempre più grave fra le Grandi Potenze, che è anche e soprattutto una “guerra senza limiti” intorno alla tecnologia, senza riuscire mai a recuperare  gli “handicap” di cui essa è gravata.

Dibattere sul futuro dell’Europa significa quindi innanzitutto confrontarsi con quegli handicap e con le strategie per superarli.

2. Superare il funzionalismo

L’idea di un ruolo salvifico della tecnica, pur non essendo solamente europea (per esempio, i Bahai,gli  Hojjatiyye), aveva trovato, nell’ Europa del XVIII secolo, un terreno fertile, quale conseguenza dell’espansione economica e militare delle conquiste coloniali, il conseguente emergere delle classi mercantili e le guerre di religione e ideologiche, fino a divenire poi uno degli elementi caratterizzanti degli Stati Uniti.

Di converso, dopo l’era dell’ottimismo positivistico e imperiale, l’Europa ha dovuto ridimensionare le proprie ambizioni, “importando”, dall’America e dalla Russia, le innovazioni culturali (costituzionalismo, federalismo, democrazia, cosmismo, socialismo reale), e tecniche (taylorismo, fordismo, energia nucleare, corsa allo spazio, informatica),e accettando così in tutti i campi il ruolo di “follower” sulla strada tracciata da altri.

Nel secolo scorso, questa scelta opportunistica aveva permesso ai Governi europei di offrire ai propri cittadini i vantaggi a breve termine della conversione in campo civile delle strutture e delle competenze acquisite durante l’espansione  coloniale e la Guerra Civile Europea, rivestiti delle forme ideologiche del consumismo occidentale e del socialismo reale. Tuttavia, il ruolo di “follower” implica già di per sé un progressivo declino, tanto in campo economico, quanto in campo culturale, perché è implicito nella logica imperiale che le attività più “nobili”, e quindi più innovative, si svolgano nelle “capitali”; le già scarse velleità d’ innovazione culturale (Movimento Comunità, “socialismo dal volto umano”) sono state stroncate sul nascere perché atte a mettere in forse l’egemonia culturale delle Superpotenze.

Ne è derivato uno svuotamento della cultura e dell’economia europee, che hanno perduto il contratto con le realtà trainanti nel mondo: conquista dello spazio, economia della rete …

La cultura funzionalista, che, in campo psicologico, anticipa la “trasfusione senza spargimento di sangue” della vita, dall’ uomo alle macchine, si è tradotta, nel campo delle dottrine politiche, nel concepire l’integrazione europea come un sottoprodotto adattivo della “Teoria dello Sviluppo”, con il soffocamento del suo aspetto volontaristico.

Le dinamiche della Nuova Guerra Fredda tendono ora ad allontanare ancor più l’Europa dalla frontiera dell’ innovazione, in quanto, da un lato, essa è esclusa quasi per definizione dalle attività che hanno un impatto sull’equilibrio strategico mondiale, ma, dall’ altra, oramai solo più in queste (le industrie “duali”) può svilupparsi l’innovazione tecnologica e sociale, anche in settori apparentemente lontani quali l’ecologia, la sanità o le politiche sociali (cfr.  Final Report al Presidente degli Stati Uniti della  National Security Commission on Artificial Intelligence-NSCAI).

3Cultura e tecnologia

Se l’Europa non vuole ridursi a un territorio coloniale sottosviluppato (come il Medio Oriente), terreno di scontro fra le Grandi Potenze, essa dovrà sfruttare al massimo gl’interstizi ancora liberi per sviluppare, al contempo, una propria cultura e una propria tecnologia, spendibili sull’ arena mondiale, in particolare nelle ininterrotte trattative in corso fra le diverse aree del mondo per configurare lo sviluppo dello stesso (in campo aerospaziale, digitale, della difesa, economico e sociale).

La transizione digitale dell’Europa va inquadrata infatti nel periodo di accesa concorrenzialità (di qui al 2045) preannunziato dai più recenti documenti cinesi e americani, e, in secondo luogo, concentrata sulla transizione digitale, che, di questo periodo, sarà il fattore trainante. Basti pensare a quanto è scritto nel rapporto NSCAI:“The NSCAI Final Report presents an integrated national strategy to reorganize the government, reorient the nation, and rally our closest allies and partners to defend and compete in the coming era of AI-accelerated competition and conflict.”

