PER UNA CRESCITA TRANQUILLA DELL’EUROPA (欧洲 和平发展), senza ordoliberalismo né keynesismo.

Fin dal 2014, l’Associazione Culturale Diàlexis aveva predisposto e pubblicato uno studio, “Restarting EU Economy via Technology Intensive Industries”, nel quale illustravamo la nostra visione fortemente anticonformista circa la situazione economica e le ricette per rimediare alla crisi cronica dell’Europa.

Questo opuscolo era stato inviato nel 2014 al Presidente Juncker, al Presidente Hoyer e al Commissario Oettinger, perché ne tenessero conto nell’elaborazione del Piano Juncker. E in effetti, essi, dopo averciringraziato, ne hanno tenuto conto nel “Piano Juncker”, ma di nascosto, in modo insoddisfacente ed inefficace, puntando su soggetti sostenuti dai loro rispettivi Governi, ma incapaci di svolgere la loro funzione, e rafforzando così, anziché indebolire, il dominio, sull’ Europa delle Big Five e dell’ America in generale. Chi non ne aveva tenuto conto in alcun modo era stato Renzi, il quale non aveva dato, ad esso, alcun seguito, né riscontro.

I più recenti eventi, con la corsa generalizzata all’ Intelligenza Artificiale, lo stabilizzarsi del declino europeo e l’insistenza di Trump sull’ulteriore contingentamento dell’Europa (sanzioni e dazi) confermano la preveggenza della nostra impostazione e l’urgenza di porre la Sovranità Informatica all’ ordine del giorno delle prossime Elezioni Europee, ma anche del programma del Governo italiano.

Per questo le riproponiamo subito dopo la fatidica data del 1° Giugno, quando sono state confermate le sanzioni americane e, contemporaneamente, sono stati nominati due governi europei  espressione di radicali cambiamenti: quello italiano e quello spagnolo.1.Le ragioni dell’arretramento dell’economia europea.

Le radici del cosiddetto “miracolo economico”, come pure quelle della successiva, interminabile, crisi, sono soprattutto culturali e politiche.

La corsa, dal secolo 15°, all’ accaparramento, da parte degli Europei, di beni materiali in tutto il mondo, descritta ideologicamente come “progresso dell’ Occidente” è stata la conseguenza della scelta teorizzata nel Settecento, sulla base del cosiddetto “Primo Programma Sistemico dell’Idealismo Tedesco”, ove si proclamava che l’uomo si sarebbe salvato da sé, attraverso “una nuova scienza”. Questa scelta aveva portato in primo piano i portatori di progresso economico-imprenditori e ingegneri-, sempre meno controllati e frenati dai ceti culturali e politici. Il “doux commerce” sostituiva così, la “sete di gloria ed onore”. Costituiva parte integrante ed essenziale del “Progetto della Modernità” il colonialismo, lanciato anch’esso sotto il pretesto ideologico (Turgot, Condorcet, Marx, Hugo, Mazzini) di portare il progresso ai popoli afroasiatici, ma, in realtà, volto soprattutto ad accrescere il potere dell’”élite” tecnocratica borghese, in Europa e nel mondo, anche, quando necessario, attraverso il genocidio e la schiavitù (Americhe, Congo).Fichte, Mazzini, Hugo e Nietzsche avevano posto chiaramente in evidenza il nesso fra la pace in Europa e la colonizzazione del mondo.

Dopo che Kipling e Fiske avevano profetizzato un governo mondiale degli USA, questi si erano prefissi l’obiettivo di scalzare l’Europa dall’ egemonia finanziaria mondiale e dalle colonie, per sostituire il loro colonialismo soft (neo-colonialismo) al vecchio colonialismo hard.

Nella nuova situazione, come aveva profetizzato Trotskij fin dal 1921: “..l’America dirà all’ Europa, quante tonnellate, litri o chilogrammi di questa o di quell’ altra merce dovrà comprare o vendere”. Cosa che si è verificata alla lettera negli ultimi 30 anni, ma aveva già cominciato a manifestarsi  con i 14 punti di Wilson e con il trasferimento del centro finanziario mondiale dalla City a Wall Street. Oggi si parla espressamente di quote di produzione e dell’autolimitazione delle esportazioni e dei disavanzi commerciali.

