IL SENSO DEL NON VOTO:UNA NECESSARIA TRANSIZIONE

I risultati del 4 marzo hanno confermato quanto previsto dai pronostici, che, cioè, il maggiore partito, in Italia e in Europa, è quello del non-voto. Basti dire che  ha votato solo il 73% degli aventi diritto, sicché il numero dei non votanti è superiore a quello degli elettori del primo partito (il Movimento Cinque Stelle). Se poi si guarda al numero totale dei cittadini, il numero dei votanti è pari a meno della metà,ma di questo nessuno parla nei dibattiti post-elettorali, perché va a disdoro non già di certi determinati partiti, bensì dell’ intera classe politica.

Ciò non costituisce affatto un’eccezione, bensì la regola in tutti i  Paesi del mondo. Ovunque, ma soprattutto in Europa, il tasso di partecipazione è bassissimo. se si confronta il numero di schede valide con il numero degli abitanti. Inoltre, la media mondiale sta scendendo drasticamente, proprio per effetto della disaffezione degli Europei.

1,Obsolescenza delle proposte politiche

Per spiegare questa disaffezione, sono state avanzate le più diverse teorie.

Non manco certo d’informarmi , attraverso libri, media e web, né di frequentare assiduamente le manifestazioni illustrative dei diversi partiti e movimenti, ma non ho trovato molte risposte convincenti. Alla fine dei conti, a me sembra che la spiegazione numero uno sia che la cosiddetta “democrazia rappresentativa”, in realtà, non è  affatto rappresentativa. I candidati alle elezioni, lungi dal  proporre programmi convincenti per il proprio mandato, si limitano a ripetere slogan confezionati appositamente per le elezioni stesse, di cui si sa già che non hanno nessuna intenzione di realizzare, neanche potendolo,  neppure una minima parte. Come se ciò non bastasse, la stessa cultura delle forze politiche è, non solo lontana da quella dei cittadini, molti dei quali si sentono non rappresentati, ma, addirittura, antiquata di parecchi decenni rispetto all’ evoluzione del mondo. Infine, essa è filtrata dai “gatekeepers” (come lobbies segrete, ambasciate straniere, finanziatori, giornali ed accademia), che hanno il compito  specifico di bloccare certi tipi di proposta, e  di inculcare il gradimento per altre. Infine, il livello di conoscenze necessario per valutare le questioni che veramente contano (nuove tecnologie, equilibri geopolitici, politiche economiche e culturali) è troppo elevato per gli stessi vertici politici e amministrativi, per non dire dei semplici cittadini.

Si può dire poi che moltissime culture politiche che pure esistono nella società non trovano nessuno che le voglia rappresentare, perché i poteri forti, che controllano le elites e i media, non permettono ad esse alcun accesso.

In particolare, per ciò che concerne l’ Europa, mentre ci troviamo di fronte a un indubbio declino del nostro ruolo nel mondo, della nostra cultura e della nostra economia, nonché di fronte alla sfida di un’informatizzazione che non controlliamo e che sta distruggendo i nostri posti di lavoro, i nostri politici continuano a parlare di una presunta “crescita” (pari appena all’ inflazione programmata), di tagli alle tasse e di reddito di cittadinanza, senza neanche accennare a come fare rinascere, o nascere, delle vere attività produttive ( in particolare nel settore informatico), né a come garantire la nostra sicurezza in un mondo dominato dalla corsa ai nuovi armamenti e dal controllo totale da parte del Complesso Informatico-militare (cfr. il nostro Quaderno “Re-starting EU Economy via Knowledge-Intensive Industries“).

Le ricette dell’ “establishment” (liberalizzazioni, investimenti esteri, misure anticicliche,  sostegno alle piccole e medie imprese, “spending review”) risalgono concettualmente alla metà del 20° Secolo, mentre America e Cina, le due potenze leader, stanno  percorrendo vie molto diverse, come la centralizzazione e militarizzazione delle proprie industrie di alta tecnologia e dei media, il sostegno ai propri campioni nazionali e il protezionismo.

2.Acquiescenza al predominio americano

Questa situazione era prevedibile, e, in effetti, era stata prevista da molti.

Lev Trotskij, già durante la Prima Guerra Mondiale, aveva scritto  che “dopo la guerra, l’America contingenterà il capitalismo europeo”. Si riferiva evidentemente ai cosiddetti “Lease-Rent Agreements”, in forza dei quali gli USA prestavano all’ Inghilterra gli armamenti, di modo che questa, alla fine della guerra, si trovò indebitata fino al collo, e la City cedette lo scettro della finanza mondiale a Wall Street.

