CI SIAMO: LE MACCHINE INTELLIGENTI STANNO PRENDENDO IL POTERE. Commenti sul bando dei GAFAM contro Trump .

Il Campidoglio di Washington imita deliberatamente la Basilica di San Pietro

Il bando, decretato dai GAFAM, contro Trump e i suoi sostenitori, ha portato allo scoperto tutte le ambiguità dell’attuale sistema “occidentale”, che non a caso avevo definito, nel precedente post, come “un mix casuale di sistemi politici, tipico degli Stati Uniti”. Dove, come vediamo ancora in questi giorni, c’e di tutto: tecnocrazia e teocrazia, società segrete e servizi segreti, capitalismo e egualitarismo, democrazia rappresentativa e populismo, cetualismo e razzismo, burocrazia e imperialismo, fondamentalismo e materialismo, gatekeepers e whistleblowers…L’avanzata del potere delle macchine intelligenti, in corso da 75 anni, ha oramai fatto saltare il precario equilibrio preesistente: il momento scatenante è stato l’assalto al Campidoglio istigato dal discorso di Trump.

Questa situazione americana sta provocando un terremoto anche nell’intensa produzione legislativa dell’ Unione Europea in materia digitale, e, in particolare, relativamente al Digital Services Act presentato dalla Commissione come uno strumento del’ Europa per divenire il “trendsetter del dibattito globale” .

La questione è strettamente legata al dibattito dell’anno scorso sulla rimozione dal web dei contenuti terroristici, secondo cui le piattaforme sarebbero tenute a bandire entro un’ora contenuti sospetti,  installando dei filtri a questo scopo. E’ evidente che l’introduzione di filtri automatici per i contenuti equivale a conferire ai computer il compito della valutazione politica ed etica del pensiero umano, cioè il compito tradizionalmente riservato all’ Inquisizione e alla censura statale. Questo rappresenterebbe veramente la presa del potere culturale e politico, da parte delle macchine, sull’Umanità. Ma c’è di più. Vista l’assoluta latitanza degli Europei su questo mercato, chi dovrebbe applicare i filtri sarebbero i GAFAM americani in America. Ora, per tutto ciò che attiene al terrorismo, in America si applicano il Patriot Act e il CLOUD Act, che sanciscono la totale disponibilità dei dati all’ Intelligence Community, e contro i quali sono state adottate dalla Corte di Giustizia europea le sentenze Schrems. In pratica, in questo modo contorto le Istituzioni Europee stanno dando carta bianca ai servizi americani di controllare, con l’intelligenza artificiale, l’attività in rete degli Europei, proprio per quanto riguarda argomenti sensibili in materia geopolitica. Ma il guaio è che, con il conflitto USA-Cina, si tende a dare una valutazione geopolitica di tutto, come ai tempi del Maccartismo e di Stalin. In questo contesto, gli spazi di libertà divengono di giorno in giorno più illusori.

A ciò si aggiunga che la nuova amministrazione americana è strettamente legata, da un lato, attraverso Blackrock, a Wall Street, e, dall’ altro, attraverso Kamala Harris, ai GAFAM, e allora capiamo come stia formandosi un formidabile blocco di potere, attraverso il quale, tanto in America quanto in Europa, si sta rivelando il dominio diretto delle multinazionali dell’ informatica su tutto l’ “Occidente”. Con l’ambizione di estendere questo dominio a tutta l’umanità. Un vero “Stato come comitato d’affari della borghesia”.

Dan Brown ha posto in evidenza i messaggi masssonici impliciti nell’ architettura di Washington

1.Perché l’assalto al Campidoglio è stato deliberatamente provocatorio?

L’assalto dei trumpiani ha avuto una portata più simbolica che reale, giacché esso, senza la cooperazione di almeno parte delle Forze Armate, era del tutto inidoneo, non diciamo a realizzare un colpo di Stato, ma, addirittura, a intimorire i senatori, che, in effetti, hanno infine decretato la vittoria di Biden. Ma è stato molto importante come fatto simbolico, a causa del carattere squisitamente teocratico del sistema americano, che fa sì che trattare irrispettosamente il Campidoglio rappresenti un atto sacrilego, perché significa  non credere in tutta la mitologia messianica dell’America, “una nazione con l’anima di una chiesa” per dirla con Chesterton.

Come aveva ben posto in evidenza Dan Brown, l’architettura stessa di Washington (come per altro anche quelle di Parigi, Londra, Camberra e New Delhi), è tutta fondata sulla simbologia massonica (che, tra l’altro, riprende quella dell’ area templare egizia di Luxor). “Il Simbolo Perduto” è  tutto un’esaltazione di quest’architettura simbolica, che lo scrittore usa come palcoscenico per una lotta mortale fra due opposte anime dell’ebraismo e della massoneria. Uno scenario evocato sotto vari punti di vista dal “complottismo” dell’ Alt-Right che sostiene (o sosteneva) Trump. 