Seguendo passo passo l’esempio della Cina, gli Stati Uniti si stanno orientando verso una forma altamente interventistica e protezionistica di politica tecnologica, che la Commissione NSCAI propone semplicemente di clonare: “The United States must therefore develop a single, authoritative list of the technologies that will underpin national competitiveness in the 21st century and take bold action to catalyze U.S. leadership in AI, microelectronics, biotechnology, quantum computing, 5G, robotics and autonomous systems, additive manufacturing, and energy storage technology.”

4. I presupposti  culturali e tecnologici della resilienza

Come si vede, lo spazio lasciato ai terzi è minimo. Tuttavia, l’Europa deve sfruttare tutti gli spazi a sua disposizione, e per fare questo deve darsi una struttura decisionale e politica più efficiente (competitiva con quelle USA e cinesi), capace di affermare con energia “gl’interessi e i valori” degli Europei, non già solo di piegarsi di fronte a qualunque interlocutore, com’è avvenuto troppo spesso, nei casi delle guerre umanitarie, dello spionaggio, delle “extraordinary renditions”, dei vaccini, delle battaglie protocollari in Russia e in Cina…E’ quanto i leaders europei chiamano “Sovranità Strategica Digitale” (Macron, Borrell, Breton).  I più recenti avvenimenti hanno evidenziato l’urgenza di una capacità decisionale tout court.

Il rapporto della Fondazione Adenauer (Vergleich nationaler Strategien zur Förderung von Künstlicher Intelligenz) è però chiaro a questo riguardo: in tutto il mondo,  le difficoltà della maggior parte delle politiche digitali derivano da una definizione poco chiara di concetti, obiettivi, priorità, politiche. Rischio che gli Stati Uniti avevano evitato subito dopo la II Guerra Mondiale con le “Conferenze Macey sulla cibernetica”. Nel caso dell’Europa, per aver trascurato per troppo tempo il digitale, lasciando che tutti gli snodi centrali di quest’attività fossero presidiati da altri, ma, soprattutto, per  avere omesso di riflettere sul significato storico della tecnica (Kurzweil, Schmidt),  la pretesa di un ruolo di leadership basata sull’ asserita superiorità della propria visione della tecnologia, che non privilegia, né le multinazionali, né lo Stato-partito, si rivela oggi irrealistica: di fatto, le tanto conclamate “regole” digitali degli Europei non possono trovare pratica applicazione perché l’ecosistema digitale mondiale, e anche europeo, è dominato dalle multinazionali americane (GAFAM) e cinesi (BATX) e dai rispettivi complessi burocratico-militari, e perché la visione europea non è ancora così alternativa alle altre così come si pretenderebbe.

Senz’altro è possibile imporre propri valori anche per chi non possiede, né armi, né ricchezza,  secondo i principi  non violenti dell’Oriente – ”Ahimsa”,”Satyagraha” o “Wu wei”-, che assomigliano, nella nostra cultura,  all’atteggiamento francescano. Tuttavia questo presuppone personalità superiori. Anche il controllo dell’uomo sulla macchina presuppone l’esistenza di realtà umane sostanziali, valori condivisi, senso di responsabilità, impegno quotidiano, una progettualità forte, che sono il contrario del disincanto del mondo, del livellamento generale, del “laissez-faire” e dell’ assistenzialismo dell’attuale società europea. Un “tipo di uomo” all’ altezza della propria pretesa civilizzatrice, così come i guru della Silicon Valley e di Shenzhen sono adeguati agli obiettivi dell’ Ideologia Californiana, e, rispettivamente, del “Zhongguo Meng”(“Sogno Cinese”).