Tuttavia, all’ inizio del XX Secolo,  le colonie rimanevano ancora soggette, formalmente, agli Stati europei, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando Roosevelt costrinse Churchill a firmare (controvoglia) la Carta Atlantica. A partire dalla fine della guerra, iniziò infatti il processo di decolonizzazione, con l’incarico, alle potenze ex coloniali, di amministrare pro tempore fiduciariamente le ex colonie-per l’Italia, la Somalia- (sempre “per portarvi il progresso”). Con le amministrazioni fiduciarie era cominciato anche  l’“aiuto allo sviluppo”, sempre col pretesto di portare il progresso in Africa, ma, in realtà, per continuare a tenere sotto controllo i prodotti agricoli e minerari e per contingentare l’import-export. Tuttavia, l’aiuto allo sviluppo fu modesto e inefficace. Come si poteva evincere da uno studio che avevo pubblicato fin dal 1981 (“Les procédures de la coopération financière et technique dans le cadre de la IIe Convention de Lomé”), buona parte degli esigui fondi dello Sviluppo veniva speso, in realtà, in attività amministrative dei Governi e delle Comunità Europee, sicché ben poco restava per l’economia africana. L ‘aiuto allo sviluppo serviva in modo egregio per mascherare la diminuzione del peso economico dell’Europa, presentando il suo rapporto con l’Africa come una filantropica decisione di egualizzare le sorti dei continenti, il che presupporrebbe un maggiore tasso di crescita nei “Paesi in via di sviluppo”. Cosa che in effetti si sta realizzando, ma con ben scarsa soddisfazione, tanto per i Paesi europei, che per quelli afro-asiatici.

1.La “Sfida americana”

La prima e la seconda guerra mondiale avevano costituito un grandioso business per le imprese, che avevano realizzato una crescita inaudita di fatturato e si erano trovate ad avere, alla fine della guerra, tanto in America quanto in Europa, gli impianti nuovi pagati dal contribuente. Fu il “Miracolo Economico”. Certo, meno spettacolare in Europa a causa di una parziale distruzione degli apparati produttivi, dello smantellamento delle fabbriche e degli ostacoli frapposti dagli Americani alle imprese militari e di alta tecnologia (vedi problemi per Renault, Porsche, Volkswagen, BMW).

Al contrario, le imprese di alta tecnologia si erano sviluppate in modo frenetico negli USA con il Progetto Manhattan, AAA Predictor, la corsa allo spazio e agli armamenti, lo sviluppo dell’informatica e delle nuove tecnologie, finanziati dai fondi militari dell’ ARPA, agenzia governativa per lo sviluppo delle tecnologie “duali”. In Europa non vi erano stati Enti comparabili alla DARPA, ma, al contrario, gli ostacoli (politici e altri) frapposti, per esempio, a Olivetti e a Mattei, nei loro sforzi per realizzare in Italia nuove imprese in concorrenza con quelle americane.

Così, le industrie di alta tecnologia qui non si svilupparono mai, salvo che in maniera modesta, intorno alla Francia del Generale De Gaulle (Force de Frappe, Arianespace, Airbus, TGV). Cosa relativamente poco grave fintantoché si trattava dell’aerospaziale, ma micidiale oggi, quando si parla dell’informatica e della rete, che condizionano, oltre alla stessa economia, l’intera vita sociale. Questa situazione era già stata prevista con estrema lucidità fin dal 1968 da Jean-Jacques Servan-Schreiber nel suo libro “La sfida americana”, ma nessuno (tranne de Gaulle) se n’era allora preoccupato.

Oggi, oramai, le industrie del web, fino a poco tempo fa esclusivamente americane, controllano da parecchi decenni, dagli Stati Uniti e dai paradisi fiscali, la politica, la finanza, l’industria e il commercio mondiale, ed esportano i loro profitti dall’ Europa con il consenso, tacito o espresso, delle autorità europee (vedi i Tax Rulings lussemburghesi e il caso Google-Irlanda), che, nonostante tutti i clamori mediatici, non hanno ancora neppure deciso di tassarle.

Tutto ciò ha portato a un progressivo svuotamento dell’economia europea, con il trasferimento del controllo su varie imprese europee sotto gruppi americani (cfr. Nuovo Pignone, MTU, Fiat, Fiat Avio, ecc..). Sembra quasi che, per  un tacito accordo, gli Europei non possano entrare in determinati settori, o, se vi entrano, lo possano fare solo come partners di minoranza. Soprattutto, le autorità europee e nazionali si guardano bene dal finanziare progetti concorrenti a quelli dell’ARPA.Ma così non avremo mai un’economia europea avanzata.

Antonio Cantaro parla di uno “Stato commerciale” europeo, “autorizzato” a perseguire ampi successi sul piano economico ma al quale è “vietato” tradurre questo successo sul piano politico e militare.