In particolare, la “Rotunda” al centro dell’ edificio, la cui cupola caratterizza il Campidoglio, è un vero e proprio tempio. Ai tempi di Washington e Jefferson, nel Campidoglio, dove ancora non c’era la cupola, si celebrava la messa domenicale. Il pittore italo-greco Brumidi, che aveva lavorato per molti anni a San Pietro a Roma, aveva rappresentato nella cupola, anziché le figure divine usuali nelle Chiese cattoliche, Giorgio Washington quale padre degli Dei, circondato da figure mitologiche e allegoriche. La cupola, aggiunta al Campidoglio in seguito, vuole infatti imitare e superare San Pietro, per significare che la nuova religione civile americana è destinata a sostituire, in quanto religione universale, quella cattolica.

Dunque, assalire in quel modo il Campidoglio significa desacralizzare l’“American Creed” ufficiale, ancor più di quanto non abbia fatto l’opposto movimento “Cancel Culture”, che ha attaccato sì molti importanti personaggi e miti del “canone occidentale” (melius, americano), ma non le idee centrali della sua religione politica, e, anzi, sembra prendersela piuttosto con la tradizione euro-americana.

Si tratta, come si vede, di una lotta per l’”anima dell’America”, che tenta di rispondere alla domanda di HuntigtonWho we are”. La risposta però è altamente conflittuale. Ognuno degli assiomi tradizionali dell’American Creed si sta frantumando, non essendo possibile darne un’interpretazione semplice e persuasiva.

Gli Europei dovrebbero guardarsi bene dall’ immischiarsi in questa battaglia, così come debbono smetterla di impartire lezioni agli altri Paesi del mondo, e pretendere invece che anche gli altri non si immischino nella nostra vita politica. L’Europa non è una costruzione ideologica, bensì è anch’essa un mix, risultato della convivenza millenaria, sul suo territorio, dei suoi popoli e delle sue culture, un mix diversissimo da quelli americano, cinese o indiano. Noi non siamo in grado di comprendere totalmente loro, come dimostrano le carenze della nostra cultura e gli errori della nostra storia. E presumibilmente neppure loro sono in grado di capire noi.

Cerchiamo d’ interpretare, ciononostante, i recenti eventi americani, per quanto possono essere utili ai nostri fini.

I famosi “sciamani” che hanno assaltato il Campidoglio citano innanzitutto
il Tea Party di Boston

2.La dissacrazione dell’”American Creed”

Ciò che ha scandalizzato Americani e americanisti è stato il tono provocatoriamente sacrilego dell’invasione da parte di personaggi che inalberavano simboli delle tradizioni americane minoritarie, dal suprematismo bianco al “Tea Party” (realizzato con un travestimento da pellerossa), dai Sudisti al “complottismo”. Una “cancel culture” a rovescio, che, come quella afro-americana, mira a fare uscire gli Stati Uniti dallo American Creed.

Come  scrive l‘edizione tedesca della testata russa online Sputnik, la scena  ricorda molto quelle ripetutesi come un rito a Belgrado, in Ucraina, Georgia, Moldavia ,Bierlorussia, Bolivia e Venezuela,nelle repubbliche centroasiatiche e nelle primavere arabe, da attivisti che non facevano mistero del loro inquadramento da parte della “diplomazia pubblica” americana (leggi “covert operations”), così implicitamente banalizzando la retorica che aveva  accompagnato quel genere di manifestazioni.

I rivoluzionari del Tea Party erano travestiti da Indiani

3.La negazione, in nome della democrazia, della libertà di parola

Innanzitutto, la pretesa che la “liberal-democrazia” possa risolvere magicamente  tutti i problemi proprio grazie al suo carattere intrinsecamente contraddittorio si sta rivelando illusoria.

Il liberalismo delle origini aveva avviato  una battaglia della libertà di stampa contro le forme di censura regie ed ecclesiastiche dell’ “Ancien Régime”, ma fin da subito aveva dovuto fare i conti con la censura rivoluzionaria e poi borghese, sì che molti autori diversi come Voltaire, Novalis, Gioberti e Baudelaire avevano dovuto constatare come fosse difficile pubblicare opere controcorrente.