Per uscire “dalla stato di minorità in cui colpevolmente si trova”, l’Europa, rivalutando tutti gli aspetti della sua cultura e dialogando con tutte le culture del mondo, deve ora darsi una propria cultura “alta” dell’ era digitale- veritiera, meritocratica, ispirata, impegnata, aperta e  libera-. In essa debbono trovare posto la Bibbia e Confucio, i classici e l’Islam, Dante e Shakespeare, Ibn Hamdun e i Gesuiti, Cartesio e Pascal, gl’illuministi e i romantici, Marx e Kierkegaard, Baudelaire e Nietzsche, la psicanalisi e l’”Italian Thought”, i perennialisti e in modernisti, Kang You Wei e Gandhi, Simone Weil e Heidegger, Jaspers e Anders… Questa cultura dev’essere intrinsecamente connessa con una solida base tecnico scientifica, e, in particolare digitale.

Certamente, l’emergere di una siffatta cultura comporterà conflitti e traumi.

5.Un nuovo universo storico e ideale

La trasformazione di tutte le società digitali avanzate ha provocato una redistribuzione caotica dei ruoli fra intelligencija e politica, fra politica e amministrazione, fra amministrazione ed economia e fra economia e tecnica, che si constata tutti i giorni nei rapporti fra Organizzazioni internazionali e superpotenze, fra queste e i loro alleati, fra NATO ed Unione Europea, fra questa e gli Stati Membri, e fra questi ultimi e le Regioni. Si richiede ora una precisa attribuzione di ruoli, di competenze e di responsabilità, con un’applicazione razionale del principio di sussidiarietà, che eviti l’attuale confusione delle competenze “concorrenti” a tutti i livelli.

La nuova società emersa dalla transizione digitale va già oggi al di là  dei tradizionali concetti di Stato e Mercato (DARPA, Recovery Fund), di liberalismo e socialismo (“capitalismo politico”, Stato innovatore) di accentramento e decentramento (Big Data e Blockchain), di nazione (“Stati-Civiltà”, Unione Europea), e d’ ideologia (“fine delle Grandi Narrazioni”).

L’Europa è chiamata a reinterpretare le sue tradizioni storiche e le sue istituzioni, affinché queste possano rispondere alle sfide della società dell’Intelligenza Artificiale.

Tutto ciò dovrebbe essere ricomposto in un nuovo federalismo multilivello aperto al mondo, dove la cultura indicherà gli obiettivi, la politica gli strumenti, l’economia le strategie, e la tecnica i mezzi.

6.I temi prioritari

Il fatto che si senta l’esigenza di una Conferenza sul Futuro dell’ Europa implica già di per sé che anche le Istituzioni siano consapevoli dell’attuale stallo su tutti i problemi cruciali dell’ Europa: identità, sviluppo, autonomia, difesa, cultura, migrazioni. I temi stessi da sottoporre all’ attenzione della Conferenza non possono essere gli stessi dibattuti da 70 anni senza alcuno sbocco concreto, perché, nel frattempo, abbiamo avuto l’informatica, la corsa allo spazio la decolonizzazione, l’egemonia culturale marxista, Cernobyl e Fukushima, la caduta del Muro di Berlino,le Torri Gemelle, le Nuove Vie della Seta…

Pertanto, la Dichiarazione Comune  sulla Conferenza apre ora alla possibilità di fornire contributi e proposte praticamente su qualsiasi argomento:“la costruzione di un continente sano, la lotta contro i cambiamenti climatici e le sfide ambientali, un’economia al servizio delle persone, l’equità sociale, l’uguaglianza e la solidarietà intergenerazionale, la trasformazione digitale dell’Europa, i diritti e valori europei, tra cui lo Stato di diritto, le sfide migratorie, la sicurezza, il ruolo dell’UE nel mondo, le fondamenta democratiche dell’Unione e come rafforzare i processi democratici che governano l’Unione europea. Le discussioni potranno riguardare anche questioni trasversali connesse alla capacità dell’UE di realizzare le priorità politiche, tra cui legiferare meglio, l’applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, l’attuazione e applicazione dell’acquis e la trasparenza)”.