2.Fra la Googleization of the World e la Nuova Via della Seta

Attualmente, assistiamo a tre opposte tendenze:

-da un lato, la presa di controllo, da parte dei giganti del web, di settori assolutamente disparati dell’economia, dall’ industria automobilistica, ai trasporti, all’editoria, al commercio al dettaglio, in USA e all’ estero, con un attacco perfino al Presidente, al “deep State” e alle multinazionali tradizionali…

-dall’ altro, lo sviluppo di multinazionali eurasiatiche (cinesi, giapponesi, indiane, russe, dei Paesi arabi), che si affiancano a quelle americane anche nel prendere il controllo delle imprese europee;

-lo scatenamento, da parte dell’America di Trump, di una “Guerra economica in tempo di pace”(come la chiama Cantaro) contro tutti i Paesi esteri, allo scopo di tentare di rallentare oi loro tentativi di superare gli stati Uniti.

In questa situazione, perché mai dovrebbero aumentare in Europa il PIL e l’occupazione? I cosiddetti “investimenti esteri” tanto ambiti dai Governi europei, si riducono infatti al fatto che i gruppi stranieri comprano le imprese europee per eliminare un concorrente e per ottenere agevolazioni dai governi locali, ma è evidente che declassano progressivamente il ruolo delle nuove controllate (quando non le chiudono).

Il trasferimento all’ estero della proprietà e del controllo è, per l’economia locale, catastrofico, molto più catastrofico di quanto non lo presentino i media. Se si pensa che, oggi, gli amministratori delegati delle grandi imprese guadagnano decine di milioni di Euro all’ anno (cioè mille volte più di un operaio), ci si renderà conto che non avere più fra noi le staff dirigenziali comporta una perdita ingente per l’erario, per il mercato immobiliare, per il commercio e per l’indotto, ben più ingente della perdita di qualche migliaio di posti di lavoro operai. Basti guardare la città di Torino, dove la pletora di ville del Valentino, della Collina e della Crocetta segnalavano la presenza di decine di migliaia di grandi azionisti, imprenditori, presidenti, amministratori delegati, dei loro dirigenti, professionisti, famiglie e servitù, ora scomparsi. Il fatto che siano stati mantenute alcune decine di migliaia di impieghi operai e impiegatizi a continuo rischio di licenziamento non compensa certo la perdita dell’alta borghesia imprenditoriale.

Inoltre, le società del primo e del secondo dopoguerra erano basate sulla “mobilità verso l’alto”, che costituiva l’obiettivo dell’enorme sforzo lavorativo richiesto dalla società industriale. Orbene, solo la presenza di grandi imprese permette una carriera completa, che vada dai gradini più bassi fino ai vertici della finanza e della politica. I nostri laureati emigrano perché da noi sono rimasti solo i ruoli esecutivi (o comunque ancillari), mentre quelli apicali e veramente remunerativi sono finiti altrove.

Ma questo porta in Italia a un atteggiamento di disinteresse per il lavoro, di mediocrità, di clientelismo e fatalismo.

3.Il declino dell’ “Occidente”.

Non credo alla presunta superiorità dell’Occidente, e nemmeno alla sua maggiore idoneità ad organizzare efficacemente una società industriale. Perciò, non mi stupisce il suo ininterrotto declino. La “Crescita Pacifica della Cina” avvenuta nel II dopoguerra conferma le previsioni di Max Weber, secondo cui il Confucianesimo è più efficace del Puritanesimo quale scuola di formazione della società industriale, nonché quelle di Spengler sull’inevitabile declino dell’Occidente. Scrive Spengler, “gli insostituibili privilegi dei popoli bianchi sono stati sperperati, dissipati, traditi. Gli avversari hanno eguagliato i loro modelli. E, forse, con la scaltrezza della razza di colore e con la matura intelligenza di antichissime civilizzazioni, li hanno superati”.

Le guerre commerciali di Trump mirano anche e soprattutto a reagire a questo fenomeno:

-da un lato, a ristabilire le distanze con i Paesi in Via di Sviluppo;

-dall’ altro, a mantenere la distanza dall’ Europa.

Se, infatti, venisse meno il mito plurisecolare “dell’America First”, crollerebbe un intero castello di carte fondato sull’ insostituibilità dell’egemonia americana (la “nazione Indispensabile”), e sulla superiorità ontologica della sua “civilisation”, tanto nei confronti degli Afroasiatici, quanto in quelli degli Europei (teorizzata da Washington, Emerson, Whitman e Fiske).