Nel XX secolo, nei Paesi liberal-democratici, la tradizionale  “censura” si era trasformata in varie forme di persecuzione, come quelle a cui erano state esposte, da parte dell’ editoria occidentale o dei Governi, opere come “Praktischer Idealismus” di Coudenhove-Kalergi o “Il Dott. Zhivago”, nonché le condanne per reati di opinione dei letterati collaborazionisti (Pound, Brasillach e Céline), e infine l’autocensura di personaggi come Heidegger e Pavese.

Nel frattempo, i reati di opinione hanno proliferato: quelli legati ai fascismi, ai negazionismi, ai comunismi, all’ etica sessuale, alla libertà sessuale…

Infine, si è scatenata l’ondata terroristica verso ogni cosa che abbia fare con il passato, da Cristoforo Colombo a Shakespeare, da Caterina II alla  Confederazione del Sud, da Lenin a  Churchill (la “cancel culture”)…E’ l’orgia del nichilismo “democratico”, che, come scrivevamo, s’identifica in fin dei conti con il mito del mondo nuovo propiziato dalle macchine intelligenti. E, difatti, i GAFAM se ne fanno paladini e garanti.

Giacché, per costoro, l’etica coincide con l’adeguarsi all’ ultimo grido dell’evoluzione ideologica (e quindi sociale), il passato va pubblicamente condannato con cerimonie collettive di autodafé, e chi si ostina a inalberare simboli del passato è automaticamente un reprobo, che va svergognato sulla pubblica piazza. Il che, per l’Europa, ha un risvolto particolarmente negativo perché essa è proprio il passato dell’America, sicché condannare la cultura classica, medievale o umanistica, rappresenta la forma estrema del tradizionale Europe-Bashing americano.

Di qui, l’affannarsi di tutti, nel corso del nuovo secolo, per organizzare la caccia alle “fake news”, che in gran parte sono effettivamente tali, ma troppo spesso sono semplicemente l’espressione di un dissenso da una vulgata imposta. Questo soprattutto perché la versione offerta, della storia e dell’attualità, da parte dell’accademia e dei media occidentali è sempre più deliberatamente distorta in modo settario, come per ciò che concerne il peso relativo delle informazioni sull’Occidente atlantico rispetto  quelle sul resto del mondo (“from Plato to NATO”), per ciò che concerne la violenza nel corso della storia (i vari “libri neri”), il reale pensiero dei grandi autori (Socrate, Tucidide, Rousseau, Voltaire, Marx, Freud), i più importanti fenomeni sociologici ed economici (il “capitalismo”, il “socialismo”, il “fascismo”)…

Pur dando tutto ciò per acquisito, resta il fatto che l’ultima evoluzione della vicenda, vale a dire la messa al bando, da parte dei GAFAM, di ogni espressione sui social da parte del Presidente Trump, nonché l’oscuramento del sito indipendente Parler (e, per un istante, perfino del sito del giornale italiano “Libero”), ha lasciato senza fiato anche molti critici europei del Presidente Trump, a cominciare da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. La tesi che simili decisioni dovrebbero poter  essere adottate solo da organismi pubblici, e non da aziende private, coglie solo una minima parte del problema. E anche con essa si fa in sostanza l’apologia della censura.

L’articolo di Carlos De Martin su “La Stampa” del 13 gennaio ha chiarito in modo esemplare la sostanza giuridica della questione:


“Un pugno di uomini residenti negli Stati Uniti prende decisioni -non di rado opportunistiche- che riguardano la sfera comunicativa di miliardi di persone.Giuste o sbagliate che siano le loro decisioni, ci va bene così?”

Le questioni irrisolte sono di quattro ordfini:

1)se tutte queste limitazioni alla libertà di parola abbiano una giustificazione dal punto di vista storico, costituzionale, etico e anche pratico;

2)come fare a garantire sul web un trattamento simile a quello della vita “offline”;

3) se non sia l’esistenza stessa dei “gatekeepers” del mondo digitale a dover essere ridiscusso;

4)che senso abbia la pretesa della UE di legiferare intensamente su imprese americane, intrinsecamente connesse con il “deep State”, e sulle quali l’Unione Europea, come dimostra il caso Schrems, non ha alcun potere.

La vicenda di Edward Snowden ha dimostrato la stretta correlazione
fra piattaforme e polizie politiche.

4. Le limitazioni della libertà nell’ era delle macchine intelligenti

Come abbiamo scritto nel post precedente, le tradizionali norme dei diversi ordinamenti relative alla modulazione delle libertà rispondevano a un approccio ancora ottimistico (spesso troppo) alla storia, dove si pensava che l’umanità sarebbe restata sempre sostanzialmente simile a se stessa, salvo che ci si sarebbe addirittura potuto permettere il lusso di lavorare continuamente ad un perfezionamento che portasse vicino a una società ideale. Ma la storia ha dimostrato che le cose non stanno così. Il mondo è da sempre in movimento (“Panta rhei”), e i primi a crederlo, e a volerlo, sono i nostri contemporanei, succubi del mito del Progresso. Quindi, è inutile lavorare in una prospettiva di perennità, bensì occorre situarsi nella storia.