L’economista inglese Milband riferiva poi che, come svelato dai documenti desegretati dell’Amministrazione Americana, nel 1944, Giancarlo  Camerana, vicepresidente  della FIAT, aveva incontrato a Berna Allen Dulles, direttore dei Servizi Segreti USA per l’ Europa, chiedendogli quale avrebbe potuto essere il ruolo della FIAT dopo la guerra.  La risposta era stata che l’Italia avrebbe avuto abbondante mano d’opera a basso costo, sì che avrebbe potuto produrre utilitarie per i Paesi mediterranei e est-europei., lasciando agli Americani la fabbricazione di vetture di grossa cilindrata. E’ chiaro che se, nel frattempo, non si fosse modificata la struttura tecnologica italiana, finito il periodo post-bellico, una siffatta industria, basata solo sui bassi costi, non avrebbe potuto sopravvivere.

Nel 1968,  Jean-Jacques Servan-Schreiber, candidato socialista alla direttore de “L’Express”, aveva scritto, nella sua nota “Sfida Americana”, che il Mercato Comune Europeo era servito unicamente a permettere alle multinazionali americane di muoversi liberamente in Europa, e che, se questa non avesse effettuato urgentemente pesanti investimenti nelle nuove tecnologie, sarebbe divenuta un paese sottosviluppato.

Tutti sono d’accordo sul fatto che, quando vi è una carenza del mercato, è comunque indispensabile un energico intervento pubblico. Ad esempio, in America l’industria cinematografica è stata sostenuta fin dalla prima Guerra Mondiale con trattati internazionali per aprire i mercati a Hollywood; l’industria spaziale è stata creata in gran parte tramite i prigionieri di guerra tedeschi, come von Braun, e quella informatica attraverso progetti militari come AA Predictor, le Conferenze Macey e ARPANET. Perfino l’arte astratta era stata trasferita a New York, e propagandata nel mondo, dal Governo Americano attraverso la CIA e le fondazioni delle grandi famiglie americane. Oggi, l’industria petrolifera viene sostenuta con le sanzioni contro Russia e Iran, e la delocalizzazione nel NAFTA e in Cina viene combattuta convarie forme di  protezionismo. Infine, la nuova dottrina americana di difesa prevede il coordinamento di tutte le energie (culturali, governative, militari e imprenditoriali), a fini di difesa,

In Europa, nessuna forza politica, dopo il Generale  De Gaulle, ha mai neppure accennato, nei propri programmi, a questi problemi. Non diciamo tentare di risolverli. E ancor meno, nessuno si sogna neppure lontanamente di proporre programmi di lungo termine, culturali, politici, istituzionali,  militari, per ovviare alle debolezze politiche dell’ Europa, che potrebbero gettare le basi per una diversa politica economica e sociale. L'”Europa Sovrana” di Macron è appena un po’ più sovranista del “sovranismo di ripiego” dei populisti, deprecati da Macron stesso.

Non parliamo poi delle modalità con cui l’Unione Europea sta affrontando la questione del post-umanesimo. E’ vero che essa è l’unica struttura geopolitica che abbia parlato  ufficialmente di questo tema, con finanziamenti europei alle ricerche sull’ interfaccia uomo-macchina e del motore di ricerca Qwant, con le indagini sullo spionaggio elettronico, con le direttive sulla privacy, con le procedue contro l’evasione fiscale delle Big Five e l’ abuso di posizione dominante di Google, e con la Causa Schrems contro Facebook. Ma essa è anche l’unico complesso geopolitico che non abbia sviluppato, né un proprio sistema di spionaggio elettronico, né propri motori di ricerca o propri providers di servizi online, sì che non fa che subuire le attività delle Big Five, senza trarne alcun vantaggio. Ovvio che essa reagisca in un qualche modo, con gli scarsi strumenti a sua disposizione.

Tuttavia, sono proprio gli strumenti a disposizione che sono pochi: essa non ha, né un sistema di imprese strategiche, né campioni europei, né un autonomo sistema di acquisti della difesa, né una legislazione ad hoc sul coordinamento fiscale, sulla monopolizzazione del web e sulle nuove tecnologie. Non ha senso affermare che la colpa è degli Stati Membri”. La classe politica e culturale degli Stati Membri è composta dalle stesse persone che poi inviano i loro rappresentanti a Bruxelles e vi prendono le decisioni. Non vedo che cosa i populisti potrebbero fare di peggio .

3.Una censura invisibile ma onnipotente

Certamente, la gran massa dei cittadini non si rende pienamente conto di questa situazione agghiacciante, anche perché i sistemi accademici, culturali, politici e mediatici, fanno di tutto per nasconderla. Questi sono per lo più infeudati alle Big Five e al Complesso Informatico-Militare, da cui ricevono incarichi e prebende, e che hanno addirittura cooptato in ruoli di governance, delegando loro importanti programmi nella riforma della pubblica amministrazione. Di conseguenza, i cittadini europei, dopo decenni d’indottrinamento, di conformismo e di disgregazione e impoverimento  delle classi dirigenti, non sono più capaci, non solo di comprendere la grande politica, ma neppure di ragionare su se stessi e i propri valori e interessi.