Infine,con una “clausola di chiusura”, la Dichiarazione aggiunge: “I cittadini restano liberi di sollevare ulteriori questioni che li riguardano”.I temi che noi consideriamo prioritari non coincidono, infatti, con quelli indicati dalla Dichiarazione Comune. Essi sono:

a. L’intelligenza artificiale, chedovrebbe essere sviluppata in modo da risponderea diverse visioni del mondo e identità continentali: diritto scritto e “principi etici”, “enhancement” vs. norme prescrittive. A questo fine, occorrerebbe dibattere sull’urgenza della creazione di un’Agenzia Europea della Tecnologia.

b.Le politiche culturali e identitarie (totalmente ignorate dalla Dichiarazione): La necessità che l’Unione promuova molto di più la ricerca e il dibattito sulla cultura europea, e, in particolare, la rilettura della storia della cultura europea come fatto unitario e poliedrico, eliminando i pregiudizi nazionalistici, confessionali e ideologici, usando il passato come strumento principe di confronto con il futuro digitale, costituisce addirittura il presupposto di qualunque decisione sul futuro. A questo fine, si dovrebbero potenziare le Università Europee e Euronews, creare  piattaforme europee e mettere al primo posto lo studio, l’approfondimento e la promozione di tutte le culture e le lingue d’Europa, antiche e moderne.

c.La lotta per le  libertà europee: In particolare, occorre rivitalizzare  lo speciale  attaccamento degli Europei alle libertà, al di fuori e contro le visioni deterministiche della storia, quale caratteristica costante degli Europei, e, in particolare, quale radice  segreta della vocazione europea al disciplinamento  delle megamacchine digitali. Occorrerà rivedere in quest’ ottica la Carta dei Diritti per enfatizzare il ruolo delle libertà e dei diritti civili nell’ attuale società tecnologica, e l’antitrust, che deve attaccare più direttamente l’egemonia dei GAFAM.

d.Lavoro e cultura nella società digitale: il fatto che tutti i lavori meccanici e ripetitivi potranno fra breve essere delegati alle macchine comporta l’eliminazione di certe attività di manovalanza o burocratici; la drastica riduzione di quelli tecnici aventi ridotto grado di creatività implicherà una radicale riduzione del personale d’ordine; i lavori altamente creativi richiederanno maggiori responsabilità, mentre  i ruoli ideativi e decisionali si moltiplicheranno, e  proliferano attività puramente teoretiche, nelle quali però si svilupperà un’ aspra competizione.

Tutto ciò comporterà un enorme sforzo di progettazione, di legislazione, di trasformazione sociale, di accompagnamento, di formazione, di coordinamento, di finanziamento. In particolare, un nuovo diritto economico europeo: programmazione, banche del lavoro, “stakeholder’s value”, nuove forme di parasubordinazione,  agenzie di promozione della digitalizzazione, un nuovo diritto del lavoro…

Quest’opera immane dovrebbe essere finanziata dalla Web Tax.

e.I curricula europei:

Alla luce del punto precedente, occorre rivedere completamente le competenze degli Europei per ciò che concerne l’umanesimo europeo, le scienze e le tecniche, la partecipazione politica, la gestione digitale delle varie professioni. Ciò si può ottenere solo con una rivisitazione a livello europeo di tutti i curricula, dalle scuole materne alle accademie superiori, passando per la scuola dell’obbligo, l’Università, il sistema universitario, le scuole di specializzazione, l’Esercito Europeo,  il lifelong learning, fino ad un sistema europeo di verifica e di portabilità delle competenze. Occorrerà istituire un’accademia europea per ciascuna branca di attività e promuovere il multilinguismo

f.Il principio di sussidiarietà.

Oggi, i livelli di governance in Europa sono almeno 8. La distribuzione delle competenze ha un carattere prevalentemente storico, senz’alcuna correlazione con le esigenze del XXI Secolo (come si vede per esempio per i vaccini). Occorre studiare un nuovo sistema di competenze fra ONU (OMS, WTT, ecc..), NATO, Unione Europea, Paesi Associati e partner, Macroregioni Europee, Stati Membri, Regioni e Città).

La riforma del Principio di Sussidiarietà dovrebbe perciò estendersi sia a monte (come l’Unione Europea s’interfaccia con le Nazioni Unite, la Nato, l’ Unione Eurasiatica, gli Stati europei non membri), sia a valle (rapporti con le Costituzioni e le Corti nazionali, con le Regioni e con le Città).