Orbene, il problema che  abbiamo oggi è che, nel nostro periodo storico, le macchine intelligenti (che siano l’Intelligenza Artificiale o i Big Data, la NSA o lo Hair Trigger Alert, le piattaforme o l’Amministrazione Digitale), sono talmente più forti, non solo di tutti noi, ma perfino degli Stati e delle organizzazioni internazionali, che svincolarci dalla loro morsa  costituisce l’obiettivo prioritario. A questo punto, i concetti penalistici che valevano nei vari ordinamenti (per esempio quelli sull’”oltraggio”, sul “vilipendio”, sull’ “apologia di reato” o sulle “notizie false e tendenziose”), pur giusti in astratto, non sono più adeguati. Tutti contenevano principi di verità: vietare il propagarsi dell’odio, lo scatenamento di reazioni inconsulte, la diminuzione dolosa dell’onore  altrui. Ma qui siamo di fronte a fenomeni molto peggiori: la diffusione deliberata di comportamenti aberranti, la manipolazione del subconscio, il monitoraggio puntuale di ogni essere umano. Questi dovrebbero essere considerati oggi i reati più gravi, non quelli residui dal “codice Rocco”, né i nuovi reati di opinione inventati dal “politicamente corretto”.

Bisogna colpire prima di tutto l’avanzata del potere macchinico, il quale, nonostante tutte le programmazioni etiche, è fatto prescsamente per rendere inesorabile l’omologazione universale.

L’uso improprio dei principi giuridici ha portato al prosperare della mafia, al segreto sulle stragi di Stato, alla tolleranza nei confronti dei reati degli alleati…

4.Vietare online ciò che è vietato offline

Questo non vuol dire che si debbano creare nuovi reati solo perché il mezzo di comunicazione è più raffinato e più potente. Evidentemente, i beni protetti, che si tratti della libertà di pensiero, di espressione, di stampa, di associazione, oppure della tutela dell’ onore, della pubblica quiete.. sono sostanzialmente gli stessi, solo che l’ambito della loro esplicazione è più vasto.

Già oggi, senza neppure bisogno, né dei social, né di nuove norme, tutto il sistema giuridico è divenuto così complesso ch’esso viene manipolato da tutti impunemente portando ad abusi assurdi. L’intero regime del segreto, sia esso il segreto di Stato, quello militare, quello commerciale o quello istruttorio, è completamente deviato dai fini previsti dalla legge e rovesciato a fini propagandistici, monopolistici, truffaldini, criminali, elettoralistici, spionistici ed antinazionali (basti pensare all’uso degli avvisi di garanzia o del segreto di Stato). Infatti, è il  sistema politico nel suo complesso ad essere basato sullo sfruttamento scientifico dell’ignoranza (propaganda), del conformismo (politicamente corretto), della ristrettezza mentale (anticulturalismo), del rancore (populismo) e della disinformazione (grandi narrazioni).

Badiamo dunque alle priorità, e lasciamo per un momento da parte le piccolezze e gli anacronismi (che sono comunque anch’essi tantissimi, troppi).

5.I “Gatekeepers” non debbono semplicemente esistere

Tutta la retorica circa il “governo delle regole”, che tanto piace ai politici e agl’intellettuali occidentali, prospera, in mala fede, proprio su questo scollamento abissale fra la teoria e la realtà.

Do’ atto  ad Angela Merkel, Emmanuel Macron e Thierri Breton, ma perfino a Giorgia Meloni e Matteo Salvini, di aver commentato negativamente   la censura, da parte dei GAFAM,  a Trump, ai trumpiani e a Parler. Non dubito che la Commissione emanerà un’ennesima “grida manzoniana” come il GDPR, in cui si vieteranno severamente questi comportamenti.

Peccato che i social networks rilevanti per la libertà di parola degli Europei siano, come scrive De Martin, tutti americani, così come tutte le imprese di alta tecnologia. Quei networks americani, legati a filo doppio al DARPA e a Wall Street (oltre che a molti politici e industriali europei), non obbediscono neppure alla legge americana. Figuriamoci se si curano di ciò che dicono gli Europei, o dei regolamenti dell’Unione, che già ora vengono impunemente violati da questi ultimi. Si noti anche che ieri i GAFAM erano giunti perfino ad estendere il bando alla versione online del giornale italiano “Libero” (anche se all’ultimo momento hanno avuto il buon senso di fare marcia indietro).