Mettendo in evidenza che l’intero ordine mondiale è fondato su questo rapporto di forza, da ristabilirsi anche con metodi coercitivi, Trump toglie, indirettamente, credibilità alle Retoriche dell’Idea di Europa, fondate invece sull’assunto della “benignità” del federatore esterno americano e sulla conseguente rinunzia dell’ Europa a perseguire, almeno verso l’America,delle guerre commerciali.

Inoltre, se queste retoriche non sono credibili, che senso hanno anche le politiche di stabilità della moneta e il divieto di aiuti alle imprese?

  1. Ordoliberalismo e Germania

La polemica sovranista tende, a mio avviso abusivamente, ad attribuire alla Germania, non già all’ America, la colpa dell’insostenibilità dell’economia europea. Certo, la Germania ha tratto un certo vantaggio dalle retoriche dell’idea di Europa, e, in particolare, dal divieto generalizzato di politiche mercantilistiche. Infatti, da un lato questo divieto ha reso, tra l’altro, più difficile agli altri Europei attaccare con metodi aggressivi l’obiettiva superiorità del sistema tedesco, e, dall’ altro, le ha attribuito la funzione di garante per l’ America della disciplina degli Europei.

Tutto ciò è perfettamente logico: da un lato, è impensabile un’Europa unita senza una forza egemone (sia essa etnica, culturale, religiosa o militare); d’altro conto, all’America va benissimo che il carattere ordoliberale, smilitarizzato e asettico, dell’egemonia regionale tedesca impedoisca agli Europei di proporsi come potenza mondiale. A questo punto non stupisce che la “stabilizzazione” economica dell’Europa di oggi costituisca la prosecuzione senza soluzione di continuità della “Grossraumwirtschaft” teorizzata e realizzata dai ministeri del Terzo Reich al tempo dell’occupazione militare nazista. Non per nulla il primo presidente della CECA era stato Hallstein, già lobbista delle grandi industrie tedesche presso il comando della Wehrmacht.

Comunque, la superiorità dell’industria tedesca non è stata creata, né dal regime nazionalsocialista, né dall’ America, né dall’ Unione Europea, bensì dalla centralità storica e geopolitica del “Deutschtum” in generale, fra il Belgio e l’Estonia, fra lo Juetland e la Transilvania,dal modello partecipativo, e, infine, dalla riunificazione tedesca, che ha comunque messo insieme 100 milioni di abitanti (una potenza di fuoco inferiore di poco a quella della Russia).

Se non si vuole l’egemonia della Germania, né quella della Russia, occorrerà costruire un’egemonia alternativa: quella di un movimento sovranista europeo che si faccia veramente carico di rivendicare, contro la globalizzazione occidentale, l’autonoma civiltà dell’ Europa e doti quest’ultima di quel sistema informatico-industriale-militare che, solo, può garantire, oggi,  a un Continente (o uno “Stato-civiltà”) la libertà a l’indipendenza.

5.L’unica svolta possibile: una rivoluzione culturale

Questa frettolosa analisi della situazione dell’ Europa dopo l’ondata protezionistica di Trump ha messo in luce l’urgenza di un’approfondita ed accelerata riflessione sulla fondatezza dell’attuale  ideologia europea e delle (non)politiche economiche dell’Europa e dei suoi Stati membri.

L’erroneità, o meglio, la deliberata falsificazione di tale situazione, sono quelle che hanno giustificato la persistenza di forze politiche e culturali obsolete e l’insistenza su politiche (come la stabilità della moneta, il divieto di aiuti di Stato, la subordinazione alla NATO), che non hanno rafforzato, bensì indebolito l’Europa e i suoi Stati Membri, rendendoli incapaci di reagire adeguatamente, per ultimo, agli attacchi di Trump.

Le misure in cantiere nei vari Stati membri (tanto quelle neo-liberiste come le liberalizzazioni, quanto quelle “sovraniste”, come le restrizioni all’ immigrazione, o quelle “populiste”, come la defiscalizzazione o l’assistenzialismo), non intaccando le questioni fondamentali, non costituiscono passi in avanti verso la soluzione.

Occorre invece ripensare le basi culturali dell’identità europea, il rapporto uomo-tecnica, la missione dell’Europa e i rapporti, culturali e politici, con il resto del mondo. Nel fare ciò, occorrerà studiare con attenzione che cosa hanno fatto e che cosa stanno facendo, per affrontare situazioni simili, altri “Stati-civilizzazioni”), come Cina, India e Russia.

 

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