Vi sono a tutti i livelli ridondanze e conflitti di competenze, con effetti catastrofici per l’incisività dei ruoli istituzionali (vedi l’EMA, la delegazione europea ad Ankara…). Una nuova serie di norme coordinate (costituzioni, statuti, leggi fondamentali,. “Conventions of the Constitution”?) per disciplinare la collaborazione reciproca.

g.La partecipazione multilivello dei cittadini europei.

Come il dibattito sul principio di sussidiarietà, così anche quello sulla democrazia viene effettuato avente in mente solo le realtà del XX secolo. Come dice Luciano Canfora, “Si può chiamare democrazia la nostra, quando non dà voce alle minoranze?”Oggi, le decisioni più importanti, come quelle sul Recovery Fund – sui vaccini, sui migranti, sul digitale, sulla politica estera e di difesa-, vengono adottate sul piano internazionale senza che i cittadini le possano influenzare. Gli stessi governanti italiani non sono emersi da inequivocabili vittorie elettorali, bensì da manovre di corridoio. Quelli europei senza rispettare il principio degli Spitzenkandidaten che pure i maggiori partiti si erano autoimposti. Inoltre, come ha osservato giustamente  sempre Canfora, “da una quarantina d’anni il nostro sistema sta perdendo i suoi connotati democratici”.

Del resto, questo è un problema universale, indotto dalla competizione fra le grandi potenze, dall’informatizzazione e dall’ accelerazione della Storia, che reclamano la creazione di Stati Continentali, la militarizzazione delle tecnologie e una forma di “propaganda di guerra”.

In questa situazione, occorre ristrutturare la partecipazione dei cittadini in modo da permettere, nonostante tutto,  una maggiore rappresentatività, competenza, responsabilità e incisività a ciascun livello. In particolare, riorganizzare delle competenze del vertice europeo, che oggi è organizzato deliberatamente per non funzionare. Come lo definisce il Movimento Europeo:” una bizantina natura quadricefala dell’Unione europea in materia di politica estera e di azioni esterne, attribuendo diverse responsabilità al Consiglio europeo e al suo Presidente, al Consiglio dell’Unione e al suo Presidente di turno, alla Commissione europea e al suo presidente e infine all’Alto Rappresentante per gli affari esteri e della sicurezza sotto il parziale controllo del Parlamento europeo.” Qualora non si voglia andare (come sarebbe forse più logico, e anche più semplice) verso un sistema presidenziale, forse occorrerebbe una collegialità 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e chiare regole sulla rappresentanza esterna, come previsto per il Consiglio Federale svizzero.

h.Il dialogo interculturale.

Fa parte delle retoriche dell’idea di Europa che i rapporti internazionali debbano reggersi sul mutuo riconoscimento e sul dialogo alla pari fra le diverse culture. Invece, di fatto, l’Unione Europea non cessa di urtarsi gratuitamente con buona parte dei propri interlocutori, che rappresentano una larga parte del mondo (Cina, Russia, Islam, parte del Sudamerica), in quanto contesta a questi interlocutori delle caratteristiche dei loro Stati che non coincidono con l’”ortodossia” occidentale: il sistema cinese a partito unico; il carattere religioso degli Stati islamici; e soprattutto l’attaccamento alle proprie tradizioni di tutti i Paesi asiatici ed est-europei. Si vuole in realtà creare una “Cortina di Ferro Culturale” fra “The West” e “The Rest”, basata su una pretesa incomunicabilità fra “democrazie” e “autocrazie”, che non è credibile,  in quanto gli Stati più “autocratici” non si considerano fra queste ultime solo quanndo alleati dell’ “Occidente”.

Questa contrapposizione rigida e aggressiva, oltre a non corrispondere ai principi pacifici conclamati dall’ Unione, non è neppure conforme ai suoi interessi, giacché il commercio e gli scambi d’idee con l’Asia, il continente oggi più dinamico, sono l’unica leva disponibile con cui l’Europa può sottrarsi alla sua arretratezza economica, culturale e politica.E’ vero che, in una fase di contrapposizione fra USA, da un lato, e Cina e Russia, dall’ altro, è difficile per i politici non schierarsi dalla parte degli USA. Tuttavia, quest’interdetto non dovrebbe valere sul piano culturale, sul quale l’ Unione Europea potrebbe fare notevoli passi in avanti, in attesa che le acque si calmino.