L’unico modo per poter legiferare in base alla nostra cultura e ai nostri principi sul mondo digitale è crearne uno nostro, dove non sia possibile togliere la parola a nessuno, tanto meno da un continente lontano. Coerentemente con il programma, enunziato da Macron, Altmaier, Le Maire e Breton, di un “autonomia strategica europea”.

Quindi, totale adesione alla proposta di De Martin della creazione di piattaforme pubbliche: “contemplando anche opzioni pubbliche, come fece l’ Europa dopo il nazismo e il fascismo con l’istituzione di robuste televisioni pubbliche.”. Che io intendo come una pluralità di piattaforme europee in regime di concorrenza, capaci di operare worldwide, con una proprietà diffusa, e con regole anticoncentrazione all’ interno stesso del mercato europeo (sulle quali ritorneremo in altra sede).

Invece, nel Recovery Fund/Next Generation non c’ è nessuna posta dedicata alla creazione di piattaforme sovrane europee, che sappiano tener testa, sui mercati mondiali, ai GAFAM e ai BATX, e, in più, garantiscano la libertà di parola dei cittadini europei. Basti citare il commento del Presidente turco Erdogan: “bene, allora usiamo i social networks turchi“. Peccato che, mentre esistono social networks turchi, o russi, o coreani, o israeliani, non esistano networks europei. E’un caso o è voluto?

Tuttavia, visto che i soldi del Recovery Fund non li ha ancora spesi nessuno, siamo in tempo per fare i necessari, immediati, cambiamenti, perché questa è, come il COVID-19, un’emergenza vitale per gli Europei, non diversamente dalla lotta al COVID-19 (anzi, ancora di più).Faremo una precisa proposta.

E non si invochino qui le solite retoriche della concorrenza. Fra i GAFAM la concorrenza non c’è, e in tutti questi decenni le autorità antitrust occidentali non hanno fatto nulla per cambiare la situazione (anzi, i Governi ne sono stati ben contenti perché i GAFAM le aiutano a controllare il resto del mondo). Si noti che in Cina, dove, paradossalmente, c’è già una concorrenza fra i BATX, in aggiunta, proprio per quanto   riguarda social networks, le autorità antitrust e di borsa sono intervenute pochi giorni fa impedire l’ingigantirsi del gruppo di Jack Ma sulla falsariga di quelli americani.

Le piattaforme sono i terminali del mondo macchinico all’ interno del mondo umano

6. Le piattaforme quali avanguardie avanzate della macchinizzazione universale

Spero solamente che questa vicenda faccia riflettere finalmente qualcuno su queste elementari verità, che da sempre non mi stanco di urlare in tutte le direzioni, mentre tutti, a cominciare dai più diretti responsabili, di qualsivoglia Paese ed orientamento politico, fanno semplicemente finta di non avere sentito.

Se ora, dopo quest’ ultima flagrante prepotenza che, dall’ America, si proietta automaticamente sull’ Europa, la situazione qui da noi dovesse rimanere inalterata, dovremo concluderne che esiste veramente un “complotto” a favore delle macchine intelligenti fra tutti coloro che contano, come in quei film distopici (guarda caso, americani, e che da qualche anno sono scomparsi dalla circolazione), in cui una forza aliena s’installava sulla terra, e, trasformando tutti in mutanti, con un meccanismo che definiremmo “virale”, prendeva il controllo della stessa e sterminava gli umani.

Non è qui il caso di ripetere, fino alla nausea, la descrizione dei meccanismi con cui ciò possa, in concreto, essere fatto già alla luce delle informazioni oggi disponibili. Tuttavia, dopo la censura dei GAFAM dell’altro giorno, è evidente che tutto può ora accadere, ed è molto probabile che accadrà.

L’Europa è, come sempre, la più indifesa, e deve svegliarsi subito.

Quanto a Trump, il fatto ch’egli sia stato boicottato dai social americani è paradossale. Il 6 gennaio, egli aveva appena emanato severe norme restrittive  contro otto app cinesi.

Come si vede, l’intenzione censoria è oramai generalizzata, e, quindi, i pericoli che qui denunciamo sono più che mai incombenti. Come scrive Corrado Augias ne “La Repubblica” di Giovedì 14 gennaio, “il modo di scampare a questa forma di dittatura non è semplice – ammesso che ce ne sia uno.”Contrariamente ad Augias, noi vediamo questa scappatoia, ed abbiamo già pubblicato 4 libri per illustrarla; altri seguiranno fra breve.

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