I cittadini vedono però almeno i risultati pratici di questa situazione: fuga dei cervelli; crescita costantemente  infinitamente inferiore alla media mondiale (Italia 1,5%, Europa 2,5%, contro una media mondiale  del 3,5% e il 6.9% della Cina); sorpasso da parte della Cina; disoccupazione generalizzata a tutti i livelli; decrescita demografica; perdita delle attività più strategiche, come l’Olivetti, il Concorde, Minitel; delocalizzazioni; acquisizione delle nostre imprese più prestigiose, dalla Leyland alla Jaguar, alla Volvo alla Pirelli; diminuzione dei consumi…

Si dice che pesi molto la questione dell’ immigrazione. A mio avviso, non è tanto l’immigrazione in sé, non molto rilevante rispetto alla media mondiale, bensì il senso di abbandono e di mistificazione che la circonda.

Infatti, paradossalmente, a un esame attento, risulta che le migrazioni verso l’ Europa non sono certo più drammatiche di quelle fra la Cina interna e le province costiere (250 milioni), di quella verso gli USA o verso i Paesi medio-orientali , o, infine, della permanente migrazione interafricana(in totale, 500 milioni di persone). La differenza è che quei flussi, ben più ampi di quelli verso l’ Europa, vengono gestiti dai grandi Stati con una lucida regia demografica a lungo termine, secondo criteri chiaramente definiti, e con una capacità decisionale continua dei vertici politici. In Europa, invece, poche centinaia di migliaia di migranti all’ anno provocano crisi geopolitiche, interventi papali, nascita di nuovi partiti, smottamenti elettorali, crisi di governo, sanzioni contro Stati europei, formazione di milizie, scontri di piazza. Il tutto dà un senso di confusione, di incompetenza e di inefficacia, mascherato malamente dal generico “buonismo” dei Governi e delle Ciese e dal generico “cattivismo” dei populisti. Nessuno poi ricorda che è alle Nazioni Unite che si stanno  discutendo le regole sulle migrazioni internazionali, ed è lì che gli Europei dovrebbero far sentire la loro voce, per imporre regole chiare e eguali per tutti..

Dopo decenni d’insuccessi, come si può pretendere che i cittadini siano entusiasti di questa classe politica?

4.L’astenzionismo serve a qualcosa?

L’astensionismo serve a far comprendere che una  via puramente parlamentare verso una soluzione dei problemi dell’ Europa ci è preclusa. Le situazioni che hanno permesso all’ America, alla Cina e all’ India, di avere delle società e dei Governi affidabili sono state  delle lunghe lotte di liberazione nazionale (America, 1765-1783; Cina, 1900-1945;  India, 1885-1947), non già dei “ludi cartacei”.  Esse sono state precedute da travagli culturali e politici, che hanno permesso l’emergere di classi politiche sub-continentali preparate a gestire questi grandi complessi geopolitici anche nelle condizioni attuali, caratterizzate dalla globalizzazione, dalle nuove tecnologie, dalla competizione culturale transcontinentale.

5.Che fare?

Come conseguenza di quanto sopra, l’attività oggi prioritaria  è quella culturale, volta ad individuare una  cultura europea per il 21° secolo, con una propria individualità rispetto al post-Umanesimo della West Coast, al Nuovo Confucianesimo e all’ Hindutva. Solo sulla base di questa nuova cultura sarà possibile creare dei gruppi di lavoro capaci di elaborare programmi strategici europei per i vari ambiti dell’ agire umano: cultura, scienza, tecnica, finanza, difesa, media, scuola, impresa, ecc…

E solo quando questo lavoro sarà compiuto sarà possibile sviluppare un movimento politico capace di comprendere e padroneggiare la società attuale, radicandosi  a tutti i livelli e lavorando per una trasformazione delle Istituzioni. A quel punto avrà senso elaborare programmi elettorali alternativi da realizzarsi attraverso le istituzioni, internazionali, europee, nazionali, locali e della società civile.

Nel frattempo, nulla vieta di dialogare con quelle forze culturali e politiche che siano anche solo parzialmente disponibili ad accettare questo tipo di prospettive.

Non dimentichiamo che non vi è stato forse momento migliore per una ripartenza dell’opera della ricostruzione culturale e morale dell’ Europa. E’ per questo che stiamo rilanciando i nostri Quaderni di Azione Europeista, che ripartiranno ben presto  con nuovi titoli e manifestazioni.

 

 

 

 

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