i.No alla Cortina di Ferro Culturale

Come si può disgiungere il multiculturalismo dal multipolarismo? Se si accetta che tutte le culture abbiano una loro dignità, che merita riconoscimento, allora diventerà chiaro che le varie culture hanno bisogno di una loro specifica area territoriale, quella a cui esse si ricollegano storicamente e che sono abitate prevalentemente da coloro che in tale cultura s’identificano. Non è possibile che le varie culture si sviluppino autonomamente se esse sono soggette all’arbitrio di culture “altre”. L’esempio tipico di genocidio culturale è costituito dall’ atrofizzarsi della cultura coreana sotto l’influenza della potenza dominante americana, che spinge addirittura gli abitanti del Paese a sottoporsi a continui interventi di chirurgia plastica per assomigliare sempre più ai tratti somatici dei  WASP.

L’Europa deve intrattenere rapporti culturali, politici e economici con tutte le aree del mondo e deve dialogare ininterrottamente su un piede di parità sui grandi temi d’interesse comune: transizione digitale, limitazione degli armamenti, patrimonio e ambiente, spazio, finanza internazionale, commercio, diritti umani, lotta alle malattie e alla povertà, rappresentando vigorosamente i propri punti di vista sulle questioni mondiali, ma senza la presunzione  fare parte del solo polo legittimo di potere.

i.La sovranità strategica europea.

Alla luce della crisi costante dell’ Europa, del trumpismo, del fallimento di “Defender Europe 2020”, della  crescente connessione fra civile e militare, è sorto, fra gli Stati membri e le Istituzioni, un consenso sul fatto che non sia più possibile delegare all’America aree sempre più ampie di attività umane (dalla ricerca avanzata alla difesa nucleare, dall’industria aerospaziale al digitale) senza cadere nel sottosviluppo, specie in un momento in cui il ruolo di avanguardia tecnologica sta passando alla Cina, e in cui, quindi, la subordinazione agli USA rischia di bloccare le poche occasioni di accesso dell’ Europa a tecnologie e mercati (per esempio, nelle telecomunicazioni, nell’industria automobilistica, nei commerci con l’ Africa e l’ Asia). Questa Sovranità Strategica europea sta avanzando ad un ritmo troppo lento e in modo contraddittorio. Occorre urgentemente una solida Agenzia Tecnologica Europea, eventualmente riciclando e fondendo realtà esistenti come l’ EIT e l’ ESA.

l.Il  Movimento Europeo

Non avrebbe senso che il futuro dell’Europa non avesse anche uno spazio dedicato al futuro del Movimento Europeo. In un’Europa più viva e più vibrante, quale quella caldeggiata in queste proposte, sarebbe comunque necessario un Movimento Europeo che rappresentasse gl’interessi permanenti dell’Europa al di là delle mutevoli strutture istituzionali, delle formule politiche e partitiche, e senza soggezioni verso nessuno. Infatti, la Conferenza sul Futuro dell’Europa non può avere come obiettivo quello di dare all’ Europa un assetto definitivo (che comunque non sarà mai tale senza le regioni europee del Nord-Ovest, quelle orientali e regioni centrali come la Svizzera e i Balcani Occidentali). Il Movimento Europeo deve già pensare all’ Europa dell’era spaziale, e rappresentare anche gli Europei che sono attualmente fuori dall’ Unione.

5. Le modalità di partecipazione dei cittadini

Le pretese di democrazia assoluta invocate dall’ Unione si schiantano di fronte ad ogni prova concreta. Questo problema si pone in modo estremo nel caso della Conferenza per il Futuro dell’Europa, una scadenza così epocale che non può certo esaurirsi in un turbine di manifestazioni formali della durata di un anno, dominata dai Governi, dalle Istituzioni, dai “poteri retroscenici” (Canfora) e dall’establishment.

Se la Conferenza deve andare “dal basso verso l’ alto”, come indicato nella Dichiarazione Comune, devono potere indicare anche temi e metodi.

Che è ciò che stiamo indicando con questo documento, e continueremo a fare nel corso della Conferenza.

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